La pandemia e il PESSIMISMO RASSEGNATO degli italiani (dati CENSIS dicembre 2020) e la PROMESSA della RIVOLUZIONE VERDE, con la SVOLTA ECOLOGICA che salverà il nostro pianeta (speriamo) – Riuscirà la TRASFORMAZIONE ENERGETICA e i NUOVI STILI DI VITA a creare un mondo più giusto?

È un ritratto a tinte fosche, quello che scaturisce dall’ultimo RAPPORTO CENSIS sulla situazione sociale del Paese, il 54° della serie, presentato il 4 dicembre 2020 a Roma dal direttore dell’istituto di ricerca Massimiliano Valerii; il ritratto di un Paese dipinto come “UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA E AVANZA A FATICA” e sul quale l’epidemia di Covid si è abbattuta in maniera tanto improvvisa quanto violenta, sconvolgendo “lo status quo a cui gli italiani erano ormai abituati: la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”. – (la foto è da https://www.theitaliantimes.it/)

   Segnali molto preoccupanti vengono da 54° RAPPORTO annuale CENSIS sulla situazione sociale del Paese, rapporto presentato il 4 dicembre 2020. Una popolazione, quella italiana, stanca e rassegnata, pure incattivita, è quella che si presenta.

   Ovvio che incide prevalentemente la situazione di emergenza sanitaria e “pericolo” rappresentato dal Covid; e dal fatto che uscirne completamente si percepisce che sarà un processo non breve (ammesso che si possa completamente tornare come prima).

4 dicembre 2020 – 54° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE/2020 – Giunto alla 54a edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale incertezza che stiamo vivendo. Le CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo la giravolta della storia, ma anche il geniale fervore degli italiani da cui traspira il nuovo. Nella SECONDA PARTE, la società italiana al 2020, l’anno della paura nera, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel sistema-Italia, UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA: l’avvitamento di vulnerabilità strutturali – che ci portano ad esclamare: il re è nudo! -, le scorie dell’epidemia e quello che resterà dopo lo stato d’eccezione. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

   Ma la situazione di pessimismo era presente già da prima della pandemia (chiaramente molto meno evidente): è una società tutta che deve affrontare problematiche irrisolte; in primis la crisi ambientale, l’insostenibilità di questo modello di sviluppo. Ma anche altre questioni non meno importanti, come quella demografica: la crescita esponenziale della popolazione del pianeta, e dall’altro, per i residuali paesi ricchi come quelli dell’Europa, il calo demografico è eccessivo, nascono assai pochi bambini (questo si sta verificando, da decadimento di un paese come l’Italia…..ma ciò non inficia il boom planetario di crescita della popolazione davvero preoccupante per le risorse ambientali e alimentari disponibili).

   Sul sovrapporsi della crisi (quella pandemica, quella ambientale, la demografica…) si denota la mancanza di un progetto collettivo per il futuro (prossimo e più a lungo termine). Quello che però sembra (ripetiamo, sembra) essere stato recepito, almeno da noi in Europa, è trovare modi per ridurre l’inquinamento e l’uso eccessivo della risorse non rinnovabili…un tentativo di nuovo modello di sviluppo (pur ancora contradditorio e assai poco concreto).

“(…) PER LA TERZA VOLTA NELLA STORIA UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA CAMBIA IL MONDO. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo. La PRIMA GRANDE TRASFORMAZIONE energetica risale al CARBONE, che avviò la rivoluzione industriale in Inghilterra; POI fu la volta del PETROLIO grazie al quale si annullarono le distanze geografiche con la rivoluzione nei trasporti, mentre i prodotti della nuova industria petrolchimica entravano nelle case e nell’industria, introducendo la plastica, fertilizzanti agricoli, nuovi medicinali e persino nuovi alimenti. (…) OGGI sono le NUOVE FONTI RINNOVABILI, inesauribili e disponibili localmente – SOLE, VENTO, MAREE, GEOTERMIA, BIOMASSE – a cambiare il quadro: insieme alle innovazioni nel dominio digitale e all’uso di nuovi materiali generano una discontinuità con il passato.(…)” (introduzione al libro, qui sopra nell’immagine, di VALERIA TERMINI, testo ripreso dal quotidiano “DOMANI” del 9/12/2020 https://www.editorialedomani.it/)
Eolico offshore (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per questo, ad esempio, è da cogliere con favore e speranza l’accordo dei 27 paesi della UE di aumento dell’impegno di riduzione dal 40 al 55 per cento delle emissioni entro il 2030. Una tappa fondamentale per arrivare poi al taglio totale entro il 2050. Con impegni politici e finanziari rivolti in particolare a Paesi riottosi e poco convinti (com’è il caso della Polonia, dove effettivamente c’è un’economia che dipende quasi totalmente dall’uso del carbone).

BRUXELLES, 10-11 dicembre 2020 – Hanno negoziato tutta la notte, non sono nemmeno rientrati in albergo ma alla fine i capi di Stato e di governo dell’Unione sono riusciti a trovare l’ACCORDO sul GREEN DEAL: l’EUROPA aumenta le sue ambizioni nella strada verso la neutralità climatica e PORTA DAL 40 AL 55 PER CENTO LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030. Una tappa fondamentale per arrivare al TAGLIO TOTALE ENTRO IL 2050. A BLOCCARE LA DECISIONE, per tutta la notte e nei mesi precedenti allo storico accordo, la POLONIA, LA CUI ECONOMIA DIPENDE MASSICCIAMENTE DAL CARBONE.(….) Intorno all’una di notte, hanno affrontato il Green deal. L’accordo è arrivato solo alle 8.30 della mattina dell’11 dicembre. TAGLIO DEL 55% DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030, DEL 100% ENTRO IL 2050. (Alberto d’Argenio, da “la Repubblica” del 11/12/2020) (foto da Il Sole 24ore)

   Pertanto al nostro pessimismo cosmico rilevato dal Censis, cerchiamo di inserire tasselli di cambiamento positivo, sperando che perlomeno riducano la fase psicologica di massa (e personale) negativa. Lo sappiamo, tentativo difficile e assai parziale. Però elementi di sviluppo nuovo, di apertura di una nuova era non sono cose trascurabili per la speranza dei popoli (e degli individui presi uno ad uno: sempreché porti ricchezza e benessere) (noi ci crediamo). (s.m.)

Ursula Von der Leyen e Angela Merkel al Summit di Bruxelles del 10 e 11 dicembre 2020 (foto da http://www.laregione.ch/)

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RAPPORTO CENSIS: ITALIANI SPAVENTATI E PIÙ “CATTIVI”. SPARITI 500MILA POSTI DI LAVORO

di Valeria Arnaldi, da IL MESSAGGERO del 4/12/2020

   «Una ruota quadrata che non gira». È l’immagine cupa di un sistema che «avanza a fatica» quella che emerge dal  54esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. La pandemia ha fatto crescere la paura, diminuire la fiducia nel domani e ci ha reso più poveri. Forse pure emotivamente. Dati alla mano, a comporsi è il ritratto di un’Italia in difficoltà, certo, e spaventata, ma anche più “cattiva”. Gli italiani hanno accettato di rinunciare a parte dei propri diritti civili – «meglio sudditi che morti», la filosofia evidenziata dal Rapporto – ma hanno chiesto pene decisamente più severe per i comportamenti scorretti.

INASPRIMENTO DELLE PENE

Il 38,5% dei connazionali si è rivelato pronto, in nome di un maggiore benessere economico, ad accettare limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. È stata una percentuale decisamente superiore però a chiedere di inasprire le pene.

   Il 77,1% le ha chieste più severe per chi non indossa le mascherine di protezione, non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento. Per 76,9%, è giusto che quanti nell’emergenza hanno sbagliato, tra politici, dirigenti sanitari e via dicendo, paghi per quegli errori.

   Più della metà degli italiani – il 56,6% – chiede il carcere per i contagiati che non rispettano in modo rigoroso le regole della quarantena. Il 31,2% vuole addirittura che quanti hanno adottato comportamenti irresponsabili e per questo si sono ammalati, non vengano curati o comunque lo siano dopo gli altri.   L’“ordine” di cura diventa questione di dibattito. E di scontro, anche tra generazioni. Secondo il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani siano assistiti soltanto dopo di loro.

PENA DI MORTE

Il desiderio di misure rigorose muta lo sguardo sul mondo. E sull’Altro. Il 43,7% degli italiani è favorevole all’introduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. E la percentuale sale addirittura al 44,7% tra i giovani.

IL POSTO FISSO

È la paura a dettare le nuove regole sociali. L’epidemia intimorisce, ma lo fa anche, in generale, il domani. Cosa ci sarà “dopo” spaventa tanti. Il sentimento dominante, per il 73,4% degli italiani, è proprio la paura dell’ignoto. Economia e occupazione sono temi – e interrogativi – portanti. Anche qui, a dare la misura del momento sono i numeri.

   La società italiana, per l’85,8%, si è rivelata spaccata in due, tra “garantiti” – al primo posto, 3,2 milioni di dipendenti pubblici, poi 16 milioni di percettori di pensione – e “non garantiti”, tra chi ha il posto fisso e dunque la certezza del futuro e chi, invece, non ce l’ha. E attenzione, il capitolo dei non garantiti e dei vulnerabili è decisamente ampio e articolato.

   Lo spettro della disoccuparne aleggia sul settore privato. Il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese – il 28,6% nelle grandi aziende – vive con insicurezza il proprio lavoro. Tra i più “vulnerabili”, dipendenti del settore privato a tempo determinato e partite Iva. Pressoché scomparsi i lavoratori in nero, sono emerse invece nuove – inaspettate – figure “deboli”: commercianti, artigiani, professionisti rimasti senza incassi e fatturati.

   È appena il 23% dei lavoratori autonomi ad aver percepito i medesimi redditi del periodo pre-Covid. E quest’ultimo capitolo incide anche, in modo evidente, sulla percezione del domani. Solo il 13% ritiene che sia ancora un’opportunità avviare un’attività o uno studio professionale in Italia, Paese dell’autoimprenditorialità. Per quasi il 40% farlo oggi è un azzardo.

BONUS

L’ansia per il futuro muta pure lo sguardo sulla bonus economy – sono in media duemila a testa gli euro dati a un quarto della popolazione – valutata molto positivamente dall’83,9% dei giovani, ben più del 65,7% degli anziani, che la guardano con maggior timore come meccanismo che può generare dipendenza (25,1%) e rischia di mandare fuori controllo il debito pubblico (18,1%). Al di là di tutto, solo per il 17,6% dei titolari di impresa le misure di sostegno saranno sufficienti a contrastare le conseguenze economiche dell’emergenza.

LIQUIDITÀ

Non stupisce che, nel pieno della pandemia, nel secondo trimestre, il Pil sia franato del 18% in termini reali rispetto all’anno scorso. Sono calati i consumi delle famiglie (-19,2%), gli investimenti (-22,9%), l’export (-31,5%). La liquidità delle famiglie a giugno 2020 è aumentata del 3,9% rispetto a dicembre 2019. Crollate le risorse dedicate ad azioni, obbligazioni, fondi comuni. La corsa alla liquidità nasce da un timore diffuso e concreto. Il 75,4% giudica insufficienti o tardivi gli aiuti dello Stato. Dunque, si cerca “riparo” in un aumento di liquidi.

OCCUPAZIONE

Preoccupano i risparmi e lo fa anche il lavoro. I più colpiti sono giovani e donne: 457mila i posti di lavoro persi nel terzo trimestre rispetto allo scorso anno. Sono 654mila i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato rimasti senza impiego.

   Le donne sono le più svantaggiate. Il tasso di occupazione maschile, nel secondo trimestre, era del 66,6%, con un divario di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Nella fascia 15-34 anni solo 32 donne su 100 sono occupate o in cerca di una occupazione, in quella 25-49 anni il tasso di occupazione è del 71,9% tra quelle senza figli e del 53,4% tra quelle con figli in età pre-scolare.

   Colpite anche le libere professioni: poco meno di 4 milioni di lavoratori indipendenti ha avuto accesso all’indennità di 600 euro. E tre quarti di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e figure impegnate nelle attività agricole ha avuto una compensazione della perdita di reddito nel corso dell’emergenza.

   Nelle libere professioni e tra gli iscritti alla gestione separata Inps – circa 2,5 milioni in totale – un milione è stato beneficiario dell’indennità di 600 euro. Ossia, il 38% degli iscritti alle Casse e il 42% degli iscritti alla gestione separata Inps. Il 90,2% degli italiani ritiene che emergenza e lockdown abbiano danneggiato maggiormente i più vulnerabili e ampliato le disuguaglianze sociali. A percepire un reddito superiore ai 300mila euro l’anno è appena lo 0,1% dei dichiaranti. Ad avere più di un milione di dollari (circa 840mila euro) è il 3% degli italiani adulti, che possiede il 34% della ricchezza del Paese.

NATALE

Inevitabile che tali sentimenti influiscano sulla percezione delle feste. Il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali, il 59,6% per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste.

NUOVE ABITUDINI

Mutano intanto le abitudini. E le priorità. Dopo anni di tagli alla spesa pubblica, nuove risorse – e quindi opportunità – interessano il sistema sanitario. Problematica la questione scuola. Appena l’11,2% dei dirigenti scolastici intervistati dice di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti. Nel 18% degli istituti ad aprile mancava più del 10% degli studenti. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti con bisogni educativi speciali.

   Difficoltà anche per gli studenti non italiani, specie le prime generazioni, e per gli alunni con disabilità o con disturbi dell’apprendimento. È aumentato l’uso della Rete: quasi 43 milioni di persone maggiorenni sono rimaste in contatto con amici e parenti grazie ai sistemi di videochiamata che utilizzano internet. Il digitale però, a lungo andare, ha stancato un quarto della popolazione, giovani inclusi. Cambia anche il modo di guardare alle vacanze, con il ritorno di seconde case e turismo di prossimità. Secondo una indagine del Censis, il 24% degli italiani ha almeno un’altra abitazione in un Comune diverso da quello di residenza. Le famiglie sono circa il 18%: il 34% dichiara di averne fatto un uso maggiore che nel passato.

E DOMANI?

Il sentimento generale è di sfiducia. Solo il 28% degli italiani nutre fiducia nelle istituzioni comunitarie. La media Ue è del 43%. Il 58% è insoddisfatto delle misure adottate a livello comunitario per contrastare la crisi del Covid-19. La media europea è del 44%.

   Ed è addirittura il 44,8% degli italiani ad essere convinto che non andrà tutto bene, anzi, usciremo dalla pandemia peggiori di prima. Soltanto il 20,5% pensa che l’esperienza ci renderà migliori. (Valeria Arnaldi)

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CENSIS, LA PANDEMIA SOCIALE NELL’ANNO DEL CORONAVIRUS

di Roberto Ciccarelli, da IL MANIFESTO, 5/12/2020

– 54esimo Rapporto Censis: “Se da un lato, da marzo a settembre 2020 «ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza (+22,8%)», dall’altro 1.496.000 individui (il 3% degli adulti) hanno una ricchezza che supera il milione di dollari (circa 840.000 euro): di questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia-. Cinque milioni di lavoratori precari si sono inabissati senza fare rumore”. –

   Prima il lockdown generalizzato, poi le quarantene intermittenti nelle – regioni colorate di rosso, arancione o giallo per contenere la diffusione del Covid. In nove mesi sono aumentate le diseguaglianza sociali. Ne è convinto oltre il 90% del campione degli intervistati scelti quest’anno dal CENSIS che il 4 dicembre ha presentato a Roma il suo 54esimo rapporto.

   In un paese dove la stragrande maggioranza delle forze politiche in parlamento considera una follia tassare i grandi patrimoni con un modesto «contributo di solidarietà» ci sono appena 40.949 persone che dichiarano un reddito oltre i 300 mila euro annui, con una media di 606.210 euro pro capite. Sono lo 0,1% del totale dei dichiaranti, un milione e 496 mila persone in possesso di una ricchezza che supera 840 mila euro, 40 sono miliardari e sono aumentati in numero e patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia. Il 3% degli italiani adulti possiede il 34% della ricchezza. Questo divario tra ricchi e poveri sta aumentando velocemente.

NELLA CLASSE MEDIA, una categoria composita definita dal sociologo americano Wright Mills «un’insalata mista di occupazioni» tra partite Iva imprenditoriali e lavoratori (artigiani, piccoli e medi imprenditori) professionisti e precari solo il 23% ha continuato a percepire gli stessi redditi familiari del 2019. Già da tempo si registrano forti segnali di proletarizzazione in questa fascia sociale, il Covid ha trasformato la sua parte più esposta in «vulnerabili inattesi» senza incassi né fatturati.

   Nel ceto medio c’è poi l’altra parte del cielo: il lavoro dipendente. Nel privato è stato per il momento evitato uno tsunami occupazionale nel lavoro subordinato. La disoccupazione «non è un evento remoto», osserva il Censis. È stato rimandato, per ora, dopo il 21 marzo 2021 quando terminerà il divieto di licenziamento. In questa sospensione «il rapporto distingue i più vulnerabili», i dipendenti del settore privato a tempo determinato nelle piccole imprese e le partite Iva, dagli addetti delle grandi imprese. Ma i primi effetti della crisi si sono visti sui precari con i contratti a termine: da marzo a oggi non sono stati rinnovati quasi quattrocentomila.

SI AVVERTE FORTISSIMA in questi giorni la tentazione di contrapporre i garantiti ai non garantiti. Invece di pretendere subito una tutela sociale universale per chi non ha un lavoro salariato si attaccano i 3,2 milioni di dipendenti pubblici che hanno un reddito e non corrono rischi.

   Un riflesso ideologico corale di altre epoche scattato dopo l’annuncio dello sciopero dei sindacati nella pubblica amministrazione il 9 dicembre. L’idea è che non si rivendicano diritti nell’emergenza. Il problema è invece l’opposto: perché oggi in questa crisi non li rivendicano tutti gli altri.

   Il Censis ricorda, opportunamente, che sono oltre 10 milioni i lavoratori dipendenti, compresi quelli della pubblica amministrazione che attendono il rinnovo del contratto collettivo nazionale. A dicembre ce ne saranno altri 400 mila. L’85,2% dei dipendenti attende l’adeguamento. La crisi del 2008 l’hanno già pagata: blocco degli scatti, allungamento dell’età pensionabile, precarizzazione. Oggi i precari della P.A. sono almeno 370 mila.

NELLA SOCIETA’ PANDEMICA in basso ci sono 5 milioni di precari: gli «scomparsi senza fare rumore» nei «lavoretti», nei servizi e nel lavoro nero. Il «congelamento» dell’economia ha portato nel secondo trimestre del 2020 a 841 mila occupati in meno e a 1.424.000 che non cercano più lavoro, il 60% dei quali sono donne. Allora chi può risparmia, non spende e si prepara a un futuro peggiore.

   E poi c’è chi non ha nulla da mettere da parte: il 17% della popolazione, in maggioranza giovani, non può affrontare spese improvvise.

«BONUS ECONOMY»: così il Censis ha definito la politica dei «ristori» del governo con i sussidi temporanei a fondo perduto. A ottobre sono stati coinvolti 14 milioni di persone per 26 miliardi di euro. Il rapporto li definisce «ad personam». Lo sarebbero se fossero individuati nella prospettiva di una lunga crisi e di un ripensamento della cittadinanza attiva.

   Il Censis critica, senza fare troppe distinzioni, «la pioggia di bonus di ogni genere» e l’inadeguatezza dei «ristori» e i loro ritardi. In realtà situazioni simili esistono anche in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, e non andrebbero confusi gli aiuti insufficienti alle imprese con le tutele che andrebbero garantite alle persone. A queste ultime andrebbero assicurate in maniera incondizionata, come nei fatti è diventato il «reddito di cittadinanza», ma esteso in maniera strutturale com’è stato fatto per le casse integrazioni dove però i lavoratori perdono il loro reddito. Per evitare di buttare soldi dalla finestra si cerca una forza politica capace di trasformare il Welfare e finanziarlo con una riforma fiscale progressiva.

   NON È in questo senso che sembra avviata la «classe dirigente» che «pensa all’oggi» e non a un «progetto collettivo» osserva il segretario Censis Giorgio De Rita. Questo «presentismo» non riguarda solo i «dirigenti», ma i «diretti». La mancanza di prospettive oggi può portare alla rinuncia della solidarietà, a pensare, dice il Censis, «meglio sudditi che morti» e alla paura che spinge a chiedere pene esemplari per chi non porta le mascherine. Domani tutto questo può portare alla rinuncia della libertà sociale di tutti. (Roberto Ciccarelli)

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TUTTO IL RAPPORTO CENSIS (presentato il 4/12/2020):

Rapporto Annuale | CENSIS

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L’era delle rinnovabili e l’avanzata della Cina

LA TERZA RIVOLUZIONE ENERGETICA CHE STA CAMBIANDO IL MONDO

di Valeria Termini, dal quotidiano “DOMANI” del 9/12/2020

https://www.editorialedomani.it/

– Quella che pubblichiamo in questa pagina è l’INTRODUZIONE del libro “ENERGIA. LA GRANDE TRASFORMAZIONE”, edito da Laterza e scritto dalla economista VALERIA TERMINI, docente di Economia politica all’Università di Roma 3, già commissario dell’Autorità per energia reti e ambiente e vicepresidente del Council of European Energy Regulators –

   Per la terza volta nella storia una rivoluzione energetica cambia il mondo. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo.

   La prima grande trasformazione energetica risale al carbone, che avviò la rivoluzione industriale in Inghilterra; poi fu la volta del petrolio grazie al quale si annullarono le distanze geografiche con la rivoluzione nei trasporti, mentre i prodotti della nuova industria petrolchimica entravano nelle case e nell’industria, introducendo la plastica, fertilizzanti agricoli, nuovi medicinali e persino nuovi alimenti.

Dopo il carbone

Ogni volta che il nucleo centrale dei paesi del sistema capitalistico ha dovuto affrontare una vulnerabilità dalle fonti energetiche ritenuta troppo destabilizzante, si è avuta una trasformazione inarrestabile, più o meno governata dalle potenze egemoni del periodo. L’era del carbone si esaurì all’inizio del Novecento con l’innovazione tecnologica che permise di superare la conflittualità e gli scioperi dei minatori e dei portuali; nel nuovo millennio si è avviata la fine dell’era del petrolio con l’inasprirsi della forza negoziale dei paesi produttori.

   Oggi sono le nuove fonti rinnovabili, inesauribili e disponibili localmente – sole, vento, maree, geotermia, biomasse – a cambiare il quadro: insieme alle innovazioni nel dominio digitale e all’uso di nuovi materiali generano una discontinuità con il passato. Promettono un mondo migliore, più democratico e pulito: prospettano un freno al riscaldamento del pianeta, intossicato dai combustibili fossili dopo la rivoluzione industriale e oggi dallo sviluppo industriale dei paesi emergenti; disegnano scenari più democratici, grazie alla produzione autonoma di elettricità “pulita” che rende partecipi e responsabili i cittadini dei paesi avanzati, produttori diretti dell’elettricità che consumano con pannelli solari e pale eoliche; fanno intravvedere nuovi servizi grazie alla tecnologia digitale, che consente di costruire reti elettriche intelligenti e di fornire piattaforme pubbliche in “eco-città”, a beneficio dei cittadini e dell’ambiente.

   E soprattutto lasciano intravvedere la possibilità di accesso all’energia elettrica alle popolazioni di metà del pianeta che ancora oggi ne sono prive. In Africa, ma anche in molte regioni dell’Asia e dell’America Latina, l’accesso all’elettricità è reso possibile attraverso piccoli impianti di generazione elettrica attivati e gestiti dalle comunità locali con l’utilizzo di fonti naturali inesauribili, offrendo così le premesse indispensabili per uno sviluppo locale autonomo.

   Le nuove fonti prefigurano un cambiamento profondo negli equilibri geopolitici, dopo il secolo del petrolio e i disastri provocati alle popolazioni locali per il controllo delle risorse da un occidente dipendente dal petrolio per la crescita, spesso colluso e altre volte in conflitto con gli autocrati degli stati produttori di petrolio.

   La trasformazione energetica entra nella grande competizione del XXI secolo tra Stati Uniti e Cina per conservare gli uni e conquistare l’altra una posizione di egemonia negli equilibri globali.

Perché avanza la Cina

La tesi avanzata nel mio libro ENERGIA (Laterza) è che la trasformazione energetica rafforza la Cina, che ha acquisito una posizione preminente nell’intera filiera delle fonti rinnovabili, dal controllo delle risorse naturali – le cosiddette “terre rare” – alla frontiera tecnologica per la produzione delle componenti industriali di energia solare e eolica.

   Ma le “terre rare” portano un’ombra seria sulle promesse della trasformazione energetica che non è affatto priva di contraddizioni e forze contrastanti e non ha certo le caratteristiche di un processo positivo lineare. Dalla grande trasformazione derivano luci e ombre, non solo le promesse di un mondo migliore.

   Le dinamiche che si attivano investono tutti i campi dell’economia, della politica, dell’ambiente, della scienza, dell’immaginario collettivo, di comunità che iniziano a percepire l’urgenza del cambiamento e sono impreparate a governarlo.

   È vero, il riscaldamento del pianeta trarrà grande giovamento dalle nuove “fonti pulite” per la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio (Co2) nell’atmosfera; ma l’uso su larga scala di minerali pesanti – cobalto, litio, nichel – necessari per la conservazione dell’energia, per le batterie del trasporto elettrico e degli strumenti digitali nella nuova filiera introduce nuovi rischi, in primo luogo ambientali, anche per lo smaltimento dei materiali.

   In secondo luogo rischia di ricostituire le condizioni di oligopolio globale conosciute col petrolio, con altri protagonisti e risorse naturali diverse. Ne hanno il controllo la Cina e pochi paesi africani.

   Un altro rischio è che l’energia attivi un ritorno in miniera per l’estrazione dei minerali pesanti necessari; che si crei cioè una sorta di “ciclo minerario” riportando i lavoratori alle condizioni insopportabili, che conosciamo oggi nelle fotografie di Salgado e nelle descrizioni crude di Emile Zola, vissute dai minatori inglesi del XIX secolo. L’allarme arriva dalle recenti indagini delle Nazioni unite e dalle ingiunzioni imposte a grandi aziende come Tesla e Apple, coinvolte nel drammatico sfruttamento in miniera del lavoro non protetto di bambini locali.

Le fragilità dell’Europa

La grande trasformazione energetica è inarrestabile, ma il suo percorso è accidentato. Le forze contrastanti sono potenti. L’Europa butta il cuore oltre l’ostacolo, sostenendo il nuovo modello fondato sul gas, il meno inquinante degli idrocarburi, e sulle nuove fonti rinnovabili. Ancora una volta tuttavia l’Unione europea deve fare i conti con le difficoltà di una governance incompiuta, che enfatizza le differenze tra i paesi membri, complica l’attuazione di politiche industriali condivise e rende difficile l’assunzione di un ruolo centrale nei cambiamenti in corso.

   È una responsabilità storica che l’Unione europea è chiamata ad assumere nel quadro geopolitico che si va delineando, a partire dalla centralità del Mediterraneo, nuovo crocevia dei trasporti di gas e snodo delle Vie della Seta.

   Ma la pandemia ha impresso una svolta, un cambio di passo agli indirizzi europei verso una crescita sostenibile. L’European Green Deal aveva coagulato il sostegno di forze politiche dei paesi membri lontane tra loro intorno a un programma di decarbonizzazione e crescita comune (dicembre 2019). Intorno a esso si sono costruiti i piani per affrontare l’emergenza sanitaria ed economica del Covid-19, stanziando ingenti fondi per i quali sono prevalsi un indirizzo solidaristico e una visione di lungo periodo.

   Nell’emergenza, l’Europa torna ad essere un laboratorio politico, ha riattivato dinamiche intorno ai valori sui quali è stata costruita, fondandoli su una nuova concezione dell’economia. La realizzazione dipenderà dal concreto agire dei paesi membri, tra i quali l’Italia, che può e deve svolgere un ruolo, poiché in quella direzione sono i suoi punti forti e le nicchie di eccellenza.

   Le forze che contrastano il cambiamento sono state rappresentate da Donald Trump e dalle sue politiche a sostegno del carbone e dei combustibili fossili, che non hanno avuto successo nelle strategie interne del paese, ma provocano danni seri per l’incertezza politica ed economica che mettono in rete.

   Nonostante la resistenza delle forze contrastanti, i tempi della trasformazione energetica potranno essere molto più rapidi di quanto atteso, come insegna la storia e l’impatto globale delle precedenti rivoluzioni energetiche. Chi non studia la storia è destinato a ripeterne gli errori, ammonisce lo storico Graham Allison.

   Numerosi indizi permettono di cogliere l’irreversibilità dei processi, si vedono nella filiera del gas e nel consumarsi del binomio dollaro e petrolio.

Dopo il petrolio

Tra le incertezze del percorso avviato sono le turbolenze che i paesi produttori di petrolio incontreranno con la riduzione della rendita del petrolio. Gli esiti politici ed economici entrano in un quadro estremamente complesso, che coinvolge le radici culturali, religiose e la storia dei singoli stati, in particolare nella regione del Golfo. I tempi potranno essere rapidi, 20 o 30 anni al massimo, poiché si accompagnano alla rapidità della trasformazione economica della Cina, nuovo protagonista della scena economica e energetica mondiale. (Valeria Termini)

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METTIAMO IL MARE NEL RECOVERY PLAN

di Elisa Anna Fano, Simonetta Fraschetti, Antonio Pusceddu, dal quotidiano “DOMANI”, 1/12/2020, https://www.editorialedomani.it/

– La battagliera pastorale ecologista del primo cardinale afroamericano – Il governo colga l’occasione per lanciare un New Blue Deal –

   Il decennio 2021-2030 è stato dedicato dalle Nazioni unite alla «Scienza degli oceani per uno sviluppo sostenibile». I mari offrono la chiave per il futuro sostenibile del pianeta da molti punti di vista.

   Con una popolazione umana in continua e rapida ascesa, da 7,8 miliardi di oggi a oltre 9,7 miliardi di persone previste nel 2050, la richiesta di materie prime, energia e cibo diventerà una priorità globale.

   Il mare è una delle principali risorse di queste componenti. La pesca e l’acquacoltura forniscono circa il 30 per cento delle proteine che consumiamo annualmente e quasi un miliardo di persone dipendono unicamente dal mare.

   In futuro buona parte dell’umanità potrà essere sfamata grazie a specie marine, come le alghe. La richiesta di questa risorsa aumenterà significativamente nei prossimi anni, ma i cambiamenti climatici globali stanno mettendo a rischio queste previsioni. La pesca in Atlantico e in altri mari, infatti, potrebbe crollare per il 50 per cento nei prossimi 30 anni.

   Per tali ragioni, l’Onu ha riconosciuto come prioritario tra i target dell’agenda 2030 l’obiettivo di «conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile». Il Mediterraneo continua a essere svuotato delle sue risorse e ha già perso il 90 per cento dei grandi pesci predatori. La pesca sta riducendo sempre di più la taglia dei pesci, fino a impedire loro di raggiungere la taglia minima per la riproduzione.

   La pesca industriale si muove a livello planetario, questa pesca non ha nulla a che vedere con la pesca artigianale dei nostri avi, fatta con piccoli attrezzi e reti da posta, che in passato raccoglieva quantità modeste di pesci e frutti di mare. Il mare è anche fonte di materie prime e tutti i grandi paesi si stanno attrezzando per l’utilizzo di materie prime in acque internazionali.

   L’Italia non prende decisioni in proposito.

Il futuro energetico

Anche il futuro energetico del paese passa dal mare, gli impianti eolici al largo possono portare il nostro paese a raggiungere gli obiettivi di risorse energetiche rinnovabili nei prossimi dieci anni. Ma richiedono studi e ricerche per essere effettuati in modo tale da non determinare impatti sull’ambiente. L’ampio sviluppo delle nostre coste fa sì che una grande parte del Mediterraneo è nelle acque territoriali italiane.

   Il nostro paese ha una ricchezza straordinaria di habitat, risorse e bellezza sottomarina, che unitamente alla qualità e balneabilità delle acque rappresentano una formidabile attrattiva per il turismo blu che potrebbe essere la chiave per la crescita sostenibile del mezzogiorno.

   Quasi il 4 per cento del Pil italiano è legato al mare. Questo valore, se adeguatamente sostenuto, potrebbe raddoppiare in pochi anni con un conseguente effetto benefico per l’occupazione. Per contribuire a questi importanti obiettivi di sviluppo sostenibile blu è indispensabile il supporto della ricerca pubblica. Tutti i paesi che hanno importante sviluppo di coste hanno un unico centro di ricerche sul mare e/o un’unica struttura di gestione delle infrastrutture marine. La frammentazione italiana invece determina duplicazione delle piccole infrastrutture e strumentazioni.

   Tutto questo porta alla mancanza di una visione comune per una strategia nazionale sulla ricerca marina che sia in grado di supportare la crescita del paese. Per svolgere ricerche internazionali servono grandi navi e tecnologie avanzate. L’Italia possiede una sola grande nave da ricerca. Costruire una nave da ricerca italiana è un’occasione importante anche per valorizzare la nostra industria cantieristica che vanta capacità senza pari al mondo.

   L’Italia non potrà cogliere le occasioni offerte dai propri mari, rimanendo ai margini della competizione internazionale. Non possiamo lasciare ad altri paesi la leadership in Mediterraneo o altrove, nella identificazione delle strategie marine per il futuro degli oceani. Dobbiamo invece cogliere l’occasione di mostrare un percorso italiano per la crescita ecologicamente sostenibile dell’economia del mare.

   L’occasione offerta dal Recovery plan è unica e potrebbe permettere all’Italia di tornare a essere competitiva ai massimi livelli mondiali. (Elisa Anna Fano, presidente della Società Italiana di Ecologia, Simonetta Fraschetti, presidente European Marine Biology Symposium, Antonio Pusceddu, già presidente della Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia e Vice-Presidente della Società Italiana di Ecologia)

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SALVIAMO LA MADRE TERRA DALL’ONDA DI CEMENTO

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 5/12/2020

   Il 5 dicembre, è stata la giornata mondiale del suolo. Istituita ufficialmente dalla Fao nel 2014, questa celebrazione è legata all’urgente necessità di sensibilizzare il grande pubblico (e non solo) alla cruciale tematica della salvaguardia del suolo, bene comune non tutelato e sempre più depredato dall’azione dell’uomo.
Nel 1943, in uno dei suoi racconti più celebri, Antoine de Saint-Exupéry ci ha insegnato che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Ebbene, si dà il caso che quando si parla di suolo sia proprio così. L’infinita biodiversità che vive nel terreno, di cui l’uomo conosce solo l’1% e che è humus indispensabile per il funzionamento corretto del nostro ecosistema, non è visibile dall’occhio umano.

   Un occhio già di per sé miope, che non è più capace di osservare con attenzione nemmeno ciò che è evidente, figuriamoci di capire l’importanza di quello che è impercettibile! Nel momento storico che stiamo vivendo, però, è doveroso fare uno sforzo e liberarci dalla cecità che ci sta, nemmeno tanto lentamente, portando verso il baratro. È fondamentale e indispensabile, per l’esistenza della nostra stessa specie, rendere visibile l’invisibile e tornare a ciò che è essenziale: a capire che non c’è futuro senza un suolo vivo, e non c’è vita sulla (e nella) Terra senza biodiversità.
C’è da dire però, che dopo anni in cui ripetutamente, a mo’ di mantra, mi sono trovato a denunciare il crimine irreversibile del consumo di suolo, qualcosa finalmente si sta muovendo. Almeno a livello europeo, l’attenzione su questi temi è in crescita e sono contento di vedere che la stessa Fao ha quest’anno dedicato più giornate alla riflessione su questo argomento, presentando tra le altre cose il primissimo rapporto sulla biodiversità del suolo. Piccoli passi, ma importanti per il raggiungimento di quella “sostenibilità” a cui tutti aneliamo e di cui molti si riempiono la bocca.
L’uso invasivo del termine “sostenibile” è difatti una delle questioni da scardinare per rendere la transizione ecologica davvero possibile. Intendiamoci, non vi è dubbio che la sostenibilità sia un valore in assoluto. Ma, in questo momento storico, mi sembra più opportuno parlare di “rigenerazione”, soprattutto per il suolo.
Rigenerare, infatti, significa cambiare paradigma: passare da una logica estrattiva – in agricoltura ma in generale nel sistema produttivo – ad una partecipativa.
È arrivato il momento di partecipare, di essere corresponsabili del benessere di ciò che ci circonda; anche e soprattutto di quello della Terra.
Questa battaglia infatti non riguarda solo i contadini, né solo i politici, né tantomeno solo gli scienziati che hanno a cuore la difesa del suolo. È una battaglia che riguarda tutti! Nessuno si deve, né si può tirare indietro. Per questo, il lavoro che bisognerà fare in questi anni sarà quello di creare alleanze: una questione che non è solo di metodo, ma di sostanza.

   È tempo di far dialogare la scienza, alleata indispensabile in questo cammino, con i saperi tradizionali, spesso custoditi da produttori di piccola e media entità. Di far parlare la sfera produttiva con quella dei cittadini consumatori. Cosicché anche questi ultimi possano supportare, con i loro acquisti, processi virtuosi a livello agricolo. Se non sfruttiamo questa straordinaria occasione e non creiamo un legame tra scienza, piccola produzione e cittadini, la battaglia del suolo è già largamente persa.
Se è vero, infatti, che la Terra è nostra madre, noi tutti di conseguenza abbiamo un compito di fratellanza universale che non può non tenere conto dello stretto legame che c’è tra gli uni e gli altri. Per troppo tempo abbiamo lasciato la salute del suolo nelle mani di logiche speculative, di puro ed esclusivo business.
È arrivato il tempo di pensare al suolo come una risorsa vitale e non infinita, in cui tutti noi ci identifichiamo.
Ecco allora che il termine rigenerare prende coscienza: c’è rigenerazione, infatti, solo se ci si muove tutti insieme nella stessa direzione. (Carlo Petrini)

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Dal SDSN (Sustainable Development Solutions Network) Mediterranean sei hub per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Onu

IL RUOLO CARDINE DELL’ITALIA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE NEL MEDITERRANEO

di Riccardo Maria Pulselli e Angelo Riccaboni, 9/12/2020, da https://www.greenreport.it/

– Attorno al Mare Nostrum cresce la diseguaglianza, mentre la crisi climatica rischia di compromettere la disponibilità di acqua e condizionare l’agricoltura –

   Non è mai scontato immaginare l’area del Mediterraneo come un’unica entità geografica; al contrario, il Mediterraneo è un complicato scenario di diversità biologiche e culturali e sede di controversi e delicati equilibri geopolitici. Tuttavia appare evidente come i problemi ambientali e sociali della contemporaneità richiedano visioni sempre più condivise attraverso una stretta cooperazione internazionale che dovrà essere rafforzata e consolidata con particolare impegno in questa regione.

   SDSN Mediterranean è un nodo del Sustainable Development Solutions Network, la rete mondiale di centri di ricerca e istituti scientifici che, per conto delle Nazioni Unite, promuove l’attuazione degli obiettivi dell’Agenda 2030: la sede di coordinamento per l’area mediterranea è ospitata dal Santa Chiara Lab dell’Università di Siena. La missione del team di ricercatori di Siena è promuovere azioni concrete per lo sviluppo sostenibile in tutta la regione mediterranea e monitorare lo stato di avanzamento verso il raggiungimento degli obiettivi; si tratta di un ruolo strategico per orientare lo sviluppo sia nei paesi europei che in quelli nord africani e mediorientali e un’opportunità per sostenere la centralità dell’Italia nel rafforzare le relazioni e immaginare nuovi scenari futuri.

   Tra le azioni primarie di questo ambizioso progetto, il report “Sustainable Development in the Mediterranean – Transformations to achieve the Sustainable Development Goals”, presentato nei giorni scorsi, ha mostrato le principali criticità di 24 paesi dell’area mediterranea rispetto all’attuazione degli SDGs.

   Per citare le più eclatanti, nel Mediterraneo, sono in aumento FENOMENI DI DISEGUAGLIANZA SOCIALE (circa 50 milioni di persone vivono al di sotto di una soglia minima di reddito) E DI GENERE, con una limitata inclusione delle donne nella forza lavoro (51% di donne e ragazze), nelle attività politiche (26%) e nei ruoli dirigenziali delle aziende (meno del 5% top manager). Inoltre, circa il 26% della popolazione è in condizione di OBESITÀ (quasi 95 milioni di persone) e sono diffuse ABITUDINI ALIMENTARI NON CORRETTE con effetti sulla salute e impatti sul sistema sanitario dei paesi.

   Considerando che OLTRE IL 70% DELLA POPOLAZIONE MEDITERRANEA VIVE IN CITTÀ, la qualità dell’aria e l’esposizione frequente all’inquinamento contribuiscono ad aggravare la pressione sul sistema sanitario. Nonostante una progressiva conversione al biologico, l’agricoltura è praticata con procedure spesso intensive che impiegano fertilizzanti chimici e provocano un eccessivo rilascio di nutrienti. I cambiamenti climatici rischiano di compromettere ulteriormente la disponibilità di acqua, limitare l’accesso a servizi sanitari e acqua potabile e condizionare l’agricoltura, specialmente nei paesi della costa sud-est, già in condizioni di povertà di risorse idriche.

   Meno della metà dell’acqua utilizzata riceve un trattamento adeguato prima di essere rilasciata nell’ambiente. La pesca adotta tecniche non sostenibili che compromettono la rigenerazione della fauna ittica. Aree protette, sia marine che terrestri, dovranno essere ampliate e rafforzate in tutto il bacino.

   Prendendo atto di questo quadro generale e di fronte alla necessità urgente di un’azione coordinata e immediata, il report propone una roadmap per orientare politiche condivise verso uno sviluppo più equo e sostenibile. Sulla base delle criticità evidenziate, il team di esperti ha identificato le principali sfide da affrontare.

   Per ognuna delle sfide, il report espone una set di azioni che potranno essere attuate da governi e amministrazioni pubbliche, imprese e altri stakehoders. In altre parole, oltre ad avere una funzione informativa, il report svolge una funzione di indirizzo, individuando una metodologia che parte dagli indicatori, seleziona possibili soluzioni e ritorna agli indicatori per verificare l’efficacia delle azioni.

   Per rendere questo sistema concreto e operativo, il team di SDSN Mediterranean ha formato un cluster di 6 MediterraneanHubs (le sedi nazionali del network SDSN in Francia, Spagna, Italia, Grecia, Cipro, Turchia), ovvero enti di eccellenza per competenze tematiche che avranno una funzione di monitoraggio e orientamento nell’area mediterranea per l’attuazione degli SDGs.

   Nel merito, nel corso dell’evento di lancio del Report 2020, il prof. Jeffrey Sachs, direttore di UN SDSN, ha ribadito l’importanza strategica di questo programma operativo in sei trasformazioni: “Il coordinamento ad opera di SDSN Mediterranean dei sei centri nazionali incaricati di monitorare e promuovere sei trasformazioni tematiche è un’azione concreta per l’attuazione dell’Agenda 2030 e dei 17 Goal dello Sviluppo Sostenibile. Quello di cui abbiamo bisogno è una strategia per un cambiamento radicale di lungo periodo, ovvero che abbia un orizzonte temporale oltre i limiti del tipico turnover politico. Dobbiamo immaginare il futuro che vogliamo in una prospettiva di 10 o 30 anni. Non stiamo parlando di un’iniziativa di breve termine ma di un cambiamento di rotta che dovrà coinvolgere politici, imprese, accademici e cittadini indicando una direzione comune. Occorre creare una visione di dove vogliamo andare e poi avviare un processo condiviso da tutti, a partire dal come vogliamo procedere in quella direzione. Attraverso una visione olistica, la prospettiva è oggi più dilatata nel tempo e rivolta ad un cambiamento più profondo e non più solo apparente o superficiale”.

   Con l’identificazione dei sei hub, ai quali si aggiungeranno altri sei selezionati nei paesi della costa sud-est, il report potrà essere utilizzato come uno strumento di supporto alle decisioni, per focalizzare l’attenzione su specifiche problematiche, conoscere lo stato di fatto e pianificare azioni che abbiano effetti nel breve, medio e lungo periodo. Lo scopo comune è supportare l’attivazione di un reale processo di trasformazione e affrontare la più importante di tutte le sfide, ovvero promuovere e diffondere una radicale trasformazione culturale.

   Le parole di Papa Francesco pronunciate in occasione del suo incontro ad Assisi con giovani economisti di tutto il mondo lo scorso 21 novembre sono un’ulteriore conferma della strada intrapresa dalla rete di SDSN nel Mediterraneo: “Non possiamo permetterci di continuare a rimandare alcune questioni. Questo enorme e improrogabile compito richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica […]. Per molte delle difficoltà che ci assillano, non possediamo risposte adeguate e inclusive; anzi, risentiamo di una frammentazione nelle analisi e nelle diagnosi che finisce per bloccare ogni possibile soluzione. In fondo, ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante. Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze”.

   Ci auguriamo che gli sforzi profusi dalla rete degli hub mediterranei diano un contributo concreto in questa direzione. (Riccardo Maria Pulselli e Angelo Riccaboni)

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WWF: IL CLIMA DEVE ESSERE AL CENTRO DELL’AZIONE DELL’EUROPA

Le richieste ai leader dell’Ue che devono decidere l’obiettivo sui gas serra

da https://www.greenreport.it/, 9/12/2020

   I leader dell’Unione europea si sono riuniti 10 e 11 dicembre per discutere dell’aumento dell’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra  Ue per il 2030, che attualmente è «almeno del 40%» e il Wwf ricorda loro che «La scienza è chiara: solo una riduzione delle emissioni del 65% è in linea con la limitazione del riscaldamento globale a + 1,5° C. Tuttavia, la Commissione Ue ha proposto un obiettivo “netto” di riduzione delle emissioni del 55%. L’aggiunta di “netto” all’obiettivo significa che includerebbe l’assorbimento naturale del carbonio (foreste, terreni agricoli, ecc.) e renderebbe la riduzione effettiva delle emissioni più simile al 50-52%. Nel suo recente voto sulla legge climatica dell’Ue, il Parlamento Europeo è stato più coraggioso, sostenendo una riduzione delle emissioni del 60%».

   Secondo il Panda, «Questa è l’ultima possibilità per l’Ue di finalizzare il suo nuovo obiettivo prima della scadenza per la presentazione di un piano climatico aggiornato (“Contributo determinato a livello nazionale” o NDC) all’Onu, come concordato nell’accordo sul clima di Parigi del 2015. A livello globale, l’azione per il clima sta prendendo sempre più piede. Negli ultimi mesi e settimane, paesi come Cina, Giappone e Corea del Sud si sono impegnati per la neutralità climatica e molti, dal Cile al Ruanda alla Nuova Zelanda, hanno già presentato i loro NDC aggiornati. Più di recente, il Regno Unito si è impegnato a raggiungere un obiettivo di riduzione delle emissioni del 68% per il 2030. Con il rapido peggioramento degli impatti climatici in tutto il mondo, l’UE non deve indugiare».

   Il Wwf conferma il suo giudizio positivo sull’European Geen Deal perché «Mira a ricucire l’economia europea per un futuro sostenibile e neutro dal punto di vista climatico». Ma ritiene che ci sia bisogno di “una politica climatica, basata sulla scienza e socialmente equa, come forza motrice per arrivare a questo obiettivo. In termini pratici, questo significa che i leader dell’Ue questa settimana devono impegnarsi a raggiungere un obiettivo di riduzione delle emissioni davvero ambizioso – non un obiettivo ‘netto’ – e chiudere la porta ai finanziamenti Ue per i combustibili fossili, fornendo al contempo sostegno alle regioni per soluzioni rinnovabili”.

   Il Wwf chiede ai capi di Stato e di governo dell’Ue di «Dimostrare la propria leadership in materia di clima e sostenere una riduzione delle emissioni di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, in linea con le indicazioni della comunità scientifica per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C. Rifiutare l’idea di introdurre nell’NDC europeo il concetto di obiettivo “netto” di riduzione delle emissioni, cioè usare scappatoie e compensazioni. Sulla base della valutazione d’impatto della stessa Commissione Ue, la proposta di una riduzione netta del 55% significherebbe una riduzione delle emissioni reali di appena il 50,5% – 52,8%, a seconda del valore dato ai pozzi di assorbimento del carbonio Ue. Aggiungerebbe inoltre una notevole incertezza, facendo sì che l’UE e gli Stati membri si affidino a livelli di assorbimento altamente incerti che non possono essere considerati intercambiabili con le riduzioni delle emissioni e che devono essere affrontati separatamente; Evitare di dare alcun sostegno, per motivi di “neutralità tecnologica”, al gas fossile o al nucleare, nessuno dei quali ha nulla a che fare con l’urgente riduzione delle emissioni necessaria nel prossimo decennio».

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GREEN DEAL, LA UE TROVA L’ACCORDO: DAL 40 AL 55% LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030

di Alberto d’Argenio, da “la Repubblica” del 11/12/2020

– L’intesa raggiunta dopo una notte di trattative per superare il no della Polonia che ha una economia ancora fortemente legata al carbone –

Bruxelles – Hanno negoziato tutta la notte, non sono nemmeno rientrati in albergo per una doccia ma alla fine i capi di Stato e di governo dell’Unione sono riusciti a trovare l’accordo sul Green deal: l’Europa aumenta le sue ambizioni nella strada verso la neutralità climatica e porta dal 40 al 55 per cento la riduzione delle emissioni entro il 2030. Una tappa fondamentale per arrivare al taglio totale entro il 2050. A bloccare la decisione, per tutta la notte e nei mesi precedenti allo storico accordo, la Polonia, la cui economia dipende massicciamente dal carbone.

   I leader sapevano che il clima sarebbe stato il vero scoglio per chiudere con un successo i due giorni del vertice europeo iniziato ieri a Bruxelles. Lo sapeva Angela Merkel, al suo ultimo summit da presidente di turno dell’Unione. La cancelliera voleva sigillare il suo semestre Ue, le cui ambizioni sono state pesantemente compromesse dal Covid, con una doppia vittoria storica: Recovery Fund e Green deal. Due dossier peraltro collegati, in quanto la Polonia per dare il via libera al ridimensionamento delle emissioni chiedeva solide garanzie finanziarie per la transizione verde della sua industria. E senza accordo sul Next Generation Eu da 750 miliardi e sul Bilancio Ue 2021-2027 da quasi 1.100 miliardi queste rassicurazioni non sarebbero potute arrivare.

   Ieri pomeriggio i leader hanno finalmente superato il veto del polacco Moraviecki e dell’ungherese Orbàn al pacchetto per la ripresa economica da 1.100 miliardi grazie a un compromesso: una dichiarazione politica dei leader che rinvia di almeno un anno e mezzo l’introduzione delle regole – contestate dai due di Visegrad – che vincolano l’esborso dei fondi Ue al rispetto dello stato di diritto e forniscono una serie di garanzie sull’obiettività dell’applicazione delle norme, peraltro scontate, per permettere ai due leader “illiberali” di tornare a casa cantando vittoria.

   Sbloccato il dossier finanziario per rispondere alla crisi economica causata dal Covid, il vero successo della presidenza Merkel, gli europei a cena hanno lanciato le sanzioni contro la Turchia per le trivellazioni nel Mediterraneo orientale.

   Quindi, intorno all’una di notte, hanno affrontato il Green deal. L’accordo è arrivato solo alle 8.30 di questa mattina. Taglio del 55% delle emissioni entro il 2030, del 100% entro il 2050. Recovery e Bilancio finanzieranno su larga scala la transizione verde delle nostre economie con l’Unione che vuole dimostrare al mondo che il Green deal non solo è una necessità per salvare il pianeta, ma è anche un buon affare per la crescita economica. Questa la chiave, nella speranza degli europei, per portarsi dietro il resto del globo, Usa e Cina, unico modo perché la lotta al cambiamento climatico abbia successo.

   “L’Europa – ha subito twittato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel – è la leader nella lotta contro i cambiamenti climatici. Abbiamo deciso di tagliare le emissioni di almeno il 55% entro il 2030″. Ha aggiunto Ursula von der Leyen, numero uno della Commissione Ue: “Ottimo modo per festeggiare il primo anniversario del nostro EUGreenDeal!”. Per il premier Giuseppe Conte è stata una “una nottata intensa di lavoro coronata dalla chiusura positiva. Neutralità climatica pensando alle nuove generazioni”. (Alberto d’Argenio)

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