Il RACCONTO di NATALE di Geograficamente per i nostri affezionati (25) lettori, quest’anno è dedicato allo scrittore ALBERT CAMUS e al suo meraviglioso romanzo LA PESTE: da esso ricaviamo atmosfere e contesti che ci aiutano a capire questo nostro tempo di pandemia, da superare con saggezza e coraggio

(immagine da Centro Studi Sereno Regis)

   Solo qui, in premessa, un AUGURIO per questo strano NATALE; per lasciarvi ai brani scelti di presentazione de “LA PESTE” di ALBERT CAMUS: romanzo straordinario (pubblicato nel 1947) che come nessun altro riesce a ricondurci a quello che viviamo noi adesso, a esprimere sensazioni, nostalgie, timori, speranze… che accompagnano questo periodo…augurandoci che finisca in tempi ragionevolmente brevi. BUON NATALE da GEOGRAFICAMENTE. (sm)

ALBERT CAMUS nasce a Mondovi ALGERIA, il 7 novembre, 1913. Rimasto orfano di padre, morto nella battaglia della Marna, ha un’infanzia di Stenti. Studia con profitto, ma non riesce a terminare negli studi universitari per il cattivo stato di salute e i problemi economici. Lavora come commerciante, commesso, impiegato, attore nella compagnia di Radio Algeri. Comincia a scrivere, prima ad Algeri, dove pubblica i primi saggi, poi a Parigi. Antifascista e aderente al partito comunista fin dal 1934, partecipa in Francia attivamente alla Resistenza ed è redattore e direttore di COMBAT (1944-48); intanto pubblica i romanzi LO STRANIERO (1942) e LA PESTE (1947), i drammi Le Malentendu e Caligula (1944), il saggio sull’assurdo LE MYTHE DE SISYPHE (1944), le Lettres à un ami allemand (1945). Scrive i saggi L’HOMME RÉVOLTÉ (1951), i racconti La Chute (1956) e L’Exil et le Royaume (1957), le “cronache” Actuelles I, II, III (1950-1958). NEL 1957 RICEVE IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Muore in un incidente automobilistico il 4 gennaio 1960 a Villeblevin. (Albert_Camus _ foto da https://www.unitonews.it/)

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BRANI DA “LA PESTE”

L’inizio del racconto

   “I singolari avvenimenti descritti in questa cronaca si sono prodotti nel 194… a Orano. Era opinione comune che capitassero nel luogo sbagliato, trattandosi di avvenimenti un po’ fuori dal comune. E Orano è invece, a prima vista, un posto comunissimo, una semplice prefettura francese della costa algerina.

   La città, a onor del vero, è brutta. Il suo aspetto tranquillo impedisce che si colga subito ciò che la rende diversa da tante altre città commerciali a qualsiasi latitudine. Come fare immaginare, per esempio, una città senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali né fruscii di foglie, un luogo neutro insomma? Qui il passaggio delle stagioni si legge soltanto nel cielo. La primavera si annuncia esclusivamente dalla qualità dell’aria o dalle ceste di fiori che i venditori portano dai sobborghi; è una primavera che si vende al mercato. Durante l’estate il sole incendia le case troppo asciutte e copre i muri di una cenere grigia; allora si può vivere solamente all’ombra delle imposte chiuse. In autunno, invece, è un diluvio di fango. Le belle giornate arrivano solo d’inverno.

   Un modo facile per conoscere una città è scoprire come vi si lavora, come si ama e come si muore. A Orano, per effetto forse del clima, tutto questo si fa allo stesso modo, con la medesima aria frenetica e assente. In definitiva, ci si annoia, e ci si sforza di prendere delle abitudini. I nostri concittadini lavorano molto, ma sempre per arricchirsi. Si dedicano principalmente al commercio e pensano soprattutto, come dicono loro, a fare affari. Va da sé che apprezzano anche i piaceri semplici, amano le donne, il cinema e andare al mare. Ma, molto ragionevolmente, riservano questi svaghi al sabato sera e alla domenica mentre negli altri giorni della settimana cercano di guadagnare molto denaro. Quando la sera escono dagli uffici, si ritrovano alla solita ora nei caffè, passeggiano lungo lo stesso boulevard oppure si mettono al balcone. I desideri dei più giovani sono violenti e brevi, mentre i vizi dei più vecchi si limitano alla frequentazione delle bocciofile, delle feste del dopolavoro e dei circoli dove tentano la fortuna puntando grosso alle carte.

   Si dirà forse che questo non è tipico soltanto della nostra città e che in fondo tutti i nostri contemporanei sono così. Forse oggi non c’è niente di più naturale che vedere persone che lavorano dal mattino alla sera e decidono poi di perdere alle carte, al caffè e in chiacchiere il tempo che resta loro per vivere. Ma ci sono città e paesi dove ogni tanto le persone hanno l’intuizione di qualcos’altro. Di solito questo non cambia le loro vite. Ma l’intuizione c’è stata, ed è già qualcosa. A quanto pare invece Orano è una città priva di intuizioni, cioè una città assolutamente moderna. Non è quindi necessario precisare il modo in cui da noi le persone si amano. Gli uomini e le donne si divorano in fretta nel cosiddetto atto d’amore oppure si impegnano in una lunga abitudine a due. Fra tali estremi, spesso non c’è via di mezzo. A Orano come altrove, in mancanza di tempo e di riflessione, si è costretti ad amarsi senza saperlo.

   Più originale nella nostra città è la difficoltà che si può incontrare nel morire. Difficoltà peraltro non è la parola giusta, e sarebbe più esatto parlare di scomodità. Essere malati non è mai piacevole, ma ci sono città e paesi che nella malattia ti sostengono, dove in un certo senso puoi lasciarti andare. Un malato, va da sé, ha bisogno di tranquillità, vuole qualcosa cui appoggiarsi. Ma a Orano gli eccessi del clima, l’importanza degli affari che si trattano, la banalità del luogo, la rapidità del crepuscolo e la qualità dei piaceri richiedono una salute di ferro. Qui un malato si sente davvero solo. Si pensi allora a chi sta per morire, intrappolato fra centinaia di muri crepitanti di calore, mentre nello stesso momento, al telefono o nei caffè, un’intera popolazione parla di cambiali, di polizze di carico e di sconti. Si capirà quel che può esservi di scomodo nella morte, anche moderna, quando sopraggiunge in un luogo secco.

   Queste poche indicazioni sono forse sufficienti a dare un’idea della nostra città. Peraltro, è inutile fare le cose più grandi di quello che sono. Quel che occorreva sottolineare era l’aspetto insignificante della città e della vita”.(…….)

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Riassunto de “La Peste” di Albert Camus (da http://library.weschool.com/)

   Il romanzo si apre a Orano, in Algeria, negli anni ‘40Bernard Rieuxmedico francese protagonista della storia (1), un giorno di primavera trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene: deve accompagnare alla stazione la moglie che, molto malata, ha bisogno di una serie di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i ratti continuano a morire; le cifre diffuse dalla stampa sono incredibili: si parla di seimila ratti al giorno. Gli abitanti di Orano non capiscono cosa stia succedendo e accusano del problema ora questo ora quell’altro ente, finché poco a poco la situazione sembra tornare alla normalità. In realtà Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo quando il portinaio del suo stabile, Michel, si ammala così gravemente che nessuna cura pare avere successo. Michel muore presto e, dopo di lui, sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi, che adesso sono più definiti: Rieux e il più anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste.

   Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene dunque messa in quarantena. Nel frattempo è stata anche data incidentalmente notizia del tentato suicidio di Cottard, un commerciante di cui Rieux è chiamato ad occuparsi. La città è bloccata, ma al suo interno la vita continua a scorrere con le sue quotidianità e le sue contraddizioni: c’è chi lucra sulla mancanza di viveri, come il già citato Cottard; chi scrive un libro senza riuscire ad andare oltre la prima frase, come il dipendente municipale Grand; chi è convinto che la peste sia una punizione divina, come padre Paneloux; chi si lascia cullare dall’oblio garantito dall’alcol e dal cibo, e chi, come il giornalista Raymond Rambert, cerca in tutti i modi di raggiungere in Francia la sua amante.

   Rieux nel frattempo cerca di combattere il morbo con tutte le sue forze, aiutato in questo dal giovane Jean Tarrou, ex studente di giurisprudenza che ha abbandonato il cinismo della sua professione per viaggiare e conoscere il mondo. Tarrou si dà da fare, si occupa dello smaltimento dei cadaveri e convince Rambert, sempre pronto a cogliere l’occasione buona per fuggire sul continente, a restare a Orano e seguire l’esempio di Rieux, che, nonostante le condizioni della moglie, dedica tutto se stesso ai suoi malati.  Così, il giornalista resta in Algeria e si prodiga per combattere l’epidemia.

   Dalla primavera si passa all’estate e con il caldo anche la peste si trasforma, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Gli abitanti di Orano continuano a morire e non c’è neanche più posto per le fosse comuni. Tuttavia, l’anziano Castel ha prodotto un nuovo siero, che potrebbe assicurare la guarigione a tutti gli appestati. Rieux per primo decide di sperimentare la cura sul figlio del giudice, ma i risultati non sono quelli sperati: il bambino infatti muore, lasciando senza speranza i protagonisti. La peste sembra ormai non avere argini, e imperversa in città per alcuni mesi. Quando, verso Natale, anche Grand si ammala, Rieux, ormai disperato, sperimenta nuovamente su di lui il siero di Castel: l’impiegato, pur essendo a uno stadio già avanzato della malattia, guarisce sorprendentemente. L’epidemia comincia poco a poco a scemare, ma fa in tempo a portarsi via con sé Tarrou, che nel frattempo ha stretto una profonda amicizia con Rieux. Il giovane Tarrou infatti ha prestato meno attenzione alle dovute precauzioni sanitarie, convinto di essere ormai fuori pericolo.

   A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata. Gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne il commerciante Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Rieux, raggiunto poco prima dalla notizia della morte della moglie, trova i taccuini dell’amico Tarrou in cui si invita a vigilare sempre sul possibile ritorno della peste.

(1) Solo a fine della narrazione in terza persona Riuex svelerà di essere lui stesso il narratore della storia, che egli, basandosi sugli appunti di Tarrou, ha cercato di raccontare nel modo più obiettivo possibile.

(da http://library.weschool.com/)

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(tornando alla lettura) L’inoltrarsi nella vicenda

   “La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux uscì dall’ambulatorio e nel bel mezzo del pianerottolo urtò con il piede un topo morto. Sul momento non ci fece granché caso, scostò l’animale e scese le scale. Giunto in strada, però, considerò che quel topo non doveva essere lì e tornò indietro per avvisare il portinaio. Di fronte alla reazione del vecchio signor Michel avvertì meglio quanto vi fosse di insolito nella sua scoperta. La presenza del topo morto gli era parsa solamente strana, mentre per il portinaio costituiva uno scandalo. Quest’ultimo, del resto era categorico: in quella casa topi non ce n’erano. Benché il dottore gli assicurasse che ce n’era uno sul pianerottolo del primo piano, e probabilmente morto, il signor Michel era perentorio. In quella casa topi non ce n’erano, quindi questo dovevano averlo portato da fuori. Si trattava, insomma, di uno scherzo. (…..).

(….) Ma nei giorni seguenti la situazione peggiorò. Il numero dei roditori rinvenuti cresceva e la raccolta era ogni mattina più abbondante. (….) Era come se la terra su cui erano piantate le nostre case si spurgasse del proprio carico di umori, lasciando affiorare bubboni e pus che finora la travagliavano internamente. Si immagini allora lo sbalordimento della nostra cittadina, fino a quel momento così tranquilla, messa in pochi giorni sottosopra alla stregua di un uomo in perfetta salute che si ritrovasse d’un tratto con il sangue in subbuglio!

   La situazione si aggravò a tal punto che nella sola giornata del 25 l’agenzia Infdoc (informazioni, documentazione, tutte le informazioni su qualsiasi argomento), nel suo programma radiofonico di informazioni gratuite, annunciò seimiladuecentotrentuno topi raccolti e inceneriti. Questa cifra, che dava un significato inequivocabile allo spettacolo quotidiano che la città aveva sotto gli occhi, accentuò lo smarrimento. Finora tutti si erano limitati a deplorare un episodio vagamente ripugnante. Ora ci si rendeva conto che quel fenomeno di cui non si poteva ancora né misurare la portata né individuare l’origine aveva qualcosa di minaccioso”.

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Il contagio si diffonde tra gli umani

   “La morte del portiere si può dire, segnò la fine di questo periodo pieno di segni sconcertanti e il principio di un altro, relativamente più difficile, in cui la sorpresa dei primi tempi si trasformò a poco a poco in panico. I nostri concittadini, ormai se ne rendevano conto, non avevano mai pensato che la nostra piccola città potesse essere un luogo particolarmente indicato a che i sorci vi morissero al sole e a che i portieri vi perissero di morbi bizzarri. Da questo punto di vista, insomma, essi erano nell’errore, e le loro idee erano da rivedere. Se tutto si fosse fermato qui, di certo le abitudini avrebbero vinto. Ma altri dei nostri concittadini, non sempre portieri né poveri, dovettero seguire la via per la quale il vecchio Michel si era messo per primo. Da questo momento in poi la paura e con essa la riflessione incominciarono.

   I giornali, che tanto si erano dilungati sulla vicenda dei topi, non dicevano più niente. Il fatto è che i topi muoiono fuori, in strada, mentre gli uomini nella loro camera da letto. E la stampa si occupa solo di quel che accade fuori.

   Oltre il vetro risuonava all’improvviso il campanello di un tram invisibile che negava in un istante la crudeltà e il dolore. Solo il mare, in fondo alla scacchiera monotona delle case, testimoniava quanto vi è di inquietante e di mai placato nel mondo.

   Come ogni sera nella nostra città, dai quartieri circostanti una lieve brezza portava mormorii, sentori di carne alla griglia, il brusio allegro e odoroso della libertà che pian piano riempiva la strada invasa da una gioventù chiassosa. La notte, le sirene delle navi invisibili, il rumore che saliva dal mare e dalla folla che sciamava, quell’ora che Rieux conosceva bene e che un tempo amava oggi gli sembrava opprimente a causa di tutto ciò che sapeva.

   Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.

   I telegrammi rimasero allora l’unica risorsa. Persone legate dall’intelligenza, dal cuore e dalla carne furono così ridotte a cercare i segni dell’antica comunione nelle maiuscole di un dispaccio di dieci parole.

   E per tutti noi il sentimento principale della nostra vita, che pure credevamo di conoscere bene (gli abitanti di Orano, l’abbiamo detto, hanno passioni semplici), assumeva un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano la più completa fiducia nella compagna si scoprivano gelosi. Uomini che si credevano superficiali in amore riscoprivano la fedeltà. Figli che avevano vissuto accanto alla madre guardandola a stento ora mettevano tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto in una piega del suo viso di cui li tormentava il ricordo. Quella separazione brutale, senza appello, senza un avvenire prevedibile, ci lasciava sconcertati, incapaci di reagire di fronte al ricordo della presenza ancora così vicina e già così lontana che ora occupava le nostre giornate. In realtà soffrivamo due volte – della nostra sofferenza e poi di quella che immaginavamo negli assenti, figli, moglie o amante”. (…..)

LA PESTE venne pubblicato nel 1947 e valse ad ALBERT CAMUS il suo primo grande successo di vendita: 161.000 copie nei primi due anni. Questo romanzo è stato venduto, da allora, in più di 5 MILIONI DI ESEMPLARI, tenendo conto di tutte le ristampe francesi

La peste

(….) “La parola «peste» era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza.  

   Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida». E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà.

   Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.”

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[…] Perciò la prima cosa che la peste portò ai nostri concittadini fu L’esilio […]

[…] Perciò ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili.

[…] Nel caldo e nel silenzio, e per il cuore impaurito dei nostri concittadini, tutto assumeva del resto un rilievo maggiore. Per la prima volta i colori del cielo e gli odori della terra che segnano il passaggio delle stagioni erano evidenti a tutti. Chiunque capiva, sgomento, che il caldo avrebbe favorito l’epidemia e, nello stesso tempo, chiunque vedeva che ormai l’estate era arrivata. Il grido dei rondoni nel cielo della sera diventava più esile sopra la città. Non era più commisurato ai crepuscoli di giugno che nel nostro paese dilatano l’orizzonte. I fiori nei mercati non arrivavano più in bocciolo, erano già schiusi, e dopo la vendita del mattino i petali disseminavano i marciapiedi polverosi. Era evidente che la primavera si era consumata, si era prodigata nelle migliaia di fiori già sbocciati ovunque e adesso si sarebbe assopita, lentamente schiacciata sotto il duplice peso della peste e del caldo. Per tutti i nostri concittadini quel cielo d’estate, quelle strade che sbiadivano sotto i colori della polvere e della noia avevano lo stesso significato minaccioso delle centinaia di morti che ogni giorno gravavano sulla città. Con il sole incessante, quelle ore che hanno il sapore del sonno e delle vacanze non invitavano più come prima ai piaceri dell’acqua e della carne. Suonavano invece vuote nella città chiusa e silenziosa.

   Avevano perduto lo splendore ramato delle stagioni felici. Il sole della peste spegneva i colori e fugava ogni gioia.

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I PROTAGONISTI

Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste per tutto il romanzo; è il narratore della cronaca.

Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Nel suo taccuino annota la cronaca dell’epidemia. Aiuta Rieux nella lotta contro la malattia, a causa della quale muore alla fine del romanzo.

Joseph Grand: segretario comunale che sta redigendo un romanzo, di cui riscrive continuamente la prima frase al fine di ottenerne una forma perfetta. Egli è il primo a guarire dalla peste, nel giorno di Natale.

Cottard: uomo il cui suicidio viene impedito da Joseph Grand; lucra sulla penuria dei generi di prima necessità durante l’epidemia.

Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino.

Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata; abbandona l’idea di fuga per aiutare Rieux.

Michel: portiere di Rieux; è il primo a morire di peste.

Castel: vecchio dottore che sviluppa un siero contro il morbo.

Othon: giudice istruttore. Dopo la morte del figlio, perde l’indifferenza verso la malattia e decide di aiutare Rieux.

Richard: altro medico della città.

Madre di Rieux: arriva a Orano per aiutare il figlio a causa dell’assenza della moglie.

Moglie di Rieux: si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia; la notizia della sua morte giunge a Rieux poco dopo la morte di Tarrou.

(da Wikipedia)

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 (tornando alla lettura) Dialoghi tra i protagonisti

Rambert, il giornalista, a Tarrou: “Per esempio lei, Tarrou, è capace di morire per un amore?”

“Non lo so, ma ora come ora direi di no.”

“Ecco. Però si vede subito che è capace di morire per un’idea. Be’, io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano.”

Rieux aveva ascoltato con attenzione il giornalista. Senza smettere di guardarlo, disse dolcemente: “L’uomo non è un’Idea, Rambert”.

L’altro balzava su dal letto, il volto acceso.

“Sì che è un’idea, e un’idea angusta, quando l’uomo si allontana dall’amore. E infatti noi non siamo più capaci di amore. Rassegniamoci, dottore. Aspettiamo di diventarne capaci, e se non è possibile aspettiamo la liberazione generale senza giocare agli eroi. lo, per quel che mi riguarda, non vado oltre.”

Rieux si alzò, con l’aria improvvisamente stanca.

“Fa bene, Rambert, fa benissimo, e per nulla al mondo vorrei distoglierla dal suo progetto, che mi sembra buono e giusto. Però devo dirle una cosa: qui non si tratta di eroismo. Si tratta di onestà. Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà.”

   Non che avesse una particolare predilezione per simili cerimonie, preferendo lui di gran lunga la società dei vivi e, per fare un esempio, i bagni al mare. Ma dopo tutto i bagni al mare erano stati preclusi e la società dei vivi temeva da un giorno all’ altro di essere soppiantata dalla società dei morti. Era un dato di fatto.  Certo, si poteva anche far finta di non vederlo, coprirsi gli occhi e negarlo, ma un dato di fatto ha una forza terribile che prima o poi ha la meglio su tutto. Come si possono, per esempio, negare i funerali il giorno in cui coloro che ami hanno bisogno dei funerali?

   Dopo quelle settimane spossanti, dopo tutti quei crepuscoli in cui la città si riversava nelle strade per girarvi in tondo, Rieux capiva che non aveva più da difendersi contro la pietà. Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile. E nella sensazione del suo cuore chiuso lentamente su se stesso il dottore trovava l’unico sollievo alle massacranti giornate. Sapeva che il suo compito ne sarebbe stato facilitato, per questo era contento.

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   Alla fine gli abitanti avevano capito di cosa si trattava. E nonostante le pattuglie che impedivano l’accesso alla panoramica, spesso alcuni gruppetti di persone riuscivano a infilarsi tra gli scogli a strapiombo sulle onde e a gettare fiori nei rimorchi al passaggio dei tram. Si udivano allora i veicoli sobbalzare ancora nella notte d’estate, con il loro carico di fiori e di morti.

“va bene, ma che cosa intende per ritorno a una vita normale?”

“Nuovi film al cinema,” disse Tarrou sorridendo.

   Ma Cottard non sorrideva. Voleva sapere se si poteva immaginare che in città la peste non avrebbe cambiato niente e che tutto sarebbe ripreso come prima, cioè come se non fosse successo niente. Tarrou pensava che la peste avrebbe cambiato la città e nel contempo non l’avrebbe cambiata, che naturalmente il più grande desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato fare come se non fosse cambiato niente e che, quindi, in un certo senso niente sarebbe cambiato, ma in un altro senso non è possibile dimenticare tutto, anche con la debita forza di volontà, e la peste avrebbe lasciato delle tracce, perlomeno nel cuore degli uomini.

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   Provavano quindi la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla. Quello stesso passato in cui riflettevano senza tregua non aveva che un sapore di rammarico. Avrebbero voluto, infatti, potervi aggiungere tutto quello che deploravano di non aver fatto quando potevano ancora farlo con colui o colei che aspettavano; nello stesso modo, a tutte le circostanze, anche relativamente felici, della loro vita di prigionieri, essi univano l’assente, e quello ch’erano allora non li poteva soddisfare. Impazienti del proprio presente, nemici del proprio passato e privi di futuro, somigliavano a coloro che la giustizia o l’odio degli uomini fa vivere dietro le sbarre. Insomma, il solo modo per sfuggire a una tale insopportabile vacanza era quello di far correre i treni con la fantasia e di colmare le ore coi ripetuti rintocchi d’un campanello, sebbene ostinatamente silenzioso.

   Infine, Tarrou sembrava esser stato definitivamente conquistato dal carattere mercantile della città, di cui l‘aspetto, l’animazione e persino i piaceri parevano imposti dalle esigenze del commercio. Questa singolarità (è la parola adoperata nei taccuini) riscuoteva I’approvazione di Tarrou, e una delle sue note elogiative finiva persino con l’esclamazione: “Finalmente! ”

   Sono i soli luoghi in cui gli appunti del forestiero sembrano assumere un carattere personale. Soltanto, è proprio difficile valutarne il significato e la serietà. A esempio, dopo aver riportato che la scoperta d’un topo morto ha portato il cassiere dell’albergo a commettere un errore nel conto, Tarrou aggiunge, con una scrittura meno nitida del solito: “Domanda: come fare per non perdere il proprio tempo? Risposta: provarlo in tutta la sua durata. Mezzi: passare giornate nell’anticamera d’un dentista, s’una sedia scomoda; vivere sul balcone nel pomeriggio della domenica; ascoltare conferenze in una lingua che non si conosce; scegliere i tragitti ferroviari più lunghi e più disagevoli e viaggiare naturalmente in piedi; far la coda ai botteghini degli spettacoli e non prendere i posti, ecc. ecc…”

   “Non ne so niente, Tarrou, le giuro che non ne so niente. Quando ho intrapreso questo mestiere, l’ho fatto astrattamente, in qualche maniera: ne avevo bisogno, era una posizione come un’altra, una di quelle che i giovani si propongono. Fors’anche, perché era particolarmente difficile per un figlio di operaio come me. E poi, bisogna veder morire. Lei sa che ci sono persone che rifiutano di morire? Ha mai sentito una donna gridare: ‘No’ nel momento di morire? Io, sì. E mi sono accorto, allora, che non potevo abituarmici. Ero giovane allora, e il mio disgusto credeva di rivolgersi all’ordine stesso del mondo. Poi, sono diventato più modesto. Semplicemente, non sono sempre abituato a veder morire. Non so nient’altro. Ma dopo tutto…” 

Rieux tacque e sedette di nuovo, si sentiva la bocca secca. 

   “Dopo tutto?” disse piano Tarrou. 

   “Dopo tutto…” ricominciò il dottore, ancora esitando, con lo sguardo attento su Tarrou, “È una cosa che un uomo come lei può capire, nevvero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace.”

   Molti nuovi moralisti andavano allora dicendo nella nostra città che nulla, nulla sarebbe servito e che bisognava mettersi in ginocchio. E Tarrou, e Rieux, e i loro amici potevano rispondere questo o quello, ma la conclusione era sempre quella a loro nota: bisognava lottare in questo o in quel modo e non mettersi in ginocchio. Tutta la questione era d’impedire al maggior numero possibile d’uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c’era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica.

   Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile.

   Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.

   Per lottare contro l’astratto, bisogna un po’ somigliargli. Ma questo come poteva sentirlo Rambert? L’astratto per Rambert era tutto quello che si opponeva alla felicità. E a dire il vero, Rieux sapeva che il giornalista aveva ragione, in un certo senso; ma sapeva anche come accada che l’astratto si riveli più forte della felicità, e che bisogna allora, e soltanto allora, tenerne conto. Era quello che doveva capitare a Rambert, e il dottore lo poté sapere, nei particolari, dalle confidenze che Rambert ulteriormente gli fece. Di modo che poté seguire, e in un piano nuovo, la specie di tetra lotta tra la felicità d’ogni uomo e l’astratto della peste che costituì tutta la vita della nostra città durante quel lungo periodo.

   D’altronde, il dottor Rieux, ad esempio, considerava, giustamente, che il male era proprio questo, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

  Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.

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   Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta.

   A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.

   “Paneloux ha ragione” fisse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuole perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.

   “Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo questo m’interessa”.

“Insomma, è troppo stupido non vivere che nella peste. Beninteso, un uomo deve battersi per le vittime. Ma se ha finito di amare ogni altra cosa, a cosa serve che si batta?”

Panorama di Orano, la città algerina in cui è ambientata La peste (da Wikipedia)

La fine della peste

La liberazione, avvicinandosi, aveva un volto in cui si mescolavano lacrime e risa.

   Negavano tranquillamente, contro ogni evidenza, che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana al pari di quella delle mosche, negavano quella barbarie ben definita, quel calcolato delirio, quell’imprigionamento che portava con sé una terribile libertà nei riguardi di tutto quanto non fosse il presente, quell’odore di morte che instupidiva tutti quelli che non uccideva, negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca d’un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.

   Sulla banchina della stazione dove ricominciavano la loro vita privata, ancora sentivano la loro comunità, scambiandosi occhiate e sorrisi. Ma il loro senso d’esilio, non appena videro il fumo del treno, si spense all’improvviso sotto lo scrosciare d’una gioia confusa che li stordiva. Quando il treno si fermò, le separazioni interminabili, cominciate sovente su quella stessa banchina ferroviaria, vi finirono in un attimo, nel momento in cui le braccia si strinsero con esultante cupidigia sui corpi di cui avevano dimenticato la forma viva.

   Rambert, lui, non ebbe tempo di guardare la forma che gli correva incontro, che questa ormai gli si era buttata sul petto. E tenendola ben abbracciata, stringendo a sé una testa di cui non vedeva se non i noti capelli, egli lasciò sgorgare le lacrime senza sapere se venissero dalla gioia presente o da un dolore troppo a lungo represso, sicuro almeno che gli avrebbero impedito di verificare se il viso affondato nella sua spalla era quello di cui aveva tanto sognato o invece quello di un’estranea. Più tardi avrebbe saputo s’era vero il sospetto. Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato.

   Coloro che, attenendosi al poco che erano, avevano soltanto desiderato di tornare nella casa del loro amore, talvolta erano stati ricompensati. Certo che alcuni di loro continuavano a camminare per la città, solitari, privi della creatura che aspettavano. Fortunati anche quelli che non erano stati separati due volte, come certuni che prima dell’epidemia non avevano sul momento potuto costruire il loro amore e avevano ciecamente proseguito, per anni, il difficile accordo che finisce col legare l’uno all’altro due amanti nemici.  Questi, come lo stesso Rieux, avevano avuto la leggerezza di contare sul tempo: erano separati per sempre.  Ma altri, come Rambert, che il dottore aveva lasciato in quella stessa mattina dicendogli: “Coraggio, proprio adesso bisogna aver ragione”, avevano ritrovato senza esitare l’assente che credevano perduto. Per qualche tempo, almeno, sarebbero stati felici; ora sapevano che se una cosa si può desiderare sempre e ottenere talvolta, essa è l’affetto umano. 

   Per tutti coloro, invece, che si erano rivolti, al di sopra dell’uomo, a qualcosa che non riuscivano a immaginarsi, non c’era stata risposta. Sembrava che Tarrou avesse raggiunto la pace difficile di cui aveva parlato, ma non la aveva trovata che nella morte, quando non gli poteva servire a nulla. Se altri, all’incontrario, che Rieux scorgeva sulla soglia della casa, nella luce declinante, avvinghiati con tutte le loro forze mentre si guardavano con trasporto, avevano ottenuto quanto volevano, gli è che avevano domandato la sola cosa che dipendesse da loro. E Rieux, nel momento di svoltare per la via di Grand e di Cottard, ritenne giusto che, almeno di tanto in tanto, la gioia venisse a ricompensare quelli che si accontentano dell’uomo e del suo povero, terribile amore.

   Forse era più crudele pensare a un uomo colpevole che a un uomo morto.

…………

   Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. 

….

   Mentre sino ad allora avevano ferocemente sottratto la loro sofferenza alla sciagura collettiva, accettavano adesso la confusione senza memoria e senza speranza, si stabilivano nel presente. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi.

……..

   Gli innamorati, infatti, erano in preda alla loro idea fissa. Per loro una sola cosa era mutata; il tempo, che durante i mesi dell’esilio avrebbero voluto spingere per affrettarlo, che ancora si accanivano a precipitare, quando ormai si trovavano in vista della nostra città, si augurarono invece di rallentarlo, di tenerlo sospeso, non appena il treno cominciò a frenare prima di fermarsi. Il senso, vago e insieme acuto in loro, di tanti mesi perduti per l’amore, gli faceva confusamente esigere una sorta di compenso, sì che il tempo della gioia avrebbe dovuto trascorrere due volte meno in fretta del tempo dell’attesa.

   Avrebbe desiderato diventare colui che al principio della peste voleva correre con un solo balzo fuori dalla città, e slanciarsi incontro a colei che amava; ma sapeva che non era più possibile. Egli era mutato, la peste aveva messo in lui una distrazione che con tutte le sue forze egli cercava di negare e tuttavia continuava in lui come una sorda angoscia. In un certo senso, aveva il sentimento che la peste era finita troppo all’improvviso; non aveva ritrovato la sua presenza di spirito. La felicità arrivava di gran carriera, l’evento andava più presto dell’attesa. Rambert capiva che tutto gli sarebbe stato restituito d’un colpo, e la gioia è una bruciatura che non si assapora.”

ORANO, Algeria, a ovest, verso il Marocco e Gibilterra (mappa da https://www.pinterest.it/)

La conclusione

   Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.

(brani in parte scelti e ripresi da La peste, di Albert Camus. – Gruppo di Lettura Dalmine (wordpress.com)

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ALTRI BREVI BRANI RIPRESI DA PARTI DIVERSE DEL LIBRO:

La visita alla madre. – Per molti giorni Rieux non ha avuto nemmeno il tempo di andare a salutare la vecchia madre, ma finalmente si concede un momento di pausa e…
“…il dottore stava appunto guardando sua madre, tranquillamente seduta in un angolo della sala da pranzo…con le mani appoggiate sulle ginocchia, essa aspettava. …Guardò sua madre. I begli occhi marron fecero risalire in lui anni d’affetto.
“Hai paura, mamma?”
“Alla mia età non si teme ormai gran che”.
“Le giornate sono lunghe e io non sono mai qui”.
“Per me è lo stesso aspettarti, so che devi venire. E quando non ci sei, penso a quel che fai…”
Il mare di notte. – Il dr. Rieux e il suo amico e collega Tarrou sono andati sulla spiaggia per farsi un bagno e dimenticare per un attimo il dolore e la devastazione del contagio contro cui stanno combattendo da mesi:

Tarrou mormorò che non era mai finito e che ci sarebbero state altre vittime: era la regola.
“Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. “

Sì, noi cerchiamo la stessa cosa, ma io sono meno ambizioso”.
Rieux pensò che Tarrou scherzasse, e lo guardò. Ma nel vago bagliore che veniva dal cielo egli vide un volto triste e serio. Il vento si levava di nuovo, e Rieux lo sentì tepido sulla pelle. Tarrou si scosse:
“Sa cosa dovremmo fare per l’amicizia?” disse.

“Quello che lei vuole”, disse Rieux.
“Un bagno in mare; anche per un futuro santo, è un degno piacere”.
Rieux sorrideva.

“…tra gli effluvi di vino e di pesce, presero la direzione del molo. Poco prima di giungervi, l’odore dello jodio e delle alghe gli annunciò il mare; poi lo sentirono. Il mare ansava dolcemente ai piedi dei grandi blocchi del molo, e quand’essi li ebbero superati, gli apparve, spesso come un velluto, flessibile e liscio come una belva. Si misero sugli scogli rivolti al largo. Le acque si gonfiavano e calavano lentamente. La calma respirazione del mare faceva nascere e sparire dei riflessi oleosi alla superficie delle acque. Davanti a loro, la notte era senza limiti…” (da https://www.perlungavita.it/)

LE RIGHE CONCLUSIVE

La storia, quindi, sembra una cronaca in diretta: finisce con la vittoria sulla peste, ma non sulla malattia, dato che è l’uomo ad essere malato e l’umanità vive della sua lotta continua contro la propria miseria, fragilità, disperazione, caducità. Infatti, il romanzo finisce così:

Rieux decise allora di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che erano state loro fatte, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare. Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

Albert Camus, La peste, Bompiani, Milano, 1997,  p. 222

(La Peste di Camus: un percorso educativo – edizioni la meridiana)

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(CAMUS, foto da https://blog.ilgiornale.it/) – Il 7 novembre 1913 nasceva ALBERT CAMUS, scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese. PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA nel 1957, morirà tre anni dopo in un incidente stradale. Da LO STRANIERO a LA PESTE, da L’UOMO IN RIVOLTA a IL MITO DI SISIFO, i suoi libri sono la rappresentazione del RAPPORTO TRA L’UOMO E L’ASSURDO. (Ilaria Romeo, 7/11/2020 da https://www.collettiva.it/)

“LA PESTE” in AUDIOLIBRO:

(Rai Radio tre) – Letteratura “ad alta voce”: https://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/

Albert Camus LA PESTE, letta integralmente (e in modo straordinario) da Remo Girone:

https://www.raiplayradio.it/playlist/2017/12/La-peste-2719929f-50da-4561-a32a-4324d0fdc5e1.html

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Massimo Popolizio legge “La peste”

IL gruppo di Lettura Dalmine propone l’emozionante lettura di brani scelti da La peste di Camus da Massimo Popolizio all’interno della 15a edizione di Fiato ai libri, Festival di teatrolettura:

https://youtu.be/zi-cnFBsY3M

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LA TRAMA

(da Wikipedia) La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta («un giorno d’aprile 194…», recita l’incipit), quando il luogo è ancora sotto la dominazione francese.  Orano è descritta come una città mercantile senza alberi, senza giardini, senza piccioni, in cui l’arrivo della primavera si avverte solo perché al mercato si vendono i fiori arrivati da fuori.

   Tutti i cittadini si dedicano al lavoro e agli affari molto intensamente. Lasciati gli uffici si va al caffè, si passeggia lungo i viali o si sta affacciati sui balconi. In questa città è difficile essere malati o moribondi, perché non si possono avere le attenzioni né la tenerezza che si devono a un malato. Protagonista è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux.

   La storia ha inizio con Rieux che accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. Gli animali vengono trovati morti a migliaia a ogni angolo della città, ma nessuno vi presta più di un ragionevole stupore. È, in realtà, la prima avvisaglia del terribile flagello che sta per abbattersi su Orano.

   Dopo la sospetta morte di Michel, anziano portiere del condominio ove risiede Rieux, in città si diffondono casi analoghi: i malati presentano febbre alta, noduli e rigonfiamenti all’inguine e alle ascelle, macchie scure sul corpo e muoiono dopo una delirante, ma breve agonia. Rieux e l’anziano collega Castel riconoscono i sintomi della peste bubbonica. Inizialmente, nessuno vuol prendere in considerazione i sospetti dei due medici, neppure le autorità che temono crisi di panico presso la popolazione. Quando però l’epidemia esplode in tutta la sua violenza devastatrice, da Parigi viene ordinato di chiudere la città con un cordone sanitario, al fine di impedire il propagarsi del contagio.

   Gli abitanti di Orano reagiscono ognuno a modo suo. Alcuni non rinunciano ai piaceri della vita di ogni giorno: i bar e i ristoranti restano aperti, mentre a teatro viene riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori rimasti bloccati dal cordone sanitario. Altri, invece, si barricano in casa temendo il contagio. Nonostante il pensiero per la moglie malata, Rieux non si tira indietro dal prestare le cure agli appestati. Viene aiutato da Jean Tarrou, quest’ultimo vero e proprio co-protagonista del romanzo.

   Tarrou è figlio di un pubblico ministero francese, destinato, secondo le intenzioni del padre, a intraprendere anch’egli la professione forense. Un giorno, tuttavia, il padre lo aveva invitato ad assistere a una sua arringa in un processo penale, nel quale era riuscito a ottenere la condanna a morte dell’imputato. Il giovane Jean, colpito dalla freddezza con cui il padre aveva chiesto e ottenuto l’esecuzione di un uomo, ne era rimasto inorridito e aveva deciso di lasciare la Francia e di girare per il mondo. Con sé porta sempre dei taccuini, che redige meticolosamente e sui quali, a Orano, descrive l’evolversi dell’epidemia. Tarrou istituisce, altresì, un corpo di volontari per il trasporto degli appestati e dei morti.

   Dietro ai due protagonisti si snodano le storie di altri personaggi: Joseph Grand, impiegato comunale impegnato nella stesura di un’opera letteraria sulla cui prima frase non riesce a convincersi; Cottard, un commerciante che, dopo aver tentato il suicidio, si arricchisce lucrando sulla carenza di generi di prima necessità; il padre gesuita Paneloux, che nelle sue prediche parla della peste come una punizione mandata da Dio a causa delle colpe degli uomini.

   C’è, infine, Raymond Rambert, un giovane giornalista francese che cerca disperatamente da Rieux un aiuto per tornare in Francia e ricongiungersi alla donna che ama. L’occasione per fuggire, alfine, gli si presenta, ma Tarrou lo ammonisce, facendogli notare come Rieux, nonostante la moglie sia lontana e, per giunta, gravemente malata, presti instancabilmente le sue cure agli ammalati.

   Colpito dalle parole di Tarrou, Rambert decide di restare e si unisce al corpo dei volontari. L’epidemia intanto dilaga. All’arrivo dell’estate, la peste degenera dalla forma bubbonica a quella polmonare, molto più grave e altamente contagiosa. Nelle scuole, attrezzate provvisoriamente a ospedali, gli appestati aumentano in numero esponenziale.

   E cresce sempre di più anche il numero dei morti: centinaia di persone periscono ogni giorno e le autorità cittadine devono cercare nuovi siti ove scavare fosse comuni. In autunno, si accende una speranza: il dottor Castel sviluppa un antidoto che potrebbe contrastare il morbo e guarire gli ammalati. Rieux lo sperimenta sul figlioletto del giudice Othon, colpito dalla peste in maniera assai grave: la cura, tuttavia, non ha effetto e il bambino, al cui capezzale si stringono Rieux, Tarrou e padre Paneloux, che invoca l’aiuto divino per salvarlo, muore dopo atroci sofferenze.

   La città sembra ormai rassegnata al disastro. Gli abitanti si chiudono nelle case, mentre anche padre Paneloux muore. Gli stessi Rieux e Tarrou sembrano aver perso le speranze: tra i due nasce una profonda amicizia e decidono per un attimo di staccarsi dalla realtà, concedendosi, una notte, un bagno in mare. Si giunge a Natale e anche Grand viene contagiato: quando l’impiegato sembra ormai prossimo alla fine, Rieux tenta il tutto per tutto, somministrandogli un nuovo siero. La nuova cura funziona: Grand guarisce e, nel frattempo, la peste incomincia a perdere virulenza. Ricompaiono alcuni ratti, mentre il numero degli appestati e dei morti diminuisce sempre di più.

   Nella sua ultima fase, però, l’epidemia uccide Othon e, soprattutto, Tarrou. Quest’ultimo, convinto che ormai l’epidemia fosse alla fine, aveva omesso le quotidiane abluzioni nelle sostanze disinfettanti, venendo così contagiato: Rieux, nel frattempo raggiunto dalla notizia della morte della moglie, tenta disperatamente di salvare l’amico somministrandogli il siero, ma ogni sforzo risulta vano. A breve, comunque, l’epidemia giunge al suo epilogo. A febbraio, finalmente, il cordone è levato e la città esplode in festa.

   L’unico a non gioire è Cottard, che, deluso dalla fine della situazione a lui vantaggiosa, cade vittima di un raptus di follia e, da una finestra della propria abitazione, dà luogo a una sparatoria sulla folla, prima di essere arrestato dalla gendarmeria. Ma anche Rieux è cauto. Mentre esamina i taccuini lasciatigli da Tarrou, sulla base dei quali stenderà il racconto, ammonisce le autorità sulla necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora. (da WIKIPEDIA)

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Il finale lascia aperta la porta della speranza ma al contempo ricorda “che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

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Albert Camus nasce a Mondovi Algeria, il 7 novembre, 1913. Rimasto orfano di padre, morto nella battaglia della Marna, ha un’infanzia di stenti. Studia con profitto, ma non riesce a terminare negli studi universitari per il cattivo stato di salute e i problemi economici. Lavora come commerciante, commesso, impiegato, attore nella compagnia di Radio Algeri. Comincia a scrivere, prima ad Algeri, dove pubblica i primi saggi, poi a Parigi. Antifascista e aderente al partito comunista fin dal 1934, partecipa in Francia attivamente alla Resistenza ed è redattore e direttore di Combat (1944-48); intanto pubblica i romanzi Lo straniero (1942) e La Peste (1947), i drammi Le Malentendu e Caligula (1944), il saggio sull’assurdo Le mythe de Sisyphe (1944), le Lettres à un ami allemand (1945). Scrive i saggi L’Homme révolté (1951), i racconti La Chute (1956) e L’Exil et le Royaume (1957), le “cronache” Actuelles I, II, III (1950-1958). Nel 1957 riceve il premio Nobel per la Letteratura. Muore in un incidente automobilistico il 4 gennaio 1960 a Villeblevin.

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IL LIBRO

I CONFRONTI SULLA PESTE E IL SENSO DI COMUNITÀ: COSÌ CAMUS PREVIDE TUTTO

di Paolo Zellini, da “il Corriere della Sera” del 22/4/2020

– L’ignoranza, le omissioni, l’eroismo sanitario e il senso sovrannaturale di una tragedia. Così il celebre romanzo dell’esistenzialista francese anticipò il «copione» del Covid-19 –

   Nella città algerina di Orano, la mattina del 16 Aprile di un anno imprecisato, il dottor Bernard Rieux esce dal suo studio e inciampa in un sorcio morto sul pianerottolo. È solo l’inizio, il primo segnale dell’insorgere dell’epidemia di peste narrata da Albert Camus nel suo celebre romanzo del 1947, che è ora un prezioso soggetto letterario per decifrare il momento drammatico che stiamo vivendo.

   Nelle pagine iniziali de La peste i topi morti si moltiplicano in pochi giorni in modo enigmatico e vertiginoso e poco tempo dopo tocca anche all’uomo: febbre, vomito, bubboni e morte. L’evidenza non tarda a venire: «I topi sono morti di peste o di qualcosa che le somiglia molto. Hanno messo in circolazione decine di migliaia di pulci che trasmettono il contagio secondo una proporzione geometrica, se non lo si ferma in tempo».

La stessa incredulità iniziale

Quando si comincia a parlare dell’epidemia e delle misure adeguate da prendere, durante una riunione di emergenza nella prefettura di Orano, i medici sono già in grado di riferire i risultati delle analisi: in seguito all’incisione dei bubboni il laboratorio crede di riconoscere il tozzo microbo della peste.

   Ma, secondo un copione che ci è ora tragicamente familiare, la prima reazione di qualcuno dei presenti non è di dare l’allarme, ma di riflettere, di indugiare, in breve di indietreggiare di fronte all’evidenza. Il vecchio dottor Castel dichiara di sapere benissimo che si tratta di peste, ma di voler pure credere, per tranquillizzare i presenti, che non si tratti di peste, perché un riconoscimento ufficiale costringerebbe a prendere misure spietate. In fondo si davano solo singoli casi di febbre con complicazioni inguinali. Solo in seguito, con l’evidenza che la malattia è in rapida espansione e rischia di uccidere mezza città in poco tempo, scattano i provvedimenti più radicali e la peste diventa un male comune, sociale, di tutti.

Doppio destino

Comincia allora a configurarsi come un doppio metro di valutazione, quasi un doppio destino: da una parte, teorizzata nella prima vibrante omelia di Padre Paneloux, la giustificazione della peste come un meritato castigo collettivo. Dall’altra l’eroico disinteresse del dottor Rieux che sa di doversi prodigare in ogni modo, con la stessa logica obiettiva e stringente che stabilisce se due più due è uguale a quattro, per contrastare la malattia e per salvare vite umane.

   «Ho troppo vissuto negli ospedali per amare l’idea di un castigo collettivo», confessa Rieux, «Paneloux è un uomo di studio, non ha veduto morire abbastanza: per questo parla in nome d’una verità». Jean Tarrou, amico fraterno di Rieux, si prodigherà anch’egli nell’organizzare squadre sanitarie e misure di profilassi, ma solleverà pure la questione ultima dell’esistenza di Dio e della sua apparente estraneità rispetto al mondo sofferente.

Eroismo e retorica

Per Rieux le formazioni sanitarie devono essere organizzate ragionevolmente e con una «soddisfazione oggettiva» e l’unica verità, più logica che ammirevole, è che si deve semplicemente combattere la peste. Il narratore, che si svela alla fine per lo stesso dottor Rieux, è tentato di credere che, dando troppa importanza alle azioni eroiche, si finirebbe pure, paradossalmente, col rendere un omaggio indiretto e potente al male.

   Un’eccessiva retorica della buona volontà e dell’eroismo che ci difendono dalla morte lascerebbe credere, tacitamente, che le buone azioni hanno pregio perché sono rare, mentre le azioni degli uomini sono di solito regolate da malvagità e indifferenza. Ma forse le cose stanno diversamente: gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, solo che essi sono per lo più ignoranti, e dall’ignoranza dipendono di solito vizi e virtù.

Il senso della comunità

Senza tutta la chiaroveggenza possibile rimane sempre l’ignoranza, l’incapacità di concepire una sapienza nascosta (1 Corinzi, 2) e un destino sovrapersonale al di là dei singoli eventi di cui è fatto un destino cieco e articolato in un cumulo di azioni logiche e ripetitive.

   Ma qualche volta è lo stesso percorso di un destino cieco e inconsapevole a favorire una visione sapienziale che troveremmo, oltre che nella mistica cristiana, nei più fondamentali testi taoisti. È il Chuang-Tzu a proporre di contemplare diecimila anni al di là del giorno e della notte, perché «questi formano un tutto unico, le diecimila creature tutte gli danno assenso e così si raccolgono insieme».

   Non deve allora stupire che negli stessi soggetti umani che lottano contro la peste emerga infine una divina lungimiranza che si spinge oltre la mera amministrazione di routine del soccorso umanitario. Non solo: grazie alla peste, anche gli uomini più sofferenti e solitari trovano il modo di farsi complici di una comunità. E un complice, nota Camus, arriva perfino a divertirsi. «La sola maniera di mettere insieme le persone è di mandar loro la peste», nota il signor Cottard, che in un attimo di pazzia aveva già una volta tentato di impiccarsi.

Sapienza inconscia

La letteratura ci ha dato molte rappresentazioni di una duplicità del destino, con intuizioni penetranti che si possono collegare simbolicamente alle esperienze più lontane, ivi compresa la conoscenza matematica. Pensiamo ad esempio ai racconti di Schnitzler, come La signorina Else o Fuga nelle tenebre, in cui il destino di morte del protagonista, inconoscibile e inimmaginabile, è presagito fin da principio da una sorta di sapienza inconscia, ma si compie solo gradualmente per singole azioni inconsapevoli della finalità a cui sono dirette.

   I romanzi di Hermann Broch ci insegnano che ogni volontà etica ha un carattere illimitato, un «oscuro sentimento del vero», che può consistere in una sorta di precognizione dell’infinito, di una totalità misurabile di cui la matematica riesce a darci preziose rappresentazioni simboliche. Ma c’è sempre una sproporzione tra quella precognizione e il sonnambulismo perenne a cui siamo costretti, in una ignoranza irrimediabile del vero destino.

Strati di vita

Ne L’uomo senza qualità Robert Musil scrisse, con impliciti riferimenti alla scienza statistica, che «è come se in noi vi fossero due strati di vita relativamente indipendenti, che di solito si mantengono in equilibrio […]. Si potrebbe anche dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie, e un altro immobile e importante, che non si conosce mai».

   Tra il destino sovrapersonale e il pulviscolo molecolare in cui si frantuma l’Io, e a cui sembra dover sempre ridursi il destino, si apre lo stesso divario che c’è tra la descrizione di un gas in termini di movimenti molecolari e quella che ricorre ai concetti di densità, pressione e volume. Insomma, sia per Musil sia per Broch esistono eventi troppo vicini come pure eventi troppo lontani. E così accade pure nel romanzo di Camus: all’inizio dell’autunno Paneloux prova a dire a Rieux che entrambi stavano lavorando per la salvezza dell’uomo, ma Rieux risponde che parlare di salvezza era eccessivo: «io non vado così lontano, solo la sua salute mi interessa».

Il senso della sciagura

Nel mese di agosto, dopo quattro mesi dal primo allarme, ad Orano «la peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti». Ma ora la prima omelia di Padre Paneloux non poteva più bastare per cogliere il senso profondo della sciagura, il possibile complesso significato di quella storia collettiva. Questo si poteva incarnare, piuttosto, nel lavoro condiviso di medici, infermieri e volontari, come Rieux o il giovane Tarrou. Dunque la peste rendeva ancora più palese la provvidenziale convivenza dei due destini, entrambi ciechi, di cui uno mobile e limitato che ci immaginiamo di conoscere e l’altro immobile e imperscrutabile che non conosciamo mai.

Un manuale di felicità

La peste, come pure la ragione che la combatte colpo su colpo, sono astrazioni perfino monotone, insiste Camus, perché «le grandi sciagure, per la loro stessa durata, sono monotone», riducendosi alla fine a «una teoria di scene tutte uguali, ricominciate all’infinito». L’amministrazione prudente e impeccabile dei soccorsi e dello smistamento dei cadaveri diventa un lavoro di Sisifo, condannato a far rotolare senza posa un macigno sino in cima a una montagna. Eppure l’infinito falso e monotono di Sisifo, la ripetizione indefinita e coatta di un gesto miope e limitato, la lotta eroica di medici e volontari contro la disposizione invincibile della morte, riescono alla fine a far scrivere, paradossalmente, un manuale di divina felicità. (Paolo Zellini)

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«La Peste di Azoth» (1631) di Nicolas Poussin. Il pittore si ispirò all’epidemia di Milano scoppiata l’anno prima (foto da Il Corriere della Sera del 22/4/2020) – Da ‘La Peste’: “IL NATALE DI QUELL’ANNO FU LA FESTA DELL’INFERNO PIUTTOSTO CHE DEL VANGELO. Le botteghe vuote e prive di luce, la cioccolata finta o le scatole vuote nelle vetrine, i tram carichi di facce scure, NULLA RICORDAVA I NATALI TRASCORSI. Nella festa in cui tutti, ricchi o poveri, una volta si riunivano, non c’era posto se non per alcuni godimenti solitari e vergognosi che certi privilegiati si procuravano a peso d’oro, in fondo a un sudicio retrobottega. Le chiese erano piene di lamenti piuttosto che d’atti grazia. Nella città tetra e gelata alcuni ragazzi correvano, ancora ignari di quanto li minacciava. Ma nessuno osava annunciargli il dio d’una volta, carico d’offerte, vecchio come il dolore umano, ma nuovo come la giovane speranza, la stessa che impedisce agli uomini di lasciarsi andare alla morte, e che non è se non semplice ostinazione a vivere”.(…) (da Ilaria Romeo, 7/11/2020 da https://www.collettiva.it/)

14/4/2020

RILEGGERE “LA PESTE” DI ALBERT CAMUS AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

da https://www.unitonews.it/

Intervista alla Prof.ssa PIERANGELA ADINOLFI, docente di Culture e Letterature d’Area Francese e Francofona all’Università di Torino​.

   Il capolavoro di Albert Camus “La Peste”, pubblicato per la prima volta nel 1947, ha avuto una vera e propria impennata delle vendite in Italia e all’estero. Ma di cosa parla precisamente il romanzo di Camus? Come mai è tornato così prepotentemente alla ribalta in questi mesi di emergenza da Coronavirus? Lo abbiamo chiesto alla Prof.ssa Pierangela Adinolfi, docente di Culture e Letterature d’Area Francese e Francofona all’Università di Torino.

Prof.ssa Adinolfi, di cosa parla il capolavoro di Camus? E perché è tornato prepotentemente alla ribalta in questi strani giorni?

Il capolavoro di Camus racconta il dilagare di un’epidemia di peste che si manifesta in un tempo non precisato degli anni ’40 del secolo scorso, in una città dell’Algeria, Orano. In effetti il testo non solo è tornato alla ribalta, se così si può dire, ma ha avuto una vera e propria impennata delle vendite in Italia e all’estero e a molti commentatori è sembrato imprescindibile rivolgere l’attenzione al testo camusiano.  Riguardo alle motivazioni di questo rinnovato interesse, mi sembra che si possa considerare un triplice ordine di riflessioni.

   Il primo è inerente alla trama ed alla struttura del testo, costruito per creare la rappresentazione di uno stato di allarme che si dispiega in tutte le sue fasi, a partire dalla sottovalutazione e dall’incredulità iniziali fino ad arrivare, attraverso la serrata analisi psicologica dei personaggi che ripropongono la vasta gamma di emozioni, sentimenti e passioni dell’essere umano, alla constatazione di una possibile via d’uscita. Tutte le dinamiche interpersonali, affettive, politiche, economiche, che si verificano nella situazione di epidemia e quarantena sono messe in campo. Camus parla dell’esilio, che in questo caso è la separazione dagli affetti, la privazione della libertà, parla della paura della morte e dell’impotenza umana di fronte alle catastrofi naturali. Parla anche del coraggio, della consapevolezza, cui si perviene soltanto con il dubbio circa le verità acquisite, della giustizia, della risposta individuale di fronte ad un male collettivo e della speranza, una speranza che può riportare ad “essere felici insieme agli altri”. Tutti gli aspetti presi in esame sono considerati dal punto di vista prettamente umano e questa è una peculiarità di Camus. Appare, fin qui, abbastanza semplice poter constatare la proiezione del lettore in una realtà, quella camusiana, che riproduce le caratteristiche essenziali di quella in cui il lettore stesso sta vivendo.

   Il secondo pone le sue radici nello spessore filosofico – esistenziale del testo, saldamente ancorato alla prospettiva del secondo ciclo camusiano, ovvero il ciclo della Rivolta e della Solidarietà. Il morbo della peste, come è noto, è la rappresentazione simbolica del Male. Pubblicato nel 1947, a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, il testo mette in scena la peste quale metafora del nazional-socialismo appena sconfitto, ma anche in quanto emblema di ogni tipo di male che in ogni epoca storica è in grado di minacciare l’umanità. Il problema del Male, che assume anche tratti metafisici, è il grande problema di fondo che caratterizza lo scenario della Peste. In risposta alla consapevolezza dell’esistenza del male, Camus crea il docteur Rieux, il personaggio adatto a veicolare la forza del suo pensiero. Rieux è colui che sa opporsi, attraverso la razionalità della scienza e la tenacia della scelta individuale, all’assurdità del male. Per mezzo del confronto di Rieux con gli altri personaggi, Camus, accanto al problema del Male, affronta il problema della morte, della sofferenza inutile degli innocenti, della religione cristiana e di Dio. Camus sottolinea con forza la necessità del dialogo permanente tra atei e cristiani. Il cristiano chiama “Dio” ciò che non capisce, mentre l’ateo lo definisce “Assurdo”, entrambi, però, condividono la stessa tragica condizione di vita terrena, entrambi sono sottoposti al Male.

   È, pertanto, nella prospettiva della lotta contro il Male, della Rivolta, che tutti i “fratelli” umani si devono stringere sotto il segno della Solidarietà. La Caritas cristiana si tramuta in solidarietà umana e Rieux, grazie alle parole dell’amico Tarrou, assume i caratteri del “santo laico”, del “tipo” d’uomo capace di combattere, all’interno della rivolta collettiva, il male e l’assurdo. Il romanzo, quindi, precedendo il saggio “L’homme révolté” che verrà pubblicato nel 1951, annuncia il grande tema della solidarietà come unico strumento di salvezza dall’assurdo. Anche la visione del predicatore Paneloux, che considera la peste come “la punizione divina” contro i peccati dell’umanità, subisce un ribaltamento, una volta posta di fronte all’inutilità della sofferenza dell’innocenza torturata, e qui pensiamo alle atrocità della malattia imposte al figlio del giudice Othon. Per Rieux / Camus è meglio non credere in dio piuttosto che credere in un dio che tace e che permette al male di manifestarsi con una violenza inaudita.

   Il terzo concerne più da vicino la percezione del lettore che rilegge la Peste in “questi strani giorni”, come dice lei. Della facilità con la quale si riesce oggi ad immedesimarsi negli avvenimenti descritti nella Peste, abbiamo appena parlato, con la differenza che la situazione letteraria è molto più circoscritta, poiché interessa una sola città, mentre la nostra condizione di quarantenati ricopre ormai una dimensione estesa a livello mondiale. Ciò che secondo me risulta maggiormente interessante trattenere dalla lettura della Peste è proprio l’impianto filosofico – esistenziale, traboccante di significato, sotteso al romanzo. Ciò che Camus ha trasmesso con la sua narrazione.

   Anche prima di “questi strani giorni”, la Peste custodiva il suo alto contenuto di senso, quindi non è l’attualità che dà valore al libro, bensì il contrario. Si dovrebbe, pertanto, ribaltare la prospettiva: non sono i libri ad essere attuali, ma sono gli eventi storici, fausti ed infausti, che si ripetono ed è dai libri che possiamo ricavare una lezione di senso, quel senso che secondo la Peste è collocato nella solidarietà e nella lotta umana contro l’assurdo.

   C’è qualche passaggio nel libro che rileggendolo oggi le sembra ancora più potente o emozionante?

Dei diversi passaggi tutti degni di nota, trovo particolarmente emozionante il brano in cui Rieux e Tarrou, stremati dallo sforzo fisico e mentale che li impegna quotidianamente nel tentativo di arginare l’epidemia e nella cura dei malati, si concedono l’occasione di un bagno in mare, di notte, con la luna che schiarisce il cielo. In quel momento, prima Rieux è poi Tarrou, riescono a condividere un “étrange bonheur”, una felicità che non può dimenticare le morti, ma che li libera temporaneamente e li rigenera, un tipo di felicità profusa e percepita attraverso la semplice immersione nella natura. È possibile, per un momento, allontanare il dramma ed essere uomini, ancora felici, insieme, nella solidarietà, perché la lotta contro la peste non avrebbe senso se si dimenticasse il motivo per cui si lotta, e cioè per recuperare l’istinto che rende gli esseri umani delle creature vitali in mezzo alla natura.

Cosa ci insegna la Peste di Camus alla luce di quello che stiamo vivendo?

La Peste di Camus ci insegna sicuramente a non essere complici del male, a ricuperare, quindi, dei valori nei momenti di maggiore criticità, a non considerarsi per sempre al sicuro, perché, come scrive Camus nell’epilogo del suo libro, il morbo della peste può celarsi per un tempo a noi sconosciuto per poi risvegliare i suoi ratti e mandarli a morire in una città felice. Può quindi tornare e diffondersi ovunque. Ciò vuol dire che nessuno si può salvare senza la solidarietà dell’altro (pensiamo anche alla situazione europea, ma non solo, che richiederebbe la solidarietà fra gli stati membri). È ancora possibile essere felici, ma ciò ha senso soltanto se si può essere “felici insieme agli altri “. (da https://www.unitonews.it/)

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L’UMANESIMO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS. RILEGGENDO “LA PESTE” DI CAMUS

di Teresa Simeone, da MICROMEGA, 6/3/2020

   “I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po’ dall’ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina”.[1]
L’incipit di una delle più famose e inquietanti opere della letteratura mondiale di tutti i tempi ci immerge nell’ordinarietà di un luogo che è Orano ma potrebbe tranquillamente essere Codogno o Wuhan o Daegu.
Considerata una metafora di quella spaventosa epidemia che negli anni quaranta dilagò in Europa con il nome di nazionalsocialismo, oggi richiama invece un’interpretazione fedelmente letteraria di ciò che descrive, in modo per noi assolutamente imprevedibile, considerando che quando fu scritta, benché già ammonisse sul possibile rinascere del pericolo, non lo ritenesse reale nel suo aspetto biologico-sanitario.
E invece lo stiamo vivendo, in modo drammatico e paradossale, a più di settanta anni dall’uscita del libro.
Nel 2020 l’epidemia, che assume sempre più i contorni di un’emergenza pandemica, ritorna a ricordarci quanto siamo esposti a nuovi e invasivi patogeni e come la loro diffusione sia ancora in grado di modificare radicalmente rapporti, relazioni, vita sociale e culturale, economia e diritti: chi avrebbe mai immaginato che non una singola, limitata città, ma un’intera nazione e poi un continente e infine il mondo globale diventasse un enorme, impensabile lazzaretto? È anche in questa capacità lungimirante e visionaria che si leggono opere come La peste di Albert Camus.

   “La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un sorcio morto, in mezzo al pianerottolo.”[2] Inizia tutto da questo neutro, insignificante ma insolito rinvenimento. I topi diventano due, tre, poi dieci. Si trovano, sporchi di sangue, a centinaia in tutti gli stabili e le vie di Orano. La gente incomincia a essere inquieta ma poi, finalmente, la moria di topi si arresta. “La città – scrive Camus – respirò.”[3] Per poco. Iniziarono a sentirsi male gli esseri umani: il primo fu Michel, portiere del condominio in cui era stato trovato il topo. I sintomi inizialmente non furono associati a una malattia in particolare. In seguito altre persone accusarono gli stessi malori e Rieux incominciò, da medico esperto, a chiedersi cosa avessero in comune e a cosa potessero ricondursi. Man mano che i numeri dei malati aumentavano e i sintomi si ripetevano – stato di astenia, gangli ingrossati e in suppurazione, febbre – lo scenario si faceva più minaccioso. “La somma era paurosa. In pochi giorni appena, i casi mortali si moltiplicarono, e fu palese a quelli che si preoccupavano dello strano morbo che si trattava di una vera epidemia.”[4]

Da questo momento in poi è un crescendo inarrestabile di paure e conferme, fino a pronunciare la terribile, definitiva parola che richiama sciagure del passato ritenute superate: peste. Un demone temuto e respinto nell’oscurità di un periodo, quello trecentesco, che si era replicato certo, qualche secolo dopo, ma che poi era stato arginato e ricacciato indietro dalla scienza. Un flagello di fronte al quale, comunque, si è sempre impreparati, come dinanzi a una guerra, e che induce un misto d’inquietudine e speranza: “Quando scoppia una guerra, la gente dice: ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare”[5]Eppure, ci si autoconsola: con le dovute misure, si fermerà. E invece i morti continuano a salire. Le autorità vengono informate ma, per evitare il panico, non si parla di peste. Alla fine non si può non avvisare la popolazione ma che resti tranquilla, invitano: le precauzioni, se applicate correttamente e da tutti, arresteranno il morbo. Nella fase iniziale, oltre la derattizzazione e l’invito alla pulizia, si chiede agli infestati dalle pulci di presentarsi negli ospedali e alle famiglie di autodenunciarsi; poi, con l’aumentare dei casi, le misure si fanno più spietate. “La denuncia obbligatoria e l’isolamento furono mantenuti; le case dei malati dovevano essere chiuse e disinfettate, i congiunti sottoposti a una quarantena di sicurezza, i seppellimenti organizzati”[6]Il dispaccio del prefetto diventa definitivo: “Si dichiari lo stato di peste. La città è chiusa”[7].
E da questo momento Camus, con straordinaria percezione e un’esatta progressione dei fatti, ci accompagna nella psicologia dei protagonisti e degli altri attori che fanno da contesto umano a una situazione tragica in cui, accanto alla paura di esser contagiati, si staglia il terrore di essere ostracizzati dai sani come l’angoscia di essere separati dai propri affetti: madri e padri allontanati dai figli con la paura di non rivederli più, mogli e mariti divisi, fratelli e sorelle non più abitanti della stessa casa. La pietà, riflette Rieux, non è più possibile. Neanche per le grida disperate delle mamme nel vedere i bubboni all’inguine delle proprie figlie: “Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile.”[8]
E in questo teatro di dolori e di orrori, risaltano le vite di coloro che vi sono rappresentati: figure che, di volta in volta, si mostrano e ci mostrano i mille volti che assumono la paura di non farcela, l’istinto di sopravvivenza, l’angoscia per il lutto degli affetti, la disperazione e la solitudine. E le reazioni diverse di fronte a quelle che, giustamente, Jaspers ha definito situazioni-limite, in cui ci si trova senza maschere e senza protezioni, davanti alla possibilità del “naufragio” e dello scacco. Situazioni estreme, per dirla alla Feyerabend, in cui, però, ciascuno scopre anche il proprio potenziale, nascosto nelle vicende della normalità di tutti i giorni.
Come potremmo reagire noi? ci chiediamo. Noi, in quanto collettività? E io, in quanto individuo?
Come il semplice Michel che muore innocente e inconsapevole, preoccupandosi solo del fatto che il rinvenimento del topo possa essere addebitabile alla sua negligenza?
Come il generoso Rieux, che si aggira tra morbi e pestilenze, dormendo tre ore a notte, senza chiedersi se sia opportuno esporsi in quel modo ma facendo ciò che è giusto in quel momento? Consapevole di poter morire, senza il sorriso della moglie, che si è dovuta allontanare da Orano prima dello scoppiare della calamità e che, infatti, non rivedrà più? Indulgente verso chi, come Rambert, cerca di fuggire da quell’inferno o con Cottard, che senza la peste sarebbe arrestato e che perciò si rifiuta di aiutare a debellarla?
Come i tanti oranesi che, certi che il morbo non li avrebbe toccati (e perché avrebbe dovuto? Perché proprio loro?), si disinteressano fino a quando non ne divengono vittime? Fino a che il cordone sanitario si stringe come i cancelli di una prigione, escludente ed emarginante? Fino a quando, sfiniti dall’isolamento e dall’angoscia, rompono gli obblighi di quarantena e fuggono dalla città? Fino a quando si rassegnano e accettano, infelici e spauriti, il proprio destino? Abituati al coprifuoco, al fetore della morte, ai seppellimenti fatti in fretta e furia, a non poter piangere più i propri cari, a intuire che finiranno nei forni crematori?
Come Castel, intento a cercare un siero che possa aiutare i malati? Non è facile, tutto induce allo scetticismo, ma bisogna lottare e non mettersi in ginocchio. Combattere la peste, a qualsiasi costo, con qualunque mezzo. Impedire che le persone muoiano: questo è ciò che dà senso alle giornate. E infine ci riesce, stanco e snervato, ma sereno.
O come Rambert, il giornalista capitato per lavoro a Orano e lì obbligato a rimanere per la pestilenza?  Lotta in tutti i modi per impedire alla peste di soffocarne il desiderio di felicità, nello sforzo disperato di lasciare Orano e ricongiungersi alla sua compagna. Prova tutte le strade, legali e illegali, ma intanto offre il suo aiuto a Rieux, soccorre appestati, dall’alba alla notte. Finalmente riesce a organizzare la fuga: dovrà partire di lì a poche ore ma, quando arriva il momento, non è più così convinto. A Rieux che gli dice, generosamente, tra un’incisione di bubbone e un’altra, che non c’è niente di male a essere felice, Rambert risponde che è vero, ma che “ci può essere vergogna nell’esser felici da soli”.[9] E rimane a Orano.
Forse come Tarrou che, da forestiero, colto, ricco e viveur, continua a pernottare nell’albergo dove alloggia e a prendere appunti, a raccogliere testimonianze, a descrivere le occupazioni dei cittadini, a seguire l’evoluzione della peste e a registrare aneddoti su tutto ciò che vede, con lo stesso spirito curioso e ironico? La figura di Tarrou è una delle più belle del libro: pur potendo evitare coinvolgimenti, offre il proprio aiuto a Rieux e propone di organizzare un gruppo di volontari per assisterlo. Naturalmente ne farà parte anche lui. Al gruppo si aggiunge Grand, l’aspirante scrittore, “insignificante e sbiadito”, che Rieux considera, nella sua purezza di cuore, uno dei veri eroi di questa storia. Eroe per semplicità e autenticità di sentimenti, le uniche qualità che contino, nel delirio dell’irrazionalità e del terrore.
Intenso è il dialogo su Dio, sull’impegno del medico, sulle ragioni della disponibilità di Tarrou: Rieux gli chiede perché sia disposto a rischiare, proponendosi come volontario, e Tarrou gli risponde domandandogli, a sua volta, perché mostri tanta devozione se non crede. E il dottore confessa “che se avesse creduto in un Dio onnipotente avrebbe trascurato di guarire gli uomini, lasciandone la cura a lui”.[10] Ciò che conta è guarire le persone e forse è meglio non credere in Dio e lottare “con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”.[11] Un Dio, altro tema che ritorna, che si rende responsabile della morte di bambini innocenti, come il figlio di Othon.
Come padre Paneloux, che all’inizio interpreta la peste come un flagello divino per ricondurre i peccatori a Dio e che è interessato a riportare la collettività distratta alla Chiesa? Ma che poi non esita a unirsi al gruppo di volontari e a lavorare instancabilmente tra letti e sudore infetto. A capovolgere posizione perché la religione in tempo di peste non può, non può più essere la stessa. E ne morirà.
Stanchezza, indifferenza, sfinimento, incuria per se stessi: si sta in bilico, in tempo di peste. Anche con la propria coscienza. Col sospetto che chiunque ti possa contagiare. Amici, vicini e parenti. Con la considerazione, amara, che il cuore di tutti si sia indurito, che nessuno più ascolti i gemiti dei malati e che anzi si cammini nei lamenti come se “fossero stati il naturale linguaggio degli uomini.[12]
Ma è una storia che riguarda tutti, come dice Rambert. Un concetto, quello della responsabilità collettiva, che ricorre spesso nella produzione del filosofo francese.
Alla fine, anche la peste degrada, si attenua, perde virulenza. La quarantena è annullata. E la vita riprende a scorrere tra gli oranesi. Il paese è in festa, tutti ballano ma le solitudini restano. Coppie estatiche attestano “col trionfo e con l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo”.[13]
Tutti vogliono pensare che la peste può venire e se ne può andare senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato: ma può essere così? Si può attraversare il male senza esserne toccato?


Anche l’epidemia di coronavirus passerà. Lascerà strascichi, com’è inevitabile. Lascerà vittime, com’è ingiusto che sia. Lascerà anche un senso profondo di amarezza su come si continui a reagire, con i medesimi meccanismi del passato, a eventi di cui già abbiamo vissuto gli esiti infausti. Dovrebbe lasciare anche qualche riflessione su ciò che significa “alterità” come dimensione costitutiva della nostra soggettività, su “ciò che è l’altro per noi” che, mai come adesso, è interrogarsi su “ciò che siamo noi per l’altro”. Dovrebbe aprire uno spiraglio non soltanto sulle responsabilità di chi è contagiato, come se fosse una colpa esserlo, ma sulla sua condizione psicologica e fisica; sul suo timore di poter infettare chi gli è vicino; sul suo vivere la malattia come un’onta quasi intenzionalmente cercata, magari solo per aver incidentalmente transitato in una zona poi rivelatasi pericolosa; sulla violazione della privacy, in nome della sicurezza nazionale, che lo marchia come “untore” e lo espone alla pubblica gogna. Ancora una volta Camus, con la sua sensibilità, ci aiuta a capire.
Rieux, il suo alter ego letterario, nel rivelare, alla fine del libro che è lui a scrivere, confessa di aver scelto di testimoniare. Lo ha fatto dalla parte delle vittime, vivendo la loro sofferenza, parlando per tutti. Dicendo, altresì, con gli esempi positivi che ha riportato, che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare. Un’altra prova della vicinanza alla terra di Camus. E del suo essere laico, illuminato, impenitente umanista.

   “Io mi sento – fa dire da Rieux a Torrou – più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”[14]. (Teresa Simeone, da MICROMEGA)

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La peste è costruito come una tragedia in cinque atti. L’azione si situa nell’aprile 194… a Orano, una città “chiusa” che “volge le spalle al mare”.

Prima parte

Orano un giorno d’aprile 194…, il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Il portinaio, il signor Michel, pensa che siano dei burloni che si divertono a mettere questi cadaveri di ratti all’interno dell’edificio. A mezzogiorno, Rieux accompagna alla stazione la moglie che, malata, parte a farsi curare in una città vicina. Alcuni giorni più tardi, un’agenzia di stampa annuncia che più di sei mila ratti sono stati raccolti quel giorno.  L’allarme aumenta. Alcune persone iniziano a prendersela col sindaco. Quando, improvvisamente, il numero di cadaveri diminuisce, le strade tornano pulite, la città si crede salva.

Il Signor Michel, il portinaio, cade però malato. Rieux tenta di curarlo, ma la malattia peggiora rapidamente. Rieux non può fare nulla per salvarlo. Il portinaio soccombe ad un male violento e misterioso.

Rieux è chiamato da Grand, un dipendente del Municipio. Ha appena impedito ad un certo Cottard di suicidarsi. Le morti si moltiplicano.  Rieux consulta i suoi colleghi. Il vecchio Castel, uno di loro, conferma i suoi sospetti: si tratta di peste. Dopo molte riserve e lungaggini amministrative, Rieux ottiene che le autorità prendano coscienza dell’epidemia e si decidano a “chiudere” la città.

Seconda parte

La città si chiude poco a poco nell’isolamento. L’isolamento e la paura modificano i comportamenti collettivi e individuali: “la peste fu un affare di tutti”, nota il narratore.

Gli abitanti devono convivere con l’isolamento sia all’esterno che all’interno. Incontrano difficoltà a comunicare con i loro genitori o i loro amici che sono all’esterno. Fine giugno, Rambert, un giornalista parigino separato della sua compagna, domanda invano l’appoggio di Rieux per raggiungere Parigi. Cottard che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Gli abitanti di Orano tentano di compensare le difficoltà dell’isolamento, abbandonandosi ai piaceri materiali. Grand, il dipendente municipale, si concentra sulla scrittura di un libro di cui riscrive ossessivamente la prima frase. Padre Paneloux indica la peste come lo strumento della punizione divina e chiama i suoi fedeli a meditare su questa punizione mandata da uomini privi di qualsiasi spirito di carità.

Tarrou, figlio di un procuratore e straniero alla città, tiene nei suoi taccuini la sua cronaca dell’epidemia. Egli ha grande fiducia nell’uomo.  Dà prova di un coraggio straordinario e si mette a disposizione di Rieux per organizzare un servizio sanitario di emergenza. Rambert si aggrega ai due.

Terza parte

È l’estate, la tensione monta e l’epidemia cresce esponenzialmente. Ci sono tante vittime che occorre d’urgenza gettarle nelle fosse comuni, come animali. La forza pubblica è obbligata a reprimere rivolte e saccheggi. Gli abitanti sembrano rassegnati. Danno l’impressione di avere perso i loro ricordi e la loro speranza. Non nutrono più illusioni e si limitano ad aspettare…

Quarta parte

Questa sezione occupa l’azione che si svolge da settembre a dicembre. Rambert ha avuto l’opportunità di lasciare la città, ma rinuncia a partire. È deciso a lottare fino alla fine a fianco di Rieux e di Tarrou. L’agonia di un bambino, figlio del giudice Othon e le sofferenze provate dal piccolo innocente scuotono nell’intimo Rieux e minano le certezze di Padre Paneloux. Il prete si rinserra nella solitudine della propria fede, e muore senza avere chiamato i medici, stringendo febbrilmente al petto un crocifisso. Tarrou e Rieux, conoscono un momento di comunione amichevole prendendo un bagno d’autunno in mare.  A Natale, Grand cade malato e lo si crede perso. Ma guarisce sotto l’effetto di un nuovo siero. Dei ratti, riappaiono nuovamente, vivi.

Quinta parte

È il mese di gennaio e la peste regredisce. Fa tuttavia le ultime vittime: Othon quindi Tarrou che muore, serenamente a casa di Rieux. Affida i suoi taccuini al medico. Da quando è evidente la

regressione del flagello, l’atteggiamento di Cottard è cambiato. È arrestato dalla polizia dopo una crisi di follia.

Un telegramma arriva a Rieux: sua moglie è morta.

All’alba di una bella mattina di febbraio, le porte della città si riaprono infine. Gli abitanti, assaporano finalmente di nuovo il gusto della libertà ma non dimenticano la terribile prova “che li ha messi di fronte all’assurdità della loro esistenza ed alla precarietà della condizione umana.”

Si apprende infine l’identità del narratore: è Rieux, che ha voluto riferire questi eventi con la più grande obiettività possibile. Sa che il virus della peste può ritornare un giorno e chiama alla vigilanza.

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CONSIDERAZIONI (RI)LEGGENDO “LA PESTE” DI CAMUS (Paolo Beneforti dal sito https://lafrusta.homestead.com/) 3/12/2003

   Rileggo La peste, pur avendo una pila pericolante di unread: ci sarà un perché.  Di certo con le riletture si va abbastanza sul sicuro, e più a fondo. La compiuta e composta allegoria che Camus mette insieme tra il 1946 e il 1947 non mi ha deluso (nelle riletture, può succedere).  Abbastanza curioso, per altro, leggere le pagine col computo dei morti giornalieri nell’epidemia di Orano proprio mentre i TG dicevano “oggi tot morti di SARS”.

   Ma la peste che Camus racconta non è una malattia; semmai LA malattia delle comunità umane; un flagello imprevedibile ed inevitabile quando capita.  Così come lo è, per i semplici individui e le comunità, una guerra come la Seconda mondiale, con quanto di particolarmente terribile l’ha accompagnata.  (Uno dei passi finali del romanzo, quando l’epidemia è finita e le coppie separate dalla quarantena si ritrovano: “Queste coppie estatiche, strettamente unite ed avare di parole, affermavano in mezzo al tumulto, col trionfo e l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo. Negavano tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.”

   L’allegoria della guerra è qui abbastanza trasparente. Come pure in quel “194…”, anno in cui si svolgono i fatti. 

   Cambiano le persone, sotto un flagello inarrestabile come la guerra o la peste, e Camus ne mette in scena i tipi con una leggerezza ed una misura forse dovuti proprio alla guerra appena passata.  Ci sono quelli che si danno da fare per combattere il flagello, senza risparmiarsi (Rieux, Tarrou, Othon), quelli che si chiudono in casa o cercano di scappare (molti dei cittadini di Orano), quelli che approfittano per arricchirsi (Cottard), quelli che accettano con la cecità bigotta della fede il flagello (Paneloux); quelli che si sentono a poco a poco sempre più coinvolti e consapevoli, e prima cercano di scappare e poi si uniscono alla lotta (Rambert).

   E c’è la morte quotidianamente presente che tutto cambia, che lascia il segno anche quando l’epidemia è finita e si ritrovano i famigliari e gli amici dispersi; la morte inattesa e collettiva che non è mai debellata del tutto (“Il microbo della peste non muore mai”, fa dire Camus al suo narratore, “e può restare dormiente per decenni, ma non scompare”: la guerra potrà tornare, fuor d’allegoria).

   In questo quadro narrato con assoluta verosimiglianza Camus espone di nuovo il suo umanesimo pessimista e fatalista; ma anche l’importanza degli affetti e dell’agire individuale, anche quando appaiono vani.  e anche, per bocca di Tarrou, l’inaccettabilità dell’assassinio e della morte, anche quando dovuti a semplice indifferenza.

   Come per Canetti (“se credessi in Dio non potrei mai perdonargli la morte degli uomini”), la morte per Camus va sempre combattuta, anche quando è vano, fatale; ma ancor più quando è il risultato di scelte – ed entrambi le possibilità sono sempre in agguato. Una tesi decisamente non superata dai decenni trascorsi, si può facilmente chiosare.

PAOLO BENEFORTI, dal sito https://lafrusta.homestead.com/

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‘LA PESTE’ DI CAMUS CI DÀ UNA LEZIONE SULLA PANDEMIA COVID: SPERANZA, PRUDENZA E MEMORIA PER ANDARE AVANTI

di Livia Liberatore, 3/5/2020, da https://it.mashable.com/coronavirus/

   ‘La Peste’ di Albert Camus, pubblicato nel 1947, sembra descrivere in modo perfetto quello che stiamo vivendo in questi mesi con il Coronavirus. La peste che contagia i cittadini della città algerina di Orano provoca in un primo tempo uno sconcerto tale che viene rifiutata, sminuita e allontanata dal pensiero. Poi diventa la normalità. La vita del MEDICO BERNARD RIEUX e dei suoi amici Jean Tarrou, il giornalista Raymond Rambert, Joseph Grand e Cottard durante i mesi in cui la città viene isolata dal resto del mondo è così simile alla nostra da marzo in poi da suscitare una impressione profonda.

  Il romanzo è stato uno dei più letti durante il (primo, ndr) lockdown. Vale la pena consultarlo anche per imparare qualcosa sulla FINE DI UN’EPIDEMIA. Che fine non è, in realtà. Ma più una pausa da un pericolo che non sparisce mai, come quello dei virus e batteri. Il medico Rieux sapeva che “il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui per sventura e insegnamento agli uomini la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”.

   E questa è solo una delle lezioni che possiamo imparare dal libro.

La speranza e la prudenza

Dopo più di otto mesi di isolamento, i contagi a Orano cominciano a diminuire e le autorità prefigurano una RIAPERTURA DEI CONFINI della città. I cittadini impiegano qualche giorno per rendersi conto che la liberazione è vicina e allora sono divisi fra due sentimenti.

   “I mesi passati, accrescendo il loro desiderio di liberazione, avevano insegnato la prudenza e insieme li avevano abituati a contare sempre meno in una fine prossima del contagio. Ciononostante, il fatto nuovo era su tutte le bocche, e in fondo ai cuori si agitava una GRANDE SPERANZA inconfessata”, si legge nel libro.

La gioia difficile

Due giorni prima dell’apertura della città, proprio mentre tutti si preparano a festeggiare la fine dell’epidemia, l’amico del medico Rieux, Jean Tarrou, si ammala e in poco tempo muore.

   Il momento della sconfitta della peste, è segnato dalle CONTRADDIZIONI. Tarrou malato mentre fuori si vede la fine dell’isolamento, la felicità delle persone che si riversano nelle strade per festeggiare insieme alla tristezza delle famiglie che hanno perso un proprio caro a causa della malattia.

La memoria

Alla fine dell’epidemia Rieux riflette fra sé sui mesi passati: “Aveva soltanto guadagnato di aver conosciuto la peste e di ricordarsene, di aver conosciuto l’amicizia e di ricordarsene, di conoscere l’affetto e di doversene ricordare un giorno. Quanto l’uomo poteva guadagnare, al gioco della peste e della vita, era la CONOSCENZA e la MEMORIA.

   Memoria che è anche quella delle vittime, accusata di essere TROPPO “UFFICIALE” da non essere autentica. “Dica, dottore, è vero che costruiranno un monumento ai morti della peste?”, chiede un paziente a Rieux. “Lo dice il giornale, una stele o una targa”, “N’ero sicuro. Ci saranno dei discorsi”. “Li sento di qui: ‘I nostri morti…’ e poi andranno a mangiarci su”.

L’emozione di ritrovarsi

La liberazione è un momento bellissimo per gli innamorati che erano rimasti separati a causa dell’isolamento. “Il senso, vago e insieme acuto in loro, di tanti mesi perduti per l’amore, gli faceva confusamente esigere UNA SORTA DI COMPENSO, sì che il tempo della gioia avrebbe dovuto trascorrere due volte meno in fretta del tempo dell’attesa”.

   Tutto il romanzo è attraversato da una opposizione fra affetti privati e senso della comunità. Il personaggio del GIORNALISTA RAMBERT passa attraverso i due poli: vuole fuggire da Orano per stare insieme alla sua fidanzata lontana, in Francia, ma poi viene convinto dal medico a far parte delle squadre dei volontari a soccorso dei malati e sceglie di restare. Alla fine, torna agli affetti fra le braccia della sua amata, dopo la fine dell’epidemia.

   Scrive Camus parlando di Rambert e degli altri innamorati: “Sulla banchina della stazione dove ricominciavano la loro VITA PRIVATA, ancora sentivano la loro comunità, scambiandosi occhiate e sorrisi”.

Lo spirito di comunità

Tra chi ha cercato di curare i malati, con la fine della peste resta un legame intenso per aver vissuto l’esperienza insieme e un rimpianto per la solidarietà che c’era. Il medico Rieux lotta per la SALUTE DEGLI UOMINI e non per la loro “salvezza” dell’uomo, alla quale aspira invece un altro personaggio, padre Paneloux.

   Tra quelli, come il religioso, che avevano cercato di rivolgersi a “qualcosa al di sopra dell’uomo, qualcosa che non riuscivano a immaginarsi, non c’era stata risposta”. Non è la fede la risposta al male, dice Camus, ma la COMUNITÀ DEGLI UOMINI e gli affetti. “E Rieux […] ritenne giusto che, almeno di tanto in tanto, la gioia venisse a ricompensare quelli che si accontentano dell’uomo e del suo povero, terribile amore”, si legge nelle ultime pagine. (Livia Liberatore, da https://it.mashable.com/coronavirus/)

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CAMUS, LA PESTE E L’ANGOSCIA DELL’UMANO

di Lucio Coco, 5/5/2020, da DINAMO PRESS https://www.dinamopress.it/

– Una riflessione sulla figura del dottor Rieux ne “La peste” di Albert Camus: l’occasione per ripensare alla luce dell’emergenza attuale le ragioni ultime delle azioni individuali, in un mondo dove non ci sono “né eroi, né santi” –

   Se la peste fosse solo un problema sanitario e si risolvesse unicamente con risposte di tipo tecnico per evitare che il contagio si diffonda e per arginare la mortalità dell’epidemia, se fosse solo la ricerca di farmaci curativi e la somministrazione di vaccini, se anche trasformasse la città in un grande ospedale o in un lazzaretto a cielo aperto, se fosse una malattia da trattare e un protocollo da seguire probabilmente non sarebbe la peste.

   La peste della città di Orano e tutte le altre pestilenze della storia, quelle del presente e anche quelle del futuro, sono tali non solo perché si presentano sotto forma di bubboni e di affezioni polmonari e respiratorie ma sono soprattutto tali per le domande che con esse si accompagnano.

   La malattia è già di per sé un grande interrogativo dell’uomo e quando questa diventa collettiva, quando essa si abbatte su una comunità numerosa di individui, come appunto fa la peste e ogni peste, le domande si fanno più grandi, la ricerca dei perché ancora più affannosa e soprattutto si afferma la consapevolezza tacita che nessuna risposta potrà mai soddisfare le vibrazioni infinite del chiedere e dell’interrogare e che ritenersi soddisfatti da una qualsiasi replica è quasi come fare una scelta, un’adesione, una sorta di persuasione di fronte all’esperienza della prova e del dolore che forse non può che lasciare insoddisfatti.

   Bernard Rieux, il medico della peste di Orano, è convinto di questo, lo percepisce chiaramente, perciò non si schiera. Il contagio non è per lui l’occasione per teorizzare qualcosa quanto piuttosto applicazione e dedizione ai bisogni degli uomini.

   Nel corso della storia egli si confronterà con altre opzioni, quella della fede oppure della santità e dell’eroismo, che volta a volta i protagonisti della vicenda gli presenteranno. Eppure lui dichiarerà sempre onestamente di non «saperne niente» e opterà per una dimensione costantemente orizzontale, a favore dei vinti e degli svantaggiati. Egli si fa, per così dire, sacerdote di una religione dell’uomo, dell’uomo indifeso di fronte all’irruzione dell’assurdo nella sua vita, dell’uomo che soccombe miseramente al suo limite da forte e vigoroso che era. Nel caso della morte di Jean Tarrou, un suo compagno nella lotta alla pestilenza nelle «formazioni sanitarie», Bernard Rieux non può non fare il confronto amaro tra il passato, anche recentissimo, e il presente, tra l’energia dell’amico «che prendeva a piene mani il volante dell’automobile per guidarla» e il suo corpo morto, disteso sul letto «senza moto». Perciò il dottor Rieux ha da proporre al mondo soltanto la sua missione e il suo impegno:

«Non so quello che mi aspetta né quello che accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli».

   Egli non esita a riconoscere la fatica e lo sforzo che fa a confessare una fede in Dio («Forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace»), come pure ammette le sue difficoltà a condividere qualsiasi attivismo eroico, anch’esso, a suo giudizio, una forma di esaltazione, a cui si sentiva di opporre un operare nell’ombra e un sentire mediano, fatto «di sentimenti che non sono ostentatamente malvagi né entusiasmanti alla sfacciata maniera di uno spettacolo».

   Alla base del suo agire c’è soprattutto una morale pratica; i valori in cui crede sono quelli dell’onestà: «È un’idea che può far ridere, ma la sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà. […] Cosa sia in genere, non lo so; ma nel mio caso, so che consiste nel fare il mio mestiere», della correttezza, della lealtà…

   Sono le virtù dell’uomo che stringe legami con altri uomini, che lavora su un terreno dove non c’è posto per la trascendenza, non foss’altro perché ammetterla renderebbe ancora più scandalosa la presenza del male e del dolore sulla terra e inammissibile una loro giustificazione.

   Questo sempre e in ogni caso. Ma è ancora più vero se si tratta del dolore innocente dei tanti piccoli che l’epidemia uccideva. Perciò a padre Paneloux, il prete gesuita che nel romanzo sostiene con argomenti forti le ragioni della fede anche di fronte al non-senso e all’assurdo, che gli dice: «Forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire», il dottor Rieux seccamente ribatte: «No, padre, io mi faccio un’altra idea dell’amore e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati».

   L’opposizione è netta, tanto che il medico non riesce ad accettare neanche la complicità linguistica che il religioso gli offre, e cioè di lavorare entrambi «per la salvezza dell’uomo». È un passaggio molto delicato del dramma che i due hanno in comune e stanno vivendo, dove le parole hanno un peso notevole e ognuna si riferisce a una sfera e a una storia diversa, perciò la precisazione del sanitario è quanto mai necessaria per esprimere il suo personale punto di vista e la nettezza della propria posizione:

«La salvezza (salut) dell’uomo è un’espressione troppo grande per me. Io non vado così lontano. La sua salute (santé) mi interessa, prima di tutto la sua salute».

   Un’altra particolare angolazione da cui guardare al male e al contagio è quella offerta da Jean Tarrou, un non-credente che aveva fatto dell’attivismo nella lotta contro ogni forma di discriminazione e ingiustizia la ragione della sua vita e il morbo di Orano gli offre certamente l’occasione per mettere in pratica questi ideali. Per lui la “peste” è qualsiasi tipo di iniquità e di sofferenza inflitta all’uomo. A partire da ciò egli non esita ad ammettere «di aver sofferto di peste molto prima di conoscere questa malattia» e che l’epidemia del sopruso, della sopraffazione «ognuno la porta in sé e nessuno al mondo né è immune». Perciò a partire dalla consapevolezza che “sulla terra ci sono soltanto flagelli e vittime”, egli così esprime la convinzione della sua scelta di vita:

«Bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello».

   Tuttavia, così come aveva respinto l’idea di padre Paneleux di una santità che arriva a fare “il salto” e ad ammettere che dietro l’incomprensibile e assurdo di quell’ora c’era ancora la volontà di Dio, il dottor Rieux guarda con sospetto anche alla concezione eroica dell’amico dell’impegno “politico” di fronte alla malattia. Rispetto alle due opzioni che rappresentano e gli prospettano i due suoi interlocutori egli testardamente torna a ribadire il suo semplice punto di vista: nessuna trascendenza e nessuna esaltazione, nessun andare oltre, come etimologicamente è indicato nelle due parole, ma piuttosto fermarsi entro i limiti dell’umano e stare quanto più possibile nella sua immanenza. È questo il suo mandato di medico della peste che lo fa sentire «più solidale con i vinti che con i santi».

«Essere un uomo, questo mi interessa»: è la conclusione a cui arriva. L’umanesimo di Camus è anche l’umanesimo del dottor Rieux.

   Il narratore sembra parafrasare Terenzio («Homo sum, humani nihil a me alienum puto») quando scrive che non vi era «nessuna angoscia dei suoi concittadini che lui non abbia condivisa, nessuna situazione che non sia stata anche la sua».

   L’unica variante rispetto al detto dell’autore latino è il termine “angoscia” al posto di “umano”. Ma la peste giustificava ampiamente una tale sostituzione. Anzi l’umanità del medico risiede proprio nel sapere stare vicino all’angoscia dei suoi malati; questo sembra essere il proprio del suo lavoro più che la sua bravura, la sua competenza, la sua capacità clinica. Se queste abilità infatti rappresentano il “cosa” della professione, quella virtù indica invece il “come” di essa. Di fronte al contagio grave egli sa infatti di dover stare con «il partito della vittima» e condividere con essa il territorio vastissimo «della sofferenza e dell’esilio». La posizione della sola scienza non poteva tenere; era necessario prima di tutto un atto d’amore e di condivisione lungo un confine fatto di tante sconfitte e di poche vittorie… Fedele al suo compito, consapevole dei limiti della sua azione, condannato dal male all’impotenza, il dottor Rieux segue «la legge dei cuori onesti», la regola di chi si impegna e basta, di chi lavora senza fare tante domande e senza nessuna luce.

   La sua è la posizione più scomoda, quella di chi non si fa illusioni e che trova solo nella umanità sua e nell’umanità altrui le ragioni della propria missione: né eroi né santi questo il suo motto.

   Guarire e curare è importante, ma più importante ancora è la testimonianza a favore dell’impegno e della persona malata e forse l’unica consolazione che può trarre dall’esperienza dolorosa delle peste è solo quel raggio di fiducia nel genere umano che gli permette di scorgere che «negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare». (Lucio Coco, da DINAMO PRESS)

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“LA PESTE” DI ALBERT CAMUS E L’ARTE DI VIVERE DURANTE I PERIODI DI CATASTROFE

Bryan Farrell, 1/5/2020, da Centro Studi Sereno Regis https://serenoregis.org/

– Influenzato dalla resistenza nonviolenta e dal salvataggio di cui Camus è stato testimone durante la seconda guerra mondiale, “The Plague” insiste sul fatto che la solidarietà, la compassione e il salvare vite umane sono le uniche strade da percorrere. –

   In un mondo costretto letteralmente a “chiudere i battenti” per affrontare l’emergenza sanitaria, è difficile capire cosa fare e, soprattutto, come essere. Le informazioni da cui siamo costantemente inondati di certo non ci chiariscono le idee, anzi. La frustrazione cresce e l’umore ne risente.

   Nella reading-list “da quarantena”, non può mancare il romanzo di Albert Camus, La Peste, scritto durante la seconda guerra mondiale e destinato a evocare allegoricamente l’occupazione nazista della Francia.

   La peste. Un male che ha diffuso la devastazione su un’umanità impreparata, volontariamente incapace di reagire alla crisi, perché tenacemente intrappolata in se stessa e nelle immobili dinamiche socio-economiche di produzione-consumo.

   Alla fine, quando negare l’evidenza non funziona più, ecco che si inizia a lottare per l’ultimo barattolo di legumi, a inventare chimerici rimedi, a chiudersi in casa per evitare il contagio e, purtroppo, a contare le prime vittime.

   Isolamento, esilio (tematiche efficacemente condensate nel termine moderno “distanziamento sociale”), portano inevitabilmente a una sconfortante condizione di sfiducia e frustrazione. Conseguenze a noi spaventosamente familiari.

   In realtà, per Camus tale stato di umano scoramento precede la diffusione della peste, che chiaramente lo acutizza.

   Alla fine del romanzo, viene svelato il misterioso antidoto contro la depressione: l’amore per la vita. Una resistenza attiva e nonviolenta, adornata con solidarietà e compassione nei confronti di se stessi e degli altri.

   Quando scrisse il romanzo, l’autore era circondato da uomini e donne che regalavano un esempio concreto di questo amore. Si trovava, infatti, in un piccolo e coraggioso villaggio francese, Village de Pamelier, dove molti rifugiati furono accolti durante la seconda guerra mondiale.

   Ammalatosi di tubercolosi, Albert Camus si trasferì in quel idillico e quieto borgo nel sud della Francia con sua moglie, Francine, con l’intenzione di trascorrervi i mesi estivi. Ma nel novembre del 1942 i nazisti occuparono la valle e Camus non poté tornare in Algeria.

   Fu in quei giorni di turbamento che Camus elaborò la famosa analogia “Like rats!”. Come ratti. Gli stessi ratti che, mesi dopo, compaiono nel suo romanzo La Peste, come presagio di morte.

   “Nella maggior parte delle biografie, gli autori affermano che Camus non fosse al corrente di cosa stesse succedendo nel sud della Francia. Evidentemente, non hanno fatto correttamente il loro dovere.”

Patrick Henry (autore di We Only Know Men)

   E quel dovere consisteva principalmente nel creare una rete di contatti con storici e ricercatori locali per conoscere un Camus diverso da quello che superficialmente può emergere nei suoi scritti. Per andare oltre.

Patrick Henry era riuscito a intervistare un vecchio amico di Camus, André Chouraqui, un ebreo franco-algerino, che viveva nel villaggio ai tempi della guerra e cooperava con la Œuvre de Secours aux Enfants, l’organizzazione umanitaria dedita alla protezione dei bambini e dei giovani ebrei, introdotti clandestinamente nel paese.

“André Chouraqui mi ha scritto e detto a voce: ‘Ovviamente Camus sapeva perfettamente’.”

   In effetti, sarebbe stato piuttosto strano il contrario, considerando che “parecchi ebrei vivevano nella pensione in cui alloggiava lo stesso Camus”.

   Chouraqui ha anche raccontato che Camus era al corrente che il carismatico pastore della valle (che probabilmente non ha mai conosciuto personalmente), André Trocmé, condusse in prima fila la resistenza a Le Chambon.

“Sapere che Camus fosse pienamente informato sui fatti è stata la ‘chiave d’accesso’ al romanzo”.

La peste di Camus non è solo una “controfigura” del fascismo. È anche il simbolo di quella che l’autore definisce, in senso più ampio, la cultura della morte.

Jean-Paul Sartre e altri intellettuali francesi hanno spesso rimproverato Camus per l’analogia tra il nazismo e un fenomeno naturale, in alcun modo connesso alla cattiveria umana e fuori da ogni controllo. Ma la peste di Camus non è solo una “controfigura” del fascismo. È anche il simbolo di quella che l’autore definisce, in senso più ampio, la cultura della morte che pervade ogni aspetto del mondo politico, dalle ideologie conservatrici a quelle rivoluzionarie di sinistra.

   Nel romanzo non esistono eroi, ma la voce narrante asserisce che, se ve ne fosse anche solo uno, quello sarebbe Joseph Grand, valido sostenitore del movimento di resistenza.

   Il concetto stesso di eroismo assume per Camus un significato atipico: essere giusti senza pretendere una ricompensa.

   “Camus era contro la violenza. Ha combattuto in prima linea contro la pena di morte in Francia.”, dichiara Henry.

   Nel romanzo, infatti, la resistenza è rappresentata da una “squadra sanitaria”, un gruppo di civili, guidato da Jean Tarrou, un personaggio molto vicino alla personalità di Camus, che lotta disarmato contro un fenomeno naturale e mortale.

   All’inizio, Tarrou prese parte alle battaglie “rivoluzionarie” contro l’oppressione, fin quando non si rese conto che stava lottando contro un sistema ingiusto senza offrire un’alternativa migliore.

   “Avevo la peste già molto prima di venire in questo villaggio.”

   Le parole di Tarrou ribadiscono l’ampio significato che Camus attribuisce alla peste, metafora della tendenza umana all’auto-distruzione.

   Ad un certo punto del romanzo, Tarrou offre al lettore una definizione di pacifismo, semplice ma straordinariamente efficace:

“Ho deciso di rifiutare tutto ciò che direttamente o indirettamente, per ‘buone ragioni’ o in cattiva fede, uccide. Io mi rifiuto di uccidere.”

   Di fatto, però, Camus non era in assoluto un pacifista. Vedeva la violenza come “inevitabile e ingiustificabile”. In una lettera che scrisse a un amico, circa dieci anni dopo la guerra, infatti, ha dichiarato che “la teoria della non-violenza rappresenta una verità meritevole di essere insegnata, ma farlo richiederebbe una grandiosità d’animo che io non ho.”

   Una grandiosità che lascia avere a Tarrou, come nota Henry:

“Tarrou ha quello splendore che, in qualche modo, lo lega a Trocmé, il quale afferma che puoi resistere alla violenza solo con ’le armi dello spirito’.”

   Allo stesso tempo, però, Tarrou e Trocmé presentano una dissonanza non trascurabile, la religione.

   Tarrou vuole diventare un “santo senza Dio”, mentre Trocmé è a tutti gli effetti un uomo di Dio.

Secondo il noto teologo e scrittore Thomas Merton, Camus ha avuto enormi difficoltà nel contemplare l’esistenza di una possibilità nonviolenta, in quanto l’associava a una cristianità, da lui fragorosamente rifiutata, che propendeva per un tipo di non-violenza determinato da un’egoistica indulgenza.

   Uno dei personaggi del romanzo, il giornalista Raymond Rambert, è uno “straniero” – come Camus – bloccato in quel luogo lontano da casa. Prova, infatti, a fuggire ma, lungo il cammino, cambia idea e decide di rimanere e unirsi alle “squadre sanitarie” per combattere contro la peste.

“È esattamente quello che è accaduto a Camus”, dice Henry. “Ha provato ad andar via, ma alla fine non l’ha fatto. E proprio come il personaggio del suo romanzo, sente di appartenere a quel luogo e di avere l’obbligo morale di prendere parte alle lotte per la Resistenza”.

   C’è ancora un altro personaggio particolarmente degno di nota, Bernard Rieux, il dottore del villaggio nonché voce narrante del racconto.

   Il dottor Rieux, per certi versi, appare come l’altra faccia della medaglia rispetto a Tarrou.

   Quando Tarrou afferma di voler diventare “un santo senza Dio”, Rieux dice che invece lui vuole solo “essere un uomo”. A quel punto, Tarrou si fa portavoce di uno humor auto-ironico, attraverso il quale Camus esprime un messaggio molto chiaro: i due perseguono sostanzialmente lo stesso obiettivo, ma quello di Tarrou è meno ambizioso!

   Alla fine, però, è Tarrou a diventare uomo, vivendo non più da straniero, ma in solidarietà con i suoi “compagni”; mentre il dott. Rieux semplicemente continua a fare il suo dovere, curare i malati e alleviare le sofferenze umane. È un guaritore, un liberatore. Qualità che lo stesso Tarrou attribuisce ai santi.

   Ciò che importa, in realtà, è che entrambi non mostrano alcun bramoso desiderio di sfoggiare il loro valore.  Ed è proprio questa umile compostezza d’animo che conferisce loro la qualità di gente della valle.

   Dieci anni dopo la pubblicazione de La Peste, quando ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1957Camus  ha straordinariamente chiarito in una frase il messaggio del suo celebre romanzo.

Voglio che le persone imparino l’arte di vivere in tempo di crisi, che ritrovino la vita combattendo apertamente contro l’istinto mortale che domina la nostra società”.

   Quel piccolo e remoto villaggio nel sud della Francia ha regalato all’autore una fonte d’ispirazione inestimabile, un modello rincuorante di solidarietà attiva, in cui trovare sostegno per affrontare i momenti di crisi.

“Il bacillo della peste non muore né scompare mai”. Giace, in attesa di risvegliare i suoi ratti.

   Per questo motivo, non dobbiamo mai dimenticare come combattere questa forza distruttiva, qualsiasi sia la forma sotto cui si presenta.

   Abbiamo bisogno di solidarietà, compassione e un forsennato desiderio di restare umani.

“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.

(Bryan Farrell)

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CAMUS E LA SUA PESTE, METAFORA DELLA NOSTRA PANDEMIA

di Ilaria Romeo, 7/11/2020 da https://www.collettiva.it/

– Premio Nobel per la letteratura, lo scrittore francese torna a essere tra i più letti. Il suo romanzo più celebre, considerato un traslato del dilagare della malattia nazionalsocialista, racconta contagio e malattia e le reazioni di una popolazione che prima nega, poi si spaventa e cerca un capro espiatorio per trovare salvezza –

   Il 7 novembre 1913 nasceva Albert Camus, scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese. Premio Nobel per la letteratura nel 1957, morirà tre anni dopo in un incidente stradale.

Da Lo Straniero a La peste, da L’uomo in rivolta a Il mito di Sisifo, i suoi libri sono la rappresentazione del rapporto tra l’uomo e l’assurdo.

   L’autore, uno dei massimi esponenti dell’esistenzialismo, declina il movimento filosofico in chiave personale, ponendo al centro della sua riflessione l’uomo nelle sue contraddizioni e nel rapporto con un mondo incomprensibile. Ormai da mesi La Peste, pubblicata per la prima volta nel 1947, ha una vera e propria impennata delle vendite e dei lettori in Italia e all’estero.

   Il capolavoro di Camus racconta il dilagare di un’epidemia che si manifesta in un tempo non precisato degli anni Quaranta del secolo passato, in una città dell’Algeria, Orano.

   Diceva nell’aprile scorso fa la professoressa Pierangela Adinolfi, docente di Culture e letterature d’area francese e francofona all’Università di Torino: “Riguardo alle motivazioni di questo rinnovato interesse, mi sembra che si possa considerare un triplice ordine di riflessioni. Il primo è inerente alla trama e alla struttura del testo, costruito per creare la rappresentazione di uno stato di allarme che si dispiega in tutte le sue fasi, a partire dalla sottovalutazione e dall’incredulità iniziali fino ad arrivare, attraverso la serrata analisi psicologica dei personaggi che ripropongono la vasta gamma di emozioni, sentimenti e passioni dell’essere umano, alla constatazione di una possibile via d’uscita. Tutte le dinamiche interpersonali, affettive, politiche, economiche, che si verificano nella situazione di epidemia e quarantena sono messe in campo. Camus parla dell’esilio, che in questo caso è la separazione dagli affetti, la privazione della libertà, parla della paura della morte e dell’impotenza umana di fronte alle catastrofi naturali. Parla anche del coraggio, della consapevolezza, cui si perviene soltanto con il dubbio circa le verità acquisite, della giustizia, della risposta individuale di fronte ad un male collettivo e della speranza, una speranza che può riportare ad ‘essere felici insieme agli altri’. Tutti gli aspetti presi in esame sono considerati dal punto di vista prettamente umano e questa è una peculiarità di Camus. Appare, fin qui, abbastanza semplice poter constatare la proiezione del lettore in una realtà, quella camusiana, che riproduce le caratteristiche essenziali di quella in cui il lettore stesso sta vivendo”.

   Considerata una metafora di quella spaventosa epidemia che negli anni quaranta dilagò in Europa con il nome di nazionalsocialismo, oggi La Peste richiama effettivamente un’interpretazione fedelmente letteraria di ciò che viene raccontato in un crescendo inarrestabile di paure e conferme. Nell’apertura del romanzo Camus descrive l’ecatombe dei topi e i cadaveri dei roditori che infestano le strade di Orano. Eppure la maggior parte della popolazione preferisce voltarsi dall’altra parte e continuare la propria vita come se il problema non esistesse e riguardasse solo gli altri, i topi.

   “Nessuno aveva ancora davvero accettato la malattia – scriveva 77 anni fa l’autore –  Quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava i loro interessi. Ne provavano fastidio o irritazione, e non sono questi sentimenti che è possibile contrapporre alla peste. La loro prima reazione, per esempio, fu di prendersela con la pubblica amministrazione”. Ma alla fine il dramma colpisce tutti.

   “Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitate da questi eventi straordinari, ognuno dei nostri concittadini aveva continuato come poteva a dedicarsi alle proprie occupazioni, al proprio posto. E così doveva senz’altro essere in seguito. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero, compreso il narratore, di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio”.

   “Il Natale di quell’anno – si legge nelle tristemente profetiche pagine del romanzo – fu la festa dell’Inferno piuttosto che del Vangelo. Le botteghe vuote e prive di luce, la cioccolata finta o le scatole vuote nelle vetrine, i tram carichi di facce scure, nulla ricordava i Natali trascorsi. Nella festa in cui tutti, ricchi o poveri, una volta si riunivano, non c’era posto se non per alcuni godimenti solitari e vergognosi che certi privilegiati si procuravano a peso d’oro, in fondo a un sudicio retrobottega. Le chiese erano piene di lamenti piuttosto che d’atti grazia. Nella città tetra e gelata alcuni ragazzi correvano, ancora ignari di quanto li minacciava. Ma nessuno osava annunciargli il dio d’una volta, carico d’offerte, vecchio come il dolore umano, ma nuovo come la giovane speranza, la stessa che impedisce agli uomini di lasciarsi andare alla morte, e che non è se non semplice ostinazione a vivere”.

   La letteratura ancora una volta ci permette di comprendere psicologie e reazioni di massa e i nomi che si potrebbero evocare oltre al citato Camus, sono Manzoni, Tucidide, Petrarca, Boccaccio, Defoe. Nella storia umana e letteraria ciò che rende simili le pandemie non è la semplice comunanza di germi e virus ma il fatto che le nostre risposte sono sempre le stesse: negazionismo, diffusione incontrollata di false notizie, paura, isolamento, ricerca di un capro espiatorio. Ma in tutte le storie, anche quella che stiamo inimmaginabilmente vivendo, rimane una sola, unica, grande consapevolezza: quella che ci si salva e si va avanti solo tutti insieme.

   “Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri – scriveva ancora Camus – ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini,  la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice (…) Il dottor Rieux decise allora di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, (…) e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli, e che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.

   “Non dimenticheremo!” abbiamo detto qualche mese fa, bene, non dimentichiamolo. (Ilaria Romeo)

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L’ÉTÉ DI ALBERT CAMUS E LA QUESTIONE ALGERINA

di Letizia Gianfranceschi, 25/9/2018, da http://vulcanostatale.it/

   L’été è una raccolta di saggi di Albert Camus che raccontano un viaggio tra le diverse sponde del Mediterraneo – dall’Algeria alla Grecia e alla Provenza – attraverso i suoi miti.

   La riflessione sull’assurdità della condizione umana, una costante degli scritti camusiani, è in questo caso ben rappresentata dalla descrizione urbana delle città algerine di Orano e Tipasa.
Nel suo saggio risalente al 1939 Il minotauro o la sosta di Orano la città algerina è descritta come profondamente diversa dalle città europee, troppo piene di rumori del passato e poco adatte ai momenti nei quali “il cuore domanda luoghi senza poesia”.

Orano è un luogo senza ontologia: lungo i suoi viali, “non si agita il problema dell’essere e non ci si preoccupa della perfezione”.
Abituati a vivere davanti ad un paesaggio ammirevole, gli abitanti si sono circondati di costruzioni molto brutte: ci si aspetta una città affacciata sul mare, rinfrescata dalla brezza della sera. Invece, ci si trova davanti una città che ha deciso di dare le spalle al mare, arrotolata su se stessa come una lumaca. Orano è un “grande muro circolare e giallo, coperto da un cielo duro”. Tutta la città rimane immobile in una ganga pietrosa, che la avvolge con una bellezza pesante e che sembra venire da un altro mondo.
L’assurdità della condizione umana consiste, forse, nel voler trovare un senso, come fanno gli abitanti di Orano che spesso si lamentano della loro città e che a dir loro non offre nulla di interessante. Eppure, Orano non è completamente deserta. Lì si possono trovare dei caffè con il bancone lucido e un proprietario sempre sorridente nonostante la penuria di clienti, degli atelier di fotografia che espongono ritratti di tipi umani singolari, ed infine un’abbondanza illuminante di pompe funebri. Sarà, forse, che ad Orano si muore più che altrove? Più probabile, allora, che la morte sia accolta con una maggiore teatralità.

   In Ritorno a Tipasa del 1952, Camus torna in una città che pensava di conoscere bene. Vi si era già recato una volta, poco dopo gli anni della guerra che “segnarono la fine della (sua n.d.r.) giovinezza”. Questa volta Camus assiste – inerme – a cinque giorni di pioggia senza sosta. L’immutabilità della condizione umana si scontra con qualcosa di mobile: lo scorrere del tempo. Non si può tornare indietro, dice lo scrittore franco-algerino, e ridare al mondo il volto che aveva avuto in passato e che era “svanito in un giorno solo”. Erano venuti i fili spinati, i tiranni, la guerra, il tempo della rivolta. A Camus, come a qualunque altro essere umano, non restano che i ricordi: l’infanzia violenta, i sogni adolescenziali, la leggera angoscia della sera in un cuore di sedici anni.

Sono in molti ad aver individuato una dimensione politica nelle descrizioni camusiane delle città algerine.

Come ha notato David Carroll nel saggio The Colonial City and the Question of Borders: Albert Camus’ Allegory of Oran, Orano possiede la natura ibrida delle città cosmopolite di oggi. Secondo Camus, nella città algerina “tutto il cattivo gusto dell’Europa e dell’Oriente si incontrano” e c’è un’aria stravagante e assurda.

Leggere Camus fa sorgere una questione: all’immutabilità umana si accompagna anche una staticità politica e sociale? Il paesaggio pietroso di Orano sembra statico e immutabile. Non tutto, però, è statico e immutabile.
Nelle colonie francesi del Nord Africa vi erano limiti ben definiti che separavano la cité européenne, dalla Casbah araba e dal quartiere ebraico. Con la fine del colonialismo le nuove nazioni si sono comprensibilmente impegnate nell’affermazione della propria indipendenza come entità statuali indipendenti.  Tuttavia, nel farlo hanno minimizzato, quando non addirittura negato, la loro natura multinazionale: che fossero composte da più nazioni – intese come gruppi etnico-culturali – poco importava ai fini del riconoscimento internazionale.

Parte della critica ritiene che tutta l’opera di Camus sia in grado di rivelare la sua visione del colonialismo.

Tra i più feroci critici di Camus vi è sicuramente Edward Said, che allo scrittore franco-algerino ha dedicato il saggio Camus and The French Imperial Experience, contenuto nel suo Culture and Imperialism. Said sostiene come Camus sia stato uno degli scrittori più emblematici rispetto alla questione della relazione tra la cultura e l’impero, nonché il rappresentante della colonizzazione entrata all’interno della stessa letteratura.  Di conseguenza, le sue descrizioni liriche dell’Algeria non sarebbero altro che un’espressione non problematica del dominio francese.
L’interpretazione di Said ha generato un dibattito insoluto. Un’analisi degli scritti giornalistici di Camus è utile a spiegare la sua posizione politica sulla questione algerina: come evidenzia Laura Klein, autrice di De la fiction et de la question du transnational chez Camus, lo scrittore dell’assurdo sognava “un’Algeria della giustizia”, transculturale ed ibrida. È vero che Camus rimase a lungo in silenzio sulla questione algerina, ma la sua posizione emerge chiaramente dal manoscritto Appel pour une Trêve Civile en Algérie del 1956, in cui invoca una “libera associazione” tra francesi e algerini.

   L’Algeria immaginata da Camus non è una terra di guerre fratricide, come la guerra d’indipendenza terminata con una separazione violenta. Non è neanche un’Algeria francese. È un paese basato sulla coesistenza di più culture, in cui tutti godono degli stessi diritti. (Letizia Gianfranceschi)

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LA STORIA DEI CONTAGI DALL’ANTICHITA’ AL COVID-19

di Guido Alfani, da “LA LETTURA” de “il Corriere della Sera” del 5/4/2020

– Le pandemie letali contribuirono molto alla crisi dell’Impero romano. Venne poi nel Medioevo il lungo periodo della peste, durato alcuni secoli, con milioni e milioni di vittime, che accentuò il declino dell’Italia rispetto ai Paesi nordici. Nell’Ottocento arrivò dall’India in Europa un nuovo morbo, il colera. L’influenza detta Spagnola, esplosa verso la fine della Grande guerra, ha il record di morti. Il XXI secolo ha già visto diversi contagi, fino al Covid19. La cui lezione è chiara: bisogna rafforzare la cooperazione internazionale in campo sanitario –

   Le pandemie sono una costante della storia umana. Da un lato, sono conseguenza della civiltà, per via dell’incremento demografico legato all’emergere delle prime società evolute e per la crescente propensione degli uomini a vivere a stretto contatto in città sempre più grandi. Dall’altro lato, hanno contribuito a plasmare la nostra storia, talvolta causando catastrofi dalle conseguenze secolari, ma anche stimolandoci a trovare mezzi più efficienti per prevenirle o moderarne gli effetti.

   Per questo la storia delle pandemie è ricca di suggestioni utili a collocare nella giusta prospettiva la crisi causata da Covid-19.

Le pandemie contro l’Impero

C’è ancora molto di misterioso nelle pandemie che colpirono l’Impero romano. Non solo è difficile quantificare il numero di vittime, ma permangono forti dubbi circa i patogeni responsabili. È questo il caso della Peste Antonina del 160-180 d.C., che si ipotizza causata dal vaiolo e che in Italia pare avere ucciso tra il 10 e il 30 per cento della popolazione. L’infezione giunse nel Mediterraneo al seguito dell’esercito dell’imperatore Lucio Vero di ritorno da una campagna contro i Parti. Arrivata in territorio romano, la Peste Antonina poté diffondersi sfruttandone le efficienti vie di comunicazione.

   Fin da questo primo caso riscontriamo un tratto tipico delle pandemie: la loro diffusione è tanto più ampia e rapida quanto migliori ed efficienti sono i trasporti, per la semplice ragione che i patogeni viaggiano assieme all’uomo. Ne abbiamo un’ulteriore conferma con la Peste di Cipriano del 249-270. Probabilmente causato da una febbre emorragica di qualche tipo, il contagio si diffuse in tutto l’Impero, uccidendo tra il 15 e il 25 per cento della popolazione. Secondo lo storico Kyle Harper, questo terribile shock avrebbe contribuito al declino dell’Impero romano, o almeno della sua porzione occidentale.

   Allo stesso modo significative furono le conseguenze della peste del 540-541: minò i progetti dell’imperatore d’Oriente Giustiniano per riconquistare l’Occidente, causò danni economici gravissimi, compromise per generazioni la capacità fiscale dell’Impero.

   In Europa e nel Mediterraneo le vittime furono tra i 25 e i 50 milioni, ovvero sino alla metà della popolazione complessiva delle aree infette. Nel caso della Peste di Giustiniano conosciamo il colpevole: il batterio Yersinia pestis, responsabile della peste bubbonica.

La Peste Nera

La Peste di Giustiniano fu seguita da pestilenze ricorrenti, fino a circa il 750. Dopo di che, misteriosamente, la peste sparì dall’Europa e dall’area mediterranea, divenendo un lontano ricordo. Tutti, dunque, furono colti alla sprovvista dal suo repentino ritorno in Europa, nel 1347, su galere genovesi in fuga dalla colonia di Caffa sul Mar Nero.

   Nel giro di pochi anni, la Peste Nera uccise tra il 35 e il 60 per cento della popolazione dell’Europa e del Mediterraneo, causando fino a 50 milioni di vittime. La Peste Nera, devastante e tragica nell’immediato, ebbe però effetti economici positivi nel lungo periodo: riequilibrò un rapporto tra popolazione e risorse che era divenuto precario, condusse a una riorganizzazione più efficiente della produzione agraria, permise un miglioramento dei salari reali e delle condizioni di vita, causò una netta e duratura contrazione della diseguaglianza di reddito e ricchezza.

   Lo shock economico, tuttavia, fu asimmetrico: le economie di alcune aree periferiche e scarsamente popolate dell’Europa, quali Spagna e Irlanda, furono gravemente e durevolmente danneggiate dalla Peste Nera.

   Un altro esempio interessante è quello dell’Egitto, dove lo spopolamento delle campagne rese impossibile mantenere in buone condizioni il complessissimo sistema di irrigazione, che di conseguenza fu soggetto a un catastrofico degrado.

Le pestilenze del Seicento

Anche le ultime grandi pestilenze europee, nel Seicento, ebbero conseguenze economiche molto diseguali. Infatti, queste epidemie — soprattutto quelle che colpirono l’Italia settentrionale nel 1629-1630 e l’Italia meridionale e centrale nel 1656-1657 — risultarono molto più gravi nell’Europa meridionale rispetto a quella settentrionale. Soltanto nel Nord Italia, la peste del 1629-30 (quella di cui scrive Alessandro Manzoni nei Promessi sposi) causò due milioni di morti (un terzo della popolazione), mentre nel 1656-57 le vittime potrebbero essere state 1.250.000 nel Regno di Napoli (il 40 per cento degli abitanti).

   Queste catastrofiche pestilenze colpirono le economie italiane nel peggior momento possibile. All’inizio del Seicento, gli Stati italiani fronteggiavano una crescente competizione da parte dei Paesi nordici, i quali erano ulteriormente avvantaggiati dal più facile accesso alle nuove rotte atlantiche. In questo contesto, i danni causati dalla peste alla forza lavoro e alla domanda interna si tradussero in una duratura contrazione del prodotto e della capacità – fiscale degli Stati italiani.

   In altre parole, nel Seicento la peste contribuì grandemente al declino relativo dell’Italia rispetto al Nord Europa. Paradossalmente, proprio nel Seicento i sistemi messi a punto dagli Stati italiani per fronteggiare la peste raggiunsero la perfezione. Questi sistemi, coordinati da commissioni di sanità permanenti, comprendevano controlli ai confini di Stato, ai porti e ai passi montani. Entro ciascuno Stato, le comunità infette venivano isolate tramite cordoni sanitari.

   Entro le comunità infette, i contatti umani erano limitati da quarantene e restrizioni e venivano allestiti ospedali per l’isolamento e la cura dei contagiati (i lazzaretti). Queste misure, sviluppate per la lotta alla peste, continuano a essere essenziali nella lotta alle pandemie, compresa Covid-19. Purtroppo nel 1630 risultarono inefficaci, ma solo perché la peste entrò nella Penisola con gli eserciti stranieri impegnati nella guerra di Successione di Mantova, e nessuno è mai riuscito a sottoporre a quarantena un esercito ostile.

Una brutta novità: il colera

Le strategie anti-pandemiche messe a punto nell’era della peste tornarono alla ribalta nell’Ottocento, quando l’Europa fronteggiò una nuova minaccia: il colera. L’avanzata del colera iniziò in India verso il 1817, quando una fase di instabilità sia istituzionale (legata al procedere della colonizzazione inglese) sia ambientale causò violente carestie. Le masse di fuggiaschi denutriti fornirono al vibrione del colera l’occasione per espandersi fuori dal suo habitat tradizionale.

   Attraverso l’Asia centrale, il colera raggiunse la Russia europea nel 1829 e continuò ad avanzare verso Occidente. Nel 1834 raggiunse la Francia meridionale e nel 1835 fece il suo primo ingresso in Italia, attraverso Piemonte e Liguria, pare portato da contrabbandieri senza scrupoli che aggirarono i blocchi imposti dalle autorità sanitarie. Da lì, il colera si diffuse al resto della Penisola, causando complessivamente tra 150 e 240 mila morti.

   Si trattava solo della prima delle sei epidemie di colera che colpirono l’Italia nell’Ottocento (oltre al 1835-37, le più gravi si verificarono nel 1854-55 e 186567), causando complessivamente tra 500 e 700 mila vittime. Come per la peste, anche la comparsa del colera portò ad adattamenti di cui ancora beneficiamo: potenziamento dei sistemi fognari, miglioramento della qualità delle acque potabili, bonifica dei quartieri urbani più degradati. L’era del colera, contraddistinta anche da nuovi mezzi di trasporto — per esempio treni e piroscafi — dimostrò che nella lotta ai rischi pandemici era indispensabile un coordinamento generale sul territorio dei nuovi grandi Stati nazionali.

   La Direzione generale di sanità e il Consiglio superiore di sanità, istituiti in Italia nel 1888, se da un lato sono gli antenati di istituzioni che continuano ad assicurare funzioni essenziali di coordinamento nella lotta contro le pandemie, dall’altro lato discendono direttamente dalle commissioni permanenti di sanità nate nell’era della peste.

L’era dell’influenza: la Spagnola

Mentre il colera imperversava in Europa, iniziò a prepararsi una nuova sfida pandemica. A partire dal «catarro russo» del 1781-82 fino alla grippe del 1889-90, una serie di influenze di gravità variabile allarmò medici e scienziati. Tuttavia, l’era dell’influenza iniziò davvero solo nel 1918-1819, con la Spagnola. Causata da un virus influenzale di tipo H1N1, la Spagnola, partita probabilmente dagli Stati Uniti, si diffuse rapidamente al resto del mondo.

   La Prima guerra mondiale ostacolò la lotta contro la pandemia, rendendo impossibile un efficace coordinamento internazionale e portando a trascurare la popolazione civile a favore delle truppe al fronte. Sta di fatto che, se guardiamo al numero di morti, la Spagnola fu la peggiore pandemia nella storia dell’umanità: tra i 50 e i 100 milioni di vittime nel mondo.

   In Italia — uno dei Paesi europei colpiti più duramente — si contarono fra 300 e 400 mila morti, circa l’1 per cento della popolazione. L’elevato numero di vittime fu dovuto all’alta diffusibilità dell’infezione, visto che il tasso di letalità (la percentuale di deceduti sulla popolazione infetta) fu relativamente basso: in Italia, attorno al 3 o 4 per cento.

   Le misure impiegate contro la Spagnola ci sono purtroppo familiari: quarantene, chiusura di scuole, chiese e altri luoghi di ritrovo, utilizzo obbligatorio delle mascherine e così via. Questi interventi furono sostanzialmente inutili, sia per errori di comunicazione (aggravati ulteriormente dalla censura di guerra) sia per le oggettive difficoltà del momento, visto che le risorse erano in gran parte orientate verso lo sforzo bellico.

   Per giunta, mancava una cura e il personale sanitario risultò in larghissima parte infetto e incapace di recare soccorso. In positivo, la Spagnola rese evidente che in un’epoca caratterizzata da una facilità di spostamenti su scala globale senza precedenti occorreva un migliore coordinamento antipandemico internazionale.

   La creazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 1948, fu anche dovuta alla lezione imparata a caro prezzo dalla Spagnola.

Il preludio di Covid-19

Il nuovo millennio si è aperto con la crisi di Sars del 2003, causata da un coronavirus. La Sars colse il mondo completamente di sorpresa, anche per l’iniziale reticenza della Cina a condividere le informazioni con altri Paesi (una precisazione: Pechino ha imparato dal proprio errore di allora e ha avuto un atteggiamento molto più costruttivo nel condividere le informazioni su Covid-19).

   La minaccia della Sars fu comunque sventata, e l’epidemia si chiuse con meno di 800 morti. Tuttavia verso la fine del 2003 un nuovo allarme fu causato dalla cosiddetta «aviaria», ovvero un virus influenzale (del tipo H5N1) trasmesso dagli animali all’uomo e che, si temeva, avrebbe potuto imparare a diffondersi da persona a persona. Anche questa minaccia fu sventata — almeno temporaneamente, visto che la comparsa di una forma di influenza aviaria letale e ad alta diffusione rimane una delle maggiori preoccupazioni degli esperti.

   Nel 2009 ci furono grandi timori per un’altra influenza, la «suina» (del tipo H1N1, come la Spagnola), che però si rivelò, sì, altamente diffusibile, ma meno letale di una normale influenza stagionale.

   Altre crisi recenti includono l’Ebola, malattia terribile che sinora è stato possibile contenere nelle sue aree d’origine nell’Africa sub-sahariana, e la Mers del 2012, causata da un coronavirus.

   La crisi causata da Covid-19, dunque, è la terza del millennio dovuta a un coronavirus, ed è di gran lunga la più grave. Occorre estrema prudenza nel fare previsioni, e la storia di una pandemia si scrive solo dopo che è terminata. Tuttavia, Covid-19 ha già impartito una lezione importante: in un mondo globalizzato, per sconfiggere le pandemie occorre rafforzare ulteriormente il coordinamento e la solidarietà tra Stati — su scala mondiale come su quella europea. Per esempio l’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), attivo dal 2005, dovrebbe auspicabilmente venire dotato degli strumenti necessari ad armonizzare in modo più efficace le azioni di contrasto alle pandemie dei singoli Stati dell’Unione. (Guido Alfani)

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Albert Camus est mort, Combat, 5 gennaio 1960, la notizia su Combat della morte di Camus in un incidente stradale (immagine da https://stepfeed.com/)

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