AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020

– “Terra bruciata” di Stefano Liberti è un documento lucido e ricco di dati su quello che ci attende –

   Che la terra abbia la febbre alta lo sappiamo da tempo, ma giorno dopo giorno scopriamo che sta addirittura bruciando, e “TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di Stefano Liberti dall’eloquente sottotitolo: “Come la crisi ambientale sta cambiando l’Italia e la nostra vita” (Rizzoli, 20 euro).

   Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli effetti del cambiamento climatico, che nel prossimo futuro si manifesteranno con velocità e forza sempre più spaventose. Ma nelle sue pagine fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei poli e dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi, raccontati con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, superano il distanziamento emotivo in cui cerchiamo di confinarli e dispiegano i loro effetti concreti nella nostra vita di tutti i giorni: gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di una storia che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma che ci riguarda già pesantemente.

CHIAVE MEDITERRANEO

Il focus del libro è l’Italia, e non a caso: il nostro Paese è infatti al centro di quel vero e proprio “hotspot” climatico che è diventato il Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani (1,4 gradi contro un grado, rispetto al 1856), sta aumentando di volume (a causa dello scioglimento dei ghiacci e del riscaldamento dell’acqua) e liberando sempre più energia, che è all’origine dello scatenarsi degli eventi atmosferici estremi (uragani, trombe d’aria, frane): l’autore ricava dal database europeo Eswd che li registra l’impressionante progressione che riguarda soprattutto il nostro paese rispetto ad altri di dimensioni analoghe: 21 eventi nel 1999, contro ad esempio i 33 nel Regno Unito; dieci anni dopo i numeri erano rispettivamente 328 e 79; ma nel 2019 il nostro Paese ne ha fatti registrare 1665, quasi 5 al giorno, contro i 240 in Gran Bretagna: l’85% in più.

BILANCIO PESANTE

Quanto ai danni provocati, in totale l’Europa ne ha conteggiati tra il 1980 e il 2017 per 426 miliardi di dollari, dei quali 64,6 miliardi solo in Italia. Nel Nordest se possibile – causa la conformazione del territorio – le conseguenze si aggravano: l’innalzamento del mare, anche ignorando i fenomeni estremi, colpisce Venezia (70 cm di differenza tra oggi e il ‘700, stando alle ricerche dello studioso padovano Dario Camuffo) ma soprattutto le aree marittime più periferiche, non protette dal Mose: i Lidi ferraresi, ad esempio, a causa anche della subsidenza, sono ormai una ridotta assediata dal mare, con lunghe file di villette in vendita, destinate in pochi anni ad essere travolte dall’acqua, come avverrà in migliaia di siti sull’Adriatico e il Tirreno, visto che da qui a 80 anni il mare si alzerà di più di un metro; e i fiumi, a partire dal Po, sono sempre più asfittici e invasi dal cuneo salino, che in settant’anni è risalito da 2-3 Km dal mare fino a Taglio di Po, 30 km nell’entroterra, con conseguenze pesantissime sull’agricoltura e sulla tenuta di buona parte del Delta: solo in Polesine si spendono 2 milioni di euro l’anno per pompare via l’acqua.

L’ALTERNATIVA

Oltre che una questione di sicurezza e di qualità della vita infatti il riscaldamento globale è anche un problema economico, che nei prossimi anni stravolgerà la vita delle nostre società, costringendoci a ripensamenti profondi del nostro stile di vita: e se la grande maggioranza delle persone si limita al momento a rimuovere il problema, forse paralizzata dalla percezione della sua gravità, c’è chi sta già correndo ai ripari.

   È il caso del meteorologo Luca Mercalli, che da decenni tiene alto l’allarme sul cambiamento climatico e che ora racconta nel libro dal titolo ‘resistenziale’ SALIRE IN MONTAGNA (Einaudi, 17,50 euro) come ha deciso di “prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale”. Mercalli nel 2018 ha acquistato un rudere del ‘700 a 1650 metri di quota sopra Oulx, dove le temperature rimangono ancora gradevoli anche d’estate, e il suo libro è innanzitutto il diario delle disavventure (burocratiche, tecniche, sociali) per ristrutturarlo in modo filologicamente corretto ed ecologicamente sostenibile, alternato alle cronache allarmate sull’andamento del clima del pianeta; in realtà però nelle pagine si susseguono un’articolata disamina sulle relazioni tra uomo e ambiente, che il clima finirà per sovvertire in profondità, e un’approfondita rilettura (tra storia, geologia, sociologia) dell’ambiente circostante, alla ricerca del genius loci che vi si cela: un modo di fare turismo agli antipodi dei viaggi mordi e fuggi che tanto hanno contribuito all’aggravamento dei problemi climatici.

RECUPERI E SERVIZI

Ma si tratta solo di un scelta personale un po’ elitaria oppure si propone come una soluzione praticabile per tutti o quasi? “È una possibilità” risponde Mercalli “che propongo all’attenzione di chi può avere interesse a prenderla in considerazione, visto che studio da sempre questi temi e so esattamente cosa ci accadrà nei prossimi anni: meglio prepararci per tempo, programmando, piuttosto che essere costretti a muoversi nell’emergenza. Certo Torino, Roma, Milano non potranno spostarsi in blocco in montagna, ma considerato che in Italia ci sono 27mila borghi disabitati che potrebbero ospitare ognuno – con un’adeguata opera di recupero – qualche centinaio di abitanti, significa che qualche milione di italiani nei prossimi anni potrebbero trasferirsi nelle terre alte. Attenzione, non parlo di un nuovo pendolarismo, ma di una residenza stabile, per la quale naturalmente sarà necessario procedere al recupero degli edifici in abbandono, ma anche portarvi delle infrastrutture adeguate, a partire dalla rete, che rende possibile svolgere quassù molte professioni nuove e anche socializzare e divertirsi senza scendere in città. Per molte famiglie potrebbe essere un investimento capace di assicurare ai propri figli un futuro meno difficile”. (Sergio Frigo)

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LA STRAGE SILENZIOSA DELLE API FRA PESTICIDI E CRISI CLIMATICA

di FABIO CICONTE, dal quotidiano DOMANI, 21/12/2020

– Dalla Lombardia al mondo intero, le popolazioni di api sono minacciate dall’agrochimica e dal clima impazzito. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione –

   «È stata una mattanza». Matteo Federici è il vicepresidente di Apilombardia, un’associazione di apicoltori con circa 1.500 soci. Non usa mezzi termini quando ripercorre i fatti accaduti tra l’8 e il 12 agosto in un lembo di terra non più grande di 15 chilometri quadrati tra le province di Brescia e Cremona. «I corpi delle api morte, ammassati alle porticine di volo dell’arnia, bloccavano l’uscita, uccidendo per asfissia quelle all’interno».

   Con un brivido nella voce, Federici riporta a galla la macabra scoperta fatta l’estate scorsa nel cuore della bassa padana, una distesa di mais e soia che alimenta gli 8 milioni di suini stipati nei capannoni (la metà dei quali in Lombardia) e gli impianti a bio-gas della zona. Secondo Greenpeace, la morìa ha coinvolto quasi dieci milioni di api.

La pistola fumante

A leggere le carte della denuncia per danno ambientale depositata alle procure competenti da Alessandro Gariglio, l’avvocato degli apicoltori coinvolti, ci si trova catapultati nella sceneggiatura di una serie Netflix, con tanto di sopralluoghi dei carabinieri (forestali) e del servizio veterinario sulla scena del crimine.

   «In questo caso però abbiamo la pistola fumante», commenta il presidente di Apilombardia. È bastato osservare il paesaggio nel raggio di tre chilometri, l’area di volo delle api, per far cadere i sospetti su quella enorme estensione di campi di mais.

   Le analisi svolte sulle api hanno confermato che le cause del decesso sono due PESTICIDI dal nome impronunciabile: INDOXACARB e CHLORANTRANILIPROLE, tipicamente utilizzati per trattare il mais.  «Sono sostanze legali» spiega Federici, «però non dovevano essere usate in quel periodo dell’anno, quando le api sono in piena attività».

   Ersaf, l’ente regionale per i servizi all’agricoltura, lo aveva chiarito in due bollettini, emessi prima e dopo le date incriminate, scrivendo che «non è necessario intervenire» e che è «vietato trattare durante la fioritura».

   Che l’uso della chimica di sintesi in agricoltura sia uno dei maggiori responsabili della morte delle api è un fatto conclamato, al punto da scatenare accese battaglie sociali: in seguito alle pressioni delle organizzazioni ambientaliste, tre pesticidi neonicotinoidi, sono stati banditi dal mercato europeo nel 2018.

   Una misura necessaria ma non sufficiente visto che, restando in Lombardia, la scorsa primavera almeno mille alveari hanno registrato percentuali elevatissime di spopolamento, con la morte di migliaia di bottinatrici. «Questa è solo la punta dell’iceberg perché noi siamo in grado di fare la conta dei morti solo per le api allevate, ma la stessa cosa – e sicuramente in numero maggiore – accade alle specie selvatiche» conclude Federici.

   Ma il problema supera il confine lombardo: in tutto il mondo gli apicoltori segnalano problemi analoghi. Con quali conseguenze? Stando al solo calcolo economico, l’Unione europea stima un danno di 15 miliardi solo per il vecchio continente.

Colpi di freddo

All’uso di sostanze chimiche che sta facendo strage di impollinatori, si aggiunge una minaccia più difficile da affrontare: il cambiamento climatico. Secondo l’Osservatorio nazionale del miele, il 2020 è stato un anno disastroso, al pari di quello precedente: «Il meteo incostante, i cambiamenti climatici che condizionano la produzione di nettare da parte delle piante e stravolgono gli equilibri nello sviluppo delle famiglie di api nei momenti più delicati, sono solo alcune delle cause delle problematiche produttive che si registrano ormai da molti, troppi, anni».

   Le continue oscillazioni della temperatura portano sempre più spesso le api a riprodursi con i primi caldi primaverili, le esploratrici e le bottinatrici (quelle che raccolgono il polline) escono dall’alveare convinte di trovare cibo a sufficienza, salvo poi rendersi conto che le fioriture sono state interrotte da improvvise gelate.

   Tutti questi fattori portano a una riduzione nella produzione e così, per salvare le api dalla fame, i 50mila apicoltori presenti in Italia hanno incrementato la nutrizione artificiale con sciroppi di zucchero. Nonostante questi palliativi, la pressione combinata dei pesticidi e della crisi climatica rappresenta oggi una minaccia esistenziale per le api e altri impollinatori.

   Eppure «è grazie a loro che un terzo del cibo arriva sulle nostre tavole», sottolinea Federica Ferrario, che con Greenpeace da anni si batte per salvare le api. «Senza questi insetti, molto del cibo che mangiamo sarebbe a rischio: mele, pere, mandorle, albicocche, solo per fare qualche esempio. Ma anche i formaggi che vengono da animali allevati al pascolo risentirebbero della qualità, perché i prati non verrebbero più impollinati».

   A rafforzare questo scenario arriva un recente studio pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Science, secondo cui stiamo già assistendo ad una «estinzione di massa» dei bombi, che stanno scomparendo dalle zone dove le temperature stanno aumentando maggiormente.

   Se contro i pesticidi gli apicoltori lombardi hanno sporto denuncia, cosa possono fare contro il cambiamento climatico? La procura di Cremona ha aperto un fascicolo e, con un po’ di fortuna, riuscirà a individuare e sanzionare gli agricoltori che irrorano il mais fuori stagione. Purtroppo però, non c’è una legge che punisce le ondate di caldo o le gelate. Anche perché, ad essere punite dovrebbero essere le politiche di questi decenni che hanno portato all’impazzimento del clima. (Fabio Ciconte)

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LA TEMPERATURA MEDIA È AUMENTATA IN QUASI TUTTI I COMUNI ITALIANI

E lo stesso vale anche nel resto d’Europa: sarà una tendenza difficile da fermare

da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/

   Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media è aumentata di almeno 1°C in 7.540 comuni italiani su 7.669, e a un ritmo di crescita preoccupante. Il clima sta ancora cambiando velocemente in tutto il mondo, nonostante gli impegni di governi e aziende per ridurre le emissioni di gas serra, soprattutto in Europa: il riscaldamento globale è un processo difficile da invertire e anche da rallentare, a causa delle sottovalutazioni del passato a cui adesso è complicato rimediare, e del fatto che ci sono paesi – come India e Cina – le cui emissioni continuano ad aumentare.

   In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. La provincia autonoma di Bolzano è dove c’è stata la crescita più evidente: +2,71°. Al secondo posto il Lazio con +2,60°, poi la Lombardia con 2,55° e il Friuli Venezia Giulia con +2,52°. Al contrario, la Toscana è la regione con la crescita meno netta rispetto a tutte le altre: 1,67°.

   Il comune dove la temperatura media è cresciuta di più in assoluto è in provincia di Sondrio e si chiama Novate Mezzola: negli ultimi cinquant’anni la temperatura è aumentata di 4,1°. La provincia di Sondrio, con +2,98°, è quella che ha avuto la crescita più netta in Lombardia. Si trova in Piemonte, invece, il comune dove la temperatura è cresciuta meno: ad Airasca, a circa quaranta chilometri da Torino, il termometro segna in media +0,3° rispetto a cinquant’anni fa.

I dati di tutti i comuni europei
È possibile analizzare tutti questi dati grazie al progetto Copernicus, un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti: tutte queste informazioni vengono raccolte e messe a disposizione di cittadini, ricercatori e aziende per garantire dati affidabili e aggiornati su temi ambientali.

   OBC Transeuropa e EDJNet, in collaborazione con Sheldon Studio, hanno analizzato milioni di dati per visualizzarli in una mappa che mostra la crescita della temperatura in Europa dagli anni Sessanta fino al 2019 in 100mila comuni: in due terzi dei comuni europei la temperatura media è aumentata di oltre due gradi nel periodo di tempo analizzato, con alcuni picchi che superano i 5°.

   Come si può osservare dalla mappa, anche in Europa esiste un problema di riscaldamento nelle aree più fredde, come le nazioni del nord Europa: otto dei dieci comuni dove la temperatura è aumentata in modo più significativo si trovano in Norvegia centrale. E il comune europeo dove c’è stato l’aumento maggiore è Reykjanesbær, in Islanda, dove la temperatura media è cresciuta di 5,8° in pochi decenni, anche se in questo caso la crescita è stata influenzata dalla presenza del principale aeroporto islandese, a circa 50 chilometri dalla capitale Reykjavík.

   Le zone colorate di rosso, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.

   Le conseguenze sono già visibili e allarmanti: in tutta Europa ci sono alluvioni o lunghi periodi di siccità, il livello dei mari si sta alzando, i ghiacciai sulle Alpi si stanno sciogliendo e negli ultimi anni sono aumentati gli eventi climatici più estremi. Le ragioni del cambiamento climatico sono tante, così come le conseguenze.

Attenzione al mar Mediterraneo
Filippo Giorgi è direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics (ICTP) di Trieste, ed è stato membro del comitato esecutivo dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che nel 2007 ha vinto il Premio Nobel per la Pace. Ed è preoccupato dalle anomalie climatiche degli ultimi due anni. «Nel 2019 c’è stata un’ondata di calore nel nord Europa, che ha causato uno scioglimento dei ghiacci molto accentuato», ha detto. «Poi ci sono stati gli incendi nella zona dell’artico e in Russia. Sono segnali di un trend di cambiamento evidente negli ultimi quarant’anni e che sta continuando in modo sempre più accelerato».

   Secondo Giorgi, una delle zone più delicate dal punto di vista ambientale è tutta l’area del Mediterraneo, che si trova nella fascia di transizione tra il clima umido europeo e quello secco e caldo del nord Africa. «In queste aree particolari, anche piccoli cambiamento producono effetti molto forti», ha spiegato. «Pensiamo a quello che è successo nell’ottobre del 2018 sulle Dolomiti, dove si è abbattuta la tempesta Vaia che ha distrutto migliaia di ettari di foreste. Quella tempesta è stata causata dal riscaldamento delle acque del Mediterraneo, con un input di energia che ha incontrato una perturbazione e provocato quel disastro. Per questo motivo è importante monitorare la variazione della temperatura».

   I fattori che incidono con un impatto maggiore sul clima sono l’aumento dei gas serra e l’utilizzo di combustibili fossili, a livello globale. Ma ci sono anche tante altre cause a livello locale, come l’alta densità abitativa, il consumo di suolo e la conseguente diminuzione degli spazi verdi che servirebbero come filtro per limitare l’effetto delle radiazioni solari.

   Una volta innescato, il processo di riscaldamento è difficile da rallentare. La colpa è della retroazione positiva, o feedback: in un’atmosfera calda cresce la concentrazione del vapore acqueo, che è un gas serra e a sua volta determina una crescita delle temperature. Un altro feedback climatico riguarda le aree polari, dove lo scioglimento dei ghiacci diminuisce la superficie che riflette il calore esponendo alle radiazioni solari il suolo o l’acqua che a loro volta, scaldandosi, provocano lo scioglimento dei ghiacci.

Lo scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi
Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da Copernicus. Giorgi è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa quattromila ghiacciai alpini a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (Equilibrium-Line Altitude), cioè la linea di equilibrio dei ghiacciai, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la quota che separa la zona di accumulo di un ghiacciaio e la zona detta di “ablazione”, dove la neve sparisce completamente in estate.

   Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che entro il 2100 potrebbe scomparire il 92% dei ghiacciai alpini, nella peggiore delle ipotesi. I ghiacciai più a rischio sono quelli che si trovano sotto i 3500 metri di quota: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per cercare di limitare le emissioni per mantenere la crescita del riscaldamento al di sotto della soglia di pericolo. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude.

Le promesse degli stati
Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni.

   A distanza di cinque anni, non si può dire che gli obiettivi siano stati raggiunti. Il 12 dicembre si è tenuto un “Climate Ambition Summit” virtuale a cui hanno partecipato presidenti di ogni parte del mondo. Tra i paesi che non hanno partecipato ci sono il Brasile e gli Stati Uniti, che nel 2017 si sono ritirati dall’accordo di Parigi per volere dell’ex presidente Donald Trump, e che nei prossimi mesi rientreranno, dopo l’insediamento del nuovo presidente Joe Biden.

   Alok Sharma, ministro dell’Energia britannico e presidente della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, è stato molto diretto nei confronti dei leader mondiali chiedendo se fosse stato fatto il necessario per mantenere le promesse di Parigi: «Amici, dobbiamo essere onesti con noi stessi», ha detto. «La risposta al momento è: no. Per quanto incoraggiante sia tutta questa ambizione, non è abbastanza».  Durante il “Climate Ambition Summit” è stato più volte ribadito che allo stato attuale l’andamento del riscaldamento globale porterà a una crescita della temperatura media globale tra i 3,5° e 4° C, rispetto ai livelli pre-industriali, entro il 2100.

   Secondo i dati forniti dall’ONU, sono 71 i paesi che hanno annunciato nuovi piani climatici nazionali per contrastare il cambiamento climatico. Durante un vertice organizzato a Bruxelles l’11 dicembre, i 27 capi di Stato dell’Unione Europea si sono impegnati a ridurre le emissioni inquinanti del 55 per cento rispetto al 1990.

   Per raggiungere questo obiettivo, secondo le prime bozze e anticipazioni l’Italia investirà il 37 per cento dei fondi assegnati dal Recovery Fund, quindi 73,4 miliardi di euro, prevedendo interventi per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica degli immobili, a partire da scuole e ospedali, e promuovere nuove e sostenibili forme di mobilità locale. Le bozze indicano azioni specifiche per migliorare la qualità dell’aria nei centri urbani, favorire l’economia circolare, mitigare i rischi di dissesto idrogeologico e ripulire le acque interne e marine. (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

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Vedi:

Italia | Glocal Climate Change un progetto di EDJNet (sheldon.studio)

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CAMBIAMENTI CLIMATICI – LA COP26 A GLASGOW DAL 1 AL 12 NOVEMBRE 2021

da Ministero dell’Ambiente, https://www.minambiente.it/, 2/6/2020

   Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2021. La decisione è stata presa dopo consultazioni con i paesi membri dell’UNFCCC.

   Le nuove date consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali avranno rispettivamente la presidenza di turno il prossimo anno.

   La decisione delle nuove date giunge nel momento in cui il governo del Regno Unito ha annunciato che oltre 25 esperti in vari temi globali assisteranno la Presidenza della Cop26. Questi “Friends of COP” contribuiranno con una expertise da paesi di sei continenti, compresi Francia, Barbados, Chad, Australia, India e Perù. Gli esperti assisteranno il governo del Regno Unito e saranno di ispirazione, per i loro settori, in vista della conferenza. Tra i “Friends of COP” ci sono Selwin Hart, Special Adviser to the United Nations Secretary-General on Climate Action, Eric Garcetti, sindaco Los Angeles e Sharan Burrow, segretario generale della International Trade Union Confederation.

   Il ministro italiano dell’Ambiente, territorio e tutela del mare, Sergio Costa, ha affermato: “Sono lieto che le consultazioni con le parti hanno reso possibile accordarsi collettivamente e rapidamente per le nuove date della Cop26. Le nuove date significano che la conferenza si terrà quando la tragedia del Covid 19 sarà alle nostre spalle e saremo in grado di assicurare inclusione, che per noi rappresenta un pre-requisito fondamentale per una Cop26 ambiziosa basata su un impegno globale all’azione. Da ora al novembre 2021 sfrutteremo ogni occasione internazionale per accrescere l’ambizione e la mobilitazione, compresi la presidenza italiana del G20 e quella britannica del G7”.

   Il presidente della Cop26 e ministro del Regno Unito per il Business, energia e strategia industriale, Alok Sharma, ha dichiarato: “Nonostante siamo concentrati nel combattere la crisi del coronavirus, non dobbiamo perdere di vista la grande sfida del cambiamento climatico. Ora che abbiamo stabilito le nuove date per la Cop26 possiamo lavorare con i nostri partner internazionali nella ambiziosa roadmap di azione globale per il clima da qui al novembre 2021. I passi che stiamo prendendo per ricostruire le nostre economie avranno un profondo impatto sulla sostenibilità, la resilienza e il benessere delle nostre future società e la Cop26 può essere un’occasione in cui il mondo si unisce in nome di una ripresa pulita e resiliente. Tutti dovranno accrescere le proprie ambizioni per affrontare il cambiamento climatico e l’expertise dei “Friends of COP” sarà determinante per contribuire a dare impulso all’azione per il clima in tutto il mondo”.

   Carolina Schmidt Zaldívar, presidente della Cop25 e ministro dell’Ambiente del Cile, ha detto: “È molto importante continuare a spingere per l’azione per il clima e l’aver concordato rapidamente le nuove date per la Cop26 è un segno di impegno. Mentre le sessioni degli organi sussidiari sono state rinviate al 4-12 ottobre 2020, il lavoro delle parti e degli stakeholders continuerà attraverso gli incontri virtuali come il prossimo ‘June Momentum’. L’urgenza con la quale i governi e il modo con cui i paesi promuovono la ripresa dopo la crisi Covid 19 influenzeranno direttamente le crisi globali che stiamo sperimentando, come quelle del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. Ecco perché continueremo a mobilitare tutti gli attori. Abbiamo bisogno di più ambizione per ridurre le emissioni, costruire resilienza e cooperare”.

   La segretaria esecutiva dell’UNFCCC, Patricia Espinosa, ha dichiarato: “I nostri sforzi per affrontare il cambiamento climatico e il Covid 19 non si escludono a vicenda. Se gestita bene, la ripresa dalla crisi del Covid 19 può guidarci verso un impegno per il clima più inclusivo e sostenibile. Onoriamo coloro che abbiamo perso a causa del Covid 19 lavorando con un impegno rinnovato e continuando a manifestare leadership e determinazione nell’affrontare il cambiamento climatico e nel costruire un modo sicuro, pulito, giusto e resiliente”.

Per approfondire: https://www.minambiente.it/pagina/verso-la-cop26-conferenza-preparatoria-ed-evento-giovani-youth4climate-driving-ambition

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LE CITTÀ DEVONO PENSARE AGLI ALBERI COME A UN’INFRASTRUTTURA DI SALUTE PUBBLICA

di Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/,15/4/2019

   C’è un modo semplice ed economico per migliorare la salute delle persone: piantare alberi. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere inclusa nei finanziamenti per la salute pubblica.

   Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati.

   C’è chi ritiene per questo che dovremmo pensare agli alberi come ad una vera e propria infrastruttura di salute pubblica in grado di aiutare il benessere fisico e mentale dei cittadini. L’organizzazione americana Nature Conservancy si chiede perché piantare alberi non sia stato ancora incluso nei finanziamenti per la salute pubblica e ha prodotto un documento in cui spiega, dati alla mano, i motivi per cui questo dovrebbe essere fatto al più presto.

   Nel paper si parla del piantare alberi come di una delle strategie più trascurate per migliorare la salute pubblica nelle nostre città. (…)

   Tra l’altro c’è da considerare che, ogni anno, tra i 3 e i 4 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico (asma, malattie cardiache, ictus, ecc. dovuti proprio all’aria tossica che si respira ogni giorno). D’estate, poi, migliaia di morti sono conseguenza delle ondate di caldo torrido che si verificano nelle aree urbane. Gli studi hanno dimostrato che gli alberi sono una soluzione economica per vincere entrambe queste sfide.

   Per elaborare il documento “Funding Trees For Health” sono stati presi come esempio gli Stati Uniti dato che in questa nazione meno di un terzo del bilancio dei vari municipi viene speso per mantenere e piantare alberi. Di conseguenza, le città del Nord America perdono ben quattro milioni di alberi all’anno.

   Nel rapporto si descrive il problema, le sue cause, le criticità e le soluzioni per combatterlo. Si stima che con 8 dollari a persona all’anno, in media, si potrebbe prevenire la perdita di alberi e sarebbe anche possibile aumentare l’uso dei benefici che questi “polmoni verdi” ci assicurano. Il documento sostiene poi che, al momento, le città stanno spendendo meno nella cura o nella piantumazione di nuovi alberi rispetto ai decenni precedenti.

   La mancanza o la presenza di alberi è spesso legata al reddito medio del quartiere dove si trovano e questo concretamente significa che vi è un’enorme disuguaglianza rispetto alle salute delle persone. Negli Stati Uniti, la differenza nelle aspettative di vita tra quartieri vicini può arrivare a variare addirittura di un decennio. I ricercatori sostengono infatti che gli abitanti dei quartieri dove si trovano meno alberi hanno maggiori problemi di salute rispetto a coloro che abitano in zone più verdi.

Che cosa fare?

Il documento propone una serie di suggerimenti che possono essere utilizzati da istituzioni ma anche da privati cittadini per favorire la piantumazione:

– Attuare politiche che incoraggino i privati cittadini a piantare alberi

– Collegare il finanziamento di alberi e parchi a obiettivi sanitari

– Facilitare la collaborazione di agenzie di salute pubblica e agenzie ambientali

– Educare la popolazione sui benefici della salute pubblica del piantare alberi così come sull’impatto economico delle zone verdi.

(Francesca Biagioli)

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QUINDICIMILA ALBERI IN DONO: RINASCE LA VALLE DEVASTATA

di Roberta Paolini, da “La Stampa” del 17/12/2020

– Nel 2018 pioggia e vento forte distrussero ettari di conifere, con milioni di piante a terra, in Veneto e Trentino – Il gruppo Luxottica ripopola con quindicimila alberi la vegetazione attorno allo stabilimento nel Bellunese “Ripariamo i danni della tempesta Vaia, la nuova foresta attenta alla biodiversità” –

BELLUNO – La devastazione della tempesta Vaia è stata davanti ai loro occhi per mesi. Il fianco della montagna alle spalle dello stabilimento di Luxottica, ad Agordo nel Bellunese, è un cimitero di alberi. E l’azienda di lenti e occhiali, che qui ai piedi delle Dolomiti patrimonio Unesco ha la sua fabbrica più grande, 4.500 dipendenti in un Comune di 4mila abitanti (ma 8mila persone impiegate direttamente se si considerano anche gli altri insediamenti nel bellunese, a Sedico e Cencenighe), ha deciso che lo shanghai di abeti senza vita andava trasformato in qualcosa. Un progetto ambizioso, il piano di ripristino boschivo, il più imponente da quando la distruzione del 2018 ha sconvolto il Veneto e parte del Trentino. Un piano che, nell’animo di Luxottica, è solo un primo passo. Il fianco della montagna è un’area di 30 ettari in località Larion-Baster. Una zona molto impervia e inclinata, che corrisponde a più o meno 50 campi da calcio, «visibile – spiega il sindaco di Agordo, Roberto Chissalè – da ogni angolo del comune, ma anche un’area parcellizzata in molti piccoli proprietari terrieri, circa un centinaio». Troppo oneroso e complesso per l’amministrazione pensare di curare quel pezzo di foresta schiantata. Ecco allora che Luxottica, senza svelare di essere lo sponsor, ha preso a cuore l’intervento, si sono sondati i proprietari, e si è riuscito a tratteggiare il disegno di restituzione del bosco. Un lavoro di comunità con alle spalle il gruppo dell’occhialeria di Leonardo Del Vecchio, che in queste valli è ha portato negli anni lavoro e benessere. Luxottica si prenderà cura di 15.000 alberi, recuperando i tronchi abbattuti dalla tempesta, mettendo in sicurezza il suolo, salvaguardando gli alberi risparmiati e favorendo la crescita di quelli che nasceranno spontaneamente per la rigenerazione naturale della foresta. Il piano prevede anche l’impianto in piccoli nuclei di 2.000 nuovi alberi, solo di specie di origine locale, per aumentare la biodiversità e la resilienza della foresta in accordo con le indicazioni scientifiche. La fase iniziale, che si concluderà entro il primo trimestre del 2021, prevede la pulizia dell’area e la rimozione del legname abbattuto, e sarà cruciale per raggiungere due obiettivi: mettere in sicurezza i terreni, riducendo il rischio di frane e smottamenti, e salvaguardare le altre foreste dall’attacco di insetti dannosi che prolificano nel legname abbandonato a terra. In primavera seguirà la seconda fase di rigenerazione vera e propria. L’intervento è realizzato in collaborazione con Etifor, spin-off dell’Università degli Studi di Padova specializzato in consulenza, progettazione, ricerca e formazione in ambito ambientale. Non è la prima iniziativa che l’azienda mette in campo per il territorio: si va dal welfare aziendale ai progetti per i giovani, al piano tamponi per tutelare i dipendenti nell’epidemia Covid con il virologo Andrea Crisanti, agli investimenti in energie rinnovabili in tutti i suoi stabilimenti. Dice Giorgio Striano, Group Manufacturing Director: «Nell’affrontare il progetto, prima di piantare nuova foresta abbiamo voluto prenderci cura dell’esistente e degli alberi risparmiati dalla tempesta, per mantenerli nel tempo così da preservare negli anni il territorio, drenare le acque piovane e conservare la biodiversità. Sono piccoli gesti in grado di fare la differenza e di restituire alla comunità un bosco rigenerato e una montagna ancora più bella. Una sorta di regalo di Natale che Luxottica vuole donare a un territorio con cui ha un legame storico e speciale». (Roberta Paolini)

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