La CADUTA DEMOGRAFICA del nostro Paese appare inarrestabile – E il periodo Covid (e il post pandemia) aggraveranno questa condizione – Ci sarà un vuoto generazionale quando i (pochi) bambini di adesso saranno adulti? – Che fare? Servizi sociali più estesi e apertura a un’immigrazione ordinata sono le priorità

(da ISTAT. Questo grafico, detto PIRAMIDE DELLE ETA’, rappresenta la distribuzione della popolazione residente in Italia per età e sesso al 1 gennaio 2020 – ripreso da https://www.tuttitalia.it/) – “(…) La COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020)

   Il Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un’ulteriore caduta della fertilità; mente i Paesi poveri sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati (con problemi, tra l’altro di sanità molto scarsa, con mortalità infantile diffusa, con aborti e donne in balìa di maternità difficili).

  Fa specie che qualcuno pensava (o credeva) che il lockdown, il virus (che ancora imperversa) fosse elemento di sviluppo della natalità, dei concepimenti. E invece le statistiche dicono proprio il contrario: la natalità va ancora peggio. Non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli, è il clima di incertezza economica e sociale; probabilmente.

(nella foto: bambini che giocano in strada, da https://www.peopleforpl/) – La tendenza alla drastica CADUTA DEMOGRAFICA è confermata anche nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo L’Istat ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10mila unità a fine dicembre. Per valutare i primi effetti della pandemia sulle nascite, invece, serviranno i dati di novembre, dicembre e gennaio, che verranno pubblicati tra marzo e aprile 2021

   Nel contesto generale, anche pre-Covid, i numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni: nel 2008 abbiamo avuto 576mila nascite mentre nel 2019, l’ultimo dato appena aggiornato, il numero è sceso a 420mila.

   La tendenza al forte calo è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

   E il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che cambieranno (e stanno già cambiando) il panorama demografico italiano.

   La situazione demografica dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. E, come dicevamo, la pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: sempre meno bambini nei Paesi ricchi, boom demografico in quelli poveri.

(IMMAGINE: ANZIANI PER BAMBINI FONTE ISTAT) – ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica (21/12/2020): “ANCORA UN RECORD NEGATIVO PER LA NATALITÀ. Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).

   Viene poi un pensiero (espresso in un articolo di questo post dal ricercatore Francesco Seghezzi): non è che il vuoto generazionale che verrà a crearsi quando i bambini (neonati) di adesso saranno adulti, porterà anche a una difficoltà di gestire i servizi per mancanza di personale, di non avere un sufficiente numero di lavoratori, per far andare avanti il Paese?  Da tempo si discute di come l’automazione sempre più diffusa (i computer, i robot…) possa causare la FINE DEL LAVORO, e una disoccupazione sempre più crescente. Non è che il VUOTO GENERAZIONALE dovuto alla CADUTA DEMOGRAFICA produrrà invece l’incapacità di avere personale per gestire i servizi essenziali?

   E’ una visione e considerazione forse tecnocratica, fredda, quella che ci siamo permessi. La verità è che un mondo senza bambini, senza generazioni che si alternano nelle cose della vita, significa il decadimento di ogni civiltà.

La TENDENZA AL FORTE CALO è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.
E il presidente dell’ISTAT GIAN CARLO BLANGIARDO (nella FOTO) ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che CAMBIERANNO (e stanno già cambiando) IL PANORAMA DEMOGRAFICO ITALIANO

   Ma è pur vero (tornando a una visione fredda ma realistica) che con il declino demografico salterà in ogni caso il sistema pensionistico: i troppi anziani, che tra l’altro vivono in media molto di più dei precedenti (e questo è cosa buona), non avranno ripagate le pensioni dal lavoro dei giovani, che saranno (sono) sempre meno. In questa ipotesi, di carenza finanziaria per le pensioni e di difficoltà a coprire tutte le occupazioni rimaste per mancanza di una generazione, è ipotizzabile che anziani in buona salute, che fanno un lavoro non pesante fisicamente, e magari pure piacevole, dovranno adattarsi (felici o meno) a continuare ancora un po’ nella loro occupazione, magari con una riduzione di orario…. E se il proprio lavoro piace, perché non poter continuare oltre la pensione?

E’ NATO DENIS – A MORTERONE, in provincia di Lecco, IL PIÙ PICCOLO COMUNE D’ITALIA con i suoi 30 abitanti, a luglio del 2020, dopo otto anni di mancanza di nuovi nati, è finalmente nato DENIS (MORTERONE, foto da https://it.finance.yahoo.com/)

   E’ vero che la caduta demografica italica che pare inarrestabile, potrebbe essere coperta dall’arrivo di immigrati. Ma anche questo appare un fenomeno non del tutto concreto: lo stesso “inserimento demografico” degli stranieri, degli immigrati, è sembrato appannarsi e ridursi drasticamente già nella fase delle crisi economica pre-covid (molti immigrati se ne sono andati al Paese di origine o in altri Paesi d’Europa), a fronte di poco lavoro, spesso precario, o mal pagato, e un costo della vita da noi assai elevato; e ancor di più non sono arrivati molti immigrati, con lo scoppio della pandemia per chiusura delle frontiere, e dei mezzi di trasporto.

(Possibili traiettorie di fertilità post-pandemia in base al livello di reddito regionale -Studio dell’Università Bocconi pubblicato su Science-) – “Secondo lo studio dell’Università Bocconi pubblicato su SCIENCE, intitolato LA PANDEMIA DI COVID-19 E LA FECONDITÀ UMANA, a cura dei ricercatori della Bocconi Arnstein Aassve, Nicolò Cavalli, Letizia Mencarini, Samuel Plach e Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze – dopo il coronavirus la fertilità potrebbe diminuire a causa “dell’incertezza economica e dell’aumento degli oneri a carico delle famiglie per la cura dei bambini”. L’indagine sottolinea poi che probabilmente nel breve periodo la fecondità diminuirà almeno nei Paesi ad alto reddito, dove ritardi nella scelta di fare figli potrebbero essere influenzati dalle perturbazioni nell’organizzazione della vita familiare causate dal prolungato isolamento, dalla riorganizzazione della cura dei figli all’interno della coppia a seguito della chiusura delle scuole e dal peggioramento delle prospettive economiche. Un calo delle nascite, sottolineano i ricercatori, comporterebbe invecchiamento della popolazione e declino demografico, con implicazioni per le politiche pubbliche. (….)” (ALTRO CHE “BABY BOOM” POST-PANDEMIA: AI TEMPI DEL COVID NIENTE FIGLI E POCO SESSO, di Adalgisa Marrocco, 30/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Il forte rallentamento dei flussi provocato dalle misure internazionali di contrasto alla diffusione del Covid-19, ha pure portato a situazioni paradossali dove gli italiani si sono accorti che, in certi settori stagionali (a volte malpagati) senza gli immigrati rischiavano di mandare in crisi filiere economiche essenziali (come le produzioni agro-alimentari: non c’erano più gli abituali stranieri stagionali per le vendemmie, la coltivazione del riso, gli allevamenti, le raccolte varie -pomodori, olive etc.- al sud) ed è stato necessario approntare in fretta una mini-sanatoria per rimediare alla chiusura delle frontiere.

“UN PAESE SENZA IMMIGRATI È UN PAESE SENZA FUTURO” – Intervista di LEFT al demografo MASSIMO LIVI BACCI (di Federico Tulli, 22/12/2020, https://left.it/) “(…… Una sostenuta immigrazione è una risposta inevitabile di un PAESE come il nostro che è sicuramente IN GRAVE INDEBOLIMENTO DEMOGRAFICO. Poi basta guardarsi intorno. Basta prendere un qualsiasi mezzo pubblico prima delle 7 del mattino per rendersi conto di che cosa significhi l’immigrazione per il nostro Paese. Al 90% gli utenti sono stranieri. E dove vanno? Vanno a fare lavori pesanti e i lavori necessari. Cioè quelli che non hanno chiuso nemmeno durante i lockdown (….) L’ITALIA CONTINUERÀ AD AVERE BISOGNO DI UNA FORTE IMMIGRAZIONE a meno che non ci si voglia impoverire sotto tutti i punti di vista: sociale, culturale, economico. Una società che non ha rinnovo è destinata a impoverirsi anche se tra gli immigrati non ci sono premi Nobel. Perché poi fanno figli che possono diventarlo se si investe bene su di loro. (…)” (da LEFT, rivista settimanale in edicola)

   Insomma la caduta demografica che stiamo vivendo in questi anni è cosa assai seria: e misure e provvedimenti di sviluppo della natalità sembrano urgenti. Su tutto appare importante un welfare spinto per dare servizi per le famiglie di bambini e ragazzi (altri Paesi, come Francia e Germania, hanno una politica più attrezzata per questo tipo di sostegno al sostentamento delle nuove generazioni). Dall’altro sono da rivedere e ripensare i contesti di chiusura verso l’immigrazione, che porta nel nostro Paese risorse umane sempre più gradite e necessarie (l’apertura all’approvazione dello ius soli potrebbe essere solo il primo passo necessario allo sviluppo positivo della cittadinanza) (s.m.)

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(GRETA – da http://www.corriere.it /, nella foto la mamma e Greta, 1/1/2021)

GRETA, PRIMA NATA IN LIGURIA. IL CAPOGRUPPO DELLA LEGA: «È NERA, NON ITALIANA» (da https://www.corriere.it del 1/1/2021) – L’esponente del Carroccio replica con queste parole a un messaggio del governatore Giovanni Toti che aveva accolto la nuova arrivata con le parole: «Diamo il benvenuto ai primi liguri del 2021!»   –  La prima bambina nata in Liguria nel 2021? «Non può essere definita nè ligure nè italiana» in quanto nera. Parole scritte da Stefano Mai, che è il capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale della Liguria. Parole che indignano anche il governatore Giovanni Toti; era stato proprio quest’ultimo a condividere sui social le foto e le notizie dei «fiocchi azzurri e rosa» che avevano salutato l’inizio del nuovo anno negli ospedali della regione senza immaginare di urtare la suscettibilità altrui.

«BENVENUTO AI NUOVI LIGURI» – Sembrava – quello di Giovanni Toti – un messaggio cortese e di circostanza, una tradizione di ogni primo gennaio. «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021! Alla Spezia poco dopo mezzanotte è nata Morena, a Imperia Louis e dal San Martino mi arriva la foto di Greta, prima nata a Genova. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome di tutta la Liguria», aveva scritto Toti, postando la foto di una mamma non italiana, con la sua bimba appena nata. E invece fin da subito erano partiti gli insulti per via dell’appellativo «ligure» accostato a un’immagine di una donna e della sua figlia di colore.   IL LEGHISTA: «NON C’È IUS SOLI» – Una situazione purtroppo consueta, quando ci sono di mezzo notizie che riguardano i migranti. Ma la situazione è cambiata quando alla canea degli anonimi o dei «leoni da tastiera» si è unita una voce istituzionale, quella di Stefano Mai, appunto, numero uno della Lega Nord in consiglio regionale, partito componente della maggioranza che sostiene Toti. «Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri. Auguri e benvenuti a tutti i nuovi nati del 2021 in Liguria, ma ribadiamo che per essere italiani e liguri sia necessario intraprendere un percorso ben definito e quindi richiedere successivamente la cittadinanza, secondo quanto previsto dalle norme vigenti. NO allo Ius soli»: posizione che l’esponente del Carroccio ha ufficializzato con un comunicato stampa. «Con la Lega al governo in Liguria così come, speriamo presto, a Roma – ha aggiunto il capogruppo leghista – non accadrà mai che l’acquisizione della cittadinanza italiana avvenga come semplice conseguenza del fatto giuridico di essere nati in Italia. Occorre difendere le nostre tradizioni e la nostra identità».   LA REPLICA DEL GOVERNATORE – Giovanni Toti non ha fatto passare sotto silenzio l’intemerata e in chiusura di giornata ha preso le distanze dal consigliere della lega Nord con queste parole: «Stupisce, lascia amareggiati e per la verità anche un po’ perplessi che qualcuno, in un anno come questo, riesca a fare polemica anche su un post di benvenuto al mondo per una bimba nata in una notte così carica di dolore e di speranza. Nel Paese con il tasso di natalità più basso del mondo, una nuova creatura è un fatto positivo, quale che sia la sua nazionalità e il colore della sua pelle». «Greta – scrive Toti – si chiama così, è nata in un ospedale ligure, con medici e infermieri liguri. Sua madre ha in tasca una tessera sanitaria del nostro Paese. Non ho chiesto alla direzione del San Martino se fosse immigrata, naturalizzata, cittadina italiana o di un altro Paese. Greta è nata qui, andrà qui in Liguria all’asilo e a scuola. I suoi genitori e anche lei, quando crescerà, da lavoratrice avrà gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri lavoratori. E gli stessi diritti e doveri sociali».

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COVID E DEMOGRAFIA

I PAESI RICCHI NELL’INVERNO DELLA FERTILITÀ

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020

– Virus e incertezza economica frenano le nascite nei Paesi più ricchi, che invece avrebbero bisogno di un tasso più alto di natalità –

   Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest’anno nelle FILIPPINE nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce.

   In ITALIA, invece, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest’anno e a 393 mila nel 2021.

   Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi.

   In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all’ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l’impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.

   All’inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, tre demografi italiani – Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina – hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la QUOTA DI ABBANDONI DEGLI ITALIANI era decisamente LA PIÙ ALTA: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l’obiettivo o si limitavano a posporlo.

   «Abbiamo continuato a studiare la situazione – dice Francesca Luppi – A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia». Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. «Ora, NON È TANTO IL TIMORE DEL VIRUS in sé a frenare la decisione di avere figli – sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano – È IL CLIMA DI INCERTEZZA ECONOMICA E SOCIALE a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia».

   Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni.

   La Brookings Institution stima che l’anno prossimo negli STATI UNITI nasca mezzo milione in meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio. Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell’immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni.

   Il GIAPPONE è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell’11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell’assistenza sociale. L’AUSTRALIA calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: SINGAPORE promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.

   È che nei momenti d’incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell’economia, l’aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.

   In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In INDIA, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi. E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International – i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e NEPAL – hanno dovuto chiudere.

   In INDONESIA, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell’utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori «sulla frontiera» dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all’80%.

   La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l’alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud. (Danilo Taino)

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DEMOGRAFIA – il dibattito che serve ma che non si fa

IL VERO DRAMMA DEL LAVORO SARÀ IL VUOTO GENERAZIONALE

di Francesco Seghezzi, ricercatore, dal quotidiano “DOMANI”, 24/12/2020

– Il rischio: nei prossimi anni pagheremo le conseguenze di ciò che sta accadendo –

   Abituati a scadenze a breve termine e a orizzonti temporali sempre più brevi, tanto in politica quanto in economia, ci risulta difficile comprendere gli impatti delle dinamiche demografiche, soprattutto sul mondo del lavoro. Ma basta avere la pazienza di leggere i dati che Istat ha diffuso nelle ultime settimane per aver chiaro come stiamo perdendo tempo guardando al dito e ignorando la luna.

   I numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni. Di certo non si può che festeggiare per l’aumento della speranza di vita, reso possibile dai progressi della scienza e dalle migliori condizioni di vita (alimentari, igieniche, sanitarie).

   Ma non possiamo ignorare come questi numeri cambino anche e soprattutto per un costante declino delle nascite che, nonostante l’apporto positivo della popolazione straniera, prosegue ormai da anni. È infatti sempre Istat a mostrarci come nel 2008 abbiamo avuto 576mila nascite mentre nel 2019, l’ultimo dato appena aggiornato, il numero sia sceso a 420mila. Centinaia di migliaia di nati in meno che cambieranno (e stanno già cambiando, senza la nostra consapevolezza) il panorama demografico italiano.

   Perché il fattore demografico gioca in un campionato in cui i tempi sono profondamente diversi da quelli sposati oggi dall’azione politica. Un eventuale, per quanto improbabile, massiccia inversione di tendenza nei trend di natalità avrebbe impatti sul mercato del lavoro dopo almeno vent’anni, perché i nuovi nati dovrebbero crescere, formarsi e accedere al mercato. Questo dettaglio, che dettaglio non è, ci fa comprendere come nei prossimi decenni ci troveremo a pagare le conseguenze in termini di sostenibilità economica, finanziaria e sociale di quanto accaduto negli scorsi anni e di quanto sta accadendo oggi.

Meno tasse e meno contributi

   Le conseguenze iniziamo a osservarle oggi con un rapporto tra coloro che percepiscono una pensione e coloro che versano i contributi (i lavoratori attuali) che si evolve nella direzione di uno squilibrio a vantaggio dei primi. Questo genera debiti che è difficile sanare se non si interviene sul sistema previdenziale. Allo stesso tempo meno forza lavoro significa meno occupati potenziali e quindi non solo meno contributi ma anche meno tasse da un lato e meno salari dall’altro, con conseguenze sulla sostenibilità delle casse dello stato, su Pil e consumi.

   Fino al paradosso più grande di un dibattito pubblico che si concentra sulla paura della fine del lavoro a causa dell’automazione senza preoccuparsi invece di un futuro in cui il rischio vero è quello di non avere, al contrario, un sufficiente numero di lavoratori.

   Non si può negare che dal punto di vista dell’azione politica la risposta alla sfida demografica sia a dir poco complessa. Da un lato abbiamo il dato temporale, ossia la necessità di porre in essere misure di sostegno alla natalità che per funzionare devono essere continuative nel tempo e non vittime dell’incertezza che sopraggiunge a ogni cambio di governo. Misure che porteranno, però, risultati concreti tra decenni e che nulla possono fare per supplire al vuoto generazionale determinato da quanto già accaduto.

   Dall’altro non si può ridurre la risposta a questa situazione drammatica a un investimento di lungo termine, proprio per la sua intrinseca incertezza. E qui entrano in gioco i nodi che spesso non vogliono essere affrontati poiché inversamente proporzionali agli impatti che essi hanno nelle urne. Parliamo in particolare di una seria riflessione, e un relativo investimento, su come rendere sostenibile il lavoro anche in età avanzata.

   Questo non significa solamente interventi sull’età pensionabile, sia aumentandola che diminuendola.  Senza dubbio la riforma Fornero ha contribuito, pur con i suoi limiti, a rendere molto più sostenibile finanziariamente il sistema pensionistico, ma qui è in gioco una idea diversa di sostenibilità molto più legata al lavoro in quanto tale. Perché è evidente che determinate mansioni non possono essere svolte oltre una certa età, ma non possiamo immaginare (come stiamo facendo) che l’unica soluzione sia individuare vie d’uscita dal mercato del lavoro per tutti coloro che svolgono lavori usuranti.

Percorsi alternativi

L’impegno a cui è chiamato il governo nel decidere come investire risorse pubbliche, ma anche imprese e sindacati nella progettazione concreta, è quello di immaginare percorsi alternativi per i lavoratori maturi che ancora possono contribuire ai processi produttivi se impegnati in mansioni diverse, magari per meno ore. Potrebbe sembrare utopia, ma le strade alternative portano a una realtà molto peggiore. (FRANCESCO SEGHEZZI, dal quotidiano “DOMANI”)

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DOVE NON NASCE NESSUNO

di Isaia Invernizzi, 27/12/2020, da IL POST.IT (https://www.ilpost.it/)

– Sono 328 i comuni italiani in cui nel 2019 non si sono registrate nascite: la mappa da Morterone (Lecco) a Sperlinga (Enna) –

   Nel 2019 in 328 comuni italiani non è nato nessuno. Negli ultimi anni il calo delle nascite e i trasferimenti verso le città o all’estero hanno causato un aumento dello spopolamento dei piccoli comuni. Se questa tendenza verrà confermata nei prossimi anni, molti luoghi che finora sono stati abitati rischiano di non esserlo più. Il problema è complesso, perché lo spopolamento dipende da tante cose come la qualità dei servizi, le opportunità di lavoro e le aspettative delle nuove generazioni. La mancanza di nuovi nati è uno dei segnali più evidenti dell’incertezza che il futuro riserverà a questi paesi.

   I luoghi dove non nasce nessuno sono quasi tutti borghi abitati da poche decine o al massimo qualche centinaio di persone: piccoli comuni, che però costituiscono l’unica rete sociale in vaste aree d’Italia lontane dalle città, e nel corso degli anni hanno permesso di salvare territori altrimenti totalmente abbandonati.

   I dati che mostrano quante persone sono nate in Italia nel 2019 sono stati pubblicati dall’ISTAT: in tutta Italia ci sono state 420.084 nascite, quasi 20mila in meno rispetto al 2018 e oltre 156mila in meno rispetto al 2008. Anche lo scorso anno, come per i sei precedenti, c’è stato un superamento del record di diminuzione della natalità. La tendenza è confermata anche nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

Secondo l’ISTAT ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10mila unità a fine dicembre. Per valutare i primi effetti della pandemia sulle nascite, invece, serviranno i dati di novembre, dicembre e gennaio, che verranno pubblicati tra marzo e aprile 2021.

   I paesi dove nel 2019 non è nato nessuno sono in tutte le regioni italiane, ad eccezione di Toscana e Puglia dove in tutti i comuni c’è stato almeno un nuovo nato. In Sicilia un solo comune non ha registrato nuove nascite nel 2019: Sperlinga, 705 abitanti, in provincia di Enna.

   Nella mappa si trovano tutti i comuni dove nel 2019 non è nato nessuno. Ci sono casi molto diversi tra loro. Per esempio, è comprensibile che l’anno scorso non siano nati bambini a Morterone, in provincia di Lecco, il più piccolo comune d’Italia con i suoi 30 abitanti anche se a luglio del 2020, dopo otto anni, finalmente è nato Denis. Ma ci sono anche comuni che superano i mille abitanti: Corte de’ Frati in provincia di Cremona, Orta San Giulio sul lago d’Orta in provincia di Novara, Pallagorio in provincia di Crotone, e Spigno Monferrato in provincia di Alessandria.

   Solo con la pubblicazione dei dati relativi al 2020 si potrà capire se l’elenco di questi comuni è aumentato oppure no. Uno dei paesi che uscirà dalla mappa è Vallo di Nera, 356 abitanti, in provincia di Perugia, quindi in Umbria. Lo scorso luglio a Vallo di Nera è nata Gaia, e tutto il paese ha accolto la notizia con gioia. La sindaca Agnese Benedetti spiega che le occasioni di festeggiare nuove nascite sono sempre più rare. «Qui non ci sono molti giovani: molti se ne vanno perché vogliono trovare nuove opportunità nei centri più grandi e devo dire che il terremoto del 2016 ha fatto crescere l’emigrazione».

   I problemi di Vallo di Nera sono quelli di tanti altri piccoli comuni: il territorio è grande, diviso in tante frazioni, e negli ultimi anni sono diminuiti i servizi, hanno chiuso molti piccoli negozi, la provincia spende meno soldi nella manutenzione delle strade. «Ogni anno dobbiamo contare i bambini per evitare le pluriclassi, cioè le classi con alunni di diverse fasce d’età», spiega la sindaca. «Purtroppo spesso si ragiona solo con i numeri e non valutando le reali opportunità per i territori. Ma non mancano segnali incoraggianti. Quest’estate sono arrivati moltissimi turisti che hanno apprezzato il nostro paese. Parlando di servizi, invece, lo scorso anno Poste italiane ha installato un Postamat, Enel ha messo una colonnina per la ricarica dell’auto elettrica. Potrebbero sembrare cose stupide, ma per molte persone sono importanti».

   Secondo la sindaca manca attenzione alla medicina territoriale, cioè ci sono sempre meno medici di famiglia, e andrebbe snellita la burocrazia per le attività imprenditoriali. «I negozi, anche quelli piccolissimi, devono rispettare qualsiasi tipo di norma, come se fossimo in una grande città. Ma da noi se chiude anche solo un negozio, si rischia di non avere più negozi».

   Anche a Duno, 123 abitanti in Valcuvia, provincia di Varese, non ci sono stati nuovi nati nel 2019 e nemmeno nel 2020. Ma il sindaco Marco Dolce dice che nell’ultimo anno si sono trasferite alcune giovani coppie e che l’epidemia da coronavirus potrebbe spingere più persone a tornare nei piccoli comuni. «Siamo una piccola comunità in una valle molto bella, dove si può vivere lontano dal caos», spiega. «Alcune giovani famiglie hanno deciso di trasferirsi perché vogliono vivere la montagna non solo per una gita domenicale, ma nella vita di tutti i giorni». A Duno, come a Vallo di Nera, non è facile garantire i servizi essenziali: lo scuolabus, la manutenzione delle strade, le opere di prevenzione per evitare frane e alluvioni.

   Una delle regioni che più di altre rischia di spopolarsi è il Molise. In Molise non ci sono grandi città e quindi molti giovani si trasferiscono fuori regione oppure all’estero: la regione è vicina alla soglia dei 300mila abitanti, un decimo della sola provincia di Milano. Enzo Scialò, presidente delle ACLI del Molise, ha detto che «molti paesi del Molise rischiano di scomparire e i recenti dati dell’ISTAT purtroppo lo confermano». Anche Scialò pensa che il coronavirus possa far riscoprire i paesi più piccoli. «È stato con la pandemia da Covid che abbiamo assistito a una riscoperta delle aree interne anche in Molise. Durante l’estate del Covid si è capito come e quanto i piccoli centri vengano apprezzati tanto da richiamare turisti non solo dal resto del Paese ma da tutto il mondo».

   Nel corso degli ultimi anni sono stati fatti molti appelli, locali e nazionali, per rilanciare i borghi italiani e salvarli così dallo spopolamento. L’ultimo progetto è stato presentato lo scorso novembre dall’associazione Italia Nostra. Il titolo del piano è articolato, come le proposte al suo interno: “Piano Nazionale per il Restauro, messa in Sicurezza, Ripopolamento e Riuso del Patrimonio storico architettonico e urbanistico dei centri storici dei piccoli paesi e dei Borghi con priorità per le aree interne e marginali a maggior rischio sismico”, chiamato più semplicemente “Piano Borghi”. Alcuni degli obiettivi del piano sono molto pratici, come gli incentivi alla riqualificazione del patrimonio edilizio, altri sono più complessi come il «reinsediamento nei borghi, attraverso il mantenimento dei servizi di base e la loro riattivazione dove non più presenti». Secondo Italia Nostra, con un rilancio delle aree interne dell’Italia si potrà «ridistribuire» la popolazione nei piccoli comuni, «che possono offrire condizioni di vita più salutari e a misura d’uomo». (Isaia Invernizzi, 27/12/2020, da IL POST.IT)

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NATALITÀ E FECONDITÀ DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE – ANNO 2019 (ISTAT.IT)

Ancora un record negativo per la natalità

Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).

   Per il settimo anno consecutivo, nel 2019 c’è un nuovo superamento, al ribasso, del record di denatalità. Si tratta di un fenomeno di rilievo, in parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. In questa fascia di popolazione le donne italiane sono sempre meno numerose: da un lato, le cosiddette baby-boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste ultime scontano, infatti, l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.

   A partire dagli anni duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust; tuttavia, l’apporto positivo dell’immigrazione sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente.

   A diminuire sono soprattutto le nascite all’interno del matrimonio, pari a 279.744 nel 2019, 18 mila in meno rispetto al 2018 e 184 mila in meno nel confronto con il 2008. Ciò è dovuto anche al forte calo dei matrimoni che si è protratto fino al 2014, anno in cui sono state celebrate appena 189.765 nozze (rispetto, ad esempio, al 2008 quando erano 246.613) per poi proseguire con un andamento altalenante.

   La denatalità prosegue nel 2020; secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche senza tener conto degli effetti della pandemia di Covid-19, che si potranno osservare a partire dal mese di dicembre 2020, ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10 mila unità.

Il calo delle nascite riguarda anche i primi figli

La fase di calo della natalità avviatasi nel 2008 si ripercuote anche sui primi figli: nel 2019 sono 200.291 (-29,5% sul 2008) e rappresentano il 47,7% del totale dei nati. Complessivamente i figli di ordine successivo al primo sono diminuiti del 25% nello stesso arco temporale. La forte contrazione dei primi figli rispetto al 2008 interessa tutte le aree del Paese, ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano che, al contrario, presenta un aumento (+1,7%).

   La diminuzione dei primi figli rispetto al 2008 è superiore a quella riferita a tutti gli ordini di nascita in quasi tutte le regioni italiane del Nord e del Centro, a testimonianza della difficoltà che hanno le coppie, soprattutto le più giovani, nel formare una nuova famiglia con figli; problematica un po’ diversa rispetto all’inizio del millennio, quando la criticità riguardava soprattutto il passaggio dal primo al secondo figlio.

   I primi figli si sono ridotti soprattutto al Centro (-34,4%): Umbria (-36,7%), Marche (-35,6%), Toscana (-34,7%) e Lazio (-33,6%). Anche le regioni del Nord registrano diminuzioni significative: Liguria (-35,6%), Valle d’Aosta (-34,9%), Piemonte (-34,8%), Friuli-Venezia Giulia (-34,1%), Veneto (-33,6%), Emilia-Romagna (-33%) e Lombardia (-30%).

   Tra le cause del calo dei primi figli vi è la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, a sua volta dovuta a molteplici fattori: il protrarsi dei tempi della formazione, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, una tendenza di lungo periodo di bassa crescita economica, oltre ad altri possibili fattori di natura culturale.

   L’effetto di questi fattori è stato amplificato negli ultimi anni da una forte instabilità economica e da persistenti difficoltà di carattere occupazionale e reddituale, che hanno spinto sempre più giovani a ritardare le tappe della transizione verso la vita adulta rispetto alle generazioni precedenti.

Un nato su tre ha genitori non coniugati

In un contesto di nascite decrescenti, quelle che avvengono fuori del matrimonio aumentano di oltre 27 mila unità rispetto al 2008, raggiungendo i 140.340 nati da genitori non coniugati nel 2019. Il loro peso relativo continua a crescere (33,4% nel 2019). La quota più elevata di nati da genitori non coniugati si osserva nel Centro (39,5%), seguito dal Nordest (36,2%) e dal Nord-ovest (35,2%). Tra le regioni del Centro spicca la Toscana (41,7%) mentre al Nord-est la proporzione più alta si registra a Bolzano (46%, il valore più alto a livello nazionale). Il Sud presenta generalmente incidenze molto più contenute (26,1%), con le percentuali più basse in Calabria (21,8%) e in Basilicata (22,2%). Il valore della Sardegna (44,4%) supera invece anche la media del Centro-nord. Considerando solo i nati da genitori entrambi italiani, il 36% ha genitori non coniugati.

   L’incidenza di nati fuori dal matrimonio è più elevata nel caso di coppie miste se è il padre a essere straniero (35,3%); quando è invece straniera la madre, la proporzione è più bassa (26,4%). Per i nati da genitori entrambi stranieri la quota è la metà (16,7%) del totale nazionale.

Si riduce il contributo alla natalità dei cittadini stranieri

Dal 2012 al 2019 diminuiscono anche i nati con almeno un genitore straniero (quasi 15 mila in meno) che, con 92.360 unità, costituiscono il 22% del totale dei nati, oltre 4.200 in meno solo nell’ultimo anno. I nati da genitori entrambi stranieri, scesi per la prima volta sotto i 70 mila nel 2016 (69.379), sono 62.918 nel 2019 (15,0% sul totale dei nati), poco più di 2.500 nati in meno rispetto al 2018. Questo è anche l’effetto delle dinamiche migratorie nell’ultimo decennio.

   Le grandi regolarizzazioni del 2002 hanno dato origine, negli anni 2003-2004, alla concessione di circa 650 mila permessi di soggiorno, in gran parte tradotti in un “boom” di iscrizioni in anagrafe dall’estero (oltre 1 milione 100 mila in tutto), che ha fatto raddoppiare il saldo migratorio rispetto al biennio precedente.

   Le boomers, che hanno fatto il loro ingresso o sono “emerse” in seguito alle regolarizzazioni, hanno realizzato nei dieci anni successivi buona parte dei loro progetti riproduttivi nel nostro Paese, contribuendo in modo importante all’aumento delle nascite e della fecondità di periodo. Ma le cittadine straniere residenti, che finora hanno parzialmente riempito i “vuoti” di popolazione femminile ravvisabili nella struttura per età delle donne italiane, stanno a loro volta “invecchiando”.

   La dinamica migratoria si è attenuata con la crisi degli ultimi anni, pur restando positiva come avviene ormai da oltre venti anni. In Italia, inoltre, sono sempre più rappresentate le comunità straniere caratterizzate da un progetto migratorio in cui le donne lavorano e mostrano minori livelli di fecondità. È il caso delle donne ucraine, moldave, filippine, peruviane ed ecuadoriane, che hanno alti tassi di occupazione, prevalentemente nei servizi alle famiglie. Anche per queste ragioni il contributo delle cittadine straniere alla natalità della popolazione residente si va lentamente riducendo.

   Si osservano due tendenze divergenti tra i nati in coppia mista e quelli con entrambi i genitori stranieri. I primi, passati da 23.970 del 2008 a 29.442 del 2019, presentano un andamento oscillante a partire dal 2010. I nati da genitori entrambi stranieri, dopo un incremento sostenuto fino al 2012, sono invece diminuiti di 16.976 unità nell’arco dei 7 anni.

   Il crescente grado di “maturità” dell’immigrazione nel nostro Paese, testimoniato anche dal notevole aumento delle acquisizioni di cittadinanza italiana, rende però sempre più complesso misurare i comportamenti familiari dei cittadini di origine straniera. Si riscontra, infatti, un numero rilevante di acquisizioni di cittadinanza proprio da parte di quelle collettività che contribuiscono in modo più cospicuo alla natalità della popolazione residente. Nel 2019 hanno acquisito la cittadinanza italiana 127.001 stranieri, il 12,9% in più rispetto all’anno precedente. Le donne sono 66.890, il 52,7% del totale, e, di queste, il 62,2% ha un’età compresa tra 15 e 49 anni.

   Le donne albanesi divenute italiane nel 2019 sono oltre 13 mila, quasi il 20% del totale; quelle marocchine circa 8.300 (12,5%) e quelle di origine rumena poco meno di 6 mila (8,9%). Nel complesso, queste collettività rappresentano oltre il 40% del totale delle acquisizioni di cittadinanza da parte di donne straniere nel 2019, con quote in età feconda rispettivamente pari a 62,4%, 55,8% e 65,8%.

Al Nord più di un nato su cinque ha genitori entrambi stranieri

Al primo posto tra i nati stranieri iscritti in anagrafe si confermano i bambini rumeni (12.215 nati nel 2019), seguiti da marocchini (8.687), albanesi (6.684) e cinesi (3.121). Queste quattro comunità rappresentano quasi la metà del totale dei nati stranieri (49,3%). L’incidenza delle nascite da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati è notoriamente molto più elevata nelle regioni del Nord (21,2% nel Nord-est e 21,1% nel Nord-ovest) dove la presenza straniera è più stabile e radicata e, in misura minore, in quelle del Centro (17,4%); nel Mezzogiorno l’incidenza è molto inferiore rispetto al resto d’Italia (6,1% al Sud e 5,3% nelle Isole).

   Nel 2019 è di cittadinanza straniera un nato su quattro in Emilia-Romagna (25%), il 22% dei nati in Lombardia, circa un nato su cinque in Veneto, Liguria, Toscana e Piemonte. La percentuale di nati stranieri è decisamente più contenuta in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo (10%).

   L’impatto dei comportamenti procreativi dei cittadini stranieri è più evidente se si estende l’analisi al complesso dei nati con almeno un genitore straniero, ottenuti sommando ai nati stranieri le nascite di bambini italiani nell’ambito di coppie miste. La geografia è analoga a quella delle nascite da genitori entrambi stranieri ma con intensità più elevate: in media nel 2019 ha almeno un genitore straniero oltre il 30% dei nati al Nord e il 25,5% al Centro; al Sud e nelle Isole le percentuali scendono a 9,5% e 8,7%.

   Le regioni del Centro-nord in cui la percentuale di nati da almeno un genitore straniero è più elevata sono Emilia-Romagna (34,6%), Lombardia (31,3%), Liguria (29,7%), Veneto (29,9%) e Toscana (28,7%).  Considerando la cittadinanza delle madri, al primo posto si confermano i nati da rumene (15.630 nati nel 2019), seguono quelli da marocchine (11.078) e albanesi (8.425); queste cittadinanze coprono il 41,7% delle nascite da madri straniere residenti in Italia.

   La propensione a formare una famiglia con figli tra concittadini (omogamia) è alta nelle comunità asiatiche e africane. All’opposto, le donne polacche, russe, cubane e brasiliane hanno più frequentemente figli con partner italiani che con connazionali.

La fecondità delle cittadine italiane verso il minimo storico

Nel 2019 le donne residenti in Italia hanno in media 1,27 figli (1,29 nel 2018), accentuando la diminuzione in atto dal 2010, anno in cui si è registrato il massimo relativo di 1,46. Per trovare livelli di fecondità così bassi bisogna tornare indietro ai primi anni duemila. Tuttavia, in quegli anni la tendenza indicava un recupero dell’indicatore dopo il minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995, recupero attribuibile in larga misura al crescente contributo delle donne straniere. Nel 2003, ad esempio, la fecondità delle straniere era pari a 2,52 figli per donna, rispetto al valore di 1,98 dell’anno più recente, in leggero aumento rispetto al 2018 (1,94).

   Si conferma al Nord il primato dei livelli più elevati di fecondità riferito al totale delle residenti (1,30 nel Nord-ovest e 1,32 nel Nord-est), soprattutto nelle Province Autonome di Bolzano e Trento (rispettivamente 1,71 e 1,42), in Valle d’Aosta (1,31) e Lombardia (1,33). Nel Mezzogiorno i livelli di fecondità restano stazionari rispetto all’anno precedente, attestandosi su 1,26 figli per donna, mentre al Centro il livello di fecondità è sceso da 1,23 a 1,19.

   A livello regionale, la Sardegna continua a presentare il più basso livello di fecondità (1,00), ancora in diminuzione rispetto al 2018 (1,02). Le differenze territoriali nella fecondità totale sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere: 2,1 al Nord, 1,78 al Centro e a 1,86 al Mezzogiorno. La fecondità delle cittadine italiane è passata da 1,21 del 2018 a 1,18 nel 2019, scendendo per la prima volta sotto il minimo storico del 1995 che, seppur riferito al complesso della popolazione allora residente, risulta prossimo alla fecondità delle sole cittadine italiane, data la bassissima incidenza dei nati da donne straniere a metà degli anni Novanta.

   Il numero medio di figli per donna delle italiane è in calo soprattutto al Centro (da 1,15 del 2018 a 1,11) e nel Nord (da 1,20 a 1,17), in misura più contenuta nel Mezzogiorno (da 1,24 a 1,23). A detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre la Provincia autonoma di Bolzano (1,60) seguita dalla provincia di Trento (1,30).

   Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,12) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia e in Campania (1,30); in Sardegna si registra il valore minimo pari a 0,97, ancora in diminuzione rispetto a 1,00 del 2018.

In media si diventa madri a 31,3 anni

L’evoluzione della fecondità di periodo è fortemente condizionata dalle variazioni nella cadenza delle nascite rispetto all’età delle donne. L’aumento del numero medio di figli per donna registrato tra il minimo del 1995 e il 2010 si è verificato nei territori interessati dal recupero delle nascite precedentemente rinviate da parte delle donne di cittadinanza italiana e dove la presenza straniera è più stabile e radicata (quindi più nati stranieri o con almeno un genitore straniero).

   Ciò è accaduto, in particolare, nelle regioni del Nord e del Centro mentre nel Mezzogiorno è proseguito il fenomeno della denatalità a causa della posticipazione delle nascite, ancora in atto da parte delle cittadine italiane, non compensata dalla quota, modesta in questa area, di nascite di bambini con almeno un genitore straniero.

   Il dispiegarsi degli effetti sociali della crisi economica ha agito direttamente sulla cadenza delle nascite.

   Le donne residenti in Italia hanno accentuato il rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate; rispetto al 1995, l’età media al parto aumenta di oltre due anni, arrivando a 32,1 anni; in misura ancora più marcata cresce anche l’età media alla nascita del primo figlio, che si attesta a 31,3 anni nel 2019 (3,3 anni in più rispetto al 1995).

   Le regioni del Centro sono quelle che presentano il calendario più posticipato (32,5 anni). Le madri residenti nel Lazio hanno un’età media al parto pari a 32,6 anni, superate solo da quelle della Basilicata e della Sardegna (con un valore di 32,8 anni entrambe).

   Confrontando i tassi di fecondità per età del 1995, del 2010 (italiane e totale residenti) e del 2019 (italiane e totale residenti) si osserva uno spostamento della fecondità verso età sempre più mature. Rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono cresciuti nelle età superiori a 30 anni mentre continuano a diminuire tra le donne più giovani. Questo fenomeno è ancora più accentuato considerando le sole cittadine italiane per le quali, confrontando la fecondità del 2019 con quella del 2010, il recupero della posticipazione si osserva solo a partire dai 40 anni.

Senza figli quasi una donna su quattro tra le nate del 1979

Le misure di periodo riferite al comportamento riproduttivo risentono, come si è detto, dei cambiamenti che avvengono nel calendario delle nascite. Quando è in atto una pronunciata posticipazione, come nella fase attuale, il numero medio di figli per donna di periodo si abbassa rapidamente. La fecondità per generazione (che prende come riferimento l’anno di nascita delle madri), a differenza di quanto avviene per l’indice di fecondità di periodo, non mostra significative discontinuità in relazione alla congiuntura e pertanto consente di analizzare le tendenze di fondo dei comportamenti riproduttivi.

   Il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere nel nostro Paese senza soluzione di continuità. Si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni Venti (subito dopo la Grande Guerra) ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945- 49) fino a raggiungere il livello di 1,44 figli per le donne della generazione del 1979 stimato alla fine della storia riproduttiva.

   Una diminuzione della fecondità così marcata comporta necessariamente profonde modificazioni sulla composizione della discendenza finale per ordine di nascita. I tassi di fecondità riferiti alle nascite del primo ordine hanno subito una variazione relativamente contenuta fino alle generazioni di donne della metà degli anni Sessanta: si è passati da 0,89 primi figli per le donne del 1950 a 0,87 per quelle del 1960.

   La stima riferita alla coorte del 1979 è invece decisamente più bassa – 0,77 – e potrebbe portare a un significativo aumento tra le coorti più giovani della proporzione di donne senza figli.

   L’evoluzione dei tassi di fecondità del secondo ordine presenta un andamento simile a quello del primo. Si osserva un aumento fino alla generazione di donne nate nel 1946 seguito da un andamento in diminuzione per quelle successive: si passa da 0,69 figli per le donne nate nel 1933 a 0,71 per le nate nel 1946 fino a 0,51 nella generazione del 1979. Per le stesse generazioni, i tassi di fecondità del terzo ordine e successivi, al contrario, si sono drammaticamente ridotti, passando da 0,77 della generazione del ’33 a 0,16 della generazione del ‘79.

   La diminuzione della fecondità in Italia è stata quindi, in buona parte, il risultato della rarefazione dei figli di ordine successivo al secondo. Inoltre, assumendo come riferimento quattro coorti, 1950, 1960, 1969 e 1979, emerge come siano cambiati i modelli di fecondità. A livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra e per le nate nel 1979, a fine storia riproduttiva, si stima più che raddoppiata (22,6%) rispetto a quella delle nate nel 1950 (11,1%).

   Si attenuano le tradizionali differenze geografiche nei modelli riproduttivi. Da un lato il Centro-nord, da lungo tempo sotto il livello di sostituzione di circa 2 figli per donna, presenta una quota importante di donne senza figli (quasi 1 su 4 al Nord per la generazione del 1979) e un’elevata frequenza di donne con un solo figlio (in particolare al Centro dove viene raggiunto il massimo relativo con 30,8%).

   Dall’altro il Sud, dove è in aumento la quota di donne senza figli, che evidenzia oramai una convergenza tra le diverse ripartizioni italiane, ma che continua a distinguersi per il modello con 2 figli e più (54,3% per la generazione delle nate nel 1979, rispetto alla media nazionale pari al 50,7%).

   Questa specificità era ancora più evidente tra le donne del 1969, quando l’incidenza dei nati del secondo ordine e più era del 66,5% rispetto a 55,0%. Per le donne nate nella generazione più recente (1979) e residenti al Sud la quota di coloro che non hanno figli è inoltre superiore a quella delle donne con un solo figlio (23,4% vs 22,3%).

   Nonostante, quindi, un’evidente convergenza tra le varie ripartizioni, la geografia dei comportamenti riproduttivi mantiene comunque alcune specificità.

Leonardo e Sofia i nomi preferiti dai neogenitori

Sulla base delle informazioni contenute nella rilevazione degli iscritti in anagrafe per nascita, l’Istat elabora la distribuzione dei nomi maschili e femminili più frequenti nel 2019. A livello nazionale, il nome Leonardo mantiene il primato conquistato nel 2018, mentre Francesco, anche quest’anno si conferma al secondo posto. In terza posizione, Lorenzo scalza Alessandro che scende al quarto posto.

   Per quanto riguarda i nomi femminili rimane in prima posizione Sofia, ma si rileva uno scambio sul podio tra Aurora che sale al secondo posto dal terzo, quest’anno occupato da Giulia. Nonostante ci siano oltre 27 mila nomi diversi per i bambini e quasi 26 mila per le bambine (includendo sia i nomi semplici sia quelli composti), la distribuzione del numero di nati secondo il nome rivela un’elevata concentrazione intorno ai primi 30 in ordine di frequenza, che complessivamente coprono oltre il 44% di tutti i nomi attribuiti ai maschi e oltre il 38% di quelli delle femmine.

   Sebbene la scelta del nome sia in parte legata alla cultura, alla religione (nomi di Santi, di Patroni) e alle tradizioni dei singoli ambiti territoriali, la concentrazione dei nomi è comunque molto forte. Leonardo raggiunge il primato in tutte le 14 regioni del Centro-nord (a eccezione della provincia autonoma di Bolzano dove primeggia il nome Jonas) e, tra le regioni del Mezzogiorno, prevale in Abruzzo e in Sardegna.

   A livello regionale, il nome Francesco si posiziona al primo posto soltanto in 4 regioni italiane, tutte del Mezzogiorno (Molise, Puglia, Basilicata e Calabria). Giuseppe e Antonio continuano a primeggiare stabili rispettivamente in Sicilia e in Campania.

   Per le bambine, a eccezione della Provincia Autonoma di Bolzano (dove primeggia il nome Emma), della Valle d’Aosta (in cui prevale Alice) e della Basilicata (dove primeggia Francesca), in tutte le realtà locali si ritrovano gli stessi tre nomi del podio nazionale. Sofia si conferma al primo posto in nove regioni del Centro-nord, ma anche in Abruzzo e in Sardegna. Aurora, salita al secondo posto in classifica rispetto allo scorso anno, primeggia in Friuli-Venezia Giulia al Nord e, nel Mezzogiorno, in Campania e Calabria. Il nome Giulia, sceso al terzo posto a livello nazionale, resta come lo scorso anno in cima alla classifica nel Lazio, in Puglia e in Sicilia, primeggiando quest’anno anche in Molise.

Rumeni e cinesi scelgono spesso nomi italiani

Si chiamano prevalentemente Adam, Amir e Rayan ma anche Matteo, Leonardo, Mattia e Alessandro i bambini stranieri nati da genitori residenti nel nostro Paese. Anche per le bambine straniere il primato spetta a Sofia, come per la totalità delle nate residenti, seguito da Sara, Emma e Amira.

   Rispetto alla graduatoria generale, in quella dei nomi dei nati stranieri la variabilità è maggiore: i primi trenta nomi maschili e femminili coprono circa il 14% del totale dei nomi dei nati stranieri. Le preferenze dei genitori stranieri si differenziano a seconda della cittadinanza.

   Considerando le quattro cittadinanze per maggior numero di nati da genitori entrambi stranieri, si nota come la tendenza a scegliere per i propri figli un nome diffuso nel paese ospitante sia più spiccata per le comunità rumena e cinese. Così è frequente che i bambini rumeni si chiamino Luca, Matteo o Leonardo, ma anche David e Gabriel; i nomi delle bambine rumene sono Sofia, Sofia Maria, Maria, Emma e Arianna.

   I bambini cinesi si chiamano prevalentemente Leonardo e Alessio, ma anche Kevin, William e Justin; i nomi delle bambine cinesi sono Emily, Sofia, Elisa, Gioia e Chloe.

   I bambini albanesi iscritti in anagrafe per nascita più frequentemente si chiamano Aron, Noel, Liam e Kevin, ma anche Enea; il nome più diffuso tra le bambine è Aurora, seguito da Amelia, Emma, Noemi e Emily.

   Un comportamento opposto si riscontra per i genitori del Marocco, che prediligono per i loro figli nomi legati alle tradizioni del loro paese d’origine: soprattutto Amir, Adam, Rayan, Youssef e Jad per i bambini, Amira, Sara, Nour, Jannat, e Lina per le bambine.

Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2019 (istat.it)

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ALTRO CHE “BABY BOOM” POST-PANDEMIA: AI TEMPI DEL COVID NIENTE FIGLI E POCO SESSO

di Adalgisa Marrocco, 30/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/

– Paura per il futuro, mancanza di certezze e calo del desiderio: col virus le culle rischiano di svuotarsi (le previsioni Istat confermano) –

   Paura per il futuro, mancanza di certezze e calo del desiderio: altro che “baby boom” post-pandemia, col Covid le culle rischiano di svuotarsi. Dopo mesi in cui il lockdown è stato visto come un’occasione per le coppie di allargare la famiglia, ecco la smentita dell’Istat che prevede un calo di nascite e ipotizza che quest’anno i nati saranno 408mila. Si tratterebbe di un crollo rispetto al record negativo assoluto di 420mila registrato nel 2019. E nel 2021 potrebbe anche andare peggio.

   La previsione è che “l’attuale crisi sanitaria ed economica possa influire negativamente, oltre che sul numero decessi, anche sulla stessa frequenza annua di nati”, ha sottolineato negli scorsi giorni il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. Ascoltato dalle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, Blangiardo ha aggiunto che “è legittimo ipotizzare che il clima di paura e incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) generate dai recenti avvenimenti orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane”.

   Secondo lo scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze recenti, “i 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di Unità Nazionale, potrebbero scendere a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno – recependo a dicembre un verosimile calo dei concepimenti nel mese di marzo – per poi ridursi ulteriormente a 393mila nel 2021”.

   A gettare luce sulle prospettive demografiche post-Covid anche recenti studi. Nella storia, epidemie e guerre hanno generato calo di unioni e matrimoni, crollo delle nascite a causa della morte del coniuge, della separazione della coppia, del rinvio precauzionale delle gravidanze.

   Nonostante ciò, cessata la diffusione del morbo o il conflitto bellico, le coppie si riunivano, i matrimoni ricominciavano a essere celebrati, le vedovi e vedove si risposavano: questo dava vita a un forte rimbalzo delle nascite, a quel cosiddetto “baby boom” che rischia di non ripetersi all’indomani della pandemia di Covid-19. A ripercorrere le tendenze storiche e tratteggiare il probabile scenario futuro è uno studio dell’Università Bocconi pubblicato su Science. (che riproduciamo qui di seguito, ndr)

   Secondo la ricerca – intitolata La pandemia di Covid-19 e la fecondità umana, a cura dei ricercatori della Bocconi Arnstein Aassve, Nicolò Cavalli, Letizia Mencarini, Samuel Plach e Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze – dopo il coronavirus la fertilità potrebbe diminuire a causa “dell’incertezza economica e dell’aumento degli oneri a carico delle famiglie per la cura dei bambini”. L’indagine sottolinea poi che probabilmente nel breve periodo la fecondità diminuirà almeno nei Paesi ad alto reddito, dove ritardi nella scelta di fare figli potrebbero essere influenzati dalle perturbazioni nell’organizzazione della vita familiare causate dal prolungato isolamento, dalla riorganizzazione della cura dei figli all’interno della coppia a seguito della chiusura delle scuole e dal peggioramento delle prospettive economiche. Un calo delle nascite, sottolineano i ricercatori, comporterebbe invecchiamento della popolazione e declino demografico, con implicazioni per le politiche pubbliche.

   Nei Paesi a basso e medio reddito, invece, la diminuzione della fecondità osservata negli ultimi decenni per via di tendenze come urbanizzazione, sviluppo economico e occupazione femminile non sarà probabilmente invertita in maniera sostanziale dalle battute d’arresto economiche. A ogni modo, affermano gli autori dello studio apparso su Science, le difficoltà di accesso ai servizi di pianificazione familiare potrebbero generare a breve termine un picco di gravidanze non desiderate e un peggioramento della salute neonatale e riproduttiva.

   Non solo paura per il futuro e mancanza di certezze, a non giovare alle relazioni di coppia anche il calo dell’attività sessuale durante la quarantena. Lo dimostra una ricerca presentata a giugno da Durex/Anlaids che ha coinvolto in Italia 500 persone comprese tra i 16 e i 55 anni. L′83% degli intervistati in Italia ha confessato una generale diminuzione del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena.

   Si tratta di un fenomeno che era stato segnalato a inizio pandemia da alcuni studiosi: già a marzo, sulle pagine del New York Times, la ginecologa e divulgatrice Jen Gunter aveva messo in guardia sugli effetti negativi che lo “stress pandemico” avrebbe potuto avere sulla libido.

   Tra le principali motivazioni del calo di desiderio individuate dalla ricerca Durex/Anlaids, infatti, troviamo: ansia, paura del contagio, presenza di bambini in casa, interruzione dei movimenti e obbligo di distanziamento sociale. “La pandemia che ha colpito il nostro Paese ci ha costretto per motivi di sicurezza all’isolamento sociale. Questa condizione ha generato degli effetti psico-sessuali a breve e a lungo termine.  Aumentatati i sentimenti di ansia, ossessività, compulsività per il contagio e effetti simil-depressivi; si sono drasticamente ridotte le pratiche sessuali – compreso il petting – con i partner occasionali ma anche con il partner stabile”, ha spiegato Sonia De Balzo, sessuologa specialista in psicologia clinica e dello sviluppo dell’Ospedale “Cotugno” di Napoli.

   La ricerca ha mostrato come la quarantena non abbia generato calo dell’attività sessuale solo per i single o per i partner non conviventi costretti alla distanza fisica. Penalizzati anche quelli che vivono sotto lo stesso tetto e che hanno trascorso i mesi di isolamento insieme per molte ore al giorno (in molti casi anche in compagnia dei figli), cercando di evitare tensioni e discussioni. Per loro, secondo la ricerca Durex/Anlaids, nel 65% dei casi l’attività sessuale si è ridotta. Tra le motivazioni del calo, anzitutto una progressiva diminuzione del desiderio sessuale (come dichiarato dal 62% degli intervistati).

   Sulle coppie conviventi, inoltre, il lockdown ha generato un forte impatto per quanto riguarda i livelli di soddisfazione sessuale: dalla ricerca è emerso che la percentuale di soddisfatti della propria attività sessuale è passata dal 73% al 58%, mentre gli insoddisfatti sono passati dal 17% al 22%. (Adalgisa Marrocco)

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PUNTO DI VISTA PROSPETTICO: COVID-19 (testo tradotto dall’inglese automaticamente dal traduttore Google)

LA PANDEMIA DI COVID-19 E LA FERTILITÀ UMANA

  1. Aassve 1,2, N. Cavalli 2,3,4, L. Mencarini 2,5, San Plach 2, M. Livi Bacci 6,7

da SCIENCE 24 Lug 2020, https://science.scencemag.org/
La pandemia di coronavirus 2019 (COVID-19) avrà conseguenze per le popolazioni umane. In tutto il mondo, i livelli di mortalità sono certamente influenzati. Le province del nord Italia più colpite hanno registrato perdite dell’aspettativa di vita del periodo da 2 a 3,5 anni per gli uomini e di 1,1. a 2,5 anni per le donne, il più grande calo dell’aspettativa di vita dalla pandemia influenzale del 1918-1919 e dalla seconda guerra mondiale (1).

   Modelli analoghi seguono in altri paesi (2). Con un forte focus sui decessi, il dibattito scientifico rischia di trascurare che le dinamiche demografiche sono modellate anche dalle traiettorie di fertilità. Nel corso della storia, picchi di mortalità dovuti a eventi come guerre, carestie e pandemie sono stati seguiti da cambiamenti nella fertilità, con conseguente minor natalità a breve termine e recupero negli anni successivi (3). Il cambiamento economico e sociale innescato da una pandemia probabilmente influenzerà anche le intenzioni di fare figli e la fertilità. Il modo in cui la pandemia di COVID-19 influenzerà la fertilità ha implicazioni per il tasso di invecchiamento della popolazione, plasmando le future sfide sanitarie e il potenziale di crescita economica in tutto il mondo.

   Ci sono frequenti affermazioni che la pandemia in corso si tradurrà in un “baby boom”. Le coppie, si sostiene, trascorrono più tempo l’una con l’altra e, come tali, hanno maggiori probabilità di procreare.  L’evidenza empirica di ciò è scarsa. Invece, recenti studi incentrati sulle conseguenze a breve termine della fertilità delle catastrofi naturali, come terremoti e uragani, disconoscono che i picchi di mortalità sono generalmente seguiti da crescita di nascite entro un anno; che solo gli studi incentrati su un lasso di tempo più lungo, da 1 a 5 anni dopo l’evento, hanno svelato modelli di aumento della fertilità (4). I fattori trainanti di questi rimbalzi a medio termine sono il desiderio dei genitori di sostituire i bambini perduti, così come i cambiamenti strutturali nelle aspettative sulla probabilità di sopravvivenza della prole.

   Sulla scia di shock di mortalità imprevisti, la fertilità può anche assumere un significato simbolico, poiché le nuove nascite diventano un meccanismo di ripresa positiva alla vita, segnalando un ritorno alla normalità.

   Jacques Bertillon ha osservato una relazione tra l’eccesso di decessi per influenza e una depressione in ritardo di 9 mesi nelle nascite negli studi seminali sull’impatto dell’epidemia influenzale del 1889 sulla popolazione francese (5). Questa relazione è stata ulteriormente esplorata nel contesto della più grande pandemia del secolo scorso, la pandemia influenzale H1N1 A del 1918-1919 (la cosiddetta “influenza spagnola”). Negli Stati Uniti, ha causato un calo del 13% dei tassi di natalità dal 1918 al 1919 (6). I canali per gli effetti negativi sulla fertilità includono l’aumento della mortalità e della morbilità degli adulti in età riproduttiva; maggiore frequenza di mortalità materna e nati morti; e rallentamenti nelle concepimenti, a causa della paura delle infezioni e della diminuzione della miscelazione sociale. Per quanto riguarda i successivi effetti positivi sulla fertilità, la letteratura non è d’accordo sul fatto che il baby boom che seguì nel 1920 dovesse essere attribuito agli effetti diretti della pandemia o alla fine della prima guerra mondiale, o a un mix di entrambi. La pace portò ad un recupero dei matrimoni rimandati e della gravidanza dopo il ricongiungimento delle coppie, nonché al nuovo matrimonio delle vedove di guerra (78).

   Sebbene utili, i confronti storici soffrono di diverse limitazioni. In particolare, a differenza dell’influenza del 1918-1919, il COVID-19 colpisce le persone anziane più di altre fasce d’età. Pertanto, la mortalità e la morbilità dei potenziali genitori non sono un meccanismo praticabile per i cambiamenti negativi della fertilità a breve termine oggi. Inoltre, durante la pandemia di COVID-19, la mortalità infantile è stata trascurabile, rimuovendo uno dei principali fattori trainanti dei rimbalzi della fertilità osservati nelle crisi combinate mortalità-fertilità dell’era malthusiana. Inoltre, l’effetto in corso della pandemia di COVID-19 sulla fertilità dipenderà dai modi in cui le società si sono sviluppate e a che punto sono nella transizione demografica, dai regimi caratterizzati da alti tassi di natalità e mancanza di contraccezione, alla fertilità controllata e bassa.

   Nell’ultimo secolo, la fertilità mondiale ha subìto grandi cambiamenti. Sebbene gli alti tassi di natalità rimangano la norma nelle aree rurali più povere del mondo, i paesi ad alto reddito, diverse economie di transizione e la maggior parte delle regioni urbane all’interno dei paesi a basso e medio reddito hanno raggiunto livelli di fertilità approssimativamente sostitutivi di 2,1 figli per donna. Alcuni paesi sono persino precipitati a tassi di fertilità estremamente bassi di <1,3 figli per donna.

   La diminuzione della fertilità mondiale si adatta ampiamente alla consolidata associazione negativa dello sviluppo alla fertilità, anche se questo modello non è necessariamente valido per i paesi a livelli avanzati di sviluppo, dove la relazione sembra essere invertita (9). Solo su questa base, si potrebbe concludere che le battute d’arresto nello sviluppo, a causa dell’aspettativa di vita negativa e degli shock di reddito causati dalla pandemia di COVID-19, solleveranno la fertilità nei paesi che hanno un punteggio inferiore a 0,85 a 0,9 nell’indice di sviluppo umano, ma ridurranno la fertilità nei paesi altamente sviluppati.

   L’aumento della fertilità nei paesi in via di sviluppo manterrebbe un’elevata crescita demografica, aggravando le sfide nella produzione alimentare, nella disoccupazione, nella povertà e nella salute pubblica, ostacolando così la crescita economica e spingendo indietro l’inizio del dividendo demografico. Un ulteriore calo della fertilità nei paesi ad alto reddito accelererebbe l’invecchiamento della popolazione e il declino della popolazione, entrambi principali problemi politici.

  Nei paesi ad alto reddito, l’espansione dell’istruzione femminile è stata uno dei fattori più potenti dietro il prolungato declino della fertilità degli ultimi decenni. Qui, la fertilità viene mantenuta attraverso un’ampia esternalizzazione dell’assistenza all’infanzia. Durante l’attuale pandemia, tuttavia, la prolungata chiusura delle scuole e il distanziamento fisico imposto hanno causato un immediato ritorno all’assistenza all’infanzia all’interno della casa. Nella misura in cui ciò impone un onere maggiore al tempo dei genitori, il blocco comporterà una minore fertilità desiderata e rinvii ad avere figli a breve termine.

   La successiva volontà di avere figli sarà influenzata anche dal modo in cui genitori e coppie hanno condiviso e condividono il tempo aggiuntivo dedicato all’assistenza all’infanzia e ai lavori domestici durante il blocco. Una maggiore equità di genere nella divisione del lavoro domestico ridurrebbe l’onere per le donne e avrebbe implicazioni benefiche per la fertilità (1011). Il blocco, tuttavia, avrà altri effetti immediati sulla fertilità. Data l’elevata età materna nei paesi ad alto reddito, la tecnologia riproduttiva assistita (ART) è essenziale per molti genitori che desiderano figli. Durante il lockdown, la maggior parte dei cicli ART sono stati sospesi o cancellati del tutto. L’eventuale riapertura delle cliniche per la fertilità non compenserà facilmente i cicli persi.

   Le chiusure stanno causando ingenti perdite economiche. Con i paesi ad alto reddito che dovrebbero sperimentare il calo più forte (−6,1% nel 2020 secondo il Fondo Monetario Internazionale, contro il -1% per le economie in via di sviluppo), milioni di famiglie ne risentiranno. Data la natura irreversibile della gravidanza e i costi sostanziali associati all’allevamento dei figli, la disoccupazione e la perdita di reddito ridurranno necessariamente la volontà di fare figli. Questa è stata l’esperienza della Grande Recessione del 2008, quando la volontà di avere figli complessiva è diminuita, in particolare nei paesi che hanno avuto le recessioni economiche più forti (12). Inoltre, una maggiore sensazione di incertezza farà rinviare alle coppie qualsiasi investimento a lungo termine – i bambini sono i primi esempi – e quindi ridurrà ulteriormente la fertilità.

   Di conseguenza, saranno importanti i meccanismi di gestione per affrontare l’incertezza. È dimostrato che, nei periodi con aumenti imprevisti dell’incertezza economica, la fertilità diminuisce meno nelle aree caratterizzate da una maggiore fiducia e capitale sociale (13).

   Nei paesi a basso e medio reddito, con la ricaduta dell’economia, la questione è se la fertilità inizierà a risorgere, invertendo così gli ultimi decenni di declino della fertilità. Nella letteratura demografica, ci sono due principali spiegazioni economiche per l’alta fertilità. La prima è che la povertà aumenta i benefici del lavoro minorile non retribuito in famiglia, riducendo al contempo il valore per tutta la vita degli investimenti nell’istruzione. L’altro è che l’elevata fertilità offre una forma di sicurezza per i genitori nella loro vecchiaia (14).

   Tuttavia, lo sviluppo socioeconomico e l’aumento della migrazione da rurale a urbano negli ultimi decenni hanno ridotto la percentuale di persone che vivono nelle aree rurali a meno della metà. Questi cambiamenti strutturali hanno modificato i costi opportunità della gravidanza, portando a nuclei familiari più piccoli, nonché a una maggiore legittimità per la contraccezione moderna e a una più ampia accessibilità alla stessa. Gli abitanti delle città urbane sono più direttamente esposti alle recessioni economiche: l’aumento della disoccupazione e della sottoccupazione sta già portando a sfollamenti migratori e a una diminuzione del potere d’acquisto, con implicazioni negative per la gravidanza. La pandemia di COVID-19 ha anche costretto i centri di pianificazione familiare a chiudere o ridurre temporaneamente le loro attività. L’effetto a breve termine della perdita di accesso alla contraccezione può includere un aumento delle gravidanze indesiderate, con implicazioni negative per la salute di madri e bambini, come si è visto nella recente crisi dell’Ebola nell’Africa occidentale (15).

   Certamente, le risposte politiche svolgeranno un ruolo centrale, determinando non solo la portata della pandemia stessa, ma anche le sue ricadute sociali ed economiche. A differenza della recessione economica del 2008, questa volta vi è consenso sul fatto che l’austerità non è la risposta. Tuttavia, data l’entità della pandemia di COVID-19, il declino della fertilità sembra probabile, almeno nei paesi ad alto reddito e nel breve termine. Nei paesi a basso e medio reddito, è improbabile che il declino della fertilità osservato negli ultimi decenni sia fondamentalmente invertito dalla pandemia.

   A differenza delle economie di transizione, la maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana è in ritardo nella transizione demografica. Nonostante le prospettive di disagio economico e povertà, i continui cambiamenti strutturali renderanno improbabile un’inversione verso una bassa volontà di avere figli. Per questi paesi, le tendenze del coordinamento internazionale e del protezionismo saranno un fattore determinante per il rilancio delle loro economie guidate dalle esportazioni, influenzando così, direttamente e indirettamente, la demografia mondiale per gli anni a venire.

(testo tradotto dall’inglese automaticamente dal traduttore Google) di A. Aassve 1,2, N. Cavalli 2,3,4, L. Mencarini 2,5, San Plach 2, M. Livi Bacci 6,7 – da SCIENCE 24 Lug 2020, https://science.scencemag.org/ )

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ISTAT E CENSIMENTO ITALIANO 2020

IL CENSIMENTO PERMANENTE

di Silvana Salvini, 22/12/2020, da NEODEMOS (Popolazione, Società, Politiche) https://www.neodemos.info/

– Negli scorsi giorni l’Istat ha reso pubblici i primi risultati del “Censimento permanente” relativi al 2018 e al 2019. Silvana Salvini descrive le caratteristiche e le novità del nuovo sistema censuario che poggia sull’integrazione tra statistiche anagrafiche e amministrative correnti e indagini campionarie, mandando in soffitta il tradizionale metodo di rilevazione diretta presso tutte le famiglie del paese. Maggiore rapidità, minori costi, ma bisognerà valutarne attentamente la qualità. –

   Nell’ ottobre 2018 l’Istat ha avviato il Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, la rilevazione che consente, con cadenza annuale, di rilasciare informazioni continue e tempestive sulle principali caratteristiche socio-economiche della popolazione residente in Italia. Alla base del Censimento permanente c’è l’integrazione di dati amministrativi con i dati da indagini statistiche campionarie, con l’obiettivo di produrre informazioni ogni anno, contenendo i costi cospicui propri di un censimento tradizionale, e moderando il disturbo arrecato alle famiglie con la rilevazione.

Le novità del Censimento permanente

L’obiettivo primario del Censimento permanente consiste nel mantenere sia il dettaglio territoriale sia la rilevazione di un insieme di variabili demografiche, sociali ed economiche, aumentando la frequenza temporale della restituzione dei dati, annuale anziché decennale, e assicurando la tempestività della diffusione degli stessi.

   Sono anni di grandi cambiamenti, legati ai flussi migratori, al mutamento delle funzioni e dei modi di vita delle famiglie, alle nuove necessità abitative, e c’è bisogno di informazioni continuamente aggiornate. Se si fosse continuato col tradizionale censimento decennale, adesso saremmo nella fase preparatoria del censimento 2021, in attesa di conoscere i risultati nel 2022 e nel 2023, e privi di informazioni aggiornate.

   Gli obiettivi del Censimento permanente sono la continuità informativa, l’integrazione delle fonti, la possibilità di operare indagini longitudinali, la granularità territoriale dell’informazione. Tutto questo con un minore aggravio burocratico per i Comuni e con costi ridotti. Questi obiettivi, sottolinea l’Istat, sarebbero stati raggiunti con questa tornata del 2018-2019.

   Il Censimento permanente si avvale sia delle informazioni del Sistema integrato di registri (SIR)1, sia di quelle rilevate attraverso apposite indagini campionarie periodiche: una “areale” e una da “lista”2. Tali indagini sono annuali e ogni anno coinvolgono 1 milione e 400mila famiglie e circa 2800 comuni. Entro il 2021, tutti i comuni d’Italia avranno partecipato almeno una volta alle rilevazioni. L’ultima rilevazione si è chiusa il 20 dicembre 2019.

   Nel 2020, a fronte dell’emergenza Covid-19, l’Istat ha modificato parzialmente il disegno censuario, sospendendo le indagini campionarie sul territorio e presso le famiglie, tradizionalmente svolte da ottobre a dicembre ma avviate, a livello organizzativo, sin dal mese di marzo. Alla mancanza dei risultati delle indagini si è ovviato con l’utilizzo dei dati amministrativi. Pertanto nel 2020 il Censimento permanente non è stato sospeso, garantendo la diffusione a livello comunale delle informazioni strutturali della popolazione, sulla base dell’integrazione tra il Registro base degli individui (RBI)3 e le fonti amministrative. Nel 2021 è prevista la ripresa delle rilevazioni sul campo e il recupero di tutte le attività sospese nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria.

   È dunque evidente la necessità che le informazioni contenute nei Registri siano precise, per garantire l’affidabilità dell’operazione censuaria. D’altra parte, secondo la legge, uno degli obiettivi del Censimento è quello di fornire dati e informazioni utili all’aggiornamento e alla revisione delle anagrafi comunali della popolazione residente.

Metodologia e difficoltà tecniche

Dai controlli quantitativi emergono significative discrepanze tra il dato anagrafico comunale e il dato censuario. Queste sono da imputare oltreché alla diversa natura delle due fonti, anche alla correttezza e accuratezza della tenuta del registro anagrafico e alla capacità dei rilevatori di Censimento e degli altri operatori nell’ottenere dalla popolazione complete e corrette informazioni. Analizzando la qualità dei registri anagrafici comunali, è emerso che essa dipende non solo dalla dimensione demografica del comune e dalla sua localizzazione territoriale, ma anche dai controlli e dai vincoli di qualità imposti dai software utilizzati per l’acquisizione e la gestione delle pratiche anagrafiche rese dai cittadini.

   Molto lavoro è stato fatto dopo il Censimento del 2011 in vista del primo Censimento permanente. Si è imposta un’attività di confronto, non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi, fra i risultati del censimento e l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR). Questa sarà l’unica fonte di dati sulla popolazione, che alimenterà tutte le altre banche dati di interesse nazionale. Tuttavia il Censimento permanente, oltre ai dati di popolazione desunti dall’ANPR, contiene anche informazioni di tipo sociale come quelle sull’istruzione o la professione, che sono desunte dalle indagini campionarie, non esaustive. Non sono stati esplicitati finora dall’Istat i criteri seguiti nell’operare questo “aggancio” tra le due fonti, sicuramente irto di difficoltà tecniche.

I primi risultati

Lo scorso 15 dicembre 2020 l’Istat ha organizzato l’evento virtuale Leggere il Paese. Primi risultati del Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni (2018 e 2019). L’evento ha presentato i principali risultati emersi dalle prime due edizioni del Censimento permanente. I dati presentati restituiscono un quadro della struttura demografica del Paese e del territorio, fino a livello comunale, un patrimonio conoscitivo fondamentale che si arricchisce di significato anche per il confronto con i censimenti passati.

   Tra i temi trattati vi sono le caratteristiche della popolazione residente in Italia (per sesso, età, cittadinanza, condizione professionale e grado di istruzione) e la strategia di diffusione dei censimenti, dalla pianificazione alla gestione operativa delle diverse modalità di accesso ai dati. Una sintesi dei risultati si trova al sito Istat (censimentigiornodopogiorno.it); ci si limita qui a qualche informazione sintetica sulla popolazione complessiva. Questa scende, alla fine del 2018, a 59,6 milioni di abitanti, circa 1 milione in meno rispetto alla valutazione massima del 2015. In calo sistematico dal 1951 sono 1380 comuni, generalmente di piccole dimensioni, che evidenziano uno spopolamento continuativo, contro 758 comuni che vedono aumentare sistematicamente la loro popolazione dal 1951 al 2019.

Le sfide del futuro

Un obiettivo importante per i prossimi anni sarà rappresentato dall’integrazione fra i dati del censimento permanente e i dati delle indagini sociali svolte dall’ISTAT anche nell’ambito delle Indagini Multiscopo, in particolare quelle su Famiglie e soggetti sociali. L’integrazione consentirà di costruire storie di vita per lo studio longitudinale di molti fenomeni. E’ in questa direzione che stanno andando da tempo gli studi demografici, finora ostacolati, nel nostro paese, dalla mancanza di dati (panel o longitudinali), contrariamente a quanto avviene in molti altri paesi del mondo.

   Un altro punto importante consiste nello sfruttamento delle piattaforme (sono basi hardware e/o software formate da basi di dati, su cui sono sviluppati e/o eseguiti programmi o applicazioni) che in parte sono già state costruite e in parte sono in via di realizzazione. Basti pensare che sono state o saranno a breve rese disponibili ben 260 tabelle e grafici per ciascun comune italiano. Le piattaforme contengono sia componenti tradizionali (nel senso informatico della parola, quali data warehouse), sia innovativi (quali il browser che permette la costruzione di tabelle e grafici per territorio). Le mappe consentono di navigare su cartine interattive, in forma confrontabile.

   L’Italia ha intrapreso il difficile percorso del Censimento permanente con le sue possibilità di continuo aggiornamento dei dati di popolazione, anno per anno. Una grande innovazione, che se correttamente condotta, consentirà una conoscenza demografica a scopi scientifici e operativi di indubbia valenza, mettendo l’Italia al passo coi tempi, e in grado di produrre migliori analisi: i dati ufficiali sono una ricchezza insostituibile.

(SILVANA SALVINI, 22/12/2020, da NEODEMOS)

Riferimenti bibliografici:

ISTAT, 2014, Linee strategiche del censimento permanente della popolazione e delle abitazioni metodi, tecniche e organizzazione.

ISTAT; Piano generale del Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni.

ISTAT, 15 dicembre 2020, Il Censimento permanente, della popolazione e delle abitazioni. Prima diffusione dei dati definitivi 2018 e 2019.

ISTAT Censimento permanente popolazione e abitazioni

REGIONE TOSCANA Modifiche del Censimento permanente popolazione e abitazioni

ISTAT Censimenti giorno dopo giorno

1 Sistema integrato dei Registri (SIR): ha l’obiettivo di realizzare Registri statistici (dati individuali integrati sull’intera popolazione di riferimento) in grado di produrre statistiche ufficiali attraverso l’utilizzo di più tipologie di fonti (amministrative, come l’Anagrafe, statistiche, come le indagini, Big data).

2 La rilevazione da Lista interessa alcun e famiglie all’interno dei comuni selezionati per l’indagine. I dati sono acquisiti grazie alla compilazione di un questionario digitale, che può essere restituito attraverso canali differenti. La rilevazione Areale interessa tutte le persone e le abitazioni delle aree da censire.

3 Il Registro Base degli Individui (RBI) è un insieme di individui ottenuti dall’integrazione di varie fonti amministrative. Al suo interno è possibile individuare il sottoinsieme delle unità residenti che costituisce la base del censimento. Per le unità del registro sono state ricostruite le principali informazioni relative alla loro determinazione anagrafica (luogo di nascita, data di nascita, genere). A queste si aggiungono le variabili di localizzazione, in particolare relative al luogo di residenza, e la cittadinanza che vengono ricalcolate annualmente e storicizzate.

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MASSIMO LIVI BACCI: UN PAESE SENZA IMMIGRATI È UN PAESE SENZA FUTURO

di Federico Tulli, 22/12/2020, da LEFT (rivista di Cultura Diritti Lavoro Migranti Opinioni Politica Società) https://left.it/

– Abbiamo chiesto al professore emerito di Demografia, Massimo Livi Bacci, di aiutarci a capire quali possono essere le conseguenze della pandemia sui fenomeni migratori dall’Africa e non solo. E quali ricadute avrà sui Paesi d’origine e su quelli d’approdo il forte rallentamento dei flussi provocato dalle misure internazionali di contrasto alla diffusione del Covid-19 –

In questi lunghi mesi di emergenza sanitaria mondiale raramente le CONSEGUENZE PROVOCATE DALLA PANDEMIA SULLE MIGRAZIONI e gli aspetti economici e sociali connessi ad esse hanno ricevuto le dovute attenzioni dai media e dalla politica.

Il tema è stato sfiorato, o meglio scarsamente approfondito, all’inizio dell’estate quando improvvisamente ci si è resi conto che senza la manodopera straniera diversi comparti – dall’agroalimentare all’edilizia – sarebbero andati in default. Quindi si è attuata una mini sanatoria con alcuni pregi e diversi difetti di cui tanto abbiamo scritto su queste pagine. Però quando il campanello di allarme ha cessato di suonare non se ne è più parlato.

Poiché noi siamo convinti che la questione migranti non si possa risolvere con soluzioni estemporanee, ci siamo rivolti a MASSIMO LIVI BACCI, professore emerito di DEMOGRAFIA all’Università di Firenze, per cercare di allargare lo sguardo sul fenomeno nel suo complesso e analizzare gli scenari che si possono delineare a causa della pandemia.

Il Covid-19 ha causato un rallentamento generale della mobilità internazionale e quindi anche delle migrazioni. Quali possono essere le conseguenze economiche e sociali di questa situazione?

“Sicuramente c’è stata una contrazione generale della mobilità internazionale che ha riguardato praticamente tutto il mondo, Africa inclusa. E questo rallentamento soprattutto nel secondo trimestre del 2020 è stato notevole. Sappiamo che le cause della diminuzione degli spostamenti sono varie. La prima è quella dovuta agli ostacoli che sono stati posti alla mobilità, dalle frontiere chiuse – compresa la sospensione del trattato di Schengen – al blocco di buona parte della migrazione stagionale (persone che si muovono più spesso rispetto ai migranti stabili). Il problema che secondo me si pone, prima di analizzarne le conseguenze, è se questo sia solo un fattore congiunturale”.

Vale a dire?
“Bisogna capire se la riduzione dei flussi migratori sarà un effetto “collaterale” temporaneo dell’epidemia, che pertanto cessata l’emergenza sanitaria si riassorbirà più o meno velocemente a seconda delle situazioni dei vari Paesi e delle loro politiche, oppure se quanto sta accadendo influirà anche sullo sviluppo delle migrazioni internazionali, cambiando la rotta e la prospettiva del fenomeno migratorio. Su questo secondo me si deve riflettere bene”.

Perché è una questione da monitorare bene?
“Perché se è un fenomeno congiunturale c’è sicuramente un danno in atto – come quello che in Italia ha determinato la sanatoria – ma c’è anche una possibilità di ripresa abbastanza veloce che in qualche modo ripari i danni provocati dal rallentamento dei flussi migratori. Se invece siamo in presenza di un salto di paradigma le prospettive sono molto diverse.

È pessimista?

Il mio timore sotto il profilo politico è che i movimenti ostili o comunque non favorevoli alla mobilità internazionale abbiano il sopravvento. In altri termini, per escludere qualcosa di dannoso quale è il virus abbiamo imposto delle chiusure – tra l’altro anche delle chiusure anche interne, penso ai divieti di spostamenti interregionali. Quindi siamo in presenza di un distanziamento provocato dal blocco della mobilità. Sono state introdotte barriere formalmente provvisorie, ma che potrebbero diventare stabili. La domanda che qualcuno potrebbe portare in ambito politico è: perché non attuare questo anche per altri fenomeni che sono considerati “sgradevoli”? Per esempio la chiusura dei confini oppure ostacoli all’immigrazione e a una selezione maggiore dei movimenti si potrebbero giustificare con la necessità di arrestare la diffusione della criminalità internazionale. Ma potrebbe anche accadere che qualcuno voglia gestire in questo modo un qualunque altro fenomeno sociale o politico che non gradisce. Quindi una delle mie preoccupazioni è che la pandemia possa unire a livello internazionale “sentimenti” favorevoli alla cessazione, o al forte rallentamento, della mobilità internazionale. Poiché inoltre la migrazione è una conseguenza della globalizzazione, tutto ciò si potrebbe saldare con i movimenti che sono ostili ad essa. Questa è una delle prospettive a medio-lungo termine su cui invito a ragionare.

Non è una prospettiva incoraggiante…

Prevarrà la forza di un isolamento ulteriore o della ragionevolezza? Questo mi sembra un punto chiave. Del resto io sono anche convinto che ci sia la consapevolezza del danno che può determinare l’arresta della mobilità internazionale. Lo crea in primis ai Paesi di partenza. Mettendola in maniera brutale pensiamo alle rimesse degli immigrati e a quanto sono importanti per tanti Paesi. Se io guardo alle fredde statistiche trovo che le rimesse di denaro dall’estero sono una quota molto pesante del Pil ad esempio della Nigeria (5%) o dell’Egitto e del Marocco (9-10%). E che dire del Pakistan e del Bangladesh dove valgono il 7-8% del reddito nazionale? Si tratta di cifre enormi, che valgono come interi comparti industriali, che sicuramente sono state decurtate nel 2020 e lo saranno anche nel 2021. Se le migrazioni dovessero rallentare ancora il danno si protrarrà anche negli anni successivi.

L’arresto della mobilità internazionale ha avuto anche conseguenze nell’immediato?

Certamente. Nel breve periodo sono tantissime. Penso agli stranieri che sono rimasti bloccati nei Paesi di immigrazione e non possono fare ritorno a casa. Solo nei Paesi del golfo sono milioni, in prevalenza pakistani, bangladesi, filippini ma anche originari di alcuni Paesi africani. In molti casi i datori di lavoro hanno il loro passaporto e quindi non possono rientrare, ma più spesso hanno perso il lavoro. Quindi milioni di persone vivono male e vivranno sempre peggio e sono ovviamente i gruppi più a rischio durante la diffusione dell’epidemia. Ma questo vale in tutto il mondo e in special modo per gli stranieri senza permesso di soggiorno. La loro sorte è certamente molto più difficile di coloro che invece quella “carta” ce l’hanno e che peraltro vivono generalmente situazioni più difficili per la scarsa disponibilità economica, perché sono insediati più densamente in abitazioni non adeguate ect.  Però un immigrato “regolare” ha accesso alla sanità e alle cure, gli altri nemmeno questo (cosa che per fortuna non vale in Italia) e non osano andare nei presidi sanitari perché temono l’espulsione. E’ indubbio che gli immigrati sono la categoria di persone che più sta soffrendo durante la pandemia.

Se prendiamo i Paesi d’arrivo come punto di osservazione, quali sono i danni a medio-lungo termine che si potrebbero verificare con un blocco dei flussi migratori?

Guardiamo ad esempio a casa nostra. In Italia forse “grazie” al Covid-19 ci siamo resi conto che senza i lavoratori stagionali, quasi tutti immigrati, questa estate non ci sarebbero state verdure e frutta sulle nostre tavole. Non solo. Se non ci fosse manodopera straniera, l’edilizia, la logistica e molti servizi essenziali (tra cui la sanità) andrebbero in crisi. Io credo che la parte più riflessiva della popolazione nei sia consapevole. Tanto è vero che salvo casi sporadici dei soliti noti politici in questi mesi di pandemia non si è tanto sentito parlar male degli immigrati. C’è stata anche una mini sanatoria che è passata senza eccessive reazioni scomposte. Non ho visto Salvini mettersi di traverso sulle rotaie del Frecciarossa. O sbaglio?

Forse qui da noi in quel periodo ha prevalso l’ “interesse” per le elezioni regionali?

Forse sì ma la faccia tosta da parte della destra più rozza di imputare ai migranti l’import della malattia ha avuto corto respiro. Solo Trump non ha mai mollato su questo e ha continuato fino all’ultimo a puntare il dito contro i cinesi. Anche Salvini che inizialmente ci aveva provato poi forse si è un po’ vergognato e non ha più giocato questo carta.

Soffermiamoci ancora un po’ sull’Italia.

Tanto che cominciare una sostenuta immigrazione è una risposta inevitabile di un Paese come il nostro che è sicuramente in grave indebolimento demografico. Poi basta guardarsi intorno. Basta prendere un qualsiasi mezzo pubblico prima delle 7 del mattino per rendersi conto di che cosa significhi l’immigrazione per il nostro Paese. Al 90% gli utenti sono stranieri. E dove vanno? Vanno a fare lavori pesanti e i lavori necessari. Cioè quelli che non hanno chiuso nemmeno durante i lockdown.

Che fine farebbe l’Italia se dovesse tornare a prevalere quella “politica” che blocca l’accesso ai migranti?

L’Italia continuerà ad avere bisogno di una forte immigrazione a meno che non ci si voglia impoverire sotto tutti i punti di vista: sociale, culturale, economico. Una società che non ha rinnovo è destinata a impoverirsi anche se tra gli immigrati non ci sono premi Nobel. Perché poi fanno figli che possono diventarlo se si investe bene su di loro. Si parla tanto di “capitale umano” (espressione che io odio), ebbene quello dei migranti non è utilizzato al meglio perché spesso sono costretti a fare lavori molto al di sotto del loro livello di istruzione. Quindi c’è una riserva di capacità nell’immigrazione che potrebbe essere sfruttata meglio. Per non dire dei loro figli. Abbiamo centinaia di migliaia di studenti stranieri nelle nostre scuole, ebbene investiamo di più anche su di loro. Si attuino politiche ragionevoli che ne riconoscano i diritti e l’identità. Lo spazio di manovra c’è. Perché anche l’opposizione più a destra – quella che non è propria cattiva – sa benissimo che dell’immigrazione c’è bisogno. Il Veneto di cosa campa? I sindaci veneti lo sanno. Poi magari fanno la faccia feroce ma questo è un altro discorso.

Insomma, cosa dobbiamo fare quando sarà passato lo shock “pandemico”?

Perché aspettare? Io dico che si dovrebbe riflettere meglio sin da subito, a tutto i livelli, sulla utilità dei fenomeni migratori internazionali sia per i Paesi di partenza che per quelli di arrivo, purché si inquadrino in forme civili. Cioè iniziando finalmente con l’attuare politiche nazionali e internazionali che non alimentino disparità e discriminazioni. (Federico Tulli, 22/12/2020, da LEFT  – https://left.it/)

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