LA ROTTA BALCANICA verso l’Europa – Nel nord-ovest della BOSNIA, al confine con la CROAZIA, migliaia di PROFUGHI all’addiaccio nella neve, dopo l’incendio del CAMPO DI LIPA; e invisi alla popolazione locale – La Caritas denuncia la “CATASTROFE UMANITARIA” e chiede l’intervento dell’Unione europea e dei governi

GENNAIO 2021, CONFINE BOSNIA-CROAZIA “In BOSNIA-ERZEGOVINA un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la ROTTA BALCANICA, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana. L’ODISSEA DEI MIGRANTI CHE PASSANO DALLA ROTTA BALCANICA, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), SI INTERROMPE LÌ, ALLA FRONTIERA, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero.(…)” (Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/2021, https://www.difesapopolo.it/) (nella FOTO: migranti e polizia bosniaca, da https://it.euronews.com/)

   Il 23 dicembre scorso (2020) le autorità bosniache hanno chiuso la tendopoli di Lipa, che ospitava 1.500 persone, punto importante nella rotta dei Balcani per i migranti verso i paesi europei (nell’estremo nord-ovest della Bosnia ai confini con la Croazia, e a 30 km dalla città di Bihać).

(migrati a piedi nudi sulla neve, 27/12/2020, foto da https://it.euronews.com/) – «DIFENDIAMO LA NOSTRA CITTÀ!». I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, ALLE PORTE DELL’EUROPA C’È UN PROBLEMA MIGRANTI CHE SI STA TRASFORMANDO IN UNA GUERRA FRA POVERI, in una «VERA CATASTROFE UMANITARIA» — dice l’Onu — che nessuno sa affrontare: ALMENO TREMILA MEDIORIENTALI, NORDAFRICANI, ASIATICI DA GIORNI VAGANO IN CIABATTE A VENTI SOTTOZERO PER LE FORESTE DELLA BOSNIA NORD-OCCIDENTALE, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine RIFIUTATI DAI CITTADINI BOSNIACI DI BIHAC. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s’è provato a reperire un rifugio.(…) (Francesco Battistini, 29/12/2020, da “il Corriere della Sera”)

   La tendopoli, nella fase di sgombero, è stata distrutta da un incendio (pare provocato da dei migranti). Ora un migliaio, forse di più, di questi profughi sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti: alcuni rimasti al campo di Lipa, sotto la neve, all’addiaccio; altri vagano nei boschi, con temperature sotto lo zero. L’appello che fanno è che: “Se nessuno ci aiuta, moriremo”.

Dove si trova geograficamente il CAMPO DI LIPA, in Europa, nel Balcani, in Bosnia, al confine croato (mappa da http://www.irishnews.com/)

   Sono migranti provenienti da Asia, Medio Oriente e Africa, in particolare da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA.

I migranti camminano verso la foresta dopo la chiusura del campo di Lipa (a Bihac, in Bosnia-Erzegovina, il 30 dicembre 2020 – foto REUTERS, Dado Ruvic)

   C’è stato, da parte delle autorità bosniache, un tentativo di trasferirli in un altro sito in Bosnia, ma nessuna soluzione è stata trovata, per l’opposizione delle popolazioni locali: anch’esse trent’anni fa profughe (dal 1991 al 1995 vittime della guerra civile iugoslava), ma che non ne vogliono sapere di questi profughi provenienti da terre ora anch’esse di guerra (o di miseria).

(Le rotte balcaniche, fonte borderviolence.eu, da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/info/) – “(…) LA PRIMA ROTTA BALCANICA parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: GRECIA, MACEDONIA, SERBIA e UNGHERIA. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così DAL 2018 si sono venuti a creare ALTRI DUE PERCORSI, il primo tra la GRECIA, MACEDONIA, SERBIA E BOSNIA e l’altro tra GRECIA, ALBANIA, MONTENEGRO E BOSNIA. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.(…)” (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Infatti inizialmente sono stati (i profughi del campo di Lipa) fatti salire su degli autobus per il trasferimento in un altro campo, e hanno aspettato con il freddo clima invernale per più di un giorno, per essere portati a Bradina o Sarajevo, cioè in possibili altri luoghi dove ci sono campi profughi e possibilità di accoglienza. Tuttavia, non c’è stato un accordo definitivo su dove dovevano andare, vista l’opposizione come dicevamo dei bosniaci (qui accomunati tra mussulmani, serbi, croati bosniaci…) dove avrebbero dovuto andare. Sono anche state, da parte delle popolazioni locali, inscenate feroci proteste contro i migranti (i pompieri che bloccavano la strada, e cose del genere….).

LA ROTTA BALCANICA VERSO LA BOSNIA (mappa da http://www.agensir.it/) porta a BIHAC a nord-ovest, per tentare di superare l’invalicabile frontiera con la Croazia

   I migranti hanno così, dopo un giorno, abbandonato gli autobus, e alcuni sono tornati verso il campo bruciato di Lipa; dove l’esercito bosniaco sta cercando di ripristinarlo in qualche modo, allestendo nuove tende. Altri stanno vagando all’addiaccio in ripari di fortuna.

(foto ex campo di Lipa, da http://www.impakter.it/) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Un situazione umanitaria che ancora una volta ci vede spettatori (lo sappiamo solo perché ci sono volontari e associazioni sul posto, e giornalisti coraggiosi) di quanto sta accadendo tragicamente a poche decine di chilometri da noi in linea d’aria. Come già successo nei tragici eventi subiti dalle popolazioni della ex Iugoslavia nella guerra civile del ‘91-95…

“(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Contesti di indifferenza cui l’impegno volontario è “delegato” a pochi (la Caritas, qualche altra organizzazione umanitaria…); e dall’altra i governi e l’Unione Europea che sono ora più che mai concentrati sulla pandemia, e poco interessati a seguire adeguatamente situazioni umanitarie di grande sofferenza (in luoghi che di fatto sono “Europa”, come è la Bosnia, geograficamente nell’area balcanica, al di là del non essere ancora nella UE). Chiediamo che chi può faccia qualcosa. (s.m.)

IL CAMPO DI LIPA IN BOSNIA DISTRUTTO DALL’INCENDIO IL 23 DICEMBRE 2020 (foto da http://www.vita.it/) – “(…) È la ROTTA BALCANICA, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il FUOCO DELL’INCENDIO che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine (…)” (Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021)

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(ROTTA BALCANICA, foto da AVVENIRE) – “(…) A marzo 2016, in virtù dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati definitivamente chiusi e il viaggio verso l’Europa è diventato sempre più pericoloso e costoso sia in termini economici quanto di vite umane. Oggi circa 130 mila persone si trovano bloccate in campi profughi distribuite tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia, e l’unica possibilità per arrivare nell’Europa che conta è quella di affidare la propria vita nelle mani dei trafficanti.(…)” (da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/)

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(nella foto: migranti giunti in Croazia – saranno respinti? – porta di ingresso nella UE) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

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“LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo” (2016, Infinito Edizioni, pp. 144, euro 13) di ANNA CLEMENTI e DIEGO SACCORA – 21 luglio 2016, Nena News: “Poli opposti in un costante parallelismo di vite, approcci, destini: flussi in movimento contro muri immobili, solidarietà di base contro militarizzazione dei vertici, storie contro numeri, accoglienza contro fili spinati. E fuga (permanente e obbligata, impellente) contro viaggio. C’è questo nel lungo cammino – a bordo di mezzi pubblici, autobus, treni o taxi, da Venezia alla Grecia e poi ritorno – raccontato nel 2016 in “LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo”, pubblicato con il patrocinio di UnaStrada onlus. (di Chiara Cruciati – Il Manifesto)

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NEL CAMPO DI LIPA E NELL’INVERNO BOSNIACO, UN MIGLIAIO DI MIGRANTI IN CONDIZIONI DISUMANE

di Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo” (settimanale della diocesi di Padova), 8/1/2021

https://www.difesapopolo.it/

   In Bosnia-Erzegovina un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la rotta balcanica, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana

   L’odissea dei migranti che passano dalla rotta balcanica, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), si interrompe lì, alla frontiera, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono bloccati in una situazione disumana, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero”. Lo racconta al Sir da Sarajevo Daniele Bombardi, coordinatore di Caritas italiana nei Balcani.

   “Una catastrofe umanitaria”. Nei giorni scorsi Caritas italiana ha lanciato l’allarme sulla “catastrofe umanitaria” in corso in quelle zone, chiedendo l’intervento dell’Unione europea e dei governi. In Bosnia, secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, vi sono 8.000 persone migranti, di cui 5.000 nei campi (i più vulnerabili, come famiglie e minori soli) e 3.000 in sistemazioni di fortuna. La metà sono famiglie con bambini.

Il campo di Lipa. Nelle condizioni peggiori sono però gli uomini nei pressi di Bihac. Qui il governo sta ricostruendo il campo di Lipa, andato distrutto in un incendio, in un posto isolato, impervio e pericoloso in montagna, lontano dagli occhi delle popolazioni locali, che hanno inscenato feroci proteste contro i migranti.   A Lipa l’esercito bosniaco sta allestendo tende, ma “rischiano di morire di freddo. Non c’è acqua potabile, riscaldamento, energia elettrica. Non ci sono gli standard minimi per il rispetto della dignità e dei diritti umani. E’ una decisione folle che condanniamo”.

   L’alternativa: il campo di Bira. Le Ong per protesta si rifiutano di lavorare a Lipa e chiedono a gran voce che sia trovata una alternativa: ad esempio riaprendo il campo di Bira, una ex fabbrica abbandonata alla periferia di Bihac, ad una trentina di chilometri. La Caritas sta decidendo se intervenire o meno, intanto fa arrivare a Lipa tramite la Croce rossa quello che può: cibo, acqua e legna per accendere i fuochi.

   La prospettiva di riaprire il campo di Bira, a 20/30 chilometri da quello di Lipa, è però fortemente contrastata dai sindaci e dai cittadini, che sono scesi in piazza. Perfino i vigili del fuoco hanno schierato i loro automezzi per impedirne la riapertura. “Sarebbe la soluzione migliore per aiutare le persone almeno a passare l’inverno – dice l’operatore Caritas – ma il clima si è guastato. Oramai si è arrivati ad un muro contro muro”. Senza una mediazione si rischia l’impasse. “Non sappiamo cosa accade nei boschi alla frontiera, se ci sono persone che muoiono. Ma la tragedia è dietro l’angolo”.

Il paradosso. “Il paradosso è che l’Ue e l’Oim hanno stanziato soldi per l’allestimento di campi, che probabilmente non verranno usati – afferma Bombardi -. Il governo, pur di non perdere il consenso della popolazione, sta usando la strategia di allontanare i migranti dalla loro vista e probabilmente pagherà di tasca propria”. In seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie si è attivata un’azione di lobby tramite le ambasciate e la Chiesa locale “ma l’impressione è che il governo non reagisca nemmeno alle pressioni dell’Ue”.

The game. Le frontiere croate e bosniache sono tristemente famose alle cronache per “the game”: così è chiamato il “gioco” dei giovani migranti che tentano di passare a piedi la frontiera per entrare in Europa, nonostante i controlli sempre più serrati con droni e pattuglie di polizia. Il più delle volte vengono respinti in malo modo. “Tornano indietro dopo essere stati malmenati – racconta Bombardi – senza più soldi, documenti, telefonini. C’è molta violenza. Ma non si dà loro né la possibilità di andare avanti né una sistemazione dignitosa in un campo”.

Le famiglie con bambini. Va un po’ meglio alle famiglie con bambini, accolti in strutture idonee con pasti, servizi igienici e riscaldamento e la presenza del terzo settore. Ma anche loro, vista la quasi impossibilità di ricollocamenti legali, tenteranno in primavera di passare il confine affidandosi ai trafficanti, per ricongiungersi ad amici e parenti in Austria, Germania o Italia. Tutto ciò in un contesto di pandemia da Covid-19 minimizzato dai pochi tamponi effettuati – vengono fatti solo ai sintomatici e non ai contatti stretti – e poche precauzioni, tranne le mascherine obbligatorie e il coprifuoco dalle 11 alle 5. A Capodanno, ad esempio, sono morti 8 ragazzi per avvelenamento da monossido di carbonio. Al funerale erano presenti migliaia di persone. Gli operatori umanitari cercano di utilizzare tutte le cautele ma il rischio rimane comunque alto. (Patrizia Caiffa, “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/20219)

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MIGRANTI: BASTA RESPINGIMENTI, MANIFESTAZIONE A TRIESTE

Un centinaio di persone di associazioni davanti Consolato croato

8/1/2021 da http://www.ansa.it/

TRIESTE, 8 GEN – “Denunciare pubblicamente le sanguinarie politiche europee in merito alla protezione dei confini”. È la ragione per la quale quasi un centinaio di attivisti si sono ritrovati venerdì 8 gennaio davanti al Consolato croato di piazza Goldoni, come spiegato nel volantino firmato dagli organizzatori, ovvero l’Assemblea No CPR No Frontiere FVG assieme alle organizzazioni Linea d’Ombra odv e Strada Si.Cura.

   La manifestazione si è svolta davanti al Consolato della Croazia, primo Stato in area Schengen per chi arriva attraverso la ‘rotta balcanica’, oltre il cui confine con l’Erzegovina si trovava il campo profugo di Lipa, recentemente dato alle fiamme.
E’ in quest’area che solitamente si ammassano i migranti che tentano di varcare il confine.
Sempre secondo quanto sostenuto dagli attivisti, la crisi umanitaria lungo la rotta balcanica “è una situazione di violenza sistemica, oltre al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco”. Secondo i manifestanti, alle difficili condizioni di vita nei grandi campi bosniaci si associano “le violenze sistematiche della polizia croata, la catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, il razzismo fuori e dentro i confini dell’Unione Europea”.
Ricordano inoltre che “tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha ‘riammesso’ in Slovenia 1.240 persone”, registrando un aumento pari al 420% rispetto al 2019.

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TRA I MISERABILI DI LIPA “PERCHÉ L’EUROPA CI LASCIA MORIRE COSÌ?”

di Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021

– Vogliono raggiungere l’Italia e la Germania. Il viaggio, lungo la rotta balcanica, costa 1.400 euro. Lo chiamano “The Game”. Ma non c’è niente di divertente. –

LIPA (Bosnia) — Si cammina nel fango, che arriva alle caviglie e più su. Avanza uno giovane, dice «Vedi, ma’am, in che condizioni viviamo. E cosa fa l’Europa per noi? Ci lascia morire così?». Dopo di lui ne arriva un altro, e poi un gruppetto di uomini giovani e per lo più stracciati, e tra questi uno con il giubbetto targato Rugby Brescia, è molto fiero della sua tuta sporca e dice «Italy, portami in Italy, ti prego signora, mettimi nel bagagliaio della tua macchina, fammi passare il confine».

   E questi sono i miserabili del campo di Lipa, un posto dove sopravvivono circa mille persone, ché vita questa non è, forse non lo era neanche prima. Il 23 dicembre è andato a fuoco, e se anche il fuoco lo hanno appiccato questi stessi profughi, il posto non meritava altro, visto che non c’erano acqua né luce, era una tendopoli costruita in fretta su questo altopiano gelato, trenta chilometri da Bihac, 60 dal confine con la Croazia, cioè l’Europa, cioè noi.

   È la rotta balcanica, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il fuoco dell’incendio che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine.

   I bosniaci l’hanno tirata su ad aprile per controllare l’emergenza Covid tra i migranti, peccato che nessuno di questi abbia una qualche mascherina sulla faccia. Poi se ne trova una nera e molto sporca, la mettono a turno per riguardo all’ospite straniera, raccontano i viaggi epici dal Pakistan e dal Nepal, a piedi, «Quanto tempo ci hai messo tu per arrivare qui? Due giorni da Milano? Io un anno e mezzo dal Punjab, e sono fortunato. A piedi, certo», dice Han Jamal, meccanico di 45 anni. Vorrebbe andare «in Italia, o in Germania, so fare il mio lavoro, lì avete molte auto da riparare». Quante volte ha provato a passare il confine? Sette. Il viaggio verso l’Europa, attraverso Croazia, Slovenia e Italia, qui si chiama the Game, ma non c’è niente da divertirsi.

   Said Hullah, 20 anni, conciatore: «Ho pagato 1.400 euro, ma solo perché alcuni pezzi li faccio a piedi». È un viaggio garantito, paghi la cifra e ci provi «again and again», finché non arrivi «in Trst», Trieste, una parola che qui suona magica come «Udin», Udine. In quei 1.400 euro non è compreso il prezzo del kit di sopravvivenza — 100 euro — cioè «un sacco a pelo, le scarpe, un giaccone. Un po’ di cibo», che però finisce quasi subito e si va avanti per chilometri a pancia vuota, bevendo l’acqua che c’è.

   La strada che sale a Lipa è ripida, e va su fino a 700 metri, costeggiata di spazzatura, bottiglie di Coca Cola, vestiti abbandonati, «perché quando ti danno i vestiti nuovi per il viaggio butti quelli vecchi, così sei presentabile all’Europa». E bucce di banana, buste di plastica, lattine di minestra, un ombrello rotto, una scia di relitti che conduce al campo, e un uomo seduto per terra sotto la pioggia, con una coperta rosa sulla testa. Dove vai? «A Dortmund, lì ho dei parenti», ma forse ci ha rinunciato.

   Un chilometro più su, un uomo lotta con un cane randagio, grosso come un San Bernardo, un povero cane inselvatichito, la Bosnia ne è piena. L’uomo — un povero uomo che arriva dal Bangladesh — cerca di spaccargli la testa con una pietra. Il cane se ne va. Dove vuoi andare, tu? «London», l’unica parola che dice. È una lunga strada, per arrivare a Londra, e per intanto si arriva nel medioevo, dove si combatte con gli animali, si dorme nel fango, si fanno i bisogni in cessi che traboccano. Per andarsene da qua, Said il tentativo l’ha fatto dieci volte, ma «sono garantito, prima o poi riesco a passare».

   Chi sono i passeur? Un’organizzazione transnazionale e perfetta, se riesce a sfuggire alla polizia bosniaca e a quella croata. Ha un bacino di clienti enorme, per cui le famiglie pagano e aggiungono soldi, se serve, pur di riuscire a spedire un figlio, maschio e giovane, nella splendida Europa. Ma il cammino è così lungo, e la polizia croata respinge gli assalti dei miserabili, che mostrano cicatrici e raccontano: «Ogni volta ci portano via tutto, soldi, vestiti. Ci rimandano nudi in Bosnia».

   Harun, dipendente dell’ong italiana Ipsia, legata alle Acli, è di Bihac: «Li vediamo tornare con le braccia rotte, picchiati a sangue». Il campo? «Era terribile prima, adesso anche di più». Si brucia quello che si può, del poco scampato all’incendio, i migranti accendono piccoli fuochi con le plastiche che bruciano bene, e si vive nel fumo tossico di questi campeggiatori del fango.

   A mezzogiorno arriva il furgone della Croce rossa di Bihac, con dei pasti caldi. Alle due del pomeriggio un tir sale su per due chilometri di strada sterrata con un carico di legna, viene preso d’assalto perché legna vuol dire scaldarsi, tirare avanti un po’. Poi, si riprova il Game.

   Domenica scorsa il ministro della Sicurezza, Selmo Cikotic, è salito quassù, e ha definito la situazione «crudele e disumana». Con lui c’era il ministro della Difesa, Sifet Podzic, alla fine del sopralluogo hanno deciso due cose: mandare l’esercito, che è arrivato e se ne è andato, ha montato delle nuove tende, ma ieri non c’era traccia di militari. La seconda cosa: promettere alla popolazione di Bihac che i migranti non sarebbero stati trasferiti in città. La gente ha protestato, ha fatto cordone davanti all’ex fabbrica Bira, si è opposta. E la promessa è per ora mantenuta, i residenti possono stare tranquilli, vedono passare i gruppetti di migranti che affrontano la montagna, e forse anche li compiangono, ma non li vogliono più.

   La guerra — era solo il ’92 — ha devastato il Paese, e tra le nuove case colorate del nuovo piccolo benessere bosniaco, ci sono i resti di quelle bombardate, logico quindi volere una nazione moderna e allegra, senza questa massa di straccioni disperati, 20mila, tra Sarajevo e qui, in campi più o meno organizzati, alcuni gestiti da Iom, International Organization for Migration, altri sono squat o bivacchi in queste foreste impregnate di pioggia. Jungle, le chiamano. Non c’è ironia. (Brunella Giovara)

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Rotta Balcanica

BOSNIA E QUEI MIGRANTI CHE STA CONDANNANDO A MORTE

di Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – www.vita.it/

   Il 23 dicembre scorso il campo profughi di Lipa è stato chiuso. Durante lo sgombero un incendio ha distrutto la struttura. Centinaia di profughi sono rimasti al gelo e sotto la neve. A causa delle proteste della popolazione locale è stato impossibile spostarli in altri campi. Ora a Lipa l’esercito sta allestendo le tende, ma manca tutto: servizi, elettricità, acqua. «Lasciare i migranti a Lipa è la peggiore delle soluzioni possibili», spiega Daniele Bombardi, coordinatore Caritas Italiana del Sud Est Europa, «siamo davanti ad una catastrofe umanitaria»

   La prima Rotta Balcanica parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada.

   Così dal 2018 si sono venuti a creare altri due percorsi, il primo tra la Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia e l’altro tra Grecia, Albania, Montenegro e Bosnia. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.

   Numeri ufficiali non esistono: «Si stima», spiega Daniele Bombardi, coordinatore Caritas Italiana del Sud Est Europa, che è presente e lavora nel Paese con Ipsia – Istituto pace sviluppo innovazione Acli, «che attualmente vivano in Bosnia Erzegovina circa ottomila persone. 5mila nei campi profughi e 3mila fuori dai campi, nei boschi o negli squat (case e fabbriche abbandonate). A quelli che già vivevano per strada ora si aggiungono quindi anche i circa 1200 profughi che stavano a Lipa».

   La maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di Una Sana, ma dopo la chiusura del campo di Bira, a Bihač, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’Iom (‘International Organization for Migration), una parte delle persone è stata spostata nei campi di Mostar e Sarajevo. E durante la scorsa primavera un’altra parte è stata assegnata al campo di Lipa, tra Bihać e Bosanski Petrovac, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. E infatti: «la storia degli ultimi giorni è complicata», continua Bombardi. «Iom aveva un contratto con il governo bosniaco per gestire il campo di Lipa fino all’inizio dell’inverno. A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’Iom ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. Il campo di Lipa si trova a 30 km da Bihač, letteralmente in mezzo alle montagne, le temperature sono rigidissime d’inverno».

   Quello di Lipa infatti doveva essere un campo provvisorio ma alla decisione del governo di trasformarlo in campo ufficiale non sono partiti i lavori di adattamento, per assicurare appunto acqua corrente, elettricità, riscaldamento perché il Cantone di Una Sana e la municipalità di Bihač si sono opposte anche a questa decisione arrivata da Sarajevo, dichiarando che non accetteranno più sul proprio territorio campi per rifugiati vicini alle zone urbane.

   Lo scorso 23 dicembre durante le operazioni di sgombero della struttura le fiamme hanno cominciato a divampare, non si conosce ancora la natura dell’incendio, il campo è andato completamente distrutto.

   «La prima soluzione ipotizzata per i profughi che vivevano nel campo», spiega Bombardi, «è stata quella di riaprire il campo di Bira. Ma i cittadini di Bihač e le autorità locali hanno avviato una serie di proteste creando delle barricate, addirittura i pompieri hanno piazzato il loro camion davanti all’entrata e reso impossibile l’ingresso dei profughi. La seconda alternativa era quella di utilizzare come campo provvisorio una caserma tra Mostar e Sarajevo, e anche qui, appena è giunta la notizia alla cittadinanza locale, si sono sviluppate altre proteste. I profughi sono rimasti una notte intera sui bus che di fatto non sono mai partiti dal parcheggio di quello che è rimasto del campo di Lipa».

   Ora la presidenza bosniaca ha inviato le forze dell’ordine a Lipa con il compito di allestire delle tende su quello che è rimasto del campo. «L’esercito ha effettivamente iniziato a montare le tende», dice Bombardi, «ma è una follia. Stanno cercando di ricostruire Lipa in fretta e furia ma nel campo, che ora è bruciato, continua a mancare tutto. Far stare i migranti a Lipa è la peggiore delle soluzioni possibili. Siamo davanti ad una catastrofe umanitaria».

   «La gente», ha scritto sulla sua pagina Facebbok Silvia Maraone, project manager di Ipsia che lavora sul posto, «ha iniziato ieri uno sciopero della fame rifiutando il cibo e l’aiuto della Croce Rossa. Anche loro non hanno dormito nelle tende militari che il governo ha inviato ieri. Questo “campo” non è un posto dove vivere. Niente acqua, niente cibo, niente elettricità, niente WC, niente docce. La ricarica del telefono nell’unico negozio del posto costa 2 euro».

   Quello della Rotta Balcanica e nel caso specifico quello che sta accadendo in Bosnia non è una questione emergenziale, ma strutturale e i vari cantoni con le loro municipalità sono sempre in disaccordo e opposizione al governo centrale di Sarajevo. «Il governo bosniaco nel suo insieme non è in grado di gestire l’accoglienza di queste persone. Non è in grado di programmare soluzione sui numeri reali di chi arriva. Il numero complessivo dei migranti è in aumento dopo i mesi del lockdown. La struttura politica della Bosnia Erzegovina non funziona già per i suoi cittadini e sta mostrando tutti i limiti per la questione migratoria. Trovare una soluzione è difficile. Con la popolazione cosi incattivita lo è ancora di più». (Anna Spena)

Qui l’appello di Rivolti al Balcani per fermare lo scacchiere della disumanità

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BOSNIA, 3 MILA MIGRANTI A PIEDI NUDI NELLA NEVE: IGNORATI DALLE AUTORITÀ, RESPINTI DALLA CROAZIA

di Francesco Battistini, 29/12/2020, da “il Corriere della Sera”

   «Difendiamo la nostra città!». I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, alle porte dell’Europa c’è un problema migranti che si sta trasformando in una guerra fra poveri, in una «vera catastrofe umanitaria» — dice l’Onu — che nessuno sa affrontare: almeno tremila mediorientali, nordafricani, asiatici da giorni vagano in ciabatte a venti sottozero per le foreste della Bosnia nord-occidentale, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine rifiutati dai cittadini bosniaci di Bihac. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s’è provato a reperire un rifugio.

   «Difendiamo la nostra città!», il grido di battaglia lanciato su Facebook da un gruppo di «patrioti» fra migliaia di follower e di like, fra politici e media locali che descrivono gli intrusi come criminali, terroristi, portatori di malattie. Da Sarajevo, il governo lascia fare e si volta dall’altra parte, nonostante abbia ricevuto 60 milioni dell’Ue (più altri 25 in arrivo) proprio per tamponare questo disastro migratorio. Solo Unhcr e Oim, le organizzazioni mondiali per i rifugiati e i migranti, hanno rotto il silenzio con un parole molto dure: «Nevica, siamo sotto zero, non c’è riscaldamento, niente», ha twittato spazientito il responsabile Oim per la Bosnia, Peter Van der Auweraert, ormai a fine mandato. «Non è così che dovrebbero vivere le persone. Servono coraggio politico e azione. Adesso».

   Il caso esplode ora perché sabato scorso, alla notizia che la loro tendopoli di Lipa sarebbe stata chiusa, i disperati hanno incendiato il campo. Ma nessuno può dirsi sorpreso da quel che succede: è da mesi che molte ong denunciano le condizioni di Lipa, 30 chilometri da Bihac, un campo temporaneo in mezzo al nulla, impiantato ad aprile per fronteggiare la pandemia. Le tende dovevano sbaraccare in settembre, ma nessuno ha fatto granché, per paura delle proteste degli abitanti della regione.

   E il 9 dicembre, quando l’Oim ha deciso di non voler finanziare più un campo così inadeguato per l’inverno, concordando con le autorità locali una sistemazione nei container di Bira, la crisi è precipitata: 400 migranti hanno preso le loro quattro cose e han provato a entrare in Croazia, come al solito respinti dalla polizia di Zagabria con modi ruvidi (sono numerose le accuse di violenze); qualcuno esasperato ha dato fuoco alle tende; a tutti gli altri non è rimasto che vagare nei boschi innevati. Congelati, in un Paese pietrificato. Coi piedi violacei, la febbre alta, poche coperte, qualche pasto offerto dalla Croce rossa bosniaca: «Viviamo come animali», ha detto ai microfoni d’una tv Kasim, un giovane pakistano. «Anzi, gli animali vivono meglio di noi. Se non ci aiutate, moriremo. Per favore, aiutateci!».

Non dicano che non si sapeva

I Balcani sono l’area d’Europa a maggior concentrazione d’organizzazioni internazionali, militari e umanitarie, ma da quando è stata chiusa la rotta Turchia-Grecia-Macedonia-Serbia-Bosnia, le migrazioni sono continuate e poco s’è fatto: solo dal 2018, il governo di Sarajevo ha dovuto gestire 60 mila rifugiati e ora ne ha 6.500 in campi fatiscenti, oltre a questi tremila a spasso. La Croazia ha alzato un muro invisibile, sessanta respingimenti al giorno, e un dossier presentato la settimana scorsa alla commissaria Ue per gli Affari interni, Ylva Johansson, censisce 12.654 abusi subiti dai migranti finiti in mano alle mafie o alle (spesso corrotte) polizie balcaniche.

   Sono stati documentati da Amnesty International autentici casi di tortura: profughi sequestrati in cambio di riscatto, un marchio a fuoco sulle braccia a titolo del pagamento avvenuto. Da più di due anni c’è una coraggiosa maestra elementare bosniaca di Bihac, Zehida Bihorac, che in totale solitudine porta medicinali, vestiti, cibo e racconta sui social quel che patiscono i migranti nella Krajina, in fondo a quei 1.600 chilometri di cammino, di paura, di fame, di torture che li portano da Lesbo alle frontiere dell’Europa. Zehida ha ricevuto minacce, ha chiesto (spesso inutilmente) la protezione della polizia e il suo caso, come quello di tutti i volontari bosniaci che aiutano gli immigrati, ha spinto perfino le Nazioni Unite a protestare, chiedendo un’indagine sulle violenze xenofobe.

   Tutto questo, a 25 anni da Dayton. E da quegli accordi di pace che nel dicembre 1995 liberarono gli stessi bosniaci dalla guerra, dal genocidio, dai campi profughi in cui erano stati cacciati, dall’incubo di dover vagare in cerca d’un destino migliore. Mai più, si diceva allora. In questo quarto di secolo, la Bosnia Erzegovina s’è rivelata essere poco più di un’espressione geografica, congelata in una pace vuota e fredda.  Bosgnacchi, serbi e croati fingono d’essere uniti, ma sono divisi su tutto. Tranne che su una cosa: non volere i migranti. (Francesco Battistini)

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Rotta Balcanica

BOSNIA, SI FERMI LO SCACCHIERE DELLA DISUMANITÀ

da VITA International www.vita.it/ , 31/12/2020

– Nel gelo e sotto la neve di fine anno alle porte dell’Europa è da tempo in corso una catastrofe umanitaria. Al momento sono 3000 le persone che vagano da giorni nel cantone di Una-Sana, costrette a vivere all’addiaccio con temperature sotto lo zero. 1500 provengono dal distrutto campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Bihać. La situazione, già grave in termini di tutela dei diritti umani e rispetto della dignità personale, in Bosnia è precipitata –

  Sotto la neve di fine anno alle porte dell’Europa è da tempo in corso una catastrofe umanitaria (ne abbiamo parlato qui Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e qui Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali). Al momento sono 3000 le persone che vagano da giorni nel cantone di Una-Sana, costrette a vivere all’addiaccio con temperature sotto lo zero. 1500 di esse provengono dal distrutto campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Bihać, per le quali non vi è stata la volontà né dalle autorità locali né da quelle internazionali di trovare una soluzione.

   “RiVolti ai Balcani” chiede l’immediato e urgente intervento di istituzioni europee, internazionali e locali nell’area di Bihać, e una soluzione di sistema a lungo termine che assicuri a migranti, richiedenti asilo e rifugiati il rispetto dei diritti umani fondamentali.

   “Come cittadina della Bosnia Erzegovina sento il diritto di insistere e ottenere da tutte le rappresentanze politiche a tutti i livelli che assicurino immediatamente un’assistenza e un alloggio dignitosi a tutte le persone in movimento. E chiedo altrettanto alla comunità internazionale che ha ancora un protettorato in Bosnia Erzegovina che si assuma la responsabilità di questa situazione. Questo crimine contro l’umanità che si sta attuando deve finire subito. Le persone continuano a congelare per le strade e sulle montagne e la domanda è quando cominceranno a morire. Tanti cittadini aiutano singolarmente come possono, ma per fermare questa catastrofe è necessaria una soluzione di sistema che rispetti la dignità e i diritti umani di queste persone. Coloro che operano in istituzioni pubbliche locali e internazionali sono responsabili di questa catastrofe. Non voglio e non accetto che la Bosnia Erzegovina diventi di nuovo una valle di fosse comuni, sinonimo di crimini, morte e ingiustizia”.

   “RiVolti ai Balcani” raccoglie e condivide l’appello che arriva da singoli cittadini e cittadine, attivisti e volontari bosniaci oltre che dalla rete regionale Transbalkanska Solidarnost, affinché si fermi la catastrofe umanitaria che si sta consumando specialmente nel Cantone di Una Sana.

   Sono mesi che diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciano le condizioni insostenibili in cui vivono queste persone arrivate attraverso la rotta balcanica della migrazione. In primis nella tendopoli di Lipa, non predisposta per i mesi invernali, dove l’acqua veniva portata da una cisterna e la poca elettricità era prodotta da generatori. Come altri campi di transito in Bosnia, gestito dall’ Organization for Migration (IOM) BiH, ma la cui costruzione o adattamento è in capo alle autorità del paese.

   Nonostante l’appello della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’Unhcr (l’Unhcr è l’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, ndr), e del successivo – vano – tentativo del Consiglio dei ministri bosniaco a spingere le autorità cantonali a prevedere un’accoglienza in strutture adatte, IOM ne ha deciso la chiusura e il 23 dicembre – giorno previsto per lo sgombero da parte di IOM – il campo è andato quasi completamente distrutto in un incendio.

   Sta nevicando e la temperatura è scesa sotto lo zero. Centinaia di persone si trovano qui bloccate, con un solo pasto al giorno distribuito dalla Croce Rossa locale, altre centinaia si trovano sparse nei boschi senza assistenza.

   “RiVolti ai Balcani” si aggiunge ad altri appelli resi pubblici negli ultimi giorni. Quello del 26 dicembre, firmato da Unhcr e IOM assieme a DRC – Danish Refugee e Save the Children che operano nel paese, in cui si chiede alle autorità locali di fornire l’immediata soluzione alternativa di alloggio e viene ribadita la disponibilità delle quattro organizzazioni a sostenere gli sforzi delle autorità locali e organizzare l’assistenza necessaria. Ma anche l’appello dei volontari e attivisti di No Name Kitchen, SOS Balkanroute, Medical Volunteers International e Blindspots rivolto all’Ue e ai suoi Stati membri.

   La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali – chiede all’Unione europea, all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, alla delegazione dell’Ue all’Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina, all’International Organization for Migration, al Consiglio dei Ministri della Bosnia Erzegovina, alle autorità del Cantone Una Sana e del Comune di Bihać, alle autorità delle due entità del paese – la Federazione e la Republika Srpska affinché: sia trovata una soluzione immediata all’attuale emergenza umanitaria nell’area di Bihać e in Bosnia Erzegovina in generale; siano individuate soluzioni di sistema a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati; sia attivato un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

Qui l’appello su change.org

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CONFINI DI IERI E DI OGGI

di Gian Antonio Stella, da “Il Corriere della Sera” del 2/1/2021

– Rotta balcanica, gli invalicabili muri che fanno ancora male all’Europa – Le due Gorizie festeggiano. Ma in Istria, il filo spinato respinge indietro i migranti fino al ghiaccio della Bosnia –

   È bellissima l’idea che Gorizia e Nova Gorica saranno insieme capitale europea della cultura per il 2025. E ha fatto bene Sergio Mattarella a elogiare l’altra sera (nel discorso di fine anno, ndr) quella scelta che «rende onore a Italia e Slovenia per avere sviluppato relazioni che vanno oltre la convivenza e il rispetto reciproco». Non c’è goriziano, italiano o slavo, che non abbia negli occhi quella foto da incubo scattata il giorno in cui le autorità inglesi tracciarono con una riga di calce, passando sotto la pancia di una vacca, il confine nell’aia d’un contadino: di qua la casa e di là la stalla, di qua l’Italia e di là la Jugoslavia, di qua la democrazia di là il comunismo. La chiusura di quella stagione, col suo strascico di odio, cicatrizza la ferita.

   A una manciata di chilometri da Trieste, però, un confine col filo spinato c’è ancora. Fra due paesi vicini dentro la stessa Europa. Lo tirarono su esattamente cinque anni fa, a cavallo fra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, lungo il fiume Dragogna che per secoli aveva solcato l’Istria per sfociare nel vallone di Pirano senza essere mai una frontiera vera e propria tra sloveni e croati fino alla fine del giugno 1991. Quando le ruspe travolsero rombando gli alberelli carichi di pesche e le piante di piselli della signora Anna Del Bello Budak, che mai si era posta il problema di avere pezzi della sua terra in uno Stato e pezzi in un altro.

   Da allora, quello che le autorità slave avevano garantito che sarebbe stato «un confine di seta» si fece sempre più rigido. Fino appunto all’accelerazione dell’inverno 2015/16. Quando lungo il Dragogna i soldati sloveni stesero per giorni e giorni enormi matasse spinate. La nostra comunità, sopravvissuta alla cacciata di trecentomila e più italiani costretti ad andarsene negli anni successivi alla II Guerra dall’Istria, dal Quarnero, dalla Dalmazia invocò l’aiuto di Roma e organizzò il giorno dell’Epifania una manifestazione lungo la nuova frontiera blindata. Risposta: era una scelta obbligata. Dovuta agli esodi biblici dalle guerre in Iraq, in Siria, in Afghanistan incanalatisi lungo le rotte balcaniche e alla necessità degli sloveni di arginare l’ondata.

   Fatto sta che da allora, a dispetto delle proteste delle comunità istriane italiane e slave affratellate da una storia comune (a un certo punto sembrò perfino che potesse passare il disegno della Dieta istriana di una regione autonoma a trilinguismo integrale), a dispetto delle denunce ambientaliste per i danni gravissimi causate alla fauna locale ma soprattutto a dispetto delle accuse di un po’ tutte le organizzazioni umanitarie che anno dopo anno hanno presentato dossier sempre più allarmati, il confine spinato è rimasto.

   E gli stessi appelli del Papa contro i muri («Le frontiere, da sempre considerate come barriere di divisione, possono invece diventare “finestre”, spazi di mutua conoscenza, di arricchimento reciproco, di comunione nella diversità») sono caduti nel vuoto. Sergio Mattarella, citando Gorizia e Nova Gorica, si è augurato l’altra sera che «il messaggio sia raccolto nelle zone di confine di tante parti del mondo, anche d’Europa, in cui vi sono scontri spesso aspri e talvolta guerre anziché la ricerca di incontro tra culture e tradizioni diverse».  Parole d’oro. Ma quanti le vogliono davvero ascoltare?

   Domenica mattina, all’ospedale di Isola d’Istria, a una manciata di chilometri da Trieste, è stata salvata una donna che aveva appena partorito un bambino, nel gelo di questi giorni, tra i boschi di Acquaviva dei Vena, nel comune di Capodistria. Era arrivata lì, immaginatevi in quali condizioni, con un gruppetto di afghani e di iraniani avventurosamente sbucati dal nulla sul Carso. Nel pomeriggio, stesso ospedale, ecco un’altra mamma trovata nei boschi dell’antica fortezza di San Servolo, a poche centinaia di metri dal confine triestino. Aveva tra le braccia un bambino di pochi mesi, nato a Bihać, in Bosnia, dov’era il campo profughi di Lipa bruciato giorni fa lasciando senza riparo centinaia e centinaia di persone spesso coi calzettoni e i sandali. Hanno chiesto la protezione internazionale. L’avranno? Boh… «Il migrante riammesso non viene privato della possibilità di fare richiesta d’asilo in quanto la Slovenia fa parte dell’ambito europeo», rispose mesi fa l’allora prefetto di Trieste.

   «La situazione determinatasi al confine italo-sloveno e immediatamente oltre il confine è di estrema gravità. La autorità italiane non possono infatti prescindere dal fatto che le persone riammesse in Slovenia (…) sono poi soggette ad una successiva riammissione dalla Slovenia alla Croazia e da qui, troppo spesso dopo inaudite violenze perpetrate di fatto dalle autorità di polizia croata, sono ulteriormente riammesse in Serbia o in Bosnia, dunque lasciate in condizioni di abbandono morale e materiale», accusa il dossier «La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa». 

   «Tra il primo gennaio e il 15 novembre 2020», denuncia Duccio Facchini su Altraeconomia dopo aver ottenuto tre giorni fa i dati ufficiali dal ministero dell’interno, l’Italia «ha “riammesso” in Slovenia 1.240 persone, a loro volta respinte a catena fin verso il territorio bosniaco. Si tratta di numeri impressionanti, specie se confrontati con quanto accaduto nello stesso periodo del 2019», quando erano stati respinti (pardon: «riammessi» oltre confine) in 237, cioè un quinto. Tutto normale, in una terra che pochi decenni fa tirò su campi profughi per gli istriani, i quarnerini e i dalmati e che ancora ospita a Trieste, nel «Magazzino 18», le masserizie abbandonate e i fantasmi di quei nostri nonni buttati fuori dalla loro patria?  Cosa facciamo: lasciamo la patata bollente agli sloveni che ricaccino i fuggitivi in Croazia e da lì indietro e indietro fino all’inferno?

   Come vada laggiù in Bosnia l’ha raccontato in questi giorni, tra gli altri, il nostro Francesco Battistini: «I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, alle porte dell’Europa c’è un problema migranti che si sta trasformando in una guerra fra poveri, in una vera catastrofe umanitaria». Con centinaia e centinaia di poveretti cui «non è rimasto che vagare nei boschi innevati. Congelati, in un Paese pietrificato. Coi piedi violacei, la febbre alta, poche coperte, qualche pasto offerto dalla Croce rossa bosniaca…» E noi qui, lontani a volte poche centinaia di metri. Occhio (bendato) non vede, cuore (duro) non duole… (Gian Antonio Stella)

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LA VIA DELLA VERGOGNA. SULLA ROTTA BALCANICA DELLE MIGRAZIONI

di Nello Scavo, inviato a Trieste sabato 5 dicembre 2020, da AVVENIRE

– Il viaggio disperato lungo la rotta dei Balcani, tra violenze e torture inaudite da parte della polizia. Centinaia di profughi con diritto alla protezione respinti dall’Italia –

   È la schiena curva e livida dei respinti a dire le sprangate. Sono le gambe sanguinanti a raccontare la disperata corsa giù dal valico. A piedi nudi, con le caviglie spezzate dalle bastonate e i cani dell’esercito croato che azzannano gli ultimi della fila. È l’umiliato silenzio di alcuni ragazzi visitati dai medici volontari nel campo bosniaco di Bihac per le cure e il referto: stuprati e seviziati dalla polizia con dei rami raccolti nella boscaglia. I meno sfortunati se la sono cavata con il marchio di una spranga incandescente, a perenne memoria dell’ingresso indesiderato nell’Unione Europea.

   Gli orrori avvengono alla luce del sole. Affinché gli altri, i recidivi degli attraversamenti e quelli che dalle retrovie attendono notizie, battano in ritirata.

Velika Kladuša e il valico della paura

Di qua è Croazia, Europa. Di la è Bosnia, fuori dalla cortina Ue. Di qua si proclamano i diritti, ma si usa il bastone. Oramai tra i profughi della rotta balcanica lo sanno tutti che con gli agenti sloveni e gli sbirri croati non si scherza.

   «Siamo stati consegnati dalla polizia slovena alla polizia croata. Siamo stati picchiati, bastonati, ci hanno tolto le scarpe, preso i soldi e i telefoni. Poi ci hanno spinto fino al confine con la Bosnia, a piedi scalzi. Tanti piangevano per il dolore e per essere stati respinti». Sono le parole di chi aveva finalmente visto i cartelli stradali in italiano, ma è stato rimandato indietro, lungo una filiera del respingimento come non se ne vedeva dalla guerra nella ex Jugoslavia. Certi metodi non sembrano poi cambiati di molto.

Tre Paesi e tre trattamenti

I militari italiani non alzano le mani, ma sono al corrente di cosa accadrà una volta rimandati indietro i migranti intercettati a Trieste come a Gorizia. Più si torna al punto di partenza, e peggio andranno le cose. Le testimonianze consegnate ad Avvenire dai profughi, dalle organizzazioni umanitarie, dai gruppi di avvocati lungo tutta la rotta balcanica, sembrano arrivare da un’altra epoca.

   Le foto non mentono. Un uomo si è visto quasi strappare il tendine del ginocchio destro da uno dei mastini delle guardie di confine croate. Quasi tutti hanno il torso attraversato da ematomi, cicatrici, escoriazioni. C’è chi adesso è immobile nella tendopoli di Bihac con la gamba ingessata, chi con il volto completamente bendato, ragazzini con le braccia bloccate dai tutori in attesa che le ossa tornino al loro posto. I segni degli scarponi schiacciati contro la faccia, le costole incrinate, i calci sui genitali. Un ragazzo pachistano mostra una profonda e larga ferita sul naso, il cuoio capelluto malridotto, mentre un infermiere volontario gli pratica le quotidiane medicazioni. Un afghano appena maggiorenne ha l’orecchio destro interamente ricucito con i punti a zigzag. Centinaia raccontano di essere stati allontanati dal suolo italiano.

   Una pratica, quella dei respingimenti a ritroso dal confine triestino fino agli accampamenti nel fango della Bosnia, non più episodica. «Solo nei primi otto mesi del 2020 sono state riammesse alla frontiera italo-slovena oltre 900 persone, con una eccezionale impennata nel trimestre estivo, periodo nel quale il fenomeno era già noto al mondo politico che è però rimasto del tutto inerte», lamenta Gianfranco Schiavone, triestino e vicepresidente di Asgi, l’associazione di giuristi specializzati nei diritti umani. «Tra le cittadinanze degli stranieri riammessi in Slovenia il primo posto va agli afghani (811 persone), seguiti da pachistani, iracheni, iraniani, siriani e altre nazionalità, la maggior parte delle quali – precisa Schiavone – relative a Paesi da cui provengono persone con diritto alla protezione». A ridosso del territorio italiano arriva in realtà solo chi riesce a sfuggire alla caccia all’uomo fino ai tornanti che precedono la prima bandiera tricolore. Per lasciarsi alle spalle quei trecento chilometri da Bihac a Trieste possono volerci due settimane.

   Secondo il Danish Refugee Council, che nei Paesi coinvolti ha inviato numerosi osservatori incaricati di raccogliere testimonianze dirette, nel 2019 sono tornate nel solo campo di bosniaco di Bihac 14.444 persone, 1.646 solo nel giugno di quest’anno.

   I dati a uso interno del Viminale e visionati da Avvenire confermano l’incremento delle “restituzioni” direttamente alla polizia slovena. Nel secondo semestre del 2019 le riammissioni attive verso Zagabria sono state 107: 39 da Gorizia e 78 da Trieste. Il resto, circa 800 casi, si concentra tutto nel 2020. Il “Border violence monitoring”, una rete che riunisce lungo tutta la dorsale balcanica una dozzina di organizzazioni, tra cui medici legali e avvocati, ha documentato con criteri legali (testimonianze, foto, referti medici) 904 casi di violazione dei diritti umani. Lungo i sentieri sul Carso, tra i cespugli nei fitti boschi in cima ai dirupi, si trovano i tesserini identificativi rilasciati con i timbri dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati o dall’Agenzia Onu per le migrazioni. I migranti li abbandonano lì. Testimoniano di come a decine avessero ottenuto la registrazione nei campi allestiti a ridosso del confine balcanico dell’Unione Europea.

   Quel documento, che un tempo sarebbe stato considerato un prezioso salvacondotto per invocare poi la protezione internazionale, oggi può essere una condanna. Perché averlo addosso conferma di provenire dalla Bosnia e dunque facilita la “riconsegna” alla polizia slovena. Anche per questo lo chiamano “game”.

   Un “gioco” puoi vincere una domanda d’asilo in Italia o in un altro Paese dell’Ue, o un’altra tornata nell’inferno dei respingimenti. «Quando eravamo nascosti in mezzo ai boschi, la polizia slovena – racconta un altro dei respinti – era anche accompagnata dai cani. Qualcuno si era accucciato nel bosco e non era stato inizialmente visto, ma quattro o cinque cani li hanno scovati e quando hanno provato a scappare sono stati rincorsi dai cani e catturati». (Nello Scavo, inviato a Trieste sabato 5 dicembre 2020, da AVVENIRE)

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