GENOCIDI di popolazioni ai giorni nostri: YAZIDI in Iraq, i ROHINGYA in Birmania-Myanmar, gli UIGURI In Cina… ma anche milioni di CRISTIANI vittime nel mondo. Per ricordare, nel GIORNO DELLA MEMORIA del 27 gennaio, i tanti genocidi di adesso – E che la Comunità internazionale intervenga in difesa degli oppressi

(nella foto: CZESLAVA KWOKA, giovane vittima di Auschwitz, da http://www.istitutocervi.it) – IL GIORNO DELLA MEMORIA: 27/01/1945 – 27/01/2021. 76° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DEL CAMPO PRIGIONIA DI AUSCHWITZ. – Il GIORNO DELLA MEMORIA è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come GIORNATA IN COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELL’OLOCAUSTO. (…) Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le TRUPPE DELL’ARMATA ROSSA, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche della 60ª Armata del “1º Fronte ucraino” del maresciallo IVAN KONEV arrivarono per prime presso la CITTÀ POLACCA di OŚWIĘCIM (in tedesco AUSCHWITZ), scoprendo il vicino campo di concentramento di Auschwitz e liberandone i superstiti. La SCOPERTA DI AUSCHWITZ e le TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’ORRORE DEL GENOCIDIO NAZIFASCISTA. Ad Auschwitz, circa 10 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa. L’apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti TESTIMONI DELLA TRAGEDIA, ma anche gli STRUMENTI DI TORTURA E DI ANNIENTAMENTO utilizzati in quel lager nazista. In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi come quello di CHEŁMNO e quello di BEŁŻEC ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, erano vere e proprie fabbriche di morte dove i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo poche “unità speciali”. La data del 27 GENNAIO in RICORDO DELLA SHOAH, lo STERMINIO DEL POPOLO EBRAICO E NON SOLO è indicata quale data ufficiale agli stati membri dell’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005. (da Wikipedia) ——(NELL’IMMAGINE QUI SOPRA: Casa Cervi celebra il Giorno della Memoria – Le pagine della memoria. Storie, racconti e testimonianze per il Giorno della Memoria —— Come ogni anno, anche CASA CERVI celebra questa ricorrenza fondamentale, con contenuti multimediali che verranno caricati tra il 25 e il 31 gennaio 2021 sul sito http://www.istitutocervi.it e sui canali social: interventi di esperti, recensioni di libri e letture che hanno ispirato grandi film. La celebrazione di Casa Cervi è compresa nella rassegna di iniziative del portale del Comune di Reggio Emilia (https://eventi.comune.re.it/)

   Nel ricordare che il 27 gennaio è il “Giorno della Memoria”, delle vittime della Shoah, ricorrenza internazionale per commemorare la tragedia dell’Olocausto (il 27 gennaio 1945 ci fu la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa); e nel “fare memoria” di quell’incommensurabile tragicissimo evento, di quelli anni terribili dove il nazismo e il fascismo misero in pratica il genocidio del popolo ebraico; nel considerare poi che nel corso del ‘900 e nei secoli precedenti altri genocidi di popoli sono stati attuati (forse non in modo così scientifico come quello a danno del popolo ebraico), vogliamo qui considerare e illustrare (con rispetto, senza voler essere esaustivi, e nei limiti dell’esposizione di un argomento così doloroso e delicato) quel che “adesso” ancora accade a popoli perseguitati nel nostro pianeta; appunto nel nostro presente.

(CINA, la repressione degli Uiguri, foto da http://www.asianews.it/) – CHI SONO GLI UIGURI – Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo. (…) (da https://tg24.sky.it/, 28/11/2019)

   Omettendo qui di elencare abusi e atrocità quotidiane che molte popolazioni subiscono (e che invece dovremmo sempre ricordare, denunciare, fare in modo che finiscano…) e concentrandoci su popoli che, appunto, subiscono forme di eliminazione quasi sempre violenta della loro vita, del loro “essere”: minoranze, spesso di consistente dimensione demografica, che hanno il solo torto di non essere confacenti allo stato nazionale dove sono insediate (a volte, spesso, dove vivono è il loro territorio di origine): diversità di religione professata rispetto alla maggioranza, o di cultura, di modi di vita… sempre comunque minoranze estranee al potere dominante, e per questo avversate dagli stati nazionalisti.

(XINJIANG, mappa ripresa da http://www.ilpost.it/) – La regione cinese dove si trovano gli UIGURI, lo XINJIANG è una regione autonoma della CINA NORDOCCIDENTALE tra le più grandi della Cina: si trova tra MONGOLIA, RUSSIA, KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, INDIA, la regione autonoma del TIBET e le province del QINGHAI e del GANSu. Lo status di regione autonoma le garantisce un proprio governo locale e una maggiore autonomia legislativa rispetto alle province cinesi

   Va detto che tutti i paesi del mondo hanno delle minoranze al loro interno, a volte date appunto dal credo religioso, dalle origine, dalla lingue…. Il termine minoranze si riferisce a gruppi etnici, nazionali, religiosi, linguistici o culturali che sono in numero inferiore rispetto al resto della popolazione maggioritaria e che potrebbero voler mantenere e sviluppare la propria identità, attraverso forme di autonomia, autogoverno o, eventualmente, forme di autodeterminazione. Questo in alcuni paesi è riconosciuta (l’autonomia); in molti altri è appunto avversata, a volte arrivando proprio a forme di genocidio, di eliminazione fisica.

(nella foto: uomini uiguri pregano nella provincia dello Xinjiang – kevin frayer – getty-images_-foto ripresa da http://www.ilpost.it/) – CENTRI DI RIEDUCAZIONE – (…) Secondo un testo approvato dal parlamento europeo lo scorso dicembre sono più di un milione gli UIGURI che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”. Dal 2017 a oggi sono almeno 441 i centri che sono stati costruiti o ampliati per contenere l’alto numero di persone. Il governo cinese ha sempre negato l’esistenza di questi campi fino a quando sono stati legalizzati due anni fa come istituti di scolarizzazione. Qui vengono impartite lezioni di lingua cinese, diffusa l’ideologia del partito e demonizzato il culto dell’islam, il tutto attraverso un trattamento degradante e disumano. (…) (Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021)

   Oggi, esposti al rischio di genocidio nel mondo sono soprattutto 3 popolazioni: gli YAZIDI in Iraq, i musulmani ROHINGYA in Birmania e gli UIGURI in Cina. A questi popoli vengono sistematicamente negati i più elementari diritti umani.

   Gli YAZIDI sono saliti alla cronaca mondiale nell’agosto del 2014, quando l’Isis, lo Stato islamico, decise di eliminarli come popolo dell’IRAQ: i miliziani dell’Isis hanno dato inizio all’assedio del monte Sinjar in Iraq dove si erano rifugiati una parte degli yazidi, che lì hanno potuto con difficoltà sopravvivere per diverso tempo unicamente grazie ad un ponte aereo realizzato dagli Stati Uniti per distribuire loro del cibo. Nel contempo, dai primi di agosto (2014) lo Stato Islamico ha dato inizio a una vera e propria epurazione della minoranza yazida nei villaggi ai piedi del monte Sinijar e poi in tutti gli altri villaggi, uccidendo gli uomini e portando via donne e bambini. Alla minaccia e ultimatum di convertirsi all’Islam, e avutane il rifiuto, gli uomini rimasti vivi ed i ragazzi sono stati giustiziati sommariamente; mentre le donne e le bambine sono diventate schiave sessuali, e vendute sia ai membri dello Stato Islamico che a compratori oltreconfine. L’ISIS ha agito anche sui bambini più piccoli: ha estirpato le loro tradizioni, procedendo con un vero e proprio lavaggio del cervello attuato tramite l’indottrinamento costante, la manipolazione e l’addestramento condotte nelle scuole jihadiste, sotto il comando del Califfato. Dunque, una vera e propria rieducazione coatta (su questo vi invitiamo a leggere in questo post l’articolo di Giorgia Palladini).

(IRAQ, in grigio i luoghi del massacro degli YAZIDI nell’agosto 2014 da parte dell’ISIS, mappa da http://www.avvenire.it/) – “In agosto 2014 c’è stato il GENOCIDIO perpetrato dai miliziani dello Stato Islamico sulla COMUNITÀ YAZIDA. Lo yazidismo è essenzialmente una fede, professata da circa 700 mila persone; gli YAZIDI, invece, pur popolando diverse aree dell’IRAQ, fanno parte dell’ETNIA CURDA con la quale condividono la lingua, il Kurmanji. Il cuore di questa collettività risiede proprio nella sua fede religiosa che, secondo alcuni studiosi, sarebbe una delle più antiche del mondo; essa riprende e rielabora elementi di vari culti, come il zoroastrismo, il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam ed il sufismo, realizzando un forte sincretismo religioso. Proprio per la loro fede gli yazidi sono stati a più riprese tacciati di apostasia, e di conseguenza largamente vessati e discriminati. GLI YAZIDI STESSI AFFERMANO DI AVER SUBITO NEL CORSO DEL TEMPO 73 GENOCIDI, che arrivano a 74 se aggiungiamo anche quello perpetrato nell’agosto 2014 dai miliziani dell’ISIS; è stato stimato che in 700 anni in cui si ha notizia di questa comunità, il conteggio dei morti per motivi religiosi abbia toccato i 23 milioni. (…)” (Giorgia Palladini, 23/1/2020, da https://www.eurobull.it/)

   E’ emblematico che nel contrapporsi alle minoranze non consone al loro potere, alla loro fede integralista, i persecutori spesso adottando la caratteristica di forzatamente “rieducare” quelle minoranze (come l’Isis  ha scientemente fatto con i bambini yazidi).

ROHINGYA, i musulmani perseguitati in Birmania-Myanmar dal nobel Aung San Suu Kyi (foto da http://www.espresso.repubblica.it/)

   Per quanto riguarda un altro popolo che ha sopportato e sopporta il genocidio, i musulmani ROHINGYA in BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR), paese questo che non li considera propri cittadini e li sottopone a continue violenze e persecuzioni; e vengono allo stesso modo rifiutati dalle vicine Thailandia, Malesia ed Indonesia; tant’è che chi riesce a lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei campi profughi allestiti al confine con il Bangladesh. I Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. Per questo dei Rohingya si è spesso parlato come della minoranza più perseguitata al mondo (vi invitiamo a leggere, in questo post, l’articolo che abbiamo riportato di Gianmarco Maggio).

(la fuga dei Rohingya, mappa da http://www.valigiablu.it/ – LA DIASPORA DEI ROHINGYA in fuga dalla BIRMANIA, in particolare verso campi profughi in Bangladesh, ora chiamata MYANMAR) – “Dei ROHINGYA si è spesso parlato come della MINORANZA PIÙ PERSEGUITATA AL MONDO. Costretti a fuggire dalla BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR) – paese che non li considera propri cittadini e li sottopone a CONTINUE VIOLENZE E PERSECUZIONI – sono continuamente rifiutati da Thailandia, Malesia ed Indonesia. Chi ha l’occasione di lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei CAMPI PROFUGHI allestiti al CONFINE CON IL BANGLADESH o ad essere sfruttato e maltrattato negli altri paesi del sud-est asiatico. Sulla loro situazione, la luce intermittente dell’attenzione mediatica mondiale si accende e spegne ad intervalli irregolari: per anni sprofondano nell’oblio, poi – soprattutto in occasione di eventi eclatanti come gli scontri del 2012 o la crisi dei migranti nel 2015 – si trasformano rapidamente in oggetto d’attenzione per i giornali internazionali ed in manifesto di battaglie civili per i paladini dei diritti umani. Da decenni – e senza soluzione di continuità – I ROHINGYA SONO GLI INDESIDERATI DEL SUD-EST ASIATICO: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. (…)” (Gianmarco Maggio, da https://iosonominoranza.it/)

   E poi un altro popolo perseguitato, vittima di genocidio, è quello degli UIGURI, gruppo etnico turcofono di circa 10 milioni di persone che professano la fede musulmana sunnita e che si trova stanziato nella vasta regione dello XINJIANG, nella CINA nordoccidentale. Sono più di un milione gli Uiguri che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”, un tentativo di assimilazione forzata di quel popolo.

   In particolare in questi giorni gli Uiguri sono saliti alle cronache perché l’Amministrazione Trump, in uno dei suoi ultimi atti, ha accusato di genocidio la Cina. In effetti, tra le tante decisioni assai discutibili del trumpismo (attuate molte di esse proprio negli ultimissimi giorni di amministrazione), questa presa di posizione di contestazione dell’oppressione da parte della Cina degli Uiguri, non può che essere condivisa. Fonti di cronaca e testimonianze dirette non fanno che riferire della repressione delle autorità cinesi verso questa popolazione, considerata dal governo cinese estranea al nazionalismo (comunista?) di quel paese, che non tollera ogni minoranza estranea al potere centrale.

   Il centralismo di Pechino ha inglobato le tante etnie presenti in Cina per creare un popolo cinese che segua l’unica fede possibile, quella del potere costituito (che si dice comunista). Un nazionalismo mosso pertanto dal desiderio di inglobare territori come il Tibet e lo Xinjiang, quest’ultimo territorio in cui vivono da secoli gli Uiguri (vi proponiamo di leggere in questo post gli articoli di Youssef Hassan Holgado sul quotidiano “Domani” e Patrik Poon da “Mondo e Missione”)

   Si tratta, nel caso degli UIGURI e dei ROHINGYA di popoli di fede musulmana, colpiti nei loro paesi (la BIRMANIA-MYANMAR e la CINA) anche e in particolare per la loro fede religiosa, e l’essere minoranza che non si è adeguata al centralismo dei loro Stati cui sono inglobati. Ma anche i CRISTIANI subiscono in tanti paesi violenza e repressione a causa della loro fede professata, avversa a quella dominante e ai gruppi integralisti che contestano il cristianesimo.

   Sono almeno 260 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. Nel 2019 quasi tremila cristiani sono stati uccisi per cause legate alla loro fede, con l’incendio, la distruzione, l’attacco armato di oltre 9 mila luoghi di culto. Questo in un solo anno. E poi rapimenti, violenze sessuali…; e tutto quelle cose che caratterizzano e fanno da tragico contorno alla repressione crudele di comunità che professano una fede diversa da quella dominante… (dati che trovate negli articoli qui riportati del quotidiano “Avvenire”).

(nella foto: statua di Cristo insanguinata nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, in SRI LANKA, dopo gli attentati di Pasqua 2019 – Ansa, foto ripresa da http://www.avvenire.it/) – “Sono almeno 260 MILIONI I CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO: un cristiano ogni otto sperimenta un livello alto di persecuzione nei 50 Paesi inseriti nella World Watch List dell’associazione Porte Aperte/Open Doors (…). Nel 2019 2.983 CRISTIANI sono stati UCCISI PER CAUSE LEGATE ALLA LORO FEDE, così come oltre 9.400 CHIESE (ED EDIFICI CONNESSI) sono stati ATTACCATI, DEMOLITI o CHIUSI. I RAPIMENTI di cristiani sono stati 1.052 e sono state 5.294 le case e i negozi attaccati. Sconcertante poi il fenomeno delle VIOLENZE e degli ABUSI SESSUALI sistematici contro cristiane: ogni giorno in media 23 cristiane/i vengono abusati sessualmente. In tutto sono stati 8.537 i casi di abusi sessuali o stupri. (…)” (Luca Liverani, da Avvenire, https://www.avvenire.it/)

   Pertanto sono varie e irrazionali le motivazioni che portano a fenomeni di repressione di minoranze “diverse” da quelle dominanti, fino ad arrivare a situazioni di vero e proprio genocidio: dalla volontà di praticare l’assimilazione forzata di un popolo (i campi di rieducazione); ai timori che queste minoranze esprimano una indipendenza territoriale e non ci sia più un controllo nazionalistico di un territorio, di una regione; dall’avversione per la loro etnia, cultura o pratica religiosa….

   Su tutto questo la risposta non può che essere data da meccanismi di controllo internazionale (una maggiore forza a autonomia nel prendere decisioni dell’Onu e di tutti gli Organismi sovranazionali, come è l’Unione europea), che trovino il modo di intervenire e tutelare minoranze e popolazioni oppresse (con l’isolamento politico, economico, culturale dei paesi oppressori…). Individuando così modi per convincere (costringere) quei paesi che stanno commettendo azioni di intolleranza, oppressione, genocidio, a non farlo, isolandoli dal contesto internazionale; e arrivando a intervenire concretamente in soccorso a popolazioni martoriate. (s.m.)

Ottobre 2014 – La parlamentare irachena yazidi VIAN DAKHIL ha ricevuto il PREMIO ANNA POLITKOVSKAYA per aver denunciato il trattamento brutale che i militanti Daish (l’ISIS) riservano alle DONNE YAZIDI IN IRAQ (dal sito http://arabpress.eu/)

…………………………

……………………

UIGURI – CRONACA DI UN GENOCIDIO

LA FUGA DISPERATA DEGLI UIGURI DALLE VIOLENZE DELLA CINA

di Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021

– Lavori forzati, sorveglianza strettissima, torture, la minoranza musulmana prova a liberarsi dall’oppressione di Pechino e sogna l’indipendenza. Ma ora anche la Turchia, che per anni li ha difesi e ospitati, non è più sicura –

   Abdurrahim Paraq è nato nel distretto di Peyzivat situato nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. È stato arrestato nel 1997 per aver organizzato un evento letterario su un poeta uiguro musulmano. Anche Abdurrahim è un uiguro e anche lui è un poeta, fa parte della minoranza turcofona musulmana che da decenni è perseguitata dall’apparato di sicurezza di Pechino.

   Ha pagato a caro prezzo l’organizzazione di quell’evento. «Mi hanno arrestato, sono stato interrogato e ho subito anche diverse torture» racconta. «Non ho avuto diritto a un processo, non mi sono potuto difendere con nessuna azione legale, mi hanno fatto firmare un foglio in cui accettavo crimini e calunnie che non ho mai commesso» dice.

   È stato portato nel carcere del distretto di Kashgar e lì è stato costretto ai lavori forzati insieme ad altri duemila prigionieri politici uiguri. «Lavoravo dalle tredici alle sedici ore al giorno in fabbriche di mattoni e nella rimozione delle pietre, l’ho fatto durante tutti gli anni di prigionia». Le botte e gli insulti da parte dei poliziotti cinesi erano all’ordine del giorno. «Ho visto amici essere picchiati e uccisi davanti ai miei occhi, per me è un grande miracolo essere sopravvissuto tre anni senza morire». Quei crimini sono rimasti impuniti.

   «Chi potrebbe aver visto cosa stava accadendo? Quali sarebbero stati i testimoni?» afferma con sgomento e rabbia. Dopo essere stato rilasciato ha deciso di sposarsi e ha avuto dei figli. Ma nel 2012 la sua vita era ancora una volta in pericolo. Così ha deciso di scappare in Thailandia insieme ad altri uiguri. Da lì è arrivato in Malesia e poi, dal 2014, è finalmente al sicuro in Turchia.

Il salvatore

Erdogan è considerato il loro salvatore, in precedenza aveva attaccato la Cina accusandola di perseguitare gli uiguri soltanto per il loro credo, per essere musulmani. Oggi gli uiguri residenti in Turchia sono circa 50mila. Hanno aperto piccoli negozi e la maggior parte di loro fa umili lavori.

   Abdurrahim è stato impiegato per un po’ in un canale televisivo, ma anche a Istanbul la sua vita non è semplice. Ha perso i contatti con la sua famiglia. Non sa dove siano finiti i suoi genitori, sua moglie e i bambini. «Nel 2015 mi hanno detto che mia moglie Buhelçem Memet è stata arrestata dalla polizia cinese e incarcerata per sette anni. Fino a ora non ho nemmeno saputo se qualcuno dei miei famigliari è vivo. Ho cercato di denunciare la situazione e hanno provato a zittirmi, ma non mi fermerò finché non salverò la mia famiglia».

   La Cina ha fornito alle autorità turche un dossier sul suo caso. Per questo è stato in carcere tre mesi nel 2019. Per tutti gli uiguri l’accusa di Pechino, in genere, è sempre la stessa: essere terroristi.

L’accordo di estradizione

«La Turchia non ha taciuto contro il genocidio cinese» dice Abdurrahim, «non è come gli altri stati arabi che si sono dimenticati della fratellanza, della religiosità e pensano ai loro interessi». Oggi, però, il poeta uiguro non si sente più al sicuro come prima, la situazione sta cambiando rapidamente: «Sono molto ansioso, non so quando verrà la polizia a prendermi, non so cosa fare. Ecco perché mi sono iscritto all’università di Erciyes, in modo che potesse essere utile per la mia sicurezza».

   A fine dicembre la Cina ha ratificato l’accordo di estradizione con la Turchia siglato nel 2017, quando il primo ministro Erdogan era andato a Pechino per un incontro sulla nuova Via della Seta, l’ambizioso progetto di Xi Jinping che punta a migliorare i collegamenti commerciali con l’Africa e l’Europa. Una delle nuove rotte commerciali passa proprio per la Turchia, un regalo difficile da rifiutare per il governo di Erdogan.

   La paura è che siano i rapporti economici tra i due paesi a spostare l’ago della bilancia sul tema della repressione uigura. Fino a ora Ankara ha sempre cercato di ritardare la ratifica del trattato vista la forte opposizione all’interno del parlamento, ma la Cina sta spingendo affinché avvenga il prima possibile. Xi Jinping tiene sotto ricatto economico, e ora anche sanitario dato che la Turchia ha acquistato il vaccino cinese della SinoVac, il primo ministro Erdogan.

   Nello Xinjiang vivono oltre venti milioni di persone, di cui il 45 per cento sono uiguri. Una minoranza che fa paura al governo centrale cinese che teme una possibile secessione dell’area. Per sopprimere ogni istinto d’indipendenza la Cina sta portando avanti, con la scusa di contrastare il terrorismo, un piano disumano che limita fortemente le libertà fondamentali del popolo uiguro. La situazione è peggiorata a partire dal 2014 quando Pechino ha implementato la sua strategia repressiva su tre direttrici diverse: la creazione di campi di rieducazione e di lavoro forzato, l’installazione di un sofisticato sistema di sorveglianza in tutta la regione e la riduzione sistemica delle nascite.

Centri di rieducazione

Secondo un testo approvato dal parlamento europeo lo scorso dicembre sono più di un milione le persone che sono o sono state detenute nei centri di “rieducazione politica”. Dal 2017 a oggi sono almeno 441 i centri che sono stati costruiti o ampliati per contenere l’alto numero di persone. Il governo cinese ha sempre negato l’esistenza di questi campi fino a quando sono stati legalizzati due anni fa come istituti di scolarizzazione. Qui vengono impartite lezioni di lingua cinese, diffusa l’ideologia del partito e demonizzato il culto dell’islam, il tutto attraverso un trattamento degradante e disumano.

   Vengono insegnate alcune competenze basilari di lavoro e poi alcuni dei detenuti sono mandati a lavorare nelle fabbriche. L’obiettivo è di fare un “lavaggio del cervello” ai prigionieri di questi centri, con lo scopo di estirparne le idee estremiste e le pulsioni separatiste. All’indottrinamento nei campi il governo cinese affianca una campagna di distruzione di moschee e luoghi di culto, bandendo ogni tipo di evento, anche quelli letterari, che abbia un minimo richiamo all’islam.

   Sempre secondo la relazione del parlamento europeo, gli uiguri sono impiegati nei settori dell’abbigliamento (soprattutto nella lavorazione del cotone), della tecnologia e dell’automobile. Fino a ora sono state individuate almeno 27 fabbriche in nove province cinesi che impiegano oltre 80mila lavoratori provenienti dallo Xinjiang. Queste fabbriche riforniscono circa 82 marchi internazionali, compresi alcuni europei.

   Dopo anni di immobilismo alcuni paesi hanno iniziato ad adottare politiche economiche di contrasto per tutelare i diritti degli uiguri. L’Inghilterra, ad esempio, ha annunciato che introdurrà nuove regole per vietare l’importazione di merci sospettate di essere prodotte tramite il lavoro forzato.

   Abdurrahim ha conosciuto una donna finita a lavorare in una di queste aziende. «Nel luglio del 2020 ho parlato brevemente, tramite Wechat, con una ragazza uigura che si trovava in un campo di lavoro» racconta. «Mi ha detto che è stata portata nella città di Turfan, a più di mille chilometri di distanza dalla sua terra natale, e lì lavorava per un’azienda cinese». È riuscito a ottenere queste poche informazioni prima di perdere la comunicazione.

   Come se non bastasse, le autorità cinesi hanno implementato un programma ufficiale per controllare le nascite, con l’obiettivo finale di ridurre il tasso di natalità tra gli uiguri attraverso aborti forzati, sterilizzazioni e l’installazione di dispositivi intrauterini.

Controllo delle nascite

Soltanto nel 2018 circa l’80 per cento di questi dispositivi sono stati installati nella regione dello Xinjiang. Una donna uigura intervistata dalla Bbc ha dichiarato che durante la sua permanenza in un campo di rieducazione era costretta a ingerire delle pillole che gli somministravano quotidianamente, senza nemmeno sapere cosa fossero.

   Anche i bambini devono fare i conti con la repressione da parte del governo cinese: vengono mandati in orfanotrofi gestiti dallo stato anche se solo uno dei due genitori è detenuto nei campi di internamento. A fine 2019 oltre 880mila bambini uiguri erano finiti in questi centri.

   L’ossessione del controllo coinvolge ogni aspetto della vita di chi vive nello Xinjiang, sin dalla nascita le persone sono sorvegliate quotidianamente attraverso il riconoscimento facciale, il controllo intrusivo nei telefoni cellulari e il trattamento illegale dei dati personali.

   Tra le aziende che forniscono strumenti tecnologici al governo di Pechino c’è anche la Hikvision, produttore di sistemi di videosorveglianza, tra i più grandi fornitori al mondo. Dei prodotti della Hikvision si sono forniti, negli anni, sia il parlamento sia la Commissione europea. Mentre la presidenza di Donald Trump ha inserito l’azienda nella lista nera delle imprese che subiscono limiti alle esportazioni verso gli Stati Uniti.

   La situazione è drammatica. Secondo Abdurrahim l’unica soluzione per mantenere vivi gli uiguri, le loro tradizioni e i loro costumi è l’autodeterminazione. «L’unica cosa che voglio è che il Turkestan orientale sia libero e indipendente, nessun’altra soluzione può salvare gli uiguri da questo genocidio se non l’indipendenza» dice Abdurrahim che aggiunge: «Adesso non so che giorni mi aspetteranno qui, tutto quello che so è che se dovessi tornare in Cina, sarò torturato e ucciso». (Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021)

……………………………..

CINA, CHI SONO GLI UIGURI E PERCHÉ VENGONO PERSEGUITATI E REPRESSI

da https://tg24.sky.it/, 28/11/2019

– Minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona, risiedono principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest del Paese. Le violazioni nei loro confronti si sono intensificate dal 2001, presentate come una campagna di lotta al terrorismo –

   Il 18 novembre 2019 il New York Times ha pubblicato più di 400 pagine di documenti riservati che descrivono il giro di vite della Cina contro le minoranze etniche musulmane nella regione di Xinjiang, in particolare gli uiguri, rinchiusi in campi di prigionia o nelle carceri.

   Tra le carte, per quella che è stata definita la più grande fuga di notizie da Pechino da decenni, anche discorsi del presidente Xi Jinping, che nel 2014 esortò a non avere “alcuna pietà” nei confronti di questo popolo. Atti intimidatori, violenze e detenzione illegale: sono queste le violazioni che i musulmani uiguri, che sono solo lo 0,6% della popolazione cinese, da tempo cercano di denunciare anche all’estero. Poche però sono le notizie che riescono a superare la censura del regime di Pechino, tanto che per far trapelare informazioni e raccontare la persecuzione etnica e religiosa in corso, si ricorre anche a escamotage fantasiosi, come nel caso di un’adolescente statunitense che su TikTok, social network di proprietà cinese, ha finto un tutorial di make up per parlare dei lager in Cina.

Chi sono gli uiguri

Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo.

Uno dei posti più sorvegliati al mondo

La regione dello Xinjiang è uno dei posti più sorvegliati al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders in questa regione si verifica il 20% degli arresti del Paese. Nel 2009 ci sono stati gli scontri più violenti tra gli uiguri e il governo cinese, scoppiati a seguito della morte di due uiguri per mano di abitanti di etnia Han. Una manifestazione a Ürümqi, organizzata in onore delle due vittime, è degenerata in una serie di conflitti etnici, che hanno coinvolto anche la polizia cinese, con un numero finale di circa 200 vittime, oltre che l’arresto di quasi 1500 persone, alcune poi condannate a morte.

Lager cinesi

Nel 2017 sono iniziate a trapelare notizie all’estero riguardo l’esistenza di campi definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”, nei quali gli uiguri vengono rinchiusi indiscriminatamente. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica Jamestown Foundation, i campi esistono dal 2014. Per gli analisti, al momento più di un milione di uiguri e altre persone appartenenti a minoranze etniche di religione musulmana si trovano all’interno di questi campi di prigionia. L’obiettivo finale dell’operazione, sostiene il New York Times, è la cancellazione dell’identità uigura.

I documenti rivelati dal New York Times

I documenti diffusi dal quotidiano statunitense nel 2019 rivelano che il presidente Xi Jinping nell’aprile del 2014, poche settimane dopo che alcuni militanti uiguri avevano accoltellato 150 persone, si disse a favore dell’uso degli “organi della dittatura” contro “il terrorismo, le infiltrazioni e il separatismo”, senza mostrare alcuna pietà. I campi di reclusione – emerge dai documenti – sono aumentati dal 2016 con la nomina di Chen Quanguo a nuovo capo del partito per la regione di Xinjiang. Dai documenti trapela inoltre la volontà di Pechino di allargare le restrizioni all’Islam ad altre parti della Cina. Ma anche un manuale distribuito alle forze dell’ordine della regione di Xinjiang per spiegare agli studenti, in visita alle loro famiglie, perché i loro cari fossero spariti da casa. Già alla stazione, al rientro dal semestre scolastico, gli studenti venivano avvicinati e veniva spiegato loro che i genitori si trovavano in “scuole di addestramento” del governo e che quindi non potevano vederli. Nel caso di insistenza dei ragazzi, gli agenti erano autorizzati a minacciare velatamente i giovani, ai quali poteva essere detto che dal loro comportamento sarebbe dipesa la lunghezza della permanenza dei genitori nelle “scuole”. (da https://tg24.sky.it/)

………………………………….

MINORANZE PERSEGUITATE CON IL PRETESTO DELL’ESTREMISMO

di Patrik Poon 10/5/2020 da MONDO e MISSIONE https://www.mondoemissione.it/

– OMBRE CINESI  – Pechino è passata dalla negazione dei campi di detenzione nello Xinjiang alla loro giustificazione in nome della lotta al fondamentalismo –

   Dall’inizio del 2017 un numero enorme di uiguri, kazaki e altri gruppi etnici della regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella Cina nordoccidentale, hanno riferito di essere stati inviati nei cosiddetti centri di “trasformazione attraverso l’istruzione”.

   Secondo alcuni osservatori, da uno a tre milioni di persone – dei circa 12 milioni di musulmani di lingua turca nella regione – sono stati chiusi in queste strutture, che molti sopravvissuti descrivono come simili ai campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Solo pochi ex detenuti rifugiatisi all’estero sono stati disposti a parlare con i media di ciò che era loro accaduto – lavaggio del cervello, torture e altri maltrattamenti – durante la detenzione.

   Il governo cinese ha inizialmente negato l’esistenza dei campi quando ha dovuto confrontarsi con le denunce dei media e con gli allarmi del Comitato Onu contro la discriminazione razziale. Si è poi affrettato a passare alla costruzione di una narrazione che li giustificasse, affermando che sono nell’interesse degli uiguri e degli altri gruppi etnici in quanto le persone recluse ricevono “formazione professionale” e assistenza per liberarsi da convinzioni “radicali” ed “estreme”.

   Oltre alle testimonianze di ex detenuti e di loro parenti all’estero, abbiamo visto i rapporti dei media sui documenti trapelati che svelano le politiche del governo cinese sulla gestione dei campi e le pratiche di sorveglianza, tra cui il riconoscimento facciale e la raccolta di big data relativi agli uiguri (e altri) nella regione.

   Ciò ha suscitato molte preoccupazioni sul modo in cui le minoranze etniche vengono effettivamente trattate in queste strutture. Se i campi sono solo per la “formazione professionale”, come sostiene il governo, perché i familiari dei detenuti non possono raggiungerli e sapere dove si trovano? E perché così tanti parenti di detenuti rischierebbero la propria sicurezza inventandosi queste storie? Alcuni sono stati rinchiusi semplicemente perché avevano WhatsApp sul cellulare, o per aver inviato messaggi ai loro familiari all’estero: in che modo questo comporterebbe la reclusione per “formazione professionale” o “de-estremizzazione”? Tra i detenuti ci sono professionisti molto istruiti, facoltosi uomini d’affari o anche membri e funzionari del partito comunista, oltre a pensionati.

   Tra circa 400 uiguri, kazaki e altri residenti all’estero con cui ho parlato, la maggior parte non ha idea del perché i propri cari nello Xinjiang siano stati imprigionati. L’unico motivo che riescono a immaginare è la loro etnia, cultura o pratica religiosa. Alcuni hanno saputo da altri parenti che i loro fratelli erano detenuti semplicemente perché avevano la barba in stile uiguro, indossavano il velo o tenevano il Corano a casa.

   Senza libero accesso per gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite, per ricercatori e giornalisti, la situazione nei campi è avvolta nel mistero. Il governo cinese ha affermato che molti vi si sono “laureati”, ma i miei contatti non hanno informazioni sui loro parenti.

   Alcuni potrebbero essere stati “rilasciati”, ma per essere inviati in fabbriche in altre province per essere sfruttati, visto che vari rapporti hanno mostrato che fornitori di molte multinazionali avrebbero impiegato uiguri e altri cittadini appartenenti a minoranze come manodopera a basso costo o lavoratori forzati. Non sapere, poi, se l’epidemia di Coronavirus stia colpendo i campi peggiora la situazione. La mancanza di trasparenza sommata all’autoritarismo del governo crea un mix letale. (Patrik Poon)

…………………………

GLI YAZIDI: UN GENOCIDIO DIMENTICATO

di Giorgia Palladini (sociologa, esperta sui temi legati al terrorismo internazionale, devianza e criminalità e al contesto mediorientale), 23/1/2020

da https://www.eurobull.it/

   In agosto 1995 c’è stato il genocidio perpetrato dai miliziani dello Stato Islamico sulla comunità yazida, e in questi anni il dibattito internazionale sul tema è arrivato ad un punto di totale stallo, complici anche le diverse crisi che si sono susseguite nell’area mediorientale, le quali hanno contribuito a far passare il dramma subito da questa minoranza in secondo piano. La situazione in cui versano gli yazidi non è cambiata tuttavia: molti di loro continuano a vivere nei campi profughi gestiti da membri della comunità; altri sono migrati in Europa o negli Stati Uniti ma, nonostante tutto, non hanno abbandonato la loro lotta, continuando ad impegnarsi per rintracciare tutti coloro che sono ancora considerati o dispersi e/o nelle mani dei miliziani. Soprattutto, non hanno rinunciato al loro proposito di ottenere giustizia.

Chi sono gli Yazidi?

Lo yazidismo è essenzialmente una fede, professata da circa 700 mila persone; gli yazidi, invece, pur popolando diverse aree dell’Iraq, fanno parte dell’etnia curda con la quale condividono la lingua, il Kurmanji [1]. L’etimologia della parola yazidi è incerta, e inoltre non è l’unico modo con cui questa comunità viene chiamata; molti utilizzano il termine “yezidi”, gli stessi yazidi si autodefiniscono “ezid”, “ezi” o ancora “izid” [2]. Diversi studiosi hanno associato queste forme alla parola persiana Yazdan, che significa Dio, e al termine yazata, ovvero divino [3]. Il cuore di questa collettività risiede proprio nella sua fede religiosa che, secondo alcuni studiosi, sarebbe una delle più antiche del mondo; essa riprende e rielabora elementi di vari culti, come il zoroastrismo, il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam ed il sufismo, realizzando un forte sincretismo religioso. Proprio per la loro fede gli yazidi sono stati a più riprese tacciati di apostasia, e di conseguenza largamente vessati e discriminati.

   Si ritiene che all’origine dello yazidismo vi sia l’opera di predicazione di Sheikh Adi, un mistico sufi che visse tra l’XI ed il XII secolo, e la cui tomba è un luogo sacro e meta di pellegrinaggio a Lalish [4]. Il culto prevede l’esistenza di soli due testi sacri: Il Libro della Rivelazione ed il Libro Nero, dal momento che gran parte delle tradizioni, dei costumi e delle preghiere vengono tutt’oggi tramesse oralmente di generazione in generazione.

   Gli yazidi sono monoteisti, credono infatti nell’esistenza di un unico Dio, immateriale e creatore, chiamato Khude; ma uno dei culti principali è quello dedicato a Tawus Melek, ovvero l’Angelo Pavone.  Secondo la dottrina, Dio creò sette angeli, sue dirette emanazioni, e tra questi il più rilevante per il credo yazida è proprio Tawus Melek; egli venne inviato sulla terra per fare da tramite tra la divinità e l’uomo, tuttavia, per testare la sua volontà e la sua dedizione, Dio gli ordinò di inchinarsi di fronte ad Adamo, il primo uomo, nel quale Khude aveva soffiato lo spirito divino. Tawus Melek, però, proprio in virtù della profonda adorazione che aveva per Khude, rifiutò di porgere il capo a chiunque altro di diverso da lui. Dio per questo lo punì, ma l’angelo espiò la sua colpa con un pianto di 7 mila anni, raccolto in sette anfore custodite nel santuario più importante per gli yazidi che si trova, anch’esso, nella città sacra di Lalish. In seguito a questo pianto espiatore, egli venne perdonato e successivamente incaricato di vegliare sugli uomini per l’eternità rendendolo di fatto, per gli yazidi, diretto ambasciatore di Khude.

   Questo mito, a ben vedere, presenta numerose analogie con la vicenda cristiana di Lucifero, l’angelo caduto, e con quella islamica di Iblis. Anche quest’ultimo, infatti, rifiutò di inchinarsi di fronte al primo uomo, e proprio per questo venne condannato ad impersonare eternamente il male assoluto, ovvero Shaytan, o il cristiano Satana. Per tale motivo gli yazidi sono stati definiti spregiativamente come “adoratori del diavolo”, divenendo oggetto di forti discriminazioni e violenze che si sono ripetute nel corso della storia.

   La comunità yazida è endogamica, estremamente chiusa in sè stessa, e ancorata alle sue tradizioni, ad esempio, la società prevede ancora oggi la divisione in tre caste principali: gli sheikh, ovvero i sacerdoti, i pir, cioè gli anziani e i murid, i discepoli. Le prime due sono le caste più influenti, e vi si appartiene solo per via ereditaria; si ritiene inoltre che gli sheikh ed i pir abbiano speciali e miracolosi poteri curativi. Le personalità più influenti all’interno della società sono il Baba Sheikh, ovvero il leader religioso, ed il mir, cioè il principe.

   Vi sono, inoltre, rigide regole che amministrano la vita all’interno della collettività, prima fra tutte il divieto di sposarsi tra membri di caste diverse, cosa che determina l’espulsione immediata dalla comunità. Altro elemento che sottolinea la profonda linea di confine tra la comunità yazida e il mondo esterno è il fatto che questa religione non fa alcun tipo di proselitismo, né tantomeno permette qualsivoglia forma di conversione: si è yazidi soltanto per diritto di nascita, ed è possibile sposarsi unicamente con altri individui di religione yazida. La trasgressione di questo dettame implica l’espulsione permanente dalla società e dalla comunità.

   Le radici della comunità yazida vanno ricercate nella regione di Sheikhan, nel nord-ovest del Kurdistan Iracheno, dove gli yazidi hanno vissuto per secoli; e nel Sinjar, territorio iracheno vicino al confine con la Siria, seconda roccaforte della cultura yazida. Tra l’altro quest’ultimo è un territorio ricco di risorse naturali, e per tale motivo conteso tra iracheni e curdi. La presenza di comunità yazide, però, si riscontra anche in altri luoghi, come la Siria, l’Armenia e la Turchia, la quale è stata un antico luogo di insediamento ma, ad oggi, gli yazidi che vi abitano non sono moltissimi.

   Più recentemente, anche a causa delle continue persecuzioni cui sono stati soggetti, la loro presenza è cresciuta anche al di fuori del mondo arabo, rendendo gli yazidi un popolo in continua diaspora, cosa che tra l’altro mette in costante pericolo la loro cultura e le loro antichissime tradizioni che, proprio a causa di queste dispersioni, si allontanano dal loro luogo natio e dalle tutele dei loro capi religiosi, rischiando di scomparire definitivamente.

   Anche in Europa vi sono comunità yazide, il primo paese per numero è la Germania, dove troviamo all’incirca 165 mila yazidi, la maggior parte dei quali migrati dai campi profughi iracheni: prima a seguito delle persecuzioni attuate da Saddam Hussein, e poi a causa del massacro compiuto dall’ISIS nell’agosto 2014. Nello specifico, in Germania troviamo prevalentemente donne e ragazze sfuggite alla tratta delle schiave, ed accolte dal governo tedesco e da diversi land, primo fra tutti quello di Baden-Württemberg che ha accettato di dare accoglienza a oltre 2000 sfollati [5].

Le persecuzioni

Gli yazidi stessi affermano di aver subito nel corso del tempo 73 genocidi, che arrivano a 74 se aggiungiamo anche quello perpetrato nell’agosto 2014 dai miliziani dell’ISIS; è stato stimato che in 700 anni in cui si ha notizia di questa comunità, il conteggio dei morti per motivi religiosi abbia toccato i 23 milioni [6].

   Possiamo iniziare a tracciare le vessazioni sugli yazidi almeno fin dall’epoca Ottomana, quando vennero discriminati in quanto non erano Ahl al-kitab, ovvero Genti del Libro [7], e dunque non godevano delle tutele e della discreta libertà di culto assicurate – previo pagamento della jiziya, una tassa apposita – ad ebrei, cristiani e zoroastriani. Nel 1892 le truppe ottomane entrarono a Lalish distruggendo la tomba di Sheik Adi ed uccidendo diverse centinaia di persone.

   In seguito, nel XX secolo, le vessazioni continuarono sia con la monarchia che con la repubblica irachena: ad esempio, il primo presidente del partito Ba’th riprese le persecuzioni sia nel 1969 che nel 1975; poi, durante il regime di Saddam Hussein, la situazione della minoranza yazida peggiorò ulteriormente.  Inizialmente divennero parte integrante della strategia di arabizzazione del dittatore; poi tra il 1987 ed il 1988 venne attuata un’azione sistematica di deportazione degli yazidi dalle loro case verso il Jebel Sinjar, area al confine con la Siria [8], con l’obiettivo di ripopolare le zone loro sottratte con abitanti arabi.

   L’ultimo evento cruento nella storia travagliata degli yazidi è stato quello attutato dai miliziani dell’ISIS i quali, nell’agosto del 2014, hanno dato inizio all’assedio del monte Sinjar. In tale situazione molti yazidi riuscirono a rifugiarsi sul monte, scampando sì dai rastrellamenti dei combattenti, ma andando incontro ad una prova estremamente dura, dal momento che dovettero cercare di sopravvivere per diverso tempo unicamente grazie ad un ponte aereo realizzato dagli Stati Uniti per distribuire loro del cibo. Il 3 agosto lo Stato Islamico diede inizio alla vera e propria epurazione della minoranza yazida partendo dal villaggio di Tal Qasab, popolato esclusivamente da yazidi, e situato ai piedi del monte Sinjar. Da lì le violenze si sono estese fino a raggiungere tutti gli altri villaggi, come quello di Kocho, dove il 15 agosto sono stati uccisi almeno ottanta uomini e rapite duecento persone tra donne e bambini. Le testimonianze dei pochi che sono riusciti a scampare alla furia dei miliziani hanno raccontato le stesse dinamiche, a mostrare l’attenta preparazione e la metodica pianificazione di queste azioni.

   Ogni villaggio yazida è stato assediato per diversi giorni e in seguito i miliziani hanno lanciato l’ultimatum: convertirsi all’islam oppure morire. Di fronte al rifiuto della conversione le donne e gli uomini sono stati separati, fra questi ultimi erano compresi anche ragazzi adolescenti e preadolescenti; mentre le donne, le bambine ed i bambini più piccoli sono stati caricati su dei pullman e portati verso Raqqa o Mosul.

   Gli uomini ed i ragazzi sono stati giustiziati sommariamente sul posto, colpevoli, in quanto kuffar (miscredenti), di professare una religione non conforme ai dettami del Califfato. Le donne e le bambine rapite, invece, sono diventate sabaya, ovvero schiave sessuali, e vendute sia ai membri dello Stato Islamico che a compratori oltreconfine. Costrette a sposare i propri padroni, a convertirsi forzatamente all’islam recitando la shahada [9], e a sopportare ripetuti abusi di natura sessuale e psicologica. Inoltre, l’ISIS ha agito anche sui bambini più piccoli: ha estirpato le loro tradizioni, procedendo con un vero e proprio lavaggio del cervello attuato tramite l’indottrinamento costante, la manipolazione e l’addestramento condotti nelle madrase jihadia, scuole sotto il comando del Califfato. Dunque, una vera e propria rieducazione coatta, fatta di conversioni forzate ed addestramento militare, che ha portato molti di quei bambini a dimenticare le loro origini yazide ed a divenire dei combattenti del Califfato a tutti gli effetti, che si sono arruolati, e sacrificati, in missioni suicide.

Il riconoscimento del Genocidio

La questione yazida è balzata all’attenzione della cronaca internazionale solo quando Vian Dakhil, unica rappresentate yazida nel Partito Democratico Curdo, ha denunciato in sede parlamentare i massacri che stavano avvenendo nei villaggi yazidi. È inoltre intervenuta in prima persona per portare cibo ai rifugiati sul monte Sinjar, ed è stata la prima a rendere pubbliche le innumerevoli violenze perpetrate dai miliziani dello Stato Islamico sugli yazidi.

   Nel marzo 2015 il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva emesso un rapporto nel quale venivano riconosciuti i crimini di guerra contro l’umanità portati avanti dall’ISIS nei confronti della minoranza yazida [10]; a seguito di ciò il 4 febbraio 2016 l’Unione Europea si è resa protagonista della condanna verso lo Stato Islamico, riconoscendo a tutti gli effetti il crimine di genocidio perpetrato dai miliziani.

   Come si legge nella risoluzione sullo Sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’ISIS: «Il Parlamento Europeo è del parere che le persecuzioni, le atrocità e i crimini internazionali costituiscano crimini di guerra e crimini contro l’umanità; sottolinea che il cosiddetto «ISIS/Daesh» sta commettendo un genocidio nei confronti dei cristiani, degli yazidi e di altre minoranze etniche e religiose che non condividono la sua interpretazione dell’Islam, ed evidenzia che ciò implica pertanto l’adozione di misure in applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio; sottolinea che quanti, per ragioni etniche o religiose, pianificano, incoraggiano, commettono o tentano di commettere, favoreggiano o sostengono atrocità, oppure cospirano in tal senso, devono essere consegnati alla giustizia e perseguiti per violazioni del diritto internazionale, in particolare per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio» [11], un riconoscimento ancora più rilevante se consideriamo che questa è stata la prima volta in cui i parlamentari europei hanno utilizzato il termine di genocidio in sede di assemblea.

   Tuttavia, nonostante questo rilevante passo in avanti, le associazioni yazide – Yazda e Hawar Help in primis – ribadiscono la mancanza, all’interno della risoluzione, di una reale percezione della portata del genocidio subito; e richiedono alle istituzioni europee di prestare soccorso ai sopravvissuti al fine di giungere all’identificazione dei responsabili e portarli a giudizio presso la Corte penale internazionale dell’Aja [12].

   Nel settembre del 2017, poi, le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione n. 2379, con la quale sanciscono la necessità di costituire un gruppo investigativo che si occupi di raccogliere prove e testimonianze in relazione ai crimini condotti dall’ISIS. A conti fatti, l’unico organismo internazionale che ad oggi ha riconosciuto formalmente il crimine di genocidio è stato il Parlamento Europeo; eppure ciò non è bastato per l’ottenimento di una giustizia che dovrebbe essere legittima.

   Ancora oggi la raccolta di prove è complessa, nei villaggi – ormai disabitati – degli yazidi ancora si continua a scavare alla ricerca di fosse comuni; molti superstiti vivono in campi profughi dove lo scarso accesso alle cure mediche e psicologiche rende la situazione pesante e pericolosa, soprattutto per le ragazze ed i ragazzi più piccoli che ancora risentono dell’influsso dell’ISIS; molti yazidi, inoltre, sono migrati verso l’Europa e gli Stati Uniti, contribuendo ulteriormente alla dispersione culturale di questa minoranza.

   Il genocidio perpetrato dai miliziani dello Stato Islamico è stato l’esito di una strategia di azione attentamente pianificata e realizzata in modo metodico tramite la cattura di prigionieri, la distruzione di luoghi di culto la messa in schiavitù di donne e bambine. Tutti strumenti funzionali a realizzare la volontà di estirpare totalmente una comunità – tanto a livello identitario quanto fisico – senza possibilità di appello.

    Ecco perché la tragedia yazida non può e non deve rimanere l’ennesimo eco inascoltato. È necessario assicurare giustizia a questa collettività che rischia, giorno dopo giorno, di scomparire a causa dell’odio e dell’intolleranza; e l’Unione Europea, che per prima ha parlato in loro favore, dovrebbe farsi portabandiera di questa esigenza.

(Giorgia Palladini – sociologa, esperta sui temi legati al terrorismo internazionale, devianza e criminalità e al contesto mediorientale), 23/1/2020, da https://www.eurobull.it/

………………………………….

ROHINGYA, LA MINORANZA PIÙ PERSEGUITATA AL MONDO

di Gianmarco Maggio, da https://iosonominoranza.it/

   Di loro si è spesso parlato come della minoranza più perseguitata al mondo. Costretti a fuggire dalla Birmania – paese che non li considera propri cittadini e li sottopone a continue violenze e persecuzioni – sono continuamente rifiutati da Thailandia, Malesia ed Indonesia. Chi ha l’occasione di lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei campi profughi allestiti al confine con il Bangladesh o ad essere sfruttato e maltrattato negli altri paesi del sud-est asiatico. Sulla loro situazione, la luce intermittente dell’attenzione mediatica mondiale si accende e spegne ad intervalli irregolari: per anni sprofondano nell’oblio, poi – soprattutto in occasione di eventi eclatanti come gli scontri del 2012 o la crisi dei migranti nel 2015 – si trasformano rapidamente in oggetto d’attenzione per i giornali internazionali ed in manifesto di battaglie civili per i paladini dei diritti umani.

   Da decenni – e senza soluzione di continuità – i Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto.

   Il dibattito relativo alla loro provenienza è tuttora in corso. Alcuni storici ritengono che i Rohingya vivano nello stato birmano del Rakhine da centinaia di anni, altri sostengono che siano arrivati soltanto in epoche più recenti.

   Attualmente, i Rohingya che vivono in Birmania sono oltre un milione. Nella regione precedentemente conosciuta con il nome di Arakan costituiscono un’importante minoranza etnica e religiosa, essendo di fede musulmana. Lì convivono con la maggioranza buddhista di etnia rakhine. I rapporti tra i due gruppi etnici sono tesi: frequenti sono gli episodi di intolleranza e gli scontri violenti che comportano l’intervento repressivo delle forze armate.

   La posizione del governo birmano è sempre stata la stessa: si sostiene che i Rohingya siano immigrati bengalesi di fede musulmana giunti in Myanmar in tempi recenti, dopo l’indipendenza dei due paesi. Come conseguenza di ciò, nel 1982 la legge sulla cittadinanza voluta dal generale Ne Win esclude i Rohingya dalla lista dei gruppi etnici della Birmania, negando loro la cittadinanza nonché qualsiasi altro tipo di diritto, rendendoli così una popolazione senza stato. La loro è una condizione critica ormai da anni. Senza andare troppo indietro, l’ultimo rapporto del World Food Programme dell’ONU parla di oltre 80.000 bambini Rohingya a rischio malnutrizione.

   Vittime di discriminazioni di base etnica e religiosa, privati di qualsiasi diritto e sovente internati in campi profughi dalle condizioni igienico-sanitarie pessime, i Rohingya prendono la via del mare. Il mare delle Andamane e lo stretto di Malacca si sono trasformati nel teatro degli orrori del dramma.

   Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni internazionali hanno ricominciato ad occuparsi della questione. La speranza della comunità internazionale era che l’arrivo al governo di Aung San Suu Kyi, simbolo della resistenza al regime militare e premio Nobel per la pace nel 1991, avrebbe comportato un cambio di direzione nel trattamento dei Rohingya. Idolatrata come simbolo di battaglie civili e politiche contro il regime dittatoriale birmano e sostenuta durante gli anni della propria prigionia, Suu Kyi ha ampiamente deluso le aspettative. La figlia del generale Aung San ha sempre cercato in ogni modo di evitare l’argomento e – quando costretta a rispondere – ha negato ogni tipo di violazione di diritti umani contro la minoranza musulmana dello Rakhine.

   Tuttavia, l’ultima emblematica decisione di non lasciare entrare una missione ONU destinata ad indagare sulle violazioni dei diritti umani in corso ha lasciato perplessi. Per il ministro degli esteri Zeya, “non vi è motivo di farli entrare” proprio perché nulla sta accadendo.

   Da quando si trova de facto a capo del governo birmano – de iure, infatti, non le è permesso a causa di alcune norme costituzionali – la carismatica leader birmana ha dimostrato un certo pragmatismo nei confronti della questione rohingya: in ottica di realpolitik Suu Kyi ha ben presto messo da parte le speranze di un’utopistica ricongiunzione etnica e ha preferito continuare a mantenere un silenzio che – agli occhi dell’intera comunità internazionale – risulta quasi una tacita connivenza. Realisticamente, per il governo birmano un’aperta difesa dei diritti dei Rohingya implicherebbe un’ulteriore frammentazione dei già fragili equilibri etnici del paese. Il Rakhine e la Birmania intera sono a larga maggioranza buddhista e tutte le minoranze musulmane – con i Rohingya in posizione particolare – non sono ben viste. In uno stato in transizione verso una democrazia consolidata, l’argomento etnico rischierebbe quindi di far esplodere la polveriera.

   Pertanto, chi si aspettava una presa di posizione da parte della paladina dei diritti umani ha dovuto fare i conti con una realtà molto diversa. Gli equilibri politici in gioco impediscono a Suu Kyi – anche qualora lo volesse (ed a riguardo è tutto da vedere) – di ergersi a difesa dei diritti delle minoranze. Negli ultimi mesi in particolare, la leader birmana è stata più volte accusata di aver deluso le aspettative ed ha ricevuto un’esortazione pubblica da parte di altri premi Nobel per la pace che in una lettera aperta l’hanno invitata a prendere una posizione netta nei confronti di una questione che possiede tutti i crismi per trasformarsi in un “possibile genocidio”.

   In assenza di un’apertura, però, i militari – che da sempre in Birmania svolgono un ruolo di prim’ordine nello scenario politico – possono continuare a sentirsi legittimati a reprimere, stuprare e costringere all’esilio forzato una popolazione senza stato e senza terra se non quella dei campi profughi, costantemente rimpallata da una costa all’altra del sud-est asiatico e vittima di un dramma silenziato anche da chi per anni è stato uno dei simboli internazionali della difesa dei diritti umani. (Gianmarco Maggio, da https://iosonominoranza.it/)

…………………………………

260 MILIONI DI CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO

di Luca Liverani, 15/1/2020, da Avvenire, https://www.avvenire.it/

– Nel 2019 ben 2.983 cristiani sono stati uccisi per cause legate alla loro fede, così come oltre 9.400 chiese (ed edifici connessi) sono stati attaccati, demoliti o chiusi –

   Sono almeno 260 milioni i cristiani perseguitati nel mondo: un cristiano ogni otto sperimenta un livello alto di persecuzione nei 50 Paesi inseriti nella World Watch List che l’associazione Porte Aperte/Open Doors ha lanciato (il 15 gennaio dell’anno scorso, 2020, ndr) con una conferenza presso la sala stampa della Camera dei Deputati. Una stima per difetto, precisano gli autori della ricerca, dato che – tra i 100 paesi analizzati – quelli a rischio sono in realtà più dei 50 segnalati: «In almeno 73 – ha detto il direttore di Porte aperte Italia, Cristian Nanni – i cristiani sperimentano un livello alto di persecuzioni, quindi in realtà possiamo contare almeno altri 50 milioni di cristiani perseguitati».

   Aumenta dunque la persecuzione anticristiana, sia in intensità che in estensione. «Mai nella storia si è registrata una persecuzione anticristiana simile», afferma Nanni. Nel 2019 2.983 cristiani sono stati uccisi per cause legate alla loro fede, così come oltre 9.400 chiese (ed edifici connessi) sono stati attaccati, demoliti o chiusi. I rapimenti di cristiani sono stati 1.052 e sono state 5.294 le case e i negozi attaccati. Sconcertante poi il fenomeno delle violenze e degli abusi sessuali sistematici contro cristiane: ogni giorno in media 23 cristiane/i vengono abusati sessualmente. In tutto sono stati 8.537 i casi di abusi sessuali o stupri.

   La “lista nera” dei paesi anticristiani è stilata analizzando la pressione in 5 aree della vita (Privato, Famiglia, Comunità, Nazione, Chiesa), più il numero di atti di violenza. In testa – stabile dal 2002 – c’è la Corea del Nord dove tra i 50 e i 70 mila cristiani sono in carcere perché trovati in possesso di una Bibbia o riuniti in preghiera. «Almeno 300 mila i cristiani clandestini, le chiese esistenti servono per ingannare i turisti, in realtà sono trasformate in teatri», ha affermato Cristian Nanni nel corso della presentazione, introdotta dal deputato di FdI Andrea Delmastro Delle Vedove. Il parlamentare ha parlato di «vero e proprio genocidio dei cristiani, censurato per ragioni economiche e diplomatiche, come in Qatar, col quale l’Italia ha appena firmato accordi o in Cina per la via della seta».

   A seguire in zona podio ci sono Afghanistan, Somalia e Libia: «Paesi che hanno in comune – ha spiegato il direttore di Open Doors – lo stesso humus socio-politico e la stessa assenza di istituzioni. In questi paesi chi si converte rischia violenze o uccisioni». Al quinto posto poi il Pakistan, salito alla ribalta delle cronache internazionali per il caso di Asia Bibi: «Più che di rilascio, parlerei di fuga, visto che si è dovuta nascondere in un paese extraeuropeo. Il diritto alla libertà religioso è l’orfano della Dichiarazione universale dei diritti umani, il meno discusso e difeso». Seguono Eritrea, Sudan, Yemen e Iran.

   Da segnalare al decimo posto l’India, la grande democrazia asiatica che sta conoscendo, secondo la denuncia di Porte Aperte, una pericolosa devastazione dei diritti delle minoranze: «Non passa giorno – spiega il direttore di Porte Aperte – senza che una chiesa indiana o un cristiano non venga attaccato. Ancora più grave è l’impunità che segue alle violenze, per colpa del nazionalismo religioso del governo, che sta “induizzando” il Paese».

   All’undicesimo posto la Siria, in cui i cristiani subiscono gli attacchi dei terroristi del Daesh e delle altre fazioni jihaidiste, ma anche delle milizie turche e curde. Drammatica la testimonianza del reverendo George Moush, pastore a Quamishly, nord est del paese, della chiesa dell’Alleanza evangelica: «Un mese fa – ha raccontato alla presentazione del dossier – davanti alla chiesa sono stato caricato a forza su un van da tre uomini che poi ho saputo essere curdi. Mi hanno bendato e rinchiuso in uno scantinato assieme a delinquenti e membri del Daesh. Mi hanno accusato di avere costruito la chiesa senza la loro autorizzazione. Ringrazio Dio se miracolosamente sono stato rilasciato». (Luca Liverani)

………………………

COVID. LE VITTIME NASCOSTE DEL LOCKDOWN: TANTI CREDENTI PERSEGUITATI E ASSASSINATI

di Stefano Vecchia, 22/1/2020, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– Il 22 gennaio è la giornata che l’Onu dedica alla Commemorazione delle vittime di atti di violenza basati sul credo religioso: violenze aumentate durante la pandemia –

   Il 22 gennaio è la giornata che l’Onu dedica alla Commemorazione delle vittime di atti di violenza basati sul credo religioso. Un evento che si colloca in una realtà resa ancora più difficile dalle problematiche connesse alla pandemia di Covid-19.

   L’emergenza, da un lato, accentua le discriminazioni e rende ancora più indifese le vittime.  Dall’altro, impedisce una reazione efficace a livello istituzionale, di società civile o internazionale, insomma da parte degli attori che la 75ma Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiamato «a creare una piattaforma inclusiva per gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e la società civile per partecipare alle attività destinate a commemorare le vittime e a sostenere i sopravvissuti».

   Le discriminazioni nella distribuzione degli aiuti a cristiani, indù e Ahmadi nel musulmano Pakistan e verso i cristiani e musulmani nell’India guidata dai nazionalisti indù, sono state più volte denunciate.  Troppo spesso, però, simili situazioni sono state silenziate dalle priorità legate alla pandemia.

   Come in Myanmar, dove negli ultimi mesi è proseguita con poche soste e ancor meno testimoni l’offensiva verso i musulmani Rohingya e altre etnie cristiane. Altrove in Asia, le misure di contenimento e la censura che accompagnano la lotta al coronavirus consentono alla repressione dei fenomeni religiosi (come per i musulmani Uighuri nello Xinjiang cinese) di essere pressoché ignorata all’esterno.

   In tante aree dell’Africa e in Medio Oriente, tribalismo e discriminazione religiosa stringono d’assedio le minoranze, sovente utilizzando situazioni di conflitto. A questo si somma una gestione parziale degli aiuti e delle cure. Preoccupazioni richiamate dall’Onu nel messaggio che ricorda le ragioni della Giornata odierna.

«Siamo allarmati alla persistente discriminazione e violenza fondata sulla religione o che ne sfrutta il nome e che affligge in maniera sproporzionata donne e bambine, individui che appartengono a minoranza religiose, etniche e razziali (…)». «Assistiamo alla forte crescita dell’odio indirizzato alle varie comunità religiose durante la pandemia da Covid-19, inclusa una preoccupante tendenza all’antisemitismo. Minoranze e individui che subiscono discriminazione per la loro incerta definizione religiosa sono spesso rappresentati in modo negativo perché minerebbero la coesione sociale».

   «Siamo preoccupati – si legge ancora nel messaggio – che gli Stati possano utilizzare la religione come strumento per delineare e rafforzare i già rigidi concetti di identità nazionale o violare i diritti umani e minare l’uguaglianza di genere». Un allarme ripreso dall’organizzazione Open Doors, la cui sezione italiana (Porte aperte) conferma come «comunità e minoranze religiose continuino a soffrire a causa di violenze basate sul loro credo» e come «gli atti violenti non accennano a diminuire. Al contrario, la pandemia e le sue conseguenze hanno solo inasprito le vulnerabilità di cui già prima soffrivano le minoranze religiose».

   È anche Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) a segnalare, tra l’altro, il dramma delle comunità cristiane in India, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. Situazioni, come pure quella del Pakistan, in cui è forte l’impegno di Acs. «L’auspicio è che d’ora in avanti non sia solo la celebrazione di un giorno – sottolinea Alessandro Monteduro, direttore di Acs-Italia –. Considero positivo che si sia deciso di tenere una giornata dedicata alle vittime di persecuzione, oppressione, terrorismo in odio alla fede. Un piccolo contributo affinché quella religiosa possa diventare una libertà di “serie A”». (Stefano Vecchia)

……………………………

BIRMANIA: A ESSERE PERSEGUITATI NON CI SONO SOLO I ROHINGYA

da Mae Sot (Thailandia), 4/6/2018, da https://www.osservatoriodiritti.it/

– Nella Birmania di Aung San Suu Kyi non sono perseguitati solo i musulmani Rohingya. Kachin e Karen, infatti, subiscono violenze da decenni dalle truppe di Rangoon. Una violazione continua dei diritti umani già confermata dall’Onu. E che ha provocato mezzo milione di sfollati interni –

   L’attenzione mediatica è ferma sulla delicata questione dei Rohingya, la minoranza musulmana che, secondo le Nazioni Unite, sarebbe la popolazione più perseguitata al mondo. Uomini e donne costrette a scappare dalla loro terra a causa delle violenze dell’esercito regolare e dei radicali buddisti. Ma in Birmania – ribattezzata Myanmar dalla giunta militare nel 1989 – si consumano altri genocidi, meno pubblicizzati, quelli contro le diverse etnie che compongono il complesso mosaico del Paese. In particolare contro i popoli Kachin Karen, perseguitati da decenni dalle truppe di Rangoon.

Perché sono perseguitate le minoranze in Birmania

Tutto è iniziato quando la Birmania ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna alla fine del secondo conflitto mondiale e alle varie etnie era stata promessa l’autonomia. Il nuovo presidente del Paese, Aung San – padre della più conosciuta premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyiinfatti, aveva firmato, in accordo con i capi delle diverse comunità, il Trattato di Planglong che offriva a ciascun popolo la possibilità di scegliere – entro il termine di 10 anni – il proprio destino politico e sociale.

   Ma questo trattato non è stato mai rispettato perché, dopo un colpo di stato e l’uccisione di Aung San, il potere è passato alla dittatura militare dello spietato generale Ne Win. Da quel giorno sono iniziate sistematiche violenze. I generali che hanno controllato e insanguinato il Paese in questi anni, infatti, hanno tentato in tutti i modi di annientare ogni specificità, interessandosi molto di più alle ricche risorse naturali – legname, gas, pietre preziose, oro – che le zone abitate dalle etnie offrono.

Non solo rohingya: violati i diritti umani dei Kachin

Grandi operazioni militari sono in atto nello Stato Kachin, nel nord-est del Paese, al confine con la Cina. Gli scontri tra il Tatmadaw – il potente esercito birmano – e il Kachin Independence Army (Kia) si sono intensificati negli ultimi mesi. Le forze armate governative stanno bombardando via terra, ma anche con il supporto di aerei militari ed elicotteri da combattimento.

   I combattimenti hanno costretto migliaia di persone a lasciare i propri villaggi. I numeri di quest’ultima ondata di violenze parlano di oltre 5 mila sfollati interni e numerose vittime civili. Più di 100 mila persone, invece, sono i civili che hanno abbandonato le loro case dal 2011.

Amnesty: esercito birmano compie «violazioni e abusi»

Amnesty International parla di «terribili violazioni e abusi» da parte dell’esercito birmano. Nello Stato Kachin, secondo l’organizzazione umanitaria, si stanno susseguendo rapimenti, uccisioni, uso di civili come scudi umani e reclutamento di bambini soldato.

   «Mentre la comunità internazionale ha familiarità con gli orribili abusi subiti dalla minoranza Rohingya nello Stato Rakhine in Myanmar, nello Stato Kachin abbiamo trovato un modello altrettanto scioccante nel prendere di mira la popolazione», ha dichiarato Matthew Wells, consulente senior per le crisi di Amnesty.

La denuncia dell’Onu: ecco cosa succede in Myanmar

«Riguardo ai militari del Myanmar stiamo ricevendo rapporti credibili di attacchi indiscriminati o sproporzionati, uccisioni extragiudiziali, privazione arbitraria della libertà, sparizioni forzate, distruzione di beni e saccheggi, torture e trattamenti inumanistupri e altre forme di violenza sessuale, lavoro forzato e reclutamento di bambini nelle forze armate».

   È quanto denuncia un rapporto redatto nel marzo scorso della commissione d’inchiesta dei diritti umani delle Nazioni Unite, che ha evidenziato un picco di violazioni dei diritti umani e abusi contro la popolazione Kachin nell’ultimo periodo.

L’esercito blocca gli aiuti alla popolazione

Come succede da anni in tutte le zone di conflitto del Paese, l’esercito ha negato l’accesso alle organizzazioni umanitarie. Questo, ovviamente, ha creato ulteriori problemi per la popolazione.

«Il blocco degli aiuti nello stato di Kachin ha messo a rischio migliaia di civili, specialmente quelli costretti a lasciare le loro case o quelli che sono intrappolati in aree di combattimento», ha dichiarato Brad Adams, direttore di Human Rights Watch Asia.

Violenze contro difensori dei diritti nello Stato Karen

Più a sud dello Stato Kachin, al confine con la Thailandia, nell’est della Birmania, altri combattimenti e abusi si stanno consumando contro la popolazione Karen. Gli scontri si sono intensificati all’inizio di marzo quando, con l’obiettivo di portare a termine la costruzione di una strada militare, più di un migliaio di soldati governativi hanno invaso il distretto di Mutraw.

   Finora quasi 3 mila abitanti dei villaggi sono scappati tra le montagne. Saw O Moo, 42 anni, uno dei leader del Karen Environmental and Social Action Network (Kesan), organizzazione che si batte per la salvaguardia del territorio e per i diritti degli indigeni, è stato brutalmente assassinato a colpi di arma da fuoco da un’imboscata del Tatmadaw mentre forniva assistenza agli sfollati.

Birmania: storie di guerra da 500 mila rifugiati interni

Dall’inizio di questo conflitto, nel 1949, si contano almeno 500 mila sfollati interni – che nel gergo delle Nazioni Unite vengono chiamati Internally Displaced People (Idp) – e oltre 130 mila che hanno trovato rifugio nei campi profughi disseminati nella vicina Thailandia, costretti a vivere in condizioni di estremo disagio.

   Molte delle persone rimaste nel territorio controllato dai Karen, invece, portano i segni indelebili delle mine antiuomo con cui l’esercito birmano ha reso ancor più impenetrabile la giungla. La Birmania è uno dei Paesi più minati al mondo. E anche se non è possibile documentarlo con precisione, gli ultimi dati diffusi parlano di più di 3 mila vittime solo dal 1999 al 2013.

Le testimonianze delle violenze in un documento

Il documento “Ritorna l’incubo”, del Karen Peace Support Network (Kpsn), denuncia accuratamente tutte le violazioni perpetrate dai militari di Rangoon nella terra dei Karen degli ultimi mesi, riportando le testimonianze di 2.417 persone, provenienti da 12 differenti villaggi nella zona di Mutraw, costrette a fuggire dopo gli attacchi dell’esercito birmano. Il rapporto, di per sé impressionante, è accompagnato da un documentario video (vedi più sopra). (da https://www.osservatoriodiritti.it/)

………………………………..

TRA FANATISMO E INTOLLERANZA, UN OLOCAUSTO INFINITO. I POPOLI ANCORA PERSEGUITATI NEL MONDO

di Luigi Sanlorenzo, 29/11/2020, da LO SPESSORE – Opinione, cultura e analisi della società – https://www.lospessore.com/

   Con la risoluzione dell’ONU del primo novembre 2005, il mondo intero scelse come sintesi dell’immane tragedia e celebrazione della fine di quell’incubo la data della liberazione degli internati nel lager di Auschwitz, il 27 gennaio del 1945.

   In ogni parte del mondo la ricorrenza, dal taglio altamente educativo e posta sotto i massimi patrocini, è giustamente concentrata sugli accadimenti che videro il Terzo Reich morbosamente impegnato nella persecuzione degli ebrei volta al raggiungimento della cosiddetta “soluzione finale” statuita nella Conferenza di Wannsee il 20 gennaio del 1942, poi ricostruita nello splendido film per la televisione diretto nel 2001 da Frank  Pierson,  Conspiracy – Soluzione finale.

   La strategia complessiva per l’estinzione di un intero popolo, presente sotto forma di attive comunità in ogni nazione europea, fu concepita e pianificata con linguaggio e metodi di estrema razionalità burocratica da Heinrich Himmler, il comandante in capo delle SS accecato da una visione misticheggiante della supremazia della razza ariana, che si era riproposta nella cultura germanica in più fasi della sua storia millenaria. Alcuni ne fanno risalire l’origine alla sconfitta patita il 7 d.C. dalle legioni del Console Publio Quintilio Varo nella Foresta di Teutoburgo ad opera delle tribù germaniche guidate da Arminio, evento che arrestò la penetrazione della cultura greco romana e mantenne indenni le radici dell’identità celtica e della categoria di “purezza della razza” che oggi appare giustamente inconcepibile, ma che ebbe largo seguito per secoli presso intere comunità nazionali.

   Un intento identitario molto più praticabile in quanto nascosto dietro un profondo pregiudizio etnico-religioso e, soprattutto, consumato in tempi di gravissima crisi economica che videro addossare ad un intero popolo una condanna collettiva tale da non generare alcun senso di colpa nei principali autori – tanto da indurre Hannah Arendt a definire in relazione a ciò  il terribile concetto di “banalità del male” – e un pesantissimo atteggiamento di indifferenza da parte della maggior parte dei tedeschi di allora, testimoni di quegli eventi, il cui rimorso si sta ancora stemperando nel tempo e nella consapevolezza delle nuove generazioni di quel paese, tuttavia percorso da negazionismi e rigurgiti neo nazisti.

   Della straordinaria e drammatica esperienza della diaspora del popolo ebraico e delle conseguenze che anche in Sicilia la loro espulsione comportò dal 1492 in poi ho scritto altrove. Qui mi limito a rilevare come, nel complessivo ridimensionamento dell’area mediterranea a vantaggio di quella atlantica, la loro persecuzione privò l’Isola di intelligenze e di capacità imprenditoriali per oltre mezzo millennio, acuendo quel divario di classe dirigente con altre parti dell’Europa e negli USA che oggi è diventato incolmabile, si pensi soltanto al ruolo determinante che molti ebrei hanno avuto in ogni campo nei paesi che li hanno accolti.

   Il mondo ha interiorizzato l’insegnamento di quegli anni oppure nell’era della globalizzazione di ogni cosa, evento e notizia si può ancora fingere di non sapere cosa accade ai nuovi “ebrei” del XXI secolo?

   A distanza di quindici anni da quella risoluzione, resta da chiedersi quali altri popoli stiano subendo oggi la medesima persecuzione degli ebrei, pianificata più o meno scientificamente, nel silenzio del mondo, il medesimo che gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt osservarono per anni e fino a poco prima dell’entrata in guerra nel 1941, sottovalutando, se non ignorando i drammatici allarmi che provenivano da quanti conoscevano l’esistenza dei campi di sterminio in Germania e in Polonia e ne fornivano notizia in modo clandestino ai propri parenti emigrati negli USA.

   Oggi, esposti al rischio di genocidio sono soprattutto gli YAZIDI in Iraq, i MUSULMANI ROHINGYA in Birmania e gli UIGURI nella Cina comunista. A questi popoli vengono sistematicamente negati i più elementari diritti umani.

   Gli YAZIDI, di antica etnia curda, hanno subìto secoli di repressioni. I media di tutto il mondo sembrano aver scoperto l’esistenza di questa minoranza solo nell’estate del 2014, quando i miliziani dell’Isis lanciarono una offensiva contro migliaia di Yazidi stretti in un lungo assedio sul monte Sinjar, in Iraq. Mentre la bandiera nera del Califfato sgretolava i fragili confini tra Siria e Iraq, eredità degli accordi Sykes Pikot del 1916, questa popolazione viveva una delle pagine più nere della storia recente.

   Costretti alla conversione forzata o uccisi sul posto, in pochi sono riusciti a sopravvivere alla furia islamista.  Le immagini di bambini a terra, con le ferite sulla testa, hanno riportato con violenza indietro nel tempo agli Anni 80 e 90, alle persecuzioni di Saddam Hussein nei confronti dei curdi, a quelle dei serbi a danno dei musulmani bosniaci. A seguito della persecuzione avviata dallo “Stato Islamico” contro gli Yazidi, l’ONU stima che 5000 di essi siano stati uccisi e 5000-7000 catturati e venduti come schiavi, mentre altri 50.000 sono stati costretti ad abbandonare la regione per evitare analoga sorte.

   Oltre il sub continente indiano, i ROHINGYA sono una minoranza musulmana nel mirino dei buddisti in Birmania (oggi Myanmar). Non hanno cittadinanza né diritti. Considerati stranieri nella propria terra, sono rifugiati senza identità nel resto del mondo. Per l’Onu si tratta della minoranza più perseguitata al mondo. Guardati con sospetto perché musulmani in terra buddista, i Rohingya sono stati costretti a vivere per anni in uno stato di apartheid. Una condizione in cui si trovano ancora oggi circa 1 milione e 300 mila rohingya che vivono soprattutto nel Rakhine, una regione sul golfo del Bengala che confina a Nord con il Bangladesh.

   Paradossale è al riguardo la storia di Aung San Suu Kyi che divenne un’icona della non-violenza e della pace. Fu tenuta agli arresti domiciliari per anni e fece della difesa dei Rohingya la propria causa.

Gli U2 le dedicarono un brano intitolato Walk On (“Vai avanti”). Per questo motivo è illegale importare, detenere o ascoltare in Birmania l’album della band irlandese All That You Can’t Leave Behind, in cui è contenuto tale testo. La sanzione prevista è la reclusione da tre a vent’anni.

   Nel 2011 il popolare regista francese Luc Besson ha diretto il film The Lady incentrato sulla vita del premio Nobel birmano. Nel 2014 Marco Martinelli ha scritto Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi e l’ha messo in scena con il suo Teatro delle Albe-Ravenna Teatro, con il patrocinio di Amnesty International e della Associazione Italia-Birmania. Guy Delisle ha realizzato nel 2007 la graphic novel “Cronache Birmane” (titolo originale “Chroniques Birmanes”), in cui narra di quando, con la moglie Nadège (medico di Medici Senza Frontiere) e il figlio, ha vissuto per un periodo in vicinanza dell’abitazione in cui Aung San Suu Kyi scontava gli arresti domiciliari.

   Ebbene, il 13 novembre 2010 Aung San Suu Kyi fu liberata. Il 1º aprile 2012 ottenne un seggio al parlamento birmano. Il 16 giugno 2012 finalmente poté ritirare il premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991. Successivamente dato che le era stato finalmente concesso il permesso dal Governo birmano iniziò a visitare vari paesi dove ricevette la cittadinanza onoraria. L’11 novembre 2015 la Lega Nazionale per la Democrazia ottenne nelle elezioni 291 seggi. Si trattò delle prime elezioni libere dal colpo di Stato del 1962. Dal 30 marzo 2016, con l’insediamento del governo formato da Htin Kyaw, è diventata Ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia e Ministro dell’Ufficio del Presidente.

   Nel nuovo e preminente ruolo il suo interessamento verso la tragedia dei Rohingya sembra esser svanito nel nulla, al punto che nel settembre 2017 è stata oggetto di critiche da parte di un’altra Premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai, che, a proposito delle violenze perpetrate dall’esercito birmano contro quella minoranza musulmana, le ha intimato attraverso un tweet “Condanni violenze contro i  Rohingya“. Anche il ministro degli esteri britannico Boris Johnson ha avvertito la leader birmana che questi fatti stavano “sporcando” la reputazione del paese. Le forze di sicurezza birmane, invece, accusano i ribelli Rohingya dell’incendio dei villaggi e delle atrocità contro la loro stessa gente nello stato di Rakhine.

   Numerose altre proteste si sono succedute nel 2017 sullo scacchiere internazionale contro Aung San Suu Kyi e il suo comportamento giudicato indifferente – quando non propriamente ostile – nei confronti dei musulmani Rohingya. Di tali contestazioni si sono resi protagonisti artisti come Bono degli U2 e Bob Geldof, mentre istituzioni come il Comune di Oxford, il sindacato britannico Unison e l’Università di Bristol hanno ritirato le onorificenze precedentemente concesse.

   Alcuni esperti di crimini di stato dell’Università di Londra Queen Mary hanno segnalato che Suu Kyi sta “legittimando questo genocidio” in Myanmar e che nonostante la continua persecuzione «non vuole neanche ammettere, figuriamoci provare a bloccare, la conclamata campagna di stupri, omicidi e distruzione perpetrata da parte dell’esercito ai danni dei villaggi Rohingya, popolo al quale non vuole neppure concedere la cittadinanza”.

   In estremo oriente, gli Uiguri sono il popolo che la Cina vuole cancellare. Sono cittadini di serie B, considerati parte di un’etnia inferiore rispetto alla maggioritaria etnia han. Per questo vanno tenuti alla larga affinché non “contaminino” il resto del popolo cinese.

   La rivoluzione del 1949 poggiava su alcuni pilastri tra cui il ruolo preponderante del partito comunista, l’eliminazione dei culti religiosi presenti sul territorio e, appunto, la centralità dell’etnia han. Un nazionalismo mosso dal desiderio di inglobare territori come il Tibet e lo Xinjiang, ricco di importanti giacimenti di combustibili fossili. È qui che risiedono da secoli gli uiguri, gruppo etnico turcofono di circa 10 milioni di persone che professano la fede musulmana sunnita.

   Dal 1949 in poi, mentre il Paese si incamminava verso uno sviluppo economico senza precedenti, il centralismo di Pechino inglobava le tante etnie presenti in Cina per creare un popolo cinese che seguisse l’unica fede possibile, quella comunista. In linea con i dettami del partito, dagli Anni 50 del secolo scorso è stato portato avanti un vero e proprio programma di “sommersione etnica”. I cinesi han sono stati trasferiti nei territori a maggioranza uigura per cancellare la loro identità. Considerati senza diritti, per gli uiguri è difficile trovare un lavoro, inserirsi nella vita politica, ambire a ricoprire incarichi pubblici. Normalmente, sono destinati ai lavori più duri che i cinesi di città non vogliono più fare.

   Dal 2001, la Cina ha fatto rientrare la sua «operazione di assimilazione forzata del popolo uiguro» sotto il cappello della lotta al terrorismo islamico intrapresa da Stati Uniti e Gran Bretagna. Nonostante la repressione cinese, le tensioni etnico-religiose sono riaffiorate con tutta la loro forza tra il 2008 e il 2009, quando il movimento separatista uiguro ha lanciato una serie di attentati che hanno scosso il Paese. Tra i gruppi più attivi c’è il Movimento islamico del Turkestan orientale, considerato organizzazione terroristica sia dalla Cina sia dagli Stati Uniti.

   In questo clima di violenza continua, lo Xinjiang ormai non è più un luogo per gli Uiguri e molti di loro cercano di fuggire in Malesia passando per il Vietnam. Un viaggio pericoloso durante il quale spesso finiscono ostaggio delle teste di serpente, i trafficanti di uomini cinesi. Alla frontiera con il Vietnam c’è un altro ostacolo difficile da superare: la polizia di Pechino, pronta a sparare su coloro che cercano di lasciare illegalmente il Paese.

   Anno dopo anno, gli Uiguri sono sempre più soli. E la loro emarginazione potrebbe essere sfruttata da quel terrorismo di matrice islamica che l’establishment comunista cinese ha da sempre represso, anche quando non c’era. Recentemente Pechino è passata dalla negazione dei campi di detenzione nello Xinjiang alla loro giustificazione in nome della lotta al fondamentalismo. (…..) (Luigi Sanlorenzo)

………………………………

CHE COSA SONO LE MINORANZE ED I POPOLI PERSEGUITATI E PERCHÉ PARLARNE?

da https://endangeredpeoples.com/

   Parlare di popoli perseguitati, nella stragrande maggioranza dei casi significa parlare di vere e proprie minoranze, costrette a subire atti di persecuzione fisica, economica o verbale.

   Tutti i paesi del mondo hanno delle minoranze al loro interno, ma definirle con esattezza è una sfida ardua.  Non esiste infatti una definizione legale riconosciuta a livello internazionale.

   Potremmo brevemente riassumere che, il termine minoranze si riferisce a gruppi etnici, nazionali, religiosi, linguistici o culturali che sono in numero inferiore rispetto al resto della popolazione maggioritaria e che potrebbero voler mantenere e sviluppare la propria identità, attraverso forme di autonomia, autogoverno o, eventualmente, forme di autodeterminazione.

Come si inquadra una minoranza in ambito internazionale? Esistono alcuni elementi:

– Le caratteristiche etniche, culturali, nazionali, religiose e/o linguistiche condivise dal gruppo che sono diverse da altri gruppi, note come criteri oggettivi di identificazione.

– L’autoidentificazione dei singoli membri del gruppo, i quali si riconoscono appartenenti a un gruppo culturalmente distinto dagli altri e vogliono preservare tali differenze. Questo è noto come criterio soggettivo di identificazione.

   Molte minoranze e popoli hanno subito numerose violenze negli anni e nei secoli passati. L’importanza di parlarne quotidianamente significa anche questo: non dimenticarle. Non permettere che quanto accaduto in passato si possa ripetere oggi. E, vivendo in un mondo altamente informatizzato, il nostro obiettivo è raggiungibile, seppur con molto impegno!

Altri aspetti da considerare

DOMINANZA

I gruppi minoritari di solito detengono una posizione non dominante nel paese in cui vivono, cioè mancano di potere politico ed economico. Solo occasionalmente, una minoranza può trovarsi in una posizione dominante sotto un governo e diventa spesso non dominante dopo il cambio di regime. Le minoranze non dominanti hanno dunque bisogno costante della protezione internazionale fornita dai diritti delle minoranze.

NUMERI

In molti paesi, il gruppo etnico, religioso o linguistico numericamente più grande è anche quello dominante. Tuttavia, in alcuni paesi, ci sono molti gruppi senza una chiara maggioranza o minoranza numerica. Inoltre, un gruppo può essere una minoranza numerica all’interno di un paese ma una maggioranza numerica nella regione in cui vive. Per questo aspetto quando si parla di gruppi minoritari, bisogna anzitutto misurare numericamente in che modo essi effettivamente lo siano, dal punto di vista nazionale, regionale e locale.

CITTADINANZA

Un altro aspetto da considerare quando si cerca di inquadrare una minoranza e di studiarla è il possesso o meno della cittadinanza del paese entro il quale risiedono. Le minoranze non devono necessariamente possedere la cittadinanza del paese in cui vivono per poter beneficiare della maggior parte dei diritti offerti dal diritto internazionale. Molti gruppi minoritari sono infatti in condizioni di nomadismo e travalicano i confini nazionali. Tuttavia, non è escluso che l’inclusione attraverso forme di cittadinanza non possa migliorare le loro condizioni.

DIVERSITA’

Infine, un ultimo aspetto da prendere in considerazione per il loro studio consiste nell’includere all’interno di esse varie forme di diversità. Come per tutte le culture infatti, esiste una diversità all’interno dei gruppi minoritari. All’interno di ogni minoranza vi sono gruppi che possono trovarsi di fronte a un’emarginazione aggiuntiva, ad esempio donne, bambini, disabili, anziani o spesso minoranze sessuali.

Tutela dei diritti umani e delle minoranze

I diritti umani sono le libertà e i diritti che tutti gli esseri umani hanno in quanto diritti naturali che si ottengono fin dalla nascita. Devono essere goduti senza distinzioni di alcun tipo, come razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita o altro status. Questo significa che essi sono e saranno sempre di carattere universale.

I diritti umani sono garantiti attraverso il diritto nazionale e internazionale.

I diritti delle minoranze derivano dai diritti umani, proprio in funzione della loro universalità. La situazione unica, spesso legata all’emarginazione, significa che essi necessitano di diritti specifici, ovvero di diritti minoritari. I diritti delle minoranze sono dunque diritti individuali, di cui godono le persone appartenenti a minoranze etniche, religiose e/o linguistiche e possono essere esercitati in comunità con altri membri del gruppo di appartenenza.

   Questi diritti sono preziosi solo se utilizzati collettivamente. Ad esempio, un individuo può avere il diritto di usare una lingua minoritaria, ma se non può esercitare questo diritto con altri membri del proprio gruppo minoritario, sarà in grado di parlare solo con se stesso e, alla lunga, tale diritto si estinguerà.

   Esistono vari metodi utilizzati per proteggere i diritti delle minoranze. Paesi diversi hanno accordi diversi e possono includere alcune garanzie per un gruppo di persone (ad esempio un accordo di autonomia regionale). Pertanto, le misure per garantire la protezione delle minoranze possono essere collettive; tuttavia, i diritti rimangono pur sempre di tipi individuale.

Esistono diverse categorie di diritti umani:

Civili e Politici: questi diritti proteggono lo status e la partecipazione delle persone nella sfera pubblica, ad esempio il diritto alla libertà da torture, il diritto a un processo equo, il diritto alla libertà di opinione e di espressione.

Economici, Sociali e Culturali: questi diritti riguardano il benessere materiale e sociale, ad esempio il diritto all’istruzione, il diritto alla salute, il diritto al lavoro e condizioni di lavoro eque.

I diritti civili, politici, economici, sociali e culturali hanno pari importanza. Tutti devono essere rispettati affinché un individuo viva in dignità. Ciò significa che questi diritti umani sono tutti correlati, interdipendenti e indivisibili. La negazione di un diritto impedisce invariabilmente il godimento di altri diritti.

Ad esempio: Una persona che ha fame deve focalizzare tutta la sua attenzione sull’ottenere abbastanza da mangiare, pertanto, non ha la capacità di esercitare altri diritti civili e politici se i diritti economici, sociali e culturali non vengono rispettati.

   Allo stesso modo, qualcuno che ha abbastanza da mangiare, ma non ha la libertà di partecipare agli affari pubblici e votare liberamente, non può proteggersi dalle azioni statali che potrebbero limitare il suo accesso al cibo in futuro. Pertanto, i diritti economici, sociali e culturali possono essere garantiti solo attraverso l’esercizio dei diritti civili e politici.

I tre pilastri della protezione delle minoranze

Le solide basi dell’edificio che protegge tutti i popoli minoritari sono i diritti umani.

I tre pilastri chiave dei diritti delle minoranze che sostengono la costruzione sono:

Non discriminazione (diretta o indiretta)

Protezione dell’identità (da genocidi, espulsioni/esili forzati o assimilazioni forzate)

Partecipazione effettiva, basata su:

– Partecipazione al processo decisionale su questioni che riguardano la minoranza

– Partecipazione a tutti gli aspetti della vita pubblica

– Partecipazione al progresso economico e benefici dello sviluppo


Questi diritti sono tutti protetti dal diritto internazionale.

I popoli perseguitati in tutto il mondo

Secondo Peoples under threat al mondo vi sono più di 100.000.000 di persone e popoli in pericolo, che ogni giorno rischiano la morte.

Le popolazioni perseguitate risultano essere in tutti i continenti del mondo, dall’America all’Asia, dall’Oceania all’Africa e all’Europa. Senza una valida e costante informazione, molti popoli rischiano di essere dimenticati e di cadere nell’oblio, realizzando i desideri di chi è pronto a farli scomparire con la forza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...