ECOMAFIE 2020: 20 miliardi di euro di illegalità (inquinamento, distruzione del paesaggio, crisi ambientale) – L’ultimo preoccupante RAPPORTO ECOMAFIA di LEGAMBIENTE (presentato in ritardo l’11/12/2020 causa pandemia) segnala la crescita dei reati ambientali – La necessità di difendere la salubrità dei territori

LEGAMBIENTE – RAPPORTO ECOMAFIA 2020 – da https://www.legambiente.it/, 11/12/2020 – RAPPORTI IN EVIDENZA – ECOMAFIA, REALTI AMBIENTALI – Non conosce tregua il lavoro degli eco-criminali. Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi e nel 2019 i reati contro l’ambiente sono aumentati: 34.648 quelli accertati, ALLA MEDIA DI 4 OGNI ORA, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Gli ecocriminali sono attivi in tutte le filiere: dal CICLO DEL CEMENTO a quello dei RIFIUTI, dai TRAFFICI DI ANIMALI fino allo SFRUTTAMENTO DELLE ENERGIE RINNOVABILI e alla DISTORSIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE. Da capogiro il BUSINESS POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’ECOMAFIA, STIMATO IN 19,9 MLD DI EURO per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 CLAN (3 in più rispetto all’anno prima) (Ecoreati: foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

ECOMAFIE, CRESCONO I REATI DEL 23%, AFFARI DEI CLAN PER 20 MILIARDI

– I preoccupanti dati dell’annuale dossier di Legambiente. Crescono i traffici di rifiuti ed è boom dell’abusivismo edilizio. Aumentano gli illeciti al Nord e in particolare in Lombardia. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE) –

   È boom dell’illegalità ambientale. Quattro reati accertati ogni ora nel 2019. Rifiuti sequestrati pari a una colonna di 95mila tir lunga 1.293 chilometri. Ventimila nuove costruzioni abusive, il 17,7% del totale delle nuove costruzioni. E a crescere sono anche le regioni del Nord a conferma che ormai questa criminalità non conosce confini. Disastri ambientali e ricchi affari. Il business potenziale complessivo dell’ecomafia, è stimato in 19,9 miliardi di euro per il solo 2019, e dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 miliardi.

IL RAPPORTO ECOMAFIA 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia rivelano un QUADRO PREOCCUPANTE SULLE ILLEGALITÀ AMBIENTALI E SUL RUOLO CHE RICOPRONO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI, anche al Centro-Nord. Realizzato da LEGAMBIENTE, con il sostegno di Cobat e Novamont, ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra ISPRA e AGENZIE REGIONALI PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE, e dell’AGENZIA DELLE DOGANE e dei MONOPOLI. Al volume, EDITO DA EDIZIONE AMBIENTE, hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo. Il RAPPORTO ECOMAFIA 2020 si può acquistare nelle migliori librerie o direttamente sul sito shop.edizioniambiente.it

   A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono  stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È decisamente preoccupante il “Rapporto ecomafia 2020” di Legambiente presentato in ritardo (l’1 dicembre 2020) a causa della pandemia.

Ecomafia 2020 – I numeri 2019 (schema ripreso da https://chiarabraga.it/)

   I numeri degli affari a danno dell’ambiente, del territorio e della salute sono impressionanti: 34.648 i reati accertati con un incremento del 23,1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più reati ambientali, ben il 44,4%. E non è una novità, visto che si tratta delle regioni a tradizionale e asfissiante presenza mafiosa. Ma suona il campanello per la Lombardia che colleziona più arresti per reati ambientali88 in tutto l’anno, più di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86 (secondo il Lazio con 62). In testa gli illeciti nel ciclo del cemento con 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano quelli contestati nel ciclo di rifiuti che arrivano a 9.527 (+10,9%). Impennata anche dei reati contro la fauna arrivati a 8.088 (+10,9%) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

(rifiuti italiani in Tunisia. Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti FOTO da NIGRIZIA) – È IL PIÙ GRANDE SCANDALO ECOLOGICO NELLA STORIA DELLA TUNISIA quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’IMPORTAZIONE IN TUNISIA DI RIFIUTI PERICOLOSI «ESPORTATI» DALL’ITALIA. Gli arresti sono di dicembre, poco prima di Natale

 E nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2mila.

   E anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9%) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte.

(foto: Abuso edilizio, da Legambiente) – ECOMAFIA È UN NEOLOGISMO coniato da Legambiente che indica quei SETTORI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA che hanno scelto IL TRAFFICO E LO SMALTIMENTO ILLECITO DEI RIFIUTI, L’ABUSIVISMO EDILIZIO E LE ATTIVITÀ DI ESCAVAZIONE come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i TRAFFICI CLANDESTINI DI OPERE D’ARTE RUBATE e di ANIMALI ESOTICI. Dal 1994 L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMBIENTE E LEGALITÀ DI LEGAMBIENTE svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (ARMA DEI CARABINIERI, CORPO FORESTALE DELLO STATO e delle Regioni a statuto speciale, CAPITANERIE DI PORTO, GUARDIA DI FINANZA, POLIZIA DI STATO, DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA), l’istituto di ricerche CRESME (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente

   Ma a preoccupare è la persistenza dell’abusivismo edilizio. “La causa – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020; la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati”.

MA CI SONO ANCHE BUONE NOTIZIE. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la VALIDITÀ DELLE LEGGI SUGLI ECOREATI E CONTRO IL CAPORALATO. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 PROCEDIMENTI PENALI CON 10.419 PERSONE DENUNCIATE E 3.165 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE EMESSE

   E c’è allarme per gli investimenti in appalti e opere pubbliche, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo col Next generation Eu. Non solo un rischio. In tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti.

(foto: MIMMO BENEVENTANO da https://www.facebook.com/laprovinciaonline.info/) – Il LAVORO DI RICERCA, ANALISI E DENUNCIA è stato DEDICATO QUEST’ANNO al consigliere comunale MIMMO BENEVENTANO, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente CONTRO L’ASSALTO SPECULATIVO E CRIMINALE a quello che è OGGI il PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO; e a NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce. Anteprima dei numeri e le storie raccontati nel Rapporto Ecomafia 2020>>qui – Per approfondimenti sulle attività della criminalità ambientale in Italia: http://www.noecomafia.it

  E a crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale. Quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardiacon 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi.

NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO

   Ma ci sono anche buone notizie. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la validità delle leggi sugli ecoreati e contro il caporalato. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alle legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (più 313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. E sempre nel settore agricolo un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

discarica di rifiuti indifferenziati (foto da https://www.bsnews.it/)

   Da Legambiente arriva un appello alla politica. “Non bisogna abbassare la guardia — avverte il presidente Stefano Ciafani – perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. Per questo è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente”. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE)

Superstrada PEDEMONTANA VENETA in costruzione: CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI lungo il terrapieno della superstrada – VIDEO: https://video.corriere.it/cronaca/pedemontana-veneta-camion-copre-la-terra-rifiuti-sospetti-video-un-cittadino/f89e888e-537f-11eb-b612-933264f5acaf – 10 GENNAIO 2021: IL FILMATO, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad ASOLO, riprende un CAMION CHE STA SEPPELLENDO ALCUNI SACCHI DI RIFIUTI lungo un terrapieno della superstrada PEDEMONTANA VENETA in corso di costruzione nelle province di TREVISO e VICENZA. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro

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RIFIUTI-CONNECTION TRA ITALIA E TUNISIA, MINISTRO IN MANETTE

di Giuliana Sgrena, da IL MANIFESTO del 23/12/2020 https://ilmanifesto.it/

– Le indagini iniziate a novembre (2019). Corruzione e smaltimento illecito, 12 arresti eccellenti. L’inchiesta tunisina travolge anche il titolare dell’Ambiente, Mustapha Araoui. Ma è un crimine anche scaricare materiali tossici sui paesi poveri che non possono trattarli e non riescono a smaltire neanche i loro –

   È il più grande scandalo ecologico nella storia della Tunisia quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. Ma il presidente della Commissione del buon governo nel parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, incaricato del dossier sui rifiuti italiani, ha rimproverato al primo ministro Mechichi di aver aspettato che fosse emesso il mandato di cattura per estromettere il ministro dell’ambiente, nonostante le prove a suo carico fossero evidenti.

   La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’importazione in Tunisia di rifiuti pericolosi «esportati» dall’Italia.L’inizio dell’indagine risale ai primi di novembre 2019, quando la tv privata El Hiwar Ettounsi aveva denunciato l’arrivo in Tunisia di 70 container con 120 tonnellate di rifiuti provenienti dall’Italia, mentre altre 200 tonnellate sono in attesa di essere smistate nel porto di Sousse, nel sud della Tunisia. Nei container materie plastiche, rifiuti ospedalieri, centraline elettriche, scarti industriali, rifiuti domestici, ovvero rifiuti pericolosi, spediti dalla Sviluppo risorse ambientali Srl, società con sede nella provincia di Salerno. A riceverli la Soreplast, una società di Sousse, che aveva ripreso l’attività dopo un periodo di congelamento, ma autorizzata solo a riciclare rifiuti plastici industriali destinati all’esportazione.

   La Soreplast non aveva ottenuto nessuna autorizzazione all’importazione dei rifiuti, almeno secondo quanto aveva affermato il portavoce del ministro Araoui, prima che fosse dimesso. La società tunisina, secondo l’agenzia France presse, all’arrivo dei container aveva chiesto l’autorizzazione per l’importazione di «rifiuti plastici post-industriali non pericolosi per effettuare operazioni di riciclaggio e poi riesportarli verso l’Europa». In realtà il contratto siglato dalla Soreplast con la Sviluppo risorse ambientali Srl aveva per oggetto «il recupero di rifiuti e la loro eliminazione» da parte della società tunisina. Il contratto prevedeva l’eliminazione di un massimo di 120.000 tonnellate al prezzo di 48 euro per tonnellata, un affare di quasi 6 milioni di euro.

   Non solo l’importazione, almeno ufficialmente, non era autorizzata – l’autorizzazione è richiesta dalle leggi tunisine e internazionali – ma anche l’obiettivo stabilito dal contratto non era legale. Come è stato possibile allora che i primi 70 container siano entrati nel porto e, nonostante la decisione della dogana di rispedirli indietro (l’8 luglio), siano ancora lì? Di chi è la responsabilità?

   Ministero dell’Ambiente e dogana si rimpallano la responsabilità, mentre gli arresti (undici più l’ex ministro Araoui) riguardano entrambe le istituzioni oltre all’Agenzia per la gestione dei rifiuti. L’inchiesta si estende a 23 persone e dovrà comparire davanti alla giustizia anche il precedente ministro dell’Ambiente, Chokri Bel Hassen.

   «Questo caso dimostra che esistono grandi lobby della corruzione» sostiene Hamdi Chebaane, esperto in valorizzazione dei rifiuti ed esponente della coalizione Tunisie Verte. Secondo Chebaane, il ministero dell’Ambiente ha ricevuto negli ultimi anni molte pressioni da parte di uomini d’affari per permettere l’importazione di rifiuti, ma è la prima volta che un caso simile viene svelato.

   Questo «affair» mostra quanto i traffici illeciti di rifiuti abbiano una vasta ramificazione, che è aumentata con l’approvazione di leggi più restrittive in Europa, e che cerchino nuovi orizzonti dopo che l’Asia, una volta discarica dell’occidente, è diventata più reticente.

   È un crimine che i paesi ricchi scarichino sui paesi più poveri e in via di sviluppo – che non sono in grado di trattarli – i loro rifiuti tossici, con tutte le conseguenze sul territorio e sulla popolazione.

   Tanto più preoccupante è che spesso questi paesi non sono nemmeno in grado di smaltire i propri rifiuti.  Questo succede anche in Tunisia. Secondo un rapporto recente della Banca mondiale, le infrastrutture tunisine non sono in grado di smaltire i rifiuti: nella capitale solo il 61% dei rifiuti viene raccolto e la maggior parte viene poi depositata in discariche a cielo aperto. (Giuliana Sgrena)

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LEGAMBIENTE

RAPPORTO ECOMAFIA 2020. LE STORIE E I NUMERI DELL’ILLEGALITÀ AMBIENTALE

2/12/2020 – Presentazione

   La pubblicazione del rapporto Ecomafia, nel pieno dell’era Covid-19, è un esercizio utile per tanti motivi. È proprio in un momento così difficile, in cui tutte le attenzioni sono concentrate su come fronteggiare la pandemia, che è necessario, infatti, alzare le antenne. L’aumento della produzione dei rifiuti speciali, anche a rischio infettivo, il cui smaltimento è ovviamente più oneroso rispetto a quello di altre tipologie, è un nuovo business potenziale per le organizzazioni ecomafiose. E non sarebbe una grande novità, visto che le mafie sono sempre pronte ad approfittare delle emergenze di ogni tipo per aumentare i profitti illegali e infiltrarsi nell’economia legale.
Anche la nuova stagione di investimenti pubblici previsti dall’Europa (ben 209 miliardi di euro da spendere nei prossimi anni) per risollevare le sorti dell’economia italiana, dopo il disastro sanitario causato dal Sars-Cov-2, sarà un altro capitolo da monitorare con la massima attenzione, per evitare fameliche infiltrazioni ecomafiose negli appalti legati alla transizione ecologica e alla modernizzazione del paese.
I dati e le storie presentati in questa nuova edizione del nostro rapporto annuale raccontano di un quadro preoccupante sull’illegalità ambientale e sul ruolo che ricoprono le organizzazioni criminali, anche al Centro-Nord, nell’era pre-Covid. L’economia circolare, l’edilizia sostenibile, la tutela del patrimonio culturale e archeologico e della biodiversità, l’agroalimentare di qualità subiscono le minacce esercitate da un tessuto criminale pervasivo, che continua a mostrare tutta la sua virulenta voglia di fare affari, a danno dell’ambiente,
della salute delle persone e dei beni comuni, come raccontano anche i saggi curati da firme molto autorevoli pubblicati in questo rapporto Ecomafia.
La pressione dello Stato, fortunatamente, non si è arrestata. Anzi. I nuovi strumenti di repressione garantiti dalla legge 68 del 2015, che siamo riusciti a far approvare dal Parlamento nella scorsa legislatura dopo 21 anni di lavoro, stanno mostrando tutta la loro validità. Una forza che è testimoniata anche dai numeri che ci sono stati forniti dalle forze di polizia, dalle Capitanerie di porto, dal Ministero della giustizia e dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Fioccano ordinanze di custodia cautelare, sequestri, confische, patteggiamenti, condanne, e questo testimonia la bontà di quello che abbiamo ottenuto con questa riforma di civiltà.
Siamo certi che riusciremo raggiungere risultati simili anche grazie all’altra fondamentale modifica normativa ottenuta nel 2020, che vedrà protagonisti i prefetti nella demolizione degli ecomostri di cemento non abbattuti da amministrazioni locali ferme per connivenza o per ricatto elettorale.
Ora bisogna completare questo quadro. Serve potenziare il sistema dei controlli pubblici e approvare i delitti per contrastare le agromafie, per salvare la fauna e la flora protetta, per tutelare i beni culturali. Noi non faremo mancare il nostro contributo per arrivare entro la fine della legislatura all’approvazione di queste riforme fondamentali. Come abbiamo già fatto per avere i delitti ambientali nel Codice penale e per coinvolgere lo stato nelle demolizioni degli edifici abusivi che deturpano le coste e il territorio italiano.

   L’emergenza sanitaria ed economica ci spingerà ancora di più a garantire il massimo impegno per ottenere questi obiettivi, perseguiti da troppo tempo. Se vogliamo far ripartire il nostro paese diversamente da come si è fermato a causa dell’arrivo di questo terribile coronavirus, il parlamento non può più ignorare queste nostre richieste, condivise con la parte migliore delle imprese e dalla crisi ne usciremo sicuramente migliori di prima.

Stefano Ciafani
presidente nazionale Legambiente

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ROTTA BULGARA PER I RIFIUTI ILLEGALI

di Antonio Pergolizzi, 26/1/2021, da LAVOCE.INFO https://www.lavoce.info/

– Negli ultimi anni si sono intensificati i flussi di rifiuti italiani verso l’Est Europa, in particolare la Bulgaria. Spesso nascondono una gestione illecita, favorita da faccendieri che sfruttano debolezze italiane e controlli transfrontalieri blandi. –

Perché i rifiuti vanno a Est

Una perversa osmosi industriale di tipo criminale si è cementata tra l’Italia e alcuni paesi dell’area balcanica, BULGARIA su tutti. Una osmosi fatta da inefficienze complementari nella gestione dei rifiuti e mercati poco competitivi, centrali elettriche da mandare a regime e un brulicare di faccendieri e trafficanti.

   Sono almeno quattro le “affinità elettive” che portano i rifiuti sulla strada sbagliata, alla volta dell’Est Europa e in particolare della Bulgaria. Dal lato italiano, l’accoppiata tra cronico deficit impiantistico e una legislazione ambientale e penale sempre più stringente, accompagnata da una capacità investigativa davvero all’avanguardia, che sempre più spinge verso lidi meno pericolosi i trafficanti di rifiuti.

   Dal lato bulgaro, c’è la domanda di rifiuti da importare (compresa quella criminale), legata ai minori costi di gestione dei rifiuti (rispetto all’Italia) e alla contestuale presenza massiccia di impianti rivolti prevalentemente al mero smaltimento e al recupero energetico (non al riciclo), a cui va aggiunta la minore esperienza e in genere la ridotta capacità da parte delle forze di polizia bulgare nel contrasto ai trafficanti di rifiuti.

   Infine, abbiamo un quadro regolatorio sui movimenti transfrontalieri – che accumuna tutti i paesi, questa volta – fumoso e puramente formale, quindi privo di controlli e sanzioni efficaci: una montagna di carte che non spaventa nessun malintenzionato. Andiamo con ordine.

Il deficit impiantistico

Se in Italia aumentano le raccolte differenziate, sia degli urbani che degli speciali, gli impianti rimangono al palo, pochi e maldistribuiti, soprattutto al Centro-Sud. La continua peregrinazione di camion gonfi di immondizia alla ricerca del loro ineluttabile destino è una delle piaghe dell’intero ciclo. Soprattutto per gli scarti degli scarti, ossia i sovvalli delle operazioni di trattamento dei rifiuti e quelli non riciclabili tout-court.

   Quando non riescono a diventare Css (ovvero combustibile solido secondario che, ai sensi del Dm n. 22 del 14 febbraio 2013, se rispetta determinati e rigidi criteri è considerato end of waste – non rifiuto – quindi combustibile green, destinato a sostituire fonti fossili in centrali e cementifici) rischiano di essere attratti, fatalmente, dai circuiti informali.

   L’enorme buco impiantistico è il principale combustibile dell’emorragia criminale dei rifiuti. Spesso la valvola di sfogo ideale per rifiuti più problematici diventano i forni di inceneritori o centrali termoelettriche dove trasformare i costi (di smaltimento dei rifiuti) in immediato valore (energia prodotta), che hanno pure il pregio di far sparire ogni eventuale traccia ambigua con una bella fiammata.

   Intendiamoci: recuperare energia dai rifiuti non è certo un reato, anzi, se fatto seguendo i principi della gerarchia dei rifiuti (ai sensi dell’art. 179 del Testo unico ambientale) è una opzione pienamente circolare.  Però è reato falsificare i documenti e fare diversamente da quanto giustificato. Ed è quanto scoprono gli inquirenti appena mettono il naso in flussi di rifiuti che si muovono su rotte troppo lunghe. Non a caso finiscono nei circuiti criminali solo determinate tipologie di scarti provenienti prevalentemente dagli impianti di trattamento meccanico-biologico (Tmb), che a valle non trovano mercati di valorizzazione, gravitando pericolosamente, quindi, solo in una logica di mero smaltimento.

   A fare esplodere la situazione ha sicuramente contribuito la recente chiusura delle frontiere della Cina, da sempre il principale importatore di rifiuti e in particolare di plastiche del mondo. La necessità spinge verso soluzioni immediate, facili ed economiche. E spesso dritti tra le braccia dei trafficanti. Come mostrano le tante indagini dei carabinieri.

La differenza dei costi

L’altro fattore che spinge i rifiuti a varcare le frontiere è la differenza dei costi di smaltimento, che risultano molto inferiori al di là dell’Adriatico, sia in termini di mano d’opera che di esercizio degli impianti. Costi differenti che naturalmente risentono della diversa legislazione. Benché la cornice penale in materia ambientale sia simile (la direttiva europea 99/2008), diverse sono le declinazioni penali, peraltro gelosamente custodite da ciascun paese.

   Basti dire che, rispetto al nostro paese, in Bulgaria, per esempio, non esiste l’equivalente del “traffico organizzato di rifiuti” previsto dal nostro codice penale (art. 452 quaterdecies), né esistono i delitti di inquinamento e disastro ambientale (art. 452 bis e quater cp), che spesso sono contestati proprio insieme al traffico organizzato, per rafforzarne la forza repressiva.

Le regole europee e internazionali

A tutto ciò si aggiunge il fatto che i flussi verso l’export sono, per paradosso, meno soggetti ai controlli: rientrano infatti all’interno dei meccanismi puramente teorici e privi di sanzioni effettive della Convenzione di Basilea e del relativo regolamento 1013 dell’Ue. E, soprattutto per le categorie di rifiuti elencati nella Lista verde, sono soggetti solo alla mera comunicazione nel paese di destinazione (evitando il più laborioso meccanismo delle notifiche).

   Sta di fatto che quando destinati all’estero, i rifiuti finiscono per rientrare nel perimetro di una cornice legislativa e penale molto meno stringente rispetto a quando girano all’interno del nostro paese. Quando, in Italia, si apre una notizia di reato, il delitto di traffico organizzato di rifiuti consente indagini molto penetranti, supportate da intercettazioni telefoniche e ambientali, rogatorie internazionali e anche con l’uso di agenti sotto copertura.

   Diversamente, per i flussi diretti all’estero, in mancanza di notizie di reato, i controlli si fermano solo al livello cartolare, quindi meramente burocratico, facendo a meno di ispezioni e verifiche analitiche. Al massimo, i pochi controlli ispettivi si fanno a campione, senza nessuna analisi di rischio o attività di intelligence.

   Il libero commercio soffre sempre di controlli asfissianti alle frontiere. Quando, in passato, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli con una mirata attività di intelligence ha iniziato a innalzare la qualità dei controlli, portando a una crescita esponenziale di sequestri di carichi di rifiuti destinati illegalmente all’estero, sia da parte di segmenti del mondo politico sia, soprattutto, del mondo economico italiano si sono levate vibranti proteste, sfociate persino in Parlamento con interrogazioni e richieste di risarcimento dei danni a carico dei doganieri troppo solerti.

L’attività investigativa

Sotto questo aspetto, l’Italia per mille motivi (che qui non si ha il tempo di descrivere) ha sviluppato buone capacità investigative, che la rendono una eccellenza nel mondo, come raccontato anche nell’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente.

   Basti pensare alla impressionante sequela di inchieste chiuse nell’ultimo anno, mandando alla sbarra pericolose reti criminali, con propaggini mafiose, attive anche sul fronte degli incendi agli impianti di gestione dei rifiuti (operative persino su scala internazionale) grazie al lavoro della Direzione distrettuale antimafia di Milano insieme al gruppo di carabinieri per la Tutela ambientale coordinato dal comandante Massimiliano Corsano. Non a caso nessuna criminalità straniera ha mai messo piede nel nostro paese per questo genere di crimine. È una capacità che le nostre forze di polizia stanno condividendo con i colleghi bulgari in percorsi di training iniziati da tempo. E i risultati si dovrebbe vedere a breve.

   Sta di fatto, però, che negli ultimi anni i flussi di rifiuti verso l’Est Europa si sono intensificati, soprattutto in uscita, prevalentemente verso la Bulgaria, principale meta del Css (combustibile solido secondario) prodotto in Italia, ancora un tabù per il nostro paese, una manna dal cielo per le centrali bulgare. Insieme ai carichi legali si sono inseriti quelli illegali, come da copione. Dal lavoro inquirente emerge il ruolo fondamentale, strategico, dei broker (iscritti in Italia alla categoria 8 dell’Albo gestori ambientali), lesti nel mettere insieme domanda e offerta, e di “società trecartiere”, quelle che servono a fare il gioco-delle-tre-carte, per far figurare trattamenti (quindi costi) mai in realtà sostenuti, così da ingannare il fisco e riciclare un bel po’ di denaro sporco.

   La Bulgaria, seppure non troppo vicina, è dunque pronta ad alimentare le proprie centrali termoelettriche con i nostri rifiuti: invece di comprare combustibile, i proprietari degli impianti hanno addirittura la possibilità di farsi pagare per bruciare la nostra spazzatura.

   Se incenerire rifiuti non è un reato, lo è falsare i documenti. Ed è quello che troppe volte accade, laddove i carichi di rifiuti si muovono con documenti contraffatti e sono fatti passare come diretti (innocuamente) a recupero di materia (con società di riciclo che almeno formalmente offrono una giustificazione legale ai flussi). Per fortuna, anche in Bulgaria associazioni e gruppi di cittadini hanno cominciato a denunciare i traffici illeciti e a chiedere che si fermino.

   Per i trafficanti internazionali di rifiuti, dunque, il loro business non è nient’altro che la prosecuzione delle logiche di mercato con altri mezzi. Le ciniche leggi della domanda e dell’offerta attraggono inesorabilmente anche i rifiuti nei gorghi del malaffare. I trafficanti sono la risposta concreta ai fallimenti di mercato e alla facile demagogia, sguazzano nelle zone d’ombra e danno risposte economicamente efficienti, che il sistema legale non è in grado di offrire, sfruttando debolezze e tentennamenti del nostro paese. (Antonio Pergolizzi)

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RAPPORTO ECOMAFIA del DICEMBRE 2020: IN ITALIA 4 REATI AMBIENTALI OGNI ORA

da https://www.lanuovaecologia.it/, 11/12/2020

– Crescono le illegalità: 34.648 reati accertati, un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria in testa. La Lombardia colleziona il maggior numero di arresti. – 

   Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi. Nel 2019 aumentano i reati contro l’ambiente: sono ben 34.648 quelli accertati, alla media di 4 ogni ora, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018.

   In particolare preoccupa il boom degli illeciti nel ciclo del cemento, al primo posto della graduatoria per tipologia di attività ecocriminali, con ben 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano nel 2019 quelli contestati nel ciclo di rifiuti che ammontano a 9.527 (+10,9% rispetto al 2018).

   Da segnalare anche l’impennata dei reati contro la fauna, 8.088, (+10,9% rispetto al 2018) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

   La Campania è, come sempre, in testa alle classifiche, con 5.549 reati contro l’ambiente, seguita nel 2019 da Puglia, Sicilia e Calabria (prima regione del Sud come numero di arresti). E, come ogni anno, in queste quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si concentra quasi la metà di tutti gli illeciti penali accertati grazie alle indagini, esattamente il 44,4%.

   La Lombardia, da sola, con 88 ordinanze di custodia cautelare, colleziona più arresti per reati ambientali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86. Da capogiro il business potenziale complessivo dell’ecomafia, stimato in 19,9 mld di euro per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare.

   È questa la fotografia scattata dal Rapporto Ecomafia 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, realizzato da Legambiente, con il sostegno di COBAT E NOVAMONT, che ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra Ispra e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

   Il volume, edito da Edizione Ambiente, a cui hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo, è stato presentato attraverso la formula del talk on line in diretta streaming sulle pagine fb di Legambiente e La Nuova Ecologia.

   Il lavoro di ricerca, analisi e denuncia è stato dedicato quest’anno al consigliere comunale Mimmo Beneventano, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente contro l’assalto speculativo e criminale a quello che è oggi il Parco nazionale del Vesuvio; e a Natale De Grazia, il capitano di corvetta della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette navi “dei veleni” nel mar Tirreno e nel mar Ionio. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce, anche grazie alle nuove iniziative assunte dal ministero dell’Ambiente, per quanto riguarda la ricerca di navi affondate al largo delle coste italiane, e dalla Commissione parlamentare Ecomafia proprio sulla morte di De Grazia. A lui è dedicato anche il webinar dal titolo “Il Capitano Umano”.

   La presentazione del Rapporto Ecomafia 2020, moderata da Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente, ha visto la partecipazione di: Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente, Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Federico Cafiero De Raho, Procuratore nazionale antimafia, Alessandro Bratti, direttore generale ISPRA, Stefano Vignaroli, presidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite, Luca Briziarelli, vicepresidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite, Rossella Muroni, vicepresidente della Commissione Ambiente Camera dei deputati, Chiara Braga, Commissione Ambiente Camera dei deputati, Silvia Fregolent, Commissione Ambiente Camera dei deputati, Andrea Di Stefano, responsabile progetti speciali Novamont.

   La presentazione è stata anche l’occasione per l’associazione ambientalista di ribadire perché è fondamentale completare il quadro normativo di contrasto all’aggressione criminale ai tesori del nostro Paese, a partire dall’approvazione dei seguenti provvedimenti legislativi: il ddl Terra Mia, che introduce nuove e più adeguate sanzioni in materia di gestione illecita dei rifiuti; i regolamenti di attuazione della legge 132/2016 sul Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente; il disegno di legge contro le agromafie, licenziato dal governo nel febbraio di quest’anno e ancora fermo alla Camera; il disegno di legge contro chi saccheggia il patrimonio culturale, archeologico e artistico del nostro paese, approvato dalla Camera nell’ottobre del 2018 e ancora fermo al Senato, l’approvazione dei delitti contro la fauna per fermare bracconieri e trafficanti di animali, promessa che si rinnova da oltre venti anni ed ancora in attesa che Governo e Parlamento legiferino.

   “I dati e le storie presentati in questa nuova edizione del rapporto Ecomafia 2020 – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – raccontano un quadro preoccupante sulle illegalità ambientali e sul ruolo che ricoprono le organizzazioni criminali, anche al Centro-Nord, nell’era pre-Covid. Se da un lato aumentato i reati ambientali, dall’altra parte la pressione dello Stato, fortunatamente, non si è arrestata. Anzi. I nuovi strumenti di repressione garantiti dalla legge 68 del 2015, che siamo riusciti a far approvare dal Parlamento dopo 21 anni di lavoro, stanno mostrando tutta la loro validità sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione. Non bisogna però abbassare la guardia, perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza”. “Per questo – continua Ciafani – è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente. Noi non faremo mancare il nostro contributo per arrivare entro la fine della legislatura all’approvazione di queste riforme fondamentali”.

L’efficacia degli anticorpi – Oltre alle denunce dei cittadini, alle attività svolte da forze dell’ordine, Capitanerie di porto e magistratura, si conferma la validità di provvedimenti legislativi, spesso faticosamente approvati, come la legge sugli ecoreati (68/2015) e quella contro il caporalato, la 199/2016. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali (quelli archiviati sono stati 623), con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alla legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (+313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. Le aziende agricole sono quelle più coinvolte ma i controlli sui cantieri edili effettuati dal Comando carabinieri tutela del lavoro stanno rivelando un’illegalità sempre più diffusa, con 2.766 reati, 3.140 persone denunciate e 32 sequestri.

   Le piaghe da sanare – Anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9% rispetto al 2018) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%.

   A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte. Quasi 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti sono finiti sotto sequestro (la stima tiene conto soltanto dei numeri disponibili per 27 inchieste), pari a una colonna di 95.000 tir lunga 1.293 chilometri, poco più della distanza tra Palermo e Bologna.

   Oltre ai reati legati al ciclo del cemento, resta diffusa la piaga dell’abusivismo edilizio con 20 mila nuove costruzioni (ampliamenti compresi) che secondo le stime utilizzate dall’Istat nell’ambito del Bes (l’indicatore del Benessere equo e sostenibile), resta su livelli intollerabili per un paese civile: quella, provvisoria, del 2019 è del 17,7% sul totale delle nuove costruzioni e degli ampliamenti significativi.
“La causa di questa persistenza dell’abusivismo edilizio in Italia – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020;  la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati, censiti dall’Agenzia delle entrate, per avviare la verifica della loro regolarità edilizia e sottoporre quelli abusivi all’iter di demolizione”.
Una particolare attenzione dovrà essere dedicata agli investimenti in appalti e opere pubbliche, soprattutto nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo dall’Europa attraverso il Next generation Eu. “I dati che pubblichiamo in questo Rapporto – aggiunge Fontana – dimostrano come in tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti. Un fenomeno che s’intreccia con quello della corruzione”.

   A crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale, quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134, con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% delle inchieste ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardia, con 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21).
Nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2.000.
Preoccupanti anche i dati sugli incendi boschivi scoppiati nella Penisola: nel 2019 sono andati in fumo 52.916 ettari tra superfici boscate e non, con un incremento del 261,3% rispetto al 2018. I reati accertati sono stati 3.916, con una crescita del 92,5% sull’anno precedente. Il 50,3% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, dove è andato in fumo il 76% del territorio percorso dal fuoco a livello nazionale, con la Calabria (548 reati) in cima alla classifica.

   Tra le altre piaghe da sanare, anche quella dei reati contro gli animali. Parliamo di 8.088 reati, più di 22 al giorno, con 7.046 persone denunciate, 2.629 sequestri effettuati e 39 arresti. Legambiente stima che i fatturati illegali legati a queste attività ammontino a 3,2 mld di euro l’anno.

   Sul fronte agromafie, nel 2019 aumentano del 54,9% i reati penali e gli illeciti amministrativi in questo settore. Crescono gli arresti (193 quelli eseguiti lo scorso anno, +22,2%), i sequestri (+12,3%, a quota 11.975), le sanzioni, sia penali che amministrative (59.036, con un incremento del 24,6% rispetto al 2018).

   Un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni, come hanno rivelato recenti inchieste giornalistiche: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

   Per quanto riguarda le archeomafie, nel 2019 sono significativamente in crescita le denunce (1.730 contro le 1.526 del precedente Rapporto), le persone arrestate (73, più del doppio del 2018), i sequestri, 640, con un aumento del 238,6% rispetto a quelli del 2018 ma il dato più significativo è quello che riguarda le opere e i reperti recuperati grazie al lavoro delle forze dell’ordine: ben 905.472, con una crescita del 1.397,7% rispetto al 2018.

   Infine il Rapporto descrive le illegalità sulla gestione di Pneumatici fuori uso (PFU), buste di plastica e gas HFC (i Freon o Idrofluorocarburi –HFC- sono i gas refrigeranti ad oggi più diffusi sul mercato, hanno sostituito in passato i Clorofluorocarburi –CFC- e gli Idroclorofluorocarburi –HCFC- dannosi per l’ozono).

   Le stime, elaborate sulla base delle conoscenze acquisite grazie alle attività svolte dall’Osservatorio flussi illegali di pneumatici e pneumatici fuori uso, fanno oscillare i flussi di pneumatici messi illegalmente in commercio tra le 30.000 e le 40.000 tonnellate annue, con il mancato versamento del contributo ambientale per circa 12 milioni di euro e un’evasione dell’Iva di circa 80 milioni di euro. Uno scenario confermato dalle segnalazioni raccolte attraverso la piattaforma di whistleblowing “Cambio pulito”, attraverso 361 denunce con 301 società, italiane e straniere, segnalate per la vendita illegale di pneumatici, dall’online al dettaglio.

   Secondo l’Osservatorio di Assobioplastiche, nel nostro paese vengono commercializzate circa 23.000 tonnellate di buste usa e getta fuori legge, per un valore complessivo di 200 milioni di euro. In media, su 100 buste in circolazione 30 sarebbero completamente fuori norma. Non si tratta soltanto di quelle di plastica ma anche di buste “pseudo-compostabili”: nel corso degli ultimi 5 anni il tasso di non conformità verificato dai laboratori Arpa si è attestato intorno al 60%.

   Infine, il mercato parallelo e illegale di gas HFC ammonterebbe nel 2019 in Europa ad almeno 3.000 tonnellate. In termini di impatto ambientale, questo commercio illecito può essere valutato in circa 4,7 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, pari alle emissioni generate dall’utilizzo medio annuale di 3,5 milioni di automobili di ultima generazione. Secondo l’EFCTC si tratta, con ogni probabilità, soltanto della punta dell’iceberg.

   Con la presentazione del Rapporto Ecomafia 2020 si concludono i sette incontri tematici organizzati da Legambiente con istituzioni, imprese e associazioni per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il Governo italiano dovrà presentare in Europa entro aprile 2021. (da https://www.lanuovaecologia.it/, 11/12/2020)

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Rifiuti Italia – Tunisia: il punto dell’inchiesta

SI ALLARGA LO SCANDALO DEI RIFIUTI NOCIVI ITALIANI SPEDITI IN TUNISIA

di Giuseppe Acconcia, 4/1/2021, da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/

– L’inchiesta in corso nel paese è partita dal sequestro di 282 container carichi di rifiuti nocivi importati illegalmente dalla Campania. In manette sono finiti il ministro dell’ambiente e una serie di alti funzionari addetti ai controlli –

   L’inchiesta sulla “terra dei fuochi” tunisina ha già costretto in detenzione preventiva il ministro dell’ambiente, Mustafa Aroui, vari quadri del suo gabinetto e delle dogane tunisine per rifiuti giudicati come “pericolosi” importati dal nostro paese. Secondo una fonte anonima, citata dall’AFP, le accuse con le quali i funzionari sono stati arrestati sono legate al traffico di rifiuti nocivi.

   Tra i 23 arrestati figura anche il direttore dell’Agenzia nazionale per il riciclo dei rifiuti (Anged). Il ministero dell’ambiente ha fatto sapere che Aroui non aveva firmato alcun documento che autorizzasse l’importazione di rifiuti. Dal canto suo, il presidente della Commissione del buon governo del parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, ha accusato il primo ministro Hichem Mechichi di aver atteso troppo prima di autorizzare l’arresto di Aroui.

   Il sequestro di centinaia di container ha subito fatto pensare agli inquirenti tunisini di avere a che fare con un vasto traffico basato su un giro di corruzione che ha coinvolto alti funzionari locali per lo smaltimento di rifiuti provenienti dalla Campania.

   Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti, ai quali se ne sono aggiunti 70 lo scorso novembre, chiarendo la portata senza precedenti dello scandalo sullo smaltimento dei rifiuti in corso nel paese. L’ultimo sbarco avrebbe ricevuto l’autorizzazione da parte di Anged nonostante l’assenza di un’autorizzazione ufficiale. Le indagini avevano preso il via in seguito a un reportage della tv privata El Hiwar Ettounsi.

   I container contenevano rifiuti pericolosi, anche sanitari, centraline elettriche e scarti industriali, la cui importazione è proibita dalla legge tunisina e dalle convenzioni internazionali. Il traffico di rifiuti sarebbe avvenuto tramite un’azienda locale, la Soreplast, che ha ripreso le attività dopo un lungo periodo di sospensione, con la sola autorizzazione di riciclare rifiuti industriali in plastica, destinati all’esportazione.

Secondo AFP, Soreplast avrebbe firmato un contratto con un’azienda italiana – Sviluppo risorse ambientali Srl, con sede a Salerno, specializzata nel trattamento di rifiuti in Campania – con lo scopo di “recuperare ed eliminare” i rifiuti in Tunisia. All’arrivo dei container avrebbe pertanto chiesto alle autorità tunisine l’autorizzazione ad importare in via “temporanea” i rifiuti, per avviare le operazioni di riciclo.

   Secondo funzionari della dogana tunisina, il documento dimostrerebbe che Soreplast ha dichiarato il falso sulla natura della merce importata. Il contratto tra l’azienda campana e Soreplast prevederebbe l’eliminazione di 120 mila tonnellate di rifiuti per un valore totale di oltre 5 milioni di euro.

   La prima decisione di sequestrare e rispedire al mittente i container era arrivata lo scorso 8 luglio ma i rifiuti sono rimasti nel paese. Il traffico di rifiuti in Tunisia è in continuo aumento a causa della reticenza dei paesi asiatici, che per anni hanno accolto rifiuti pericolosi, a continuare ad autorizzarne l’importazione, insieme all’inasprirsi delle norme in materia di smaltimento di rifiuti pericolosi in Europa.

   «Questo scandalo dimostra che ci sono grandi lobby corrotte», ha spiegato Hamdi Chebaane, esperto in materia dell’organizzazione ambientalista Tunisia verde. Secondo lui, il ministero dell’ambiente tunisino ha subito crescenti pressioni negli ultimi anni per permettere l’importazione di rifiuti.

   Questo nonostante la Tunisia debba già affrontare un grave problema interno di smaltimento di rifiuti, fermi al 61% dell’immondizia raccolta nella capitale, secondo la Banca mondiale. In particolare le città di Sfax, Sousse e Gabes soffrono da anni di gravi abusi da parte di aziende locali che hanno inquinato falde acquifere, mare e aria, secondo le accuse lanciate dalle ong locali. A questo si aggiunge il costante sbarco di rifiuti nocivi da parte di paesi europei che aggrava l’inquinamento ambientale con effetti devastanti sull’ambiente e sulla vita della popolazione locale. (Giuseppe Acconcia)

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PEDEMONTANA VENETA, CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI LUNGO IL TERRAPIENO DELLA SUPERSTRADA – Video: Pedemontana Veneta, camion copre con la terra rifiuti sospetti: il video di un cittadino – Corriere TV – 10/1/2021 da IL FATTO QUOTIDIANO

Il filmato, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad Asolo, riprende un camion che sta seppellendo alcuni sacchi di rifiuti lungo un terrapieno della superstrada Pedemontana Veneta in corso di costruzione nelle province di Treviso e Vicenza. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro, Iva esclusa, per 94 chilometri che collegheranno la A4 (a Montecchio Maggiore) alla A27 a Spresiano, una decina di chilometri a nord di Treviso. Il commento del cittadino è caustico: “Qui stiamo facendo lavori di copertura immondizie in Pedemontana. Ma che bel lavoro sulla Pedemontana!”. Per una ventina di secondi si vede il camion scaricare la terra, mentre due operai osservano dal basso. Uno di loro è in cima a una scala appoggiata al muro in cemento alla distanza di pochi metri. Improbabile che non si sia accorto dei sacchi colorati che hanno come sfondo il terrapieno. Eppure il lavoro di copertura prosegue.

   Il video viene postato su Facebook dal signor Samuele alle 22.19 dell’8 gennaio. Sabato, poco dopo le 13, il video viene ripreso dal Covepa, uno dei comitati che si battono da anni contro la realizzazione dell’opera. Con una scritta provocatoria: “Vediamo che posizione prende la Struttura dell’ingegnere Elisabetta Pellegrini”, riferendosi alla responsabile del controllo sui lavori della Pedemontana per conto della Regione Veneto. Tra Comitati e Regione è in corso una guerra da anni a causa della Pedemontana. Nel frattempo il Covepa si è attivato: “Si ritiene che il video sia girato a sud di Asolo, tra il ponte di via Loreggia-Aurelia e l’imbocco della galleria artificiale di via Noale. Abbiamo inviato una segnalazione per via breve al Noe dei carabinieri di Treviso, perché accerti eventuali responsabilità penali per le violazioni a carico di ignoti del Codice dell’Ambiente e della Legge Ronchi”.

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