BASTA INQUINAMENTO ATMOSFERICO, causa di morti e (probabile) diffusione del Covid: un’AZIONE concreta per il NUOVO GOVERNO? – PIANURA PADANA prima per morti da smog in Europa (Studio degli Istituti di Ricerca di Utrecht, Barcellona e Svizzera) – Come anche nel rapporto MAL’ARIA 2021 di Legambiente

INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA POLVERI SOTTILI IN PIANURA PADANA – “(…) Lo STUDIO (elaborato dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero) conferma come L’AREA DELLA PIANURA PADANA è MAGGIORMENTE PENALIZZATA: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area ALTAMENTE URBANIZZATA, CARATTERIZZATA DA ELEVATE EMISSIONI DA TRAFFICO E INDUSTRIE E CONDIZIONI METEOROLOGICHE FREQUENTEMENTE STAGNANTI legate alla valle, che portano ad un AUMENTO DELLE CONCENTRAZIONI. (…)”. (Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”) (FOTO: smog in Pianura Padana, mappa ripresa da http://www.ecodallecittà.it/)

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“(…) Secondo il REPORT “MAL’ARIA DI CITTÀ 2021” DI LEGAMBIENTE, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più». L’associazione ambientalista traccia un DOPPIO BILANCIO SULLA QUALITÀ DELL’ARIA nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle CITTÀ FUORILEGGE per avere superato i LIMITI GIORNALIERI PREVISTI PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il VALORE MEDIO ANNUALE sempre per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle LINEE GUIDA dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), (…)” (29/1/2021, da https://www.greenreport.it/)

RAPPORTO “MAL’ARIA 2021” DI LEGAMBIENTE

   Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

   Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

   Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.

(MAL’ARIA 2021, report di LEGAMBIENTE: classifica città inquinate 2020; mappa ripresa da httpsradiogold.it/)

   Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2 ) e l’ozono troposferico (O3 ). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.

   La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina – superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

   Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

TORINO MAGLIA NERA PER MAL’ARIA 2021 DI LEGAMBIENTE – (…) Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il LIMITE PREVISTO PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10), ossia LA SOGLIA DEI 35 GIORNI NELL’ANNO SOLARE con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A TORINO SPETTA LA MAGLIA NERA con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da VENEZIA (via Tagliamento) con 88, PADOVA (Arcella) 84, ROVIGO (Largo Martiri) 83 e TREVISO (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano AVELLINO (scuola Alighieri) e CREMONA (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da MILANO (via Marche), FROSINONE (scalo) 77, MODENA (Giardini) e VICENZA (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».(…)” (29 Gennaio 2021, da https://www.greenreport.it/)

   Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata. Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

   Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari.

   Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate. Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020…….. (leggi per intero il rapporto “Mal’aria”, clicca sul questo link:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/Rapporto_Malaria_2021.pdf

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immagine da http://www.arpae.it/ (Emilia Romagna)

DESCRIZIONE PM 2,5 e 10 – PM (Particulate Matter) è il termine generico con il quale si definisce un MIX DI PARTICELLE SOLIDE E LIQUIDE (PARTICOLATO) CHE SI TROVANO IN SOSPENSIONE NELL’ARIA. Il PM può avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione del suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini ecc.) sia principalmente da attività antropiche, in particolar modo dai processi di combustione e dal traffico veicolare (particolato primario). (…) Gli studi epidemiologici hanno mostrato una CORRELAZIONE TRA LE CONCENTRAZIONI DI POLVERI IN ARIA E LA MANIFESTAZIONE DI MALATTIE CRONICHE ALLE VIE RESPIRATORIE, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. LE PARTICELLE DI DIMENSIONI INFERIORI COSTITUISCONO UN PERICOLO MAGGIORE PER LA SALUTE UMANA, in quanto POSSONO PENETRARE IN PROFONDITÀ NELL’APPARATO RESPIRATORIO; è per questo motivo che viene attuato il monitoraggio ambientale di PM10 e PM2.5 (…). La soglia di concentrazione in aria delle polveri fini PM2.5 è stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. (da https://www.arpa.veneto.it/)

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immagine da http://www.arpat.toscana.it/

NO2 COS’È – Il BIOSSIDO DI AZOTO è un GAS DI COLORE ROSSO BRUNO, di odore pungente e ALTAMENTE TOSSICO. Il biossido di azoto si forma in massima parte in atmosfera per ossidazione del monossido (NO), inquinante principale che si forma nei PROCESSI DI COMBUSTIONE. Le emissioni da fonti antropiche derivano sia da processi di combustione (CENTRALI TERMOELETTRICHE, RISCALDAMENTO, TRAFFICO), che da processi produttivi senza combustione (PRODUZIONE DI ACIDO NITRICO, FERTILIZZANTI AZOTATI, ecc.). È un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi che può causare bronchiti fino anche a edemi polmonari e decesso. CONTRIBUISCE ALLA FORMAZIONE DELLO SMOG FOTOCHIMICO, come precursore dell’ozono troposferico, e contribuisce, trasformandosi in acido nitrico, al fenomeno delle “PIOGGE ACIDE”. (da http://www.arpat.toscana.it/ )

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PIANURA PADANA INQUINATA – Secondo i DATI ELABORATI DAI RICERCATORI dell’Università di UTRECHT, del Global Health Institute di BARCELLONA e del Tropical and Public Health Institute SVIZZERO, per INQUINAMENTO ATMOSFERICO e SMOG (PM2,5 e PM10, cioè polveri sottili) BRESCIA e BERGAMO sono PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ (nelle prime dieci VICENZA è al quarto posto, SARONNO all’ottavo) – Per quanto riguarda le morti premature per NO2 (biossido di azoto, gas di colore rosso bruno, di odore pungente e altamente tossico), invece, ci sono TORINO (al terzo posto) e MILANO (al quinto)

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SMOG: BRESCIA E BERGAMO PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ DA POLVERI SOTTILI

di Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”

LO STUDIO – Secondo i dati elaborati dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero, tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto)

   Più di 52mila morti premature, che avvengono ogni anno in quasi mille città europee potrebbero essere evitate applicando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili Pm 2,5 e sul diossido di azoto (NO2)(ndr: vedi https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06). Centinaia di vite potrebbero essere salvate anche nelle città italiane, i cui dati sono stati elaborati in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero.

smog in città

   Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalità da particolato fine (PM2.5) più alto in Europa, ma tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health e finanziato dal ministero per l’innovazione spagnolo e dal Global Health Institute.

IL PROGETTO – Proprio l’istituto spagnolo ha portato avanti una ricerca, stimando per la prima volta gli impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei cittadini delle singole città europee, concentrandosi sui dati che riguardano la mortalità. È stato utilizzato un algoritmo che ha tenuto conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico per le singole città e, alla fine, il team di ricerca ha stilato due classifiche sulla base dei risultati: una per il Pm 2,5 e una per il NO2.

   Le città al primo posto sono quelle con i peggiori dati sulla mortalità legati all’inquinamento atmosferico. In entrambe le classifiche a registrare la mortalità più bassa sono quelle dei Paesi scandinavi. I dati per ogni città sono consultabili sul sito www.isglobalranking.org e dimostrano che il carico di mortalità prevenibile varia notevolmente a seconda della città, raggiungendo fino al 15% per Pm 2,5 e al 7% per NO2 di mortalità prematura annuale.

LE CITTÀ ITALIANE PIÙ ESPOSTE – Lo studio conferma come l’area della Pianura Padana sia maggiormente penalizzata: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area altamente urbanizzata, caratterizzata da elevate emissioni da traffico e industrie e condizioni meteorologiche frequentemente stagnanti legate alla valle, che portano ad un aumento delle concentrazioni”.

   Per quanto riguarda i livelli di Pm2,5 Brescia è prima tra le quasi mille città prese in esame. Qui, secondo lo studio, si contano 232 decessi prevenibili all’anno (l’11% delle morti attuali) se si scendesse sotto la soglia indicata dall’Oms e 309 se i livelli di polveri sottili si abbassassero ulteriormente (in questo caso i decessi potrebbero diminuire del 15%).

   Sempre nell’area della Pianura Padana, BergamoVicenza sono rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica delle città con i peggiori dati sulla mortalità da Pm2,5. A Bergamo, scendendo appena sotto la soglia indicata dall’Oms, potrebbero essere evitati 137 decessi all’anno, a Vicenza 124. Saronno è ottava nella classifica: potrebbe evitare tra i 46 e i 61 morti.

   Per quanto riguarda, invece, il biossido di azoto i dati peggiori sono quelli di MadridAnversa e Torino, seguita da Parigi e Milano. Tanto per avere un’idea, se nella capitale della Spagna le morti prevenibili arrivando ai livelli indicati dall’Oms sono 206 (ma si arriva a 2.380 facendo anche meglio) a Torino si va dalle 34 morti prevenibili a 673. Secondo lo studio Milano potrebbe evitare dai 185 decessi prematuri a 2.575, con uno sforzo ulteriore che consentisse di scendere anche al di sotto delle soglie indicate dall’Oms.

Mappa delle aree più inquinate d’Europa (ripresa da http://www.ilperiodiconews.it/)

LE IMPLICAZIONI – Per lo studio sono stati analizzati i dati di 969 città e 47 metropoli. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che riducendo i livelli di inquinamento dell’aria sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità si potrebbero evitare 51.213 morti l’anno per esposizione a Pm2,5 (mentre oggi l’84% della popolazione nelle città europee è esposta a livelli superiori al massimo raccomandato) e 900 per NO2.

   Non solo: con politiche più ambiziose si potrebbero prevenire fino a 125mila decessi all’anno intervenendo sui livelli di Pm 2,5 e fino a 80mila morti all’anno, riducendo ulteriormente i livelli di NO2. Obiettivo dei ricercatori è proprio quello di fornire alle amministrazioni locali stime complete degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, consentendo azioni più mirate, anche se sottolineano come siano necessari ulteriori approfondimenti per stimare gli effetti, nelle varie città, di distinti fattori: non solo inquinamento atmosferico, ma anche rumore, carenza di spazi verdi, stili di vita. (Luisiana Gaita)

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QUALITÀ DELL’ARIA: LE NUOVE LINEE GUIDA OMS ABBASSANO I LIVELLI DI INQUINANTI CONSENTITI

da https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06

(traduzione, adattamento e sintesi a cura della redazione di EpiCentro)

   L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è impegnata nel sollecitare i Governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città, al fine di proteggere la salute delle persone. La richiesta arriva con la presentazione delle nuove Linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria, che propongono standard drammaticamente più bassi sui livelli degli inquinanti. L’Oms ritiene che, diminuendo il livello di un particolare tipo di inquinante (conosciuto come PM10), si potrebbe ridurre la mortalità nelle città inquinate del 15% all’anno. Le Linee guida inoltre abbassano notevolmente i limiti raccomandati per l’ozono e il biossido di zolfo.

   Le Linee guida per la qualità dell’aria, per la prima volta si rivolgono a tutte i Paesi del mondo e forniscono obiettivi uniformi per la qualità dell’aria. Questi obiettivi sono molto più severi degli standard nazionali in vigore in molte parti del mondo, e in alcune città significherebbero una riduzione di più di tre volte dell’attuale livello di inquinamento.

   Si è valutato che l’inquinamento dell’aria causa circa 2 milioni di morti premature a livello mondiale ogni anno. Più della metà di queste morti avvengono nei Paesi in via di sviluppo. In molte città, i livelli medi annuali di PM10 (che deriva principalmente dalla combustione di materiali fossili e altri tipi di carburanti) eccedono di 70 microgrammi per metro cubo.

   Riducendo il particolato da 70 a 20 microgrammi per metro cubo, come stabilito nelle nuove Linee guida, si potrebbe appunto arrivare a una riduzione della mortalità del 15%. Riducendo i livelli di inquinamento, si registrerebbe una diminuzione dell’incidenza delle malattie dovute a infezioni respiratorie, delle malattie cardiache e dei tumori al polmone. Inoltre, azioni volte alla diminuzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbero a un calo nelle emissioni di gas che influiscono sui cambiamenti climatici, fornendo così altri benefici sulla salute.

   Considerando l’evidente e crescente impatto che l’inquinamento atmosferico ha sulla salute, l’Oms ha rivisto le già esistenti Linee guida per la qualità dell’aria per l’Europa (AQGs) e le ha ampliate per produrre le prime indicazioni applicabili a livello mondiale. Queste, alla cui stesura hanno partecipato più di 80 scienziati, sono basate sulla più recente letteratura scientifica disponibile e definiscono obiettivi per la proteggere la salute della maggioranza delle persone dagli effetti dell’inquinamento. L’Oms spera che le nuove direttive sulla qualità dell’aria divengano parte delle leggi nazionali.

   Molti Paesi non hanno ancora una regolamentazione sull’inquinamento atmosferico, e ciò rende quasi impossibile controllare questo importante fattore di rischio per la salute. Gli standard nazionali esistenti variano significativamente e non assicurano una garanzia sufficiente. Mentre l’Oms comprende la necessità dei singoli Governi di stabilire standard nazionali in base alle proprie particolari circostanze, queste Linee guida forniscono indicazioni sui livelli di inquinamento a cui il rischio per la salute è minimo e danno ai diversi Paesi le basi per poter definire le proprie politiche basandosi su solide evidenze scientifiche.

   L’inquinamento atmosferico, sotto forma di particolato di biossido di zolfo, ozono e biossido di azoto, ha un forte impatto sulla salute. Per esempio, nell’Unione europea, il solo particolato più fine (PM 2,5) causa una perdita di aspettativa di vita di circa 8,6 mesi. Anche se il particolato è considerato il principale fattore di rischio dell’inquinamento atmosferico per la salute umana, le nuove Linee guida raccomandano un limite giornaliero più basso per l’ozono, passando da 120 a 100 microgrammi per metro cubo. Il raggiungimento di questi livelli sarà una sfida per molti Paesi, soprattutto per quelli in via di sviluppo, e in particolare quelli con molti giorni di sole, momento in cui le concentrazioni di ozono raggiungono i valori massimi, causando problemi respiratori e attacchi di asma.

   Per il biossido di zolfo, le Linee guida abbassano il livello da 125 a 20 microgrammi per metro cubo: l’esperienza ha dimostrato che anche semplici azioni ne possono far diminuire rapidamente i livelli, con conseguenze immediate sul tasso di mortalità e di morbilità infantile. I livelli del biossido di azoto, invece, rimangono invariati. Tuttavia rispettare questi limiti è importante soprattutto in quelle zone in cui il traffico è intenso.

– Le Linee guida propongono obiettivi progressivi e rappresentano una pietra miliare nel raggiungimento di una migliore qualità dell’aria.

– Leggi il comunicato originale e scarica l’executive summary delle linee guida 2006 dell’Oms per la qualità dell’aria.

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MAL’ARIA 2021 (rapporto di Legambiente): 35 I CAPOLUOGHI DI PROVINCIA FUORILEGGE PER POLVERI SOTTILI

[29 Gennaio 2021] DA https://www.greenreport.it/

– Torino maglia nera, seguita da Venezia e Padova. Focus su Milano e Roma. In 60 le città italiane Pm10 superiore a quanto indicato dall’OMS –

   Secondo il report “Mal’aria di città 2021” di Legambiente, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più».

   L’associazione ambientalista traccia un doppio bilancio sulla qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle città fuorilegge per avere superato i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il valore medio annuale per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle Linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo (µg/mc) la media annuale per il Pm10 da non superare contro quella di 40 µg/mc della legislazione europea.

   Legambiente evidenzia che «Il quadro complessivo che emerge è preoccupante: nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il limite previsto per le polveri sottili (Pm10), ossia la soglia dei 35 giorni nell’anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo.

   A Torino spetta la maglia nera con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da Venezia (via Tagliamento) con 88, Padova (Arcella) 84, Rovigo (Largo Martiri) 83 e Treviso (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano Avellino (scuola Alighieri) e Cremona (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da Milano (via Marche), Frosinone (scalo) 77, Modena (Giardini) e Vicenza (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».

   Mal’aria 2021 contiene anche il focus “ROMA E MILANO CLEAN CITIES” che fa il punto sulle concentrazioni medio annue di biossido di azoto nelle due città: «Nonostante i mesi di lockdown e la diffusione dello smart working, a Roma e Milano è stato superato quello che sarà il nuovo valore medio annuale suggerito dall’OMS per il biossido di azoto (NO2), ossia 20 microgrammi per metro cubo (μg/mc). In particolare a Roma lo scorso anno il valore medio annuo di NO2 è stato di 34 μg/m3, mentre a Milano di 39 μg/m3».

   Inoltre, Legambiente ricorda che «Le auto sono la fonte principale di inquinamento in città e che le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità», come è emerso anche da un recente studio (Health costs of air pollution in European cities and the linkage with transport) presentato lo scorso settembre da un consorzio italiano che comprende consulenti (Arianet, modellistica), medici ed epidemiologi (ISDE Italia, Medici per l’Ambiente) e Legambiente, nonché la piattaforma MobileReporter, e che si inquadra nella più ampia iniziativa transfrontaliera sull’inquinamento del traffico urbano Clean Air For Health.

   Lo studio stima per la prima volta in assoluto la quota di inquinamento a Milano imputabile alle emissioni delle auto diesel che superano, nell’uso reale, i limiti fissati nelle prove di laboratorio alla commercializzazione. In particolare nel capoluogo lombardo sono proprio i veicoli diesel “Euro4” ed “Euro5” a provocare la maggior parte dell’inquinamento da NO2: circa il 30% nel corso del 2018. Per questo Legambiente chiede «subito, come era stato previsto nell’accordo tra governo e regioni della pianura Padana, il blocco della circolazione dei diesel “Euro4” e delle auto a benzina “Euro1” e al 2025 l’estensione del blocco totale annuale anche all’ “Euro5” diesel e così via».

   E’ preoccupante anche il confronto con i parametri dettati dall’OMS, più stringenti rispetto a quelli dell’Ue, e che hanno come target esclusivamente la salute delle persone: «Nel 2020 sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore ai 20 microgrammi/metrocubo (µg/mc) di polveri sottili rispetto a quanto indicato dall’OMS.

   A guidare la classifica è sempre Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale di tutte le centraline urbane del capoluogo, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc). Oltre alle città del nord però, a superare il limite suggerito dall’OMS sono anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune».

   Per Legambiente i dati di Mal’aria ci ricordano che il 2020, oltre ad essere stato segnato dalla pandemia ancora in corso, è stato anche contrassegnato dall’emergenza smog e dalla mancanza di misure specifiche per uscire dalla morsa dell’inquinamento. Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari insieme al ricorso sistematico della deroga (come nel caso del blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo)».

   E lo dimostrano anche le due procedure di infrazione europee contro l’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti della Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, alle quali nel novembre 2020 si è aggiunta la nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea per le eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) che definisce “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile le criticità.

   Presentando “Mal’aria di città 2021”, il direttore generale di Legambiente, GIORGIO ZAMPETTI, ha evidenziato che «L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori come il traffico, il riscaldamento domestico, l’agricoltura e l’industria in primis. Proprio per tale complessità è una questione che non può essere affrontata in maniera estemporanea ed emergenziale, come fatto fino ad oggi dal nostro Paese che purtroppo è indietro sulle azioni da mettere in campo per ridurre l’inquinamento atmosferico, ma va presa di petto con una chiara visione di obiettivi da raggiungere, tempistiche ben definite e interventi necessari, in primis sul fronte della mobilità sostenibile. La pandemia in corso non ci deve far abbassare la guardia sul tema dell’inquinamento atmosferico. Anzi, è uno stimolo in più, a partire dalla discussione in corso sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, perché non vengano sprecate le risorse economiche in arrivo dall’Europa. In particolare chiediamo che vengano destinate cifre adeguate per la mobilità urbana sostenibile, sicura e con una vision zero anche per riqualificare le strade urbane e le città. E’ urgente procedere con misure preventive e azioni efficaci, strutturate e durature città pulite e più vivibili dopo la pandemia. Una sfida europea, quella delle Clean Cities, a cui stiamo lavorando in rete con tante altre associazioni»

   Per Legambiente è urgente intervenire in maniera rapida con misure efficaci affrontando il problema in modo strutturale e con una pianificazione adeguata e incrociando due temi cruciali: «Quello della mobilità sostenibile e dell’uso dello spazio pubblico e della strada prevedendo interventi ad hoc che, se integrati insieme ad altre misure riguardanti il settore del riscaldamento e dell’agricoltura, potranno portare benefici immediati e duraturi.

   Occorre prevedere, ad esempio, il potenziamento del trasporto pubblico locale e della mobilità condivisa, elettrica ed efficiente per garantire il diritto di muoversi senza inquinare, lo stop progressivo alla circolazione delle auto nei centri delle città, senza deroghe né scappatoie, lo stop agli incentivi per la sostituzione dei mezzi più vecchi e inquinanti a favore di mezzi più nuovi ma ugualmente inquinanti.

   Perché stiamo parlando di incentivi che rischiano di far spendere molti soldi ai cittadini inutilmente, per comprare auto già obsolete o presto fuori legge. Occorre inoltre ripensare lo spazio pubblico con corsie preferenziali per tpl, centri urbani secondo la vision zero, con l’estensione delle aree pedonali nei centri urbani e nei quartieri, percorsi ciclopepdonali e zone 30.

   Sul fronte del riscaldamento domestico, servono abitazioni ad emissioni zero grazie alla capillare diffusione del “Bonus 110%” che favorisca il progressivo abbandono delle caldaie a gasolio e carbone da subito, e a metano nei prossimi anni.

   Infine serve anche un cambiamento della filiera agro-zootecnica rafforzando ed estendendo temporalmente le misure invernali di limitazione o divieto di spandimento di liquami e digestati; istituendo l’obbligo di copertura delle relative vasche di stoccaggio; sostenendo, attraverso misure PSR, investimenti aziendali volti ad attuare operazioni di trattamento, sia delle emissioni di stalla sia dei liquami e letami, con processi che prevedano la produzione di biometano, la separazione solido-liquido, le macchine agricole per migliorare la modalità di applicazione al suolo di liquami e digestati».

   I dati dell’European environment agency (Eea) rivelano che l’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3) causa oltre 50mila le morti premature dovute.

   Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, fa notare che «Da un punto di vista economico, parliamo di diverse decine di miliardi all’anno (stimate tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno) tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse. Infatti, le morti premature sono solo la punta dell’iceberg del problema sanitario connesso con l’inquinamento atmosferico. Nei prossimi mesi, l’OMS pubblicherà le nuove linee guida che suggeriranno valori ancora più stringenti di quelli attuali, a seguito degli approfondimenti scientifici internazionali avvenuti negli ultimi anni. Inoltre la Commissione europea, che sta ragionando sulla revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, è intenzionata a far convergere i limiti normativi con quelli dell’OMS. Su questo aspetto da anni chiediamo questo tipo di convergenza dei limiti di legge con le raccomandazioni dell’OMS che, è bene ricordarlo, si riferiscono alla sola tutela della salute delle persone».

   In occasione del dossier Mal’aria 2021, Legambiente lancia oggi anche una petizione on line nella quale  sintetizza le sue richieste per città più vivibili e pulite invitando i cittadini a firmarla. Alla raccolta firme, si affianca anche una mobilitazione social attraverso la quale l’associazione chiede oggi a tutte le persone di scattarsi un selfie in primo piano con una mascherina bianca, sulla quale scrivere il claim #noallosmog, davanti alla finestra aperta o in un luogo simbolo della vostra città (statua, piazza, ecc). E di pubblicare la foto sui propri profili e pagine social taggando @Legambiente e usando gli hashtags #malaria e #noallosmog.

[29 Gennaio 2021] DA https://www.greenreport.it/

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SMOG, NONOSTANTE IL LOCKDOWN 60 CITTÀ ITALIANE HANNO SFORATO I LIMITI DELL’OMS PER LE POLVERI SOTTILI: LA CLASSIFICA DI QUELLE PIÙ INQUINATE

di Luisiana Gaita, 29 GENNAIO 2021, IL FATTO QUOTIDIANO

– Il report annuale Mal’aria di città 2021 di Legambiente: il 62% dei capoluoghi di provincia nel 2020 hanno avuto almeno 35 giorni con una media superiore ai 50 microgrammi/metro cubo di Pm10. A Roma e Milano la diffusione dello smart working non ha nemmeno abbassato i livelli di biossido di azoto (NO2). L’analisi suggerisce il blocco dei diesel Euro4 anche per contrastare il particolato fine: “Mancanza di ambizione e accordi aggirati per non prendere decisioni impopolari” –

   Se nel 2020 i capoluoghi di provincia fuorilegge per avere superato i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili (Pm10) sono 35, va molto peggio guardando alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Sono 60, infatti, le città italiane che non rispettano i parametri più stringenti dell’Oms, ossia una media massima annuale di 20 microgrammi per metro cubo (µg/mc) per il Pm10, contro quella di 40 µg/mc della legislazione europea. In entrambe le classifiche Torino indossa la maglia nera. Nel report annuale Mal’aria di città 2021 di Legambiente si traccia un doppio bilancio e il quadro complessivo che emerge è preoccupante.

LA CLASSIFICA IN BASE ALLE LEGGE – Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il limite previsto per le polveri sottili (Pm10), ossia la soglia dei 35 giorni nell’anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A Torino sono stati contati 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da Venezia (via Tagliamento) con 88, Padova (Arcella) 84, Rovigo (Largo Martiri) 83 e Treviso (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trova Milano (Marche) 79, seguita da Avellino (scuola Alighieri) e Cremona (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, Frosinone (scalo) 77, Modena (Giardini) e Vicenza (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città.

LE CITTÀ FUORI I PARAMETRI DELL’OMS – Poco rassicurante anche il confronto con i parametri dettati dall’Oms, superati dal 62% del campione analizzato (60 città). A guidare la classifica è sempre Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale di tutte le centraline urbane del capoluogo, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).  Oltre alle città del nord però, a superare il limite suggerito dall’Oms sono anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc) e Catania (23 µg/mc), solo per citarne alcune.

ROMA E MILANO – Il report Mal’aria 2021 raccoglie anche il focus ‘Roma e Milano Clean Cities’, in cui si fa il punto sulle concentrazioni medio annue di biossido di azoto nelle due città capoluogo di provincia. Nonostante i mesi di lockdown e la diffusione dello smart working, a Roma e Milano è stato superato quello che sarà il nuovo valore medio annuale suggerito dall’Oms per il biossido di azoto (NO2), ossia 20 microgrammi per metro cubo (μg/mc). In particolare, nella Capitale lo scorso anno il valore medio annuo di NO2 è stato di 34 μg/m3, mentre a Milano di 39 μg/m3.

L’ANALISI – Per Legambiente questi dati sono il frutto di “mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali” e di “Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari insieme al ricorso sistematico della deroga”. Il riferimento è, in primis, al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

   Poi ci sono le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti della Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5), quelle però riferite agli anni tra il 2006 e il 2017.

   Legambiente ricorda, inoltre, che le auto sono la fonte principale di inquinamento in città e che le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità, come è emerso anche da uno studio presentato lo scorso settembre da un consorzio italiano che comprende consulenti (Arianet, modellistica), medici ed epidemiologi (ISDE Italia, Medici per l’Ambiente) e Legambiente, nonché la piattaforma MobileReporter.

   Lo studio stima per la prima volta in assoluto la quota di inquinamento a Milano imputabile alle emissioni delle auto diesel: “Nel capoluogo lombardo sono proprio i veicoli diesel Euro4 ed Euro5 a provocare la maggior parte dell’inquinamento da NO2, circa il 30% nel corso del 2018”. Per questo Legambiente chiede subito il blocco della circolazione dei diesel Euro4 e dell’auto a benzina Euro1 e, al 2025, l’estensione del blocco totale annuale anche all’Euro5 diesel e così via.

   “L’inquinamento atmosferico – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – è un problema complesso che dipende da molteplici fattori come il traffico, il riscaldamento domestico, l’agricoltura e l’industria in primis. Proprio per tale complessità è una questione che non può essere affrontata in maniera estemporanea ed emergenziale, come fatto fino ad oggi dal nostro Paese”. Per Legambiente occorre intervenire incrociando il tema della mobilità sostenibile a quello dell’uso dello spazio pubblico e della strada.

VITTIME E DANNI ECONOMICI – Ogni anno nella Penisola, stando ai dati dell’EEA, sono oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3). Da un punto di vista economico, parliamo di diverse decine di miliardi all’anno (stimate tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno) tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse.

   Infatti, le morti premature sono solo la punta dell’iceberg del problema sanitario connesso con l’inquinamento atmosferico. “Nei prossimi mesi – spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – l’Oms pubblicherà le nuove linee guida che suggeriranno valori ancora più stringenti di quelli attuali, a seguito degli approfondimenti scientifici internazionali avvenuti negli ultimi anni. Inoltre la Commissione europea, che sta ragionando sulla revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, è intenzionata a far convergere i limiti normativi con quelli dell’Oms”. (Luisiana Gaita)

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INQUINAMENTO ATMOSFERICO E MORTALITÀ DA COVID-19

da https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/

del Dott. Alberto Donzelli
Comitato scientifico della Fondazione Allineare Sanità e Salute

07 GEN 2021 – Gentile Direttore,
ho letto l’articolo “Covid. Particolato atmosferico non favorisce la diffusione in aria del virus. Cnr e Arpa Lombardia smentiscono ipotesi di correlazione”, relativo a uno studio pubblicato su Environmental Research.
Condivido le conclusioni dell’articolo e la sintesi che ne fa QS, ma non vorrei che qualche lettore frettoloso intendesse che è smentito un contributo dell’inquinamento atmosferico alla gravità e letalità da Covid-19. In realtà l’articolo si limita a concludere che “il particolato atmosferico” all’aperto “non sembra agire come veicolo del coronavirus”, e che la “probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare trascurabile”.
Vorrei aggiungere che le condizioni di assembramento che renderebbero plausibile una trasmissione all’aperto sono quelle di raduni piuttosto “statici”, in cui si resti a stretto contatto per un tempo consistente con gli stessi soggetti, tra cui ci può essere chi è potenzialmente contagioso. Si nota che l’articolo fa riferimento, ad es. per Milano, a una prevalenza dell’1% circa di infetti, per altro non tutti contagiosi.

Ma le probabilità di trovarsi per strada accanto a un soggetto contagioso sono ovviamente inferiori all’1%, anche perché una parte di questi presenta sintomi, e non sarebbe dunque in circolazione, ma cercherebbe di isolarsi. Ciò rende dunque irrilevante il rischio da prossimità “breve o accidentale” all’aperto con persone non conviventi.
Un Position Paper della Società italiana medicina ambientale (SIMA) aveva associato la velocità d’incremento dei contagi in alcune zone del Nord Italia con l’inquinamento da particolato atmosferico, di cui aveva ipotizzato un’azione di trasporto (carrier) a distanza, anche al di là degli effetti negativi sulla salute dell’esposizione cronica, elevata da decenni nella Pianura Padana.
Il documento ha fatto discutere, e l’ipotesi del carrier, con poca plausibilità biologica alla luce delle attuali conoscenze, poteva creare inutile panico nella popolazione, benché in ambienti chiusi, e soprattutto in strutture sanitarie, il virus eliminato con l’aerosol respiratorio potrebbe essere ancora infettivo, con un ruolo nella trasmissione dell’infezione che il particolato atmosferico potrebbe potenziare.
Nel dibattito si è inserito anche uno studio su un territorio in cui vive quasi tutta la popolazione USA, che ha riscontrato un aumento nella mortalità da COVID-19 per ogni mcg/m3 di incremento nell’esposizione a lungo termine di PM2,5. La clamorosa novità è stata che l’incremento riscontrato pare molto maggiore rispetto alla mortalità da ogni causa sinora associata al PM2,5, con stima finale di un significativo +11% di mortalità per ogni aumento di 1 mcg/m3 di PM2,5.
Se confermato, questo effetto potrebbe spiegare la differente gravità delle epidemie regionali in Italia, di certo condizionate da un “fattore geografico”, dopo che argomentazioni convincenti hanno fatto escludere altre ipotesi (maggior infettività o aggressività del virus al Nord, differenti misure di contenimento…) per spiegare la diversa gravità delle epidemie. In effetti la Pianura Padana ha fatto registrare le più alte concentrazioni medie annue di PM2,5 in Europa: da 25 a >30 mcg/m3, ben superiori ai limiti EU di 25 mcg e a quelli OMS di 10 mcg/m3, e molto superiori sia a valori medi italiani (~18 mcg/m3, e ancor più a quelli del resto d’Italia dopo aver escluso la Pianura Padana), sia a quelli medi USA, di soli 9,8 mcg/m3 nel 2016.
L’Istituto Superiore di Sanità ha a suo tempo annunciato uno specifico studio epidemiologico nazionale per verificare questa ipotesi.
In effetti, i dati di mortalità da Covid-19 Istat-ISS febbraio-novembre nella “Prima ondata” pandemica avevano mostrato un fortissimo eccesso di mortalità al Nord, nelle regioni della Pianura Padana. La “Seconda ondata” ha mostrato nel mese di ottobre un eccesso di decessi totali del 13% abbastanza uniforme nel territorio nazionale, ma in novembre, mese più caratterizzato da condizioni geotermiche invernali, si è di nuovo manifestato l’eccesso di mortalità del Nord (+61,4%), rispetto al Centro (+39,3) e al Sud Italia (+34,7%).
Dunque, pur in presenza di rischi multifattoriali e solo in parte identificati, sembra molto probabile uno specifico fattore legato alla Pianura Padana nei mesi tardo-autunnali e invernali. Il riferimento all’inquinamento atmosferico, in particolare da PM2,5, sembra ad oggi un forte fattore esplicativo.
La ricerca statunitense prima citata stima per l’Europa un contributo del 19% (da 8% a 41%) del PM2,5 alla mortalità da Covid-19. Dati i valori riportati in Pianura Padana (v. allegata immagine dal Rapporto 2019 dell’European Environment Agency Air Quality in Europe), per le regioni che vi gravitano il contributo del PM2,5 potrebbe essere molto maggiore.
Che cosa fare dunque? Istituzioni e decisori politici potrebbero adottare misure molto più energiche di contrasto alle emissioni atmosferiche, ma anche i cittadini, oltre a richiederle, potrebbero dare importanti contributi.
Ad esempio favorendo la conversione di impianti di riscaldamento inquinanti, facendo maggior ricorso a forme di mobilità ecosostenibili, a modelli alimentari (e agrozootecnici) a basso impatto ambientale, che sono anche più favorevoli alla salute, alla longevità e alla protezione dalle stesse malattie infettive. Si ricorda che il contributo della filiera alimentare alla produzione di gas serra, al consumo di acqua e di suolo è stimato maggiore rispetto a quello dei trasporti a livello mondiale (si pensi ad es. ai consumi eccessivi di carni e all’impatto sproporzionato degli allevamenti intensivi): scelte coerenti dei consumatori potrebbero mitigarlo.
Per finire, si ricordano anche semplici misure di protezione individuale: anziani con problemi cardiorespiratori (o adulti/bimbi con asma) possono monitorare i bollettini con i valori di particolato atmosferico, evitando nei giorni di picco di camminare/fare attività fisica lungo strade trafficate. Per chi si muove in bicicletta nel traffico (comunque meglio che viaggiare in abitacoli d’auto chiusi, dove gli inquinanti non si disperdono e si concentrano), evitare ore di punta o riparare naso e bocca con una mascherina, preferendo quelle lavabili a quelle usa e getta che alimentano l’inquinamento.
Evitare strade trafficate con bimbi nei passeggini, all’altezza degli scarichi veicolari. Ventilare le abitazioni in ore senza il traffico diurno di tante città.
Dott. Alberto Donzelli
Comitato scientifico della Fondazione Allineare Sanità e Salute

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