Le PRIMAVERE ARABE di 10 anni fa (2011), fallite come speranza di vita migliore, hanno però CAMBIATO I GIOVANI (di Tunisia, Egitto, Yemen, Libia, Siria, Marocco, Bahrein…) che hanno acquisito il senso della libertà (spesso negata come o più di prima) – Primavere (rivoluzioni) arabe: un processo storico ancora in divenire

PRIMAVERE ARABE, DIECI ANNI DOPO – “(…) La fuga di BEN ALÌ (in TUNISIA) il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro della Tunisia, a SIDI BOUZID, dove un mese prima un GIOVANE VENDITORE AMBULANTE, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. NEL GIRO DI POCHE SETTIMANE, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti. A DIECI ANNI DALLE RIVOLTE ARABE DEL 2011, gli ELEMENTI CHE PORTANO A TRARRE UN BILANCIO NEGATIVO SONO MOLTI. La SIRIA è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’EGITTO è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la TUNISIA si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui NULLA POTRÀ PIÙ ESSERE COME PRIMA. (…) (Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/) – (nella foto qui sopra: un momento della Primavera Araba in Tunisia 10 anni fa, da http://www.globalist.it/)

   La fuga del dittatore Ben Alì, in Tunisia, dieci anni fa, il 14 gennaio 2011, è stato il primo risultato di quella rivoluzione che ha coinvolto nel giro di poche settimane buona parte del mondo arabo, e conosciuta come PRIMAVERA ARABA. Un mese prima di quella fuga del dittatore tunisino, in una cittadina all’interno della Tunisia (Sidi Bouzid), un giovane venditore ambulante, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco per protesta contro la polizia che gli aveva sequestrato la propria merce. La sua morte ha scatenato una serie di proteste in tutta la TUNISIA. E così l’ondata di rivolte che c’è stata ha di lì a poco travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

(EGITTO Tahrir Square – February, 10, 2011) -“(…) Oggi, dieci anni dopo il gesto estremo di Mohamed Bouazizi, il bilancio del fenomeno delle Primavere Arabe resta sospeso tra la rivendicazione di un momento eroico, la celebrazione del potere salvifico dei social network e la presa d’atto delle difficoltà a realizzare fino in fondo i cambiamenti auspicati. Gli egiziani, i siriani, i libici e gli yemeniti hanno visto sprofondare i loro Paesi in guerre e conflitti e la spinta islamista ha persino riportato dittature militari e governi autoritari. (…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

   Dieci anni dopo si può dire che, fin dall’inizio, non è andata come quei tantissimi giovani veri protagonisti nei paesi arabi di quelle rivolte si aspettavano: ci sono ancora gli stessi regimi (come in Siria); o forse peggiori (come in Egitto) si sono alla fine instaurati. Oppure tutto si è stabilizzato in senso conservatore, senza sostanziali cambiamenti. A parte forse la Tunisia, dove c’è un contesto di democrazia, di novità rispetto agli altri Paesi: però la situazione odierna tunisina, economica e politica, è assai grave, e il Paese non riesce più a reggere ed è vicino alla bancarotta.

   Riflettendo sul contesto, che in questo post tentiamo di fare, potremmo dire che “troppe cose assieme” si sono incontrate nelle rivoluzioni arabe: la voglia giovanile di essere cittadini del mondo e rifiutare le dure antistoriche dittature; il voler superare modi di vita imposti da una religiosità integralista; una tradizione di vita conservatrice che nelle campagne persisteva e nelle più grandi città si aveva appunto voglia di superare (lo scontro perenne in questi casi tra città, progressiva, e campagna, quasi sempre tradizionalista); una liberazione femminile difficile da affermarsi, che spesso negli stessi movimenti di protesta alle dittature era difficile da riconoscere al mondo femminile che partecipava insieme alla rivolta. E poi si combatteva contro regimi che avevano l’appoggio di potenze esterne (come in Siria, Bashar al Assad, aiutato dall’Iran e la Russia); e contemporaneamente l’affermarsi di gruppi jihadisti dell’integralismo islamico (spesso anch’essi appoggiati da finanziamenti stranieri).

PARIGI ha dedicato una piazza a MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio, inizio delle PRIMAVERE ARABE.

   Troppe cose avverse per movimenti giovanili pieni di entusiasmo e speranze…. Parliamo di GIOVANI, perché le primavere arabe hanno loro come protagonisti. Ma sembra cosa ovvia: il contesto demografico dei paesi arabi “è dei giovani” largamente preponderanti rispetto agli anziani (a differenza dell’Italia e un po’ di tutta Europa…).

(nella foto la cittadina tunisina rurale di SIDI BOUZID, da Wikipedia) – “SIDI BOUZID è una piccola cittadina rurale che si trova nel cuore della TUNISIA, una località pressoché anonima, non certo avvezza ad ospitare fatti che segnano la storia. O almeno questo è quanto accaduto fino a dieci anni fa, esattamente fino al 17 DICEMBRE 2010, giorno in cui MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio. L’atto estremo di Mohamed – compiuto, non lo sapremo mai con certezza, se per protesta o per disperazione – non restò isolato come altri prima di esso. Non si esaurì lì, ma nel momento della nascita delle tv satellitari panarabe e della grande ascesa dei social network, DIEDE IL VIA ALLE COSIDDETTE PRIMAVERE ARABE: un’ondata di proteste che nel giro di poche settimane ROVESCIÒ IN TUNISIA IL REGIME DI POLIZIA DI BEN ALI, al potere da oltre vent’anni, e nei mesi successivi anche quelli di altri dittatori come Mubarak in EGITTO, Gheddafi in LIBIA, Saleh nello YEMEN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/)

   Negli articoli che qui vi proponiamo, le testimonianze dei giovani di allora (ma che lo sono ancora), pur nella sconfitta di tante speranze di libertà, di nuova vita sociale, ricordano quel movimento con gioia (“È stata una liberazione nelle nostre vite: eravamo tutti insieme in strada, insegnanti, intellettuali, medici, ingegneri, ma anche contadini, lavoratori, gli studenti delle scuole, dell’università, bambini al fianco di uomini e donne, con tutte le nostre differenze e appartenenze”)…dimostrando che quel che è accaduto ha cambiato le loro vite nonostante tutto; e, importante, ha fatto acquisire alla gran parte dei paesi arabi un contesto nuovo di “possibilità democratica”, pur nelle dittature dei vecchi apparati cui adesso ci sono ancora.

Un murales dedicato a GIULIO REGENI (da https://www.focusonafrica.info/). Giulio Regeni e i desaparecidos in Egitto che non conosciamo “25/1/2021. Cinque anni fa al Cairo Giulio Regeni alle 19.41 entrava in un buco nero che, nove giorni dopo, avrebbe rigurgitato una storia di torture, orrore, morte. Una storia terribile, come le altre migliaia di cui sappiamo poco o nulla ma che disegnano un quadro che in molti fingono di non vedere.”

   Come dicevamo l’unico paese che ha “provato”, sta provando, la democrazia è la TUNISIA, ma qui le cose non stanno andando per niente bene. La situazione in Tunisia è certamente preoccupante: Il Covid-19 è arrivato a destabilizzare ancora di più una situazione economica molto fragile. Il Paese è vicino alla bancarotta; pertanto i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che non basta “avere la libertà”, essere in democrazia, se non c’è un riequilibrio tra classi, se non si riesce a far uscire dalla povertà buona parte della popolazione. Le agitazioni sociali aumentano sempre più, termometro del malessere della popolazione. E le regioni povere della Tunisia interna, dove la rivoluzione è iniziata dieci anni fa, concentrano la maggior parte dei focolai del malcontento.

Mappa Primavere arabe 10 anni dopo, da ISPI Istituto per gli Studi di politica Internazionale http://www.ispionline.it/) – “(…) Eppure QUELLE RIVOLTE DEL 2011 NON HANNO RAPPRESENTATO UNA NOVITÀ ASSOLUTA NELLA STORIA DELLA REGIONE, già percorsa in passato da altre proteste di carattere socio-economico, tanto che – almeno inizialmente – più di qualche longevo leader dell’area non ebbe a temere delle manifestazioni anche vibranti, pensando che quelle allora in corso potessero essere derubricate come una nuova stagione delle cosiddette “rivolte del pane”. UNA PERCEZIONE CHE SI DIMOSTRÒ PRESTO SBAGLIATA, tanto che lo straordinario shock emotivo prodotto dalle proteste galvanizzò soprattutto quelle masse a lungo vessate, convinte di avere gli strumenti necessari per preparare il terreno ad un vero cambiamento. QUELLE STESSE PROTESTE PERÒ SI TRASFORMARONO BEN PRESTO IN RIVOLTE INCOMPLETE, rovesciate dalla restaurazione o trasformatesi in conflitti civili. (…)” (Giuseppe Dentice, 10/2/2021, da CESI (Centro studi internazionali) https://www.cesi-italia.org/)

   Ci si chiede allora, in senso generale, se i paesi del mondo arabo possono avere vantaggi dalla democrazia (se non funziona nell’unico paese che dalle rivoluzioni arabe di dieci anni fa la ha provata). Osservatori attenti individuano elementi concreti necessari per far coesistere democrazia e sviluppo sociale in paesi così fragili come quelli del mondo arabo e in particolare del Medio Oriente (paesi sorretti quasi sempre da vecchie dittature): c’è da  coinvolgere nel percorso democratico tutte le classi sociali (stabilire un nuovo contratto sociale); procedere con ordine ma con convinzione verso la democrazia; attuare quelle riforme socio-economiche che nel Nord de Mondo, nei paesi ricchi a più avanzata democrazia ci sono; mettendo in primis il rispetto dei diritti civili e umani, e la parità tra uomo e donna; e poi superare lo stato di polizia e quei apparati violenti e segreti alla base del potere (come stiamo vedendo in Egitto nel caso dell’omicidio del nostro GIULIO REGENI).

(primavere arabe, foto ripresa da http://www.collettiva.it/) – TUNISIA: UN PAESE SULL’ORLO DI UN ESAURIMENTO NERVOSO “(…) La situazione in Tunisia è certamente preoccupante. IL COVID-19 È ARRIVATO A DESTABILIZZARE UNA SITUAZIONE ECONOMICA GIÀ MOLTO FRAGILE. Tutte gli indicatori sono negativi: una recessione del 9%, un tasso di disoccupazione vicino al 16%, un deficit di bilancio del 13,4%, un debito pubblico che sfiora il 90% del Pil. LA TUNISIA È PRATICAMENTE VICINO ALLA BANCAROTTA, sempre più di pendente dai donatori, in primis dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). (…)” (da LE MONDE, 17 dicembre 2020 ripreso da Collettiva, https://www.collettiva.it/)

   E, tornando a quelle PRIMAVERE ARABE dei primi mesi del 2011, e a quello che appare un fallimento, sempre attenti osservatori dimostrano e concordano NEL CONSIDERARLE UN PROCESSO STORICO ANCORA IN DIVENIRE. Ad esempio il 2019-2020 ha visto l’insorgere di nuove proteste popolari (più continuative nel tempo rispetto al 2010-2011) di carattere sociale, economico e civile, che hanno portato ad esempio in Algeria e Sudan all’avvio di travagliati processi di transizione, anche se in Libano e Iraq si è assistito ad un aggravamento dei rispettivi contesti nazionali.

NIGRIZIA Copertina Febbraio 2021 dedicata a Patrick Zaki, in carcere in Egitto

   Sia nel 2011, sia più vicino a noi, nel 2019, è emerso come siamo in presenza di vecchie élite oramai superate dalla realtà globale e dalla storia, che resistono fin che possono, ma che di qui a poco sono destinate a sparire. E’ da capire e sperare che questa volta crescano delle classi dirigenti, dei movimenti sociali, in grado di “reggere”, di essere protagonisti di una nuova situazione di libertà, DI AVERE UN PROGETTO (senza ricadere nel controllo di paesi esterni e/o gruppi integralisti): capaci di dimostrare che la libertà “è cosa migliore” per avere diritti umani uguali per tutti, servizi sociali veri (educazione, sanità, protezione dei più deboli…), e una situazione economica di sviluppo della ricchezza personale e collettiva. Per dire che quel processo di dieci anni fa delle Primavere arabe non è avvenuto invano, e un germoglio di un nuovo contesto sociale esiste per tutti quelle persone, quei popoli, quei paesi. (s.m.)

(Il germoglio di pugni rivoluzionari, murale a Tunisi, da Nigrizia) – “(…) Anche i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che senza una ridistribuzione economica più equa e un vero progresso sociale, la sola libertà resta un frutto preziosissimo, ma amaro. Ad oggi, la cosiddetta “rivoluzione di Internet” non pare aver performato fino in fondo. Sembra che altri movimenti continuino ad agitare il mondo arabo in parti che non furono toccate dalle proteste nel 2010 e 2011: la RIVOLUZIONE DEL SORRISO o MOVIMENTO HIRAK iniziato a febbraio 2019 in ALGERIA per opporsi al quinto mandato del presidente Bouteflika, piuttosto che la THAWRA (letteralmente, RIVOLUZIONE) in LIBANO e il MOVIMENTO DI PROTESTE che nel 2019 in pochi mesi ha rovesciato il regime di BASHIR in SUDAN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

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LE VOCI DELLE PRIMAVERE ARABE DIECI ANNI DOPO

di Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Per Bochra Triki tutto è cominciato esattamente dieci anni fa. A Tunisi.

   Il suo ventitreesimo compleanno è stato uno di quelli impossibili da dimenticare. Gli amici cercavano di farle gli auguri in mezzo alla folla, tra i lacrimogeni e gli spari della polizia. A quell’odore insopportabile di repressione si mescolavano degli auguri che sapevano molto di più di “buon compleanno”. Era il 13 gennaio 2011.

   La stessa sera, l’allora presidente della Tunisia, Zine el Abidine Ben Ali, aveva pronunciato un discorso alla nazione, chiedendo scusa per le vittime delle proteste delle ultime tre settimane e, poggiando la mano sul petto, aveva detto: “Fahimtkum”, “Vi ho capito”. Era la terza volta in un mese che si rivolgeva al popolo tunisino e la prima in assoluto che lo faceva usandone il dialetto. Bochra compiva ventitré anni, gli stessi ventitré in cui Ben Ali era stato al potere. Quel discorso, in cui prometteva di realizzare delle riforme e di non ricandidarsi alle future elezioni, sarebbe stato l’ultimo, mentre per Bochra, dal giorno dopo, sarebbe cominciata per sempre una nuova vita.

   La fuga di Ben Ali il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro del paese, a Sidi Bouzid, dove un mese prima un giovane venditore ambulante, Mohammed Bouazizi, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. Nel giro di poche settimane, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

   A dieci anni dalle rivolte arabe del 2011, gli elementi che portano a trarre un bilancio negativo sono molti. La Siria è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’Egitto è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la Tunisia si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui nulla potrà più essere come prima.

Lavoro, libertà, dignità
“Nell’avenue Bourguiba, di fronte alla sede del ministero dell’interno a Tunisi, le persone chiedevano le stesse cose: lavoro, libertà, dignità, e con un gesto della mano tutti insieme all’unisono gridavamo ‘Dégage’, vattene”, ricorda Bochra raccontando il suo 14 gennaio in piazza. “Era molto coreografico. Ed era la prima volta che insieme chiedevamo la fine di un intero sistema di potere”.

   Da quel giorno lo slogan di tutte le rivoluzioni del 2011 diventa: “Il popolo vuole la caduta del regime”. Ma la fuga di Ben Ali non ferma le proteste di piazza, anzi apre un processo di transizione politica che durerà anni. Dall’occupazione della Kasbah alle prime elezioni libere, nell’ottobre del 2011, è nella strada che Bochra vive quel cambiamento: “C’era un clima festoso, di proteste e di musica. Dopo cinquant’anni di dittatura, e prima di colonizzazione, ci sembrava di vivere in uno spazio finalmente nostro”.

   Le elezioni, vinte dal partito Ennahda, il ramo tunisino dei Fratelli musulmani, sono seguite nel 2012 da una serie di attacchi da parte di gruppi salafiti a musicisti e artisti, che fanno tremare la libertà conquistata.  Nel 2013, gli omicidi politici di due leader dell’opposizione, Choukri Belaidi a febbraio e Mohamed Brahmi a luglio, riportano in strada migliaia di persone. Nel gennaio del 2014 la Tunisia riesce ad approvare la sua costituzione post-rivoluzione, superando una delicata crisi politica che le varrà il premio Nobel per la pace nel 2015.

   Nel frattempo Bochra, di quello spazio guadagnato dal giorno del suo compleanno, non vuole perdere nemmeno un centimetro, e comincia a organizzarsi per creare la sua alternativa di società civile. Dopo il 2011 migliaia di tunisini hanno fondato associazioni di ogni sorta che spaziano dalla libertà di espressione all’ambiente. Lei, insieme a un gruppo di femministe, decide di fondare l’associazione per i diritti queer, Chouf, che sarà la base di partenza per l’organizzazione del Festival d’arte femminista Choufthounna, aperto a tutte le artiste del mondo, purché siano donne o si identifichino come tali.

   “Si discuteva di arte, politica, femminismo, identità queer, in un discorso artistico e comunitario. In un paese dove pochi anni prima avevamo paura di parlare di politica e toglievamo le batterie del cellulare e le carte sim per timore di essere sotto ascolto, qualche anno dopo ci ritroviamo a organizzare un festival queer nel pieno centro di Tunisi. Era un mondo magico che si apriva”.

   Quella piazza di Halfaouine, nella medina di Tunisi, tra il mercato di frutta e i caffè frequentati in prevalenza da uomini, diventa con Choufthounna un via vai di cittadini di tutte le classi e provenienti da diverse province della Tunisia e dal mondo. Un’altra rivoluzione, in piccolo, che nel 2011 Bochra non osava nemmeno sognare. Nel 2019 Choufthounna festeggiava già la quinta edizione.

   Tutto questo è avvenuto in un paese colpito anche, nel 2015, da violenti attentati terroristici commessi dal gruppo Stato islamico (Is) al Museo del Bardo della capitale e a Sousse. L’anno dopo, l’Istanza di verità e giustizia, una commissione nata per documentare le violazioni dei diritti umani dalla colonizzazione a Ben Ali, aprirà la prima audizione pubblica tracciando un altro passaggio rivoluzionario. “È stata una cosa enorme”, ammette Bochra. “Ascoltare le testimonianze di chi aveva vissuto la tortura nella dittatura ci ha ricordato che anche i passi difficili del presente sono qualcosa di concreto rispetto a prima del 2011, quando avevamo paura perfino delle nostre ombre”.

   Oggi Bochra, attivista queer e giornalista di Inkyfada, un sito d’informazione indipendente a sua volta frutto di quel 2011, fatica a riassumere gli eventi degli ultimi dieci anni: “Quello che stiamo facendo ora l’abbiamo imparato in questi anni, la Tunisia è un caos”, ma in fondo “è come assistere a un grande corso di recupero su come fare politica”. E solo una certezza l’accompagna: “Non sarei la stessa persona se non fosse successo tutto questo”.

Le speranze dell’Egitto
Lo stesso senso di liberazione che ha cambiato la vita di Bochra in Tunisia lo prova anche Sanaa Moghazi in Egitto che, quando ripensa a com’era dieci anni fa, quasi non si riconosce: “Se non ci fosse stata la rivoluzione, sarei diventata una professoressa di inglese o avrei lavorato in un call center”. Prima di scendere in piazza al Cairo, nel 2011, Sanaa pensava che avrebbe seguito il percorso di molte ragazze che studiano letteratura inglese all’università. Ma non è andata così.

   Il 25 gennaio 2011, il giorno dedicato alle forze dell’ordine in Egitto, l’atmosfera era carica di attesa, soprattutto dopo la fuga del presidente tunisino Ben Ali. Sanaa aveva 19 anni e non abitava molto lontano da piazza Tahrir. Sapeva di un raduno nei paraggi di casa per protestare contro la morte di un giovane di Alessandria torturato e ucciso dalla polizia. Presto però il ritrovo si era trasformato in una manifestazione di migliaia di persone e Sanaa si era ritrovata a urlare in corteo “Siamo tutti Khaled Said”.

   Da quel momento in poi, ogni giorno per 18 giorni, si era presentata in piazza Tahrir al mattino presto, armata di scopa, stracci e piena di voglia di chiacchierare con una marea di sconosciuti che con le tende si erano accampati in piazza a reclamare “pane, libertà e giustizia sociale”. “Durante la rivoluzione un milione di persone viveva insieme. Pulivamo le strade, aiutavamo gente senza cibo e portavamo le medicine agli ospedali da campo dopo gli attacchi sulla piazza”, ricorda.

   Sanaa si riferisce alle violenze del “venerdì della rabbia” e alla battaglia dei cammelli in piazza Tahrir, che non avevano intimidito lei né quella moltitudine di egiziani decisa a restare finché “il dittatore” Mubarak non se ne fosse andato. “Sono entrata in contatto con persone di diverse classi sociali e per la prima volta a Tahrir sentivo cosa succedeva nel paese: le persone erano frustrate. Lì ho capito cos’erano i diritti umani e ho deciso di far parte del cambiamento politico dell’Egitto”.

   Infatti la sera dell’11 febbraio 2011 Sanaa c’è, in mezzo alla folla di una Tahrir in visibilio, quando arriva l’annuncio delle dimissioni di Mubarak. Davanti ai suoi occhi, dopo trent’anni di potere assoluto, cadeva così la seconda pedina di un effetto domino che di lì a poco avrebbe travolto l’intera regione.

   La rivoluzione aveva dato una sterzata alla storia, gli eventi si susseguivano veloci sotto il naso di Sanaa e di milioni di egiziani. Il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf) aveva preso le redini del paese e dettava i passi dei diciotto mesi previsti per la transizione: elezioni parlamentari a novembre, presidenziali a maggio del 2012 e una nuova costituzione.

   In poco tempo lo Scaf si era palesato come forza controrivoluzionaria compiendo i massacri di manifestanti a MasperoMohamed Mahmoud, e Port Said. Sanaa continuava però a gravitare tra università e piazza Tahrir, e si era arruolata volontaria nella campagna presidenziale di un candidato nato dalla piazza, Abdel Moneim Aboul Fotouh. Durante il primo storico dibattito elettorale in tv, Sanaa aveva seguito Aboul Fotouh incollata al maxischermo che proiettava i dodici candidati alle prime elezioni presidenziali della storia egiziana, fumando una shisha stipata con altre centinaia di ragazzi intorno ai tavolini di plastica del caffè Al Boursa del Cairo.

   Il vincitore della corsa sarà invece Mohamed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, ma per pochi voti e in un’arena politica sempre più divisa. Sanaa, delusa dai risultati, cercava uno sfogo negli spazi aperti dalla rivoluzione: concerti, spettacoli di teatro, mostre, e festival d’avanguardia. Dopo la laurea, aveva comunicato in famiglia che stava pensando di togliersi il velo. “Lo sai che i vicini parleranno”, le diceva il padre, “fallo, ma devi sentirti pronta”. Così l’aveva tolto: ora le si vedevano i capelli, ma aveva lo stesso sorriso di prima.

   Per l’Egitto, invece, tutto stava cambiando. Il 30 giugno 2013 il movimento Tamarrod portava milioni di egiziani in strada per chiedere la destituzione di Morsi e apriva la strada al colpo di stato di Al Sisi che prendeva il potere e si sbarazzava dell’opposizione islamista con i massacri nelle piazze di Rabaa al Adawiya e Al Nahda.

   “È impressionante vedere come le cose sono progressivamente precipitate verso il peggio”, ricorda Sanaa.  Al Sisi ha inaugurato una spirale di repressione sempre più violenta: la persecuzione di oppositori di ogni colore politico, il divieto di proteste, l’annientamento della società civile, fino alle purghe nell’apparato militare. “Quello che viviamo ora è al di fuori di ogni immaginazione”.

   I numeri parlano da soli: 60mila prigionieri politici e circa 2.700 persone ufficialmente fatte sparire. “C’è solo un one man show, nessuno può fiatare! Quanti in questa rivoluzione sono finiti in esilio, in prigione, o sono spariti?”.

   Sanaa oggi è diventata un’attivista per la difesa dei diritti umani, una specie in via di estinzione in Egitto, ma resiste. Quando passa da piazza Tahrir quasi non la riconosce: “Non sembra nemmeno un paese in cui c’è stata una rivoluzione. È una prigione a cielo aperto”.

L’incubo della Siria
La prigione è un tema che ricorre non solo nella storia dell’Egitto. Anche in Siria il carcere duro e le torture hanno definito gli ultimi decenni. Yassin al Haj Saleh, scrittore e intellettuale dell’opposizione, ha conosciuto bene le carceri di Hafez al Assad, dove ha passato sedici anni come prigioniero politico tra gli anni ottanta e novanta. Con la salita al potere nel 2000 del figlio Bashar, molti siriani avevano sperato in un’apertura del regime ma presto avevano capito che l’incubo non era terminato.

   Le rivoluzioni del 2011 – e l’ultimo decennio – ne saranno la prova definitiva.

   È il 16 febbraio quando dei giovanissimi ragazzi vengono arrestati e torturati. La loro colpa: aver scritto sul muro della scuola della loro città Daraa: “È arrivato il tuo turno, dottore!”. Con quell’appellativo si riferivano a Bashar al Assad: come Ben Ali e Mubarak a Tunisi e al Cairo, era giunta l’ora che anche il dittatore siriano se ne andasse. Da marzo cominciò a diffondersi una serie di manifestazioni-lampo nella capitale Damasco e proteste in diverse città della Siria. Nasce un movimento civile che sarà la culla della rivoluzione siriana.  Presto sotterrato da una guerra civile, con centinaia di migliaia di morti, detenuti e persone scomparse.

   Yassin è oggi rifugiato in Germania e non ha notizie di sua moglie Samira da oltre sette anni. Samira Khalil, un’attivista per i diritti umani, lavorava insieme a Razan Zaitouneh, avvocata del Centro di documentazione delle violazioni. “Sono state rapite il 9 dicembre 2013 a Duma, vicino alla capitale Damasco, nella Ghuta orientale, insieme al marito di Razan, Wael Hamadeh, e al poeta e attivista Nazem Hammadi. Da allora non si sono avute più loro notizie”, racconta Yassin. Duma era sotto il controllo della milizia islamista Jaysh al Islam. “Ho raccolto le pagine del ‘Diario di Samira’ con i suoi post su Facebook che parlano dell’assedio e dell’attacco chimico nella Ghuta, e ne ho fatto un libro”. Questo è quello che ci rimane di lei, insieme alle voci di chi l’ha conosciuta.

   Bayan Rehan è una di loro. Yassin non l’ha mai incontrata di persona, ma con Samira aveva organizzato una campagna per parlare delle detenute siriane nelle carceri di Assad. “Lei era stata in prigione negli anni ottanta, ai tempi di Assad padre. Io due volte, nel 2011”, ricorda Bayan. “Samira era una persona meravigliosa! Mi ha cambiata davvero tanto”.

   Originaria di Duma, Bayan è stata la prima donna siriana che, arrestata dal regime per il suo attivismo nella rivoluzione, ha parlato apertamente della sua esperienza in carcere. “Mi sono rivolta a Razan Zaitouneh, che tutti nella rivoluzione conoscevamo come Madame Blue. Razan aveva accolto con entusiasmo il mio desiderio di parlare e da allora non avevamo più smesso di lavorare insieme”. Ma il video in cui Bayan parla delle prigioni di Assad verrà visto come uno scandalo dai militanti di Jaysh al Islam:  “Erano gli stessi ragazzi con cui avevamo cominciato la rivoluzione, fianco a fianco nelle strade, avevamo formato i comitati locali e ci occupavamo dei mezzi d’informazione. Poi però, secondo loro, la mia testimonianza era ‘aib, una vergogna, per una donna. Da lì è cominciato il nostro scontro. Era diventata una controrivoluzione

   Il movimento civile nato dalla rivoluzione del 2011 doveva combattere una duplice battaglia: da un lato, Bashar al Assad, contro cui si erano sollevati, che avanzava con il supporto di Iran e Russia, ufficialmente in guerra al fianco del regime dal settembre 2015. Dall’altro i gruppi jihadisti, foraggiati da finanziamenti stranieri fin dal 2012. Al culmine della violenza l’organizzazione terroristica denominata Stato islamico (Is) occuperà tra il 2014 e il 2017 un terzo del territorio siriano, proclamando la sua capitale a Raqqa. Saranno i curdi siriani, affiancati dalla coalizione statunitense, a sconfiggere l’Is militarmente, allargando così il territorio sotto il loro controllo nel nordest della Siria. Nel frattempo Assad riporta tutte le province sotto il suo controllo, eccetto Idlib dove l’opposizione è tuttora supportata dalla Turchia.

   Se però Bayan ripensa alla primavera del 2011, ricorda quel momento con gioia: “È stata una liberazione nelle nostre vite: eravamo tutti insieme in strada, insegnanti, intellettuali, medici, ingegneri, ma anche contadini, lavoratori, gli studenti delle scuole, dell’università, bambini al fianco di uomini e donne, con tutte le nostre differenze e appartenenze”.

   Sull’onda di quell’entusiasmo e partecipazione, Bayan aveva fondato dei centri di formazione in tutta la Ghuta. Qualche anno dopo, nel 2016, si presenta insieme ad altre quindici candidate alle elezioni del Consiglio locale di Duma. Ne diventa la prima presidente, un risultato sperato fin dalla fondazione dell’ufficio per le donne che aveva contribuito a creare. Ma la sua forza e intraprendenza ancora una volta sono sgradite ai jihadisti e le costeranno diversi attentati. “Solo grazie ad alcuni amici nell’Esercito siriano libero, e qualcuno di Jaysh al Islam, sono riuscita a salvarmi”. Nel 2018 l’offensiva finale di Assad spalleggiata dai bombardamenti russi per la riconquista della Ghuta la lascia però senza scelta. “Sapevamo che se fossimo rimasti, il regime ci avrebbe fatte fuori subito o imprigionate”.

   Bayan parte alla volta di Idlib, nel nordovest della Siria, dove il suo instancabile attivismo le porterà nuove minacce di morte, questa volta da parte dei jihadisti di Jabhat al Nusra. L’ultima via di salvezza resta la Turchia, e poi la Germania, a febbraio del 2020.

   “Ho lasciato il mio paese in guerra e le persone che faticano a sopravvivere. Ma un giorno una signora di cinquant’anni che veniva al mio ufficio al Consiglio locale mi ha mandato un messaggio. Lei a Duma aveva molti problemi e io tentavo di aiutarla”, racconta Bayan, ora alle prese con le lezioni di tedesco. “’Peccato che non ci sei più, il paese ti ha perso’, mi ha scritto. Questo messaggio mi ha restituito gli otto anni di lavoro per la rivoluzione siriana. Mi ha restituito la mia vita intera. Le ragioni per cui ho gioito, per cui ho lottato. I ragazzi che abbiamo educato nella Ghuta faranno la differenza: noi abbiamo tentato, ma era tutto contro di noi. La prossima generazione farà ciò che noi non abbiamo potuto completare”. (Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

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LE RIVOLTE CHE NON HANNO FATTO PRIMAVERA

di Maria Teresa Polico, 18/12/2020, da Collettiva, https://www.collettiva.it/

– A dieci anni dalla nascita di un movimento sociale senza precedenti, nei Paesi arabi dominano l’amarezza e la crisi. Tra speranze tradite e delusioni ci sono comunque segnali di resilienza, mentre sul fronte europeo la decisione francese di premiare il presidente egiziano viene duramente contestata. La morte di Giulio Regeni è più di una semplice macchia per il regime di Al-Sisi –

DIECI ANNI DOPO LA “PRIMAVERA ARABA”. LA TUNISIA TRA AMAREZZA E RESILIENZA
da LE MONDE, 17 dicembre 2020

– A dieci anni dall’inizio della rivoluzione contro il regime di Ben Ali, dominano nel Paese paralisi politica e crisi sociale –

   L’espressione “disincanto”, “delusione”, “speranze tradite” sono utilizzate non appena arriva il momento di fare un bilancio della rivoluzione tunisina. Ora sono un comune cliché. La celebrazione del 17 dicembre, del decimo anniversario dell’immolazione del giovane venditore Mohamed Buazizi nella Tunisia centrale di Sidi Bouzid, che ha segnato l’inizio della “Primavera araba” e ha scosso la geopolitica regionale, non sfuggirà alla regola. La delusione può anche essere più amara del solito.
E a buona ragione. L’anniversario si celebra in una situazione locale deprimente, per non dire delicata, dove si combinano paralisi politica, collasso economico e polveriera sociale. Al di là del grande significato simbolico, che cosa c’è da celebrare di una rivoluzione che non fa più sognare? Eppure, bisogna restare cauti nel valutare la strada intrapresa dalla Tunisia dieci anni fa. Bisogna evitare di condannarla e di allontanarla frettolosamente.
La visione singolare della Tunisia troppo spesso in Occidente è offuscata da fantasie che noi proiettiamo, diritti delle donne, l’Islam illuminato, democrazia pioniera dell’area musulmana. E non appena nasce la delusione, bruciamo l’icona tunisina dopo averla adulata. Sostituire il catastrofismo all’angelismo offusca più di quanto chiarisca la posta in gioco di questa transizione unica.
Un Paese sull’orlo di un esaurimento nervoso
La situazione in Tunisia è certamente preoccupante. Il COVID-19 È ARRIVATO A DESTABILIZZARE una situazione economica già molto fragile. Tutte gli indicatori sono negativi: una recessione del 9%, un tasso di disoccupazione vicino al 16%, un deficit di bilancio del 13,4%, un debito pubblico che sfiora il 90% del Pil. La TUNISIA è praticamente VICINO ALLA BANCAROTTA, sempre più dipendente dai donatori, in primis dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi).
Le AGITAZIONI SOCIALI sul terreno riflettono l’immagine di un paese sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, il numero di proteste collettive o individuali è salito a 871 nel solo mese di ottobre, il doppio rispetto al mese di ottobre 2018. Le regioni povere della Tunisia interna, dove la rivoluzione è iniziata dieci anni fa, concentrano la maggior parte di questi focolai del malcontento.
Altro sintomo di disagio sociale è l’aumento dell’EMIGRAZIONE CLANDESTINA: 12.490 migranti tunisini sono arrivati sulle coste italiane nel 2020, quattro volte di più rispetto al 2019. Questa impennata delle curve migratorie ha portato a forti tensioni diplomatiche tra Tunisi e Roma.

   Una tale deriva socioeconomica VALE LA PENA di DIECI ANNI DI ESPERIENZA DEMOCRATICA in Tunisia?

   La popolazione si pone sempre più la domanda.  Secondo un sondaggio di opinione condotto dal centro di ricerca Joussour, il 43% degli intervistati considera la democrazia un “successo”, “a condizione che la situazione economica e sociale migliori”. Mentre il 39% crede che “la democrazia non sia fatta per noi”.
A che serve la democrazia?
La domanda scoraggiante e fatalistica si insinua insidiosamente nella mente delle persone. Lo testimonia l’emergere di un dibattito senza precedenti dai tempi della rivoluzione sulla necessità di ricorrere all’esercito per rimettere in ordine il Paese. Un appello simile è quantomeno sconcertante quando vediamo, nella vicina Algeria, che il movimento di protesta Hirak sta lavorando per smilitarizzare il regime.
Le differenze socio-territoriali
Ovviamente, la tentazione non dovrebbe durare a lungo in Tunisia, vista la tradizione repubblicana e lealista di un esercito poco propenso ad entrare in politica. Bisogna ricordare che la dittatura di Ben Ali, rovesciata dalla rivoluzione del 2011, era una dittatura poliziesca e non militare. Il fatto che questo dibattito irrompa è significativo di una certa stanchezza per la democrazia in Tunisia. Le certezze vacillano mentre, di fronte all’aggravarsi della crisi sociale, la classe politica emersa dalla rivoluzione mostra la sua impotenza.

   In dieci anni si è dimostrata incapace di colmare il divario socio-territoriale delle due Tunisie, tra l’interno abbandonato e la costa relativamente più prospera, per mancanza di coraggio nel riorganizzare una struttura produttiva, controllate più o meno dalle oligarchie familiari.

   In un sistema segnato dall’iniquità fiscale, a vantaggio dei più ricchi, lo stato con risorse limitate ha affrontato il bisogno più urgente, dando finalmente credito alle sue frettolose promesse fatte a infiniti movimenti sociali, con i donatori internazionali che alla fine hanno pagato il conto.

   Il malessere tunisino mescola così DUE MALESSERI di natura diversa, ma che convergono nel rifiuto dei partiti politici emersi dopo il 2011.

   Il PRIMO difende l’AFFONDAMENTO DELLO STATO. La burocrazia tanto inerte (650.000 funzionari) quanto indifesa, compra la pace sociale attraverso il debito, il degrado dei servizi pubblici degradanti, la corruzione dilagante, lo sviluppo di un’economia informale alimentata dal contrabbando con le vicine Algeria e Libia. L’accusa implacabile chiede il “ripristino del prestigio dello Stato”. Incontra un’eco particolare all’interno delle classi più ricche, ma anche di una classe media nostalgica di uno stato alla Burghiba che era stato l’orgoglio della Tunisia sin dalla sua indipendenza nel 1956. La richiesta di un ritorno all ‘”ordine” è il suo sbocco politico.

   Il SECONDO MALESSERE trasmette più una RICHIESTA DI “GIUSTIZIA” E “DIGNITÀ”. Sta fermentando soprattutto nella “Tunisia interna” del nord-ovest, nel centro e sud trascurata dai piani di sviluppo dell’élite politica emersa dall’indipendenza. Queste regioni, che sono state i focolai della rivoluzione alla fine del 2010, non smettono mai di manifestare il loro risentimento per le promesse sociali di una rivoluzione ai loro occhi confiscata. Non è insignificante che la mappa dei movimenti sociali del 2020 si sovrapponga generalmente alla geografia rivoluzionaria del 2010.

   La combinazione di questi due distinti malesseri ha alimentato la nascita del POPULISMO DI PROTESTA nelle elezioni del 2019 (presidenziali e legislative), di cui la coalizione al potere del partito Ennahda (islamo-conservatore) e della corrente “Dasturiana” (gli eredi del vecchio regime alleatosi alla rivoluzione) è stata la grande vittima.

   Da un lato, i compromessi con il potere di Ennahda, storicamente ben rappresentata nella “Tunisia interna”, hanno aperto uno spazio ad una formazione politica (Karama) e ad una figura atipica (Kaïs Saïed eletto Presidente della Repubblica) che, al di là delle loro differenze, hanno riciclato una corrente di opinioni rivoluzionarie tinte di conservatorismo religioso, anche decisamente islamista, e di nazionalismo identitario.

   D’altra parte, l’emergere di Abir Moussi, ex vicesegretario generale del partito di Ben Ali, esprime una nostalgia crescente per il vecchio regime. L’irruzione sulla scena di un altro personaggio, il magnate televisivo Nabil Karoui, mescolando discorso imprenditoriale e retorica contro la povertà, fa parte di questa stessa spinta antisistema.

   Pertanto, questa elezione del 2019 ha visto la triplice apparizione di “un populismo conservatore radicale che si rinnova con l’ethos rivoluzionario del 2011 (Kaïs Saïed), di un populismo controrivoluzionario (Abir Moussi) e di un populismo social-liberale (Nabil Karoui)”, scrive il politologo Hamadi Redessi nel libro collettivo “La Tentation populiste, les elections de 2019 en Tunisie” (Editions Cérès e Osservatorio tunisino sulla transizione della Tunisia).
Democrazia rappresentativa in crisi
Tuttavia, l’elettroshock del 2019, lungi dal chiarire il panorama politico, ha solo reso più complesso e moltiplicato i fattori dell’immobilismo. La frammentazione del parlamento ha reso la supervisione legislativa del paese in gran parte disfunzionale. Ad aggravare la confusione, al palazzo presidenziale di Cartagine regna un presidente della Repubblica, Kaïs Saïed, che non nasconde il suo odio per i partiti politici.

   Tutto accade come se il compromesso costituzionale del 2014 intorno a un regime prevalentemente parlamentare stesse per dissolversi. La democrazia rappresentativa tunisina è chiaramente in crisi. Già sono stati lanciati gli appelli per riportare il “dialogo nazionale” come quello che ha salvato il Paese dal baratro nel 2013, all’epoca del grande scisma tra “modernisti” e “islamisti”.

   È questa la forza di questa Tunisia singolare: la CULTURA DEL DIALOGO E DEL COMPROMESSO. E quando i partiti politici lo dimenticano, una società civile dinamica, fedele alle libertà conquistate, nonostante le delusioni, sa ricordarlo. La transizione della Tunisia subirà senza dubbio ulteriori sconvolgimenti. Tuttavia, non dovremmo sottovalutare la sua capacità di resilienza.

Per leggere l’articolo originale: La Tunisie entre amertume et résilience

(da LE MONDE, ripreso da Maria Teresa Polico, 18/12/2020, da Collettiva, https://www.collettiva.it/)

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PRIMAVERE ARABE DIECI ANNI DOPO: IL FILO ROSSO DALLE FIAMME IN TUNISIA ALLA CONTRORIVOLUZIONE DEI REGIMI, CHE SI LEGITTIMANO AGLI OCCHI DELL’EUROPA USANDO TERRORISMO E MIGRANTI

di Arianna Poletti, da https://www.ilfattoquotidiano.it/, 17/12/2020

– In Tunisia la rivoluzione ha sgombrato la via ad un susseguirsi di proteste che ricordano l’urgenza di implementare non solo i diritti civili, ma anche quelli sociali ed economici, tallone d’Achille dei governi post 2011. E se il bilancio delle primavere arabe a distanza di un decennio viene spesso ridotto ad una lista di successi o fallimenti, diversi intellettuali della regione concordano nel considerarle un processo storico ancora in divenire –

   Era il 17 dicembre 2010 e Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di 26 anni, si immolava di fronte alla prefettura di Sidi Bouzid. Una via di questa città dell’entroterra tunisino oggi porta il suo nome. Della sua famiglia però non c’è più traccia: la madre e i fratelli sono fuggiti in Canada, dove hanno ottenuto l’asilo. Dieci anni dopo Sidi Bouzid rimane un simbolo, un termometro attraverso cui misurare la temperatura sociale del paese che per primo ha dato inizio all’ondata di rivoluzioni conosciute con il nome di primavere arabe.

   A Sidi Bouzid, come in molte altre città della Tunisia, i cittadini sono tornati in piazza nelle ultime settimane per chiedere più lavoro e meno diseguaglianze. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, questa volta, è stata la morte di Badreddine Aloui, giovane medico deceduto il 3 dicembre (2020 ndr) all’ospedale di Jendouba (nord ovest) non per Covid-19, ma per una caduta di cinque metri in un ascensore guasto e mai riparato. Ai funerali del 26enne si sono presentate centinaia di persone. La protesta ha raggiunto anche la capitale, dove il personale sanitario ha sfilato per le strade guidato dalla fotografia del volto sorridente di Aloui.

   In Tunisia la rivoluzione ha sgombrato la via ad un susseguirsi di proteste che ricordano l’urgenza di implementare non solo i diritti civili, ma anche quelli sociali ed economici, tallone d’Achille dei governi post 2011. E mentre chi si immola in piazza non fa più notizia – l’ultimo caso risale al 1° dicembre, quando un uomo si è dato fuoco a Zaghouan dopo aver scoperto di non esser stato assunto come operaio – la giustizia di transizione fa il suo corso.

   Il paese che ha cacciato il dittatore Zine el-Abidine Ben Ali è riuscito ad intraprendere un lungo e tortuoso percorso verso uno Stato di diritto. Un processo non ancora terminato: sebbene i riflettori non siano più puntati sui tribunali tunisini, molte vittime di crimini e violazioni commessi durante i sessant’anni di dittatura attendono ancora giustizia.

   A seguito di più di 50mila audizioni private, l’Istanza Verità e Dignità (IDV), una commissione istituita per far luce su violazioni dei diritti umani e crimini di Stato commessi tra il 1955 e il 2013, ha reso pubblico il suo rapporto finale ad inizio 2019. 174 sono i dossier in attesa, trasmessi a tribunali speciali. Si contano più di 1700 responsabili, tra cui molti membri dell’attuale apparato securitario, incluso l’ex presidente Béji Caïd Essebsi deceduto l’anno scorso. Ma gli accusati, spesso ancora in carica, non assistono alle udienze.

Una stagione in divenire

   “Dal 2014 siamo dotati di una costituzione democratica e di un nuovo sistema di governo. È un passo avanti considerabile, ma non ancora sufficiente”, avverte lo scrittore tunisino Aziz Krichen nel suo libro La promessa della primavera (Script Éditions). La generazione che dieci anni fa occupava Avenue Bourguiba, oggi vittima della più grave crisi economica dai tempi dell’indipendenza, condivide un generale sentimento di disillusione, se non di delusione.

   Ma vista con gli occhi degli altri, la Tunisia resta l’eccezione nord africana: “Quando sono arrivato a Tunisi nel 2016 ho assistito ad uno sciopero e quasi non riuscivo a crederci: sono stato trasportato indietro nel tempo”, racconta un attivista egiziano al fatto.it.

   Mentre il bilancio delle primavere arabe a distanza di un decennio viene spesso ridotto ad una lista di successi o fallimenti, diversi intellettuali della regione concordano nel considerarle un processo storico ancora in divenire. “Due anni fa non avremmo discusso di rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente come lo facciamo oggi dopo l’avvento di nuovi movimenti di protesta in Libano, Iraq, Algeria e Sudan”, conferma al fatto.it Ziad Majed, autore franco-libanese e studioso dei processi di transizione democratica.

   “Gli eventi del 2019 sono la prova che la storia deve ancora fare il suo corso, e che potrebbe essere prematuro trarre conclusioni. Possiamo però affermare che le condizioni di oggi sono certamente meno favorevoli per i manifestanti rispetto a dieci anni fa, anche a seguito della violentissima repressione che si è abbattuta sulla popolazione di certi paesi, come in Siria. I regimi hanno imparato la lezione del 2011”, osserva il professore dell’Università americana di Parigi.

   In Nord Africa, l’esempio algerino illustra una logica ormai chiara: l’estromissione simbolica del presidente non sempre corrisponde ad un ribaltamento reale del sistema. In Algeria infatti l’apparato del potere resta ben saldo a quasi due anni dalle dimissioni di Bouteflika. “I regimi adottano diverse strategie per mantenersi al potere. L’ultima potrebbe essere la normalizzazione dei rapporti con Israele, un modo per garantirsi la protezione statunitense”, ipotizza ancora Majed.

   All’espressione “primavere arabe” il ricercatore preferisce un semplice “rivoluzioni arabe”, non solo per evitare di romanzare i fatti storici, ma anche per evidenziare l’altro aspetto delle proteste: la controrivoluzione. In Nord Africa, impossibile non far riferimento al caso dell’Egitto, dove il generale Abdel Fattah Al-Sisi, sostenuto da un apparato militare tentacolare, guida il paese con il pugno di ferro dai tempi del colpo di stato che nel 2013 ha destituito il presidente Mohamed Morsi.

   “La controrivoluzione è sostenuta politicamente, economicamente e mediaticamente dagli Emirati e dall’Arabia Saudita, che infatti sono alleati di Al-Sisi in Egitto o di Haftar in Libia”, ricorda Ziad Majed.  Anche per questo in Sudan, dopo l’estromissione di Omar El-Bechir nel 2019, il movimento di protesta ha scelto di scendere a patti con i militari: “Ormai la forza di chi opera per una contro rivoluzione è chiara anche ai manifestanti”, specialmente in assenza di una presa di posizione da parte occidentale, spesso in nome del ricatto della “stabilità regionale”.

   Il termine istiqrar – stabilità in arabo – ricorre per esempio nei discorsi del presidente egiziano Al-Sisi. “I regimi si sono resi conto che l’Europa è sensibile a due argomenti: l’arrivo di nuovi migranti e la minaccia islamista. Li usano per legittimarsi”, ricorda Majed. Per lui, dal 2011 ad oggi qualcosa è cambiato anche tra i manifestanti: “Nel 2019 abbiamo visto che i giovani scesi in piazza non si identificano più nella propria comunità, religiosa o etnica che sia, ma si riconoscono e si uniscono innanzitutto perché cittadini algerini, sudanesi, libanesi. Proprio da questa idea potrebbero nascere in futuro progetti più precisi, capaci di oltrepassare il grande scoglio delle rivoluzioni: trasformare un movimento di piazza in alternativa politica”. (Arianna Poletti, da https://www.ilfattoquotidiano.it/ 17/12/2020)

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IL RUOLO DEI MEDIA NELLE PRIMAVERE ARABE. UNA RIFLESSIONE 10 ANNI DOPO

di Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020

– Dieci anni dopo l’ondata di proteste che scosse il mondo arabo. Quadro ancora in divenire. Anche le piattaforme social nel frattempo sono cambiate –

   Sidi Bouzid è una piccola cittadina rurale che si trova nel cuore della Tunisia, una località pressoché anonima, non certo avvezza ad ospitare fatti che segnano la storia. O almeno questo è quanto accaduto fino a dieci anni fa, esattamente fino al 17 dicembre 2010, giorno in cui Mohamed Bouazizi, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come venditore ambulante, si vide sequestrare la propria merce dalla polizia e decise di darsi fuoco in strada, di fronte al municipio. L’atto estremo di Mohamed – compiuto, non lo sapremo mai con certezza, se per protesta o per disperazione – non restò isolato come altri prima di esso. Non si esaurì lì, ma nel momento della nascita delle tv satellitari panarabe e della grande ascesa dei social network, diede il via alle cosiddette Primavere Arabe: un’ondata di proteste che nel giro di poche settimane rovesciò in Tunisia il regime di polizia di Ben Ali, al potere da oltre vent’anni, e nei mesi successivi anche quelli di altri dittatori come Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia, Saleh nello Yemen.

   Oggi, a dieci anni esatti da quegli episodi che portarono pesanti sconvolgimenti politici in quelle aree con enormi ricadute in tutto il Nord Africa, nel Medio Oriente e nel mondo intero, possiamo osservare meglio le dinamiche della comunicazione e l’efficacia della veicolazione ed attualizzazione di quelle istanze manifestatesi nelle piazze di Tunisi, del Cairo, di Bengasi e Tripoli, di Sana’a, ma anche di Baghdad (Iraq) e di Damasco (Siria).

   Nella cronaca di quei giorni, molti media occidentali definirono tali proteste le “rivoluzioni di Internet”, poiché per la prima volta nella storia dei social network come Facebook e Twitter, questi canali vennero utilizzati come strumenti di organizzazione, di connessione fra le persone e di pubblicizzazione delle manifestazioni nelle piazze. Dal gennaio 2011 in Egitto, attraverso i social, i manifestanti prepararono la mobilitazione civile che ebbe come epilogo la deposizione del presidente Mubarak in carica dal 1981. A nulla valse neppure il tentativo del dittatore di oscurare i principali fornitori di servizi e connessioni Internet nazionali a fine gennaio, poiché già dai primi di febbraio questi ripresero a fare networking. Cominciarono a diffondersi sul web parole chiave come #Jan25 e #Tahrir dalla data e dal nome della piazza del Cairo occupata da decine di migliaia di manifestanti.

   Nelle Primavere Arabe il web ha infatti di sicuro permesso quella copertura mediatica che si è dimostrata efficace per la mobilitazione delle società. I social si sono rivelati canali attraverso i quali seguire e supportare l’attività dei manifestanti e anche consolidare il sostegno internazionale alle proteste. Ricordiamo che nel marzo 2011, proprio a causa del teso contesto politico e sociale in quelle zone, venne annullato un importante appuntamento sportivo di portata mondiale come il Gran Premio di Formula 1 nel Bahrain e in quegli stessi mesi Twitter e diversi media misero in ampia evidenza le difficoltà in cui turisti e lavoratori incappavano in Egitto e Libia, ritrovandosi ostaggi degli eventi che stavano accadendo.

   Piattaforme come Facebook e Twitter, rendendo possibile lo scambio di contenuti, file, video, immagini, testi, idee, in quelle settimane e mesi fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, misero in contatto un gran numero di persone, fecero da “megafono” e alimentarono il passaparola creando una estesa rete di mobilitazione e di comunicazione. Furono inoltre quei mezzi che agevolarono e veicolarono il flusso delle informazioni e delle controinformazioni che altrimenti, sui canali pubblici e statali di quei Paesi, non avrebbero trovato spazio. Essi in qualche modo accelerarono la diffusione di notizie che, in diverso modo, sotto quei regimi che restringevano la libertà di espressione e di associazione, avrebbero impiegato molto più tempo ad approdare sui media tradizionali internazionali. In Egitto, ad esempio, proprio attraverso Facebook, Twitter e YouTube, fra gennaio e febbraio 2011 i manifestanti riuscirono a trasmettere informazioni su quel che stava accadendo nelle loro città anche al resto del mondo. E in Siria, attraverso la rete, furono documentati diversi crimini contro civili.

   Quindi, che i social network e la loro capacità mediatica abbiano avuto una centralità nella formazione delle Primavere Arabe e nei processi di costruzione della sfera pubblica, fu chiaro fin da subito. Anche perché – come analizzava già un Report redatto nel settembre 2011 dall’Osservatorio di politica internazionale del Parlamento Italiano – su questo fenomeno storico e sociale influì la cornice demografica di quei Paesi che presentavano allora (e in buona parte anche oggi) una nutrita “massa critica” di giovani under 25 particolarmente colpiti dal malcontento generale diffuso nel mondo arabo dovuto all’immobilismo socio-economico.

   A questo teso quadro sociale, si aggiunse in quel periodo il repentino diffondersi dei progressi nel campo della tecnologia delle telecomunicazioni che colse di sorpresa la maggior parte dei regimi di quelle zone, abituati ad avere il pieno controllo del flusso d’informazione. Una forte spinta innovativa, dunque, che portò i cittadini a sfruttarne i vantaggi in termini informativi e organizzativi in chiave attivistica ed i governi a utilizzarli come ulteriori strumenti di propaganda e repressione. Che poi tutto questo, altro non è che l’esasperazione del doppio uso sul quale si sono da sempre fondate le piattaforme social: accrescere la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, ma anche intensificare la presenza dei governanti all’interno della sfera pubblica.

   Visti gli esiti frastagliati dei diversi teatri delle Primavere Arabe, appare problematico parlare in tutti i casi di “rivoluzioni” e ancor più di “rivoluzioni di Facebook o Twitter”. In Egitto e in Siria, per portare due esempi, per quanto i social network e i media tradizionali siano stati il motore e la cassa di risonanza delle proteste, in ordine alla libertà di comunicazione, il risultato non è stato all’altezza delle aspettative e anzi, semmai, ha portato all’aggravamento delle condizioni di partenza, poiché l’iniziale spinta democratica si è infranta contro il contesto e l’eredità culturale, sociale e politica di quei Paesi.

   Unico caso di successo di queste rivoluzioni pare essere stato la Tunisia, dove le proteste hanno effettivamente portato ad un cambiamento in chiave democratica. Questo è però avvenuto plausibilmente perché quelle istanze rimostrate dai manifestanti nelle piazze, grazie al veicolo dei social media, sono giunte fin dentro ai palazzi del potere e i politici ne hanno preso definitivamente coscienza.

   I social possono essere dei canali attraverso i quali far convogliare idee di cambiamento, ma non possono essere da soli i generatori di un concreto mutamento politico ed istituzionale, a meno che non vengano accompagnati da una maggiore e differente responsabilizzazione della condotta delle istituzioni disposte ad ascoltare le richieste della società.

   Quelle proteste che promettevano cambiamento hanno avuto successo laddove il contesto politico lo ha permesso e quando e se i “rivoluzionari” le hanno sapute traghettare verso iniziative più strutturate. A riprova di quanto si sta sostenendo, in Psiche e Techne Galimberti sostiene che il problema non è tanto ciò che possiamo fare noi con gli strumenti tecnici, quanto la tecnica può fare di noi.

   Oggi, dieci anni dopo il gesto estremo di Mohamed, il bilancio del fenomeno delle Primavere Arabe resta sospeso tra la rivendicazione di un momento eroico, la celebrazione del potere salvifico dei social network e la presa d’atto delle difficoltà a realizzare fino in fondo i cambiamenti auspicati. Gli egiziani, i siriani, i libici e gli yemeniti hanno visto sprofondare i loro Paesi in guerre e conflitti e la spinta islamista ha persino riportato dittature militari e governi autoritari.

   Ma anche i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che senza una ridistribuzione economica più equa e un vero progresso sociale, la sola libertà resta un frutto preziosissimo, ma amaro. Ad oggi, la cosiddetta “rivoluzione di Internet” non pare aver performato fino in fondo. Sembra che altri movimenti continuino ad agitare il mondo arabo in parti che non furono toccate dalle proteste nel 2010 e 2011: la rivoluzione del sorriso o movimento hirak iniziato a febbraio 2019 in Algeria per opporsi al quinto mandato del presidente Bouteflika, piuttosto che la thawra (letteralmente, rivoluzione) in Libano e il movimento di proteste che nel 2019 in pochi mesi ha rovesciato il regime di Bashir in Sudan.

   Infine, va considerato che quei social nati per garantire la massima libertà di espressione e che dieci anni fa assolvevano pienamente al compito di raccontare la realtà denunciando crimini e minoranze, oggi stanno cominciando a cambiare forma. Fenomeni come la costante crescita del numero di utenti online, la spinta a disintermediare e a rendere gli utenti co-creatori di contenuti, la propagazione di notizie false e la creazione di account fasulli, rendono sempre più complessa la lettura degli eventi. Anche di questi eventi. Obbligano a non sottovalutare la capacità di controllo delle piattaforme da parte di soggetti pubblici e privati con modalità che impattano, direttamente o indirettamente, sugli equilibri della democrazia. Ad ogni latitudine. (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

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LE PRIMAVERE ARABE, DIECI ANNI DOPO: SFIDE E OPPORTUNITÀ DI UN PROCESSO IN DIVENIRE

di Giuseppe Dentice, 10/2/2021, da CESI (Centro studi internazionali) https://www.cesi-italia.org/

   Il 2010-2011 è stato un momento spartiacque nella storia recente dell’area MENA (MENA sta per Middle East and North Africa, acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, ndr).

   Un decennio fa, infatti, alcune rivolte popolari spontanee, guidate per lo più da motivazioni di carattere socio-economico, hanno attraversato in profondità l’intero Medio Oriente, rovesciando un certo numero di leadership ultradecennali erroneamente considerate impermeabili al cambiamento.

   Eppure quelle rivolte del 2011 non hanno rappresentato una novità assoluta nella storia della regione, già percorsa in passato da altre proteste di carattere socio-economico, tanto che – almeno inizialmente – più di qualche longevo leader dell’area non ebbe a temere delle manifestazioni anche vibranti, pensando che quelle allora in corso potessero essere derubricate come una nuova stagione delle cosiddette “rivolte del pane”. Una percezione che si dimostrò presto sbagliata, tanto che lo straordinario shock emotivo prodotto dalle proteste galvanizzò soprattutto quelle masse a lungo vessate, convinte di avere gli strumenti necessari per preparare il terreno ad un vero cambiamento.

   Quelle stesse proteste però si trasformarono ben presto in rivolte incomplete, rovesciate dalla restaurazione o trasformatesi in conflitti civili. Sebbene il bilancio venga considerato per lo più negativo e colmo di insuccessi, gli stessi germi di instabilità presenti un decennio fa sono ancora vivi oggi in molti degli stessi contesti di protesta, con la prospettiva di riaprire un nuovo spazio per il diffondersi, sotto altre forme e modi, di un fenomeno ancora in divenire.

   Infatti, le contraddizioni e le debolezze del sistema statale in Medio Oriente hanno radici antiche e strutturalmente profonde. Non sono il risultato di un singolo momento, né sono questioni imputabili alle sole presidenze di Hosni Mubarak in Egitto, Zine el-Abidine Ben Ali in Tunisia, Muammar Gheddafi in Libia o Ali Abdullah Saleh in Yemen.

   Per comprenderne le origini dobbiamo andare a ritroso fino agli anni Cinquanta, quando Gamal Abdel Nasser, il secondo Presidente dell’Egitto, gettò le basi del “vecchio contratto sociale”, che prevedeva la costituzione di un ordine statale basato su un mix di clientelarismo e dispotismo. Quel modello si è poi diffuso e sviluppato secondo peculiarità differenti in tutto il Medio Oriente.

   Ad esempio, nella Penisola arabica, le monarchie arabe hanno costruito un meccanismo basato sulla dualità religione-petrolio come forma di reciproca legittimazione sociale e politica. Negli Stati del Mashreq, in particolare in Libano e Giordania, settarismo e tribalismo hanno posto le condizioni per  un particolare modello di fragile state. In Nord Africa, invece, Egitto e Tunisia hanno favorito la costruzione di un sistema autocratico e autoreferenziale, mentre Algeria e Libia si sono ben presto classificate sotto la più classica etichetta di Stati rentier.

   Nonostante le variazioni sul modello, tutti i Paesi hanno promosso lo sviluppo di un governo basato su un ampio controllo dell’opinione pubblica, su un uso reiterato della repressione e su potenti apparati di sicurezza e intelligence. Queste caratteristiche hanno definito il modello di legittimità politica delle élites nel sistema di potere statale arabo.

   In questo percorso, se la seconda metà degli anni Ottanta e i primi Novanta rappresentarono una prima stagione di contestazione di quel “patto autoritario”, l’insorgere delle Primavere Arabe nel 2011 ha di fatto favorito una implosione del vecchio contratto sociale. Un processo irreversibile che è continuato anche pochi anni dopo, nonostante i tentativi controrivoluzionari sorti in Egitto. Contestualmente, questo vulnus ha creato le condizioni per la deflagrazione del sistema anche nell’ordine regionale, producendo risultati differenti a seconda dei casi: ad esempio, in Libia, Yemen o Siria, si sono poste le basi per una guerra civile lunga e incerta, mentre in Bahrain e Iraq si è accentuato il conflitto settario in maniera profonda. Solo la Tunisia sembrerebbe aver definito un processo di transizione, comunque non esente da contraddizioni e da numerose incognite rimaste stagnanti sotto la cenere della rivolta popolare.

   Anche alla luce di ciò, sarebbe difficile presentare un bilancio asettico delle Primavere arabe in Medio Oriente, viziato com’è da una narrazione dominante che ha presentato per decenni il quadrante come un conglomerato di realtà monolitiche e impermeabili a qualsiasi sorta di cambiamento. Del resto, questa rappresentazione rischia di mostrarsi fallace e troppo semplicistica, incapace inoltre di cogliere quelle innumerevoli sfumature emerse nel macro-fenomeno noto come Primavere Arabe.

   Infatti, se considerassimo come veritiera questa impostazione, le proteste popolari non sarebbero mai sorte, nonostante il perdurare delle condizioni di indigenza e difficoltà. Allo stesso modo, il risultato avrebbe dovuto esser calibrato come un episodio casuale della storia e non come un importante spartiacque. A maggior ragione questo tipo di ragionamento perderebbe di evidenza se non considerassimo la stagione di proteste del biennio 2019-2020 come un naturale proseguimento del decennio precedente.

   Il 2019-2020, infatti, ha visto l’insorgere di nuove proteste popolari – più continuative nel tempo rispetto al 2010-2011 – di carattere sociale, economico e civile, che hanno portato in Algeria e Sudan all’avvio di travagliati processi di transizione, mentre in Libano e Iraq si è assistito ad un aggravamento dei rispettivi contesti nazionali.

   Sia nel 2011, sia nel 2019, è emerso chiaramente un primo elemento comune legato alla mancata volontà politica delle élites di comprendere i mutamenti nel loro complesso, preferendo piuttosto perpetuare meccanismi usurati e ormai logori. Tale riflesso è divenuto tanto più vero quando, nel 2019, i Paesi rentier della regione, che in passato avevano beneficiato degli alti prezzi del petrolio e degli investimenti esteri per mantenere la pace sociale, non avevano più la forza necessaria per sopire la protesta.

   Questo elemento introduce quindi un secondo fattore di continuità tra le proteste del 2010-2011 e quelle del 2019-2020, ossia la DISUGUAGLIANZA COME MOLTIPLICATORE DI INSTABILITÀ.

   Ciò è divenuto sempre più rilevante nel 2020 anche a seguito della pandemia da Covid-19 e dalle conseguenti misure adottate dalle autorità centrali per combattere la diffusione del virus e tentare di rilanciare l’economia duramente colpita. La rigidità di determinate misure (autoisolamento, divieto di assembramenti in luoghi pubblici e religiosi, adozione di legislazioni di emergenza, coprifuoco notturno, blocco di tutte le attività – in maniera estremamente discrezionale – non ritenute di primaria importanza) ha esasperato le disuguaglianze, fomentando nuova rabbia sociale e contribuendo ad accentuare i gap esistenti. Di converso, i regimi hanno potuto soltanto inasprire le consuete forme di autoritarismo come strumento necessario a contenere il diffuso malcontento e a sostenere il sistema.

   In questo contesto, quindi, l’impatto del virus, oltre ad aggravare i problemi economici, si è presentato come un’arma a doppio taglio per i governi della regione, in quanto ha sì concesso loro lo spiraglio per reprimere la protesta, ma allo stesso tempo la chiusura degli spazi di contestazione da loro imposti ha approfondito la rivolta sociale, dando nuova forza ai movimenti che chiedevano riforme strutturali e urgenti. Quel che è accaduto nei mesi passati in Algeria, Libano e Iraq, e oggi nuovamente in Tunisia, dimostra esattamente questa mutazione e il salto di qualità nella protesta.

   Di fatto, le Primavere Arabe hanno lasciato un’eredità molto più complessa di quella che non è stata raccontata, sollevando al contempo numerose riflessioni. Una prima, ad esempio, è quella relativa alla non sostenibilità dello status quo e alla ricerca di una nuova via alla partecipazione sociale e politica più inclusiva da parte dei cittadini, i quali non si rivedono più come sudditi ma come soggetti attivi di una determinata questione.

   A lungo, infatti, i regimi arabi hanno fatto ricorso all’autoritarismo come forza di prevenzione contro qualsiasi spinta al cambiamento proveniente dall’alto o dal basso. Proponendosi come fornitori di beni e servizi, nonché come elementi unici dedicati a garantire dignità sociale e diritti, le autorità centrali hanno cercato di portare avanti una logora pratica legata alla tradizionale concezione del contratto sociale mediorientale, nella quale il cittadino accettava passivamente le concessioni fornite dal governante, in qualità di unico detentore del potere legittimo.

   Direttamente collegato a questo fattore è l’elemento relativo al sistema regionale in via di ridefinizione.  Infatti, sono state diverse le forze endogene al Medio Oriente che negli anni hanno spinto per la conservazione/restaurazione degli equilibri in favore del mantenimento del vecchio sistema regionale. I regimi di Egitto, Libia, Tunisia, Siria o Yemen, rappresentavano elementi in grado di garantire omogeneità al sistema mediorientale, pur nella loro peculiarità, in quanto presentavano delle élites nazionali indisponibili al cambiamento e/o a garantire trasformazioni interne ed esterne alla regione allargata. In particolar modo queste forze, anche su spinte conservative che giungevano dal Golfo (e con un beneplacito occidentale), non hanno mostrato alcun desiderio o volontà di riformarsi, credendo di poter utilizzare, anche attraverso la forza, metodi di sicurezza e autoritari per perpetuare la stabilità e impedire la costruzione di nuove istituzioni forti, il rispetto del pluralismo, la decriptazione di sistemi di separazione e di equilibrio dei poteri, nonché la creazione di un vero e proprio stato di diritto nel suo complesso.

   Questa spinta (dal basso) al cambiamento non ha portato a erigere nuove e moderne forme di Stato nella concezione più tipicamente eurocentrica, in virtù di un’effettiva assenza di tempo non solo per metabolizzare queste trasformazioni, ma anche per definire quelle forze sociali, politiche e civili più adatte a guidare questo cambiamento. L’effettiva assenza di meccanismi ad hoc non ha contribuito a trasformare le proteste in alternative reali e adeguate per le masse popolari, lasciando invece presto spazio alle contingenze e alle necessità primarie del grande pubblico, attanagliato sempre più dall’urgenza di trovare risorse e risposte all’assenza di lavoro. Nella maggior parte dei casi, quindi, i manifestanti si sono trovati impreparati ad affrontare i grandi problemi derivanti da queste trasformazioni presentando più delle doglianze che un’agenda coerente di lungo periodo. Ciononostante, le popolazioni della regione hanno continuato a scendere nelle piazze portando avanti proprio quelle istanze socio-economiche intese come leva necessaria a cambiare lo Stato nel suo complesso.

   Pertanto, è importante individuare una serie di elementi per definire un percorso dal quale ripartire per la costruzione di un nuovo sistema statale in Medio Oriente. Tra questi vi sono almeno CINQUE ELEMENTI CARDINALI che potrebbero essere utili per sviluppare un’agenda nella regione: nuovo contratto sociale; processo di democratizzazione; riforme socio-economiche; rispetto dei diritti civili e umani; fine dello stato di polizia e delle politiche sovrastanti di securitarizzazione.

   Nel far ciò è necessario superare la vecchia nozione di “patto sociale” e introdurre un nuovo modello che accolga le istanze popolari in materia di giustizia, stato di diritto, rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, legittimità, separazione dei poteri, privatizzazioni, riforme costituzionali, dialogo nazionale e risoluzione dei conflitti.

   Allo stesso tempo, tale patto dovrà andare oltre il vecchio paradigma “prima l’economia, poi le riforme (politiche)”, poiché entrambe le dimensioni dovranno agire parallelamente per rafforzare e alimentare un processo riformista più completo.

   Altrettanto importante è garantire una piena partecipazione democratica di tutti gli attori, compresi quelli non statali, al fine di sostenere un processo di ricostruzione delle istituzioni nazionali fin dalle fondamenta. Infine, per favorire questa piena trasformazione del sistema sarà importante coinvolgere anche gli attori esterni (come Stati Uniti e Unione Europea) e le istituzioni internazionali liberali, impegnati nel sostenere e promuovere quei meccanismi multifattoriali di nuovo ordine politico statale e regionale.

   Senza progressi significativi in tale direzione, il sistema statale (e mediorientale) così come lo conosciamo rischia di condannarsi ad un rapporto di antinomia e di avviluppamento su se stesso. Per questi motivi, oggi come dieci anni fa, il superamento del vecchio contratto sociale rappresenta la principale sfida per un presente e un futuro di stabilità e legittimità dell’intero Medio Oriente. (Giuseppe Dentice, 10/2/2021, da CESI, Centro studi internazionali, https://www.cesi-italia.org/)

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LE CRISI ARABE? SI SPIEGANO CON GRAMSCI

di Lorenzo Cremonesi, da LA LETTURA de Il Corriere della Sera del 7/2/2021

– 2011-2021. A dieci anni dalle Primavere, facciamo il punto sui risultati di quella stagione di moti popolari con uno sguardo alle situazioni nazionali. Solo la Tunisia ha avviato un esperimento democratico: negli altri Stati è tornata la dittatura, come dimostra il caso Zaki al Cairo, o regna un caos sanguinoso. Ma il politologo libanese (con cittadinanza Usa) FAWAZ GERGES ci ricorda che anche l’Europa ha visto tragedie terribili prima del trionfo della democrazia. «La partita non è chiusa in Medio Oriente: i regimi autoritari laici e i gruppi islamisti hanno il fiato corto. A breve termine i conflitti si inaspriranno, ma a lungo andare la gente tornerà in piazza per chiedere diritti e giustizia sociale» –

   A dieci anni di distanza, le Primavere arabe stanno passando alla storia come un triste fallimento. Per riflettere su questo decennio abbiamo interpellato il politologo libanese FAWAZ GERGES, autore di molti studi sul Medio Oriente, che ha la cittadinanza statunitense e insegna alla London School of Economics di Londra.

C’è chi sostiene che le società arabe siano incompatibili con la democrazia e condannate a deludere le speranze generate dai movimenti popolari del 2011. Che cosa risponde?

«Non concordo affatto. Anzi, mi lasci dire che critico la fretta superficiale con cui larga parte dei media internazionali e parecchi commentatori, perlopiù occidentali, descrissero i sommovimenti arabi di dieci anni fa. Lo stesso termine “primavere” non mi convince. Intanto perché tende a limitarle nel tempo, come se movimenti sociali tanto profondi e importanti fossero destinati a produrre risultati concreti in modo rapido. E, per il solo fatto che questo non sia avvenuto, siano allora da considerarsi un fallimento. In realtà quelle rivolte hanno piantato semi, il genio è uscito dalla lampada. Di recente abbiamo visto nuove proteste in Tunisia, Algeria, Iraq, Sudan, Libano… La conflittualità continua, non si è esaurita. Semplicemente, procede per fasi intermittenti, si accende e si spegne, ma non è affatto morta. Piuttosto, siamo di fronte a un fenomeno epocale di lungo periodo, ben più esteso di una primavera».

Però in Egitto Abdel Fattah al Sisi pare molto più repressivo di Hosni Mubarak. In Libia non sono pochi a rimpiangere Gheddafi. In Yemen e Siria è il caos. Ovunque si sta peggio di prima. Forse si salva solo la Tunisia. O no?

«Ci sono voluti tre secoli all’Europa occidentale per guadagnare gli standard di libertà ed eguaglianza attuali. Dal sistema di rapporti tra gli Stati nato dalla pace di Westfalia nel 1648 alla fine della Seconda guerra mondiale nel 1945. E in mezzo avete avuto guerre terribili, razzismo, persecuzioni, ingiustizie. La Shoah, il peggior crimine nella storia umana, è avvenuto l’altro ieri nel cuore della civilissima Europa. Lo dimentichiamo? Nello stesso periodo il Medio Oriente è stato più tranquillo, non si sono visti orrori come quelli europei. Eppure, proprio da voi i valori democratici, con i parlamenti, la stampa libera, la divisione dei poteri, il principio di cittadinanza, sono progrediti tra balzi in avanti e gravi arretramenti. Non è stato un progresso lineare: i mutamenti sociali richiedono tempo, tanto tempo, devono sedimentarsi tra tentativi, esperimenti, ritirate, errori».

Ma quanto temo ci vorrà ancora?

«Tanto, no n so quanto, certamente vari decenni. Ma non capisco proprio chi dà per morti i processi avviati nel 2011. Chi lo fa non conosce le dinamiche sociali, molto più strutturali di quelle politiche o economiche. Per comprenderle meglio, le principali università anglosassoni stanno rispolverando le teorie di un grande pensatore del Novecento, Antonio Gramsci. I suoi concetti di Stato organico, egemonia, dialettica della storia, rapporto tra intellettuali e masse, sono oggi ripresi e studiati con grande attenzione. Sto seguendo diverse tesi su questi temi preparate da miei studenti alla London School of Economics and Political Science. Gli scritti di Gramsci ci aiutano a capire la gravità del collasso dello Stato in Medio Oriente. Non c’è più un collante sociale che legittimi l’autorità. Il problema è che i movimenti di protesta, o alternativamente di sostegno all’ordine costituito, cresciuti nell’ultimo decennio, non sono riusciti a creare nuovi miti fondativi dello Stato in grado di unificare e raccogliere il consenso popolare».

Dov’è la situazione peggiore?

«Direi in Yemen. Un Paese devastato dalla peggiore crisi umanitaria dal 1945. L’apparato statale non c’è più, gli ospedali non funzionano, così anche la polizia, i tribunali, i trasporti… tutto. Il Paese è diviso in segmenti scollegati tra loro e gli Stati vicini, con Iran e Arabia Saudita in testa, impongono le proprie milizie. Segue la Siria, con oltre mezzo milione di morti e più di 6 milioni di profughi fuggiti all’estero. Bashar Assad non riesce a imporre il suo controllo, necessita di Russia e Iran per restare in piedi. La Libia è appena meglio. Forse possiede sulla carta le risorse per rimettersi. Ma resta un’area priva di autorità centrale, dominata da milizie, bande criminali e tribù».

Nel libro «Making the Arab World» lei riassume la storia recente del Medio Oriente come dominata dalla lotta tra il regime laico del leader egiziano Gamal Abdel Nasser e i radicali musulmani ispirati dall’ideologo Sayyid Qutb. Dittatura nazionalista contro jihad panislamica. C’è ben poco spazio per la democrazia liberale. Resta ancora così?

«No, la situazione è totalmente cambiata. E questa è la causa centrale del collasso odierno. Il nazionalismo socialista, che era patrimonio dei nasseriani, dei rivoltosi algerini, come del resto del partito Baath in Siria, o comunque dei movimenti anticoloniali arabi, s’è ormai esaurito. Oggi Al Sisi ha ben poco in comune con Nasser, sebbene per legittimarsi insista nel presentarsi come suo successore. In realtà, Al Sisi è un militare tecnocrate che basa la sua autorità sull’uso repressivo dei servizi segreti e dell’esercito. Lo provano gli oltre 40 mila (ma c’è chi dice anche 80 mila) prigionieri politici. Lo Stato domina con la paura, non ha generato alcun valore forte capace di attirare le simpatie popolari».

Che cosa è avvenuto nel campo islamista?

«I Fratelli musulmani, che nel recente passato costituivano il magnete di attrazione principale nell’universo islamista, sono in crisi profonda. Anche in questo caso l’Egitto detta legge: resta il laboratorio culturale e politico più importante. Dopo la vittoria alle elezioni del 2012, i Fratelli musulmani hanno dimostrato poca capacità innovativa, non hanno offerto alcuna prospettiva di azione economica, sociale o politica in grado di rilanciare il Paese. Avevano finalmente un’opportunità storica di incidere sulla realtà, dopo tanti anni di violente persecuzioni in cui erano stati relegati nella clandestinità, ma non hanno saputo approfittarne, un fallimento grave. È vero che il loro governo venne poi defenestrato con la violenza dal golpe militare di Al Sisi nel 2013 e l’ex presidente Mohammed Morsi, il loro leader, è morto in carcere. Ma, in verità, non erano più propulsivi, avevano ormai ben poco da dire».

Dittature ed estremisti islamici continueranno a farsi la guerra?

«Non vedo altre possibilità. Lo scontro si farà ancora più violento».

Crede che l’Isis, sebbene sconfitto militarmente, possa approfittare ancora della situazione?

«L’Isis e in generale i radicali jihadisti e qaedisti restano pericoli seri. Non sono sconfitti, semplicemente attendono il moment o propizio per tornare all’attacco. Nell’universo islamista si contano ancora oltre 100 mila militanti pronti a battersi. Tra Siria e Iraq sono almeno 10 mila i reduci attivi del Califfato. A loro si aggiungono 20 mila combattenti del fronte di Al Nusra nella Siria settentrionale, sotto l’ombrello turco. Non importa che abbiano perso le battaglie militari di Mosul, Raqqa o Baghouz. Tra loro leggono gli scritti di Ayman al-Zawahiri e Abu Bakr al Baghdadi. Trionfa la narrativa tradizionale salafita del ritorno al mito fondativo: il Califfato del VII secolo, appena dopo la morte del Profeta. Il richiamo all’età dell’oro e l’esaltazione del passato escludono ogni compromesso con le democrazie occidentali: quindi considerano traditori i regimi arabi e i musulmani moderati disposti a coesistere con la modernità. La loro capacità attrattiva tra le nuove generazioni arabe resterà viva sino a che dureranno le crisi economiche e sociali».

La situazione peggiorerà prima di migliorare?

«Il Medio Oriente è una polveriera. Impera la corruzione endemica degli apparati pubblici. Oltre il 40 per cento dei giovani egiziani non ha lavoro. Tra Yemen e Siria l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà: si diffondono malattie di ogni genere, gli ospedali non funzionano e neppur e le scuole. Intere generazioni stanno crescendo analfabete. Le Nazioni Unite pubblicano studi e sondaggi da dove emerge che ben oltre il 30 per cento dei giovani vorrebbe emigrare».

Ci saranno presto nuove proteste?

«Lo darei per scontato. Sono dietro l’angolo, basta niente per dare fuoco alle polveri. E l’esperienza di dieci anni fa insegna che la gente scende in piazza nonostante la durezza della repressione autoritaria. Gheddafi, Mubarak, Assad e gli altri autocrati s’illudevano che fossero sufficienti i loro eserciti, con le prigioni e le torture, per fermare le proteste. Si sbagliavano. Come del resto sbaglia chi crede che ciò non possa ripetersi».

Dove potrebbe avvenire?

«Magari in Egitto. Con una popolazione che ormai supera i 100 milioni e la povertà dilagante, Al Sisi avrà enormi difficoltà a controllare il malcontento. L’Egitto oggi si trova in una situazione prerivoluzionaria anche peggiore che negli ultimi mesi del 2010. Ma questi dieci anni non sono trascorsi invano. La popolazione riprenderà a parlare liberamente. L’esperienza delle rivolte precedenti aiuterà a formare la classe dirigente di quelle future. Si cercherà un nuovo patto sociale, ci saranno nuovi attivisti alla ricerca di una società più inclusiva, organica e giusta. Il processo andrà avanti».

(Lorenzo Cremonesi, da LA LETTURA de Il Corriere della Sera del 7/2/2021)

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EGITTO In piazza Tahrir le speranze spente da Al Sisi Tutto inizia nella giornata annuale della polizia, istituita dal regime egiziano. Il 25 gennaio 2011 un gruppo di giovani fa circolare su Facebook l’appello a protestare contro gli abusi delle forze dell’ordine: uno dei profili, «Siamo tutti Khaled Said», porta il nome di un ventottenne picchiato a morte dagli agenti l’anno prima poiché li aveva accusati di corruzione. Normalmente avrebbero manifestato poche centinaia di militanti, ma, ispirati dalla «rivoluzione dei gelsomini» appena avvenuta in Tunisia, in migliaia scendono in piazza al Cairo, dove il cuore della protesta diventa piazza Tahrir, e in tutto l’Egitto. Presto aderisce anche la Fratellanza musulmana. La repressione e la morte di 850 persone non li fermano e l’11 febbraio Hosni Mubarak, al potere dal 1981, si dimette su pressione dell’esercito. La Fratellanza vince le elezioni con Mohammed Morsi nel 2012, ma l’accentramento di potere nelle sue mani e la crisi economica spingono gli egiziani a tornare in piazza e l’esercito a intervenire nuovamente nel 2013. Morsi viene deposto, centinaia di suoi sostenitori massacrati. Il generale Abdel Fattah al Sisi, confermato nelle elezioni del 2014 e rieletto nel 2018, cambia la Costituzione per permettere sue ulteriori candidature. Un ritorno all’autoritarismo e alla repressione del dissenso segnato da sparizioni forzate come quella di Giulio Regeni.

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LIBIA Così Gheddafi finì linciato E il Paese diviso I l 17 febbraio 2011 Bengasi si ribella contro Muammar Gheddafi. La Libia si spacca: la Cirenaica, a est, ai ribelli; l’ovest in mano al dittatore. La repressione dà il via allo scontro armato. Misurata è la città martire del conflitto: terza per abitanti dopo Tripoli e Bengasi, Gheddafi vuole schiacciarla. Viene cinta d’assedio e tra le brutalità ci sono gli stupri di oltre mille donne. Il 17 marzo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva la risoluzione 1.973, che autorizza «tutte le misure necessarie» per la protezione dei civili: l’intervento della Nato è decisivo. Dopo diversi bombardamenti occidentali, il 20 agosto comincia l’offensiva dei ribelli su Tripoli. Gheddafi fugge e si nasconde a Sirte, fino al 20 ottobre, quando il suo convoglio è colpito da un drone e dai Mirage, che non sanno che si tratti di lui: si rifugia in un canale di scolo, ma incontra i ribelli di Misurata. Lo uccidono al grido di ya kalb (cane) filmando con i telefonini. Dopo la guerra, prevalgono la frammentazione tribale e lo scontro tra milizie. Oggi la Libia resta divisa: a Tripoli il governo di accordo nazionale libico di Fayez Sarraj, appoggiato da Onu, Turchia e Qatar; in Cirenaica il generale Khalifa Haftar, sostenuto da Emirati, Russia, Egitto. Dopo il cessate il fuoco in ottobre, c’è la prospettiva di un governo unitario in vista delle elezioni del 24 dicembre 2021. Ma la situazione può degenerare in ogni momento.

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SIRIA Assad resiste su una montagna di cadaveri L a rivolta siriana comincia il 15 marzo 2011 nella città di Deraa, dopo l’arresto di 15 ragazzi che avevano osato scrivere sui muri: «Ora tocca a te, dottor Bashar al Assad». Le proteste pacifiche chiedono la loro liberazione, poi più libertà e diritti, infine la caduta del regime. Dapprima le autorità alternano il pugno duro alle promesse di giustizia, ma alla fine sparano sulla folla. Assad appartiene alla minoranza alawita e ha l’appoggio dei cristiani: sfrutta le divisioni religiose e resta al potere con stragi, bombardamenti, armi chimiche. Nascono numerosi gruppi di ribelli armati, formati da militari disertori e da membri della società civile, ma con l’avanzare della guerra restano soprattutto gli islamisti radicali. La guerra civile diventa una guerra per procura che vede Russia, Iran e milizie sciite di Hezbollah al fianco di Assad; gli Usa, i Paesi sunniti del Golfo e la Turchia contro di lui. Nel 2014 l’Isis stabilisce in vaste zone di Iraq e Siria il Califfato, battuto nel 2019 dai combattenti curdi sostenuti dall’aviazione Usa. I curdi continuano a lottare contro gruppi estremisti islamici per il controllo di una fascia nel nord-est, dove Ankara progetta di insediare parte dei profughi siriani presenti in Turchia, mentre Israele spesso viola lo spazio aereo per colpire le milizie iraniane e libanesi. La guerra ha fatto 500 mila morti e metà della popolazione è sfollata.

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ALGERIA Addio Bouteflika La svolta però è solo di facciata N el 2011 i prezzi di olio, zucchero, farina aumentano in Algeria. Sull’onda della Tunisia, in una ventina di città algerine fra il 3 e il 10 gennaio scoppiano manifestazioni al grido «Via i ladri al potere, Bouteflika come Ben Ali» e rivolte con negozi depredati. Il governo prende misure per abbassare i prezzi, limita l’accesso ai social, isola la capitale dalle province e reprime il tentativo di organizzare una grande manifestazione ad Algeri l’11 gennaio: muoiono tre manifestanti, oltre mille gli arresti. A inibire il vento rivoluzionario è anche il fantasma degli oltre 200 mila morti nella guerra interna contro il Fronte Islamico (Fis) negli anni Novanta. Solo a partire dal 22 febbraio 2019, l’Algeria avrà la sua «primavera». Quando l’ottantaduenne presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal ’99, annuncia di correre per un quinto mandato, le proteste pacifiche dell’Hirak, «il Movimento», spingono l’esercito a ottenere le sue dimissioni, effettive il 2 aprile. Molti politici e uomini d’affari, come il fratello Said Bouteflika e gli ex premier Ouyahia e Sellal, vengono condannati a pesanti pene detentive per corruzione. Le proteste continuano contro le elezioni presidenziali: i 5 candidati sono visti come espressione del regime, incluso il vincitore, l’ex premier Abdelmadjid Tebboune. Durante la pandemia, sospese le proteste, è aumentata la repressione del dissenso.

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YEMEN Le sciarpe rosa, poi la guerra: 233 mila vittime P iù di 10 mila persone il 27 gennaio 2011 scendono in strada a Sana’a, capitale yemenita, contro la corruzione e la brutalità del regime di Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni. Marciano pacifici, indossando braccialetti e sciarpe rosa, simbolo di non-violenza. Volto delle proteste diventa Tawakkol Karman, giornalista poi premio Nobel per la Pace. Saleh si dimette all’inizio del 2012 (ma non esce dal gioco e nel 2017 farà la fine di Gheddafi). Diversi attori prendono terreno: i ribelli sciiti Houthi nel Nord; Al Qaeda nei deserti centrali; a Sud i separatisti. Il conflitto scoppia nel 2015 quando le milizie Houthi assaltano la capitale: il presidente ad interim, Abdrabbuh Mansur Hadi, fugge in Arabia Saudita, proprio mentre il ventinovenne principe Mohammed Bin Salman sta prendendo potere, incoraggiato dal suo mentore Mohammed bin Zayed Al Nahyan, leader de facto degli Emirati. I sauditi, allarmati dalla possibilità che movimenti filoiraniani controllino il Paese vicino, lanciano col supporto di britannici e americani una campagna di bombardamenti che in tre settimane mirava a cacciare gli Houthi da Sana’a, ma si è trasformata in una guerra infinita, con 233 mila morti, soprattutto civili. Colpiti matrimoni, ospedali, bus scolastici. Malnutrizione, colera, Covid imperversano in quella che per l’Onu è la «crisi umanitaria peggiore del mondo».

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MAROCCO Riforme parziali ma il sovrano conserva le redini In Marocco non c’è lo stesso livello di proteste della Tunisia o dell’Egitto, ma dal 20 febbraio 2011 decine di migliaia di marocchini — soprattutto giovani — scendono in piazza in una cinquantina di città, chiedendo limiti alle prerogative del re e più potere al Parlamento. Le autorità riescono a domare la piazza, in parte grazie al fatto che, a differenza dei vicini nordafricani, consentono le proteste come meccanismo di sfogo. I manifestanti non vengono fermati quando marciano fino al Parlamento di Rabat gridando «Abbasso l’autocrazia» e «Il popolo vuole cambiare la Costituzione». Il 9 marzo re Mohammed VI annuncia una riforma della Costituzione, che verrà sottoposta a referendum in estate, e dichiara che per la prima volta il primo ministro verrà dal partito che vince le elezioni, anziché essere scelto dal sovrano. In realtà il re mantiene il controllo, resta il leader militare e presiede il Consiglio dei ministri. Il Parlamento ha più potere, ma i partiti sono deboli: il sistema fa sì che nessuno prenda più del 20% e la monarchia resti dominante. Molti manifestanti ritengono le riforme insufficienti. Nella repressione più violenta, il 13 marzo a Casablanca, la polizia ferisce decine di persone. Chi chiama al boicottaggio del voto è interrogato dagli agenti. Il re è aiutato dal fatto d’essere leader sia politico che religioso (emir al-mu’minun, comandante dei fedeli).

(da LA LETTURA de Il Corriere della Sera del 7/2/2021)

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