La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà. Di tale falsa ricchezza si può anche perire, come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento ecc. Falso benessere come liberazione da supposta indigenza è la nostra malattia del secolo, nella parte industrializzata e “sviluppata” del pianeta. Ci si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche, debolezze – forse tra poco anche della morte naturale – in cambio abbiamo radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei desideri. Tutto è diventato fattibile ed acquistabile, ma è venuto a mancare ogni equilibrio.

Non solo l’apprendista stregone è il personaggio-simbolo del nostro tempo. L’antico re Mida – che ottenne il compimento del suo desiderio che ogni cosa che toccava si trasformasse in oro – ci appare come il vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo, l’attualissimo predecessore dei benefici della nostra civiltà.

2- Non si può più far finta di non sapere, l’allarme è ormai suonato da almeno un quarto di secolo ed ha generato solo provvedimenti frammentari e settoriali

Da qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono praticamente tutti gli aspetti di questo impoverimento da cosiddetto benessere. Quasi non si sta più a sentire quando si recita, più o meno completa, la litania delle catastrofi ambientali.

Un quarto di secolo è stato impiegato a scoprire, analizzare, diagnosticare e prognosticare, a dare l’allarme, a lanciare appelli e proclami, a varare leggi e convenzioni, a creare istituzioni incaricate a rimediare. La tutela tecnica dell’ambiente è notevolmente migliorata nel mondo industrializzato, si sono registrati singoli successi, alcune acque si stanno rivitalizzando, certe specie in pericolo di estinzione si sono salvate, cominciano a circolare detersivi, carburanti ed imballaggi “ecologici”…

3-  Perchè l’allarme non ha prodotto la svolta? E’ già finito l’intervallo di lucidità (Stoccolma 1972 – Rio 1992)?

Allarmi catastrofisti, lamenti, manifestazioni, boicottaggi, raccolte di firme…: tutto ciò ha aiutato a riconoscere l’emergenza: le malattie sono state diagnosticate, le possibilità di guarigione studiate e discusse – terapie complessive non sono state ancora attuate. E soprattutto: appare tutt’altro che assicurata la volontà di guarigione, se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto però che le cause dell’emergenza ecologica non risalgono ad una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura.

(…)

4- “Sviluppo sostenibile” – pietra filosofale o nuova formula mistificatrice?

Da qualche anno (rapporto Brundtland, 1987) la formula magica dello “sviluppo sostenibile” sembra essere la quadratura del cerchio così lungamente cercata. Nella formula è racchiusa una certa consapevolezza della necessità di un limite alla crescita, di una qualche autolimitazione della parte altamente industrializzata ed armata dell’umanità, come pure l’idea che alla lunga sia meglio puntare sull’equilibrio piuttosto che sulla competizione selvaggia; ma il termine “sviluppo” (o crescita, come in realtà si dovrebbe dire senza tanti infingimenti) è rimasto parte del nuovo e virtuoso binomio. Purtroppo basta guardare ai magri risultati della Conferenza di Rio per comprendere quanto lontani si sia ancora da una reale correzione di rotta. Sembra che il nuovo termine indichi piuttosto la propensione ad un nuovo ordine mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad usare con più parsimonia e razionalità le sue risorse, sotto una sorta di supervisione e tutela del Nord: non appare un obiettivo mobilitante per suscitare l’impeto globalmente necessario per la conversione ecologica.

5-  A mali estremi, estremi rimedi? (“Muoia Sansone con tutti i filistei”? Eco-dittatura?)

Di fronte ai vicoli ciechi nei quali ci troviamo, può succedere che qualcuno tenti estreme vie d’uscita. Anche tra ecologisti, pur così propensi ad una cultura della moderazione e dell’equilibrio, ci può esserci chi – seppure oggi in posizione isolata – chi pensa a rimedi estremi. Scegliamone i due più rilevanti: la prima potrebbe essere caratterizzata con “muoia Sansone e tutti i filistei”: la convinzione che la catastrofe ambientale sia inevitabile e non più rimediabile, e che pertanto tocchi mettere in conto disastri epocali come ne sono avvenuti altri nel corso dell’evoluzione del pianeta. In mancanza di aggiustamenti tempestivi ed efficaci, la svolta ecologica verso un nuovo equilibrio sostenibile verrebbe imposta da tali disastri.

L’altro “rimedio estremo” che si potrebbe agitare, sarebbe lo “Stato etico ecologico”, l’eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente illuminato e possibilmente mondiale. Visto che l’umanità ha abusato della sua libertà, mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza e quella dell’ambiente, qualcuno potrebbe auspicare una sorta di tutela esperta ed eticamente salda ed invocare la dittatura ecologica contro l’anarchia dei comportamenti anti-ambientali.

Si deve dire chiaramente che simili ipotetici “estremi rimedi” si situano al di fuori della politica – almeno di una politica democratica. Ogni volta che si è sperimentato lo Stato etico in alternativa a situazioni o stati anti-etici (e quindi senz’altro deplorevoli), il bilancio etico della privazione di libertà si è rivelato disastroso. E l’attesa della catastrofe catartica non richiede certo alcuno sforzo di tipo politico: per politica si intende l’esatto contrario della semplice accettazione di una selezione basata su disastri e prove di forza.

Quindi si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica, ed inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell’intreccio assai complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici, legislativi, amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il colpo grosso, l’atto liberatorio tutto d’un pezzo che possa aprire la via verso la conversione ecologica, i passi dovranno essere molti, il lavoro di persuasione da compiere enorme e paziente.

6-  La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius”

La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e controlli; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario.

Né singoli provvedimenti, né un migliore “ministero dell’ambiente”, né una valutazione di impatto ambientale più accurata, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – potranno davvero causare la correzione di rotta, ma solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile.

Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate – come è ovvio – in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella competizione democratica.

7-  Possibili priorità nella ricerca di un benessere durevole

I passi che qui si propongono – intrecciati ed interdipendenti tra loro – fanno parte di una visione favorevole al cambiamento e potrebbero a loro volta incoraggiare nuovi cambiamenti. Purché ogni passo limitato e parziale si muova in una direzione chiara e comprensibile, ed i vantaggi non siano tutti rimandati ad un futuro impalpabile.

a) bilancio ecologico
Gli attuali bilanci pubblici e privati sono tutti basati su dati finanziari. Sin tanto che non si avranno in tutti gli ambiti (Comune, Provincia, Regione, Stato, CE, …) accurati bilanci della reale economia ambientale che facciano capire i reali “profitti” e le reali perdite, non sarà possibile sostituire gli attuali concetti di desiderabilità sociale, e tanto meno un cambiamento dell’ordine economico.

b) ridurre invece che aumentare i bilanci
Ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo economico di fondo e sino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà finalmente decidersi alla crescita-zero e poi a qualche riduzione – naturalmente con la necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o economici.

c) favorire economie regionali invece che l’integrazione nel mercato mondiale
Sino a quando la concorrenza sul mercato mondiale resterà il parametro dell’economia, nessuna correzione di rotta in senso ecologico potrà attuarsi. La rigenerazione delle economie locali, invece, renderà possibile – tra l’altro – una gestione più moderata e controllabile dei bilanci, compreso quello ambientale.

d) sistemi tariffari e fiscali ecologici, verità dei costi
Di fronte ad un mercato che addirittura postula e premia comportamenti anti-ecologici, visto che non ne fa pagare i costi, si rende indispensabile un sistema fiscale e tariffario orientato in senso ambientale, che imponga almeno in parte una maggiore trasparenza e verità dei costi: imprenditori e consumatori devono accorgersi dei costi reali del massiccio trasporto merci, degli imballaggi, del dispendio energetico, dell’inquinamento, del consumo di materie prime, ecc.

e) allargare e generalizzare la valutazione di impatto ambientale
Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, ecc.), produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione di impatto ambientale – nel senso più comprensivo di una reale valutazione delle conseguenze ecologiche, ma anche sociali e culturali a breve e lungo termine di ogni progetto – dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti. Così come altre società, passate o presenti, proteggevano con norme fondamentali e tabù (sulla guerra, l’ospitalità, l’incesto…) le loro scelte di fondo, oggi abbiamo bisogno di norme fondamentali a difesa della valutazione di impatto ambientale – non importa se si tratti di autostrade, missili, biotecnologie, forme di produzione di energia o introduzione di nuove sostanze chimiche di sintesi. Tale valutazione non potrà avvenire senza l’intervento dei più diretti interessati e postulerà una Corte ambientale a suo presidio.

f) redistribuzione del lavoro, garanzie sociali
Solo una vasta redistribuzione sociale del lavoro (e quindi dei “posti di lavoro” socialmente riconosciuti) permetterà la necessaria correzione di rotta. L’ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di conversione ecologica (che si chiuda una fabbrica d’armi o un impianto chimico..) è un investimento importante ed utile quanto e più di tanti altri, e se si indennizzano i proprietari di terreni che devono cedere ad un’autostrada, non si vede perché altrettanto non debba avvenire nei confronti di operai o impiegati che devono cedere alla ristrutturazione ecologica.

g) riduzione dell’economia finanziaria, sviluppo della “fruizione in natura”
Sino a quando ogni forma di economia sarà canalizzata essenzialmente attraverso il denaro, sarà assai difficile far valere dei criteri ecologici, e ci saranno pesanti ingiustizie socio-ecologiche: chi può pagare, potrà anche inquinare. Un processo di “rinaturalizzazione” – che allontani dalla mercificazione generalizzata (dove tutto si può vendere e comperare) e valorizzi invece l’apporto personale e non fungibile – potrebbe aiutare a scoprire un diverso e maggior godimento della natura, del lavoro, dello scambio sociale. Le “res communes omnium” (dalla fontana pubblica alla spiaggia, dalla montagna alla città d’arte) non si difendono col ticket in denaro, bensì con l’esigere una prestazione personale, con un legame col volontariato, ecc.

h) sviluppare una pratica di partnership
La necessaria autolimitazione ecologica riesce più convincente se si fa esperienza diretta di interdipendenza e partnership: nella nostra attuale condizione, forse potrebbero essere alleanze o patti “triangolari” (Nord/Sud/Est) quelle che meglio riflettono il nesso tra i cambiamenti necessari in parti diverse, ma interconnesse del mondo. L'”alleanza per il clima” ne può fornire una interessante, per quanto ancora parzialissima, esemplificazione.

8-  Una Costituente ecologica?

Società anteriori alla nostra avevano il loro modo di sanzionare, solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli di fondo: basti pensare alla “magna charta libertatum”, al leggendario giuramento dei confederati elvetici sul Rütli, alla dichiarazione francese sui diritti dell’uomo, al patto di fondazione delle Nazioni unite…

Oggi difettiamo di una analoga norma fondamentale di vincolo ecologico che – viste le caratteristiche del nostro tempo – avrebbe peso e valore solo se frutto di un processo democratico. Certamente esiste in questa o quella carta costituzionale un comma o articolo sull’ambiente, ma siamo ben lontani dal concepire la difesa o il ripristino dell’equilibrio ecologico come una sorta di valore di fondo e pregiudiziale delle nostre società, e di trarne le conseguenze.

Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l’ambiente, bisognerà forse cominciare ad immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come una “Costituente ecologica”. In fondo le Costituzioni moderne hanno il significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o privato ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a maggior ragione, la congiuntura politica del momento. Se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all’apparente convenienza che l’economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire.

(ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco, Il Viaggiatore leggero 1996)

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I MESSAGGI DEGLI AMBIENTALISTI A ROBERTO CINGOLANI, MINISTRO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

[15 Febbraio 2021] DA https://www.greenreport.it/

– da LEGAMBIENTE, WWF e ITALIA NOSTRA gli auguri (e gli auspici) per la nuova fase avviata dal Governo Draghi –

   Tra le parti sociali convocate da Mario Draghi prima dell’insediamento del nuovo Governo c’era una sostanziosa fetta delle associazioni ambientaliste – Greenpeace, Legambiente e Wwf, ma anche le non convocate si sono fatte sentire –, che adesso ricambiano con una disamina attenta delle priorità su cui dovrà concentrarsi soprattutto il nuovo ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.

   «Il nostro auspicio è che questo ministero con le nuove competenze sui temi energetici possa cambiare passo sulla decarbonizzazione dell’economia del Paese, seguendo la rotta green indicata dall’Europa», spiega STEFANO CIAFANI in qualità di presidente nazionale LEGAMBIENTE, indicando poi la necessità di «migliorare il Pnrr (PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, ndr), mettendo al centro una volta per tutte la lotta alla crisi climatica» e le conseguenti riforme per tradurlo in realtà: si spazia da «più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili» a una «riforma fiscale in campo ambientale» fino alla necessità di promuovere «una maggiore partecipazione con una nuova legge sul dibattito pubblico che riguardi tutte le opere per la transizione verde, per coinvolgere i territori e ridurre le contestazioni locali».

   Il WWF, che già nel 2018 aveva indicato la necessità di trasformare il ministero dell’Ambiente in qualcosa di più – ambizione poi naufragata visto il disimpegno della politica, nonostante i richiami del Panda ai partiti che avevano firmato il suo “patto per l’ecologia” – incassa adesso con favore l’arrivo della Transizione ecologica: «Nell’esprimere soddisfazione nel vedere una figura tecnica di spessore quale il ministro Cingolani alla guida delle politiche ambientali del Paese in una congiuntura così delicata, il Wwf auspica che gli interventi per la difesa della biodiversità e per la cura del territorio rimangano un asse portante dell’attività del neonato ministero e diventino quindi i parametri guida della transizione».

   Anche per il Wwf il primo banco di prova per il nuovo Governo e per il nuovo Ministro riguarda «la revisione sostanziale del PNRR, che ancora non risponde adeguatamente alle sfide green lanciate dall’Europa». Secondo il Panda ad esempio bisogna «ancora capire come l’Italia voglia rispondere alla richiesta dell’Europa di dedicare almeno il 37% delle risorse messe in campo dal piano per azioni per il clima e la biodiversità, visto che ad oggi a questo scopo risulta che è destinato solo il 31% del complesso dei 223.9 miliardi destinati al Piano».

   Più circospetta la presa di posizione di ITALIA NOSTRA, associazione ambientalista storicamente legata a posizioni strettamente conservazioniste più che di gestione dell’inevitabile cambiamento. Non a caso Italia Nostra «auspica che “Transizione ecologica” significhi soprattutto una visione strategica per una politica ambientale ancorata a concreti benefici sociali, senza tralasciare una sana politica di manutenzione del territorio, la sua messa in sicurezza sismica e idrogeologica, una chiara politica di resilienza ai cambiamenti climatici improntata alla cura degli equilibri ecologici e al potenziamento dei parchi e delle reti ecologiche.  Sulle energie rinnovabili – eolico, fotovoltaico a terra, geotermico e biomasse – Italia Nostra si è trovata spesso a fianco del ministro Franceschini e insieme ai territori a opporsi al proliferare selvaggio di impianti altamente impattanti sul paesaggio.

   Si trascura qui un dettaglio: per raggiungere gli obiettivi climatici previsti al 2030 si stima che servirebbe arrivare ad avere sui territori almeno 120 GW di impianti in grado di generare elettricità da fonti rinnovabili, mentre proseguendo con il trend attuale delle installazioni ci porteremmo appena a 66 GW.

   Più equidistante invece il messaggio in arrivo da FEDERPARCHI, che non è un’associazione ambientalista ma che di ambiente (e di conservazione) si occupa ogni giorno: «Auspichiamo – dichiara il presidente Giampiero Sammuri – che i temi della conservazione naturalistica e della tutela della biodiversità, nonché il ruolo delle aree protette come modelli di sviluppo sostenibile, possano  essere parte essenziale dell’azione di governo; così come delineato nella Strategia europea per la biodiversità per il 2030 che considera tali settori come  cardini  fondamentali del Green new deal e del Next generation Eu». [15 Febbraio 2021] DA https://www.greenreport.it/)

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SI FA PRESTO A DIRE TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/

– Istituire il ministero della Transizione ecologica è una buona idea. Ma chiarire struttura e competenze del nuovo dicastero non è l’unico problema. Perché il concetto stesso di transizione ecologica non è semplice da definire. Tante le sfide –

Cosa sarà il ministero della Transizione ecologica?

Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del Recovery and Resilience Facility e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) verranno gestiti attraverso questo dicastero. Qualcuno l’ha definito uno “scalpo” grillino, cioè il prezzo da pagare per il necessario sostegno a una maggioranza che altrimenti non ci sarebbe stata. In realtà, si tratta di una buona idea, che però avremmo dovuto realizzare dieci anni fa. Ora, uno dei rischi è dato dalle difficoltà di istituire un perimetro coerente nel ritagliare competenze prese da ministeri diversi.

   È per fortuna presto tramontata l’ipotesi infausta secondo cui il ministero della Transizione ecologica sarebbe nato dalla fusione di tre ministeri: Sviluppo economico, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Infrastrutture e trasporti.

   Sarebbe stata una scelta infausta perché avrebbe creato un ministero monstre totalmente ingestibile, con oltre 10 mila dipendenti. Schivato il pericolo, resta da capire con esattezza quali parti dei diversi ministeri verranno accorpate per formare il nuovo.

Due punti chiave

Quello di una transizione ecologica è da tempo un concetto fondamentale per i movimenti ambientalisti di tutto il mondo. In genere, si afferma che la transizione ecologica comporta la trasformazione del sistema produttivo in un modello più sostenibile (definizione impalpabile) che renda meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia, la produzione industriale e, in generale, lo stile di vita delle persone.

   Volendo essere più coerenti e chiari, nella transizione ecologica bisognerebbe orientare tutte le politiche verso un obiettivo di sostenibilità che deve essere nazionale, ma in un contesto globale. Devono cioè essere rapidamente ridotte le emissioni di gas climalteranti, a partire dall’anidride carbonica. Ma la riduzione deve a) essere letta in un contesto globale; b) essere meglio qualificata per capire dove possiamo agire.

Il grafico 1 (qui sotto, ndr) riporta l’identità di Kaya. In sintesi estrema, esprime questo concetto: l’incremento delle emissioni dipende dall’incremento del reddito pro-capite e della popolazione, mentre all’abbassamento delle emissioni contribuiscono l’aumento dell’efficienza energetica e la riduzione del contenuto di carbonio per unità di energia.

Il problema sta tutto qui: il reddito pro-capite è cresciuto moltissimo a livello planetario (+250 per cento in 60 anni) così come è cresciuta la popolazione mondiale (+150 per cento), ma non si può dire altrettanto per quelle variabili che avrebbero dovuto giocare un ruolo nella riduzione delle emissioni globali, ovvero l’aumento dell’efficienza energetica e la decarbonizzazione dell’offerta di energia.

immagine da http://www.lavoce.info/

   Il ministero della Transizione ecologica dovrà lavorare esattamente su questi due punti a livello nazionale e internazionale. E forse non è un caso che sia stato chiamato a guidarlo uno scienziato esperto di nuove tecnologie. Gli incrementi di efficienza energetica si ottengono solo attraverso lo sviluppo prototipale e con l’adozione di nuove tecnologie a tutti i livelli: di singolo impianto industriale e negli usi finali. La decarbonizzazione è figlia del cambiamento di mix dell’offerta/domanda di energia. Più gas naturale e meno carbone nell’ambito dei fossili; più rinnovabili e meno fossili in generale.

   Esistono naturalmente correnti minoritarie di pensiero che sostengono che il risultato della riduzione della CO2 in ottica Kaya andrebbe realizzato soprattutto mediante una ridotta crescita economica (la decrescita felice) e un maggior controllo delle dinamiche di crescita della popolazione (nei paesi in via di sviluppo, perché alle nostre latitudini il problema è casomai opposto).

La transizione energetica

La transizione ecologica implica anche una transizione energetica, la cui definizione è meno sfuggente della prima. La storia dell’uomo è costruita sulle transizioni energetiche.

   Oltre 1 milione di anni fa, abbiamo cominciato a controllare il fuoco. Fu una scoperta esclusivamente umana, preclusa ad altri esseri viventi, un momento centrale che rivoluzionò l’esistenza dell’uomo sulla terra.  Senza la padronanza del fuoco l’evoluzione umana non sarebbe stata quella che conosciamo. Il fuoco ha fornito l’innesco decisivo, l’ha accelerata, plasmata. Con il fuoco l’uomo ha iniziato a mangiare cibi più sani perché cotti, a scaldarsi contro il freddo. La produttività è aumentata vertiginosamente.

   In tempi molto più recenti, la prima rivoluzione industriale inglese è stata essenzialmente una transizione energetica. I canali che trasportavano merci e persone nel Regno Unito di allora sono stati rapidamente sostituiti da ferrovie e locomotive a carbone, a riprova del fatto che, per una transizione, ci vogliono diverse componenti: una fonte di energia “nuova”, una tecnologia altrettanto nuova e, come risultato, un enorme incremento di produttività con il relativo benessere generalizzato.

   In questo momento storico è difficile capire come potrà avvenire la nostra transizione. Non abbiamo una fonte “nuova” e non si vede una tecnologia che potrà affermarsi grazie alla nuova fonte, come invece è stato nei casi di carbone-vapore-locomotiva e, più tardi, di petrolio-mobilità-motore a scoppio.

   Vaclav Smil, scienziato e analista politico, ricorda che le transizioni energetiche sono avvenute sempre in tempi molto lunghi. A sostegno porta un esempio semplice ed eloquente. Il primo trattore è stato introdotto alla fine dell’Ottocento, ma tra gli agricoltori americani non si è diffuso in maniera significativa fino agli anni Sessanta del Novecento, per via di una certa inerzia nell’uso dei cavalli. E dunque non bisogna stupirsi se, dopo un infinito dibattito, la quota di fonti fossili sul totale dell’offerta mondiale di energia è passata dal 93,7 per cento del 1965 all’84,3 per cento nel 2020, solo meno di 10 punti percentuali in oltre mezzo secolo.

Il nuovo ministero ha davanti a sé un compito certamente difficile, il suo ministro saprà cogliere la sfida? Lo speriamo, per lui e per tutti noi. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/)

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I PUNTI CHIAVE DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA, SECONDO GREENPEACE

da https://www.huffingtonpost.it/, 17/2/2021

– RINNOVABILI, AGROECOLOGIA, ECONOMIA CIRCOLARE, MOBILITÀ A ZERO EMISSIONI, STOP ALLE TRIVELLE, BIODIVERSITÀ –

   (…) (da GREENPEACE) L’ultima versione del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, ndr) presentata dal governo Conte, nonostante non contempli più i finanziamenti inizialmente previsti a un progetto inutile o potenzialmente dannoso a livello ambientale come il CCS di Eni a Ravenna (CCS: carbon capture and storage, progetti Eni per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica per presunte bioraffinerie a Ravenna…sistema avversato dagli ambientalisti, ndr) (esclusione che ci attendiamo sia confermata anche dal governo Draghi), è ampiamente migliorabile sui versanti delle rinnovabili, della mobilità, dell’economia circolare e dell’agricoltura.

   La procedura di approvazione dei piani nazionali in sede europea prevede peraltro che questi passino le necessarie fasi di consultazione pubblica con le parti interessate della società civile e che le riforme e i progetti, in essi contenuti, vengano sottoposte a valutazioni ambientali di cui non c’è traccia nell’attuale PNRR.

   Ecco alcuni aspetti di rilievo che devono caratterizzare la transizione ecologica:

La transizione energetica basata sulle rinnovabili: Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dalla Commissione Europea al 2030 – a giudizio di Greenpeace comunque insufficienti – bisognerà avere il 70% circa di fonti rinnovabili sulla rete elettrica, ma l’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede solo il 55%. Senza un aumento degli investimenti nelle rinnovabili e interventi sulla rete elettrica non sarà possibile raggiungere nemmeno gli obiettivi europei che, pur se insufficienti, sono un passo avanti rispetto al passato. Le rinnovabili sono bloccate da anni, anche per la pressione delle lobby del gas, e c’è urgente bisogno di sbloccare il processo autorizzativo: non è possibile che un impianto eolico venga autorizzato dopo 8 anni.

Agricoltura ed economia circolare: Anche sul settore agricolo è urgente intervenire con misure migliorative. In questo settore, infatti, servono investimenti per la transizione verso un modello agroecologico, per ridurre l’uso di pesticidi e prevedere un ulteriore aumento della superficie dedicata all’agricoltura biologica. È necessario intervenire sul sistema degli allevamenti intensivi per diminuirne emissioni e impatti su salute e ambiente, a cominciare da una chiara riduzione del numero di animali allevati. Per l’economia circolare, invece, servono misure urgenti che seguano i principi base indicati dall’Europa come la prevenzione e la riduzione dei rifiuti prodotti, soprattutto quelli derivanti dalla frazione monouso. Senza il ricorso a false soluzioni, come l’incenerimento e la generazione di combustibili dalla plastica. Vanno invece messi subito in atto tutti quei provvedimenti che responsabilizzano i produttori, a partire dalla Plastic tax.

Verso una mobilità a emissioni zero: Il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra in Italia, oltre a essere tra le principali fonti di inquinamento atmosferico. L’attuale PNRR però perde l’occasione per dare una spinta decisiva verso una mobilità a emissioni zero. Come abbiamo osservato in un commento congiunto con altre associazioni ambientaliste italiane, la mobilità urbana ha un ruolo marginale nel piano, mentre sono proprio le città a produrre la maggior parte delle emissioni. E anche la questione dell’elettrificazione dei trasporti è particolarmente critica: come si può raggiungere l’obiettivo di sei milioni di veicoli elettrici al 2030 (presente nel PNIEC) senza investimenti sulle infrastrutture di ricarica né piani industriali per indirizzare il mercato verso i veicoli elettrici? C’è bisogno di investire davvero su mobilità cittadina e regionale e trasporto elettrico, e non su grandi opere ampiamente presenti nel piano.

Stop definitivo alle trivelle: Una prima azione concreta per dimostrare la volontà del governo di andare nella direzione di una vera transizione energetica sarebbe una nuova, definitiva moratoria trivelle, cioè un divieto permanente a ogni nuova attività di prospezione, ricerca e sfruttamento di gas e petrolio sul territorio nazionale, a terra e in mare. Lo stop temporaneo a queste attività – sancito dal primo governo Conte, poi prorogato dall’esecutivo uscente – è infatti scaduto, e da agosto potrebbero ripartire tutti i progetti tenuti in sospeso negli ultimi due anni. Un’ulteriore proroga non sarebbe una scelta sufficientemente ambiziosa. Non c’è bisogno di trivelle, ma di scelte coraggiose.

Tutela della biodiversità: Nelle proposte progettuali che abbiamo visionato spicca la totale assenza di interventi a tutela della diversità biologica del nostro Paese. I nostri territori, il nostro mare, devono essere difesi e sono necessari interventi che consentano di ripristinare, come e dove possibile, l’integrità degli ecosistemi. Per quel che concerne la biodiversità terrestre, grande attenzione dev’essere prestata all’opzione dell’uso delle biomasse per uso energetico. Una raccolta di tipo “industriale” non costituisce una soluzione per l’emergenza climatica, ma piuttosto aggrava il problema: c’è invece bisogno di tutelare e irrobustire il patrimonio forestale del Paese. Per quel che riguarda la biodiversità marina, l’Italia ha assunto pubblicamente l’impegno ambizioso di tutelare il 30% dei suoi mari entro il 2030, un progetto internazionale noto come “30×30”. Greenpeace chiede che questo impegno sia mantenuto e rispettato, con gli investimenti necessari a garantirne la realizzazione.

   La transizione ecologica è un processo necessario che non potrà prescindere da giustizia economica e sociale e inclusione. Il costo di questa trasformazione non può ricadere sulle spalle della cittadinanza, ma dovrà essere a carico di chi, anteponendo i propri profitti alla salute delle persone e del Pianeta, ci ha condotto alla crisi climatica e ambientale.

   Noi siamo sempre aperti al dialogo, ma non rinunceremo a monitorare ogni passo fatto dal nuovo governo: denunceremo ogni scelta che contrasti con gli annunci fatti e con l’urgenza che ci impone l’emergenza climatica e ambientale in corso. (GREENPEACE) (da https://www.huffingtonpost.it/, 17/2/2021)

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PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA»

da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020

– «È un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra» – Riportiamo di seguito integralmente il messaggio rivolto da PAPA FRANCESCO ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO – (TED -Technology Entertainment Design- è una serie di conferenze, chiamate anche TED talks, gestite dall’organizzazione privata non-profit statunitense Sapling Foundation. TED, che è nato nel febbraio 1984 come evento singolo e nel 1990 si è trasformato in una conferenza annuale, era inizialmente focalizzato su tecnologia e design, coerentemente con la sua origine nella Silicon Valley, ma in seguito ha esteso il suo raggio di competenza al mondo scientifico, culturale e accademico; da Wikipedia) –

   Viviamo un momento storico segnato da sfide difficili. Il mondo è scosso dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19, che mette in evidenza ancora di più un’altra sfida globale: la CRISI SOCIO-AMBIENTALE. Questo ci pone, tutti, di fronte alla necessità di una scelta.

   La scelta fra che cosa conta e che cosa non conta. La scelta fra il continuare a ignorare le sofferenze dei più poveri e a maltrattare la nostra casa comune, la Terra, o impegnarci ad ogni livello per trasformare il nostro modo di agire.

   La scienza ci dice, ogni giorno con più precisione, che è necessario agire con urgenza – e non esagero, questo lo dice la scienza – se vogliamo avere una speranza di evitare cambiamenti climatici radicali e catastrofici. E per questo, agire con urgenza. Questo è un dato scientifico.

   La coscienza ci dice che non possiamo essere indifferenti di fronte alle sofferenze dei più poveri, alle crescenti disuguaglianze economiche e alle ingiustizie sociali. E l’economia stessa non può limitarsi alla produzione e alla distribuzione. Deve considerare necessariamente il suo impatto sull’ambiente e la dignità della persona. Potremmo dire che l’economia dev’essere creativa in sé stessa, nei suoi metodi, nel modo di agire. Creatività.

   Vorrei invitarvi a intraprendere, insieme, un viaggio. Un viaggio di trasformazione e di azione. Fatto non tanto di parole, ma soprattutto di azioni concrete e improcrastinabili.

   Lo chiamo “viaggio”, perché richiede uno “spostamento”, un cambiamento! Da questa crisi nessuno di noi deve uscire uguale – non potrà uscire uguale: da una crisi, mai si esce uguali –; e ci vorrà tempo e fatica, per uscirne. Bisognerà andare passo dopo passo, aiutare i deboli, persuadere i dubbiosi, immaginare nuove soluzioni e impegnarsi a portarle avanti.

   Ma l’obiettivo è chiaro: costruire, nel prossimo decennio, un mondo dove si possa rispondere alle necessità delle generazioni presenti, includendo tutti, senza compromettere le possibilità delle generazioni future.

   Vorrei invitare tutte le persone di fede, cristiane o non, e tutte le persone di buona volontà, a intraprendere questo viaggio, [a partire] dalla sua fede o, se non ha fede, dalla sua volontà, dalla propria buona volontà.  Ciascuna e ciascuno di noi, in quanto individui e membri di gruppi – famiglie, comunità di fede, imprese, associazioni, istituzioni – può offrire un contributo significativo.

   Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica Laudato si’, dedicata alla cura della nostra casa comune.  Propone il concetto di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ecologia integrale è un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative.

Vorrei proporre oggi tre piste di azione.

   Come ho scritto nella Laudato si’, il cambiamento e il giusto orientamento per il viaggio dell’ecologia integrale richiede di fare prima di tutto un passo di tipo educativo (CFR N. 202). Quindi la PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE, sviluppando la comprensione che i problemi ambientali sono legati ai bisogni umani – dobbiamo comprendere questo dall’inizio: i problemi ambientali sono legati ai bisogni umani –; un’educazione basata sui dati scientifici e su un approccio etico. Questo è importante: ambedue. Sono rincuorato dal fatto che molti giovani hanno già una nuova sensibilità ecologica e sociale, e alcuni di loro lottano in modo generoso per la difesa dell’ambiente e per la giustizia.

   Come SECONDA PROPOSTA, bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. È imprescindibile, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio di ogni altro diritto e responsabilità. Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA dovrebbe diventare poi lo scopo fondamentale dell’intero ciclo di produzione e distribuzione del cibo.

   La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite. Abbiamo pochi anni, gli scienziati calcolano approssimativamente meno di trenta – abbiamo pochi anni, meno di trenta – per ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera. Questa transizione deve essere non solo rapida e capace di soddisfare i bisogni di energia presenti e futuri, ma deve anche essere attenta agli impatti sui poveri, sulle popolazioni locali e su chi lavora nei settori della produzione d’energia.

   Un modo per favorire questo cambiamento è di condurre le imprese verso l’esigenza improcrastinabile di impegnarsi per la cura integrale della casa comune, escludendo dagli investimenti le compagnie che non soddisfano i parametri dell’ecologia integrale e premiando quelle che si adoperano concretamente in questa fase di transizione per porre al centro della loro attività parametri quali la SOSTENIBILITÀ, la GIUSTIZIA SOCIALE e la PROMOZIONE DEL BENE COMUNE. Molte organizzazioni cattoliche e di altre fedi hanno già assunto la responsabilità di adoperarsi in questa direzione. Infatti, la terra va lavorata e curata, coltivata e protetta; non possiamo continuare a spremerla come un’arancia. E possiamo dire che questo, il curare la terra, è un diritto umano.

   Queste tre proposte vanno intese come parte di un grande insieme di azioni che dobbiamo portare avanti in modo integrato per arrivare a una soluzione duratura dei problemi.

   L’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO È INSOSTENIBILE. Siamo di fronte all’imperativo morale, e all’urgenza pratica, di ripensare molte cose: come produciamo, come consumiamo, pensare alla nostra cultura dello spreco, la visione a breve termine, lo sfruttamento dei poveri, l’indifferenza verso di loro, l’aumento delle disuguaglianze e la dipendenza da fonti energetiche dannose. Tutte sfide. Dobbiamo pensarci.

   L’ECOLOGIA INTEGRALE suggerisce una nuova concezione della RELAZIONE TRA NOI E CON LA NATURA. Questo porta a una nuova economia, nella quale la produzione di ricchezza sia diretta al benessere integrale dell’essere umano e al miglioramento – non alla distruzione – della nostra casa comune.  Significa anche una politica rinnovata, concepita come una delle più alte forme di carità. Si, l’amore è interpersonale, ma l’amore è anche politico. Coinvolge tutti i popoli e coinvolge la natura.

   Vi invito quindi tutte e tutti a intraprendere questo viaggio. Così l’ho proposto nella Laudato si’ e anche nella nuova Enciclica Fratelli tutti. Come suggerisce il termine “Countdown”, dobbiamo agire con urgenza.  Ciascuno di noi può svolgere un ruolo prezioso, se ci mettiamo tutti in cammino, oggi. Non domani, oggi. Perché il futuro si costruisce oggi, e si costruisce non da soli, ma in comunità e in armonia.

(Papa Francesco)

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TRANSIZIONE ECOLOGICA: ECCO COME IL GOVERNO DRAGHI SI PREPARA ALLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Niccolò Carratelli, da “La Stampa” del 18/2/2021 (https://www.lastampa.it/)

– Il ministro Roberto Cingolani aggiungerà alle competenze dell’Ambiente alcune di quelle oggi appannaggio di Sviluppo economico (capitolo energia), Infrastrutture e Trasporti (mobilità e incentivi), Agricoltura (biocombustibili) –

   Guida un ministero che ancora non esiste, Roberto Cingolani. Ma non nel senso polemico dei parlamentari ribelli 5 stelle, che contestano la scelta di entrare nel governo Draghi, mettendo in dubbio le competenze affidate al neo ministro della Transizione ecologica, con il timore che si riveli solo un’operazione di facciata.

   La verità è che nessuno, oggi, può sapere con precisione quanto largo sarà il campo di azione di Cingolani, né quanto forti saranno le sue prerogative. Una traccia possono essere i compiti affidati al Dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi, da anni operativo all’interno del ministero dell’Ambiente (a dimostrazione che nessuno si è inventato niente), e guidato, guarda un po’, da un Grillo.

   Non Beppe, ma Mariano Grillo, a capo della struttura che, si legge sul sito internet, «cura le competenze del ministero in materia di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale ambientale». Questi i possibili contenuti, ma prima bisogna creare il contenitore, istituire formalmente il nuovo dicastero.

Un ministero da creare
Per farlo è necessario un provvedimento ad hoc, di cui si è già discusso nel primo Consiglio dei ministri, presieduto sabato scorso (13/2/2021, ndr) da Mario Draghi. Probabilmente un decreto legge, o forse due, perché è previsto anche lo scorporo del Turismo dai Beni Culturali, con la delega tolta a Dario Franceschini e affidata al leghista Massimo Garavaglia.

   Le previsioni filtrate da Palazzo Chigi indicano in una settimana il tempo necessario per l’avvio del nuovo ministero «green». Con una necessaria modifica dell’impianto normativo, per consentire a Cingolani di avere l’ultima parola sulle misure da intraprendere, senza che sia vincolante il parere dei ministeri finora competenti: altrimenti si rischia di dare ragione a quanti si aspettano pochi risultati tangibili. Del resto, ministeri simili creati in Spagna e Francia non hanno avuto vita facile, tra problemi organizzativi e resistenze corporative di varia provenienza.

   In Italia, Cingolani aggiungerà alle competenze dell’Ambiente alcune di quelle oggi appannaggio di Sviluppo economico (capitolo energia), Infrastrutture e Trasporti (mobilità e incentivi), Agricoltura (biocombustibili). Che poi sono i ministeri coinvolti nel nascente Comitato interministeriale per il coordinamento delle attività concernenti la transizione ecologica. A capotavola Cingolani, intorno a lui Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Stefano Patuanelli e Vittorio Colao, l’uomo dell’altra transizione, quella digitale. Un Comitato che rischia di sovrapporsi in parte al Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, attivo dal 1967, che dal primo gennaio 2021 è diventato Cipess: le due ultime lettere stanno a significare proprio «sviluppo sostenibile».

Un terzo del Recovery
Il «green deal» chiesto dalla Commissione europea passa da qui e in gioco c’è il 37% del Recovery Fund, oltre 70 miliardi da destinare alla conversione verde, di cui circa 50 da spendere entro il 2023. Sfida epocale, Cingolani lo sa, con una serie di obiettivi ambiziosi e non eludibili: dal tentativo di raddoppiare la crescita delle energie rinnovabili in Italia all’attivazione di una vera economia circolare, dagli interventi sulla sostenibilità dei trasporti, in particolare nelle città, alla partita dei rifiuti, con impianti di riciclaggio ancora insufficienti.

   Il tutto tenendo ben presente l’obiettivo climatico a breve termine fissato a livello europeo, il taglio delle emissioni inquinanti del 55% entro il 2030. Il 10 febbraio scorso il ministro uscente dell’Ambiente, Sergio Costa, ha trasmesso a Bruxelles la strategia di sviluppo a basse emissioni nell’ambito degli impegni dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che invitava i Paesi firmatari a comunicare entro il 2020 i propri piani. Nella strategia tre gli assi principali: riduzione della domanda di energia, grazie soprattutto al calo della mobilità privata e dei consumi in ambito civile; decisa accelerazione delle rinnovabili e della produzione di idrogeno; potenziamento e miglioramento delle superfici verdi, per aumentare la capacità di assorbimento di Co2. All’inizio di novembre, a Glasgow, ci sarà la conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite e dobbiamo arrivarci in regola con la riduzione dei gas serra prodotti in Italia. (Niccolò Carratelli, da “La Stampa” del 18/2/2021)

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LAUDATO SI’, L’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO SULLA CURA DELLA CASA COMUNE

di Isabella Piro – Città del Vaticano, da https://www.vaticannews.va/, 24/5/2018

– Un’Enciclica sull’ecologia integrale in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili –

   L’ecologia integrale diventi un nuovo paradigma di giustizia, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana: questo il cuore della seconda Enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, pubblicata il 18 giugno 2015. Suddivisa in sei capitoli, l’Enciclica raccoglie, in un’ottica di collegialità, diverse riflessioni delle Conferenze episcopali del mondo e si conclude con due preghiere, una interreligiosa ed una cristiana, per la salvaguardia del Creato.

Titolo tratto dal Cantico delle creature di San Francesco

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra”: Francesco di Roma si pone sulla scia di Francesco d’Assisi per spiegare l’importanza di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili. Nei sei capitoli dell’Enciclica, il Papa evidenzia che la nostra terra, maltrattata e saccheggiata, richiede una “conversione ecologica”, un “cambiamento di rotta” affinché l’uomo si assuma la responsabilità di un impegno per “la cura della casa comune”. Impegno che include anche lo sradicamento della miseria, l’attenzione per i poveri, l’accesso equo, per tutti, alle risorse del Pianeta.

1° capitolo: no alla cultura dello scarto. Tutelare diritto all’acqua

Il Papa mette in guardia dalle gravi conseguenze dell’inquinamento e da quella “cultura dello scarto” che sembra trasformare la terra, “nostra casa, in un immenso deposito di immondizia”. Dinamiche che si possono contrastare adottando modelli produttivi diversi, basati sul riutilizzo, il riciclo, l’uso limitato di risorse non rinnovabili. Anche i cambiamenti climatici sono “un problema globale”, spiega l’Enciclica, così come l’accesso all’acqua potabile, che va tutelato in quanto “diritto umano essenziale, fondamentale ed universale”, “radicato nell’inalienabile dignità” dell’uomo.

   Centrale, inoltre, la tutela della biodiversità perché ogni anno, a causa nostra, “scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che i nostri figli non potranno vedere”. E “non ne abbiamo il diritto”, sottolinea Francesco, evidenziando poi l’esistenza di un “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo, connesso a squilibri commerciali. “Il debito estero dei Paesi poveri – infatti – si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico”.

Creare sistema normativo per proteggere ecosistemi

“Il deterioramento dell’ambiente e quello della società – afferma il Papa – colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta”, spesso considerati “un mero danno collaterale”. Per questo, un vero approccio ecologico deve essere anche sociale. La soluzione, allora, non è la riduzione della natalità, ma il contrasto ad un consumismo “estremo e selettivo” di una parte della popolazione mondiale. Di fronte, poi, ad un certo intorpidimento e ad una “spensierata irresponsabilità” nell’uomo contemporaneo, urge “creare un sistema normativo” per assicurare la protezione degli ecosistemi.

2° capitolo: ambiente è dono di Dio, eredità comune da non distruggere

Si ribadisce la “tremenda responsabilità” dell’essere umano nei confronti del Creato e si ricorda che “l’ambiente è un dono collettivo, patrimonio di tutta l’umanità”, “eredità comune” da amministrare e non da distruggere. Seguendo il racconto biblico della Creazione, Papa Francesco evidenzia le tre relazioni fondamentali dell’uomo: con Dio, con il prossimo e con la terra. Ogni creatura ha una sua funzione, nessuna è superflua e tutto è “carezza di Dio”, scrive il Pontefice, ricordando che “ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana”. Tuttavia, la cura degli altri esseri viventi va sempre accompagnata dalla “compassione e preoccupazione” per l’uomo. Ed è per questo che serve la consapevolezza di una comunione universale. In quest’ottica, rientra il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni: la tradizione cristiana, infatti, “non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, ed ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”.

3° capitolo: no a tecnocrazia. Essere amministratori responsabili del Creato

Tecnologia, antropocentrismo, lavoro ed ogm: l’Enciclica si snoda lungo questi quattro percorsi. Innanzitutto, pur riconoscendo i benefici del progresso tecnologico per lo sviluppo sostenibile, mette in guardia dalla tecnocrazia che dà “a coloro che detengono la conoscenza ed il potere economico di sfruttarla, un dominio impressionante sul mondo intero”. Allo stesso tempo, l’antropocentrismo moderno, che non riconosce la natura come norma, perde la possibilità di riconoscere il posto dell’essere umano nel mondo ed il suo ruolo di “amministratore responsabile” dell’universo.

Difesa della natura incompatibile con la giustificazione dell’aborto

Ne deriva una logica “usa e getta” che giustifica ogni tipo di scarto, che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani ed il commercio di “diamanti insanguinati”. È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico e dello scarto dei nascituri perché non corrispondono ai progetti dei genitori. Di fronte a tutto questo, occorre una “coraggiosa rivoluzione culturale” che mantenga in primo piano il valore delle relazioni tra le persone e la tutela di ogni vita umana, perché la difesa della natura “non è compatibile con la giustificazione dell’aborto”.

Proteggere il lavoro. Dibattito su ogm sia ampio e responsabile

Quindi, il Papa ribadisce la necessità di difendere il lavoro: tutti devono potervi accedere, perché esso “è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano”. “Rinunciare ad investire sulle persone in nome di un profitto immediato è un pessimo affare per la società”, afferma il Pontefice, evidenziando la necessità, a volte, di “porre limiti a coloro che detengono grandi risorse e potere finanziario”, affinché tutti possano beneficiare davvero della libertà economica.

   Quanto agli ogm, definiti “una questione di carattere complesso”, il Papa ne mette in luce, da una parte, il contributo alla soluzione di problemi economici, ma dall’altra le difficoltà legate alla “concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi”. Per questo, afferma, serve “un dibattito scientifico e sociale responsabile ed ampio, in grado di chiamare le cose con il loro nome”.

4° capitolo: ecologia integrale è inseparabile da bene comune

L’ecologia integrale divenga, dunque, un nuovo paradigma di giustizia, perché l’uomo è connesso alla natura ed essa non è “una mera cornice” della nostra vita. “Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed un’altra sociale – scrive il Papa – bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. Di qui, il richiamo alla “amicizia civica” ed alla solidarietà, sia intra- che inter-generazionale, la cui lesione “provoca danni ambientali”. L’ecologia integrale “è inseparabile dalla nozione di bene comune” e ciò implica il compiere scelte solidali sulla base di “una opzione preferenziale per i più poveri”.

Tutelare ricchezze culturali dell’umanità. Accettare il proprio corpo, dono di Dio

Non solo: la vera ecologia riguarda anche la cura delle “ricchezze culturali dell’umanità”, come ad esempio delle “comunità aborigene”, e dell’ambiente urbano, per migliorare la qualità della vita umana negli spazi pubblici, nelle abitazioni, nei trasporti che in molte città, scrive il Papa, comportano “un trattamento indegno delle persone”. Centrale è anche l’accettazione del proprio corpo come dono di Dio per accogliere il mondo intero come casa comune donata dal Padre e vincere, così, la logica del dominio. In quest’ottica, il Papa esorta ad “apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità, poiché “non è sano un atteggiamento che pretenda di cancellare la differenza sessuale”, con la quale non sa più confrontarsi.

5° capitolo: Vertici mondiali sull’ambiente hanno deluso le aspettative

Cosa possiamo e dobbiamo fare, dunque? chiede Francesco. E la risposta è “dialogare ed agire”. Certo, spiega, “la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica”, ma l’esortazione è comunque “ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità o le ideologie non ledano il bene comune”. Il dialogo è ineludibile tra economia e politica, sottolinea il Pontefice, affinché “si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana”.  Il Pontefice chiama quindi in causa la politica internazionale e non risparmia un giudizio severo sui vertici mondiali relativi all’ambiente che, negli ultimi anni, “non hanno risposto alle aspettative” per una “mancanza di decisione politica”.

Serve governance globale. Dominio assoluto della finanza non ha futuro

   Al contrario, serve una governance globale che si occupi dei beni comuni globali, perché spesso “sotto il rivestimento della cura per l’ambiente”, si aggiungono nuove ingiustizie per i Paesi più bisognosi di sviluppo e finisce per “piovere sempre sul bagnato”. Non solo: Francesco pone l’accento sulle criticità di un sistema che mira al “salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione”, e di un “dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi”.

No alla corruzione. Ridefinire il progresso per migliorare la vita delle persone

Al livello nazionale, invece, la politica e l’economia devono uscire dalla logica di corto respiro, focalizzata sul profitto e sul successo elettorale a breve termine, dando spazio a processi decisionali onesti e trasparenti, lontani dalla corruzione che, in cambio di favori, “nasconde il vero impatto ambientale” dei progetti. Ciò che occorre, in sostanza, è “una nuova economia più attenta ai principi etici”, una “nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa”, un ritmo di produzione e di consumo più lento, così da “ridefinire il progresso”, legandolo al “miglioramento della qualità reale della vita delle persone”. Anche i diversi movimenti ecologisti e le religioni, in dialogo con la scienza, devono orientarsi alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità. E non è un caso se Francesco cita il Patriarca ortodosso Bartolomeo, il filosofo protestante Paul Ricœur, il mistico islamico Ali A-Khawas. Numerose anche le citazioni del teologo Romano Guardini.

6° capitolo: la sobrietà è liberante. Vale la pena di essere buoni e onesti

Educazione e formazione restano dunque, le sfide centrali da affrontare. Di qui, il richiamo a “puntare su un altro stile di vita” perché “non tutto è perduto” e “l’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune”. Bastano piccoli gesti quotidiani, spiega il Papa: fare la raccolta differenziata dei rifiuti, ridurre il consumo di acqua, spegnere le luci inutili, coprirsi un po’ invece di accendere il riscaldamento e soprattutto “spezzare la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo”.

   “La sobrietà – scrive il Pontefice – vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante” e “la felicità richiede di saper limitare quelle necessità che ci stordiscono”, lasciandoci invece aperti alle “molteplici possibilità che offre la vita”.  In questo modo, diventa possibile sentire che “abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti”.

L’Eucaristia unisce cielo e terra. Al di là del sole, c’è la bellezza di Dio

Il Papa invita, infine, a guadare ai Sacramenti, esempi di come la natura sia stata assunta da Dio. In particolare, spiega, l’Eucaristia “unisce cielo e terra” e “ci orienta ad essere custodi di tutto il Creato”. Le lotte e le preoccupazioni per questo pianeta “non ci tolgano la gioia e la speranza” perché nel cuore del mondo c’è sempre l’amore del Signore.  E allora “Laudato si’!”, scrive Francesco in una delle due preghiere che concludono l’Enciclica e che fa eco all’invocazione del Poverello di Assisi: “Camminiamo cantando!” perché “al di là del sole, alla fine, ci incontreremo faccia a faccia con la bellezza di Dio”. (Isabella Piro, da https://www.vaticannews.va/)

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