DIPLOMAZIA e NAZIONALISMO DEI VACCINI: con nazioni e aree geografiche in difficoltà a immunizzare la popolazione (l’Unione Europea, ma di più i Paesi del Sud del mondo); e poi chi (Russia, Cina, India…) usa i propri vaccini e materie prime necessarie, con priorità di conquista di spazi geopolitici importanti (assenti ONU e OMS)

foto da http://www.avvenire.it/

      Chi ha i vaccini controlla il mondo. Perché mai dover far guerre e imporre con la propria forza (militare) un predominio geopolitico, quando lo si può fare utilizzando un bene prezioso (il vaccino, le materie essenziali per produrlo) e l’innovazione (la ricerca) che si possiede, e che “gli altri” ne hanno bisogno?
E’ la nuova logica (anche se accadeva anche prima, ma meno evidente) del nuovo nazionalismo, e che appare ora con la pandemia. Lo chiamano SOFT POWER (il potere dolce, che convince) che mostra come si può impossessarsi di un luogo (nel nostro caso nazioni, aree geopolitiche) aiutando e donando beni essenziali, strategici (come nel caso dei vaccini, che “loro” non ne hanno).
   Fa specie ricordare che il ruolo di esportazione dei vaccini che adesso hanno paesi come la Russia, la Cina e l’India, verso aree del pianeta povere o in via di sviluppo, avviene senza che le stesse nazioni esportatrici (anche donatrici) abbia vaccinato la propria popolazione: raggiunto un modesto grado di controllo interno della pandemia, si preferisce usare il vaccino (o il know how, la conoscenza, oppure le materie prime essenziali per produrlo) come strumento di dono (o vendita) verso paesi in difficoltà; stabilendo solide e concrete relazioni per gli anni a venire.
   Così si percepisce la debolezza dell’Europa (la UE) che non possiede vaccini, e che minaccia case farmaceutiche di rispettare i patti contrattuali, trovandosi in situazione di debolezza; ma anche di limpidezza politica nel dimostrare di voler vaccinare la propria popolazione (ed anche dare contributi di esportazione verso paesi poveri che ne hanno bisogno). Altri paesi, si diceva, sono sì interessati a vaccinare (parte) della propria popolazione; ma non del tutto: la Russia che offre milioni di dosi all’estero mentre è indietro nella vaccinazione dei propri cittadini; la Cina lo stesso, e che sta sviluppando una rete di trasporto adatto a portare vaccini refrigerati in tutto il mondo in via di sviluppo; l’India che per contrapporsi al potere cinese offre anch’essa a tanti paesi poveri vaccini e materie essenziali….
   Pertanto pare che i rapporti di forza prioritari che una volta potevano (solo, in parte) essere dati dalla forza militare, adesso fanno prevalere, con la crisi pandemica, la capacità di ricerca, conoscenza, sviluppo medico…. E non sempre avviene in paesi economicamente forti (come gli Usa, non parliamo dell’Europa…) ma specialmente in paesi che loro stessi potrebbero essere annoverati come “poveri” (o perlomeno assai pieni di contraddizioni sociali); oppure in fase di espansione globale (come il caso della Cina). Uno stato di confusione, e di corsa al successo planetario nazionalistico, di tutti contro tutti, che chi come noi pensava a un mondo dove finalmente ci fossero organizzazione di pace e di sviluppo forti e necessarie al benessere di tutti, ne rimangono più che delusi (in questa corsa al vaccino un ruolo inesistente sembrano avere l’Onu e Oms).
   Allora mostra di aver ragione chi sostiene che il nostro secolo, il ventunesimo, sarà caratterizzato dalla lotta incessante di varie nazioni e aree politiche geostrategiche, con tentativi di prevalere dell’una sull’altra.
   Se sarà possibile recuperare una misura comune, un progetto diverso, un governo del pianeta che tenga conto delle diversità, che tuteli i ditti umani della persona, che garantisca per tutti un welfare (scuola, sanità, sicurezza, benessere per tutti, libertà…), possa venire oltre che da una rivoluzione personale e capacità critica di ciascuno, possa venire anche dalla proposta europea, il progetto europeo, che pur con tutte le difficoltà e contraddizioni, può essere un contesto interessante su cui puntare il nostro impegno e le nostre speranze. (s.m.)

mappa da https://www.geopolitica.info/

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LA GEOPOLITICA DEI VACCINI

di GIACOMO NATALI, da https://www.treccani.it/magazine/, 25/3/2021
   La corsa alla scoperta dei vaccini anti-Covid, così come la capacità di produrli e la volontà di distribuirli in giro per il mondo, si sta trasformando in una competizione tra potenze nella quale, oltre alle vite, sono in gioco relazioni internazionali, la proiezione di soft power e più in generale il ruolo dei diversi Paesi nell’immaginario globale. Come avvertiva il poeta mistico persiano Rumi: «dove ci sono rovine, c’è la speranza di un tesoro». La pandemia non fa eccezione, anche dal punto di vista delle opportunità di rimessa in discussione degli equilibri geopolitici offerta dalla cosiddetta “diplomazia dei vaccini”.
L’Europa ai margini del “grande gioco” dei vaccini
Le dichiarazioni del presidente russo Putin, che lunedì scorso accusava l’Unione Europea di anteporre l’interesse delle case farmaceutiche a quello dei propri cittadini è stato soltanto l’ultimo degli ormai regolari scambi, a volte poco diplomatici, tra Mosca e Bruxelles riguardo al vaccino russo Sputnik.
   In uno di questi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, domandava retoricamente come mai la Russia stesse offrendo milioni di dosi all’estero mentre era così indietro nella vaccinazione dei propri cittadini. Un’uscita che mostra due soggetti impegnati in imprese radicalmente diverse: da un lato un’operazione logistico-commerciale di acquisizione di dosi per proteggere la propria popolazione, dall’altro la consapevolezza di poter utilizzare queste forniture sanitarie per proiettare il proprio soft power e conquistare spazi geopolitici rilevanti. La seconda di queste impostazioni vede al momento come protagonisti, oltre alla Russia, anche la Cina e l’India. Ma non soltanto.
   La diplomazia sanitaria non nasce con il Covid: si pensi al mito dei medici cubani in missione umanitaria, oppure alla campagna per l’eradicazione del vaiolo, legata in non piccola parte alla competizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti per l’influenza in Africa e Sud America.
Forse mai come nel caso dell’attuale diplomazia dei vaccini, però, è stato evidente e senza maschere il gioco globale di influenza in corso tra potenze globali, regionali e anche da soggetti solitari con esigenze o ambizioni geostrategiche particolari.
   In Europa vediamo quotidianamente soltanto una piccola parte di questa competizione, ovvero soprattutto quella legata al cosiddetto “nazionalismo dei vaccini”. Fedele alla propria impostazione burocratica, Bruxelles ha messo in mostra prima di tutto la propria meticolosità nei percorsi di autorizzazione dei vaccini e poi ne ha gestito gli acquisti comportandosi in pratica come un’immensa CONSIP: occupandosi di contabilizzare e far pesare i propri numeri demografici e le capacità economiche per cercare di assicurarsi le forniture necessarie alle proprie esigenze interne.
   Quando poi ha scoperto di non avere neppure ottenuto offerte convenienti e ha provato ad agire da potenza, ad esempio minacciando il blocco delle esportazioni, l’UE ha finito per attrarsi anche accuse di chiusura ed egoismo. Una sconfitta d’immagine ancora più assurda, se si pensa come l’Unione Europea da sola (e ancora di più sommando anche i contributi dei singoli Stati membri) sia tra i principali finanziatori del programma COVAX dell’Organizzazione mondiale della sanità, dedicato alla copertura vaccinale anti-Covid nei Paesi poveri.
   Ma mentre Bruxelles era concentrata sulle diatribe relative alle clausole contrattuali con le case farmaceutiche, avvincenti per le masse come le trattative commerciali tra gli emissari jedi e la Federazione dei Mercanti nel primo dei prequel di Star Wars (non a caso uno dei film più odiati della storia), gli altri giocatori globali erano impegnati in uno scontro ben più strategico, che unisce aspetti scientifici, produttivi e industriali a quelli politici e in larga parte comunicativi e simbolici.
Le alternative al modello americano, tra sovranisti e multinazionali
Per comprendere gli sviluppi di questo scontro, occorre innanzitutto tracciarne i confini: secondo uno studio della fondazione CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), sulla distribuzione geografica degli investimenti per lo sviluppo dei vaccini anti-Covid, il 40% del totale è concentrato in Nord America, il 30% in Asia e Australia, il 26% in Europa e il restante 4% tra Africa e Sud America.
   A marzo 2021 ciò aveva portato all’autorizzazione a livello mondiale di dodici vaccini (dei quali quattro permessi in Europa). Altri venticinque vaccini si trovano nella cosiddetta fase 3 (l’ultima prima del via libera), quaranta in fase 2 e qualcuno di meno in fase 1 (tra i quali anche quello “italiano” di ReiThera). Altre centinaia sono in fase preclinica.
Dei dodici vaccini approvati, quattro sono cinesi, tre russi, due americani, uno britannico e uno indiano. Gli europei sono presenti soltanto con le compartecipazioni (rispettivamente tedesca e olandese) ai due vaccini americani Pfizer e Johnson & Johnson e con la compartecipazione svedese in quello AstraZeneca.
   Già questi dati mostrano un approccio divergente, tra Paesi come Cina e Russia che si sono concentrati nella produzione autarchica di un proprio vaccino e chi si è, come ad esempio tutti i Paesi del G7, affidato alle competenze delle multinazionali farmaceutiche.
   I successi iniziali sembravano dare ragione alla strategia e della ricerca “occidentale”: il primo vaccino a ricevere avalli internazionali è infatti quello frutto della collaborazione atlantica tra Pfizer e BioNTech. Poi seguito da quello di AstraZeneca.
   Ma se da un lato ciò ha apparentemente confermato il primato degli Stati Uniti, rappresentati in questo caso da “Big Pharma” (coerentemente con il proprio modello economico), dall’altro lato Washington non ha saputo sfruttare altrettanto bene sul piano dell’immaginario questo vantaggio temporale nella corsa alla cura. Ciò è avvenuto in parte, ma non soltanto, perché ciò è coinciso con il momento del passaggio di consegne tra un presidente che aveva derubricato la pandemia a bufala e uno non ancora insediato e senza le chiavi della macchina amministrativa e simbolica.
   Nel primo giorno del proprio mandato, Joe Biden ha annullato la decisione del proprio predecessore di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma ormai era tardi per ricoprire con credibilità il ruolo di capofila nello sforzo internazionale comune verso la soluzione alla pandemia. Soprattutto visto con gli occhi di chi abita nei Sud del mondo.
   Nel frattempo, erano arrivati gli altri sette vaccini da Cina, Russia e India. Con la significativa eccezione del martoriato e inerme Brasile a fare la figura del paziente malato, si tratta proprio dei Paesi del vecchio acronimo BRIC, coniato nel 2001 per indicare Paesi economicamente emergenti, che trovano nella pandemia l’occasione per candidarsi a sorpassare anche nel soft power (non solo sanitario) le potenze transatlantiche.
   Ma se questi tre Paesi stanno giocando una partita apparentemente simile, hanno in realtà esigenze di immagine e obiettivi geopolitici differenti.
La Cina pianifica oltre l’emergenza
La Cina comprende fin dalle prime settimane del 2020 la necessità di ricostruirsi una reputazione, dopo la gestione opaca dello scoppio della pandemia e le accuse globali. Lo fa innanzitutto con la spietata efficienza del sistema di isolamento dei focolai, che porta (quantomeno a loro dire) a uscire quasi per prima dall’emergenza. Inizia allora a inviare medici e attrezzature all’estero (compresa l’Italia) per “indicare la via”.
   È l’anteprima della diplomazia dei vaccini, che prende l’aspetto simbolico della “diplomazia delle mascherine”. Subito replicata anche dalla Russia, con le immagini degli aerei cargo inviati a Bergamo da Putin rilanciati su tutti i telegiornali. In entrambi i casi si tratta in genere di quantitativi limitati, ma dal forte impatto mediatico tra popolazioni confuse dall’inedita emergenza.
   Nel frattempo la Cina era già al lavoro sui vaccini e non appena il primo è stato pronto, sviluppato proprio a Wuhan dalla Sinopharm, è iniziata una nuova fase della strategia di Pechino: tenere al minimo le vaccinazioni interne, contando sulla bassa incidenza della malattia tra i propri confini, e concentrare la capacità produttiva nell’esportazione. Con l’ambizione di mostrare ancora una volta la guida cinese verso la soluzione globale della pandemia.
   Data la partecipazione alla fase 3 della ricerca di decine di migliaia di pazienti all’estero, il suo uso a livello internazionale anticipa in un certo senso quello degli omologhi americani. Ma è a partire da gennaio 2021 che prende il via la massa di autorizzazioni straniere per l’utilizzo d’emergenza. Per il vaccino Sinopharm, ad esempio, si aprono le porte di una ventina di Paesi tra Asia e Medio Oriente, tredici in Africa, otto tra America Centrale e Meridionale, persino sei in Europa, con addirittura una penetrazione all’interno dell’UE grazie all’Ungheria di Orbán, nonostante la messa in guardia dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA, European Medicines Agency).
   Significativa anche l’approvazione del vaccino Sinovac da parte dell’Ucraina: isolata e schiacciata tra i blocchi alle esportazioni da parte dei teorici alleati occidentali e la volontà di respingere le offerte russe, Kiev sceglie la via cinese, per poi però trovarsi di fronte a enormi ritardi sulle consegne.
   Dal punto di vista del successo comunicativo, infatti, Pechino sconta sempre la poca trasparenza dei propri vertici. Nel caso dei vaccini, non sono stati resi pubblici i risultati delle sperimentazioni o condotte verifiche indipendenti e i percorsi di approvazione devono affidarsi a preanalisi prodotte dalla stessa Sinopharm. Così come non è nota la reale capacità produttiva delle sue aziende, probabilmente inferiore a quanto dichiarato.
   Ciò indebolisce molto la capacità della Cina di posizionarsi come un soggetto credibile verso i Paesi occidentali, ma le donazioni di dosi, i prezzi bassi e le offerte di collaborazione costituiscono una ricetta irresistibile per i Paesi indietro sulla ricerca o incapaci di produzione e distribuzione autonoma. In questo senso, non si tratta tanto di soft power, inteso come attrarre a sé attraverso i propri valori intangibili, ma dell’hard power della più grande potenza industriale mondiale.
   Da questo punto di vista, la Cina sta giocando una partita anche più lunga rispetto alle emozioni di questi mesi legate all’emergenza: molti dei suoi accordi, infatti, riguardano la realizzazione stessa di impianti di produzione (anche appunto per supplire alle sue attuali carenze) e logistica, soprattutto nei Paesi africani, ma anche in Sudamerica e si dice prossimamente pure in Serbia. Quando la pandemia da Covid sarà finita, questi poli produttivi invece resteranno a proiettare la presenza cinese, insieme alla rete di relazioni con essi costruita da Pechino.
L’India tra capacità produttiva e offerte di amicizia
Tra gli addetti ai lavori, l’India è nota come “la farmacia del mondo”. Nello specifico dei vaccini, le aziende del subcontinente ne producono oltre il 60% a livello globale. E se ciò è dovuto più alla propria enorme capacità produttiva, che a una qualità della ricerca che è ancora inferiore rispetto a quella di altri colossi, il Paese ha saputo anche sviluppare rapidamente un proprio vaccino alternativo, chiamato COVAXIN.
   Forte di questi successi, l’India ha compreso come questa fosse l’occasione ideale per promuovere all’estero la propria alternativa alla forza industriale e geopolitica cinese. Per farlo, ha puntato da un lato sulla superiore affidabilità della propria filiera. Dall’altro su un approccio più umanitario, indicato fin dal nome dell’iniziativa Vaccine Maitri (all’incirca traducibile come “amicizia vaccinale”) che a metà marzo aveva già consegnato quasi 60 milioni di dosi in oltre 70 nazioni.
   Oltre al proprio COVAXIN, l’India offre attraverso questo progetto anche il cosiddetto Covishield, che altro non è che lo stesso vaccino AstraZeneca ottenuto sotto licenza dalla multinazionale e replicato in 1,1 miliardi di dosi dal Serum Institute of India, il più grande produttore al mondo di vaccini, ancora prima che ne arrivasse l’approvazione.
I destinatari dell’iniziativa sono stati prima di tutto i Paesi più vicini geograficamente, come Afghanistan, Bhutan, Nepal e Sri Lanka. In alcuni casi si trattava di rispettare e consolidare amicizie durature, mentre in altri l’iniziativa è stata utile a ricucire relazioni tese, come ad esempio nel caso dei rapporti con il Bangladesh.
   Tra quelli donati e quelli forniti a basso prezzo, l’India si è rivelata più rapida e affidabile rispetto alla Cina. Emblematico il caso del Myanmar, che ancora attende le 300.000 dosi promesse da Pechino, a fronte dei quasi 2 milioni di vaccini indiani già ricevuti. Mentre tornando al caso ucraino, dopo i ritardi delle consegne cinesi, la campagna vaccinale nel Paese è iniziata proprio attraverso mezzo milione di dosi della versione indiana del vaccino AstraZeneca.
   Situazione simile anche in Iran, dove la ricerca di tre diversi vaccini è al momento ancora alla fase 1 e le sanzioni internazionali avrebbero impedito l’accesso ai vaccini delle multinazionali occidentali: la campagna vaccinale è dunque partita con forniture indiane. Mentre in prospettiva, Teheran sembra contare anche sulla collaborazione con Cuba, che deve affrontare un’analoga situazione di isolamento, ma il cui vaccino Soberana sarebbe già giunto alla terza fase di test.
   Di tutto questo attivismo indiano, poco è giunto alle orecchie occidentali. Farà eccezione il Canada, unico Paese del G7 a ricevere lotti di vaccino sotto il cappello dell’iniziativa Vaccine Maitri. Ad esso si aggiungono nel Centro e Sud America anche il Messico e il Brasile, di nuovo vincendo la competizione con la Cina anche a livello d’immagine: con un sondaggio che certificava come la metà dei brasiliani si rifiutasse di prendere il vaccino Sinovac, mentre il presidente Bolsonaro twittava la propria gratitudine all’India, condividendo un’immagine della divinità induista Hanuman in veste di curatore.
   La sfida indiana al modello cinese è arrivata anche sul piano della trasparenza: a fronte dell’opacità degli istituti di Pechino, ad esempio, l’India ha organizzato viaggi per ambasciatori e diplomatici per visitare le industrie farmaceutiche a Hyderabad e Pune. Il tutto vissuto anche come opportunità per promuovere in futuro la produzione in loco di altri farmaci. Mentre la Cina cercava occasioni per costruire fabbriche in altri Paesi, l’India ha l’opposta esigenza di trovare richieste e clienti per sfruttare a pieno i propri già enormi impianti esistenti.
   In comune con la Cina (e la Russia, come vedremo tra poco) anche l’India è, però, indietro rispetto alla copertura vaccinale della propria popolazione. Arrivando addirittura al paradosso di essere il primo Paese destinatario del programma COVAX dell’Organizzazione mondiale della sanità. Essendo al tempo stesso il principale luogo di produzione degli stessi vaccini. Una contraddizione che sembrerebbe mostrare un Paese ancora nel guado tra potenza e bisogno.
Le ambizioni russe al “tavolo buono”
Come ricordato all’inizio, il governo di Mosca è stato probabilmente il soggetto più attivo nella propria campagna informativa (e disinformativa) all’estero sul fronte vaccinale. Anche in Italia, dove la possibilità dell’utilizzo del suo Sputnik V ancora divide l’opinione pubblica.
   Se molti elementi della strategia russa coincidono con quanto visto nel caso cinese o in quello indiano, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti agli Stati confinanti e nei Paesi più poveri, infatti, il piano di Putin si distingue per essere l’unico ad avere cercato di portare la partita direttamente nel campo di Unione Europea e Stati Uniti.
   Da questo punto di vista, la diplomazia dei vaccini di Mosca appare in linea con le due tradizionali ambizioni dell’attuale leadership: riconquistare l’influenza perduta nell’ex sfera sovietica e nei Paesi a essa legati, ma al tempo stesso farsi riconoscere al tavolo dei “grandi” e riconquistarvi la poltrona che ritiene di meritare di diritto.
   Sul primo fronte, i risultati sono in linea con quelli dei concorrenti, almeno per quanto riguarda le richieste. Tra autorizzazioni piene, emergenziali e dosi ordinate in anticipo, attualmente lo Sputnik è già operativo in 56 Paesi, tra cui praticamente tutta l’Asia, tutto il Sud America e una decina di Paesi africani. Molti mettono in dubbio la reale capacità di produrre le dosi promesse a livello mondiale, ma questo sarà chiaro soltanto nel corso dei prossimi mesi.
   Il secondo obiettivo ha invece richiesto una considerevole dose di energie da parte della diplomazia russa e delle amicizie che Mosca ha coltivato negli scorsi anni negli ambienti sovranisti europei e americani, ma i risultati sono al momento difficili da valutare. In Europa ancora una volta sono state Ungheria e Serbia a muoversi in anticipo sugli altri, con l’aggiunta in questo caso anche della Slovacchia e di San Marino.
   Negli Stati Uniti è significativo il cambio di registro del capo degli esperti virologi americani, Anthony Fauci, che mentre lo scorso agosto si era mostrato molto scettico sulla presunta efficacia dello Sputnik, pochi giorni fa ha dichiarato di averne visto alcuni dati e di averli trovati «piuttosto buoni».
   In effetti, a differenza ad esempio di quelli cinesi, la Russia ha sottoposto il proprio vaccino al percorso di autorizzazione delle autorità europee. E sta siglando accordi per la produzione dello Sputnik, oltre che in India, Cina e Corea del Sud, anche in vari Paesi europei, a partire dall’Italia. Anche se in molti di questi casi le dosi non saranno destinate ai Paesi stessi di produzione, ma ad Africa, Sud America e alla Russia stessa, che non è in grado di coprire da sola il proprio fabbisogno.
Un conflitto comunicativo e l’assenza della comunità internazionale
Ciò che la Russia ha capito meglio di ogni altro è quanta parte di questo confronto si giocasse sugli aspetti simbolici, come testimonia perfettamente il nome stesso dato al proprio vaccino: Sputnik evoca volutamente un mondo, dei valori, un immaginario immediato. Evoca anche altri tempi, quelli dell’oro agli occhi di Putin, più complessi secondo altri, ma comunque per tutti più semplici nella loro assenza della pandemia e illuminati dalle sorti progressive della scienza (aerospaziale allora, medica oggi).
   In generale, quelli dei vaccini dei Paesi che più di tutti stanno giocando questo gioco non sono le entità senza identità delle multinazionali del farmaco, che non fanno altro branding che non sia quello della corporation stessa. E che per questo vengono chiamati “il vaccino Pfizer”, “il vaccino AstraZeneca”, “il vaccino Moderna”: denominazioni utili soltanto ad aumentare i dividendi degli azionisti.
   I vaccini cinesi, ad esempio, sono caratterizzati dall’elemento nazionalista Sino-/-Sino, che ne caratterizza le aziende produttrici e col quale sono chiamati comunemente: Sinopharm, Sinovac, CanSino. Quello indiano punta, come detto, sull’amicizia. Ma altrettanto simbolico è anche il citato vaccino cubano: Soberana richiama appunto il concetto di sovranità. Con il paradosso di riunire sotto questa bandiera (solitamente appannaggio di altri ambienti) il mondo della sinistra, che nelle proprie bolle sui social e sulla stampa di riferimento, esulta alle promesse di donarlo ai Paesi bisognosi.
   Il Regno Unito è stato forse l’unico tra i Paesi europei a comprendere le opportunità insite in questa sfida, probabilmente proprio perché così bisognoso di un riposizionamento del proprio brand e di nuove relazioni internazionali nella propria era post-europea. Per mesi, il vaccino che oggi conosciamo come AstraZeneca è stato indicato come il “vaccino di Oxford”. Nulla avrebbe potuto essere più quintessenzialmente britannico in termini di qualità, eccellenza e valori.
   Purtroppo per Boris Johnson, con la fine della sperimentazione e l’avvio della fase commerciale, l’etichetta è gradualmente stata rimpiazzata dal nome della multinazionale. Ma sempre sul piano comunicativo si gioca anche il ruolo di portavoce delle vittime del nazionalismo dei vaccini, interpretato dal premier britannico nel suo scontro con Bruxelles, nonostante egli stesso abbia bloccato le esportazioni di quelli prodotti all’interno del Regno.
   Al netto della più volte richiamata iniziativa COVAX, l’assenza più grande in tutto questo scenario appare quella dell’ONU e dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tra questi tiri alla fune simbolici, nazionalistici, industriali e commerciali, è fino ad ora venuta a mancare la funzione delle Nazioni Unite di unire gli sforzi verso un obiettivo comune. Lasciando che nell’attuale mondo multipolare la tutela della salute sia in balia delle proprie capacità economiche, dell’isolamento politico di alcune realtà o delle iniziative apparentemente benefiche di potenze interessate a espandere il proprio soft power. E chissà quanto consapevoli che in effetti soltanto insieme si uscirà davvero da questa situazione. (GIACOMO NATALI, da https://www.treccani.it/, 25/3/2021)

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UN ANNO DI MIOPIA

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 26/3/2021
   Per la seconda volta in dodici mesi, l’India ha deciso di bloccare le esportazioni di prodotti essenziali per la salute di noi europei. Il 3 marzo di un anno fa una nota uscita all’improvviso da un ministero vietò l’esportazione di ventisette ingredienti farmaceutici, inclusi gli antibiotici più usati contro le polmoniti. Bastarono poche righe di un funzionario di Nuova Delhi e l’onda d’urto si propagò in tutto il mondo. Il mese dopo, in pieno lockdown, la Società italiana di farmacia ospedaliera dovette mandare al governo la lista di diciotto farmaci dei quali c’era «carenza» (fra questi tre antibiotici, due anestetici e l’eparina sodica usata contro le trombosi). Un anno dopo, ci risiamo: ieri il governo di Nuova Delhi ha proibito l’esportazione di vaccini verso il resto del mondo.
   Non è una sorpresa. E non è una cosa da poco. Il più grande produttore di vaccini Covid al mondo è il Serum Institute of India, che ha un contratto per 550 milioni di dosi Novavax e soprattutto ne ha uno per altrettante fiale di AstraZeneca. Una parte della materia prima trasformata dalla Catalent di Anagni viene da lì e oggi in Italia, Francia o Germania si trovano centinaia di migliaia di persone vaccinate con il prodotto degli stabilimenti del Serum Institute nel Maharashtra.

   È solo un passaggio di questa saga, uno di più. Ma racchiude messaggi per un’Unione europea sempre più afflitta da quello che Thierry Breton, il commissario incaricato del dossier, chiama il «nazionalismo dei vaccini».
Il primo messaggio è che le catene globali del valore da cui dipendiamo per la nostra salute sono fragili e lo resteranno, perché così abbiamo scelto noi stessi europei nella nostra miopia. C’è infatti una contraddizione di fondo nel nostro pretendere di comprare da AstraZeneca vaccini a meno di due euro a dose eppure stupirsi quando poi la produzione viene delocalizzata in India. Se davvero vogliamo la «sovranità strategica» di cui parliamo tanto in Europa, dobbiamo essere disposti a pagare di più per ciò che ci serve.
   Invece noi europei – la Commissione, sostenuta dall’Italia e da altri sette governi – abbiamo passato l’estate scorsa a tirare sui centesimi di euro per fiala con il gruppo britannico. Non ci è venuto in mente che ogni mese di più passato in zona rossa fa perdere all’Unione europea un centinaio di miliardi di reddito (e all’Italia poco meno di dieci)?
I negoziatori europei hanno persino cercato di ottenere dalle case farmaceutiche solo opzioni – cioè diritti – di acquisto, senza dar loro ordinativi certi. È naturale che poi Pfizer o AstraZeneca abbiano dato la precedenza alle forniture non solo agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna o a Israele, ma anche al Cile. Il governo di Santiago non è il più ricco e potente del mondo, però ha avuto le idee più chiare di noi europei e ora metà della popolazione cilena è già vaccinata.
   Il secondo messaggio del blocco indiano è che dobbiamo essere disposti, noi europei, a rischiare i nostri soldi investendo. Dobbiamo anche essere pronti a perderne, pur di innovare. A Washington, Donald Trump ha impegnato sui vaccini oltre dieci miliardi di dollari nella primavera di un anno fa. A Londra Boris Johnson a marzo scorso ha deciso in poche ore di spendere centinaia di milioni di sterline per formare l’Oxford Vaccine Consortium, che avrebbe portato alle dosi di AstraZeneca. Noi europei ci siamo sempre sentiti superiori a entrambi, per stile e cultura. Ma ora metà della popolazione britannica è vaccinata, da noi a stento un settimo e dobbiamo sperare che Joe Biden si dimostri più generoso di Trump nel toglierci dai guai.

   Questo stato di debolezza obbliga noi europei a chiederci non tanto perché, l’estate scorsa, abbiamo negoziato così male con Pfizer o AstraZeneca. C’è una domanda più seria: perché non abbiamo sviluppato vaccini completamente nostri? Un’economia avanzata da 13 mila miliardi di euro, con un’industria del farmaco da quasi duecento miliardi di fatturato l’anno, non ce l’ha fatta.
   Ci sono riuscite le altre grandi piattaforme globali – Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia – ma noi no. La tedesca BioNTech ha finito per collaborare con l’americana Pfizer, per sviluppare la propria invenzione. La Irbm di Pomezia ha contribuito al progetto di Oxford ma il governo italiano di Giuseppe Conte, molto generoso con aziende obsolete come Alitalia o Ilva, non ha messo un euro per affiancare Boris Johnson.
   Anche in Francia l’Istituto Louis Pasteur e Sanofi sono in ritardo, per ora. Così noi europei ora ci vantiamo di aver esportato 77 milioni di dosi, ma la realtà è che ci siamo ridotti al rango di trasformatori di prodotti altrui. Le nostre minacce di embargo sono velleitarie, perché siamo terzisti. Non siamo audaci.
   Vent’anni fa l’industria farmaceutica americana investiva due o tre miliardi all’anno più di quella europea in ricerca e sviluppo, ma alla vigilia della pandemia ne investiva già venti di più. Non siamo audaci in un secolo in cui i grandi choc globali, la rivalità con la Cina e la corsa delle tecnologie richiedono capacità di innovazione radicale. Noi invece preferiamo ancora gli aggiustamenti incrementali. Non è un caso se fra le prime diciotto aziende tecnologiche per fatturato al mondo ce ne sono nove americane, tre cinesi, tre giapponesi, due coreane, una di Taiwan, ma non una europea.
   La conseguenza è nella scena del vertice di ieri e di oggi. Eccoci qua, divisi come i polli di Renzo per qualche fiala. Eccoci ansiosi di farci salvare ancora dall’alleato americano, come quando l’Europa era in macerie dopo la guerra. Ma ora anche privi a volte di senso del ridicolo, come il premier austriaco Sebastian Kurz che cerca di rimediare ai propri errori sui vaccini esigendo una solidarietà europea che lui stesso ha sempre sdegnato.
   Se la pandemia fosse una guerra, noi europei la staremmo perdendo. Ma non lo è. È una (durissima) lezione. Riflettiamoci su. (Federico Fubini)

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COME STA ANDANDO COVAX, IL PIANO PER DISTRIBUIRE I VACCINI NEI PAESI POVERI?

di Luca Tremolada, 26 marzo 2021, da “il Sole 24 ore”
   Il COVID-19 Vaccine Global Access (Covax) è un pool di acquisti globale creato nel giugno 2020 con l’obiettivo di garantire che anche i Paesi più poveri abbiano accesso ai vaccini. A guidarlo è l’Oms insieme al Cepi (la Coalizione internazionale per le innovazioni in materia di preparazione alla lotta contro le epidemie di cui fa parte anche l’Italia) e alla Gavi Alliance (una partnership globale di soggetti pubblici e privati impegnati a tutela dei bambini e della salute delle popolazioni). L’approccio è filantropico: dentro COVAX si trovano governi, organizzazioni internazionali, organizzazioni filantropiche, società civile, settore privato, e anche case farmaceutiche, che si autofinanzieranno con l’obiettivo di distribuire due miliardi di dosi entro la fine del 2021 ai paesi più poveri.
   Il 25 marzo ha comunicato di avere distribuito finora 32 milioni di dosi di vaccino a 60 Paesi partecipanti. (…)
(…) L’obiettivo del programma, a cui hanno aderito 190 Paesi, è di acquistare abbastanza vaccini contro il Covid-19 per immunizzare il 20% della popolazione più a rischio in tutto il mondo, garantendo un accesso giusto ed equo a tutti.
I Paesi ad alto e medio reddito dovrebbero contribuire finanziariamente per poi ricevere una quota dei vaccini acquistati, mentre i Paesi più poveri acquisirebbero i vaccini gratuitamente. (….)
   Tra i dieci maggiori beneficiari dell’iniziativa, la NIGERIA ha ricevuto la consegna più consistente: 3,9 milioni di dosi spedite il 2 marzo costituiscono circa il 30% delle dosi di vaccino promesse per la consegna nel paese fino alla fine di maggio. Le spedizioni in ETIOPIA e nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO sono state ugualmente ingenti rispetto alle spedizioni previste in questo periodo di tempo.
In confronto, le consegne in Indonesia, Brasile e Filippine hanno rappresentato solo tra il 9 e l’11% dell’impegno di consegna.
   Per i paesi qualificati, COVAX fornisce gratuitamente dosi di vaccino per il 20% della popolazione. I paesi donatori così come i paesi qualificati possono anche scegliere di acquistare dosi aggiuntive attraverso l’iniziativa. (da Come sta andando Covax, il piano per distribuire i vaccini nei Paesi poveri? – Info Data (ilsole24ore.com)

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LA GEOPOLITICA DEI VACCINI

di DAVID W. ELLWOOD, dalla rivista IL MULINO https://www.rivistailmulino.it/, 2/3/2021
   Lo sforzo di tante nazioni per produrre e distribuire nel mondo il proprio vaccino anti-Covid ha scatenato una nuova forma di concorrenza geopolitica. L’ha detto per prima Sylvie Kauffmann: «In un mondo in cui i vaccini sono diventati una nuova misura del potere geopolitico di una nazione, non c’è dubbio che i presidenti Putin della Russia e Xi Jinping della Cina potranno permettersi di sorridere davanti alle difficoltà che su questo fronte l’Europa si è procurata» («The New York Times», 4 febbraio 2021).
   Sembra quindi confermata l’affermazione di uno dei numerosi consiglieri della sicurezza nazionale di Trump, il generale McMasters, che nel 2017, nel solco della dottrina America First promulgata dal suo Presidente, disse: «Non esiste nessuna comunità internazionale, ma solo un’arena dove le nazioni si buttano, lottando ognuna per ottenere il massimo vantaggio per se stessa».
   Secondo «The Economist» in giro per il mondo sono in via di sviluppo o in produzione non meno di 378 vaccini anti-Covid. Le aziende che li producono sono spesso multinazionali, come Pfizer-BionTech (americana e tedesca) o l’anglo-svedese Astra-Zeneca; la francese Sanofi sta collaborando con l’inglese Glaxo-Smith-Kline. Le singole aziende americane sono quelle più avanti di tutte: oltre a Pfizer, sono all’avanguardia Novavax, Moderna e Johnson & Johnson. Ma a differenza di tanti altri protagonisti statali dell’attuale scena mondiale, il governo americano «sta a guardare» («Wall Street Journal», 21 febbraio 2021).
   Al contrario, la Cina «sta costruendo una catena di trasporto aereo, magazzini e camion per portare vaccini refrigerati in tutto il mondo in via di sviluppo». Solo nella settimana del 21 febbraio, infatti, un milione di dosi cinesi sarebbero passate per l’aeroporto di Addis Abeba, destinate all’Etiopia e ai Paesi circostanti. Commenta il giornale newyorkese: «La posta in gioco è un premio in termini di soft power, cioè una disposizione positiva (verso la Cina) di politici e popoli attraverso il mondo-in-via-di-sviluppo che ha bisogno di vaccini anti-Covid low-cost, e in più il prestigio della percezione da parte di questi Paesi che quella sia la nazione che può garantire meglio di chiunque altro la salute pubblica a livello globale».
   Nei primi giorni di febbraio, mezzo milione di dosi del vaccino cinese Sinopharm sono arrivate in Pakistan. L’ambasciatore cinese a Islamabad ha dichiarato che il gesto rappresenta «una manifestazione della nostra fratellanza», un sentimento confermato anche dal governo del Pakistan e un evidente dispetto al nemico di sempre, lì accanto, l’India («Asian Times», 23 febbraio 2021).
   Sarebbero 60 i Paesi interessati al progetto cinese in Medio Oriente, Europa, America latina e persino in Oceania. «La dimensione sanitaria era un tema secondario nella grande strategia cinese, la cintura e la strada», ha commentato un esperto dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza, citato dal «Financial Times» (10 febbraio 2021). «Con la pandemia, invece, essa è diventata il punto focale di tutto». Tutto ciò a dispetto della propria popolazione, dove si calcola che solo 2%, su 1,4 miliardi di persone, sia stato vaccinato fino a ora.
   Nessuno dubita che la Russia, col suo Sputnik V, veda nel proprio vaccino una nuova arma – la prima dopo molti anni – per portare avanti l’eterno scontro geopolitico con l’Occidente e per proiettare la propria presenza altrove. Sempre secondo il «Financial Times», sarebbero 1,2 miliardi le dosi richieste dai suoi clienti fino ad adesso. Particolari successi propagandistici sono stati registrati in Iran e in Ungheria, ma anche senza la sorprendente parziale approvazione da parte delle autorità inglesi alla fine di gennaio, era prevista la diffusione del vaccino anche in tutta l’America latina e in territori come la Bielorussia, l’Algeria e la Nigeria. Il capo dei ricercatori russi ha raccontato al «Corriere della Sera» (14 febbraio 2021) che 23 Paesi avevano già adottato il loro vaccino, mentre non più dell’1,5% della popolazione russa era stata vaccinata al 24 febbraio («The Times», 24 febbraio 2021).
   Ma sono l’Europa centrale e i Balcani a rappresentare il premio più ricercato da parte di chi vive la diffusione del proprio vaccino come un concorso di soft power. La Slovacchia e la Croazia stanno guardando verso la Russia e la Cina, in assenza di una presenza significativa dell’Unione europea su questo fronte. Il chirurgo ed ex viceministro della Salute dell’Albania, Bardh Spahia, sul sito dell’Osservatorio dei Balcani (23 febbraio 2021), ha lanciato un appello all’Ue, affinché provi ad andare oltre la misera cifra di 350.000 vaccini promessi per tutti i Balcani occidentali.
   Intanto, il presidente serbo Vucic si è rivolto all’Occidente, poi alla Cina e infine anche alla Russia, offrendo ai suoi cittadini un’ampia scelta di prodotti e mantenendo un’equidistanza geopolitica da tutti e tre i poli. A metà gennaio la Cina ha consegnato a Belgrado 1 milione di dosi con l’intenzione di far arrivare i suoi vaccini anche in altri Paesi della zona. La Russia ha mandato 200.000 dosi. Dei grandi produttori d’Occidente, Pfizer e Astra-Zeneca, nessuno era in grado di proporre più di 150.000 dosi. Un esperto serbo ha commentato alla London School of Economics: «Quando altri Paesi europei guardano alla Serbia e decidono di acquistare anche loro il vaccino cinese, la scelta della Cina di ampliare il suo soft power e acquistare così influenza, sta funzionando» («Wall Street Journal», 13 febbraio 2021).
   Ma sul fronte dei vaccini anti-Covid, la Cina ha una grande rivale: l’India, la nazione che si presenta pubblicamente come «la farmacia del mondo», per via delle dimensioni eccezionali della sua industria farmaceutica. Dal 20 gennaio 2021 il governo indiano si è impegnato a distribuire la sua versione del vaccino Astra-Zeneca ai vicini Myanmar, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka e alle Maldive, come elemento caratterizzante di una sua iniziativa di diplomazia pubblica dal titolo Amicizia tramite il vaccino («Abc News», 24 febbraio 2021). Israele sta tentando di usare la stessa strategia, avendo un evidente surplus di vaccini e i principali beneficiari sono stati Honduras e Slovacchia («The Times» 25 febbraio 2021). Quand’è scoppiata la pandemia in Cina, è stata l’India a mandare del materiale medico a Wuhan nel febbraio 2020. Ma l’anno successivo, la Cina ha domato il virus, che si è invece diffuso in modo catastrofico in tutta l’India. Intanto, ha avuto luogo un altro confronto armato tra le due grandi potenze sulla frontiera nord-est dell’India. Nonostante tutto, l’India prevede di produrre un miliardo di dosi di vaccino entro il 2021, con il risultato – come nel caso di Russia e Cina – che certi suoi alleati saranno molto meglio attrezzati per affrontare il virus rispetto alla sua stessa popolazione.
   In un interessante commento sull’«Asian Times» di Bangkok (23 febbraio 2021), un analista anonimo ha notato che la diplomazia medica ha una lunga storia, spesso positiva. Sostiene, per esempio, che la soppressione del vaiolo fu un sottoprodotto della concorrenza pacifica Usa-Urss nella Guerra fredda, mentre durante l’epidemia della Sars nel 2002, la Cina fu capace di estendere aiuti al vicino Taiwan, un gesto inconcepibile oggi. Oggi la «rivalsa cooperativa» è stata sostituita da una forma di concorrenza aggressiva su questo terreno.
   Quello che è certo è che i grandi sforzi medici, diplomatici e propagandistici dei Paesi citati attorno al vaccino anti-Covid servono in primo luogo a distrarre l’attenzione del mondo dai numerosi falli su tante altre questioni, coperte dalla formula dello soft power, dai diritti umani alla lotta contro la povertà, dalla miseria dei propri sistemi sanitari allo sfruttamento economico delle loro tradizionali politiche di «aiuto» verso i Paesi del terzo mondo.
   Un politologo indiano, scrivendo sul «Foreign Policy» di Washington (14 febbraio 2021), suggerisce che l’attivismo medico indiano deve nascondere agli occhi del mondo le proteste delle masse contadine contro le nuove leggi per il settore agricolo volute dal governo di Modi, per non parlare del trattamento del Kashmir o della minoranza musulmana, le leggi che toccano le libertà dei media, la giustizia e il mondo accademico. In generale comunque, questa analisi afferma che il governo avrebbe calcolato che un declino netto del soft power indiano, fino a poco tempo fa riconosciuto e apprezzato all’estero, sarebbe un prezzo accettabile da pagare per il consolidamento della posizione del partito Bjp al comando in India e per la realizzazione del suo radicale progetto politico.
   Le dimensioni e la dinamica della diplomazia dei vaccini, e il collegamento che tanti osservatori fanno tra quest’ultima e le idee di soft power, possono aver alterato le concezioni che stanno alla base di questa formula? Nella versione più autorevole e succinta del concetto offerto dal suo creatore, il politologo di Harvard Joseph Nye, nel 2004, il soft power di uno Stato deriva «dalla sua cultura (cioè quando è attraente agli altri), dalla sua cultura politica (cioè quando la predica e la pratica coincidono, sia a casa sia all’estero), e dalle sue politiche estere (cioè quando sono percepite come legittime e basate su un’autentica autorevolezza morale)». Evidentemente sono pochi gli Stati che possono agire nel mondo in conformità con queste norme così altosonanti, se non per brevi momenti.
   L’emergenza Covid-19 e la risposta fornita da certi Stati, potrebbe benissimo essere uno di questi momenti, ma certamente un evento distaccato dal contesto di tutte le altre attività di queste grandi nazioni, sia a casa sia all’estero, tant’è che il guadagno, in termini di prestigio, la versione storica di quello che oggi chiamiamo soft power, rischia di essere del tutto effimero.
   Se invece consideriamo il soft power in un altro modo, cioè come un meccanismo che può collegare potere (in senso tradizionale: militare, economico, geopolitico) e influenza, allora la questione si presenta sotto un’altra luce. La storia contemporanea e il cosiddetto «secolo americano» dimostrano che il più efficace, durevole e incisivo dei meccanismi che nel tempo hanno collegato potere e influenza si trova nei modelli di modernità, cioè di cambiamento, d’innovazione e persino di «progresso», che una società può produrre e distribuire nel mondo.
   Evidentemente le società private occidentali – e forse anche qualche istituzione russa o cinese – che hanno prodotto in tempi record i primi vaccini anti-Covid, possono conferire alle loro nazioni un premio in termini di soft power. Ma a una sola grande condizione: che quelle nazioni – tramite i loro governi – siano coerenti a casa e all’estero nel far arrivare i benefici di queste innovazioni ai più, non solo a quella minoranza rappresentata dai proprio cittadini. A modo loro, Cina, Russia, India e altri hanno accettato questa sfida. Tutti gli altri – membri del G7 e dell’Oms – sanno benissimo che esiste questa sfida e cominciano, seppur tardivamente, a muoversi. In quel senso, la storia della diplomazia dei vaccini come dimostrazione della forza del soft power nel mondo d’oggi, è solo agli inizi. (DAVID W. ELLWOOD, dalla rivista IL MULINO https://www.rivistailmulino.it/, 2/3/2021)

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Osservatorio ISPI-IAI sulla politica estera italiana

L’EUROPA ALLA GUERRA DEI VACCINI

di Matteo Villa, 24 marzo 2021, da ISPI Istituto per gli Studi di politica Internazionale
https://www.ispionline.it/
   “Se il coordinamento europeo funziona, bisogna seguirlo. Se non funziona bisogna andare per conto proprio”. Sono le parole del presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, pronunciate meno di una settimana fa. Ma dappertutto in Europa le opinioni sono simili, e lo sono soprattutto nei Paesi più grandi, che ormai si sono resi conto di aver sacrificato la velocità delle vaccinazioni dei propri cittadini (ed elettori) sull’altare della solidarietà intraeuropea.
   Avanza a grandi passi una sorta di campanilismo vaccinale. Anche perché in fondo le spinte verso questo tipo di reazione sono ovvie e naturali: ciascun governo, anche il più europeista, risponde delle vaccinazioni della propria popolazione e non di quelle dei propri partner Ue.
   E non c’è leader europeo che non sia scocciato quando volge lo sguardo oltremanica, dal momento che la campagna vaccinale britannica – malgrado anche laggiù le prime nuvole si addensino all’orizzonte – continua a correre: 46 dosi somministrate ogni 100 abitanti nel Regno Unito, contro una media di 14 in Unione europea. A poco vale chi fa notare sommessamente che i britannici abbiano raggiunto questo risultato a scapito delle immunizzazioni complete, ritardando cioè la somministrazione della seconda dose, tanto che a oggi la percentuale di persone completamente immunizzata in Uk ammonta al 3,3%, persino inferiore rispetto al 4% medio nell’Ue.
   Perché nel frattempo altri due dati restano ben più eclatanti. Il primo: entro la fine di marzo il Regno Unito (popolazione 67 milioni) avrà ricevuto 15 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca. Praticamente tante quante i 27 paesi UE messi insieme (popolazione 448 milioni), che a stento arrivano a 17 milioni di dosi. Un fallimento negoziale che continua a bruciare. A questa constatazione va affiancato il secondo dato: a febbraio l’Unione europea ha esportato 43 milioni di dosi di vaccini, 11 dei quali verso il Regno Unito. Gli Stati Uniti? Zero. Il Regno Unito? Zero. Solidali e aperti sì, stupidi no.
Il dato politico
Se la campagna vaccinale stenta a decollare, a farne le spese sono i cittadini – e, subito dopo, i politici e la politica. Martedì (16 marzo, ndr) la Germania si è vista costretta a estendere il lockdown nazionale per altre tre settimane, fino al 18 aprile. Una decisione sofferta, presa da Merkel dopo dodici ore di negoziati con i leader dei Länder, ma inevitabile di fronte alla ripresa dei contagi e a un livello di somministrazioni vaccinali che certo non consente di dormire sonni tranquilli.
   E’ una decisione che rischia di sottrarre ulteriore consenso alla Cdu, il partito di Merkel che era tornato ai massimi degli ultimi otto anni grazie al rally round the flag della prima ondata di nuovo coronavirus in Europa (dal 26% di febbraio 2020 al 38% un mese dopo), ma è uscito con le ossa rotte dalle elezioni regionali di metà marzo ed è attualmente in caduta libera (28% negli ultimi sondaggi), proprio mentre prosegue nella disperata ricerca di un leader forte che possa succedere a Merkel. Tanto che proprio Merkel si è vista costretta a un parziale passo indietro su un “pezzo” del lockdown, quello che avrebbe riguardato misure ancora più rigide per le vacanze di Pasqua.
   C’era dunque da attendersi che gli animi si scaldassero, e che la Commissione europea (a guida Ursula von der Leyen, Germania anche qui) cominciasse a premere sulle case farmaceutiche. Ed è proprio di questo che i leader europei dovranno discutere oggi e domani: se, come e per quanto tempo bloccare le esportazioni di vaccini prodotti in Europa, rendendo strutturale e di massa l’azione adottata dall’Italia il 4 marzo, quando il governo aveva deciso di bloccare 250mila dosi di vaccini AstraZeneca diretti in Australia.
Le opzioni sul tavolo
La settimana scorsa la Commissione europea ha persino messo sul piatto la cosiddetta “opzione nucleare”: l’attivazione dell’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che consentirebbe l’esproprio diretto dei vaccini prodotti dalle case farmaceutiche su suolo europeo e la loro distribuzione in Europa. È improbabile che si arrivi a tanto, ma il fatto che se ne discuta è indicativo di quanto la situazione si stia facendo tesa e complicata. Mentre è invece probabile che si arrivi al blocco temporaneo delle esportazioni, vincolato al parametro della reciprocità dell’avanzamento della campagna vaccinale nel Paese di destinazione prevista delle dosi. Tradotto: vaccini verso i Paesi in via di sviluppo sì, verso Londa e Washington no.
   Da un punto di vista di logica sanitaria, bloccare le esportazioni di vaccini verso il Regno Unito ha perfettamente senso: Londra ha già completato la vaccinazione di tutte le fasce d’età a rischio e sta al momento vaccinando i 50-54enni. Una situazione totalmente diversa da quella europea. In Italia, per esempio, al momento solo il 18% della popolazione over-60 ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino. Se utilizzata bene (ovvero sulla popolazione anziana e fragile) una singola dose di vaccino “vale” dunque molto di più in Italia, e in generale nell’Unione europea, che se utilizzata su una persona cinquantenne nel Regno Unito.
   Ma, ovviamente, sulle considerazioni sanitarie continua a prevalere la politica. In Europa siamo scottati dalla Brexit, e dal fatto che alla fine dell’anno scorso il Regno Unito abbia deciso di andare completamente da solo. Nessun coordinamento, nessuna richiesta d’aiuto. Con una certa dose di imprudenza, Londra ha battuto Bruxelles sul tempo (autorizzando i vaccini a inizio dicembre e posticipando la somministrazione della seconda dose) e ha fatto tutto l’uso possibile della leva negoziale con AstraZeneca, azienda anglo-svedese con sede a Cambridge.
   Adesso per i leader dei 27 Paesi europei si tratta di rincorrere. E di dimostrare che i governi Ue saranno pure internamente solidali e aperti agli scambi internazionali, ma di sicuro non fessi. (Matteo Villa, 24 marzo 2021, da ISPI Istituto per gli Studi di politica Internazionale, https://www.ispionline.it/)

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