LA CITTADINANZA DI SARAJEVO AD ALEX LANGER – Sarajevo, città martoriata e assediata per quasi 4 anni (1992-1996) nella guerra civile jugoslava, riconosce post-mortem la cittadinanza onoraria ad Alexander Langer

CITTADINANZA ONORARIA DI SARAJEVO AD ALEXANDER LANGER – “Alexander Langer (22/2/1946 – 3/7/1995) è stato il politico e attivista che più di tutti si è battuto per risolvere il tragico conflitto nella ex Jugoslavia” (conflitto iniziato nel 1991 e terminato con l’ACCORDO DI DAYTON del 14 dicembre 1995) “A Langer, dopo ventisei anni dalla sua morte, la Città di Sarajevo, il 25 febbraio 2021, gli ha conferito la cittadinanza onoraria, nella settimana in cui avrebbe compiuto 75 anni. GRAZIE SARAJEVO, GRAZIE ALEXANDER”. Questo il messaggio su Twitter dell’AMBASCIATORE ITALIANO IN BOSNIA e Erzegovina NICOLA MINASI

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ITALIA-BOSNIA: AD ALEXANDER LANGER POST MORTEM, IL PIU’ GRANDE RICONOSCIMENTO DELLA CITTA’ DI SARAJEVO, LA CITTADINANZA ONORARIA.

Sarajevo, 25 febbraio 2021: Compiuti 25 anni dalla morte nel luglio 2020, l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo ha l’onore di informare che Alexander Langer è stato proclamato “post mortem” quale Cittadino Onorario di Sarajevo per la promozione della pace e della riconciliazione in Bosnia Erzegovina. Il riconoscimento più importante della capitale della Bosnia Erzegovina è stato assegnato da parte del Consiglio Comunale in vista della giornata della Città di Sarajevo, celebrata annualmente il 6 aprile, quando i riconoscimenti ufficiali della Città vengono consegnati.

   La cittadinanza onoraria è stata concessa in riconoscimento dell’alto impegno di Alexander Langer per la pace nella ex Jugoslavia e soprattutto a difesa della città di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995.  Difensore instancabile dei valori della cittadinanza, della pace e democrazia, Alexander Langer è stato la personalità europea più impegnata per il dialogo e la ragione contro la brutalità della forza. Esponente di primo piano del dialogo nel suo Alto Adige/Sud Tirolo e in tutta Europa, egli ha dato un contributo fondamentale per la causa dell’inclusione e della creazione di una società dove la diversità sia una ricchezza e non una barriera.

   D’intesa con l’Ambasciata d’Italia, la candidatura di Alex Langer è stata proposta da un altro grande promotore della pace ben conosciuto in Italia, il generale Jovan Divjak, fondatore dell’Associazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”, che presiede da oltre 20 anni ed assegna borse di studio ai giovani di tutta la Bosnia Erzegovina.

   La decisione della Città di Sarajevo è giunta peraltro nella settimana in cui Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni.

(PAZI-SNAJPER!: ATTENZIONE AL CECCHINO!, foto da https://radiosarajevo.ba/) – L’ASSEDIO DI SARAJEVO, avvenuto durante la guerra in BOSNIA ed ERZEGOVINA, è stato il più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo, protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Vide scontrarsi le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Si stima che durante l’assedio le VITTIME SIANO STATE PIÙ DI 12 000, i feriti oltre 50 000, l’85% dei quali tra i civili. A causa dell’elevato numero di morti e della migrazione forzata, nel 1995 la popolazione si ridusse a 334 664 unità, il 64% della popolazione pre-bellica. (da WIKIPEDIA)

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BOSNIA: ALEXANDER LANGER E QUELL’AFFOLLATA SOLITUDINE

di Pietro Aleotti, 10/3/2021, da https://www.eastjournal.net/

   La politica è amore applicato al mondo. È Alexander Langer a pronunciare queste parole, chiuso in un gabbiotto dalla polizia austriaca che lo aveva appena arrestato durante una manifestazione di protesta relativa al disastro di Chernobyl. Ed è, oggi, un pezzo di quel mondo a tributargli  un riconoscimento importantissimo: non un pezzo di mondo qualsiasi e nemmeno un riconoscimento qualunque. Siamo a Sarajevo, infatti, la “sua” Sarajevo: è qui che il consiglio comunale ha deciso di proclamare Langer cittadino onorario come riconoscimento per il suo impegno in favore della pace nell’ex-Jugoslavia e, soprattutto, per la difesa della città durante la guerra dei primi anni ’90.

   La proposta arriva da Jovan Divjak, altro personaggio simbolo di quegli anni e di quelle istanze (Jovan Divjak è un generale e scrittore jugoslavo, dal 1992 bosniaco, che durante l’Assedio di Sarajevo e durante tutto il corso delle guerre jugoslave, nonostante le sue origini serbe, si è apertamente schierato con bosniaci, croati e numerosi altri serbi a difesa di Sarajevo e della Bosnia-Erzegovina dalle truppe di aggressione serbe, NDR). Alexander avrebbe gioito, probabilmente, e a modo suo persino festeggiato. Insieme al suo compleanno che cadeva proprio negli stessi giorni: sarebbe stato il settantacinquesimo.

   Langer è stato tante coseattivistapacifistaambientalistaparlamentare, scrittore, e molto altro ancora. Ma quella frase e quel riferimento all’amore tiene insieme tutto e diventa, al contempo, sintesi e manifesto, eredità e lascito umano e politico. Tiene insieme la sua visione del mondo, il suo punto di vista sulle cose e lo inquadrano per quello che è stato veramente: un gigante del suo – e del nostro – tempo.

   Un gigante per la profondità di pensiero, per quell’innata capacità di anticipare e analizzare temi e problematiche che sarebbero diventati centrali negli anni a venire, nodi da sciogliere per le società moderne: la necessaria convivenza tra diversi, l’accoglienza dei migranti come “investimento democratico”, i pericoli connaturati nei nazionalismi, la sterminata galassia delle tematiche ambientali che lo resero protagonista delle lotte dei Verdi, anche tra gli scranni dell’europarlamento.

   Una capacità che non resta studio, teoria, scrittura – benché la sua produzione giornalistica sia vastissima – e che non si fa dogma, non costruisce certezze; ma che, al contrario, rompe gli schemi, li riscrive con coraggio, incarnandosi in un’azione continua che lo porta a muoversi allo stremo delle forze fisiche e psicologiche laddove sia utile o necessario, a conoscere migliaia di persone, a stringere altrettante relazioni, contatti, amicizie. A fare rete dal basso, perché “solo insieme può esserci vita, sostenibilità e pace per tutti”.

   Tutto ciò ha reso Langer un precursore ma non un visionario, un sognatore ma non un utopista: c’era infatti una tangibilità fisica nella sua iperattività, una speranza concreta nel suo pensiero, un desiderio convinto di poterlo davvero cambiare, il mondo, renderlo un posto migliore.

   L’atto della municipalità di Sarajevo non è solo un gesto nobilissimo e bellissimo: ma, a modo suo, è anche una restituzione. Non quella, impossibile, della vita, tragicamente lasciata in un giardino d’inizio estate del 1995; ma quella, altrettanto definitiva e altrettanto meravigliosamente profonda, della dignità di una scelta.   C’è, infatti, tanta Jugoslavia non solo nella vita di Langer ma anche nella sua morte: c’è tanta Bosnia Erzegovina, tantissima Sarajevo.

   C’è l’impegno civile degli ultimi anni di vita per contrastare il dilagare della violenza della guerra e delle sofferenze che inevitabilmente infligge, ma c’è anche l’appello per un intervento armato – limitato e sotto egida ONU – per fermare lo scempio in atto e rompere l’assedio di Sarajevo. Possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per Langer pronunciare quel giudizio, esplicitare pubblicamente quella scelta; così come possiamo solo immaginare con quanta sofferenza interiore abbia vissuto le critiche che gli piovvero addosso dagli stessi ambienti e dagli stessi amici che lo circondavano. Deve essere stata un’affollata solitudine, la sua, a un certo momento.

   In Bosnia la misura della sua tenuta emotiva fu infine colma, tragicamente completato quel percorso che pochi anni prima gli avevano fatto scrivere che “è troppo arduo essere dei portatori di speranza, troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Un messaggio che è un grido e un testamento, molto più di quanto non furono gli scritti che lasciò per accommiatarsi da questo mondo.

   L’appello di Langer in Bosnia fu una scelta di campo, una scelta probabilmente devastante per Langer stesso: la piena presa di consapevolezza, per lui, e l’insegnamento, per tutti noi, che il binomio “pacifico e pacifista” non è indissolubile, può scindersi, spezzarsi, sciogliersi, per quanto doloroso possa essere: specie nel caso dato, specie per uno come lui che alla vigilia del conflitto, prima che ogni cosa crollasse, aveva pregato affinché si dialogasse con tutti, attirandosi anche in quel caso mille critiche e, persino, l’accusa assurda di essere filoserbo.

   Ci fu poi Tuzla: era il maggio del 1995, il 25, e i cannoni serbi fecero settantuno morti nella piazza centrale della città, perlopiù ragazzi. Seguì il grido del sindaco e amico di Langer, Selim Bešlagić, al mondo che “sta a guardare e non fa niente” e quello, sottoscritto da Langer, con cui si chiedeva di spezzare la neutralità tra aggressori e aggrediti. Fu il suo ultimo atto, impossibile andare oltre, impossibile caricarsi di altro peso.

   Non vide Srebrenica, e il Markale (ndr: la seconda strage del 28 agosto 1995 al mercato di Sarajevo), Langer. E nemmeno l’intervento NATO e la pace di Dayton: di quest’ultima se ne sarebbe rallegrato pur riconoscendone prima di molti tutta la sua imperfezione. Ma la sua anima era rimasta anch’essa sul selciato di quella piazza di Tuzla in una tiepida serata di primavera: la settantaduesima vittima. (Pietro Aleotti)

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BREVE BIOGRAFIA DI ALEXANDER LANGER

(da http://www.cencicasalab.it/ )

   Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22.2.1946. Il padre Artur (1900-1974), medico, nato e cresciuto a Vienna prima di trasferirsi a Bolzano nel 1914. La madre, Elisabeth Kofler (1909-1983), tirolese di Sterzing, farmacista. Due fratelli minori: Martin e Peter. Frequenta scuole elementari in lingua tedesca a Vipiteno e, dal 1956/57, alla media e al ginnasio privato dei padri Francescani di Bolzano.

   Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico.  Lì incontra Valeria Malcontenti che sposa nel 1985. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico. Si laurea con Paolo Barile il 18.7.68, 110 L/110, in Giurisprudenza all’Università di Firenze, con una tesi sull’ “Autonomia provinciale di Bolzano nel quadro dell’autonomia regionale del Trentino Alto Adige e sue prospettive di riforma”. E il 5.7.72, 110/110, in Sociologia a Trento con una tesi scritta assieme a Bruno Lovera “Analisi delle classi e delle contraddizioni sociali nel Sudtirolo”.

   Fonda nel 1967, con altri giovani intellettuali sudtirolesi il mensile “Die Brucke”, che verrà pubblicato fino alla primavera del 1969. Insegna a Bolzano e Merano dal febbraio 68 al giugno 72.

   Dal giugno 72 al settembre 73 fa il servizio militare come artigliere di montagna. Quindi borsista in Germania federale dove lavora tra gli immigrati e studia i nascenti movimenti di pace e di solidarietà internazionale. Collabora al quotidiano Lotta Continua e ne diventa per un breve periodo direttore responsabile. Dal 1975/76 al 77/78 insegna storia e filosofia al XXIII Liceo scientifico di Roma.

   Ritorna in Sudtirolo e viene eletto, il 18 novembre 1978, consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra, in una lista appoggiata dal Partito Radicale. Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento 1981 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Si dimette per rotazione il 17.12.1981, riprende l’attività di traduttore, viene comandato all’Università di Trento, con collaborazioni anche ad Urbino e Klagenfurt. Nel novembre del 1983 viene rieletto consigliere regionale nella Lista alternativa per l’altro Sudtirolo/Das andere Südtirol, sostenuta dallo scalatore Reinhold Messner, e poi, nel 1988, nella Grüne alternative Liste/Lista Verde Alternativa.

   Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, come forza innovativa e trasversale. Partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non conformiste ed originali che emergono anche tra conservatori e a destra, o da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. 
   Nel dicembre 1984 viene incaricato di tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea nazionale delle liste verdi a Firenze. Assolve al ruolo di garante per le elezioni del 1987 dove i Verdi ottengono un discreto successo ed entrano per la prima volta in Parlamento. Risulta però minoritaria la sua proposta di “sciogliere le liste verdi” dopo il voto, per evitare che un promettente movimento trasversale si trasformasse rapidamente in un piccolo partito autoreferenziale.

   Riprende allora a tessere nuovi fili di rapporto con l’arcipelago delle iniziative civiche e associazioni: nei movimenti transfrontalieri come “SOS-Transit”, “Pro vita alpina”, “Arge-Alp”, “Alpe Adria”; con associazioni e movimenti per la conversione ecologica della società e dell’economia come la “Fiera delle utopie concrete di Città di Castello”, il “GAB – Gruppo di attenzione alle biotecnologie”, i “Colloqui di Dobbiaco” e l'”Eco-istituto del Sudtirolo”,, la rete “Alleanza per il clima”, “S.O.S Dolomites”, “Greenpeace”, “WWF”, “Legambiente”, “Italia Nostra”, il “Comitato promotore di un Tribunale internazionale per l’ambiente”, la nuova rete internazionale di “sindacalisti ecosensibili”.

   Eletto deputato al Parlamento europeo nel 1989, nella circoscrizione Nord-Est, diventa primo co-presidente del neo-costituito Gruppo Verde europeo. Cerca di far fruttare creativamente i forti privilegi economici legati al mandato e, nel pieno di “tangentopoli”, decide di rendere periodicamente pubblici i rendiconti delle sue entrate e uscite.

   Scrive su numerosi quotidiani e riviste sempre su questioni specifiche o di attualità. Tiene ininterrottamente per undici anni, dal 1984 al 1995, un osservatorio mensile, “Brief aus Italien – Lettera dall’Italia” per la rivista di Francoforte “Kommune”. Interviene a numerosi incontri e dibattiti, privilegiando i piccoli gruppi di ricerca con forte impegno etico.

   Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società, con preferenza per l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.

   Promuove con altri la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera sopravvivenza dei popoli, debito” che avrà un importante ruolo al vertice della terra di Rio 1992. Si impegna e sostiene movimenti ed iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG, come il CRIC, Terra Nuova, Crocevia, la “Campagna per la restituzione delle terre agli indios Xavantes”, “Kairos Europa”, “Quart Monde”, “Terre des hommes”, la rete nascente delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e risoluzione sul commercio equo e solidale.

   Nel 1992 rifiuta un seggio “sicuro” a Firenze per il cartello progressista, ma si candida al senato, in un collegio di Bolzano. Non viene eletto e, dopo molti dubbi, accetta di concorrere nuovamente alle europee del giugno 94. Viene eletto con 42000 preferenze nella circoscrizione Nord-Est, di cui 18.800 nel solo Sudtirolo, con una percentuale vicina al 9%.

   Dal gennaio 91 è presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Autore di diversi rapporti e risoluzioni approvate dal Parlamento: apertura all’Albania, riconversione civile della base missilistica di Comiso, accordo di transito con l’Austria e di cooperazione con la Slovenia, relazioni tra Unione europea e l’Albania. Promuove il “Comitato di solidarietà con l’Albania” nel periodo di più grave crisi del paese.  Compie diverse missioni ufficiali per il P.E., p.es. a Sarajevo, Conferenza Helsinki II, Conferenza per la stabilità in Europa, poi in Israele, Georgia, Egitto, Russia, Brasile, Argentina, Libano, Cipro, Malta.

   Dopo la caduta del muro di Berlino aumenta via via il suo impegno per la convivenza, sostenendo attivamente le forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e proposta per l’istituzione di un “Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità” ed una sulle “relazioni Est-Ovest e politica di sicurezza”.

   E’ membro dell'”European Action Council for Peace in the Balkans” e co-fondatore, con la parlamentare austriaca Marijana Grandits, del “Verona Forum per la pace e la riconciliazione nell’ex-Jugoslavia” che offrirà un tavolo di dialogo a centinaia di militanti della convivenza che avranno modo di incontrarsi a Verona, Vienna, Parigi, Tuzla, Budapest.

   Collabora con questa priorità a gruppi impegnati per la pace, i diritti umani e le etnie minoritarie, come la “CONFEMILI”, la “Gesellschaft für Bedrohte Volker – Associazione popoli minacciati”, la “Helsinki Citizens’ Assembly”, “Amnesty international”, i “Beati costruttori di pace”, il movimento delle “Donne in nero”, l’ “Associazione per la pace”, il “Movimento nonviolento”, “Pax Christi”, la “F.E.R.L – federazione europea delle radio libere”.

   Il 26 giugno si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di stato e di governo un drammatico appello: “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. 
   Al censimento del 1981 e 1991 Alexander Langer, che si era sempre dichiarato di madre lingua tedesca, rifiuta di aderire alla schedatura nominativa che rafforza la politica di divisione etnica. Con questo pretesto nel maggio ’95 viene escluso, senza troppo scandalo, dalla candidatura a Sindaco di Bolzano, la sua città.
   Decide di interrompere la vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni.

   Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.  (edy rabini)

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(1992-1995: SARAJEVO SOTTO I COLPI DEI CECCHINI – foto da https://www.agensir.it/) – Nel 1995, nella Sarajevo assediata dall’aprile 1992, dove i cecchini filoserbi sparavano sulle persone in città (che cercavano l’acqua, che era stata sospesa nelle case, come l’elettricità…), alle donne al mercato….in questa condizione di massacro di Sarajevo e della sua popolazione, Langer propose e portò avanti un’iniziativa politica, assieme ad altri (ma lui si fece di più carico) scaturita nell’appello per un intervento armato – limitato e sotto egida ONU – , un intervento di polizia internazionale per difendere gli aggrediti dagli aggressori, per fermare lo scempio in atto e rompere l’assedio di Sarajevo. Il 26 giugno 1995 Alex si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di stato e di governo questo drammatico appello che si concludeva con: “L’EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO”. Appello che in quel momento viene lasciato cadere dai capi di stato (in primis la Francia dell’allora neopresidente CHIRAC, nel semestre francese di leader della Comunità Europea)

L’EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO

di ALEXANDER LANGER

25.6.1995, La terra vista dalla luna

(testo tratto da https://www.alexanderlanger.org/ )    Siamo andati a Cannes, dunque, a manifestare davanti ai capi di stato e di governo, per la Bosnia-Erzegovina. “Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori, apriamo le porte dell’Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare ad un punto di svolta!” Non eravamo tantissimi – qualche migliaio appena –, e

dall’Italia prevalevano i pannelliani. Il grosso dei militanti della solidarietà per l’ex Jugoslavia non avevano saputo e forse neanche voluto. 

   Dalla Spagna, invece, sono venuti in parecchi, dalla Catalogna soprattutto; dalla Francia molti comitati, pochi o pochissimi invece da Belgio, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. Dei parlamentari europei molti avevano firmato – la maggioranza dei verdi e dei radicali, significativi democristiani e socialisti, qualche esponente della sinistra, diversi rappresentanti dei berlusconiani europei (“Forza Europa”, ora integrati nei gaullisti), liberali e regionalisti. Tanti bei nomi tra i firmatari, dall’ex commissario ONU José Maria Mendiluce (socialista spagnolo) a Otto d’Asburgo, da Daniel Cohn-Bendit a Corrado Augias, Francisca Sauquillo, Michel Rocard, Arie Oostlander, Giorgio La Malfa, Pierre Carniti, Glenys Kinnock, Antonio Tajani, Catherine Lalumière, Bernard Kouchner. Solo una ventina viene poi effettivamente a Cannes, il 26 giugno 1995. Oltre cento rifugiati bosniaci che dall’Italia vogliono raggiungere Cannes, restano invece bloccati alla frontiera di Ventimiglia: “ecco, ancora una volta l’Europa non ci vuole”, è l’amaro commento. Una manifestazione al confine rende almeno visibile il loro intento.

   Dopo la manifestazione in piazza, ci riceve Jacques Chirac in persona, una dozzina di noi vengono ammessi a riunirsi con lui e con il ministro degli esteri Hervé de la Charette, mezz’ora prima dell’inizio del vertice: al nostro appello risponde che sì, liberare Sarajevo dall’assedio è una priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra. Ci guardiamo, la deputata verde belga Magda Aelvoet e io, entrambi pacifisti di vecchia data: che strano sentirsi praticamente tacciare di essere guerrafondai dal presidente neo-gollista che pochi giorni prima aveva annunciato la ripresa degli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico!

   Ed ecco quanto avevamo elaborato e firmato in tanti:

“Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla.

   Ci volevano dunque tre anni e, soprattutto, una presa di ostaggi dei caschi blu, fatto senza precedenti nella storia della comunità internazionale, perché leadership politiche e media europei riconoscano che in questa guerra ci sono aggressori ed aggrediti, criminali e vittime.

   Tre anni di una politica inutile di “neutralità” che ci ha privato di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli aggressori.

   Ormai siamo arrivati a un punto di non-ritorno.

   O tiriamo le conseguenze che si impongono e rafforziamo la nostra presenza – mandato dei caschi blu, presa di posizione netta di fronte agli aggressori – e, in fin dei conti, rifiutiamo di essere complici della strategia di epurazione e di omogeneizzazione della popolazione della Bosnia, oppure cediamo al ricatto intollerabile delle forze serbo-bosniache, ritirandoci dalla Bosnia ed infliggendo così alle Nazioni Unite la loro più grande umiliazione proprio mentre si celebra il cinquantenario della fondazione dell’ONU.

   Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori. E soprattutto ripetere quel “mai più” che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

   Oggi più che mai in passato dobbiamo difenderci, in Bosnia, contro coloro che spingono all’epurazione etnica e religiosa come ideale politico e lo impongono perpetrando crimini contro l’umanità.

   Se la situazione attuale è il risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei nostri governi, l’Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente, assente.

   Bisogna che l’Europa testimoni e agisca!

   Bisogna che grazie all’Europa l’integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per recuperare un credito assai largamente consumato, l’Unione europea deve oggi dar prova di un coraggio e un’immaginazione politica senza precedenti nella sua storia. L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci quanto a se stessa. Perché ciò è condizione della sua rinascita.

   Andiamo dunque in tanti a Cannes a manifestare ai capi di Stato e di governo che:

– le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, in particolare quelle che garantiscono il libero accesso degli aiuti alle vittime, devono essere applicate;

– l’assedio a Sarajevo e alle altre città accerchiate deve essere levato e le zone di sicurezza effettivamente protette;

– i caschi blu non devono essere ritirati, il loro mandato non deve essere ristretto, al contrario la presenza internazionale in Bosnia fa rinforzata;

– di fronte ad una politica di sedicente neutralità, noi stiamo dalla parte degli aggrediti e delle vittime;

nello spirito di solidarietà che deve animare l’Europa che noi vogliamo, la repubblica di Bosnia-Erzegovina, internazionalmente riconosciuta, venga invitata ad aderire pienamente ed immediatamente all’Unione europea.

L’EUROPA, infatti, MUORE O RINASCE A SARAJEVO.

Tuzla, maggio 1995”

   Esattamente un mese prima era stata bombardata la città di Tuzla: di una generazione si è fatta strage, oltre 70 giovani ammazzati durante il passeggio, centinaia di altri giovani feriti. Quattro giorni prima avevo congedato il sindaco (musulmano e riformista, cioè socialdemocratico) Selim Bešlagić, dopo averlo accompagnato per diversi giorni – insieme al deputato Sejfudin Tokić, suo compagno di partito – a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna. Il sindaco Bešlagić e l’amministrazione “civica, non etnica” di Tuzla – come fieramente amano definirsi – sono considerati universalmente come riferimento di pace e di convivenza, di democrazia e di tolleranza. Bene: il giorno dopo il cannoneggiamento della sua città, Bešlagić mi ha inviato per fax copia del suo messaggio al Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la preghiera di diffonderlo al Parlamento europeo. “Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto”.

   E se a Strasburgo, a Bolzano e a Bologna avevamo lavorato con gli ospiti per portare verso la sua realizzazione l’apertura di un’”ambasciata delle democrazie locali” a Tuzla (ne esiste già una a Osijek) e per progredire con altri progetti (acquedotto, parti di ricambio per fabbriche, impianto de-ionizzatore, scambi di giovani, ecc.), di colpo tutto questo perdeva non poco senso e speranza: a che poteva servire tutto ciò, se l’aggressione finiva per seminare l’odio etnico a Tuzla come a Mostar?

   Si può fare qualcosa?

   Certo, soluzioni facili non esistono. E guardarsi indietro serve a poco: non si troverà convergenza tra chi (come il sottoscritto) è convinto che l’Europa abbia fatto malissimo a favorire la disintegrazione della vecchia Jugoslavia e chi invece accoglieva con entusiasmo le proclamazioni di nuove indipendenze (anche da sinistra: il vocabolo magico “autodeterminazione nazionale” aveva un forte corso legale in molti ambienti democratici e di sinistra). 

   Così bisognerà trovare una linea di demarcazione che aiuti a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea non separa di per sé i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da entrambi, ma potrebbe essere un’altra: è la distanza che separa le diverse politiche dell’esclusivismo etnico (epurazione, espulsioni, omogeneizzazione nazionale, ghettizzazione, discriminazione ed oppressione delle minoranze, integralismo etnico o religioso…) dalle politiche della convivenza, della democrazia, del diritto, della possibilità di essere diversi e far parte di un ordinamento comune, con pari dignità e pari diritti, e senza che trovarsi in minoranza debba essere una disgrazia cui sfuggire quanto prima attraverso la costituzione di un’entità in cui si sia maggioranza.

   Nella direzione di quanto si può fare per ricostruire condizioni di convivenza possibile, vi sono alcuni passi necessari. Tutti includono, innanzitutto, che si lavori non “per”, ma con gli ex jugoslavi, ed una proposta, una politica sarà tanto più credibile, quanto più riuscirà a convincere insieme dei democratici serbi e croati, bosniaci e macedoni, albanesi e sloveni, ungheresi ed istriani. 

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Bisognerà quindi considerare:

– Ristabilire il valore del diritto: non deve stupire l’insistenza di tanti cittadini dell’ex Jugoslavia sul Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità! La separazione delle responsabilità individuali dalle generalizzazioni etniche o politiche e la supremazia del diritto contro l’arbitrio (e quindi la possibile tutela dei deboli contro i forti) è di cruciale importanza. Come può altrimenti rinascere la fiducia in un ordinamento giusto? Quante volte nell’est europeo si chiede “quali sono le norme europee, quali sono gli standard europei?” per affrontare questo o quel problema! Si vuole una legge che non sia fatta ed imposta semplicemente dal più forte.

– La politica di pace più efficace è oggi l’offerta di integrazione: più che qualunque altra proposta o piano di pace, funziona il semplice invito “vieni con noi, unitevi a noi”. La smania degli europei dell’est di entrare a far parte della NATO, si spiega facilmente come ricerca di sicurezza (e in fondo la NATO è riuscita a contenere contemporaneamente greci e turchi!). Se si vuole promuovere pace in una regione nella quale la precedente casa comune si è dissolta, l’offerta più credibile è quella di entrare sotto un tetto comune più ampio e meno condizionato dai rispettivi nemici preferiti. Ecco perché a tutti i paesi successori dell’ex Jugoslavia bisogna aprire le porte dell’Europa, a condizione che scelgano la convivenza, al posto dell’esclusivismo etnico, lo Stato democratico invece che etnico. (Naturalmente questa prospettiva implica che si lavori forte alla costruzione della casa comune europea, e che l’Unione europea come tale evolva rapidamente in tal senso.)

– Offrire il massimo sostegno a chi decide di dialogare, a chi sa reintegrare: tutte le cosiddette trattative di pace hanno, in realtà, rafforzato i signori della guerra, legittimando la loro leadership, consolidando il loro potere, emarginando i loro avversari democratici. Niente o quasi nulla è stato fatto, invece, per sostenere le forze del dialogo, della reintegrazione, della ricerca di soluzioni comuni. Bisognerebbe definire dei veri e propri “premi o incentivi di reintegrazione” (bonus) e sanzioni all’esclusione etnica (malus); sostenere, p.es., quei comuni che permettono il rientro dei profughi o quei gruppi che organizzano iniziative pluri-etniche o pluri-confessionali o quei mezzi d’informazione che ospitano anche voci “degli altri”, ecc. Anche il sostegno ai disertori del conflitto, a coloro che sottraggono la loro forza personale alla guerra (e per questo meriterebbero l’asilo politico), dovrebbe far parte di questa strategia. Bisogna che il dialogo paghi e porti riconoscimenti e sostegni, e che l’esclusione etnica invece si attiri sanzioni e conseguenze negative.

– Massimo sostegno quindi alle diverse reti organizzate che ricostruiscono legami: dai network di studenti e professori ai gemellaggi tra città, dai comitati per i diritti umani alle organizzazioni degli operatori dell’informazione. Molto potrebbe essere fatto anche tra l’emigrazione ex jugoslava.

– Il ruolo della prevenzione del conflitto: ci sono oggi situazioni di pre-guerra, dove l’esplosione violenta del conflitto può essere, forse, ancora evitata (Kosovo, Macedonia, Vojvodina…), ma dove occorre concentrare grande attenzione, forte presenza internazionale, intensa opera politica e civile. In questi casi si tratta di influenzare l’evoluzione delle cose in un senso o nell’altro, e nulla dovrebbe essere troppo complicato o troppo “costoso” per non essere tentato, visto che in ogni caso un conflitto armato comporterebbe costi umani, politici, economici e materiali assai più alti. Sostenere in queste regioni le forze della possibile convivenza e scoraggiare l’esclusivismo etnico, dovrebbe avere oggi un’alta priorità nell’opera di pace.

– Perché non organizzare almeno una parte del volontariato in corpo civile europeo di pace? Esistono oggi decine di migliaia di volontari della solidarietà con l’ex Jugoslavia, che in questi anni hanno accumulato conoscenze ed esperienza. Molti di loro sono frustrati dall’essere un po’ come la Croce rossa che può solo assistere le vittime, senza fare nulla per fermare la guerra. Oggi c’è una forte domanda politica nel volontariato, molti non si accontentano della funzione di tampone che oggettivamente ricoprono. Perché non trasformare questa straordinaria esperienza in un “corpo europeo civile di pace”, adeguatamente riconosciuto ed organizzato ed assunto da parte dell’Unione europea per svolgere – sotto una precisa responsabilità politica – compiti civili di prevenzione, mitigazione e mediazione dei conflitti, attraverso opera di monitoraggio, dialogo, dispiegamento sul territorio, promozione di riconciliazione o almeno di ripresa di contatti o negoziati, ecc.? Il Parlamento europeo si è recentemente (18-5-1995) pronunciato in favore di una simile “corpo civile europeo di pace”, e nulla potrebbe meglio assomigliargli che la ricca e diversificatissima esperienza del volontariato europeo per l’ex Jugoslavia, che in quasi tutti i paesi ha sviluppato straordinarie capacità, iniziative, competenza e generosità.

   Ma…
   Resta purtuttavia un “ma”, ed è quel “ma” da cui prende avvio l’appello di Cannes. Se, infatti, non arriva qualche segnale chiaro che l’aggressione non paga e che a nessuno può essere lecito partire per le proprie conquiste territoriali e conseguenti omogeneizzazioni etniche, allora ogni altro sforzo civile si sgretola o si logora. A Sarajevo la parola Europa è ormai associata alla parola četnik, e nulla nella politica europea lascia pensare che davvero si preferiscano stati democratici piuttosto che etnici.

   Chi non vuole prendere atto di questa realtà, continua a mettere sullo stesso piano Karadzic e Izetbegovic (come fa ormai il manifesto), e sventola il pur assai promettente inizio di dialogo tra moderati bosniaci e serbi moderati di Pale come dimostrazione che esiste un’alternativa a ciò che viene chiamata la militarizzazione del conflitto.

   Sejfudin Tokić è uno dei promotori del dialogo di cui sopra. Tokić è il compagno politico di quel Selim Belšagić che ci ricorda che chi non fa niente contro “i fascisti che ci bombardano, è loro complice”. Con che faccia continueremo a blaterare di ONU e OSCE come futura architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell’ONU diventano ostaggi ed il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se stessi ed i loro compagni? (ALEXANDER LANGER)

GIUSEPPINA CIUFFREDA: ALEXANDER LANGER E LA CAMPAGNA NORD SUD

2.12.2005, introduzione a Una vita più semplice – Altreconomia, 2005

da https://www.alexanderlanger.org/

   Alexander Langer era speciale ma non unico. Era infatti uno dei tantissimi visionari pratici che negli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno tessuto la trama di una nuova cultura lavorando con le comunità locali su progetti di ecologia sociale, rispetto dei diritti umani e giustizia sociale, portando il loro contributo all’utopia di un mondo migliore.

   Sono stati capaci di tenere insieme tendenze che spesso si ignorano, o di vedere il nesso tra fenomeni apparentemente diversi. Pur avendo individualità spiccate hanno saputo lavorare in gruppo e in un rapporto di reciprocità, spesso di ascolto umile, con le comunità indigene e contadine. Hanno seguito la propria vena senza per questo ignorare gli altri percorsi dando vita a una sorta di intellettuale collettivo planetario. Un tipo nuovo, cui si addice la definizione di Naomi Klein: «nodo di una rete sociale di attivisti che condivide con altri il sapere, non rivendicando status particolari». O quella di Ugo Dotti: «L’intellettuale che conta è quello che cerca di esprimere, nella consapevolezza dei valori dell’antico, forme nuove di emancipazione e di civiltà».  Hanno creato reti, si sono confrontati in incontri internazionali, hanno scritto e ancora scrivono, agiscono e a volte muoiono. Come è accaduto a Chico Mendes e Ken Saro Wiwa. 

   Questa comunanza matura negli anni Ottanta. Sono anni che pongono sotto gli occhi di tutti gli effetti disastrosi del sistema produttivo industriale, fino allora benedetto strumento di benessere per milioni di persone. Certo, premonizioni e allarmi c’erano stati anche negli anni precedenti. Primavera silenziosa, il famoso libro in cui la scienziata statunitense Rachel Carson denunciava gli effetti negativi dei pesticidi, è del 1962.

   E il 1972 è senza dubbio uno spartiacque. In quell’anno infatti si tiene a Stoccolma la prima conferenza mondiale sull’ambiente, il Club di Roma pubblica I limiti dello sviluppo e Teddy Goldsmith, il direttore di The Ecologist, uno dei primi periodici verdi, da alle stampe Blueprint for Survival, un’agenda dei cambiamenti drastici cui le società industriali dovevano mettere mano senza indugio.

   In Italia la diossina avvelenava Seveso (1976, ndr) e si lottava contro la centrale nucleare di Montalto di Castro. Ma è dalla metà degli anni Ottanta che esplode nel mondo la «questione ambientale», dopo i miracoli economici seguiti alla seconda guerra mondiale che inaugurano anche in Europa stili di vita consumistici, e quando vengono al pettine i nodi delle politiche di aiuti ai paesi sottosviluppati.

   Il neoliberismo rilanciato da Ronald Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna non comprendeva le questioni ambientali e aggrava una situazione inquietante per la sua novità, con fenomeni di natura transnazionale: le piogge acide sui boschi del Nord Europa, la fascia d’ozono lacerata, le foreste tropicali decimate, la biodiversità ridotta in misura drastica, la temperatura aumentata a causa dell’effetto serra, fuso il nocciolo della centrale nucleare di Chernobyl, a Bhopal  esplode una fabbrica chimica della multinazionale statunitense Union Carbide, la Exxon Valdez sversa  petrolio nel mare d’Alaska…

   Eventi gravi che nel 1987 vengono uniti in un quadro scioccante dal primo rapporto sull’ambiente delle Nazioni unite (il Brundtland), seguito l’anno seguente dallo studio annuale del WorldWatch Institute di Washington, diretto da Lester Brown, sullo stato del pianeta. Entrambi raccomandano uno sviluppo sostenibile, ma i governi non ascoltano. Si mobilitano scienziati, gruppi ambientalisti e i primi partiti verdi che producono informazione e lanciano campagne riprese dai media e seguite con grande partecipazione dall’opinione pubblica. 

   La reazione all’assassinio di Chico Mendes (dicembre 1988), operaio della gomma, ambientalista e sindacalista che aveva ideato con l’antropologa Mary Allegretti le riserve estrattive per ricavare reddito senza distruggere la foresta, dà nuova linfa alla campagna mondiale per salvare l’Amazzonia. L’analisi delle cause alla base dei maggiori problemi ambientali del Sud del mondo rinviano ben presto alle politiche dei massimi organismi finanziari internazionali: i mega-progetti di sviluppo della Banca mondiale e i piani di ristrutturazione del Fondo monetario internazionale per il ripianamento del debito estero del Terzo mondo.  Sul commercio è in corso uno scontro duro tra paesi del Nord e del Sud nell’Uruguay Round, l’annosa trattativa per regolare il commercio internazionale che si concluderà alla fine del 1994 con la formazione del World Trade Organisation (Wto).  

   In quegli anni comincia una grande trasformazione che coinvolge a livello capillare milioni di persone dei paesi ricchi, verso una vita semplice e di qualità mentre gruppi organizzati e intere comunità si organizzano in reti e mettono in discussione le grandi politiche che governano le strategie di sviluppo. E’ questo il contesto, ricco di problemi ma anche di progetti entusiasmanti, da cui nascono le idee e le iniziative che forse più hanno reso felice Alex Langer. Le sue intuizioni erano pionieristiche all’epoca e anticipatrici di temi oggi attuali: il debito estero del Terzo mondo, la «conversione» ecologica di produzione, commercio e consumo, la convivenza tra culture e etnie diverse, la capacità di lavorare in rete, l’etica biofila, i beni comuni nuovi soggetti del diritto.

   La natura transnazionale dei problemi ambientali conferma la sua idea che i popoli siano interdipendenti e che praticare l’arte della convivenza non sia soltanto auspicabile ma necessario perché «è esigenza dell’intera umanità di salvaguardare l’integrità del pianeta». L’ecologia per Langer non è di sinistra e nemmeno di destra. Unendo concetti in apparenza contraddittori, rivendica il valore della conservazione e la novità assoluta dell’ambientalismo. L’incontro con l’ecologia sociale elaborata nei paesi del Sud del mondo rese più solida la sua convinzione che giustizia sociale e diritti umani siano legati alla difesa della natura.

   Ma non condivide la politica rosso-verde.  Ne scrive ampiamente, più volte: l’incontro con il patrimonio storico della sinistra non può ridursi a uno slogan in cui il rosso domina ma bisogna invece ripensare le strategie per la giustizia sociale alla luce delle nuove emergenze planetarie ambientali.

   Oggi sono sempre di più gli intellettuali, gli artisti e gli attivisti che condividono quest’idea. Per tutti Sebastiao Salgado, il grande fotografo brasiliano che, presentando il suo progetto Genesi, ha affermato: «La redistribuzione delle risorse tra Nord e Sud della Terra è possibile solo attraverso una solidarietà sui temi dell’equilibrio ecologico».

   Per Langer l’attività politica è radicata nella dimensione locale, il luogo dove i «cittadini comuni» si misurano ogni giorno con problemi sociali e ambientali. Quei cittadini comuni di cui Eduard Pestel nel volume Oltre i limiti dello sviluppo, scritto per il club di Roma, rivendica il ruolo decisivo nei tempi di rapide trasformazioni rispetto ai politici e ai burocrati che formano la classe dirigente. Nella dimensione locale vivono le scelte degli individui e ci si associa formando piccoli gruppi affini. Qui si formano i soggetti del cambiamento che troviamo riuniti in reti regionali, nazionali e infine planetarie.

   Langer però non crede che un mondo alternativo nasca dalla somma automatica delle esperienze locali. Conosce la necessità di elaborare strategie e non a caso ricopre ruoli nelle istituzioni rappresentative.  Ma è convinto che le lotte locali siano materiale indispensabile per la riflessione teorica sulle alternative perché, sostiene, «senza il tessuto di tante scelte parziali…di sperimentazioni…le scelte globali difficilmente potranno maturare». Il territorio è dunque il luogo privilegiato delle alternative concrete, al Nord e al Sud. 

   Langer non vuole inserire nuovi fenomeni storici in ideologie che non hanno retto il confronto con la realtà o non si misurino con il problema nuovo del saccheggio della Terra. Ma nel teatrino politico italiano è un profeta inascoltato. Prevalgono conservatori poco conservazionisti e progressisti troppo pronti ad accettare il quadro economico che il dogma della crescita ad ogni costo delinea. I neonati Verdi sono ben presto travolti da un travaglio politico che ancora persiste.    

   Nonostante la sua presa di posizione contro la schedatura etnica in Alto Adige-Sud Tirolo, l’antica militanza in Lotta Continua e la scelta radicale per la convivenza tra etnie e culture diverse, Langer viene accusato di scivolamenti reazionari. La polemica esplode quando nel 1986 firma con altre 21 persone di area verde e ambientalista, tra cui tre donne, un messaggio che appoggia il documento sulla bioetica elaborato dal Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, cardinale Joseph Ratzinger futuro Papa. Durissima la reazione di femministe, di tante verdi e della sinistra. La mano tesa da Alex ai cattolici del Movimento per la vita non sembrava l’azione coraggiosa di un saltatore di confini in cerca di dialogo con l’altro ma piuttosto un maneggio politico per avere consensi sulle altre battaglie ambientaliste, quali lo stop alle manipolazioni genetiche e al nucleare. In realtà la reazione era provocata soprattutto dalla semplificazione che ne usciva dai giornali. Il messaggio non rimetteva in discussione la legislazione sull’aborto ma voleva far riflettere nella ricerca di un’etica biofila verde.

   Al centro c’era il rifiuto di ogni forma di manipolazione genetica e l’appello alla Chiesa cattolica perché estendesse la sua sensibilità anche alle piante e agli animali. Chiedeva inoltre alle istituzioni scientifiche cattoliche di rifiutare la vivisezione. Difendendo la sua firma, Langer riconfermava il sostegno alla depenalizzazione dell’aborto e si dissociava dalla omologazione con lo sterminio nazista fatta da Papa Wojtyla. Criticava anche le posizioni di chi metteva l’aborto al centro dell’«emergenza vita» ma non si preoccupava di altri drammatici aspetti: nucleare, guerre, debito del Terzo mondo, inquinamento…Ma restava convinto che la questione dell’interruzione di gravidanza non potesse essere «il fulcro di  garanzia di diritti civili e dell’autodeterminazione della donna» e, soprattutto,  non riteneva giusto usarla come una clava ideologica per distinguere i buoni dai cattivi.

   Il fatto è che la battaglia durissima per far uscire l’aborto dalla clandestinità era troppo vicina e Langer toccava un nervo scoperto, che è rimasto tale. (….) Del «documento Ratzinger», così venne polemicamente ribattezzato, si discuterà anche nel convegno «Quanto sono i Verdi conservatori – Quanto sono conservatori i Verdi?» organizzato da Langer a Bolzano nel 1987, con la partecipazione di Verdi italiani, tedeschi, austriaci e svizzeri, per approfondire questo nodo intricato della politica ambientalista. Chicco Testa, esponente allora della Lega ambiente, difese infatti la legge sull’aborto ribadendo l’autodeterminazione della donna messa in discussione da un «ecologismo autoritario».

   Wolfgang Sachs definì invece i Verdi «un movimento antiautoritario con motivazioni sociali/socialiste che critica progresso e industrialismo». La trasversalità della formazione verde fu resa evidente dalla presenza di due esponenti di spicco dei Gruenen tedeschi: Herbert Gruhl, uno dei fondatori, ex deputato della Cdu, la democrazia cristiana tedesca, e Willy Hoos, operaio nel consiglio di fabbrica della Mercedes fino all’elezione a deputato. Gruhl metteva al centro la sacralità della natura che non può essere ridotta al concetto di ambiente. Hoss criticava la miopia della sinistra che non vede come lo scontro sia fuori della fabbrica: è l’ecologia, il bisogno di pace, le condizioni gravissime del Terzo mondo. Gli operai, soprattutto i chimici, sono ormai impermeabili, sosteneva, e il sindacato ha le sue responsabilità perché non si è mai preoccupato di cosa si producesse. Una posizione politica originale che divise le femministe tedesche ma che è ancora oggi ben viva anche se poco recensita, la fece conoscere in quel convegno Gisela Erler, promotrice di un Manifesto delle madri che venne sostenuto da parlamentari e della Cdu. Era stato elaborato da 500 madri e rimetteva in discussione la politica sulla maternità e la promozione delle donne dei socialdemocratici, condivisa dai Gruenen: la piena occupazione femminile e più servizi sociali non risolvono i problemi delle donne. Bisogna invece cambiare il lavoro tenendo conto della loro diversità, delle esigenze delle madri e dei bambini.  

   Per Langer dunque la sfida della seconda metà del ventesimo secolo è formare una nuova cultura ecologicamente orientata che utilizzi il meglio del passato. Il suo messaggio è rivolto soprattutto ai governi e ai cittadini del Nord: il mondo ricco si deve convertire. E’ un appello radicale a cambiare stili di vita. E’ forte quindi il valore che assegna al mutare dei comportamenti personali per uscire dallo sviluppo, per de-crescere come dirà Serge Latouche, per ridurre i consumi cercando nei prodotti qualità, rispetto per la natura e per i lavoratori. Altrettanto importante, anzi preliminare, è l’apertura mentale: per trovare soluzioni adeguate ai problemi attuali dell’umanità bisogna guardare la realtà con occhi nuovi e praticare nuove militanze.

   A dispetto della gravità dei problemi ambientali che emergono senza sosta, a metà degli anni Ottanta l’ecologia è ancora ritenuta un lusso dei ricchi. Che, si diceva, hanno da tempo la pancia piena e possono permettersi bisogni più sofisticati. Ma non è così. Con un appello pubblicato da il manifesto nel 1988 in cui lanciava una campagna per trasformare il debito estero del Terzo mondo in un comune debito ecologico, Langer afferma il contrario: l’impegno ambientalista contribuisce alla sopravvivenza dei poveri del Sud. Pagar es morir, queremos vivir, per questo il Nord «deve assumersi una responsabilità storica. Tocca ai popoli e ai governi che hanno maggiormente determinato le distorsioni e gli squilibri che hanno condotto all’emergenza attuale», inaugurando una nuova fase di cooperazione per ristabilire l’equilibrio tra Nord e Sud del mondo. Il problema del debito esploso all’inizio degli Ottanta nel Terzo mondo a causa del crollo dei prezzi delle materie prime, quindi per i piani di ristrutturazione imposti dal Fondo monetario internazionale, vedeva analisi diverse al Nord e al Sud. Ma per la prima volta in Italia, forse nel mondo dopo una relazione del 1969 di David Brower, il fondatore di Friends of the Earth, si accostavano concetti quali debito e ecologia.

   In seguito l’ecuadoriana Esperanza Martinez, la biologa che ha fondato Accion Ecologica e Oilwatch, osservatorio internazionale sulle imprese petrolifere (nel 2001 destinataria del premio internazionale Alexander Langer) e uno dei consulenti della Campagna Nord-Sud, e l’economista catalano Joan Martinez Alier, direttore di Ecologia Politica e autore di testi sull’ecologia dei poveri, cercheranno di quantificare il debito.

   L’eco dell’appello fu enorme. Basta scorrere il lunghissimo elenco delle adesioni. L’obiettivo più vicino è la partecipazione alle manifestazioni organizzate a Berlino da diversi movimenti per contestare il vertice della Banca Mondiale e del Fondo Monetario, e alla sessione del Tribunale Russell dove per la campagna testimoniano Teddy Goldsmith e Vandana Shiva.

   La campagna diventa presto un gruppo operativo, coordinato da Christoph Baker e Jutta Steigerwald. Persone affini ma con storie, lingue e anche nazionalità diverse che provengono dall’ambientalismo, dalla cooperazione non governativa, dal sindacato, dalla nonviolenza e dal volontariato cristiano. Negli anni lavorano insieme o cooperano Edi Rabini, Mariano Mampieri, Antonio Onorati, Cecilia Mastrantonio, Mao Valpiana, Piergiorgio Menchini, José Ramos Regidor, Alessandra Binel, Pier Toccagni, Nadia Comi, Lucio Cadoni, Caterina Imbastati, Francesco Martone, Gianfranco Bologna,  Tonino Perna, Franco La Torre, Melania Cavelli, Giancarlo Nobile, Pinuccia Montanari, Giorgio Dal Fiume, Andrea Trevisani, Marzio Marzorati, Matthias Abram, Arno Teutsch, Sonia Filippazzi, Helan e Clemencia Yaworski, Marinella Correggia, Grazia Francescato, Roberto Smeraldi, don Giulio Battistella.

   La Campagna Nord-SudBiosfera, Sopravvivenza dei popoli, Debito, attiva dal 1988 al 1994, è stata una struttura anomala nel panorama italiano. Langer indica sin dall’inizio alcuni punti, validi più in generale per un efficace funzionamento dei gruppi – politici, sociali e culturali. Il bilancio è minimo per un piccolo staff e la promozione di iniziative. Ma un generoso sostegno viene dal movimento verde, entrato nel 1987 in Parlamento, che decide nei primi due anni un uso creativo del finanziamento pubblico.

   Lo staff, ma in fondo la stessa Campagna, è a termine e biodegradabile per evitare il cristallizzarsi delle idee e la burocrazia. Le attività devono sempre coinvolgere i soggetti di cui si parla, in questo caso attivisti ed esperti del Sud del mondo. E’ un ritorno al Terzomondismo? Ci sono alcune consonanze ma le differenze sono profonde. La novità è l’ecologia. Si afferma che il Nord è progredito e si è sviluppato sfruttando le risorse di Asia, Africa e America latina sin dal colonialismo ma viene contestato il progressismo industrialista di molte rivoluzioni anti coloniali mentre le alternative prospettate nascono dal rapporto equilibrato con le risorse naturali. Il Sud quindi ha certo il diritto di accedere alle sue risorse ma entro un quadro di uso sostenibile. Pratica ben nota da secoli ai popoli e ignorata dai governi oggi in carica. L’identità che il Nord sensibile scambia con il Sud non è imperialista ma è cresciuta nelle lotte esplose dagli anni Sessanta, intrecciando ambientalismo, pacifismo nonviolento, neo femminismo, diritti umani e di cittadinanza e un ruolo maggiore dei giovani.

   Tra i consulenti e interlocutori politici della Campagna ci sono nomi ormai noti: Vandana Shiva, Wolfgang Sachs, Martin Khor, Wangari Maathai, Susan George e Teddy Goldsmith. Degli altri Leonor Briones è stata direttrice di Focus on the Global Sud e presidente del Freedom Debt Coalition delle Filippine dal 1989 al 1996. La nigeriana Regina Amadi, ex Banca Mondiale per sua scelta, è oggi responsabile regionale dell’ILO per l’Africa. L’uruguaiano Roberto Bissio è il coordinatore della Guida al Terzo mondo pubblicata dalla Emi. Rosiska Darcy de Oliveira lasciò il Brasile, dove ha studiato con Paulo Freire e Darcy Ribeiro, dopo il golpe militare, nel 1964. Tornata nel 1979 ha creato associazioni di donne. E’ stata responsabile del Consiglio nazionale per i diritti delle donne ed ha scritto Elogio della differenza, un testo importante sulla politica delle donne.  Luis Macas, presidente della Conaie, la confederazione indigena dell’Ecuador, è stato il primo deputato indio del paese. Yash Tandon, economista ugandese dottorato allo London School of Economics e attivo nello Zimbabwe, è direttore dell’International South Group Network, una rete Sud-Sud.  Lo statunitense Bruce Rich,direttore  dell’Environmental Defence Found, e autore di uno dei testi polemici sulla Banca Mondiale più recensiti. Eduardo Gudynas è l’animatore del Centro di ricerca francescano ed ecologico di Montevideo e il coordinatore del primo congresso latino americano di ecologia, nel 1989. Con Graciela Evia è autore di uno dei testi di riferimento dell’ecologia sociale, La praxis por la vida, con la prefazione di Ramos Regidor. 

   Particolare e forte è il rapporto con Vandana Shiva e Wolfgang Sachs, che hanno partecipato a tutte, o quasi, le iniziative della Campagna. Jutta Steigerwald nel 1988 presenta l’edizione inglese di uno dei libri più noti di Shiva e ne promuove la traduzione in italiano. Uscirà nel 1990 con il titolo Sopravvivere allo sviluppo che verrà riproposto nel 2002 dalla Utet  con il titolo Terra Madre. Di Sachs vengono raccolti gli articoli pubblicati di seguito sul manifesto sull’Archeologia dello sviluppo che diventa poi un libro con la Macro edizioni.

   Attraverso convegni e pubblicazioni e articoli sui giornali a volte dello stesso Langer, la Campagna farà conoscere in Italia il pensiero di questi e altri intellettuali di Asia, Africa e America latina, in quegli anni presenze dinamiche negli incontri Nord-Sud, spazi di confronto e di scambio di idee fecondo. Il primo è del 1989, in Nicaragua. E’ il convegno Destino e speranza della Terra, organizzato da David Brower.  Poi L’Altro Summit parallelo ai vertici annuali del G7, della Banca e del Fondo, e le riunioni della società civile che preparavano la loro presenza al vertice dell’Onu su ambiente e sviluppo, più noto come Rio ‘92.  Altre occasioni sono gli incontri sul debito che culminano nel 1990 con un convegno sulla riconversione ecologica e sociale del debito estero dove economisti del Sud hanno l’opportunità di portare il proprio punto di vista a Bettino Craxi, allora delegato del segretario dell’Onu sulla questione del debito che, invitato, a sorpresa arriva sul serio. E alla fine si risentirà per le conclusioni critiche di Langer. Poi la co-presidenza europea dell’Alliance of Northern People on Environment and Development (Anped) e la presenza fissa nell’International Ngo-Forum Indonesia (Ingi). 

   Langer incontra dunque il Sud attraverso le attività della Campagna. Nel 1990 va con Regidor Enzo Nicolodi in Argentina e Uruguay per il secondo congresso latino americano di ecologia. Ha così informazioni di prima mano sull’ecologia sociale dell’America del Sud che rivela consonanze con la teoria della complessità di Edgar Morin, l’ecologia profonda di Arno Naess, il bioregionalismo e come punto di vista proprio indica la stretta relazione tra problemi sociali e ambientali per cui i benefici vanno distribuiti più equamente ma senza distruggere la capacità di rigenerazione della natura.

   Il testo di Langer dà modo ai sudamericani di conoscere una elaborazione ambientalista del Nord non soltanto conservazionista. Fa esperienza diretta del Sud anche in Brasile partecipando all’assemblea dei parlamentari e al Global Forum della società civile. Dove lancia il Tribunale internazionale dell’ambiente proposto dal giudice Amedeo Postiglione e da Pinuccia Montanari. La proposta dimostra ancora una volta la sua lungimiranza, la capacità di cogliere idee nuove. In questo caso realtà transnazionali portatrice di diritti: l’aria, l’acqua e la terra, beni comuni dell’umanità che le generazioni presenti hanno in prestito e devono trasmettere intatte o migliorate alle generazioni future.

   La resistenza allo Sviluppo vede il ritorno sulla scena politica dei contadini e degli indigeni, soggetti sociali ritenuti estinti o in via di estinzione. La Campagna partecipa al primo incontro della Confederation Paysane di José Bové a Parigi e poi alla formazione di Via Campesina. E sostiene da subito le lotte dei popoli indigeni, tutte legate alla conservazione della natura. Alex introduce l’incontro che la Campagna organizza a Genova per i 500 anni della scoperta dell’America: della Conquista per i popoli di quel continente.

   Ma la più bella iniziativa della Campagna per Langer è stata la battaglia per la restituzione delle terre agli indios Xavante del Mato Grosso da parte dell’Agip, iniziata dopo una ricerca sull’impatto della cooperazione e delle imprese italiane in Brasile e seguita per anni. Vi ha contribuito personalmente con 97 milioni, una parte dei quali spediti pochi giorni prima di morire. 

   La resistenza ai megaprogetti di sviluppo, la critica dell’economia neo liberista, la coscienza diffusa della gravità della crisi ambientale e della povertà che essa genera nel Terzo mondo, danno vita alla ricerca creativa di alternative. «Un altro mondo è possibile» origina dalle esperienze di centinaia di migliaia di persone che nel mondo alimentano altre visioni e rispondono alle crisi praticando altri stili di vita e di convivenza, sedimentando conoscenze in ogni campo, dalla medicina all’agricoltura. 

   La Fiera delle utopie concrete di Città di Castello, in Umbria, su itinerari di conversione ecologica, è stato un laboratorio particolare. Anche qui, come sempre, Langer riesce a incarnare in luoghi e persone, le idee con cui viene in contatto o che intuisce. Un appuntamento annuale di una settimana in una atmosfera conviviale che voleva scoprire esperienze e progetti eco compatibili con l’apporto creativo di persone, gruppi, associazioni, comunità e imprese impegnate in una prospettiva di conversione ecologica.

   Langer mette su un comitato europeo formato per metà da italiani, e per metà provenienti da Germania, Austria, Inghilterra, Ungheria, Jugoslavia e Polonia. Tra gli altri Peter Kammerer, Rosalba Sbalchiero, Franco Lorenzoni, Peter Bunyard di The Ecologist, Hans Glauber, animatore dei Colloqui di Dobbiaco, Tonino Perna, Karl Ludwig Schibel, Janos Vargha, Herman Zampariolo, Ignacy Sachs, Fulvia Fazio e Franco Travaglini…. Il progetto prevedeva un primo ciclo strutturato attorno ai quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Ne seguirà una sessione organizzata dalla stessa Campagna Nord-Sud su «Ricchezze e Povertà», e con il coordinamento di Schibel un ciclo sui cinque sensi. 

   La prima edizione, nel 1988, era dedicata all’acqua e ospitava un’ampia introduzione di Ivan Illich. In mostra tecnologie dolci quali la fitodepurazione con piante locali; una pompa facile da usare, di basso costo e praticamente indistruttibile per scavare pozzi d’acqua nel Terzo mondo ideata da un ingegnere del posto e prodotta da un imprenditore che aveva riconvertito una fabbrica d’armi; le azioni dei tedeschi che, per frenare l’impeto delle piene, rompevano gli argini cementificati dei fiumi ripristinando le antiche anse naturali.

   Insomma una gamma di azioni e produzioni diverse ma non basate sul sacrificio perché «la conversione non può avvenire nelle strutture se non si radica nelle menti e nei cuori delle persone». Il primo precetto è consumare meno perché tutti possano soddisfare i bisogni di base senza distruggere la natura. La Fiera invita a una vita semplice e creativa, dagli umori vernacolari evocati da Illich, segnata dalla gioiosa frugalità francescana tanto amata dal raffinato mitteleuropeo Langer. Un modo di vivere in cui gli individui contino qualcosa e si possano creare gruppi solidali.

   A Città di Castello Langer dà impulso anche all’Alleanza per il clima, un’iniziativa nata in Germania che prevedeva, e prevede ancora oggi, tagli alle emissioni inquinanti delle città europee coordinate con i popoli delle foreste tropicali. Quindi sostiene i tentativi di creare un’«altra economia» con le esperienze nate nel mondo della resistenza alle politiche degli organismi finanziari nazionali e internazionali, al commercio mondiale che ha aperto voragini tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, e per rispondere alle crisi finanziarie sempre più frequenti.

   I progetti sono spesso finanziati da banche etiche e promossi dal circuito del commercio equo e solidale e del «terzo settore», che offrono mercati e sponde politiche ai contadini poveri, agli agricoltori biologici, alle migliaia di cooperative e piccole imprese che lavorano per produzioni sane, senza sfruttare la natura e i lavoratori. E anche banche del tempo e dinamiche di baratto. 

   Prima della caduta del muro di Berlino, Langer già lavora per un’Europa che comprendesse anche la sua parte orientale cercando di favorire i rapporti tra i cittadini delle due aree e contattando gli ambientalisti dell’Est. Si intuiva da allora l’entità del disastro ecologico nei paesi comunisti ma, nonostante la scarsa agibilità politica, erano nati numerosi gruppi ecologisti. Come Ekoglasnost in Bulgaria o il Circolo del Danubio di Janos Vargha, capofila ungherese di una lotta contro la grande diga sul fiume che coinvolse anche i Cecoslovacchi.

   Dopo, Langer lavora intensamente per creare rapporti positivi tra Nord, Est e Sud del mondo. Ma tra Est e Sud il dialogo è difficile. Il Sud teme che i fondi già scarsi messi a disposizione dai paesi del Nord finiscano tutti all’Est che, da parte sua, non si sente «sottosviluppato» ma parte integrante dell’Occcidente. Inoltre il Terzo Mondo contesta il neo liberismo che in quel momento l’Est invece vuole.

   Langer si trova in Albania quando, nel 1990, esplode la protesta degli studenti che porterà al crollo del regime comunista. Ci torna nel 1992 per accompagnare un carico di aiuti raccolti da un’associazione di donne dell’Emilia Romagna. Allora è presidente di un gruppo di eurodeputati incaricato dalla Commissione esteri del Parlamento europeo di seguire i nuovi eventi in Albania, Bulgaria e Romania. Il suo approccio resta empatico e lontano dall’assistenzialismo.

   Ricordo le ipotesi di cooperazione elaborate lì per lì quando in una visita all’Istituto per la medicina cinese dell’Università di Tirana, i professori ci fecero vedere schede piene di informazioni, comprese la sperimentazione terapeutica, su 800 piante medicinali autoctone. Oltretutto provenienti da zone dell’Albania incontaminate. E come fu facile capire quanto la sussistenza delle famiglie fosse nelle mani delle donne. Il racconto del viaggio si rivelò poi utile a Tonino Perna e al Cric per alcuni progetti indirizzati proprio alle donne.  Poi l’inizio della disgregazione della Jugoslavia sposta l’attenzione su un solo obiettivo: come fermare il conflitto armato.

   Il primo gennaio 1994 entra in vigore l’accordo commerciale del Nord America tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta) e i partners della Campagna Nord-Sud formano l’International Forum on Globalisation (Ifg), un’alleanza di attivisti, economisti, ricercatori e scrittori per stimolare un nuovo pensiero, attività e formazione dell’opinione pubblica in risposta alla globalizzazione economica. Rappresentano 60 organizzazioni di 25 paesi. Ne fanno parte anche Maude Barlow, Jerry Mander, Walden Bello, Candido Grzaboski, Herman Daly, David Korten e John Cavanagh. Alla fine di dicembre si conclude l’Uruguay Round, la trattativa che regola il commercio internazionale, con la formazione del World Trade Organisation (Wto). Gli anni Ottanta e Novanta hanno visto la resistenza alle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario, con il via libera al Wto, che dà la priorità alla libera circolazione delle merci e non prevede clausole ambientali e sociali, si apre un’altra fase.

   Una sola economia trionfa e una sola superpotenza governa il mondo con guerre preventive. Nel 1999 l’International Forum on Globalisation insieme ad associazioni ambientaliste, di solidarietà e di difesa dei diritti umani, ai sindacati statunitensi e a un arcobaleno di gruppi della società civile e di individui motivati, organizza la protesta di Seattle che contribuirà al fallimento della prima riunione del Wto e porterà alla ribalta internazionale il movimento rapidamente definito dai media no-global. Lo Sviluppo muta in Globalizzazione e nuovi soggetti entrano in campo e si confrontano in controvertici e nei Forum sociali mondiali dove molti dell’Ifg saranno tra i relatori più ascoltati.

   A un passo dall’Italia, nell’ ormai ex Jugoslavia, da tre anni la Bosnia è un macello a cielo aperto. Langer è stanco. Il suo amico Reinhold Messner rimpiangerà più tardi di non averlo portato con sé sulle montagne, là dove l’aria è più sottile e pulita. E’ il 1995. Il 3 luglio Alexander Langer si suicida. Perdita e senso di colpa. Dolore e rabbia. Perché era andato via, perché annullava con un atto disperato le cose meravigliose cui aveva dato vita: tanta bellezza e alla fine un suicidio? Quale speranza si può comunicare se chi ne è portatore si uccide? Se non ha la forza di chiedere aiuto agli amici e se gli amici non si accorgono del suo malessere. Comprendere Alex suicida è stato un percorso difficile, non ancora del tutto compiuto. Ma oggi possiamo capire la sua debolezza che è anche la nostra, le oscurità accanto alla luce. Perché in ognuno di noi le angosce convivono con le speranze e l’equilibrio è difficile, incerto. Ma il buono e il bello vissuto e donato è ancora vitale: possiamo infine accettare la contraddizione tra una vita intensa e il suo tragico epilogo. Alex non era un super eroe. Era un uomo con tante fragilità che tanto ha dato. Raccontarlo è riconciliarsi. (Giuseppina Ciuffreda)

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