UCRAINA orientale – RUSSIA: cortina di ferro est-ovest nelle nuove repubbliche del DONBASS, (Donetsk e Lugansk) – Mosca contro Kiev (con gli USA), pericolo di CONFLITTO mondiale – Come interessi geopolitici (Russia), autonomie regionali (Donbass) e nazionalismi (Ucraina) vadano governati con spirito federalista

(nella foto: TRUPPE RUSSE ai confini orientali con l’Ucraina – foto da https://www.primapaginanews.it/) – Dall’inizio di aprile (2021) c’è grande tensione (e scontri) in Donbass tra esercito ucraino e miliziani indipendentisti filo-russi. – La crisi nel DONBASS è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiedevano la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di DONETSK e LUGANSK. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono le REPUBBLICHE POPOLARI DI DONETSK e LUGANSK. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. MOSCA, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la CRIMEA al suo territorio, SOSTENNE LE DUE NUOVE REPUBBLICHE. L’UCRAINA non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo. (da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 7/4/2021)

   La crisi del DONBASS (regione dell’Ucraina orientale confinante con la Russia, che dal 2014 si sono costituite, autoproclamate, due repubbliche indipendenti, di Donetsk e Lugansk) è una crisi internazionale non da poco (peraltro segnata da una guerra civile che in sette anni ha fatto 14mila morti).

UCRAINA – RUSSIA (mappa da https://www.primapaginanews.it/)

   Il Donbass viene ora considerato il confine tra est e ovest, la nuova cortina di ferro tra i due (rinnovati) blocchi facenti capo a Russia e USA. Anche se la situazione mondiale è assai più variegata e complessa rispetto a quella del secondo dopoguerra.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy sulla linea del fronte in Donbass (foto da https://it.euronews.com/)

   Riprendiamo in questo post una serie di articoli e considerazioni che chiariscono il contesto. E i pericoli che ci sono. La guerra è scoppiata nel 2014 quando la Russia si è annessa la Crimea e i separatisti sostenuti da Mosca hanno preso gli edifici governativi nell’Ucraina orientale, a seguito di una sollevazione filo-occidentale avvenuta alla fine del 2013 e nella prima parte dell’anno successivo, ricordata come protesta di piazza Maidan. Da allora, come dicevamo, 14.000 persone sono morte nel conflitto, secondo le Nazioni Unite. Un altro milione e mezzo di persone sono rimaste sfollate. Un cessate il fuoco provvisorio è stato concordato nel 2015 e, in seguito al suo fallimento, di nuovo nel 2020.

Al centro dell’autoproclamata repubblica di DONETSK, c’è la città di HORLIVKA, controllata dai separatisti filorussi: è lì che ha avuto luogo la maggior parte dei nuovi combattimenti (15 aprile 2021)

   Ma in queste settimane (dai primi giorni di aprile 2021) sono ripresi durissimi gli scontri tra i separatisti russi in Donetsk e l’esercito ucraino: al centro dell’autoproclamata repubblica di DONETSK c’è la città di HORLIVKA, controllata dai separatisti filorussi; ed è lì che ha avuto luogo la maggior parte dei nuovi combattimenti.

La cartina qui sopra è apparsa su LIMES con un articolo dedicato al tema dei sistemi di difesa militare e del permanere della loro “necessità”. E mostra la progressiva “avanzata” della Nato con l’adesione dei vari Stati rispetto a quelli originari, dopo la dissoluzione negli anni ’90 dell’Unione Sovietica

   E la Russia, con treni carichi di carri armati, missili a lunga gittata, e altre attrezzature militari, si stanno attestando sulla linea del fronte al confine con l’Ucraina; mettendo in tensione sia gli USA (che mandano la loro flotta sul mar Nero), che l’Unione europea: potrebbe accadere che una delle due parti (l’Ucraina o i “difensori” statunitensi; la Russia dall’altra) attacchino l’altra parte, tentino una prova di forza. Con inevitabili conseguenze a catena, nell’equilibrio di pace internazionale (per tutti, anche per noi); e sia gli Stati Uniti che Bruxelles hanno espresso preoccupazione.

UCRAINA DONBASS (mappa da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

   Secondo alcuni analisti, la mossa di Putin di ammassare armi e truppe ai confini con l’Ucraina, è data dal mostrare una prova di forza nei conforti dell’Occidente, e in particolare della nuova Amministrazione americana di Biden, per capire fino a che punto sarebbe pronta a intervenire in difesa dell’Ucraina, e per strappare con la minaccia della violenza nuove concessioni favorevoli. Invece per alcuni osservatori, la Russia starebbe cercando il pretesto per giustificare un’azione militare, con l’annessione in primis delle due autoproclamate repubbliche del Donbass, e l’indebolimento territoriale e politico-strategico di tutta l’Ucraina. Ma anche questa cosa pare difficile da realizzarsi; è improbabile, e per certi versi sconveniente per Putin: la Russia già adesso controlla di fatto il Donbass, e non avrebbe molto senso affrontare la avversa reazione internazionale (magari con ulteriori sanzioni economiche).

Militari ucraini in uno scontro in Donbass (aprile 2021) (foto da http://www.analisidifesa.it/)

   Sta di fatto che il contesto (militare in particolare) è assai serio e pericoloso. Ma qui vorremmo esprimere la nostra opinione che nulla di nuovo vi è in questo grave conflitto. Nel senso che appaiono in contrasto, in un’area geopolitica importante (tra Russia e Occidente), tre interessi che inevitabilmente si contrappongono:

– la debole UCRAINA che vuole ribadire la propria integrità nazionale, pur con popolazione in parte molto legata alla madrepatria Russia;

– poi due autoproclamate repubbliche indipendenti nel DONBASS ucraino, che non necessariamente sono del tutto filo-russe (pur ora controllate da esponenti filo-russi): ma che invece ribadiscono una presenza di un’economia e ricchezza territoriale superiore ad altre parti dell’Ucraina, e per questo chiedono indipendenza;

– il terzo interesse contrapposto è quello della RUSSIA che vuole fermare l’espansione occidentale ai suoi confini (anche della Nato che dagli anni ’90 sta espandendosi, e che anche l’Ucraina vorrebbe aderire); Russia che necessita di portare avanti quel progetto di suo controllo ed espansione, recuperando man mano molte delle ex repubbliche sovietiche che negli anni ’90 del secolo scorso si sono frammentate con la caduta dell’allora Unione Sovietica.

Navi da guerra USA nel Mar Nero (foto da http://www.ilmessaggero.it/)

   Insomma è difficile vederne una “giusta” ragione interamente in una delle tre parti. Semmai si può notare ancora una volta l’irrisolto superamento del nazionalismo, che vuole l’affermazione di Stati, entità territoriali univoci nell’etnia; che diffida dal riconoscimento di una multietnicità nel proprio territorio; che non tutela le minoranze adeguatamente; che ha bisogno di uno scontro permanente, di un nemico, tra Oriente ed Occidente (la Nato che avanza, la Russia che consolida il suo potere sulle ex repubbliche sovietiche). Negando ogni approccio federalista, multietnico, paritario, di pace e di sviluppo per tutti. (s.m.)

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PERCHÉ KIEV RIGUARDA ANCHE NOI

di Lucio Caracciolo, da “La Stampa” del 14/4/2021

VERTICE NATO A BRUXELLES

   Trent’anni dopo la sua festosa abolizione, la cortina di ferro torna a surriscaldarsi. Solo, molto più a Est di quanto fosse durante la Guerra fredda. Ben dentro quel che era all’epoca territorio sovietico. Epicentro: UCRAINA ORIENTALE.

   Quando nel 1994 gli ultimi soldati dell’Armata Rossa lasciarono Berlino, pochi immaginavano che la Nato avrebbe non solo integrato gli ex satelliti di Mosca ma ampi e strategici spazi già sovietici, quali Estonia, Lettonia, Lituania. E meno ancora si concepiva il cambio di campo di Kiev dal mondo russo a quello occidentale.

   O che le avanguardie russe sul fianco Sud della Nato si sarebbero installate a Sebastopoli, 1717 chilometri a oriente di Berlino Est. E’ precisamente qui, fra CRIMEA e DONBASS – visti da Mosca quali ultimi ridotti di contenimento dell’avanzata occidentale – che russi e ucraini stanno mostrando i muscoli, assemblando truppe, lanciando minacce.

   Oltre a decine di migliaia di uomini a ridosso della frontiera ucraina, Putin ha financo esibito a Voronezh lanciatori per missili Iskander, capaci di scaricare una bomba atomica tattica a oltre 500 chilometri di distanza. A protezione degli ucraini, che ovviamente non avrebbero scampo in un solitario scontro diretto con i russi, Washington sta inviando mezzi navali e aerei nella regione del Mar Nero, oltre a supportare le truppe di Kiev. Due cacciatorpediniere Usa si faranno vedere non lontano da Sebastopoli in questi giorni.

   Approccio simile adottano i russi con i ribelli del Donbass, che dopo sette anni di guerra “a bassa intensità” (gergo ingannevole: sono censite 14 mila vittime) non intendono lasciare il campo all’esercito regolare ucraino. Nessuna delle parti in causa dichiara di volere la guerra aperta, ed è probabilmente sincera. Ma si ostenta pronta a reagire facendo fuoco e fiamme in caso di aggressione altrui. Uno schema che nella storia ha già preceduto infinite volte lo scoppio delle ostilità, fosse solo per accidente.

   Nel clima assai teso dei rapporti russo-americani converrà dunque non sottostimare il potenziale esplosivo delle esibizioni di muscoli lungo la nuova cortina di ferro. I portavoce di Putin ventilano l’intenzione di Kiev di scatenare il “genocidio” della minoranza russa in Ucraina. Addirittura dipingono l’incombere di una “nuova Srebrenica” (il massacro serbo di migliaia di civili bosniaci musulmani, nel 1995). E avvertono che questo significherebbe la “fine dell’Ucraina”.

   Gli ucraini invocano la protezione di Washington e della Nato, alla cui porta battono vanamente da anni. Per il presidente Zelensky, oggi piuttosto impopolare a Kiev, è il momento della mobilitazione patriottica. E soprattutto del tentativo di coinvolgere fino in fondo gli Stati Uniti nella contesa con la Russia. Sarebbe ingenuo immaginare che sui due fronti non vi sia chi intenda scatenare un limitato Blitzkrieg, nell’illusione che una volta scoppiato il conflitto possa essere tranquillamente governato.

   Non è così. Troppa la frustrazione, troppo il carico di violenza, troppo scarsa la disponibilità ad ascoltare le ragioni altrui. Ci si attende che anche Roma faccia sentire la sua voce. Da ben dentro il campo atlantico cui appartiene e nel quale oggi più di ieri appare incardinata. Oppure supponiamo che quel conflitto non ci riguardi? (Lucio Caracciolo)

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DONBASS: “UNA NUOVA ESCALATION TRA KIEV E MOSCA ORMAI È INEVITABILE”

di Emil Filtenborg e Stefan Weichert, 13/4/2021, da https://it.euronews.com/

   Una nuova escalation continua a montare in UCRAINA ORIENTALE, dove negli ultimi sette anni l’esercito è rimasto bloccato in un conflitto con i separatisti sostenuti dalla RUSSIA nella regione del DONBASS.

   Mentre da settimane si assiste a un’impennata nelle schermaglie militari, la Russia ha ammassato grandi quantità di attrezzature militari vicino al confine.

   Euronews ha visitato il posto di frontiera di Mayorsk, nella zona di Donetsk, dove abbiamo incontrato i soldati ucraini. Da qui, all’orizzonte, è ben visibile la città di Horlivka, controllata dai separatisti filorussi: è lì che ha avuto luogo la maggior parte dei nuovi combattimenti.

   Una settimana fa (il 6/4/2021, ndr), quattro soldati ucraini hanno perso la vita a circa un chilometro da qui, nella città di Shumy, in seguito a un bombardamento separatista. Un altro soldato è morto poco dopo nella stessa zona a causa di una mina. È la peggiore perdita di vite umane registrata nella regione a partire dal 2019. Secondo il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, 26 soldati ucraini sono morti quest’anno.

   La recente impennata dei combattimenti segue un periodo di calma iniziato nel luglio 2020, quando un nuovo cessate il fuoco è entrato in vigore tra Kiev e i separatisti.

   Tra il 2 e il 5 aprile (2021, ndr), l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha registrato 1.424 violazioni del cessate il fuoco, un numero molto più alto rispetto alla scorsa estate, quando la media giornaliera era raramente superiore a cinque.

   “Abbiamo sentito che la Russia sta inviando truppe”, ha detto a Euronews Michael Mircak, 25 anni, tenente dell’esercito ucraino, intervistato vicino alla linea del fronte. “Vogliono dimostrare di avere potere, ma noi non abbiamo paura. Siamo pronti, stiamo pulendo le nostre armi e innalzando fortificazioni. Abbiamo meno soldati e meno potenza di fuoco, ma il nostro spirito è forte”.

   “La morte fa parte della guerra”, ha detto Andrii Savchuk, 23 anni, anche lui tenente dell’esercito. Secondo lui, l’unica cosa che l’esercito ucraino può fare a questo punto è costruire nuove fortificazioni e nascondersi dai cecchini e dagli occhi del nemico.

Escalation inevitabile

   La guerra è scoppiata nel 2014 quando la Russia si è annessa la Crimea e i separatisti sostenuti da Mosca hanno preso gli edifici governativi nell’Ucraina orientale, a seguito di una sollevazione filo-occidentale avvenuta alla fine del 2013 e nella prima parte dell’anno successivo, ricordata come protesta di piazza Maidan.

   Da allora più di 13.000 persone sono morte nel conflitto, secondo le Nazioni Unite. Un altro milione e mezzo di persone sono rimaste sfollate.

   Un cessate il fuoco provvisorio è stato concordato nel 2015 e, in seguito al suo fallimento, di nuovo nel 2020. Ma anche quest’ultimo spiraglio di pace sembra destinato a infrangersi contro la nuova escalation.

   Negli ultimi giorni i siti dei social media si sono riempiti di video di treni russi, carichi di carri armati e altre attrezzature militari, in viaggio verso la linea del fronte in Ucraina; e sia gli Stati Uniti che Bruxelles hanno espresso preoccupazione.

   L’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha dichiarato che il numero di truppe russe attualmente al confine ucraino è il più grande mai registrato dal 2014.

   In una recente conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto il ritiro dei rinforzi inviati.

   “Non c’è una chiara soluzione politica all’orizzonte – e nessun idea chiara di ciò che accadrà dopo”, ha detto a Euronews Alexei Jakubin, un docente di politica all’Istituto Politecnico di Kiev.

   “Dal momento che non c’è una visione politica comune (i negoziati di pace sono in stallo) un’escalation è inevitabile. Questo va a vantaggio di entrambe le parti, perché ciascuna può incolpare l’altra per la rottura”.

   Secondo Jakubin, entrambe le parti useranno l’attuale escalation per promuovere i loro interessi. Egli non crede che la Russia o l’Ucraina siano interessate a una guerra su larga scala, ma non si possono escludere scontri significativi. Alcuni esperti hanno sostenuto che la Russia sta cercando di forzare l’Ucraina a negoziare, mentre altri credono che la Russia potrebbe cercare una soluzione militare alla luce degli ultimi eventi. Mosca nega però che questo sia vero e accusa invece l’Ucraina di aggressione.

   La Russia ha detto che indagherà sulla morte di un bambino di cinque anni a Donetsk, una zona controllata dai separatisti, i quali sostengono che l’esercito ucraino lo abbia ucciso con un drone: secondo loro, ciò proverebbe l’affermazione, più volte avallata da Mosca e i separatisti, che l’Ucraina prende di mira i civili. Kiev nega però a sua volta le accuse e l’OSCE non è stata in grado di determinare esattamente come sia morto il bimbo.

   “Non abbiamo alcun piano di intervento militare” avrebbe detto il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev in un’intervista con il giornale Kommersant. “Ma stiamo monitorando attentamente la situazione e a seconda di come si sviluppa, prenderemo misure concrete”.

   Dopo la recente telefonata con Merkel, il Cremlino ha riferito che Vladimir Putin “ha notato azioni provocatorie da parte di Kyev, che sta deliberatamente infiammando la situazione lungo la linea di contatto”.

Stanno arrivando di nuovo?

   Vicino alla linea del fronte, i soldati che hanno parlato con Euronews hanno espresso preoccupazione per quello che potrebbe accadere in seguito. Savchuk ha detto che conosceva alcuni dei soldati che hanno perso la vita a Shumy di recente: come tutti gli altri, dice di voler combattere, ma che ha ordini da rispettare.

   Ad Euronews è stato mostrato un bunker, dove più di dieci persone dormono in una stanza affollata su letti pieghevoli. Sergii Ukrainets, 27 anni, un tenente della decima brigata d’assalto in montagna, indica una mappa sul muro per illustrare che i separatisti sono molto vicini. I soldati dicono di essere pronti a difendere questa posizione se la guerra dovesse di nuovo scoppiare.

   “Vogliamo solo proteggere tutti in Ucraina. Avete visto gli edifici qui intorno”, spiega Ukrainets, riferendosi ai condomini danneggiati con fori di proiettili d’artiglieria. “Questo è come sarà tutta l’Ucraina se la guerra ricomincia e non saremo in grado di tenere la linea del fronte”.

   Ci sono ancora civili vivi in alcuni edifici. Molti sono fuggiti, ma alcuni rimangono. Vivono nella costante paura di una nuova escalation di violenza.

   Nella città ucraina di Avdiivka, vicino alla linea del fronte, la 69enne Glushkova Grigorivna ha detto a Euronews che temeva che ciò possa verificarsi a breve.

   “La Russia sta arrivando di nuovo?”, ha chiesto. “Viviamo ogni giorno senza sapere cosa succederà. Ho paura che la Russia venga a finire ciò che ha iniziato”.

Chi è da incolpare?

   A febbraio, Zelenskyy ha intensificato gli appelli per l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Ha anche vietato i canali televisivi ucraini di proprietà dell’oligarca Viktor Medvedchuk, amico e alleato di Putin. Alcuni esperti suggeriscono che eventi come questo hanno innescato il recente rafforzamento militare da parte russa.

   Altri indicano anche lo stallo dei negoziati di pace come una possibile spiegazione. La pressione russa potrebbe costringere l’Ucraina a fare concessioni nei negoziati di pace ed essere usata come strumento di contrattazione per fermare le sanzioni occidentali contro il gasdotto russo Nord Stream 2.

   Andrey Buzarov è un esperto del gruppo analitico KyivStratPro. Ha detto a Euronews che nessuna delle due parti è interessata a una guerra, ma che gli errori possono accadere.

   “Non sono sicuro che la Russia sia interessata all’escalation in questo momento”, ha detto. “Il trasferimento delle attrezzature militari e dei carri armati è una brutta mossa, ma non significa che ci sarà un’intensa escalation militare. Credo che nemmeno Zelenskyy sia interessato”, ha detto Buzarov.

   “In Ucraina, non ci sono stati negoziati di pace di successo da più di un anno e mezzo”, sottolinea. “Non è un buon segno e penso che un’escalation sia possibile, ma non su vasta scala”.

Quando finirà?

   Tornato alla base, Mircak dice di aver combattuto nell’esercito ucraino dall’inizio della guerra. Allora, ricorda, le forze di Kiev erano in cattive condizioni, ma molto è cambiato nel frattempo, il che secondo lui significa che l’Ucraina possa tenere il fronte. Dice che vuole la pace più di ogni altra cosa, ma non crede che ciò accadrà.

   “La guerra va avanti da sette anni ormai. All’inizio, pensavo che sarebbe finita in due o tre”, ha detto. “Ora penso che ci vorrà molto più tempo. Non importa se la soluzione arriverà diplomaticamente o militarmente”.

   Molti dei soldati del 108° battaglione d’assalto in montagna di stanza qui conoscevano i soldati che hanno recentemente perso la vita a Shumy.

   Erano della stessa brigata e le foto dei caduti sono appese su una bacheca vicino al loro quartier generale.  È un promemoria delle conseguenze della guerra.

   “Il nostro precedente presidente ha sempre detto ai leader mondiali che l’Ucraina è il cuscinetto tra l’Occidente e la Russia”, ha detto Mircak. “L’UE deve aiutarci perché la sicurezza dell’Ucraina è la sicurezza dell’Unione Europea”.

   “Se inizia una grande guerra, inizierà in terra ucraina e se l’UE e gli USA non vogliono che le loro terre vengano attaccate, devono aiutarci qui”.

   Euronews ha contattato Yulia Mendel, l’addetto stampa dell’amministrazione presidenziale ucraina, per un commento su questo articolo. Abbiamo anche cercato di contattare le due regioni separatiste – la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica Popolare di Luhansk, ma ad oggi non hanno ancora risposto. (Emil Filtenborg e Stefan Weichert, 13/4/2021, https://it.euronews.com/)

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COSA VUOLE FARE LA RUSSIA IN UCRAINA?

da IL POST.IT, 15/4/2021, https://www.ilpost.it/

– Sta ammassando truppe vicino al confine e potrebbe usarle per una nuova guerra, o per capire quanto siano pronti a farla Stati Uniti ed Europa: ma una risposta certa non c’è –

   Il grande accumulo di truppe e mezzi militari dell’esercito russo non lontano dal confine con l’Ucraina ha spinto molti analisti a chiedersi che intenzioni abbia Vladimir Putin, il presidente della Russia, e se davvero una nuova operazione militare o perfino una nuova guerra in Ucraina siano imminenti.

   In assenza di informazioni certe, le opinioni sono piuttosto divergenti, e gli analisti si dividono tra chi prevede un intervento militare russo e chi ritiene invece che con la decisione di ammassare truppe al confine la Russia intenda soprattutto mandare un messaggio all’Europa, o alla nuova amministrazione statunitense di Joe Biden.

   Secondo il governo ucraino, nelle ultime settimane la Russia ha ammassato 40 mila soldati non lontano dal confine est dell’Ucraina, e ne ha inviati altri 9 mila in Crimea, la penisola ucraina occupata e annessa dalla Russia, dove già sono dislocati 33 mila soldati. Oltre ai soldati, l’esercito russo starebbe accumulando artiglieria, carri armati e mezzi pesanti.

   La maggior parte delle forze militari è ammassata a Voronezh, una città russa che si trova a circa 300 chilometri dal confine con l’Ucraina: non è proprio attaccata al confine ma è comunque un movimento straordinario che costituisce una minaccia per l’Ucraina; anche perché, come ha mostrato il gruppo investigativo Conflict Intelligence Team, le unità militari e i mezzi sono stati fatti arrivare da tutto il paese, perfino dalla lontana Siberia.

   La decisione di ammassare truppe vicino al confine è per molti versi inusuale. Nella maggior parte delle operazioni militari russe all’estero degli ultimi anni (compresa quella in Ucraina nel 2014 per l’occupazione e l’annessione della Crimea) il “fattore sorpresa” è sempre stato importante. In Crimea, la Russia inviò centinaia di “piccoli uomini verdi”, cioè membri delle forze speciali che non indossavano uniformi o segni di riconoscimento, e che contribuirono militarmente all’annessione della penisola senza un coinvolgimento ufficiale dell’esercito russo (inizialmente Putin negò che gli “uomini verdi” fossero soldati russi, poi però lo ammise).

   Anche negli anni successivi, per aiutare militarmente i territori ucraini separatisti controllati da milizie filorusse nella regione del Donbass, dove si trovano le repubbliche autoproclamate di Donetsk e Luhansk, la Russia ha quasi sempre fatto uso di mercenari o comunque di soldati non regolari.

   Questa volta, invece, il governo russo non ha negato la presenza di militari non lontano dal confine, anzi: da un lato l’ha rivendicata (Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino, ha detto che la Russia ha il pieno diritto di «muovere le sue forze armate sul proprio territorio a sua discrezione») e dall’altro l’ha usata come strumento di propaganda interna, con servizi televisivi sull’esercito in movimento e molto materiale diffuso sui social.

   Queste mosse hanno confuso e preoccupato sia gli analisti sia i governi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. Secondo James Sherr, analista del centro studi International center for defence and security, per cercare di capire se una nuova guerra sia davvero possibile bisogna ricostruire gli avvenimenti dell’ultimo anno, durante il quale sono intervenute diverse novità che hanno peggiorato i rapporti tra Russia e Ucraina e portato la Russia a valutare il dispiegamento di truppe militari.

   La prima novità è che Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino eletto nell’aprile del 2019, nel corso del 2020 è passato da un atteggiamento remissivo e gregario nei confronti della Russia a uno decisamente più assertivo. Al momento della sua elezione, Zelensky aveva cercato di migliorare il rapporto con la Russia, aveva acconsentito a scambi di prigionieri e nel luglio del 2020 aveva concordato un cessate il fuoco con le milizie filorusse che fu giudicato piuttosto favorevole alla Russia.

   Ma negli ultimi mesi l’atteggiamento di Zelensky è cambiato: il presidente ucraino non è certo diventato aggressivo, ma soprattutto sul fronte interno ha colpito diversi interessi russi. In particolare, a febbraio il governo ha sanzionato Viktor Medvedchuk, il leader del principale partito filorusso del paese e amico e alleato di Putin (che è il padrino di sua figlia). Secondo gli analisti, Medvedchuk era l’elemento di collegamento di moltissimi interessi russi in Ucraina, e la sua marginalizzazione dalla scena politica è stata un grave danno per la Russia. Il governo ha inoltre chiuso tre canali televisivi di propaganda filorussa di proprietà di un imprenditore vicino a Medvedchuk.

   Ancora negli scorsi giorni, in risposta all’arrivo delle truppe russe, Zelensky ha chiesto all’Occidente di garantire all’Ucraina un ingresso preferenziale nella NATO, che per la Russia sarebbe un grave affronto oltre che un problema per la sua strategia di sicurezza nazionale.

   La seconda importante novità è la presidenza americana di Joe Biden, che appena insediato si è detto pronto a contrastare l’espansionismo russo e ha rinnovato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti al mantenimento della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. La settimana scorsa gli Stati Uniti hanno inviato due navi da guerra nel Mar Nero per segnalare di essere pronti a intervenire, e martedì Biden ha chiamato Putin al telefono per ribadire il suo sostegno all’Ucraina.

   Questi recenti cambiamenti potrebbero aver convinto Putin ad agire prima che l’attuale status quo, favorevole alla Russia, venga modificato.

   Si parla di status quo favorevole alla Russia per diverse ragioni. Anzitutto finché un pezzo di Ucraina sarà dominato da separatisti filorussi, l’influenza russa sarà assicurata. L’occupazione rende praticamente impossibile per l’Ucraina entrare nella NATO, perché nel testo del trattato è presente un articolo che prevede l’automatismo di intervenire in difesa di un paese membro in caso di aggressione compiuta da un paese esterno: e nessuno, tanto meno gli Stati Uniti, vogliono essere obbligati a intervenire militarmente per difendere l’Ucraina.

   Inoltre il modo in cui si sono svolti i negoziati di pace finora, con il cosiddetto “formato Normandia” a cui partecipano Francia, Germania, Russia e Ucraina, ha consentito alla Russia di presentarsi come potenza mediatrice e non come parte in causa del conflitto, e di ottenere così notevoli vantaggi.

   Secondo alcuni analisti, come per esempio Edward Lucas sul Times, Putin sta «mettendo alla prova» l’Occidente, e soprattutto la nuova amministrazione americana, per capire fino a che punto sarebbe pronta a intervenire in difesa dell’Ucraina, e per strappare con la minaccia della violenza nuove concessioni favorevoli. In questa ipotesi, l’accumulo di uomini e mezzi al confine sarebbe soprattutto una dimostrazione di forza che potrebbe non portare necessariamente a un conflitto armato.

   Secondo John Herbst del centro studi Atlantic Council, se quello di Putin è un test per Biden allora il presidente americano l’ha passato: anziché mostrarsi disinteressato o timoroso, Biden ha reagito con energia e prontezza, dicendosi pronto a difendere l’Ucraina e attivando la sua amministrazione. Negli ultimi giorni il segretario di Stato, il segretario alla Difesa, il consigliere per la sicurezza nazionale e il capo di Stato maggiore hanno mandato moltissime comunicazioni rassicuranti al governo ucraino e avvertimenti minacciosi a quello russo. Questo potrebbe avere ridotto molto la possibilità che la Russia possa ricorrere all’utilizzo della forza.

   Al contrario, i governi europei non sembrano avere passato il test altrettanto efficacemente: hanno sì condannato la Russia e chiesto la rimozione delle truppe dal confine, ma al tempo stesso hanno condannato anche le provocazioni dell’Ucraina, stabilendo così un’equivalenza tra aggressore e aggredito che fa molto gioco a Putin.

   Altri analisti ritengono tuttavia che la Russia non si voglia limitare a mettere alla prova l’Occidente.  L’assembramento di forze è di gran lunga il più grande dal 2014 e non è un atto isolato: dall’inizio dell’anno gli scontri nell’Ucraina orientale sono aumentati considerevolmente e sono morti 26 soldati ucraini, spesso in agguati di cecchini (in teoria tra le due parti dovrebbe essere in vigore un cessate il fuoco).

   Da gennaio la retorica del governo, della propaganda e dei media russi è diventata via via più bellicosa.  Margarita Simonyan, la direttrice della rete tv RT, ha detto che la Russia dovrebbe annettere il Donbass. Le televisioni russe da settimane sostengono che l’Ucraina si starebbe preparando a lanciare un attacco contro i cittadini russi nell’Ucraina orientale e Dmitri Kozak, vice capo di gabinetto del Cremlino e uno dei principali responsabili della strategia della Russia in Ucraina, ha detto che se l’Ucraina dovesse cominciare un’escalation militare sarebbe «l’inizio della fine» e la risposta russa sarebbe devastante.

   Putin, parlando recentemente con la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha detto perfino che la Russia potrebbe essere costretta a intervenire militarmente per salvare la popolazione filorussa del Donbass da un massacro come quello di Srebrenica, in Bosnia, dove nel 1995 migliaia di civili furono uccisi da milizie serbo-bosniache.

   Non ci sono prove né che l’Ucraina stia organizzando una nuova offensiva né tantomeno che si stia preparando a un massacro etnico. Finora, anzi, il paese è stato piuttosto ligio ai termini del cessate il fuoco firmato l’anno scorso.

   Secondo alcuni analisti, la Russia starebbe cercando dunque il pretesto per giustificare un’azione militare.    Come ha notato Peter Dickinson, membro dell’Atlantic Council e autore della sezione Ukraine Alert, negli ultimi due anni la Russia ha distribuito 650 mila passaporti russi agli abitanti delle regioni occupate del Donbass, in modo da poter giustificare un’eventuale azione militare come un atto di difesa dei propri concittadini.

   L’accumulo di truppe al confine sarebbe quindi una provocazione messa in atto per spingere il governo ucraino a una reazione scomposta e giustificare poi un intervento militare, come successe nel 2008 in Georgia, quando l’allora presidente georgiano Mikheil Saakašvili decise di intervenire nella regione filorussa dell’Ossezia del Sud dopo una lunga serie di provocazioni, dando così il pretesto alla Russia per invadere il paese e giustificare l’offensiva come un atto di difesa dei cittadini russi nella regione.

   Il problema principale di questo piano, finora, è che l’Ucraina è stata piuttosto attenta a non cadere in nessuna provocazione.

   Se la Russia dovesse comunque intervenire in Ucraina, la maggior parte degli analisti ritiene che un’invasione massiccia, che potrebbe portare per esempio a un’annessione definitiva del Donbass, sia improbabile, e per certi versi sconveniente per Putin: la Russia già adesso controlla di fatto il Donbass, e non avrebbe molto senso affrontare la reazione internazionale (che come minimo comporterebbe pesanti sanzioni economiche) per annettere un territorio molto meno strategico della Crimea.

   È più probabile che, se la Russia deciderà di entrare in Ucraina, cercherà di strutturare il suo intervento come un’operazione di peacekeeping: potrebbe per esempio stanziare i suoi soldati al confine tra il Donbass e il resto dell’Ucraina per creare una zona cuscinetto, usando come pretesto l’aumento degli scontri. Mettere in atto una pretestuosa operazione di peacekeeping potrebbe avere molti vantaggi: consentirebbe di mantenere inalterato l’attuale e favorevole assetto territoriale, e inoltre manterrebbe aperta la possibilità di un intervento più massiccio qualora la Russia lo ritenesse necessario.

   Un intervento militare in Ucraina potrebbe aiutare Putin anche nella politica interna: in Russia a settembre sono previste elezioni legislative e il governo negli ultimi mesi è stato messo in difficoltà da grandi proteste per la liberazione del leader dell’opposizione Alexei Navalny, oltre che a causa della cattiva gestione della pandemia da coronavirus e degli scadenti risultati economici. Un’operazione militare potrebbe aiutare a recuperare il favore dell’opinione pubblica. (IL POST.IT, 15/4/2021, https://www.ilpost.it/)

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UCRAINA: TENSIONI, GAS E INCONTRI AL VERTICE

da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), 15/4/2021,

https://www.ispionline.it/

   Il presidente americano Joe Biden ha chiamato l’omologo russo Vladimir Putin e gli ha proposto un vertice bilaterale in un paese terzo “per discutere l’intera gamma dei problemi che devono affrontare Usa e Russia”.  Biden – riferisce la Casa Bianca – ha trasmesso al presidente russo la preoccupazione degli Stati Uniti per “l’improvviso rafforzamento militare nella Crimea occupata e ai confini con l’Ucraina e ha sollecitato la Russia ad allentare le tensioni”.

   Il colloquio è avvenuto poche ore prima che il Segretario di Stato Antony Blinken arrivasse a Bruxelles per una riunione con i ministri degli Esteri della bilaterale Nato-Ucraina, e mentre gli Usa annunciavano l’invio di altri 500 militari nella base Nato in Germania a partire dal prossimo autunno.

   Da diversi giorni, si assiste infatti ad un’escalation nel Donbass, la regione separatista dell’Ucraina, tra forze filorusse e soldati di Kiev e, secondo il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, Mosca avrebbe ammassato fino a 80mila soldati alla frontiera. Un’evidente provocazione a cui – secondo gli osservatori dell’Osce – l’esercito ucraino avrebbe risposto con colpi di mortaio contro le postazioni delle milizie secessioniste dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk.

   L’azione – ha detto il Segretario Nato Jens Stoltenberg – è “il più ampio dispiegamento di truppe al confine con l’Ucraina dall’annessione illegale della Crimea nel 2014”. 

Vertice a due?

Il vertice bilaterale sarebbe il primo tra Putin e un presidente degli Stati Uniti dall’incontro a Helsinki nel 2018 con Donald Trump, dove il leader americano sostenne di credere più alla controparte russa che ai propri servizi di intelligence sulle presunte interferenze elettorali di Mosca. Da allora, se non tutto è cambiato poco ci manca.

   Un mese fa, la Russia ha richiamato il suo ambasciatore negli Usa per “consultazioni” dopo che Biden aveva dato a Putin del ‘killer’’ in un’intervista tv e oggi – nel giorno in cui l’America annuncia il ritiro dei suoi soldati dall’Afghanistan, dopo vent’anni di guerra, il conflitto più lungo mai combattuto dalle truppe a stelle e strisce – i rapporti con il Cremlino si surriscaldano nel cuore di quello che ai tempi della Guerra fredda era pieno territorio sovietico. Ma se al telefono con Putin ha ribadito “l’incrollabile impegno americano verso la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, il presidente Usa ha fatto ricorso anche a toni più concilianti di quelli usati negli ultimi tempi contro il Cremlino. Biden ha invitato Putin a un vertice a due “da tenersi in un paese terzo” per discutere “l’intera gamma di questioni che devono affrontare gli Stati Uniti e la Russia”, con l’intento di “costruire una relazione stabile e prevedibile con la Russia, coerente con gli interessi degli Stati Uniti”.

   Uno spiraglio aperto sull’intero perimetro delle tensioni russo-americane, che va ben oltre la questione ucraina, e comprende tra le altre cose la cyber-sicurezza, il controllo degli armamenti, il programma nucleare iraniano e la situazione in Afghanistan. Entrambe le parti, fa sapere il Cremlino, “hanno espresso la loro disponibilità a continuare il dialogo sulle più importanti questioni di sicurezza globale”.

In pressing sulla Nato?

Ma de-escalation non fa rima con distensione. E la telefonata è avvenuta nelle stesse ore in cui il segretario di Stato americano Antony Blinken tornava a Bruxelles per la seconda volta in poche settimane, per discutere con gli alleati della Nato diversi temi caldi, tra cui le nuove tensioni russo-ucraine. Causa Covid la discussione sarà in videoconferenza. Ma Blinken e il suo collega alla Difesa, Lloyd Austin, saranno presenti fisicamente nel quartier generale a Bruxelles.

   E non è una presenza simbolica: se la Russia ammassa truppe al confine con l’Ucraina, l’Europa è chiamata a fare la sua parte. È questo il messaggio che Blinken e Austin sono venuti a portare agli alleati europei. Mosca intanto rimanda al mittente le responsabilità dell’escalation accusando Stati Uniti e paesi Nato di aver trasformato l‘Ucraina in una “polveriera”, inviando un volume sempre maggiore di armi a Kiev.

   Dal canto suo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rinnovato la richiesta di adesione del suo paese alla Nato, con l’obiettivo di inviare un “segnale reale” a Mosca. Il presidente ucraino ha ribadito che la nazione si sta impegnando a riformare l’esercito e il settore della Difesa, ma che “le riforme, da sole, non possono fermare la Russia”, e che “la Nato è l’unica soluzione per porre fine al conflitto”. Nel frattempo, due navi da guerra americane – i cacciatorpedinieri Donald Cook e Roosevelt – stanno arrivando nel Mar Nero.

Europa tra gas e sanzioni?

Di certo, l’escalation militare preoccupa Bruxelles. Ma, almeno per ora, l’Europa si limita ad “osservare”. I ministri degli Esteri dei 27 discuteranno di Ucraina lunedì prossimo, ma il nodo per nuove sanzioni alla Russia è sempre la Germania, e lo stop al completamento del gasdotto Nord Stream 2. Il Segretario alla Difesa Austin ha ribadito la contrarietà di Washington al progetto: “Abbiamo espresso la nostra opposizione a questo accordo e all’influenza che darà alla Russia. Ma non lasceremo che questo problema sia di ostacolo alla relazione straordinaria che abbiamo con la Germania”.

   L’infrastruttura, che raddoppierà le forniture di gas russo alla Germania, è vista con aperta ostilità dagli Stati Uniti e da altri paesi che, come l’Ucraina, vengono aggirati dal percorso del gasdotto con conseguente indebolimento economico e del loro ruolo strategico. Il nuovo capo del Pentagono Lloyd Austin, che ha incontrato ieri a Berlino la sua omologa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer, ha annunciato che gli Usa dispiegheranno 500 soldati in più nella base Nato di Wiesbaden. “Queste forze rafforzeranno la deterrenza e la difesa in Europa e miglioreranno la nostra capacità di aumentare le forze in un attimo per difendere i nostri alleati”.

   Il numero in realtà è poco più che simbolico, ma indica un cambio di rotta rispetto alla precedente amministrazione Trump, che voleva trasferire le truppe americane di stanza in Germania. E costituisce un segnale per Mosca sul fatto che il fronte dell’Europa Orientale non è destinato a restare sguarnito. “È probabile che il rapporto con la Russia rimanga una sfida”, ha detto ai giornalisti l’addetta stampa della Casa Bianca Jen Psaki, aggiungendo: “Ci aspettiamo che ci saranno confronti difficili. Siamo pronti ad affrontarli”.

Il commento

di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Research Fellow, ISPI Russia, Caucasus and Central Asia Centre

   “Nonostante la de-escalation, l’Ucraina continuerà a rappresentare un problema sistemico nelle già tese relazioni tra Russia e Occidente, caratterizzate da una ‘cooperazione conflittuale’. La questione che meglio rappresenta questo delicato gioco di equilibri è il Nord Stream 2. 

   Il gasdotto continuerà a turbare le relazioni tra Stati Uniti e Germania nel breve e medio termine. Solo una soluzione che tenga conto degli interessi commerciali e di sicurezza di tutte le parti coinvolte eviterà che la questione sfoci in una crisi aperta non solo con la Russia, ma anche all’interno dell’alleanza transatlantica”.

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(A cura della redazione di  ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca,  ISPI Advisor for Online Publications) 

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LE MANI SUL DONBASS, DI NUOVO AL CENTRO DEL MONDO. MOSCA: “COSÌ FINISCE MALE”

di Lorenzo Santucci, 12/4/2021 da https://www.huffingtonpost.it/

– La Russia muove truppe alla frontiera con l’Ucraina. Usa e Ue in massima allerta. Il nodo dell’energia e del North Stream 2 –

   “La Russia ha al confine con l’Ucraina più truppe di quante non ne abbia mai avute dal 2014. Gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dalla recente escalation dell’aggressione russa nell’Est ucraino, tra cui i movimenti di truppe sul confine”. L’allarme lanciato giovedì dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha riacceso i riflettori sul Donbass, l’unico conflitto ancora in corso in Europa. Gli attacchi militari della fine di marzo, quando quattro soldati dell’esercito ucraino sono rimasti uccisi, si sono protratti per settimane – fino a portare a venticinque le vittime ucraine uccise dall’inizio dell’anno – con accuse reciproche sulla matrice delle violenze.

   Per Kiev, che oggi ha dichiarato l’uccisione di un suo soldato vittima “di un attacco mirato lanciato dalle forze armate della Federazione Russa”, sono nove gli attacchi dei separatisti alle loro truppe, con filmati che testimoniano l’avanzamento russo verso il confine, mentre i filorussi chiedono il rispetto del cessate il fuoco e da Mosca accusano gli avversari di “vivere con l’illusione di una soluzione di forza”, come dichiarato venerdì dalla portavoce degli Esteri Maria Zakharova. Ancora più duro è stato il commento del vice presidente del Senato russo, Konstantin Kosachev, il quale ha parlato di “isteria occidentale” per quel che riguarda il “dispiegamento delle truppe russe”. In realtà, questa mossa “ha un solo fine: aumentare la propria presenza militare nella regione”.

   L’intensificazione militare, che ha visto mobilitarsi mezzi e uomini a circa un centinaio di chilometri dall’Ucraina e lungo il confine con la Crimea (annessa nel 2014), è stata giustificata dal Cremlino come una necessità, in risposta a “pericolose azioni provocatorie” verificatesi nel Donbass, secondo Vladimir Putin, e per evitare un massacro dei russofoni. Secondo le parole del portavoce Dimitri Peskov, questi ultimi starebbero correndo un pericolo paragonabile a quello delle popolazioni balcaniche negli anni Novanta.

   “La situazione sulla linea di contatto in Ucraina è estremamente instabile. Se iniziano le azioni militari e si verifica una potenziale ripetizione di una catastrofe umanitaria simile a Srebrenica, nessun paese al mondo rimarrà in disparte. Tutti i paesi, inclusa la Russia, adotteranno misure”, è stato l’avvertimento lanciato da Mosca, ricordando un evento tragico nella guerra indipendentista dove ottomila bosniaci vennero massacrati dall’esercito serbo, nonostante la città si trovasse sotto la protezione delle Nazioni Unite. Un paragone, quello tra Srebrenica e il Donbass, azzardato e frettoloso, ma che lascia intendere come per la Russia la questione sia tutt’altro che secondaria.

   “Riteniamo che sia importante difendere gli interessi dei russofoni in tutto il mondo e in modo particolare i russofoni che vivono nelle due autoproclamate repubbliche autonome nel Donbass, perché sono stati respinti dal loro Paese”, ha precisato Peskov, ammettendo come la guerra che dura ormai da sette anni sia “una tragedia per i paesi vicini e per l’intera Europa”. 

   Dichiarazioni e movimenti che hanno messo gli Stati Uniti in allarme. Dalla Cnn rimbalzava la possibilità che da Washington si autorizzasse l’invio di navi da guerra nel Mar Nero per dimostrare il suo sostegno all’Ucraina. Un grido di aiuto viene lanciato direttamente dalle trincee vicino a Mariupol, dove si è recato presidente Volodymyr Zelensky che ha incentivato gli alleati (Usa in primis) a dare concretezza al loro sostegno.

   Soprattutto, una eventuale mossa militare statunitense – da subordinare a un trattato del 1936, che prevede un preavviso di due settimane per un ingresso marittimo in quanto sotto controllo turco – rappresenterebbe un messaggio chiaro a Vladimir Putin. Chiamato dal suo omologo ucraino, il capo del Cremlino ha preferito lasciar squillare invano il telefono.

   “Il Presidente ha sempre qualcosa da dire sulla de-escalation delle tensioni e sull’evitare una guerra”, ha chiarito Peskov affermando come nessuna richiesta di colloquio da parte di Zelensky è mai arrivata a Mosca. “Speriamo che la saggezza politica prevarrà a Kiev, così che gli eventi non prenderanno una svolta grave e le azioni provocatorie avranno fine”, ha continuato. Ma qualcosa si sta muovendo, è indubbio, e non solo da un punto di vista della strategia militare.

   Questa settimana, da domani fino a giovedì, il segretario di Stato americano Antony Blinken è atteso a Bruxelles per discutere con le autorità europee, insieme al ministro della Difesa Lloyd Austin, di Iran, Afghanistan e, non proprio da ultima, Ucraina. Blinken ha affermato come qualora la Russia continuerà con il suo atteggiamento “aggressivo e irresponsabile, ci saranno conseguenze”.

   Immediata la risposta di Peskov: “C’è una certa svalutazione di tali frasi. Questi inviti ad abbandonare alcune presunte azioni aggressive, minacce per costringere uno a pagare un prezzo: più si pronunciano tali frasi, più queste si svalutano”. Sempre domani il ministro statunitense Austin sarà ricevuto dal suo omologo tedesco,  Annegret Kramp-Karrenbauer. Il rappresentante del Pentagono sarà il primo esponente del governo Biden a visitare la Germania, dove incontrerà anche Jan Hecker, consigliere della cancelliera Angela Merkel per la politica estera, con cui discuterà inevitabilmente anche di quanto sta accadendo nel Donbass. 

   La visita degli americani in Europa però non si limita ad affrontare solo temi di natura bellica. L’intenzione del presidente Joe Biden è quella di nominare un inviato speciale incaricato di condurre i negoziati volti a bloccare il progetto del gasdotto Nord Stream 2 tra la Russia e la Germania, attraverso il Mar Baltico.

   Fino ad oggi, le redini della diplomazia per tentare di convincere Berlino a non ultimare il gasdotto sono state portate avanti dai diversi esperti di affari europei scelti dalla Casa Bianca, ma l’importanza della questione richiede un’attenzione maggiore. Il gasdotto, che bypassa l’Ucraina e subordinerebbe l’Europa alla Russia in termini di energia, è completo al 96% e per Washington la priorità assoluta è che quella decina di chilometri che manca da ultimare non si realizzi.

   Più facile che il gasdotto non venga mai utilizzato, ma questo è un probabile piano che verrà attuato in seconda battuta. Gli Stati Uniti, come affermato dal portavoce dell’ambasciata a Berlino, hanno l’intenzione di “utilizzare tutte le leve disponibili per impedire il completamento del Nord Stream 2, un progetto geopolitico della Russia, che minaccia la sicurezza energetica dell’Europa tanto quanto quella dell’Ucraina e dei partner orientali della Nato”. 

   Una considerazione condivisa anche “da alcuni dei nostri partner europei e da alcuni voci autorevoli in Germania”. Al momento, tra queste non rientrano certamente quella di Angela Merkel né tantomeno quella del suo probabile successore, Armin Laschet. Piuttosto, il governo di Berlino avrebbe avrebbe proposto agli Usa di investire notevolmente nello sviluppo dell’idrogeno in Ucraina, così da slegarla dalla dipendenza russa, anche se le vicende militari di queste ore rendono l’offerta piuttosto complessa. 

   A ragion di cui, va segnalato come nel primo trimestre di quest’anno Kiev abbia raddoppiato le importazioni di elettricità dalla Russia, terzo fornitore di energia elettrica dopo Bielorussia (filo russa anch’essa) e Slovacchia. 

   Se il gasdotto divide l’Europa, la condanna per l’aumento della tensione nel Donbass è unanime. Un monito al Cremlino era stato lanciato anche lo scorso marzo, quando il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in visita in Donbass, aveva annunciato “il finanziamento dei posti di frontiera”, rassicurando gli ucraini di come l’Ue sia “dalla vostra parte” e avvertendo Mosca che le sanzioni europee non sarebbero state ritirate fino a che la Russia “sarà parte del conflitto”. 

   La successiva richiesta della cancelliera Merkel di ritirare le forze russe ha anticipato la dichiarazione del portavoce della Commissione europea, Peter Stano: “L’Ue, gli Stati membri e le istituzioni stanno seguendo molto da vicino e con molta preoccupazione il peggioramento della situazione della sicurezza nell’Ucraina orientale e i movimenti delle truppe russe vicino il confine ucraino e anche nella Crimea annessa illegalmente”.

   L’Ue, ha sottolineato Stano, “ha richiamato più volte alla calma, alla de-escalation. Abbiamo puntualizzato che la piena attuazione degli accordi di Minsk è la sola via da percorrere per garantire una soluzione politica e pacifica al conflitto. In questo contesto accogliamo gli sforzi e gli importanti passi che l’Ucraina e il presidente Volodymyr Zelensky stanno compiendo”. La richiesta rivolta a Mosca, quindi, è quella di “astenersi da ogni azione che possa aumentare le tensioni e rafforzare gli sforzi per attuare gli accordi di Minsk”, e ha voluto assicurare come “sono in corso contatti a vari livelli”.

   Come quelli tra la Nato e Kiev. Domani è previsto un incontro tra il segretario generale, Jens Stoltenberg, e il ministro degli Affari esteri ucraino, Kuleba Dmytro, presso il quartier generale dell’organizzazione nella capitale belga. Il ministro, poi, prenderà parte a una riunione della Commissione Nato-Ucraina. Un primo passo avanti concreto, come richiesto dal presidente Zelensky, che si era rivolto in modo deciso agli Stati Uniti, con la richiesta di esporsi definitivamente. “Se vedono l’Ucraina nella Nato”, devono “dirlo direttamente e farlo. Non a parole”. Gli Usa sono “buoni amici”, ha continuato l’ex comico della tv ucraina, ma il presidente Biden “deve fare di più” se intende offrire protezione. Armi, soldi e sostegno diplomatico sono quindi le necessità impellenti per Kiev.

   Richieste che Washington ascolta, così come non possono essere ignorate le altre conseguenze, questa volta minacciate dalla Russia, qualora ci fosse un attivismo partigiano da parte dell’amministrazione Biden.  “Possiamo solo esortare Washington ad adottare un approccio più responsabile a questo grave problema, a non intensificare le tensioni e, come priorità, a garantire un atteggiamento più responsabile nei confronti delle questioni relative a determinati scambi di informazioni tra le nostre capitali”, ha affermato all’agenzia di stampa Sputnik il vice ministro degli Esteri, Sergej Ryabkov.

   A lui fa eco il ministro in persona, Sergej Lavrov, ammettendo come sia “in atto in questo momento una retorica aggressiva. Gli Usa si sono posti delle domande su cosa stia facendo la Russia al confine con l’Ucraina. La risposta e’ semplice: viviamo lì, questo è il nostro Paese”. Piuttosto, “rimane ancora da chiarire cosa facciano i militari americani, unità navali e soldati che organizzano senza sosta attività Nato in Ucraina, migliaia di chilometri dal loro territorio”, ha precisato. Ancor più pesante ci è andato rivolgendosi all’Ucraina.

   “Mi sembra che alcune lezioni dovrebbero essere apprese dagli eventi del 2014. Purtroppo, al momento non è così, e finora non abbiamo visto alcuna conferma di questa verità, che speravamo fosse abbracciata da tutti coloro che hanno incoraggiato i sentimenti anti-russi della leadership ucraina e che hanno incoraggiato la riluttanza, sia del precedente che dell’attuale governo di Kiev, a rispettare gli accordi legali internazionali stipulati dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, ha dichiarato durante una conferenza stampa al Cairo. “Questo potrebbe finire male, perché il regime di Kiev potrebbe ricorrere ad azioni sconsiderate nel tentativo di ripristinare il suo rating”, ha avvertito. 

   Dall’altra parte, mentre il sindaco di Donetsk denuncia come la periferia della città, nell’autoproclamata Repubblica Popolare, sia stata bombardata dall’esercito ucraino, Kiev rassicura che non proverà a liberare il Donbass con la forza, perché porterebbe “inevitabilmente alla morte di un gran numero di civili e vittime tra i militari”. Un gesto che andrebbe contro “i valori umani universali e alle norme del diritto internazionale umanitario. Il nostro Stato mette al primo posto la vita dei suoi cittadini”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore delle Forze armate, Ruslan Khomchak.

   Il rischio di arrivare a una soluzione militare e tornare indietro al 2014 è molto alto, ma al momento viene escluso dagli esperti che, invece, vedono i movimenti militari come una strategia di politica interna attuadai vari protagonisti. Secondo il New York Times, la cronaca al confine con l’Ucraina significherebbe per Putin spostare l’attenzione dalla vicenda di Alexsei Navalny, le cui condizioni fisiche  stanno minando la popolarità interna dello zar. Allo stesso modo, eletto con il favore del 70% dell’elettorato neanche due anni fa, Volodymyr Zelensky è avvolto dalle critiche, anche per la gestione della pandemia arrivata al suo livello di massima diffusione in questi giorni. Spiegazioni che provano a fornire un’analisi più dettagliata. Se invece si volesse riassumere più semplicemente la vicenda, si potrebbe affermare che tra questioni militari ed energetiche la frontiera ucraina è (di nuovo) il centro del mondo. (Lorenzo Santucci, 12/4/2021 da https://www.huffingtonpost.it/)

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IL PRESIDENTE UCRAINO CHIEDE AIUTO DAVANTI ALLA MINACCIA RUSSA

Pierre HaskiFrance Inter, Francia, 16 aprile 2021, da INTERNAZIONALE

   Volodimyr Zelenskij è il presidente di un paese, l’Ucraina, che potrebbe essere alla vigilia di una guerra totale. Zelenskij si trova a Parigi per chiedere aiuto nella speranza di dissuadere il suo grande vicino, la Russia, dal passare all’azione.

   Da diversi giorni informazioni indiscutibili confermano la concentrazione di truppe russe, con decine di migliaia di uomini e apparecchiature, in Crimea e alla frontiera orientale dell’Ucraina, oltre che nel mare d’Azov, che collega i due paesi.

   Sono manovre di intimidazione o preparativi di guerra? Gli esperti e i diplomatici sono divisi sull’argomento. Ciò che è certo è che la guerra del Donbass, la regione orientale dell’Ucraina dove dal 2014 sono morte più di tredicimila persone, vive un ritorno all’attività. Nei giorni scorsi sono stati uccisi diversi soldati ucraini.

   Questa tensione estrema coincide con un inasprimento dei rapporti tra il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il russo Vladimir Putin. Il 15 aprile Washington ha espulso dieci diplomatici russi e ha imposto una serie di sanzioni finanziarie come rappresaglia per un attacco informatico di grande portata effettuato l’anno scorso contro obiettivi statunitensi. Difficile aspettarsi una distensione alla frontiera ucraina.

   Zelenskij chiede che sia avviato un processo di adesione dell’Ucraina alla Nato, una sorta di assicurazione per il suo paese in ragione dell’articolo 5 che prevede la solidarietà automatica di tutti gli stati membri in caso di aggressione contro uno di loro. L’Ucraina chiede inoltre di entrare a far parte dell’Unione europea.

Sembra poco probabile che l’Ucraina possa ottenere ciò che chiede

   In un’intervista concessa al quotidiano francese Le Figaro, Zelenskij ha sostenuto in modo eloquente l’adesione: “Non possiamo restare indefinitamente nella sala d’attesa dell’Unione e della Nato. Non vogliamo essere costretti a mendicare. La Francia è un grande paese. La mia speranza è che sostenga le nostre aspirazioni. Non possiamo uscire insieme per sempre come eterni fidanzati. Bisogna legalizzare i nostri rapporti, ovvero da un punto di vista allegorico creare un futuro comune”. Fine della citazione.

   Zelenskij ripeterà senza dubbio la sua richiesta pressante prima al presidente francese Emmanuel Macron e poi alla cancelliera tedesca Angela Merkel, che parteciperà agli incontri in videoconferenza. La Francia e la Germania sono le “madrine” di un processo di negoziazione russo-ucraino attualmente bloccato.

   In realtà sembra poco probabile che l’Ucraina possa ottenere ciò che chiede. La questione era già stata sottoposta alla Nato nel 2008, ma la volontà di Kiev si era scontrata con il doppio rifiuto di Parigi e Berlino.

   D’altronde è difficile lasciar entrare nella Nato un paese in guerra, trascinando l’alleanza in un conflitto quasi automatico con la Russia. Qualcuno se ne dispiacerà e lo considererà un segno di debolezza rispetto a Mosca.

   Ma pur senza l’adesione l’Ucraina avrà il sostegno degli occidentali, anche se questi ultimi non sanno come effettuare una manovra di dissuasione credibile agli occhi di Putin senza rischiare la guerra. È possibile che l’intenzione del presidente russo non sia tanto invadere l’Ucraina quanto mettere alla prova la volontà degli occidentali, e in questo caso l’Europa e la Nato non possono permettersi di fallire l’esame.

In tutti gli scenari l’Ucraina è uno dei “fronti” su cui si concretizzano i nuovi rapporti di forze di un mondo tornato a essere brutale. Zelenskij ne è il simbolo suo malgrado, venuto ad allertare un’Europa che non sembra pronta per questo mondo. (Pierre HaskiFrance Inter, Francia – 16 aprile 2021 – da INTERNAZIONALE) (Traduzione di Andrea Sparacino)

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