IL SUMMIT del presidente Usa Biden del 22/4/2021 scorso con i grandi della Terra, per impegnarli (e impegnarsi) a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale – Come convincere il mondo a scelte coraggiose? E per ciascuno di noi a cambiare stile di vita? Basteranno nuove sensibilità ecologiche a mutare rotta?

«OBIETTIVI INSUFFICIENTI»: lo scetticismo di GRETA THUNBERG (nella foto) sul VERTICE PER IL CLIMA organizzato dal presidente Usa JOE BIDEN (cui hanno partecipato in streaming 40 capi di Stato) il 22/4/2021, giornata annuale della Terra – «I leader riuniti al summit parlano di obiettivi ambiziosi, di emissioni-zero entro il 2050, ma la realtà è che con il contrasto al cambiamento climatico siamo indietro di 10 anni». Greta Thunberg si pronuncia così sulle soluzioni per risolvere la questione ambientale, tema principale del LEADER SUMMIT ON CLIMATE organizzato in streaming dal presidente americano JOE BIDEN e al quale ha partecipato anche il presidente del Consiglio MARIO DRAGHI. Al summit, che si è svolto in parallelo alla GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, lo stesso Biden ha aperto i lavori sostenendo che gli Usa si impegneranno «alla RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI COMBUSTIBILI FOSSILI fino al 50-52 per cento entro il 2030», cifre doppie rispetto agli obiettivi prefissati da BARACK OBAMA a ridosso della Cop21 di Parigi. I contenuti del vertice, che ha visto aderire 40 capi di Stato e di governo, da XI JINPING a VLADIMIR PUTIN fino a BORIS JOHNSON ed EMMANUEL MACRON, sono «insufficienti», secondo l’attivista svedese. «Il mondo è complesso», ha proseguito Greta nel video, «ma non possiamo accontentarci perché è in gioco il nostro futuro. Possiamo fare di più per colmare il gap tra l’emergenza che stiamo vivendo e le attuali condizioni del nostro pianeta». (22/4/2021, da https://www.open.online/)

   Il 22 aprile scorso (2021) il presidente degli USA, Joe Biden, ha indetto un summit sul clima, in videoconferenza, in occasione della giornata della Terra, per avviare la cooperazione sulla riduzione dei gas serra e raggiungere poi l’obiettivo “emissioni zero”; in modo da affrontare la problematica del surriscaldamento globale. Il risultato più positivo è che all’evento hanno partecipato quaranta leader dei sei continenti, i cui Paesi insieme rappresentano l’80% dell’economia mondiale. E questo non è risultato da poco: un “parlarsi” mondiale, globale; un accettare l’invito, per un tema come la “salvezza ambientale”, che richiede impegni concreti, è cosa positiva che sia accaduta.

   I risultati concreti lo sono molto meno: ad esempio Cina, Russia, India, Brasile… si son guardati bene dal prendere impegni concreti…oppure (il caso della Cina) hanno sottolineato che si impegneranno di più concretamente giunti al picco del processo interno di sviluppo industriale (previsto dal leader cinese Xi Jin Ping nel 2030)…

 

VERTICE DI 40 CAPI DI STATO SUL CLIMA (in streaming): all’evento convocato da JOE BIDEN (nella foto) giovedì 22 aprile 2021, GIORNATA DELLA TERRA, hanno partecipato i ‘grandi’ dei sei continenti. TANTE LE PROMESSE e gli impegni, POCA L’AMBIZIONE, e gli impegni concreti, per dire stop alle emissioni

   E’ anche sicuro che l’accadimento della pandemia, che stiamo vivendo, in cui il mondo è immerso dall’inizio del 2020, ha fatto capire a tutti che non è il caso di sottovalutare gli effetti della crisi climatica: del rischio cui si va incontro (che se ne vivono già le conseguenze, dell’inquinamento e del clima cambiato); e della necessità di cambiare rotta. Ne parliamo negli articoli che vi proponiamo in questo post cercando di fare il “punto geopolitico” della “SITUAZIONE DEL CLIMA”, cioè di quel che può accadere e quel che può avvenire nei mesi prossimi nei rapporti tra le aree geopolitiche mondiali sulla lotta al cambiamento climatico.

 

IL PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) reso noto dal governo il 23 aprile scorso (suscettibile di qualche altra modifica prima dell’approvazione definitiva del governo e del parlamento e la consegna entro il 30 aprile all’UE) (clicca nel link qui sotto)

   Una occasione politica del 2021 per il nostro Paese può essere offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà dall’1 al 12 novembre 2021 a GLASGOW in Scozia, più specificatamente detta “Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite”. Oltre alla Cop26 di Glasgow, c’è l’occasione per britannici e italiani di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, summit dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione (che entrambi i paesi condividono), riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax… come chiede più di tutti la Francia di Macron), e abolire i sussidi ai combustibili fossili (è paradossale che l’Europa dia ancora sussidi a combustibili che vorrebbe man mano abolire!). Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

il “LEADERS SUMMIT ON CLIMATE” organizzato in modalità virtuale dal Presidente americano JOE BIDEN, e apertosi giovedì 22 aprile 2021

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti (scienziati delle più varie discipline), sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi… tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

GRAFICO da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) 23/4/2021 (https://www.ispionline.it/ )

   Inverni troppo miti, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia…), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo. Però quando si tratta di fare scelte concrete, coraggiose, allora ognuno “mette dei paletti”: necessità di Stati in via di sviluppo che non vogliono rivedere i loro trend di crescita (pensiamo appunto alla Cina); e comunque situazioni di ricchezza (o povertà) diversa, che fanno sì che la sensibilità ambientale possa essere maggiore in aree geografiche dove la qualità della vita è migliore (come l’Europa) (e non si vorrebbe perderne i benefici con la crisi ambientale); mentre risulta più difficile convincere i Paesi in via di sviluppo di non commettere gli stessi errori di distruzione ambientale commessi dai paesi ricchi di più antica tradizione (come l’Europa), ma di trovare “vie nuove” a un progresso non inquinante, che valorizzi la salute della propria popolazione e conservi l’ambiente (pensiamo al Brasile e la foresta amazzonica)(…ma se i paesi ricchi necessitano di tanta carne come cibo, gli allevamenti e le coltivazioni di soia in Amazzonia soddisfano a questo, e allora tutti siamo coinvolti nel dover cambiare…).

(foto da https://distribuzionemoderna.info/) – “(…) Negli ultimi anni sono aumentati i MERCATI CONTADINI, i GRUPPI DI ACQUISTO e altre forme di DISTRIBUZIONE ALTERNATIVE a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di DIALOGO TRA PRODUTTORI E CONSUMATORI, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. COOPERAZIONE, TRASPARENZA e SOLIDARIETÀ sono BISOGNI CHE CITTADINI via via più responsabili e informati, CHIEDERANNO a gran voce, anche ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE E AL COMPARTO ONLINE, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. (…)” (IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE, di CARLO PETRINI, da “La Stampa” del 22/4/2021)

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nelle intenzioni teoriche) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle (fonti energetiche) finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.   

A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad “accontentare tutti”, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”. Ora è in fase di approvazione ed inizio il PNRR, Piano di Recupero e Resilienza italiano (all’interno del grande progetto di rilancio economico dalla pandemia dell’Unione Europea denominato “Next Generation Eu”) che stanzierà enormi risorse in progetti di conversione ambientale (cercheremo di vederli nei prossimi post, di valutarne la portata, speriamo positiva). Comunque un’occasione da non sprecare, attuando interventi “veramente” ecologici.

JONATHAN SAFRAN FOER, “POSSIAMO SALVARE IL MONDO, PRIMA DI CENA. PERCHÉ IL CLIMA SIAMO NOI”, Guanda Ed., 2019, 12 euro – Il tema dell’emergenza climatica affrontato in un libro unico, che ha l’urgenza di un pamphlet e il fascino di un romanzo. – “Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà…Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca.”

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta ancora per uscire dall’emergenza ambientale.

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è forse la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali di ciascuno di noi, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

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IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE

di Carlo Petrini, da “La Stampa” del 22/4/2021

   Ogni anno il 22 aprile, giorno di primavera, si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, (…) e mi trovo d’accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi.

   Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l’appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono.

   Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l’attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un’agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi?  Adotteremo stili alimentari consapevoli, che ad esempio scelgono la carne con meno frequenza e con più attenzione? Creeremo una società più giusta? Possediamo le conoscenze per agire in questo senso, ora dobbiamo avere anche la volontà di tramutarle in azioni.

   La storia e i fatti che stiamo vivendo ci dimostrano in modo chiaro che il vecchio paradigma basato su competitività e profitto è obsoleto. La prosperità infatti è vera solo se inclusiva. Ecco quindi che d’ora in avanti la strada per un futuro non solo felice, ma anche possibile, è quella in cui cooperazione, dialogo e beni comuni sono le direttrici da seguire. Solo così potremo davvero porre al centro la dignità umana e la salute del pianeta.

   Lasciatemi ora fare alcuni esempi affinché le mie non sembrino parole al vento, ma istanze concrete che dovranno diventare sempre più numerose.

   Negli ultimi anni sono aumentati i mercati contadini, i gruppi di acquisto e altre forme di distribuzione alternative a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di dialogo tra produttori e consumatori, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri.

   Cooperazione, trasparenza e solidarietà sono bisogni che cittadini via via più responsabili e informati, chiederanno a gran voce, anche alla grande distribuzione e al comparto online, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera.

   In un sistema interconnesso infatti, nessun attore è più importante dell’altro e il valore quindi, è vero solo se risorse, strumenti e conoscenze sono condivisi equamente tra tutti.

   Scuole, carceri, terreni confiscati alle mafie e periferie delle città sono poi altri luoghi dove, attraverso l’agricoltura sociale, si sta manifestando questo cambio di passo. Qui il cibo si fa bene comune, promuove la convivialità e diventa strumento di emancipazione per le fasce più deboli della popolazione.

   Quelle elencate sono trasformazioni dal basso, quando però sono supportate dalla politica (europea in questo caso), e diventano parte del green new deal, della strategia per la biodiversità o di quella per l’alimentazione, beh, allora forse la strada è proprio quella giusta.

   Ho parlato di cibo, ma la trasformazione sarà tale se questo pensiero ecologico e di umana cooperazione contaminerà ogni ambito della nostra vita acquisendo una valenza sociale, etica e politica. Solo così potremo dire di aver appreso la lezione che Terra Madre ci ha tragicamente impartito con la pandemia. Solo così salveremo l’umanità e le altre specie viventi dall’estinzione. (Carlo Petrini)

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GLI IMPEGNI PRESI AL SUMMIT SUL CLIMA PROMOSSO DA BIDEN

da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/, 24/4/2021

  Il presidente degli USA, Joe Biden, ha convocato un summit sul clima il 22 aprile, in occasione della giornata della Terra, per avviare la cooperazione sulla riduzione dei gas serra e raggiungere poi l’obiettivo “emissioni zero”, in modo da affrontare la problematica del surriscaldamento globale.

   All’evento hanno partecipato quaranta leader provenienti da sei continenti, i cui Paesi insieme rappresentano l’80% dell’economia mondiale. La parte statunitense ha avanzato una richiesta di bilanciamento tra costi e responsabilità, quella cinese ha sottolineato il ruolo dei Paesi sviluppati in materia di sviluppo sostenibile, mentre i leader europei hanno sottolineato l’importanza di finanziamenti innovativi e di tecnologie verdi nella ripresa post-pandemia.

   In particolare, il presidente statunitense, Joe Biden, ha affermato che gli USA dimezzeranno le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, aggiungendo che: “Non abbiamo scelta, dobbiamo farlo”. Biden ha quindi incoraggiato gli altri partecipanti al summit ad assumere impegni significativi e ha promesso di aumentare gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo che ridurranno le emissioni.

   L’impegno preso da Biden ha rispecchiato quello assunto dall’amministrazione dell’ex presidente degli USA Barack Obama, in carica per due mandati dal 2009 al 2017, di ridurre i livelli di emissione del 25-28% rispetto al 2005 entro il 2025. Con l’amministrazione Biden gli USA sono altresì tornati all’Accordo di Parigi sul clima del 22 aprile 2016, dal quale Washington si era ritirata sotto l’amministrazione dell’ex presidente statunitense, Donald Trump, il 4 agosto 2017.

   Anche il presidente cinese, Xi Jinping, ha partecipato all’evento del 22 aprile e ha tenuto un discorso intitolato: “Costruire insieme una comunità per l’uomo e la natura”, sottolineando l’importanza di politiche ambientali solide per lo sviluppo, l’equità sociale e la giustizia, seguendo un approccio che ponga il popolo al centro. Il 22 aprile, Xi non ha adottato un nuovo target per la riduzione delle emissioni ma ha promesso rigidi controlli sugli impianti alimentati a carbone nel periodo coperto dal 14esimo piano quinquennale 2021-25, impegnandosi nella loro riduzione nei successivi cinque anni.

   Durante il discorso tenuto alla 75esima assemblea delle Nazioni Unite, il 22 settembre 2020, il presidente Xi Jinping, parlando della ripresa economica post-coronavirus, aveva sottolineato l’importanza della sostenibilità e aveva annunciato che la Cina avrebbe raggiunto la neutralità del carbonio entro il 2060. Intanto, Pechino ha previsto di raggiungere il picco del carbonio entro il 2030.

   Tra i Paesi europei, la Germania e la Francia hanno ricordato che, il 21 aprile, l’Unione europea (UE) ha annunciato l’impegno a ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Berlino e Parigi hanno posto l’accento sull’importanza degli investimenti nelle energie rinnovabili e della ripresa post-pandemia per ridefinire le economie dei vari Paesi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha poi affermato che sia necessario “mettere un costo sul carbonio”, altrimenti non vi sarà alcuna transizione.

   Tra gli altri partecipanti, il Regno Unito ha posto un obiettivo pari alla riduzione delle emissioni di carbonio del 78% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2035. Il Brasile ha promesso di raggiungere la neutralità dal carbonio entro il 2050 e di interrompere la deforestazione illegale entro il 2030. Il Giappone ha promesso di ridurre le proprie emissioni del 46% rispetto i livelli del 2013 entro il 2030. Il Canada ha invece posto l’obiettivo di ridurre le emissioni tra il 40% e il 45% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030. Trai i Paesi che, il 22 aprile, non hanno adottato obiettivi specifici come la Cina vi sono stati anche l’India e la Russia, che si sono però impegnate a migliorare per ridurre le emissioni. (da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/)

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VERTICE SUL CLIMA: DOV’È L’AMBIZIONE?

da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) 23/4/2021

(https://www.ispionline.it/ )

– All’evento convocato da Joe Biden (giovedì 22 aprile 2021, Giornata della Terra, ndr) hanno partecipato i ‘grandi’ della Terra. Tante le promesse e gli impegni, poca l’ambizione per dire stop alle emissioni. –

   Chiusa la parentesi ‘negazionista’ di Donald Trump, gli Stati Uniti tornano a guidare la lotta ai cambiamenti climatici. E il vertice sul clima, convocato dagli Stati Uniti in occasione della Giornata mondiale della Terra, è un palcoscenico perfetto per sancire il rilancio della leadership Usa: 40 leader internazionali virtualmente riuniti per fare il punto sulla sfida più impegnativa del secolo, quella per la protezione dell’ambiente.

   “Dobbiamo agire adesso. È un imperativo morale ed economico” ha sottolineato il presidente Joe Biden evidenziando anche le “straordinarie opportunità economiche” della transizione ecologica. “Gli Stati Uniti – ha annunciato il presidente – si impegnano a dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030”, aggiungendo che “questi passi porteranno l’economia americana a emissioni nette zero non oltre il 2050”.

   Promesse e impegni che, con scadenze e formule diverse, sono state formulate via via da tutti i ‘grandi’ del mondo: Ursula von der Leyen in primis ma anche Xi Jinping e Vladimir Putin, la cui presenza, seppur virtuale, non era assolutamente scontata in un momento di crescenti tensioni internazionali. Grande successo dunque? Non proprio: mentre alcuni grandi ‘inquinatori’, come India, Australia e il Brasile, si sono ben guardati dal prendere impegni, anche la Cina ha subordinato al taglio delle emissioni le sue esigenze di crescita economica.

   Critica la posizione degli ambientalisti, prima fra tutti l’attivista Greta Thunberg, che ha bollato come “insufficienti” gli impegni presi, e accusato i leader del mondo di “aver mollato senza nemmeno provarci”. Si poteva fare di più e meglio insomma, e non solo secondo l’attivista svedese che annuncia nuove mobilitazioni del popolo green: “Non possiamo accontentarci di qualcosa – ha chiarito – solo perché è meglio di niente”.

Usa: dare il buon esempio?

L’annuncio di Biden, che ha promesso un taglio alle emissioni del 52% entro il 2030, risponde alle esigenze ambientali ma non solo. Il presidente Usa ha praticamente raddoppiato l’impegno di Barack Obama che prevedeva una riduzione del 25-28% entro il 2025. Oggi il paese, complice la politica di Donald Trump, non ha raggiunto nemmeno la metà dell’obiettivo.

   Eppure, come ha detto Biden, “la posta in gioco è enorme”. Se le nazioni non riusciranno ad impedire l’aumento delle temperature di oltre 1,5 gradi celsius sui livelli preindustriali, l’economia mondiale subirà 23 trilioni di dollari di perdite entro la metà del secolo. A causarli – secondo un rapporto di Swiss Re citato dal NewYork Times – saranno disastri naturali come alluvioni e smottamenti, diffusione di malattie e nuove epidemie.

   Secondo la società che opera nel campo assicurativo i cambiamenti climatici sono di gran lunga la peggior minaccia all’economia mondiale dei prossimi anni. Ben vengano dunque obiettivi ambiziosi come quelli posti dal presidente Usa che però, a ben guardare, al momento sono solo promesse e non sono vincolate, come intende fare l’Unione Europea con il Green Deal, a obblighi di legge.

   Il grande ostacolo che la Casa Bianca si trova ad affrontare – osserva ancora CNN – è un Congresso diviso in cui i Repubblicani hanno già definito ‘irrealistica e controproducente’ una strategia che penalizza il settore petrolifero americano e limita le emissioni mentre la Cina continuerà, almeno per un decennio, a inquinare (e a crescere) senza freni. E se il presidente non riuscirà a ricomporre la frattura tra gli schieramenti al Congresso dovrà ricorrere agli ordini esecutivi per trasformare le promesse in legge. E allora, come ha dimostrato Donald Trump, basterà un cambio di orientamento politico alla Casa Bianca per disfare tutto.

Cina: il clima può aspettare?

Almeno sul clima, Pechino e Washington provano a cooperare. E questa è una buona notizia, ma chi cerca impegni e strategie dettagliate sulla riduzione di emissioni inquinanti da parte di Pechino resterà deluso. La partecipazione di Xi Jinping al vertice è servita a ribadire una posizione cinese ormai nota: Pechino raggiungerà il picco delle emissioni per il 2030 e poi, progressivamente, azzererà le emissioni entro il 2060.

   La questione evidenzia ancora una volta l’inconciliabilità tra la necessità della Cina di raggiungere i suoi obiettivi di modernizzazione e industrializzazione, e la corsa globale per ridurre le emissioni di CO2, di cui la potenza asiatica detiene ormai da tempo il primato globale.

   Ancora oggi, oltre il 50% dell’energia necessaria per il fabbisogno del paese proviene dal carbone di cui è produttore e da cui è fortemente dipendente. Pechino, che comunque conta di raggiungere il 20% di energia rinnovabile per il 2025, sta investendo moltissimo nel cosiddetto ‘carbone pulito’, filtrato e meno inquinante del carbone normale, ma pur sempre inquinante.

   Quello dell’ambiente, insomma, è un terreno su cui la Cina “vuole collaborare con gli Usa”, ma non intende farsi dettare tempi e modi da nessuno. Se da un lato il dialogo tra la prima potenza più inquinante al mondo e il resto della comunità internazionale è essenziale per ridurre le emissioni, dall’altra il modello di sviluppo cinese appare ancora drammaticamente insostenibile.

Europa: un cambio di passo?

   “La lotta contro il cambiamento climatico sarà il motore della ripresa economica”. A dichiararlo ai leader del mondo riuniti in videoconferenza è la presidente della Commissione Europea. Ursula von der Leyen è intervenuta al vertice poche ore dopo l’approvazione della Legge europea sul clima, che mette nero su bianco l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e del taglio del 55% delle emissioni inquinanti entro il 2030.

   Arrivata dopo 14 ore di braccio di ferro tra Commissione e Consiglio, tuttavia, la legge prevede obiettivi a livello di Unione, non per i singoli stati membri e aggira la questione dei sussidi ai combustibili fossili, riportando l’intenzione della Commissione di tornare sulla questione in un secondo momento. Obiettivi modesti, secondo gli ambientalisti, che lamentano “la mancanza di un calendario stringente e dettagliato per il decennio in corso, che secondo gli scienziati sarà quello in cui sarà vinta o persa la lotta contro la disgregazione climatica estrema”.

   Eppure le premesse ci sarebbero: i costi delle tecnologie pulite sono progressivamente diventati più competitivi e la transizione ecologica promette numerosi posti di lavoro. Anche dal punto di vista culturale, qualcosa sta cambiando. In diversi paesi europei i partiti verdi stanno crescendo nei sondaggi e in Germania gli ecologisti che tallonano la CDU puntano alle elezioni di settembre per esprimere il nuovo cancelliere.

   I tempi sembrano essere maturi per un cambio di passo reso ormai improrogabile dall’allarme degli scienziati. Per farlo davvero, in vista del prossimo vertice Onu di novembre, potrebbero prendere appunti dal discorso del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale – sottolineando “siamo sull’orlo dell’abisso” – ha ribadito che è giunto il momento di “mettere fine alla guerra contro la natura”.

   Mentre i leader del mondo erano riuniti in videoconferenza, Greta Thunberg bacchettava così i rappresentanti al Congresso americano: “La nostra generazione non si arrenderà come avete già fatto voi. È il nostro futuro, ce lo riprenderemo”. E di veramente ambizioso, alla fine della giornata, restano solo le sue parole.

IL COMMENTO di Paolo Magri (vice presidente esecutivo di ISPI)

“Certo, si poteva e doveva osare di più: tagli alle emissioni più incisivi (da parte di Cina e di altri grandi inquinatori); obiettivi temporali più ravvicinati; impegni più vincolanti sui fondi, per convincere anche i paesi più poveri a salire a bordo.

   Ma vedere riuniti, seppur virtualmente, i grandi rivali Biden, Xi e Putin assieme agli ambiziosi (sul clima) leader europei e al negazionista Bolsonaro fa un certo effetto. L’effetto di una lunga marcia finalmente avviata, finalmente uscita dal solo mondo degli attivisti e approdata anche a quello dei potenti. L’effetto dell’“e pur si muove”: nonostante i se e i ma e nonostante il necessario realismo sui molti passi ancora mancanti nella lunga marcia”. (Paolo Magri) 

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IL CLIMA RILANCIA GLI ACCORDI USA-CINA

di Giovanni Tria, da “il Sole 24ore” del 24/4/2021

   In un clima di crescente conflittualità tra Cina e Occidente, il “Leaders Summit on Climate” organizzato in modalità virtuale dal Presidente americano Joe Biden, e apertosi giovedì, merita un’attenzione particolare, se non altro per il fatto che l’invito al meeting è stato accettato dal Presidente cinese Xi Jinping e ha avuto ampio risalto in Cina. Il tema del contrasto al cambiamento climatico e della “rivoluzione verde” è di per sé di cruciale importanza, tant’è che quasi tutti i piani di uscita e rilancio dalla crisi economica, sia dei Paesi avanzati sia di quelli emergenti, pongono l’accento su investimenti che puntano alla riconversione verde delle economie e a una crescita sostenibile.

   Il Next Generation Eu europeo pone la maggior parte delle risorse messe in campo su quest’obiettivo. Lo straordinario piano di investimenti in infrastrutture deciso dall’amministrazione americana, come ribadito anche nel discorso pronunciato da Biden al meeting, guarda anch’esso al contrasto del cambiamento climatico come una occasione di rilancio della domanda e della produzione interna.

   E anche il 14esimo Piano quinquennale cinese pone obiettivi precisi per il processo di de-carbonizzazione dell’economia, anche se da molti sono considerati ancora troppo timidi: il picco delle emissioni è fissato per il 2030 e la neutralità, cioè zero emissioni nette, per il 2060, mentre l’obiettivo è posto da Biden al 2050.

   Sul merito dei programmi e sugli impegni presi dai vari leader dei Paesi che hanno partecipato al meeting non vi è sostanzialmente nulla di nuovo, ma la sua importanza risiede in un ritorno degli Stati Uniti e della Cina a un confronto che ha implicazioni di rilievo oltre il tema in discussione.

   Nel suo discorso il presidente Biden è sembrato rivolgersi molto al pubblico americano, ponendo l’accento sulla capacità della rivoluzione verde di generare occupazione e, quindi, sulla non conflittualità tra sostenibilità ecologica e crescita economica, chiudendo così l’era di Trump. Al tempo stesso ha fatto appello a tutti i Paesi a dare il loro contributo all’obiettivo di contrasto al cambiamento climatico, e in tal modo ha voluto recuperare, anche su questo tema, un ruolo di leadership globale.

   La risposta positiva del leader cinese all’invito al meeting e il contenuto del suo discorso hanno, tuttavia, impresso all’evento un significato implicitamente più ampio. Xi Jinping ha infatti posto essenzialmente tre questioni.

   La salvaguardia del pianeta è un bene pubblico globale, e ciò significa non solo che interessa tutti i Paesi del mondo perché attiene alla sopravvivenza dell’umanità, ma che essendo un bene globale non può essere prodotto da singoli Paesi. La produzione di beni pubblici globali è uno degli aspetti positivi della globalizzazione e uno dei motivi per i quali essa deve essere difesa anche se richiede un riaggiustamento e, per quanto possibile, nuove regole di governance.

   La seconda questione è quella dell’adesione coerente al multilateralismo come metodo irrinunciabile di concertazione tra Paesi e di cooperazione internazionale. Al di là di passaggi polemici del discorso del leader cinese sul recente passato di scarsa simpatia dell’amministrazione americana per il multilateralismo, importante è che le due economie più forti si parlino, riproponendo la necessità di una governance e di regole globali, pur divise da dissensi su un numero crescente di questioni. È evidente che se si vuole una concertazione globale per produrre beni pubblici globali, a partire da quello primario di difesa dell’ambiente, è difficile poi porsi nella prospettiva conflittuale di una separazione o “disaccoppiamento” delle aree economiche, costruendo muri o ostacoli agli scambi scientifici e tecnologici. La difesa del clima coinvolge, infatti, quasi tutte le tecnologie e i settori produttivi.

   La terza questione posta da Xi Jinping è quella del coinvolgimento di tutti i Paesi in via di sviluppo e il richiamo deciso alla responsabilità dei Paesi ricchi, tra i quali si annovera ormai la Cina, nel considerare le differenze tra i due gruppi di Paesi. Il principio delle “responsabilità differenziate” tra economie avanzate e che hanno bisogno di agganciarsi allo sviluppo per combattere la povertà viene collegato alla necessità che i primi non neghino aiuti finanziari e trasferimento tecnologico, evitando di porre barriere “verdi” al commercio internazionale.

   I temi non sono nuovi e il consenso sulle soluzioni deve essere ancora perseguito, ma la sfida ambientale incalza e, quindi, anche i punti di contrasto, che emergono dietro l’apparente unanime volontà di difesa dell’ambiente, dovranno essere affrontati. Più in generale, forse proprio partendo dalla comune necessità di frenare il cambiamento climatico, si può tentare di riannodare la cooperazione necessaria a evitare l’acuirsi di conflitti che rischiano di non limitarsi all’economia. (Giovanni Tria)

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«EMERGENZA AMBIENTE: BIDEN MEGLIO DI OBAMA»

Intervista di Alessia Rastelli a JONATHAN SAFRAN FOER, romanziere bestseller e saggista, da “Il Corriere della Sera” del 24/4/2021

   «Quello che Joe Biden propone non è solo un approccio del tutto diverso da Donald Trump, che era addirittura uscito dagli Accordi di Parigi. Il piano per il clima dell’attuale presidente è molto più ambizioso anche di quello di Barack Obama. L’iniziativa di Biden è assolutamente all’altezza dell’emergenza che dobbiamo affrontare».

   Promuove con convinzione la promessa verde del presidente Usa – tagliare entro il 2030 le emissioni di anidride carbonica del 52% rispetto ai livelli del 2005 – lo scrittore americano Jonathan Safran Foer, romanziere bestseller e saggista impegnato sul fronte ambientale, pubblicato in Italia da Guanda. Al «Corriere» parla via Zoom dalla casa di Brooklyn.

Dunque è soddisfatto dell’iniziativa di Biden: un summit con 40 leader mondiali, l’impegno degli Stati Uniti sulle emissioni.

«All’inizio avevo dei dubbi sull’attuale presidente. Ma finora è stato davvero in grado di imprimere un cambiamento, in un modo che forse nessuno aveva immaginato. Parte della sua abilità è avere smesso di inquadrare alcuni temi come di destra o di sinistra, uscendo da una politica troppo concentrata su questioni identitarie e non su provvedimenti concreti. Inoltre, non so se gli Stati Uniti siano più il centro del mondo, ma una loro spinta verde può ancora essere contagiosa».

Biden ha definito l’impegno sul clima un imperativo morale ma anche economico.

«È la verità, e gli individui tendono a cambiare più per interesse che perché una causa sia giusta. Non vuol dire che siamo cattivi, ma siamo fatti così, anche se alla fine non credo che basterà l’interesse personale per salvare il pianeta: servirà cambiare le nostre vite per il bene comune. Detto questo, è comunque intelligente riconoscere i potenziali enormi guadagni dell’economia verde. Così come le gigantesche perdite se non affrontiamo l’emergenza: per quello che accadrà alle colture, al suolo, alle città che diventeranno inabitabili…».

Paesi come Cina, India e Russia hanno partecipato al summit, ma senza promesse sui tagli alle emissioni.

«Non abbiamo il controllo delle politiche degli altri, ma lo abbiamo delle nostre. E poi, per certi versi, la Cina è quasi più verde degli Stati Uniti, sicuramente nello sviluppo delle tecnologie. Non abbiamo garanzie: l’America ha firmato gli Accordi di Parigi ma con Trump è uscita, la direzione dei Paesi può cambiare drasticamente».

Biden ha anche assicurato che raddoppierà il contributo per aiutare i Paesi in via di sviluppo sul fronte climatico. Le promesse sono realizzabili con un Congresso diviso?

«È comunque il messaggio giusto da lanciare. Ambiente, Covid, giustizia economica: i problemi sono globali e si risolvono solo in modo condiviso».

Il progetto di Biden richiede una trasformazione radicale anche della società, delle abitudini, ad esempio sostituire milioni di auto a benzina con veicoli elettrici. Alcuni repubblicani hanno bollato il piano come irrealizzabile.

«Non serve una rivoluzione sociale né culturale, ma una trasformazione logistica. Per quanto riguarda il Congresso, non si può ottenere nulla a meno di non aggirarlo, come d’altra parte è accaduto per il piano di aiuti Covid».

I vari pacchetti nazionali messi in campo per la pandemia possono favorire la trasformazione verde?

«Sicuramente è cambiata la consapevolezza individuale: ci si è sentiti fragili, si è capito che non possiamo dare per scontate salute e sicurezza. In America, in particolare, abbiamo compreso di avere bisogno dell’aiuto del governo, anche se i conservatori non amano ammetterlo. Dunque sì, è un momento buono per il cambiamento, ma potrebbe non durare a lungo».

Jair Bolsonaro ha promesso di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2030. Solo pochi giorni fa star come Di Caprio e Jane Fonda avevano chiesto a Biden di non sottoscrivere accordi con il presidente brasiliano.

«Non c’è dubbio che Bolsonaro stia distruggendo il Brasile sia dal punto di vista ambientale sia nella gestione del Covid. Ma non c’è altra scelta che provare a negoziare, pur mantenendosi scettici sulle eventuali promesse».

Anche l’Unione europea ha annunciato il taglio delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990.

«In America, specie i giovani, guardano all’Europa come un luogo più progressista. Tra i liberal ricorre ormai una battuta: quando ci si interroga se una cosa sia giusta o meno, ci si chiede: cosa fa la Svezia?».

L’obiettivo finale è arrivare allo zero netto di emissioni globali entro il 2050. Da scrittore, come immagina il mondo in quella data?

«Dipende da cosa facciamo adesso: se torniamo a forme di nazionalismo e individualismo o se capiamo di vivere in un pianeta fragile, in cui dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri, anche a discapito del profitto. Quindi: un futuro violento e distruttivo o un altro pacifico, creativo, sicuro. Di certo, non un mondo che assomiglia a quello di oggi».

(Intervista di Alessia Rastelli a JONATHAN SAFRAN FOER, da “Il Corriere della Sera” – Jonathan Safran Foer è nato a Washington nel 1977. È un romanziere bestseller e saggista. In Italia è pubblicato da Guanda. Tra i romanzi, «Ogni cosa è illuminata» (2002), «Eccomi» 2016. Tra i saggi di tema ambientale: «Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?» (2010) e «Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi», 2019)

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UE, ACCORDO SUL CLIMA: -30% EMISSIONI DI ANIDRIDE CARBONICA ENTRO IL 2030

da https://www.lanuovaecologia.it/, 22 aprile 2021

   Lo hanno raggiunto il 21 aprile il Parlamento europeo e gli Stati membri dell’Ue. Neutralità climatica entro il 2050. Intesa centrata alla vigilia del vertice Usa sul clima del 22 e 23 aprile a cui partecipano anche Cina e Russia 

   Ridurre “almeno” del 55% le emissioni di anidride carbonica entro il 2030. È l’accordo, annunciato il 21 aprile dalla Commissione europea, raggiunto dal Parlamento europeo e dagli Stati membri dell’Ue. “La legge europea sul clima sancisce l’impegno dell’UE a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990”, si legge in una nota della Commissione.

   “Questo accordo sul clima è un punto di svolta: c’è un prima della legge sul clima e un dopo”, ha detto il presidente della Commissione Ambiente dell’Europarlamento Pascal Canfin. “Siamo riusciti a ottenere l’obiettivo per il 2030 al 55% ma che potrebbe arrivare al 57%, questo significa che quando si confronta la riduzione di CO2 dell’ultimo decennio, 2010-2020, con la riduzione fissata per legge da oggi, nel 2021, al 2030, ci muoveremo due volte e mezzo più velocemente”. È una legge, ha aggiunto, che “traccia i prossimi trent’anni di azione climatica del continente”.

  

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