Il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) di 191,5 miliardi di euro di fondi europei, è un piano di vera transizione ecologica? Oppure è solo un ammodernamento di uno sviluppo che resta insostenibile? – Quel che appare è che è un grande piano, ma dovrà essere ben migliorato negli interventi che ci saranno

«WHATEVER IT TAKES» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa frase in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea MARIO DRAGHI pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione. (da Wikipedia) – PNRR, 26 aprile 2021, per GREENPEACE il Piano di Draghi è «UNA MEZZA SVOLTA VERDE» – «Con uno spazio davvero troppo esiguo per un serio dibattito pubblico e senza le schede progettuali da cui si potrebbe capire di più, il Pnrr presenta qualche novità di rilievo ma ancora diversi limiti» (nella foto: presidio di Greenpeace a Montecitorio)

   Il PNRR (piano di ripresa e resilienza), o Recovery Plan più semplicemente chiamato, che il nostro governo ha presentato il 30 aprile scorso alla Commissione europea, è cosa assai complessa: prevede la messa in moto dello sviluppo di tutto il Paese, ma è rivolto un po’ a tutti i paesi europei; cioè riguarda l’Europa del post pandemia (almeno, se presto finirà il covid…).

PNRR, DRAGHI presenta il Piano alla Camera dei deputati (26/4/202): “NON SOLO PROGETTI: C’È IL DESTINO DEL PAESE”

   Per l’Italia ci sono complessivamente a disposizione 222 miliardi tra i fondi europei del Recovery Plan (191,5 miliardi), ma anche delle risorse nazionali (circa 30 miliardi). Sono sei le aree di intervento individuate: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica (cui va il 30% del totale); infrastrutture e mobilità; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

   Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità di sviluppo e porta certamente con sè aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, alla rivoluzione digitale; e in particolare “ufficializza” che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, e c’è la urgente necessità di una concreta riconversione ecologica del pianeta (e pertanto anche dell’Europa).

PNRR, CINGOLANI: RINNOVABILI e IDROGENO ma anche GAS nel futuro (v. l’intervista a “la Repubblica” qui riportata) (nella foto: Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica)

   Nel suo complesso, però, questo piano manca di una visione veramente ecologica. Questa è il giudizio delle associazioni ambientaliste; ma anche di chi sperava veramente in un cambio di rotta nello sviluppo attuale; e che in fondo, pur mettendo in moto le maggiori forze possibili, non ci saranno i cambiamenti verso una riconversione ambientale che si sperava (un “transizione ecologica” come ora si dice, dal nome del nuovo ministero, in sigla MITE, appunto MInistero per la Transizione Ecologica).

SLOW FOOD: «Questo PNRR è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo»: durissima la presa di posizione di Slow Food sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo e votato dal Parlamento. «Non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale». (foto-manifesto da www.slowfood.it)

   Ad esempio è scettica Slow Food, meritoria associazione sul cibo, l’agricoltura pulita, l’alimentazione, l’equità nord-sud del pianeta…. secondo cui questo Pnrr sarebbe “un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, che non promuove la transizione ecologica che dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare”. Il riferimento è, ad esempio, al rinnovo del parco macchine in agricoltura. Una misura che secondo il Comitato esecutivo di Slow Food Italia “può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli” (vi proponiamo in questo post l’articolo di Slow Food che parla di questo).

PNRR, ANCHE PER LEGAMBIENTE È INADEGUATO – “Sono diversi i miglioramenti apportati al Piano nazionale di ripresa e resilienza del nostro Paese elaborato dal governo Draghi. Un lavoro che però consideriamo solo all’inizio, perché il Pnrr non è pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone”, sono queste le prime parole di commento di STEFANO CIAFANI (NELLA FOTO), presidente nazionale di Legambiente al nuovo Pnrr (da https://www.qualenergia.it/, 28/4/2021)

   Forse giudizi un po’ ingrati e da verificare, quelli di chi esprime dapprincipio il fallimento di un cambiamento epocale nel senso di avviare nei tanti interventi previsti una nuova “epoca” ecologica. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile hanno forse fatto fare in fretta di “scrivere” le proposte, non offrendo margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano (come sempre, vien da dire, ci si prende all’ultimo momento, e questo non fa ben sperare nella realizzazione concreta del piano, prevista entro il 2026).

MAPPA DELLA RIPARTIZIONE DEI FONDI DEL RECOVERY PLAN IN EUROPA (da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Insomma tante sono le perplessità, sia nella realizzazione del piano, e che si tratti poi anche di vera “transizione ecologica”. E per non parlare delle riforme che devono accompagnare il tutto (della Pubblica Amministrazione, della burocrazia, della giustizia…. con forme di semplificazione nelle procedure degli appalti che, sì, richiedono tempi certi e brevi, ma fanno temere a molti la possibilità di abusi e intromissioni mafiose).

   Tuttavia, pur avendo dubbi sul tutto (e poi, ce la farà il nostro Paese, la nostra pubblica amministrazione, gli enti comunali e statali a gestire questo grande piano??), è lo stesso da sperare che un ciclo virtuoso si realizzi. E anche sui progetti più opinabili (che in questo post vengono descritti nei vari interventi riportati), la partita non sia chiusa: ad ogni progetto, e specie ai più strategici, bisognerà controllare il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi, e vedere di incidere rendendolo (il progetto) conforme a una visione veramente nuova del nostro modello di sviluppo. (s.m.)

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da SLOW FOOD:

QUESTO PNRR È UN PIANO DI AMMODERNAMENTO DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

27/04/2021, da https://www.slowfood.it/

– Questo Pnrr è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo – Secondo Slow Food il Pnrr presentato non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale –

   Si addensano molte nubi nel cielo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. C’era da aspettarselo, tale è la posta in palio (complessivamente il Presidente Draghi parla di 248 miliardi di euro investimenti) e tali sono gli interessi solleticati da questa enorme quantità di denaro.

Pnrr, Slow Food: «Non è una strategia per la transizione ecologica»

«Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli», afferma Francesco Sottile, a nome del Comitato esecutivo di Slow Food Italia.

Riqualificazione in salsa verde

«L’approccio del piano sembra fondarsi su una “riqualificazione dei consumi in salsa verde”. Il Pnrr, insomma, sembra essere stato partorito non avendo piena coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo Dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come “digitalizzazione” (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’Italia), “ecodesign”, “green”: non è possibile, per esempio, che sui rifiuti si parli solo di riciclo e mai di riduzione, come pure non si capisce come in tutto il documento non compaia mai la parola agroecologia, l’unica pratica agricola che può rigenerare la terra e l’ambiente circostante», prosegue Sottile.

Manca una visione ecologica

Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità e porta certamente con sé aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, la novità delle Green communities o la riforma della pubblica amministrazione. Purtroppo, però, nel suo complesso, manca di una visione veramente ecologica, forse a causa dalla fretta con cui si è elaborato il documento, in assenza di un adeguato dibattito: «La partita si è giocata principalmente in seno al Governo e alle forze politiche, con un coinvolgimento delle parti sociali che è parso più di facciata che di sostanza, per non parlare del bassissimo livello di interlocuzione con il resto del mondo, a partire dalle organizzazioni della società civile che pure avrebbero avuto molto da dare», continua Sottile.

«Il Pnnr italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica.

Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello di sviluppo in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni. Questa è la nostra idea di transizione ecologica».

Affrontare la crisi a livello sovranazionale

C’è poi un altro aspetto fondamentale da evidenziare. Con il Next Generation Eu, proprio per pensare alle future generazioni a partire dai nostri giovani, forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva. Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante.

«Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno. Il Next Gen Eu non dovrebbe essere la sommatoria di 26 piani nazionali e c’è una domanda che tutti dovremmo porci: è possibile affrontare le crisi che stiamo vivendo dentro lo spazio di ciascun Paese?».

Pnrr, Slow Food: chiediamo una visione sovranazionale

Non è chiaro quanto la Commissione europea vorrà e potrà fare per far acquisire ai singoli piani nazionali una visione sovranazionale ma Slow Food crede che «le dimensioni europea ed euromediterranea rappresentino l’ampiezza di sguardo necessaria se vogliamo che le straordinarie risorse messe in campo dall’Unione europea possano risultare efficaci».

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano.

«Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?», sottolinea ancora Sottile.

«Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia.

Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti. Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo.

Un piano a stretta vocazione industriale

Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel Pnrr non ci sembra invece adeguatamente considerato».

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione… Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Aree interne dimenticate

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali.

I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr:

– l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo;

– la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio;

– l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole;

– una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali;

– il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole). (27/04/2021, da https://www.slowfood.it/)

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CINGOLANI “VIA LA BUROCRAZIA RIPARTIAMO DA SOLE E VENTO”

Intervista al ministro della Transizione ecologica, di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021

– Per il governo il Pnrr non sarà solo un piano post pandemia, ma vuole gettare le basi per il futuro del Paese e delle prossime generazioni. Il gas verrà usato solo per stabilizzare la rete elettrica. Rinnovabili al 70% entro il 2030, ma per l’idrogeno è ancora presto –

   «Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto.
Preferisco Next Generation EU e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire
».
   Dopo settimane in cui ha evitato di scendere nei dettagli («Mi sembrava corretto attendere che il presidente Draghi illustrasse il Piano al Parlamento»), il ministro ROBERTO CINGOLANI accetta di raccontare in cosa consisterà la sua transizione ecologica: stop al carbone il prima possibile, boom di energia prodotta da rinnovabili nei prossimi dieci anni fino a coprire oltre il 70% del fabbisogno di elettricità, sì al gas naturale come misura tampone fino alla totale autonomia dai combustibili fossili, no ai termovalorizzatori per il trattamento dei rifiuti, nì alla cattura e allo stoccaggio della CO2 negli ex giacimenti. Con all’orizzonte una economia basata sull’idrogeno. «Ma non sarà un passaggio istantaneo, ci vorranno anni. Sarà una transizione».
Ministro Cingolani, iniziamo dai soldi. La Missione 2, Rivoluzione verde e transizione ecologica, avrà il budget più alto del Pnrr, 59 miliardi di euro. Come saranno investiti?

«Circa 5 miliardi saranno dedicati ad agricoltura ed economia circolare, 15 alla tutela dei territori e delle risorse idriche, 15 all’efficienza energetica degli edifici e quasi 24 alla transizione energetica e alla mobilità sostenibile. Gli ultimi due capitoli sono il fulcro del cambiamento che vogliamo innescare con queste misure».

La Ue ha confermato di voler ridurre del 55% le sue emissioni di anidride carbonica entro il 2030.
L’Italia come può riuscirci?

«Installando 65-70 gigawatt di energie rinnovabili entro i prossimi dieci anni (oggi sono circa 54 gigawatt, ndr). Nel 2030 il 70-72% dell’elettricità dovrà essere cioè prodotta prevalentemente da centrali eoliche o fotovoltaiche».
Come saranno spesi i 24 miliardi della transizione energetica?

«L’attuazione va ancora fatta, ma è prevedibile che ci saranno incentivi per le rinnovabili più sperimentali, come l’eolico offshore o il fotovoltaico per l’agricoltura. Poi ci sarà il grande capitolo della semplificazione per sbloccare le gare già avviate per nuovi impianti di fonti rinnovabili, ma a cui nessuno partecipa».

Il 72% dell’elettricità italiana da rinnovabili tra dieci anni. E il 28% restante?

«Non possiamo certo farlo con le dinamo delle biciclette. Lo produrremo con gas naturale».

Il gas è un combustibile fossile e contribuisce all’effetto serra.

«Sì, ma nella combustione emette molta meno CO2 rispetto al carbone, che è il nostro nemico numero uno. Il gas, inoltre, darà stabilità alla rete elettrica: un sistema basato su eolico e solare è per definizione discontinuo. Se non ci sono sole e vento, non c’è energia. In quei casi potrà essere usato il gas».

Ma non doveva essere l’idrogeno a darci l’energia del futuro?

«Non possiamo perdere il treno dell’idrogeno, e infatti destineremo 3,4 miliardi del Pnrr alla ricerca in questo settore. Ma oggi non siamo pronti: se degli extraterrestri sbarcassero sulla Terra con tutto l’idrogeno dell’Universo, non sapremmo cosa farcene, come stoccarlo, come trasportarlo, come utilizzarlo. E comunque per produrre idrogeno, cioè per estrarlo dall’acqua, ci vuole energia: sarebbe paradossale usare i combustibili fossili. Anche per questo è cruciale accelerare sulle rinnovabili».

Capitolo rifiuti: nel Piano non si fa accenno ai termovalorizzatori. Come mai?

«La Commissione europea non li vuole e nel Pnrr sono stati scoraggiati. Tuttavia se le iniziative di economia circolare non dovessero funzionare, in alcuni casi specifici una riflessione si potrà fare».

Come pensate di ridurre l’impatto dell’agricoltura italiana sul clima?

«Tra 6 e 7 gigawatt di rinnovabili istallate saranno destinati a rendere l’agricoltura autonoma e sostenibile dal punto di vista energetico. E immaginiamo incentivi per sostituite i trattori diesel con trattori a gas».

Dai trattori alle auto: come ci muoveremo in città?

«Quando il 72% dell’elettricità sarà prodotta con zero emissioni allora avrà senso rendere di uso comune la mobilità elettrica. Che senso ha guidare un’auto a batteria se per ricaricarla si brucia petrolio o carbone? Nel frattempo si dovrà lavorare per non farsi trovare impreparati, installando migliaia di colonnine di ricarica».

Ha incontrato i manager di grandi aziende e i vertici delle associazioni ambientaliste. Che reazioni si aspetta al Pnrr da parte loro?

“Ho scoperto che condividono la visione generale, anche se poi possono avere opinioni diverse sui dettagli. Sono ottimista”.

Un terreno di scontro sarà la tecnologia della cattura della CO2 e il suo stoccaggio in ex giacimenti. E’ un progetto previsto dal Pnrr?

«Sulla cattura e stoccaggio della CO2 va detto che persino il presidente americano Biden la sta rilanciando.
Ci tengo però a precisare che nel Pnrr non ci sono i singoli progetti, con nomi e cognomi: i fondi europei andranno a gara e ci sarà qualcuno che deciderà quali progetti finanziare».

Chi sarà a decidere?

«La governance che deve ancora essere definita. Alcuni di questi fondi saranno gestiti dal governo con le Regioni o i Comuni, altri saranno messi a bando. Dipenderà dai casi: se c’è una riconversione tipo Ilva ci vorrà un accordo tra le parti interessate, per comprare 100 autobus a idrogeno si farà una gara».

Ha rivendicato l’esigenza di affiancare transizione ecologica e “transizione burocratica”. Perché?

«Torniamo alle rinnovabili: già oggi in Italia programmiamo di installare 6 gigawatt l’anno e, a causa del lungo iter autorizzativo, alla fine ne installiamo solo 0,8. Di questo passo per arrivare ai 70 gigawatt necessari a ridurre del 55% le emissioni ci metteremo 100 anni, altro che 2030».

Ma non c’è il pericolo che questo si traduca in un azzeramento dei controlli su appalti, gare, cantieri?

«Nessuno vuole trovare scorciatoie, però i tempi devono essere certi. Si può far danno al Paese non solo facendo male, ma anche perdendo tempo. Inoltre, se in Spagna si presentano centinaia di aziende nelle gare per le rinnovabili e da noi pochissime, scoraggiate dalla burocrazia, significa che loro possono scegliere i migliori, noi dobbiamo accontentarci di chi c’è».

(di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021)

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 UN PO’ DI COSE NOTEVOLI DENTRO IL PNRR

da IL POST.IT del 27/4/2021 (www.ilpost.it)

– Dagli asili nido all’alta velocità, passando per la raccolta differenziata: cosa c’è nel piano che spiega come saranno spesi i soldi del Recovery Fund –

   Negli ultimi due giorni il governo guidato da Mario Draghi ha presentato alle Camere il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il documento con cui il governo spiega come intende spendere i finanziamenti che arriveranno dall’Unione Europea tramite il Next Generation EU, chiamato anche Recovery Fund.

   Il piano prevede in tutto finanziamenti per 222,1 miliardi di euro, di cui 191,5 miliardi dal Recovery Fund (fra sussidi e prestiti a basso tasso d’interesse) e 30,6 miliardi di risorse interne, da impiegare entro il 2026. In termini percentuali, il 27 per cento dei fondi sarà dedicato alla digitalizzazione, il 40 per cento agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico e oltre il 10 per cento alla coesione sociale. Oltre a moltissime indicazioni e promesse generiche, nelle 273 pagine del documento si trovano anche finanziamenti e riforme di maggiore concretezza, e di cui quasi certamente si continuerà a parlare nei prossimi anni.

Alta velocità, ma non troppo
Il PNRR prevede in tutto 24,77 miliardi di euro per lo sviluppo del traffico ferroviario in Italia, di cui una buona parte sarà spesa per investimenti sulla linea vera e propria: nuovi tracciati, ammodernamento di quelli esistenti, riqualificazioni delle stazioni. Secondo gli esperti però non sono previsti interventi particolarmente innovativi o inattesi.

   Per prima cosa gli investimenti sono divisi più o meno equamente fra le regioni del Nord (8,57 miliardi, tutti sui collegamenti ad alta velocità), e del Centro-Sud (circa 9,3 miliardi), quando sono quest’ultime ad avere bisogno da decenni di un potenziamento massiccio sulla linea, sia regionale sia ad alta velocità.

   Al momento in Italia esistono 1.467 chilometri di tracciato ad alta velocità, dei quali meno di 500 a sud di Firenze. Eppure la maggior parte degli investimenti sulle nuove linee ad alta velocità andrà al Nord: 8,57 miliardi che serviranno fra le altre cose per completare il cosiddetto “terzo valico” che permetterà di spostarsi da Milano a Genova in meno di un’ora, e allungare l’attuale tracciato ad est da Verona a Vicenza.

   Al Sud invece si spenderanno 4,84 miliardi per le linee ad alta velocità: che saranno comunque diverse e più lente rispetto a quelle del Nord. I futuri tempi di percorrenza contenuti nel PNRR, cioè circa 4 ore di viaggio da Roma a Reggio e Calabria contro le attuali 5 ore e mezza, suggeriscono infatti che il nuovo tracciato non sarà AVAC (Alta Velocità Alta Capacità), che consente ai treni di raggiungere una velocità intorno ai 300 chilometri orari, ma genericamente in AVR, un acronimo che sta per Alta Velocità di Rete. In sostanza, saranno dei potenziamenti sulla linea attuale che consentiranno ai treni di raggiungere una velocità massima di 200 chilometri orari. Un intervento simile era già stato previsto nell’estate del 2020 dal secondo governo guidato da Giuseppe Conte.

   Paolo Beria, che insegna Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, spiega comunque che l’AVR non può essere considerata un’alta velocità di Serie B: l’intervento previsto sarebbe in grado di migliorare in pochi anni i tempi di percorrenza della tratta fra Roma e Reggio Calabria portandoli a circa 4 ore, cioè più o meno lo stesso tempo che oggi si impiega da Torino a Roma con l’AVAC.

   Il PNRR promette anche l’estensione in tutta Italia dello European Rail Traffic Management System (ERTMS), un sistema di standard europei condivisi per la gestione del traffico ferroviario. «È un progetto in linea con un documento come il PNRR», spiega Beria: «parliamo di una riforma infrastrutturale che permetterà un aumento di capacità e regolarità, e renderà più omogeneo tutto il sistema».

   Il PNRR destina invece poco meno di un miliardo sulle linee regionali, che prima della pandemia erano utilizzate ogni giorno da centinaia di migliaia di pendolari. «Nel futuro sarà ancora più rapido andare da Torino a Lecce, ma andare da Mantova a Monza o da Trapani a Catania continuerà a essere la solita odissea», ha sintetizzato amaramente BikeItalia.

   Per quanto riguarda il trasporto pubblico locale e la mobilità sostenibile, il PNRR stanzia circa 8,58 miliardi, che andranno a finanziare un rinnovo del parco mezzi – si parla dell’acquisto di 3.360 autobus a basse emissioni entro il 2026 – e il finanziamento di nuovi tratti di metropolitane (11 chilometri), tram (85 chilometri), filovie (120 chilometri) e funivie (15 chilometri).

   Gabriele Grea, che insegna Economia e gestione del trasporto pubblico locale all’Università Bocconi di Milano, spiega che «alla luce dei vincoli temporali stringenti, la logica del piano privilegia anche per la mobilità sostenibile gli interventi in fase avanzata di progettazione. Questo da un lato fornisce garanzie in termini di fattibilità; dall’altro rischia di amplificare le disuguaglianze tra città e territori con differenti capacità di programmazione e pianificazione strategica».

   «In termini di visione, la quantificazione delle risorse risulta dettata più dalla fattibilità che da strategie e analisi dei bisogni», aggiunge Grea: «Ma per certi versi questa è l’impostazione naturale di un piano di investimenti basato su sostenibilità e realizzabilità. Le scelte del piano sottolineano quanto sia importante oggi che città, aree metropolitane e regioni siano in grado di esprimere progetti innovativi e ambiziosi».

Il nuovo piano per la banda ultralarga
Nel capitolo 2 “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” della missione 1 (“Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”) sono stati stanziati 6,31 miliardi per collegare a una connessione internet veloce circa 8,5 milioni di case, aziende ed enti pubblici che rientrano nella aree meno collegate del paese: cioè quelle che vengono definite “grigie” o “nere”, dove cioè operano al massimo due operatori a banda larga (le aree bianche, cioè senza nessun operatore, sono in fase di collegamento con un piano separato).

   Infratel, la società pubblica controllata da Invitalia, agenzia governativa partecipata al 100 per cento dal ministero dell’Economia, ha spiegato che il piano finanziato col PNRR si chiamerà “Italia a 1 Giga” e sarà il successore del precedente Piano per la Banda Ultralarga: secondo una recente intervista del ministro per la Transizione digitale, Vittorio Colao, verrà presentato ufficialmente in estate.

I fondi per l’economia circolare
Il PNRR finanzierà il primo piano italiano per l’economia circolare, un modello economico di cui si parla da anni in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro.

   Il governo ha stanziato 2,1 miliardi di euro di risorse, e promesso un piano comprensivo per l’economia circolare entro l’estate del 2022. Nel PNRR ha anticipato che l’obiettivo principale del piano sarà «potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento/riciclo», e raggiungere alcuni target fra cui il riciclo del 65 per cento dei rifiuti plastici, che al momento a livello nazionale si ferma al di sotto del 50 per cento.

   Emanuele Bompan, uno dei principali esperti di economia circolare in Italia e direttore della rivista Materia Rinnovabile, spiega che i contenuti del PNRR sono piuttosto deludenti. «Ci aspettavamo di trovare una visione di insieme dell’economia circolare, ma invece il campo d’azione è ristretto», spiega, aggiungendo che le risorse sono meno della metà della bozza preparata dal governo Conte, e che l’economia circolare viene citata solamente in riferimento al riutilizzo dei rifiuti: «Non c’è nessuna misura che vincola le nuove infrastrutture ai criteri dell’edilizia circolare», cioè dell’utilizzo di materiali di recupero o di scarto, «e nemmeno misure simboliche per promuovere i repair shop, che danno lavoro a molti piccoli artigiani».

Un miliardo per i borghi
Il governo ha accolto in parte le richieste che arrivavano da mesi dall’associazione dei Borghi più belli d’Italia, un ente patrocinato dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) che raduna 315 borghi di interesse storico e culturale. In un’intervista a Repubblica di qualche tempo fa il presidente dell’associazione, Fiorello Primi, aveva chiesto «un piano nazionale per mettere in sicurezza il patrimonio architettonico dei centri storici e per rendere sicure, energeticamente sostenibili e digitalmente collegate le abitazioni», oltre a risorse per finanziare le strutture ricettive per turisti.

   Sembra che il governo lo abbia ascoltato: nel PNRR è previsto l’allestimento di un “Piano nazionale borghi” per finanziare «interventi volti al recupero del patrimonio storico, alla riqualificazione degli spazi pubblici aperti (es. eliminando le barriere architettoniche, migliorando l’arredo urbano), alla creazione di piccoli servizi culturali anche a fini turistici. In secondo luogo, sarà favorita la creazione e promozione di nuovi itinerari e visite guidate. In ultimo saranno introdotti sostegni finanziari per le attività culturali, creative, turistiche, commerciali, agroalimentari e artigianali».

La questione del superbonus
Nei giorni precedenti alla presentazione del PNRR, diversi partiti che sostengono il governo Draghi avevano chiesto di prorogare fino al 2025 il cosiddetto Superbonus al 110 per cento, cioè l’ingente agevolazione fiscale decisa dal secondo governo Conte per le ristrutturazioni che hanno l’obiettivo di rendere gli edifici più efficienti dal punto di vista energetico.

   Il governo ha scelto una via di mezzo: non ha tagliato lo stanziamento previsto dall’ultima legge di Bilancio – un’altra possibilità che era circolata nei giorni scorsi – e si è impegnato ad esaminare una proroga del Superbonus nei prossimi mesi. Il Superbonus resterà disponibile fino al 30 giugno 2023 per le case popolari i cui lavori sono arrivati al 60 per cento entro la fine del 2022, mentre entro il 31 dicembre 2022 potrà essere richiesto per tutti i tipi di edifici che al 30 giugno 2022 saranno arrivati al 60 per cento dei lavori.

Un grosso investimento sugli asili nido
In Italia la carenza di posti per bambini negli asili nido è un problema strutturale. Secondo gli ultimi dati Istat riferiti all’anno educativo 2018/2019, in totale i posti autorizzati negli asili nido sono 355.829, distribuiti in 13.335 strutture.

   Il dato più importante riguarda la disponibilità dei posti rispetto al totale dei bambini sotto i tre anni. In Italia è al 25,5 per cento: significa che negli asili nido italiani ci sono 25,5 posti ogni 100 bambini sotto i tre anni.  Questo numero, però, è ben più basso dell’obiettivo del 33 per cento che l’Unione Europea si era data per il 2010 per «sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro». Negli anni scorsi l’obiettivo europeo è stato raggiunto, ma perlopiù grazie agli investimenti di alcuni paesi virtuosi del Nord Europa.

   Nel PNRR appena presentato il governo ha stanziato 4,6 miliardi per la creazione di 228.000 nuovi posti: un aumento del 66 per cento. Nel documento però si parla di asili nido soltanto per un paragrafo, senza specificare né entro quando verranno costruiti – per ricevere i finanziamenti, i progetti del Next Generation EU devono concludersi nel 2026 – né in quali regioni, che hanno disponibilità molto poco uniformi.

E la sanità?
Nei suoi ultimi mesi di vita il secondo governo Conte fu molto criticato per avere incluso nelle bozze del proprio PNRR soltanto pochi miliardi per la sanità pubblica. Nel PNRR presentato dal governo Draghi il finanziamento è salito a 15,63 miliardi, con alcune voci molto ingenti: ci sono soprattutto circa 4 miliardi per l’assistenza domiciliare e la telemedicina – la cui importanza è diventata evidente durante nei picchi della pandemia da coronavirus, quando era cruciale sgravare il più possibile medici e ospedali da compiti non urgenti – e 2 miliardi per le Case di cura, cioè sostanzialmente i presidi della sanità territoriale, per ora attivi in forma sperimentale in alcune regioni.

   Molti di questi soldi dovrebbero essere spesi nella formazione del personale sanitario e dei medici di medicina generale, in modo che sviluppino competenze digitali e di gestione dei processi lavorativi che rendano più efficiente e produttivo il proprio lavoro. «Se la DAD significa fare la scuola di prima su un computer, sarà un disastro. Allo stesso modo, se la digitalizzazione della sanità sono i servizi di prima ma fatti con un computer, non servirà a nulla», spiega Francesco Longo, esperto di economia aziendale e sistemi sanitari dell’Università Bocconi di Milano.

   Dato che la sanità viene gestita soprattutto a livello regionale, secondo Longo i finanziamenti del PNRR potrebbero essere una «grande occasione» perché le regioni con i sistemi sanitari più malmessi, come la Calabria, recuperino terreno rispetto alle altre. Ovviamente esiste il rischio che si inceppi qualcosa, nell’applicazione di un piano nazionale a livello regionale: «perché tutto funzioni, il passaggio dallo stato alle regioni va oliato», spiega Longo. (da IL POST.IT del 27/4/2021, www.ilpost.it)

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 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)

(25/4/2021, da https://www.governo.it/)
Il Piano si inserisce all’interno del programma Next Generation EU (NGEU), il pacchetto da 750 miliardi di euro concordato dall’Unione Europea in risposta alla crisi pandemica.
Il Piano italiano prevede investimenti pari a 191,5 miliardi di euro, finanziati attraverso il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, lo strumento chiave del NGEU.
Ulteriori 30,6 miliardi sono parte di un Fondo complementare, finanziato attraverso lo scostamento pluriennale di bilancio approvato nel Consiglio dei ministri del 15 aprile.
Il totale degli investimenti previsti è pertanto di 222,1 miliardi di euro.

Il Piano include inoltre un corposo pacchetto di riforme, che toccano, tra gli altri, gli ambiti della pubblica amministrazione, della giustizia, della semplificazione normativa e della concorrenza.
Si tratta di un intervento epocale, che intende riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica, contribuire a risolvere le debolezze strutturali dell’economia italiana, e accompagnare il Paese su un percorso di transizione ecologica e ambientale. 
Il Piano ha come principali beneficiari le donne, i giovani e il Mezzogiorno e contribuisce in modo sostanziale a favorire l’inclusione sociale e a ridurre i divari territoriali.
Nel complesso, il 27 per cento del Piano è dedicato alla digitalizzazione, il 40 per cento agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico, e più del 10 per cento alla coesione sociale

Il Piano si organizza lungo sei missioni.

La prima missione, “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”, stanzia complessivamente 49,2 miliardi – di cui 40,7 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 8,5 miliardi dal Fondo.
I suoi obiettivi sono promuovere la trasformazione digitale del Paese, sostenere l’innovazione del sistema produttivo, e investire in due settori chiave per l’Italia, turismo e cultura. 
Gli investimenti previsti nel piano assicurano la fornitura di banda ultra-larga e connessioni veloci in tutto il Paese. 
In particolare, portano la connettività a 1 Gbps in rete fissa a circa 8,5 milioni di famiglie e a 9.000 edifici scolastici che ancora ne sono privi, e assicurano connettività adeguata ai 12.000 punti di erogazione del Servizio Sanitario Nazionale.  
Viene avviato anche un Piano Italia 5G per il potenziamento della connettività mobile in aree a fallimento di mercato.
Il Piano prevede incentivi per l’adozione di tecnologie innovative e competenze digitali nel settore privato, e rafforza le infrastrutture digitali della pubblica amministrazione, ad esempio facilitando la migrazione al cloud. 
Per turismo e cultura, sono previsti interventi di valorizzazione dei siti storici e di miglioramento delle strutture turistico-ricettive.

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La seconda missione, “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, stanzia complessivamente 68,6 miliardi – di cui 59,3 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 9,3 miliardi dal Fondo.
I suoi obiettivi sono migliorare la sostenibilità e la resilienza del sistema economico e assicurare una transizione ambientale equa e inclusiva. 
Il Piano prevede investimenti e riforme per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, per raggiungere target ambiziosi come il 65 per cento di riciclo dei rifiuti plastici e il 100 per cento di recupero nel settore tessile.
Il Piano stanzia risorse per il rinnovo del trasporto pubblico locale, con l’acquisto di bus a bassa emissione, e per il rinnovo di parte della flotta di treni per il trasporto regionale con mezzi a propulsione alternativa.
Sono previsti corposi incentivi fiscali per incrementare l’efficienza energetica di edifici privati e pubblici. Le misure consentono la ristrutturazione di circa 50.000 edifici l’anno. 
Il Governo prevede importanti investimenti nelle fonti di energia rinnovabile e semplifica le procedure di autorizzazione nel settore. 
Si sostiene la filiera dell’idrogeno, e in particolare la ricerca di frontiera, la sua produzione e l’uso locale nell’industria e nel trasporto.
Il Piano investe nelle infrastrutture idriche, con l’obiettivo di ridurre le perdite nelle reti per l’acqua potabile del 15 per cento, e nella riduzione del dissesto idrogeologico.

La terza missione, “Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile”, stanzia complessivamente 31,4 miliardi – di cui 25,1 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 6,3 miliardi dal Fondo.
Il suo obiettivo primario è lo sviluppo razionale di un’infrastruttura di trasporto moderna, sostenibile e estesa a tutte le aree del Paese. 
Il Piano prevede un importante investimento nei trasporti ferroviari ad alta velocità. A regime, vengono consentiti significativi miglioramenti nei tempi di percorrenza, soprattutto nel centro-sud. 
Ad esempio, si risparmierà 1 ora e 30 minuti sulla tratta Napoli-Bari, 1 ora e 20 minuti sulla tratta Roma-Pescara, e 1 ora sulla tratta Palermo-Catania. 
Il Governo investe inoltre nella modernizzazione e il potenziamento delle linee ferroviarie regionali, sul sistema portuale e nella digitalizzazione della catena logistica

La quarta missione, “Istruzione e Ricerca”, stanzia complessivamente 31,9 miliardi di euro – di cui 30,9 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 1 miliardo dal Fondo.
Il suo obiettivo è rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e tecnico-scientifiche, la ricerca e il trasferimento tecnologico.
Il Piano investe negli asili nido, nelle scuole materne, nei servizi di educazione e cura per l’infanzia. Crea 152.000 posti per i bambini fino a 3 anni e 76.000 per i bambini tra i 3 e i 6 anni.
Il Governo investe nel risanamento strutturale degli edifici scolastici, con l’obiettivo di ristrutturare una superficie complessiva di 2.400.000 metri quadri.
Inoltre, si prevede una riforma dell’orientamento, dei programmi di dottorato e dei corsi di laurea, ad esempio con l’aggiornamento della disciplina dei dottorati e un loro aumento di circa 3.000 unità.
Si sviluppa l’istruzione professionalizzante e si rafforza la filiera della ricerca e del trasferimento tecnologico.

La quinta missione, “Inclusione e Coesione”, stanzia complessivamente 22,4 miliardi – di cui 19,8 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,6 miliardi dal Fondo.
Il suo obiettivo è facilitare la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso la formazione, rafforzare le politiche attive del lavoro e favorire l’inclusione sociale. 
Il Governo investe nello sviluppo dei centri per l’impiego e nell’imprenditorialità femminile, con la creazione di un nuovo Fondo Impresa Donna.
Si rafforzano i servizi sociali e gli interventi per le vulnerabilità, ad esempio con interventi dei Comuni per favorire una vita autonoma alle persone con disabilità.
Sono previsti investimenti infrastrutturali per le Zone Economiche Speciali e interventi di rigenerazione urbana per le periferie delle città metropolitane. 

La sesta missione, “Salute”, stanzia complessivamente 18,5 miliardi, di cui 15,6 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,9 miliardi dal Fondo.
Il suo obiettivo è rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure. 
Il Piano investe nell’assistenza di prossimità diffusa sul territorio e attiva 1.288 Case di comunità e 381 Ospedali di comunità.
Si potenzia l’assistenza domiciliare per raggiungere il 10 per cento della popolazione con più di 65 anni, la telemedicina e l’assistenza remota, con l’attivazione di 602 Centrali Operative Territoriali.
Il Governo investe nell’aggiornamento del parco tecnologico e delle attrezzatture per diagnosi e cura, con l’acquisto di 3.133 nuove grandi attrezzature, e nelle infrastrutture ospedaliere, ad esempio con interventi di adeguamento antisismico. 
Il Piano rafforza l’infrastruttura tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati, inclusa la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico.

Il Piano prevede un ambizioso programma di riforme, per facilitare la sua attuazione e contribuire alla modernizzazione del Paese e all’attrazione degli investimenti.
La riforma della Pubblica Amministrazione affronta i problemi dell’assenza di ricambio generazionale, di scarso investimento sul capitale umano e di bassa digitalizzazione.
Il Piano prevede investimenti in una piattaforma unica di reclutamento, in corsi di formazione per il personale e nel rafforzamento e monitoraggio della capacità amministrativa. 
La riforma della giustizia interviene sull’eccessiva durata dei processi e intende ridurre il forte peso degli arretrati giudiziari.
Il Piano prevede assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di casi pendenti e rafforza l’Ufficio del Processo.
Sono previsti interventi di revisione del quadro normativo e procedurale, ad esempio un aumento del ricorso a procedure di mediazione e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo.
Il Piano prevede inoltre interventi di semplificazione per la concessione di permessi e autorizzazioni, e sul codice degli appalti per garantire attuazione e massimo impatto agli investimenti.
Il Piano include anche riforme a tutela della concorrenza come strumento di coesione sociale e crescita economica. I tempi di queste riforme, che vanno dai servizi pubblici locali a energia elettrica e gas, sono stati pensati tenendo conto delle attuali condizioni dovute alla pandemia.

Il PNRR avrà un impatto significativo sulla crescita economica e della produttività. 
Il Governo prevede che nel 2026 il Pil sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto allo scenario di base. Nell’ultimo triennio dell’orizzonte temporale (2024-2026), l’occupazione sarà più alta di 3,2 punti percentuali
Il Piano destina 82 miliardi al Mezzogiorno su 206 miliardi ripartibili secondo il criterio del territorio, per una quota dunque del 40 per cento
In particolare, gli investimenti nelle infrastrutture e nella mobilità sostenibile al sud sono pari 14,5 miliardi, il 53 per cento del totale, e intervengono sull’alta velocità, sul sistema portuale e sulla viabilità nell’Italia interna.
Sono stanziati 8,8 miliardi per interventi di inclusione e coesione al sud, pari al 39 per cento del totale, e 14,6 miliardi per misure nell’istruzione e la ricerca, pari al 46 per cento.
Questi includono la creazione di nuovi asili, un incremento delle infrastrutture sociali, e politiche per il lavoro.
Il PNRR contribuisce a ridurre il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese. 
L’impatto complessivo del PNRR sul Pil nazionale fino al 2026 è stimato in circa 16 punti percentuali. Per il sud, l’impatto previsto è di circa 24 punti percentuali.

Il Piano prevede inoltre un investimento significativo sui giovani e le donne
Una nuova strategia di politiche per l’infanzia è cruciale per invertire il declino di fecondità e natalità.
I giovani beneficiano dei progetti nei campi dell’istruzione e della ricerca; del ricambio generazionale nella pubblica amministrazione; e del rafforzamento del Servizio Civile Universale.
Per i ragazzi e le ragazze, sono stanziati fondi per l’estensione del tempo pieno scolastico e per il potenziamento delle infrastrutture sportive a scuola
In particolare, è promossa l’attività motoria nella scuola primaria, anche in funzione di contrasto alla dispersione scolastica.
Per quanto riguarda le donne, il Piano prevede misure di sostegno all’imprenditoria femminile e investimenti nelle competenze tecnico-scientifiche delle studentesse
Inoltre, l’ampliamento dell’offerta di asili, il potenziamento della scuola per l’infanzia e il miglioramento dell’assistenza ad anziani e disabili aiuteranno indirettamente le donne, che spesso devono sostenere la maggior parte del carico assistenziale delle famiglie.
Per perseguire le finalità relative alle pari opportunità – generazionali e di genere – il Governo intende inserire per le imprese che parteciperanno ai progetti finanziati dal NGEU previsioni dirette a condizionare l’esecuzione dei progetti all’assunzione di giovani e donne.
I criteri sono definiti tenendo conto dell’oggetto del contratto; della tipologia e della natura del singolo progetto.

La governance del Piano prevede una responsabilità diretta dei ministeri e delle amministrazioni locali per la realizzazione degli investimenti e delle riforme entro i tempi concordati, e per la gestione regolare, corretta ed efficace delle risorse. 
È previsto un ruolo significativo degli enti territoriali, a cui competono investimenti pari a oltre 87 miliardi di euro.
Il Ministero dell’economia e delle finanze monitora e controlla il progresso nell’attuazione di riforme e investimenti e funge da unico punto di contatto con la Commissione Europea. (da https://www.governo.it/)

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 Il testo integrale del Piano nazionale di ripresa e resilienza nella versione definitiva presentata alla Commissione europea il 30 aprile 2021:

PNRR_0 (1).pdf

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NEXT GENERATION IN DIECI PASSI

La transizione ecologica secondo GREENPEACE ITALIA

dal sito www.greenpeace.it 29/4/2021

1- RIVOLUZIONE ENERGETICA CON MAGGIORE SPAZIO ALLE RINNOVABILI ED ELETTRIFICAZIONE DEI TRASPORTI

Cosa chiediamo. Sbloccare con investimenti e procedure semplificate il settore delle rinnovabili

  • Superare il PNIEC intervenendo in modo più incisivo sulla elettrificazione dei trasporti e definendo obiettivi più sfidanti sul fronte delle rinnovabili, anche attraverso riforme che ne favoriscano lo sviluppo: la quota di rinnovabili sui consumi finali lordi al 2030 deve salire dal 55% del vecchio piano a circa il 70% del mix produttivo.
  • Sbloccare il settore delle rinnovabili, la cui velocità di espansione deve crescere di cinque-sei volte rispetto alla situazione attuale, con investimenti crescenti e procedure di autorizzazione semplificate.
  • Introdurre semplificazioni sia ai rifacimenti di impianti solari ed eolici a fine vita che alla costruzione di impianti a fonti rinnovabili di grandi dimensioni (ad esempio il solare). Ampliare la non assoggettabilità a VIA nelle aree industriali (10 MW) e a maggior ragione in quelle dismesse.
  • Promuovere in modo ambizioso l’agrivoltaico compatibile con le tipologie produttive agricole, l’installazione di impianti solari galleggianti (ad es. sui bacini delle centrali idroelettriche) e lo sviluppo dell’eolico offshore e galleggiante.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Ci sono alcune note positive come l’inserimento delle Smart Grid, degli elettrolizzatori per 1 GW, l’agrovoltaico che si aggiunge all’agrisolare ma con obiettivi limitati. Non è chiaro, inoltre, se le riforme per sveltire le autorizzazioni alle rinnovabili consentiranno di vedere una crescita di almeno 6 GW all’anno, oltre 6 volte rispetto a quanto registrato l’anno scorso. Gli obiettivi rinnovabili sono nel complesso troppo bassi (porterebbero a 5 GW di potenza aggiuntiva in 5 anni), un misero 0,2 GW per impianti offshore e innovativi che equivale a una piccola frazione del potenziale oggi stimato per l’Italia di circa 5 GW. Ci sono 2 GW di obiettivo per le comunità energetiche ma solo per i comuni sotto i 5mila abitanti. Non ci sono politiche industriali per dare una spinta a l’elettrificazione dei trasporti e alla rispettiva filiera, mentre trovano spazio una serie di soluzioni (biometano, idrogeno e gas) da non percorrere per quanto riguarda il settore dei trasporti.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

  1. INTERVENTI NELLE INFRASTRUTTURE DI RETE E DI ACCUMULO DELL’ENERGIA, A PARTIRE DALLE BATTERIE

Cosa chiediamo. Potenziare le infrastrutture di rete e investire in sistemi di accumulo dell’energia ed efficienza energetica.

  • Affrontare in modo strutturale, e prioritario, il tema degli accumuli e delle batterie per la rete elettrica.
  • Ripianificare gli interventi previsti sulla rete elettrica che sono al momento tarati su un obiettivo insufficiente legato al vecchio PNIEC.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Positivo l’inserimento delle Smart Grid, degli elettrolizzatori per 1 GW. Ma sparisce la distinzione per l’idrogeno e quindi si potrà investire anche su idrogeno blu (metano e CCS). Su accumuli e rinnovabili si introduce la voce per 1 miliardo che appare, troppo poco rispetto all’obiettivo di crescita necessario. Nonostante il numero di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici sia aumentato nell’ultima versione del Piano, come quota parte di un PNIEC da rivedere e restiamo ancora lontani da quello che dovrebbe essere l’obiettivo al 2030 (almeno 100 mila punti di ricarica pubblica sul territorio nazionale).

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 4

  1. STOP A PROSPEZIONE, RICERCA ED ESTRAZIONE DI IDROCARBURI E NIENTE FONDI PER IMPIANTI DI CATTURA CO2, BIORAFFINERIE O PRODUZIONE DI CARBURANTI DA PLASTICHE

Cosa chiediamo: bloccare le Trivelle e i nuovi progetti fossili di stoccaggio della CO2

  • Non usare i fondi europei per progetti di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS), bioraffinerie o impianti di produzione di carburanti da plastiche non riciclabili.
  • Introdurre immediatamente un divieto permanente a ogni nuova attività di prospezione, ricerca e estrazione di idrocarburi a terra e a mare, e una legge che stabilisca un termine ultimo alla validità delle concessioni in essere – al massimo entro il 2040, come fatto in Francia, per fermare definitivamente le trivellazioni nel nostro Paese.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Ci sono (fondati) timori che il CCS (Cattura e Stoccaggio della CO2) – non esplicitamente citato dal Piano – possa trovare spazio nei progetti per l’idrogeno (blu) come ammesso dalle dichiarazioni del ministro Roberto Cingolani. I sette decreti di VIA sui quali il ministro della Transizione ecologica ha posto la propria firma nelle ultime settimane (che riguardano altrettanti rinnovi di concessioni, progetti di messa in produzione di pozzi e di perforazione, sia offshore che onshore) lasciano intendere che si vuol proseguire con l’estrazione di fossili e nessuno stop alle trivelle è ipotizzato, al momento.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

  1. RICONVERSIONE DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI, CON RIDUZIONE DEL 50% DEGLI ANIMALI ALLEVATI E DEGLI IMPATTI AMBIENTALI

Cosa chiediamo. Non finanziare più gli allevamenti intensivi e riconvertirli imponendo la netta riduzione degli animali allevati

  • Ridurre del 50% il numero di animali allevati al 2050, usando i fondi pubblici già destinati al settore zootecnico per apposite misure che accompagnino gli allevatori in questa transizione.
  • Non destinare più sussidi agli allevamenti intensivi a meno che questi non siano vincolati a efficaci misure di riduzione degli impatti ambientali, a partire dalla riduzione delle consistenze zootecniche.
  • Non destinare più fondi pubblici a campagne promozionali che incoraggino il consumo di prodotti di origine animale provenienti da allevamenti intensivi.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il comparto agricolo è il grande assente dalla “transizione verde”, in particolare la zootecnia intensiva. Da un lato non sono previsti investimenti e misure concrete per ridurre il numero dei capi allevati, passaggio necessario per mitigare realmente gli impatti ambientali del settore, dall’altro viene dato ampio spazio allo sviluppo del biometano, una tecnologia che potrebbecontribuire alla decarbonizzazione, ma che in assenza di una politica agricola orientata alla riduzione dei capi allevati, rischia addirittura di provocarne l’aumento con relative conseguenze su ambiente e salute, soprattutto in aree già fortemente colpite dagli impatti del settore zootecnico intensivo. Ricordiamo, ad esempio, che le grandi quantità di ammoniaca provenienti dagli allevamenti intensivi li classificano come seconda causa di formazione di polveri sottili in Italia con particolare concentrazione in pianura padana, la cui situazione per la qualità dell’aria è molto critica.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

  1. PROMOZIONE DELL’AGRICOLTURA BIOLOGICA E TUTELA DELLA BIODIVERSITA’ AGRICOLA

Cosa chiediamo. Promuovere un’agricoltura ecologica senza pesticidi, rispettosa di ambiente e biodiversità

  • Drastico incremento di pratiche biologiche e agroecologiche per arrivare ad avere almeno il 40% di superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica entro il 2030;
  • Raggiungere e superare l’obiettivo del 10% delle aree agricole da destinare alla tutela della biodiversità indicato dalla Strategia Europea Biodiversità 2030.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Nessun investimento per incrementare la superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica – come peraltro indicato anche dalla strategia europea “Farm to Fork” – o di investimenti in agroecologia per ridurre gli impatti del settore agricolo e creare valore aggiunto alle produzioni nazionali. Puntando unicamente sull’agricoltura di precisione, il settore non può compiere la transizione necessaria dato che non è questo l’obiettivo dell’agricoltura di precisione, ma quello di una “gestione aziendale” finalizzata ad una molteplicità di scopi, come l’aumento dell’efficienza produttiva ed economica, che solo in alcuni casi possono essere accompagnati anche da benefici ambientali. L’agricoltura di precisione, inoltre, si basa su livelli tecnologici che rischiano di mettere ancora più in difficoltà le piccole aziende.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

  1. PREVENZIONE E RIDUZIONE DEI RIFIUTI PRODOTTI, SECONDO IL MODELLO EUROPEO, CON INTERVENTI PRIORITARI CONTRO IL MONOUSO

Cosa chiediamo. Ridurre i rifiuti prodotti disincentivando il monouso e lo spreco di risorse naturali

  • Introdurre misure urgenti che seguano i principi base indicati dall’Europa: la prevenzione e la riduzione dei rifiuti prodotti, intervenendo in via prioritaria sulla frazione monouso.
  • Introdurre rigidi meccanismi di responsabilità estesa del produttore, soprattutto per le frazioni non riciclabili, che coprano i costi connessi all’intero ciclo di vita di un prodotto e gli impatti ambientali e sanitari che ne derivano.
  • Sulla Plastic Tax non c’è più tempo da perdere ed è opportuno impedire il ricorso ad altri materiali che consentano di mantenere una modello di business basato sulla logica del monouso.
  • Non servono nuovi inceneritori.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Nessuna svolta sulla prevenzione, né misure per la riduzione della produzione di rifiuti o l’innovazione necessaria a ridurre il ricorso all’usa e getta specie per la plastica. Un percorso, quello delineato nel PNRR, che potrebbe aprire all’uso massiccio di inceneritori con pericolosi rischi sanitari. Rispetto alle precedenti bozze del PNRR, nella versione approvata dal parlamento, gli investimenti nel settore dell’economia circolare si riducono di oltre il 30%, mentre permane l’errore sistemico che la identifica come mera gestione dei rifiuti ai fini del riciclo. Non c’è traccia di interventi su prevenzione e riduzione a monte dei rifiuti prodotti né sulla responsabilizzazione dei produttori. Viene identificato obiettivo di riciclo dei rifiuti in plastica (65%, senza indicare l’anno di raggiungimento dell’obiettivo): questo target spalanca le porte a inceneritori e altri sistemi di trattamento non circolari. Se si considera che i fondi europei per il PNRR verranno in parte recuperati dall’UE attraverso la Plastic Tax – determinata dalla frazione dei rifiuti in plastica non riciclati da ogni singolo stato – la scelta di non ridurre i rifiuti in plastica non riciclabili sembra più una forma di protezionismo degli interessi delle lobby industriali. Le nostre stime, infine, indicano che, con i dati di riciclo del 2019, l’Italia potrebbe versare 900 milioni di euro l’anno, molto di più della quota che il PNRR destina ai progetti “faro” su economia circolare.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 2

  1. INVESTIMENTI PER IL DESIGN ECOLOGICO DEI PRODOTTI, E SVILUPPO FILIERE DI RICICLO NEI SETTORI CHIAVE DEL MADE IN ITALY, A PARTIRE DAL TESSILE

Cosa chiediamo. Incentivare filiere del made in Italy orientate al riuso, riciclo, durabilità e riparabilità dei prodotti

  • Per favorire la riduzione dei rifiuti, sono necessari investimenti su riuso, durabilità, riparabilità ed ecodesign. • Introdurre regimi di fiscalità agevolata per le aziende che ricorrono a sistemi basati sullo sfuso e sulla ricarica in modo da portare la quantità di beni venduti con tali modalità al 50% entro il 2030.
  • Nel tessile, uno dei settori chiave del Made in Italy, è necessario promuovere ed agevolare fiscalmente approcci come quello del Consorzio Italiano Detox per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose e lo sviluppo di filiere per il riciclo partendo dalle competenze presenti nei distretti italiani.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Positivi in questa sezione alcuni spunti come il 55% riciclo RAEE, 100% riciclo del tessile tramite centri di raccolta (hubs), ma questi obiettivi sembrano del tutto irrealizzabili con l’irrisorio budget destinatogli nel PNRR (0,6 Miliardi di euro). Nessun cenno, inoltre, a modelli di business alternativi basati sul riuso e/o la riparazione per superare l’usa e getta, né alla fiscalità agevolata, mentre l’ecodesign compare in una lunga lista di buoni propositi da inserire nella riforma dell’economia circolare (da adottare entro giugno 2022).

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

  1. CITTÀ SOSTENIBILI, CON INVESTIMENTI PER MOBILITÀ ALTERNATIVA, AREE VERDI E IL RECUPERO DELLE PERIFERIE PER SUPERARE LE DISEGUAGLIANZE

Cosa chiediamo. Promuovere la mobilità sostenibile e le aree verdi in città, dal centro alla periferia

  • Promuovere un cambiamento sistemico nelle città, a partire dalla mobilità alternativa pubblica e accessibile a tutti, elettrificando i trasporti e con la creazione (o la riqualifica) di aree verdi, fino agli investimenti nelle periferie per abbattere le disuguaglianze sociali ed economiche e allo sviluppo delle reti di trasporto su rotaie locali e regionali.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Pessima la valutazione delle misure di sviluppo della mobilità sostenibile – una “cura del ferro” che basterebbe forse per la sola città di Roma – e investimenti nella mobilità ferroviaria locale limitati che, tra l’altro, migliorerebbero ben poco la qualità dell’aria delle nostre città che come sappiamo ha un forte impatto sanitario e in termini di mortalità in eccesso. In particolare si investe pochissimo in mobilità attiva, in trasporto pubblico a zero emissioni e sui treni locali e regionali. Mancano anche interventi per ridurre la mobilità privata a fronte di un tasso di motorizzazione tra i più alti in Europa (più di 66 auto ogni 100 abitanti). Nessun investimento aggiuntivo su sicurezza stradale. Per quanto riguarda le aree verdi urbane, le misure risultano concentrate principalmente nelle 14 città metropolitane del Paese, dove si prevede di piantare almeno 6,6 milioni di alberi per 6.600 ettari di foreste urbane, quindi solamente un’area totale poco più grande alla Repubblica di San Marino divisa su 14 città. I finanziamenti per forestazione e rimboschimento non devono riguardare esclusivamente le città metropolitane, ma interessare anche il resto del territorio nazionale ed essere basati su un piano nazionale di forestazione urbana.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

  1. TUTELA DEL PATRIMONIO FORESTALE ITALIANO E DELLA BIODIVERSITÀ MARINA, CON AMPLIAMENTO DELL’ATTUALE RETE DI AREE PROTETTE

Cosa chiediamo. Investire per proteggere almeno il 30% del nostro territorio e dei nostri mari entro il 2030 e rafforzare la tutela del patrimonio naturale italiano.

  • Tutelare e irrobustire il patrimonio forestale del Paese garantendone il contributo in termini di assorbimento di carbonio con modelli di gestione prossimi alla natura, azioni di prevenzione degli incendi, monitoraggio delle quantità di legno prelevate e denunciando le false soluzioni (biomasse forestali per produzione energetica; rimboschimenti compensativi; piantumazione di alberi).
  • Mantenere e garantire con gli investimenti necessari l’impegno di tutelare il 30 per cento del nostro territorio e dei nostri mari entro il 2030, partendo dal rafforzamento e ampliamento dell’attuale rete di Parchi Nazionali e Regionali e Aree Marine Protette.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il piano assegna – con un piccolissimo passo avanti rispetto a quanto visto nelle bozze precedenti – meno dell’1% dell’intero ammontare dei fondi alla tutela della biodiversità. In particolare, se è positivo che si ponga finalmente un focus specifico sulla tutela e il ripristino della biodiversità terrestre (interventi per l’area del Po, misure di riforestazione urbana) e degli ecosistemi marini, siamo però ancora lontani dal riconoscerne il ruolo centrale per i numerosi servizi “ecosistemici” da cui dipendono le nostre vite e la nostra salute.

Manca l’ambizione necessaria in termini di investimenti e non vi sono indicazioni su come si intenda davvero invertire la tendenza al degrado e perdita degli ecosistemi: servono interventi mirati per la tutela degli habitat e per ampliare la rete di aree protette dei nostri territori e mari. A leggere il PNRR e senza avere chiarezza sui progetti il timore è che la maggior parte degli investimenti vadano a finanziare misure di monitoraggio e ripristino piuttosto che decise iniziative a tutela delle aree di maggior valore per la biodiversità.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 4/5

  1. OBIETTIVO DI RICONVERSIONE DELL’INDUSTRIA MILITARE, A FAVORE DI SALUTE E BENESSERE DEI CITTADINI

Cosa chiediamo. Riconvertire l’industria militare mettendo al centro della sua mission la lotta alle vere minacce a cittadini e ambiente

  • Inserire come obiettivo del PNRR la riconversione dell’industria militare, vincolando i fondi alla transizione verso la human security e lo sviluppo del sistema sanitario. Un’economia disarmata e sostenibile che metta al centro la salute e il benessere dei cittadini.

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Il governo non ha inserito la riconversione dell’industria militare tra gli obiettivi del Recovery Plan. Greenpeace aveva chiesto che il settore della Difesa si convertisse alla produzione civile e sanitaria per difendere cittadini e ambiente dalle vere minacce: la crisi climatica e la pandemia. L’esecutivo è almeno riuscito a contrastare il tentativo dell’industria bellica di mettere le mani sui soldi delRecovery: un assalto che aveva incassato anche il sostegno del Parlamento, con la richiesta di Camera e Senato di “incrementare la capacità militare” e di “valorizzare anche il comparto della Difesa nell’impegno complessivo per la ripresa e il rilancio del Paese”. Tutto questo anche se uno studio del Parlamento europeo ha calcolato che la spesa italiana per gli armamenti ha un indice di spreco del 90 per cento. Il governo, però, si è riservato di finanziare con un provvedimento ad hoc i progetti meritevoli, ma esclusi dal PNRR per incompatibilità con i criteri più stringenti. Non resta che augurarsi che non si riferisse proprio ai desiderata dell’industria bellica.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 5

→ Le regole del gioco

Cosa chiediamo.

  • La procedura per l’elaborazione del PNRR deve essere trasparente e soggetta a consultazione pubblica.
  • I piani e programmi in esso contenuti devono essere soggetti a Valutazione Ambientale Strategica (VAS) ed i singoli progetti alle verifiche di impatto ambientale (VIA).

Cosa c’è e cosa manca al PNRR

Lo spazio di dibattito pubblico e parlamentare del PNRR è stato troppo esiguo. L’assenza, inoltre, delle schede progettuali non consente una verifica dei singoli progetti davvero trasparente. Il Parlamento e le parti sociali non dovrebbero essere tenute a distanza dalla progettazione delle decisioni che il Paese deve prendere per realizzare gli obiettivi del Next Generation EU. A fare la differenza dovrebbe essere proprio quella «mobilitazione collettiva» evocata dallo stesso presidente Mario Draghi con le parti sociali, per trovare nel Paese la capacità di programmare e realizzare in tempi rapidi gli interventi.

Il giudizio di Greenpeace [da 1 a 10]: 3

(29/4/2021, dal sito www.greenpeace.it)

……………

PNRR E IMPATTO AMBIENTALE, NON SEMPLIFICARE I CONTROLLI

di Sivio Greco, da IL MANIFESTO del 29/4/2021

   Mentre è in corso la discussione in Parlamento sul PNRR arriva, sia pure non in modo ufficiale ma ufficioso (ma questo tipo di voci sono sempre, come si sa, le più pericolose) la notizia che verrebbe varato dal governo, appena approvato il PNRR, un nuovo parallelo strumento di controllo, diverso da quello già esistente, sull’attuazione del piano. È lecito domandarsi il perché, ed è doveroso per la comunità scientifica suscitare l’allarme.

   L’ATTUALE commissione VIA-VAS (Valutazione Impatto Ambientale e Valutazione Ambientale Strategica del Ministero della Transizione Ecologica e solidale; MiTE) è infatti uno degli organismi della nostra Pubblica Amministrazione di maggior prestigio e qualità. Svolge un ruolo cruciale per il nostro Paese. Valuta se ogni progetto, dalle infrastrutture pubbliche come autostrade o depositi di scorie nucleari, alle industrie petrolifere, dall’eolico ai porti, è stato fatto rispettando l’ambiente.

   Ha in mano decisioni cruciali e difficili come quelle relative all’Ilva di Taranto o del Porto di Venezia. È composta da 40 membri, nominati per la prima volta a seguito di selezione pubblica e diventata operativa nel 2020, dopo uno screening di oltre mille curricula. I commissari, tutti esperti con competenze molto diversificate, devono valutare se i progetti sono realizzabili, vantaggiosi per la comunità, se gli impatti sono mitigabili o compensabili, insomma se sono in grado di garantire una crescita sostenibile del Paese. Deve anche verificare che i progetti, una volta approvati, siano realizzati così come previsto dal progetto, e per questo ne controlla in sede esecutiva la corretta attuazione.

   CONOSCO BENE il carico di lavoro e la responsabilità dei membri della commissione, avendone fatto io stesso parte molti anni fa. Si deve conciliare la rapidità delle decisioni con la qualità delle scelte. Il carico di lavoro è enorme e posso assicurare che gli oltre 600 pareri varati dalla Commissione attuale negli ultimi 11 mesi sono da record dei primati. Ora, io come tanti colleghi, siamo fortemente preoccupati, perché da ambienti di Palazzo Chigi arriva la voce che verrebbe varato un Decreto Legge che prevede di aggiungere all’attuale Commissione Via-Vas una nuova e autonoma Commissione Via, che si occuperebbe solo del Recovery plan.

   Credo si tratti di un grave e pericoloso errore. In primo luogo, perché sarebbe enorme il rischio di difformità di valutazione a parità di impianto o infrastruttura da valutare. Immaginiamo un impianto eolico non approvato dalla prima Commissione Via e uno analogo, magari nella stessa area, approvato dalla seconda Commissione Via. Sarebbero evidenti le conseguenze, con impugnative a raffica di tutte le decisioni.  Ricordiamoci che le tempistiche che tanto ci preoccupano per il successo del Recovery plan sono spesso a rischio proprio per i ricorsi e i controricorsi che dilatano i tempi di quasi tutte le opere pubbliche.

   È indubbio che il Recovery plan farà pesare un ulteriore carico di lavoro sul Ministero della Transizione ecologica, le cui limitate dotazioni in termini di risorse umane non bastano già oggi a far fronte alla gigantesca mole di lavoro che oggi si è prodotto.

   Ma cosa accadrebbe in caso di raddoppio delle Commissioni? Ora la Commissione lavora con un unico corpo diviso in due sottocommissioni, una per la VIA e una per la VAS. Sarebbe più semplice, logico, rapido, coerente e conveniente incrementare l’attuale Commissione con una terza sottocommissione VIA incaricata di seguire solo il Recovery, e operare con procedura ad hoc ma anche con la possibilità di avvalersi delle competenze ancor più ampie della Commissione già esistente. Quel che servirebbe, casomai, non è dunque una nuova commissione, ma due interventi chiave.

   Il primo è aumentare il numero dei componenti della Commissione Via già esistente per creare la “terza gamba” dedicata al Recovery utilizzando le centinaia di validissime domande presentate l’anno scorso per la Commissione Via e non selezionate solo a causa del numero limitato di commissari previsti dalla normativa vigente. La seconda è procedere con urgenza (magari con contratti a tempo determinato che sono più rapidi da finalizzare) a un potenziamento del Ministero della transizione ecologica mettendo a disposizione nuovo personale altamente qualificato.

   BISOGNA FARE presto, certamente, ma bisogna fare anche bene e dobbiamo scongiurare il rischio che dietro la fretta oggettiva che ci è imposta dal Recovery Plan si nasconda la pressione dei partiti e dei tanti gruppi interessati all’attuazione di questo o quel progetto, per nominare, in nome dell’urgenza, commissari ad intuitu personae, o ad personam, con ciò che ne potrebbe conseguire in termini di depotenziamento di un rigoroso filtro della valutazione di impatto ambientale. Troppe volte è accaduto qualcosa di simile, purtroppo.  Non solo: proprio nel momento in cui si decide una riforma della Pubblica Amministrazione non è un buon primo passo cominciare a creare l’ennesimo organismo inutile, che suscita immediatamente un più che legittimo sospetto: perché?

   Le semplificazioni sono necessarie, ma guai se diventano un “liberi tutti” da controlli seri. La velocità è utile, ma a patto di non correre rischi di incompetenza, o peggio. Il PNRR presenta oltretutto così tante debolezze che il rigore e la piena fiducia in chi deve controllarne l’attuazione è più che mai indispensabile. Chiediamo a tutti, e in primis alla stampa democratica, di stare all’erta. (Silvio Greco – Biologo, dirigente di ricerca stazione A. Dohrn -dirett. sede Roma e Calabria-; docente di Sostenibilità ambientale Univ. Scienze gastronomiche Pollenzo; CNSA/comm. Scient. per l’Antartide; ; pres. cons. scientifico Coldiretti; ecc).

…………………….

LA STRATEGIA SULLE INFRASTRUTTURE

GLI INVESTIMENTI PER LA DECARBONIZZAZIONE DELLE FERROVIE NON POSSONO DARE RISULTATI

di Francesco Ramella, ingegnere, dal quotidiano DOMANI del 27/4/2021

– Negli scorsi decenni non sono certo mancati trasferimenti di risorse al trasporto su ferro: l’ammontare complessivo negli ultimi trent’anni è intorno a 500 miliardi –

   Ottenere la sostenibilità ambientale e la convergenza economica tra le diverse zone del paese investendo in ferrovie: sono i due obiettivi della Missione 3 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) alla quale vengono attribuite risorse per un totale di 25 miliardi, più del 10 per cento dell’intero piano.

   C’è un problema: si tratta di una mission impossible. Partiamo dalla sostenibilità. Si legge nel documento: «Il trasferimento del traffico passeggeri e merci dalla strada alla ferrovia avrà importanti impatti sull’abbattimento delle emissioni di gas serra. Si stima che un aumento della quota dei passeggeri che utilizzano la ferrovia dal 6 al 10 per cento comporterà un risparmio annuo di anidride carbonica pari a 2,3 milioni di tonnellate».

   Ora, nel documento non vi è alcuna indicazione di come gli investimenti previsti possano portare a conseguire quell’obiettivo. Forse perché il risultato non è raggiungibile. È sufficiente guardare al passato per rendersene conto. Negli scorsi decenni non sono certo mancati ingenti trasferimenti di risorse al trasporto su ferro: l’ammontare complessivo negli ultimi trent’anni è intorno a 500 miliardi, equivalenti a un quinto dell’attuale debito pubblico.

   Ebbene, nello stesso periodo la quota di domanda di trasporto passeggeri soddisfatta dalla ferrovia è diminuita dal 6,5 per cento al 6,2 per cento.

Un calo europeo

Si tratta di un’eccezione? No. In Europa il peso della ferrovia è rimasto invariato, pari al 6,9 per cento. Ancor peggio è andata per le merci: nel 1995 la quota “ufficiale” era pari al 15,6 per cento, nel 2018 al 12,6. E occorre sottolineare come questi valori non descrivano in modo corretto la realtà della mobilità delle merci: fanno riferimento al peso degli oggetti trasportati e non ai flussi veicolari o al valore economico.

   Con riferimento a entrambe queste dimensioni, il trasporto su ferro ha un ruolo molto più limitato: intorno al 3 per cento in Europa e al 2 per cento in Italia. Un ipotetico raddoppio delle merci trasportate su ferrovia in Italia (attualmente sono le stesse di 30 anni fa), determinerebbe una riduzione dell’anidride carbonica del settore stradale di circa l’uno per cento.

   Strada e ferrovia sono in larghissima misura vasi non comunicanti. Migliorare le prestazioni della seconda non ha, a livello nazionale, quasi alcun impatto sulla prima. Ce ne fornisce una conferma indiretta il fatto che quasi tutti i paesi europei, anche quelli dotati di un’offerta di servizi ferroviari migliore di quella italiana, hanno emissioni pro-capite superiori a quelle del nostro paese.

   C’è da aggiungere che, per ogni tonnellata in meno di anidride carbonica prodotta dal trasporto su strada, lo stato perde un introito pari a circa 300 euro, cifra con la quale potrebbe ridurre le emissioni in altro ambito per un multiplo della quantità evitata: nel mondo oggi è possibile contenere una parte rilevante di emissioni con un costo unitario di alcune decine di dollari.

   Paradossalmente, il settore del trasporto stradale potrebbe essere reso «climaticamente neutrale» se gli otto miliardi che ogni anno vengono trasferiti alle ferrovie venissero impiegati per ridurre l’anidride carbonica al di fuori dell’ambito dei trasporti. La politica di cambio modale assomma quindi inefficacia, quasi irrilevanza, a inefficienza.

   Lo stesso dicasi per la crescita economica. Sono ormai numerose le evidenze che mostrano come il miglioramento della dotazione infrastrutturale non abbia, in paesi avanzati, effetti apprezzabili. Tra gli altri, si possono citare i casi della realizzazione di autostrade nei paesi periferici dell’Europa, dell’alta velocità in Spagna e in Francia o, nel caso del sud Italia, la Salerno-Reggio Calabria.

   Migliori collegamenti possono addirittura allargare i divari tra zone centrali più forti e quelle periferiche. D’altra parte, se la crescita nel lungo periodo non può che derivare da un aumento della produttività non si vede come possa avere un ruolo di un qualche rilievo il fatto che alcune decine di migliaia di persone su una popolazione di molti milioni possano spostarsi più velocemente e comodamente.

   Il mancato ripensamento di politiche perseguite senza successo in passato appare ancor più grave in considerazione delle negative prospettive demografiche per l’Italia e di una probabile riduzione strutturale della domanda di trasporto su ferrovia a seguito del maggior utilizzo delle tecnologie per incontri virtuali.

   Se una attenuante può essere riconosciuta al governo è quella del forte condizionamento esterno. È infatti l’Unione europea che, a dispetto di ogni evidenza in senso contrario, continua ad attribuire alle ferrovie un ruolo centrale per la decarbonizzazione. E si sa, chi paga ha sempre ragione. (Francesco Ramella)

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