L’avvelenamento da PFAS, sostanze chimiche che INQUINANO le PRODUZIONI AGRICOLE e l’ACQUA POTABILE di venti comuni veneti tra Verona, Vicenza e Padova (danneggiando il sistema endocrino, causando tumori, colesterolo e difficoltà al sistema riproduttivo), approda ora in Tribunale: si farà giustizia?

“(…) Nel nostro paese esiste UNA DELLE PIÙ VASTE CONTAMINAZIONI europee da PFAS. La lavorazione di materiale chimico necessita di GRANDI QUANTITÀ DI ACQUA e l’Italia è un paese ricco di fiumi: ne ha più di 1.200. Secondo il DOSSIER DI LEGAMBIENTE H2O. LA CHIMICA CHE INQUINA L’ACQUA, infatti, circa il 60 PER CENTO DI QUESTI FIUMI È INQUINATO e ci sono 45 sostanze che rappresentano un “rischio significativo” per (o proveniente da) l’ambiente acquatico. (…)” (Laura Fazzini, da LIFEGATE del 25/2/2021) (vedi rapporto_H2O_la-chimica-che-inquina_2020.pdf (legambiente.it) )

COSA SONO I PFAS, GLI INQUINANTI DELLE ACQUE DEL VENETO

– Nel 2013 si scoprì che un’azienda chimica aveva diffuso queste sostanze nell’ambiente: a luglio inizierà un processo –

3 MAGGIO 2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/

   Dalla scorsa primavera, nelle campagne tra la provincia di Padova e la provincia di Vicenza, in Veneto, si sta costruendo un acquedotto di emergenza di circa 22 chilometri: porterà a migliaia di persone acqua non inquinata da sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, più note con la sigla PFAS, che sono particolarmente presenti nel territorio di più di 30 comuni veneti. È un problema di inquinamento noto dal 2013 e per cui da luglio ci sarà un processo. La scorsa settimana sono state rinviate a giudizio 15 persone legate in vario modo alla Miteni di Trissino (Vicenza), un’azienda chimica ora fallita che per decenni aveva diffuso PFAS nell’ambiente: le accuse sono avvelenamento di acque, inquinamento ambientale e disastro innominato.

   I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le superfici impermeabili ad acqua e grassi, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre carta da forno, padelle antiaderenti, indumenti pensati per stare all’aperto quando piove e schiume antincendio, oltre a cosmetici e farmaci.

 

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI) – “PROCESSO PFAS: TUTTI RINVIATI A GIUDIZIO I MANAGER DELLA EX MITENI DI TRISSINO”.Sono stati tutti rinviati a giudizio i 15 manager accusati a vario titolo di AVVELENAMENTO DI ACQUE, DISASTRO INNOMINATO, INQUINAMENTO AMBIENTALE e reati fallimentari per la ex ditta di Trissino – La decisione è arrivata al termine di tre ore di camera di consiglio dopo la quale il giudice Roberto Venditti ha preso la decisione.  IL PROCESSO davanti alla Corte d’Assise di Vicenza INIZIERÀ IL PRIMO LUGLIO 2021 – da “Green” di “Padovaoggi” del 26/4/2021 https://www.padovaoggi.it/

   I legami tra carbonio e fluoro sono anche la ragione per cui i PFAS sono molto poco degradabili, per cui una volta dispersi in un ambiente o assorbiti dal corpo umano ci restano molto a lungo: uno studio del 2016 ha stimato che ai reni umani servano dai 10 ai 56 anni per eliminare i PFAS più persistenti.

   Di PFAS ce ne sono tantissimi, più di 4.700, e per questo solo di alcuni si conoscono abbastanza bene gli effetti sulla salute umana: non è semplice studiarli perché normalmente le zone inquinate da PFAS sono inquinate anche da altre sostanze ed è difficile capire quali abbiano un legame con i problemi di salute della popolazione locale.

   I PFAS più noti sono l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico (PFOA); quest’ultimo è la sostanza di cui si parla nel film del 2019 Dark Waters, che racconta un caso di inquinamento ambientale causato dalla grande azienda chimica DuPont in West Virginia. Sia il PFOS che il PFOA sono ritenuti cancerogeni e tossici, a seconda dell’esposizione, per alcuni organi e per embrioni e feti; in particolare hanno effetti negativi sull’apparato endocrino, cioè sulle ghiandole che producono gli ormoni.

   Per questo dai primi anni Duemila le due sostanze sono state sempre più sostituite da altri PFAS, in particolare da acidi polifluoroalchilici (e non perfluoroalchilici), che però sono a loro volta molto persistenti. (da IL POST.IT)

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   Dei PFAS in Veneto si parla dal 2013, anno in cui il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e il ministero dell’Ambiente fecero una ricerca su potenziali inquinanti «emergenti» nei principali bacini fluviali italiani: lo studio rivelò la presenza di PFAS in acque sotterranee, superficiali e potabili, e un inquinamento elevato di queste sostanze nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Nei comuni vicentini di Brendola, Lonigo e Sarego fu trovata la concentrazione più alta: pari a 1,2 microgrammi per litro. In generale nel bacino del fiume Fratta fu trovato più di 1 microgrammo per litro di PFOA e più di 2 microgrammi per litro di PFAS; il composto più presente era l’acido perfluorobutansolfonico (PFBS), che già da un po’ di tempo era usato al posto del PFOS. (da IL POST.IT)

“(…) I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le SUPERFICI IMPERMEABILI AD ACQUA E GRASSI, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre CARTA DA FORNO, PADELLE ANTIADERENTI, INDUMENTI pensati per stare all’aperto quando piove e SCHIUME ANTINCENDIO, oltre a COSMETICI e FARMACI. (…)” (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/, 3/5/2021) (FOTO da http://www.greenme.it/)

   Nel 2013 non esistevano limiti di legge per queste sostanze nell’acqua potabile, né a livello italiano né europeo; nemmeno l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva raccomandazioni in merito.  Tuttavia l’alta presenza di PFAS nell’acqua potabile spinse le autorità a intervenire: cominciarono ulteriori indagini e nel giro di pochi mesi furono introdotti dei filtri speciali negli impianti di trattamento delle acque per ridurre la presenza di PFAS, secondo le indicazioni date dal ministero della Salute. Poi si cominciarono a progettare degli acquedotti emergenziali per prelevare l’acqua destinata alle case da fonti non inquinate; tra questi c’è la condotta di 22 chilometri attualmente in costruzione, che collegherà i comuni di Ponso (Padova), Montagnana (Padova) e Pojana Maggiore (Vicenza). (da IL POST.IT)

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   Già nel 2013 si stabilì che la principale fonte di inquinamento da PFAS della zona era lo stabilimento della Miteni di Trissino: i PFAS venivano diffusi attraverso gli scarichi industriali nelle fogne, nel vicino torrente Poscola e nella falda sotterranea. Alla società fu chiesto di prendere provvedimenti immediati per ridurre l’inquinamento.

   La Miteni aveva uno stabilimento a Trissino dal 1968. La società era nata, col nome di RiMAr, come centro di ricerca per l’azienda tessile Marzotto, poi però cambiò proprietà: nel 1988 fu rilevata da EniChem, la divisione petrolchimica di Eni, e dall’azienda giapponese Mitsubishi, che le cambiarono nome in Miteni. Nel 1996 Mitsubishi comprò le azioni di EniChem e nel 2009 vendette l’intera società al gruppo Icig, che ha sede in Lussemburgo e possiede varie aziende farmaceutiche e chimiche. (da IL POST.IT)

Associazione MAMME NO-PFAS (foto da http://www.osservatoriodiritti.it)

   La scoperta dell’inquinamento da PFAS diede il via a varie inchieste giudiziarie sulla Miteni e nel giro di qualche anno la società si trovò in difficoltà «per i molti oneri derivanti dai problemi ambientali» che avevano «inciso in modo importante sul bilancio», e non riuscì a trovare finanziamenti dalle banche locali «preoccupate per la reputazione della società a seguito delle polemiche»: per queste ragioni nel 2018 la Miteni dichiarò fallimento.

   Il processo inizierà il primo luglio e avrà per imputati dirigenti della Mitsubishi, della Icig e della Miteni stessa. Si svolgerà a Vicenza: gli accusati avevano chiesto che fosse spostato a Trento, sostenendo che i magistrati vicentini potessero essere influenzati dal fatto di essere residenti nel territorio inquinato, ma la richiesta è stata respinta. (da IL POST.IT)

CICLO DEI PFAS (immagine da www.microbiologiaitalia.it/) – PFAS, LA REGIONE VENETO BATTUTA AL TAR: DEVE CONSEGNARE I DATI SULLA CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI A GREENPEACE E ALLE MAMME NO PFAS – La Regione Veneto ha tentato inutilmente di non rendere pubblici i DATI SULLA CONTAMINAZIONE DA PFAS NELLA CATENA ALIMENTARE. Ma il Tribunale amministrativo regionale, accogliendo due ricorsi presentati da GREENPEACE e dalle MAMME NO PFAS, l’ha condannata a mettere a disposizione dei due movimenti i DOCUMENTI relativi alle INDAGINI SUGLI ALIMENTI che potrebbero essere stati contaminati dalle sostanze perfluoroalchiliche.(…) (di Giuseppe Pietrobelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 10/4/2021)

   Nell’Unione Europea l’uso di PFOS è limitato da un regolamento del 2019 che in futuro riguarderà probabilmente anche il PFOA. Di entrambi si dovrebbe eliminare la produzione e l’uso secondo la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, un accordo internazionale che è in vigore dal 2004 ma che l’Italia, unica tra i firmatari europei, non ha ancora ratificato. A novembre il governo ha approvato un disegno di legge per farlo, che ora è in attesa di essere approvato dal Parlamento. (da IL POST.IT)

PFAS rilevati in Italia

   Intanto a gennaio è entrata in vigore una nuova direttiva europea sull’acqua potabile che dovrà essere adottata come legge negli stati membri dell’Unione Europea nel giro di due anni: stabilisce che nell’acqua potabile possano essere presenti al massimo 0,5 microgrammi per litro di PFAS in generale o al massimo 0,1 microgrammi per litro di una selezione di PFAS, tutte sostanze perfluoroalchiliche tra cui il PFOS e il PFOA. In Veneto dal 2017 si osservano dei limiti più stringenti: 0,03 microgrammi per litro per il PFOS e 0,09 microgrammi per litro per il PFOS e il PFOA insieme. In molti paesi della provincia di Vicenza comunque si preferisce bere l’acqua in bottiglia. (3/5/2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/)

PFAS: SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA

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PERCHÉ L’ITALIA NON LIMITA LE SOSTANZE CHIMICHE PFAS CHE AVVELENANO LE NOSTRE ACQUE?

di LAURA FAZZINI, da LIFEGATE del 25/2/2021 (https://www.lifegate.it/)

– Non sono bastati disastri ambientali ed emergenze sanitarie: l’Italia non ha ancora posto limiti alle sostanze pericolose Pfas –

(…)Quali e quanti limiti mettere alla grande famiglia dei Pfas, composti chimici definiti a livello mondiale forever chemicals, non degradabili naturalmente e ritenuti tossici per l’ambiente e l’uomo, molti già elencati nella lista delle sostanze “estremamente preoccupanti” dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa).

   Nel nostro paese esiste una delle più vaste contaminazioni europee da Pfas, dove vengono prodotti per la lavorazione delle pelli, che le rende impermeabili, diverse parti delle automobili e centinaia di altri prodotti di vita quotidiana come le padelle antiaderenti, la sciolina fino alle attuali mascherine chirurgiche. Sostanze tossiche rilasciate negli scarichi e non ancora normate a livello legislativo, libere quindi di immettersi nei fiumi, nei terreni, nelle rete idriche fino ai cibi che mangiamo.

   Gruppi ambientalisti VENETI e PIEMONTESI che da anni combattono contro l’inquinamento idrico dovuto agli sversamenti nei fiumi del nord Italia che hanno causato emergenze ambientali, e nato dopo anni di lavoro delle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa), l’Istituto superiore di sanità (Iss) e l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra).

   Proprio queste tre istituzioni a fine 2019 avevano mandato all’ormai ex ministro dell’ambiente Sergio Costa una lista di Pfas, includendo i più pericolosi già banditi a livello europeo. Una lista – ridimensionata a soli dodici Pfas, su un totale di oltre 5mila – inclusa nel collegato ambientale che a settembre 2020 era pronto a ridimensionare la presenza di composti chimici nel nostro territorio. 

   Nel 2000 l’Italia aveva accolto la legge europea mirata a ridurre le sostanze tossiche negli scarichi industriali – una normativa assimilata dalla legge italiana nazionale, la 152 del 2006 – che nel 2013 la sola regione Veneto ha utilizzato per fissare limiti Pfas all’acqua potabile a seguito dell’emergenza sanitaria in Veneto, quando la regione e l’Istituto Superiore di sanità denunciarono un’altissima presenza di queste sostanze nei rubinetti di tre provincie, oltre venti comuni tra Verona, Vicenza e Padova.

   I limiti erano stati decisi per tutelare la popolazione da queste sostanze che danneggiano il sistema endocrino, causando tumori, colesterolo e difficoltà al sistema riproduttivo. Però, le attuali restrizioni non comprendono l’acqua utilizzata per irrigare, allevare e negli orti privati, in un Veneto agricolo che esporta prosecco in tutto il mondo.

   A metà dicembre 2020, inoltre, il Parlamento europeo ha attuato la nuova normativa della legge sull’acqua potabile, che indica una lista di sostanze altamente nocive che si trovano nelle reti idriche potabili. Questa lista include i Pfas, limitandone la presenza complessiva a 0,50 microgrammi al litro e stabilendo un ulteriore limite più restrittivo di 0,10 microgrammi/litro per la somma di alcuni Pfas ritenuti preoccupanti.

   Sebbene l’Italia abbia ratificato queste leggi, nel nostro paese esiste una delle più vaste contaminazioni europee da Pfas. La lavorazione di materiale chimico necessita di grandi quantità di acqua e l’Italia è un paese ricco di fiumi: ne ha più di 1.200. Secondo il dossier di Legambiente H2O. La chimica che inquina l’acqua, infatti, circa il 60 per cento di questi fiumi è inquinato e ci sono 45 sostanze che rappresentano un “rischio significativo” per (o proveniente da) l’ambiente acquatico.

   Alberto Maffiotti, ex direttore della sede di Alessandria dell’Arpa PIEMONTE, ha condotto con il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri l’indagine che ha portato al processo l’azienda chimica Solvay e ha partecipato al tavolo tecnico che ha proposto i limiti nazionali per i Pfas: “L’analisi delle acque ha una struttura precisa: bisogna partire dalla sorgente, cioè dalle acque di scarico delle industrie, poi passare per il mezzo, che sono i fiumi, e arrivare infine al bersaglio, l’acqua potabile che arriva alla popolazione. Finora abbiamo normato il bersaglio per motivi sanitari. Ora è necessario risalire alla sorgente industriale, perché da lì parte tutto l’inquinamento”.

LA CONTAMINAZIONE DI PFAS IN ITALIA

I Pfas in Italia sono prodotti attualmente in PIEMONTE dalla Solvay Solexiscondannata per disastro ambientale colposo nel dicembre 2019, e in VENETO (fino al 2018) dalla Miteni, fatta fallire a seguito dell’indagine sfociata nel più grande processo italiano per crimini ambientali che a fine marzo vedrà imputati oltre venti dirigenti per disastro innominato, avvelenamento delle acque e fallimento fraudolento. Due realtà collegate tra loro per lo scambio di materiale Pfas (Solvay produce, Miteni lavora) e da un nome, quello di Luigi Guarracino, condannato nel processo contro Solvay e, negli ultimi anni, dirigente Miteni.

PIEMONTE. LA STORIA DI SOLVAY E LA CONDANNA PER DISASTRO AMBIENTALE

Solvay Solexis è un’industria chimica belga da 13 miliardi di dollari di fatturato e leader mondiale per la produzione di soda e bicarbonato. Produce 35 composti chimici, 14 dei quali sono ufficialmente riconosciuti come sostanze chimiche estremamente preoccupanti dall’Ue. Nella lista delle 35 industrie chimiche mondiali più importanti fatta dalla ong Chemsec, Solvay è al ventottesimo posto per impegno verso l’ambiente e una delle otto industrie a produrre sostanze perfluoroalchiliche.

   Nel 2008 uno studio del suolo vicino allo stabilimento Solvay di Alessandria evidenzia la contaminazione del terreno (non solo a opera di Solvay, arrivata da circa vent’anni, ma anche di Ausimont, che vi operava precedentemente).

   In pochi mesi l’industria viene portata in tribunale per disastro ambientale e dopo dieci anni, a dicembre 2019, vengono condannati tre dirigenti, uno di Solvay (Guarracino) e altri due di Ausimont.

   Nel 2010 nel fiume Bormida, che scorre vicino allo stabilimento, Arpa Alessandria trova tracce di Pfoa, un Pfas a catena lunga che dal 2002 è considerato pericoloso in America e dal 2009 è soggetto a restrizione in Europa e ora vietato a livello internazionale con la convenzione di Stoccolma.

   Nel 2013 l’industria registra presso il Registro per le sostanze chimiche dell’Echa (Reach) il cC6O4, in sostituzione del Pfoa. Il nuovo composto, un Pfas a catena corta (con meno di 8 atomi di carbonio), in poco tempo diventa uno dei prodotti più importanti dell’azienda e nel dicembre 2019 ne viene chiesto l’ampliamento della produzione, uno 0,2 per cento in più (per un totale di circa 60 tonnellate l’anno), che serve ad assorbire il lavoro non più svolto dalla Miteni fallita.

   Nel giugno 2020 la sostanza viene trovata nelle acque dei pozzi di Montecastello, vicino allo stabilimento Solvay, e il sindaco chiude la rete idrica in via precauzionale.

   Attualmente il composto è ancora in attesa dell’esame dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche, per ora quindi il registro Reach contiene solo i dati presentati da Solvay, che con un comunicato stampa dopo la chiusura degli acquedotti ha rassicurato: “Il C6O4 possiede un profilo tossicologico migliore del Pfoa. Inoltre, i dati disponibili indicano che non è biopersistente né bioaccumulabile”.

   Dato il grandissimo numero di sostanze chimiche presenti sul mercato, però, il processo mediante il quale le sostanze vengono valutate dall’Unione europea, e quindi per arrivare a una comprensione adeguata dei rischi, può durare diversi anni. E per il cC6O4 non è ancora partito.

   Già a dicembre 2019 Maffiotti aveva spedito al ministero dell’Ambiente una relazione sulla situazione locale chiedendo di includere nella lista il cC6O4 entro 0,5 microgrammi/litro. Il composto compare nella lista dei Pfas da limitare proposta dal ministero. Un limite stringente rispetto l’attuale presenza negli scarichi di circa 40 microgrammi al litro e una richiesta di Solvay di limitare a 100 microgrammi.

VENETO. LA STORIA DI MITENI E L’EMERGENZA SANITARIA

   Oltre 350mila persone tra Verona, Vicenza e Padova, un terzo del Veneto, sono state contaminate dall’acqua della seconda falda più grande d’Europa che l’industria chimica Miteni di Trissino ha riempito di Pfas dagli anni Sessanta. Quando nel 2013 la Ulss Berica e Regione Veneto ricevono dal governo i dati della contaminazione, cominciano a limitare i Pfas nella rete idrica potabile per possibile emergenza sanitaria (escamotage utilizzato per le sostanze non ancora normate in Italia, ma ritenute pericolose): prima 500 nanogrammi/litro per la somma dei Pfas presenti, poi 30 nanogrammi per la somma dei due Pfas più studiati e cancerogeni, Pfos e Pfoa, e 300 per la somma di tutti gli altri, 330 nanogrammi al litro in totale. In Germania, dove esiste una forte contaminazione, i limiti sono fissati a 100 nanogrammi litro per la somma dei Pfas.

   Nicola Dell’Acqua è stato direttore di Arpa Veneto e fino a dicembre 2020 è stato Commissario straordinario per l’emergenza Pfas: “Quando le analisi del fiume Po hanno dimostrato la presenza di queste sostanze tossiche abbiamo deciso di limitare per la prima volta in Italia questi composti, ma non avendo una normativa da seguire abbiamo dovuto individuare noi dei limiti. E dal 2013 stiamo ancora aspettando di avere linee guida nazionali”. Il Veneto quindi limita seguendo delle linee guida europee che indicano 330 nanogrammi litro come tetto massimo per l’essere umano.

   Un cane che si morde la coda: senza norme nazionali sugli scarichi le Regioni non hanno possibilità di restringere la presenza di inquinanti nelle acque di scarico.

MA COME SI È ARRIVATI AI LIMITI DEL 2013 DI ARPAV?

Già nel 1990 la Miteni era a conoscenza del forte inquinamento del suolo e della falda sottostante il polo chimico, dopo aver condotto uno studio specifico con la società Ecodeco. All’epoca il materiale ritrovato nei terreni, filtrato attraverso scarichi nel torrente Poscola, era composto da benzotrifluoruri (btf). Miteni decide di non divulgare questi dati, probabilmente perché avrebbe dovuto sostenere i costi della bonifica e subire una possibile chiusura dell’impianto.

   Tra il 1994 e il 2009 l’azienda commissiona altre tre analisi per verificare la presenza di ulteriori inquinanti. La società incaricata, la Erm Italia, nel 2004 dimostra la presenza sotto la fabbrica di diversi materiali inquinanti (oltre 3.000 metri cubi), fino a rilevare nel 2009 picchi di Pfos di 6.430 microgrammi per litro nelle acque di falda.

   Nel 2004 Miteni progetta una barriera idraulica per filtrare le sostanze inquinanti, che ormai hanno raggiunto i quattro metri di profondità sotto l’impianto. Nel frattempo viene costruito un sistema di filtraggio delle acque di scarico della zona industriale, che consta di decine di concerie che esportano in tutto il mondo, il collettore Arica. Voluto e finanziato dalla Regione è un punto di unificazione di tre fiumi (Gua, Fratta e Leb) che dovrebbe diminuire la presenza di sostanze nocive, tra cui i Pfas della Miteni.

   È proprio a partire dal monitoraggio del collettore che Arpav arriva ai limiti del 2013: “Abbiamo deciso di imporre dei limiti agli scarichi quando abbiamo visto i dati del collettore Arica, un inquinamento di oltre 28.440 tonnellate all’anno di cloruri, 23.124 tonnellate all’anno di solfati, 7.678 di tonnellate all’anno di cromo. Ma il Tribunale della Acque di Roma ha accolto il ricorso delle industrie conciarie che scaricano, dicendo che senza limiti di legge non è possibile imporre delle restrizioni regionali”.

   Al momento il territorio contaminato aspetta ancora una bonifica. Nel 2017 Regione Veneto, Provincia di Vicenza e comune di Trissino avevano firmato un protocollo d’intesa per iniziare un processo di messa in sicurezza e bonifica del terreno sottostante la fabbrica. Intesa sospesa nel momento in cui la procura ha aperto le indagini contro Miteni.

IL DISEGNO DI LEGGE

Quando il 17 settembre 2020 arriva al tavolo dell’ex direttore di Arpa Veneto la tabella 5 dell’articolo 15 del collegato ambientale, la lista di dodici sostanze Pfas che devono stare sotto i 0,5 microgrammi al litro e sono sommabili tra loro, il Commissario non nasconde il suo dispiacere nel vedere che molti dati richiesti forniti dai suoi tecnici non sono inclusi: “Nei nostri documenti avevamo suggerito altre cose: mettere limiti sulla molecola in generale, non solo questi dodici composti che sono per la maggior parte le catene lunghe ormai non più prodotte”.

   Un’amarezza che dimostra come ci sia la difficoltà di tutelare l’ambiente ma rispondere anche alle richieste industriali di evitare limiti troppo bassi. Dall’Acqua apprezza comunque questa prima lista e ritiene importante arrivare ad avere una linea nazionale: “Rimaniamo in attesa, fiduciosi. Quando la legge con i limiti verrà approvata saremo i primi ad applicarli”.

DAL GREEN DEAL EUROPEO ALLE RESTRIZIONI COMUNITARIE NELL’EUROPA PIENA DI PFAS

A metà ottobre 2020 gli stati europei hanno concordato la nuova strategia per attuare gli accordi del Green deal, la nuova politica ambientale europea. Uno dei punti di questa strategia è limitare le sostanze chimiche inquinanti prodotte nel mondo e presenti nel 99 per cento del pianeta. In uno dei primi paragrafi dello Green deal europeo si evidenzia la pericolosità dei Pfas per l’uomo, in quanto indeboliscono le difese immunitarie, abbassando dunque anche la risposta ai vaccini, dato particolarmente allarmante in questo periodo di pandemia da Covid-19, come ha subito denunciato il professor Philippe Grandjean.

   Entro aprile 2021 vengono dunque ristretti tutti i Pfas a catena lunga, dopo un lungo lavoro di analisi fatta dalla maggior parte dei paesi membri dell’Ue, Italia inclusa, anche se, precisa il tecnico Ispra Pietro Paris, “dal nostro governo non è mai partita la richiesta di restrizione per uno di questi composti”, nonostante nel nostro Paese vi sia “il più grande inquinamento europeo da Pfas”.

   Gli Stati membri possono infatti presentare alla Commissione europea una proposta di restrizione della produzione di determinate sostanze, se ritenute estremamente preoccupanti (Svhc).

MA I PFAS, BUTTATI FUORI DALLA PORTA, SPESSO RIENTRANO DALLA FINESTRA

Ian Cousins è il coordinatore dell’attuale progetto europeo Perforce, ora Perforce3: “Lavoro sui Pfas da 20 anni e solo pochi sono regolamentati, le industrie quindi non sono limitate nella loro capacità di inquinare.  Altri sono normati, ma anche alcuni di questi continuano a entrare nell’ambiente. Ad esempio il Pfoa non è regolamentato in Cina, quindi viene utilizzato per produrre Ptfe (prodotto da Solvay in Italia grazie al c6o4). Inoltre, anche se il Pfoa in Europa è bandito, lo stesso è presente ad alti livelli (molte volte al di sopra dei limiti) ad esempio nelle scioline”.

   In più, i limiti europei riguardano solo i Pfas a catena lunga, per questo Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Norvegia hanno chiesto di restringere tutti i Pfas, anche quelli a catena corta.

   La Germania, in particolare, ha diversi siti inquinati, sia per utilizzo di Pfos in zone militari e aeroportuali sia perché ha riciclato in ambito agricolo materiale contenente Pfas. Nella regione di Baden-Wuerttemberg era stato infatti utilizzato come fertilizzante del materiale ottenuto dal riciclo di carta impermeabilizzata mediante Pfas e utilizzata per scopi alimentari. I Pfas hanno resistito alla lavorazione e sono arrivati ai fanghi destinati all’agricoltura.

   Dopo aver iniziato una fase di bonifica dei terreni il Paese ha deciso di portare agli organi europei una proposta per restringere tutti i Pfas non essenziali. Un percorso, esteso anche alle aziende produttrici, chiamato Call for evidence e finalizzato a costruire una mappa di prodotti necessari e quindi a restringere la produzione mondiale di Pfas.

   Tale richiesta ha provocato una reazione delle società chimiche che hanno chiesto di specificare i materiali considerati “essenziali”. La Chemours, figlia dell’americana Dupont, che per prima portò nel mercato i Pfas creando il Teflon delle padelle antiaderenti, a metà dicembre 2020 ha promosso un webinar per spiegare la propria politica “ecologica” e per fare pressione sugli organi decisionali europei al fine di non restringere la produzione.

   L’italiana Federchimica, associazione di categoria che rappresenta le industrie nazionali tra cui Solvay ai tavoli europei, conferma come il termine “essenziale” non sia specificato nella richiesta di restrizione e quindi non sia possibile registrare un composto utilizzando questo criterio. Federchimica parla di un’ulteriore difficoltà: “Questo nuovo criterio di restrizione rappresenterebbe un ostacolo all’ innovazione, per esempio per applicazioni che potrebbero essere di supporto per la transizione all’economia circolare o per affrontare il problema del riscaldamento globale”. Restringere i prodotti chimici per loro, quindi, significherebbe privarci di nuovi strumenti chimici per tutelare l’ambiente.

PFAS NELLE NOSTRE VITE, LE BEST PRACTICE PER LIMITARE I DANNI

Ma se le istituzioni fanno fatica a difenderci, quali possono essere efficaci sistemi di autotutela?

Zhanyun Wang è professore al dipartimento di chimica dell’Istituto di scienza e tecnologia di Zurigo (Eth) e da oltre vent’anni si occupa di Pfas. I suoi ultimi studi si dedicano alla possibilità di sostituire i Pfas con sostanze non impattanti, per rispettare il protocollo di Madrid del 2015, che dichiara i Pfas emergenza mondiale per l’ambiente. “Teoricamente sarebbe possibile. Ma quanto sia fattibile nella vita reale è una questione diversa”. Mancano infatti alternative economicamente simili ai Pfas e per questo finora solo pochi Paesi hanno spinto per prodotti Pfas-free.

   Se già nel 2008 il Canada spingeva per avere dati epidemiologici sulla popolazione colpita e pensava a come bonificare terreni e sangue, a luglio 2020 la Danimarca ha messo al bando i Pfas negli imballaggi dei cibi.

   Malgrado quindi queste sostanze siano pressoché ovunque – dalle pelli delle borse, al filo interdentale, agli abbigliamenti in gore-tex, alle scarpe impermeabili e in centinaia di altri prodotti – la possibilità di trovare una via di scampo alla contaminazione esiste ma dipende ancora dalla volontà del singolo cittadino, che deve districarsi quindi tra etichette e lista degli ingredienti.

   Il progetto inglese Fidra, nato nel 2018, aiuta il consumatore a controllare la presenza, o meno, di Pfas nei prodotti che acquista. Nel sito della ong si può trovare una lista sempre aggiornata, divisa per prodotti, in cui compaiono le marche che non utilizzano Pfas.

   L’italiana Benetton ha deciso un paio di anni fa di studiare e produrre materiale Pfas free, realizzando tessuti biologici. Ma tutto rimane a discrezione del caso e della mentalità ecologica di poche aziende. Le grandi battaglie di alcune mamme americane hanno obbligato Mc Donald’s a sostituire i contenitori dei panini con materiale senza Pfas e i cittadini olandesi hanno ottenuto analisi del sangue gratuite per capire se nella cittadina di Dordrecht la Chemours abbia contaminato di GenX i loro figli.

   In Italia stiamo attendendo la politica, sapendo che al tavolo ministeriale per ridurre la presenza di Pfas negli scarichi ci saranno anche Solvay e Chemours, insieme alle mamme no Pfas del Veneto, Legambiente Piemonte e le Arpa.  (LAURA FAZZINI, da LIFEGATE del 25/2/2021 – https://www.lifegate.it/ )

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PROCESSO PFAS: TUTTI RINVIATI A GIUDIZIO I MANAGER DELLA EX MITENI DI TRISSINO

– La decisione è arrivata al termine di tre ore di camera di consiglio dopo la quale il giudice Roberto Venditti ha preso la decisione.  Il processo davanti alla Corte d’Assise di Vicenza inizierà il primo luglio 2021 –

da GREEN di PADOVAOGGI del 26/4/2021 https://www.padovaoggi.it/

Processo Pfas: tutti inviati a giudizio i manager della ex Miteni di Trissino
Processo Pfas: Sono stati tutti rinviati a giudizio i 15 manager accusati a vario titolo di avvelenamento di acque, disastro innominato, inquinamento ambientale ex articolo 452 -bis e reati fallimentari per la ex ditta di Trissino. La decisione è arrivata al termine di tre ore di camera di consiglio dopo la quale il giudice Roberto Venditti ha preso la decisione.  Il processo davanti alla Corte d’Assise di Vicenza inizierà il primo luglio 2021.

Imputati

   Gli imputati sono i manager giapponesi della Mitsubishi Corporation, della lussemburghese controllante di Miteni Icig e della Miteni stessa. I nomi: Kenji Ito, Naoyuki Kimura, Yuji Suetsune, Maki Hosoda, Patrick Fritz Hendrik Schnitzer, Akim Georg Hannes Riemann, Aleksander Nicolaas Smit, Brian Antony Mc Glynn, Miteni spa Luigi Guarracino (Alessandria), Mario Fabris (Padova), Davide Drusian (Treviso), Mauro Colognato. (Dolo), Mario Mistrorigo (Arzignano). Oggi davanti al giudice hanno parlato le difese sollevando varie eccezioni, tra cui quella di incompatibilità territoriale. Gli avvocati difensori hanno chiesto infatti di spostare il processo a Trento perché i magistrati coinvolti nell’indagine e i magistrati giudicanti, potrebbero essere influenzabili rispetto ai temi d’indagine in quanto tutti residenti nel Vicentino e alcuni nelle aree colpite da inquinamento. L’eccezione è stata respinta dal gup.

Parti civili

   Oltre duecento le parti civili costituitesi, tra queste le quattro società idriche Acque del Chiampo, Viacqua, Acquevenete e Acque Veronesi, rappresentate dagli avvocati Marco Tonellotto, Angelo Merlin, Vittore d’Acquarone e Giulia Bertaiola. «Siamo molto soddisfatti che si sia arrivati a questo punto e che il processo sia stato fissato così presto – spiega l’avvocato Tonellotto – è il segnale che tutti hanno interesse a raggiungere la verità il prima possibile».

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PFAS, LA REGIONE VENETO BATTUTA AL TAR: DEVE CONSEGNARE I DATI SULLA CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI A GREENPEACE E ALLE MAMME NO PFAS

di Giuseppe Pietrobelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 10/4/2021

– I giudici hanno accolto il ricorso presentato dai due movimenti: l’inquinamento delle falde con le sostanze perfluoroalchiliche è un problema che riguarda anche la catena alimentare, ovvero gli animali, le piante o gli ortaggi che sono entrati in contatto con l’acqua. I documento con i valori relativi a tutte le 12 sostanze Pfas analizzate nei campioni degli alimenti e alla geolocalizzazione delle matrici campionate però non sono stati resi pubblici: “Sentenza storica, da circa due anni chiediamo trasparenza alle autorità locali” –

   La Regione Veneto ha tentato inutilmente di non rendere pubblici i dati sulla contaminazione da Pfas nella catena alimentare. Ma il Tribunale amministrativo regionale, accogliendo due ricorsi presentati da Greenpeace e dalle Mamme No Pfas, l’ha condannata a mettere a disposizione dei due movimenti i documenti relativi alle indagini sugli alimenti che potrebbero essere stati contaminati dalle sostanze perfluoroalchiliche.

   La questione riguarda uno degli inquinamenti più gravi che si siano registrati in Italia. La produzione dei Pfas a scopo industriale nella zona di Trissino (è in corso un processo ai proprietari della società Miteni) ha reso imbevibile l’acqua della falda freatica che si trova nel sottosuolo delle province di VicenzaVerona e Padova. Alcune centinaia di migliaia di persone sono interessate al fenomeno, decine di migliaia sono state sottoposte a controlli e screening sanitari, per ovviare ai danni causati alla salute (tra l’altro, rischi di tumori e riduzione della fecondità). Una parte della questione riguarda però la catena alimentare, ovvero gli animali, le piante o gli ortaggi che sono entrati in contatto con l’acqua inquinata.

   Greenpeace e il gruppo Mamme No Pfas avevano presentato la richiesta di accesso. Si riferivano ai valori relativi a tutte le 12 sostanze Pfas analizzate nei campioni degli alimenti e alla geolocalizzazione delle matrici campionate. Inoltre veniva chiesto se nelle aziende produttrici di alimenti in cui sono state riscontrate concentrazioni significative siano state eseguite ulteriori ispezioni per verificare l’osservanza delle prescrizioni delle Ulss competenti e se siano stati effettuati raffronti con i campionamenti relativi al 2016-2017.

   Infine, alla Regione veniva chiesta prova delle iniziative precauzionali e sanitarie per evitare la diffusione dei prodotti contaminati. Si tratta di un tema esplosivo, perché riguarda il controllo della produzione di alimenti, da parte di aziende agricole o industrie, pur in presenza di Pfas.

   Nell’agosto 2020 il direttore vicario dell’Area sanità e sociale della Regione Veneto aveva negato in parte l’accesso ai documenti. Greenpeace si era rivolta al Garante per la difesa dei diritti della persona e difesa civica della Regione Veneto che aveva accolto il ricorso. A quel punto il direttore dell’Area sanità e sociale aveva confermato il diniego. Con che giustificazione? Si era fatto un generico riferimento a procedimenti penali in corso e alla tutela della privacy.

   I giudici del Tar hanno invece stabilito che la richiesta riguardava “informazioni ambientali” ed erano accessibili. Non basta l’esistenza di procedimenti penali per non “garantire la più ampia diffusione delle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche”. Inoltre la richiesta non era né “manifestamente irragionevole”, né “generica”. Se si impedisse alla collettività di conoscere dati “ambientali” finché pende un processo, si metterebbe per anni una pietra tombale sulla discovery. La Regione ha ora 60 giorni per consegnare i documenti (ma può ricorrere in Consiglio di Stato) e pagherà 1.500 euro di spese legali.

   “Sono sentenze storiche – commentano Greenpeace e le Mamme No Pfas – Da circa due anni chiediamo trasparenza alle autorità locali con tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione e finalmente il Tar ci dà ragione. Le persone che da decenni subiscono le conseguenze di tale inquinamento hanno il diritto di sapere i dettagli della contaminazione degli alimenti coltivati in zona, quali sono i prodotti più a rischio e la loro provenienza, con riferimento a tutte le 12 sostanze perfluoroalchiliche analizzate”.

   Segue una specificazione: “Non vogliamo assolutamente creare allarmismi e tanto meno criminalizzare le categorie produttrici, anch’esse vittime di questo grave inquinamento. Per questo abbiamo chiesto anche di conoscere le attività ispettive di ulteriore controllo della Regione Veneto e le azioni di tipo precauzionale che possono e devono aiutare le aziende produttrici”. Importante è anche la geolocalizzazione dei dati. “Non basta sapere il valore medio dei Pfas nella carne bovina – cita Greenpeace come esempio – ma occorre conoscere, ai fini della prevenzione, dove, in quali aziende, i valori fuori norma sono stati riscontrati”. (Giuseppe Pietrobelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 10/4/2021)

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IL PFAS SONO RESPONSABILI (ANCHE) DI FORME PIÙ GRAVI DI COVID

di Valentina Corvino, 10/12/2020, da IL SALVAGENTE, https://ilsalvagente.it/

   Livelli elevati di un composto PFAS sono stati associati a forme più gravi di Covid-19. E’ la conclusione di uno studio danese, attualmente in fase di revisione, che ha coinvolto 323 pazienti infetti dal coronavirus.

   I malati che avevano livelli elevati di PFBA avevano più del doppio delle probabilità di sviluppare una forma grave della malattia.

   Il PFBA fa parte di una classe di composti industriali che ha contaminato il suolo, l’acqua e il cibo in tutto il mondo. È stato presentato come relativamente sicuro perché rimane nel sangue umano per molto meno tempo rispetto ad alcuni degli altri composti della classe ed è una molecola più corta. Ma – e questa potrebbe essere la spiegazione alla base della ricerca – tendono ad accumularsi nei polmoni.

   Lo studio di Grandjean ha coinvolto 323 pazienti con Covid-19, 215 dei quali sono stati ricoverati in ospedale. I ricercatori hanno analizzato il sangue di questi pazienti per la presenza di cinque composti PFAS e hanno scoperto che solo l’acido perfluorobutanoico, o PFBA, era associato alla gravità della malattia. Più della metà di quelli gravemente malati di Covid-19 aveva livelli elevati di PFBA nel plasma, mentre meno del 20% di quelli con malattia lieve aveva livelli elevati della sostanza chimica.

   I Centers for Disease Control and Prevention non includono PFBA nella sua sorveglianza dei livelli ematici di vari composti PFAS. Ma è chiaro che la sostanza chimica è sia diffusa che particolarmente elevata in alcune aree.  Ed è stato trovato negli alimenti, inclusi ravanelli, piselli, pomodori e lattuga.

   PFBA è utilizzato nell’elettronica; abbigliamento, compresi indumenti esterni resistenti all’acqua; equipaggiamento protettivo per personale medico e vigili del fuoco, come camici chirurgici; schiuma antincendio; tappeti; lucido per pavimenti; attrezzatura da laboratorio; trattamento della pelle; imballaggi alimentari; cosmetici, comprese lozioni e fondotinta per il corpo, correttori, ombretti, ciprie; e lubrificanti per biciclette, secondo un documento pubblicato di recente sugli usi precedentemente sconosciuti delle sostanze chimiche.

   Insomma, la presenza di queste sostanze non è solo un episodio che ha turbato (e continua a turbare) le mamme NoPfas del Veneto che lo hanno trovato a livelli molto alti nel loro sangue e in quello dei propri figli per uno degli inquinamenti più gravi della nostra storia, quello della fabbrica Miteni.

   Secondo il Minnesota Department of Health, che ha fissato un limite di sicurezza per la sostanza chimica, il PFBA causa cambiamenti nel fegato e nella tiroide, oltre a una diminuzione dei globuli rossi, una diminuzione del colesterolo e l’apertura ritardata degli occhi negli esperimenti sugli animali. Alla richiesta di commento, 3M (che produce la sostanza) ha fatto sapere che “le prove scientifiche disponibili non supportano una relazione causale tra l’esposizione a PFAS e gli esiti sulla salute di COVID-19”.

   Non è la prima volta che i Pfas vengono messi in relazione al covid: qualche settimana fa una ricerca della Harvard School of Public Health aveva avanzato un sospetto pesantissimo. Secondo lo studio, infatti, la concentrazione di Pfas nell’organismo potrebbe depotenziare il tanto atteso effetto del vaccino Covid. (Valentina Corvino)

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ALTRI POST SU GEOGRAFICAMENTE SUI PFAS:

Risultati della ricerca per “PFAS” – Geograficamente (wordpress.com)

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