L’ITALIA (e l’EUROPA) con i MIGRANTI necessari per svolgere SERVIZI ESSENZIALI (dal CIBO al WELFARE). Un Paese, il nostro, con un tasso demografico in caduta libera cui servirebbero giovani, nuove generazioni. E’ possibile una società multietnica con “NUOVI ITALIANI” superando la psicosi dell’invasione?

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO. Ecco i volti degli scomparsi (foto da www.avvenire.it/ del 27/4/2021)

   L’arrivo di immigrati, di persone che fuggono da paesi poveri verso l’Europa e altri paesi considerati ricchi (dove si è sicuri di vivere meglio); la preoccupazione di un’ “invasione” che faccia dire che “non c’è posto per tutti”…. tutto questo è pensabile che sarà una problematica che caratterizzerà i prossimi 10, 20, 30 anni, 40… e chissà fino a quando.

Crisi ambientale e migrazioni forzate. Difendere il Pianeta non i confini (foto da https://asud.net/ )

   Processi di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita in Africa è possibile che avvengano, che popolazioni di determinate aree geografiche riescano a superare la povertà: ma magari ci saranno conflitti civili, guerre per il potere (non basta un miglioramento economico…), oppure condizioni ambientali (come la crescita verso nord dei deserti, delle zone aride) che incentiveranno l’emigrazione.

LA ROTTA DEI MIGRANTI VERSO LA LIBIA (foto da “il Corriere della Sera” del 22 aprile 2021)

   Finora l’Europa ha mostrato tutte le sue difficoltà e paure ad affrontare con equilibrio l’arrivo di immigrazione dal Sud cosiddetta “clandestina”: perlopiù sponsorizzando dittatori (Erdogan) e paesi dove non esistono diritti alla persona (la Libia) per “fermare” i profughi, gli emigranti clandestini, creare muri. Oppure, nel corso degli anni, regolarizzando quello che non si voleva all’inizio: “accorgendosi” che quelli stranieri arrivati nel nostro Paese e di fatto assimilati (solo alcuni integrati) fanno lavori che ci sono utili, e anche a buon prezzo (a volte di fatto un vero schiavismo, come descritto nel libro di Valentina Furlanetto che in questo post proponiamo).

NOI SCHIAVISTI – COME SIAMO DIVENTATI COMPLICI DELLO SFRUTTAMENTO DI MASSA, di VALENTINA FURLANETTO – ed. LATERZA, maggio 2021, euro 16,00 – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Soprattutto sul lavoro dei para-schiavi, uomini e donne senza diritti che mandano avanti gran parte della nostra economia. Un libro inchiesta durissimo, che farà molto discutere.

   La situazione politica europea poi, in questo momento, non lascia presuppore a niente di buono sul fronte immigrazione. C’è il blocco dei paesi di Viségrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), ma anche Ungheria ed Austria, da sempre contrari all’accoglienza; e paesi che negli anni passati si erano mostrati più solidali nell’accoglienza ai migranti, come Germania e Francia, che sono entrambi alle prese con scadenze elettorali strategiche, importanti per non far rinascere destre omofobe (la Merkel che lascia, Macron che deve affrontare il secondo mandato presidenziale con la Le Pen che cresce nei voti…)

   Pertanto, siccome politiche migratorie umanitarie fanno perdere le elezioni, persisterà in Europa la linea di far bloccare il flusso migratorio con accordi coi principali paesi di origine e transito per bloccare le partenze: appaltare a un dittatore come Erdogan e ai torturatori libici la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Ma è giusto questo?

Tante ore di lavoro e poco denaro, immigrati sfruttati nei campi (foto da www.avvenire.it/ )

   In questo momento storico, presente, nel calendario di primavera e di prossina estate, aumentano e aumenteranno gli sbarchi di immigrati dal Mediterraneo… e si riparla della rotta balcanica (peraltro mai fermatasi, anche nel freddo inverno, con condizioni disumane di profughi bloccati in Bosnia). Prepariamoci a ulteriore tragedie, augurandoci che perlomeno sia data libertà di movimento a quelle navi delle Ong che attuano salvataggi di emergenza (quando possono, quando arrivano in tempo…). Ma così non va bene; è tutto disumano.

Le rotte balcaniche (fonte: borderviolence.eu)

   Il senso di questo post è il tentativo di capire come uscirne da un processo comunicativo e politico che pare si riproporrà inalterato nei prossimi decenni chissà fino a quando. Esiste una prospettiva in inserimento “pacifico” ed equilibrato di così tanti migranti (ma che in realtà tutto è, ma non un’invasione di massa come molti vogliono fare credere)? …la maggior parte, dei migranti, più che propensi ad integrarsi, e ad occupare lavori che gli “indigeni” (gli italiano doc, gli europei…) non fanno?…. E siamo pronti a riconoscere ad essi migranti uguali diritti (e doveri) per un’integrazione naturale loro e dei loro figli? (come pare sia abbastanza avvenuta con i primi arrivati da noi nei decennio a partire dal 1990)

   E se la situazione demografica italica è in grave crisi, perché non pensare che più bambini immigrati, o nati e che nasceranno qui, non solo abbiano diritto alla cittadinanza (lo jus soli), ma anche che il loro esserci possa essere il frutto per “noi” di un “sano egoismo”: cioè i bambini possano ravvivare il sistema scolastico, nuovi italiani per un domani; e gli adulti “utili” a partire dai lavori necessari, e poi in seguito in tutte le nostre attività economiche, sociali, e della società in generale? (s.m.)

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da AVVENIRE, 27 APRILE 2021

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO: ECCO I VOLTI DEGLI “SCOMPARSI”

di NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

– Lasciati morire in mare o riportati nelle prigioni. Ora alcune foto raccontano chi erano i 130 dispersi del 21 aprile scorso: hanno atteso per due giorni che qualcuno li soccorresse –

   Per chinarsi in direzione della Mecca danno le spalle al mare. Ma è dalla parte opposta che hanno l’appuntamento con i sogni e con gli incubi, ammesso che con il mare in tempesta e il buio della notte si possa ancora sognare. E’ questa l’ultima immagine degli ultimi desaparecidos del Mediterraneo.

   Abbandonati senza soccorso. Fatti sparire dai ragionieri delle vite a perdere: i trafficanti che li hanno dati in pasto al mare sapendo che quella notte il Mediterraneo non avrebbe smesso di ruggire. Condannati dall’inerzia di quanti, per dirla con papa Francesco, “possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Desaparecidos perché di loro non si sa nulla. Perché vuol dire, letteralmente, “fatti sparire”. Nelle immagini che pubblichiamo ci sono i volti di molti dei ragazzi affogati, ma altri potrebbero essere adesso in un campo di prigionia e non c’è modo per le famiglie di sapere se i loro figli sono tra i sepolti vivi nei luoghi dell’orrore quotidiano, o perduti per sempre da qualche parte in fondo al mareSanno che quel giorno sono partiti tutti insieme, ma non sanno chi di loro è ancora vivo da qualche parte. Come sempre le autorità tripoline non forniscono informazioni. Non c’è modo di identificare i vivi, figurarsi i morti.

   Il 21 aprile, quando hanno preso il mare, erano partiti almeno due barconi. I giovani nelle foto erano in quel gruppo. Circa 250 persone sui due grandi canotti che si piegano e si afflosciano ad ogni onda. Forse per un’avaria al motore di fabbricazione cinese, un gruppo è rimasto bloccato dopo poche miglia, e i guardacoste non hanno dovuto percorrere troppe miglia per riportarli indietro e farli rinchiudere nella prigione, dove ad attenderli ci sono i tormenti che speravano di non rivivere mai più.

   Somali, sudanesi, eritrei. Inghiottiti per sempre. Non avranno diritto neanche a un nome sopra a un mucchio di terra. Perfino le poche immagini che di loro circolano, spesso non hanno un nome accanto. Però ci guardano. I due amici che avevano lavorato come operai, ma che poi sono finiti chissà come in un campo di prigionia, dove le vite dei neri si rubano per strada, anche casa per casa, per farne carne da riscatto.  Oppure i ragazzi sudanesi, in posa spavalda, di chi non ha paura di sognare, e invece quella notte si sarà forse pentito anche solo di aver sognato.

   Senza rotta né più un motore che spinge, navigare nell’oscurità a bordo di un gommone che si squassa vuol dire non sapere da dove arriverà la prossima spallata. Come nei film dell’orrore, quando sai che il mostro c’è, che ti farà male, ma non sai da dove ti prenderà: forse un’onda improvvisa da dietro, oppure un sobbalzo da prua, con il mare che travolge e spazza via, e ad ogni scossone il gommone riemerge con qualcuno in meno. Fino a che non ci sarà più nessuno a cavalcioni dei tubolari sgonfi.

Prima della partenza i trafficanti li avevano portati in una casa ben arredata per girare un video promozionale. Immagini che dovevano servire a reclamizzare i servizi delle bande di Khoms che trafficano in esseri umani. Uno spot per far credere che in fondo la sosta in Libia non è così come dicono.

Che tanto poi si parte, e nella vecchia Europa sarà una nuova vita.

   Le previsioni meteo la settimana scorsa erano tra le peggiori. Quando martedì 21 aprile il barcone è stato spinto tra le onde la nave di salvataggio più vicina navigava in direzione opposta, verso la Tunisia. Con le buone o con le cattive gli scafisti devono aver convinto i 130 a prendere il largo. Ed è stata la fine.

   I loro volti stanno ora circolando tra i figli delle diaspore di mezza Africa. Le numerose immagini sono state raccolte fra gli altri da un attivista sudanese che si fa chiamare Mohamed Musa. Mostrano i ragazzi in posa prima della partenza, oppure ripresi in abiti eleganti durante qualche cerimonia prima di lasciare i Paesi d’origine. La volontaria francese Andrea Gagne, che raccoglie testimonianze dirette di rifugiati e prova a fornire supporto legale, ha ottenuto altre foto. Succede a ogni disgrazia. E’ la prova che tutti sanno del rischio. Ma che è sempre meglio morire in balia del mare, che restare vivi in balia dei capricci degli aguzzini.

   “Se si fosse trattato di 130 morti europei o americani, la notizia sarebbe sui giornali di tutto il mondo – dice Andrea – ma poiché si tratta di migranti e rifugiati africani, allora il mondo può ignorarli”.

La ricostruzione dei fatti non smette di confermare come per lunghe ore si sia perso tempo prezioso per tentare un’operazione di salvataggio in tempo utile. La lettura delle email inviate dall’agenzia Ue Frontex fornisce nuovi dettagli.

Sono le 16.06 di giovedì 22 aprile quando Frontex risponde con una mail ad Alarm Phone, chiarendo che il giorno precedente un aereo dell’agenzia Ue per il controllo dei confini aveva avvistato il gommone segnalato dai volontari del “centralino civile”.

   La gravità della situazione è nota. Frontex precisa: “In seguito alle condizioni di pericolo della barca in distress (termine tecnico con cui si definisce l’imminente naufragio, ndr) un messaggio radio “Mayday” è stato lanciato alle navi che transitano nell’area”. Circostanza confermata dalle navi mercantili e dal ponte di comando della Ocean Viking, che aveva ascoltato il messaggio radio dall’aereo europeo Osprey: “Mayday Mayday per una barca in distress”. Poi l’indicazione delle coordinate per raggiungere i naufraghi.

   Questa volta, però, dal quartier generale di Varsavia, Frontex aggiunge un dettaglio che da solo spiega come gli avvisi precedenti fossero stati ritenuti insufficienti: “Tutti gli Mrcc nell’area (le centrali di coordinamento di soccorso, ndr) sono stati informati, incluso quello di Tripoli quale Centro di coordinamento responsabile”, per le operazioni nel mare di ricerca e soccorso libico. Otto ore prima, infatti, sempre Frontex pur essendo a conoscenza della situazione di grave pericolo nella Sar libica, in un’altra email circoscriveva il coinvolgimento dell’allerta alle sole autorità di Roma e La Valletta. “Abbiamo immediatamente ritrasmesso il messaggio di allarme (ricevuto attraverso Alarm Phone, ndr) alle autorità maltesi e italiane”, si legge in un messaggio di posta elettronica inviato alle 08,49 del mattino. Alle 07.52, infatti, Alarm Phone aveva avvertito Frontex dei rischi in mare, precisando la posizione gps ricavata dalla chiamata satellitare dei migranti, che collocava il barcone in area libica.

   Il portavoce della Marina libica, il contrammiraglio Massoud Abdelsamad, ha negato che la guardia costiera Tripoli non abbia fatto tutto il possibile per salvare le vite dei migranti.

   Nelle ultime settimane Abdelsamad ha dovuto far fronte a molte rivelazioni. Nei giorni scorsi rispondendo alle domande di Rainews che aveva ottenuto nuove prove sull’uso di armi da fuoco durante le operazioni di intercettazione dei migranti, aveva spiegato che talvolta dalla motovedette “vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco in aria per calmare i migranti durante le operazioni di soccorso”. (NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE)

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I MIGRANTI, UN’EMERGENZA UMANITARIA

di Roberto Saviano, da “il Corriere della Sera” del 12/5/2021

   L’emergenza migranti c’è, ma non nei termini in cui viene raccontata, perché non è emergenza invasione ma emergenza umanitaria e l’Italia, insieme all’Europa, ancora una volta non sembra essere sulla strada giusta.

   Da un lato va sottolineata con forza la assoluta necessità di salvare migranti in mare, dall’altro bisogna mostrare lungimiranza e pragmatismo ammettendo, una volta per tutte, che l’immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l’Italia, è una benedizione e una necessità.

   Benedizione e necessità da riportare immediatamente nei confini della legalità e del rispetto dei diritti umani che, al momento, non sono rispettati nei campi di detenzione libici, in mare dove mancano soccorsi e in Italia, dove i lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno vengono trattati come schiavi.

   La situazione è disperata e non perché l’Italia non sia in grado di accogliere chi raggiunge le sue coste, ma perché le forze politiche populiste – Matteo Salvini e Giorgia Meloni – continuano sui migranti a fare campagna elettorale, mentre il ministro Di Maio e il presidente Draghi sembrano convergere su un maggiore coinvolgimento dell’Europa, a cui l’Italia chiede di unirsi al finanziamento della Guardia costiera libica.

   Non basta l’errore di aver dato noi soldi e imbarcazioni alle milizie libiche, ora chiediamo anche all’Europa di partecipare. Così come, a un’Europa che ci piace descrivere come egoista lontana e matrigna, l’Italia chiede di farsi carico di accogliere volontariamente una parte dei migranti giunti tra domenica e lunedì a Lampedusa.

   Come sempre dimentichiamo che non siamo gli unici ad accogliere, che il fronte libico non è l’unica strada attraverso cui i migranti raggiungono l’Europa e ci accontentiamo di un racconto che non corrisponde alla realtà dei fatti. È giunto invece il momento di cambiare passo, possiamo e dobbiamo farlo.

   Filippo Grandi, alto ufficiale delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha detto una cosa profondamente vera: gli arrivi degli ultimi giorni sono numeri gestibili. Le oltre 2.000 persone, arrivate in autonomia nelle ultime ore a Lampedusa, sono un numero che non può gettare nel panico un Paese come l’Italia che ha gestito flussi ben maggiori, con o senza pandemia. E arrivate in autonomia significa giunte in Italia da sole, senza le Ong a fare da pull factor, come abbiamo sentito dire per anni, e come ipotizzato da tante indagini della magistratura siciliana che a oggi non hanno portato a nulla di concreto.

   Spesso mi chiedo come sia possibile cedere al più falso dei racconti: i migranti che tolgono lavoro agli italiani, gli italiani in difficoltà abbandonati a favore dei migranti, gli italiani che devono restare in casa mentre i migranti sarebbero liberi di spostarsi. È una follia collettiva da cui non riusciamo a uscire, una ragnatela che più ti muovi più ti imprigiona.

   E poi la consapevolezza che chi è chiamato a gestire il fenomeno migratorio spesso decide di strumentalizzarlo per generare odio e paura, perché con la paura si governa meglio, anzi, con la paura si comanda meglio.

   E l’odio è un sentimento facile da alimentare, la solidarietà al contrario si muove lentamente ed è vista con diffidenza. Chi odia è sempre percepito come autentico perché permane il retro pensiero secondo cui se odi sei schietto, coraggioso, diretto; mentre occuparsi dell’altro innesca il sospetto della manipolazione, della furbizia per ottenere consenso, benevolenza. Eppure è vero l’esatto contrario. Occorre più coraggio ad aiutare rischiando il fraintendimento, che a girare lo sguardo per non avere il quotidiano avvelenato e compromesso.

   Con oltre 2.000 persone arrivate autonomamente a Lampedusa, mi aspetterei che il ministro Di Maio chiedesse scusa (formula tanto cara al suo partito) alle Ong per averle definite «taxi del mare». Perché il fenomeno migratorio non lo puoi fermare bloccando le Ong, non lo puoi fermare con i post sponsorizzati da Salvini su Facebook o invocando, come fa Meloni da anni, improbabili blocchi navali (blocco navale tecnicamente significa che se l’imbarcazione non si ferma bisogna sparare)… Salvini e Meloni forse non si rendono conto di stare cavalcando una tigre inferocita che non si può più fermare, in questa ormai palese guerra fratricida a chi mostra la maggiore ferocia.

   Il vero pull factor , oggi come sempre, è l’arrivo dell’estate e il mare relativamente calmo ma, come avverte Sergio Scandura dai microfoni di Radio Radicale, calmo solo in apparenza, perché pieno di insidie. E così pescherecci e gommoni stipati di persone arrivano prevalentemente dalla Libia, altri, più piccoli, dalla Tunisia.

   A nulla è servito il muro delle vedette libiche che dal mare, per settimane, hanno riportato migranti nei campi di detenzione: appena possibile dalla Libia si tenta la traversata ancora e ancora, perché la Libia è un inferno su cui l’Italia e l’Europa non hanno alcun controllo. A Lampedusa sono arrivati natanti stracarichi di persone partite da Zuara attratti non da buonisti favorevoli all’invasione dell’Europa, ma da prospettive di vita accettabili.

   Sogno che, peraltro, condividono centinaia di migliaia di nostri connazionali che, ogni anno, senza fuggire da guerre o persecuzioni, decidono, con il cuore gonfio di sofferenza, di lasciare l’Italia. In Italia ogni anno una città di medie dimensioni svanisce per il calo delle nascite e per effetto dell’emigrazione, i migranti che arrivano non sostituiranno gli italiani – è davvero infantile pensarlo – ma occuperanno i posti vuoti in una dinamica del tutto naturale, una dinamica che esiste da quando esiste l’uomo. Il dramma sta nel non essere riusciti, dopo tanti anni, a muoverci dal primo gradino, quello in cui chi arriva viene trattato da invasore e quindi privato di diritti e ridotto in schiavitù.

   La ministra Lamorgese annuncia una cabina di regia, che in verità dovrebbe già esistere, insieme a un nuovo patto per la redistribuzione di migranti che però, vale la pena ricordarlo, riguarderebbe soprattutto le persone soccorse in acque internazionali. Ma gli Sos che arrivano quotidianamente ad Alarm Phone da imbarcazioni ferme in mare senza acqua, cibo e carburante vengono sistematicamente ignorati, quindi di fatto si sta lavorando per redistribuire naufraghi che stanno morendo in mare e che il mare ci restituisce cadaveri.

   Quattro corpi annegati, tra cui una donna e un bambino, sono stati ritrovati dalla Croce Rossa libica in corrispondenza di Gasr Garabulli, sulla costa a est di Tripoli. E così, sulla pelle dei disperati, si riaprono le danze macabre anche quest’anno.

   Ma se anche questa volta l’intenzione del governo è quella di appaltare a un dittatore come Erdogan e ai delinquenti libici la gestione dei flussi migratori verso l’Europa, ritengo doveroso che si passi per il Parlamento che deve assumersi la responsabilità politica di voler bloccare i flussi migratori rinchiudendo esseri umani in campi di concentramento. Se dobbiamo prepararci all’ennesima estate di morte e disperazione, all’ennesima propaganda che si alimenta di odio e paura, almeno il Parlamento, questa volta, se ne assuma la responsabilità. (Roberto Saviano)

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NOI I MIGRANTI LI PREFERIAMO MORTI CHE VIVI QUI IN ITALIA

di Maso Notarianni, dal quotidiano DOMANI del 6/5/2021

   Le morti nel Mediterraneo sono aumentate del 200 per cento tra il 2020 e i primi cinque mesi del 2021. Secondo Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, quest’anno «contiamo 503 vittime contro le 149 del 2020».

   Sono aumentati anche i respingimenti illegali effettuati per conto dell’Europa dalla cosiddetta Guardia costiera libica: in soli quattro mesi – i dati sono di aprile – sono state riportate in Libia quasi 7mila persone, di cui oltre 300 minori, contro i circa 12 mila dello scorso anno.

   Nella maggioranza dei casi, i naufragi censiti dalle Nazioni unite e dalle organizzazioni di volontariato sono stati il frutto della politica che l’Europa, con in primo piano l’Italia, ha adottato nei confronti delle frontiere oramai esternalizzate: la prassi è non intervenire, anche in caso di naufragio, e aspettare che la Guardia costiera libica riporti le persone indietro. O che affoghino.

   I 500 milioni messi a budget nella missione Frontex dunque servono a segnalare alle bande più o meno travestite da Guardia costiera le imbarcazioni cariche di donne, uomini e bambini in fuga dalla guerra, dalle torture e dagli stupri per fare in modo che non raggiungano l’Europa. Se poi ai messaggi radio o alle telefonate che partono dai centri di coordinamento di ricerca e soccorso europei non risponde nessuno, ci si guarda bene dall’attivare misure di salvataggio che pure sarebbero assolutamente obbligatorie. Meglio morti in mare che vivi in Italia e in Europa.

   Non esiste una “emergenza arrivi”: gli sbarchi, che per oltre l’85 per cento sono autonomi e non dipendono dai salvataggi delle Ong, sono crollati grazie agli accordi fatti dall’ex-ministro dell’Interno Marco Minniti, proprio con questo tipo di politiche che i suoi successori Matteo Salvini e Luciana Lamorgese hanno proseguito, anche se con metodi diversi. Salvini con urla, proclami e qualche mossa avventata, Lamorgese utilizzando più furbescamente gli strumenti dei “controlli tecnici” che le hanno permesso di ottenere il record di imbarcazioni sotto fermo o sequestro, ma passando inosservata ai più.

   Si continua quindi a perseguitare chi salva vite in mare nonostante i numeri dimostrino che non ci sia relazione tra gli sbarchi e la presenza o meno delle Ong in mare. Semmai il record toccato quest’anno dimostra come una relazione esista tra la assenza di imbarcazioni di salvataggio e il tragico aumento di perdite di vite umane.

   Gli investimenti su Frontex e sulle cosiddette guardie costiere libiche, non hanno lo scopo di risparmiare vite umane – come vorrebbero le Nazioni unite e in generale le persone perbene – ma di impedire l’arrivo in Europa a qualsiasi costo. Oltre a quello di ingrassare le industrie di armamenti e di telecomunicazioni, nella più potente delle quali, Leonardo Finmeccanica, è finito a lavorare proprio Marco Minniti.

   Gli sforzi per bloccare le navi di salvataggio della società civile non servono a limitare gli sbarchi, ma semplicemente a evitare che ci si renda conto di essere diventati dei mostri pur di impedire l’accesso di qualche centinaia di migliaia di persone nel nostro opulento continente. Una vergogna che pagheremo. (Maso Notarianni)

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DAL CIBO AL WELFARE

GUARDATEVI INTORNO, VEDRETE GLI SFRUTTATI. E GLI SFRUTTATORI SIAMO TUTTI NOI

di Valentina Furlanetto, dal quotidiano DOMANI del 10/5/2021

   Manuela è rumena, fa la badante e la prostituta. Ha lasciato una bimba piccola a Bucarest e i soldi non bastano. Elisabetta, moldava, si prende cura di Elvira, 97 anni, e non la lascia neppure quando si ammala di Covid. Anche Lila è moldava. È partita un mattino, era dicembre, i suoi due bambini dormivano nei loro letti, li ha baciati, ha chiuso la porta. Li ha rivisti dopo undici anni.

   Se vi voltate in questo momento li vedete, gli sfruttati. Stanno nelle nostre case, negli alberghi, negli ospedali, nei campi, nelle vigne, nei cantieri, a nord come a sud. Puliscono le camere, danno da mangiare agli anziani, realizzano gli scafi delle navi da crociera, spaccano la pietra di Luserna, lavorano nei macelli, portano la pizza a casa, raccolgono l’uva dei nostri vini di eccellenza. Uomini e donne senza diritti, che mandano avanti gran parte della nostra economia.

   Se vi voltate vedete pure gli sfruttatori. Antonio è un napoletano gentile, maestro in pensione. Per curare la madre ha venduto la casa di famiglia, perché la retta nella casa di cura costava troppo. L’unica soluzione alla fine è stata una badante in nero, da pagare poco per pretendere anche poco. Caterina ha 72 anni, è vedova, al supermercato valuta le offerte, l’ananas a un centesimo al pezzo, ad esempio, che significa 0,008 centesimi al chilogrammo. Si chiede come sia possibile, certo, ma pure lei – si dice – non arriva a fine mese.  Stefania è di Torino, separata, due figli. Per lei la badante era un costo insostenibile: o la pagava pochissimo o restava a casa lei dal lavoro.

   Pensavate che gli sfruttatori fossero solo caporali senza scrupoli e aziende spregiudicate? Credevate di essere innocenti, di non c’entrare nulla con le vite misere di molte persone? E invece. Siamo tutti parte del sistema. “Noi schiavisti”, il libro che ho scritto per Laterza, nasce dal desiderio di raccontare una realtà sfaccettata, in cui i ruoli di vittima e carnefice, di sfruttati e sfruttatori, non sono assegnati d’ufficio. Nasce dall’intenzione di raccontare un sistema, accettato da tutti, di cui siamo parte.

   Non siamo innocenti se migliaia di persone in Italia prendono una manciata di euro l’ora in nero, lavorano dall’alba al tramonto, una volta su due vengono reclutati da finte cooperative o società di intermediazione, che applicano loro contratti minori, aggirando quelli di categoria, se non hanno ferie, malattia, pochi diritti, molti doveri.

   Certo ci sono alcune aziende che se ne approfittano e c’è il caporalato. Ma non solo. Il sistema sta in piedi perché ci sono ispettori del lavoro e sindacalisti appassionati, ma ci sono anche ispettori assenti e sindacalisti compiacenti. A fianco a professionisti seri ci sono commercialisti e avvocati che offrono alle aziende gli strumenti per aggirare i contratti.

   Ci sono soprattutto false cooperative, che di cooperativo non hanno proprio nulla, che servono solo ad aggirare lo Statuto dei Lavoratori, ad applicare contratti in subappalto, con meno diritti e meno tutele.

   È un sistema diffuso, radicato, generalmente accettato. Tanto che un domani dire che non lo sapevamo non è possibile. La para-schiavitù degli immigrati è sotto gli occhi di tutti: è nelle baraccopoli del sud, ma anche nelle cooperative del nord, entra nelle nostre case, nei nostri uffici, negli ospedali, nelle case di cura, nei cantieri.

   Al meccanismo partecipano anche molti lavoratori stranieri, che dopo essere stati sfruttati per anni hanno capito come funziona il gioco e iniziano a sfruttare loro stessi gli altri lavoratori, fondano una cooperativa o una srl, diventano caporali o padroncini e replicano il modello che noi abbiamo insegnato loro. Succede nelle campagne di Mondragone e Latina, ma anche a Porto Marghera e a Monfalcone, dove c’è bisogno di operai a basso costo per i cantieri navali di una azienda di stato, la Fincantieri.

   Del sistema fanno parte anche lavoratori stranieri che accettano di rovinarsi la salute, assumendo antidolorifici e droghe, per sostenere ritmi di lavoro non umani, che accettano paghe bassissime perché non conoscono i loro diritti oppure hanno paura di perdere il posto e il permesso di soggiorno. Come Kalu Singh, che si nasconde nel container quando arriva l’ispettore del lavoro e mastica oppio per sopportare la fatica.

Gli italiani travolti

È un meccanismo che stritola anche i lavoratori italiani, che non sono disponibili ad accettare di lavorare a questi ritmi e con questi contratti, non perché sono “choosy”, troppo esigenti e capricciosi, come disse una volta una politica italiana, ma perché quei ritmi e quei contratti sono disumani. Se credete che questo sia un tema solo italiano vi sbagliate.

   Purtroppo è una situazione diffusa in Europa. La stessa legislazione Ue non sembra voler ostacolare la possibilità che le aziende si avvalgano di manovalanza a basso costo. La Politica agricola comune (Pac) dell’Unione europea – la maggiore fonte di sovvenzioni al mondo – che ha lo scopo di sostenere gli agricoltori europei e immette nel settore circa 60 miliardi di euro l’anno non ha vincolato fino ad oggi le aziende agricole a un patto etico. I cantieri navali di tutto il mondo vedono replicato il sistema di subappalto e di carenza di diritti che esiste in Italia.

   Ci sono paesi modello che in certi settori sono anche modello di sfruttamento come Germania, che ha la leadership nella lavorazione delle carni industriali in Europa e ha anche la leadership dello sfruttamento dei lavoratori del settore. Poi ci sono fenomeni transnazionali, come quello del food delivery e della logistica, che sono uguali in Italia come altrove.

Al contrario ci sono settori in cui il nostro paese è una eccezione negativa. Nei lavori di cura, per esempio. Le badanti, assolutamente fondamentali per la cura degli anziani, esistono solo da noi. E l’impossibilità di fare un concorso pubblico per un infermiere o medico senza cittadinanza (ma con laurea, abilitazione, iscrizione all’albo) non ha eguali negli altri paesi europei.

   In questo meccanismo chi non ha diritti, chi non ha cittadinanza, è lo sfruttato ideale, perché è un cittadino di serie B che non può rivendicare nulla.

   La parte politica che sosteneva i “porti chiusi” non è interessata a governare il fenomeno. L’altra parte politica, quella dell’accoglienza “senza se e senza ma”, ha un atteggiamento certamente più umano e più realistico, tuttavia se non gestisce il fenomeno con nuovi diritti (lo ius soli per le nuove generazioni, ad esempio, giace in parlamento nell’indifferenza generale da anni) e sradicando gli abusi e le distorsioni (il fenomeno del subappalto, delle cooperative fittizie, le aste al doppio ribasso, la filiera lnga) abdica ai suoi valori.

   La politica è distratta e preferisce discutere per giorni su un’ora in più o in meno di coprifuoco, piuttosto che di un bracciante al quale hanno sparato al volto da un Suv e che per questo ha perso un occhio. È accaduto a Foggia il 26 aprile, ma se ne sono accorti in pochi. Sorge il sospetto che questo sistema faccia comodo, che vada bene a tutti, anche se nessuno è davvero libero se intorno a lui ci sono degli schiavi. (Valentina Furlanetto)

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TRAFFICANTI DI PROFUGHI

di Letizia Toritello, da “la Stampa” del 12/5/2021

– La rotta balcanica è in piena attività. Nel 2020 sono aumentati i passaggi. Un viaggio costa fino a 20 mila euro – Le organizzazioni utilizzano Gps, passaporti falsi e mazzette ai poliziotti –

   Il primo contatto con chi vende il pacchetto avviene in patria: in Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, Marocco, oppure nei porti e nelle stazioni dei treni di Grecia e Turchia. Pagamento anticipato al cento per cento. I più fortunati ottengono il cinquanta: «Poi saldi all’arrivo, o la tua famiglia lo dovrà fare per te se finisci i soldi», dicono gli “organizzatori” del viaggio.

   Al migrante in partenza chiedono subito: «Sei solo? Quanto sei disposto a corrompere? Quanto sei disposto a rischiare?». Così capiscono quanto vale in denaro. Attraversare le frontiere internazionali, penetrando i Balcani tutt’altro che chiusi (nel 2020 sono aumentati i migranti su questa rotta) in direzione Europa, «salvezza», futuro, lavoro, nascosti su un camion o a piedi per giorni in montagna, può costare fino a 20 mila euro a persona, a seconda del punto di partenza e della destinazione.

   È quanto racconta il report «Spot Prices» di Global Initiative, che da settembre scorso ad aprile ha condotto interviste e viaggi per raccogliere testimonianze dei profughi, battendo la regione palmo a palmo, attraverso le tendopoli che li ospitano, per capire i nuovi flussi, i prezzi, i meccanismi di una rete che muove uomini e destini per un valore di 50,4 milioni di euro l’anno. I piccoli tratti si percorrono in taxi. Più sei giovane, meno sei disposto a perdere fino a farti arrestare, picchiare, respingere, meno spendi. I bambini spesso viaggiano gratis, quelli su cui si lucra sono i genitori. Funziona come in un’agenzia turistica, solo che il tour non è di piacere, e si rischia la vita.

   Per chi dal Medio Oriente o dall’Africa vuole arrivare nella Ue ogni rotta ha un tariffario base e vari optional: il trasporto organizzato con accompagnatori, coordinate GPS che arrivano sul cellulare, passaporti falsi o di qualcuno che assomiglia al viaggiatore, alloggi e nascondigli vari, mazzette per la polizia di confine.

   Per far spostare i gruppi, di solito una quindicina di persone al massimo, i contrabbandieri contano su contatti fidati nei vari Paesi e nei campi profughi.

   Ci sono tre tipi di trafficanti: i FIXER, i ranghi più bassi dell’organizzazione criminale, che agiscono come vedette o esploratori, per testare sulla loro pelle se un tragitto è sicuro o l’ufficiale che lo controlla è compiacente e si fa comprare. Aspettano nelle stazioni per incontrare chi passa, informano i colleghi sulla dimensione del gruppo e la composizione.

   Poi ci sono i «GATEKEEPER», i guardiani dei confini, che traghettano al Paese successivo, ma se hanno deciso di guadagnarci, il viaggiatore finisce nel gruppo dei kamikaze che distraggono i poliziotti e si fanno catturare, per far passare gli altri. Accade a Bihac, tra Bosnia e Croazia. Questo punto lo chiamano «THE GAME», il gioco della morte, e l’unica speranza è restare vivi.

   La terza categoria di trafficanti sono gli ORGANIZZATORI DI «PACCHETTI». «È impossibile spostare immigrati da uno Stato all’altro o assicurare loro il trasporto in autostrada senza l’appoggio della polizia locale», spiegano Walter Kemp, Kristina Amerhauser e Ruggero Scaturro, gli autori del report.

   Destinazione Italia, ma ancor di più Austria, Germania, Francia, Nord Europa. Gli ingressi sono Macedonia del Nord, Albania e Grecia, le uscite Bosnia, Croazia, Serbia, Bulgaria e Ungheria. Quest’ultimo è uno dei confini più pericolosi della rotta balcanica oggi.

   Nel 2015, dopo l’afflusso di oltre 1,5 milioni di migranti nella Ue e dopo che Orban ha eretto barriere con la Serbia e la Croazia, la Macedonia del Nord si è blindata con 30 chilometri di muro e la via regionale è stata chiusa con un accordo tra Ue e Turchia, il mercato del contrabbando di migranti si è in fretta ricostruito nuovi itinerari, e i prezzi sono aumentati.

   Venire dall’Iran o dall’Afghanistan in qualsiasi Paese dell’Unione può costare 3.500 euro a persona, ma anche molto di più. «I migranti intervistati in Bosnia – dicono i ricercatori – che cercavano di arrivare in Croazia hanno pagato 6.000 euro dal Pakistan».

   E poi c’è il mare: a ottobre 2020, un gruppo di 52 curdi è stato salvato al largo del Montenegro. Faccendieri turchi avevano organizzato il viaggio, si sono fatti dare tra 5.000 e 8.000 euro a persona per il trasferimento in Italia su uno yacht. Nelle tasche dei criminali sono entrati 300.000 euro, ma l’Italia non l’ha mai vista nessuno. Come migliaia di altri profughi respinti, per loro il viaggio della disperazione deve ricominciare da capo. Nuove tariffe, nuovi soldi da trovare, senza garanzie di arrivare vivi in Europa. (Letizia Toritello)

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SUI MIGRANTI L’EUROPA NON C’È

da ISPI 12/5/2021 (Ispi – Istituto per gli studi di politica internazionale – https://www.ispionline.it/ )

– Riprendono gli sbarchi e l’Italia chiede una redistribuzione volontaria dei migranti. Ma dai paesi europei non arriva alcun sostegno, mentre Bruxelles può solo puntare a ridurre le partenze –

   Ci risiamo. Sulla questione migratoria l’Italia chiama l’Europa e l’Europa non risponde. Come ogni anno, in primavera, la stagione degli sbarchi riprende vigore. E all’aumento delle traversate corrisponde un aumento dei naufragi: se dal 1° gennaio ad oggi sono 12.894 le persone approdate (il triplo rispetto allo stesso periodo del 2020 secondo il Viminale), i morti sarebbero più di cinquecento. Un bilancio che si aggiorna continuamente e che ha già mandato in tilt le strutture di accoglienza di Lampedusa, dove in poco più di due giorni sono arrivati oltre 2mila migranti.

   Pur se in aumento rispetto allo scorso anno però – anche a causa degli allentamenti nelle restrizioni dettate dalla crisi sanitaria – i nuovi sbarchi erano ampiamente prevedibili e non giustificano dunque la ‘sorpresa’ europea. In attesa dell’inizio delle discussioni sul nuovo Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, promosso dalla Commissione Europea e il cui iter si preannuncia già molto complicato, la ministra degli Interni Luciana Lamorgese ha chiesto di attivare in emergenza “un meccanismo temporaneo” tra gli stati disponibili per il ricollocamento. 

   Una sorta di ‘Malta bis’ che coinvolga chi ci sta, come avvenuto nel settembre del 2019 a La Valletta, per un accordo di redistribuzione – temporaneo e su base volontaria – dei migranti soccorsi in mare, in modo da evitare che il peso dei flussi, in aumento man mano che si avvicina l’estate, ricada solo sull’Italia.

   Rivendicato come un successo, che avrebbe dovuto rendere permanente i meccanismi di relocation tra paesi volenterosi, però, l’accordo è stato travolto dalla pandemia e stavolta l’appello lanciato dal nostro paese sembra passare inosservato. Da Bruxelles fanno sapere che “i contatti proseguono con vari stati membri”, ma che per il momento “nessuno ha preso alcun impegno preciso”.

Vietare le partenze?

Un primo ‘no’ secco alla richiesta dell’Italia è arrivato dall’Austria, che si è detta contraria ad un approccio che non risolverebbe il problema, che verrebbe solamente rimandato nel tempo: “Meglio aiutare direttamente i paesi africani a fermare le migrazioni”, ha dichiarato Karoline Edstadler, sottolineando ancora una volta l’opposizione di Vienna all’idea di una redistribuzione. 

   E se altri, come i paesi del cosiddetto Blocco di Viségrad, da sempre contrari all’accoglienza, non hanno proprio risposto, stavolta a differenza del 2019 la stagione delle partenze dalle coste nordafricane è solo all’inizio, i paesi che a Malta si erano mostrati più solidali – Germania e Francia – sono alle prese con le rispettive scadenze elettorali. Angela Merkel lascerà il posto di Cancelliere entro la fine dell’anno, mentre Emmanuel Macron, tallonato dalla destra nazionalista di Marine Le Pen, non intende giocarsi la rielezione alle presidenziali del 2022 su una questione scottante come quella dei migranti.

   In Europa insomma la linea prevalente, che è stata espressa anche dal commissario europeo per gli Affari Interni Ylva Johansson, è quella che prevede il raggiungimento di accordi coi principali paesi di origine e transito per bloccare le partenze: “È sempre un obbligo salvare vite in mare e non è negoziabile”, ma “se si vogliono salvare vite in mare il modo migliore è prevenire le partenze”. Una strategia che espone a possibili ricatti, ma a cui l’Europa rimane aggrappata nell’incapacità di partorire una politica condivisa.

In pressing sulla sponda Sud?

In assenza di un accordo a 27 – quelli di Malta nel 2019 comprendevano oltre a Italia e Malta solo Germania e Francia (anche se ai ricollocamenti hanno alla fine partecipato 11 paesi Ue) – l’unica alternativa sembra dunque quella di ‘esternalizzare’ la gestione delle frontiere europee.

   Pur volendo essere pragmatici però, il nord Africa offre tutt’altro ‘panorama’ rispetto al quadrante orientale, dove l’Europa ha appaltato la gestione dei flussi alla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan in cambio di pagamenti miliardari. In Libia il governo appena insediato è fragile e comunque ha altre priorità interne, lasciando carta bianca alle milizie che – numeri alla mano – hanno ripreso in mano i vecchi traffici.

   Ma sulle indiscrezioni di un governo italiano in pressing su Bruxelles con l’idea di pagare la Libia per bloccare le partenze dei migranti è presto arrivata la smentita di Roma. “Al momento non c’è nessuna iniziativa riguardo al creare un accordo simile a quello che c’è con la Turchia”, hanno riferito fonti di Palazzo Chigi.

   Nel mentre, il Viminale insiste con tutti gli interlocutori della sponda Sud: la ministra Lamorgese è stata a Tripoli lo scorso 19 aprile e il 20 maggio e tornerà a Tunisi con la commissaria europea Johansson. “Per governare i flussi migratori –  spiega oggi ad Avvenire – serve una logica di partenariato che sappia comprendere, nello stesso pacchetto, progetti di sviluppo, azioni contro il traffico d’esseri umani e garanzie per il rispetto dei diritti umani dei migranti”.

Accontentarsi di un Malta bis?

In attesa che l’Europa batta un colpo, basterebbe osservare i numeri per capire che, sebbene siano bastati in poche ore a portare al collasso le strutture di Lampedusa, gli sbarchi odierni non sono paragonabili a quelli registrati in anni passati (nel 2016 si erano registrati circa 180mila sbarchi), il che spiega in parte l’indifferenza con cui è stata accolta la richiesta italiana.

   Anche per questo il governo italiano non sembra farsi illusioni. E comunque, le relocation volontarie, anche in passato, non hanno di certo risolto il problema. “Tra ottobre 2019 e marzo 2021, con gli accordi di Malta abbiamo ricollocato circa 990 persone su 44.300 sbarcati, il 2,2% del totale – osserva Matteo Villa, dell’Osservatorio migrazioni dell’ISPI – Non è colpa nostra, sia chiaro, ma forse chiedere solidarietà che poi non si palesa è come puntare tutto su un piano A senza avere un piano B”.

   Sarebbe meglio, forse, non accontentarsi di un Malta bis considerato che l’originale non ha portato, poi, così lontano. Ma l’attuale situazione non permette di porsi obiettivi più ambiziosi. Non potendo obbligare gli stati membri a farsi carico di quote di migranti, anche la Commissione non può far altro che caldeggiare il ‘principio di solidarietà’, sempre su base volontaria.

   E se a Lampedusa i migranti restano bloccati in mezzo al mediterraneo, sulla regola dell’unanimità e i veti incrociati ancora una volta è l’Europa che resta all’àncora.

IL COMMENTO di Matteo Villa, ISPI Research Fellow, Programma Migrazioni

“Con gli accordi di Malta tra ottobre 2019 e marzo 2021 abbiamo ricollocato circa 990 migranti sui 44.300 sbarcati, il 2,2% del totale. Invocare “solidarietà europea” con impegni volontari, che però si concludono con il 98% delle persone sbarcate che rimane in Italia, rischia di essere un’arma a doppio taglio.

Vero è che molti di quelli che sbarcano in Italia non vogliono rimanere qui. Prova ne sia che circa metà dei 700.000 sbarcati dal 2012 non è già più in Italia, malgrado il Regolamento Dublino e le frontiere chiuse.

Continuano a sfuggirci due verità. La prima è che i ricollocamenti che funzionano meglio sono quelli “automatici” delle persone che vanno altrove in Europa, e così continuerà a essere nel più prossimo futuro. La seconda è che l’Italia è un lembo di terra che si allunga nel Mediterraneo. Senza dare ai migranti alternative per raggiungere il nostro paese in maniera regolare, è naturale che le persone continueranno a farlo sfidando il mare che li separa da noi.”

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LIBIA, EMERGENZA MIGRANTI NEI BARCONI O IN GALERA. MSF: «LA SITUAZIONE PRECIPITA»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 22/4/2021

   La scelta per i migranti di passaggio in Libia è tra i barconi, con il rischio di morire in mare, e le galere sovraffollate. Medici Senza Frontiere: «Come può l’Italia fare finta di niente?»

   Le guardie hanno sparato nel mucchio, forse per placare il tumulto, in una cella dove sei umani si contendevano lo spazio vitale di uno, la notte tra l’8 e il 9 aprile. Così sono due profughi ragazzini di 17 e 18 anni, un morto e un ferito, le ultime vittime conosciute del «Centro di raccolta e rimpatrio» Al-Mabani, una delle cinque galere per migranti aperte attorno a Tripoli. Vittime ufficiali, s’intende: cioè quelle (poche) di cui Medici Senza Frontiere, una delle benemerite organizzazioni che riescono a mettere piede nella bolgia libica, può dare conto, raccontando che «la gente bloccata qui dentro per un periodo indefinito corre gravi rischi», come ha spiegato Ellen van der Velden, manager operativa della Ong. Pare si muoia facilmente, dopo essere stati «salvati».

   Ad Al-Mabani a febbraio i migranti prigionieri erano trecento. Sono diventati in fretta mille e settecento perché la guardia costiera libica, da noi sovvenzionata, ne ha riacciuffati parecchi tra fine inverno e inizio primavera. Sopravvivono senz’aria né luce, con poco cibo e poca acqua, hanno spiegato i volontari di Msf.

   È così in tutti i campi sotto il controllo del Dcim (il Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale) dove fughe e rivolte vengono stroncate nel sangue e dove all’inizio di marzo è stato impedito persino all’Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati) di continuare a distribuire coperte, materassi e abiti.

   In Libia sono aperti in questo momento 15 campi governativi, con 4.152 migranti prigionieri, il 27% dei quali minorenni e il 12% donne (1.046 sono i più vulnerabili). «Le loro sconvolgenti condizioni di vita vanno peggiorando», testimoniano volontari che preferiscono restare anonimi.

   Solo a febbraio, il personale di Medici senza frontiere ha curato 36 prigionieri con fratture, abrasioni, ferite agli occhi e agli arti, gambe spezzate: tutti traumi recenti «a indicare che sono stati loro inferti nei campi di detenzione».

   E i campi di detenzione di cui parliamo sono solo la punta dell’iceberg, neppure la più ignobile. Nel suo rapporto sui diritti umani, Amnesty International scrive che nel 2020 la guardia costiera libica ha «intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione».

   Ma neppure questi conti vergognosi tornano. Il capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all’appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell’Unhcr o dell’Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi. «Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero», dice Soda. 

   Di recente la Brigata 444 ha fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale. Ma la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. E talvolta il percorso è inverso. Scrive Amnesty: «A migliaia sono sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la ‘Fabbrica del Tabacco’ di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il governo nazionale). Di loro non s’è saputo più nulla».

   Già dai rapporti Onu del 2018 era noto come profughi e migranti fossero catturati, seviziati e ricattati da gang spesso «parastatali», nelle quali confluivano banditi e funzionari governativi. Già da allora la famosa guardia costiera libica veniva definita alla stregua di una confraternita di pirati.

   A settembre dell’anno scorso l’Unhcr ha rilasciato una nota formale in cui si rigetta la nozione della Libia come posto sicuro di sbarco e «si invitano gli Stati a trattenersi dal rimandare in Libia qualsiasi persona salvata in mare». Nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti in Africa, subito dopo il deserto tra Niger e Libia c’è la costa libica, con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli. 

   E, appena venerdì scorso, l’Alto commissario Filippo Grandi è tornato a sollecitare «la fine delle detenzioni abusive», auspicando che «la nuova amministrazione libica dia segnali più forti di voler bloccare lo sfruttamento di migranti e rifugiati» (non va certo in questo senso la recente scarcerazione e promozione a maggiore della guardia costiera del trafficante Bija).

   Tuttavia, questa storia ha un’altra faccia, che non è possibile ignorare. Un terreno minato per tutti i governanti italiani, sul quale si è mosso con fatica persino Mario Draghi nella sua visita a Tripoli, ringraziando la Libia «per quello che fa nei salvataggi». Frase impegnativa che, pur mitigata dal caveat sul «problema umanitario», ha provocato malumori e si presta in realtà a una domanda, non provocatoria, su chi siano davvero i salvati. Non i migranti, è di tutta evidenza, ormai.

   Dunque? Ancora una volta parlano i numeri. La crisi migratoria del 2014-17, con una media che si proiettava verso i 200 mila sbarchi l’anno, ha minato la nostra convivenza, trasformato i migranti in nemici e aperto autostrade (anche elettorali) all’estremismo xenofobo. Il contestatissimo memorandum libico firmato nel 2017 dal ministro pd Marco Minniti ha quasi chiuso i flussi. Ma è un gioco di pretese sempre al rialzo. Oggi la ministra Lamorgese è chiamata a ridiscuterne coi libici: noi chiediamo più umanità, loro più quattrini.

   Anche gli sbarchi, forse non casualmente, stanno crescendo: vanno triplicandosi, pur partendo dai numeri bassissimi garantiti dagli accordi coi guardacoste di Tripoli. Che da noi il fuoco covi sotto la cenere è dimostrato, ove servisse, dal Barometro dell’Odio 2021 di Amnesty: immigrati e minoranze religiose sono tra i bersagli preferiti degli odiatori online.

   «Non è questione che l’Italia può affrontare da sola», riflette Soda: «La mancanza di coerenza dell’Europa è grave». Abbandonati e soli alla frontiera delle migrazioni, dunque, i salvati siamo noi. Per adesso. Pagare buttafuori per garantirci la quiete non pare una strategia sostenibile a lungo. (Goffredo Buccini)

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Il patto sulla migrazione e l’asilo

ALL’EUROPA SERVE CORAGGIO PER SCEGLIERE SUL TEMA DEI MIGRANTI

di FILIPPO GRANDI, alto commissario Onu per i rifugiati

dal quotidiano “DOMANI” del 16/5/2021

   Gli eventi delle ultime settimane – oltre 500 morti nel Mediterraneo, gli sbarchi che aumentano e molteplici, disperate richieste di soccorso in mare – ripropongono l’urgenza di avere finalmente, e al più presto, un sistema europeo di migrazione e asilo funzionante e condiviso. L’Italia e gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo stanno per affrontare mesi complessi. I governi, già impegnati nella risposta alla pandemia e alle sue conseguenze economiche e sociali, devono riuscire a gestire la complessa macchina dell’accoglienza contrastando i tentativi di strumentalizzazione politica. È urgente che l’Unione europea finalizzi con un accordo i negoziati in corso sul Patto sulla migrazione e l’asilo proposto dalla Commissione europea.

I pilastri

Quasi un anno fa, sulle pagine di questo giornale, sottolineavo come il Patto dovesse reggersi su tre pilastri fondamentali: un sistema coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, procedure rapide alle frontiere e un meccanismo di solidarietà automatico per la redistribuzione di chi arriva in tutti i paesi dell’Unione. Si tratta di un mosaico sicuramente intricato, a cui devono aggiungersi alcune tessere importanti: il coordinamento e la cooperazione tra gli stati dell’Ue sui rimpatri di chi non ha bisogno di protezione (che devono essere più efficienti, ma anche rispettosi della dignità e dei diritti umani di chi viene riportato nel suo paese); e un piano di lungo periodo per stabilire canali legali e sicuri, che permettano a un maggior numero di rifugiati, soprattutto i più vulnerabili, di arrivare in Europa senza dovere mettere a rischio la propria vita. E naturalmente, è fondamentale che la migrazione economica – che si svolge in parallelo ai movimenti di rifugiati – venga regolamentata in modo più razionale ed efficace, in modo da ridurre la pressione sui sistemi d’asilo dei paesi europei, sovraccarichi e spesso abusati perché rimangono il canale quasi esclusivo per l’ingresso in Europa.

Basta respingimenti

Occorre poi che cessino i respingimenti brutali e violenti da parte di stati dell’Ue, che stanno avvenendo, in flagrante violazione del diritto internazionale, lungo tutta la frontiera esterna dell’Unione europea. Per prevenirli è necessario che gli stati stessi attivino al più presto meccanismi che consentano di monitorare e indagare episodi di questo genere. Vista la complessità della questione è probabile che un accordo sul Patto europeo richieda ulteriori sforzi. Il tempo però stringe, e con l’approssimarsi dell’estate sarà necessario attuare almeno alcune misure temporanee, nella speranza che queste misure possano rappresentare un primo passo verso l’avvio di quella cooperazione che il Patto dovrebbe, infine, sancire.

A ognuno la sua parte

Ciascuno deve fare la sua parte. Da un lato, i paesi del Nord Europa devono mostrare maggiore solidarietà nei confronti di quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Dall’altro, è possibile migliorare le procedure di identificazione al momento degli arrivi, mettendo in atto misure giuste e rapide di identificazione e verifica, che possano facilitare sia i ricollocamenti che l’eventuale accoglienza e integrazione nei paesi d’asilo. E poi, non si può più tardare a ristabilire operazioni di ricerca e soccorso in mare che siano coordinate dagli stati, obbedendo senza ulteriori esitazioni, ipocrisie e manipolazioni all’imperativo legale e morale di salvare tutte le vite umane che sono in pericolo. A questo proposito, voglio ribadire ancora una volta che non esiste alcuna evidenza statistica o empirica – ripeto, nessuna evidenza – che un sistema efficiente di soccorso, a cui contribuiscono le ong, alimenti le partenze.

Vite in fuga

I rifugiati che giungono in Italia hanno iniziato il loro viaggio di sofferenza molto prima di approdare a Lampedusa. Sono in fuga a causa di molti fattori interconnessi, compreso (sempre di più) l’impatto dell’emergenza climatica. Non è un caso che molte fra le persone arrivate in Italia nelle ultime settimane provengano da paesi che devono affrontare conflitti complessi, legati anche ai cambiamenti climatici, nel Sahel o nel Corno d’Africa. Molti sono giovani, talvolta bambini. Affrontare i molteplici “fattori di fuga” è dunque ovviamente una priorità fondamentale. Proprio per questo il Patto proposto dalla Commissione europea ha una dimensione esterna che è altrettanto importante dei meccanismi di accoglienza. È essenziale che l’Ue possa affermare più chiaramente il suo ruolo – spesso troppo timido ed esitante, e quasi sempre frammentato – nella risoluzione dei conflitti, soprattutto in Africa e in medio oriente, e fare in modo che nei settori in cui il suo contributo è molto significativo – assistenza umanitaria e cooperazione allo sviluppo – gli interventi della Commissione europea e quelli degli stati membri siano meglio coordinati e più strategici, in modo da aiutare più efficacemente i paesi extra europei che ospitano la grande maggioranza dei rifugiati, o sono paesi di transito per quelli in movimento.

La Libia

È in quest’ottica che guardo anche al ruolo che l’Europa può avere in Libia. In una fase in cui si è aperto uno spiraglio di stabilità, anche la gestione dei flussi migratori può finalmente essere migliorata, stabilendo finalmente un quadro di legalità e rispetto dei diritti umani. Il dibattito su Libia e migrazioni non può continuare a essere circoscritto al sostegno fornito alla Guardia costiera di quel paese. Occorre sostenere tutte le istituzioni libiche affinché cessino gli abusi, le violenze, la tratta di esseri umani, e si proceda alla chiusura dei centri di detenzione. È necessario rendere il paese sicuro per i suoi abitanti e per chi cerca migliori prospettive di vita. Nella mia recente visita a Bruxelles ho anche applaudito alla decisione della Commissione europea di aumentare le iniziative perché vengano previsti più reinsediamenti e altri percorsi legali e sicuri per i rifugiati, come per esempio i corridoi umanitari e universitari, anch’essi un elemento importante inserito nella proposta di Patto europeo. Il 9 luglio la Commissione organizzerà un incontro internazionale su questi temi, al quale parteciperò, per chiedere agli stati di prendere impegni precisi e generosi. Il Patto europeo su migrazione e asilo è dunque un’opportunità che va colta con coraggio in tutte le sue dimensioni – dalla risoluzione dei conflitti che sono all’origine dei movimenti di rifugiati, fino all’integrazione di coloro che vengono accolti in Europa, attraverso tutte le tappe intermedie di questi dolorosi percorsi. E nessuno di questi elementi deve escludere gli altri. Ogni tentazione di “esportare” i procedimenti d’asilo fuori dall’Unione europea va respinta categoricamente. È tempo che l’Europa, dove 70 anni fa la Convenzione sui rifugiati ha visto la luce, torni a essere per il mondo intero un modello di gestione giusta, efficace e lungimirante dei flussi migratori. (FILIPPO GRANDI)

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