ISRAELE-PALESTINA, LA TREGUA: PER QUANTO? – Si riuscirà mai a superare lo scontro tra israeliani e palestinesi? Vale ancora l’idea dei “due stati”? E i diritti degli arabi che vivono in Israele? Come superare gli estremismi, di Hamas e degli integralisti ebrei? – IL FATTO NUOVO delle esperienze di convivenza pacifica tra arabi ed ebrei

Dalle ore 2 del mattino di venerdì 21 maggio, TREGUA ISRAELE-HAMAS. Fragile tregua: FESTA A GAZA, scontri sulla Spianata delle Moschee. Le pressioni internazionali hanno spinto ad accettare la mediazione egiziana. Netanyahu rivendica un “successo eccezionale” e avverte Hamas: “Chi non è morto sa che lo possiamo raggiungere, sopra o sotto terra”. Unicef: “Uccisi 65 bambini palestinesi e due in Israele” (foto: tregua Israele-Hamas FESTA A GAZA, da www.vaticannews.va.it/)

   Israele-Palestina: la tregua finalmente, in un massacro insensato che, di tanto in tanto, si ripete più o meno allo stesso modo. Resta l’irrisolto problema di una terra propria per i palestinesi. Sia la Striscia di Gaza (appunto, una striscia super affollata), che la Cisgiordania (con presenza pure di coloni israeliani) paiono difficili da concretizzare la creazione di un autonomo stato palestinese.

Mappa Israele Palestina

   E, rispetto ai conflitti precedenti, la situazione pare peggiorata dal fatto che i due schieramenti sono entrambi in mano a fazioni dell’estremismo pseudo-religioso: da una parte Hamas, che si esprime con la guerra e vuole l’estinzione di Israele; dall’altra Netanyahu, in crisi nella sua leadership in Israele, che trova nella guerra motivo di rivitalizzazione.

GAZA sotto le bombe per 11 giorni (foto da “Il Fatto Quotidiano”)

   Tra i due schieramenti mancano dei leader (popolari) in grado di dare una svolta significativa verso un processo di pace. Con la Comunità internazionale (gli Usa, l’Europa…) che non sa cosa fare, cioè senza la capacità di esprimere una linea, una proposta. E questa volta, negli undici giorni di guerra e bombardamento reciproco, quel che appare di nuovo è il rischio di balcanizzazione del conflitto dentro Israele: cioè si fa sentire molto la protesta degli arabi israeliani, occupati nelle loro terre, sfrattati dalle loro case a Gerusalemme est dagli integralisti ebrei appoggiati dal governo (cerchiamo, negli articoli che seguono in questo post, di tracciare i motivi che hanno fatto esplodere i giorni di violenza reciproca in questo mese di maggio).

Lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele: tiro concentrato sull’area urbana di TEL AVIV, i suoi sobborghi e l’aeroporto internazionale Ben Gurion (da www.corriere,it/ )

   Sembra inoltre che l’unica proposta che si prospettava, in questi anni, cioè la creazione di due stati distinti (uno Stato palestinese), sia di fatto impraticabile. Perché l’insofferenza e l’incapacità di condurre una vita con standard accettabili non è solo nella super affollata Gaza dove troviamo solo palestinesi, ma è appunto anche dentro Israele, dove gli arabi israeliani, i palestinesi, sono mal tollerati (come nel caso attuale: il tentativo di esproprio di case a Gerusalemme est da loro abitate).

Raid israeliani su Gaza: distrutta la torre dei media (foto da “la Repubblica.it”)

   Ebrei integralisti che si espandono territorialmente sempre più in Israele (anche nei posti di potere), e predominio degli estremisti di Hamas a Gaza.

   EPPURE: eppure qualcosa sembra muoversi a detta di alcuni osservatori. Strati di popolazione di entrambe le parti (israeliani e palestinesi) sono stanchi di guerra, ed esprimono forme di convivenza e progetti di pacificazione. Ciascuno criticando la propria parte: chiedendo che si smetta con atteggiamenti provocatori, che si ricerchi la serenità del vivere insieme.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

   Riusciranno ad avere una linea politica autorevole, ed allargare la propria proposta questi GRUPPI MISTI (di palestinesi ed israeliani) che vogliono smettere con la guerra tra i due popoli? E risolvere l’annosa questione palestinese dando uno stato “vero” (vivibile) e/o comunque riconoscendo diritti veri degli arabi in Israele?

LA FILOSOFIA DI UNA CONVIVENZA PACIFICA – IL VILLAGGIO BILINGUE DI NEVE SHALOM-WAHAT AL SALAM, si trova in ISRAELE a una decina di chilometri dalle città israeliane di LOD e RAMLE, poco lontano dall’abbazia di Latrun. Secondo l’intuizione di padre Hussar – profeta della riconciliazione tra arabi ed ebrei, scomparso nel 1996 – VI ABITANO UN NUMERO UGUALE DI FAMIGLIE DI ENTRAMBI I POPOLI che ne condividono ogni scelta. (foto da https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/ )

   La presenza, la nascita, di gruppi di ebrei e arabi “insieme”, se si esprimerà sempre più concretamente, superando così i reciproci estremismi e diffidenze, diventa un fatto importante, decisivo per un avvio di vera pace: perché è solo in questo modo che ogni soluzione che si potrà prospettare di pacificazione (due stati, uno stato multietnico garantista…), avrà alla base un germoglio di sincera crescita di una società nuova, che potrebbe far finire un conflitto che dura da più di 70 anni. (s.m.)

Scontri a Gerusalemme: MEDICI ARABI E EBREI INSIEME CONTRO LA VIOLENZA, “ci rifiutiamo di essere nemici” (da https://www.difesapopolo.it/ )

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ISRAELE E HAMAS RIVENDICANO LA VITTORIA MENTRE LA TREGUA TIENE

di Giulia Avataneo, 22/05/2021, da EURONEWS. https://it.euronews.com/

   Dalla Striscia di Gaza le armi tacciono ma i danni della guerra sono visibili. La tregua raggiunta fra Israele e Hamas regge ma è fragile, e sembra già il preludio di nuovi scontri.

   L’ufficio stampa dell’organizzazione palestinese diffonde le immagini dei tunnel sotto la striscia, in cui si vedono militanti preparare una nuova operazione militare. Uno schiaffo verso Israele, che aveva dichiarato di aver distrutto la rete di passaggi sotterranei del suo avversario. “Abbiamo ancora le dita sul grilletto”, dicono in una conferenza stampa improvvisata fra le macerie. Entrambi i fronti reclamano la vittoria. Il cessate il fuoco a Gaza è stato accolto da un’esplosione di gioia liberatoria ma sono proprio i palestinesi ad aver pagato il prezzo più caro, con 227 vittime, contro le 12 israeliane.

Le regole del gioco

“Hamas ha vissuto 11 giorni e notti di grandi umiliazioni che hanno cambiato le regole del gioco”, ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. “Voglio sottolineare che più di ogni altra cosa, abbiamo cambiato l’equazione, anche per il futuro” .

   L’artiglieria israeliana rimane schierata a Sderot, vicino al confine, segno che l’esercito dello Stato ebraico è pronto ad attaccare di nuovo. Resta da capire anche se le tensioni interne allo Stato si placheranno: ancora venerdì ci sono stati scontri fra palestinesi e forze dell’ordine sulla spianata delle moschee.

Primi aiuti

Nella Striscia finalmente possono arrivare gli aiuti esteri: dal Marocco sono arrivate 40 tonnellate di derrate alimentari, farmaci e coperte. Sono arrivati all’aeroporto internazionale Marka di Amman, in Giordania, prima di entrare via terra attraverso il valico di frontiera Giordania-Palestina ed essere consegnati a Ramallah all’autorità palestinese.

   Nelle ultime ore è arrivato anche un ospedale da campo mobile, inviato da Amman.

   Le Nazioni Unite hanno annunciato sabato di aver stanziato 4 milioni e mezzo di dollari dal Fondo di Risposta alle Emergenze. Si aggiungono ad altri 14 annunciati a inizio settimana per i Territori Palestinesi Occupati. (Giulia Avataneo)

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L’INCENDIO AVVOLTO DAL BUIO

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2021

ISRAELE, GAZA E NOI

   Il grande, angosciante buio che circonda israeliani e palestinesi è il segno della totale assenza di futuro. In una regione, tanto più, dove è invece così presente la Storia. Ma sembra che nessuno voglia ascoltarne le lezioni. Non è esagerato dire che quanto sta accadendo in questi giorni – una ferita lancinante nelle nostre coscienze – rappresenti una sconfitta del mondo nel suo complesso. Anche se dovesse tornare la calma (come ci auguriamo, sia nelle città dello Stato ebraico colpite dai missili di Hamas targati Teheran, sia nella striscia di Gaza) il rischio è che, una volta riaggiustati i cocci, protagonisti e comprimari si dedichino alla loro attività principale: la ricerca della non-soluzione.

   La crisi che stiamo vivendo è una sconfitta del mondo, la più grave nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, perché tutti stanno perdendo. Questa constatazione è perfino più urgente, oggi, dell’esercizio legittimo di stabilire punti fermi, come il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza e l’impossibilità di privare i palestinesi di una patria. Stanno perdendo i leader politici, sta perdendo la gente.  Sta perdendo la comunità internazionale perché sono anni che nessuno, ai livelli più alti, tenta di gettare acqua sul fuoco. Sta perdendo la diplomazia, che è stata duramente ostacolata ma non ha saputo fare un cambio di passo necessario, riuscendo a farsi ascoltare da chi non voleva farlo. Anche la fiducia e la buona volontà si stanno esaurendo insieme alla speranza.

   Non è ormai più tempo di ragionare (come ci aveva insegnato a fare un uomo di pace della forza di Amos Oz, sempre acuto e appassionato) se il conflitto israelo-palestinese sia lo scontro tra due ragioni o piuttosto
quello tra due torti, pensando in questo ultimo caso (senza metterli sullo stesso piano) alla volontà pervicace di Benjamin Netanyahu, primo ministro per quindici anni, di rimandare sine die possibili compromessi, andando avanti a testa bassa su una strada che lo mantenesse al potere, o alla perversa determinazione dei fondamentalisti di Hamas nel costruire le proprie fortune sulla violenza e sull’odio del nemico.

   Tutto è stato ulteriormente aggravato dalla capacità della leadership in Cisgiordania (guidata dallo screditato Abu Mazen, giunto al diciassettesimo anno del suo mandato quadriennale di presidente dell’Anp) di chiudere le porte ad un rinnovamento della classe dirigente e allo svolgimento di elezioni democratiche che sono state ancora una volta rinviate.

   Il vero problema è che in troppi hanno creduto (o hanno voluto fingere di credere) che la causa nazionale palestinese fosse destinata a perdere progressivamente rilevanza e interesse. C’è chi lo ha pensato anche in buona fede, preoccupato nei decenni scorsi dalla deriva terroristica di una parte importante della galassia politica post-arafatiana. Molti Paesi arabi hanno preferito sfruttare o alimentare questa deriva, finendo per lasciare un intero popolo a combattere da solo contro il proprio destino.

   Poi è arrivato il momento degli interessi geo-politici ed economici. Che cosa sono stati nell’attuale situazione gli «accordi di Abramo», raggiunti con Israele da Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco nel giusto obiettivo di stabilizzare la regione, se non anche il tentativo di accantonare per sempre la questione palestinese? Le recenti fiammate di Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee, dimostrano che si è trattato se non altro di un calcolo sbagliato ed egoistico.

   L’America di Joe Biden, finora così attiva su altri dossier, ha lasciato passare molto tempo prezioso. Ora qualcosa, per fortuna, si sta muovendo. L’amministrazione statunitense chiarisce, con le parole del segretario di Stato Antony Blinken, che «non c’è paragone tra un gruppo terrorista che lancia razzi contro i civili e un Paese che si difende». Giusto. Ma bisognerebbe pretendere con maggiore potenza di persuasione che cessino le ostilità per dare un segnale inequivocabile di impegno umanitario e di rottura con il passato.

   Le armi devono tacere al più presto. La gente non si deve «abituare a morire», come scriveva ai tempi dell’assedio di Beirut il poeta palestinese Mahmoud Darwish. Poi non esiste alternativa al negoziato, che va perseguito in maniera convinta, premendo in tutte le direzioni. È necessario rimetterne totalmente in piedi le basi, valutando eventualmente altre formule oltre quella dei «due Stati». Non è sbagliata in teoria, ma si rivela difficile nella realtà. Bisogna quindi avere realismo, oltre che coraggio. Due delle tante cose che sono mancate nel buio di questi anni dolorosi. (Paolo Lepri)

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 PERCHÉ GLI SCONTRI FRA ISRAELE E PALESTINA

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ 15/5/2021

– A causa delle proteste a Gerusalemme, ma non solo: c’entrano anche ragioni che arrivano da lontano, mai risolte –

   Le violenze fra Israele e i gruppi armati palestinesi sono state in questi 11 giorni di guerra le più intense dall’ultima guerra combattuta fra le due parti, nel 2014. Negli anni scorsi ci sono stati diversi momenti in cui una grave crisi sembrava inevitabile: le violenze però erano sempre rientrate. I primi tre mesi del 2021 in particolare erano stati piuttosto tranquilli, senza lanci di razzi o bombardamenti né attacchi suicidi sulle città israeliane. Nelle ultime settimane però sono successe diverse cose, che insieme ai problemi mai risolti fra le due comunità hanno funzionato da catalizzatore per le nuove violenze.

Due passi indietro
La disputa territoriale che riguarda israeliani e palestinesi è considerata la più complessa al mondo: riguarda luoghi frequentati da secoli dalle due parti, e in cui sono state combattute guerre e realizzate invasioni. Alla base del conflitto c’è un problema di reciproco riconoscimento: la maggior parte degli israeliani ritiene che il legame dei palestinesi con i luoghi della Bibbia non sia forte quanto il loro, mentre moltissimi palestinesi considerano gli israeliani alla stregua di invasori stranieri che non hanno alcun diritto di stabilirsi in una terra che loro abitano da secoli.

   L’attuale situazione è frutto di uno stallo iniziato con la Guerra dei Sei Giorni, combattuta nel 1967. Al termine della guerra, Israele occupò tutta la Cisgiordania e soprattutto Gerusalemme Est, la porzione della città che la maggior parte della comunità internazionale assegna ai palestinesi.

   Da allora Israele ha progressivamente ceduto pezzi dei territori conquistati – come la Cisgiordania e la Striscia di Gaza – a forme di autogoverno palestinese, ma mantenendo il diritto di intervenire militarmente in tutti i territori, e di costruire insediamenti in varie parti della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

   Dall’altra parte, i palestinesi hanno cercato a lungo di trovare il modo di sconfiggere definitivamente gli israeliani; e quando hanno capito che non era più possibile a causa dell’accresciuta potenza militare di Israele, diversi gruppi radicali hanno scelto di passare alla lotta armata, legittimata anche da quelli meno radicali, per fare pressione affinché le autorità israeliane cedessero pezzi di territorio.

   Nonostante gli innumerevoli tentativi, le due parti non sono mai riuscite a trovare un compromesso né su una gestione condivisa di Gerusalemme né sull’assetto del futuro stato palestinese, auspicato dalla maggior parte della comunità internazionale.

   Il limbo in cui i palestinesi vivono da decenni, soprattutto quelli della Striscia di Gaza soggetti da anni a un durissimo embargo, e lo stato di militarizzazione permanente in cui vive Israele – uno dei rarissimi paesi occidentali ad avere un servizio di leva obbligatorio – si autoalimentano a vicenda, generando periodiche tensioni e violenze.

Gli ultimi mesi
Da tempo entrambe le parti stanno attraversando una crisi politica di cui ancora oggi non si vede la risoluzione.

   In Israele negli ultimi due anni si sono tenute ben quattro elezioni parlamentari, nessuna delle quali ha prodotto una maggioranza stabile. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è in carica ormai da 12 anni, ma è sempre più logorato dai processi per corruzione in corso e dall’assenza di una forte maggioranza politica che lo sostenga; in tutti i suoi ultimi governi, Netanyahu è stato ostaggio degli interessi di parte, soprattutto dei potentissimi e influenti partiti della destra nazionalista religiosa, che peraltro negli ultimi anni sono riusciti a spostare molto verso destra il dibattito pubblico israeliano.

   L’assenza di un governo stabile ha comportato il fatto che non ci fosse «un adulto responsabile» che impedisse pericolose escalation, come ha detto al Washington Post Daniel Seidemann, un esperto della politica locale di Gerusalemme.

   Poco prima dell’inizio del nuovo ciclo di violenze, Israele sembrava indirizzato verso le quinte elezioni parlamentari, da tenere probabilmente in autunno. Inoltre il 2 giugno, almeno in teoria, nel paese si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica: una carica largamente cerimoniale che però ha enorme importanza nei periodi di formazione del governo, dato che assegna personalmente il mandato di primo ministro.

   In questi anni il presidente Reuven Rivlin, un conservatore moderato, ha rappresentato un discreto contraltare alla svolta a destra dei governi Netanyahu: e non è chiaro cosa potrebbe accadere se fosse sostituito da un politico con posizioni più radicali.

   In Palestina le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel 2005, mentre le ultime parlamentari nel 2006 (e il loro esito ha prodotto una sanguinosa guerra civile). Nuove elezioni presidenziali e parlamentari vengono periodicamente indette da anni senza però mai essere organizzate per davvero. Wikipedia ha anche un’apposita pagina sulla questione intitolata genericamente “Prossime elezioni palestinesi”. Le lungaggini sono attribuite soprattutto all’Autorità Palestinese, una forma “embrionale” di stato palestinese – ma di fatto mai diventata uno Stato – con un proprio governo e parlamento, che dal 2005 governa la Cisgiordania. La Striscia di Gaza è invece governata di fatto dal gruppo politico-terrorista di Hamas.

   Il gruppo dirigente dell’Autorità Palestinese è ancora quello che ruotava attorno allo storico leader Yasser Arafat, morto nel 2004: è composto soprattutto da uomini molto anziani ormai poco a contatto con l’elettorato palestinese, eppure assai restii a cedere il proprio potere.

   A gennaio Abbas aveva promesso di indire nuove elezioni in tutta la Palestina, ma si è rimangiato la promessa appena tre mesi dopo, attribuendo la sua decisione allo scarso coordinamento con le autorità israeliane; una motivazione che diversi osservatori hanno giudicato una scusa per timore di sottoporsi al giudizio elettorale dei palestinesi.

   Non aiuta il fatto che in Israele e nei territori governati dai palestinesi la gestione della pandemia da coronavirus sia stata molto diversa.

   Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo nella campagna vaccinale, grazie soprattutto a un ingentissimo stanziamento del governo per ottenere grandi dosi del vaccino sviluppato da Pfizer-BioNTech. Nei territori palestinesi la vaccinazione va molto a rilento, sia per una carenza di strutture sanitarie e di risorse economiche, sia per le difficoltà legate all’embargo di Israele nei confronti della Striscia di Gaza: secondo una stima citata dal quotidiano israeliano Haaretz, all’inizio di maggio i palestinesi vaccinati in Cisgiordania e Striscia di Gaza erano appena 300mila su un totale di circa 5 milioni di persone.

Gli sviluppi più recenti
L’escalation di questi giorni è stata innescata da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa delle tensioni crescenti. La disputa riguarda Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est che ha una storia ingarbugliata e controversa.

   Da decenni alcune famiglie palestinesi rischiano di essere sfrattate da una casa che venne donata loro dal governo della Giordania, con l’appoggio dell’ONU, nel 1956, quando Gerusalemme Est era controllata dalla monarchia giordana. Il problema però è che quei terreni erano di proprietà di alcune comunità di ebrei che si erano allontanate a causa delle violenze della guerra del 1948.

   La legge israeliana prevede che tutti gli ebrei che hanno lasciato le proprie case nel 1948 possano rientrarne in possesso: il problema però è che la stessa prerogativa – chiamata anche “diritto di ritorno” – è vietata ai palestinesi. Sheikh Jarrah inoltre si trova a Gerusalemme Est, cioè in un territorio che gran parte della comunità internazionale assegna ai palestinesi.

   All’avvicinarsi del giorno della sentenza ogni sera, la scorsa settimana, decine di attivisti per i diritti dei palestinesi avevano manifestato contro gli sfratti, attirando sia le attenzioni dei giornali internazionali sia quelle dei palestinesi sparsi fra Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

   A complicare ulteriormente le cose, poi, ci si è messo il calendario. Più o meno negli stessi giorni quest’anno è caduta sia la fine del Ramadan, il mese sacro per i musulmani che spesso coincide con affollatissime manifestazioni di protesta soprattutto a Gerusalemme (quest’anno represse con più forza del solito dalla polizia israeliana), sia il Giorno di Gerusalemme, una ricorrenza in cui gli israeliani nazionalisti celebrano quella che chiamano la «riunificazione» di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni: in altre parole, l’occupazione militare israeliana di territori che la comunità internazionale ritiene spettino ai palestinesi.

   «È evidente che la combinazione degli ultimi eventi a Gerusalemme abbia ricordato ai palestinesi chi siano e cosa stiano combattendo, cioè uno stato e una società che nega la loro possibilità di realizzazione. Non lo dico per giustificare la violenza, ma per capire da dove proviene», ha scritto l’analista del Council on Foreign Relations, Steven Cook, su Foreign Policy.

Per ultima, la politica
Diversi osservatori sostengono però che l’elemento decisivo che abbia funzionato da catalizzatore sia stato il coinvolgimento di Hamas.

   L’annullamento delle elezioni aveva messo il gruppo in una posizione molto scomoda, costringendolo a continuare a collaborare con i nemici storici di Israele e gli avversari dell’Autorità Palestinese controllata da Fatah, il principale partito laico palestinese, per gestire le conseguenze della pandemia, ma senza la prospettiva di arrivare al potere in breve termine anche in Cisgiordania. Hamas si preparava da mesi al voto, tanto che aveva già iniziato a tenere delle primarie interne per decidere i candidati migliori da schierare nelle varie circoscrizioni.

   In un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione imperdibile per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e soprattutto superato esplicitamente quella che il governo israeliano considera una linea rossa, cioè la sicurezza degli israeliani che abitano a Gerusalemme e Tel Aviv, prese più volte di mira dai lanci di razzi compiuti in gran parte proprio da Hamas.

   L’espediente sembra avere già funzionato: sui giornali israeliani ci sono diverse analisi secondo cui Hamas avrebbe già «vinto», in un certo senso.

   Le immagini del panico scatenato dalle sirene che annunciano l’arrivo dei razzi palestinesi e del Parlamento israeliano evacuato per timori di un attacco hanno permesso ad Hamas di ottenere una vittoria mediatica nel dibattito interno palestinese. Sul Times of Israel, l’analista Haviv Rettig Gur ha scritto che sebbene Hamas possa «perdere la guerra contro Israele oppure uscirne ammaccata quando finiranno i combattimenti», ha già vinto la battaglia per il controllo delle proteste con Fatah, che infatti negli ultimi giorni si è fatta sentire pochissimo. (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ 15/5/2021)

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ISRAELE-PALESTINA. LA GUERRA DEI FRONTI ESTREMISTI

di Francesca Paci, daLa Stampa”, 17 maggio 2021

   La questione israelo-palestinese polarizza l’opinione pubblica italiana ma anche quella europea da molto prima che la polarizzazione diventasse la lingua franca dei social network e il populismo s’imponesse come la continuazione della politica con altri mezzi.

   Dire «Cisgiordania», «Territori palestinesi occupati» o «Giudea e Samaria» indica una precisa scelta di campo come lo indica, al netto della fuga in avanti di Donald Trump, definire Gerusalemme la capitale d’Israele e decidere di prendervi casa nella zona Ovest o nella zona Est, dove risiedono di preferenza gli expat degli organismi internazionali.

   È così dal 1967, da quando la sinistra internazionale, sponsor fino ad allora del socialismo dei kibbutz, passò sul fronte palestinese ribaltando la bilancia ideologica.

   Il contesto però è cambiato molto in peggio, la contrapposizione si è sclerotizzata e mentre lo spettro della guerra civile si aggira per le città arabo-israeliane gli accordi di Oslo appaiono, ai vecchi arnesi che li ricordano ancora, lontani come le guerre puniche.

   Ad ogni escalation applichiamo una sorta di rimozione che c’impone di vedere l’oscenità dei bambini morti a Gaza e non vedere, o non considerare, l’islamizzazione ormai conclamata della causa palestinese, la polizia religiosa che monitora i campi profughi di Bureij e Jabalya, l’invocazione al jihad accompagnata dalla carta geografica della regione «depurata» dallo Stato d’Israele.

   Ma applichiamo anche una rimozione simmetrica e complementare che c’impedisce di vedere, o di considerare, quanto la destra radicale sia cresciuta in questi anni in Israele fino a prendere posto in parlamento, dove compaiono formazioni che in passato sarebbero state bandite come «Potere ebraico» di Itamar Ben-Gvir, ma soprattutto quanto abbia infiltrato il sentire comune.

   Israele è oggi paradossalmente più occidente che mai, nel senso che al pari dell’Europa e degli Stati Uniti ha una destra dura, ideologica e razzista con cui chi governa deve interloquire. È un tasto difficile da toccare qui da noi. Gli israeliani invece, almeno alcuni di loro, lo avvertono e lo denunciano, come fa Fania Oz-Salzberger, la figlia dello scrittore Amos Oz, che confessa al Corriere della Sera la sua profonda vergogna nel vedere «i progromchiks ebrei incendiare i negozi di proprietà degli arabi e picchiare un passante con l’asta della bandiera israeliana».

   Parliamo di pochi invasati, certo, ma sono usciti allo scoperto. E per la prima volta, da una Tel Aviv annichilita, ci sono voci che accusano Netanyahu tanto quanto i razzi di Hamas, che parlano di «destra eversiva troppo a lunga tollerata da un governo opportunista», che dicono la voglia di abbandonare il Paese dove comunque finisca questo ennesimo round ha perso la ragione. (Francesca Paci)

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 PERCHÉ ISRAELE E LA PALESTINA COMBATTONO UNA GUERRA SENZA FINE

di Maria Elena Gottarelli, da https://www.fanpage.it/ 14/5/2021

– Il 10 maggio 2021 in Medio Oriente si è riaperta una ferita che non ha mai davvero smesso di sanguinare: quella originata dal decennale conflitto tra Israele e la Palestina. Ma perché si è arrivati a questo punto? E cosa sta accadendo, in queste ore, nella Striscia di Gaza? –

   Il 10 maggio 2021 il gruppo politico e paramilitare palestinese Hamas ha sferrato un attacco missilistico contro Israele colpendo obiettivi sensibili della Città Santa e imponendo l’immediata evacuazione (tra le altre cose) dei fedeli ebraici al Muro del Pianto.

   Il motivo dell’attacco da parte di Hamas si evince dall’incremento della politica espansionistica di Israele degli ultimi mesi: il Paese governato da Benjamin Netanyahu ha infatti recentemente occupato il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est), distruggendo diversi stabili e costringendo delle famiglie palestinesi ad abbandonare le loro case, secondo una dinamica consolidata dall’ormai lontano 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele. Sempre Israele aveva inoltre recentemente approvato delle rappresaglie da parte della polizia contro i palestinesi presso la Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, fuori e dentro la storica Moschea di al-Aqsa. Durante quegli scontri erano stati feriti almeno 300 palestinesi stando a quanto riportato dalla Mezzaluna Rossa palestinese (il corrispettivo della nostra Croce Rossa e che di quest’ultima organizzazione infatti fa parte).

   A partire dal 10 maggio si è così registrata un’escalation di violenze. Israele ha risposto all’attacco di Hamas – che oltre ad essere un gruppo paramilitare è considerato un’organizzazione terroristica da alcuni Paesi tra cui l’Italia – bombardando pesantemente la Striscia di Gaza. L’attacco ha provocato la morte di civili tra i quali anche dei bambini (17 sul versante palestinese e 2 su quello israeliano stando ai dati dell’Unicef). In tutto sono stati colpiti 6mila obiettivi sensibili palestinesi, tra cui un centro di intelligence, mentre diversi esponenti di Hamas sono rimasti uccisi. Nella giornata di giovedì 13 maggio Israele ha ammassato le truppe di terra per prepararsi a un’invasione, mentre Hamas ha lanciato in tutto 1.750 razzi circa di cui il 90% è stato però intercettato.

Perché Israele bombarda Gaza

Da sempre Gaza rappresenta uno dei punti chiave di questo decennale conflitto: è in questa regione costiera confinante con Israele e l’Egitto che si sono consumati i peggiori massacri (l’ultimo, nel 2018, comportò migliaia di feriti e 17 morti palestinesi, in quella che viene ancora ricordata come “la marcia insanguinata dei manifestanti di Gaza”) ed è qui che si sono rifugiati milioni di palestinesi durante gli anni di politiche espansionistiche da parte di Israele. Gaza è quella striscia di terra situata proprio al confine tra Israele – Stato fondato nel 1948 su mandato britannico e con la benedizione delle Nazioni Unite – e la Palestina – regione preesistente a Israele situata tra la Siria, il Libano, l’Egitto e la Giordania -.

La storia del conflitto israelo-palestinese

La fondazione unilaterale dello Stato di Israele comportò lo sfratto fisico di migliaia di famiglie palestinesi dalle loro abitazioni, costrette ad andarsene per far spazio (letteralmente) ai nuovi arrivati ebraici. In seguito agli orrori della Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto, infatti, la sensazione condivisa dai membri del Patto Atlantico era quella di voler “risarcire” gli ebrei della diaspora concedendo loro la “Terra Promessa” che sempre avevano desiderato e mai avevano avuto dai tempi dell’Impero Romano. Gli ebrei sopravvissuti alla persecuzione nazista ebbero così la possibilità di veder nascere uno Stato che fosse finalmente il loro, la cui fondazione si basava tuttavia su una violenza originale: quella contro le famiglie palestinesi costrette militarmente ad abbandonare le loro case.

La nascita di Hamas e gli attacchi a Israele

Nel corso degli anni, l’esacerbarsi del conflitto tra Israele (sostenuto dal Regno Unito e dagli americani) e la Palestina, comportò la morte di migliaia di civili da ambo le parti e la nascita di gruppi armati palestinesi, tra cui Hamas, per rivendicare le terre “ingiustamente sequestrate”. Fondato nel 1987 come braccio operativo dei Fratelli Musulmani, Hamas ha una matrice islamista ed è attualmente guidato da Isma’il Haniyeh, mentre il leader di riferimento di Gaza è Mahmood Abbas (anche conosciuto come Abu Mazen), presidente dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). La principale rivendicazione di Hamas è consiste nel ritorno della Palestina alla sua condizione precoloniale e l’istituzione di uno Stato Palestinese, che può avvenire soltanto “attraverso la guerra”.

Un conflitto senza fine

Il crescendo di violenze tra le due regioni sta riaprendo una ferita che non ha mai smesso di sanguinare nel cuore del Medio Oriente e una nuova guerra non sembra una prospettiva inverosimile. Mentre le sirene antiaeree riecheggiano nelle città di Tel Aviv e Gerusalemme terrorizzando la popolazione, le potenze straniere si schierano a fianco dell’uno e dell’altro attore del conflitto. Il neo eletto presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è espresso a favore di Israele (dalla sua fondazione Israele è considerabile come la principale succursale statunitense in Medio Oriente, n.d.r.), definendo come “legittimo” il bombardamento su Gaza e intimando lo Stato di Netanyahu a difendersi contro i terroristi di Hamas. Intanto, però, gli sfollati palestinesi continuando ad aumentare e la Striscia di Gaza torna ad essere il palcoscenico di un orrore che ha avuto un inizio preciso ma di cui ora più che mai non si intravede la fine. (Maria Elena Gottarelli, da https://www.fanpage.it/ 14/5/2021)

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LA CONTA IMPARI. QUANTO SONO PREZIOSI PER NOI I BAMBINI PALESTINESI?

di Adriano Sofri, da IL FOGLIO del 18/5/2021, https://www.ilfoglio.it/

– La sproporzione tra le vittime dei due schieramenti serve a Israele come conferma della superiorità e ad Hamas per ostentare le proprie vittime. C’è un’inflazione di bambini palestinesi morti nella nostra coscienza che ci rende assuefatti e indifferenti –

   Vorrei riproporre un problema, a voi e anche a me. Per non perdere tempo, invito a dare per votate le premesse archeologiche, il 1967 e il 1948 e il 70 d.C. e così indietro. E l’opinione su Hamas e Jihad, armate al soldo di despoti islamisti per una volta accomunati, sunniti e sciiti, bramosi di distruggere Israele e tutti gli ebrei della terra. E il diritto dello Stato di Israele, altra cosa dai suoi governi. Il problema è: quanto valgono per noi i bambini palestinesi?

   E’ un dettaglio dello slogan che negli Stati Uniti è stato appena adattato: Palestinian Lives Matter. Noi ci facciamo un’idea molto diversa di israeliani e palestinesi. Israele, diciamo, è un pezzo d’Europa piantato in mezzo al mondo arabo, e circondato. I palestinesi, soprattutto quelli fuori da Israele, sono una parte di quel mondo arabo, delle più reiette. A Tel Aviv si sta come a Milano. A Gaza si soffoca, comunque si reagisca, con simpatia o con rigetto. 

   Tempo fa Internazionale pubblicava una rubrichetta settimanale di poche righe, intitolata “Israeliani e palestinesi”, che aggiornava il numero dei morti dell’una e dell’altra parte, a partire dalla seconda Intifada, dal settembre del 2000. Piano piano, ma inesorabilmente, la sproporzione cresceva, e se i morti israeliani erano sempre stati meno numerosi, a un certo punto arrivarono a essere solo la metà di quelli palestinesi, e già questo provocava un turbamento complicato; poi il divario continuò ad accrescersi, finché, ancora prima di un attacco a Gaza che fece impennare le cifre, il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte quello dei morti israeliani. Complicato, il turbamento: perché si è involontariamente indotti, come di fronte a ogni sproporzione eccessiva, a desiderare che la forbice si riduca, ciò che può avvenire riducendo le morti degli uni o moltiplicando quelle degli altri… Poi Internazionale interruppe la rubrica.

   Il conto delle vittime nella perpetua guerra di vicinato è costantemente sproporzionato, in un modo quasi consensuale. Israele ne ricava la conferma della superiorità militare, da cui fa dipendere la propria sopravvivenza. I capi palestinesi ostentano le proprie vittime a denunciare viltà e cinismo degli “ebrei” e dei loro protettori. Questa doppia partita delle morti è un reciproco modus vivendi, per così dire, e vincendi, a carico dei rispettivi civili. Israele vince le battaglie, colpisce duro e rinvia di qualche anno la prossima guerra – dopo che colpì duro nel 2014 sono passati 7 anni. Hamas si aggiudica una vittoria di reputazione coi fagottini bianchi esposti alla vista del mondo.

   Allora: quanto sono preziosi per noi i bambini palestinesi? Quel cambio così ineguale – per esempio, 58 a 2, se non sbaglio, negli scorsi giorni, e si vorrebbe dire soltanto: 60 bambini – non misura anche la differenza nella nostra scala dei valori? C’è un razzismo involontario in noi. E’ il riflesso di quel nostro sentirci così a casa a Tel Aviv e così incuriositi a Ramallah e così spaesati a Gaza – anche quando reagiamo simpatizzando per Ramallah o abbracciando gli asinelli piagati di Gaza. I bambini sono merce rara per noi. Benché la caratteristica più sorprendente di Israele sia la sua vivacità demografica, a un tasso più che doppio di quello nostro, la natalità nei territori palestinesi è ancora più alta (ed enormemente più alta è la mortalità infantile). Ci figuriamo Gaza come un formicaio umano e soprattutto infantile, e i suoi padri come fatalmente rassegnati o esaltati dal sacrificio dei loro piccoli, e i suoi capi cinicamente disposti a servirsene come di scudi umani, i più redditizi per la loro propaganda. C’è, nella nostra immaginazione, un’inflazione di bambini palestinesi, vivi o morti. Ad aggravarla ha provveduto lo spettacolo frustrato o assuefatto dei bambini sterminati nella guerra dei dieci anni di Siria. 

   Leggo mie vecchie righe. “La strage di Erode: non ci fu, probabilmente. Se ci fu, calcolano i demografi sulla base della popolazione presunta di Betlemme, uccise una ventina di bambini sotto i due anni. La demografia di Gaza diventa agghiacciante, quando suona la sirena delle bombe. La maggioranza della popolazione ammassata in quel fazzoletto di terra è composta di bambini e ragazzini: un giardino d’infanzia in un miserando zoo umano.

   Non c’è un Erode geloso a mandare aerei sulla striscia di miseria e rancore. Gli israeliani vogliono davvero ridurre al minimo le vittime civili, che Hamas ostenta. Non possono essere così disumani né così imbecilli da mirare e colpire i bambini. Ma quando si interviene con un simile spiegamento di forza in un enorme giardino d’infanzia, tanti (quanti?) bambini moriranno, resteranno feriti e mutilati e, quelli che sopravviveranno, non lo dimenticheranno più, e assicureranno altre generazioni al trionfo dell’odio e della vendetta”. 

   La novità più allarmante di questo nuovo capitolo della guerra di ballatoio israelo-palestinese sta nella ribellione strenua degli arabi israeliani di Jaffa – il glorioso sobborgo di Tel Aviv, dove gli arabi sono maggioranza – di Lod – il glorioso centro vicino all’aeroporto internazionale, dove gli arabi sono più di un quarto e la convivenza era più felice – e di altre città, che fanno parlare di guerra civile. Leggo, nelle migliori cronache, che a ribellarsi sono i ragazzi. Dagli arabi israeliani, fuori da Gerusalemme est, non ci si aspettava una simile combattività, e del resto gli estremisti ebrei l’hanno infiammata. 

   Gli arabi israeliani non sono né i palestinesi recintati dei territori e di Gaza, né cittadini israeliani a pieno titolo.  Sono meno combattivi e, sembrava, molto più integrati: forse perché, come gli integrati, ma a titolo decurtato, pensano al futuro dei loro figli. I loro figli sono troppo giovani per pensare al futuro, per non ribellarsi all’umiliazione dei loro padri, per non sentire il richiamo della solidarietà con le loro sorelle e i loro fratelli di là dai recinti. I bambini crescono. (Adriano Sofri)

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“NON VOGLIAMO ESSERE NEMICI”: IN ISRAELE ARABI ED EBREI INSIEME CONTRO LA VIOLENZA E PER LA PACE

da https://www.mosaico-cem.it/ 16/5/2021

   “Non vogliamo essere nemici”. Questo lo slogan delle manifestazioni tenutesi in diverse località israeliane in cui molti arabi ed ebrei hanno partecipato per la pace, stremati dalle scene senza precedenti di violenza degli ultimi giorni. Lo riportano il The Times of Israel e soprattutto alcune pagine sui social , prima fra tutte Peace Factory

   A Gerusalemme in centinaia hanno marciato con l’organizzazione Yad be Yad (mano nella mano) all’incrocio di Oranim nel sud della città, un’organizzazione no profit che gestisce diverse scuole ebraico-arabe, inclusa una nella capitale. Prima nella giornata, 300 persone fra insegnanti e presidi avevano manifestato per la coesistenza e contro la violenza davanti alla Knesset. Ma hanno manifestato anche a Lod, città in cui per anni si è vissuto in totale coesistenza, ma che è stato teatro di violenti scontri far arabi e israeliani.

   Sempre giovedì (13 maggio 2021, ndr), i membri del consiglio comunale di Acco, Lod, Haifa, Tel Aviv-Jaffa, Ramle e altre città miste ebraico-arabe hanno lanciato un appello congiunto alla calma. I leader di entrambe le comunità si sono anche riuniti nel nord di Israele e nel Negev per chiedere la fine delle violenze.

   “La vera paura proviene dalla spaccatura all’interno dello Stato di Israele”, ha detto Ofir Libstein, capo del Consiglio regionale Sha’ar Hanegev delle comunità vicine alla Striscia di Gaza. “Affronteremo Hamas. Ma questo è il problema più grande “, ha detto.

   Gli ospedali in Israele sono uno dei luoghi principali in cui ebrei e arabi lavorano insieme, e proprio da qui in molti hanno fatto sentire la propria voce. Al Rambam Hospital di Haifa, colleghi ebrei e arabi hanno posato insieme manifesti che chiedevano la pace, e su Facebook hanno pubblicato un accorato appello.

   “Il personale medico, il personale infermieristico e i vari operatori del settore ospedaliero si sono uniti in questi giorni non semplici, sotto messaggi di pace, convivenza, unità e solidarietà, e si è speso in una campagna fotografica di diverse religioni, lavorando fianco a fianco per prendersi cura delle persone, ovunque esse siano.

   Gli operatori ospedalieri sono stati fotografati portando segnali di pace e shalom e saalam e chiedono di trasmettere questo importante messaggio. Rambam, l’ospedale più grande del nord di Israele, è un simbolo esemplare di convivenza che si svolge tra coloro che ci lavorano, che provengono da ogni fede e credenza, e tra i pazienti che vi sono ricoverati, che provengono da tutto il paese. La convivenza che si svolge in ospedale è stata messa alla prova durante molte crisi che la regione ha conosciuto e ha trasformato l’ospedale in un ponte che avvicina persone e cuori”. (da https://www.mosaico-cem.it/ 16/5/2021)

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ISRAELE, EBREI E PALESTINESI DI NEVE SHALOM-WAHAT AL SALAM, L’ “OASI DI PACE” UNITA CONTRO LA GUERRA TRA GAZA E TEL AVIV

di Rita Boulos (Sindaco del villaggio di Neve Shalom-Wahat al Salam), da “la Repubblica” del 13/5/2021

– Dalla nuova fiammata di guerra la testimonianza del sindaco del villaggio dove un gruppo di famiglie di entrambi i popoli convivono da 50 anni in condizione di totale parità –

TEL AVIV (AsiaNews) – Vivono insieme in pace da quasi 50 anni in condizione di reale parità. Ma a non più di una decina di chilometri dalle loro case, nelle città israeliane di Lod e Ramle, vedono in queste ore esplodere la violenza tra i concittadini ebrei e arabi. Sono sindaco del villaggio di Neve Shalom-Wahat al Salam, l’ “oasi di pace” creata nel 1972 dal domenicano padre Bruno Hussar, per dare un esempio della convivenza possibile tra i due popoli in Terra Santa, racconta in un messaggio l’esperienza di queste ore segnate dalla nuova gravissima fiammata del conflitto che divide anche al suo interno Israele.

   La filosofia di una convivenza pacifica. Il villaggio bilingue di Neve Shalom-Wahat al Salam, si trova in Israele poco lontano dall’abbazia di Latrun. Secondo l’intuizione di padre Hussar – profeta della riconciliazione tra arabi ed ebrei, scomparso nel 1996 – vi abitano un numero uguale di famiglie di entrambi i popoli che ne condividono ogni scelta.

   Non è un luogo isolato dove il conflitto non entra, ma un posto dove tanto gli arabi quanto gli ebrei provano a farsene carico insieme. Fiore all’occhiello di questa esperienza è la scuola, frequentata anche da ragazzi di villaggi vicini: segue la stessa filosofia di una convivenza pacifica possibile tra i due popoli, a partire dalla condivisione della terra e delle responsabilità.

   Anche a Neve Shalom-Wahat al Salam in queste ore si vivono la paura per la guerra e le domande sulle sue vere cause. Sono i fallimenti politici, educativi e morali delle leadership dei due popoli le ragioni profonde di tensioni lasciate crescere che non potevano non esplodere, ma noi ribadiamo la scelta del villaggio di continuare a svolgere il proprio ruolo nell’educazione alla pace.

   La speranza per un futuro in uguaglianza e sicurezza. Le nostre istituzioni educative sono chiuse oggi, per ordinanza del governo, come in tutte le aree che in questi giorni sono state interessate dal lancio dei missili.  Nel villaggio non siamo stati colpiti in modo diretto, ma abbiamo sentito le sirene dalle città vicine. Il fatto che non siamo stati colpiti non significa che non siamo spaventati: tutti noi abbiamo dei nostri cari che vivono in posti colpiti.

   Per esempio mia madre, mia sorella, mio fratello e altri parenti vivono a Lod. Accanto al dolore immediato e alla paura per i nostri cari, ciascuno nel villaggio è arrabbiato e rattristato da questa nuova esplosione di violenza. Tutto il nostro lavoro mira a risvegliare la speranza di un futuro migliore, con più uguaglianza, pace e sicurezza per gli ebrei e per i palestinesi, dovunque vivano. Quanto sta accadendo dimostra la rabbia e la disperazione della gente che vive in una situazione intollerabile. Dimostra la mancanza di preoccupazione e di volontà politica di un cambiamento da parte dei leader. Evidenzia come il razzismo e l’odio stiano prevalendo sul terreno.

   Ho detto alla nipotina di 3 anni che quei bagliori sono fuochi d’artificio. Siamo inorriditi per la morte di persone innocenti, come le tre vittime di Lod, che così spesso pagano il prezzo di questi fallimenti politici, educativi e morali. E le cronache piene di pregiudizi a senso unico attraverso cui gli eventi sono raccontati fanno solo crescere il livello di violenza e la sete di vendetta.

   La scorsa notte, mentre ascoltavamo le esplosioni e osservavamo dai nostri balconi i missili cadere su Lod, Ramle e tutta la regione centrale, ho dovuto raccontare alla mia nipotina di tre anni che erano fuochi d’artificio. I bambini della nostra scuola primaria sono troppo grandi per credere a queste storie, ma anche troppo piccoli per capire. A scuola gli insegnanti sono molto attenti a far loro esprimere i propri sentimenti.

Il rischio che le relazioni tra ebrei e palestinesi si inaspriscano di più. 

   Il nostro Consiglio regionale, che comprende anche una piccola minoranza di villaggi palestinesi, ha chiesto ai rappresentanti di tutte le comunità di sottoscrivere un appello alla calma tra i propri cittadini arabi ed ebrei. L’abbiamo fatto nonostante i dubbi.

   Nell’attuale situazione si avverte il rischio che le relazioni tra cittadini ebrei e palestinesi si compromettano ancora di più, come abbiamo visto a Gerusalemme, Lod e in altri posti. Molto dipenderà dalla moderazione che mostreranno non solo i cittadini, ma anche la polizia e le forze di sicurezza, che hanno agito finora con mancanza di responsabilità e mano pesante. Ieri, per esempio, a Lod la polizia ha disperso con fumogeni e granate stordenti quanti stavano piangendo la morte del giovane residente ucciso dai colpi d’arma da fuoco di un colono religioso.

   Occorrono pressioni internazionali. La violenza di oggi è solo l’ultimo risultato di tensioni prolungate e incandescenti, che senza una soluzione politica e integrale sono per forza destinate a esplodere. Ciò nonostante condanniamo la violenza, da entrambe le parti. Ai nostri amici in tutto il mondo il nostro messaggio è quello di chiedere una fine immediata delle violenze.

   Malgrado in apparenza sia la parte israeliana a voler continuare questa campagna, occorre che le pressioni internazionali siano esercitate ovunque necessario per arrivare a un cessate il fuoco che prevenga la perdita immediata di altre vite e le sofferenze di tanti innocenti. Da solo, però, non impedirà il prossimo round di violenze o il costante scivolamento verso una situazione insostenibile, dove né i palestinesi né gli israeliani potranno vivere in pace e sicurezza.

   Da parte nostra, a Neve Shalom-Wahat al-Salam continueremo a svolgere il nostro ruolo nell’educazione alla pace, offrendo l’esempio di una società alternativa fondata sulla condivisione e sull’uguaglianza tra cittadini ebrei e palestinesi. Mentre preghiamo che in questi giorni i musulmani possano vivere una pacifica e benedetta festa dell’Eid al-Fitr e gli ebrei e i cristiani una pacifica e gioiosa festa di Shavuot e di Pentecoste. (Rita Boulos)

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SHEIKH JARRAH NON È UN POSTO COME GLI ALTRI

da IL POST.IT del 8/5/2021 https://www.ilpost.it/

– Le proteste a Gerusalemme ruotano intorno a un quartiere che ha una storia nella storia, ingarbugliata e controversa –

(…) Il quartiere deve il proprio nome a una leggenda secondo cui il medico personale di Saladino, il capo militare curdo che nel 1187 riconquistò Gerusalemme sconfiggendo i Crociati, fu sepolto in quest’area. Il medico si chiamava Hussam al Din ma nel corso della sua carriera si era guadagnato il titolo di Jarrah, che in arabo significa “guaritore”. Il quartiere rimase ai margini della vita della città fino all’Ottocento, quando alcune numerose e benestanti famiglie arabe si trasferirono qui per scappare dalle trafficatissime vie della Città Vecchia, che si trova un chilometro più a sud.

   Ancora durante l’epoca di dominazione inglese, nel quartiere di Sheikh Jarrah vivevano importanti notabili della comunità araba di Gerusalemme come il gran mufti Amin al Husseini e il sindaco Raghib al Nashashibi.

   Ma a Sheikh Jarrah è esistita da sempre una piccola presenza della comunità ebraica. Secondo la tradizione ebraica in una grotta ai margini del quartiere è sepolto Simeone il Giusto (Shimon Hatzadik), un importante rabbino vissuto fra il terzo e il quarto secolo a.C. che secondo la Bibbia fu la persona che accolse Alessandro Magno quando entrò per la prima volta a Gerusalemme. La tomba è meta di pellegrinaggio fin dal Medioevo e alcuni storici della tradizione ebraica ricordano che fino all’Ottocento nei pressi della grotta si teneva una festa annuale organizzata dalla comunità ebraica ma aperta a tutta la città.

   Per garantire maggiore solidità alla presenza ebraica nel quartiere, nel 1876 alcuni capi della comunità comprarono il terreno dove è situata la tomba di Simeone il Giusto e alcuni terreni intorno, costruendoci degli alloggi per alcune povere famiglie di ebrei. Nel 1916, pochi anni prima che iniziassero le tensioni fra la comunità araba e quella ebraica, nel complesso abitavano 45 persone.

   Durante la guerra del 1948 che portò alla formazione dello Stato di Israele tutto il quartiere di Sheikh Jarrah fu evacuato a causa dei combattimenti. Scapparono sia gli abitanti arabi del quartiere sia i pochi residenti ebrei della comunità ebraica. Alla fine della guerra il quartiere passò sotto il controllo della Giordania, come tutta la parte est di Gerusalemme, abitata prevalentemente da arabi: la green line, la linea di confine di Israele tracciata dall’ONU nel 1948, passava proprio ai confini del quartiere. Nel 1956 il governo giordano decise di trasferire nei pressi della Tomba di Simeone, quindi sui terreni che prima appartenevano alla comunità ebraica, 28 famiglie di sfollati palestinesi fra le centinaia di migliaia generati dal conflitto, e che la Giordania non sapeva bene come gestire.

   I nuovi residenti furono sistemati in un nuovo complesso costruito con l’assenso dell’ONU, che ai tempi agiva da mediatore fra il neonato stato israeliano e la coalizione di paesi arabi che si erano scontrati nella guerra del 1948. Ai residenti il governo giordano garantì un complicato accordo che prevedeva che entro alcune decine di anni sarebbero diventati a tutti gli effetti proprietari dei terreni su cui erano state costruite le loro case. Nel 1967 però Israele riconquistò Gerusalemme Est durante la Guerra dei Sei Giorni, e da allora la occupa militarmente nonostante il parere contrario della maggior parte della comunità internazionale.

Dal 1970 Israele ha una legge che permette a tutti i profughi ebrei provocati dalla guerra del 1948 di tornare nelle proprie case: anche se si trovano al di là dei confini riconosciuti dall’ONU, come nel caso di Sheikh Jarrah.

   Da allora i discendenti dei profughi palestinesi che si sono trasferiti nel 1956 nei pressi della tomba di Simeone il Giusto cercano di resistere ai tentativi di sfratto. La battaglia legale – che riguarda meno di 500 persone – ha assunto una portata più ampia quando negli anni Novanta la proprietà nominale dei terreni intorno alla tomba è stata venduta a Nahalat Shimon, un’organizzazione radicale religiosa di coloni israeliani che ha come obiettivo esplicito quello di ridurre la presenza araba a Gerusalemme Est, per complicare la sua annessione in un futuro stato palestinese.

   In un’intervista data al New York Times, il vicesindaco di Gerusalemme ed esponente della destra religiosa Aryeh King ha detto che «certamente» la battaglia legale portata avanti da Nahalat Shimon fa parte di una più ampia campagna per «circondare di strati di ebrei» Gerusalemme Est.

   La tesi di Nahalat Shimon è che i terreni siano stati acquistati legalmente dai precedenti proprietari nel 1876, e che quindi vadano restituiti ai legittimi proprietari. La comunità palestinese di Gerusalemme Est fa notare invece che i terreni fanno parte di un’area che la comunità internazionale assegna al futuro stato palestinese, e che inoltre le richieste dei coloni ignorano il fatto che le famiglie palestinesi che abitano nei pressi della Tomba di Simeone si sono trasferite su indicazione dello stato che in quel momento deteneva la sovranità dell’area, cioè la Giordania, per di più con l’assenso dell’ONU.

   La questione non riguarda soltanto una manciata di case ma un tema delicatissimo e molto sentito dalla comunità palestinese, come il diritto al ritorno. La legge israeliana impedisce che i profughi palestinesi possano tornare a vivere nei territori che oggi fanno parte dello Stato di Israele. Al contempo però se ai coloni di Nahalat Shimon fosse permesso di sfrattare i residenti palestinesi nei pressi della Tomba di Simeone, sarebbe di fatto garantita una forma di diritto al ritorno, anche se su base etnica e a danno della popolazione che vive in un territorio occupato, come quella di Sheikh Jarrah.

   La decisione, peraltro, in futuro potrebbe aprire quello che il quotidiano israeliano Haaretz ha definito «un vaso di pandora»: «secondo una stima conservativa circa il 30 per cento delle case di Gerusalemme Ovest [la parte della città che spetta a Israele, secondo l’ONU], prima della guerra del 1948 era di proprietà di persone arabe». In altre parole: cosa accadrebbe se la tradizione giuridica israeliana garantisse un consolidato diritto di ritorno per i proprietari di case prima della guerra del 1948, e i tribunali fossero invasi da richieste di proprietari di etnia araba?

   Anche per questa ragione alcuni dei più moderati sostenitori della negazione al diritto di ritorno spiegano che dovrebbe essere negato in qualsiasi forma, sia agli israeliani sia ai palestinesi (che comunque formano la stragrande maggioranza dei profughi della guerra del 1948): soprattutto in un territorio che formalmente non fa nemmeno parte di Israele. Altri politici, più radicali, sostengono che il carattere discriminatorio delle leggi israeliane sia in qualche modo inevitabile. «Questo è un paese ebraico. Ne esiste uno solo. È ovvio che ci siano alcune leggi che alcune persone considerato pro-ebrei», ha detto King al New York Times.

   Negli anni scorsi i tribunali israeliani in alcune isolate decisioni avevano dato ragione ai coloni, e ordinato lo sfratto di alcune singole famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah. Ma si stima che 13 famiglie, per un totale di circa 300 persone, abbiano ricevuto un dispositivo di sfratto dai tribunali israeliani che sarà eseguito nei prossimi mesi. Nahalat Shimon ha già annunciato l’intenzione di demolire le case dei palestinesi e costruire appartamenti da destinare a circa 200 coloni. La Corte aveva lasciato spazio alle parti per un eventuale accordo extra-giudiziale, che per esempio avrebbe potuto prevedere una serie di protezioni legali per i residenti palestinesi, in cambio del riconoscimento che i terreni dove abitano appartengono a Nahalat Shimon. Un compromesso, però, non è stato raggiunto. (…) (da IL POST.IT del 8/5/2021 https://www.ilpost.it/)

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“NON VOGLIAMO LASCIARE SHEIKH JARRAH”. VOCI DA GERUSALEMME EST

di Alice Pistolesi, da https://www.atlanteguerre.it/ 13/5/2021

– Gli sfratti e le proteste che ne sono seguite hanno riacceso il conflitto. L’intervista a una delle abitanti del quartiere –

   Gli sfratti dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est e la protesta che ne è seguita rappresentano il cuore di questa nuova fase del conflitto israelo-palestinese. Le famiglie che da oltre sessant’anni abitano in quella zona si sono trovate al centro di una disputa che con il passare dei giorni ha superato sempre più i confini del quartiere per diventare una questione di ben più ampio respiro. Una di quelle scintille che è impossibile placare.

   Per capire la posizione di chi quel quartiere lo vive abbiamo rivolto alcune domande a una delle abitanti, che per la sua sicurezza personale ci ha chiesto di poter rimanere anonima.

Da quanto tempo la sua famiglia abita a Sheikh Jarrah?

La mia famiglia abita nel quartiere di Sheikh Jarrah dal 1956, dopo l’accordo tra il governo giordano e l’Unrwa. Siamo una delle 28 famiglie rifugiate che beneficiarono di quell’accordo. Quando mio padre arrivò in questa casa aveva solo cinque anni.

Quando vi hanno detto che dovete lasciare la casa?

Dal 1956 il governo giordano disse ai residenti che sarebbe andato avanti e avrebbe registrato le case dopo tre anni, ma il governo giordano non l’ha mai fatto. Poi arrivò la guerra del 1967, i giordani persero il controllo su Gerusalemme e iniziò il controllo di degli israeliani. Per alcuni anni tutto andò bene, ma nel 1972 due organizzazioni di coloni iniziarono una battaglia legale contro di noi, sostenendo che la terra su cui sono costruite le nostre case fosse loro. Da quel momento abbiamo affrontato la cosa udienza su udienza. Nell’ottobre del 2020 abbiamo infine ricevuto gli avvisi di sfratto per 7 famiglie, 4 per il mese di maggio e 3 in agosto.

Avevate mai pensato di lasciare Gerusalemme?

No, non ci abbiamo mai pensato. Questo è quello che vorrebbe Israele, vorrebbe che ce ne andassimo da Gerusalemme, ma noi restiamo. Se alla fine ci sfratteranno troveremo un altro posto in cui abitare, ma sempre qui. Ci auguriamo però di poter restare nella nostra casa. Abbiamo tutti i documenti che provano che la terra in cui è stata costruita la casa e la casa stessa ci appartengono.

Cosa pensi di quello che sta succedendo in questi giorni?

L’appoggio che abbiamo ricevuto ci ha rincuorato. Abbiamo manifestato non solo contro gli sfratti ma anche contro la discriminazione. Israele ha usato metodi inumani per separare i manifestanti, per mandarli via dalla vicinanze di Sheikh Jarrah. Ha usato polizia a cavallo, gas, bombe acustiche, lacrimogeni, proiettili di gomma. Hanno usato idranti speciali con un’acqua appiccosa che si attacca ai manifestanti, alle case. Odora in modo orribile e rimane attaccata alla pelle delle persone e alle case per giorni.

Si aspettava che la situazione diventasse così drammatica?

Sì me lo aspettavo, anche se in fondo stiamo combattendo per i diritti umani, per la nostra casa, per il nostro diritto a vivere in un posto sicuro. Purtroppo credo che la situazione possa diventare ancora più drammatica e che l’escalation possa anche peggiorare. Non capisco perché Israele stia usando questa violenza e compia questi attacchi contro la gente che prega, che si trova pacificamente in moschea. Non c’è nessuna ragione logica dietro questa violenza.

Com’è stato per la sua famiglia vivere in questi anni a Sheikh Jarrah. Avete avuto altre volte problemi con Israele?

Come dicevo i primi problemi sono iniziati nel 1972, ma la situazione è peggiorata notevolmente dal 2008-2009, quando ci sono stati i primi sfratti di nostri vicini e sono venuti ad abitare nei pressi della nostra casa alcuni coloni. Fin da subito sono iniziate le provocazioni. Impaurivano i bambini con i cani, giravano sempre armati, ci intimidivano come potevano. Da quel momento la nostra vita è cambiata, i bambini non volevano uscire di casa e anche noi non ci sentivamo più sicuri. Da quel momento in poi la situazione ha cominciato a precipitare.

Come vede il suo futuro?

Mi sento frustrata, arrabbiata, sento che non non ci stanno trattando come uomini e donne, ma come animali. Siamo disumanizzati, trattati ingiustamente. Credo siano in corso crimini di guerra portati avanti da una potenza occupante. Il diritto internazionale dovrebbe poter fare qualcosa per noi. Mi sento discriminata, mentre credo che il nostro diritto di vivere in maniera sicura sia sacrosanto.

Cosa dovrebbero fare le Nazioni Unite?

Credo che le Nazioni Unite dovrebbero almeno fornire sicurezza alle persone ed esercitare il proprio potere per fermare lo sradicamento delle famiglie dalle loro case. Come occupanti non possono demolire, sfrattare o usare una violenza eccessiva contro gli occupati e questo è ben noto. Dovrebbero quindi condannare la violenza in corso e usare i propri poteri per fermarla.

(di Alice Pistolesi, da https://www.atlanteguerre.it/ 13/5/2021)

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