Il ritiro dall’AFGHANISTAN degli USA, Italia e altri alleati, segna la sconfitta occidentale e il ritorno per gli afghani della paura, dell’integralismo, del terrorismo – L’incapacità di aiutare una NATION BUILDING: modello di stato adeguato all’esistente, con uno sviluppo inclusivo (scuole, sanità, lavoro…) e la fine del terrore

AFGHANISTAN IL RITIRO DELLE TRUPPE NATO (foto da https://www.ispionline.it/)

STAVOLTA TUTTI HANNO CHIARO IL PREZZO DELL’ADDIO A KABUL

di Umberto Folena, 17/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

   KABUL, ADDIO. PARTONO I SOLDATI, E CON LORO SE NE VANNO I SOGNI DI PACE E DEMOCRAZIA. Non c’è un solo quotidiano italiano che saluti con ottimismo la fine della “guerra infinita” in Afghanistan, che termina per la Nato; ma per gli afghani? «Via dalla guerra dei vent’anni» titola “Repubblica” (15/4) limitandosi alla cronaca.

   Il titolo della “Stampa” (15/4) si fa commento: «AFGHANI ABBANDONATI ALLA FOLLIA TALEBANA» e le parole di Domenico Quirico sono amare come fiele: «Il guerriero se ne va, sconfitto, umiliato dai ciabattanti ma implacabili mujaheddin talebani. Fine delle caramelle, degli aquiloni, del progresso sotto i cieli meravigliosi e crudeli di Kabul, della eguaglianza delle donne, del suffragio universale, della volontà dei più (…). La sconfitta in Afghanistan riassume i difetti dell’Occidente».

   NON SEMPLICE RITIRO, dunque, MA SCONFITTA, come sottolinea anche Giuliano Battiston sul “Manifesto” (15/4): «Il risultato, Biden non lo dice, è la sconfitta degli Stati Uniti. La vittoria dei talebani». È un autentico coro mesto, da brividi: «Sarà peggio di Saigon – scrive Andrea Nicastro sul “Corriere” (15/4). – Quando gli americani e, prima, gli altri contingenti Nato se ne andranno dall’Afghanistan, civili e militari che hanno lavorato con gli occidentali saranno esposti alla vendetta integralista».
   LE PIÙ ESPOSTE SARANNO LE DONNE. Ne è convinta anche Gaia Cesare (“Giornale”, 15/4), che dedica loro un lungo approfondimento con le testimonianze di alcune studentesse: «”Con il ritorno dei talebani per noi è finita”. È l’incubo dello stop alla scuola per le donne a cui pensano con insistenza e preoccupazione le afghane». Ma non solo, perché «ci sono donne soldato, ministre, governatrici, poliziotte, giudici, oltre che parlamentari».

   PER TUTTI, CRESCE «LA PAURA DI UN POPOLO CHE INSEGUIVA UN SOGNO» (Alberto Cairo, “Repubblica”, 15/4). Pagine meste, fino alla stoccata definitiva di Quirico: «In Afghanistan gli occidentali non volevano far del bene agli afghani, ma a se stessi». (Umberto Folena, da AVVENIRE)

 

AFGHANISTAN, mappa da Wikipedia

   La fine della presenza militare degli Stati Uniti, ma anche dell’Italia e molti altri paesi occidentali in AFGHANISTAN, è una sconfitta per Stati Uniti ed Europa: il Paese asiatico non ne esce migliorato, anzi è sempre diviso; e tutti gli osservatori concordano che in poco tempo i talebani si riprenderanno interamente il Paese, costringendo la popolazione a un ritorno alla pratica di un integralismo religioso fuori da ogni tempo (pensiamo al mondo femminile che, in qualche modo, in questi vent’anni di presenza occidentale, è riuscito ad esprimere per sé qualche diritto fondamentale della persona, come l’andare a scuola delle bambine).

   E, appunto, martedì 8 giugno a HERAT, nell’Afghanistan occidentale, si è tenuta la cerimonia per il ritiro del contingente italiano nel paese, a vent’anni dall’inizio della missione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, a cui l’Italia ha partecipato nel corso degli anni con migliaia di soldati.

 

AFGHANISTAN – Negli ultimi mesi non sono mancati gli attacchi. Il più drammatico (l’8 maggio 2021) è quello ad una SCUOLA FEMMINILE avvenuto lo scorso mese, quando sono morte decine di giovani studentesse e ci sono stati oltre cento feriti (foto dell’attentato omicida fuori della scuola femminile ripreso da https://www.open.online/)

   Il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan era annunciato da quando, ad aprile, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva comunicato la sua decisione di ritirare tutte le truppe americane entro l’11 settembre di quest’anno, anniversario degli attacchi terroristici compiuti da al Qaida a New York e Washington nel 2001.

   Quanto reggeranno sotto la pressione dei talebani le istituzioni centrali e lo stesso governo di Kabul dopo il ritiro occidentale nessuno sa dirlo, ma sono lecite le previsioni più pessimistiche.

   L’invasione statunitense dell’Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre: i talebani, che governavano l’Afghanistan con il terrore e che, secondo l’intelligence americana, avevano protetto e sostenuto il capo di al Qaida, Osama bin Laden, furono ben presto cacciati dalla capitale Kabul e dai principali centri del paese, ma non furono sconfitti.

   Invece, negli ultimi anni i talebani hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. Nell’esercito afghano accade già ora che molti contingenti locali si arrendono senza nemmeno combattere.

 

MAPPA CITTA DELL AFGHANISTAN da https://www.wanderello.it/ – “(…) L’AFGHANISTAN è e sarà sempre diviso. Una parte – cioè KABUL E LE CITTÀ CENTRALI – sarà più o meno controllata dal governo di ASHRAF GHANI (rieletto presidente nel 2020 da un numero ridicolmente esiguo di votanti) ma sempre sotto la mira degli attentati dei Talebani e dell’Isis. UN’ALTRA PARTE è quella delle aree del sud con KHANDHAR e HELMAND nelle solide MANI DEI TALEBANI; poi LE AREE DEL NORD abitate da TAGIKI e UZBEKI nelle mani dei SIGNORI DELLA GUERRA LOCALI che fanno riferimento ad ABDULLAH ABDULLAH. INFINE L’AREA DEL CENTRO occupata dagli HAZARA sciiti.(…)” (Carlo Panella da https://www.linkiesta.it/, 15/4/2021)

   Pertanto come è accaduto in Somalia, come sta accadendo in questi giorni in Mali, Sahel, e nel caso ora dell’Afghanistan, la presenza militare occidentale, ritenuta “condivisibile” un po’ da tutta una società civile internazionale per tutelare i diritti fondamentali della persona, e creare le basi di uno stato che tuteli tali diritti individuali… ebbene i numerosi esempi fin qui accaduti (oltre a SOMALIA, AFGHANISTAN, MALI…) dimostrano che queste presenze militari “buone” sono destinate alla sconfitta, sono incapaci di aiutare la NATION BUILDING, cioè la costruzione di una nazione che crei sicurezza nell’ordine pubblico, che tuteli le regole democratiche, che non sia improntata a regole di integralismo religiose e, al di là della fatua copertura della religione, in mano a bande di pericolosi assassini.

 

“(…) LA MISSIONE ITALIANA È COMINCIATA IL 30 OTTOBRE DEL 2001 e, dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul, da poco conquistata, SI TRASFERÌ STABILMENTE A HERAT, dove per anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’ADDESTRAMENTO DELLE TRUPPE DELL’ESERCITO AFGHANO. Nel corso di vent’anni alla missione italiana hanno partecipato, A ROTAZIONE, CIRCA CINQUANTAMILA SOLDATI (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) e di questi 53 SONO MORTI, QUASI TUTTI IN ATTACCHI E ATTENTATI. (…)” (da IL POST.IT del 9/6/2021 https://www.ilpost.it/) (nella FOTO: DA WIRED.IT, Aeroporto militare di Ciampino: arrivo delle salme dei militari della Folgore caduti in Afghanistan, 20 settembre 2009)

    Molti sono i fattori, noi pensiamo, alla base di questi “interventi esterni” che sono un fallimento, cioè non riescono a realizzare niente; e ne proviamo a individuare alcuni negli articoli di questo post. Come, ad esempio, dall’Afghanistan alla Turchia e al Sahel, non sappiamo favorire – né implementare, se non in Marocco e in Tunisia – una componente islamica moderata, non integralista, che si ponga sulla strada del dialogo, come del resto accade nella stragrande maggioranza del mondo islamico.

 

AFGHANISTAN – Negli ultimi anni i TALEBANI hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. Nell’esercito afghano accade già ora che molti contingenti locali si arrendono senza nemmeno combattere (foto da https://www.quotedbusiness.com/ )

    E poi l’ “intervento dall’esterno” non può essere solo militare, ma dovrebbe (deve) ricercare uno SVILUPPO INCLUSIVO in tutto il Paese: con uno sviluppo economico, con scuole, centri medici, non solo nei maggiori centri ma ancor di più nelle periferie e campagne spesso in mano agli integralisti (pertanto con uno sviluppo sociale dove la popolazione si sente più abbandonata….). Un’economia di “cooperazione allo sviluppo” che crei anche un rapporto di reciproco scambio tra popolazioni (associazioni etc.) di chi interviene militarmente e il Paese interessato dall’intervento. Non solo una presenza militare.

MAPPA DEI PAESI COINVOLTI in AFGHANISTAN (da http://documenti.camera.it/)

   E molto spesso invece questa tradizionale lotta al terrorismo porta a forme di “arroganza” militare occidentale, che il nuovo State Building ricercato viene visto solo come una rimozione dell’esistente con la creazione di un modello di Stato non adeguato al contesto: e pertanto viene rifiutato, e/o dà spazio a quelle fazioni integraliste che si vorrebbe superare.

    Situazioni non semplici nelle forme di intervento (necessario) in aiuto a popolazioni vessate da bande armate, più o meno integraliste dove l’aspetto religioso è quasi sempre strumentale. Vi è la necessità di rivedere i modi di questi interventi, per non subire i fallimenti, come in Somalia, e adesso in Afghanistan e in Mali. (s.m.)

 

MALI: MACRON ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE FRANCESI DAL SAHEL – L’operazione Barkhane, in cui sono stati impiegati oltre 5 mila soldati sarà sostituita da contingenti provenienti da vari Paesi. Il presidente francese: “l’obiettivo rimane sconfiggere lo jihadismo nell’area, ma cambieremo approccio” (nella foto: giornali locali in Mali annunciano il ritiro delle truppe francesi, da https://vaticannews.va/it/)

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LA FINE DELLA MISSIONE ITALIANA IN AFGHANISTAN

da IL POST.IT del 9/6/2021 https://www.ilpost.it/

– Dopo vent’anni, l’8 giugno si è tenuta la cerimonia conclusiva e i soldati torneranno nelle prossime settimane, con i colleghi della NATO –

   Martedì 8 giugno a HERAT, nell’Afghanistan occidentale, si è tenuta la cerimonia per il ritiro del contingente italiano nel paese, a vent’anni dall’inizio della missione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, a cui l’Italia ha partecipato nel corso degli anni con migliaia di soldati. Alla cerimonia hanno preso parte il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il generale Austin Miller, capo delle forze ISAF, cioè della missione NATO in Afghanistan, e il capo di stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, tra gli altri.

   La cerimonia è stata in gran parte simbolica – serviranno ancora alcune settimane per evacuare tutti gli uomini e i mezzi – ma segna comunque un momento importante e pieno di incertezze: dopo vent’anni di presenza italiana e occidentale in Afghanistan, ci sono ancora molti dubbi sul fatto che, una volta partiti i soldati, il governo civile sostenuto dall’Occidente rimarrà solido e non sarà rovesciato dai guerriglieri talebani, che non sono mai stati del tutto sconfitti e puntano a riconquistare il paese.

   Il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan era annunciato ormai da diversi mesi, da quando, ad aprile, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva comunicato la sua decisione di ritirare tutte le truppe americane entro l’11 settembre di quest’anno, anniversario degli attacchi terroristici compiuti da al Qaida a New York e Washington nel 2001. Il contingente americano in Afghanistan è sempre stato quello più numeroso, e prima dell’annuncio del ritiro contava tra i 2.500 e i 3.000 soldati.

   Dopo la decisione di Biden, tutti gli altri paesi NATO presenti in Afghanistan, tra cui l’Italia, hanno annunciato il loro ritiro. Il contingente NATO, esclusi i soldati americani, all’inizio dell’anno contava all’incirca 7.000 militari, e la missione italiana era composta da 900 unità, schierate nella base di Herat.

   Lo sgombero della base italiana sta procedendo piuttosto rapidamente: «Stiamo andando veloci. Sino a poche settimane fa avevamo decine di migliaia di metri lineari di materiali da essere imballati e messi sugli aerei. Ora ne restano meno di mille», ha detto al Corriere della Sera il generale Luciano Portolano, che coordina la logistica. Attualmente a Herat ci sono 800 paracadutisti della Brigata Folgore, che potrebbero essere rimpatriati già all’inizio di luglio.

   La missione italiana è cominciata il 30 ottobre del 2001 e, dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul, da poco conquistata, si trasferì stabilmente a Herat, dove per anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’addestramento delle truppe dell’esercito afghano. Nel corso di vent’anni alla missione italiana hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) e di questi 53 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati.

   Durante la cerimonia – cominciata con gran ritardo perché, a causa di una disputa diplomatica, gli Emirati Arabi Uniti non hanno consentito il sorvolo all’aereo italiano che trasportava i giornalisti e lo hanno costretto a una lunga deviazione – il ministro Guerini ha ricordato i successi dell’intervento militare italiano e occidentale: «C’è da chiedersi cosa sarebbe stato di questo Paese se non fossimo intervenuti. Grazie a noi la società afghana è progredita. Ce ne andiamo dopo aver ottenuto risultati importanti per la sicurezza internazionale e per la libertà del popolo afghano. Ci sono stati progressi nei diritti delle donne, nella vita democratica, ora si tratterà di aiutare a difenderli».

   La maggior parte degli analisti tuttavia ha seri dubbi sul fatto che i risultati della missione occidentale potranno essere duraturi.

   L’invasione statunitense dell’Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre: i talebani, che governavano l’Afghanistan con il terrore e che, secondo l’intelligence americana, avevano protetto e sostenuto il capo di al Qaida, Osama bin Laden, furono ben presto cacciati dalla capitale Kabul e dai principali centri del paese, ma non furono sconfitti.

   Nel corso degli anni la guerra cambiò, si espanse e divenne qualcosa di diverso dall’iniziale missione antiterrorismo: le truppe americane furono incaricate di favorire un processo di nation-building (costruzione di uno stato nazionale), democratizzazione e introduzione dei diritti per le donne, che erano stati estremamente limitati durante il regime talebano. Il processo non portò però ai risultati sperati, per molte ragioni, i talebani si rafforzarono e a partire dal 2009 il presidente Barack Obama ordinò il cosiddetto surge, che portò in Afghanistan centinaia di migliaia di soldati.

   Anche il surge tuttavia non riuscì né a sconfiggere i talebani né a stabilizzare del tutto l’Afghanistan: nel 2014 la missione originaria degli Stati Uniti, chiamata “Enduring Freedom”, che significa libertà duratura, fu sostituita da una nuova missione, chiamata “Resolute Support”, che significa sostegno deciso. Dal 2015 le truppe straniere non hanno più ruoli di combattimento, e si limitano ad addestrare l’esercito afghano, per prepararlo a quando dovrà garantire da solo la sicurezza del paese.

   Nel corso degli ultimi anni i contingenti stranieri si sono man mano ridotti, passando dalle centinaia di migliaia del periodo del surge alle poche migliaia di oggi.

   Ora che le truppe occidentali si stanno ritirando del tutto, il risultato della missione è a rischio. Negli ultimi anni i talebani hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. L’esercito afghano, come ha ricordato il Foglio, sta subendo perdite ingenti (405 soldati uccisi soltanto a maggio), e molti contingenti locali si arrendono ai talebani senza nemmeno combattere. Il governo afghano spera di riuscire a tenere almeno i principali centri abitati, a partire dalla capitale Kabul, ma anche su questo c’è molta incertezza. (da IL POST.IT del 9/6/2021)

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IL RITIRO DALL’AFGHANISTAN E IL FALLIMENTO DELLA POLITICA OCCIDENTALE

di Carlo Panella da https://www.linkiesta.it/, 15/4/2021

– L’intervento militare ventennale è una sconfitta per Stati Uniti ed Europa: il Paese asiatico non ne esce migliorato, anzi è sempre diviso lungo le sue faglie interne. Colpa soprattutto di una Nato incapace di rafforzare una componente islamica che fosse in grado di scalzare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun –

   Un fallimento. Non c’è altra parola per definire l’esito di ben vent’anni di intervento Nato in Afghanistan che si chiuderanno l’11 settembre 2021, secondo quanto dichiarato dal presidente americano Joe Biden.

   Col ritiro annunciato degli ultimi 10mila militari della coalizione dal suolo afgano (3.500 gli americani, 800 gli italiani) il quadro del Paese non sarà molto dissimile purtroppo da quello del 2001. L’unica differenza è la sconfitta di al Qaeda, il cui vuoto è stato però sostituito dall’Isis, qui denominato Stato Islamico del Khorasan.

   Certo, non è un secondo Vietnam, non è neanche paragonabile al caos lasciato dalla precipitosa ritirata da Kabul delle truppe sovietiche nel 1989, ma è comunque una netta sconfitta della Nato e dell’Occidente (quindi anche dell’Italia).

   Il Paese infatti è e sarà sempre diviso. Una parte – cioè KABUL e le città centrali – sarà più o meno controllata dal governo di ASHRAF GHANI (rieletto presidente nel 2020 da un numero ridicolmente esiguo di votanti) ma sempre sotto la mira degli attentati dei Talebani e dell’Isis.

   Un’altra parte è quella delle aree del sud con KHANDHAR e HELMAND nelle solide mani dei Talebani; poi le aree del nord abitate da TAGIKI e UZBEKI nelle mani dei signori della Guerra locali che fanno riferimento ad ABDULLAH ABDULLAH. Infine l’area del centro occupata dagli HAZARA sciiti.

   Dietro e al fianco di Ashraf Ghani ci sono e ci saranno gli Stati Uniti, con i loro 70 miliardi di finanziamento; dietro i Tagiki e gli Uzbeki si schierano gli stan ex sovietici, l’India e la Cina; dietro i Talebani operano massicciamente il Pakistan e i Paesi del Golfo; dietro gli Hazara c’è l’Iran.

   Un caos fatto Paese, ingovernato e ingovernabile, nel quale la pressione dei Talebani si farà sempre più stringente e gli attentati continueranno a fare strage dopo avere ucciso non meno di centomila civili in venti anni.

   Quanto reggeranno sotto la pressione dei Talebani le istituzioni centrali e lo stesso governo di Kabul dopo il ritiro occidentale nessuno sa dirlo, ma sono lecite le previsioni più pessimistiche.

   Dietro questo fallimento, se l’Occidente fosse in grado di ragionare, esattamente come in Vietnam, non vi è una sconfitta militare, ma una sconfitta tutta politica. In Vietnam il clamoroso e reiterato errore politico degli Stati Uniti fu quello di emarginare dal governo di Saigon la componente buddista, la “terza forza” (vi furono addirittura scontri con reparti militari buddisti nell’esercito del Sud).

   In cambio gli americani si affidarono a un’alleanza cieca con una corrotta e più che settaria élite cattolica Sud vietnamita ereditata dal colonialismo francese, i cui leader furono i presidenti Ngo din Diem e Nguyen Van Thieu.

   Fu questa intrinseca fragilità politica del governo di Saigon, nettamente distaccato dal popolo sud vietnamita, a determinare la sconfitta militare. Non viceversa.

   In Afghanistan il principale errore, condiviso da tutte le presidenze americane, è stato quello di non rescindere i rapporti intensi e oscuri tra i Talebani e i vari governi del Pakistan. Rapporti derivanti da comunanze etniche ma anche dalla dottrina dei massimi generali dell’esercito di Islamabad che considera l’Afghanistan un retroterra strategico indispensabile da mantenere amico e affidabile (appunto, tramite il rapporto con i Talebani) nella inevitabile e prossima nuova guerra contro l’India.

   Dunque, i Talebani afghani hanno sempre potuto godere di un retroterra affidabile, nelle cosiddette Zone Tribali pakistane. E anche di appoggi e finanziamenti di tutti i tipi, veicolati da settori dell’Isi, il servizio segreto pakistano. La prova del nove di questi loschi rapporti è nel fatto che lo stesso Osama Bin Laden era ospitato in un compound a poche centinaia di metri dalla Accademia Militare di Abbottabad, quando fu ucciso.

   Ma più interessante è il secondo errore compiuto dalla Nato in Afghanistan: non essere riuscita a rafforzare una componente islamica in grado di scalzare e insidiare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun (38-40 per cento della popolazione).

   L’indubbio successo militare dei Talebani infatti si spiega tutto col loro profondissimo radicamento popolare a difesa, tra l’altro, del rispetto del Pashtunwali – il tradizionale e oscurantista codice famigliare e di comportamento tipico di questa etnia.

   Si tratta di un deficit che l’Occidente sconta ovunque: dall’Afghanistan alla Turchia e al Sahel, non trova e non sa favorire – né implementare, se non in Marocco e in Tunisia – una componente islamica omogenea o quantomeno non conflittuale con i propri valori fondanti.

   Peggio ancora, l’Occidente non ha ancora compreso che per contenere l’Islam fondamentalista e oscurantista l’appello alla propria laicità sterile se non controproducente (misera la fine della nuova Costituzione afghana a cui contribuimmo anche noi italiani) e che è indispensabile favorire componenti islamiche razionaliste.

   Nello specifico, gli Stati Uniti e l’Occidente non hanno compreso che un conto è la realpolitik geopolitica che li ha portati ad allearsi con l’Arabia Saudita e il Pakistan, altro e ben differente conto è che questi alleati irradiano e sostengono un Islam wahabita e salafita, che genera jihadismo e che alla fine collide con gli stessi interessi geopolitici dell’Occidente. Un circolo vizioso. (Carlo Panella)

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IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALL’AFGHANISTAN

di Andrea De Angelis – Città del Vaticano da https://www.vaticannews.va/it/mondo/

– Ammainato il tricolore ad Herat, il contingente italiano lascia il Paese dopo venti anni. Pierluigi Barberini, analista Difesa del Ce.Si: “Forse già a fine luglio si completerà il ritiro dei militari statunitensi, ma le incognite sul futuro sono tante” –

   Le operazioni di rimpatrio delle forze italiane – 800 unità ad inizio anno, oltre il doppio in passato – e mezzi, avviate a maggio, si concluderanno a breve, in sintonia con l’accelerazione impressa dagli Stati Uniti.

   L’amministrazione Biden, dopo aver annunciato il completo ritiro dall’Afghanistan entro la data simbolica dell’11 settembre, vorrebbe anticipare le operazioni completando la partenza dei suoi uomini entro la fine del prossimo mese di luglio. Frutto dell’accordo di Doha, risalente al 2020, il ritiro del contingente internazionale dal Paese avviene in un momento delicato sia dal punto di vista della sicurezza dell’Afghanistan che da quello strettamente politico, dove si cerca una svolta nei rapporti tra il Governo ed i talebani. 

Una presenza ventennale 

   Dopo vent’anni, dunque, le forze italiane lasciano l’Afghanistan. “Non vogliamo che il Paese torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi. Vogliamo continuare a rafforzarlo dando anche continuità all’addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi vent’anni”, ha detto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ad Herat in occasione della cerimonia per la conclusione della missione Nato nel Paese. “Continueremo a fare la nostra parte – ha proseguito – perché la sfida del processo di pacificazione è ancora aperta”. “Sono 53 le lacrime che non dimenticheremo”, ha affermato il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, riferendosi ai militari italiani caduti in questi due decenni. “Il vostro e il loro sacrificio ha dato risultati a livello internazionale”, ha aggiunto. 

I tempi del ritiro 

“Quanto sta accadendo è in linea con gli annunci fatti nelle scorse settimane, a partire da quello del presidente americano Biden nel mese di aprile. Visto il ritmo impresso al ritiro, è probabile che finisca già a luglio, in anticipo dunque rispetto alla data dell’11 settembre”. Lo afferma nell’intervista a Vatican News Pierluigi Barberini, analista Difesa del Ce.Si, il Centro studi internazionali. 

   “Un ritiro che la Casa Bianca ha già voluto con la precedente amministrazione Trump – aggiunge – ed in corso, seppur con numeri diversi, già da diversi anni”. 

La situazione attuale e gli scenari futuri 

   Negli ultimi mesi non sono mancati gli attacchi. “Il più drammatico – ricorda Barberini – è quello ad una scuola femminile avvenuto lo scorso mese, quando sono morte decine di giovani studentesse e ci sono stati oltre cento feriti”. Dunque il quadro appare incerto, non privo di fragilità. “L’incertezza riguarda sia l’aspetto legato strettamente alla sicurezza, ma anche la situazione politica. Gli attacchi sono mirati sia contro le forze di sicurezza afghane (Esercito e Polizia) che verso la società civile, tra cui negli ultimi mesi sono state colpite anche donne con un ruolo ben preciso, da magistrati a giornaliste”.

   Che futuro dunque si prospetta per il Paese? “Non è semplice dirlo, molto dipenderà dagli sviluppi dell’Accordo di Doha dello scorso anno. Capire cosa accadrà dal 12 settembre in poi è difficile, fondamentale sarà la capacità delle forze afghane di garantire la sicurezza dei civili. Questo ritiro avviene in un Paese – conclude – dove il futuro si presenta ad oggi ricco di incognite ed incertezze”. 

L’appello di Human Rights Watch

   I Paesi che stanno ritirando le loro truppe dall’Afghanistan dovrebbero accelerare i programmi per il reinsediamento di ex interpreti afghani e altri dipendenti di truppe o ambasciate straniere minacciati di ritorsioni dalle forze talebane: è l’appello di Human Rights Watch rivolto in particolare agli Stati Uniti e a tutti quei Paesi che si apprestano a ritirare ogni loro presenza nel Paese entro l’11 settembre di quest’anno. “Gli afghani che hanno lavorato con truppe o ambasciate straniere affrontano enormi rischi di ritorsioni da parte dei talebani”, ha affermato Patricia Gossman, direttore associato per l’Asia di Human Rights Watch. (Andrea De Angelis) 

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DOPO VENT’ANNI L’ITALIA SI RITIRA DALL’AFGHANISTAN, È VALSA LA PENA ANDARCI?

di Luigi Mastrodonato, 9/6/2021, da WIRED.IT (https://www.wired.it/ )

– Mentre veniva ammainato il tricolore, un attentato talebano uccideva dieci sminatori. La missione aveva lo scopo di sconfiggere il nemico e importare la democrazia ma il ritiro dell’Occidente lascia una terra piena di incognite –

   Sono passati vent’anni dall’inizio della missione italiana in Afghanistan, con migliaia di soldati inviati a sostegno degli Stati Uniti nell’intervento militare post-11 settembre. L’obiettivo era sconfiggere i talebani e avviare un processo di stabilizzazione e nation building che passasse anche dall’addestramento dell’esercito afghano, così che potesse cavarsela da solo quando le forze occidentali se ne sarebbero andate. Ora è arrivato quel momento, con gli Stati Uniti che per voce del presidente Joe Biden hanno ufficializzato il congedo a settembre e gli alleati che stanno già anticipando il ritiro. Tra questi l’Italia, che proprio nelle scorse ore ha tenuto la cerimonia dell’ammaina-bandiera alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini.

   La missione italiana nel paese è iniziata nell’ottobre 2001 e la base operativa dopo un breve tempo a Kabul è stata trasferita a Herat. Durante questi vent’anni sono passati dall’Afghanistan circa 50mila soldati tricolori, ma mai più di 5mila nello stesso momento. In 53 sono morti. Negli ultimi tempi il contingente aveva già cominciato a sgonfiarsi e in effetti al momento sono 800 circa i militari ancora presenti che nelle settimane a venire lasceranno definitivamente il paese. Fino alla fine del 2020, l’Italia aveva speso oltre 8,4 miliardi di euro per la sua missione in Afghanistan secondo documenti ufficiali, una cifra che in realtà è ben più alta sia per le tante spese indirette che rimangono nascoste sia perché ancora non si hanno i dati aggiornati al 2021.

   Un costo altissimo, che ha significato anche la perdita di cittadini italiani e che ha fatto interrogare su quanto tutto ciò sia stato coerente con quell’articolo 11 della Costituzione che dice che “l’Italia ripudia la guerra”, dal momento che è difficile definire l’intervento della Nato in Afghanistan in altro modo. Nel momento in cui si scrivono le ultime pagine di questo libro, mentre i militari si apprestano a lasciare un terreno brullo calpestato per lungo tempo, è allora tempo di bilanci. La domanda è una sola: ne è valsa la pena? La risposta è che ci sono molti dubbi al riguardo.

   Nel 2001 si era andati in Afghanistan per togliere potere e influenza ai talebani, per mettere le basi per una democrazia che sapesse esistere sulle proprie gambe, per securizzare un paese abituato a fare i conti con la violazione dei diritti e il sangue fatto scorrere dal terrorismo. Non ci vuole molto oggi per rendersi conto che tante di quelle cose sono rimaste uguali, se non peggiorate. I talebani inizialmente sono stati cacciati da Kabul, ma nel corso degli anni hanno avuto modo di organizzarsi e assumere il controllo di ampie fette del paese.

   Quel governo afghano che doveva avere il supporto occidentale ha in realtà perso sempre più territorio negli ultimi anni, restando incagliato in una guerriglia senza sosta con i talebani che è stata solo oscurata dagli accordi siglati l’anno scorso dagli Stati Uniti con questi ultimi, preludio del ritiro delle truppe straniere. Questo non ha però cambiato la situazione sul terreno, che in molti casi continua ad avere le sembianze di una vera e propria guerra civile: proprio mentre l’Italia faceva la sua cerimonia di congedo delle scorse ore, un attentato talebano colpiva un team di sminatori uccidendone almeno una decina.

   Solo nei primi tre mesi del 2021 sono state uccise oltre 500 persone, con un incremento del 29% rispetto allo stesso periodo del 2020. Segno che l’Afghanistan che l’occidente si appresta a lasciare non è quella terra ripristinata che ci si presupponeva di creare, al contrario è un paese che continua a vivere nel caos. La stessa missione occidentale, Italia compresa, ha d’altronde di frequente cambiato identità e obiettivo, tra guerra al terrorismodemocratizzazione, messa in sicurezza, addestramento e così via, a testimoniare come venti anni di Afghanistan siano stati una sorta di pantano, con progressi più narrati che reali.

   Si è continuato a spendere, c’è stato un costo umano importante non solo lato esercito, ma anche lato civili locali, i famosi “effetti collaterali” di una guerra. E il risultato è un paese che difficilmente ce la farà da solo, ma che allo stesso tempo non ha ottenuto molto dal sostegno straniero: una situazione di perdita in ogni caso, in cui esserci o non esserci è comunque una sconfitta, ma dove le ombre più grandi si allungano sull’interventismo a causa degli alti costi umani, economici e sociali che ne sono derivati per l’Italia e per il resto l’occidente.

   “C’è da chiedersi cosa sarebbe stato di questo Paese se non fossimo intervenuti”, ha tuonato il ministro Guerini durante l’ultima cerimonia. Un dilemma a cui non possiamo rispondere, l’unica cosa che sappiamo è quel paese oggi non sta molto meglio di venti anni fa. (Luigi Mastrodonato)

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IL RITIRO DI USA E NATO DALL’AFGHANISTAN È IL TRIONFO DEI JIHADISTI

di Gianandrea Gaiani 24 Aprile 2021 da https://www.filodiritto.com/

– Gli Stati Uniti hanno preso la decisione definitiva di rimpatriare le residue truppe presenti in Afghanistan. Il presidente Joe Biden ha annunciato infatti un ritiro di tutte le truppe entro l’11 settembre di quest’anno, con un posticipo di oltre 4 mesi rispetto alla data del 1° maggio stabilita negli accordi stipulati a Doha (Qatar) con i Talebani nel febbraio 2020 –

   “Prima del 1° maggio, inizieremo un ritiro ordinato e abbiamo in programma di ritirare tutte truppe prima del 20° anniversario dell’11 settembre 2001”, aveva spiegato un alto funzionario americano, aggiungendo che Biden non imporrà condizioni ai talebani o al governo afghano per completare il ritiro. Attualmente ci sono circa 3.500 soldati statunitensi in Afghanistan: 2.500 assegnati all’Operazione NATO Resolute Support, di cui fanno parte anche 7mila militari di 36 stati della Coalizione (tra i quali 750 britannici, 860 georgiani, 890 italiani, e 1.300 tedeschi), che addestra e supporta le truppe di Kabul.

   Un migliaio di soldati del Comando forze speciali conduce invece operazioni contro milizie jihadiste nell’ambito dell’operazione Freedom Sentinel, erede di Enduring Freedom varata da George W. Bush.

La sconfitta mascherata

Dalla Casa Bianca al Pentagono, dalla NATO alle cancellerie europee si è sprecato un fiume di parole per mascherare la sconfitta o attribuire una qualche dignità al ritiro delle truppe alleate dall’Afghanistan annunciato dal presidente Biden.

   Del resto l’accordo firmato in Qatar dall’amministrazione Trump e dai talebani aveva l’obiettivo di offrire a Washington l’alibi per il ritiro, non certo di conseguire la stabilità dell’Afghanistan con improbabili intese tra governo e insorti jihadisti.

   A dispetto della situazione sul terreno Biden, ha affermato che ordinare il ritiro “non è stata una decisione difficile, era assolutamente chiara” sostenendo gli Usa hanno raggiunto il loro obiettivo in Afghanistan 10 anni fa con l’uccisione di Osama bin Laden.

   Il presidente forse dimentica che il leader di al-Qaeda venne eliminato in Pakistan, nazione che ha sempre sostenuto l’insurrezione talebana e a cui Biden oggi chiede, paradossalmente, di ”fare di più per sostenere l’Afghanistan”.

   Tra beffa e tragica ironia anche il segretario di Stato, Antony Bllinken ha detto che “abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati e ora è il momento di portare a casa le nostre forze” aggiungendo che con la NATO gli USA continueranno a operare per la sicurezza dell’Afghanistan.

   In realtà è quanto meno paradossale che a Washington si affermi che sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati dal momento che i talebani hanno cessato di attaccare le truppe alleate ma hanno incrementato gli attacchi ai militari afghani e ai rappresentanti civili del governo di Kabul. Gli insorti hanno raggiunto in accordo con gli USA (ritiro truppe straniere in cambio di stop all’asilo ai qaedisti) ma non col governo afghano che la coalizione avrebbe dovuto proteggere e tutelare.

   Il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, ha commentato che le forze armate statunitensi “hanno compiuto la loro missione e possono essere orgogliose di quello che hanno fatto” perché “hanno reso possibile che si ottenessero dei progressi economici e politici” nel Paese.

   Ma la missione sensata per ogni soldato è la vittoria o quanto meno scongiurare la sconfitta mentre i progressi conseguiti in Afghanistan negli anni scorsi sono già in parte stati compromessi e verranno del tutto vanificati entro breve, trasformando in perdite inutili i caduti e i feriti sofferti dalla Coalizione.

   Il ritiro degli americani non lascia alternative agli alleati NATO che non sembrano certo disposti a restare da soli a Kabul (forse non ne avrebbero neppure i mezzi) e dintorni e che nell’annunciare il ritiro rilasciano affermazioni quasi farsesche.

   Se per il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio si tratta di una decisione epocale (forse una “sconfitta epocale”), per il segretario della NATO Lens Stoltenberg l’importante è muoversi al fianco degli USA.

“Siamo entrati in Afghanistan insieme, abbiamo lavorato insieme e siamo uniti nel lasciare il paese insieme” ha detto fingendo di ignorare che nel 2001 furono gli anglo-americani a far cadere il regime talebano (la NATO intervenne più tardi quando sembrava non vi fossero più scontri bellici) e che la fuga degli alleati offre su un piatto d’argento al mondo jihadista la più grande delle vittorie, che potrebbe aprire la strada a nuovi attacchi e sfide a un Occidente considerato imbelle.

   La nuova data in cui cesserà l’impegno militare statunitense a Kabul ha ovviamente un valore simbolico poiché coinciderà con il ventesimo anniversario degli attentati alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001 che determinarono l’attacco all’Afghanistan.

   Con amara ironia, da oggi indicherà la doppia sconfitta di USA e Occidente nella lotta contro l’insurrezione e il terrorismo islamic . Più che alle ricorrenze, la Casa Bianca dovrebbe preoccuparsi dell’impatto di questa decisione sul governo e sui militari afghani, che hanno scarse possibilità di resistere agli attacchi talebani senza la presenza delle forze alleate.

Le reazioni

L’annuncio del ritiro dal più lungo conflitto della storia americana ha provocato critiche bipartisan dal Congresso che già si erano registrate quando venne reso noto il piano di Donald Trump.

   Il leader della minoranza Repubblicana al Senato, Mitch McConnell ha affermato che Biden “abbandona i nostri partner e si ritira di fronte i talebani” nell’ambito di un “ritiro affrettato delle forze, un grave errore, una ritirata di fronte ad un nemico che non è scomparso è una rinuncia alla leadership americana”.

   Anche il senatore Lindsey Graham ha definito il ritiro “un disastro annunciato, stupido e terribilmente pericoloso”. Critiche sono arrivare anche dai democratici, con Jeanne Shaheen, della commissione Esteri della Camera, che si è detta “molto delusa” della decisione di Biden, considerando il rischio di abbandonare gli afghani, in particolare le donne, sul fronte di diritti umani e civili. “Gli Stati Uniti hanno sacrificato troppo per la stabilità dell’Afghanistan per abbandonarlo senza aver assicurato il suo futuro”, ha aggiunto. Più morbidi col presidente altri senatori democratici: “Quali altre scelte aveva? Non c’erano buone scelte a disposizioni”, ha detto Patrick Leahy.

   Entusiasta invece la sinistra del Partito Democratico con Bernie Sanders che definisce “coraggiosa e giusta” la sua decisione e Elizabeth Warren che afferma di sostenere “con forza l’impegno del presidente a ritirare tutte le truppe dall’Afghanistan.

   Per Chris Murphy “i sostenitori della guerra senza fine da 15 anni dicono che se rimaniamo in Afghanistan un po’ di più, i Talebani rinunceranno e il governo afghano inizierà a funzionare, e continueranno a dirlo per i prossimi 15 anni se lasciamo le nostre truppe in modo indefinito”.

   “Finalmente facciamo la cosa giusta”, ha esultato Barbara Lee, deputata della California che nel 2001 era stata l’unica a votare contro quella guerra.

I talebani festeggiano

In un’intervista alla BBC un leader talebano ha affermato che il suo movimento “ha vinto la guerra e gli Usa l’hanno persa” mentre Haji Hekmat, governatore ombra talebano della provincia di Balkh, ha detto esplicitamente che l’obiettivo dei talebani è ripristinare L’Emirato governato dalla sharia che venne rovesciato dall’invasione anglo-americana del 2001.

   Il 16 aprile almeno sette membri delle forze governative sono rimasti uccisi in una serie di attacchi dei talebani in due province afghane.

   Fonti ufficiali riferiscono che nella provincia occidentale di Herat tre poliziotti sono rimasti uccisi quando un’autobomba è esplosa ad un posto di blocco nel distretto di Zinda Jan. Nell’attacco sono rimasti feriti anche otto civili, compresi dei bambini. Nella provincia settentrionale di Takhar sono invece rimasti uccisi quattro membri delle forze di sicurezza e altri cinque feriti in un attacco dei talebani ad un posto di blocco alla periferia della città di Taloqan.

   Il ministero della Difesa di Kabul ha annunciato che l’esercito ha liberato 20 militari e poliziotti che si trovavano in una prigione dei talebani nella provincia meridionale di Zabul.

Ritirata

Il Regno Unito ha annunciato il ritiro dei propri 750 soldati entro l’11 settembre, e conferme in tal senso sono arrivate anche dall’Australia (80 militari) mentre in Germania il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha confermato il ritiro delle truppe che “potrebbe completarsi già per la metà di agosto”.

   L’unica nota fuori dal coro è quella della Repubblica Ceca (52 militari in Afghanistan): il presidente Milos Zeman, infatti, reputa “un errore” il ritiro delle truppe spiegando che “non è ritirandosi che si combatte il terrorismo islamico”. Al momento quella di Zeman appare l’unica valutazione di buon senso pronunciata in proposito da una figura istituzionale di uno stato membro della Nato.

   Quanto all’Italia, “nei prossimi giorni inizierà il rientro degli 800 militari italiani che sono impegnati ad Herat e a Kabul” ha detto ieri ministro della Difesa Lorenzo Guerini

   L’intervento militare italiano è costato circa 10 miliardi di euro considerando anche i costi logistici del ripiegamento da Herat e ha visto l’impegno sul terreno nel momento di maggiore sforzo di circa 4.500 militari quando i costi per la missione erano compresi tra i 700 e gli 800 milioni annui contro i 200 degli ultimi anni.

   Dal novembre 2001 i nostri militari hanno partecipato alle missioni Enduring Freedom, Isaf e Resolute Support registrando 54 caduti e oltre 600 feriti, combattendo  e vincendo molte battaglie, con valore e spesso con eroismo.

Le valutazioni del generale Giorgio Battisti

“I nostri soldati per quale motivo hanno combattuto e sono morti se non siamo riusciti a terminare il lavoro?” chiede polemicamente il generale Giorgio Battisti (nella foto sotto), veterano del conflitto afghano e di certo l’ufficiale italiano che ha ricoperto più incarichi in quel teatro operativo.

   La mia impressione – ha affermato in un’intervista all’agenzia di stampa Adnkronos – è che la ragion di stato dell’Amministrazione Usa, sia di quella attuale che della precedente, abbia prevalso su tutte le altre valutazioni” in materia di sicurezza.

   Battisti insiste su una “questione etica di rispetto nei confronti degli alleati”, ragiona su una Casa Bianca che ha valutato che “l’Afghanistan non era più una priorità” di fronte ad “altri impegni, altri obiettivi da contrastare”. Dalla Cina alla Russia. E così si è arrivati a un “prossimo abbandono del Paese”. Il generale ammette che “dopo 20 anni è chiaro che una certa ‘stanchezza’ c’è in tutti i Paesi della comunità internazionale che hanno partecipato all’operazione e che hanno perso migliaia di soldati e operatori civili, profuso tantissime risorse economiche con risultati che non sono ancora assestati. Ritengo però che se come comunità internazionale, soprattutto come Paesi occidentali, decidiamo di impegnarci, dobbiamo portare a termine il compito. Siamo ancora in Kosovo dal 1999, non si può affermare che l’Afghanistan sia stato l’impegno più lungo”. Certo “prima o poi con il nemico bisogna comunque fare la pace ma gli accordi con i talebani a Doha sembrano più una resa più che un accordo di pace”.

   Purtroppo chi ne pagherà le conseguenze sarà la popolazione civile, quelle migliaia di ‘local workers’, interpreti e con altri incarichi di carattere logistico che saranno i primi a rischiare di essere eliminati perché vengono considerati traditori dai talebani perché hanno cooperato con le forze straniere”. Perché “hanno rischiato la vita per noi”.

Conseguenze

In termini militari nessuno si fa illusioni: le possibilità che la ritirata della Coalizione determini la fine delle ostilità sono molto remote e del resto la guerra afghana gli USA (e anche noi alleati a ruota del carro americano) l’hanno persa nel 2010, quando Barack Obama annunciò che dall’anno successivo sarebbe iniziato il ritiro dei militari incoraggiando così a continuare a combattere i talebani reduci da anni di sanguinose sconfitte militari.

   Del resto al ritiro dei militari alleati si affianca anche quello di moltissimi contractors di aziende statunitensi a cui è affidata la manutenzione e l’efficienza di 100 mila veicoli oltre a velivoli e sistemi d’arma in dotazione alle forze di sicurezza afghane e l’addestramento dei militari di Kabul.

   Come ha spiegato Pietro Orizio su Analisi Difesa, “dall’accordo coi talebani ad oggi il numero di contractors del Dipartimento della Difesa che si occupano di logistica e manutenzione è diminuito del 40,49%, mentre quello degli addestratori del 12,31%. Attualmente sono 5.559 i contractors che si occupano di logistica e manutenzione e 1.133 quelli che curano l’addestramento delle forze afghane”.

   Il loro numero calerà rapidamente nei prossimi mesi, quando il ripiegamento dei militari americani ridurrà anche le condizioni di sicurezza dei contractors e in vista della scadenza, nel 2022, dei contratti di manutenzione che dall’anno prossimo dovrebbe ricadere completamente sul personale afghano.

   Obiettivo irrealistico dal momento che con il progressivo ritiro delle truppe alleate degli ultimi anni l’autonomia dei militari afghani nel gestire la manutenzione e la logistica è addirittura peggiorata.

   Basti pensare che Nel novembre 2018 l’Afghan National Army era in grado di effettuare il 51,1% della manutenzione dei propri veicoli, mentre l’Afghan National Police solo il 15,9%. A dicembre 2020 l’esercito non raggiungeva nemmeno il 20% e la polizia superava di poco il 12%: quando gli obiettivi attesi dal comando USA in Afghanistan prevedeva rispettivamente l’80 e il 35%.

   Il ritiro delle truppe alleate rende quindi sempre più difficile per le forze afghane reggere le offensive dei talebani che controllano oltre metà delle aree rurali del paese mentre il ritiro dei contractors rischia di portare alla paralisi dei mezzi militari impedendo di fatto all’esercito di mantenere capacità di combattimento.

   Difficile non valutare che dopo il ritiro di USA e alleati i talebani possano tornare in tempi non troppo lunghi a prendere il controllo dell’Afghanistan. Contesto che suggellerebbe la sonora sconfitta di Washington e della NATO ma soprattutto di un Occidente rivelatosi ancora una volta incapace, in termini politici e sociali più che strettamente militari, di sostenere per tempi prolungati un conflitto anche a bassa intensità.

   Non si può escludere che il ritiro dell’Occidente apra la strada ad altri interventi stranieri tesi a sostenere il governo di Kabul e impedire ai talebani di riassumere il controllo dell’Afghanistan.

   L’India in questi anni ha fornito aiuti economici e militari a Kabul e potrebbe aumentare il suo impegno nell’ambito del contrasto all’influenza del Pakistan, “padrino” dei talebani ad esempio.

   Per la Cina, che condivide un breve tratto di confine con l’Afghanistan, il ritiro di USA e NATO costituisce un duro colpo per la sicurezza degli investimenti e l’accesso alle risorse naturali sfruttate da società cinesi in Afghanistan ma al tempo stesso offre un’opportunità per estendere la propria influenza fino a Kabul aiutando il governo a combattere l’estremismo islamico.

   Secondo il South China Morning Post, la Cina potrebbe considerare l’invio di una “forza di peacekeeping” se dovesse ritenere vi sia una minaccia per la regione dello Xinjiang (regione musulmana in cui l’indipendentismo degli uiguri viene duramente represso) o se venissero essi a rischio i suoi interessi e investimenti minerari.

   A complicare un simile scenario contribuisce però lo stretto legame (anche militare) tra Cina e Pakistan.

“Se la situazione della sicurezza rappresentasse una minaccia significativa, la Cina potrebbe inviare forze di peacekeeping, insieme all’assistenza umanitaria, nella regione per garantire la sicurezza e gli interessi dei cinesi e delle aziende”, ha affermato Sun Qi dell’Accademia di scienze sociali di Shanghai nelle dichiarazioni riportate dal South China Morning Post.

Bilancio e opzioni

In 20 anni il conflitto è costato la vita secondo i dati della missione dell’ONU a quasi 160mila persone: tra 35 e 43mila civili e per il resto miliziani talebani, di al-Qaeda, dello Stato Islamico e forze di sicurezza afghane.

Sono stati circa 3.600 i militari alleati morti (incluse le vittime di incidenti e i casi di suicidio), dei quali 2.500 statunitensi: una media di 180 perdite annue per le forze della NATO e di altri alleati che schierano in servizio oltre 4 milioni di militari.

   Numeri che la dicono lunga sulla aleatoria “resilienza” dell’Occidente alle guerre. Anche per questo il ritiro definitivo dall’afghano costituisce una vittoria jihadista senza precedenti che avrà probabilmente un forte impatto sulle milizie islamiche incoraggiandole a proseguire e rafforzare la lotta agli infedeli.

   Parliamoci chiaro: quello in atto dall’Afghanistan non è un ritiro ma una ritirata dopo aver accettato questa clamorosa sconfitta della principale potenza militare che la Storia abbia mai visto. Quella NATO che spende ogni anno circa mille miliardi di dollari per la Difesa (il quadruplo della Cina, dieci volte di più della Russia) ma non è stata in grado di sconfiggere un’insurrezione talebana caratterizzata da un tasso tecnologico pari a zero.

   Un Occidente Incapace di vincere ma anche di continuare semplicemente a combattere per non offrire la vittoria ai Talebani e sostenere le forze di sicurezza afghane.

   Eppure sarebbe stato possibile mantenere questo supporto con 10/15 mila combattenti (militari e/o contractors) da affiancare alle truppe di Kabul, distribuiti in battlegroup a livello di reggimento multi arma (con componenti fanteria leggera, artiglieria, genio, corazzati, elicotteri, droni, sanità) in ognuna delle sei regioni militari afghane mantenendo un paio di squadron di cacciabombardieri operativi nelle basi di Bagram e Kandahar.

   Certo forze insufficienti a sbaragliare i talebani e riprendere il controllo di gran parte del territorio, come avvenne durante le grandi offensive alleate tra il 2008 e il 2011 (poi vanificate dal successivo ritiro delle forze da combattimento), ma abbastanza forti da appoggiare i militari afghani e impedire ai talebani di vincere.

Uno sforzo simile sarebbe sostenibile a lungo in termini militari anche solo dagli stati europei (che oggi dovrebbero forse provvedere a un impegno simile nel più vicino Sahel), opzione però del tutto inconcepibile sul piano politico e sociale.

   Le opzioni alternative al ritiro quindi non sarebbero mancate, invece la fuga di USA e NATO avrà effetti destabilizzanti sulle già provate forze afghane che, senza il supporto dei militari americani ed europei e dei contractors che gestiscono l’addestramento e la manutenzione di 100 mila veicoli e decine di aerei ed elicotteri mezzi, perderanno rapidamente ogni capacità operativa.

   Per gli europei, italiani inclusi, resta valida la valutazione espressa da esponenti dello stato maggiore francese nel 2011, quando Parigi ritirò le sue truppe dall’Afghanistan, e cioè che si è pagato ancora una volta un obolo all’alleato americano seguendone politiche e strategie altalenanti in una guerra che Washington si è stancata di combattere per ragioni puramente di consenso e di politica interna e ha trascinato nel suo fallimento anche gli alleati.

   Nessuno in Europa immagina di continuare a sostenere il governo afghano senza la presenza statunitense anche se questi 20 anni di guerra dovrebbero averci insegnato quanto sia necessario in Europa sviluppare capacità autonome di proiezione sostenibili nel tempo, capacità che sarebbero peraltro inutili senza la volontà politica di impiegare le forze militari anche in contesti bellici.

   In tema di lezioni apprese dall’Occidente quella più preoccupante e che in prospettiva ci potrebbe costare ancora tanti lutti è che la guerra afghana ha dimostrato la nostra sostanziale incapacità di combattere e vincere una guerra pagandone il prezzo relativo in termini di perdite, costi finanziari e tempo di dispiegamento.

   Un’incapacità che ci espone a crescenti minacce perché azzera la deterrenza espressa dall’Occidente nonostante l’enorme potenziale di armi e tecnologie di cui dispone. (Gianandrea Gaiani)

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IL RITIRO USA DALL’AFGHANISTAN E L’IDEA (NON LIBERALE) DI ESPORTARE LA DEMOCRAZIA

di Corrado Ocone, filosofo, liberale da https://www.huffingtonpost.it/ 16/4/2021

– La libertà non può essere esportata perché va sempre riconquistata, non è un destino irreversibile (alla Fukuyama) –

Il democratico Joe Biden conferma la linea del suo predecessore e acerrimo nemico, il repubblicano Donald Trump, e prepara il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan. Giusto o sbagliato che sia farlo in questo momento (in molti sottolineano che c’è il rischio che i talebani riprendano il potere), ciò che mi preme sottolineare con queste riflessioni è che, da un punto di vista teorico, l’idea di “esportare la democrazia” non regge alla prova del pensiero liberale.

   È un’idea che, anche in positivo, ha accompagnato entrambi i fronti politici americani negli ultimi trenta anni. Ed anzi, seppur sposata ed utilizzata spesso dai democratici, ha raggiunto forse l’apogeo proprio con la presidenza repubblicana di George W. Bush. Il quale, dopo l’11 settembre 2001, decise di invadere prima l’Afghanistan, appunto, e poi l’Iraq. Non si trattava solo, nell’uno e nell’altro caso, di smantellare vere o presunte postazioni e covi terroristici, ma anche di un progetto più ampio di “libertà duratura” (Enduring Freedom), cioè di costruzione dall’esterno delle strutture e forme di una democrazia liberale (Nation Building).

   L’idea di “esportare a democrazia”, a metà fra utopia e realtà, cioè di una “ingerenza umanitaria” a tinte forti, è in verità un vecchio sogno americano, che con Bush si armò e mise in campo dispendiose risorse economiche (Total Waste). Il fatto è che, dietro il presidente repubblicano, si muoveva una vasta e influente lobby intellettuale, operante soprattutto nei think tank di area, i cui rappresentanti vennero definiti, proprio per questa loro assertività che li distingueva dai vecchi conservatori, “neo-con”.

   Essi, pur definendosi liberal-conservatori, e pur ammettendo che questa definizione possa aiutare a distinguerli dai liberal, dalle cui fila (oltre che da quelle progressiste e addirittura troskiste) per lo più provenivano, non è secondo me corretta da un punto di vista teorico. Tanto che io propenderei per quella, certo meno usuale, di “giacobini di destra”.  Non tanto per il radicalismo e l’estremismo fazioso e manicheo (che pure in loro era molto forte e li ha resi particolarmente adatti a tempi di polarizzazione come i nostri), quanto per un aspetto non secondario della loro visione politica: l’idea, appunto, di voler imporre dall’alto l’“ottimo stato”, fosse pure in questo caso l’ “ottimo stato liberale”.

   Questa caratteristica era stata già ampiamente criticata con i migliori argomenti possibili da John Burke nelle sue celeberrime Riflessioni sulla Rivoluzione francese (1790): voler disegnare e imporre un’idea o un modello politico, per quanto buono possa essere in astratto, e non far sì che una società evolva dall’interno e per sua forza spirituale verso mutamenti desiderabili e miglioramenti effettivi, senza cioè che il cambiamento maturi per convinzione e adesione nella coscienza dei singoli, non solo non sortisce gli effetti voluti ma anzi in qualche modo è controproducente e ne genera di diversi e opposti.

   Che è poi un’idea ampiamente sviluppata dai liberali nel Ventesimo secolo nella loro critica alle ideocrazie totalitarie e al “costruttivismo” che è ad esse connesso (ad esempio con l’idea di un “mondo” e di un “uomo nuovo” da disegnare e realizzare).

   D’altronde, già nell’Ottocento, il liberalismo si era colorito di forti tinte storicistiche e nutrito di realismo politico, istituzionalizzandosi e costituzionalizzandosi, superando la sua prima e astratta fase giusnaturalistica (cioè legata ai “diritti umani”) e facendosi concreto. Fra l’altro, maturò allora la consapevolezza che una qualsiasi idea deve di necessità adattarsi alle condizioni storiche e politiche dei popoli, non per un generico rispetto delle “diversità” ma solo perché l’universale, come un buon vestito di sartoria, deve essere misurato e calzare corpi già formati.

   Questo aspetto fu sviluppato soprattutto da Vincenzo Cuoco, che può essere considerato il Burke italiano, nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana (1800). Il liberalismo non può pertanto che essere conservatore, non perché voglia conservare l’esistente e sia contro il progresso, o addirittura voglia tornare indietro (e in questo senso farsi re-azionario); ma perché crede che i miglioramenti sociali, quelli veri e duraturi, possano avvenire solo attraverso gradualità riformistica e un processo dialettico di innovazione e conservazione.

   È proprio sul crinale di riformismo opposto a radicalismo, di riforme opposte a rivoluzioni, di storicismo opposto a giacobinismo, che si gioca perciò la vera differenza fra liberal e liberali. Quel che qui è in gioco è in verità anche l’idea o ideologia illuministica (e giacobina) di Progresso, che noi tutti spesso assumiamo inconsciamente e ingenuamente. Non abbiamo creduto anche noi forse che i regimi liberal-democratici si potevano imporre dall’alto perché, una volta che i popoli ne avessero conosciuto i benefici, non avrebbero potuto far altro che aderirvi toto corde, farli propri per auto evidente “superiorità” con piena adesione di spirito.

   Che le cose non stiano proprio è così e che la libertà non sempre trionfi per sua intrinseca forza, che ad esempio sia preferita ad ogni sacrificio di esso che promette meno rischio e quindi più sicurezza, è ormai chiaro. Così come lo è il fatto che essa è un fiore fragilissimo e precario, una sorta di leopardiana Ginestra. La libertà non può essere esportata perché va sempre riconquistata, non è un destino irreversibile (alla Fukuyama). (Corrado Ocone)

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AFGHANISTAN, STRAGE DI STUDENTESSE A KABUL. ATTACCO CONTRO UNA SCUOLA FEMMINILE

di Giulia Belardelli 08/05/2021 da https://www.huffingtonpost.it/

– 55 vittime, la maggior parte aveva tra gli 11 e i 15 anni. I feriti nel Centro chirurgico di Emergency. Mentre gli Usa si ritirano, cresce l’allarme per il futuro delle donne, strette tra talebani e Isis –

   Più esplosioni hanno preso di mira una scuola nella capitale afghana Kabul, in un attentato che è stato definito “un attacco al futuro dell’Afghanistan”, mirato a colpire quante più studentesse possibile. Almeno 55 le vittime accertate a cui si aggiungono 150 feriti. La maggior parte sono giovani ragazze tra gli 11 e i 15 anni perché nell’istituto colpito – nella zona di Dasht-i Barchi – si studia in tre turni, il secondo dei quali è dedicato alle studentesse. Lo ha confermato a Reuters Najiba Arian, portavoce del ministero dell’Istruzione.

   Finora nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha negato il coinvolgimento del gruppo e ha condannato l’attacco. Le esplosioni sono avvenute nella parte occidentale di Kabul, un quartiere a forte maggioranza sciita che negli anni è stato spesso attaccato dai militanti dello Stato Islamico. Lo scorso anno l’Isis aveva rivendicato attacchi contro minoranze sciite nella stessa area, compresi due brutali attacchi a strutture educative in cui persero la vita circa 50 persone, la maggior parte studenti. Per quanto la presenza dell’Isis si sia ridotta nel Paese, negli ultimi tempi i jihadisti hanno intensificato i loro attacchi in particolare contro i musulmani sciiti e le lavoratrici. In precedenza il gruppo si era assunto la responsabilità dell’uccisione mirata di tre donne addette ai media nell’Afghanistan orientale.

   Le riprese del canale televisivo ToloNews hanno mostrato scene caotiche fuori dalla scuola, con libri e zaini sparsi sulle strade sporche di sangue e residenti che si affrettavano ad aiutare le vittime. Secondo i testimoni dell’emittente, un’autobomba sarebbe esplosa mentre le ragazze stavano lasciando la scuola. La detonazione è stata seguita da altre due esplosioni che potrebbero essere state causate da razzi.

   “Al momento abbiamo già ricevuto 26 feriti, quasi tutte ragazze tra i 12 e i 20 anni, mentre una persona era già morta all’arrivo,” ha raccontato Marco Puntin, programme coordinator di Emergency in Afghanistan.

Sul luogo dell’attentato, scene di disperazione e rabbia hanno accompagnato l’arrivo delle ambulanze. In un vicino ospedale, i giornalisti dell’Associated Press hanno visto almeno 20 cadaveri allineati nei corridoi e nelle stanze, con dozzine di feriti e famiglie di vittime che premevano attraverso la struttura. Fuori dal Muhammad Ali Jinnah Hospital, decine di persone si sono messe in fila per donare il sangue, mentre i familiari controllavano le liste delle vittime affisse sui muri.

   “Sembrerebbe che le esplosioni siano state provocate da un’autobomba e da due ordigni improvvisati. Siamo pronti a fornire il massimo aiuto a tutte le vittime, ma siamo estremamente preoccupati da questa escalation di violenza che ha colpito Kabul e altre zone del Paese nelle ultime settimane, dopo l’annuncio del ritiro delle truppe NATO”, ha aggiunto Puntin di Emergency.

   La ong è presente in Afghanistan dal 1999 con due Centri chirurgici per vittime di guerra nelle località di Kabul e Lashkar-gah, un Centro chirurgico e pediatrico e un Centro di maternità ad Anabah, nella Valle del Panshir, e una rete di 44 Posti di primo soccorso. Nei primi tre mesi dell’anno, il Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul ha già ricevuto 640 pazienti con ferite di guerra, in media il 21% in più se paragonato con lo stesso periodo dell’anno scorso.

   Dopo un anno dagli accordi fra Stati Uniti e talebani, siglati a Doha lo scorso 29 febbraio, e dopo diversi mesi di negoziati con il governo afgano, non c’è stata nessuna tregua per la popolazione afgana: secondo la missione delle Nazioni Unite UNAMA, il numero delle vittime civili nel primo trimestre del 2021 è già tornato ai livelli del 2019, cancellando le speranze suscitate dalla diminuzione delle violenze registrata a inizio 2020.

   Kabul è in massima allerta da quando Washington ha annunciato lo scorso mese i piani per ritirare tutte le truppe statunitensi entro l′11 settembre, con i funzionari afgani che affermano che i talebani hanno intensificato gli attacchi in tutto il Paese. Allo stesso tempo, crescono i timori per il rinvigorirsi di altri gruppi terroristici, a cominciare dallo Stato Islamico. L’attacco odierno arriva pochi giorni dopo che i restanti 2.500-3.500 soldati americani hanno ufficialmente iniziato a lasciare il Paese.

   “L’orrendo attacco nella zona di Dasht-i Barchi a Kabul è un atto terroristico spregevole. Mirare principalmente agli studenti di una scuola femminile lo rende un attacco al futuro dell’Afghanistan. Contro le nuove generazioni decise a migliorare il proprio Paese”, ha dichiarato su Twitter la missione dell’Unione europea in Afghanistan.

   Tra talebani e Isis, il futuro delle ragazze afghane rischia ora di tornare indietro nel tempo. Tra gli elementi positivi della missione americana e straniera, gli avanzamenti nell’accesso delle donne a istruzione e lavoro hanno rappresentato l’aspetto forse più tangibile. Nel corso degli ultimi anni, le donne sono passate dall’essere praticamente invisibili nella vita pubblica al rientro nelle scuole e nelle università, diventando membri del Parlamento e tornando in ufficio. Quasi 20 anni dopo, le donne istruite si stanno ora preparando per difendere le conquiste che hanno ottenuto, incluso il diritto di suonare, attività che gli austeri talebani avevano bandito.

   I miliziani attualmente controllano o contestano più della metà del Paese e molte donne temono che tenteranno di ripristinare il loro governo draconiano se torneranno al potere a livello nazionale.

Oggi, circa 3,5 milioni dei circa 9 milioni di studenti iscritti a scuola sono ragazze, secondo un rapporto di febbraio dell’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan. E un recente sondaggio tra gli afgani ha rilevato che più di 8 intervistati su 10 hanno affermato che è molto importante proteggere i diritti delle donne in un accordo di pace.

   Sotto il regime dei talebani, alle ragazze era vietato frequentare la scuola e alle donne non era permesso lavorare fuori casa o apparire in pubblico senza una copertura integrale per il corpo e una scorta maschile. I trasgressori di queste regole o editti venivano fustigati in pubblico o giustiziati.

   Nonostante il triste record del gruppo militante sui diritti delle donne e delle ragazze, il portavoce dei talebani ha recentemente assicurato che scriverà leggi per garantire la partecipazione delle donne alla vita pubblica. “Lo scopo sarebbe consentire alle donne di contribuire al Paese in un ambiente pacifico e protetto”. L’attacco di oggi, non ancora rivendicato, fa temere nuove lotte di potere sul corpo e col sangue delle donne. (Giulia Belardelli)

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MALI: MACRON ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE FRANCESI DAL SAHEL

di Michele Raviart – Città del Vaticano, 11/6/2021

– L’operazione Barkhane, in cui sono stati impiegati oltre 5 mila soldati sarà sostituita da contingenti provenienti da vari Paesi. Il presidente francese: l’obiettivo rimane sconfiggere il jihadismo nell’area, ma cambieremo approccio –

   “Non possiamo sostituirci a un popolo sovrano” né sostituirci “al ritorno dello Stato e alle sue funzioni, alla stabilità politica e alla scelta degli Stati sovrani”. Né, d’altra parte, “possiamo mettere in sicurezza delle zone che ricadono nell’anomia perché gli Stati decidono di non prendersi le loro responsabilità”. “Non possiamo”, inoltre, “soffrire l’ambiguità e non possiamo portare avanti delle operazioni congiunte con dei governi che decidono di dialogare con gruppi che sparano sui nostri ragazzi”. Con queste parole il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la fine dell’operazione Barkhane in Mali, che in otto anni ha visto 5.100 soldati francesi dispiegati nell’area africana del Sahel per combattere i gruppi jihadisti che imperversano nell’area.

Pressioni interne ed esterne

Decisivo per questa scelta il costo in termini umani pagato dalla Francia – sono stati cinquanta i soldati francesi rimasti uccisi – e la situazione in Mali dove, dopo il secondo colpo di Stato in nove mesi avvenuto nelle scorse settimane, ha riportato al potere il colonnello Assimi Goita, il quale ha mandato segnali di dialogo verso i jihadisti. “La Francia vuole chiudere l’operazione Barkhane per motivi interni e motivi esterni”, speiga a Vatican News Enrico Casale della Rivista Africa. “Si stanno avvicinando le elezioni presidenziali e l’intervento della Francia in Mali non è così popolare. Di conseguenza Macron preferisce un piccolo disimpegno della Francia su questo teatro, che punta su una responsabilizzazione dei Paesi del Sahel”, afferma. “Dal punto di vista estero”, poi “Macron cerca invece una nuova collaborazione sia a livello locale sia a livello internazionale con l’intervento di altri Paesi all’interno di una nuova coalizione per contrastare questo fenomeno terroristico che comunque è intatto ed è una minaccia non solo per la Francia, ma anche per tutta l’Europa e l’Africa”.

Al via l’operazione Takuba con gli altri Paesi europei

“Non cambieremo obiettivo, ma cambieremo l’approccio”, ha ribadito Macron. L’operazione Barkhane sarà infatti sostituita da “un’alleanza internazionale che associ gli Stati della regione”. Si chiamerà Takuba e vedrà impegnati circa 600 soldati delle forze speciali di Paesi europei. La metà dei quali saranno francesi. 140 svedesi ed alcune decine di cechi ed estoni. Ancora da definire le date di inizio di questa missione, ma a questi effettivi si aggiungeranno 200 soldati italiani e un contingente danese. “La Francia in quell’area ha interessi storici e strategici, interessi che in questo momento coincidono con gli interessi di alcuni Paesi europei”, spiega ancora Casale. “Attraverso una migliore gestione del fenomeno terroristico i Paesi africani gestiranno meglio anche le dinamiche interne e quindi potranno controllare ad esempio i flussi migratori, ma anche lo sviluppo economico”.

Aumentano le violenze dei jihadisti

Negli ultimi mesi le violenze dei gruppi jihadisti, alcuni legati ad Al-Qaeda e altri allo Stato Islamico e a volte in conflitto tra loro, sono aumentate, con uno degli episodi più gravi la scorsa settimana, con 138 civili uccisi in un attacco nel nord del Burkina Faso. Una strage che colpì anche Papa Francesco, che lo scorso 6 giugno invitò all’Angelus a pregare per le vittime e la pace in Africa. Nel 2020 i civili uccisi sono stati oltre duemila e duecento, quattrocento in più dell’anno precedente. Oltre due milioni le persone sfollate dal 2013, in una delle zone più povere del mondo e in cui spesso la sicurezza è demandata a milizie autorganizzate dalla popolazione.

   “Già attualmente il contrasto al fenomeno terroristico è fatto anche attraverso il “G5 Sahel”, che è un coordinamento delle forze armate di Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad, perché anche questi Paesi sentono molto la minaccia terroristica e la vedono come un vulnus alla loro stabilità e ai loro sistemi politici ed economici”, ribadisce Casale. “Quasi certamente da soli questi Paesi non riuscirebbero a sostenere l’impatto del terrorismo e quindi hanno bisogno di un sostegno da parte dell’Europa, cercando di sradicarlo dall’Africa”, aggiunge, “c’è un atteggiamento positivo nei confronti dell’Europa e si parla anche dell’estensione del G5 Sahel ad altri Paesi costieri dell’Africa occidentale”. (Michele Raviart)

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