LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE POVERTÀ che esce dai dati ISTAT: meno TERRITORIALE e più sociale – I poveri ci sono tra i “non garantiti” da un reddito sicuro, i meno istruiti, i giovani, gli stranieri – Nella Grande Trasformazione della società la proposta di un REDDITO DI BASE (o UNIVERSALE) si fa significativa

“Oggi serve una RETE DI PROTEZIONE in grado di rispondere ai NUOVI RISCHI SOCIALI e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare” (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021) (foto ripresa da http://www.euroroma.net/ )

IN ITALIA SONO AUMENTATE LE FAMIGLIE IN POVERTÀ

da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/

– Sono due milioni, il 7,7 per cento del totale, con un’alta incidenza nelle regioni del Sud, tra i giovani e gli stranieri –

   Due milioni di famiglie italiane, il 7,7 per cento del totale, sono in povertà assoluta: i dati Istat relativi al 2020 dicono che è il livello più alto mai raggiunto da quando l’istituto statistico ha iniziato a valutare questo indicatore, nel 2005. In totale sono 5,6 MILIONI LE PERSONE IN POVERTÀ ASSOLUTA, il 9,4% di tutta la popolazione, in aumento rispetto al 7,7% del 2019. L’incidenza è PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, ma rispetto all’anno precedente è CRESCIUTA IN MODO SIGNIFICATIVO AL NORD, è PEGGIORATA NELLE FASCE GIOVANI della popolazione ed è rimasta MOLTO ELEVATA TRA GLI STRANIERI. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

ISTAT: “In Italia nel 2020 un milione di persone in più in povertà assoluta. L’aumento maggiore al Nord”. Si tratta di circa 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione. Al Sud il fenomeno è più diffuso, ma è nelle regioni settentrionali che è cresciuto di più. Colpiti soprattutto i lavoratori tra i 35 e i 44 anni e le famiglie numerose (TABELLA ISTAT POVERTA tratta da https://www.tgcom24.mediaset.it/ )

   Nella soglia di povertà assoluta rientrano le persone che non possono permettersi spese minime per beni e servizi considerati essenziali per le famiglie: la soglia di povertà assoluta è definita in base al numero e all’età dei componenti delle famiglie e varia da area geografica – Nord, Centro e Sud – e da dove si vive, se nel centro di una grande città, in periferia o in un piccolo comune. È possibile CALCOLARE LA SOGLIA DI POVERTÀ assoluta con questo strumento messo a disposizione dall’Istat. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

Mense Caritas (foto ripresa da https://www.radiopiu.eu/caritas )

   Secondo l’Istat, l’incidenza delle famiglie in POVERTÀ ASSOLUTA si è confermata PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, dove è passata dall’8,6 al 9,6%, ma la CRESCITA PIÙ AMPIA È STATA NEL NORD dove è salita al 7,6% rispetto al 5,8% del 2019. I dati che mostrano la distribuzione per fasce d’età dicono che l’incidenza di povertà assoluta ha raggiunto l’11,3% tra i 18 e i 34 anni ed è rimasta su un livello piuttosto elevato anche tra i 35 e i 64 anni, al 9,2%. L’incidenza tra le persone con più di 65 anni, il 5,4%, è rimasta sotto la media nazionale. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

SPESA FAMIGLIA, DATI ISTAT 2021 (tratto da la Repubblica)

   Dal 2005 questa distribuzione è cambiata soprattutto a causa della crisi economica: 16 anni fa l’incidenza era più alta tra le persone anziane. Questa condizione è dimostrata analizzando anche la composizione delle famiglie: la povertà assoluta riguarda il 10,3% delle famiglie con una persona di riferimento tra i 18 e i 34 anni e il 5,3% di quelle con una persona di riferimento con più di 65 anni. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

TABELLA POVERTA ASSOLUTA FAMIGLIARE E INDIVIDUALE
Cos’è la POVERTA’ ASSOLUTA? – (da https://www.openpolis.it/ sett. 209) “Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita da Istat attraverso il paniere di povertà assoluta. Questo comprende l’insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali. Ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il vestiario. Ovviamente l’entità di queste spese varia in base a dove abita la famiglia, alla sua numerosità e ad altri fattori come l’età dei componenti. Per conoscere la soglia di povertà assoluta nei diversi contesti si può utilizzare l’apposito calcolatore Istat.”( Calcolo della soglia di povertà assoluta (istat.it))

   Per il 2020 l’Istat rileva invece un miglioramento dell’intensità della povertà assoluta, cioè quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la soglia di povertà: questo indicatore registra una diminuzione, dal 20,3 al 18,3 per cento. L’istituto di statistica spiega che il calo è dovuto alle «MISURE MESSE IN CAMPO A SOSTEGNO DEI CITTADINI come il reddito di cittadinanza, il reddito di emergenza, l’estensione della cassa integrazione, che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà». (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

REDDITO DI CITTADINANZA – Su circa 9 milioni di persone in povertà relativa, solo il 14% lo riceve. E i poveri assoluti (chi non può comprare nemmeno i beni essenziali) lo scorso anno sono diminuiti solo di 447mila, nonostante circa 2,3 milioni di persone avessero il sussidio. “I tre problemi principali sono la sostanziale esclusione degli stranieri, la penalizzazione delle famiglie numerose e lo svantaggio per il Nord”, spiega Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento. “Questi tre gruppi fruiscono del beneficio meno degli altri e quando lo ricevono prendono cifre più basse” (da “IL FATTO QUOTIDIANO”)( Reddito di cittadinanza, immagine sempre da Il Fatto Quotidiano)

   Ci sono anche altri dati a cui fare attenzione e sono relativi all’incidenza misurata a seconda del titolo di studio e tra gli stranieri. I primi dati confermano che LA DIFFUSIONE DELLA POVERTÀ DIMINUISCE AL CRESCERE DEL TITOLO DI STUDIO: se la persona di riferimento ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza di povertà assoluta è al 4,4% mentre è più alta, al 10,9%, se ha al massimo la licenza media. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

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Consideri giusto che ogni essere umano, per il solo esistere, abbia diritto a vivere in maniera dignitosa? In tal caso, devi valutare che, indipendentemente dal fatto che possegga un impiego o meno, occorre garantirgli i bisogni elementari. Un tetto sotto cui vivere e considerarsi al sicuro, un’alimentazione sufficiente, degli abiti con cui coprirsi. Nell’era contemporanea, non è possibile escludere dalle necessità elementari anche l’accesso a una formazione e alle cure sanitarie, ai servizi idrici ed energetici, alla comunicazione, ai trasporti locali. Il REDDITO DI BASE, UNIVERSALE e INDIVIDUALE, rappresenta la risposta alla necessità di garantire questo diritto fondamentale, perché può assicurare questi bisogni materiali e permettere di fuggire dalla trappola della povertà. Può, inoltre, con la redistribuzione della ricchezza, diminuire le diseguaglianze sociali. (da https://www.redditodibase.org/) (reddito di base universale, immagine da https://www.bin-italia.org/ )

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NUOVE RETI SOCIALI PER NUOVE POVERTÀ

di Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021

– Oggi serve una rete di protezione in grado di rispondere ai nuovi rischi sociali e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare –

Il welfare fa i conti con la pandemia

Quando si pensa al welfare state, è strano parlare di “ritorno dello stato”, perché dal welfare state lo stato non se ne è mai andato, almeno in Italia. Dal 1995 a oggi la spesa per prestazioni sociali è più che raddoppiata e nel 2019 è pari a 2,3 volte quella del 1995 – anche se ha subito un rallentamento tra il 2009 e il 2019.

   Dopo lo scoppio della pandemia si è poi verificata, ovunque, una vera e propria esplosione della spesa sociale per cercare di limitare i danni della crisi sui bilanci di famiglie e imprese. Sembra che nel mondo siano stati lanciati circa 1.600 nuovi programmi di spesa sociale nel corso del 2020. Una reazione completamente diversa da quella adottata per la crisi del 2008. L’aumento della domanda di welfare ha riguardato sia la quantità di risorse, in beni e servizi, sia la loro destinazione. 

   Nel forum del Festival dell’Economia (di Trento, tenutosi dal 3 al 6 giugno 2021, NDR) dedicato a “NUOVE POVERTÀ E NUOVE RETI SOCIALI” prendiamo spunto da alcune domande:

1) Come sono cambiate le condizioni delle famiglie a causa del Covid? E come ha risposto il sistema di welfare?

2) Il welfare state attuale è adeguato al mondo post-pandemia o deve cambiare? E in quale direzione?

3) Di fronte ai cambiamenti in corso, come si modifica il rapporto tra welfare pubblico e welfare privato?

Covid, povertà e reazioni di policy

Negli ultimi 15 anni due gravi crisi economiche (2008-2013 e 2020) hanno indebolito la classe media e determinato un forte aumento della diffusione della povertà. Alcuni gruppi sociali hanno sofferto più di altri: i giovani, gli immigrati, i dipendenti del settore privato in genere. Si sono difesi meglio i dipendenti pubblici e i pensionati. Emerge una nuova realtà, dove la povertà non è più collegata a caratteristiche tradizionalmente associate a condizioni di marginalità (vivere in determinate aree, bassa istruzione, problemi di salute, molti figli), ma si estende a gruppi sociali molto più ampi, toccati anche da fenomeni come la globalizzazione o il cambiamento tecnologico.

   Le difficoltà economiche indotte dal Covid e dai lockdown sembrano aver danneggiato gli stessi gruppi sociali già colpiti in modo particolare dalla crisi iniziata nel 2008. La spesa sociale aveva già cominciato a reagire a questa crisi di lungo periodo, introducendo nuovi strumenti come il REDDITO DI CITTADINANZA o progettando riforme di schemi esistenti (come il prossimo ASSEGNO UNICO AI FIGLI, che sostituirà assegno al nucleo familiare, detrazioni per figli e altri sussidi minori).

   Nell’ultimo anno i cambiamenti sono accelerati, con trasferimenti diretti una tantum di denaro per sostenere i redditi dei lavoratori e delle imprese, comuni a tutti i paesi, o con misure di emergenza come il congedo straordinario per genitori o il bonus per il baby-sitting, uno tra i TANTI NUOVI BONUS (sono tantissimi: vacanze, affitto, casa, bebè, nido, nascita, genitori separati, bici, tv, occhiali e così via, alcuni nuovi, altri rinnovati). La spesa per la CASSA INTEGRAZIONE è esplosa, con gravi ritardi burocratici e difficoltà a raggiungere tutti i nuovi aventi diritto. 

   Si sarebbe potuto fare meglio? Cosa ci insegna l’ultimo anno e mezzo sui difetti della rete di welfare? L’introduzione del Rem (REDDITO DI EMERGENZA), ad esempio, ci dice che il reddito di cittadinanza ha problemi anche nella parte relativa al trasferimento monetario, non solo in quella di attivazione. La crisi da pandemia ha anche stimolato reazioni da parte di enti del terzo settore e di istituzioni religiose per aiutare le famiglie in difficoltà. È importante fare un bilancio delle risposte che ha dato il welfare “privato”. 

Come deve cambiare il welfare state?

Le misure di spesa sociale del 2020-2021 sono in gran parte straordinarie, ma qualcosa abbiamo imparato e qualche innovazione è destinata a rimanere. È diventato chiaro che abbiamo bisogno di UNA RETE DI PROTEZIONE IN GRADO DI INTERVENIRE IN MODO RAPIDO E UNIVERSALE al verificarsi di crisi che possono cambiare il destino personale dalla sera alla mattina: non solo EPIDEMIE, ma anche DISASTRI NATURALI (in Italia abbiamo avuto diversi terremoti negli ultimi anni), CRISI POLITICHE INTERNAZIONALI, chiusure o spostamenti di grandi aziende. Gli ammortizzatori sociali, già interessati da almeno due riforme negli ultimi dieci anni, devono avere una maggiore copertura. Sicuramente la tecnologia avrà un ruolo crescente per accelerare le risposte e per organizzare l’offerta.

   Ci sono poi NUOVI RISCHI SOCIALI, che diventa sempre più urgente affrontare: NON AUTOSUFFICIENZA, PRECARIETÀ LAVORATIVA e BASSI SALARI, disagio dovuto alla SOLITUDINE, problemi di SALUTE MENTALE, effetti dell’INQUINAMENTO, problemi degli IMMIGRATI. Alcuni sostengono che per far fronte alla nuova realtà sia necessario un basic income universale e incondizionato, ma i vincoli di bilancio sono più stringenti di due anni fa.

   C’è bisogno di investire di più nella capacità delle persone di resistere alle crisi improvvise, quindi nel capitale umano, soprattutto attraverso servizi, ma anche trasferimenti alle famiglie con minori.

   L’aumento della povertà ha accentuato una delle caratteristiche storiche del nostro sistema di welfare, cioè la prevalenza della spesa in denaro su quella in servizi. E ha anche spinto a una maggiore selettività della spesa, per concentrarla su chi ha più bisogno. Più universalismo, ma sempre più selettivo.

   La tendenza sembra proseguire. Anche la recente proposta di Enrico Letta di dare una dote ai diciottenni si rivolge alla metà con Isee più basso. E pure il nuovo assegno unico ai figli non sarà uguale per tutti. C’È IL RISCHIO DI DIVIDERE LA SOCIETÀ IN DUE: chi riceve i trasferimenti e chi con le imposte finanzia il welfare, ma ne è escluso oppure può accedere ad alcuni servizi solo pagando una seconda volta. Può reggere un welfare state che non è più universale nelle sue prestazioni, oppure i benestanti si ribelleranno e chiederanno meno imposte? Si rischia il circolo vizioso: più aumenta l’area del disagio, più il sistema diventa selettivo ed esclude i redditi medio-alti, che possono rivolgersi altrove per la loro domanda di welfare.

Quale relazione tra welfare pubblico e welfare privato?

La salute e le prospettive del welfare state pubblico sono molto diverse nei vari paesi. Negli Usa la nuova amministrazione amplia in modo impressionante la spesa pubblica destinata al sociale, con il chiaro intento di avvicinare il welfare state americano a schemi tipici della tradizione europea. Negli altri paesi europei in genere la spesa sociale è esplosa, per lo più seguendo strade comuni (sussidi straordinari, cassa integrazione), ma anche le tradizioni nazionali.

   In Italia il welfare state pubblico affronta grandi difficoltà. L’invecchiamento della popolazione produrrà nuove tensioni sulla spesa per pensioni e sanità e l’elettorato sempre più anziano spingerà in questa direzione. Il periodo di sostanziale assenza di vincoli di bilancio finirà (le regole del patto di stabilità dovrebbero tornare nel 2023) e diventerà difficile finanziare schemi contro i nuovi rischi sociali. Anche il debito pubblico molto elevato è un ostacolo importante.

   Ma non c’è solo un problema di bilancio. Non è detto che il settore pubblico debba occuparsi di tutti i rischi sociali, o che debba essere centrale sia nel finanziamento che nella produzione diretta dei servizi. Già oggi, in diversi settori, le principali funzioni del pubblico sono la regolazione e il finanziamento. 

   In questo contesto, quali sono gli spazi per il welfare privato, cioè per tutte quelle istituzioni non pubbliche che affrontano rischi sociali o dal lato della produzione di servizi o anche da quello del finanziamento? E quale deve essere la relazione tra welfare privato e welfare pubblico? Competizione, sussidiarietà, collaborazione, divisione dei ruoli? C’è il rischio che l’espansione del welfare privato riduca la disponibilità dei beneficiari a finanziare quello pubblico, e che quindi quest’ultimo, se solo per i poveri, finisca per avere una qualità sempre più bassa? Oppure è possibile una collaborazione che aumenti la copertura dei rischi e ampli la gamma e la qualità delle prestazioni del sistema di welfare pubblico-privato? Si sta andando verso un nuovo rapporto tra le due dimensioni? In quali settori in particolare? E come ampliare l’accesso al welfare privato dalle aziende e città medio-grandi a tutti i lavoratori e alle realtà più periferiche? (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021)

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COS’È IL REDDITO UNIVERSALE

Rider (e non solo), DE MASI: “Basta parlare di contratti, l’unica strada per i diritti oggi è il REDDITO UNIVERSALE” – da MICROMEGA, 30/10/2020

– Da Engels a Keynes, passando per Arendt fino ad arrivare a Buffet e Bezos, intervista al professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma DOMENICO DE MASI, a partire dalla vertenza dei rider. Al centro, la distruzione del mondo del lavoro causata dall’avvento delle nuove tecnologie. In questo scenario emergono le responsabilità dei sindacati e della scuola e un unico futuro possibile: quello del reddito universale e dell’ozio creativo. –

intervista a Domenico De Masi di Daniele Nalbone

   Doveva essere un’intervista sui rider, è diventata un’intervista sul reddito universale, e non è colpa della pandemia in corso. L’emergenza sanitaria che ha innescato quella sociale, o meglio “l’ha fatta detonare”, per usare le parole di Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ne è la prova. Era il 2006 quando WARREN BUFFET, che solo due anni dopo avrebbe raggiunto il gradino più alto della classifica degli uomini più ricchi del mondo, dichiarò: “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. DOMENICO DE MASI parte da qui per inquadrare la questione dei rider. Per tutta la nostra chiacchierata il contratto dei fattorini del cibo a domicilio resta sullo sfondo.
Non si fa problemi a dirmi che, a suo avviso, ho sbagliato punto di vista quando gli ho chiesto di rilasciare un’intervista che analizzasse la pericolosità del contratto firmato tra le app di Assodelivery e l’Ugl. Pericolosità che ha spiegato bene wired in un articolo dal titolo “Scatta l’accordo tra le app di Assodelivery e l’Ugl. I fattorini che non accettano le condizioni saranno esclusi. Gli altri sindacati protestano, mentre il ministero tace”.

Professore, perché a suo avviso ho sbagliato angolazione per osservare la questione?

Perché la questione non è “oggi”. Non è questo contratto o un qualche contratto. Dal 2007, dall’avvento degli smartphone, e ancor prima dall’arrivo sul mercato dei pc, è in corso un accerchiamento concentrico dei lavoratori. Di tutti i lavoratori. Degli operai e dei fattorini, dei manager e degli impiegati. Tutti i lavoratori sono diventati, dal punto di vista del potere, proletari. E sono stati sconfitti. Buffet, quattordici anni fa, aveva visto bene: i ricchi hanno vinto la lotta di classe perché hanno avuto la capacità di cavalcare l’arrivo delle nuove tecnologie.

È tutto qui, quindi? Hanno vinto i ricchi, hanno perso i lavoratori?

Il finale non è scritto, ma dobbiamo voltare pagina. È finita l’epoca del lavoro. È iniziata quella del reddito. Ma ci arriveremo. Prima dobbiamo analizzare il ruolo della tecnologia, altrimenti saltiamo subito alle conclusioni.

Va bene, iniziamo dalla tecnologia e in particolare dal ruolo delle piattaforme. In fondo tutto parte da lì, parlando dei rider.
Crede sia un caso che le piattaforme siano usate dalle destre e non dalla sinistra? O crede sia un caso che i 5 stelle abbiano “Rosseau” e i sindacati no? I BEZOS si sono fatti le loro piattaforme e una piattaforma manovra i rider, la Cgil non ha una piattaforma per farli incontrare tra loro e con il sindacato. Se il sindacato si fosse dotato di tecnologie all’altezza della sfida, la storia sarebbe stata diversa.

Questione di ritardi, quindi?

Si. Siamo in un ritardo terribile. Faccio un esempio: guarda quanto sta accadendo con lo smartworking. Io nel 1993 ho organizzato il primo libro sul tema e ho creato la Società italiana telelavoro. Ebbene dal 1993 al marzo 2020 in Italia siamo arrivati a quota mezzo milione di telelavoratori. Dieci giorni dopo, le persone in smartworking erano otto milioni. Posso dire di aver avuto la fortuna di assistere al più grande esperimento industriale di tutti i tempi. Per anni i “capi” hanno sostenuto l’impossibilità di portare il lavoro dall’ufficio a casa, si faceva continuo richiamo a grandi e costose tecnologie, a corsi di formazione. Tutte queste resistenze sono saltate in poco più di una settimana. Il problema è che siamo arrivati allo smartworking non grazie a delle lotte, a vertenze, a rivendicazioni ma “grazie” a un pipistrello in Cina. Il risultato: stiamo subendo il cambiamento, non lo abbiamo progettato e non lo stiamo governando. Ma il cambiamento, che lo vogliamo o no, arriva. Anche la questione dei rider si inquadra in questo scenario: è una modalità di lavoro dovuta alle nuove tecnologie, a un sistema in cui il datore di lavoro ha capito di poter scaricare tutto su una piattaforma. Mi riferisco all’organizzazione stessa del potere. Il tutto senza che la controparte si accorgesse della cosa.

Le chiedo, allora, come si possono ridare diritti a questi lavoratori?

Oggi non c’è forma di lavoro, organizzazione o contratto che tenga. L’unico diritto si chiama reddito. Reddito universale. E non mi preoccuperei nemmeno del ritardo di cui tanto si parla sul normare e contrattualizzare queste forme di lavoro. L’avvento di questa “società” è recente. Per imparare a costruire il contropotere nella fabbrica ci sono voluti più di cento anni. Ora ne sono passati molti meno: se i sindacati prendessero in mano la situazione potremmo fare anche prima. Il problema è lì, nelle organizzazioni del lavoro e nella scissione dei partiti dai sindacati. In Italia tutto è crollato nel momento in cui il sindacato non si è più “agganciato” al partito. Tutto è finito quando il Pd è diventato neoliberista.

Allora le chiedo: non potevamo capire prima della necessità di un reddito universale?

Sa quando ci si è resi conto che sarebbe stato necessario un reddito universale negli “anni duemila”? Nel 1930, quando a Madrid JOHN MAYNARD KEYNES tenne una conferenza intitolata Prospettive economiche per i nostri nipoti – e poi, nel 1958, quando HANNAH ARENDT pubblicò Vita activa. Loro analizzarono cosa avviene quando, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare. Possiamo dire che oggi non abbiamo niente da scoprire. Guardando avanti ci sarà sempre meno lavoro, è un dato di fatto. Il vero problema, quindi, sarà come ripartire il lavoro residuo e come gestire il tempo libero. Avremo in futuro così tanto tempo libero che dobbiamo capire subito cosa farne. Per evitare che si vada verso una società di isterici, di depressi dall’assenza di un impiego, c’è solo una strada percorribile: quella dell’ozio creativo. Solo la cultura potrà salvarci. Sotto questo aspetto il reddito di cittadinanza, per come lo conosciamo in Italia, è solo un barlume di ciò che sarà in futuro.

Non abbiamo fatto però i conti ancora con la tecnologia. O meglio, con le piattaforme e i loro effetti sui lavoratori.

Facciamo un gioco. Immaginiamo di essere nella Londra del 1845. Lo vede ENGELS intento a scrivere il suo capolavoro, La situazione della classe operaia in Inghilterra? La domanda che dobbiamo porci, prima di iniziare a giocare, è: come si può arrivare alla possibilità che milioni di persone – gli operai – tollerino situazioni di subordinazioni tanto crudeli? Uno: perché sono analfabeti. Due: perché non avevano nessun tipo di organizzazione. Terzo: erano alla fame. Quarto: non avevano un esercito dalla loro parte ma, anzi, in caso di ribellione, l’esercito avrebbe sparato su di loro. Risultato: dovendo scegliere tra il peggio – la morte – e il meno peggio – una morte più lenta – si sceglie sempre la seconda strada. Facciamo ora un salto di quasi duecento anni: io imprenditore come posso tenere nelle stesse condizioni di subordinazione giovani dipendenti che stavolta non sono analfabeti ma invece diplomati e addirittura laureati? Come posso renderli altrettanto gregari? Un datore di lavoro del 1845, guardando quasi duecento anni avanti, avrebbe risposto: se devo costringere dei lavoratori a correre per le città da un ricco che produce le pizze verso un ricco che le mangia senza, che loro lavoratori sputino su quella pizza, la prima cosa di cui avrò bisogno è non apparire. Non esistere. Devo delegare a qualcosa di astratto, che in altre epoche avremmo chiamato religione, questo ruolo. Ed ecco la piattaforma. Questo l’ha spiegato perfettamente KEN LOACH nel suo ultimo film (Sorry We Missed You, ndr), un vero “trattato” di sociologia, che andrebbe fatto vedere nelle scuole: nessun sociologo potrà mai descrivere così a fondo la condizione delle nuove gregarietà. Poi avrei bisogno che questo lavoratore sia scolarizzato, perché la scuola è alleata del capitale: ragazzi che passano dieci, dodici, quindici anni a essere indottrinati verso il lavoro, l’obbedienza, è la base per costruire una società come quella attuale. Come si possono chiudere duecento persone in un open space a lavorare a testa bassa se non con un forte indottrinamento all’obbedienza? Terzo elemento necessario: che non si aggreghino. Questa in teoria è la cosa più difficile perché non dipende dall’imprenditore: l’unica speranza era che i sindacati non si accorgessero dell’importanza delle piattaforme, che non si dotassero degli stessi strumenti per organizzare i lavoratori. È andata così, e oggi una piattaforma fa correre dei ragazzi in sella alle bici per consegnarci il cibo ma non c’è un’altra piattaforma che li fa incontrare per organizzarsi e agire in modo antagonistico.

Quindi non nutre speranze in un eventuale contratto della categoria? È finita l’era dei diritti?

Oggi c’è un solo strumento utile, più grande di ogni contratto collettivo che si possa anche solo immaginare: il REDDITO UNIVERSALE, che come primo effetto eliminerebbe il ricatto lavorativo. Nessuno consegnerebbe più pizze per una piattaforma e per pochi spiccioli a notte. Anche qui, però, siamo a un bivio. Il reddito può essere dato come oggi si dà il lavoro, per creare monadi staccate una dall’altra, o come elemento unificante di una forza-lavoro che deve convertire questa forza-lavoro in ozio creativo. Sono passati venticinque anni e undici edizioni da quel libro e, più si va avanti, più quel concetto fotografa come saremo. E saremo una di due possibilità: la prima, immersi nell’ozio creativo; la seconda, immersi in un ozio dissipativo. Il bivio è questo: da un lato la cultura in un mondo con sempre meno lavoro; dall’altro una scuola che prepara le persone a un lavoro che non c’è più. La sfida, o il problema a seconda dei punti di vista, è come creare cittadini che, tra pochissimi anni, saranno consumatori senza essere produttori e, nello stesso tempo, saranno felici.

(intervista a Domenico De Masi di Daniele Nalbone, da MICROMEGA 30/10/2020)

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I DATI ISTAT NELL’ANNO DELLA PANDEMIA

POVERTÀ RECORD IL NORD SUPERA IL SUD PICCO TRA I GIOVANI

di Giovanna Faggionato, dal quotidiano DOMANI del 17/6/2021

– Cambia la mappa territoriale della povertà, che colpisce i giovani e le famiglie con figli. Soffre di più chi investe nel futuro –

   Da quando l’Istat ha iniziato a monitorare in maniera costante il livello di povertà degli italiani, non siamo mai stati così poveri noi italiani. I dati pubblicati il 16 giugno dall’Istituto di statistica dicono che nell’anno in cui il paese è stato colpito dal Covid-19 gli italiani in povertà assoluta sono arrivati a 5,6 milioni, il 9,4 per cento, cioè poco più di due milioni di famiglie: è il livello più alto dal 2005.

   Ma la cifra ancora più preoccupante, o quella che dovrebbe preoccupare di più tutti noi, è quella del numero dei minori in povertà assoluta che è addirittura al 13,5 per cento. Più di uno su dieci, in un paese in cui i minori sono pochi.

Il ruolo dei sostegni

Il livello di povertà relativa, cioè quello che misura quanto le famiglie siano in grado di acquistare un paniere di beni tipo, invece diminuisce, passando dal 10,1 per cento del 2009 all’11,4 per cento. Potrebbe sembrare una contraddizione e invece è il frutto delle misure di sostegno messe in campo nell’anno della pandemia che in generale hanno sostenuto il potere di acquisto delle famiglie, ma non abbastanza da arginare la caduta di una parte della popolazione italiana sotto la soglia della povertà assoluta.

   Per lo stesso motivo diminuisce anche il valore dell’intensità della povertà assoluta, cioè l’indicatore, si legge nel rapporto Istat, «che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà, cioè “quanto poveri sono i poveri”».

   L’incidenza delle famiglie povere è maggiore nel Mezzogiorno dove è cresciuta dall’8,6 per cento al 9,4, ma la crescita più ampia rispetto all’anno passato si registra al nord, con un aumento dal 5,8 al 7,6, quindi più che doppio rispetto a quello registrato nel sud. Il risultato, calcola l’Istat, è una nuova mappa della povertà che vede il 47 per cento delle famiglie povere al Nord e il 38,6 per cento al Sud: i cittadini italiani poveri sono 2milioni e 500mila nel settentrione, con una grossa concentrazione nel nordovest e 2 milioni 259mila al sud.

La povera gioventù

Questi dati sono più facilmente comprensibili se si guarda a come i poveri si distribuiscono per fasce d’età. I poveri sono soprattutto giovani: tra i 18 e i 34 anni l’incidenza della povertà assoluta è all’11,3 per cento, mentre per gli over 65 è al 5,4 per cento.

   Ma ancora più interessante è il fatto che anche tra i 35-64 anni, cioè la fascia d’età che rappresenta per antonomasia la popolazione attiva e che lavora, il livello è al 9,2 per cento. I giovani, bombardati da una retorica che li vuole bamboccioni e sussidiati, e invece da più di vent’anni sottoposti a condizioni di lavoro precario in un’Italia che non cresce, sono da tempo i più poveri del paese.

   Ma la pandemia è andata a intaccare una fascia di popolazione che prima riusciva a stare sopra la soglia, e che ora invece annaspano sotto quel livello. Infatti, rispetto al 2019, la quota di poveri è aumentata tra le famiglie che hanno come riferimento del nucleo adulti dai 35 ai 44 anni: arrivano a essere oltre una su dieci e ancora di più con un aumento di tre punti percentuali tra quelle in cui il riferimento è tra i 45 e i 54, che si fermano appena sotto il dieci per cento.

   Ed è aumentata soprattutto tra chi risulta avere una occupazione, sia dipendente che indipendente, mentre tra chi la cerca così come tra chi è in pensione è rimasta stabile. L’aumento maggiore si registra, infatti, nei nuclei familiari rappresentati da lavoratori inquadrati ai livelli più bassi.

   Altro indicatore rilevante è il fatto che il numero di figli sia associato con un maggiore livello di povertà, mentre la presenza di anziani in famiglia con un livello più alto di ricchezza, fatta eccezione per gli anziani soli.

   Più di una famiglia su cinque tra quelle con cinque componenti è in povertà assoluta. Mentre sono poveri assoluti l’8,5 per cento dei nuclei di tre persone. «La situazione si fa più critica se i figli conviventi, soprattutto se minori, sono più di uno», dice l’Istat, in sostanza nel caso in cui ci sia un solo genitore con due figli – per la maggioranza stiamo parlando di donne sole con figli – il livello si alza al 9,3 per cento.

   Ovviamente questa tendenza si incrocia con la povertà delle famiglie straniere e degli individui stranieri in generale. Ma bastano le parole dell’Istat per spiegare la dinamica generazionale: «L’incidenza di povertà è invece più bassa, al 5,6 per cento, nelle famiglie con almeno un anziano e scende al 3,7 per cento tra le coppie in cui l’età della persona di riferimento della famiglia è superiore a 64 anni».

   L’anno del Covid-19 ha disegnato come dicevamo una nuova mappa della povertà a livello territoriale, ma il sorpasso del nord sul sud cela un fenomeno più complesso. Considerando le macro aree, il numero di incidenza della povertà è maggiore nelle regioni del Mezzogiorno escluse le Isole, dove è povero assoluto più di una persona su dieci, segue in seconda posizione il nordovest, dove è povero assoluto circa uno su dieci, poi le Isole, il nordest e ben distaccate le regioni del Centro Italia. Nel nordovest la percentuale di poveri è cresciuta di oltre tre punti percentuali passando dal 6,8 per cento al 10,1.

   E ancora, considerando i numeri in valore assoluto, le regioni del sud escluse le Isole e il nordovest viaggiano praticamente appaiate con 1,6 milioni di poveri.

La scuola è uno scudo

In un report che ci ricorda che la povertà non è stata affatto abolita se qualcuno avesse ancora dei dubbi, l’unica consolazione viene dal fatto che l’istruzione secondo l’Istat resta un antidoto alla povertà. Se si vuole contrastarla, dunque, si investa almeno con un livello pari a quello degli altri paesi europei, che ancora ci fanno arrossire di vergogna. (Giovanna Faggionato)

………….

TORNA A CRESCERE LA POVERTÀ ASSOLUTA NELL’ANNO DELLA PANDEMIA

di Massimo Baldini e Massimo Taddei, da “la voce.info” https://www.lavoce.info/ del 17/6/2021

– Nonostante le misure emergenziali messe in campo dal governo, nel 2020 la povertà è tornata a crescere, facendo registrare il valore più alto da quando il dato viene calcolato. I più colpiti sono i giovani, gli stranieri e le famiglie numerose. –

   Il 16 giugno sono stati pubblicati dall’Istat i dati relativi alla povertà in Italia nel 2020. Si tratta della versione definitiva delle statistiche relative alla povertà assoluta nel 2020, anticipate da Istat già nello scorso mese di marzo.

   Il dato di quest’anno può aiutare a capire quale sia stato l’impatto della crisi sulle famiglie più deboli e quanto siano state efficaci le misure introdotte dal governo per ridurne l’intensità. Il dato sulla povertà assoluta è in crescita rispetto al 2019, con un’incidenza sulle famiglie che è salita al 7,7 per cento, con oltre 300 mila nuovi nuclei sotto la soglia di povertà (da 1 milione e 674 mila a 2 milioni e 7 mila).

   Gli individui in povertà assoluta sono 5,6 milioni (9,4 per cento, contro il 7,7 del 2019). Il valore dell’intensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri”) – registra una riduzione dal 20,3 per cento del 2019 al 18,7 per cento nel 2020.

   Questo risultato è frutto anche delle misure emergenziali messe in atto dal governo, che hanno permesso sia a chi è scivolato sotto la soglia di povertà sia a chi si trovava già al di sotto di mantenere un livello di consumo vicino alla soglia.

   È infine in calo la povertà relativa, con l’incidenza che scende dall’11,4 al 10,1 per cento e 334 mila famiglie in meno sotto la soglia, anche se questo risultato potrebbe essere legato soprattutto a ragioni metodologiche, più che a un effettivo miglioramento della condizione delle famiglie povere. La soglia di povertà relativa, infatti, si calcola in percentuale alla spesa media nazionale, e il crollo della spesa per consumi di quest’anno ha portato a una riduzione della soglia, che ha fatto uscire molte famiglie dalla povertà, ma solo virtualmente.

L’importanza dell’istruzione, della qualità occupazionale e dell’età

L’incidenza della povertà dipende fortemente dal titolo di studio: è pari al 10,9 per cento se la persona di riferimento nella famiglia ha al massimo la licenza media, mentre scende al 4,4 per cento per chi ha almeno il diploma di scuola superiore.

   La crescita della povertà assoluta ha riguardato soprattutto le famiglie in cui la persona di riferimento è occupata, con un aumento dell’incidenza dal 5,5 al 7,3 per cento. Anche il tipo e il livello di occupazione contano: l’incidenza della povertà tra gli operai è del 13,2 per cento (dal 10,2 del 2019), mentre quella di dirigenti, quadri e impiegati è al 2,5 per cento (dall’1,7 del 2019). Anche tra gli autonomi si registra un aumento, dal 4 per cento del 2019 al 6,1 del 2020. Resta invece stabile l’incidenza tra i disoccupati (19,7 per cento) e tra i pensionati (4,4 per cento).

   La povertà è più diffusa tra i giovani: l’incidenza tra i minori è pari al 13,5 per cento e anche quella per i giovani tra 18 e 34 anni è superiore al 10 per cento (11,3 per cento). Il dato cala di molto, seppure anch’esso in crescita rispetto al 2019, tra gli individui con più di 65 anni: 5,4 per cento

   Nel 2020, l’incidenza della povertà è al 20,5 per cento per le famiglie con almeno cinque componenti, mentre cala all’11,2 per cento con quattro componenti e all’8,5 per cento per le famiglie di tre persone. La povertà assoluta colpisce 1 milione 337 mila minori (13,5 per cento). Le famiglie con minori in povertà sono oltre 767 mila, con un’intensità della povertà pari al 21 per cento (contro il 18,7 a livello generale). Questo significa che le famiglie con minori, oltre ad essere più spesso povere, sono anche in situazione di maggiore disagio.

La povertà cresce soprattutto al Nord

L’aumento della povertà ha riguardato soprattutto il Nord: il numero di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta è cresciuto di 217 mila unità, con un’incidenza che passa dal 5,8 al 7,6 per cento. Nonostante l’aumento in termini assoluti più consistente si sia registrato al Nord, la percentuale maggiore di famiglie in povertà rimane nel Mezzogiorno (9,4 per cento, rispetto all’8,6 del 2019).

   La forte crescita in termini assoluti al Nord ha creato uno squilibrio nella distribuzione territoriale della povertà: nel 2019, il 43,4 per cento delle famiglie in povertà assoluta viveva nelle regioni settentrionali e il 42,2 per cento in quelle meridionali, mentre nel 2020 le famiglie in povertà al Nord sono il 47 per cento del totale, contro il 38,6 per cento del Mezzogiorno.

Gli stranieri restano i più colpiti

Le famiglie con almeno uno straniero rappresentano l’8,6 per cento del totale, ma costituiscono il 28,3 per cento dei nuclei in povertà assoluta in Italia. L’incidenza tra le famiglie di soli italiani è del 6 per cento, un dato che sale al 25,3 per cento tra le famiglie con almeno uno straniero e al 26,7 per cento per quelle composte esclusivamente da stranieri. La percentuale di famiglie con minori e con almeno uno straniero che si trovano in povertà assoluta è pari al 28,6 per cento, un valore di oltre tre volte superiore all’8,6 per cento dei nuclei con minori composti da soli italiani.

   Sembra, in sintesi, che le principali vittime della crisi del 2020 siano le stesse figure già colpite più di altre dalla precedente recessione del periodo 2008-13: i giovani (sia i minori sia in generale chi ha meno di 65 anni), gli immigrati, i lavoratori precari. Con una parziale novità: la forte concentrazione dell’incremento della povertà nelle regioni settentrionali.

   La prima osservazione da fare è che, secondo la definizione Istat, è in povertà assoluta una famiglia che non riesce ad acquistare un determinato paniere di beni e servizi considerato essenziale per vivere in modo dignitoso, il cui valore dipende dal tipo di famiglia e dalla zona di residenza. Si è poveri quindi se si spende molto poco. Nel 2020 le varie misure di lockdown hanno materialmente impedito di effettuare molte spese, e la conferma viene dal forte incremento della propensione al risparmio. Alcune famiglie potrebbero quindi essere considerate povere perché non hanno avuto la possibilità di spendere.

   Questo problema va tenuto in considerazione, anche se è possibile che il risparmio sia aumentato soprattutto tra le famiglie a reddito medio-alto, mentre può essere più difficile ridurre i consumi quando essi sono già bassi.

   Inoltre, se l’aumento della povertà fosse dovuto solo alla impossibilità di consumare provocata dal lockdown, l’incremento del rischio di povertà dovrebbe essere piuttosto uniforme tra le categorie socio-demografiche. Invece i dati ci dicono che per alcuni l’incidenza della povertà è cresciuta di più: per esempio di 1,8 punti percentuali per le famiglie con persona di riferimento occupata (3 punti per gli operai), contro 0,1 punti in più per le famiglie di chi è ritirato dal lavoro. L’aumento è inoltre di 1,1 punti percentuali per le famiglie di soli italiani, di 3,3 punti percentuali per le famiglie con stranieri.

   La seconda osservazione riguarda l’andamento della povertà relativa, la cui incidenza è addirittura diminuita nel 2020. La ragione è metodologica: si è poveri relativi se si ha una spesa significativamente inferiore alla spesa media nazionale. La soglia viene ricalcolata ogni anno. Nel 2020 la spesa media è crollata, e con essa la soglia, passata da 1.093 euro nel 2019 a 1.002 nel 2020. Ma le famiglie a reddito basso hanno pochi margini per ridurre ulteriormente la spesa. Come scrive lo stesso comunicato Istat, alcune delle famiglie che nel 2019 risultavano povere si sono ritrovate a non esserlo più perché la linea di povertà è diminuita, anche se la loro condizione non è sostanzialmente cambiata.

………………..

VEDI ISTAT:

REPORT_POVERTA_2020.pdf

https://www.istat.it/it/files/2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf 

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