MIGRANTI – La decisione del Consiglio d’Europa del 25-26 giugno: NO ai ricollocamenti ma sosteniamo i Paesi da cui provengono i flussi migratori (di origine e di transito) – Ai migranti necessari per i nuovi lavori e utili alla crisi demografica, l’Europa si chiude, e appalta all’esterno il controllo delle frontiere (come fa con la Turchia)

(Consiglio europeo del 24-25 giugno 2021: nella foto la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, foto da https://www.agensir.it/) – “Come era stato annunciato dalle previsioni degli analisti, il CONSIGLIO EUROPEO (I CAPI DI STATO dei 27 Paesi aderenti alla UE) del 24 e 25 giugno (2021) non ha portato a significativi passi avanti sulle politiche migratorie, almeno per gli auspici più ottimistici di quanti in Italia contavano su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” – anche il termine è indicativo dell’approccio con cui si considera un aiuto rivolto a esseri umani – dei migranti dai Paesi di “primo arrivo”. In buona sostanza, le conclusioni del vertice del Bruxelles hanno confermato le PRIORITÀ dell’UE: 1) consolidare la “DIMENSIONE ESTERNA” della gestione dell’immigrazione; 2) sostenere il “MODELLO TURCHIA”, da estendere alla Libia e ad altri paesi per preservare la “FORTEZZA EUROPEA”; 3) NESSUNA AGENDA CONCRETA PER UN PIANO DEI RICOLLOCAMENTI dei primi arrivi, il cui esame è rinviato all’autunno. (MAURIZIO DELLI SANTI, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021)

   Il Consiglio europeo (riunione dei capi di Stato dei 27 Paesi dell’UE) che si è tenuto a Bruxelles il 24 e 25 giugno scorso, in merito alla questione dei migranti (tra i vari argomenti trattati), non ha deciso nulla sui ricollocamenti dei profughi che arrivano in particolare dal Mediterraneo e che, in primis, interessano l’Italia, ma anche la Spagna (con il passaggio dal Marocco attraverso i territori spagnoli in Africa di Ceuta e Melilla), la Grecia, e in parte la Francia, anch’essa direttamente interessata agli sbarchi. Però, se nulla si è deciso sui ricollocamenti (argomento neanche trattato), ci sono stati lo stesso degli impegni significativi e “nuovi” sulle politiche migratorie.

 

Mappa delle rotte dei migranti dal Nord Africa all’Europa (dall’Africa occidentale) – da WIKIPEDIA

   Se infatti il piano dei ricollocamenti dei primi arrivi è stato rinviato all’autunno (o a chissà quando…), la priorità del vertice di Bruxelles dei capi di stato UE ha di fatto allargato, concretizzato, il “metodo Turchia”: cioè consolidare la “dimensione esterna”, estendere alla Libia e agli altri paesi di transito, ma anche di origine, i modi (cioè soldi, finanziamenti a quelli stati) per fermare i migranti, preservando così la “Fortezza Europa”.

Nessun progresso sui ricollocamenti: però DRAGHI ha sottolineato l’importanza di aver ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro per sostenere i Paesi da cui provengono i flussi migratori. (nella foto: DRAGHI, Consiglio Europeo 24-25 Giugno 2021)

   In Italia si contava, si sperava, su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” (significativo il termine che si usa, “redistribuzione”, sintomo che i migranti vengono visti come oggetti negativi, da sbarazzarsene…), rispetto ai Paesi di “primo arrivo”. Se però nessun progresso sui ricollocamenti c’è stato, secondo il premier italiano Draghi qualcosa di positivo è lo stesso avvenuto: cioè si è ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione, quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro l’anno per sostenere i Paesi da cui provengono (origine e transito) i flussi migratori.

“(…) «La stabilizzazione del SAHEL rappresenta una priorità per l’Italia». La frase pronunciata mercoledì (23 giugno 2021, ndr) da Mario Draghi alla Camera può sorprendere. In realtà, è solo la conferma di una dimenticata ma permanente direttrice geopolitica che traccia la frontiera di sicurezza avanzata del nostro Paese da quando esistiamo. PRENDETE UNA CARTA DELL’AFRICA. Congiungete TUNISI con GIBUTI via TRIPOLI in direzione sud-est e con il DELTA DEL NIGER verso sud-ovest. Ricongiungete quello sbocco nel GOLFO DI GUINEA con Gibuti e vedrete emergere un vasto triangolo irregolare che ritaglia il cuore africano di CAOSLANDIA. Immensa parte di mondo a bassissima pressione istituzionale e alta concentrazione di tensioni e conflitti, solcata da traffici obliqui di armi, droga, esseri umani che puntano verso lo Stivale e altre sponde europee. (…)” (LUCIO CARACCIOLO, da “la Repubblica” del 25/6/2021) (nell’immagine: Africa centro settentrionale, mappa da https://www.scuolissima.com/)

   In questo senso, pur nel consolidare il “muro europeo” (ma diventerà veramente invalicabile?…ne dubitiamo), si comincia a capire che la situazione centro-africana, dal Sahel in su, non può essere cosa che non ci riguarda; e che soluzioni non solo di oppressione della migrazione ma anche di sviluppo generalizzato, in quei Paesi centro-africani, è condizione per l’Europa di evitare quella che qualcuno vede come “l’invasione”.

Il Presidente del Parlamento europeo, DAVID SASSOLI nel corso della Seconda Conferenza Interparlamentare di alto livello su migrazione e asilo in Europa, svoltasi il 14 giugno, nel corso della quale aveva esortato gli interlocutori a “gestire questo fenomeno globale in modo umano”, per “accogliere degnamente e con rispetto le persone e le storie che bussano alle nostre porte ogni giorno”.  E aveva indicato due priorità: 1) RIPROPORRE un “meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee”; 2) DEFINIRE un “sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune”. Su questo punto aveva anche voluto precisare che i migranti possono dare un contributo importante alla ripresa della società europea colpita dalla pandemia e dal calo demografico, considerando che “durante la pandemia interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati (…) abbiamo bisogno di una migrazione regolata per la ripresa delle nostre società e per la tenuta dei nostri sistemi di protezione sociale”. (Maurizio Delli Santi, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021) (nella foto il presidente del Parlamento Europeo DAVID SASSOLI – foto da La Stampa)

   Noi non sappiamo se le “intenzioni europee” siano sincere; cioè se nell’esternalizzare l’intervento finanziario verso quei paesi di origine e transito della popolazione, quegli interventi siano di tipo umanitario, di vero sviluppo, senza interessi post coloniali o, peggio ancora, di sponsorizzazione di eserciti nazionali di repressione di ogni forma di migrazione… però l’osservazione internazionale del fenomeno può e potrebbe garantire che vi siano interventi “equi”, che perlomeno riducano le migrazioni, creando forme di buona vivibilità sociale ed economica, di sviluppo “vero” (è avvenuto in tante aree geografiche nel primo decennio del duemila…), ambientale (pensiamo a progetti di forestazione del Sahel…), e di intervento contro dittature militari oppressive e gruppi jihadisti.

“Al 25 giugno (2021) gli stranieri irregolarmente sbarcati lungo le coste italiane risultano 19.360 nel 2021, a differenza dei 6576 e dei 2464 stranieri sbarcati nei corrispondenti periodi del 2020 e del 2019. E il trend è destinato ad aumentare nell’avanzare del periodo estivo. Le maggiori pressioni migratorie rilevate – sulla base delle dichiarazioni rese allo sbarco – sono originate da Bangladesh (3116), Tunisia (2854), Costa d’Avorio (1541), Egitto (1524), Eritrea (1140), Sudan (1131), Guinea (1000), Marocco (846), Iran (682), Mali (642), ma vi sono anche 4884 migranti per i quali è ancora in corso l’accertamento sulla provenienza.(…)” (Maurizio Delli Santi, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021) (nella foto: MIGRANTI, RICHIEDENTI ASILO, RIFUGIATI, foto da https://www.diaconiavaldese.org/)

   Premesso che tutto questo piano, progetto, di creare “vivibilità” in Africa (e in altri continenti e aree geografiche in grave difficoltà, pensiamo adesso all’Afghanistan, abbandonato ora dagli occidentali al probabile ritorno dei talebani…), resta il fatto che lo stesso dovremmo positivamente rapportarci con una immigrazione che, nei modi più diversi, ci sarà comunque da noi, e in tutta Europa.

Le rotte dei migranti

   E’ così che il diniego del Consiglio d’Europa (i capi di governo) a ricollocare immigrati (uomini, donne, bambini) anche per i nuovi lavori necessari e la crisi demografica europea; e la decisione di appaltare all’esterno il controllo delle frontiere (finanziando i paesi di origine e di transito, come si fa con la Turchia), in sé non potrà mai risolvere il problema. E che l’accettazione di persone da altri Paesi, altri contesti geografici, è cosa avvenuta da sempre; un “riversamento” da aree con tanta popolazione e povere, in altre in crisi demografica (l’Europa) che ha bisogno di manodopera, di coprire lavori per servizi necessari; e di famiglie e bambini che frequentino le nostre scuole, i servizi ora sempre più declinanti, l’invecchiamento attuale della popolazione; ritrovando così “nuovi italiani”, che pur nel rispetto delle origini, sono pronti a condividere un progetto di “patria” in comune con chi risiede da sempre nei nostri luoghi. (s.m.)

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LE CHIAVI DEL MAR ROSSO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 25/6/2021

   «La stabilizzazione del SAHEL rappresenta una priorità per l’Italia». La frase pronunciata mercoledì da Mario Draghi alla Camera può sorprendere. In realtà, è solo la conferma di una dimenticata ma permanente direttrice geopolitica che traccia la frontiera di sicurezza avanzata del nostro Paese da quando esistiamo.
Prendete una carta dell’Africa. Congiungete TUNISI con GIBUTI via TRIPOLI in direzione sud-est e con il DELTA DEL NIGER verso sud-ovest. Ricongiungete quello sbocco nel GOLFO DI GUINEA con Gibuti e vedrete emergere un vasto triangolo irregolare che ritaglia il cuore africano di CAOSLANDIA. Immensa parte di mondo a bassissima pressione istituzionale e alta concentrazione di tensioni e conflitti, solcata da traffici obliqui di armi, droga, esseri umani che puntano verso lo Stivale e altre sponde europee.
   Mareggiate d’instabilità che vanno gestite. Ma non da soli. Soprattutto non dovendo fronteggiare l’inumana, devastante logica dello scaricamigrante che governa l’approccio della riva nord del Mediterraneo alla quarta sponda e alle sue profondità sahariane e saheliane. Sicché noi fungiamo da terra assorbente verso cui convergono via Mediterraneo i flussi di Caoslandia.
   Draghi parlava ai nostri deputati perché i suoi omologhi europei sentissero. Qualche modesto segnale di solidarietà viene in questi giorni da Germania e Francia, con i quali spartiremmo – un terzo per uno – l’accoglienza ai profughi salvati nel Mediterraneo, non quelli sbarcati direttamente in Italia. Il dossier migranti resta totalmente aperto.
   Perché le sue radici sono molto più profonde di quanto appaiano a chi si concentri sulla quarta sponda, omettendone il retroterra desertico e saheliano, tra coriandoli di Libie, Golfo di Guinea e Corno d’Africa.  Dove continua a infuriare, fra l’altro, il conflitto nel Tigray, evocato con preoccupazione da Draghi.
   Gli antichi nodi della colonizzazione e della decolonizzazione vengono al pettine e ci investono frontalmente. Dove un tempo dominavano gli europei oggi inciampiamo nel vuoto attraversato da mafie, milizie, tribù ed etnie in conflitto. Invito a nozze per Cina, Russia, Turchia e altre potenze in vena di grandezza. Installato a Tripoli, Erdogan si intesta un diritto di pedaggio analogo a quello fruito con il controllo della rotta balcanica e certificato dalla Germania via Ue. Considerato assieme all’arrivo dei russi in Cirenaica, il tono della nostra frontiera ravvicinata ne risulta stravolto.
   Solo valutando le dimensioni del caos se ne coglie il senso di medio-lungo periodo. In parole povere: o ci occupiamo di Caoslandia o ci finiamo dentro. Non dovrebbe essere interesse francese o tedesco spostare alle Alpi la propria linea di sicurezza. Per questo dovremmo cogestire insieme a loro e ai pochi altri europei disponibili, con l’appoggio limitato ma decisivo degli americani (eppure le loro basi mediterranee avanzate sono in Sicilia, fronte a Tunisia e Tripolitania), l’instabilità che corre entro il triangolo nordafricano.

   L’annunciata costruzione di una nostra base militare in Niger, oltre a quella già incardinata a Gibuti, segnala questa disposizione ma non disegna un quadro strategico. Ne evidenzia l’assenza.
   Il 23 gennaio 1885 uno dei nostri maggiori statisti, Pasquale Stanislao Mancini, avvertiva la Camera: “Le chiavi del Mediterraneo sono nel Mar Rosso”. Primi vagiti dell’Italietta coloniale. Nel contesto attuale, completamente rovesciato, quel monito vale molto più di allora. (Lucio Caracciolo)

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L’INTERVISTA

BARTOLO: “STESSI ERRORI DI DUBLINO PER L’ITALIA SITUAZIONE PEGGIORATA”

di Maria Rosa Tomasello, da “La Stampa” del 25/6/2021

– L’eurodeputato e medico di Lampedusa: “Esternalizzare tutto serve a creare la fortezza Europa” –

   Il nuovo patto europeo sulla migrazione «non fa che ripercorrere la stessa strada del regolamento di Dublino che doveva sostituire, anzi peggiora la situazione per i Paesi di primo approdo con una serie di nuove incombenze», mentre si lavora a rimpatri e accordi con i Paesi terzi «per evitare che persone che fuggono da guerre, fame e miseria si mettano in viaggio» con l’obiettivo di blindarsi dentro i propri confini.

   PIETRO BARTOLO, europarlamentare Pd, e prima ancora medico dei migranti sull’isola-zattera di LAMPEDUSA, vede l’Europa andare in direzione ostinatamente contraria a quella della solidarietà.

L’orientamento è quello di appaltare all’esterno il controllo delle frontiere…

«Purtroppo questo interesse verso la dimensione esterna è ormai condiviso dagli Stati membri: stanno cercando di creare la fortezza Europa, esternalizzando tutto. Io sto lavorando sul nuovo patto come relatore ombra, e ho notato molta ostilità da tutti i Paesi, non solo da quelli del gruppo di Visegrad. Basta vedere cos’ha fatto la scorsa settimana la socialdemocratica Danimarca…»

A cosa si riferisce?

«È stata varata una legge sostenuta anche dalle destre che prevede l’istituzione di hub in Paesi terzi. In Ruanda stanno creando un campo di raccolta dove le persone possono essere fermate: i migranti economici vengono rimandati indietro, gli altri possono chiedere asilo ma devono restare in Ruanda. I migranti che si trovano in Danimarca possono addirittura essere riportati in Ruanda. La strada è in salita. Bisogna invece far capire che con il contrasto non si arriva da nessuna parte. O troviamo una soluzione dignitosa, o le persone prima o poi tenteranno di passare e non ci sarà muro, né filo spinato, né mare a fermarli».

Mario Draghi ha rivendicato come un successo aver riportato dopo tre anni l’immigrazione al centro dell’agenda europea. Basterà?

«No certo. Ma intanto è un’apertura. Il Consiglio non ne voleva nemmeno parlare, il premier è riuscito a fare inserire il tema. Ma anche lui sa che si trova davanti un muro e sta cercando vie alternative che pare siano state individuate nella dimensione esterna, ovvero fondi a Paesi terzi per fermare chi vuole partire. Ma non sappiamo se i fondi saranno messi a disposizione dagli Stati membri o se saranno fondi propri dell’Unione, perché in questo secondo caso noi, come parlamentari, vogliamo dire la nostra: non deve accadere che si intacchino somme già stanziate per lo sviluppo dei Paesi di provenienza per assoldare Paesi, come la Turchia, a cui si pensa di dare altri 800 milioni di euro l’anno, o come la Libia, alla quale già si parla di dare 2 miliardi, per controllare le frontiere. L’Europa è fondata su valori di solidarietà, rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, bisogna aprire il cuore e il cervello, perché stiamo parlando di persone costrette a lasciare la propria terra per responsabilità anche nostre, che abbiamo trattato l’Africa come un ipermercato, dove prendere tutto».

Si torna al vecchio adagio “aiutiamoli a casa loro”?

«Esatto. Se n’è sempre parlato ma non è mai stato fatto davvero. Significherebbe dare finalmente importanti fondi per lo sviluppo di quei Paesi. Ma poi c’è anche la dimensione interna ai nostri Paesi, perché comunque continuano ad arrivare e bisogna fare qualcosa. All’inizio della legislatura io ho proposto di istituire una missione di ricerca e soccorso in mare per evitare che le persone continuino a morire in mare: se non vogliono le Ong, serve una operazione europea». (Maria Rosa Tomasello)

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L’ESODO ALLE PORTE DEL MEDITERRANEO

di Gianluca Di Feo, da “la Repubblica” del 20/5/2021

   La marea umana che ha varcato le barriere di Ceuta, l’ondata di migranti sbarcata la scorsa settimana a Lampedusa, i naufragi sempre più frequenti nel Canale di Sicilia stanno obbligando l’Unione Europea ad aprire gli occhi sul Mediterraneo e rendersi conto di una situazione senza precedenti.

   La pandemia, il terrorismo, il moltiplicarsi degli Stati sull’orlo del fallimento rischiano di spingere verso il mare una moltitudine di persone disperate, pronte a tutto per trovare condizioni di vita decenti. I fronti aperti sono tanti, con cause diverse che spesso si innestano in crisi antiche o sono alimentate da interessi geopolitici spregiudicati, come quello della Turchia. L’effetto complessivo però questa estate potrebbe assumere le dimensioni di una catastrofe umanitaria.
   Al primo posto c’è la TUNISIA, l’unica fragile democrazia partorita dalla Primavera araba, dove le condizioni economiche continuano a precipitare. Il Paese non ha più risorse: il turismo è stato spazzato via dagli attentati islamisti e il Covid ha messo al tappeto le poche imprese attive nelle esportazioni. Per una popolazione giovane non esistono alternative all’emigrazione e neppure le forze dell’ordine sembrano in grado di frenare la tentazione a mettersi in viaggio verso Lampedusa, che dista poche ore di gommone. Un lungo sciopero dei funzionari fiscali minaccia di bloccare gli stipendi di tutta la pubblica amministrazione, polizia inclusa, e alle intelligence occidentali arrivano segnali preoccupanti sulla tenuta degli apparati di sicurezza. (…)
   L’Italia da sola può fare poco (…): soltanto un intervento su scala globale dell’intera Unione può affrontare la situazione prima che sia troppo tardi. E non si tratta di tamponare le crisi, distribuendo fondi per incentivare governi e polizie a fermare le partenze. Mai come ora è diventata impellente una vera politica estera che renda la Commissione (europea) protagonista di una stabilizzazione del Mediterraneo. Comprare brevi moratorie non risolve i problemi strutturali, che finiscono per riproporsi a ogni estate, e aumenta lo sfruttamento della disperazione. Lo si vede in Libia: la tregua nella guerra civile ha riaperto le rotte del traffico di esseri umani, come testimoniano gli oltre duemila migranti del Bangladesh arrivati in Sicilia in pochi giorni. Il business degli scafisti si è rimesso in moto con ricche prospettive di guadagno tra chi scappa dal virus, tra chi fugge dall’Afghanistan abbandonato ai talebani e tra i profughi dell’escalation jihadista nel Sahel.
   In Niger, Mali e Burkina Faso le milizie fondamentaliste dilagano. Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, solamente nella regione nigerina al confine con il Mali più di centomila persone hanno dovuto lasciare i loro villaggi. Altre undicimila si stanno dirigendo in queste ore verso la capitale Niamey: molti cercheranno di attraversare il deserto diretti in Libia e in Tunisia. Non a caso, la Farnesina lo scorso mese ha riunito i leader dei tuareg maliani, trattando un accordo che prevede finanziamenti in cambio del rimpatrio dei migranti. E la stessa linea di diplomazia economica viene seguita con le tribù del Fezzan libico, snodo delle carovaniere che dal Sahel puntano sul litorale.
   Si tenta di costruire muri nella sabbia, senza riuscire a intaccare il male che sta divorando l’Africa centrale.
Se si allarga lo sguardo, allora bisogna tenere conto di un’altra realtà esplosiva. Nel Libano senza governo e senza finanze, senza lavoro e senza nemmeno più l’illuminazione stradale, c’è un popolo dimenticato: un milione e mezzo di rifugiati siriani, i più poveri in una nazione sul lastrico. Le autorità locali non possono occuparsi di loro, la comunità internazionale li ignora. Solo le tariffe esose chieste dagli scafisti li fermano dal salpare verso Cipro, frontiera orientale dell’Europa. Ma nelle ultime settimane già due barche sono state intercettate, altre forse sono riuscite a passare. L’avanguardia della prossima emergenza. (Gianluca Di Feo)

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CONSIGLIO EUROPEO. STALLO SUI RICOLLOCAMENTI, MA NUOVI IMPEGNI SULLE POLITICHE MIGRATORIE (Il bisogno di un “pensiero critico” sull’immigrazione)

di Maurizio Delli Santi (Membro dell’International Law Association, dell’Associazione Italiana Giuristi Europei e dell’Associazione Italiana di Sociologia), da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021

– Il Consiglio Europeo del 24 e 25 giugno fa slittare in autunno le intese sul piano di ricollocamenti e rinforza la “dimensione esterna” delle politiche migratorie, per sostenere con 10 miliardi di euro il “modello Turchia” e i Paesi da cui hanno origine i flussi migratori. Per i Paesi di nuovo ingresso in Europa, i più ostili ai ricollocamenti, andrebbe ricordato che l’Italia li ha sostenuti quando erano sull’orlo del collasso e ha dato ampia accoglienza ai loro migranti. C’è bisogno di un “pensiero critico” sull’immigrazione, mentre gli ultimi dati del Ministero dell’Interno confermano la pressione degli sbarchi in +34% rispetto al corrispondente periodo del 2020.

   Come era stato annunciato dalle previsioni degli analisti, il Consiglio Europeo del 24 e 25 giugno non ha portato a significativi passi avanti sulle politiche migratorie, almeno per gli auspici più ottimistici di quanti in Italia contavano su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” – anche il termine è indicativo dell’approccio con cui si considera un aiuto rivolto a esseri umani – dei migranti dai Paesi di “primo arrivo”.
   In buona sostanza, le conclusioni del vertice del Bruxelles hanno confermato le priorità dell’UE: 1) consolidare la “dimensione esterna” della gestione dell’immigrazione; 2) sostenere il “modello Turchia”, da estendere alla Libia e ad altri paesi per preservare la “fortezza europea”; 3) nessuna agenda concreta per un piano dei ricollocamenti dei primi arrivi, il cui esame è rinviato all’autunno.

   Secondo diversi osservatori, la strategia del Governo italiano è stata volta a recepire tali posizioni nell’ottica di consolidare l’intesa con la Francia e la Germania per poi rilanciare in autunno la prospettiva del piano di redistribuzione, assolutamente inderogabile per l’Italia che si va sempre più delineando come porta d’ingresso dell’Europa per la pressione migratoria che viene dal Nord Africa e dal Sahel. Ma è anche possibile che nuove ondate migratorie esplodano dall’Afghanistan, per nuovi profughi in fuga dalle incursioni talebane e jihadiste che potrebbero scatenarsi con il ritiro delle forze americane.

   Un grande scoglio è rappresentato dall’attuale regime di volontarietà dei ricollocamenti promosso dal premier ungherese Viktor Orbán nel 2018, quando l’Italia, nonostante la precedente obbligatorietà, si era accollata i due terzi dei circa 36mila migranti previsti dagli accordi. Ma proprio l’ultima polemica sorta a Bruxelles sulla legislazione ungherese contro i diritti della comunità LGBT ha indebolito fortemente la già discussa figura di Orbán, che potrebbe rimanere sempre più isolato sulle sue posizioni.

   Il documento finale del Consiglio UE è quindi incentrato nell’affermazione di principio sull’unitarietà della “dimensione esterna” dell’UE, per cui si rimarca la necessità che gli accordi con i Paesi da cui partono i migranti debbano essere siglati non dai singoli Stati europei ma dall’Unione stessa. La priorità è quindi il “modello Turchia”: non avendo chance di accordi sui ricollocamenti, occorre proseguire sulla strategia dei piani di investimenti verso gli Stati terzi che in cambio di aiuti si dichiarano disponibili a proteggere la “fortezza europea”. È la linea che l’Europa intende consolidare con la Turchia, ma anche con la Libia, e che si mira ad estendere ad altri Paesi da cui ha origine il flusso migratorio, prevedendo uno stanziamento stimato in 10 miliardi di euro da attingere dal Fondo europeo per il vicinato, lo sviluppo e la cooperazione internazionale (Ndci).

   Sulle conclusioni del Consiglio Europeo le valutazioni non sono tutte univoche. Per esempio, piuttosto critico è apparso sin dal primo momento il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli che ha commentato: “Non è accettabile moralmente che le questioni dell’immigrazione e dell’asilo siano legate alle vicende elettorali degli Stati membri. Ci viene detto che questo tema impatta sulle campagne elettorali, ma non è moralmente accettabile. Il Consiglio deve dare prova di serietà su questa sfida”.
   Diversa la posizione invece del premier Draghi, che ha dichiarato apertamente: “Il mio obiettivo non era ottenere un accordo sui ricollocamenti, era prematuro avere un accordo per noi conveniente”. D’altro canto, aveva già anticipato nelle dichiarazioni alla Camera che “al momento una solidarietà obbligatoria verso i Paesi di primo arrivo attraverso la presa in carico dei salvati in mare rimane divisiva per i 27 Stati Membri”.

   E perciò il Capo del governo ha sottolineato comunque l’importanza di aver ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro per sostenere i Paesi da cui provengono i flussi migratori. Ha quindi espresso un giudizio positivo anche per quanto affermato dal Consiglio UE sulla stabilizzazione della Libia, specie nella parte in cui si sollecita “il ritiro senza indugio di tutte le forze straniere e dei mercenari”, una linea che va a sicuro vantaggio degli interessi italiani nell’area.

   Peraltro è altrettanto evidente che, sebbene non sia stata espressa formalmente una dichiarazione nel senso, anche la policy sulla Turchia risponde ad un interesse nazionale di non vedere l’apertura di un altro fronte estremo della pressione migratoria.

   Ma soprattutto il premier italiano ha tenuto ad enfatizzare la parte finale del documento, sottolineando che “il testo delle conclusioni è molto impegnativo”. E in effetti nel documento vengono enunciati alcuni impegni importanti: “Al fine di scongiurare la perdita di vite umane – vi si legge – e ridurre la pressione alle frontiere europee saranno intensificati, quale parte integrante dell’azione esterna dell’Unione europea, i partenariati e la cooperazione reciprocamente vantaggiosi con i paesi di origine e di transito. L’approccio sarà pragmatico, flessibile e su misura, utilizzerà in modo coordinato, come Team Europa, tutti gli strumenti e gli incentivi disponibili dell’UE e degli Stati membri e sarà messo in atto in stretta cooperazione con l’UNHCR e l’OIM.

   Dovrà riguardare tutte le rotte e basarsi su un approccio che prenda in considerazione l’intero tragitto, affrontando le cause profonde, sostenendo i rifugiati e gli sfollati nella regione, sviluppando capacità di gestione della migrazione, sradicando il traffico e la tratta di migranti, rafforzando i controlli alle frontiere, cooperando in merito a ricerca e soccorso, affrontando la migrazione legale nel rispetto delle competenze nazionali e garantendo il ritorno e la riammissione”.

   E per queste finalità il Consiglio europeo invita la Commissione e l’Alto rappresentante, in stretta cooperazione con gli Stati membri: 1) “a rafforzare immediatamente le azioni concrete condotte con i paesi di origine e di transito prioritari nonché il sostegno tangibile nei loro confronti”; 2) “presentare, nell’autunno 2021, piani d’azione per i paesi di origine e di transito prioritari indicando obiettivi chiari, ulteriori misure di sostegno e tempistiche concrete”.
   Pur nella considerazione di un tema certamente complesso e divisivo in Europa qual è da tempo il tema dell’immigrazione, appare lecito porsi se sia stato fatto tutto ciò che era possibile nei vari contesti europei per sostenere il bisogno urgente di affrontare il tema dei ricollocamenti, una domanda che può apparire retorica o forse anche irriverente rispetto certamente a sforzi impegnativi che la diplomazia e la politica italiana stanno compiendo da tempo, di cui va dato atto.

   Negli ultimi tempi poi sono stati superati anche i passaggi della c.d. “diplomazia silenziosa” (v. Notizie Geopolitiche “La sfida dell’Italia sulle politiche migratorie: dalla diplomazia “silenziosa” al nuovo patto sull’immigrazione in Europa”, 5 giugno 2021), per cui i vari leader nazionali hanno iniziato a riproporre la questione in termini più netti e decisi.

   Lo aveva fatto ad esempio ancora il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli nel corso della Seconda Conferenza Interparlamentare di alto livello su migrazione e asilo in Europa, svoltasi il 14 giugno, nel corso della quale aveva esortato gli interlocutori a “gestire questo fenomeno globale in modo umano”, per “accogliere degnamente e con rispetto le persone e le storie che bussano alle nostre porte ogni giorno”.

   E aveva indicato due priorità: 1) riproporre un “meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee”; 2) definire un “sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune”. Su questo punto aveva anche voluto precisare che i migranti possono dare un contributo importante alla ripresa della società europea colpita dalla pandemia e dal calo demografico, considerando che “durante la pandemia interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati (…) abbiamo bisogno di una migrazione regolata per la ripresa delle nostre società e per la tenuta dei nostri sistemi di protezione sociale”.

   Quando poi si è saputo dell’esito infruttuoso sui ricollocamenti lo stesso Sassoli ha commentato: “La dimensione esterna delle migrazioni è essenziale, ma da sola non basta per gestire i fenomeni migratori a livello Ue. Serve una politica comune di immigrazione e asilo al nostro interno“, e ha concluso: “ Il Consiglio deve fare uno sforzo, non possiamo continuare a non avere una politica europea sui ricollocamenti. Quando avviene uno sbarco, succede che “la Commissione telefona” e chiede “chi può prenderne 50, chi può prendere i minori”… può essere così affidatala gestione di un fenomeno come la migrazione ad un meccanismo così volontario?”.

   A questo punto sarebbe interessante vedere se nell’ambito dei parlamentari europei questa posizione sia effettivamente condivisa, e se si possano promuovere iniziative, anche nelle grandi coalizioni europee dei partiti, che stimolino il Consiglio europeo a decisioni più pertinenti ed efficaci. Anche se il dubbio che ciò sia concretamente perseguibile, chi svolge un mandato parlamentare per l’Italia a Bruxelles e a Strasburgo ha il dovere di farsi sentire, senza esitazioni e anche con il giusto clamore, ora, ricercando alleanze con i parlamentari di altri Paesi, in particolare di quelli mediterranei come Spagna e Grecia che insieme all’Italia condividono il peso maggiore della pressione migratoria.

   Tra le iniziative che si potrebbero intraprendere ve ne sarebbe una che potrebbe risultare efficace, perché è sostenuta dalla forza degli argomenti, specie giuridici ma non solo. Si tratta di richiamare l’attenzione sul Rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa pubblicato il 9 marzo 2021 dal titolo emblematico: “Una richiesta di soccorso per i diritti umani. Le crescenti lacune nella protezione dei migranti nel Mediterraneo”, un documento di particolare rilevanza per i rilievi giuridici e politici che contiene. Notizie Geopolitiche ha già fatto cenno del rapporto nel contributo del 5 giugno, e sarà oggetto di un’analisi dettagliata in Rivista Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, Fascicolo n. 2, Luglio 2021.

   Ma è bene enunciarne qui ancora i passaggi salienti, ricordando che il Commissario denuncia le gravi inefficienze nelle attività di search and rescue, le conseguenze della politica dell’ostruzionismo “iper-legalizzato” che ha ostacolato le azioni delle ONG, le reiterate condizioni di illegalità dei rimpatri forzati in Libia, l’abuso della pratica del trattenimento prolungato di migranti e richiedenti asilo sulle navi al largo dei porti di accoglienza, e l’inerzia degli Stati nell’ implementare i “ corridoi umanitari” e le “vie sicure e legali”.
Insomma, i parlamentari europei, che sono anche diretta espressione della società civile transnazionale, potrebbero e dovrebbero far sentire più forte la loro voce, anche sfruttando l’argomento polemico proprio nei confronti di quei Paesi di nuovo ingresso in Europa, che sono più ostili ai ricollocamenti, ricordando loro che l’Italia è stata tra i Paesi che li ha sostenuti quando erano sull’orlo del collasso e ha dato ampia accoglienza ai loro migranti.

   Quanto all’iniziativa politica e alla tessitura diplomatica dell’azione di Governo, vanno valutati alcuni più recenti passaggi-chiave. Il Premier Mario Draghi nella già accennata fase delle “comunicazioni alla Camera” che precede il Consiglio UE ha posto l’accento su alcuni profili un po’ diversi – anche se non completamente nuovi – della questione, di cui vanno colti alcuni significati più impliciti.
   Sotto un primo profilo, l’esecutivo sembrava orientato a rilanciare ancora un’azione di sensibilizzazione più stringente nei confronti degli “Stati di bandiera delle navi europee che effettuano operazioni di salvataggio in mare” (il riferimento è agli Stati di bandiera delle ONG), atteso che “risulta fondamentale, nelle more di una riforma organica delle politiche di contenimento dell’immigrazione e del superamento di Dublino, assicurarsi che (…) collaborino all’individuazione di un porto di sbarco e si assumano la responsabilità dell’accoglienza delle persone soccorse, nel rispetto delle convenzioni internazionali sul diritto del mare”. Si tratta di un discorso ragionevole, che ha anche un preciso fondamento giuridico per il diritto della navigazione, ma è molto probabile che – non essendovi peraltro resoconti sul Consiglio che ne parlino – su questo percorso non si siano trovate le convergenze degli altri Stati europei, che sinora si son ben guardati di condividere gli oneri delle ONG.

   Più forte sul piano interno invece è un altro passaggio dell’intervento del premier alla Camera: “Dormire sui problemi non li fa sparire: ora bisogna che l’accoglienza non sia limitata al contenimento, perché esistono i flussi illegali e i flussi legali. I flussi legali non basta importarli legalmente, bisogna integrarli. Se non li integriamo nella società italiana facciamo un danno a noi stessi in primis. Perché questo vuol dire la produzione di esseri potenzialmente ostili, produciamo dei nemici”. Insomma, sembra leggersi un invito a dare priorità più a un progetto realistico di inclusione interna, piuttosto che a una vaga ipotesi di poter trasferire, almeno nel breve periodo, il fardello dei migranti al resto d’Europa.

   Si tratta di posizioni certamente da prendere nella giusta considerazione, ma rimane la domanda di fondo che è stata posta poc’anzi: siamo sicuri che tutto ciò che era possibile è stato fatto? Ora, è assolutamente ovvio che le scelte politiche e diplomatiche vanno calate nei contesti e vissute in prima persona, eppure scorrendo la cronologia degli ultimi eventi internazionali si è potuto vedere che il massimo rappresentante del Governo italiano ha saputo porsi in tante circostanze con coraggio e la giusta autorevolezza, talvolta senza ricorrere a sottili diplomazie.

   Lo abbiamo visto guidare la leadership del G20 in cui ha saputo sostenere la visione del multilateralismo inclusivo diverso dal multipolarismo del G7 di Biden, così come lo si è visto caustico e provocatorio definendo “dittatore” il premier Erdogan e anche con la mossa di portare via la finale degli europei a Boris Jhonson. E non meno forte e deciso è stato anche il suo commento netto “L’Italia è uno Stato laico” di fronte alla nota diplomatica dello Stato del Vaticano a proposito del ddl Zan sull’ omotransfobia. Insomma, il premier è un leader a tutto tondo che, anche in ragione di una fase interna lontana da scadenze elettorali, ha la consapevolezza di poter dire la sua specie in quel contesto europeo dove Macron appare più fragile di fronte alla prossima tornata elettorale e la Merkel è a fine mandato.

   L’ultimo esempio emblematico della capacità di affermare i “punti fermi” di una visione politica è poi venuto nella stessa serata della riunione del Consiglio Europeo, dove alla cena – una sede dove i toni polemici dovrebbero essere alquanto sfumati – con i vari leader europei si è rivolto senza mezzi termini al premier ungherese Orbán, a proposito della sua legge discriminatoria per le comunità LGTB, ricordandogli l’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea.

   Cosa dice l’articolo 2? Eccolo: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.
   Peccato che questo articolo del Trattato, ma anche l’articolo 3 che richiama il dovere di “solidarietà tra gli Stati membri”, non sia stato richiamato con eguale efficacia quando si è discusso dei ricollocamenti, magari anche ricordando con i toni giusti che ben due Commissari per i diritti umani, quelli delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, cui si è aggiunta anche la voce del Prosecutor della Corte penale Internazionale che indaga sulle vicende libiche, hanno richiamato l’Europa all’assunzione delle proprie responsabilità : “I Paesi europei – si legge chiaramente nel report del Commissario del Consiglio d’Europa – devono modificare con urgenza le politiche migratorie (…), si tratta di una questione di vita o di morte, in cui è in gioco la credibilità dell’impegno dei Paesi europei in quanto difensori dei diritti umani” .

   Forse poteva essere fatto ancora uno sforzo in più, specie se si considera la fase più critica della pressione migratoria che ora si va delineando in Italia come lo dimostrano le cronache sulle difficoltà del centro di accoglienza di Lampedusa e gli ultimi dati del Ministero dell’Interno.

   Al 25 giugno gli stranieri irregolarmente sbarcati lungo le coste italiane risultano 19.360 nel 2021, a differenza dei 6576 e dei 2464 stranieri sbarcati nei corrispondenti periodi del 2020 e del 2019. E il trend è destinato ad aumentare nell’avanzare del periodo estivo. Le maggiori pressioni migratorie rilevate – sulla base delle dichiarazioni rese allo sbarco – sono originate da Bangladesh (3116), Tunisia (2854), Costa d’Avorio (1541), Egitto (1524), Eritrea (1140), Sudan (1131), Guinea (1000), Marocco (846), Iran (682), Mali (642), ma vi sono anche 4884 migranti per i quali è ancora in corso l’accertamento sulla provenienza.
   Non c’è che confidare in una riflessione ulteriore per ritornare a parlare quanto prima di politiche migratorie in Europa, si spera muniti di dossier più efficaci e convincenti, che i consiglieri diplomatici, ma soprattutto quelli giuridici, sapranno bene come elaborare per sostenere l’azione del premier. (Maurizio Delli Santi, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021)

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PROFUGHI, FINO A QUANDO L’EUROPA CONTINUERÀ A GIRARSI DALL’ALTRA PARTE?

di Luca Cereda, 23/6/2021, da http://www.vita.it/

– Sono quasi 20mila i migranti sbarcati sulle coste dell’Italia da gennaio al 22 giugno. L’anno scorso, complice il lockdown nello stesso lasso di tempo c’erano stati meno di 6.184 sbarchi. La pressione migratoria è tornata a crescere su tutte le coste meridionali del Continente (…) –

   La pandemia ha avuto degli effetti chiari sulle migrazioni nel Mediterraneo. Chiudendo i confini per motivi sanitari, tra marzo e maggio 2020 molti paesi europei tra cui l’Italia si sono di fatto isolati, credendo di scoraggiare l’arrivo di migranti che – era opinione diffusa – sarebbero stati comunque molto meno disposti a partire, per paura di essere contagiati dal nuovo coronavirus. Oggi, a un anno di distanza, è chiaro che il trend innescato dall’epidemia è esattamente quello opposto. Per questo motivo al centro del Consiglio europeo in calendario il 24-25 giugno, i 27 leader europei metteranno in cima all’agenda i flussi migratori.

I dati dei migranti di ieri, per capire i dati dei migranti di oggi

In Italia, nel 2020, sono sbarcate 34.133 persone. Pur trattandosi di numeri straordinariamente inferiori ai circa 150mila -180mila arrivi registrati tra il 2014 e il 2017, rappresentano comunque un aumento significativo, visto il periodo sanitario in cui sono arrivati.

   I numeri oggi descrivono il seguente scenario: al 22 giugno 2021, le persone arrivate nel nostro paese sbarcando dal mar Mediterraneo, quindi sulla “rotta mediterranea” sono 119.320. Da gennaio a giungo dello scorso anno il numero si era fermato a 6.184. Intanto sono già 3.124 i minori stranieri non accompagnati sbarcati in Italia al 22 giugno 2021, rispetto al totale del 2020 che si è “fermato” a 4.687. Questi sono i dati ufficiali contenuti nel “cruscotto” del Ministero dell’Interno.

Da dove proviene chi arriva in Italia dal Mare?

Chi sono e da dove arrivano i migranti nel nostro Paese? Se circa il 60% dei 32mila migranti arrivati in Italia nel 2020, proveniva dalla Tunisia, a seguito dello scoppio della pandemia, lo dobbiamo ad un motivo principale: «Questo cambiamento di nazionalità nel 2020, rispetto alla preminenza dei migranti dell’Africa Subsahariana del prepandemia – osserva Livia Ortensi, demografa responsabile del settore statista di Ismu – ci dice molto dei motivi che determinano, anche oggi nel 2021, le numerose partenze tunisine. Ovvero la vicinanza geografica e prospettive economiche deprimenti a causa della pandemia di Covid che ha sconvolto l’industria del turismo su cui fa affidamento circa il 10% della forza lavoro tunisina. E il fatto che l’Italia e molti altri paesi europei abbiano chiuso i canali di migrazione regolare quest’anno e l’anno scorso non ha permesso a molti giovani in cerca di lavoro di entrare regolarmente nell’Unione Europea, come lavoratori stagionali». Per i migranti da paesi vicini all’Europa, la pandemia ha funzionato da moltiplicatore: a condizioni di rischio invariate ha aumentato esponenzialmente le ragioni per spostarsi.

Perché i migranti dal Bangladesh arrivano in Italia dal Mediterraneo?

Tra le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco in questo 2021, non stupisce chi come la professoressa Ortensi, studia i flussi migratori: con 2.784 migranti, quella proveniente dal Bangladesh è la comunità nazionale più presenta negli sbarchi a Lampedusa e sulle coste del sud Italia. Basta dare uno sguardo agli indicatori economici del Paese del Sudest asiatico per capire che la principale ragione che spinge alla partenza è la seguente: il Bangladesh è uno dei Paesi più poveri al mondo. Nel loro viaggio verso l’Europa incontrano la cosiddetta “rotta mediterranea”, oltre che quella più a nord che dalla Turchia li porta a passare per quella “balcanica”. La loro destinazione in Italia sono soprattutto le grandi città, dove i bengalesi trovano comunità ampie e molto radicate sul territorio a cui appoggiarsi.

   A ruota dei bengalesi in questo 2021 seguono ancora – in quanto a numeri – i migranti provenienti dalla Tunisia con 2.679 sbarchi. Questa nazionalità resterà alta nei numeri degli sbarchi per via della crisi economica accentuata dalla pandemia nella regione.

In quale situazione versa l’accoglienza dei migranti italiana?

Per capire la situazione dell’accoglienza dei migranti nel 2021 – tra Cpa, i centri di prima accoglienza, i Cas, i centri di accoglienza straordinaria e i Siproimi, ovvero il sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati – dato che il Ministero dell’Interno non ha ancora fornito i dati non aggregati, tocca guardare, per fare un parallelismo, a quanto accaduto nei primi sette mesi del 2020. Se la prima accoglienza è un sistema che in Italia vive sempre di “emergenze”, è quella parte che subisce maggiormente la pressione dei nuovi sbarchi: è accaduto nell’estate 2020 con la ripresa dei flussi migratori post-lockdowne accade ancora di più oggi ai Cpa di Lampedusa, e a quelli siciliani di Pozzallo e Messina. Lasciati sempre più soli e con poche risorse e spazi.

   Al livello successivo, la capienza prevista nei contratti tra le prefetture e i gestori dei Cas, è però passata da 82.943 a 73.740 posti (-11%). 10mila posti e circa 600 strutture in meno da gennaio a luglio. A fine luglio 2020 nei centri di accoglienza straordinaria a fronte dei 73.740 posti convenzionati erano registrate 59.326 presenze di migranti. La differenza supera le 14mila unità. Un abisso soprattutto per chi usa la retorica “dell’invasione”. Nessuna Regione italiana, Sicilia inclusa, era “satura”.

   Anche nell’accoglienza diffusa del Siproimi nel 2020 ha una situazione quantomeno problematica. A fine luglio 2020 su 30.682 posti disponibili erano presenti solo 21.564 persone. Il calo è rintracciabile anche all’inizio del 2021: al 28 febbraio sono presenti nel sistema di accoglienza dei migranti in Italia circa 78 mila persone. Di queste, 52 mila, circa il il 67 per cento era ospitata nei Cas, solo 25 mila sono le persone presenti nei centri Sai – il Sistema di accoglienza e integrazione introdotto con la riforma Lamorgese.
 Segnale inequivocabile che la transizione dall’accoglienza straordinaria a quella ordinaria è ancora lontano dall’essere compiuto.

Un sistema di asilo europeo?

La pandemia ha colto di sorpresa i sistemi di accoglienza e asilo europei rivelandone le vulnerabilità e mettendo in luce la drammatica urgenza di un sistema comune di asilo. Soprattutto in Italia dove la retorica, ma anche i sistemi operativi di accoglienza, funzionano sulla base del modello “emergenziale”. La maggior parte delle carenze preesistenti alla pandemia sono dovute all mancanza in Italia di strutture idonee e di personale.

   Questa situazione pregressa ha reso l’impatto della pandemia sui migranti molto peggiore di quanto avrebbe potuto essere, con gravi carenze sul fronte della salute pubblica e dei diritti umani. E questo, sopratutto l’estate scorsa, ha spalancato la parola alla retorica populista del “migrante untore” alimentata da una parte della politica nazionale, ma anche europea. Inoltre, la chiusura delle frontiere e le limitazioni ai viaggi hanno determinato la sospensione delle procedure di spostamento tra i Paesi dell’Unione che costringono o hanno costretto per molti mesi, le persone a tornare in situazioni in cui temono persecuzioni o torture, in violazione del principio di non respingimento. L’idea è quella a livello europeo di formulare una proposta per provare a superare lo stallo sul Regolamento di Dublino e la regola del paese di prima accoglienza.

Siamo ancora troppo lontani da un sistema di accoglienza comunitario: ma…

Un sistema di accoglienza ed asilo europeo è ancora lontano, lontanissimo, visto che l’Europa punta molto sul rafforzamento delle frontiere esterne, sugli accordi con i paesi di partenza e l’unica “nota” – a questo punto verrebbe da dire stonata – diversa rispetto al soluto atteggiamento, riguarda la discussione di un meccanismo di solidarietà obbligatorio tra i Paesi di primo arrivo – come il nostro – e gli altri. Intanto non per caso, mentre il premier Draghi era a Madrid con il premier spagnolo Sanchez, il presidente francese Macron era nella capitale tedesca da Merkel per un incontro in vista del Consiglio del 24 e 25 giugno. La riprova sta nel fatto che la cancelliera tedesca, nella conferenza stampa, abbia ricordato come la Germania abbiamo sempre accolto migranti e che riceve un numero di richieste di asilo di gran lunga superiore a quelle dell’Italia, nonostante il nostro sia un paese di approdo dei migranti. Germania e Francia inoltre sono unite nell’accusare la Grecia di usare l’asilo politico come uno strumento per liberarsi dei migranti, anziché gestirli. (Luca Cereda, 23/6/2021, da http://www.vita.it/)

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FORTEZZA DANIMARCA

da ISPI 4/6/2021, https://ispo.campaign-view.eu/

– La Danimarca approva una legge che delocalizza i richiedenti asilo in un paese terzo. Timori Ue e Onu per un ‘effetto domino’. –

   Il Parlamento della Danimarca ha approvato una nuova legge che permetterà di processare le richieste di asilo e protezione internazionale in un paese extra-europeo. Il provvedimento, che arriva poche settimane dopo la decisione di Copenaghen di rimpatriare i rifugiati siriani nel loro paese considerato ormai “sicuro”, fa discutere e riporta – ancora una volta – in primo piano l’assenza di una politica comune europea sul dossier migratorio. 

   Per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) Filippo Grandi, la legge danese è contraria “ai principi della cooperazione internazionale in materia di rifugiati”, e rischia di innescare un effetto domino: “Altri paesi in Europa e nelle regioni vicine esploreranno la possibilità di limitare la protezione dei rifugiati sul proprio suolo”. Preoccupazioni condivise dalla Commissione Europea, secondo cui la legge “è incompatibile con le attuali regole dell’Ue e con la proposta del nuovo Patto per le migrazioni”, il quale “è basato sul diritto d’asilo come diritto fondamentale dell’Ue”. Nel paese scandinavo in cui vivono circa 5,8 milioni di abitanti, il numero di richiedenti asilo è calato dai 21mila del 2015 ai 1.500 del 2020. Di questi, solo 601 hanno ottenuto l’asilo, il numero più basso degli ultimi 30 anni.

Tra il dire e il fare…?

In base alla nuova legge, i richiedenti asilo in arrivo in Danimarca saranno trasportati in un paese terzo dove la loro domanda verrà esaminata. In caso di approvazione della richiesta, l’autore non ottiene di poter entrare in Danimarca ma è autorizzato a rimanere nel paese terzo, in caso contrario sarà la stessa nazione ad espellerlo. Se realizzata, la nuova norma farebbe quindi della Danimarca il primo paese europeo a esternalizzare l’esame delle richieste di asilo fuori dell’Europa e il primo a vietare del tutto l’arrivo di migranti sul suo territorio. Il condizionale, però, è d’obbligo dato che, al momento, nessun paese ‘terzo’ si è fatto avanti per accogliere la proposta danese. Secondo il quotidiano Jyllands-Posten, il governo di Copenaghen ha avuto colloqui con Ruanda, Tunisia, Etiopia ed Egitto, senza però arrivare a un’intesa. Ma in particolare è il Ruanda – che già ospita 130mila profughi dal Burundi e dal Congo, oltre a 500 migranti trasferiti dai centri libici in base a un accordo Onu – su cui il governo punterebbe per raggiungere un accordo. Dal Kigali, che ha recentemente accolto in visita il ministro danese per l’immigrazione Mattias Tesfaye con cui ha sottoscritto un memorandum d’intesa per l’asilo e la migrazione, fanno sapere che “non ci sono accordi in tal senso”.

Detenzione off-shore?

L’esternalizzazione delle procedure di richiesta asilo, sebbene sollevi numerosi interrogativi sia sulla protezione che sull’accesso stesso dei chiedenti all’iter, è una questione che rispunta ad intervalli regolari. Nel 2018 era stata la stessa Commissione Ue a proporla sotto forma di “piattaforme di sbarco regionali” in paesi extra Ue, la cui creazione si è sempre arenata di fronte alle perplessità, quando non alla contrarietà vera e propria, dei paesi consultati. Anche il Regno Unito lo scorso anno aveva considerato l’idea di costruire un centro per la richiesta di asilo sull’isola di Ascensione, nell’Atlantico meridionale, ma ha deciso di non procedere, mentre i campi per il trattamento dei richiedenti asilo a Nauru e Papua Nuova Guinea voluti dall’Australia si sono di fatto trasformati in centri di detenzione prolungata e illegale secondo il diritto internazionale. Dura la condanna della Ong danese Danish Refugee Council, per cui l’idea di esternalizzare la responsabilità del trattamento delle domande dei richiedenti asilo è “irresponsabile e priva di solidarietà” mentre “i parlamentari hanno votato il provvedimento alla cieca”, poiché “il modello che hanno sostenuto, di fatto, non esiste”.

Europa in alto mare?

Quello della Danimarca è solo l’ultimo tentativo in ordine di tempo, di scaricare il problema dei migranti ad altri. Se il progetto – voluto dai socialdemocratici della premier Mette Frederiksen, sostenuto dall’opposizione di destra e approvato con una maggioranza di 70 voti a favore e 24 contrari – approderà a un risultato concreto, è ancora tutto da vedere. Intanto, la preoccupazione delle istituzioni internazionali resta: il timore è che delocalizzare le procedure di asilo in paesi che offrono meno garanzie possa minare la sicurezza dei rifugiati e compromettere i loro diritti umani. La Commissione europea ha fatto sapere che analizzerà la legge danese “prima di intraprendere ulteriori azioni”. Di certo la mossa di Copenaghen inasprisce la gestione di un dossier che ha già mostrato tutta la sua criticità in seno all’Unione e rischia di complicare ulteriormente il negoziato tra i Ventisette sul nuovo Patto per le migrazioni proposto dalla Commissione Ue. Del tema, e della richiesta del governo di Roma per un ricollocamento dei migranti, i ministri degli Interni torneranno a parlare martedì prossimo in Lussemburgo. Ma le chances di trovare un accordo condiviso sono scarse. Finora solo tre paesi – Irlanda, Lituania e Lussemburgo – si sono detti pronti ad accogliere poche decine dei migranti recentemente arrivati in Italia.

IL COMMENTO

di Matteo Villa, Programma Migrazioni ISPI

“Proporre una soluzione infattibile per un problema che, al momento, non esiste. Sembra essere questa la scelta dei paesi europei quando si tratta di scegliere come gestire le migrazioni irregolari, anche quando riguardano un numero esiguo di richiedenti asilo. Numeri gestibili di persone che, in quanto potenzialmente perseguitate, meriterebbero quantomeno di essere ascoltate prima di essere respinte.

La proposta danese assomiglia ai tentativi già visti di esternalizzare ai paesi terzi non solo la gestione dei flussi migratori, ma anche il “peso” dell’accoglienza. È andata male nel 2018, andrà probabilmente male anche oggi. Ma il continuo ricascarci dei governi Ue è la spia che, sulle migrazioni, ancora non ci è facile spogliarsi dalle emozioni e affrontare la sfida che abbiamo di fronte con lucidità e razionalità.”

(da ISPI 4/6/2021, https://ispo.campaign-view.eu/)

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LAVORO, CALO DEMOGRAFICO, SVILUPPO: L’IMMIGRAZIONE CHE CI SALVERÀ

di Gianpiero Dalla Zuanna, 4 giugno 2021, Corriere della Sera

– Crollo delle nascite: nel prossimo decennio il saldo negativo annuo sarà ogni anno di 270 mila potenziali lavoratori. Già oggi nell’Italia del Centro-Nord il 50% dei lavori manuali a bassa qualifica sono svolti da lavoratori stranieri –

   Come ha suggerito nelle sue «Considerazioni» il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, come scrivono molti commentatori, e come indicato da robusti dati statistici, l’Italia potrebbe essere alla vigilia di una forte ripresa economica, frutto dell’ottimismo indotto dalla campagna vaccinale, di una robusta ripresa mondiale, e di quella voglia di futuro che spesso nasce all’uscita da eventi calamitosi collettivi.
   Il capitale umano di cui dispone l’Italia sarà in grado di sostenere questa nuova ripresa? Le forze di lavoro potenzialmente disponibili saranno sufficienti per alimentare una robusta crescita economica? Dal punto di vista strettamente demografico, la risposta è negativa. Nel prossimo decennio, ogni anno compiranno 65 anni 840 mila italiani, ossia i figli del baby boom, nati negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Sempre nel periodo 2021-30, a saldo migratorio nullo, ogni anno compiranno 20 anni appena 570 mila giovani, i figli del grande calo delle nascite dell’ultimo trentennio.
   Se non ci saranno migrazioni, il saldo negativo annuo sarà ogni anno di 270 mila potenziali lavoratori. In realtà, la carenza di lavoratori manuali sarà più drammatica. Il saldo sarà positivo, anche se di poco, per diplomati e laureati. Sarà invece negativo per 350 mila lavoratori l’anno con licenza media ed elementare, perché nel prossimo decennio gran parte dei nuovi sessantacinquenni avranno al più la terza media, mentre l’80% dei nuovi ventenni sarà diplomato, o frequenterà l’università.
   Questo fenomeno non è nuovo: da vent’anni le immigrazioni dall’estero avvengono sulla spinta della carenza di manodopera disposta a fare i lavori che i giovani italiani, diplomati e laureati, potevano evitare, a mano a mano che i loro genitori, con basso titolo di studio, andavano in pensione. Oggi, nell’Italia del Centro-Nord, il 50% dei lavori manuali a bassa qualifica, in tutti i settori, sono svolti da lavoratori stranieri. E nel Mezzogiorno, malgrado gli alti tassi di disoccupazione e le consistenti emigrazioni di diplomati e laureati, questa percentuale sfiora il 20%. Sono dati stupefacenti: appena quarant’anni fa, queste proporzioni valevano praticamente zero.
   Sbaglieremmo a pensare che, nei prossimi anni, l’Italia non abbia bisogno di lavoratori manuali. Uno studio di qualche anno fa del professor Enrico Moretti di Berkeley (La nuova geografia del lavoro) ha mostrato che in California per ogni due nuovi lavoratori specializzati ne venivano assunti cinque di non specializzati. Perché i ricchi — ma anche gli esponenti della classe media — hanno bisogno di chi pulisce le loro case e le loro città, accudisce gli anziani, lavora nei macelli, nei ristoranti, nei campi, nell’immenso settore della logistica… Ed è difficile immaginare che questi lavori manuali vengano presi in carico dai giovani californiani (e italiani).
   Nel Recovery Plan non si parla mai di immigrazione né di immigrati. Eppure, i numeri della demografia mostrano che, per avere successo, il Piano non potrà fare a meno di centinaia di migliaia di nuovi lavoratori provenienti dall’estero, che andranno a costituire una parte consistente della Next Generation Europe. Questi nuovi arrivi dovrebbero essere regolati anche dalla legge, con realismo e umanità, e non solo dal mercato, come è avvenuto nell’Italia degli ultimi decenni. (Gianpiero Dalla Zuanna, 4 giugno 2021, Corriere della Sera)

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