LA CINA NON È PIÙ VICINA – Nei 100 anni del partito comunista la Cina rivendica i suoi progressi sociali, economici, digitali…. – E la Élite del moloch cinese di 1,4 miliardi di persone si irrigidisce e sancisce un NEO-TOTALITARISMO dentro il Paese; e la GUERRA FREDDA con gli USA – E’ la fine della VIA DELLA SETA?

“Cento colpi di cannone per celebrare il CENTENARIO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE davanti alla folla in PIAZZA TIENANMEN. E poi la voce di XI JINPING, lenta e solenne dal rostro della Porta d’accesso alla Città proibita simbolo del potere imperiale. In divisa maoista Xi fa un’ora di discorso per ricordare che LA SUA CINA È PROSPERA, DETERMINATA, si è levata in piedi, è orgogliosa e fiduciosa nella propria forza e non si farà umiliare, perché è «UNA GRANDE MURAGLIA D’ACCIAIO». «Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi», HA DETTO XI.(…)” (Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021- https://www.corriere.it/ )

   Se è vero che in questi ultimi decenni le popolazioni all’interno dell’immenso territorio cinese hanno avuto un progresso sociale notevole, e centinaia di persone sono uscite dall’estrema povertà, è pur vero che le contraddizioni dello “sviluppo” cinese esistono: e si esprimono in una comunità collettiva fatta di molteplici culture, etnie, desideri di vita, che si sono “conformate” a un modello di società che “non può” tollerare alcuna dissidenza; modello di società improntato a uno stato totalitario che per questo è aiutato anche dalla rivoluzione informatica capace di controllare uno a uno i propri sudditi.

Mappa Cina amministrativa – da Wikipedia

   L’anniversario dei 100 anni di fondazione del partito comunista cinese, festeggiato il primo luglio 2021 (anche se pare che la “vera” fondazione sia stata il 23 luglio, 1921) è stato usato dal leader Xi Jinping per mettere in guardia la comunità internazionale (gli USA, ora grandi nemici, in particolare) che la Cina non si fa “metter sotto” da nessuno, e che la sua grande crescita internazionale continuerà più che mai; ed è servito, il discorso di Xi, anche a fini “interni”: per ribadire che ogni pur minima dissidenza non sarà tollerata. In nome del partito comunista, del marxismo.

La festa per i 100 anni del partito comunista cinese (foto da https://www.huffingtonpost.it/)“(…) Senza voler mettere in dubbio le convinzioni ideologiche, nella postura e nei discorsi del leader cinese c’è POCO MARXISMO e PARECCHIO NAZIONALISMO. Questo “socialismo alla cinese” non ha più molti legami con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, e si riferisce alla potenza nazionale e alla grandezza di una Cina che non solo rivendica l’eredita maoista ma si inscrive nella continuità di una storia millenaria, un tempo criticata come feudale e oggi esaltata in nome della fine della parentesi del “secolo di umiliazione” imposto dall’occidente all’impero di mezzo.(…)   Questo nazionalismo poggia su una storia rivisitata e riscritta per smussarne gli angoli. QUELLI CHE SE NE ALLONTANANO, come gli studenti per la democrazia (in PIAZZA TIANANMEN IERI e a HONG KONG OGGI) o gli UIGURI CHE NON PROVENGONO DALLA STESSA CULTURA, ne fanno le spese e vengono combattuti.(…)” (PIERRE HASKI, France Inter, Francia, 1/7/2021; da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

   Ma di questo discorso di Xi Jinping c’è assai poco di marxismo come lo possiamo intendere noi, e tutto invece di nazionalismo. Anche se non è un puro e semplice nazionalismo come avviene in Europa: vuole ribadire il magnifico passato della civiltà cinese millenaria, il passaggio al marxismo dal 1949 con l’avvento al potere in Cina del partito comunista, e adesso il grande progetto di “prosperità comune”. Pertanto una Cina  potenza nazionale, e una Cina che non solo rivendica l’eredita maoista ma si riconosce nella continuità di una storia millenaria, un tempo criticata come feudale e oggi esaltata. 

“(…) La PROVINCIA MERIDIONALE del ZHEJIANG è stata scelta ufficialmente come zona dimostrativa della “PROSPERITÀ COMUNE”. Secondo il piano, entro il 2025, il Pil pro capite dei residenti dovrà raggiungere il “livello delle economie moderatamente sviluppate”, con “una struttura sociale contraddistinta per la maggioranza da una popolazione a reddito medio”. Primo passo verso la realizzazione, nel 2035, della “prosperità comune nel suo insieme”.(…) “PROSPERITÀ COMUNE” (gongtong fanrong), termine che (…) implica da una parte la “RIDUZIONE DELLA POVERTÀ RELATIVA E DELLA DISUGUAGLIANZA DI REDDITO”. Dall’altra l’ESPANSIONE DELLA CLASSE MEDIA, quel segmento sociale con un reddito pro capite mensile di oltre 2.000 yuan (circa 260 euro) che nel 2019 rappresentava quasi un terzo della popolazione complessiva e che nei prossimi cinque anni dovrà raggiungere il 60% del totale. (…)” (di ALESSANDRA COLARIZI, da IL MANIFESTO del 1/7/2021 https://ilmanifesto.it/)

   Come dicevamo la Cina ha bisogno di modernizzare ancor di più di quanto è stato fatto il Paese, di aumentare la prosperità comune… prosperità che, a una visione superficiale potrebbe far vedere che è stata raggiunta; e invece non lo è; e anche le masse di centinaia di milioni di cinesi a reddito medio uscite dalla povertà, poco hanno a che vedere con il reddito medio che possono vantare gli europei, gli occidentali….

La festa dei 100 anni del PCC (foto da https://tg24.sky.it/)

   La fine della campagna contro la “povertà assoluta”, proclamata in pompa magna lo scorso novembre, ha coinciso con un nuovo incremento delle disparità economiche dopo otto anni consecutivi di declino. Un discreto numero di super ricchi (4 o 5 milioni?) e centinaia di milioni di “poveri relativi”. E viene ora sancito il primo passo verso la realizzazione, nel 2035, della “prosperità comune nel suo insieme”. E questo secondo il governo cinese dovrà avvenire con la digitalizzazione dei servizi, riformando il sistema di redistribuzione del reddito, migliorando le politiche di integrazione urbano-rurale e promuovendo l’uguaglianza dei servizi pubblici (cioè sanità e istruzione in primis).

Chiude l’Apple daily – Hong kong dice addio alla sua ultima voce libera (foto da https://left.it/)

   Questo irrigidimento “autoritario” che vi è nel discorso del primo luglio del centenario del partito comunista cinese di Xi Jinping, di palese minaccia rivolta all’esterno a chi secondo lui vorrebbe fermare la corsa cinese, si denota un’affermazione da “guerra fredda” che forse non era mai stata sancita così ufficialmente come in questa solenne occasione. E vien da pensare che anche i nostri motti di entusiasmo per quella “VIA DELLA SETA” che in senso modernissimo ripercorreva il tragitto dei commerci tra Oriente ed Occidente (e a noi ricordava Marco Polo…), che quando è stata proposta è stata vista da molti (anche noi) come una via di pace che si esplicava con gli scambi culturali assieme al commercio, e alle nuove infrastrutture di trasporto per avvicinare i popoli….ebbene ora quel clima di scambio pacifico di qualche anno fa sembra riposto definitivamente nel cassetto. Gli eventi di una Cina autoritaria nel suo suolo, con la repressione del popolo degli Uiguri, con l’assimilazione anti libertaria di Hong Kong, con le mire di dominio sul Tibet e poi su Taiwan, con il ribadire ogni repressione a individuali dissidi interni…. Tutto questo fa vedere la Cina come un soggetto politico, un’area geopolitica, cui sì pacificamente confrontarsi, però chiedendo chiarezza nel proporre e far rispettare diritti umani dentro e fuori quel grande Paese che è.

Il rivoltoso sconosciuto che ferma i carri armati, nel mai dimenticato tragico avvenimento di “PIAZZA TIENANMEN” (la stessa piazza del trionfo adesso di Xi Jingping nella commemorazione dei 100 anni del PCC…), dove la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, protesta per motivi molto simili al desiderio di libertà di Hong Kong, quella protesta che si chiuse il 4 giugno con il massacro di 2.600 studenti da parte dell’esercito cinese (i dati del massacro sono della Croce Rossa) (foto da Wikipedia)

   E’ pur vero, purtroppo, che i troppo grandi paesi come la Cina (che conta 1 miliardo e 400 milioni di persone) non si fanno tanti scrupoli nel reprimere i dissensi. Vale la pena, per questo, raccontare un episodio. Nel mai dimenticato tragico avvenimento di “PIAZZA TIENANMEN” (la stessa piazza del trionfo adesso di Xi Jingping nella commemorazione dei 100 anni del PCC…), dove la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, protesta per motivi molto simili al desiderio di libertà di Hong Kong, quella protesta che si chiuse il 4 giugno con il massacro di 2.600 studenti da parte dell’esercito cinese (i dati del massacro sono della Croce Rossa), ebbene in quell’occasione il leader cinese di allora Deng Tsiao Ping, disse che se anche i giovani che protestavano fossero stati 10 mila (erano probabilmente di meno), nel rapporto tra popolazione cinese di allora di 1 miliardo, sarebbe stata un’opposizione al governo di un centomillesimo della popolazione, una minoranza di opposizione neanche da prendere in considerazione…. discorso terribile che esclude ogni libertà di opporsi…..

(CINA, la repressione degli Uiguri, foto da http://www.asianews.it/) – CHI SONO GLI UIGURI – Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello XINJIANG, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo; e con progetti di “ASSIMILAZIONE FORZATA” degli Uiguri in campi di detenzione tendenti ad annullare del tutto l’etnia uigura.

   E allora, che atteggiamento avere con la Cina, in una reciproca collaborazione economica e politica di pacificazione di cui il mondo ha estremo bisogno? Se, in questo contesto, ogni libertà individuale, nei Paesi autoritari, ogni dissenso non vale niente?…. Il punto è che non si può lasciar correre, far finta di niente: ci dev’essere un megafono internazionale, che l’informazione ne parli; e gli Stati, le entità sullo scenario mondiale (come dovrebbe e deve essere l’Unione Europea), devono porre paletti e condizioni di rispetto dei diritti umani nel rapporto con Stati che praticano illibertà e repressioni al loro interno. (s.m.)

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CINA, XI AVVERTE IL MONDO: «NON CI FAREMO INTIMIDIRE». ALLERTA USA: «100 SILOS PER MISSILI INTERCONTINENTALI» 

di Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021 (https://www.corriere.it/ )

– Un’ora di discorso per ricordare che la sua Cina è prospera, determinata e fiduciosa della propria forza. Vestito come Mao, Xi ha voluto rimarcare la continuità rivoluzionaria della Cina, ma anche di essere il nuovo Grande timoniere –

   Cento colpi di cannone per celebrare il centenario del Partito comunista cinese davanti alla folla in Piazza Tienanmen. E poi la voce di Xi Jinping, lenta e solenne dal rostro della Porta d’accesso alla Città proibita simbolo del potere imperiale. Un’ora di discorso per ricordare che la sua Cina è prospera, determinata, si è levata in piedi, è orgogliosa e fiduciosa nella propria forza e non si farà umiliare, perché è «una grande muraglia d’acciaio». «Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi», ha detto Xi.

   Dalle 70 mila persone inquadrate nella piazza, attentamente selezionate in mesi di preparativi, è salito un applauso potente. La stampa statale ha messo in risalto più di ogni altro il passaggio in cui Xi ha inneggiato alla costruzione della «xiaokang», la vita pacifica, felice e armoniosa dei cinesi e ha assicurato che il Partito comunista ha a cuore il futuro e lo sviluppo dell’umanità. Queste le sue parole: «Dichiaro a nome del Partito e del popolo che è stato raggiunto l’obiettivo del primo centenario: abbiamo costruito una società moderatamente prospera, abbiamo risolto il problema della povertà in Cina e ora non accetteremo prediche ipocrite da chi pensa di avere il diritto di darci lezioni».

   Il leader cinese si è presentato alla folla con una giacca con il colletto abbottonato, grigio chiaro, identica a quella indossata perennemente da Mao nel grande ritratto che adorna la Porta della Pace celeste e domina Tienanmen. Vestendosi come Mao, il fondatore del Partito nel 1921 e della Repubblica popolare nel 1949, Xi ha voluto segnalare la continuità rivoluzionaria della Cina ma anche di essere il nuovo Grande timoniere di una superpotenza economica e militare con disegni globali.

   Ora Xi Jinping si sente investito dalla missione storica di completare l’opera di Mao, riportando TAIWAN sotto il controllo di Pechino: «Nessuno deve sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo di riunificare la Cina e di schiacciare i complotti indipendentisti di Taiwan, la questione della sovranità e integrità nazionale sarà risolta».

   Un passaggio dedicato a HONG KONG, per ribadire che anche nell’ex colonia britannica ora regna la «stabilità» grazie all’impegno del Partito. Nella città dove Deng Xiaoping aveva promesso di mantenere per cinquant’anni, fino al 2047, il principio «Un Paese due sistemi», oggi si celebrava anche l’anniversario della restituzione alla madrepatria cinese, il 1° luglio del 1997, per tanti anni segnato da una contromanifestazione democratica. Ma oggi ogni riunione popolare è stata proibita, sono stati schierati 10 mila poliziotti per scoraggiare assembramenti e il Victoria Park è stato sigillato.

   «Lunga vita al grande, glorioso e giusto Partito comunista! Lunga vita al grande, glorioso ed eroico popolo cinese!». Così ha concluso il suo discorso del centenario Xi Jinping, il Nuovo Mao che ha in mano una Cina molto più potente di quella del Fondatore.

   Non è una coincidenza che nel giorno del centenario del Partito comunista, un rapporto americano abbia rivelato che nel deserto del Gansu, duemila chilometri a Ovest da Pechino, i satelliti hanno scoperto lavori per la costruzione di un centinaio di silos utilizzabili per celare MISSILI INTERCONTINENTALI. La Cina possiede un arsenale nucleare relativamente modesto: tra le 250 e le 350 testate e un centinaio di missili intercontinentali basati a terra, rispetto alle migliaia a disposizione degli Stati Uniti. Le 119 nuove postazioni di lancio nel Gansu darebbero a Xi altre carte da mettere sul tavolo della partita di Guerra fredda ingaggiata con gli Stati Uniti.

   Gli esperti indipendenti del «James Martin Center for Nonproliferation Studies» di Monterey, che stanno studiando le foto dei satelliti commerciali, dicono al Washington Post che potrebbe trattarsi anche di un depistaggio strategico. I lavori sono dispersi su un’area di mille chilometri quadrati e alcuni o molti dei silos potrebbero essere dei «diversivi», vale a dire buchi nella terra arida per simulare la presenza di missili inesistenti (o al momento inesistenti). Quelle postazioni renderebbero molto più difficile il lavoro di controllo da parte del Pentagono, aprendo un nuovo fronte di incertezza alla Casa Bianca sulla reale capacità militare della Cina. Nel dubbio, gli studiosi di questioni militari suggeriscono che è urgente che Stati Uniti e Cina discutano, tra i molti altri dossier, anche quello sul controllo delle armi nucleari. (Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021 – https://www.corriere.it/)

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IL PARTITO COMUNISTA CINESE FESTEGGIA CENTO ANNI DI AMBIGUITÀ

di Pierre Haski, France Inter, Francia, 1/7/2021

da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Mai prima d’ora un partito aveva celebrato il proprio anniversario in modo così stravagante. A ben vedere esistono motivi buoni e meno buoni per cui il Partito comunista cinese festeggia il suo centesimo compleanno con una grandiosità solitamente riservata alle feste nazionali.

   La principale ragione è precisamente questa: far passare l’idea secondo cui il partito e lo stato cinese sono la stessa cosa. Fin dai primissimi anni di scuola, i bambini cinesi imparano una canzone gioiosa che recita: “Senza partito comunista, niente nuova Cina”. L’idea che non si possa distinguere il partito dal paese costituisce l’approccio basilare dei leader cinesi.

   Questo concetto permette al governo di respingere qualsiasi critica politica rivolta al partito definendola “anticinese”. In questo modo i vertici creano un riflesso nazionalista attorno al regime. Oggi Pechino celebra questa ambiguità del comunismo in versione cinese.

Limpronta del nazionalismo
I leader cinesi non vogliono che si possa dubitare del loro “cuore rosso”, come dicono in Cina. Abbiamo visto l’intero ufficio politico del partito, con in testa Xi Jinping, ripetere in coro (e con il pugno chiuso) il giuramento di lealtà e fedeltà al partito e alla sua dottrina. All’inizio della settimana l’ambasciatore cinese a Londra ha perfino deposto una corona di fiori sulla tomba di Karl Marx in occasione del centenario.

   Tuttavia, senza voler mettere in dubbio le convinzioni ideologiche, nella postura e nei discorsi del leader cinesi c’è poco marxismo e parecchio nazionalismo. Questo “socialismo alla cinese” non ha più molti legami con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, e si riferisce alla potenza nazionale e alla grandezza di una Cina che non solo rivendica l’eredita maoista ma si inscrive nella continuità di una storia millenaria, un tempo criticata come feudale e oggi esaltata in nome della fine della parentesi del “secolo di umiliazione” imposto dall’occidente all’impero di mezzo.

L’assolutismo totalitario funziona solo grazie al successo economico

Un tempo si discuteva dell’ipotesi di costruire il socialismo in un solo paese; ma la Cina di oggi non si pone domande, perché anche se l’idea di un “modello cinese” è emersa qua e là, il partito è concentrato su se stesso.

   Questo nazionalismo poggia su una storia rivisitata e riscritta per smussarne gli angoli. Quelli che se ne allontanano, come gli studenti per la democrazia (in piazza Tiananmen ieri e a Hong Kong oggi) o gli uiguri che non provengono dalla stessa cultura, ne fanno le spese e vengono combattuti.

   Questo assolutismo funziona solo grazie a un successo economico che nessun regime totalitario aveva mai saputo ottenere. È la forza del partito di Xi Jinping, nonché la debolezza delle critiche occidentali che non riescono a intaccare il discorso dominante.

   Per questo oggi in Cina il partito comunista riesce a far condividere l’orgoglio per il proprio centenario a una maggioranza di cinesi. Per il meglio e per il peggio.

(Pierre Haski, France Inter, Francia, 1/7/2021; da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/) (Traduzione di Andrea Sparacino)

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CENTO ANNI DI PARTITO COMUNISTA E UN OBIETTIVO: «PROSPERITÀ COMUNE»

di Alessandra Colarizi, da IL MANIFESTO del 1/7/2021 https://ilmanifesto.it/

– Cina. Contro le diseguaglianze presenti nella società il progetto prevede digitalizzazione dei servizi e riformare del sistema di redistribuzione –

   Lo aveva detto Deng Xiaoping: “qualcuno si arricchirà per primo”. E’ il grande paradosso dietro ai numeri cangianti del Pil cinese: nonostante l’invidiabile performance dell’economia cinese, quest’anno la forbice tra crescita nazionale e incremento salariale dei lavoratori migranti ha quasi raggiunto livelli record. Come rivela il coefficiente di Gini – termometro delle diseguaglianze di sociali – la fine della campagna contro la “povertà assoluta”, proclamata in pompa magna lo scorso novembre, ha coinciso con un nuovo incremento delle disparità economiche dopo otto anni consecutivi di declino.

   Il problema è ben noto alla leadership. La soluzione si chiama “prosperità comune” (gongtong fanrong), termine che, secondo quanto ci spiega Yu Xiaohua, direttore del Research Centre for Poverty, Equity and Growth in Developing Countries presso la Georg-August-Universität Göttingen, implica da una parte la “riduzione della povertà relativa e della disuguaglianza di reddito”. Dall’altra l’espansione della classe media, quel segmento sociale con un reddito pro capite mensile di oltre 2.000 yuan (circa 260 euro) che nel 2019 rappresentava quasi un terzo della popolazione complessiva e che nei prossimi cinque anni dovrà raggiungere il 60% del totale.

   Alcuni giorni fa la PROVINCIA MERIDIONALE del ZHEJIANG è stata scelta ufficialmente come zona dimostrativa della “prosperità comune”. Secondo il piano, entro il 2025, il Pil pro capite dei residenti dovrà raggiungere il “livello delle economie moderatamente sviluppate”, con “una struttura sociale contraddistinta per la maggioranza da una popolazione a reddito medio”. Primo passo verso la realizzazione, nel 2035, della “prosperità comune nel suo insieme”.

   Pechino ha abbastanza chiaro come centrare l’obiettivo: si parla di “digitalizzare i servizi, riformare il sistema di redistribuzione del reddito, migliorare le politiche di integrazione urbano-rurale e promuovere l’uguaglianza dei servizi pubblici”. Sanità e istruzione in primis. Concretamente, secondo Yu, occorre “incrementare gli investimenti infrastrutturali e l’utilizzo dell’e-business nelle zone rurali per accrescere il valore aggiunto dei prodotti agricoli.” Poi abolire il sistema dell’hukou, che vincola il welfare al luogo di residenza penalizzando i migranti, e riformare il sistema tributario.

   Il regime fiscale cinese è dominato da imposte regressive, con aliquote fisse indipendentemente dal reddito che gravano più pesantemente sui lavoratori a basso reddito. Fino a oggi gli appelli per l’introduzione di tasse progressive sulle successioni e la proprietà sono rimasti inascoltati. Stando ai dati ufficiali, mentre i finanziamenti statali nelle infrastrutture sono continuati a lievitare, il tasso di crescita dei trasferimenti di reddito netto alle famiglie è generalmente diminuito negli ultimi cinque anni.

   Il progetto pilota fa espressamente riferimento alla necessità di migliorare l’allocazione del reddito. Come ci spiega Robert Walker, docente presso la China Academy of Social Management/School of Sociology della Renmin University di Pechino, questo significa “salari più alti (aumentando la produttività), un salario minimo più elevato (con la riduzione dei profitti o l’aumento dei prezzi) e sussidi salariali, come accade già in Europa e persino negli Stati Uniti.”

   Non è un caso che la roadmap della gongtong fanrong si sovrappone alla “vision 2035”, il piano di medio termine, annunciato lo scorso autunno durante il quinto plenum del Partito, che punta a rendere la Cina una “grande nazione socialista moderna” entro il 2035. Stando alla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, promuovere la “prosperità comune è un compito arduo e di lungo termine”. Per questo serve “selezionare alcune aree pilota con condizioni relativamente sufficienti”, secondo quel tipico approccio gradualista che nelle ultime quattro decadi ha visto la leadership sperimentare nuove politiche su base locale e – in caso di successo – estenderle su scala nazionale. Quello che succede oggi nel Zhejiang, potrebbe succedere domani nel resto del paese. Ecco perché va tenuto d’occhio.

   Perché proprio il Zhejiang? La provincia si trova nel delta del fiume dello Yangtze, il cuore della cosiddetta “doppia circolazione”, la nuova strategia economica con cui Pechino punta a rafforzare il mercato interno (leggi: consumi), riducendo la propria dipendenza dalle importazioni di prodotti strategici. Soprattutto il Zhejiang è la provincia con meno disparità di reddito tra residenti rurali e urbani. Nel 2020 il Pil locale ha raggiunto i 6,46 mila miliardi di yuan, mentre il reddito pro capite disponibile è 1,63 volte la media nazionale, e nelle zone urbane è rimasto il più alto tra tutte le province cinesi per vent’anni di seguito. Un primato che nelle campagne rimane incontestato addirittura da trentasei anni. Insomma, il Zhejiang è vicino al traguardo.

   In un recente discorso alla Scuola Centrale del Partito, il presidente Xi Jinping ha definito la “prosperità comune” non solo un obiettivo economico, ma anche “una questione politica di importanza cruciale per il governo del partito”. Pure in questo il ZHEJIANG ha qualcosa da insegnare. Lo dimostra il riferimento all’ “esperienza di Fengqiao”, il distretto provinciale che nel 1963 dichiarò guerra agli “elementi reazionari” inaugurando una forma di controllo popolare esercitata direttamente dalle masse. Il suo ritorno nei comunicati ufficiali sembra confermare la consapevolezza che le diseguaglianze economiche possono compromettere il mantra della stabilità sociale.

   “Ma il Zhejiang non è il luogo ideale per un esperimento”, suggerisce Walker, “la provincia è stata scelta perché è una delle aree più ricche della Cina, con un’economia paragonabile a quella dell’Olanda e un Pil pro capite pari quello della Polonia. Lo sviluppo della provincia è ragionevolmente equilibrato tra aree urbane e rurali. Ha una buona copertura sanitaria, una discreta istruzione e un sistema integrato di assistenza sociale. Ciò che le altre province cinesi devono imparare è piuttosto come il Zhejiang è diventato quello che è oggi, non quello che sarà in futuro.” (Alessandra Colarizi, da IL MANIFESTO del 1/7/2021 https://ilmanifesto.it/)

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COMUNISMO IMPERIALE

di Lucio Caracciolo, da “La Stampa” del 2/7/2021

   C’erano una volta due Cine, la comunista e la nazionalista. Mao e i suoi eredi, padroni della Repubblica Popolare Cinese, contro Chiang Kai-shek arroccato a TAIWAN. Oggi c’è una sola Cina, comunista e nazionalista, incarnata da Xi Jinping. La coreografia di massa con cui il leader ha celebrato in Piazza Tiananmen i cent’anni di vita del Partito comunista ha sanzionato al suono dell’Internazionale la crasi nazionalcomunista (il primo aggettivo è decisivo, il secondo irrinunciabile ma decorativo).

   L’isola dove i reduci del Kuomintang si rifugiarono nel 1949 non vuole più nemmeno chiamarsi Repubblica di Cina ma solo Tai wan. E si comporta da nazione indipendente. Un giorno forse si dichiarerà tale. Nel caso, sarà guerra con Pechino. I taiwanesi dovranno allora affidarsi al lontano protettore americano e all’ex occupante giapponese. Sempre che questi siano disposti a morire per loro.

   Il discorso di Xi Jinping, in grigia uniforme maoista, non è stata pura celebrazione. Il capo più potente della Cina dalla morte di Mao in avanti ha voluto cucire con il filo rosso dell’ideologia marxista l’ultimo secolo di storia dell’Impero del Centro. In particolare, i 72 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare a oggi, che hanno portato un Paese frammentato e umiliato dal colonialismo a mutarsi in sfidante unico della superpotenza americana.

   L’opera dovrà essere completata entro il 2049, centenario dello Stato rifondato da Mao. Con la “completa riunificazione”, ovvero il ritorno di Taiwan sotto la bandiera rossa di Pechino. E l’affermazione della Repubblica Popolare Cinese come nuovo Numero Uno. I riferimenti di prammatica al verbo marxista-leninista non ingannino. Sono atto dovuto, marchio della dinastia rossa che s’inscrive negli “oltre cinquemila anni di storia cinese”, come pedagogia imperiale vuole. E che durerà finché godrà del mandato del Cielo, come tradizione stabilisce.

   Quel che conta è portare a glorioso termine il “risorgimento” della patria. Il Partito comunista ha integrato nel suo discorso pubblico alcune tesi del neonazionalismo cinese nato negli anni Ottanta del secolo scorso. Rivolta contro le teorie, al tempo influenti nella Repubblica Popolare, che indulgevano a considerare la Cina nazione inferiore. Secondo Wang Xiadong, autore nei primi anni Duemila del Manifesto del nazionalismo cinese, “per assurgere allo status di grande potenza e garantire piena libertà ai propri cittadini, la Cina deve diventare un Paese democratico”.

   Secondo Xi vale l’opposto: per affermarsi come grande potenza, la Repubblica Popolare deve sviluppare il suo peculiare regime ispirato al marxismo-leninismo. Se vi rinunciasse, il potere perderebbe la benedizione celeste. È interessante come nel ricostruire la catena dei moti patriottici sfociati nella vittoria di Mao, dalla rivolta dei Taiping in avanti, Xi abbia omesso ogni esplicito riferimento al movimento del 4 maggio 1919, nato contro l’umiliazione subìta dalla Cina a Versailles. Agitazione animata da ideali democratici, in cui si formarono alcuni dei futuri capi del Pcc.

   Quel movimento è invece modello di riferimento dei neoconservatori americani che puntano al cambio di regime (dall’interno, ma con il loro sostegno). La ricostruzione storica di Xi mira a produrre la convinzione che la Cina segua un percorso di rinascita che presto la porterà sulla vetta del mondo. Fin qui tutto normale. Meno ovvio che tale rappresentazione lineare abbia fatto breccia in Occidente. Anche nel nostro Paese.

   Sommata alla retorica del declino americano, diffusa a piene mani negli Stati Uniti almeno a partire dalla crisi di Wall Street nel 2008, questa ideologia impatta sulla nostra psicologia di massa, penetra nelle equazioni strategiche delle potenze europee.

   L’idea è che se la Cina sarà presto al comando, meglio adattarsi in anticipo. Forse un esempio di profezia che si autoproduce. Oppure un bluff. Sobrietà analitica e prudenza geopolitica invitano a restare ai fatti. La Cina ha compiuto passi di gigante negli ultimi quarant’anni. Ma nessun destino guida il suo trionfo né il declino dell’America e del suo impero, di cui siamo provincia. Fino a prova contraria. (Lucio Caracciolo)

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IL PARTITO COMUNISTA CINESE HA 100 ANNI

di Eugenio Cau, da IL POST.IT https://www.ilpost.it/, 1/7/2021

– Fu fondato nel 1921: ha reso la Cina un avversario anche ideologico per l’Occidente, e sotto il presidente Xi Jinping è diventato potente come non era da decenni –

   Giovedì 1° luglio 2021 il Partito comunista cinese (PCC) ha celebrato i 100 anni dalla sua fondazione, con una serie di eventi pubblici che hanno l’obiettivo di legittimare il dominio del Partito sulla Cina e l’autorità assoluta del suo leader, il presidente XI JINPING.

   Il regime comunista cinese attribuisce grande valore simbolico agli anniversari, e per questo il centenario è considerato una data estremamente importante, e un’occasione attentamente preparata dalla propaganda di stato per ricordare al paese e al mondo i successi del regime: nel corso di un’imponente cerimonia davanti a più di 70 mila persone a Pechino, Xi ha detto che niente potrà fermare l’ascesa della Cina e che «soltanto il socialismo può salvare» il paese.

   Come unica forza politica che governa in maniera autoritaria sulla seconda potenza mondiale, il PCC è senza dubbio il partito politico più potente del mondo, e la sua permanenza al potere dal 1949 a oggi ha smentito e sorpreso i tanti esperti occidentali che nel corso dei decenni ne avevano previsto il crollo. Oggi tutti gli osservatori ritengono che il potere del partito sia solido, grazie a un misto di adattabilità, preparazione e brutalità da parte della leadership comunista, che ha imparato a bilanciare la repressione politica violenta con i benefici derivati dall’eccezionale crescita economica.

   Il successo del Partito comunista è stato riconosciuto anche all’estero. Per gli Stati Uniti e l’Occidente, per esempio, la Cina è diventata non soltanto un avversario strategico, ma anche ideologico: il modello di governo presentato dal Partito è apparso in questi anni così efficiente che Joe Biden, il presidente americano, ha detto di recente che il successo della Cina ha spinto il mondo a chiedersi «se le democrazie siano in grado di competere».

   Sotto molti punti di vista, dunque, i funzionari comunisti potrebbero celebrare l’anniversario con soddisfazione. Ma nonostante questo, il Partito non ha mai smesso di governare la Cina come se fosse sempre prossima al collasso, con un misto di preoccupazione e di paranoia. Negli ultimi anni il controllo e l’autoritarismo sono semmai aumentati: la repressione del dissenso è diventata più severa, l’ortodossia ideologica più rigida e Xi Jinping, da quando è al potere, ha costretto gli apparati del Partito a studiare il crollo dell’Unione Sovietica, negli anni Novanta, per evitare di commettere gli stessi errori.

Rivoluzione
Il Partito comunista cinese non è davvero stato fondato il 1° luglio di cent’anni fa. Questa data convenzionale fu scelta negli anni Quaranta del Novecento, ma la maggior parte degli storici concorda sul fatto che la riunione segreta in cui il Partito fu fondato avvenne il 23 luglio di quell’anno in una casa della Concessione francese di Shanghai, cioè la zona della città dominata dai colonialisti francesi (al tempo diverse potenze occidentali si erano spartite la città, occupandone ampie zone). Alla riunione parteciparono meno di 15 persone, tra le quali un giovane MAO ZEDONG, che nel giro di pochi anni divenne il leader incontrastato del Partito.

   Nel 1921 il Partito comunista aveva appena una cinquantina di iscritti, ma crebbe rapidamente fino a diventare una minaccia per il KUOMINTANG, il partito nazionalista presieduto da CHIANG KAI-SHEK, che allora governava la Cina. La rivalità tra i due partiti si trasformò in una guerra civile nel 1927, nel corso della quale il Partito comunista si trovò sull’orlo della completa distruzione.

   Nel 1934 avvenne la LUNGA MARCIA, una gigantesca ritirata delle forze comuniste capeggiate da Mao, che nel corso di diversi mesi percorsero 9.000 chilometri a piedi per sfuggire all’esercito del Kuomintang. La Lunga Marcia è considerata dalla propaganda cinese come un eccezionale atto di coraggio, ma secondo molti storici fu un disastro strategico: si stima che Mao perse quasi il 90 per cento dei suoi uomini, tra morti e disertori.

   La guerra civile fu interrotta con l’invasione della Cina da parte del Giappone nel 1937, e lo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939, quando Partito comunista e Kuomintang si allearono per contrastare l’invasione giapponese. Anche in questo caso, la propaganda degli anni successivi ha esaltato i successi militari delle forze comuniste ma, come ha scritto il giornalista John Pomfret nel suo libro del 2016 The Beautiful Country and the Middle Kingdom, in realtà i nazionalisti sostennero la gran parte delle operazioni di guerra, e oltre il 90 per cento delle perdite cinesi venne dall’esercito del Kuomintang.

   Il conflitto civile ricominciò dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, e le forze del Kuomintang, indebolite dalla guerra con i giapponesi e scoraggiate dal regime corrotto e inefficiente di Chiang Kai-shek, non seppero rispondere all’avanzata dei comunisti, benché fossero sostenute dagli Stati Uniti. Nel 1949 i comunisti entrarono a Pechino, e il 1° ottobre Mao annunciò la fondazione della Repubblica popolare cinese, mentre Chiang Kai-shek e quel che rimaneva delle forze nazionaliste si rifugiavano a TAIWAN (che rimase indipendente, e decenni dopo si è trasformata in una delle democrazie più libere e vivaci di tutta l’Asia, anche se il suo status è ancora conteso).

   Il periodo che va dal 1949 alla morte di Mao nel 1976 fu caratterizzato da enormi cambiamenti ed enormi tragedie. Il Partito comunista consolidò il suo potere su tutta la Cina tranne Taiwan, ma sotto la guida di Mao rimase in uno stato continuo di fermento, agitazione e vendette interne. Le due più grandi tragedie di quel periodo furono entrambe provocate da Mao e dal Partito: il GRANDE BALZO IN AVANTI del 1958, che provocò una delle più grandi carestie della storia e tra i 30 e i 40 milioni di morti, e la RIVOLUZIONE CULTURALE del 1966, in cui morirono tra i 10 e i 20 milioni di persone e da cui la società e l’economia cinesi uscirono devastate.

Dopo Mao
Dopo la morte di Mao, il più importante leader del Partito comunista (e della Cina come la conosciamo oggi) fu DENG XIAOPING, che ottenne nel giro di pochi anni due importanti risultati: a partire dal 1979 riformò gradualmente l’economia cinese per aprirla al mercato e alla libera impresa, mettendo le basi dell’eccezionale crescita economica dei decenni successivi, che ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone. Inoltre, riformò il Partito per evitare i disastri e l’instabilità dell’èra di Mao.

   Tra le altre cose, pose fine al dominio autocratico di Mao, rendendo la gestione del Partito più collegiale; impose un limite di due mandati da cinque anni per le cariche di presidente della Cina e di segretario generale del Partito (detenute tradizionalmente dalla stessa persona, a indicare l’identificazione tra il Partito e lo stato); ed eliminò il culto della personalità che Mao aveva alimentato fino alla sua morte.

   Secondo molti studiosi, il principale successo di Deng fu quello di aver saputo creare un nuovo patto sociale tra il Partito comunista e il popolo cinese, in base al quale il Partito avrebbe garantito crescita economica e prosperità, oltre che un grado crescente di libertà personale, in cambio del controllo assoluto sulla vita politica del paese. Deng tuttavia seppe essere anche brutale: quando questo patto sembrò traballante non esitò a reprimere il dissenso con la violenza, come successe nel 1989 con il MASSACRO DI PIAZZA TIANANMEN a Pechino.

Xi Jinping
I due successori di Deng, JIANG ZEMIN e HU JINTAO, rispettarono in gran parte l’impostazione data al Partito e all’assetto politico del paese sviluppata dal 1979 in avanti, e inizialmente sembrò che anche XI JINPING, figlio di un importante dirigente comunista che aveva fatto la rivoluzione con Mao (e che poi era caduto in disgrazia ed era stato riabilitato dopo la morte del dittatore) avrebbe mantenuto lo status quo. Nominato segretario generale del Partito nel 2012 e presidente della Cina nel 2013, Xi in realtà si è dimostrato il leader più ambizioso e innovativo dai tempi di Mao e Deng.

   All’inizio del suo mandato ha avviato una grande campagna contro la corruzione che ha messo sotto indagine centinaia di migliaia di persone, tra cui molti membri del partito di alto livello, e negli anni successivi ha rispolverato parte della strategia maoista che era stata abbandonata da Deng. Ha rafforzato la disciplina ideologica, costringendo i funzionari a continue sessioni di studio della teoria comunista, che tra le altre cose ha un forte elemento di revisionismo storico: se fino a qualche anno fa il dibattito sull’eredità di Mao era relativamente vivace anche all’interno della Cina, oggi chi mette in discussione i primi trent’anni di dominio comunista sul paese è accusato di «nichilismo storico».

   Xi ha ravvivato il CULTO DELLA PERSONALITÀ, concentrandolo sulla sua persona, e ha limitato la gestione collegiale del Partito, che ora è in gran parte nelle sue mani. Soprattutto, nel 2018 ha fatto approvare la rimozione del limite di due mandati per la presidenza, lasciando intendere che rimarrà al potere dopo il 2023, quando dovrebbe scadere il suo incarico.

   Dopo aver concentrato il potere all’interno del Partito, Xi Jinping ne ha esteso l’influenza in numerosi strati della società: come disse in un discorso del 2017, «a est, a ovest, a sud e a nord, il Partito comanda ogni cosa». Le aziende di stato sono tornate ad avere un’importanza centrale nell’economia, e il governo ha creato degli uffici di controllo politico gestiti dal Partito anche in gran parte delle principali aziende private. Molti famosi imprenditori, come il fondatore di Alibaba Jack Ma, hanno rivelato soltanto di recente di essere membri del Partito.

   Il potere del Partito si è esteso a tutta la società: sotto Xi Jinping la sorveglianza e censura dei media e di internet sono aumentate, i pochi spazi di libertà d’espressione (alcuni giornali, alcune associazioni e luoghi d’incontro) sono stati chiusi e ridotti al silenzio, e in generale la società è sotto uno stretto controllo da parte delle autorità, come non avveniva da decenni.

100 anni
Sotto il dominio di Xi Jinping, il Partito comunista cinese arriva a cent’anni dalla fondazione apparentemente in ottime condizioni. Governa la Cina da 72 anni, e tra due anni, nel 2023, supererà il Partito comunista dell’Unione Sovietica come il partito comunista con la permanenza al potere più duratura. Ha più di 92 milioni di membri e non manca di nuove reclute, anzi: poiché l’iscrizione al Partito è necessaria per ottenere i posti di lavoro sicuri e ben pagati nell’amministrazione pubblica e nelle aziende di stato, Xi Jinping negli ultimi anni ha ordinato di ridurre il tasso di nuove ammissioni, per ridurre il numero degli approfittatori.  Nonostante questo, la gran parte dei membri del partito è iscritta per tornaconto personale più che per convinzione ideologica.

   Diversi sondaggi indipendenti condotti nel corso degli anni, inoltre, hanno mostrato che il livello di soddisfazione della popolazione nei confronti dell’amministrazione pubblica è piuttosto alto, e le grandi celebrazioni per il centenario – cominciate mesi fa con un enorme sforzo propagandistico che tra le altre cose ha portato alla pubblicazione di film patriottici, all’esposizione di cartelli e manifesti, all’organizzazione di innumerevoli cerimonie pubbliche e di eventi celebrativi grandiosi trasmessi in diretta tv – dovrebbero rafforzare tra i cinesi il sentimento di patriottismo e nazionalismo che Xi Jinping ha coltivato per anni.

   Come ha scritto l’Economist, il segreto della longevità del Partito sta in un misto di «brutalità», «adattabilità ideologica» e capacità di redistribuire i proventi della crescita economica: al contrario dei partiti autoritari che hanno governato in altri paesi nel passato, il Partito comunista cinese è riuscito a contenere almeno in parte la corruzione e a non trasformarsi in una cleptocrazia.

   Nonostante questo, il Partito non è mai stato in grado di risolvere diverse contraddizioni pericolose. Come ha scritto il Financial Times, «gestisce un’economia sofisticata e high-tech animata da energie che sarebbero state famigliari a Milton Friedman (economista americano considerato uno dei massimi campioni del libero mercato, ndr). Ma lo fa con un sistema politico che avrebbe potuto essere stato progettato da Vladimir Lenin».

   Secondo molti studiosi, Xi Jinping e i funzionari del Partito sono convinti che il sostegno della popolazione (non soltanto quello delle minoranze oppresse come gli uiguri dello Xinjiang) sia mutevole e che il contratto sociale stipulato ai tempi di Deng e rinnovato fino a oggi sia fragile, perché l’adesione del popolo cinese al dominio del Partito comunista non è dettata da ideologia o convinzione, ma dalle buone condizioni di opportunità economica, prosperità e autonomia personale che il Partito è riuscito a garantire negli ultimi decenni. Se queste condizioni dovessero venire meno, anche il Partito potrebbe crollare.

   Anche per questo fin dalla sua ascesa al potere Xi Jinping ha citato in maniera ricorrente l’Unione Sovietica. Disprezza Nikita Khrushchev, il leader sovietico che negli anni Sessanta avviò alcune timide riforme politiche, e soprattutto Mikhail Gorbachev, che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta introdusse riforme che, secondo Xi, portarono al collasso «improvviso, e con un gran fracasso» del Partito comunista sovietico.

   Il crollo avvenne perché «nessuno fu abbastanza uomo da alzarsi e resistere», disse Xi in un discorso interno al Partito all’inizio del suo mandato, ed è piuttosto evidente che lui intende essere quell’uomo.

(Eugenio Cau, da IL POST.IT https://www.ilpost.it/, 1/7/2021)

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L’ANNIVERSARIO

CINA, IL PARTITO COMUNISTA FESTEGGIA 100 ANNI. LA FESTA E I COMUNISTI DI XI, EROI E MILIONARI

di Guido Santevecchi, da CORRIERE.IT https://www.corriere.it/, 1/7/2021

– Un paio di dozzine di vecchi compagni e compagne quasi centenari vengono premiati dal presidente. La censura lancia sul web una grande purga del «nichilismo storico» –

PECHINO. Una «società moderatamente prospera». Era la promessa fatta ai cinesi per i 100 anni del Partito comunista. Ora quella scadenza è arrivata, la data ufficiale è il 1° luglio, e Xi Jinping ha cominciato i festeggiamenti premiando gli «eroi ordinari» del comunismo: un paio di dozzine di vecchi compagni e compagne quasi centenari. Il grande rito si è celebrato a Tienanmen, che a noi ricorda il massacro degli studenti, ma che nella storiografia comunista è citata in una nota come «incidente».

   Ricordare quei morti, o le purghe del maoismo, o i milioni di vittime per la carestia innescata dal Grande balzo in avanti nei lontani Anni 50 è bollato come «nichilismo storico»: l’Amministrazione della ciber-sicurezza statale (la censura), si è vantata di aver ripulito il web da due milioni di post «dannosi all’armonia del centenario». Già da settimane sono stati rastrellati i «soliti sospetti», i dissidenti veri o presunti.

   Le statistiche danno ragione allo slogan sulla prosperità: già 5 milioni di cinesi adulti hanno in tasca un milione di dollari; secondo il Global Wealth Report del Crédit Suisse, nei prossimi cinque anni i milionari in Cina si moltiplicheranno, arrivando a 10 milioni di unità. Questi compagni ricchi piacciono al Partito, perché spingono i consumi interni (li corteggiamo anche noi come turisti e primi acquirenti dei nostri prodotti di lusso). I miliardari industriali come Jack Ma invece erano diventati troppo potenti, cominciavano a dare ombra al Partito-Stato e infatti sono sotto scacco. Restano circa 600 milioni di cinesi che vivono con 1.000 yuan al mese (meno di 130 euro), come ha ricordato il premier Li Keqiang ammettendo la gravità della diseguaglianza sociale. Ma questa è un’altra storia.

   Per tornare alla Storia, in realtà risulta che il 1° luglio di cent’anni fa non successe niente di particolare. Il Congresso di fondazione del Pcc (Zhongguó Gòngchandang) cominciò il 23 luglio del 1921 in una shikumen, casa borghese nella Concessione francese di Shanghai, al numero 108 di Rue Wantze, che c’è ancora ed è diventata museo, anche se alla strada è stato dato il nome Xingye e il numero civico è cambiato in 78.  Siccome poco dopo il 23 luglio 1921 la dozzina di partecipanti fu spaventata da una spia della polizia francese, la riunione si trasferì su una barca per turisti sul lago Nanhu, nella vicina città di Jiaxing. Quando si avvicinavano altre giunche, i rivoluzionari fingevano di giocare a mahjong. L’assemblea si concluse il 31 luglio e i delegati se ne tornarono a casa a riferire l’evento ai comunisti di allora: in tutto una cinquantina di adepti.

   Dopo la vittoria nella guerra civile, nel 1949, si discusse sull’istituzione della festa del Partito; Mao pare non si ricordasse bene la data fatidica, fu scelto il Primo luglio.

   La shikumen di via Xingye 78 fu destinata a memoriale. Per molto tempo la casetta in mattoni rossi è rimasta quasi deserta: gli shanghaiesi fino agli Anni 70 pensavano a tirare avanti nella Cina condannata al pauperismo egualitario. Con le riforme di mercato, Deng Xiaoping suggerì che «arricchirsi è glorioso» e tutti si impegnarono a farsi gli affari propri. Fino al 2017 di cinesi se ne incontravano pochissimi al museo del Partito, preferivano Disney Shanghai. Nel 2018 però, ricevuta dal XIX Congresso l’opportunità di restare segretario generale e presidente a vita, Xi Jinping portò i membri del suo Politburo in via Xingye, a ripetere il giuramento di fedeltà al Pcc: «È mia volontà sostenere il programma del Partito, osservarne rigidamente la disciplina, custodirne i segreti, combattere tutta la vita per il comunismo, essere pronto a sacrificare tutto, senza mai tradire». Da allora il museo è stato rinnovato, ingrandito, reso solenne per accogliere colonne di cinesi in pellegrinaggio obbligato (lo chiamano Turismo rosso). Nel negozio dei gadget si vendono bottigliette di plastica con la falce e martello sull’etichetta. Il marketing ha distrutto il fascino del luogo di culto.

   Una volta, vicino al tavolo dove si erano riuniti i padri fondatori, c’era una foto con le loro biografie tragiche. L’hanno fatta sparire nella ristrutturazione, perché le didascalie sotto quelle immaginette sfocate di santini protocomunisti rivelavano vicende umane e politiche controverse. Con Mao c’erano 12 compagni: solo uno, Dong Biwu, passò indenne tra battaglie, tradimenti e purghe. He Shuheng cadde nel 1935; Chen Tanglu fu giustiziato nel 1943 per tradimento; Wang Jinmei emigrò in Unione Sovietica; Deng Enming fu ucciso nel 1931 dai nazionalisti del Kuomintang; morto in battaglia anche Li Hanjun, che era il proprietario della shikumen; Li Da fu ucciso sotto tortura durante la Rivoluzione culturale; Liu Renjing, purgato, morì a Pechino investito da un autobus mentre andava ai giardinetti; Zhang Guotao fuggì in Canada; Chen Gongbo, fu fucilato; Zhou Fohai morì in carcere. Tradì anche il tredicesimo apostolo comunista, Bao Huiseng (che non era nella foto ricordo), ma fu perdonato perché serviva un memorialista: gli fu affidato il compito di scrivere una storia, non nichilista, del Partito. (Guido Santevecchi, da CORRIERE.IT https://www.corriere.it/, 1/7/2021)

………………………

CHIUDE L’APPLE DAILY, L’ULTIMO GIORNALE LIBERO DI HONG KONG

di Giulia Pompili, 25/6/2021, da IL FOGLIO https://www.ilfoglio.it/

Pechino non tollera più che certe notizie vadano in stampa. La guerra del Partito comunista all’informazione libera è una lezione per tutti

L’ultima edizione dell’ultimo giornale pro-democrazia di Hong Kong è stata una specie di rito collettivo di addio. Dentro alla redazione la scrittura e l’impaginazione del tabloid è stata trasmessa in live streaming sui social, fotografata da decine di reporter internazionali.

   Nel frattempo fuori, per strada, sotto al palazzo del giornale che ha come simbolo la mela rossa morsicata, centinaia di persone con la torcia del cellulare accesa partecipavano a una sorta di veglia. La veglia dopo la morte della stampa libera in Cina. Sono state stampate un milione di copie di quest’ultima edizione dell’Apple Daily.

   Sin dalla notte, decine di migliaia di persone si sono messe in fila sotto la pioggia per acquistarne una. Per sostegno, per mandare un segnale: questo giornale si ferma, noi no. Per avere un’idea di come gli altri giornali di Hong Kong hanno raccontato l’evento più drammatico degli ultimi mesi, il giornale Ming Pao, molto vicino all’establishment, ieri spiegava come conservare la carta di giornale e l’ultima copia dell’Apple Daily “come souvenir”. Come un ricordo, e non come un oggetto simbolo di una battaglia per la libertà che chi ha a cuore lo stato di diritto continua a perdere.

   La scorsa settimana cinquecento agenti di polizia sono entrati nella redazione dell’Apple Daily, hanno rovistato ovunque, hanno fatto alzare i giornalisti dai loro desk, si sono seduti al loro posto e hanno controllato i computer. Poi hanno arrestato cinque persone, accusate di aver violato la Legge sulla sicurezza e aver in qualche modo cospirato “con paesi stranieri” affinché si promuovessero delle sanzioni internazionali contro la Cina. Detto in altre parole, è tutto vero: è anche grazie ai giornalisti dell’Apple Daily che sappiamo la verità su quello che è successo a Hong Kong negli ultimi anni, ed è proprio per questo che Pechino, con la collaborazione del governo locale dell’ex colonia inglese, non ha alcuna intenzione di lasciargli continuare il loro lavoro. 


C’è un’immagine che più di altre parla di tutto questo. Il direttore del giornale, Ryan Law, 47 anni, è stato portato via da tre agenti con le manette dietro la schiena. Quelle fotografie, che hanno fatto il giro del mondo, sono l’immagine indelebile di quanto è disposto a fare il Partito comunista pur di mettere a tacere le voci di dissidenza. Dopo quello show di forza dentro alla redazione, le autorità hanno disposto il congelamento di tutti gli asset finanziari dell’Apple Daily. Per un giornale indipendente significa la chiusura. E così è stato. 

   L’Apple Daily non era soltanto un giornale d’opposizione, pro-autonomia e pro-democrazia. Era un simbolo, il simbolo del racconto di una città che per ventiquattro anni era stata l’ultima frontiera libera del mondo cinese. La regione autonoma di Hong Kong non esiste più da undici mesi, da quando Pechino ha imposto una Legge sulla sicurezza nazionale che applica i suoi standard anche in un luogo che fino ad allora era stato la spina nel fianco del Partito comunista cinese.

   Una volta decisa “l’assimilazione” di Hong Kong dentro al sistema diretto da Pechino, non ci è voluto molto per capire quali sarebbero stati gli obiettivi principali: prima di tutto sedare le proteste dei giovani e di quei cittadini meno disposti ad accettare l’autoritarismo e il controllo. Poi il settore dell’educazione, per far crescere una nuova generazione capace di mettere in discussione tutto, tranne il modello cinese. Dopodiché è venuta la volta del settore culturale, dove nascono le idee, e anche qui è facile immaginare perché: la libertà d’espressione non può esistere in un luogo dove la critica accende una reazione a catena, e potrebbe generare sempre più richieste di apertura e diritti.

   Infine: l’informazione. Un tempo Hong Kong era il luogo d’adozione di decine di testate internazionali, con corrispondenti da tutto il mondo che raccontavano l’Asia orientale da lì perché, tra le altre cose, non esisteva il “ricatto del visto” (che possiamo riassumere con: non piaci al Partito? Allora non sei gradito). Oggi anche questo è cambiato. E così le ultime voci indipendenti in grado di raccontare Hong Kong dal punto di vista di Hong Kong erano i giornali locali. 
   Ne era rimasto soltanto uno: l’Apple Daily.

   Da anni Pechino, grazie al suo braccio operativo rappresentato dal governo locale di Hong Kong, conduce una guerra spietata contro la Next Digital, la società che edita il giornale dalla mela morsicata.  Il suo fondatore, Jimmy Lai, 72 anni, è una delle figure più importanti dell’attivismo dell’ex colonia inglese. Il 10 agosto dello scorso anno Jimmy Lai è stato arrestato, poi rilasciato su cauzione, poi di nuovo arrestato a dicembre. Ha vari carichi pendenti, ma tutti riguardano violazioni di questa nuova Legge sulla sicurezza nazionale secondo la quale tutto ciò che non piace a Pechino è una violazione della sicurezza nazionale.

   Nato a Canton nel 1947, la vita di Lai è straordinaria proprio perché ha vissuto sulla sua pelle tutte le trasformazioni della Cina. E’ arrivato a Hong Kong quando aveva dodici anni con un barcone, ha iniziato a lavorare per un’azienda tessile, a poco più di trent’anni ha fondato l’azienda di abbigliamento Giordano (che oggi ha 2.400 negozi in tutto il mondo), che lo ha fatto diventare ricco. E’ grazie a quei soldi che Lai, quando stava cominciando ad avvicinarsi la riconsegna di Hong Kong da parte del Regno Unito alla Cina comunista, ha fondato il quotidiano Apple Daily.

   Erano passati soltanto sei anni dalle proteste di Piazza Tienanmen, e Jimmy Lai era diventato una voce molto critica del Partito comunista. Con quattrocentomila copie di tiratura, nel 1995 iniziò ad andare in edicola un nuovo tabloid, dove ai gossip venivano affiancati servizi investigativi più seri: il racconto di una città, dei suoi interessi, e la sistematica denuncia delle storture dell’autonomia, degli stratagemmi del governo locale per avvicinarsi a Pechino, degli scandali che riguardavano la sua classe dirigente.

   L’Apple Daily era il cane da guardia delle mire di Pechino su Hong Kong. Come ricordava su Twitter Ilaria Maria Sala, giornalista e scrittrice di base a Hong Kong, l’Apple Daily era l’unico giornale di Hong Kong in lingua cantonese e non in mandarino, segno di una alterità insopportabile nel disegno di assimilazione definitiva di Pechino. 

   Negli anni la Next Digital aveva avuto i suoi naturali problemi finanziari – il mondo dell’editoria non sostenuto dalle istituzioni è in crisi in tutto il mondo, figuriamoci se sei un editore che si oppone al partito unico. Ma nonostante questo l’Apple Daily non aveva mai derogato alla sua missione: andare in edicola, raccontare l’ultima frontiera del mondo occidentale in Cina che si stava sgretolando. L’ultima provocazione per il Partito comunista era arrivata nel 2020, con la Legge sulla sicurezza già nell’aria, quando Jimmy Lai ha deciso di fare una versione del giornale anche in lingua inglese. Un modo per aumentare il pubblico, per far uscire quelle storie dai confini dell’ex colonia inglese e permettere a tutto l’occidente di avere un’alternativa alla narrazione ufficiale della stampa cinese. 


Oggi sul sito dell’Apple Daily compare una scritta: Grazie per il supporto a Apple Daily e Next Magazine. Siamo spiacenti di informarti che i contenuti web e dell’app dell’Apple Daily e Next Magazine non saranno più accessibili dalle 23:59 del 23 giugno 2021, HKT. Tutti gli attuali abbonamenti Web e iOS non verranno rinnovati. Oggi sospenderemo tutti i nuovi abbonamenti. Vorremmo ringraziare tutti i nostri lettori, abbonati, inserzionisti e gli hongkonger per il vostro fedele supporto. Buona fortuna e arrivederci”.

(Giulia Pompili, 25/6/2021, da IL FOGLIO https://www.ilfoglio.it/)

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