IL RAPPORTO ISTAT 2021 (presentato il 9/7/2021) mostra un Paese sfiancato dalla pandemia, ma non sconfitto – Si riprenderà? (nell’economia, nella scuola, nel pubblico…)? Le svolte ecologica, digitale…ci saranno davvero? Supereremo la povertà allargatasi? Si realizzerà la “promessa” che saremo migliori di prima?

(dal Rapporto Istat 2021, l’Appendice) – “Questa ventinovesima edizione del Rapporto Annuale sulla situazione del Paese considera gli effetti dell’emergenza sanitaria sulla società e sull’economia italiane e le tendenze al recupero che stanno emergendo. La rapida evoluzione dei comportamenti che si è determinata nel 2020 è colta anche attraverso indagini specifiche presso le famiglie e le imprese, condotte nel corso della crisi. Il Rapporto analizza l’impatto della pandemia sugli andamenti demografici, proponendo un approfondimento sulla mortalità per cause, e sulla tenuta del sistema sanitario in termini di prestazioni. Esamina le tendenze del capitale umano e del mercato del lavoro con riferimento alle dimensioni di genere, territoriale e generazionale, che corrispondono agli assi d’intervento del PNRR. Analizza i punti di forza e le fragilità del sistema delle imprese nella fase di recupero, ancora non estesa all’intera economia, e il tema della digitalizzazione del sistema produttivo. Infine, considera le dimensioni degli investimenti, del livello di sviluppo delle infrastrutture e della sostenibilità ambientale, centrali nell’impianto del Programma italiano e in quello europeo Next Generation – EU. (vedi il RAPPORTO ISTAT 2021: https://www.istat.it/it/archivio/259060) (nell’immagine: copertina del Rapporto Istat 2021)

……………………………………….
Il RAPPORTO ISTAT annuale 2021 sulla situazione del Paese lo ha presentato venerdì 9 luglio 2021, a Roma a Palazzo Montecitorio, il presidente dell’ISTAT GIANCARLO BLANGIARDO (nella foto)

ISTAT, L’ITALIA POST PANDEMIA: «CONSUMI AL MINIMO MAI COSÌ BASSI DAL DOPOGUERRA»

di Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021 https://www.corriere.it/

– Presentato alla Camera il ventinovesimo rapporto dell’Istituto nazionale di statistica. Il presidente Giancarlo Blangiardo: «Lo scenario di un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità» –

   È un’Italia che, inevitabilmente, nel 2020 risente di tutti gli influssi negativi della pandemia, dal crollo delle nascite al crollo dei consumi, alla forte crescita della povertà assoluta, ma che può guardare con fiducia al futuro grazie all’impatto positivo del Pnrr sul Pil, una ripresa che attraverso una «simulazione» vede un «innalzamento del livello del Pil, rispetto allo scenario base tra il 2,3 e il 2,8». Lo afferma l’Istat nel suo ventinovesimo rapporto annuale presentato il 9/7/2021 alla Camera dal presidente Giancarlo Blangiardo: «Lo scenario di un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità. Nel 2020 il Pil è tornato a livelli del 1998» (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

CONSUMI AL MINIMO MA ITALIANI «FORMICHE»

Nel 2020 il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto del 2,8% (-32 miliardi) e i consumi finali hanno subito una caduta di dimensioni molto più ampie (-10,9%) mai registrate dal dopoguerra. La spese dei beni e dei servizi è crollata del 19,3%. Il calo dei consumi riguarda soprattutto le famiglie più abbienti (-9%) che solitamente spendono di più per viaggi, ristoranti, abbigliamento calzature, cultura e spettacoli, i settori cioè che hanno risentito maggiormente della crisi. Tuttavia gli italiani si sono comportati come «formiche» e la propensione al risparmio è quasi raddoppiata, salendo al 15,8% rispetto all’8,1% dell’anno precedente. Nel 2020, inoltre, c’è stata una forte crescita della povertà assoluta, salita al 7,7% dal 6,4% del 2019. La povertà assoluta ha riguardato quindi oltre 2 milioni di famiglie e più di 5,6 milioni di persone. (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

CROLLO DEI MATRIMONI E DELLE NASCITE

La pandemia ha portato inevitabilmente a un crollo dei matrimoni, -97 mila di meno, un calo eccezionale, quasi il doppio rispetto al 2019. Nel 2020 si è registrato inoltre il «nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia» e il numero massimo «di decessi dal secondo dopoguerra». I nati da popolazione residente sono stati 404.104 in diminuzione del 3,8% rispetto al 2019, e di quasi il 30% sul 2008 (anno più recente con il massimo delle nascite). A marzo del 2021 si osserva «una prima inversione di tendenza» (+3,7% rispetto allo stesso mese del 2020, soprattutto da genitori non sposati). Nel 2020 il totale dei decessi è stato di 746.146. Dice il presidente Blangiardo: «Nel 2020 il calo della popolazione è stato più della metà che in sei anni». La speranza di vita è scesa a 82 anni, ovvero ben 1,2 anni in meno rispetto al 2019. In leggero recupero le nascite nel primo trimestre del 2021: ha riguardato soprattutto le donne con almeno una laurea (+8,6%). (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

LA FRAGILITÀ DEI NOSTRI GIOVANI

Non è rosea la situazione dei giovani nel nostro paese. Nel 2020 sono stati 2,1 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, (i cosiddetti «Neet»), ovvero quasi uno su quattro di questa fascia di età (il 23,3%) e in aumento di oltre 2 punti rispetto al 2019. Inoltre il nostro Paese si pone al penultimo posto nella graduatoria Ue27 di laureati tra i 30 e i 34 anni: 27,8% contro una media europea del 40%. Nel 2020 il 13,1 % dei giovani tra i 18 e i 24 anni (contro il 10,1 in Europa) ha abbandonato precocemente gli studi avendo raggiunto al massimo la licenza media. La crisi pandemica ha influito anche alla diminuzione del tasso di occupazione dei giovani tra i 18 e i 24 anni (dal 35,4% del 2019 al 33,2% del 2020). (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

……………………………………………

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

………………………………..

RAPPORTO ISTAT 2021: SFIANCATI MA NON SCONFITTI

di Giuseppe Trapani, blog da IL RIFORMISTA (https://www.ilriformista.it/blog/ ), 9/7/2021

   Un paese sfiancato dalla pandemia ma non sconfitto – per citare un esortazione sapienziale – continuamente in stato di “crisi” e alla ricerca di una traiettoria riformista. 

   Il rapporto istat 2021 presentato alla Camera dei Deputati traccia un quadro organico fornendo una cartina di tornasole per istituzioni e media ad indicare una mission (e speriamo una vision) al paese Italia. 

Partiamo dal fatto che soprattutto in tempi di pandemia con la sua intrinseca interdipendenza tra emergenze (sanitaria, economica, sociale) è emersa tutta l’urgenza – detta in sintesi – di separare ma non contrapporre i fatti (e i numeri) dalle opinioni/interpretazioni, polarità  che in questi anni di diffusione di bufale e fake news si sono spesso sovrapposte fino a confondersi con esiti devastanti.

   In questo senso – come spiega il filosofo Remo Bodei – questo bombardamento non prevede alcun confronto sulle idee, non ne contempla l’analisi né, tanto meno, produce forme di discussione, ecco che «tutte le opinioni diventano equivalenti. Non a caso si è parlato di “infodemia” ovvero di bulimia informativa nel flusso della “total audience”, sindrome dalla quale non si distingue il vero dal presunto, il puntuale dall’errore.

   L’emergenza sanitaria (e la crisi economica e sociale che ne è seguita) ha  reso ancora una volta chiaro perciò quanto sia vitale il ruolo dell’informazione statistica all’interno dei processi decisionali complessi, quale presupposto per scelte consapevoli e fondate sulla conoscenza. La crisi legata all’emergenza sanitaria – si legge nel report – ha aggravato molte delle disuguaglianze strutturali che già caratterizzavano il nostro Paese, a partire da quelle riguardanti l’istruzione

   Ne cogliamo una considerazione significativa poiché sta qui uno dei principali “nodi” culturali ancora non del tutto “processati” in questi anni di globalizzazione ovvero come trovare una quadra nel rapporto tra quantità e qualità delle informazioni ricevute a qualità dell’elaborazione e del discernimento delle stesse.

   Ci ricordiamo la famosa differenza – alle elementari – tra lordo, netto e tare? Ebbene torniamoci su a sapremo di cosa stiamo parlando.  La cronaca di questi anni ci offre due esempi – seppur antipatici  per alcuni lettori ma drammaticamente veri  – di quel che molti chiamano  “deficit di competenze” nel nostro paese: il primo riguarda l’analfabetismo funzionale dove l’Italia è ai primi posti (il 4°) dell’area Ocse per la maggiore incidenza di adulti con problemi di corretta comprensione delle informazioni (fanno peggio solo Indonesia, Turchia e Cile). Speculare a questo terribile dato la mediocre competitività nello spettro delle performances (concorsi pubblici, colloqui tecnici nelle aziende).

   In fatto di crescita (non solo volumi e fatturati) l’Italia rimane paradossalmente un allievo che non mette a frutto le capacità, insomma è bravo ma non si applica.

   Ne viene fuori una bella fetta di classe dirigente composta da battitori liberi con poca coscienza di sé e del proprio rapporto con la collettività. E più in generale, viviamo in un contesto di comunità destrutturata, devitalizzata, a tratti egoista e che si aggrappa alle (poche) esperienze unitive per definirsi una cosa sola.

   Ci sono segnali di ripresa? Sì ma il rischio è che quest’anno ci porti ad un rimbalzo in qualche modo episodico ma non come premessa per una ripresa strutturale.

   Bisognerà partire dai fondamentali come la scuola, la crescita demografica, i giovani, il merito.  

   La lettura del Rapporto Istat dunque non è roba solo da addetti ai lavori ma – a mio modesto avviso – un vademecum rigoroso su cui basare il discorso pubblico dei problemi del paese e poter dire con il presidente dell’Istat che il nostro è un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità (Giuseppe Trapani)

Leggi il Rapporto Istat 2021 qui 

 

ISTAT rapporto 2021 (immagine tratta da il RIFORMISTA)

……………………………..

SCUOLA, DISUGUAGLIANZA E DISABILITÀ: COSA È ACCADUTO IN ITALIA NEL 2020?

da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 9/7/2021

   E’ stata presentata venerdì 9 luglio la ventinovesima edizione del Rapporto Annuale di Istat che analizza la situazione emersa dall’emergenza sanitaria e ne considera gli effetti sulla società e sull’economia italiana. L’attenzione quest’anno si è concentrata nell’analisi dell’impatto sull’economia del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) da 235 miliardi. Come Info Data abbiamo scelto tre numeri su scuola che descrivono bene quello che è accaduto a scuola nel drammatico prima anno del Covid-19. 

– 600mila

Dad non seguita dall’8% degli studenti. Tra aprile e giugno 2020, l’8% degli iscritti (600mila studenti) delle scuole primarie e secondarie non ha partecipato alle video lezioni, con un minimo di esclusi al Centro (5%) e un massimo nel Mezzogiorno (9%). Più alta la quota di esclusi nella scuola primaria (12%), più bassa nella secondaria di primo (5%) e secondo grado (6%)”.

– 430mila

Richieste di dispositivi per la didattica

Secondo l’Istituto di statistica “circa 430mila ragazzi, pari al 6% degli studenti, hanno fatto richiesta di dispositivi informatici tra aprile e giugno 2020, con punte in Basilicata e in Calabria (rispettivamente 15% e 11%)”.

– 1,7 milioni

Gli studenti che non hanno perso lezione. Tra marzo e giugno 2020 – dice l’Istat – solo 1,7 milioni bambini e ragazzi di 6-14 anni (33,7%) hanno fatto lezione tutti i giorni e con tutti gli insegnanti; si arriva a 2 milioni 630mila (circa il 52%) se si includono quelli che hanno dichiarato lezioni con la maggioranza dei docenti”. “Gli alunni con disabilità che non hanno partecipato alle video lezioni – prosegue – raggiungono il 23,3% (29% nel Mezzogiorno); la quota di non partecipazione è più elevata nelle scuole primarie (quasi il 26%) e minore per le secondarie di secondo grado”. Nel 2020 – conclude l’Istat – è “forte l’aumento dei giovani con meno di 14 anni che hanno utilizzato Internet almeno una volta a settimana”. (da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 9/7/2021)

…………………………….

GLI ORFANI DELLA SCUOLA

di Linda Laura Sabbadini, da “la Repubblica” del 10/7/2021

   Concentrati sui nostri traumi nel nostro mondo di adulti ci stiamo occupando poco dell’impatto di questa pandemia sul mondo dei bambini. Non sono semplici ipotesi, non sono le valutazioni delle associazioni o degli insegnanti. Sono i DATI ISTAT che parlano e preoccupano, quelli presentati (venerdì 9 luglio, ndr) nel RAPPORTO ANNUALE alla Camera dei deputati dal presidente GIAN CARLO BLANGIARDO.

   Sì, perché un anno così critico per la formazione dei bambini rappresenta un grave rischio per il Paese, oltre che per la qualità della loro vita. Ricordiamocelo, abbiamo già un basso livello di competenze rispetto agli altri Paesi avanzati e più bassi livelli di istruzione. Non possiamo più permettercelo, questo è un punto cruciale per il futuro del Paese e per la qualità della vita dei bambini. Ci vuole una svolta.
   Solo 1 milione e 700 mila bambini, un terzo, hanno fatto lezione tutti i giorni e con tutti gli insegnanti. Si arriva a 2 milioni 630 mila, circa la metà, se si includono quelli che hanno dichiarato di aver fatto lezioni con la maggioranza dei docenti, mentre per gli altri la vita scolastica è stata connotata dalla saltuarietà delle lezioni e dalla parzialità degli insegnamenti erogati. E non dimentichiamoci dei circa 800 mila bambini per i quali l’emergenza sanitaria ha compromesso fortemente la continuità didattica, non pochi.
   Per il 65% dei bambini è cresciuto l’impegno dei familiari nell’aiuto nello studio, ciononostante molti hanno avuto un abbassamento del rendimento scolastico, secondo la percezione soggettiva dei familiari. Per di più tra i bambini che hanno seguito le lezioni a distanza, anche se non assiduamente, 4 su 10 hanno avuto problemi di concentrazione e di motivazione, uno su 3 ha avuto difficoltà a seguire le lezioni in autonomia, senza considerare tutti i problemi di connessione a Internet e di carenza di computer in casa.
   Ma c’è un altro aspetto critico che non va sottovalutato, l’impatto emotivo – comportamentale della Dad. Un bambino su tre ha espresso irritabilità o nervosismo. Uno su 10 disturbi alimentari, altrettanti del sonno e la paura del contagio. Insomma, si arriva a 4 bambini su 10 che hanno avuto almeno uno dei problemi elencati.  Non più rimandabile sarà una assistenza psicologica per i nostri bambini, anche nelle scuole.

   La ripresa dell’anno scolastico è stata migliore, ma non per tutti. È avvenuta in modalità mista per il 17,5% ed esclusivamente a distanza ancora per il 13,9%. Certo la continuità didattica è stata garantita in tutte le materie per il 92,7% dei bambini, che erano in gran parte contenti di tornare a scuola. Ma non va sottovalutato quel 15% che non lo era. Il rientro ha portato un miglioramento dell’atteggiamento dei bambini nei confronti della scuola soprattutto tra chi è stato sempre in presenza. Segnali di stanchezza e scarsa concentrazione emergono ancora, e anche problemi di socializzazione. Elementi che possono incidere fortemente sull’apprendimento e il livello delle competenze.
   Dobbiamo investire di più sui nostri bambini. Dobbiamo comprendere i segnali di sofferenza che trasmettono.
   Dobbiamo fare di tutto per garantire la scuola in presenza e le relazioni sociali, punto chiave dell’apprendimento e delle competenze. Se una cosa ci è chiara dopo quest’esperienza tragica è che nulla potrà sostituire il contatto umano, la socializzazione, il pathos e la percezione che lo stare insieme fra umani ha da sempre plasmato.
   Abbiamo un problema culturale stratificato negli anni nel nostro Paese che dobbiamo affrontare: lo scarso valore dato alla formazione. Nel Pnrr, in questo senso, ci sono molti segnali positivi e investimenti. Ma dobbiamo cambiare anche il nostro atteggiamento culturale rispetto al valore del titolo di studio.
   La laurea serve. I laureati hanno resistito di più alla crisi. In tutte le crisi, il livello degli studi raggiunto è fondamentale. I nostri giovani si laureano troppo poco. Non ci credono più. E invece la formazione è decisiva per il riscatto sociale.
   Al governo il compito di tenere fermo il timone sui diritti dei bambini, fin dall’asilo nido, investendoci di più, e di potenziare le diverse figure professionali. Ai giovani e alle famiglie il compito di riscoprire il valore e la bellezza dello studio, uno strumento fondamentale di lotta alle disuguaglianze.
(Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat)

…………………….

STATISTICHE ISTAT SULLA POVERTÀ 2020: IL COMMENTO DELLA RETE DEI NUMERI PARI

pubblicato il 8 LUGLIO 2021 (http://www.numeripari.org/ )

   Mercoledì 16 giugno l’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato i dati sulla povertà relativi al 2020. La povertà assoluta torna a crescere coinvolgendo la cifra record di 2,6 milioni di famiglie, 5,6 milioni di persone di cui 1,3 milioni di minori.

   Nel complesso la povertà assoluta colpisce il 9,4% della popolazione – contro il 7,7% del 2019 – raggiungendo così il livello più elevato dal 2005, anno di inizio delle serie storiche. Per quanto riguarda la povertà relativa, invece, è stato registrato un aumento dall’11,4% del 2019 al 13,5% del 2020, coinvolgendo oltre 8 milioni di persone.

   L’Italia è tra i Paesi con il maggior numero di persone a rischio esclusione sociale in Europa (1 su 3) seguita solo da Lituania, Grecia, Romania e Bulgaria. Allo stesso tempo è il paese dove sono presenti due delle tre Regioni più povere d’Europa: 1° la Sicilia e 3° la Campania, dove 11 milioni di persone non possono più curarsi per motivi economici, dove cresce la povertà educativa, dove le mafie fanno affari per 110 miliardi l’anno, dove corruzione ed evasione fiscale continuano a crescere.

   È in situazioni eccezionali, come quelle della pandemia, che si conoscono meglio le qualità delle nostre istituzioni. Purtroppo nel nostro Paese i dati pubblicati dall’ISTAT denunciano un quadro in cui la politica non ha saputo (o voluto) intervenire per rispondere ai problemi emersi con l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze, amplificati ed esplosi attraverso l’emergenza Covid. Niente è stato fatto per sradicare le cause della povertà e delle disuguaglianze nel nostro Paese, né per neutralizzare il ricatto delle mafie sui territori.

   Il lavoro è sempre più precario e con lo sblocco dei licenziamenti assisteremo a uno squarcio del tessuto sociale e lavorativo senza precedenti; il nostro sistema di protezione sociale è inadeguato e sottofinanziato, mentre continua a scaricare tutto il peso del lavoro di cura sulle donne (come denunciato dall’ex presidente Giovanni Alleva in Parlamento già nel 2017); le misure di sostegno al reddito sono ancora parziali e lontane dai “social pillar” europei che garantiscono a tutte le cittadine e i cittadini reddito minimo garantito, diritto all’abitare e servizi sociali di qualità; le ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche continuano a crescere e a peggiorare le condizioni materiali ed esistenziali di milioni di persone; la democrazia è sempre più debole. 

   Con l’appello “Andrà tutto bene SE…” denunciavamo – già dai primi giorni di aprile 2020 – come, in assenza di misure adeguate a fronteggiare la crisi sanitaria, nel giro di pochi mesi ci saremmo trovati a vivere in Paese ancora più povero, diseguale, fragile, precario, stanco e indebolito, in cui la criminalità organizzata e l’individualismo proprietario avrebbero finito per sfruttare le conseguenze della pandemia.

   Un Paese nel quale la ricchezza c’è, a differenza di quello che ci hanno raccontato, e si è concentrata nelle mani di pochi. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, con i ceti medi che scompaiono.  Solo lo scorso anno i 36 miliardari italiani hanno aumentato la loro ricchezza di altri 45,6 miliardi di euro secondo Oxfam.

   La crudele pedagogia del virus ci ha mostrato come a essere maggiormente colpiti dalla pandemia siano state le donne, i lavoratori precari, gli irregolari, gli autonomi, il lavoratori di strada, le persone senza dimora, i residente nelle periferie delle grandi città, i disabili, gli anziani, gli immigrati. Mentre qualcuno dalla pandemia ha tratto un enorme vantaggio e continua a farlo anche utilizzando soldi pubblici, come nel caso del PNRR. 

   Purtroppo – nonostante decine di migliaia di morti, l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà – il PNRR rappresenta un’enorme occasione mancata, difende gli interessi dello stesso modello responsabile della crisi, non promuove né equità sociale e né sostenibilità ambientale. 

   Per sconfiggere le disuguaglianze e far ripartire davvero il Paese, rimettendo insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute, orientando la base produttiva e il mercato verso la sostenibilità ambientale, abbiamo bisogno di: introdurre un sistema di sostegno al reddito meno condizionante, studiando le esperienze in giro per il mondo sul reddito di base; di politiche sociali che mettano al centro il metodo della co-progettazione e co-programmazione come indicato nella sentenza 131 della Corte Costituzionale, contribuendo a rigenerare il welfare municipale; di investimenti strutturali e non emergenziali sul diritto all’abitare che garantiscano alle centinaia di migliaia di famiglie in emergenza abitativa una casa di qualità, sostenibile in termini energetici; di investimenti per potenziare il diritto allo studio, contrastare la dispersione scolastica e la povertà educativa; di utilizzare i fondi stanziati dal NGEU per promuovere la riconversione ecologica, non la transizione, in maniera pianificata, inclusiva, equa e partecipata, socializzando le infrastrutture strategiche tra paesi e municipi, utilizzando come leve per portarla avanti investimenti pubblici, lavoro di cittadinanza e attività di riproduzione socio-ecologica.

   Queste sono le proposte che centinaia di realtà sociali impegnate quotidianamente contro disuguaglianze e mafie condividono e mettono a disposizione del paese e delle istituzioni per sconfiggere le crisi.

…………………….

RAPPORTO ISTAT, RIPRESA È VICINA MA L’ITALIA È PIÙ POVERA

– Aumenta la fiducia delle imprese e ci sono segnali di rimbalzo dell’economia. Ma le nascite sono in calo e le famiglie sono più povere –

da RAI NEWS del 9/7/2021 https://www.rainews.it/

   Un’emergenza sanitaria che ha messo a dura prova non solo la salute degli italiani, ma anche la tenuta del sistema sanitario, delle imprese e delle istituzioni scolastiche. Nonostante gli indicatori negativi però ci sono chiari segnali che la ripresa stia per cominciare e che sia possibile lasciarci alle spalle uno dei periodi più duri e oscuri della nostra storia recente.  

   E’ quanto sostiene l’Istat nel suo Rapporto annuale 2021, sottolineando però alcuni aspetti che ancora pesano come la DISOCCUPAZIONE e la POVERTÀ ASSOLUTA che tocca oltre 2 milioni di famiglie.  “Nonostante un moderato recupero occupazionale nei mesi recenti, a maggio ci sono 735 mila occupati in meno rispetto a prima dell’emergenza”, si legge- E ancora: “I trasferimenti alle famiglie hanno limitato la caduta del reddito disponibile (-2,8%) – osserva il rapporto – il calo dei consumi è stato ben più ampio di quello del reddito, di conseguenza il tasso di risparmio è quasi raddoppiato.

   I CONSUMI SONO SCESI PIÙ NEL NORD che nel Centro e nel Mezzogiorno. Nel complesso, la spesa per alimentari e per l’abitazione è rimasta invariata, mentre si sono ridotte molto quelle più colpite dalle misure restrittive sulle attività e dalle limitazioni agli spostamenti e alla socialità. L’incidenza della povertà assoluta, misurata sui consumi, è in forte crescita, soprattutto nel Nord”. 

   Fa da sfondo UN NUOVO MINIMO STORICO DI NASCITE dall’Unità d’Italia e UN MASSIMO DI DECESSI dal secondo dopoguerra.

   Secondo l’Istituto di statistica, negli ultimi mesi c’è una convergenza di tutte le principali economie verso un sentiero di veloce recupero a cui il nostro Paese sembra essersi agganciato. Il Pil italiano, dopo la caduta dell’anno passato (-8,9%) dovuta essenzialmente al crollo della domanda interna, è previsto in rialzo del 4,7% nel 2021. La robusta ripresa dell’attività, dei consumi e degli investimenti, previsti nel 2021 saranno spinti anche dall’avvio del Pnrr. 

PNRR DECISIVO PER LA CRESCITA

Considerando gli investimenti programmati per la parte riconducibile a voci specifiche, gli effetti del Pnrr sono quantificabili, secondo un esercizio di simulazione, in un innalzamento del livello del Pil – rispetto allo scenario base – compreso tra il 2,3 e il 2,8 per cento nel 2026, con impatto che aumenta al crescere dell’intensità della componente immateriale della spesa (R&S, software, altri prodotti della proprietà intellettuale).

   Inoltre, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrà effetti anche sulla prolungata stagnazione della produttività del lavoro che contraddistingue il nostro paese concentrandosi sulla ripresa del processo di accumulazione del capitale materiale e immateriale e il rafforzamento del percorso verso la transizione energetica ed ecologica.    

DUE MILIONI DI FAMIGLIE IN POVERTÀ  

La povertà assoluta è in forte crescita e interessa nel 2020 oltre 2 milioni di famiglie (7,7% dal 6,4% del 2019) e più di 5,6 milioni di individui (9,4% dal 7,7%). La condizione peggiora di più al Nord che al Centro e nel Mezzogiorno. Cala anche il reddito primario delle famiglie che è sceso di 92,8 miliardi di euro (-7,3%).

   I massicci interventi pubblici di redistribuzione hanno fornito un contributo positivo di circa 61 miliardi di euro, compensando due terzi della caduta e sostenendo il potere d’acquisto delle famiglie. A fronte della discesa molto più ampia della spesa, la propensione al risparmio è salita dall’8,1 al 15,8%.   

A RISCHIO LE MICRO IMPRESE  

La crisi sanitaria ha compromesso in molti casi la solidità delle imprese: nel primo semestre del 2020 oltre tre quarti delle aziende industriali con almeno 20 addetti hanno registrato ampie cadute di fatturato, sia sul mercato nazionale sia su quello estero. Risultano strutturalmente a rischio la metà delle micro (3-9 addetti) e un quarto delle piccole (10-49 addetti), soprattutto nel terziario.          

NEL 2020 TASSO MORTALITÀ PIÙ ALTO DAL DOPO GUERRA: OLTRE 100 MILA MORTI RISPETTO ALLA MEDIA  

Nel 2020 il totale dei decessi in Italia è stato pari a 746.146, il valore più alto registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra. Rispetto alla media 2015-2019 si sono avuti, infatti, 100.526 decessi in più (15,6% di eccesso. La speranza di vita alla nascita, per il complesso della popolazione (maschi e femmine insieme), scende a 82 anni nel 2020, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. Per osservare un valore analogo, si fa notare, occorre risalire al 2012.

   Gli uomini sono più penalizzati: la loro speranza di vita alla nascita si abbassa di 1,4 anni, a 79,7 anni, mentre per le donne scende di un anno, a 84,4 anni, ampliando così il differenziale di genere.

   Prendendo in considerazione le classi di età, il contributo più rilevante all’aumento dei decessi del 2020 rispetto alla media degli anni 2015-2019 è dovuto all’incremento dei morti ultraottantenni, che spiega il 76,3% dell’eccesso di mortalità complessivo. In totale sono decedute 486.255 persone oltre gli 80 anni (76.708 in più rispetto al quinquennio di riferimento).

   All’inizio del 2021 l’eccesso di mortalità totale, confrontato alla media 2015-2019, chiarisce il RAPPORTO ISTAT, è più contenuto nel primo bimestre (+6,6% a gennaio, +0,9% a febbraio) ma si accentua nel secondo (+13,6% a marzo, +20,9% ad aprile).

   A marzo 2021 si riscontra, infatti, un netto calo dei decessi rispetto allo stesso mese del 2020 (-23,5%), in particolare nel Nord del paese (-40.0%). Il calo persiste ad aprile 2021, con una diminuzione del 14,0% rispetto all’anno precedente, imputabile esclusivamente alle regioni del Nord (-29,9%). 

   Centro Italia e Mezzogiorno, poco toccati dalla prima ondata pandemica, registrano infatti un aumento della mortalità rispettivamente del 4,4% e del 9,8% nel confronto con aprile dello scorso anno.      

RECORD NEGATIVO NASCITE. MENO 3,8% E I MATRIMONI SI DIMEZZANO  

In Italia è crisi demografica e di unioni familiari. L’Istat rileva che nel 2020 si sono celebrati meno di 97mila matrimoni, quasi la metà rispetto al 2019 (-47,5%, pari a oltre -87mila) con un  calo del 68% per le nozze con rito religioso e del 29% per i matrimoni civili.

   Sul territorio, la diminuzione delle nozze registrata nel 2020 è stata più marcata nel Mezzogiorno (-55,1%) e più contenuta nel Nord-est (-38,0%). Per quanto riguarda, invece, la crisi delle culle, il record negativo del numero di nascite toccato nel 2019, scrive sempre l’Istat, è stato di nuovo superato nel 2020.

   I nati della popolazione residente sono stati 404.104, in diminuzione del 3,8% rispetto al 2019 e di quasi il 30% a confronto col 2008, anno di massimo relativo più recente delle nascite. “Nei primi dieci mesi del 2020 le nascite mostrano una diminuzione del 2,7%, in linea con il ritmo che ha caratterizzato il periodo dal 2009 al 2019 (-2,8% in media annua).

   La discesa accelera nei mesi di novembre (-8,2% rispetto allo stesso mese dell’anno prima) e soprattutto di dicembre (-10,3%), corrispondenti ai concepimenti dei primi mesi dell’ondata epidemica 2020. Nel Nord-ovest il calo tocca il 15,6% a dicembre”, è l’analisi dell’Istituto di statistica. Il calo delle nascite corrispondente alla diminuzione dei concepimenti innescato dalla pandemia persiste nei primi mesi del 2021, – si sottolinea – soprattutto nel mese di gennaio (-14%).

   A febbraio risulta più contenuto mentre a marzo si osserva una prima inversione di tendenza: rispetto allo stesso mese del 2020 i nati aumentano del 3,7%. Il calo dei nati che si è verificato in corrispondenza degli effetti del primo periodo della pandemia aggrava, dunque, la tendenza negativa già in atto nonostante il leggero recupero osservato a marzo 2021″. Il calo delle nascite concepite all’inizio della pandemia ha toccato prevalentemente i nati all’interno del matrimonio: -17,3% nel periodo novembre-dicembre 2020 e -17,5% a gennaio 2021.

   Nello stesso periodo sono diminuiti anche i nati fuori dal matrimonio, ma in misura decisamente meno marcata (-4,7% e -7,1% rispettivamente). Il leggero recupero nelle nascite osservato a marzo dipende esclusivamente dai nati fuori del matrimonio, che – sottolinea ancora il Rapporto –  aumentano del 14,2% mentre i nati da genitori coniugati continuano a diminuire (-0,5%).

   I nati di cittadinanza straniera sono i più toccati dalla contrazione legata alla pandemia: a novembre e dicembre 2020 sono, infatti, diminuiti poco più dei nati da genitori italiani (-11,4% rispetto a -8,8%) ma il differenziale si è allargato a gennaio 2021 (-23,6% contro -12,2%) e ancora nel mese di febbraio (-18,5 contro -6,1%).

   Il leggero aumento della natalità registrato a marzo 2021 riguarda esclusivamente i nati italiani (+5,9%) mentre quelli stranieri continuano a diminuire (-8,3%).

   Il leggero recupero del numero dei nati osservato a marzo 2021 ha riguardato prevalentemente le donne più istruite: a livello nazionale i nati da madri con almeno la laurea sono cresciuti dell’8,6%, contribuendo per i due terzi all’aumento complessivo.    

SALTANO ANALISI E VISITE MEDICHE, IN UN ANNO -20,3%       

“Nel 2020 le prestazioni ambulatoriali e specialistiche erogate diminuiscono del 20,3% rispetto all’anno precedente” (nel 2019 la diminuzione era stata dell’1%). A livello territoriale la diminuzione delle prestazioni ambulatoriali è stata “particolarmente forte in Basilicata (-50%) e nella provincia autonoma di Bolzano (-42%)”; riduzioni del 30% si sono registrati “in Valle d’Aosta, Calabria, Sardegna e Liguria”; compresa tra l’11 e il 15% quella “in Campania, Sicilia e Toscana”. Le prestazioni indifferibili erogate (Tac, risonanze magnetiche, biopsie, dialisi e radioterapia) sono state “complessivamente circa 2 milioni in meno, con un calo del 7%. La riduzione ha interessato” tutta Italia ma è stata “maggiore nel Nord, dove ha toccato il 9,4%, e più contenuta nel Centro e nel Mezzogiorno (in entrambi i casi del 4,9%)”. (da RAI NEWS del 9/7/2021)

…………………..

I dati Istat precedenti (sempre del 2021) al Rapporto Istat del luglio 2021:

RAPPORTO ISTAT 2021: TORNA A CRESCERE LA POVERTÀ ASSOLUTA E IMPATTA SOPRATTUTTO SUGLI STRANIERI

23/06/2021, (da https://www.asgi.it/ )

   Dopo un minimo miglioramento nel 2019, la povertà assoluta è tornata a crescere a causa della pandemia, raggiungendo il livello più elevato dal 2005. Come sempre accade in una crisi economica, a pagarne le maggiori conseguenze sono le fasce più vulnerabili della popolazione come, ad esempio, le persone straniere.

   Il dato è davvero impressionante: 29,3 per cento è l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti, (oltre un milione e 500mila) contro il 7,5% dei cittadini italiani.

   Nel primo anno della pandemia, i poveri assoluti sono aumentati di un milione: da 4,6 milioni nel 2019 a oltre 5,6 nel 2020. Un dato che impressiona se pensiamo che non siamo ancora del tutto usciti dalla crisi del 2007-2008 che, rispetto quella innescata dal Covid, è addirittura peggiore: come emerge dal rapporto ISTAT, il livello di povertà è aumentato drasticamente.

   I dati sono chiari: per quanto riguarda le famiglie, l’incidenza di povertà assoluta (che si ottiene dal rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti)  sui nuclei stranieri è di gran lunga maggiore rispetto ai nuclei italianiPer le famiglie con almeno uno straniero, l’incidenza di povertà assoluta è pari al 25,3% (22,0% nel 2019); è al 26,7% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri (24,4% nel 2019) e al 6,0% per le famiglie di soli italiani (dal 4,9% del 2019).

   Molto significativi sono anche i dati dei minori stranieri poveri:  Le famiglie con almeno uno straniero dove sono presenti minori mostrano un’incidenza di povertà pari al 28,6% (301mila famiglie), valore dell’incidenza uguale a quello delle famiglie di soli stranieri, che è oltre tre volte superiore a quello delle famiglie di soli italiani con minori (8,6%).

   Inoltre, l’incidenza di povertà è maggiore al Sud rispetto al nord della penisola: A livello territoriale, l’incidenza più elevata si registra nel Mezzogiorno, con quote di famiglie di soli stranieri in povertà quasi quattro volte superiori a quelle delle famiglie di soli italiani (rispettivamente 31,9% e 8,4%). Nel Nord, le famiglie di soli stranieri registrano valori dell’incidenza pari al 28,4% mentre nel Centro i valori sono più contenuti (19,9%). Rispetto al 2019, segnali di peggioramento si registrano per le famiglie del Nord (di soli italiani, miste o con stranieri), mentre nel Mezzogiorno il peggioramento riguarda le famiglie di soli italiani (dal 7,4% all’8,4%)

………………………

ISTAT 2021: CALA L’ASPETTATIVA DI VITA DEGLI ITALIANI, MA MIGLIORA LA SODDISFAZIONE

di Valentina Rossi, 11/3/2021 da https://www.metropolitano.it/

   La speranza di vita dei cittadini italiani è diminuita a causa della pandemia. E questo dato, rilevato dal decimo Rapporto Bes sul benessere equo e sostenibile di Istat, non sorprende. Neppure, purtroppo, il fatto che il coronavirus abbia annullato per molti in un sol colpo i guadagni di anni di vita, creando  “un arretramento che richiederà parecchio tempo per essere recuperato.
   Ciò che invece sorprende da quanto emerge dai dati Istat relativi ai 12 temi presi in considerazione, è che, nonostante tutto, “migliora la soddisfazione dei cittadini”. 

QUANTO È FELICE DA 1 A 10?

Il 44.5% degli intervistati nel 2020, alla richiesta di esprimere con un voto da 1 a 10 il grado di soddisfazione della propria vita, ha indicato un parametro tra 8 e 10. Nel 2019, quando le cose andavano decisamente meglio, aveva espresso valori così alti solo il 43,2% dei cittadini interpellati.

   Permangono le differenze territoriali, con una maggiore percentuale di persone soddisfatte al Nord (48,4%), e livelli più bassi al Centro e nel Mezzogiorno (43% e 40%). I fattori determinanti per la diseguaglianza sono il territorio, il titolo di studio conseguito, l’età e il sesso.

LA PERDITA MAGGIORE: I PROGRESSI SULLA SALUTE

Nel 2010 la speranza di vita degli italiani era di 81,7 anni. Nel 2019 di 83,2 . Il 2020 ha però intaccato fortemente i numeri, facendo scendere la media a 82,3. “Gli indicatori – ha rilevato il presidente Istat Gian Carlo Blangiardo – hanno registrato impatti particolarmente violenti su alcuni progressi raggiunti in dieci anni sulla salute, annullati in un solo anno”.

SCUOLA: NON CI SONO UGUALI OPPORTUNITÀ PER TUTTI

La pandemia ha inciso anche su un altro indicatore: quello dell’istruzione. “In Italia, nonostante i miglioramenti conseguiti nell’ultimo decennio, non si è ancora in grado di offrire a tutti i giovani le stesse opportunità per un’educazione adeguata– si legge nel rapporto Istat –. Il livello di istruzione e di competenze che i giovani riescono a raggiungere dipende ancora in larga misura dall’estrazione sociale, dal contesto socio-economico e dal territorio in cui si vive”. Questo ha fatto sì che l’8% dei bambini e ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado non abbiano così potuto beneficiare per esempio della DAD, non abbiano potuto prender parte alle video-lezioni con la propria classe. Un valore che purtroppo sale al 23% per gli alunni con disabilità.

IL DIVARIO CON L’EUROPA

I risultati non smentiscono le premesse. L’Italia, dal punto di vista dell’istruzione, vede aumentare il divario con l’Europa. Tra le persone in età compresa tra 25 e 64 anni intervistate dall’Istat nel secondo trimestre 2020, solo il 62,6% ha dichiarato di avere il diploma superiore (54,8% nel 2010); questo dato è inferiore alla media europea di 16 punti percentuali.

   Tra i giovani di 30-34 anni il 27,9% ha un titolo universitario contro il 42,1% della media Ue. Da segnalare come in Italia però questo dato abbia visto una netta crescita dal 2010 dove la percentuale era del 19,8%.

NIENTE STUDIO NÉ LAVORO

Nel secondo trimestre 2020 il 23,9% dei giovani intervistati tra i 15 e i 29 anni hanno dichiarato di non studiare e di non lavorare. “Incide particolarmente – afferma l’Istat – la componente dovuta all’inattività, specie nelle regioni del Centro-nord, dove la ricerca di lavoro ha subito una brusca interruzione dovuta alla pandemia”. In Italia l’aumento è stato più accentuato rispetto al resto d’Europa. (Valentina Rossi)

…………………………..

RAPPORTI ISTAT IN PILLOLE:

https://www.istat.it/it/files//2021/07/Pillole_Rapporto_Annuale_2021.pdf

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...