IL MODELLO OLIVETTI nella CITTÀ PRODUTTIVA della post-pandemia: quali regole darsi per modi non inquinanti, che curano la bellezza paesistica? e soprattutto sia integrato a un nuovo sviluppo umano? – La Città Produttiva di ADRIANO OLIVETTI diventa esempio da perseguire perché “nulla sia come prima”

Su chi voleva imitare il modello sociale, politico ed economico di ADRIANO OLIVETTI, lo stesso rispondeva: “Ognuno può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato. Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi, vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro la rassegnazione, la povertà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”. (tratto da “Intervista a Beniamino De’ Liguori Carino, Segretario generale Fondazione Adriano Olivetti, da https://www.elementplus.it/, 27/10/2020”)(la foto sopra di Adriano Olivetti è ripresa da  https://www.startingfinance.com/)

   Mai come adesso si parla di rilancio, di ripresa delle attività produttive: con il Piano di ripresa e resilienza europeo e i suoi finanziamenti; ma non solo, noi crediamo che tutto il resto che c’è e che si creerà dovrà andare oltre a quei finanziamenti; essere “altro”.

   E allora ci si chiede in quale luogo produttivo, CITTA’ DELLO SVILUPPO DEL LAVORO, potrà avvenire tutto questo. Resterà tutto come prima? Magari fabbriche inquinanti in ambiente inquinato e brutto da vedere (un paesaggio sgradevole…)? Con “manodopera” solo strumento di produzione? (peraltro sempre più in misura ridotta, sostituita dai robot…)

 

Nucleo originale della fabbrica Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E’ su questa idea che anche nelle produzioni “nulla dev’essere come prima” (o “dovrebbe essere” come prima…): pensando ad attività produttive non inquinanti, a luoghi ameni e “meritevoli” dove vengano realizzate, a territori agricoli con colture (i vigneti, l’ortofrutta…) solo biologici; a imprese produttive anche “difficili” per l’ambiente (come le acciaierie, per esempio) che scommettono su un “inquinamento zero”.

   E’ così che si cercano modelli di CITTA’ INDUSTRIALE, produttiva, degni di essere ripresi, riconsiderati magari con tecnologie e materiali ben diversi. Nasce allora un guardare ad alcuni esempi interessanti di archeologia industriale cui sono ricchi molti luoghi del nostro Paese; e che si suppone essi esempi abbiano rappresentato una civiltà industriale più connotata e sicura di quella di adesso.

 

“IVREA, città industriale del XX secolo” è PATRIMONIO MONDIALE UNESCO”. Il 1° luglio 2018, a Manama capitale del Bahrain, il World Heritage Committee dell’UNESCO ha ufficialmente inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale “Ivrea, città industriale del XX secolo”. (Ivrea-patrimonio-mondiale-Unesco-foto da https://www.guidatorino.com/)

   E ci si accorge subito che non si può però fare a meno del “fattore umano”: cioè che gli esempi più interessanti del mondo produttivo di cinquant’anni fa, di cento e più anni fa (ma anche che si ritrova per fortuna anche adesso) è in alcuni pur rari esempi di un rapporto il più “felice” possibile con chi lavora nell’azienda (per dire già centocinquanta anni fa, in Veneto, la Lanerossi di Schio, la Marzotto di Valdagno…), nell’ “impresa”: considerando importante la famiglia del dipendente, i servizi che ci potevano essere (i quartieri operai, i servizi alla maternità, ai figli…come asili, scuole, colonie estive etc.). Esempi peraltro limitati, minoritari, nel passato come peraltro ci sono anche adesso in alcune aziende, ma rilevanti nel loro significato di un lavoro che non sia solo “prestazione occupazionale”, con il lavoratore paragonato a un robot.

 

“(…) Quale era il MODELLO OLIVETTI? Esso, nel 1962, era visibile fisicamente sui due lati di VIA JERVIS A IVREA. A SINISTRA di via Jervis vi era IL MASSIMO DELLA RAZIONALITÀ ORGANIZZATIVA del tempo. Innanzitutto, c’erano gli STABILIMENTI DI PRODUZIONE, le OFFICINE e i MONTAGGI, (…) Poi, c’erano i LABORATORI DI RICERCA E SVILUPPO che studiavano prodotti geniali che avevano oltre il 50% di quota di mercato mondiale, come la Tetractys. E ancora, c’erano gli UFFICI TECNICI dove venivano sviluppate le soluzioni più evolute di macchine utensili e stampi. (….)   A DESTRA DI VIA JERVIS, vi era non una alternativa ma UN COMPLEMENTO INTEGRATO a tanta razionalità produttiva: i servizi sociali, l’infermeria, la BIBLIOTECA, il CENTRO DI SOCIOLOGIA, IL CENTRO DI PSICOLOGIA e gli altri servizi che davano “anima” all’impresa. (…)” (Federico Butera, da Fondazione IRSO, https://irso.it/, 10/1/2018)(IVREA PANORAMA stabilimenti Olivetti, foto da http://www.turismoitalianews.it/)

   Molti di questi esempi di capitalismo comunitario sono stati visti (a volte a ragione) come un metodo di controllo dei lavoratori, per evitare tensioni sociali su sfruttamenti produttivi, e nulla di più….

   Ma coniugando lo spirito geografico di questo blog del voler mettere insieme esperienze interessanti del più o meno recente passato, con il presente “post-pandemia” (sperando che il peggio sia passato…) sul tema della NUOVA CITTA’ PRODUTTIVA, sull’onda e speranza che “nulla dev’essere come prima”, osserviamo con interesse l’esperienza del secolo scorso della FABBRICA DI OLIVETTI, in primis realizzata nella CITTA’ DI IVREA (ma con stabilimenti e una ridotta replica a Pozzuoli), esperienza che non a caso ha avuto il riconoscimento internazionale dell’UNESCO come sistema integrato di architettura industriale, sociale, umanitaria, in un tutt’uno armonioso e nuovo, appunto per la città industriale di Ivrea.

 

LA MOSTRA SU OLIVETTI – INNOVAZIONE: MODELLO OLIVETTI PER RESTARE IN EUROPA. Due distinti eventi hanno marcato queste ultime settimane. L’approvazione da parte della Commissione Europea del piano di ripresa e resilienza presentato dal governo Italiano per la mastodontica cifra di oltre 191 miliardi di euro, quasi 5 volte quello francese per intenderci, e il lancio di una MOSTRA ITINERANTE UNIVERSO OLIVETTI. COMUNITÀ COME UTOPIA CONCRETA realizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con la Fondazione MAXXI e la Fondazione Adriano Olivetti: RACCONTA IL PROGETTO OLIVETTIANO IN TUTTI SUOI ASPETTI, dimensioni e complessità. Pur differenti per evidente importanza, questi due eventi hanno però in comune la possibilità di cucire il passato e il futuro dell’Italia. (…) (di Enzo Maria Le Fevre Cervini, da https://www.ispionline.it/, 9/7/2021) (NELLA FOTO: OFFICINE OLIVETTI, da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza della FABBRICA APERTA di Olivetti viene ora da più parti riproposta come esperienza riproducibile nella grande crisi di adesso: per creare un nuovo patto sociale (tra tutti i soggetti in campo, istituzioni, imprenditori, lavoratori, politici…), almeno all’interno dell’Unione Europea, che permetta davvero la nascita di un mondo nuovo costruito attorno a nuovi principi.

 

L’ORDINE POLITICO DELLE COMUNITÀ, di ADRIANO OLIVETTI (Edizioni Comunità, a cura di Davide Cadeddu), è il libro nel quale Adriano Olivetti ha organizzato la sua proposta di riforma della società in un preciso progetto costituzionale. Un disegno illuministico di una mente illuminata, come Norberto Bobbio definì l’opera, articolato intorno all’idea di Comunità come entità centrale per il riassetto territoriale e istituzionale del governo locale. Nella sua proposta, Olivetti descrive in modo sistematico le funzioni essenziali attraverso cui organizzare l’assetto politico di ogni Comunità.

   L’originale progetto economico, sociale e culturale di Adriano Olivetti è la visione di un imprenditore illuminato, che ha dimostrato come “un’altra economia” sia possibile soprattutto per la dimensione umana, nella partecipazione alle attività di impresa. Un’esperienza, quella della città industriale di Adriano Olivetti, che mostra tutto il suo fascino portandola al di fuori dell’archeologia industriale, per farne un patrimonio immateriale condiviso, l’enzima necessario di un possibile rinnovamento: la fabbrica che si contorna di biblioteche, centri sociali, che si interessa alla formazione dei dipendenti; che cerca di creare anche nella produzione un sistema integrato nella realizzazione del prodotto che non sia ripetitivo ma che comprenda tutte le fasi, provando ad assegnare compiti maggiormente qualificati a ciascun operaio …. Insomma non lasciando nulla a un rapporto deteriorato nell’attività lavorativa.

 

Casa popolare di Borgo Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale: proponendo una continua ricerca del prodotto, dei prodotti (nell’elettronica in particolare); arrivando anche a progettare il primo computer “domestico” (superando le mega installazioni elettroniche governate da camici bianchi)….. e se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana (un’occasione perduta). Infatti Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato. Il valore dei prodotti della Olivetti era strettamente legato all’innovazione apportata dagli stessi, innovazione derivante da un contesto di ricerca e di formazione di altissimo livello. Il team Olivetti è estremamente compatto, curioso, efficiente e si sente parte dell’azienda per cui lavora.

 

ASILO NIDO Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E su tutta la ricerca tecnologica, vi è appunto una attenzione decisamente maggiore alle condizioni di lavoro degli operai, sempre considerati esseri umani prima che fattori di produzione (la ricerca di sistemi alternativi alla catena di montaggio), con una corretta organizzazione del tempo di lavoro.

   La città industriale di Ivrea è stata riconosciuta Patrimonio dell’umanità e iscritta nella lista Unesco. Questo riconoscimento internazionale fa comprendere il valore simbolico dell’esperienza olivettiana, esperienza buona anche adesso che si parla tanto di sviluppo sostenibile. Quello che l’Unesco ha riconosciuto attraverso le architetture è, infatti, il modello sociale, politico e culturale espresso dall’azione imprenditoriale di Adriano Olivetti, di cui gli edifici industriali sono oggi una testimonianza tangibile.

 

Sala Officine-Ico (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza sorta nel secolo scorso a Ivrea, della fabbrica Olivetti (e il suo ideatore e propugnatore Adriano Olivetti), in questa fase in cui si va a ripetere che anche nei nuovi modi di abitare e svolgere le attività economiche “nulla dev’essere come prima”, mostra come ci dev’essere un nuovo patto tra cittadini, imprese e governi per compiere quel necessario grande sforzo globale che riequilibri il rapporto dell’uomo con gli spazi che abita, così da riconciliare i tempi di vita e di lavoro con quelli della natura. (s.m.)

 

“(…) Nel primi mesi del 1943 ADRIANO OLIVETTI compie alcuni viaggi in Svizzera prendendo contatto con gli Alleati, attraverso Ignazio Silone, per illustrare un piano di pace da lui redatto, ma dopo l’armistizio, accusato di intelligenza col nemico, è imprigionato dal governo Badoglio a Regina Coeli e solo qualche giorno dopo l’8 settembre riesce fortunosamente a tornare in libertà. Nei giorni dell’occupazione tedesca Natalia Ginzburg lo incontra per le strade di Roma. Adriano l’avvisa che il marito Leone è stato arrestato e lei così lo ricorda in una celebre pagina di LESSICO FAMIGLIARE: M’aiutò a fare le valigie, a vestire i bambini; e scappammo via, e me lo ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.(…)” (da ADRIANO OLIVETTI, 1901 – 1960, BIOGRAFIA tratta da https://www.fondazioneadrianolivetti.it/)

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IL MODELLO OLIVETTI: UNA AZIENDA ITALIANA CHE PUÒ INSEGNARCI IL FUTURO

da https://webcrew.it/ (marzo 2019)

   La lunga e avvincente storia della Olivetti è interessante sotto molti punti di vista. L’Olivetti è stata per molti anni tra le eccellenze internazionali nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di prodotti tecnologici e grazie a questa azienda l’Italia è stata per parecchi anni all’avanguardia dell’information technology.

   Il depotenziamento dell’Olivetti è stato molto significativo perché ha praticamente causato l’uscita dell’intero paese da uno dei mercati più importanti al mondo, uno di quei non moltissimi mercati che oggi fanno effettivamente ‘crescita’, posti di lavoro, PIL…

   Non voglio nascondere la sensazione che ho da sempre leggendo di questa azienda: se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana. Così è stato solo in parte.

   Ma in questo articolo mi avventuro non tanto nella storia dell’Olivetti, nelle grandi intuizioni e negli errori commessi nella sua gestione, quanto nell’idea di impresa che Olivetti ha saputo proporre.
   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale.

   L’azienda è stata fondata da Camillo Olivetti nel 1908 e da lui gestita fino al 1932. Formata inizialmente da pochi operai non specializzati seguiti direttamente da Camillo, in questi primi anni l’Olivetti si afferma come valido produttore di macchine da scrivere.
   Il periodo che però più sembra rilevante per l’affermarsi di un vero e proprio modello Olivetti è quello successivo che coincide con l’inizio della direzione di Adriano Olivetti, figlio di Camillo.
   In questi anni la Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato.

   Sotto la guida di Adriano Olivetti e negli anni successivi alla sua morte l’azienda si trasforma in modo radicale. Una interessante ricerca della Fondazione ISTUD, ‘Esiste un’eredità del Modello Olivetti nel management?’, di cui consiglio la lettura, testimonia di come si possa effettivamente parlare di modello Olivetti e ne sottolinea anche alcune caratteristiche.

   Proviamo a capire in quale contesto si sviluppa il modello Olivetti.

  1. TAYLORISMO/FORDISMO

A metà degli anni Venti Adriano Olivetti compie un viaggio negli Stati Uniti. Nel corso di questo viaggio visita la fabbrica Ford ad Highland Park (Detroit), la fabbrica che produceva la Model T, ed il complesso industriale Ford River Rouge (Michigan), allora il più esteso al mondo.
   Olivetti resta vivacemente impressionato dall’organizzazione fordista che per prima metteva in atto le idee sull’organizzazione scientifica del lavoro di Frederick Winslow Taylor. Il taylorismo/fordismo riusciva ad ottenere risultati produttivi notevolmente superiori rispetto ai modelli precedenti, merito della dettagliata analisi dei metodi di lavoro, del calcolo ‘a cronometro’ delle tempistiche di produzione, degli incentivi…Merito anche, come divenne evidente ben presto, della parcellizzazione del lavoro in piccole operazioni ripetitive ed alienanti che era alla base della catena di montaggio.

   Tuttavia, già in questo viaggio negli Stati Uniti Olivetti coglie anche dei limiti nel sistema americano.

   Le modalità di ricezione del modello fordista alla Olivetti si distinguono sin dall’inizio rispetto all’originale per una attenzione decisamente maggiore alle condizioni di lavoro degli operai, sempre considerati esseri umani prima che fattori di produzione.

  1. CAPITALISMO DAL VOLTO UMANO

Si possono provare ad isolare almeno due direttrici fondamentali che hanno orientato l’operato della Olivetti per quel che riguarda l’attenuazione – e forse il superamento – delle difficoltà legate all’organizzazione capitalistica della fabbrica.
   La prima è la ricerca di sistemi alternativi alla catena di montaggio. Negli anni Sessanta la Olivetti, assieme ad altre industrie internazionali, inizia a sperimentare nuovi modelli di organizzazione del lavoro.   Agli operai vengono variate e aumentate le mansioni non più ridotte alla meccanica ripetizione di poche operazioni. In questi anni si prova anche ad assegnare compiti maggiormente qualificati a ciascun operaio.
   Sono i prodromi della nuova organizzazione che si dà la Olivetti negli anni Settanta, le cosiddette UMI, Unità di Montaggio Integrate. Gli operai vengono divisi in piccole unità responsabili della corretta realizzazione di parti di macchine, o di intere macchine. Ogni gruppo ha la responsabilità del proprio prodotto di cui controlla la qualità prima di inviarlo ad un secondo gruppo di lavoro.
   Le UMI permettono di arricchire il lavoro e la professionalità degli operai e danno ottimi risultati dal punto di vista produttivo.

   Al superamento della catena di montaggio bisogna aggiungere la costante attenzione mostrata verso una corretta organizzazione del tempo di lavoro. Nel 1956 l’Olivetti riduce l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario anticipando l’intervento statale chiesto a gran voce dal movimento operaio. Non si tratta di una misura estemporanea ma del frutto di analisi approfondite condotte nel corso degli anni. Ne sono testimonianza ad esempio l’istituzione di un Ufficio tempi e metodi, organismo interno che aveva l’obiettivo di gestire i tempi in modo da conciliare le esigenze personali con le necessità produttive, e la precoce concessione del sabato festivo.

   I frequenti e notevolissimi interventi sociali a sostegno dei propri dipendenti costituiscono invece la seconda direttrice fondamentale tramite cui la Olivetti ha provato ad ammorbidire gli aspetti più duri del capitalismo. Il management della Olivetti è sempre stato sensibile alle critiche ‘da sinistra’ (Adriano aveva una formazione socialista) al capitalismo. Come è noto, parte del surplus aziendale, quel ‘di più‘ che nell’ortodossia marxista è considerato sfruttamento, viene reinvestito da Olivetti nella creazione di servizi sociali avanzati messi a disposizione degli operai e delle loro famiglie.

   Viene realizzata una biblioteca, sempre aperta anche durante l’orario di lavoro, a cui potevano accedere gli operai e che nel tempo divenne un punto di riferimento per l’intera città. Alla morte di Adriano essa contava più di 150.000 libri e quasi 800 collezioni di riviste.
   L’attenzione dell’azienda nei confronti della salute dei propri dipendenti è anch’essa nota e giustamente celebrata. Meritano di essere particolarmente sottolineati, all’interno di una gestione interna molto virtuosa di tutti gli aspetti sanitari, gli interventi a favore delle operaie, delle mogli dei dipendenti e dei bambini.
Il periodo di gravidanza venne fissato a nove mesi e mezzo, molto di più degli obblighi per legge, e con una retribuzione pari all’80% del salario. Viene istituita l’ALO (Assistenza Lavoratrici Olivetti) ed un consultorio sia prenatale che pediatrico che aveva anche la facoltà di erogare contributi per le giovani madri, per i medicinali e per visite specialistiche esterne.
   I figli degli operai avevano degli spazi dedicati all’interno delle strutture Olivetti attrezzate in modo tale da far sentire a loro agio i bambini. Nel 1957 vengono addirittura vaccinati contro la poliomelite i figli dei dipendenti, ben prima che il vaccino divenisse obbligatorio.

  1. RICERCA, FORMAZIONE, CULTURA…

Il valore dei prodotti della Olivetti era strettamente legato all’innovazione apportata dagli stessi, innovazione derivante da un contesto di ricerca e di formazione di altissimo livello. Sempre con un approccio di ampio respiro, alla Olivetti vengono studiate le più recenti teorie formative con lo scopo di fornire una preparazione completa ed articolata e, anche in questo caso, a partire dall’infanzia. L’azienda realizza un asilo nido ed una scuola materna per i figli dei dipendenti. Si occupa poi di realizzare o finanziare la costruzione di asili pubblici e paga i due terzi delle rette del doposcuola comunale di Ivrea.
   Completamente gratuite per molti anni sono poi state le colonie organizzate dall’azienda durante l’estate, sempre per i figli dei dipendenti.

   Quanto alla formazione tecnica viene anch’essa, naturalmente, attentamente seguita dal management Olivetti. Il Centro di formazione meccanici, aperto già nel 1935, realizza una forma reale ed efficace di apprendistato e viene tra l’altro aperto anche agli esterni. Il centro organizza un vero e proprio piano di studi comprendente insegnamenti di cultura generale, educazione artistica, visite ad altre fabbriche, a mostre e a musei. Il centro viene successivamente affiancato da un Istituto aziendale riconosciuto dallo Stato i cui diplomati divenivano spesso dipendenti Olivetti.
   Dei primi anni dalla fondazione la Olivetti mantiene le forme di insegnamento diretto, dai più esperti ai giovani, tipiche delle aziende familiari e degli apprendistati, a cui affianca però percorsi formativi più articolati, oltre alla fornita biblioteca già ricordata.
   Ai primi operai non specializzati formati direttamente da Camillo Olivetti si aggiungono negli anni i migliori laureati del paese facendo dell’azienda un centro di ricerca di prim’ordine.

   La ricerca culturale non si svolge quindi esclusivamente nei settori di più prossima continuità con i prodotti venduti dall’azienda ma abbraccia un ampio ramo di discipline. Si può sicuramente dire che la Olivetti ha provato concretamente a riunire la conoscenza tecnica e quella umanistica.
   Tale incontro inizia proprio con la scelta dei dipendenti da assumere. Viene elaborato in Olivetti il cosiddetto “principio delle terne” secondo cui per ogni nuovo assunto in campo “tecnico” devono venire assunti anche un dipendente con formazione economico-legale ed uno proveniente da studi umanistici.
   Ed infatti alla Olivetti hanno lavorato nomi di spicco della cultura italiana di quegli anni. Per fare alcuni esempi, il poeta Giovanni Giudici lavora alla Olivetti dal 1956 al 1979, il poeta e critico letterario Franco Fortini è invece assunto dal ’47 al ’60; anche lo scrittore, poeta e politico comunista Paolo Volponi passa molti anni in Olivetti, di cui cinque (1966 – 1971) come direttore del settore relazioni sociali.
   Ma gli intellettuali che lavorano in Olivetti, anche con ruoli di primo piano (ad esempio Geno Pampaloni), sono veramente molti, soprattutto nel settore commerciale e nei servizi sociali.
   Olivetti realizza poi diverse riviste aziendali di grande qualità, incontri pubblici, finanzia e promuove varie riviste esterne.

  1. SOCIALITÀ, SOLIDARIETÀ E ORGANIZZAZIONE

Questi interventi contribuiscono a creare il peculiare clima che si respira in Olivetti. Tutte le testimonianze delle persone che hanno lavorato nella azienda di Ivrea descrivono un contesto informale gestito da una leadership molto forte, autorevole ed aperta al dialogo con i dipendenti.
   Il team Olivetti è estremamente compatto, curioso, efficiente e si sente parte dell’azienda per cui lavora.
   Una rete spontanea di soliderietà tra le persone viene a crearsi ad ogni livello.

   La libertà di pensiero e di confronto viene sostenuta fattivamente anche con promozioni, impossibili in contesti più ‘chiusi’. Le differenze gerarchiche sono funzionali alla divisione dei ruoli e ad una organizzazione meticolosa del lavoro ma hanno una limitata importanza sul piano delle relazioni personali.

   L’assunzione diretta sia del management che dei dipendenti attraverso selezioni molto particolari, che non si limitano mai al solo vaglio delle competenze e dei curricula, e soprattutto la scelta di non licenziare mai i dipendenti anche in momenti di grave crisi aziendale, contribuiscono in modo determinante a creare un solido legame interno all’azienda.

  1. UN’IDEA POLITICA: IL COMUNITARISMO

Ma il legame e la coesione dell’Olivetti vanno anche oltre la condivisione di valori e di pratiche. Adriano Olivetti prova a realizzare la propria visione politica comunitaria sia nell’azienda che con la costituzione della Comunità del Canavese.
   Spiega sinteticamente il significato della proposta comunitaria lo stesso Olivetti in una intervista rilasciata al filosofo Emilio Garroni, di cui riporto uno stralcio:

Quali sono ingegnere i rapporti tra questa comunità del Canavese che è proprio quasi una esemplificazione dell’ideologia comunitaria e l’ideologia stessa?

Ma qui noi abbiamo voluto, qui nel Canavese, appunto per la difficoltà di questa ideologia, creare uno strumento vivo, io direi un progetto pilota, un laboratorio sociale in cui nella realtà e nella vera vita si da luogo ad una azione comunitaria, cioè a una azione in cui ciascuno nel proprio ambito e nella propria funzione lavora a un fine comune e coordinato che è la caratteristica vitale dell’idea e dell’ideologia comunitaria.

   Nella stessa intervista, che consiglio di vedere, vengono mostrati i principali interventi della Comunità e la composizione del Consiglio.

   Per capire invece come si articolassero i rapporti sindacali all’interno della fabbrica è invece molto interessante una intervista a Bruno Trentin che racconta sia gli scontri tra il sindacato e Adriano Olivetti che la riappacificazione:

Perché fu così violento lo scontro con il sindacato?

«Le sue idee, in molti casi anticipatrici rispetto allo stesso sindacato, avrebbero dovuto essere al centro di un grande dibattito ed egli stesso avrebbe dovuto assumere come interlocutori le grandi confederazioni sindacali. Invece la scelta, che gli fu consigliata da qualcuno, fu di inventarsi in qualche modo un sindacato aziendale che fosse più disponibile a tradurre in accordi le sue idee. E quella fu una scelta infelice perché determinò una rottura sul fronte sindacale sollevando dei problemi che io sono sicuro che Adriano Olivetti non avrebbe voluto affrontare, come quelli di una discriminazione a favore di un sindacato e a danno di altri».

Soprattutto è difficile considerare un lavoratore nella sua complessità senza sconfinare nel paternalismo?

«Il lavoratore è una persona, non un’astrazione. E’ una persona concreta, in carne ed ossa, con i suoi problemi, i suoi bisogni ed anche con i suoi sentimenti. Paternalismo diventa quando uno sguardo attento ai problemi dell’altro diventa il tentativo di risolvere i problemi per conto dell’altro. Questa non sarà mai la strada giusta. Bisogna assumere che l’altro è da un’altra parte rispetto all’imprenditore si tratta di trovare un compromesso, ma molto spesso passa attraverso il conflitto e questo secondo me non ha saputo cogliere Olivetti quando era ancora in vita».

Dopo la morte di Adriano è trionfato il mito, cancellando nel ricordo tutte le contraddizioni. Come mai?

«Perché le cose anche prima della morte di Adriano Olivetti hanno cominciato a cambiare. Si è aperto ad esempio un dialogo fecondo con tutte le organizzazioni sindacali. Lo stesso sindacato di Autonomia Aziendale ha dovuto rivedere le sue posizioni ed i suoi orientamenti e cercare una linea unitaria con gli altri sindacati. Questo ha permesso anche alle iniziative della Olivetti di essere socializzate in qualche modo in un confronto molto franco e plurale. Ecco perché prima ancora della sua morte si afferma quello che è stato giustamente la grandezza delle intuizioni di Adriano Olivetti».

   Traspare chiaramente dalle parole dell’importante sindacalista la stima e il rispetto che egli nutriva per Adriano Olivetti a cui riconosce, tra l’altro, una capacità anticipatrice rispetto allo stesso sindacato.

  1. BISOGNA SAPER VENDERE

Stando alle cose dette, è oggi quasi difficile da credere che la Olivetti riuscisse ad avere dei margini di profitto. Come riusciva Olivetti a permettersi tutto questo?

   Come già ricordato, Olivetti vendeva prodotti con un alto contenuto innovativo, efficienti ed utili. Le macchine Olivetti erano macchine di qualità e venivano vendute ad un prezzo alto rispetto al costo di produzione. Il singolo pezzo venduto aveva quindi un consistente margine di guadagno che veniva reinvestito in capitale fisso, servizi sociali e, naturalmente, salari.
   L’intera organizzazione riusciva ad essere assolutamente competitiva sul mercato senza essere orientata al mero profitto e questo principio è sempre valso anche a livello personale. Proprio per questo motivo esisteva in Olivetti una relazione tra gli stipendi degli operai semplici e quelli dei manager più importanti. Difficilmente in una azienda Olivetti il manager più importante avrebbe guadagnato più di una ventina di volte un operaio appena assunto.

   In sostanza le precondizioni alla possibilità del reinvestimento interno del surplus erano proprio l’alta qualità del prodotto mantenuta nel tempo e l’equa retribuzione della dirigenza.
   Oltre a ciò merita di essere sottolineato quanto Olivetti fosse una azienda capace di vendere. Anche questa capacità di ‘piazzare’ il proprio prodotto sul mercato non nasce dal nulla, deriva da precise direttive ed investimenti della dirigenza.
   Un caso per molti versi simbolico avvenne nel 1953, in uno dei periodi di maggiore difficoltà Adriano Olivetti decise di non licenziare operai ma, anzi, di assumere persone nel ramo vendita. Il numero di addetti al settore commerciale era incredibilmente esteso se confrontato con quello delle altre imprese industriali.

   Anche per i venditori esistevano dei canali di formazione interni all’azienda ed un centro pensato appositamente, il Centro di Istruzione e Specializzazione vendite.
   Detto con altre parole, i venditori Olivetti (che come ricordavo poco sopra erano non di rado letterati e poeti) erano bravi, creativi ed efficaci.

   Non va inoltre trascurato che parte del successo riscosso dai prodotti Olivetti risiedeva nella loro bellezza estetica.

  1. LA RICERCA DELLA BELLEZZA

A monte della produzione delle macchine Olivetti vi era un grande lavoro di progettazione che coinvolgeva anche l’usabilità ed il design, quest’ultimo sempre controllato ed approvato direttamente dal management.
   L’efficacia dell’incontro tra design accattivante, la comunicazione di alto livello e la qualità complessiva del prodotto è oggi tanto evidente da essere un consolidato patrimonio di tutte le grandi aziende produttrici nel settore tecnologico, Apple in testa.
   Tuttavia, nel caso di Olivetti, è difficile dire che la bellezza estetica dei prodotti fosse esclusivamente finalizzata alla vendita. Essa è in effetti parte di un complessivo studio sull’estetica, di un diffuso gusto per la bellezza e di una attenzione particolare per l’arte.

   Negli anni collaborano con Olivetti alcuni dei più importanti architetti dell’epoca. La sede Olivetti di Ivrea viene più volte ripensata da due importanti architetti razionalisti, Luigi Figini e Gino PolliniLuigi Cosenza progetta la fabbrica di Pozzuoli, Eduardo Vittoria il Centro studi ed esperienze di Ivrea, la fabbrica di San Bernardo di Ivrea e, assieme a Marco Zanuso, lo stabilimento di Scarmagno. A Louise Kahn viene affidata la progettazione della fabbrica di Harrisburg in Pensilvania, a Kenzō Tange gli edifici Olivetti a Tokio…
   In sostanza ogni nuova fabbrica, ufficio o negozio viene curata da architetti e designer di primo piano. Egor EiermannJames StirlingCarlo ScarpaGae Aulenti…la lista di collaborazioni eccellenti della Olivetti è veramente lunghissima.

   L’architettura è sicuramente il più naturale incontro tra la ricerca portata avanti dalla Olivetti ed il mondo dell’arte, e tuttavia l’azienda italiana mette anche in mostra, soprattutto nei propri negozi, opere pittoriche di primo piano. Opere di GuttusoDe ChiricoCarràMorandiKandinskijKlee, testimoniano quanto l’interesse della Olivetti per l’arte fosse tutt’altro che strumentale.
   La bellezza delle macchine Olivetti è riconosciuta universalmente, tanto che il MoMA ospita una decina di modelli Olivetti, tra cui la macchina per scrivere Valentine e la celebre Lettera 22. (da https://webcrew.it/ – marzo 2019)

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L’ESEMPIO OLIVETTI ALLORA, LA RESPONSABILITÀ SOCIALE OGGI

Intervista a BENIAMINO DE’ LIGUORI CARINO, Segretario generale Fondazione Adriano Olivetti

da https://www.elementplus.it/, 27/10/2020

– La città industriale di Ivrea venne realizzata tra il 1930 e il 1960 da Adriano Olivetti, un esempio e un modello innovativo per quei tempi….-

La città industriale di Ivrea venne realizzata tra il 1930 e il 1960 da Adriano Olivetti, un esempio e un modello innovativo per quei tempi. Cosa significa oggi lo sviluppo sostenibile per Fondazione Adriano Olivetti?

Anzitutto mi permetto di aggiungere che, grazie a un progetto della Fondazione Adriano Olivetti, del MiBACT e del Comune di Ivrea in collaborazione con altri partner pubblici e privati, la città industriale di Ivrea è stata riconosciuta Patrimonio dell’umanità e iscritta nella lista Unesco. Mi sembra un’informazione che può aiutare a comprendere il valore simbolico dell’esperienza olivettiana all’interno del grande tema dello sviluppo sostenibile. Quello che l’Unesco ha riconosciuto attraverso le architetture è, infatti, il modello sociale, politico e culturale espresso dall’azione imprenditoriale di Adriano Olivetti, di cui gli edifici industriali sono oggi una testimonianza tangibile. Quel patrimonio, e più in generale la legacy di Adriano Olivetti, insegnano al nostro tempo la necessità di un nuovo patto tra cittadini, imprese e governi per compiere quel necessario grande sforzo globale che riequilibri il rapporto dell’uomo con gli spazi che abita, così da riconciliare i tempi di vita e di lavoro con quelli della natura. In questa direzione guarda la Commissione Europea con la proposta di “Green new deal”. Insomma, la crisi spaventosa che stiamo vivendo ci sta offrendo una grande opportunità: possiamo riorganizzare gli spazi, i tempi e le modalità del lavoro, rimettendo al centro del discorso pubblico le persone e l’ambiente. È un processo che implicherà innovazione sociale e tecnologica, coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità. Se gli obiettivi dell’impresa, dei lavoratori, del terzo settore e delle istituzioni pubbliche convergeranno, crediamo si possa lavorare nella direzione dell’affermazione di quell’identità tra progresso materiale, efficienza tecnica, primato della cultura ed etica della responsabilità che è anche il caposaldo dell’esperienza olivettiana. 

La “fabbrica di beni” deve diventare “fabbrica di bene”. Servizi sociali, cultura, democrazia e bellezza. È un nuovo umanesimo industriale quello che deve caratterizzare la nuova Economia 4.0?

Non esistono altre vie perché la nostra società regga l’urto della storia. Attraversiamo una crisi profonda, la pandemia ha definitivamente messo a nudo le deformità strutturali dello sviluppo recente, le diseguaglianze anziché diminuire aumentano, l’emergenza climatica si è fatta evidente senza possibilità di essere smentita, e la tenuta stessa della democrazia sembra per certi versi essere a rischio. Le nostre classi dirigenti dovranno affrontare questo scenario. Occorre articolare un nuovo patto sociale, almeno all’interno dell’Unione Europea, che permetta davvero la nascita di un mondo nuovo costruito attorno a nuovi principi. La vicenda olivettiana testimonia che non si tratta di un’utopia ma di una concreta possibilità di lavoro. E in fondo le domande a cui Olivetti ha cercato di rispondere sono le stesse che il nostro tempo continua a porci: come fare a dare vita a una società materialmente progredita senza per questo essere interiormente imbarbarita, in cui rispetto, tolleranza e bellezza siano nomi e non voci prive di senso. In cui quella straordinaria capacità della nostra specie di creare, con il lavoro e con l’ingegno, ricchezza e innovazione sia impiegata per servire un principio che non ha tempo e non ha luogo: il rispetto della dignità della persona umana. 

Olivetti ha aperto una strada, quella della responsabilità sociale d’impresa, già un secolo fa. Quali sono i valori che vi hanno motivato allora, che oggi sono ancora assenti, e di cui si sente particolarmente bisogno in una società complessa come la nostra?

Se è consentito, a questa domanda farei rispondere direttamente ad Adriano Olivetti riportando un breve estratto da un suo scritto dove è chiarito il perimetro valoriale dell’azione olivettiana e, di conseguenza, quello della nostra Fondazione. Si tratta della descrizione che Olivetti fa del simbolo che aveva scelto per contraddistinguere le sue attività in campo sociale e politico (il Movimento Comunità) e culturale (le Edizioni di Comunità e la rivista Comunità): una campana che, dal 1962, è anche il simbolo della Fondazione Adriano Olivetti: “Ognuno può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato. Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi, vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro la rassegnazione, la povertà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”.

Mi pare che i termini usati da Olivetti, il modo in cui questi sono messi in relazione, testimoniano in modo molto chiaro come la responsabilità sociale di impresa perché possa essere davvero tale, debba essere intesa in una dimensione complessa: deve abbracciare e concorrere a una riforma organica della società nella direzione della creazione di una comunità avanzata e progredita non solo dal punto di vista materiale e tecnologico ma anche dal punto di vista del riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo.

L’evoluzione digitale e il continuo richiamo alla sostenibilità stanno cambiando il modo di fare impresa, in Italia e nel mondo. Ci sono oggi aziende particolarmente illuminate in grado di costruire quel modello di “industria socio – sostenibile” idealizzato da Adriano Olivetti?

Olivetti ha offerto, al suo tempo e ancora di più al nostro, un orizzonte tanto ideale nei suoi obiettivi quanto concreto nel definire una nuova cultura, non solo d’impresa. Negli ultimi decenni si è chiarito quanto in questa epoca spesso manchi una prospettiva unitaria e un fine ultimo condiviso, ovvero ciò che è stato il nucleo distintivo dell’azione olivettiana: la convinzione che la straordinaria capacità della nostra specie di saper creare ricchezza e innovazione debba essere impiegata per servire e raggiungere, attraverso i profitti, degli obiettivi che abbiano senso per tutta la comunità. In questo senso molte aziende, indipendentemente dal settore in cui operano e dalla loro dimensione, oggi raccolgono più o meno consapevolmente alcune parti del modello olivettiano, e Olivetti stesso, si può dire, incarna in pieno lo spirito della nostra epoca. Ecco perché, forse con un po’ di retorica, a questa domanda generalmente rispondo che non ha importanza chiedersi se c’è, o chi sia il nuovo Olivetti. Oggi è Olivetti chi crede che giustizia, accoglienza, responsabilità, progresso e innovazione siano a misura d’uomo. Queste sono questioni aperte, e dunque Olivetti oggi è chiunque lavori, con coerenza ed efficacia, per risolverle.

“Lezioni olivettiane” dimostra il vostro stretto legame con scuole e università e quindi con i giovani. Ritiene che proprio i giovani rappresentino la chiave di volta del cambiamento sociale ed economico all’insegna della sostenibilità? Chi se non i giovani potranno accogliere autenticamente questo cambiamento e, insieme, sostenerne lo sforzo?

I giovani e i giovanissimi colgono l’urgenza di porre rimedio ai temi di cui abbiamo parlato e dimostrano la volontà della militanza. Sono stati loro a portare nelle agende politiche la questione climatica e oggi si battono a gran voce. Visto che avranno a che fare con l’eredità lasciata da chi li ha preceduti, è necessario che entrino a far parte dei processi decisionali riguardanti la progettazione della società che verrà. E noi, con le Lezioni Olivettiane, proviamo a raccontargliene una possibile. (da https://www.elementplus.it/, 27/10/2020)

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una mostra itinerante Universo Olivetti. Comunità come utopia concreta 

Vedi Immagini OLIVETTI IVREA:

https://www.ivreacittaindustriale.it/

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INNOVAZIONE: MODELLO OLIVETTI PER RESTARE IN EUROPA

di Enzo Maria Le Fevre Cervini, da https://www.ispionline.it/ , 9/7/2021

   Due distinti eventi hanno marcato queste ultime settimane. L’approvazione da parte della Commissione Europea del piano di ripresa e resilienza presentato dal governo Italiano per la mastodontica cifra di oltre 191 miliardi di euro, quasi 5 volte quello francese per intenderci, e il lancio di una mostra itinerante Universo Olivetti. Comunità come utopia concreta realizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con la Fondazione MAXXI e la Fondazione Adriano Olivetti: racconta il progetto olivettiano in tutti suoi aspetti, dimensioni e complessità.

   Pur differenti per evidente importanza, questi due eventi hanno però in comune la possibilità di cucire il passato e il futuro dell’Italia. La mostra per spiegare come nel nostro Paese, nel secondo dopoguerra, si sia riusciti a creare l’eccellenza e trasformare un’impresa del canavese nel gioiello mondiale delle macchine da scrivere prima e dell’elettronica poi, ma anche un modello socio-industriale unico nel suo genere che ha saputo alimentare la cultura del benessere e dello spirito di comunità.

   In secondo luogo, un nuovo piano Marshall che l’Italia riceve per rilanciare un Paese che da decenni annaspava nell’agonia di una potenza economica non più al passo con i tempi e che non è riuscita, se non per alcuni settori, a mantenere quell’aura di Paese che era riuscito non solo a ripartire dopo la Seconda Guerra Mondiale ma aveva creato anche le condizioni per considerarsi un pari nei tavoli più importanti a livello internazionale.

LA LEZIONE DI OLIVETTI

La mostra su ciò che Olivetti ha creato e sul modello d’impresa unico e innovativo costituito attorno a Ivrea viaggerà, con il supporto della rete diplomatico consolare e degli Istituti Italiani di Cultura, nei più importanti luoghi dell’innovazione e della cultura mondiali a testimoniare anche cosa l’Italia è in grado di fare, e cosa – questo l’auspicio più grande – sarà in grado di fare grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). È un biglietto da visita unico e particolare, perché ci fa capire cosa l’Italia è stata e cosa vuole diventare, ma per molti versi ci ricorda oggi cosa non è. Guardare il passato per affrontare il presente e sognare il futuro insomma.

   Le condizioni con cui affrontiamo la ricostruzione post-Covid non sono le stesse di quelle con cui abbiamo affrontato la ripresa del dopoguerra, ma alcune regole burocratiche e alcuni meccanismi che oggi abbiamo sono quelli che ci siamo imposti proprio in quel periodo, sono cambiate poco, o meglio si sono stratificate nonostante i tempi richiedessero, soprattutto al legislatore, di cambiare e non di sovrapporre. L’innovazione, che in altri Paesi è stata la forza per cambiare, trasformare e costruire nuovi assetti di impresa e supportare il nuovo passo dell’economia mondiale, in Italia spesso e volentieri è sembrata un peso e non un’opportunità.

TRA PNRR E NUOVI STRUMENTI EUROPEI

Il PNRR prevede importanti investimenti nella digitalizzazione dei sistemi produttivi e una trasformazione imponente verso l’economia verde. La Commissione ritiene che il piano dell’Italia includa un’ampia serie di riforme e investimenti che si rafforzano a vicenda e che contribuiscono ad affrontare efficacemente tutte o una parte significativa delle sfide economiche e sociali necessarie a rilanciare il Paese.

   Le condizioni, si diceva, non solo non sono più le stesse, ma il contesto oggi è quello europeo e non più nazionale. Si è supportati da regole molto più ferree e concertate tra 27 paesi dell’Unione. La gara non è più tra Paesi europei, ma – se di gara si tratta – tra l’Europa e i due assi economici più importanti, gli Stati Uniti e la Cina.

   La ripresa deve essere dei 27 all’unisono, e perché riesca è necessario che tutti i 27 riescano a condividere non solo un piano economico congiunto ma rafforzino quello politico e sociale sempre di più. Le importanti sfide legate all’economia verde e alla digitalizzazione sono imprescindibili e devono diventare il simbolo di un continente che riscopre il valore del benessere individuale legato a quello della comunità, attraverso nuove e importanti azioni. Proprio nella digitalizzazione e nella tecnologia ci sono tante possibilità di migliorarsi e di fare forza comune in quanto Europa. Dall’etica dell’intelligenza artificiale all’interoperabilità dei dati, quest’ultima resasi fondamentale per il passaporto digitale europeo delle vaccinazioni, ma anche alle nuove regole per la sicurezza cibernetica che ha portato lo scorso 23 giugno la Commissione a proporre la nascita della Joint Cyber Unit.

   L’effettiva attuazione di queste misure contribuirebbe a costruire un’infrastruttura digitale a prova di futuro, rafforzare la sicurezza informatica e rendere la pubblica amministrazione più efficiente, resiliente e vicina ai cittadini. 

   Da qui la sfida a rendere l’Italia più vicino al modello olivettiano, ma non come successe allora solo a Ivrea ed a Pozzuoli. L’obiettivo deve essere quella di replicarlo in tutto il Paese, dove il modello economico che abbiamo, quello delle piccole e medie imprese, abbracci l’innovazione di cui ha bisogno per poter riscoprire il senso di comunità e appartenenza ma anche quello di orgoglio e unicità.

   Tuttavia, la sfida è anche legata a molti altri fattori: da quello energetico, dove si deve puntare sempre di più al verde e al rinnovabile, a quello delle materie necessarie a sviluppare tecnologia di precisione, fino ad arrivare alle infrastrutture critiche e alla pubblica amministrazione. Fattori che contribuiscono in maniera diversa a permettere che la ricostruzione faccia compiere, tanto all’Italia quanto all’Europa, un importante passo avanti, spingendo sempre di più a creare imprese capaci sia di stare al passo con l’accelerazione tecnologica sia di curare in maniera più radicata le nostre comunità.

   Oggi, ad esempio, in Italia fare impresa è costosissimo, fin dal principio, come dimostrato da un recente studio pubblicato su dati della Banca mondiale. La possibilità di far partire una start-up con costi limitati, dopo una recente battuta d’arresto imposta dall’obsoleta burocrazia, è per certi versi ancora più difficile che aprire un’attività commerciale. Questo sicuramente non aiuta e rende difficile attirare capitali stranieri che attivino un virtuoso circolo di interdipendenza economica.

   Se oggi come Italia portiamo in giro nel mondo un esempio di cosa ha rappresentato la storia di Adriano Olivetti e dell’azienda che ha prodotto la P101, stiamo spiegando a quello stesso mondo che l’Italia può ricominciare a sognare un futuro, grazie al PNRR ma soprattutto grazie alla consapevolezza che bisogna innovare oltre ogni limite per creare una comunità capace di riscoprire i valori sociali che ridaranno vigore alla propria economia, quella europea.

(Enzo Maria Le Fevre Cervini è Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Adriano Olivetti e Docente di Governance del Digitale presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università della Tuscia)

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L’ “IMPRESA INTEGRALE” OLIVETTI COME MODELLO PER LE IMPRESE ITALIANE

di Federico Butera, da Fondazione IRSO (istituto di ricerca intervento sui sistemi organizzativi), https://irso.it/, 10/1/2018

   La “fabbrica dei mattoni rossi” della Olivetti ha più di 100 anni. Un simbolo di eccezionale archeologia industriale ma al tempo stesso l’origine della costruzione di una impresa straordinaria, la cui storia ha ancora molto da insegnare alle imprese italiane. E’ esistito un “modello Olivetti” o la sua storia è solo il risultato della irripetibile personalità di un grande imprenditore? L’“impresa integrale” può essere ancora un modello per le imprese italiane eccellenti che operano in un contesto competitivo internazionale.

   L’Olivetti degli anni d’oro continua ad esercitare un fascino ininterrotto per gli imprenditori e gli studiosi del terzo millennio. Vi sono TRE PERIODI ben distinti della storia Olivetti.

   LA PRIMA È LA FASE DEI FONDATORI, in cui Camillo e Adriano illuminano la scena della costruzione di una delle aziende più moderne del paese con la loro fortissima personalità: in questa fase, la storia più visibile e sorprendente è più quella dell’ing. Camillo e dell’ing. Adriano come imprenditori illuminati piuttosto che quella dell’azienda. È ciò che succede tutt’oggi con Ferrero, con Del Vecchio, con Bombassei, con Alessandri, con Zambon: il leader fa tanta luce da far impallidire la struttura dell’impresa.

   LA SECONDA FASE, che io ho avuto la fortuna di vivere direttamente, è quella che va DALLA SCOMPARSA DI ADRIANO AL 1972. Lì credo vada cercato il pattern dell’azienda Olivetti, distinta dai suoi leader e fondatori, lì va cercato un modello da riproporre non ad irripetibili Adriano Olivetti, ma a ripetibili validi imprenditori, dirigenti, professional di cui è largamente popolata l’economia italiana.

   LA TERZA FASE PARTE DALLA “NORMALIZZAZIONE” DELLA OLIVETTI sul modello di una ordinata multinazionale creata da Beltrami e Bellisario fino alla presa del controllo da parte di Carlo De Benedetti. In questa fase gli asset tecnici, economici, manageriali vengono montati e smontati come un lego, con momenti di successo e con un finale insuccesso.

   Queste tre fasi, tuttavia, conservano un DNA comune. Io credo fermamente che ci sia stato un modello Olivetti che rappresenta una eredità fondamentale per una emergente generazione di imprese dell’“Italian Way of Doing Industry” (Butera e De Michelis, 2010) protese in operazioni aperte alla competizione internazionale.

   Quale era questo modello? Esso, nel 1962, era visibile fisicamente sui due lati di via Jervis a Ivrea.

A sinistra di via Jervis vi era il massimo della razionalità organizzativa del tempo. Innanzitutto, c’erano gli stabilimenti di produzione, le officine e i montaggi, dove erano stati introdotti e perfezionati i più moderni metodi di fabbricazione e montaggio della produzione meccanica mondiale, con innovazioni importanti rispetto al taylorismo sperimentato nelle officine meccaniche internazionali (e anche a quelle delle officine Fiat a soli 40 chilometri di distanza). Poi, c’erano i laboratori di Ricerca e Sviluppo che studiavano prodotti geniali che avevano oltre il 50% di quota di mercato mondiale, come la Tetractys. E ancora, c’erano gli uffici tecnici dove venivano sviluppate le soluzioni più evolute di macchine utensili e stampi. Infine, c’erano gli uffici amministrativi, assai efficienti per quel tempo. Sulla sinistra ideale di via Jervis vi era poi una linea senza fine che legava fra loro consociate, filiali, concessionari distribuiti in tutto il mondo, con un cuore nascosto nella campagna che batteva a Villa Natalia dove aveva sede la scuola commerciale.

   A destra di via Jervis, vi era non una alternativa ma un complemento integrato a tanta razionalità produttiva: i servizi sociali, l’infermeria, la biblioteca, il centro di sociologia, il centro di psicologia e gli altri servizi che davano “anima” all’impresa.

   I due marciapiedi di via Jervis davano luogo ad un unico modello di impresa. Forte responsabilità sui risultati; ruoli “a geometria variabile e centrati sui risultati; verifica continua della leadership; strutture mutevoli in base alle circostanze e alle opportunità; staff di alta qualità; ridondanza intellettuale; presenza dei dirigenti più alti sul luogo di produzione (il “gemba”, come più avanti diranno i giapponesi); ossessione per la qualità; sistemi di regolazione sociale raffinati (si pensi alla presenza di un ufficio del personale che prendeva in carico tutti i casi di disagio da qualunque fattore prodotto); relazioni interne efficaci e rispettose; comunità professionali cosmopolite, comunità di pratica, networking e tanto altro.

   Soprattutto si osservava una grande cura delle persone: reclutate per le loro potenzialità, avviate su percorsi in cui le grandi opportunità offerte dall’azienda si intrecciavano con l’incoraggiamento a sviluppare il proprio “workplace within”, ossia quel mondo interno di esperienza, cultura e intelligenza patrimonio delle persone.

   L’attrattività di Ivrea per i giovani era altissima. La città, per chi veniva da Roma, Napoli o Milano, era veramente poverissima, a parte la gastronomia e la campagna. Tuttavia, abbondavano le 3 T di Florida: talento (Olivetti assumeva 1 persona su 100 scrutinate e sulla base della loro creatività e curiosità, non su ristrette competenze tecniche); tecnologia (da Cappellaro a Chiu, dalla Tetractys all’Elea era un ribollire di tecnologie di tutti i tipi); tolleranza (al momento dell’assunzione non si chiedeva per quale partito si votava, ma si scartavano solo le personalità autoritarie, senza verificare le etichette; alle serate culturali si incontravano Moravia, Pasolini e altri “scandalosi” intellettuali del tempo).

   Era una impresa con una struttura organizzativa potente e severa, ma anche con un’anima condivisa, data dai valori dell’impresa, dalla responsabilità sociale, da un network vivissimo. Come abbiamo visto, quando i giapponesi cominciarono a produrre le calcolatrici elettroniche a 1/100 del costo delle calcolatrici meccaniche che avevano fatto la fortuna dell’Olivetti, quest’ultima fu capace di riorganizzarsi radicalmente e di sopravvivere.

   Allora, come potremmo rappresentare il “modello Olivetti” per una sua eventuale riproducibilità per le imprese italiane? Io lo chiamo il modello dell’“impresa integrale” o dell’“impresa eccellente socialmente capace” (Butera, 2004). Essa è una impresa che persegue in modo integrato elevate performance economiche e sociali e che agisce concretamente per proteggere e sviluppare l’integrità degli stakeholder e dell’ambiente fisico, economico e sociale.

   Questo concetto consente di andare oltre l’idea della impresa responsabile, di quella basata sulla “responsabilità sociale dell’impresa”, che è stato tacciato da molti come un concetto affetto da connotazioni moralistiche e idealistiche che induce a ritenere l’impresa un soggetto dotato di “sentimenti” e “obblighi morali”. Il profilo dell’impresa di cui parliamo non è nemmeno quello (assai studiato) dell’“impresa illuminata”.

   Parliamo invece di una impresa “normale” che può possedere o meno aggettivi qualificativi ma che semplicemente sviluppa in modo eccellente e congiunto valore economico e sociale attraverso una strategia e azioni concrete. Essa si consegue non adottando un modello, ma attraverso un processo per definire valori, strategie, per “render conto”, per realizzare le proprie intenzioni. E soprattutto per realizzare risultati e mettere in pratica quei valori, ogni giorno e per tutti.

   L’impresa integrale è il risultato di quell’efficace duplice legame di reciprocità fra impresa e società. Essa è un’istituzione economica che non solo importa dal contesto socio-economico valori, norme e regole sociali, ma che vi esporta anche valori, conoscenze, cooperazione. Questa reciprocità avviene attraverso prodotti, servizi, progetti, ma soprattutto attraverso le persone “vere”, cresciute e socializzate nella e con l’impresa: manager, professional, tecnici, artigiani, semplici lavoratori, e anche clienti e fornitori cittadini di una società della conoscenza.

   Ciò che determina l’essere un’impresa integrale non sono solo le qualità morali individuali o le caratteristiche valoriali e carismatiche dell’imprenditore e del gruppo dirigente (sempre fondamentali), ma le reali pratiche operative e di management dell’impresa che coniugano le prestazioni economiche con quelle sociali. Un leader senza un corpo sociale con cui realizzare le cose non costruisce una “impresa integrale”, una impresa “built to last”, ossia costruita per durare (secondo l’espressione di Colin e Porras), ma al massimo una avventura imprenditoriale.

L’impresa integrale ha alcune caratteristiche chiave. Essa:

1- Fonda la sua identità nello sviluppo, produzione e commercializzazione di beni o servizi utili per i clienti e le comunità.

2- Elemento chiave dell’apprezzabilità sociale è costituito dal processo di concezione, realizzazione e consegna del prodotto e servizio: valori come l’intensità della ricerca, l’impiego di tecnologie avanzate, la qualità dell’organizzazione, l’impiego e la valorizzazione delle competenze. Essi rimandano alla utilizzazione e alla valorizzazione del “capitale sociale” e del “capitale intellettuale” dell’impresa.

3- La sua missione primaria è quella di produrre benessere per tutti gli stakeholder. L’impresa integrale ovviamente genera ricchezza per sé e per i proprietari, ma attrae investimenti di investitori, fornitori e clienti e fertilizza comunità locali e sistemi globali.

4- Ha definito i propri valori dichiarando impegni e assumendosi spontaneamente responsabilità riguardanti l’ambiente, la comunità, la clientela, i membri dell’organizzazione e infine misurando la realizzazione di questi impegni. Non come una “aggiunta moralistica”, ma poiché ciò è in sintonia con le proprie strategie.

5- E’ capace di difendersi dalle diseconomie esterne e di attivare propositivamente economie esterne, rafforzando la propria competitività anche in ragione del miglioramento del contesto istituzionale e sociale.

6- Una impresa integrale produce soprattutto persone, persone vere cresciute e socializzate nella e con l’impresa: manager, professional, tecnici, artigiani, semplici lavoratori, e anche clienti e fornitori. “Product of work is people”. La Olivetti, per esempio, è le persone che ha disseminato nell’economia italiana e internazionale.

7- Il suo governance system, la sua organizzazione interna, la sua cultura di impresa, le relazioni stabili con le istituzioni e le organizzazioni del territorio sono trasparenti e corrette.

8- Dispone di una vasta serie di indicatori economici e finanziari (redditività, ROI, ROE, etc.), di efficacia commerciale (customer satisfaction, etc.) e di efficacia sociale (bilancio di sostenibilità, inchieste nella comunità di riferimento, indagini di clima, analisi della qualità della vita di lavoro, etc.).

9- Nell’impresa integrale operano soggetti che possono avere pregi e difetti, eroismi e storture di ogni genere, ma in tutti i casi svolgono funzioni economico-sociali di straordinaria importanza, soggetti a cui l’impresa dà visibilità e importanza: l’imprenditore che fa fare nuove cose o fa fare cose che si stanno già facendo in modo nuovo (innovazione); gli azionisti che apportano risorse economiche all’impresa invece di parcheggiarle nei Titoli di Stato; i dirigenti che portano ad unità elementi dispersi e promuovono il cambiamento; i professional che innovano o sostengono l’apprendimento degli altri; gli operai e gli impiegati che realizzano i processi fondamentali che creano prodotti e servizi e ricchezza; i clienti sono parte ineliminabile dell’impresa. E così via.

   Alcuni di questi tratti strutturali sono stati in gran parte la ragione del successo della Olivetti fino al 1975 ma anche dei distretti industriali di piccole e medie imprese leader nel loro settore. Sono tratti riproducibili in un grandissimo numero di imprese vere e normali, la stragrande maggioranza delle quali non ha imprenditori carismatici e socialmente impegnati, ma imprenditori che costruiscono e guidano imprese integrali. Vi sono molte più imprese integrali in Italia di quanto si pensi. (Federico Butera)

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ADRIANO OLIVETTI, 1901 – 1960

BIOGRAFIA tratta da https://www.fondazioneadrianolivetti.it/

   A Ivrea, principale centro del Canavese, regione al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, Camillo Olivetti (1868-1943) fonda nel 1908 la “Prima fabbrica italiana di macchine per scrivere”. D’origine ebraica, Camillo, laureato in ingegneria, è un imprenditore di prima generazione, genialmente autodidatta. Con la moglie Luisa Revel, valdese, forma una grande famiglia – avranno sei figli – che vive in un convento appartenuto ai francescani sul limitare della cittadina, alle pendici di Monte Navale.

   La coppia educa i figli con principi severi ma libertari, e Adriano, il maggiore tra i maschi, nato nel 1901, già a tredici anni compie un’esperienza di fabbrica che così ricorderà:

Imparai ben presto a conoscere e odiare il lavoro in serie: una tortura per lo spirito che stava imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina.

   Al termine degli studi superiori, nella primavera del 1918, Adriano si arruola come volontario nel corpo degli alpini, anche se non fa in tempo a raggiungere il fronte.

   Terminati gli obblighi di leva, si iscrive alla facoltà di Ingegneria a Torino. La città sta vivendo il periodo di occupazione delle fabbriche nella convulsa fase che segue la Grande Guerra:

Dal 1919 al 1924, nei lunghi anni del Politecnico, assistei allo svolgersi della tragedia del fallimento della rivoluzione socialista. Vedo ancora il grande corteo del 1° maggio 1922 a Torino: 200.000 persone. Sapevo che i tempi non erano ancora maturi, intuivo soprattutto che la complicazione dei problemi era tremenda e non vedevo nessuna voce levarsi a dominare con l’intelligenza la situazione e indicare una via perché il socialismo diventasse realtà.

   È la Torino di Luigi Einaudi e di Giovanni Agnelli, di Gramsci e di Gobetti, ma la posizione politica di Adriano, condivisa con i fratelli Rosselli, è più vicina al socialismo empirico di Gaetano Salvemini. Nel 1924, dopo la laurea in ingegneria chimica, Adriano entra in fabbrica come apprendista operaio insieme all’amico di tutta la vita Gino Levi (che in seguito cambierà cognome in Martinoli).

   L’anno successivo il padre lo manda negli Stati Uniti per compiere una sorta di grand tour tra le principali fabbriche americane.

Imparai la tecnica dell’organizzazione industriale, seppi capire che per trasferirla nel mio paese doveva essere adattata e trasformata.

   Al ritorno il giovane Adriano fa parte, con Parri, Pertini e Carlo Rosselli, del gruppo di antifascisti che aiuta Filippo Turati a fuggire dall’Italia.

   Sposa poi Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg e dell’amico Gino. Il matrimonio non durerà a lungo, ma la frequentazione dell’ambiente di Paola, quello descritto dalla stessa Ginzburg in Lessico famigliare, affina il senso estetico di Adriano e favorisce i suoi contatti col mondo culturale italiano.

   Intanto la Olivetti si sta trasformando da impresa artigiana a industriale, e il passaggio generazionale tra Camillo e Adriano non sempre è indolore. Il figlio ricorderà, molti anni dopo, questo ammonimento paterno:

Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia.

   Dal 1932 Adriano è direttore generale dell’azienda, apre un ufficio di pubblicità a Milano, si avvale di giovani architetti e designer razionalisti come Figini e Pollini, i BBPR, Nizzoli, Pintori, e chiama, nel 1938, un poeta-ingegnere, Leonardo Sinisgalli, a dirigerli.

   Nasce così lo “stile Olivetti”: macchine per scrivere, arredi d’ufficio, un panorama della modernità nuovo per l’Italia che si coglie anche nella fabbrica di vetro d’Ivrea (Figini e Pollini, 1935), nei pionieristici servizi sociali (gli asili, le colonie estive, i trasporti) e si ritrova nelle macchine d’ufficio, nella grafica e nei negozi che diverranno gli ambasciatori di uno stile nuovo che, ancora oggi, contraddistingue il nome Olivetti nel mondo.

   Attorno ad Adriano cominciano a radunarsi i migliori ingegni della sua generazione. La suggestione del New Deal americano e le risposte che si imponevano agli effetti della crisi del ’29 hanno un esito nel piano regolatore della Valle d’Aosta, promosso e coordinato da Olivetti tra il 1936 e il 1937, che diviene il primo esempio di pianificazione urbanistica in Italia.

   Fiutando in anticipo la fine del fascismo, Adriano, con i suggerimenti di Bobi Bazlen, fonda nel 1942 le Nuove Edizioni Ivrea, col proposito di rinnovare la cultura italiana traducendo i più importanti testi di psicologia, economia, sociologia e delle scienze sociali in generale.

   Nelle ambizioni di Olivetti la casa editrice vuole offrire testi teorici, di riflessione, insieme a opere più pratiche che contribuiscano ad aggiornare la cultura italiana in tempi di crocianesimo imperante. L’incalzare degli eventi bellici interrompe i programmi editoriali di un’iniziativa che, dopo la guerra, Adriano riprenderà col nome di Edizioni di Comunità.

   Nel primi mesi del 1943 Olivetti compie alcuni viaggi in Svizzera prendendo contatto con gli Alleati, attraverso Ignazio Silone, per illustrare un piano di pace da lui redatto, ma dopo l’armistizio, accusato di intelligenza col nemico, è imprigionato dal governo Badoglio a Regina Coeli e solo qualche giorno dopo l’8 settembre riesce fortunosamente a tornare in libertà.

   Nei giorni dell’occupazione tedesca Natalia Ginzburg lo incontra per le strade di Roma. Adriano l’avvisa che il marito Leone è stato arrestato e lei così lo ricorda in una celebre pagina di Lessico famigliare:

M’aiutò a fare le valigie, a vestire i bambini; e scappammo via, e me lo ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.

   Nel febbraio 1944 si rifugia in Svizzera dove finisce di scrivere, nella calma dell’Engadina, L’ordine politico delle Comunità, testo teorico che nasce come reazione alla tragedia della Seconda guerra mondiale, vissuta come trapasso di una civiltà e palingenesi di un mondo nuovo.

   Preso atto del fallimento dell’ideologia socialista e della crisi del capitalismo, elabora una nuova idea di Stato basato sulla Comunità come nucleo fondante della società. La stesura del volume è discussa con Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi, entrambi rifugiati in Svizzera. La prima edizione del libro (aprile 1945) ha come sottotitolo “Le garanzie di libertà in uno stato socialista”, la seconda (1946) “Dello stato secondo le leggi dello spirito” e la sovraccoperta recita con concisa esattezza:

Un piano organico di riforma della struttura dello Stato, inteso ad integrare i valori sociali del marxismo con quelli di cui è depositaria la civiltà cristiana, così da tutelare la libertà spirituale della persona.

   Il concetto di Comunità, perno della riflessione e della proposta olivettiana, nasce dalle letture di Maritain e di Mounier, ma soprattutto come sistematizzazione teorica di ciò che Olivetti ha avviato, prima della guerra, a Ivrea e che di lì a poco riprenderà. Egli stesso lo ricorderà così:

Una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che desse a tutte le attività quell’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell’arte, che il destino aveva realizzato in una parte del territorio stesso, in una singola industria.


   Nel maggio 1945 può finalmente rientrare a Ivrea, dove la fabbrica, dopo la morte del padre Camillo nel 1943, è stata salvata da un gruppo di dirigenti coraggiosi, tra cui Giovanni Enriques e Gino Martinoli. Il primo discorso dopo la guerra ai lavoratori d’Ivrea è davvero drammatico e si conclude con queste parole:

Cosa faremo, cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo.

   Dopo una sfortunata parentesi politica nell’ufficio studi del Psiup, e risolto qualche dissidio familiare, comincia, alla fine del 1946, la stagione migliore di Adriano e della Olivetti. Tra gli esiti più noti c’è la macchina per scrivere portatile Lettera 22 (1950) che diviene un vero e proprio oggetto di culto internazionale.

   Nel 1952 una crisi di crescita è risolta da Olivetti con l’aumento della forza vendita anziché con i licenziamenti da molti suggeriti e, nello stesso anno, una mostra al MoMA di New York consacra l’azienda come esempio di design a livello mondiale ed è il punto d’avvio della più luminosa stagione del made in Italy.

   Il numero delle iniziative di Adriano negli anni Cinquanta è tale che può essere solo sommariamente riassunto. Le sue attività si dividono tra fabbrica e Comunità in una sorta di laboratorio permanente dove le riflessioni teoriche si inverano nelle attività pratiche e, programmaticamente, non si fissano steccati tra azienda e attività intellettuale, tutte contribuendo alla costruzione di una nuova idea di società.

   La crescita industriale passa attraverso una costante innovazione tecnologica e organizzativa che porterà la Olivetti a essere la prima azienda al mondo a produrre il computer mainframe Elea 9000 (1959); il gruppo di intellettuali (tra cui Franco Fortini, Paolo Volponi, Franco Ferrarotti, Geno Pampaloni, Libero Bigiaretti, Giorgio Soavi, Renzo Zorzi, Riccardo Musatti, Giovanni Giudici, Furio Colombo, Massimo Fichera, per citarne solo alcuni) che daranno vita al mito olivettiano; le fabbriche e i negozi progettati in Europa e negli Usa dai migliori architetti e designer italiani e internazionali; una nuova forma di comunicazione attraverso la grafica, i reportage fotografici, i film prodotti dall’azienda.

   Nel campo più propriamente culturale molto importanti sono le riviste che Adriano pubblica e sostiene, segnando in certi casi la storia della grafica con innovative formule editoriali. Tra tutte «Comunità», con le bellissime inchieste che raccontano l’Italia degli anni Cinquanta, poi «Sele Arte» di Carlo Lodovico Ragghianti, «Zodiac», una rivista d’architettura di respiro internazionale, «L’Espresso», settimanale che inaugura il giornalismo d’opinione italiano.

   Nel frattempo le Edizioni di Comunità pubblicano Maritain, Mounier, ma anche Galbraith, Hannah Arendt, Kierkegaard e la nuova sociologia americana, mentre il nucleo di interessi più vicini a Olivetti si ritrova in autori presenti nel catalogo con più titoli come Friedmann, Mumford, Picard, Albert Schweitzer, e in singoli libri come L’idea di una società cristiana (1948) di T.S. Eliot, Progettare per sopravvivere (1956) di Richard Neutra, La condizione operaia (1952) e altri libri di Simone Weil.

   Assiduo e fondamentale è l’impegno nell’urbanistica, categoria primaria dell’azione politica territoriale, con la presidenza dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, e pioneristico anche nelle metodologie, è l’aiuto per il riscatto del Meridione d’Italia – l’esempio più noto è Matera – attraverso soprattutto l’azione del Cepas, la prima moderna scuola laica di servizi sociali in Italia, condotta da due donne: Angela Zucconi e Anna Maria Levi, sorella di Primo.

   Nel 1955, a soli dieci anni dalla fine della guerra, viene inaugurata la fabbrica di Pozzuoli: le architetture di Cosenza e i giardini di Porcinai sono immortalati dalle foto di Cartier-Bresson, chiamato da Adriano per comunicare al mondo che una grande e moderna fabbrica è stata aperta nel Golfo di Napoli, in un Meridione che fino ad allora era sinonimo di miseria.

   In quell’occasione Olivetti pronuncia uno dei suoi discorsi più ispirati. Ad ascoltarlo c’è Ottiero Ottieri, allora suo collaboratore, che così ricorderà in Donnarumma all’assalto quel momento:

Disse con la sua voce fredda e rapida: “Così di fronte al golfo più singolare al mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto alla bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno”.

Nessuno ne rise.

Abbiamo lasciato, in poco più di una generazione, una millenaria civiltà di contadini e di pescatori. Per questa civiltà che è ancora la civiltà presente nel Mezzogiorno, l’illuminazione di Dio era reale e importante; la famiglia, gli amici, i parenti, i vicini erano importanti; gli alberi, la terra, il sole, il mare, le stelle erano importanti”. Forse egli non immaginava quanto lo temessimo e insieme avessimo bisogno di nutrire fiducia in lui; necessità di saperlo diverso dal mondo che lo esprimeva, il mondo dei puri profitti, senza inconscio e senza stelle.

   Accanto alle attività aziendali e culturali – stupisce, ma è quasi metodologica, la capacità di Olivetti di lavorare contemporaneamente su diversi fronti – la nascita (1947) e lo sviluppo del Movimento Comunità, da subito critico verso la partitocrazia della giovane Repubblica italiana, che porterà Adriano, dopo essere stato eletto sindaco di Ivrea nel 1956, a essere il solitario deputato nelle liste di Comunità nel 1958.

   Il Movimento è soprattutto efficace a livello locale, nel Canavese, dove ha la sua base territoriale e dove nel 1954 nasce l’I-RUR (Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese): lo scopo è di promuovere lo sviluppo rurale delle valli del Canavese e, contemporaneamente, evitare l’inurbamento incontrollato della forza lavoro a Ivrea per il timore che, come stava avvenendo altrove in Italia, venisse distrutto il precario equilibrio tra città e campagna con enormi costi in termini sociali e urbanistici.

   Quella di Comunità è una lotta politica condotta nel più completo isolamento, nell’Italia divisa tra Democrazia cristiana e i partiti marxisti, dove gravavano enormi sospetti verso un “padrone” spesso in contrasto con Confindustria, che gestiva l’azienda con la collaborazione dei Consigli di Gestione (smobilitati altrove dopo il 1948), che resero la Olivetti la prima azienda italiana a raggiungere il traguardo della settimana di 40 ore. Una fabbrica dove, accanto a operai e impiegati, lavoravano i primi psicologi, Cesare Musatti, Novara, Rozzi, e sociologi di fabbrica come Luciano Gallino.

   L’ultimo anno della vita di Olivetti è tempestoso: dopo la sconfitta elettorale nel 1958 la sua posizione è messa in discussione all’interno dell’azienda, dove è accusato di destinare troppe risorse alla vocazione sociale.

   Dopo un volontario esilio, ritorna rilanciando l’elettronica, acquistando la Underwood, la grande azienda americana di macchine per scrivere. Un azzardo, perché la società si rivelerà obsoleta dal punto di vista tecnologico. L’intenzione di Adriano è però di utilizzarne la grande rete commerciale per entrare nel mercato americano.

   Propone poi ai famigliari un nuovo assetto societario con a capo una Fondazione, che prevede, tra l’altro, la partecipazione nell’azienda, insieme alla proprietà, dei lavoratori e delle università locali: è il culmine della riflessione sulla responsabilità e sul ruolo sociale dell’impresa e di chi la conduce.

   La morte lo coglie all’improvviso, da solo, il 27 febbraio del 1960 su un treno diretto verso la Svizzera e interrompe una vita tutta protesa verso il futuro.

   Il funerale ha luogo qualche giorno più tardi a Ivrea con 40.000 persone che seguono in silenzio il feretro, arrampicati sulle tribune montate in occasione del Carnevale. Per raccogliere e proseguire il suo impegno civile e le attività comunitarie all’insegna del simbolo della campana, due anni più tardi i collaboratori più stretti e la sua famiglia istituiscono la Fondazione Adriano Olivetti.

   A pochi mesi dalla sua morte, Eugenio Montale scrisse parole che, lette oggi, hanno acquistato un valore più profondo:

Dai miei incontri con Adriano Olivetti – infrequenti ma non pochi durante trent’anni di amicizia – ho riportato sempre un senso di ammirazione per la lotta da lui evidentemente sostenuta contro la lonely crowd ch’egli sentiva intorno a sé e soprattutto in sé. Al di là delle sue attuazioni comunitarie, che io non saprei giudicare, Olivetti era per me l’esemplare di un uomo nuovo che dovrebbe trovare continuatori, ammesso che in Italia ci sia davvero qualcosa che si sta formando e che meriti di essere proseguita.

(BIOGRAFIA tratta da https://www.fondazioneadrianolivetti.it/)

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APRE LA MOSTRA “OLIVETTI E LA CULTURA NELL’IMPRESA RESPONSABILE. LA COLLEZIONE OLIVETTI”

da https://www.archiviostoricolivetti.it/,

3 luglio – 17 ottobre 2021 – Museo Civico P. A. Garda di Ivrea.

   Nel mese di febbraio (2021) Comune di IvreaAssociazione Archivio Storico OlivettiTIM e Olivetti hanno siglato un importante accordo per la valorizzazione e fruizione della raccolta di opere d’arte dell’azienda di Ivrea. L’intesa ha l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale ed artistico della Collezione Olivetti, promuovendo ed attuando nuovi progetti.

   Olivetti e la cultura nell’impresa responsabile. La collezione Olivetti è la prima mostra di un programma pluriennale di iniziative che il Museo civico della Città di Ivrea e l’Associazione Archivio Storico Olivetti cureranno, a partire dalla possibilità di poter studiare e rendere disponibili e fruibili al grande pubblico le opere d’arte della raccolta Olivetti, in stretta relazione con la documentazione storica che ne ricostruisce i processi di acquisizione: un patrimonio culturale di documenti, filmati e fotografie, che la società Olivetti ha commissionato e acquistato negli anni e che riconosce il valore della cultura come fattore di crescita della società, dalla fabbrica al territorio.

   Una selezione di oltre 100 opere d’arte di 32 artisti e oltre 100 documenti storici dell’Archivio e della Biblioteca dell’Associazione Archivio Storico Olivetti (manifesti, locandine, filmati storici, pubblicazioni, fotografie e carteggi) vengono riproposti per la prima volta al grande pubblico – dopo l’unica occasione espositiva quale fu la mostra che si svolse nel 2002 all’Officina H di Ivrea, 55 artisti del Novecento dalla raccolta Olivetti – dando il via a un percorso di progressiva conoscenza e piena fruizione di molteplici segmenti di questa consistente e straordinaria raccolta.

   La mostra racconta il valore della cultura come strumento strategico dell’impresa e come fattore di crescita culturale della società, secondo diverse declinazioni e ambiti di influenza, dalla fabbrica al territorio. Attraverso quattro percorsi interni, vengono delineate la complessità e la ricchezza di molti decenni di impresa culturale Olivetti: La Biblioteca e il Centro Culturale Olivettile agendele grandi mostre e i restaurila Galleria Olivetti.

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IVREA, CITTÀ INDUSTRIALE DEL XX SECOLO

da http://www.italia.it/

   “Ivrea Città Industriale del XX Secolo” è il 54esimo sito Unesco italiano. Il riconoscimento è stato deliberato durante i lavori del 42° Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.
   Un riconoscimento importante per una idea positiva (quella della possibile “umanizzazione” delle trasformazioni industriali e sociali, e della loro potenziale compatibilità con il benessere delle comunità locali) che le abilità tecniche di grandi professionisti hanno trasformato, qui ad Ivrea, in realizzazioni tangibili.
   La Città Industriale di Ivrea è un progetto industriale e socio-culturale aziendale della Società fondata nel 1908 da Camillo Olivetti, progressivamente sviluppato dagli anni ’30 e fino alla fine degli anni ’60.
Fu soprattutto il genio visionario di Adriano Olivetti a voler dimostrare concretamente l’esistenza di una alternativa efficace e praticabile ai modelli industriali (e di architettura industriale) prevalenti che, con lo scopo assoluto della creazione di ricchezza e di posti di lavoro, subordinavano qualsiasi scelta (compreso quelle urbanistiche) alle esigenze della produzione, con effetti che incidevano in modo invasivo sul tessuto urbano, sull’ambiente e sugli stessi processi sociali.
   La città industriale di Ivrea è, dunque, un esempio eccezionale sia per la qualità delle soluzioni proposte, che per le modalità “partecipate” della sua attuazione.
   Il sito è costituito dal complesso di edifici progettato dai più famosi architetti e urbanisti italiani del Novecento, riconoscibile nel tessuto urbano della città in un disegno complessivo, razionale e profondamente meditato. Nel quartiere, che si inserisce perfettamente e – anzi – completa il tessuto urbano della città, si distinguono aree ed volumi propriamente industriali, aree ed edifici destinate alla residenza e ai servizi sociali.
   Fra gli edifici per la produzione, veri capolavori razionalisti la Centrale Termica, concepita da Edoardo Vittoria nel 1959, la Falegnameria, concepita da Ottavio Cascio nel 1956 e realizzata recuperando un edificio originario del 1927, l’ Edificio ex Sertec, concept di Ezio Sgrelli datato 1968, sede dell’engineering Olivetti di servizi all’edilizia civile e industriale in Italia e all’estero che, in quanto tale, doveva dimostrare plasticamente la propensione aziendale per l’innovazione.
   Fra gli edifici residenziali, formidabile la Casa Popolare di Borgo Olivetti, progettata fra il 1939 e il 1941 dagli urbanisti di fiducia Luigi Figini e Gino Pollini, l’Edificio 18 alloggi, progettato nel 1956 da Marcello Nizzoli e Gian Mario Oliveri, ed infine la più recente Unità Residenziale Ovest (Talponia) progettata fra il 1968 da Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d’Isola con Luciano Re, fra il 1968 e il 1971.
   Per i servizi sociali destinati alla fabbrica e alla città significativo è il Centro dei Servizi Sociali, un lavoro dei “soliti” Luigi Figini e Gino Pollini (assistiti dai tecnici di produzione Roberto Guiducci e Paolo Radogna), la cui progettazione si è sviluppata fra il 1954 ed il 1959, e – fondamentale – l’Asilo nido in Borgo Olivetti, sempre opera di Figini e Pollini. Arredi interni progettati dall’Ufficio Tecnico aziendale, diretto in quegli anni dall’architetto Gian Antonio Bernasconi. L’edificio (e la relativa area giochi) è ancora usato per i servizi all’infanzia del Comune di Ivrea, a dimostrazione della funzionalità assoluta degli spazi concepiti nel lontano 1939.

Immagini:

https://www.ivreacittaindustriale.it/

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(sempre sul modello Olivetti):

LAVORO: IL FUTURO PASSA ANCHE DAL CAPITALE DEI TERRITORI

di Aldo Bonomi (sociologo), da “il Sole 24ore” del 22/9/2020

– Abbiamo bisogno di divulgatori della sostenibilità e del digitale come opportunità per entrare in una nuova epoca –

   Certo siamo in un salto d’epoca. Non sarà un caso che si evocano le lunghe derive della nostra storia di popolo. Dalla ricostruzione postbellica, anche se le macerie rimandano ai corpi da salvare, al piano Marshall evocato per il Recovery Fund europeo. C’è chi aggiunge fiducioso che sarà ben più dotato di risorse di allora. Due immagini che evocano contemporaneamente fatiche, sacrifici e doveri nel ri/costruire il non più e progetti e diritti per accedere alle opportunità del non ancora. Qui siamo, in un tempo sospeso tra dover essere e attesa che attraversa i territori.

   E allora per capire, facciamola un po’ di microstoria sul come si è formato il capitale territoriale. Paese agricolo e delle officine, da lì si è partiti per ricostruire. Con tanto Iri, che oggi chiamiamo Cdp, abbiamo costruito tessuto industriale e reti, dalle cascine siamo migrati verso l’impresa o industriosi e sommersi nei sottoscala, abbiamo fatto impresine così come dopo imparando in fabbrica, abbiamo fatto fabbrichette proliferanti. Con un saper fare contestuale da lavoro autonomo di prima generazione, abbiamo fatto condensa della fabbrica diffusa nei distretti industriali e distretti commerciali andando in città.

   Era il capitalismo di territorio, poche grandi imprese più sul modello Fiat che Olivetti, un po’ di reti autostradali da nord a sud, un po’ di fordismo e tanto postfordismo di flessibilità territoriale da inclusione di ceti medi ai tempi della economia delle nazioni.

   Come ci ha raccontato Giorgio Fuà con creatività opportunistica abbiamo «coltivato settori poco bazzicati o tutti da inventare complementari allo sviluppo promosso dai settori chiave dello sviluppo mondiale». Ma la creatività opportunista non è bastata nella globalizzazione. Nel riposizionarci nel sistema mondo, nel ricollocarci nei flussi globali, abbiamo stressato storie di vita e di impresa formatesi con l’antropologia della prossimità in difficoltà verso il salto della simultaneità del produrre per competere non più con saperi da capitalismo molecolare o distrettuali, ma innestando saperi formali e reti di saperi nelle piattaforme produttive da imprese 4.0.

   Qui eravamo in lenta metamorfosi problematica e selettiva iniziata formalmente con la crisi dell’economia globale, dove come un fulmine a ciel già cupo, si è abbattuto il flusso pandemico Covid-19. Accelerando in pochi mesi la metamorfosi, costringendo a prender coscienza della crisi ambientale e della simultaneità dall’analogico al digitale, dalla prossimità alle remotizzazione.

   Parole chiave per chi non lo avesse capito come diritto di accesso al nuovo piano Marshall. Era avanguardia di questo dover essere quella moltitudine al lavoro per rendere adeguata ai tempi la creatività opportunista del fare impresa evoluta in lavoro autonomo di seconda e terza generazione nella terziarizzazione da partita Iva o come prestatore di servizi nella crisi del welfare e rispetto ai padroni degli algoritmi come lavoratori della conoscenza scambiata per avere senso con forme di lavori intermittenti e a termine.

   Paradossalmente come certificano i recenti dati Istat, sono più di un milione quelli rimasti senza lavoro nella nebulosa del lavoro a tempo determinato e intermittente. E sono per lo più giovani a proposito di next generation, senza rappresentanza nell’orizzontalità sociale. La microstoria che ho prima tratteggiato dovrebbe insegnare che come siamo stati in grado di ricostruire, includere e rappresentare il volgo disperso dalle campagne al capitalismo di territorio, oggi il salto d’epoca, rimanda alla crisi ecologica e alla conoscenza globale in rete per un umanesimo industriale, ambientale e digitale che segna il confine tra non più e non ancora.

   Molto dipenderà dal come ci metteremo sul confine: aspettando il Godot dei fondi o ripartendo dal capitale territoriale. Andando per territori da parte di Regioni e città che più di altre fanno i conti con la metamorfosi, sento delineare un patto per il lavoro – lavori. Mi par più che urgente scavare e mobilitare la coscienza di luoghi che hanno memoria del passaggio dalla bottega al capannone alle città distretto sino a piattaforme urbane regionali con cui ci siamo mangiati territorio, qualità ambientale e città mai come oggi da rigenerare come magneti di conoscenza diffusa.

   Disegnando cosi un arcipelago di prossimità da cui progettare e andare in Europa per tornare a Itaca. Sarà un viaggio lungo da fare assieme. Allora, nel passaggio dalla cascina alla fabbrica un visionario come Olivetti sperimentò operatori di comunità divulgatori del passaggio dal contado alla città. Oggi, promuoverebbe operatori di comunità divulgatori della sostenibilità e del digitale come opportunità per entrare in una nuova epoca. (Aldo Bonomi)

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