La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita

Faro acceso sulla transizione energetica con un impegno preciso sulla cooperazione nell’impiego e nella diffusione di tecnologie rinnovabili, necessari alla transizione e strumento essenziale per promuovere e realizzare l’Accordo di Parigi. Gli impatti del cambiamento climatico sono già stati sperimentati in tutto il mondo, dimostrando la necessità di implementare le azioni di adattamento.

   Transizione ed efficientamento. Tutti i Paesi sono attivi nella transizione energetica totale, impiegando i 2 miliardi di dollari delle risorse dei Climate Investment Funds (CIFs). Si sottolinea il grande potenziale delle rinnovabili offshore, dell’energia oceanica e della possibilità di implementare questo tipo di tecnologia.

   L’efficienza energetica ha un ruolo chiave per la riduzione dei gas serra e la promozione della crescita economica sostenibile. È opportuno agire su efficienza, modelli di produzione e consumo sostenibili e circolarità, consapevoli che nessun singolo carburante o tecnologia da solo può consentire all’intero settore energetico di ridurre le emissioni di GHG. Perno dell’economia energetica del futuro è l’idrogeno, in chiave della riduzione delle emissioni soprattutto nei settori difficili da abbattere.

   Si riconosce la necessità di continuare a investire per le tecnologie rinnovabili, insieme alla riduzione dell’uso del metano, e di procedere spediti verso la riduzione della povertà energetica. Viene riconosciuto che sistemi energetici convenienti, affidabili, sostenibili e moderni sono essenziali per proteggere il nostro pianeta e la sua gente. 

   Inoltre, si sottolinea l’importanza degli sforzi esplorando la più ampia varietà di opzioni in base ai contesti nazionali al fine di raggiungere transizioni energetiche green ambiziose e realistiche, garantendo al contempo un approvvigionamento energetico stabile. 

   Riaffermiamo il nostro impegno a ridurre le emissioni nel settore energetico e ci impegniamo a farlo ulteriormente attraverso la cooperazione sull’impiego e la diffusione di tecnologie pulite.

   Anche Russia e China si sono impegnati a eliminare gradualmente la produzione di energia dal carbone senza sosta.

   L’efficienza energetica è un fattore cruciale nelle transizioni di energia pulita e nella crescita economica, per questo il G20 si impegna ad aumentare le iniziative multilaterali già esistenti a livello mondiale.

3 – Allineamento dei flussi finanziari a Parigi

Viene data un’importanza centrale a orientare gli sforzi finanziari ed economici dei paesi del G20 verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, tenendo conto degli sforzi per sradicare la povertà, verso una transizione giusta e inclusiva.

   L’allineamento dei flussi finanziari e degli sforzi per la ripresa con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi può infatti rappresentare un’opportunità per la crescita economica facilitando gli investimenti per aumentare l’adozione di soluzioni già disponibili, tra le quali la generazione di energie rinnovabili e tecnologie a basse emissioni.

   A questo scopo è riconosciuta la necessità di sfruttare meglio l’intera gamma di leve e strumenti politici disponibili, inclusi i diversi pacchetti adottati per la ripresa dal COVID19.

   Le strategie di adattamento e resilienza possono essere ulteriormente integrate nei flussi finanziari nazionali e internazionali anche attraverso la mobilitazione di ulteriori risorse pubbliche e private.

   In questo senso viene riconosciuta l’importanza di garantire la considerazione dei rischi climatici attuali e futuri in tutte le agende di investimento e politiche, verso lo sviluppo di standard di riferimento globali di rendicontazione.

4- Ripresa sostenibile e inclusiva e soluzioni tecnologiche energetiche innovative

È stato riconosciuto che le misure di ripresa in linea con l’Accordo di Parigi e con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile hanno il potenziale per portarci oltre l’approccio tradizionale, aumentare la resilienza economica e sociale globale e condurci, quindi, sulla strada per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

   In questo senso l’introduzione di politiche, strumenti e tecnologie sostenibili possono consentire progressi sostanziali verso gli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi e per un futuro resiliente ai cambiamenti climatici, che garantisca e fornisca sia un impulso al benessere sociale che alla crescita e allo sviluppo economico sostenibile.

   Pur riconoscendo la necessità di continuare a dare priorità agli sforzi per far fronte al Covid-19, i G20 si impegnano a destinare una quota ambiziosa dei fondi per i piani nazionali di ripresa e resilienza a favore di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

   Si raccomanda, inoltre, di usare al meglio i piani di ripresa per stimolare e ridurre i rischi di investimento nel settore privato, anche attraverso la promozione di strumenti di finanziamento congiunti pubblico-privato e partenariati pubblico-privato, al fine di stimolare contemporaneamente la crescita economica, creare posti di lavoro, valorizzare le donne, i giovani e le categorie emarginate.

4A – Condividere le migliori pratiche per una ripresa sostenibile, resiliente e inclusiva

I G20 sottolineano l’importanza di costruire un’efficace valutazione preventiva delle misure di ripresa a livello nazionale e di condividere le migliori esperienze, politiche e strutturali, al fine di promuovere una ripresa duratura e sostenibile.

4B – Sfruttare le opportunità offerte dalle tecnologie innovative all’interno dei pacchetti di recupero in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi

I G20 riconoscono il ruolo chiave che pacchetti nazionali ben progettati per la ripresa svolgono nel guidare le azioni a breve termine (NDCs) e nel definire e supportare strategie a lungo termine (LTS) per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, facendo leva anche sulle opportunità offerte da tecnologie innovative e all’avanguardia.

4C – Il ruolo dell’innovazione e della ricerca e sviluppo

Innovazione e R&S non solo rivestono un ruolo chiave per il futuro ma per i G20 è necessario aumentarne i livelli, sia nel settore pubblico che in quello privato sulla base anche di collaborazioni a livello internazionale.

   Saranno promosse ricerca e istruzione verso un miglioramento delle tecnologie, dei programmi di formazione e della disseminazione per divulgare la scienza del clima e le politiche connesse, aumentare la consapevolezza, la partecipazione e l’accesso pubblico alle informazioni.

   Parte degli investimenti in R&S dovrebbero essere orientati specificatamente ad aumentare le soluzioni innovative per un migliore mix energetico sostenibile, per l’efficienza energetica, modelli di produzione e consumo sostenibili e nuovi modelli di business. Prevedendo la possibilità di politiche fiscali e di sussidi che promuovano gli investimenti verso l’innovazione sostenibile e progetti mirati che tengano conto sia degli aspetti economici che sociali e ambientali.

5 – Smart city

Le città sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e, contemporaneamente, possono essere attori importantissimi nelle azioni di mitigazione. Per questo si favorisce, e incoraggia, azioni di governo che contemplino una collaborazione attiva e continua con le città e le aree metropolitane. In questa chiave sono importanti le iniziative dal basso verso l’alto come il Patto globale dei sindaci, il C40. Viene riconosciuta anche l’importanza di vivere in armonia con la natura, costruire la resilienza e accelerare la riduzione delle emissioni di gas serra.

   Nell’ambito della mobilità si ribadisce l’urgente necessità di promuovere una mobilità sostenibile e conveniente, comprese tutte le relative infrastrutture, tenendo conto dell’analisi dell’intero ciclo di vita per raggiungere l’obiettivo a lungo termine dell’Accordo di Parigi.

   Si incoraggia il progresso continuo nell’uso estensivo e negli investimenti delle tecnologie digitali nei conglomerati urbani, per l’integrazione di sistema dell’energia rinnovabile variabile, compresi lo stoccaggio di energia, le reti intelligenti, le centrali elettriche virtuali, la gestione dell’offerta e la gestione della domanda, nonché il ruolo dell’energia idroelettrica e della moderna bioenergia per la stabilità del sistema e l’interazione e il coordinamento tra fonte di energia-rete-accumulo-carico.

   Vengono sostenute la generazione distribuita sostenibile locale e le comunità energetiche come mezzi concreti per facilitare l’accessibilità, l’affidabilità, la redditività, l’accessibilità e la sostenibilità dell’energia.

   Sono accolti con favore gli sforzi per migliorare la quantificazione e il monitoraggio delle soluzioni basate sulla natura al fine di informare, se del caso, le decisioni di pianificazione, i modelli finanziari e di business sostenibili.

(da GREENREPORT.IT https://greenreport.it/, 24/7/2021)

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 G20 DI NAPOLI, SFUMA IL MIRACOLO: IL CARBONE NON ESCE DI SCENA

di Marinella Correggia, da IL MANIFESTO del 23/7/2021

Il vertice. Il ministro Cingolani: accordo su 58 punti ma ammette la resa sui 2 principali: uscita dal fossile e riscaldamento entro + 1,5 gradi

   I paesi responsabili di oltre l’80% delle emissioni di gas climalteranti, riuniti a Napoli nel G20 Ambiente, clima ed energia, hanno negoziato fino all’ultimo, trovando poi un accordo su 58 articoli mentre, ha precisato una nota del ministero della transizione ecologica, «i due punti su cui solo India e Cina non concordano nella formulazione, sono stati spostati al livello dei Capi di Stato».

   I due punti sono quello relativo al contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi al 2030 e sulla chiusura delle centrali a carbone nel 2025. Poco prima in conferenza stampa il ministro Roberto Cingolani aveva parlato di cinque paesi dissidenti. Anche Russia e Cina si sono impegnate a eliminare gradualmente la produzione di energia dal carbone.

   Il ministro ha precisato che «nessuno dei G20 ha messo in dubbio gli accordi sul clima di Parigi. Ma il messaggio che arriva alla Cop26 è che paesi come Usa, Europa, Giappone e Canada vogliono fare di più, accelerare. Altri economicamente non ce la fanno, e preferirebbero ribadire quanto scritto nell’Accordo di Parigi». Per alcuni membri del G20, ha spiegato, la fuoriuscita dal carbone e l’accelerazione sugli 1,5 gradi comporta una messa in discussione troppo drastica del modello economico fortemente basato sui fossili. E dal quale, aggiungiamo noi, le economie dei membri più «virtuosi» del G20 – Ue, Usa, Canada – dipendono moltissimo.

   Cingolani ha sostenuto che se «quattro mesi fa diversi paesi non volevano neppure sentire parlare di questi argomenti, mentre ora hanno firmato» è perché c’è stata una maturazione culturale, «una curva di apprendimento passata anche attraverso le catastrofi»: si riferisce a quelle che hanno toccato in modo inedito, con le inondazioni, la stessa Europa.

   Evidentemente, gli eventi estremi che da decenni colpiscono paesi e popolazioni ben meno responsabili della crisi climatica, toccano meno il cuore dei potenti.

   Il ministro ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a decarbonizzare, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». Punti del documento finale riguardano l’allineamento dei flussi finanziari agli impegni dell’Accordo di Parigi, il sostegno all’adattamento e alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, gli strumenti di finanza verde che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la condivisione delle migliori pratiche tecnologiche, il ruolo della ricerca, sviluppo e innovazione che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2.

   Due allegati si sono soffermati sulla povertà energetica e sulla sicurezza energetica – dove le disuguaglianze fra paesi e classi sono flagranti. L’Accordo di Parigi prevede in effetti un fondo da 100 milioni di dollari per i paesi rispetto ai quali c’è uno storico debito e climatico, e si tratterà di vedere quanto e come. Occorrerà verificare anche la partita dei sussidi ai combustibili fossili (una montagna di oltre 3,3 trilioni di dollari da parte dei G20, dal 2015 al 2019): l’impegno di Pittsburg del 2009 chiede di eliminarli.

   UN SUCCESSO, IL G20 TEMATICO? Maria Grazia Midulla, del Wwf e coordinatrice del gruppo Clima, biodiversità e transizione ecologica del Civil20 (la società civile) dice a caldo: «Aspettiamo di vedere i punti approvati. Ma è certo che davanti a milioni di persone vittime degli impatti dei cambiamenti climatici, i politici debbano andare più veloci».

   Alla domanda sulla partita del gas nel futuro dell’Italia, il ministro è stato brusco: «Dobbiamo decarbonizzare, uscire dal fossile. Più aumentiamo le rinnovabili, più occorre garantire stabilità di rete, che oggi si fa con il gas, poi migliorerà la tecnologia degli accumulatori – adesso tre volte più costosa rispetto al gas. Se non li avremo, metteremo il gas. Non vogliamo il gas? Non accenderemo il condizionatore perché avremo il black-out».

E il giacimento del risparmio energetico?     

(Marinella Correggia, da IL MANIFESTO del 23/7/2021)

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G20 AMBIENTE: ACCORDI E DISACCORDI

23 luglio 2021, da https://www.ispionline.it/

ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

– I ministri del G20 raggiungono l’accordo per un pacchetto ambientale. Ma le distanze sui tempi e il finanziamento della transizione restano. – 

   Dopo mesi di trattative serrate, i ministri dell’Ambiente dei paesi del G20 – riuniti il 22 e 23 luglio 2021 a Napoli – hanno raggiunto un primo accordo, in cui riconoscono, per la prima volta, “l’interconnessione esistente tra ambiente, clima, energia e povertà”. Un risultato non scontato considerando che il G20 – che rappresenta circa l’85% delle emissioni globali di gas serra – racchiude al suo interno sia la quasi totalità di produttori di energie rinnovabili che i principali produttori di petrolio.

   La lotta al degrado del suolo, la tutela degli oceani, la sicurezza alimentare, e la finanza verde sono alcuni dei principi cardine del comunicato congiunto – rilasciato a margine dell’incontro ministeriale – in cui viene anche dedicato ampio spazio al tema dell’economia circolare.

   Secondo l’ultimo Circularity Gap Reportsolo l’8,6% delle risorse che entrano nell’economia vengono poi riutilizzate, causando uno spreco di materiali quantificabile in 100 miliardi di tonnellate all’anno. Dopo la giornata di ieri dedicata alla tutela di ecosistemi e biodiversità, oggi sul tavolo c’erano gli argomenti più complessi e divisivi: clima e soprattutto energia con Usa ed UE da una parte, Cina, Russia, economie emergenti e paesi petroliferi dall’altra.

CHI PAGA LA TRANSIZIONE?

Se i paesi del G20 sembrano essere allineati sulla necessità di raggiungere la carbon neutrality riducendo a zero le emissioni di CO2, quanto velocemente farlo resta il nodo del contendere. Da una parte i membri del G7 puntano alla neutralità carbonica entro il 2050. Dall’altra, paesi come Cina, Russia, India, Indonesia e Arabia Saudita, rimangono freddi sull’ipotesi dell’impatto zero entro tre decenni, resistendo ai tentativi – anche della presidenza italiana – di rendere più vincolanti gli impegni assunti in sede G20. Una distanza tra le parti ulteriormente rimarcata dalla partecipazione solo da remoto della delegazione cinese e di quella indiana.

   Ulteriore scoglio nelle trattative è anche l’annosa questione su chi finanzierà la transizione. I paesi del Sud del mondo insistono sulla necessità che siano i paesi sviluppati ad assumersi la responsabilità di finanziare la lotta al cambiamento climatico. Nel suo discorso al G20, il ministro dell’Ambiente argentino Juan Cabandie ha ad esempio proposto che una parte del debito dei paesi in via di sviluppo venga cancellato per finanziare la loro transizione ecologica. Al momento, tuttavia, l’intento dei paesi avanzati di finanziare con 100 miliardi di dollari l’anno la decarbonizzazione delle economie emergenti, come stabilito negli accordi di Parigi del 2015, resta solo sulla carta.

PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?

L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di settimane segnate da eventi climatici estremi che hanno ribadito l’urgenza di un’azione comune nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già tra i 10 anni più caldi dal 1880.

   A inizio luglio al Circolo Polare Artico si è raggiunta la temperatura record di 48°C , causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, solo il 2% dei finanziamenti stanziati dalle autorità mondiali per il rilancio dell’economia post-Covid verrà speso in settori green. Allo stato attuale, secondo Fatih Birol, direttore esecutivo della Agenzia internazionale dell’energia  “non solo gli investimenti sono ancora lontani da ciò che è necessario per mettere il mondo sulla strada giusta per raggiungere le emissioni nette zero entro la metà del secolo, ma non sono nemmeno sufficienti per impedire che le emissioni globali raggiungano un nuovo record”.

   La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico alla COP26 di questo novembre a Glasgowdefinita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. 

CHE RUOLO PER ITALIA E UE?

L’Italia presiederà insieme al Regno Unito la COP26. L’obiettivo è quello di usare questa vetrina e quella del G20 per promuovere alcune delle tematiche prioritarie nell’agenda italiana come la tutela di mari e oceani e il ripristino del suolo, ma anche per far avanzare nel dibattito internazionale alcuni dei settori di forza del nostro paese come l’economia circolare. L’Italia è infatti leader europeo in questo campo, potendo contare su una quota di riciclo complessiva del 68% contro una media europea del 57%.

   Parallelamente, la strategia italiana su clima e energia rientra in quella dell’Unione europea che punta ad affermarsi come standard-setter globale. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “Fit For 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla carbon neutrality per il 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina. La lotta al cambiamento climatico richiede quindi, come ribadito dal premier italiano Mario Draghi all’ultimo G7, una cooperazione globale che coinvolga anche Pechino: la vera sfida di questo e dei prossimi G20.

… 

Il Commento

di Ruben David, Coordinatore Task Force “Cambiamento climatico, energia sostenibile e ambiente” del T20

Nonostante l’esultanza per l’accordo raggiunto sul comunicato finale, le delegazioni delle 20 economie più ricche al mondo non hanno assunto impegni finanziari vincolanti, il che limita la concretezza delle decisioni assunte. Tra le 10 linee guida vi sono cose interessanti, come il riconoscimento della centralità delle “nature-based solutions” per contrastare le due maggiori crisi ambientali della nostra epoca: la perdita di biodiversità e la crisi climatica. Ma se si vuole effettivamente portare a termine la transizione verso un’economia decarbonizzata e sostenibile l’ambizione di chi produce l’80% delle emissioni deve essere maggiore”.    (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

…………………………

intervista a JEFFREY SACHS, consigliere del Segretario generale Onu

“GLI USA DI TRUMP HANNO GRAVI COLPE MA ORA PECHINO È SENZA GIUSTIFICAZIONI”

di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 24/7/2021

– JEFFREY SACHS L’economista: “Non c’è più tempo, siamo all’ultimo stadio. Ma possiamo ancora salvare la Terra” –

NEW YORK – JEFFREY SACHS non accetta scuse: «Non c’è alcuna giustificazione economica concreta per la frenata della Cina, e la mancanza di impegni più stringenti di tutti i paesi del G20. Inclusi gli Usa, che per decenni non hanno certo rappresentato un buon esempio». Quindi il direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University e consigliere del segretario generale dell’Onu Guterres avverte: «Possiamo ancora salvare la Terra dalla catastrofe ambientale, ma per riuscirci è indispensabile rinunciare ora a tutte le fonti fossili di energia, e arrivare a zero emissioni entro il 2050».

Il G20 dei ministri dell’Ambiente a Napoli si è concluso con un successo a metà, soprattutto per le resistenze di paesi come Cina e Russia ad accelerare gli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi. Perché Pechino frena?

«Non c’è una buona ragione, potrebbe centrare l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050 senza problemi. È un’economia molto industrializzata, con una grande dipendenza dal carbone. Per molti anni ha puntato su questa risorsa, e ora dice che rinunciare subito sarebbe un’impresa troppo gravosa. Non è vero. Ovviamente anche gli Usa non sono stati utili, perché prima erano rimasti fuori dal protocollo di Kyoto, e poi con Trump hanno lasciato l’accordo di Parigi: non hanno rappresentato un esempio responsabile. Ora però la Cina è il più grande inquinatore del mondo. Il presidente Xi si è impegnato a raggiungere il picco nell’uso del carbone nel 2025, e rinunciare alle fonti fossi di energia entro il 2060. Io però ho studiato le capacità della Cina, e potrebbe farlo entro il 2050. Sarebbe un grande risultato. Ovviamente anche gli Usa sono stati irresponsabili nella politica climatica, fin dagli anni Novanta, per le pressioni della nostra lobby delle fonti fossili. Ancora oggi il Partito repubblicano resiste a qualunque azione seria. Per questo il mondo crolla, perché i paesi che dovrebbero agire ritardano. Ma non c’è più tempo, siamo all’ultimo stadio. Usa, Cina, Russia, Arabia, Australia, Canada, sono stati inefficienti o hanno puntato i piedi. Così ora abbiamo inondazioni in Cina ed Europa, ondate di caldo in Canada, uragani. Siamo nel mezzo di straordinari cambiamenti climatici pericolosi già in corso, e la situazione può solo peggiorare».

Perché la Cina non vuole abbassare l’obiettivo di zero emissioni dal 2060 al 2050?

«Sostiene che sarebbe uno sforzo troppo grande, anche se non è vero. Purtroppo il sistema funziona così: stabiliamo gli obiettivi, come contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, ma poi non facciamo piani seri per raggiungerli. L’intero sistema internazionale è illogico. C’è una netta sconnessione tra ciò che dobbiamo fare, ciò che abbiamo promesso, e ciò che facciamo. Non esiste una buona spiegazione per il comportamento della Cina, ma anche degli altri grandi paesi. Bisogna incrementare gli impegni presi a Parigi».

Washington rimprovera a Pechino di non aver interrotto i finanziamenti delle centrali a carbone fuori dai suoi confini.

«In parte lo sta facendo, nel senso che sarei molto sorpreso se nuovi progetti a carbone fossero inseriti nella Via della Seta, o venissero finanziati dalle istituzioni cinese in futuro. Però c’è una serie di iniziative già avviate, alcune in via di completamento, altre destinate alla cancellazione. Vorrei vedere azioni più decise di Pechino, perché ogni centrale a carbone che viene costruita oggi dovrà essere chiusa ben prima di generare ritorni economici. È solo una perdita di tempo e risorse. Penso che la decisione sia già presa, ma la Cina dovrebbe smettere questi progetti».

Ora il dossier clima passa nelle mani dei leader, in vista del G20 di Roma: quali obiettivi dovrà raggiungere?

«Il G20 è fondamentale, perché ci sono tutti i paesi più ricchi e inquinanti. Roma dovrà chiarire che i membri sono impegnati ad arrivare a zero emissioni entro il 2050, anche se alcuni di loro come la Cina non l’hanno ancora fatto. In vista della Cop26 di Glasgow serve questa conferma da parte del G20, perché è l’unica opportunità che abbiamo di contenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi Celsius. Il secondo impegno deve riguardare i 100 miliardi di dollari all’anno promessi ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli a costruire la loro energia verde. È vergognoso che ancora oggi non ci sia un piano concreto per onorare il financing pledge fatto a Parigi. Questi devono essere i due obiettivi fondamentali del G20 di Roma, sono entrambi raggiungibili».

Bisogna rinunciare a tutte le fonti fossi di energia?

«È quanto ha detto l’ultimo rapporto della International Energy Agency: possiamo arrivare a zero emissioni entro il 2050, è un obiettivo raggiungibile sul piano economico, per centrarlo è necessario smettere di finanziare nuovi progetti basati sulle fonti fossili. Punto. Non c’è giustificazione per non farlo, siamo ben oltre il tempo in cui aveva senso. Abbiamo già più riserve di tutte le fonti fossili di cui potremmo avere bisogno. Non serve più esplorare o sviluppare nuove risorse. L’unica ragione è la politica, che nelle sue decisioni fa prevalere gli interessi sul bene sociale».

Lo scrittore Jonathan Franzen dice che ormai la battaglia per fermare i cambiamenti climatici è persa.

«Farebbe meglio a concentrarsi sulla fiction. Più emissioni produciamo, più il mondo diventa pericoloso. Se davvero fermiamo le fonti fossili, puntiamo sull’energia verde e le auto elettriche, possiamo ancora salvare il pianeta dal disastro. Questo è l’obiettivo, chi dice che non c’è più niente da fare non sa di cosa parla». (Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 24/7/2021)

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Colloquio con GERNOT WAGNER della New York University
“UN PATTO FRA LE ECONOMIE PIÙ AVANZATE PER VINCERE LE RESISTENZE DI CINA E INDIA”

di Eugenio Occorsio, da “la Repubblica” del 24/7/2021

– Il messaggio scaturito dall’incontro è chiaro: impossibile lo sviluppo senza compromessi –

   In pochi ambienti si guarda con tanta apprensione ai tentativi di trovare una strada comune contro i cambiamenti climatici, come nella particolare specie degli economisti-attivisti americani. Sarà per l’urgenza di scrollarsi la cappa opprimente del negazionismo trumpiano, sarà l’atmosfera di vera emergenza che si respira di fronte a tragedie come l’ondata di calore del nord-ovest: «Il G20 di Napoli ha dimostrato come sia importante che Europa e America costituiscano un “club” del clima e cerchino di aggregare quanti più partner possibili nel più breve tempo possibile», dice GERNOT WAGNER, docente di Economia del clima alla New York University nonché autore della column Risky climate di Bloomberg.
Il G20 ci lascia con il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

«Diciamo pieno per un terzo», ammette. «Cina e India si sono rifiutate di accelerare il processo di decarbonizzazione ma hanno compreso che dovranno venire a patti col resto del mondo. Non è poco, al di là del numero di articoli che si è dovuto stralciare dal documento finale».

   Secondo Wagner la discussione si è incartata sì sulla questione delle fonti energetiche, però ha avuto risvolti tecnici altrettanto paralizzanti, a partire dalla “carbon tax”, che la commissione Ue chiama «CARBON BORDER ADJUSTMENT MECHANISM». «È un dazio che le imprese che producono in condizioni inquinanti dovrebbero pagare quando esportano in Paesi dagli standard più rigidi».
   Oltre agli aspetti ecologici ci sono quelli finanziari: l’Europa ha bisogno di una voce comune di bilancio per avere le risorse di garanzia agli eurobond, gli Usa di denaro fresco per finanziare il piano di infrastrutture da mille miliardi in approvazione al Congresso.
   Spiega Wagner: «La “carbon import tariff” è una buona idea, ma il discorso dei dazi porta sempre in terra incognita. In America lo sappiamo dalle origini, da quando nel 1791 Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro, voleva imporre una tariffa sulle importazioni dalle industrie inglesi per difendere il neonato Made in Usa. Finì in un pasticcio, e avanti così fino alle altrettanto inattuate tariffe del 3% per tonnellata di CO2 emessa che propose nel 2015 il premio Nobel Bill Nordhaus. Valutare i dazi o le tariffe interne basandosi sul contenuto carbonico è complesso, costoso e probabilmente troppo ambizioso».
   Il risveglio di coscienza ecologica che pervade gli Stati Uniti contiene secondo l’economista uno slancio genuino da parte del presidente Joe Biden e del suo inviato per il clima JOHN KERRY, come prova «l’inserimento degli standard di energia pulita nel piano infrastrutturale. L’Europa ha tracciato la via, l’America vuole rimettersi al passo. Va detto che i singoli stati non sono mai venuti meno: in 30 hanno i loro parametri rigidi di inquinamento da energia elettrica e non hanno mai retrocesso. La sfida è convogliare queste energie positive in una politica nazionale».
   Per l’economista la transizione energetica «è assolutamente inevitabile, e questo è provato sia che si riesca a inserire in un accordo internazionale il limite degli 1,5 gradi sia che finisca come a Napoli. I fatti sono chiari: l’energia solare è diventata dieci volte più economica negli ultimi 10anni, e cento volte in 40 anni. Costa meno dell’energia da fonti fossili. Qualsiasi analisi costi-benefici impone un’azione decisa di decarbonizzazione. Ma non basta, né c’è la garanzia che la transizione sarà veloce: è un compito della politica». 

(Eugenio Occorsio)

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Intervista a RUBEN DAVID, esperto di Geoeconomia dell’Ispi

«LA CORSA ALLE RINNOVABILI RIDEFINIRÀ GLI EQUILIBRI DI FORZA»

di Marco Girardo, da “Avvenire” del 24/7/2021

– Ruben David: al vertice un passo in avanti, ma senza impegni finanziari vincolanti l’accordo è limitato –

Ruben David, dall’Osservatorio Geoeconomia dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), l’adesione, pur parziale, della Cina ai documenti finali del G20 su Ambiente e soprattutto su Clima ed Energia può essere considerata un passo in avanti nella lotta al cambiamento climatico?

“È certo da accogliere positivamente che un summit ministeriale del G20, che riunisce Paesi con interessi molto diversi tra loro, abbia raggiunto un accordo sui comunicati finali dove vengono affrontate molte tematiche per contrastare le due maggiori crisi ambientali della nostra epoca: la perdita di biodiversità e la crisi climatica. La sottoscrizione da parte della Cina del documento è un fatto positivo. Tuttavia, le delegazioni delle 20 economie più ricche al mondo non si sono vincolate ad assumere impegni finanziari, il ché limita la concretezza delle decisioni assunte. Ma se si vuole effettivamente portare a termine la transizione verso un economia decarbonizzata e sostenibile, l’ambizione di chi produce l’80% delle emissioni deve essere maggiore. Compresa quella della Cina.”

La Cina per la poderosa crescita dell’ultimo ventennio è diventata maggiormente dipendente dalle importazioni dall’estero di energia: la sua strategia può prevedere la rinuncia al carbone?

“Anche la Cina ha dichiarato la propria volontà di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060, ma risulta oggi il principale responsabile a livello globale di emissioni di gas a effetto serra (con circa il 28%). La volontà di intraprendere una “rivoluzione energetica” per una svolta green, come annunciato da Xi Jinping, convive tuttavia con una apparente contraddizione che caratterizza il sistema energetico cinese. Oltre a essere il più grande mercato di energia pulita a livello globale, quello cinese costituisce allo stesso tempo il più grande mercato per il carbone. Una svolta storica in questa direzione è sicuramente rappresentata dalla promessa di Xi, nel corso del Leaders Summit on Climate, di eliminare gradualmente il carbone come fonte di energia a partire dal 2025. Dato però la consistente percentuale che il carbone rappresenta nell’attuale mix energetico, sembra difficile che la Cina riuscirà nei prossimi anni a fare a meno di questa fonte”.

Senza l’adesione di Pechino e dell’India alla decarbonizzazione i target dell’accordo di Parigi sono raggiungibili?

“La Cina, come detto, rappresenta il principale emettitore attuale di gas serra, mentre l’India si trova al terzo posto con il 6%. Questo semplice dato ci dimostra come senza l’azione di questi due grandi Paesi non sia possibile raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature ad 1,5°C sopra i livelli preindustriali. Serve cioè il contributo di tutti. Resta però fondamentale il ruolo di altri due grandi attori: Usa e Ue, che contano rispettivamente per il 14% e l’8% delle emissioni”.

Vero che la corsa alle rinnovabili metterebbe l’Europa alle dipendenze della Cina, quasi monopolista delle materie prime e dei materiali necessari?

“La transizione comporterà sicuramente una ridefinizione dei rapporti di dipendenza a livello internazionale. È tuttavia difficile prevedere ora quali saranno questi rapporti in futuro. È vero che oggi la Cina è diventata il mercato leader a livello globale per pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici e produce circa due terzi delle celle solari installate in tutto il mondo. Questo non implica però che in un futuro dominato dalle rinnovabili l’Ue sarà necessariamente a traino: molto dipenderà dalla propria capacità di investire nelle tecnologie e di perseguire una maggiore forma di indipendenza energetica. Il potere in ogni caso si sposterà soprattutto verso chi avrà in mano una o più di queste cose: la tecnologia e la grande manifattura per produrre pale eoliche e pannelli fotovoltaici, i microprocessori e le scorte di silicio e terre rare”.    (Marco Girardo, da “Avvenire” del 24/7/2021)

…………………….

IL MINISTRO CINGOLANI “PASSI AVANTI DECISIVI ORA TUTTI I GRANDI SEGUANO L’EUROPA E L’AMERICA”

L’INTERVISTA

di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 24/7/2021

– La Cina si impegna a stare negli accordi di Parigi. Bisogna tener conto della diversità di economie, di modelli di sviluppo, di popolazione Sono stati due giorni e due notti molto faticose. I negoziatori non riuscivano a fare progressi su 5 o 6 punti: noi ministri siamo intervenuti –

   Stanco ma soddisfatto. Dopo 48 ore insonni Roberto Cingolani lascia Napoli e il G20 Ambiente, Clima e Energia che ha presieduto, rivendicando un risultato che definisce «storico»: «Aver convinto i Grandi ad affrontare insieme questi temi è stata una novità assoluta. Lo considero un successo della presidenza italiana, come d’altra parte ci è stato riconosciuto da tutte le delegazioni».
Però ministro Cingolani su due punti l’accordo non è stato trovato. Perché, nonostante gli sforzi dell’ultim’ora suoi personali e di John Kerry, non ce l’avete fatta?

«Dal mio punto di vista ce l’abbiamo fatta. Il documento finale congiunto recepisce 58 dei 60 punti iniziali. I due più controversi, cioè l’accelerazione del taglio delle emissioni di CO2 e della dismissione del carbone, andavano a toccare le politiche economiche di grandi Paesi con grandissime popolazioni. Sapevamo che sarebbe stato difficile avere un sì anche su questi due temi».
L’asse Italia-Usa spingeva per rimanere entro gli 1,5 gradi di innalzamento della temperatura. Perché la Cina ha detto no?

«Pechino ha chiesto che su questo punto si adottasse la stessa formula usata al G20 Economia di Venezia.
Semplificando: la Cina si impegna a stare negli accordi di Parigi. In questo momento ci sono Paesi che sono più ambiziosi, la Ue, gli Usa, e cercano di accelerare. Ma bisogna tener conto della diversità di economie, di modelli di sviluppo, di popolazione. Per alcuni Paesi è tutto più complicato».
Un altro gigante che ha frenato è l’India.
«Ha insistito perché si riconoscesse che non si deve tener conto solo delle emissioni di CO2 globali di una nazione, ma anche delle emissioni pro-capite, che nel caso indiano sono più basse della media G20. Il loro punto di vista è che proprio per questo motivo dovrebbero avere più margine per crescere».

Sia la delegazione indiana che quella cinese non erano fisicamente presenti a Napoli. Sarebbe andata diversamente se il confronto fosse avvenuto di persona?

«Certamente in una trattativa del genere conta anche l’empatia e dialogare in videoconferenza è tutta un’altra cosa. Senza contare che spesso abbiamo dovuto fare delle pause perché i temi trattati avevano implicazioni economiche e finanziare, per cui le delegazioni chiedevano di potersi confrontare con i colleghi di governo dei ministeri economici. Però c’è stata una partecipazione straordinaria da parte di tutti, una grande generosità sia da parte di chi era a Napoli che di chi era collegato. Sono stati due giorni e due notti molto faticose. Ieri mattina i negoziatori non riuscivano a fare progressi su cinque o sei punti. E allora siamo intervenuti noi ministri».

Per i due punti controversi non è stata comunque una bocciatura definitiva.
«No, visto che come ministri dell’Ambiente non abbiamo trovato un accordo li abbiamo rimandati al G20 dei capi di Stato: oggettivamente sono aspetti che vanno a toccare le politiche economiche e sociali, le scelte strategiche delle singole nazioni. È giusto che vengano analizzate ai massimi livelli».
Ritiene che da qui a fine ottobre, quando ci sarà il G20 di Roma, si potrà trovare una intesa? Si riuscirà a convincere Cina, India, Russia, Brasile?

«Io penso che ci sia margine per un accordo anche su questi due punti. Proprio perché quando limiti queste trattative al comparto clima-energia non hai tutti gli elementi per decidere, se invece vengono trasferite su scenari più ampi, di politica generale, è più facile trovare una mediazione e una sintesi migliore».
Lei è comunque soddisfatto di questo G20?

«Sì, perché abbiamo trovato accordi molto ragionevoli sul 90% delle questioni. È un risultato pazzesco, soprattutto se sommato al fatto che abbiamo parlato per la prima volta di energia e clima insieme. E nel valutare quanto successo a Napoli bisogna ricordare ieri Cina, India e gli altri hanno sostanzialmente detto ‘vi garantiamo che siamo negli Accordi di Parigi’. Qualche anno fa una adesione così esplicita sarebbe stata da festeggiare. Sotto la presidenza italiana abbiamo posto le basi robustissime per una Cop26 di successo».  (Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 24/7/2021)

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