LA DIFFICILE RICONVERSIONE ENERGETICA, e le dichiarazioni del ministro, fanno ripartire le voci dei FILO-NUCLEARISTI – Come attuare progetti virtuosi per l’ENERGIA EOLICA OFFSHORE (sul mare) e il FOTOVOLTAICO (non su campi agricoli)? Il prossimo piano Energia e Clima e l’individuazione regionale dei siti

EUROPA: spunta il NUCLEARE? …tra le energie RINNOVABILI al posto di quelle FOSSILI? (immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Dopo le dichiarazioni favorevoli al “nuovo nucleare” del ministro alla transizione ecologica Cingolani (poi in parte smentite), si è subito riaperto il dibattito sul nucleare: cioè, in primis, se è un’energia “verde”? …da considerare valida nel programma europeo di riduzione fino all’eliminazione dell’uso dei combustibili fossili. Mettendo in allarme tutti quelli che (come noi) considerano l’energia nucleare assai pericolosa; e seppur senza emissioni di Co2 il nucleare “lascia” una quantità di scorie radioattive che restano in eredità alle future generazioni per migliaia di anni.

   Ma l’ipotesi di una riproposizione dell’energia nucleare in Europa va al di là delle parole di un ministro italiano, e sta mettendo a dura prova l’Unione Europea che vede al suo interno nazioni largamente nucleariste (come la Francia) e lobby potentissime che, superando il nucleare, dovrebbero rivedere i loro progetti (e guadagni) se passasse l’idea di puntare solo sulle energie rinnovabili (come pare fin qui si voglia da parte dell’UE): per i loro investimenti nella chimica, nel cemento, nell’industria automobilistica tradizionale.

Nei punti blu l’EOLICO attuale in Italia, e le potenzialità energetiche oltre le coste marine in IMPIANTI EOLICI OFFSHORE (Mappa-Eolico ripresa da https://www.enermedenergia.it/)

   Di tutto questo, ne vediamo alcuni aspetti negli articoli che riportiamo in questo post; cercando già in questa presentazione di provare a comprendere la necessità di sviluppare già da subito, e nei prossimi mesi, una politica atta alla creazione di impianti che producano energia rinnovabile (dal sole, dal vento) e che abbiano però una sostenibilità ambientale sicura (sennò che senso avrebbe questa trasformazione ecologica europea?).

   Proviamo noi a impostare la cosa, a cercare di chiarire qual è il problema. Partiamo con il “Green Deal”: la proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso (2021) e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035. Ebbene, parlando di energie non inquinanti, il Green Deal non ha avuto il coraggio di dire se il nucleare sia “chiuso al futuro”, non rientri tra le energie applicabili: lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell’energia sia “verde” oppure no.

Centrali nucleari in Europa (sono 186) (mappa da http://www.mollotutto.info/)

   E’ così, in questo dilemma “nucleare sì, nucleare no”, che la cosa dovrà al più presto essere chiarita: si discute della cosiddetta “tassonomia green”, una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi “verdi” e dunque finanziabili dalla Ue. Che possa rientrare il nucleare su un piano di transizione ecologica europeo appare impossibile a nostro avviso. Ma la lobby nuclearista è molto forte, e può contare su nazioni importanti. In particolare la Francia, che sarebbe molto vicina ad ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell’Unione. La Francia, che già ci vende l’elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese (e poi pensiamo alla Cina, che in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari, e la maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi: un affare colossale di molti miliardi di euro).

    Ebbene, c’è questo nodo da superare, e non sarà facile (cioè che l’energia nucleare non può essere un’energia “verde”).

Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (da L’ESPRESSO del 30/9/2021)

    Ma tornando al 14 luglio 2021 dobbiamo capire l’importanza del “Fit for 55”. Infatti è stato presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il pacchetto di proposte “Fit for 55”: contiene 13 proposte legislative sull’energia e sul clima, che hanno lo scopo comune di mettere l’Unione Europea in condizione di centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

   Alcuni dei provvedimenti sono un aggiornamento della legislazione già esistente, per allinearla con il Green Deal e i nuovi target. È il caso della revisione dell’ETS, il mercato del carbonio europeo (se un’industria inquina di più può comprare quote da quelle che inquinano di meno, sempre all’interno del limite totale prestabilito, che si riduce di anno in anno).

   In altri casi, invece, il pacchetto “Fit for 55” introduce una nuova legislazione: ad esempio la proposta di tassa sul carbonio alla frontiera (CBAM) (cioè è prevista l’introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, appunto la sigla sta per “Carbon Border Adjustment Mechanism), che fisserà un prezzo del carbonio per le importazioni di determinati prodotti per garantire che l’azione ambiziosa per il clima in Europa non porti alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio in alcuni Paesi più permissivi.

PANNELLI FOTOVOLTAICI NEI CAMPI (da L’ESPRESSO del 30/8/2021)

   Poi tra le 13 proposte della UE c’è quella che ogni anno il 3% degli edifici pubblici devono essere riqualificati, con l’obiettivo di rinnovare energeticamente il patrimonio pubblico e pure renderlo non inquinante nelle emissioni (con un aumento della quota di rinnovabili nel mix energetico al 40% al 2030, dal 32% attuale).

   Poi tutte le nuove auto immatricolate a partire dal 2035 dovranno essere a emissione zero, cioè di fatto ci sarà lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.

   C’è poi, sempre tra le 13 proposte del “Fit for 55”, la riduzione delle emissioni del trasporto su strada, del riscaldamento degli edifici, dell’agricoltura, dei piccoli impianti industriali e della gestione dei rifiuti: riduzione delle emissioni che dovrà salire dall’attuale 29% ad almeno il 40%, rispetto ai livelli del 2005.

“AGRO FOTOVOLTAICO” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni) (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per quanto riguarda invece le energie rinnovabili, la nuova direttiva fisserà l’obiettivo di «produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030», a fronte del 19,7% registrato nel 2019 (in Italia al 18% circa nello stesso anno).

   È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l’Europa dovrà affrontare con il cosiddetto “Fit for 55” rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità. Per questo, se il nucleare è “verde”, la Francia godrà allora di un vantaggio competitivo non da poco. Preoccupa lo spirito sulla futura decisione della Commissaria UE per l’energia, la estone Kadri Simson (che riportiamo in ultimo articolo di questo post in un’intervista recente) nella quale la Commissaria propone che “nucleare come energia verde?” sia un decisione che prenderà ogni singolo stato, individualmente nel conteggio della propria riduzione della CO2; che cioè ognuno decide per sé (se accadesse questo sarebbe una frantumazione della linea energetica comune europea).

Il SOLARE e l’EOLICO

   Dicevamo qui sopra che l’obiettivo è di produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030, mentre adesso è al 18% in Italia. Il 2030 non è molto lontano, e bisogna “correre”. Il fatto è che finora le (ridotte) esperienze pratiche di fotovoltaico ed eolico non hanno dato buona prova di sé.

   Partendo dal FOTOVOLTAICO si nota quel che è accaduto, e sta accadendo adesso, cioè della grande speculazione sui terreni agricoli. Le Regioni non hanno individuato le aree idonee e le aziende offrono cifre da capogiro agli agricoltori, impossessandosi di campi coltivati o coltivabili. Stravolgendo spesso il paesaggio e la perdita della produzione agricola. Dal Veneto all’entroterra siciliano gli imprenditori vendono così la loro terra ai grandi intermediari delle aziende che vogliono realizzare mega impianti di fotovoltaico.

   E’ invece auspicabile che gli impianti nascano nelle aree dismesse, specie ex-industriali, o ex cave e discariche, o strutture urbane abbandonate. Se è vero che l’Europa fissa dei target ambiziosi, è anche vero che esplicitamente Bruxelles ha chiesto di fare prima una «localizzazione delle aree idonee» a ospitare questi impianti. In Italia invece, complice il caos delle competenze in materia tra enti locali e Stato, come si diceva le principali regioni interessate al fotovoltaico (Veneto, Lazio, Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) non hanno fatto alcuna mappatura delle aree idonee. Così non ci sono paletti e le aziende decidono in totale autonomia dove fare gli impianti, affittando o acquistando terreni da agricoltori (demotivati a proseguire coltivazioni spesso malpagate, e disponibili a incassi redditizi).

   A parte l’unico caso di possibile utilizzo virtuoso di pannelli solari in agricoltura con progetti di agrifotovoltaico” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni), la vera scommessa è poter utilizzare le aree dismesse: in Italia ci sono 9 mila chilometri quadrati di aree industriali dismesse (non comprese le ex discariche e cave che si potrebbero anch’esse utilizzare, e quasi sempre ripristinare al degrado ambientale). Se, come si prevede, nel nostro Paese entro il 2030 l’energia prodotta dal sole deve passare dall’attuale 21 gigawatt a quasi 50 gigawatt, tutto questo, in termini di aree da occupare è quantificabile in 82 mila ettari: significa che basterebbero una quota non rilevante di aree industriali dismesse, 820 chilometri quadrati (sui 9mila totali odierni) (questi dati li abbiamo ricavati e sviluppati noi dall’articolo sul fotovoltaico de “l’Espresso” che qui di seguito in questo post vi proponiamo).

Campagna ANEV PER L’UTILIZZO ENERGETICO DEL VENTO (immagine da https://www.anev.org/)

   In merito all’EOLICO, finora presente solo nel sud Italia (adatto molto più del centro-nord a tale produzione energetica), i modi e gli esempi di installazione di impianti hanno creato molti problemi alla popolazione (specie per la rumorosità); sono stati fatti con speculazioni e impatto sociale e ambientale che adesso questa fonte rinnovabile e il suo possibile (e necessario) sviluppo viene (giustamente) avversato dagli enti locali e dalla popolazione.

   Preso atto del grande potenziale dell’energia del vento nei mari italiani LEGAMBIENTE, GREENPEACE e KYOTO CLUB hanno firmato insieme con ANEV (Associazione nazionale energia del vento) il Manifesto per lo sviluppo dell’EOLICO OFFSHORE in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”. Il manifesto è stato presentato il 5 novembre (2020) e l’obiettivo è conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio. L’eolico off-shore (cioè in mare, lontano dalle coste, dove è possibile sfruttare i forti venti) risolve i problemi di compatibilità ambientale nei rapporti con la popolazione. Possono esserci anche qui (in ambiente marino) delle difficoltà date da coni visuali paesaggistici; oppure da rotte marine… ma siamo più che sicuri che negli oltre 8mila chilometri di coste italiane, numerosi sono i luoghi marini adatti (anche per intensità del vento) a far sì che da ora si punti con grande priorità allo sviluppo dell’eolico offshore (se non ora quando?). (s.m.)

Per “energia rinnovabile” si intende l’energia che viene prodotta utilizzando le risorse naturali della Terra, come la luce solare, il vento, le risorse idriche (fiumi, maree e moto ondoso), l’energia termica della superficie terrestre o la biomassa. Il processo mediante il quale queste risorse rinnovabili sono convertite in energia non produce emissioni nette di gas a effetto serra, motivo per cui l’energia rinnovabile è definita anche “energia pulita”. (testo e immagine da https://ec.europa.eu/info/)

LA RISCOSSA DELL’ATOMO

LA LOBBY NUCLEARE È TORNATA IN CERCA DI NUOVI SUSSIDI

di Edoardo Zanchini vicepresidente Legambiente, dal quotidiano DOMANI del 6/9/2021

– Dietro alle polemiche di questi giorni ci sono le manovre di chi cerca di intercettare le risorse destinate alla transizione ecologica. Il ministro Cingolani deve decidere da che parte stare –

   Non è stata una bolla estiva l’improvviso ritorno di attenzione verso l’energia nucleare. La rapida marcia indietro del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani non ha infatti cancellato le tracce degli interessi che si sono messi in moto intorno alle scelte sul clima nell’establishment economico e politico, non solo italiano.

   È un quadro in movimento che ha descritto bene l’economista premio Nobel Paul Krugman sul New York Times, con la potente e ricca lobby di imprese che vuole fermare in parlamento l’approvazione del piano del presidente americano Joe Biden contro la crisi climatica, perché non accetta l’idea che nei prossimi anni si dovrà arrivare a una rapida e radicale trasformazione del sistema energetico ed economico. E quindi si organizza per combatterla con ogni mezzo economico, politico e mediatico.

Il fronte italiano

L’ex presidente di Eni Paolo Scaroni, con l’intervista rilasciata a Repubblica, si è fatto portavoce in Italia di questi interessi attraverso due tesi che sentiremo ripetere a lungo e che non possono essere sottovalutate.

   La prima è a supporto del “nuovo” nucleare, indispensabile perché non possiamo puntare sulle sole rinnovabili su cui lui, da coerente petroliere, è sempre stato scettico. Tanto vale investire anche qui, almeno per provarci e pazienza se le soluzioni arriveranno nel 2050 o 2100, quando secondo gli scienziati dell’IPCC il mondo sarebbe devastato da una temperatura cresciuta oltre i tre gradi. «Non si può escludere a priori una tecnologia che annulla le emissioni di anidride carbonica», dice Scaroni.

   La seconda argomentazione, direttamente collegata ma più pericolosa e forte dentro Confindustria, è che la transizione ecologica del sistema industriale italiano sarà un bagno di sangue, con conseguenze devastanti in particolare per chimica, energia, automotive. Altro che accelerare rispetto ai target europei, piuttosto il governo si impegni a difendere l’interesse nazionale in questi settori con scelte meno «irrazionali», spinte da «ambientalisti radical chic che sono peggio della crisi climatica», per usare le parole del ministro Cingolani.

Conflitto tra interessi

La ragione per cui questa discussione di inizio settembre continuerà a lungo sta nel fatto che si tratta di un vero e proprio conflitto tra interessi. Tra chi pensa che i cambiamenti climatici impongano una svolta politica e industriale – e tra questi l’Europa e la nuova amministrazione americana – e chi prova a smontare obiettivi su rinnovabili e gas serra, credibilità delle tecnologie e fattibilità reale di questo scenario.

   La vera posta in gioco non sta nel ribaltare l’architettura di decisioni messa in piedi con l’accordo di Parigi sul clima, ma nel rallentarla e ricavare uno spazio per ottenere fondi per la ricerca europea e nazionale sul nucleare, per la cattura e stoccaggio di carbonio collegata a impianti a gas, per l’idrogeno da fonti fossili.

   Le regole fissate da Next Generation Eu hanno impedito che questi progetti fossero finanziati con il Recovery plan italiano e ora a Eni, Snam, Leonardo provano a cercare altre strade per ottenere finanziamenti.

   Sono tutte vicende note e già viste, il problema è che rischiano di rallentare processi di riconversione industriale che potrebbero generare benefici enormi in un paese che importa milioni di tonnellate di carbone, petrolio, gas, materie prime e che potrebbe diventare un campione internazionale in settori con colossali margini di crescita come rinnovabili, efficienza energetica, economia circolare.

   Potrebbe, e il condizionale è d’obbligo, perché oggi siamo praticamente fermi e con poche idee e confuse al governo su come accelerare investimenti di cui potrebbero beneficiare famiglie e imprese. Un risultato positivo di questo dibattito estivo sta nel fatto che si è chiuso il periodo di prova del ministro Cingolani.

   Ora dovrà decidere da che parte stare, perché uno scienziato ha la libertà di girare per convegni e fiere a commentare idee e tecnologie, ma un ministro parla con gli atti che è capace di far approvare.

Il momento della verità

Per lui il banco di prova arriverà presto, visto che nei prossimi mesi il governo dovrà approvare un nuovo Piano energia e clima con le scelte per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2030, e poi la semplificazione delle autorizzazioni per i progetti degli impianti da rinnovabili, le nuove politiche per aiutare i sindaci a rendere città e territori resilienti nei confronti di impatti climatici sempre più drammatici e realizzare una drastica accelerazione negli interventi indispensabili alla transizione ecologica previsti dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

   Di sicuro non potrà trincerarsi dietro le accuse agli ambientalisti o alle regioni, visto che ha la responsabilità e il privilegio di poter definire in un momento delicatissimo scelte fondamentali per il futuro del paese. (Edoardo Zanchini)

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PERCHÉ TORNA IL NUCLEARE

di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 3/9/2021

I 5S contro Cingolani

   Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell’Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l’apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli «ambientalisti radical chic».
   Ma al di là delle polemiche, e delle scorie che esse spesso disseminano nel dibattito pubblico, è interessante capire se le dichiarazioni di Cingolani siano da interpretare come una reale inversione di rotta nella politica energetica del nostro Paese. In realtà, appena due mesi fa lo stesso Cingolani era stato lapidario sul tema: «Il nucleare è qualcosa che noi come cittadini italiani abbiamo escluso con due referendum. Non si torna indietro e non ci piove».

   Cosa è cambiato da allora? Perché invece mercoledì scorso il responsabile della Transizione ecologica a una domanda sul nucleare ha risposto in modo opposto: «Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura. Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso è da folli non considerare questa tecnologia».
   Si potrebbe attribuire il dietrofront al pressing di una qualche lobby nuclearista, che però in Italia è praticamente inesistente. Chi conosce bene il ministro propende piuttosto per una spiegazione “psico-biografica”. Cingolani è uno scienziato e un tecnologo, tutta la sua carriera, dall’Università di Lecce, all’Istituto italiano di tecnologia, a Finmeccanica, è all’insegna della fiducia in macchine e dispositivi capaci di migliorare la vita degli esseri umani.

   Se c’è da valutare una innovazione, che sia il ponte sullo Stretto di Messina o una centrale nucleare, lui pretende che lo si faccia basandosi sui numeri, sugli studi scientifici, non sulle ideologie. In ogni occasione rivendica il suo essere un ricercatore e non un politico.

   E qui si innesta il secondo aspetto psico-biografico: Cingolani, raccontano i suoi collaboratori presenti e passati, dice sempre quello che pensa. Lo faceva da scienziato, lo fa ora da ministro della Repubblica, con conseguenze assai più dirompenti.

   C’è però anche uno scontro europeo che potrebbe spiegare la sortita nucleare di Cingolani. Da mesi a Bruxelles si discute della cosiddetta “tassonomia green”: una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi “verdi” e dunque finanziabili dalla Ue. L’Italia si è a lungo battuta, senza successo, per farvi includere il gas naturale, meno inquinante di carbone e petrolio ma pur sempre un combustibile fossile che contribuisce alle emissioni di CO2. I vicini francesi invece sarebbero molto vicini a ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell’Unione. La Francia, che già ci vende l’elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese.

   E allora, potrebbe essere il ragionamento di Cingolani, facciamole anche noi queste centrali atomiche di nuova generazione.
   Almeno sulla carta, perché non ne esistono ancora di operativi, si tratterebbe di reattori molto più sicuri di quelli tradizionali: con sistemi di raffreddamento meno vulnerabili e quindi ridotti rischi di perdite di acque contaminate. E con un abbattimento quasi totale delle scorie radioattive da dover poi trattare e stoccare.

   C’è però una questione di tempi: alcuni anni perché la tecnologia sia matura e chissà quanti perché l’opinione pubblica italiana accetti il nuovo nucleare. A trent’anni dallo spegnimento dell’ultimo reattore per la produzione di energia il nostro Paese non è ancora riuscito a individuare un sito per il Deposito nazionale che dovrà custodire i rifiuti radioattivi del passato. Quanto ci vorrà prima che i territori dicano sì alle centrali atomiche del futuro? Senza contare che, come ha ricordato lo stesso Cingolani, non si possono ignorare i due referendum che avevano archiviato l’atomo.
   Insomma, passeranno decenni. E invece, se si vuole evitare la catastrofe climatica, la transizione energetica va avviata immediatamente. Non a caso i 70 miliardi dell’Europa confluiti sulla Rivoluzione verde del Pnrr andranno spesi entro il 2026, con grandi investimenti sulle fonti pulite oggi disponibili: solare ed eolico. (Luca Fraioli)

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L’ENERGIA ATOMICA E GLI INTERESSI DI PARIGI

di Claudio Tito, da “la Repubblica” del 5/9/2021

   La seconda metà dello scorso secolo è stata vissuta pericolosamente lungo il crinale della “Guerra nucleare”. L’Europa sembra voler correre il rischio di affrontare ora una sorta di nuova “Guerra del nucleare”. Combattuta non sul terreno bellico delle bombe, ma su quello delle “centrali”. Degli impianti che producono elettricità.
   Perché dietro la polemica che si è aperta in questi giorni sull’eventuale ritorno alla energia atomica e che ha visto protagonista prima il ministro per la Transizione ecologica Cingolani e poi l’amministratore delegato dell’Enel Starace, c’è il grande puzzle che si sta componendo su questo fronte all’interno dell’Unione europea. Con trincee contrapposte, sfide politiche, alleanze trasversali e tanta, troppa ambiguità da parte di Bruxelles.
   C’è infatti una sottile ma preoccupante equivocità che sta accompagnando una delle più grandi opzioni strategiche dell’Ue. Quella del “Green Deal”. La proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035 non ha avuto il coraggio di sciogliere quel nodo. Sul nucleare ha assunto una posizione pilatesca. Lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell’energia sia “verde” oppure no.
   Lo rinvia, senza coraggio. Nello stesso tempo ammette che non è inquinante ma che lascia in eredità alle generazioni del futuro le scorie radioattive. È una vaghezza che consegna al dibattito tra i partner un pacchetto di incoerenza. Con una matrice tutta politica. Certo, è ormai evidente che la Commissione ha dovuto prendere atto che gli Stati membri sono divisi su questo punto.

   Da mesi – la conferma è stata data al consiglio europeo di giugno scorso con le parole del presidente francese – il “Cavaliere nero” della fissione nucleare si trova a Parigi. Macron – così come tutta la classe dirigente di quel Paese – è il “generale” che sta conducendo appunto la “Guerra del nucleare”. Non è una sfida ideale, bensì molto concreta. Fatta di soldi, tanti soldi.
   Non solo perché i francesi basano la loro bilancia energetica sull’atomo, ma soprattutto perché lo esportano. Basti un esempio: la Cina in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari. La maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi. È una questione di miliardi di euro, non di qualche spicciolo.
   È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l’Europa dovrà affrontare con il cosiddetto “Fitfor55” rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità.
   Se il nucleare è “verde”, Parigi godrà allora di un vantaggio competitivo impressionante. E metterà tutti gli altri nella necessità di rincorrere o di pagare un prezzo economico e sociale troppo salato. Questa è la vera posta in palio.
   Come è accaduto per il Covid, come può accadere per la Difesa e forse il Patto di Stabilità, l’Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare la sfida. I passi avanti nella costruzione dell’edificio comunitario si sono compiuti nei momenti di crisi. Questo lo è. L’ambiguità, però, non è mai una risposta.
   Su questo terreno del resto, tutti saranno costretti a cedere buona parte del proprio passato e del proprio retaggio. Per l’Europa si tratta anche di una transizione culturale: il passaggio definitivo dall’industrialismo all’ambientalismo, dalla rivoluzione industriale a quella ecologica. Una fase difficile per tutti.

   Certo, Macron è ormai in campagna elettorale e di certo la sua memoria sta già correndo verso i gilet gialli che protestavano proprio sulla tassazione dei carburanti. La sua memoria, però, non funziona altrettanto bene quando deve ricordare la fuoriuscita radioattiva a giugno scorso da un impianto cinese con tecnologia d’Oltralpe.

   Rinunciare al nucleare, insomma, può essere un sacrificio. Come per la Germania lo sarà ridurre il ricorso al carbone (è il primo Paese per produzione di lignite). Del resto – si sa – in questo mondo dal potere e dalla comunicazione breve, il consenso è ora e l’aria pulita lo sarà poi. Ma questa è anche la differenza tra la difesa transitoria del presente e l’edificazione lungimirante del futuro. Sono i costi di chi vuole scavalcare il XX secolo e passare al XXI. (Claudio Tito)

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LA GRANDE SPECULAZIONE DEL FOTOVOLTAICO SUI TERRENI AGRICOLI

di Antonio Fraschilla, da “L’ESPRESSO” del 30/8/2021

– Le Regioni non hanno individuato le aree idonee e le aziende offrono cifre da capogiro agli agricoltori. Con il rischio di stravolgere il paesaggio e di perdere produzione agricola. Il ministro Cingolani: “Convocheremo i governatori, per me vanno utilizzate le aree dismesse” –

   Battono palmo a palmo le campagne più belle offrendo una montagna di soldi agli agricoltori sfiancati da un mercato che li mette sempre più ai margini. Dal Veneto all’entroterra siciliano gli imprenditori vendono così la loro terra ai grandi intermediari delle aziende, conosciute e spesso sconosciute, che vogliono realizzare mega impianti di fotovoltaico sfruttando il far west delle regole e delle autorizzazioni in materia nel nostro Paese. Con il rischio concreto di una perdita di produzione agricola importante e uno stravolgimento del paesaggio in alcune aree a causa di una concentrazione di pannelli fotovoltaici che non avrà pari nel resto d’Europa.
   L’Italia è la terra del sole e l’Europa chiede al nostro Paese di raddoppiare da qui al 2033 la produzione elettrica da energia solare: una partita che vale 2 miliardi di euro di investimenti privati per raggiungere questo obiettivo, ai quali si aggiungono quasi 4 miliardi di incentivi messi a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

   Un fiume di denaro con la conseguente pressione, fortissima, sia delle aziende che vogliono realizzare questi impianti e preferiscono i terreni agricoli perché già pronti all’installazione, sia dello stesso governo Draghi che vuole raggiungere gli obiettivi chiesti dall’Ue.

   Non a caso, anche qui senza molto clamore, sono passate in Parlamento norme che consentono a Palazzo Chigi di autorizzare direttamente gli impianti superiori ai 10 megawatt, con tanto di possibile esproprio dei terreni per pubblica utilità nel caso in cui le Regioni siano lente nel dare il via libera. Ma c’è di più: con un’altra norma il governo «ha introdotto delle deroghe al divieto di fruizione degli incentivi statali per gli impianti solari fotovoltaici con moduli a terra in aree agricole».
   Il governo Draghi accelera forte del fatto che, dati alla mano, per raggiungere il risultato di raddoppiare la produzione da energia solare ed eolica al massimo si dovrebbe occupare «solo lo 0,7 per cento del suolo del Paese». Peccato però che lo 0,7 per cento è una cifra elevata, se si tolgono le aree già cementificate, e senza regole i grandi impianti si concentreranno in alcune valli e colline stravolgendone davvero il paesaggio come temono diverse associazioni ambientaliste.

   Ma se è vero che l’Europa fissa dei target ambiziosi, è anche vero che esplicitamente Bruxelles ha chiesto di fare prima una «localizzazione delle aree idonee» a ospitare questi impianti. In Italia invece, complice il caos delle competenze in materia tra enti locali e Stato, le principali regioni interessate al fotovoltaico, Veneto, Lazio, Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, non hanno fatto alcuna mappatura delle aree idonee e il governo Draghi, guarda caso, ha accentrato tutte le competenze tranne una: quella sulla localizzazione delle aree idonee.

   Così in Italia oggi è in corso la grande vendita dei terreni agricoli con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che a L’Espresso ammette la situazione e aggiunge: «Convocherò al più presto un tavolo con i governatori per accelerare sulla localizzazione delle aree, ma non possiamo intervenire direttamente».
LA CORSA ALLA TERRA
L’Italia oggi produce energia da sole per 21 gigawatt. Entro il 2033 deve arrivare a quasi 50 gigawatt. In termini di aree occupate significa 82 mila ettari, pari a 117 mila campi da calcio. Il governo ha quindi previsto procedure veloci per dare le autorizzazioni ai grandi impianti, con poteri sostitutivi in capo al ministero della Transizione ecologica in caso di inerzia delle Regioni.

   Negli ultimi mesi sono arrivate centinaia di domande per realizzare grandi impianti: oltre duecento solo in Sicilia (la regione con la maggiore esposizione solare nel giorno), cento in Sardegna, settanta in Veneto, una cinquantina in Puglia e Calabria, altrettante nel Lazio dove è appena stata votata in Consiglio regionale una moratoria fino al 2022 a nuove autorizzazioni dopo che alcune zone, come quella del Viterbese, sono state già riempite di pannelli fotovoltaici.

   Per chiedere l’autorizzazione, le aziende interessate devono dimostrare di avere dei contratti di acquisto o affitto delle aree dove vogliono realizzare questi impianti. Da qui la corsa a farsi cedere i terreni migliori e già pronti all’uso.

   In Veneto il governo Zaia ha dato il via libera a un parco fotovoltaico da 50 ettari (70 campi da calcio) nelle campagne di Rovigo. La società che ha ottenuto l’autorizzazione è la Marco Polo Solar 2 che vede come amministratore unico l’ex presidente dell’Istituto regionale Ville Venete Luciano Zerbinati. Dietro questa iniziativa c’è la Shell, il colosso petrolifero inglese e olandese, che ha una opzione sulle azioni dei soci della Marco Polo Solar 2. Una secondo impianto a breve sarà autorizzato a Porto Viro per undici ettari e, ancora, altri terreni agricoli sono stati ceduti ad aziende di fotovoltaico nelle aree di Occhiobello. Scene che si ripetono in molte regioni.
   In Sicilia la domanda pendente per uno degli impianti più grandi riguarda la Big Fish srl del gruppo Falck, che ha presentato un progetto da 256 megawatt con panelli solari che occuperebbero un’area di 560 ettari tra Catania, Lentini e Motta Sant’Anastasia. Nella domanda ha allegato i preliminari di affitto dei terreni: come quello con il proprietario S.T. per 36 ettari di terreni al canone annuo di 84mila euro.

   Tra le aree interessate da mega impianti anche le terre narrate dal Verga tra Vizzini, Mineo e Buccheri con domande pendenti per mille ettari di terreni agricoli. Tra le società che hanno presentato domanda c’è la Sun Project, di proprietà a sua volta della Innovazione energia srl, partecipata da Maria Papa e Maria Carmela Bevacqua, entrambe di Messina. Qualche mese fa hanno venduto tutto a un gruppo di energie rinnovabili danese, European Energy, che vuole investire 150 milioni di euro.

   In Sicilia ha presentato diverse domande per mega impianti nell’ennese anche il colosso tedesco Ib Vogt. Un altro progetto è stato invece già in parte autorizzato nel Val di Noto per 100 ettari in pieno sito Unesco.

   Dal Veneto alla Sicilia le cifre di prelazione sui terreni sono simili: 2-3 mila euro di affitto all’anno per un ettaro con opzione di acquisto da 20 a 30 mila euro.

LE AREE DISMESSE E LE PROTESTE
Nessuna delle Regioni maggiormente interessate dalle domande di fotovoltaico ha approvato la localizzazione delle aree idonee. Il governatore Luca Zaia tiene fermo nel cassetto il suo piano, lo stesso fanno i colleghi delle altre regioni. Così, nel frattempo, non ci sono paletti e le aziende decidono in totale autonomia dove fare gli impianti.

   In Italia però, dati Istat alla mano, ci sono 9 mila chilometri quadrati di aree industriali dismesse, per non parlare dei tetti degli edifici non di pregio: «Prendiamo la Sicilia: nel piano energetico regionale, ancora non approvato, sono state inserite aree industriali dismesse, ex discariche e cave per un totale di 1.265 siti che potrebbero ospitare 4.600 ettari di fotovoltaico con raddoppio della potenza installata in questa regione. Certo, ci sarebbe un piccolo extra costo a carico delle aziende per sistemare cave e miniere, ma sarebbe ampiamente compensato dai tempi di autorizzazioni veloci», dice Mario Pagliaro, ricercatore del Cnr.

   Invece si vendono i terreni agricoli. La Coldiretti ha avviato una battaglia nazionale e il presidente Ettore Prandini al meeting di Rimini di Comunione e liberazione ha fatto un intervento durissimo: «Pongo una questione chiave al governo italiano, noi vogliamo che il fotovoltaico vada sui tetti delle aziende agricole e non accettiamo che si tolga un solo ettaro di terreno destinato alla produzione di cibo, diciamo no a scenari speculativi».
   Italia Nostra sta sostenendo le proteste delle comunità locali contro il pannello selvaggio in tutto il Paese. Come racconta la presidente Ebe Giacometti: «Siamo convinti che se tutte le Regioni fossero dotate di Piani paesaggistici operativi la pianificazione in campo energetico avrebbe strumenti di reale controllo sulla trasformazione del nostro paesaggio.
   Una trasformazione che rischia di stravolgere asset importanti dell’economia italiana ma soprattutto di condannare all’oblio luoghi celebrati per la loro bellezza. Con lo stravolgimento del paesaggio rischia di evaporare una ricca fetta del nostro Pil collegato alle attività connesse al turismo e al settore agroalimentare, che ha un valore pari al 25 per cento del Pil.

   Italia Nostra insieme ad altre 15 associazioni ha chiesto al governo di individuare le superfici e le aree idonee e non idonee per gli impianti da fonti rinnovabili guardando al minimo impatto sull’ambiente, sul territorio e sul paesaggio. Ad oggi non sono arrivate le risposte».
IL MINISTRO CINGOLANI
Il volto della transizione ecologica in Italia, il ministro Roberto Cingolani, si dice preoccupato per quanto sta accadendo: «Di certo c’è che dobbiamo potenziare le rinnovabili, altrimenti tutto il resto diventa un sogno.

Dobbiamo stare dentro gli accordi di Parigi e non abbiamo né esiste un piano B. Qui se cominciano a dire “no nel mio giardino o nel mio territorio” sbagliamo di grosso. Detto questo, purtroppo i piani di localizzazione delle aree dipendono non solo dalle Regioni, ma anche dalle mappe solari e del vento. Adesso accerteremo con le varie Regioni lo stato dell’arte sapendo bene che occorrerà molta attenzione. Io sono per realizzare questi impianti nelle aree industriali dismesse e per sostenere l’agrifotovoltaico, cioè per far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni: non a caso abbiamo messo quasi 2 miliardi di euro di incentivi in questo preciso settore».

   Il governo in una prima bozza del “decreto semplificazioni” aveva provato a introdurre una norma per togliere competenze sulla localizzazione alla Regioni inerti. Ma in Parlamento ha trovato una opposizione trasversale che minacciava di far saltare tutto. In ballo ci sono tanti soldi. E tanti interessi. (Antonio Fraschilla, da “L’ESPRESSO” del 30/8/2021)

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L’EOLICO e la transizione difficile

NELLA BASILICATA DEL PETROLIO LA GREEN ECONOMY È DIVENTATA UN INCUBO

di Marco Griego, da L’ESPRESSO del 25/8/2021

– L’oro nero ha creato guasti alla regione e meno occupazione di quanto promesso. Ma l’eolico selvaggio ha devastato il paesaggio, alimentato speculazioni e reso inabitabili molti paesi. Così i cittadini e i Comuni si mobilitano –

   A Viggiano, la cappella della Madonna nera venerata dai lucani domina sul grande polo industriale a valle, dove c’è un’altra nera ricchezza che ha acceso i motori della regione dalla fine degli anni Novanta. Sull’intera area, inclusa la Val d’Agri, si estende il giacimento di petrolio più ricco d’Europa.
   Nel Texas d’Italia, la green economy prospettata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza sembra, però, un miraggio: «Se vogliamo declinare la transizione energetica a livello regionale, dobbiamo andare oltre il petrolio», ammette Antonio Lanorte, presidente regionale di Legambiente.

   Così, mentre a Bruxelles si contano i 25 miliardi di euro di anticipo sul piano nazionale per la transizione ecologica, l’economia verde lucana ha già preso altre vie, alcune così distorte da impattare sulle comunità che costellano la regione: «Negli ultimi dieci anni, la regione ha visto speculazioni nel campo di rinnovabili come l’eolico e oggi c’è un clima culturale che vede queste soluzioni come la peste», spiega Lanorte.

   In Basilicata, la black e green economy non sono stati il volano dello sviluppo prospettato e lo dicono nero su bianco i numeri dell’occupazione: «In passato è stato creato lavoro, ma non nella misura delle cifre dichiarate delle compagnie petrolifere», spiega Davide Bubbico, professore associato di Sociologia economica e del lavoro all’Università di Salerno. Nella regione, il carbon fossile non è un freno allo spopolamento: una vera e propria emorragia sociale a scapito delle nuove generazioni, che neppure il welfare di pochi comuni irrorati dalle royalties riesce ad bloccare.

   La lista delle criticità è lunga. Lo sa bene Giorgio Santariello, fondatore del collettivo Cova Contro, che da anni cerca di accendere la luce sulle ombre del carbon fossile lucano: «Oggi si vuole puntare sul Pnrr lasciando aperta la grande ferita cronica di questa regione: l’assenza dei controlli ambientali», denuncia.

   Giorgio è prossimo ai quarant’anni e, quando ha deciso di aprire un’associazione con dieci amici, non aveva ben chiaro quanto i problemi generati dall’industria energetica siano radicati: «Oggi noi facciamo intelligence ambientale dove i controlli non arrivano. Sul territorio, le soprintendenze hanno poco personale, per cui non possono ispezionare di frequente i cantieri. Noi cerchiamo di colmare questo buco, perché spesso vengono a mancare stimoli per cambiare», spiega.

   Oggi grazie a una rete di sentinelle su tutto il territorio, da giovani attivisti a pensionati muniti di smartphone, Giorgio Cova denuncia quei progetti che sconfinano nell’illegalità: «Abbiamo fermato lo sversamento di acque che venivano dall’estrazione per essere immesse nei torrenti della località Tempa Rossa e nell’invaso della diga del Pertusillo, che porta acqua potabile nelle nostre case». Mentre sta parlando, Giorgio riceve la chiamata di un amico che sta facendo analizzare l’acqua del mare dopo una febbre anomala dei figli: «Gli impianti di depurazione a ridosso della costa non funzionano correttamente quando c’è un grande afflusso di turisti», spiega. Con l’allineamento agli obiettivi europei di de-carbonizzazione e l’attività incessante delle estrazioni, loro sono i primi a chiedersi quale sarà la strada che la regione intraprenderà fino al 2050.

   Nell’alta Val Basento, anche l’incantesimo delle rinnovabili sì è spezzato da tempo. Almeno dal 2015, quando i crinali che legano il potentino a Matera sono stati oggetto dell’installazione massiva di turbine eoliche. A Balvano lo chiamano eolico selvaggio, nelle contrade dove i campi agricoli sono invasi dall’ombra di pale che sembrano ecomostri. Qui l’energia eolica ha segnato drammaticamente il futuro di tante famiglie, come quella di Mario Bagnulo che, dopo vent’anni di lavoro nella ristorazione italiana, oggi rimpiange il ritorno al paese d’origine: «Sarei disposto a vendere tutto e partire con la mia famiglia, ma la quotazione della casa è scesa da quando hanno installato le pale eoliche nelle vicinanze», spiega.

   Da lontano, la sua casa blu abbacinata dal sole sembra emergere da un quadro di Magritte, ma è solo un’illusione nel luogo dove gli appezzamenti agricoli divenuti lotti industriali, il suono metallico degli aerogeneratori da sottofondo: «Ne ho contati sedici, di cui tre a meno di duecento metri dal patio», indica amareggiato. Nei suoi occhi affranti c’è, però, la tenacia di chi ha appena intrapreso una battaglia che non vuole lasciare. È di pochi giorni fa la notizia che il pm del tribunale di Potenza, Valeria Farina Valaori, ha chiesto il rinvio a giudizio per otto persone, fra privati e dipendenti pubblici. Per Mario è l’ennesimo round di una lotta che ha iniziato con l’associazione Balvano Libera: «Siamo 150 firmatari, inclusi i sindaci di Vietri di Potenza e Muro Lucano», spiega.

   Con lui raggiungiamo Giovanni Bovino. Nel suo giardino il rumore di almeno sette pale eoliche in funzione ricorda il cigolio della carena di un transatlantico: «Non abbiamo tregua, quando il rumore ti entra nella testa è dura vivere la quotidianità», ammette. Sua figlia, di pochi mesi, fatica a dormire la notte: «Chiudiamo le finestre per attutire un poco il frastuono, ma quando ti abitui al rumore, ti accompagna sempre».

   L’area intorno al comune di Balvano ha l’aspetto di un grande parco eolico, seppure diverso dal quello della vicina Ricigliano (Salerno), costituito da dodici grandi turbine eoliche sulla montagna. Nella maggior parte dei casi, si tratta di impianti di minieolico, che producono pochi megaWatt ciascuno, e che si affastellano come una selva di mulini a vento a ridosso di abitazioni private. Oggi se ne contano 85: «Questa non è la transizione energetica che vogliamo, nessuno incentiva il fotovoltaico né c’è un interesse a riqualificare le aree industriali», lamenta Mario.

   Sia lui che Giovanni hanno storie che s’intrecciano ad altre. Come quella di Francesco Teta, che ogni settimana riceve la visita del veterinario per placare l’infiammazione acustica di cui sono affetti i cani che alleva: «Il rumore è martellante, non ci fai mai l’abitudine», dice Giovanni. Non è l’unico problema. D’inverno, il soggiorno di Mario sembra una sala da discoteca: «È l’effetto shadow-flickering, uno sfarfallio intermittente dell’ombra. Per limitarlo, sto facendo crescere le aiuole intorno».

   A pochi chilometri da Balvano, il comune di Vietri di Potenza è chiamato la porta della Lucania. Fin dal suo insediamento nel 2017, il 39enne sindaco Christian Giordano si è scontrato con la realtà dell’eolico: «Vedere arrivare sul proprio territorio aziende private che non conosciamo e che promettevano investimenti, mi ha subito insospettito perché gli impianti di cui parliamo non sono installati per coprire il fabbisogno energetico della nostra comunità né guardano alla sostenibilità del posto», spiega. Nella causa che vede fra gli imputati anche i tecnici di Balvano, il Comune di Vietri si è costituito parte civile: «Questa battaglia ormai si traduce in procedimenti giudiziari, perché ne va dell’interesse di tutta la comunità che rappresento», ammette.

   A pochi chilometri di distanza, il piccolo borgo di Muro Lucano è l’ultimo argine alla speculazione energivora. Il primo cittadino Giovanni Setaro, anche lui impegnato a rilanciare la realtà locale, ha in mente altre alternative alla sperequazione green: «Noi chiediamo solamente che si scelgano luoghi adatti a installare gli impianti, non possiamo accettare che sia devastato un intero paesaggio», aggiunge. Alle sue spalle, campeggia il castello dove la regina Giovanna d’Angiò fu assassinata: «Abbiamo un patrimonio da salvaguardare, se non fosse per la nostra resistenza, dietro al castello oggi avremmo pale eoliche, con un impatto anche sulle migrazioni annuali della cicogna nera», sottolinea.

   Per i due sindaci, la Basilicata è una terra dal grande potenziale, ma la politica spesso lo intercetta su altri binari: «Abbiamo tanti corsi d’acqua da poter investire sull’idroelettrico o sul turismo slow. Per questo, mi domando se il governo non abbia già deciso il nostro destino. In tal caso, meritiamo una risposta sincera», dice Setaro. Per Lanorte di Legambiente, è necessario tracciare scadenze temporali e tradurle in azione: «Davanti alle deadline del Pnrr, solo con un limite temporale si può procedere a una strategia di decommissioning e riconversione degli impianti industriali, perché si adattino alla green economy e non siano semplicemente tentativi di greenwashing» .

   L’impegno dei cittadini e quello di alcuni comuni finora ha mostrato che anche l’energia green può avere un retrogusto amaro. Nella resistenza mista a rassegnazione di chi spera in una vita tranquilla, sembra di leggere ancora quanto scriveva nel Dopoguerra Carlo Levi, quando menzionava l’«antico diritto feudale di vita e di morte sui cafoni». Oggi quel “diritto” ha il volto della speculazione e del tacito assenso, ma c’è chi resiste per ricordare che il futuro può ancora cambiare, oltre le vane promesse. (Marco Griego, da L’ESPRESSO del 25/8/2021)

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MANIFESTO PER LO SVILUPPO DELL’EOLICO OFFSHORE IN ITALIA

6/11/2021

Contribuire alla decarbonizzazione del Paese nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica: ecco l’unione di intenti siglata da ANEV, Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club per valorizzare al meglio l’energia eolica nei nostri mari.

   Lo sviluppo delle fonti rinnovabili è essenziale per contrare la crisi climatica, aumentare la sicurezza
dell’approvvigionamento energetico, favorire l’occupazione e il coinvolgimento delle realtà locali e consentire di ridurre l’impatto ambientale associato al ciclo energetico. Una priorità per l’Unione europea che ha adottato una serie di atti a sostegno delle fonti rinnovabili, che includono anche l’eolico offshore, tra i quali il Green Deal come nuovo meccanismo di finanziamento per promuovere le energie rinnovabili.

   Preso atto del grande potenziale dell’energia del vento nei mari italiani Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club hanno firmato insieme con Anev (Associazione nazionale energia del vento) il Manifesto per lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”.

   Il manifesto è stato presentato il 5 novembre (2020) nel corso del convegno digitale sull’eolico offshore, nell’ambito degli eventi online della fiera Key Energy 2020.

   L’obiettivo è conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio.

   Una stretta collaborazione tra le Associazioni per favorire lo sviluppo dell’energia eolica tutelandone il corretto inserimento nel paesaggio e nell’ambiente, ed utilizzando al contempo le risorse disponibili nel nostro Paese.

MANIFESTO PER LO SVILUPPO DELL’EOLICO OFFSHORE IN ITALIA,

NEL RISPETTO DELLA TUTELA AMBIENTALE E PAESAGGISTICA

ANEV, Associazione Nazionale Energia del Vento, Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club,

considerato

  • l’interesse delle organizzazioni suddette a diffondere l’eolico offshore garantendo il corretto inserimento degli impianti nel territorio;
  • che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) presentato dal Governo Italiano prevede un obiettivo per l’eolico offshore di 900 MW al 2030;
  • che gli obiettivi del PNIEC sull’eolico offshore dovranno essere significativamente rivisti al rialzo sulla base delle nuove tecnologie flottanti vicine alla maturità tecnologica e conseguentemente una percentuale significativa degli obiettivi PNIEC può essere raggiunta tramite l’eolico offshore;
  • che il raggiungimento di detti obiettivi del PNIEC oltre a contribuire alla produzione di energia rinnovabile per contrastare la crisi climatica in atto dovuta alle emissioni di gas serra, comporteranno importanti ricadute anche in termini occupazionali e di aumento dell’indipendenza energetica del nostro Paese;
  • che lo sviluppo delle fonti rinnovabili è una priorità dell’Unione Europea in quanto è essenziale per contrare la crisi climatica, aumenta la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, favorisce l’occupazione e il coinvolgimento delle realtà locali e consente di ridurre l’impatto ambientale associato al ciclo energetico. L’Unione europea ha adottato una serie di atti a sostegno delle fonti rinnovabili, che includono anche l’eolico offshore, tra i quali il Green Deal come nuovo meccanismo di finanziamento per promuovere le energie rinnovabili;
  • che l’obiettivo di conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio, ha spinto le suddette associazioni a intraprendere una stretta collaborazione per favorire lo sviluppo dell’energia eolica tutelandone il corretto inserimento nel paesaggio e nell’ambiente, ed utilizzando al contempo le risorse disponibili nel nostro Paese;
  • che le più recenti tecnologie, basate sull’utilizzo di piattaforme galleggianti (floating offshore wind) permettono l’istallazione di impianti anche in aree dove le batimetrie elevate non permettevano la progettazione di turbine con fondamenta fisse (bottom fixed), ampliando notevolmente le potenzialità di utilizzo dell’energia eolica nei mari italiani;
  • che l’installazione di impianti offshore, in siti idonei, può contribuire – anche grazie a processi partecipati che includano settori economici interessati, come quello della pesca artigianale -ad impedire attività a maggiore impatto ambientale e creare le condizioni per una gestione sostenibile delle risorse del mare;
  • che dagli studi fatti dall’ANEV si evidenzia che i mari italiani godono di una notevole risorsa eolica offshore disponibile per contribuire alla transizione energetica in atto, in un’ottica di decarbonizzazione e indipendenza energetica;
  • che lo sviluppo dell’eolico offshore contribuirebbe positivamente alla crescita del PIL italiano; in particolare gli impianti di grossa taglia permetteranno di mitigare l’LCOE (il costo livellato dell’energia) a beneficio delle economie di scala.

decidono

di avviare azioni comuni di sostegno all’eolico offshore, pur nel rispetto delle differenti attività delle associazioni coinvolte, impegnandosi a supportare lo sviluppo di questa tecnologia nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio, al fine di poter utilizzare il potenziale di energia pulita da fonte eolica presente nei nostri mari.

concordano

sull’esigenza che il processo di sviluppo dell’eolico offshore sia gestito in modo da ridurre al minimo gli impatti sull’ambiente e garantire al contempo la massima trasparenza e informazione intorno ai progetti, per mitigare gli impatti ambientali e paesaggistici più importanti negli specifici siti.

   Le attenzioni progettuali dovranno includere la minimizzazione delle modifiche dell’habitat bentonico in fase di cantiere e di esercizio, il ripristino degli ambienti alterati nel corso dei lavori di costruzione e la restituzione alla destinazione originaria delle aree di cantiere, nonché la possibilità di individuare all’interno dei parchi aree di ripopolamento di flora e fauna. Particolare attenzione dovrà essere posta alla presenza degli “habitat prioritari” riportati nell’allegato I della Direttiva Habitat (Dir. n. 92/43/CEE), come ad esempio le praterie di Posidonia Oceanica, nonché alle aree corridoio per l’avifauna migratoria interessate da flussi costanti nei periodi primaverili e autunnali, alle Aree Marine Protette ed alle aree archeologiche.

chiedono

che sia garantito un percorso chiaro e trasparente di informazione e confronto sui progetti di nuovi impianti eolici offshore con le istituzioni nazionali e locali, con gli stakeholder territoriali tra cui operatori turistici e pescatori, in modo da approfondire e affrontare criticità e potenzialità di questi impianti per i territori coinvolti e valorizzare il loro contributo come previsto dal PNIEC.

   ANEV, Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club si rendono disponibili a collaborare per fare in modo che l’energia eolica presente nei mari italiani possa essere valorizzata al meglio per contribuire alla decarbonizzazione del nostro Paese ed alla sua autosufficienza energetica, salvaguardando le attività economiche e gli ecosistemi marini.

ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento) Simone Togni (presidente)

KYOTO CLUB Gianni Silvestrini (direttore scientifico)

LEGAMBIENTE Stefano Ciafani (presidente)

GREENPEACE ITALIA Giuseppe Onufrio (direttore)  

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DECARBONIZZAZIONE: L’EOLICO HA UN POTENZIALE INESPRESSO

(ed è la fonte rinnovabile che genera maggiore gettito fiscale e valore aggiunto)

– Presentato (il 21/6/2021) lo studio ANEV(Associazione Nazionale Energia del Vento)-Elemens sullo scenario dell’eolico in Italia con il EU Green Deal –

da https://www.anev.org/ 21/6/2021

   L’ANEV ha presentato lo Studio Elemens “Nuovi scenari di decarbonizzazione per l’Italia. Il EU Green Deal e gli effetti sulle rinnovabili elettriche al 2030”, che mostra come l’eolico abbia ancora un potenziale di crescita importante per i nuovi impianti, l’eolico off-shore (cioè in mare, lontano dalle coste, dove è possibile sfruttare i forti venti, NDR) e per il repowering (cioè ripotenziare, rinnovare i vecchi impianti, NDR).

   Inoltre tra le FER (cioè Fonti di Energia Rinnovabile, NDR) l’eolico è quella che genera uno dei maggiori ritorni sul territorio tra gettito fiscale e valore aggiunto, grazie alla sua presenza industriale in Italia.

   Per centrare il nuovo target al 2030, lo scenario EU Green Deal prevede per il 2030 un incremento della quota di rinnovabili elettriche che dovrebbero passare dagli attuali 120 TWh (TWh sta per “terawatt”, un miliardo di chilowatt -kW- cioè mille miliardi di Watt: con i TWh, in questa scala, si misurano fenomeni di dimensioni nazionali e globali) a 241 TWh (+54 TWh rispetto a quanto delineato nel PNIEC (cioè il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), con uno share delle FER elettriche sui consumi pari al 70% circa (rispetto al 55% del PNIEC).

   Rispetto alla traiettoria prevista dal PNIEC per il 2030 (41,5 TWh), lo scenario EU Green Deal prevede un incremento della produzione eolica, che dovrà raggiungere i 55 TWh al 2030 (+13 TWh rispetto al PNIEC e +34 TWh rispetto al 2020). Il contributo dell’off-shore è pari a 1,1 TWh al 2030. Per fare ciò sarà necessario il contributo dei nuovi impianti come prima cosa (ulteriori 9,6 GW on-shore oltre all’off-shore), e poi del repowering (ripotenziamento) degli impianti esistenti, con complessivi 8,5 GW (3,4 GW incrementali).

   L’eolico genera importati ricadute economiche anche grazie al numero di imprese attive nella componentistica delle turbine. I nuovi impianti contribuiscono per ben 2,9 miliardi, mentre il repowering contribuisce per 1,8 miliardi di euro complessivi. Il totale del valore aggiunto dall’eolico è pari a 3,5 miliardi di euro e il gettito fiscale pari a 1,1 miliardi di euro.

   “I numeri di Elemens sono l’ennesima conferma che dovremmo “correre”. E invece siamo fermi. Bisognerebbe installare migliaia di megawatt per rispettare gli obiettivi che noi stessi ci siamo dati e invece ne facciamo solo qualche decina. Il DL Semplificazioni all’esame del Parlamento non sia l’ennesima occasione persa: non possiamo permettercelo. Si semplifichi davvero e nel rispetto del paesaggio e dell’ambiente si passi finalmente dalle parole ai fatti”. Ha così commentato FRANCESCO FERRANTE, Vice Presidente di KYOTO CLUB.

   “È necessario rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra chi ha gli strumenti per coadiuvare il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione e gli obiettivi stessi” ha commentato il Presidente dell’ANEV, SIMONE TOGNI “Negli anni il settore eolico ha spesso dovuto intraprendere battaglie legali per poter svolgere il proprio lavoro ed esprimere i propri benefici, con la conseguenza di vedere gli iter autorizzativi rallentati e dunque facendo perdere al Paese il ritorno economico, occupazionale e ambientale. Il Green Deal EU pone degli obiettivi chiari ed è necessario che il Governo faccia di tutto perché si possano raggiungere e non faccia perdere all’Italia la grande opportunità che l’energia eolica offre”. (da https://www.anev.org/, 21/6/2021)

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«SULL’ATOMO DECIDANO I PAESI»

INTERVISTA alla Commissaria UE per l’energia KADRI SIMSON

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2021

CERNOBBIO – KADRI SIMSON, 44 anni, estone, a Bruxelles a coprire una funzione strategica: commissario Ue per l’Energia, proprio quando l’Unione punta a ridurre drasticamente le emissioni nette di CO2 in dieci anni e azzerarle fra trenta. In Italia il suo pari grado è il ministro Roberto Cingolani, al centro di una polemica per aver dichiarato che per abbattere le emissioni fossili bisogna tenere aperta la possibilità di un mix di fonti alternative.

Cingolani, precisando che l’Italia non lo propone, nota che una decina di Paesi europei si affidano anche al nucleare per abbattere la CO 2. Possono farlo?

«Tocca a ciascun Paese decidere come ridurre le emissioni – risponde Simson -. La Francia ha annunciato che continuerà a usare l’energia nucleare anche dopo il 2050. È nel suo diritto. Ogni Paese può decidere il suo mix di fonti. Tutti i governi si sono impegnati a arrivare a essere neutri dal punto di vista delle emissioni nette. Ma i modi sono diversi».

Anche il nucleare può essere parte del mix?

«In base alla nostra strategia di lungo periodo, il nucleare coprirà circa 15% del consumo finale europeo dopo il 2050. Non emette CO 2 e gli Stati membri che hanno centrali programmano di usarle o di costruirne di nuove».

Si studiano nuove centrali piccole come container, di quarta generazione e dieci Paesi europei hanno manifestato interesse. Potrebbero servire?

«È una soluzione che non abbiamo ancora visto nella realtà. Vengono chiamati piccoli reattori modulari. Hanno il vantaggio che si costruiscono più in fretta dei reattori attuali».

Quei minireattori andrebbero sottoterra?

«In gran parte il vantaggio di questa soluzione è che non richiede l’uso di molto territorio. Ma il problema principale sono le scorie. Noi della Commissione controlliamo che tutte le centrali nucleari applichino gli standard di sicurezza più elevati: le scorie vanno gestite in modo da non causare nessun danno significativo. E ci sono ottimi esempi nei Paesi nordici, per esempio in Svezia e Finlandia: stanno costruendo nuovi depositi molto in profondità nel sottosuolo di granito, che aiutano a immagazzinare le scorie nucleari per periodi di oltre diecimila anni».

Alcuni Paesi in futuro potrebbero accogliere le scorie di altri?

«Non credo, ma bisogna tenere presente che ogni Stato membro dell’Unione immagazzina già le proprie scorie nucleari, anche se non ha centrali nucleari. Tutti i Paesi europei usano il nucleare per scopi medici. Dunque tutti devono smaltire le scorie già adesso. E lo fanno».

Non ci sarà squilibrio competitivo fra i Paesi che abbattono le emissioni con il nucleare e quelli che lo fanno con le rinnovabili, che costano di più?

«L’energia pulita non è più costosa, al contrario. L’anno scorso abbiamo visto che l’energia più economica veniva dagli impianti solari del Portogallo. La sfida di rinnovabili come il solare o il vento è che la produzione non è stabile. Bisogna risolvere il problema dell’immagazzinamento e investire molto nelle reti perché, per esempio, le reti di turbine eoliche offshore si trovano in luoghi in cui non esiste rete. Ma l’Unione europea può aiutare gli Stati membri a costruire le reti, perché un mercato europeo ben connesso può avere più rinnovabili».

La Ue sta finanziando con molti miliardi anche un progetto di fusione nucleare sperimentale sempre per azzerare la CO 2 . Di che si tratta?

«È Iter, un progetto in cooperazione con Cina, Russia, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti. L’obiettivo è creare un plasma di fusione con enorme potenza. Sarebbe come avere l’energia del Sole sulla Terra, nucleare ma senza scorie. La data attuale prevista per il lancio è il 2035, anche se è stato rinviato già varie volte. Teoricamente in volumi molto piccoli funziona. Ora va trovato il modo di renderlo commerciale».

(Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2021)

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