AUKUS (che sta per Australia, United Kingdom, United State of America), nuovo patto di difesa fra i 3 Stati contro l’espansionismo cinese – L’INDO-PACIFICO, area geostrategica prioritaria militare e del commercio mondiale (ma anche il Mediterraneo conta) segna il duello tra USA e CINA (ci sarà GUERRA? speriamo di no)

(BIDEN annuncia AUKUS) – Nella conferenza stampa virtuale di mercoledì sera 15 settembre (2021) presieduta dai capi di governo britannico e australiano e dal presidente Usa è emerso l’intento di creare AUKUS, una forza di contenimento anti-cinese nell’INDO-PACIFICO, la nuova area geopolitica più “calda” del mondo, dove le potenze anglosassoni cercheranno in primis di limitare l’espansionismo cinese

   Con il patto AUKUS (acronimo ripreso dalle iniziali di Australia, United Kingdom e United State), nuova iniziativa del presidente americano Biden, appunto Usa, Gran Bretagna e Australia decidono di muoversi insieme nella sfida di questo secolo alla Cina, sulla regione dell’INDO-PACIFICO. L’accordo segna in modo chiaro la volontà americana di spostare i propri interessi geopolitici sul fronte asiatico e il suo asse militare nell’intera regione dell’Indo-Pacifico, che è il nuovo centro geopolitico mondiale.

(REGIONE INDO-PACIFICA, mappa da https://www.quotedbusiness.com/) – L’INDO-PACIFICO è una regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua ma mai fino alle coste americane (da Wikipedia)

   Questo accordo a tre, questa iniziativa, permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione (carburante) nucleare (non con armi nucleari), utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti, con anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. AUKUS sta creando un caso diplomatico di scontro non da poco con la Francia, che ha visto sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali (cioè a carburante diesel).

   Forse la Francia non è arrabbiata solo per la enorme commessa dei sommergibili persa: l’accordo con l’Australia rappresentava per Parigi l’opportunità concreta e fattiva di consolidare la propria presenza e influenza nell’Indo-Pacifico, essendo la Francia presente con una ZEE (Zona Economica Esclusiva) nella quale i francesi contano 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, fra la Nuova Caledonia e Tahiti (uno dei possedimenti della Francia coloniale che ancora conserva).

INDO-PACIFIC e ASIA-PACIFIC REGION (mappa da https://angelowijaya.medium.com/)

   Questo accordo nell’INDO-PACIFICO, anticinese, nasce quasi a metter ordine e chiarire i vari accordi, militari e commerciali che vi sono in quell’immensa regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua. Ad esempio avevamo (ed abbiamo) in corso già l’accordo QUAD: il quadrilatero delle democrazie indo-pacifiche, formato da Giappone, India e appunto Stati Uniti e Australia. E il 24 settembre (2021) Biden ospiterà un vertice con i leader di Australia, India e Giappone, alleanza QUAD creata nel 2007 per contrastare l’ascesa della Cina in campo militare. Conterà da adesso di più il QUAD o l’AUKUS? (crediamo il secondo)

da LIMES: L’OCEANO PACIFICO tra USA e CINA (Carta di Laura Canali, Limes)

   Dall’altra adesso, Pechino, da parte sua, ha presentato ufficialmente la domanda di adesione al CPTPP (“Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership Agreement”), l’accordo di libero scambio di 11 Paesi dell’area Asia-Pacifico (è il patto commerciale siglato nel 2018 da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, nato sulle ceneri del Trans-Pacific Partnership -TPP-, e voluto allora da Barack Obama, ma disertato clamorosamente dal successore, Donald Trump) nato anch’esso per contenere la Cina. Adesso la Cina, chiedendo l’adesione, ovviamente intende estendere la propria influenza in tale ambito e annullare così il fatto che l’accordo sia nato commercialmente contro di essa (sarà la Cina accolta nel CPTPP? …è cosa non da poco la sua adesione o meno!).

(nella FOTO: JOSEPH BORREL, da https://www.ilsole24ore.com/) – “(…) A poche ore dall’annuncio di un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contrastare l’influenza cinese a Est, la Commissione europea ha presentato giovedì 16 settembre una nuova strategia per l’Indo-Pacifico. Con l’occasione, l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza JOSEP BORRELL (nella FOTO) ha sostenuto che l’iniziativa anglo-sassone è un nuovo pungolo nel fianco dell’Unione Europea perché questa si rafforzi nel settore della difesa. LA NUOVA STRATEGIA COMUNITARIA NELL’INDO-PACIFICO è il primo tassello di un progetto chiamato GLOBAL GATEWAY per firmare accordi internazionali oltre il commercio: un rafforzamento delle catene di produzione, nuovi partenariati in campo ambientale e digitale, nuovi accordi nella sicurezza marittima…In campo digitale, per esempio, i primi accordi nell’Indo-Pacifico verranno negoziati con il GIAPPONE, SINGAPORE e la COREA DEL SUD. (Beda Romano, da “Il Sole 24ore” del 16/9/2021 https://www.ilsole24ore.com/)

   Pertanto la sfida principalmente tra USA e CINA è destinata a continuare su più fronti. E questo accordo trilaterale anti-Cina, Aukus, fa capire che il grande gioco della conflittualità mondiale si gioca adesso prioritariamente nell’Indo-Pacifico. E non a caso, il nuovo patto trilaterale è stato etichettato come una sorta di “nuova NATO”.  Gli USA si sono sì ritirati dall’Afghanistan e dal pantano di una guerra durata vent’anni, ma per concentrarsi sull’obiettivo strategico del presente e del futuro: il contenimento cinese.

   Un passo aggressivo decisamente importante questo in contrapposizione alla Cina: sforzi congiunti fra i tre partner per sviluppare tecnologie avanzate, anche in settori come sicurezza informatica, intelligenza artificiale, informatica quantistica e, appunto, capacità sottomarine. Sottomarini a propulsione nucleare potenzialmente in grado di alterare l’equilibrio di potere navale in tutta quell’area geografica.

(LA GUERRA DEI SOTTOMARINI NELL’INDO-PACIFICO, foto-schema ripreso da IL FOGLIO del 16/9/2021) – L’AUKUS è il nuovo patto di difesa tra STATI UNITI, REGNO UNITO e AUSTRALIA, concepito per arginare le velleità espansionistiche cinesi. “(…) Il PATTO AUKUS permetterà all’AUSTRALIA di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. (…)” (Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Per quanto riguarda l’Europa, la UE, non è vero che sta solo a guardare: per quanto possibile e nelle potenzialità di una UE poco compatta al suo interno (con la necessità del voto all’unanimità dei 27 Paesi aderenti per ogni decisione strategica), c’è però un impegno concreto di rispondere anch’essa all’espansione cinese, a partire proprio dall’INDO-PACIFICO, in vari settori. Ad esempio in campo digitale; e i primi accordi in quell’area verranno negoziati con Giappone, Singapore e Corea del Sud. E poi, sempre nell’impegno presente della UE, si prospetta che le intese in campo ambientale verranno messe a punto con i Paesi che più condividono l’approccio comunitario in questo campo: e alla Cina naturalmente (e giustamente) non si chiudono le porte e si cerca un positivo dialogo con Pechino; pur allo stesso tempo dando priorità ad un rafforzamento della cooperazione con il Giappone, l’Australia, l’India e Taiwan.

(VISIONE GENERALE AREA INDO-PACIFICA mappa da http://www.thenewsnow.co.in/). Il duello tra Usa e Cina si combatte nell’Indo-Pacifico

   Oltre alla Cina, c’è da supporre che anche altre Nazioni (India e Giappone in primis, ma anche Corea del Sud e Filippine) vorranno / dovranno rinnovare e ammodernare il proprio armamentario bellico. Insomma è probabile che ci sarà nell’Indo-Pacifico una nuova corsa al riarmo, tecnologicamente “all’avanguardia”, sicuramente con combustibile atomico per i sottomarini che ciascun Stato avrà in quell’area oceanica (sempre in funzione anticinese).

   E’ da chiedersi: è ipotizzabile che potrà esserci una guerra, un conflitto militare, in primis tra le due superpotenze? (gli USA con i suoi alleati locali, che non vuole abdicare al proprio potere globale già esercitato nel secolo scorso; la CINA, già divenuta in brevissimo tempo superpotenza, ma ancora con un’espansione mondiale sempre più veloce ed allargata)?

   Tutto farebbe supporre che questo, purtroppo, potrebbe essere uno scenario possibile (una guerra). Forse la logica dello schieramento americano è quello che aveva con la “guerra fredda” con l’Unione Sovietica: cioè due forze contrapposte “paritarie militarmente” che si annullano, azzerano la possibilità di uno scontro (nucleare) catastrofico se accadesse. Ma la questione geostrategica è tutt’altro che semplice: Altri soggetti (come l’Europa) potrebbero diventare attori di pace….. Resta il fatto che questo contesto geografico dell’INDO-PACIFICO, così preoccupante, mette in subordine altre situazioni geopolitiche a noi assai vicine e che ci coinvolgono direttamente, che sono altrettanto confuse e pericolose, com’è l’area mediterranea. (s.m.)

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GRAHAM ALLISON, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (…) Per decenni gli studiosi si sono divisi sul significato che lo storico greco Tucidide assegnò alla guerra intercorsa fra ATENE e SPARTA. Ciò nonostante, le sue parole tuonano ancora oggi lapidarie: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che quest’ultima instillò in Sparta che rese la guerra inevitabile». (…) DOVE RISIEDONO LE RADICI DELLA RIVALITÀ SINO-AMERICANA? Esistono precedenti nel passato che possano, nelle élite cinesi e statunitensi, instillare tanto un maggior senso di responsabilità quanto spargere i semi della discordia e dunque condurle verso uno scontro apocalittico? Quale potrà essere la miglior ricetta per una gestione pacifica o quanto meno contenuta dei rapporti tra Pechino e Washington? Ma soprattutto, LA GUERRA È INEVITABILE?   GRAHAM ALLISON – Professore emerito all’Università di Harvard e direttore del Belfer Center for Science and International Affairs – nel suo vibrante e dibattuto volume riattualizza la lezione della ‘TRAPPOLA DI TUCIDIDE’ per cercare di rispondere a questi ed altri importanti quesiti in uno sforzo intellettuale e civico. Il fine è quello di STIMOLARE UNA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E CINA, auspicando CHE SI POSSA DEVIARE DALLA «TRAIETTORIA CORRENTE», nella quale «la guerra […] nei decenni avvenire non è soltanto possibile, ma più probabile di quanto non si sia disposti a credere». (Alberto Prina Cerai, da PANDORA RIVISTA del 29/5/2019 https://www.pandorarivista.it/)

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IL NEMICO È LA CINA, IL PATTO AUKUS CAMBIA L’ASSE DEL MONDO

di Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

– Tra Usa, Uk e Australia, la più grande partnership di difesa da decenni. Perché chi controlla l’Indo-Pacifico comanda –

   Nella notizia dello storico patto tra USA, Regno Unito e Australia per la sicurezza nella regione dell’Indo-Pacifico c’è l’immagine di un mondo che ha cambiato baricentro. Da tempo la crescente assertività militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e verso Taiwan è guardata con preoccupazione a Washington, ma la nascita di Aukus segna una svolta nell’approccio della superpotenza americana verso il rivale cinese.

   Secondo gli analisti, infatti, l’accordo tra Washington, Londra e Canberra rappresenta la più grande partnership di difesa tra paesi da decenni, paragonabile per importanza all’accordo sull’intelligence Five Eyes firmato 75 anni fa da Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Al vecchio nemico di allora, l’Unione Sovietica, si è sostituito il grande rivale di oggi, la Repubblica Popolare Cinese, in una sfida che rende l’Europa sempre più piccola e marginale.

   Il patto Aukus permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine.

   L’insieme di queste novità – scrive il NYT – mette l’Australia nelle condizioni di iniziare a condurre pattuglie di routine che potrebbero spostarsi attraverso le aree del Mar Cinese Meridionale che Pechino rivendica come sua zona esclusiva e che si estendono fino a Taiwan.

   La Cina ha bollato come “estremamente irresponsabile” il patto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, avvertendo che “danneggerà la pace e la stabilità regionale”. L’ambasciata cinese degli Stati Uniti ha consigliato ai tre firmatari di “sbarazzarsi della mentalità da Guerra Fredda e dei pregiudizi ideologici”.

   Ma Aukus ha fatto arrabbiare anche i francesi, che vedono sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali. Biden ha preso una decisione “brutale, unilaterale e imprevedibile che assomiglia molto a quanto fatto da Trump”, ha denunciato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in un’intervista a France Info, dopo che il suo governo aveva già parlato di iniziativa “deplorevole”.

   Per Washington, tuttavia, la collera francese è un effetto collaterale trascurabile. Come il ritiro dall’Afghanistan ha drammaticamente ricordato, quando si tratta di perseguire i propri piani il coordinamento e la comunicazione con gli alleati è una materia in cui Biden non teme di prendere brutti voti.

   Semplicemente, gli sta a cuore un’unica priorità su tutto il resto: affrontare le minacce poste dalla Cina su una regione lontana eppure sempre più centrale per le ambizioni americane. 

   Aukus mira a “promuovere la sicurezza e la prosperità” nella regione, hanno dichiarato il presidente americano Joe Biden, il premier britannico Boris Johnson e il suo omologo australiano Scott Morrison. La conferenza stampa virtuale ha riservato anche un momento di imbarazzo, quando a Biden è sembrato sfuggire il nome del premier australiano, a cui si è riferito con l’espressione “that fellow down under” (“quel tizio laggiù”). Gaffe a parte, il siparietto è utile per avere un’idea dell’importanza strategica che Canberra riveste per Washington: in un tempo relativamente breve, l’ha promossa da semplice partner affidabile -al pari di tanti altri – ad avamposto per portare avanti la sua sfida prioritaria per il XXI secolo. 

   “Questa è un’opportunità storica per le tre nazioni, con alleati e partner affini, per proteggere i valori condivisi e promuovere la sicurezza e la prosperità nella regione Indo-Pacifica”, si legge nella dichiarazione congiunta.

   I leader non hanno fatto riferimento direttamente alla Cina, ma hanno affermato che le sfide alla sicurezza regionale sono “cresciute in modo significativo”. Secondo Guy Boekenstein dell’Asia Society Australia, la firma del patto “dimostra che tutte e tre le nazioni stanno davvero tracciando una linea nella sabbia per iniziare e contrastare le mosse aggressive [della Cina] nell’Indo-Pacifico”.

   Negli ultimi anni il potenziamento militare e la crescente assertività della Cina hanno preoccupato le potenze rivali. Pechino è stata accusata di aumentare le tensioni in territori contesi come il Mar Cinese Meridionale. Ha anche investito molto nella sua capacità militare, compresa la sua guardia costiera che alcuni analisti sostengono sia diventata di fatto una flotta militare. I paesi occidentali, gli Usa in particolare, hanno espresso diffidenza verso gli investimenti infrastrutturali della Cina nelle isole del Pacifico e hanno anche criticato le sanzioni commerciali di Pechino contro paesi come l’Australia.

   In passato Canberra aveva mantenuto buone relazioni con Pechino, suo principale partner commerciale, ma il rapporto si è interrotto negli ultimi anni per via di crescenti tensioni politiche.

   La possibilità di sviluppare per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare rappresenta per l’Australia un’accelerazione pazzesca nel suo ruolo di contrasto alla Cina. Questi sottomarini – spiega Jonathan Beale, analista Bbc specializzato in Difesa – sono molto più veloci e difficili da rilevare rispetto alle flotte a propulsione convenzionale. Possono rimanere sommersi per mesi, sparare missili a distanze maggiori e anche trasportarne di più. Per gli Stati Uniti, averli di stanza in Australia è fondamentale per l’influenza che vogliono avere nella regione.

   L’Australia diventerà solo la settima nazione al mondo a utilizzare questo tipo di sottomarino, dopo Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India e Russia. L’annuncio è arrivato a poco più di una settimana dalla riunione del Quad, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza che riunisce Australia, India, Giappone e Stati Uniti. L’incontro questa volta si terrà in presenza, con Biden come padrone di casa. 

   “Sono onorato di unirmi oggi a due tra i più stretti alleati per il lancio di un piano trilaterale di sicurezza. Oggi compiamo un passo in avanti, come abbiamo fatto nel ventesimo secolo, insieme, fianco a fianco. Riconosciamo l’imperativo di garantire la sicurezza a lungo termine. Il futuro di ciascun paese e del mondo dipende dalla libertà nell’area Indo-Pacifica”, ha dichiarando Biden salutando la nascita di Aukus.

   Il presidente Usa ha precisato che i sottomarini di cui si doterà l’Australia non avranno “armi nucleari”: saranno “armati convenzionalmente”, ma saranno “alimentati da reattori nucleari”. “Voglio essere chiaro – ha precisato – non stiamo parlando di sottomarini nucleari. Questi sono sottomarini convenzionali che vengono potenziati con reattori nucleari. Noi e il Regno Unito li usiamo da decenni, è una tecnologia collaudata e sicura […], lavoreremo per un Indo-Pacifico libero e aperto”. 

   La differenza, rispetto a ieri, la fanno gli strumenti, quei sottomarini a propulsione nucleare potenzialmente in grado di alterare l’equilibrio di potere navale nell’Indo-Pacifico. La parte del mondo che chi controlla, comanda. (Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

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L’intesa

USA CON LONDRA E CANBERRA: TRIPLICE ALLEANZA CONTRO LA CINA

di Paolo M. Alfieri, 17/9/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– Biden sposta l’asse militare nell’Indo-Pacifico: vende sottomarini all’Australia. Gli strali di Macron che vede sfumare un affare da 56 miliardi, esclusa dal patto «Aukus» anche l’Europa –

   L’Europa che dice di esserne stata all’oscuro, la Francia che parla di «pugnalata alle spalle», la Cina che lancia strali su una scelta «estremamente irresponsabile». E la comunità internazionale che si chiede come cambieranno i rapporti tra potenze, all’indomani di un annuncio destinato a spostare più di un equilibrio.

   Usa, Gran Bretagna e Australia decidono di muoversi insieme nella sfida di questo secolo alla Cina, lasciando indietro tutti gli altri. Una mossa che risponde perfettamente alla volontà americana di spostare i propri interessi geopolitici sul fronte asiatico e il suo asse militare nell’intera regione dell’Indo-Pacifico.

   Rispetto a un’Unione Europea con troppe teste e troppe voci, Londra e Canberra sono in questo senso per Washington due partner ideali, la prima intenta a prendersi un ruolo globale di primo piano dopo la Brexit, la seconda ormai decisa a vedere Pechino non come un partner ma come una minaccia e a uscire da un certo isolamento.

   La partnership sulla sicurezza nell’area indo-pacifica tra i tre Paesi è stata annunciata l’altra sera in tv dal presidente Usa Joe Biden, dal premier britannico Boris Johnson e dal primo ministro Scott Morrison con un discorso in cui la Cina non è stata mai nominata, ma è evidente l’obiettivo di contrastare il Dragone a casa sua, anche con il sostegno all’Australia per lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare.

   Il patto “Aukus” è destinato a rafforzare la cooperazione nelle tecnologie di difesa avanzate e migliorerà, ha detto Biden, «la nostra capacità di affrontare le minacce del XXI secolo». «Il futuro di ciascun Paese e del mondo dipende dalla libertà nell’area Indo-Pacifica», ha aggiunto il presidente Usa.

   Biden ha precisato che i sottomarini di cui si doterà l’Australia non avranno «armi nucleari»: saranno «armati convenzionalmente» ma saranno «alimentati da reattori nucleari». Canberra acquisterà anche missili da crociera statunitensi Tomahawk a lungo raggio. Certo è che le capacità difensive australiane saranno maggiori, poiché ampliano il raggio d’azione e consentiranno di rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti e i suoi alleati nell’area.

   La mossa ha fatto però infuriare la Francia: la fornitura di tecnologie da Washington e Londra a Canberra comporterà infatti la cancellazione da parte australiana di una pre-intesa da 56 miliardi di euro con Parigi nello stesso ambito.

   Non è un caso che Johnson ieri abbia provato a rassicurare la Francia («non si fa questo tra alleati», l’accusa di Parigi) con la quale «la nostra relazione resta solida come una roccia». Secondo Johnson, Aukus rappresenta un «pilastro strategico» in quello che è il nuovo «centro geopolitico mondiale». Il patto prevede tra l’altro una più profonda condivisione di informazioni, intelligence e tecnologie e a una cooperazione rafforzata su sicurezza e difesa.

   Completamente spiazzata è apparsa la Ue, che ha annunciato la sua strategia per la cooperazione nell’Indo-Pacifico per rafforzare il suo impegno nella regione soprattutto in ambito economico-commerciale. «Io, Alto rappresentante dell’Ue, non ne ero al corrente – ha detto Josep Borrell a proposito del patto Aukus – e suppongo che un accordo di questa natura non sia stato confezionato l’altro ieri: ci vuole un certo tempo. Malgrado ciò, non siamo stati consultati». Secondo il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, Aukus «dimostra ulteriormente la necessità di un approccio comune dell’Ue in una regione di interesse strategico».

   Dura la reazione cinese contro la triplice alleanza: è «estremamente irresponsabile» che gli Stati Uniti e il Regno Unito «esportino tecnologia nucleare», mentre «l’Australia è responsabile del crollo delle relazioni bilaterali», ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian. Secondo il quale, la partnership «ha intensificato la corsa agli armamenti e minato l’accordo di non proliferazione nucleare internazionale».

   Il 24 settembre Biden ospiterà un vertice con i leader di AUSTRALIA, INDIA e GIAPPONE, l’alleanza QUAD creata nel 2007 per contrastare l’ascesa della Cina in campo militare. Pechino, da parte sua, ha presentato ufficialmente ieri la domanda di adesione al Cptpp, l’accordo di libero scambio di 11 Paesi dell’area Asia-Pacifico evoluzione del Tpp voluto da Obama per contenere la Cina stessa e dai cui gli Usa si erano poi ritirati. La sfida tra le due potenze è destinata a continuare su più fronti. (Paolo M. Alfieri, 17/9/2021, da AVVENIRE)

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PERCHÉ USA E CINA GUERREGGIANO SULL’AUSTRALIA

di Alberto Negri, da https://www.startmag.it/ del 17/9/2021

(post pubblicato sul profilo Facebook di Alberto Negri)

– Le polemiche sulla Triplice anti-cinese nel Pacifico analizzate da Alberto Negri, giornalista, già inviato speciale di esteri al Sole 24 Ore –

   Per Pechino è una “mossa da guerra fredda”, per la Francia “una pugnalata alle spalle”. Così è stata accolta, per diversi motivi, l’annuncio di “Aukus”, l’acronimo della (nuova?) alleanza tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia che doterà Canberra di sottomarini nucleari.

   E’ il gande gioco del Pacifico che prende sempre più forma. Si tratta di un importante patto strategico che legherà gli Stati Uniti e la Gran Bretagna alla sicurezza dell’Australia per il futuro. Ma anche di un chiaro avvertimento alla Cina. Tanto più che l’alleanza viene annunciata subito dopo l’incontro di Joe Biden con i leader del Quad: il quadrilatero delle democrazie indo-pacifiche, formato da Giappone, India e appunto Stati Uniti e Australia è definito in questo momento dagli americani un vero “cordone di contenimento” nei confronti dell’espansione cinese nell’area che abbraccia l’Oceano Pacifico, il Mar della Cina e il Pacifico Occidentale.

   Non è neppure un caso che la notizia è venuta dopo il disastroso ritiro americano dall’Afghanistan quando gli Usa, per rassicurare gli alleati, schierarono due cannoniere nelle acque davanti a Taiwan, da sempre nel mirino di Pechino.

   Anche la forma è sostanza e in questo caso più che mai. L’annuncio infatti è arrivato mercoledì nel tardo pomeriggio americano in diretta tv, con il premier australiano Scott Morrison e quello inglese Boris Johnson collegati con Biden alla Casa Bianca attraverso grandi schermi. Il patto segna un passo aggressivo e decisamente importante nei confronti della Cina. Gli Stati Uniti, finora, hanno infatti condiviso la tecnologia della propulsione nucleare con un solo paese, la Gran Bretagna, attraverso un accordo del 1958, che, come scrive il sito d’informazione Axios, è “considerato pietra angolare della relazione speciale tra le due nazioni”.

   Ora, annunciano i leader, la nuova alleanza a tre stabilirà nuovi canali di condivisione delle informazioni. Insieme a sforzi congiunti per sviluppare tecnologie avanzate, anche in settori come sicurezza informatica, intelligenza artificiale, informatica quantistica e, appunto, capacità sottomarine. Un patto a tutto campo insomma.

  Gli esperti dei tre stati, ha spiegato Morrison, collaboreranno nei prossimi 18 mesi per identificare il modo migliore per permettere all’Australia di realizzare i suoi sottomarini nucleari. Canberra ci aveva d’altronde già provato, tramite un travagliato accordo da 66 miliardi di dollari con la Francia e la Naval Group, che ora verrà abbandonato. La marina militare francese ha espresso “grande delusione” per la scelta del governo australiano di siglare il patto con Usa e Regno Unito. Per il governo transalpino si tratta di una “scelta deplorevole” che, dice il ministero della Difesa in una nota, “non fa che rafforzare la necessità di sollevare forte e chiaro la questione dell’autonomia strategica europea”.

   Il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, si è spinto ancora più in là e ha definito l’intesa della  Triplice “un’autentica pugnalata nella schiena”. Tra l’altro, secondo il quotidiano le Monde, la Francia non era neppure stata avvertita ufficialmente ma soltanto attraverso i rapporti dell’intelligence e gli articoli. Non si tratta di un dettaglio da poco e non riguarda soltanto Parigi che ha perso una commessa navale gigantesca.

   La lezione è che, dopo il ritiro dall’Afghanistan che sarà seguito da quello in Iraq, gli europei non si possono aspettare dagli Usa alcun trattamento privilegiato o di riguardo: in poche parole l’amministrazione Biden tiene in conto gli europei allo stesso mondo di Trump, soltanto che indora la pillola.

   Biden le parole dolci le riserva ad altri. “I nostri governi e i nostri coraggiosi eserciti sono stati fianco a fianco per letteralmente oltre 100 anni. Nelle trincea nella prima guerra mondiale, saltando da un’isola all’altra nella Seconda guerra mondiale, durante i gelidi inverni della Corea e il caldo torrido nel Golfo Persico”, ha detto enfatico Biden parlando dopo gli altri due leader. “Oggi compiamo un altro passo storico per approfondire e formalizzare la cooperazione tra le tre nazioni. Perché tutti riconosciamo la necessità imperativa di garantire la pace e la stabilità nell’Indo-Pacifico a lungo termine”. Per poi concludere: “Dobbiamo essere in grado di affrontare sia l’attuale situazione strategica nella regione, sia il modo in cui potrebbe evolversi. Il futuro di ciascuna delle nostre nazioni, e del mondo intero, dipende da un Indo-Pacifico libero e aperto, duraturo e fiorente per i decenni a venire”.

   La mossa ha sollevato ovviamente l’irritazione della Cina, che attraverso l’ambasciatore negli Stati Uniti, Liu Pengyu, ha invitato Usa, Regno Unito e Australia a “scrollarsi di dosso la loro mentalità da Guerra Fredda e il pregiudizio ideologico”. I tre Paesi, ha dichiarato il diplomatico, “non dovrebbero costruire blocchi che prendono di mira o danneggiano gli interessi di terze parti”. Ma i cinesi si aspettano questo e altro nel gran gioco del Pacifico. (Alberto Negri)

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BIDEN FORGIA ALLEANZA ANTI-CINA MA PREOCCUPA UE E IRRITA PARIGI

di Cristina Giuliano, Askanews, 17/9/2021, da TISCALI NEWS https://notizie.tiscali.it/

Milano, 17 set. (askanews) – Un accordo. Tre partner. Molte polemiche. La triplice alleanza Usa-Gran Bretagna-Australia sembra non piacere a chi ne è rimasto escluso, tanto quanto all’obiettivo contro il quale è diretta: la Cina.

   I francesi in primis hanno criticato l’accordo che ha fatto naufragare una maxi commessa australiana per la costruzione di 12 sottomarini diesel-elettrici convenzionali in Francia: quasi 100 miliardi di dollari. La nuova iniziativa di Joe Biden, Aukus, (dalle iniziali appunto di Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti) sulla regione IndoPacifico sembra aver interrotto bruscamente l’estate d’amore del capo della Casa Bianca con l’Europa, cominciata con la promessa ai leader europei che “l’America è tornata” e che la diplomazia multilaterale guiderà la politica estera degli Stati Uniti.

   Non sorprende che la Cina abbia reagito con rabbia, accusando gli Stati Uniti e i suoi due partner anglofoni di intraprendere un progetto che destabilizzerà il Pacifico. Ma Aukus a Bruxelles è visto come un progetto che esclude l’Unione Europea, atto a ricalibrare anche gli equilibri all’interno della Nato. Parigi ha espresso “totale incomprensione” per la nuova azione e ha detto che “assomiglia molto a quello che ha fatto Trump”.

   Non è il primo segno in realtà di disimpegno a favore di urgenze più strette rispetto al crescente pericolo costituito da Pechino: ad esempio l’acquiescenza di Biden rispetto al gasdotto Russia-Germania che aggirerà Polonia e Ucraina, dopo altri sintomi di minore attenzione di prima, rispetto ai Paesi dell’Est Europa.

   Inevitabilmente la questione ha riportato in auge il tema dell’autonomia strategica europea. Un tema complesso, che secondo il capo della politica estera dell’Ue Josep Borrell dovrà essere rimesso in primo piano. (Cristina Giuliano)

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AUKUS, DALLA CORSA ALL’ATOMICA AI PROGETTI DI DIFESA COMUNE EUROPEA

di Sara Garino, 21/9/2021, da Affari Italiani.it https://www.affaritaliani.it/

– La geopolitica in alto mare. Effetti e conseguenze a lungo raggio di Aukus –

   E di nuovo, come sempre, è tutta questione di Storia. La Storia insegna come le prime grandi civiltà si siano sviluppate lungo il corso dei fiumi, formidabili arterie di comunicazione, oltre che garanzia per un’agricoltura florida e produttiva. Salendo di scala, sempre l’acqua – sempre le acque – hanno garantito scambi commerciali e culturali, viatico e al contempo sprone per la genesi dei più grandi imperi della Storia.

   Pensiamo al Mare Nostrum dei Romani, colonizzato e latinizzato a partire dalle Guerre Puniche: e, prima ancora, al Mediterraneo dei Greci, culla della Democrazia, culla della Scienza e della Filosofia e, in quanto tale, primo vero embrione d’Europa.

   Poi, salendo ancora, ci sono gli oceani. L’orizzonte misterioso dell’Atlantico, a cavallo del quale Carlo V dispiegò un impero dove non tramontava mai il Sole, e ancora e ancora, lungo le tappe della Storia, fino alle emigrazioni di massa verso gli Stati Uniti, che hanno caratterizzato l’incipit geopolitico del XX secolo.

   Oggi il baricentro di “hard-power” acquea si è spostato nel Pacifico. E non a caso, il patto trilaterale di sicurezza Aukus è stato etichettato come una sorta di “nuova NATO” (North Atlantic Treaty Organization), traslata, per l’appunto, nel Pacifico. E in grado di determinare un vero e proprio tsunami diplomatico fra Alleati.

   Alla Francia, comprensibilmente, non è andato giù l’essere stata estromessa da un accordo di fornitura pantagruelico: 12 sottomarini a propulsione tradizionale (diesel combinato con elettrico) che Parigi avrebbe dovuto consegnare a Canberra entro il 2040. Ricavandone qualcosa come 56 miliardi di euro, oltre all’indotto occupazionale dei cantieri che Naval Group (controllata dallo Stato francese) avrebbe aperto direttamente ad Adelaide.

   L’accordo, elemento decisivo di un partenariato cinquantennale fra Parigi e Camberra, era stato sottoscritto il 20 Dicembre 2016: per la Francia dall’allora Ministro della Difesa – e oggi Ministro degli Affari Esteri – Jean-Yves Le Drian. Lo stesso che ha commentato con parole al vetriolo l’ufficializzazione di Aukus, bollandolo come “decisione unilaterale, brutale e imprevedibile, che ricorda molto il modo di agire del presidente Trump, ma senza tweets”.

   Al di là delle recriminazioni economiche (chiaramente un vulnus per la Francia) ci sono tuttavia una serie di elementi e considerazioni geostrategiche destinate a pesare per gli anni, e finanche per i decenni, a venire.

PRIMO, l’accordo con l’Australia rappresentava per Parigi l’opportunità concreta e fattiva di consolidare la propria presenza e influenza nell’Indo-Pacifico: Zona Economica Esclusiva (ZEE) dove i Francesi contano 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, fra la Nuova Caledonia e Tahiti. Una sorta di enclave occidentale in piena Asia, capace di elevare il sentimento di grandeur francese dalla dimensione europea a quella di potenza occidentale globale. Aspirazioni da ridimensionarsi in seguito alla stipula di Aukus che, unendo in sodalizio Australia, Regno Unito e U.S.A., fortifica e rende innegabile il primato dell’anglosfera in quella parte di mondo. Almeno per quanto concerne la côté occidentale: l’altro grande protagonista è infatti, ovviamente, il Dragone cinese.

   Già, LA CINA: macro-fattore di destabilizzazione geopolitica che ha spinto l’Australia ad armarsi, irrobustendo la propria marina con una flotta di sommergibili agili e performanti. La richiesta iniziale, avanzata da Canberra alla Francia, riguardava la fornitura di 12 sottomarini a propulsione nucleare: i più efficaci, in grado di garantire immersioni prolungate, limitate solamente dall’approvvigionamento di acqua e viveri per l’equipaggio e capaci di eludere la sorveglianza del nemico.

   Un’ipotesi, del valore di 31 miliardi di euro, scartata in corsa dalla stessa Australia, la quale, per non pregiudicare la possibilità di navigazione in acque neo-zelandesi (Wellington, infatti, non ammette che mezzi militari spinti dall’energia atomica solchino i suoi mari) aveva richiesto alla Francia di commutare la fornitura in 12 sottomarini diesel-elettrici.

   Istanza accettata, con un’inevitabile dilazione dei tempi di consegna (la progettazione era già stata avviata) e un incremento dei costi (saliti a quasi 60 miliardi). Questo per scagionare Parigi dalle accuse di non stare comunque onorando tempi e requisiti della commessa.

   Nondimeno, se sul piano della correttezza commerciale l’Australia ne esce senza dubbio biasimabile (Parigi ha ritirato “per consultazioni” il proprio Ambasciatore a Canberra, così come quello a Washington), in punto di valenza strategica del patto le cose cambiano.

   Il partner americano garantisce infatti una tecnologia rodata, leader mondiale per quanto concerne la navigazione subacquea: ma, soprattutto, assicura una sorta di santa alleanza verso il comune nemico cinese, additato invece con toni più miti e accomodanti dagli alleati francesi ed europei in generale (vedasi le dichiarazioni corrive del G7 di Giugno in Cornovaglia).

   D’altra parte, grazie ad Aukus Washington irrobustisce i legami con un partner fisicamente e geograficamente presente nella zona del contendere, determinando un effetto di forte deterrenza verso Pechino (all’avanguardia, ormai, in molteplici settori tecnologici, ma non ancora nell’industria dei sottomarini).

   Queste esigenze di localizzazione spiegherebbero altresì l’esclusione dal patto del Canada, che pure assieme a Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda fa parte dell’alleanza “Five Eyes”, per lo sviluppo di tecnologie cyber, quantistiche e di servizi di intelligence che arginino la longa manus – o meglio, l’acuto occhio – del Dragone. Tra l’altro, l’assenza di Ottawa dal tavolo delle trattative ha procurato non poche difficoltà a Justin Trudeau, proprio in queste ore impegnato in un difficile testa a testa per il rinnovo della premiership.

   Altre considerazioni riguardano l’impatto di Aukus sullo scenario geopolitico della regione indo-pacifica nel suo complesso. Scontata la reazione della Cina, la quale, oltre ad aver già presentato domanda di adesione al “Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership Agreement” (l’accordo di libero scambio commerciale che riunisce 11 Paesi dell’area, Paesi su cui ovviamente Pechino intende estendere la propria influenza) darà verosimilmente anche corso a un celere booster della propria flotta di sommergibili.

   Oltre al Dragone, è però legittimo supporre che anche altre Nazioni (India e Giappone in primis, ma prospetticamente anche Corea del Sud e Filippine) vorranno in seguito rinnovare e ammodernare il proprio armamentario bellico. Con quali riposizionamenti e assestamenti nella regione non è dato saperlo.

   Questo fatto apre un nuovo capitolo, quello del combustibile atomico che spingerà i sottomarini. Gli Stati Uniti impiegano per i loro mezzi Uranio altamente arricchito, a differenza dei Francesi e anche dei Cinesi (questi ultimi, con 6 sottomarini nucleari operanti, però, a Uranio debolmente arricchito).

   C’è da credere che l’empowerment della tecnologia atomica darà l’abbrivio a una nuova esagitata corsa al consumo di Uranio Altamente Arricchito, che l’International Panel on Fissile Materials quantifica già oggi in 4 tonnellate all’anno. Il timore è che Teheran possa approfittare di questa enfasi collettiva per proseguire nei suoi tentativi di arricchimento dell’Uranio, ben oltre la soglia del 90%. Anche in questo caso, con foschi e imprevedibili effetti sul Medio-Oriente: divenuto, dopo lo sbrigativo e raffazzonato ritiro dall’Afghanistan, sempre più una polveriera.

   L’ultimo aspetto riguarda noi, l’Europa. Quale bouleversement determinerà lo screzio fra Parigi (che pure della costruzione europea, e segnatamente di quella militare, è azionista di maggioranza) e l’altra sponda dell’Atlantico? In un contesto ove la Germania, altro grande pilastro tecnologico-militare del Vecchio Continente, con il suo sostanziale silenzio dimostra di essere strategicamente (e in maniera di certo non disinteressata) più vicina all’alleato oltre oceano. Nondimeno c’è da supporre che Parigi alzerà la voce, e la farà sentire – e pesare – nell’ambito dei progetti in fieri per la Difesa comune europea: primo fra tutti, SCAF (Sistème de Combat Aérien du Futur), il programma europeo per lo sviluppo di aerei caccia di sesta generazione.

   E Londra? La Francia ha minimizzato il peso specifico del Regno Unito nell’ambito dell’operazione Aukus, evitando persino di ritirare il proprio Ambasciatore a Londra. La decisione, derubricata con la presa d’atto del facile comportamento opportunista di Downing Street, nasconde, o comunque cerca di mascherare e minimizzare, una scottatura ben più profonda: la sostanziale vittoria diplomatica dello U.K. post Brexit. In grado di ritagliarsi un ruolo da protagonista sullo scacchiere internazionale, anche senza Europa. Esclusione che invece non vale all’incontrario, dato che qualsivoglia progetto di vera Difesa comune (e comunitaria) risulta impensabile se priva di una sostanziale partecipazione del Regno Unito.

   “Last but not least”, come si direbbe nell’anglosfera, le tempistiche di certo non casuali di Aukus vogliono rimarcare l’elemento, sostanziale, di presenza e presidio degli Stati Uniti. Ritiratisi dall’Afghanistan e dal pantano di una guerra durata vent’anni, per concentrarsi sull’obiettivo strategico del presente e del futuro: il contenimento della Cina.

   Come a dire, il secolo americano è tutt’altro che finito e prosegue sulle onde di un altro oceano. Sì… ma quando comincerà, parallelamente, anche quello dell’Europa? (Sara Garino, 21/9/2021, da Affari Italiani.it https://www.affaritaliani.it/)

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LA UE RISPONDE ALLA VIA DELLA SETA CINESE E VA ALLA CONQUISTA DELL’AREA INDO-PACIFICO

– La Commissione europea ha promosso una nuova strategia per promuovere meglio la presenza dei Paesi Ue all’estero: attraverso accordi che vadano oltre il commercio –

di Beda Romano, da “Il Sole 24ore” del 16/9/2021 https://www.ilsole24ore.com/

BRUXELLES – A poche ore dall’annuncio di un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contrastare l’influenza cinese a Est, la Commissione europea ha presentato giovedì 16 settembre una nuova strategia per meglio promuovere la presenza europea nell’Indo-Pacifico. Con l’occasione, l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Josep Borrell ha sostenuto che l’iniziativa anglo-sassone è un nuovo pungolo nel fianco dell’Unione Europea perché questa si rafforzi nel settore della difesa.

   La nuova strategia comunitaria nell’Indo-Pacifico è il primo tassello di un progetto chiamato Global Gateway e con il quale i Ventisette vogliono firmare accordi internazionali che vadano ben oltre il commercio. Il piano d’azione prevede il rafforzamento delle catene di produzione, nuovi partenariati in campo ambientale e digitale, nuovi accordi nella sicurezza marittima, sforzi particolari per migliorare la connettività. L’obiettivo è di rispondere alla Via della Seta cinese. In campo digitale, per esempio, i primi accordi nell’Indo-Pacifico verranno negoziati con il Giappone, Singapore e la Corea del Sud.

   Le intese in campo ambientale verranno messe a punto con i Paesi che più condividono l’approccio comunitario in questo campo. Ufficialmente, nella strategia appena presentata la Cina rimane un partner fra molti, ma tra le righe emerge il desiderio di rafforzare la cooperazione soprattutto con il Giappone, l’Australia, l’India e Taiwan. In una comunicazione di 18 pagine inviata al Consiglio e al Parlamento, la Commissione europea fa notare che la spesa militare nella regione Indo-Pacifico è salita al 28% del totale mondiale nel 2019, dal 20% nel 2009.

   Si legge nel documento: «Data l’importanza di una significativa presenza navale europea nell’Indo-Pacifico, l’Unione europea valuterà i modi per garantire un maggiore dispiegamento navale da parte dei suoi Stati membri nella regione». Bruxelles intende promuovere nuovi legami anche con altre regioni del mondo, come ha spiegato mercoledì scorso la presidente dell’esecutivo comunitario Ursula von der Leyen. Il tentativo è di moltiplicare l’influenza europea e favorire relazioni internazionali basate sulle regole e sul diritto. Sempre giovedì 16 settembre il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha sostenuto a Ginevra la necessità di rilanciare l’Organizzazione mondiale del Commercio.

Annuncio a sorpresa

L’annuncio dei tre Paesi anglo-sassoni, nella notte tra mercoledì e giovedì, è giunto a sorpresa qui a Bruxelles, come ha ammesso un portavoce dell’esecutivo comunitario, Peter Stano. L’Unione Europea «non era stata informata dell’iniziativa e siamo in contatti con i tre Paesi per meglio prendere le misure di questa nuova alleanza». Il portavoce ha poi aggiunto che nei prossimi giorni «verrà effettuata una analisi della situazione e delle ripercussioni di questa intesa».

   Nelle file della diplomazia europea si sospetta che in fondo gli obiettivi americani siano più commerciali che strategici: «È il tentativo di fare una politica estera a vantaggio dei posti di lavoro della classe media», spiega un diplomatico, riferendosi all’acquisto da parte australiana di sottomarini nucleari americani. «La vicenda getta olio sul fuoco su una relazione commerciale oggetto di un difficile negoziato dopo la presidenza Trump, segnata da dazi americani sui prodotti europei». Ci si interroga sul clima che vi sarà il 29 settembre a Pittsburgh quando Stati Uniti e Unione europea dovranno inaugurare il nuovo consiglio dedicato al dialogo tecnologico tra i due blocchi.

Il fronte australiano

Anche sul fronte australiano, dominerà almeno per un po’ di tempo il gelo nei rapporti bilaterali: «Non ci precipiteremo certo a firmare un nuovo accordo commerciale con Canberra, come era nelle nostre intenzioni», afferma lo stesso diplomatico.

   Ciò detto, l’impatto politico è notevole. «Dobbiamo sopravvivere da soli, esattamente come fanno gli altri», ha commentato l’Alto Rappresentante Borrell, riferendosi alla necessità di una difesa europea e riprendendo argomenti utilizzati in una recente intervista a Le Monde.

   In un discorso questa settimana a Strasburgo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva sostenuto che «l’Europa può e chiaramente dovrebbe essere capace di fare di più da sola». Per decenni l’Unione Europea ha appaltato agli Stati Uniti la difesa, in particolare attraverso la Nato. Fu un modo per affrontare le minacce della Guerra Fredda e in fondo anche per permettere a molti Paesi europei di spendere denaro pubblico non a fini militari ma in un generoso welfare state.

   Oggi sono cambiati il contesto internazionale e l’ambizione europea. I Ventisette sanno di dover prendere in mano la propria sicurezza, ma per ora divergono sulle modalità.

   In ultima analisi, il nuovo gioco delle alleanze in Asia e altrove sta costringendo l’Europa a rivedere le sue priorità, tanto più dopo la magra figura registrata dalla Nato in Afghanistan, un Paese dal quale l’organizzazione militare se ne è andata dopo anni di presenza lasciando il caos. L’iniziativa anglosassone in Asia mette sotto particolare pressione i Paesi fin qui freddi ad abbandonare l’ombrello americano: soprattutto l’Est Europa, e in parte anche la Germania. (Beda Romano, da “Il Sole 24ore” del 16/9/2021)

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XI IPOTECA KABUL

TRIPLICE INTESA NELL’INDO-PACIFICO, MACRON APRE LA CRISI

di Luca Miele sabato 18 settembre 2021 da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– Dai Paesi dell’Alleanza di Shanghai arriva una frecciata a Biden che aveva annunciato il patto tra Usa, Londra e Australia in funzione anti cinese. Ritirati gli ambasciatori da Canberra e Washington –

   Il futuro dell’Afghanistan? «Inclusivo e moderato». Ma, soprattutto, «libero dal terrorismo». Parola di Xi Jinping. Il presidente cinese, intervenendo al vertice dei leader dei Paesi della Shanghai Cooperation Organization (Sco), non ha esitato a lanciare strali nei confronti dei «Paesi istigatori», “invitandoli” a «imparare dal passato e assumersi le dovute responsabilità».

   Il riferimento, neanche troppo velato, è agli Stati Uniti. La tensione tra le due superpotenze, d’altronde, è sempre più alta. Dopo l’annuncio del presidente Usa Joe Biden di una “triplice alleanza» con Regno Unito e Gran Bretagna nella regione dell’Indo-Pacifico in chiave anti cinese, Pechino ha reagito parlando di una scelta «estremamente irresponsabile».

   Il Global Times, aggressiva “voce” del Partito comunista, ha accusato gli Stati Uniti di «polarizzare istericamente il loro sistema di alleanze», innescando – con il via libera all’Australia per lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare – «una febbre sottomarina atomica».

   Reagisce “male” anche la Francia, tagliata fuori dalle commesse sui sommergibili: Macron ha richiamato gli ambasciatori dall’Australia e dagli Stati Uniti per consultazioni a causa della «gravità eccezionale» dell’annuncio del partenariato strategico tra Washington, Londra e Canberra.

   Dentro questa “partita” a distanza, il tassello Afghansitan diventa sempre più tagliente. «È necessario fornire al Paese un sostegno umanitario e anti-epidemico in modo tempestivo – ha dichiarato Xi – : dobbiamo fare in modo che tutti i gruppi etnici in Afghanistan possano controllare in modo indipendente il futuro e il destino del Paese».

   Una preoccupazione che accomuna Cina e Russia. Per il presidente russo Vladimir Putin, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno aperto il vaso di Pandora in Afghanistan, con i dossier «terrorismo, traffico di droga ed estremismo religioso» rimasti praticamente intatti.

   Tra le preoccupazioni di Pechino c’è l’East Turkestan Islamic Movement (Etim), responsabile – a dire di Pechino – «di centinaia di attacchi terroristici in Cina, in particolare nella regione autonoma dello Xinjiang».  Per il Global Times i suoi membri «stanno sviluppando stretti legami con organizzazioni terroristiche internazionali, inclusa al-Qaeda, e stanno lavorando per sollecitare gli uighuri ad unirsi al “jihad globale”». I taleban hanno fatto sapere che molti membri dell’Etim avevano lasciato il Paese. Per la Cina il problema, adesso, è sapere dove siano finiti. (Luca Miele)

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POSSONO L’AMERICA E LA CINA SFUGGIRE ALLA TRAPPOLA DI TUCIDIDE?” DI GRAHAM ALLISON

di Alberto Prina Cerai, da PANDORA RIVISTA del 29/5/2019 https://www.pandorarivista.it/

– Recensione a: GRAHAM ALLISON, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi Editore, Roma 2018. pp. 571, 25 euro –

   Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un’intensificazione della trade war tra Stati Uniti e Cina, che si protrae ormai da più di un anno e occupa, a buon diritto, uno spazio privilegiato nel dibattito internazionale.  L’ultima mossa statunitense ha previsto restrizioni verso il colosso tecnologico cinese Huawei, salvo poi ripiegare su di un congelamento temporaneo in seguito alla velata ritorsione, da parte di Xi Jimping, di bandire l’esportazione verso gli USA di materiali strategici (Rare Earth Co.) per l’industria hi-tech, di cui la produzione cinese copre una fetta considerevole e, a dir poco, essenziale per la sicurezza economica americana.

   Si tratta di un significativo salto di qualità nell’escalation tra i due colossi mondiali, entrati ora in un vortice pericoloso. La competizione per il dominio tecnologico e informatico rappresenta a tutti gli effetti la più grande sfida del XXI secolo. Tuttavia, fini e mezzi tendono a coincidere. La rete è, in senso lato, la cifra dei nostri tempi. L’interdipendenza globale la variabile di cui tutti gli attori in gioco devono tenere conto. Alcuni studiosi l’hanno definita una ‘interdipendenza armata’, laddove reti digitali, infrastrutture e punti nevralgici dell’economia mondiale diventano, mutualmente, strumenti per infliggere danni irreparabili alla controparte e nervi scoperti su cui infierire.

   In tale scenario sempre più intricato, quale potrà essere lo step successivo in questa battaglia epocale? Dove risiedono le radici della rivalità sino-americana? Esistono precedenti nel passato che possano, nelle élite cinesi e statunitensi, instillare tanto un maggior senso di responsabilità quanto spargere i semi della discordia e dunque condurle verso uno scontro apocalittico? Quale potrà essere la miglior ricetta per una gestione pacifica o quanto meno contenuta dei rapporti tra Pechino e Washington? Ma soprattutto, la guerra è inevitabile?

   Graham Allison – Professore emerito all’Università di Harvard e direttore del Belfer Center for Science and International Affairs – nel suo vibrante e dibattuto volume riattualizza la lezione della ‘trappola di Tucidide’ per cercare di rispondere a questi ed altri importanti quesiti in uno sforzo intellettuale e civico. Il fine è quello di stimolare una riflessione sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, auspicando che si possa deviare dalla «traiettoria corrente», nella quale «la guerra […] nei decenni avvenire non è soltanto possibile, ma più probabile di quanto non si sia disposti a credere».

Un ritorno della storia? Il pattern tucidideo e l’ascesa della Cina

Per decenni gli studiosi si sono divisi sul significato che lo storico greco assegnò alla guerra intercorsa fra Atene e Sparta. Ciò nonostante, le sue parole tuonano ancora oggi lapidarie: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che quest’ultima instillò in Sparta che rese la guerra inevitabile». Una frase che ricorre più volte tra le pagine del libro, ed è a tutti gli effetti il manifesto metodologico dell’Autore. Sintetizzando i risultati più salienti di un progetto imponente, Allison dimostra i fondamenti teorici della ‘trappola di Tucidide’ come fenomeno storico, applicandolo poi come modello al caso studio sino-americano: «[…] riguarda il naturale quanto inevitabile scombussolamento che si genera quando una potenza in ascesa minaccia di spodestare il potere dominante» [p. 24]. Una serie di dinamiche – influenzate da quelli che l’Autore ricorda siano i ‘fattori tucididei’ quali «interessi, paura e onore» – che si sono ripresentate, seppur con attori, contesti e risultati cangianti, più volte nel corso dei secoli e con implicazioni davvero decisive nel plasmare gli affari internazionali.

   A partire dall’analisi della guerra del Peloponneso, l’Autore raccoglie queste evidenze passando in rassegna alcuni dei sedici casi studio individuati in un arco temporale che si estende dalla fine del XV secolo sino alla Guerra Fredda. Dodici di questi si risolsero in un conflitto armato. In questo excursus vengono innanzitutto evidenziate le condizioni economiche e geopolitiche e infine discusse strategie e scelte che indussero potenze in ascesa come le Province Unite a sfidare l’egemonia commerciale britannica, o come il potere crescente degli Asburgo di Carlo V pose una minaccia al primato francese in Europa. A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, l’embargo petrolifero degli Stati Uniti, imposto ad un ambizioso Impero giapponese che sfidò apertamente il dominio americano sul Pacifico, obbligò Tokyo a escogitare un attacco preventivo a Pearl Harbor.

   Un denso capitolo è infine dedicato ai prodomi della Grande Guerra, in particolare al riarmo navale e alle ambizioni imperiali della Germania di Guglielmo II che spinsero la Gran Bretagna a «vedere in Berlino il suo nemico principale» [p. 145]. Un giudizio che finì per «condizionare» (in termini militari e diplomatici) le azioni britanniche per preservare la sicurezza della madrepatria: l’equilibrio di potenza europeo.

   Oggi, è la Cina di Xi Jimping a vestire i panni dello sfidante, ma in che misura? Il titolo del capitolo è inequivocabile: Il più grande attore nella storia del mondo. È curioso notare come negli eventi spartiacque nella storia contemporanea cinese gli Stati Uniti abbiano giocato un ruolo decisivo. Dal mancato intervento nella guerra civile, passando al riavvicinamento negli anni Settanta sino all’ingresso della Cina nel WTO. «Forse abbiamo creato un Frankenstein», affermò Richard Nixon, quasi a confermare il ‘paradosso dell’onnipotenza’.

   Allison, aldilà dei sensazionalismi, ci fornisce una fotografia nitida e schietta dell’ascesa cinese. Cogliendo le brillanti analisi di Lee Kuan Yew, a suo dire l’osservatore della Cina più importante al mondo, ci guida in un’esaustiva disamina sui dati, i fatti e le correnti di pensiero per pesare l’impatto dell’impressionante crescita economica del Dragone. «Nel corso di una sola generazione», scrive, «una nazione che non compariva in nessuna delle classifiche internazionali è balzata al primo posto» [p. 37] al punto da spostare l’orizzonte strategico dell’establishment americano verso l’Asia-Pacifico.

   Una risposta che risulta già tardiva: stando alla maggior parte degli indicatori, la Cina ha già superato gli Stati Uniti. Si possono discutere i criteri d’analisi o cambiare la prospettiva di giudizio della crescita cinese – ‘relativa’ o ‘assoluta’ – ciò nonostante, dalla crisi finanziaria del 2008 «il 40% dell’intera crescita mondiale si è realizzato in un solo paese: la Cina» [p. 46]. Impugnare i numeri è, tuttavia, uno sguardo incompleto.

   Non rendono giustizia a tre successi strepitosi ottenuti a partire dal 1980: la guerra, vittoriosa, alla povertà (oltre mezzo miliardo di persone sollevate dalla povertà assoluta); il balzo in avanti in R&S (specialmente nei settori STEM), istruzione e tecnologia; l’imponente modernizzazione delle forze armate. Questi sono i tre pilastri su cui Pechino punta per riscrivere gli equilibri di potere nella regione, e non solo. Facendo della geo-economia lo strumento prediletto della sua politica estera, la rete d’influenza cinese diverrà così attrattiva «da indurre persino gli alleati storici dell’America in Asia a cambiare assetto, orientandosi dagli Stati Uniti verso la Cina» [p. 62]. Di fronte a questi smottamenti tettonici negli equilibri globali, per gli americani l’idea di essere spodestati dopo oltre un secolo di supremazia risulta ancora «inconcepibile».

Cultura, storia e guerra. Il futuro (incerto) delle relazioni tra Stati Uniti e Cina

Nella terza sezione, Allison descrive accuratamente le culture – politiche e strategiche – dei due paesi, facendo emergere differenze e affinità, con un riguardo speciale alle attitudini di governo nel confrontarsi con il mondo una volta palesatasi una ‘finestra d’opportunità’ per la leadership globale.

   Il flashback ci riporta all’inizio del XX secolo, quando il Presidente Theodore Roosevelt si accingeva a consolidare il controllo sull’emisfero occidentale e a proiettare gli Stati Uniti nelle prime avventure oltreoceano. «Prima e dopo di lui», scrive Allison, «nessun presidente è mai riuscito a influenzare così profondamente la consapevolezza del paese circa il proprio ruolo nel mondo» [p. 157]. Eccezionalismo e supremazia militare furono i suoi imperativi, il ‘corollario Roosevelt’ come implementazione della Dottrina Monroe su scala planetaria il suo retaggio più robusto in seguito alle vittorie su Spagna, Germania e Gran Bretagna.

   Quest’ultima, perdendo di fatto l’egemonia marittima sull’Atlantico, accettò suo malgrado il suo lento e inevitabile ridimensionamento internazionale. Forti di un rinnovato spirito nazionalistico e galvanizzati da una nuova ‘frontiera’ oceanica, gli Stati Uniti si affacciavano fiduciosi sul Novecento per dominarlo. Con le dovute differenze, qual è l’orizzonte della Cina?

   La disamina dell’Autore prosegue analizzando la sua figura di maggior spicco. La parabola ascendente di Xi Jimping rispecchia, a grandi linee, quella del suo Paese. Orgoglio patriottico, dedizione, visione. Tre componenti per realizzare il «sogno cinese», che si sostanzia principalmente lungo quattro direttrici: predominio in Asia; ricostruire la ‘grande Cina’ annettendo i territori ancora fuori controllo; recuperare la storica sfera d’influenza, regionale e marittima; esigere rispetto dalle altre nazioni nei consessi mondiali.

   Come la stessa storia americana suggerisce, spesso sono le credenze e le convinzioni culturali, alimentate dal decorso favorevole o non della storia, a stabilire i confini e le ambizioni di una classe dirigente, così come i modelli attraverso cui vedere e/o concepire la realtà internazionale.

   Per Allison, vi sono tre grandi questioni che definiscono il comportamento cinese e, di conseguenza, la percezione americana. La prima è che la Cina ha conosciuto il cosiddetto ‘periodo delle umiliazioni’ da parte dell’Occidente e, dunque, i costi dell’assoggettamento, lasciando un segno indelebile. Ora che Pechino possiede sufficiente leva economica e militare il suo peso politico è destinato a crescere consequenzialmente, così come a compiersi «la promessa fatta da Xi Jinping ai suoi concittadini: non sarà più così» [p. 184]. La seconda concerne l’evidente faglia di civilizzazione con il mondo occidentale, la quale rischia di produrre uno scontro sulle orme di quanto previsto da Samuel Huntington negli anni Novanta. Infine, non solo confidenza e potere spingono la Cina a reclamare il meritato riconoscimento internazionale: anche non fosse un obiettivo predeterminato, sono le dinamiche attuali che agiscono a favore della Cina e alzano la posta in palio, specialmente per quanto gli Stati Uniti potrebbero perdere in termini di egemonia globale così come l’abbiamo conosciuta dal 1945.

   È su questo solco che incominciano a intravedersi i moniti di Tucidide, specialmente nelle acute differenze in termini identitari, politici e di governo. Cina e Stati Uniti, sottolinea Allison, «hanno un enorme complesso di superiorità» rispetto alle altre nazioni, mentre il divario maggiore emerge «dalle loro visioni opposte circa l’ordine mondiale» [pp. 229, 238].

   Da una parte l’universalismo democratico americano, dall’altra la fiducia cinese nell’armonia attraverso la gerarchia, sia in patria che all’estero. Anche rispetto all’uso della forza, specialmente quella militare, lo scontro culturale strategico si fa evidente. Dominati da uno spirito Realpolitik, gli strateghi cinesi ragionano in termini olistici, considerando la guerra «una questione essenzialmente psicologica e politica» [p. 241]. Da qui ne derivano tattiche attendiste, pragmatiche, in attesa di un vento favorevole.

   È questa la cornice che spiega la progressiva strategia di dominio dei mari adiacenti, dove la presenza americana è particolarmente detestata. A partire dal dominio dello spazio aereo, la Cina punta a diventare come un’immensa portaerei attraccata al continente asiatico, e così allontanare gli Stati Uniti dal Mar Cinese Meridionale. Uno specchio d’acqua che, di fatto, è considerato da entrambe le parti «il maggior elemento di tensione».

   Le dispute sulle acque contigue alla Cina sono soltanto una tessera del mosaico che compone l’arco di crisi nella regione. Un quadrante geografico che ha già visto l’Esercito Popolare di Liberazione in azione nel passato, dalla guerra di Corea sino alla crisi di Taiwan alla fine degli anni Novanta, passando per la disputa territoriale con i sovietici nel 1969 i conflitti con India (1962) e Vietnam (1979). C’è, tuttavia, un comune denominatore in queste vicende: all’epoca, la Cina era un paese relativamente debole. Oggi, con un’economia che primeggia e forze armate in grado di rivaleggiare con gli Stati Uniti, Pechino può permettersi di prendersi molti rischi, ma allo stesso tempo ha anche molto da perdere.

   Per l’Autore, le trappole per eventuali escalation militari sono disseminate ovunque, in ogni fronte che vede USA e Cina coinvolte specularmente – Corea del Nord, Mar Cinese Meridionale, Taiwan, cyberspazio e nella strisciante disputa commerciale. In questi scenari, «la guerra tra Stati Uniti e Cina non è inevitabile, però è possibile», poiché «lo stress di fondo generato dall’ascesa travolgente della Cina crea delle condizioni in cui eventi accidentali, altrimenti privi di conseguenze, potrebbero innescare un conflitto su larga scala» [p. 295].

   Il pessimismo di Allison è però mitigato nella parte conclusiva del libro, dove vengono presentati «dodici indizi per la pace» – tratti dai casi studi presentati in precedenza, in cui dalla dinamica tucididea non si fece ricorso alla guerra: dall’importanza di un arbitrato internazionale e di organismi di sicurezza regionali per la gestione e bilanciamento delle crisi, al buon senso e all’abilità diplomatica degli statisti.

   Lo spettro dell’olocausto nucleare e una forte interdipendenza economica fanno «alzare il costo della guerra e [ne riducono] le probabilità» [p. 332]. Di converso, sono le alleanze che destano maggiori preoccupazioni, in quanto rischiano di trascinare ambo le parti in dispute localizzate che, aumentando la risonanza delle tensioni intrinseche a USA e Cina, possono innescare una spirale incontrollabile.

   Dunque, in che direzione andare? L’Autore, in conclusione, cerca di offrire un set di soluzioni per le élite americane, consapevole che la strategia americana sulla Cina sia stata, complessivamente, contraddittoria. Nella mente di Allison le lezioni della storia continuano ad essere la stella polare per gli statisti americani e cinesi, i quali dovranno – specialmente rivolgendosi ai suoi compatrioti – gerarchizzare gli interessi vitali, abbandonare progetti geopolitici «scollati dalle priorità nazionali», capire gli obiettivi della controparte e ridare spazio alla pianificazione strategica purché sia coerente e sostenibile. In breve, salvaguardare la propria raison d’être ed investire sul proprio capitale politico senza sacrificare l’american way of life sull’altare della competizione internazionale.

Conclusioni: l’applicabilità del concetto di ‘trappola di Tucidide’

Il lavoro di Graham Allison è destinato a suscitare un lungo dibattito. Seppur rappresenti uno dei più imponenti libri di recente pubblicati, alcuni osservatori hanno avanzato critiche, perlopiù sull’aspetto metodologico. È, infatti, l’applicabilità e la sostenibilità teorica del concetto di ‘trappola di Tucidide’ a venir messo più in discussione come miglior pattern per definire lo stato attuale delle relazioni tra Stati Uniti e Cina.

   «Se la trappola di Tucidide non fosse stata menzionata», scrive Lawrence Freedman ritenendola un «costrutto inutile», «molte delle argomentazioni e delle questioni sollevate in questo libro sarebbero state comunque rilevanti e avrebbero meritato un’attenta considerazione». L’interpretazione che domina il libro è che l’attuale dinamica sino-americana sia perfettamente, o quasi, riconducibile in quello schema, quasi fosse che la formula tucididea possa essere un prodotto preconfezionato.

   Dunque, il declino relativo degli Stati Uniti nelle gerarchie internazionali sembra essere, per Allison, la componente di pericolo maggiore per la materializzazione di un conflitto armato. In questo modo, la struttura di contorno – ovvero la complessa realtà del XXI secolo – passa un po’ in secondo piano, rischiando di diffondere un messaggio (la non inevitabilità della guerra) attraverso un mezzo discorsivo (l’esistenza inevitabile della ‘trappola’) non del tutto appropriato e troppo focalizzato sulle due superpotenze.

   La forte interdipendenza globale, infatti, non solo fa della Cina un importante stakeholder, ma finisce per coinvolgere e legare saldamente il destino di nazioni e potenze regionali nella più ampia cornice dei rapporti sino-americani. Vi sono importanti rivalità tra la Cina e i paesi dell’Asia-Pacifico, i cui interessi possono tanto non coincidere con le priorità americane, quanto divenire utili attori che, in aggregato, possano contenere le ambizioni di Pechino.

   Ciò non ridimensiona l’accuratezza delle riflessioni, dell’analisi approfondita con cui l’Autore riscopre la politica internazionale di oltre cinque secoli, e lo spirito di un intellettuale volto ad auspicare tutte le misure e i mezzi possibili per scongiurare un epilogo che la storia ha più volte sentenziato. «Come Tucidide ben sapeva e come conferma il libro di Allison, le circostanze geopolitiche non sono fatali; il carattere dei potenziali belligeranti conta, specialmente le loro abilità e volontà di raggiungere il compromesso». (Alberto Prina Cerai, da PANDORA RIVISTA del 29/5/2019 https://www.pandorarivista.it/)

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