La prima volta di UNA DONNA PRIMO MINISTRO in uno stato arabo: NAJLA BOUDEN ROMDHANE – In una TUNISIA finora pluralista (dalla rivoluzione dei Gelsomini di 10 anni fa), ma ora in crisi democratica, c’è una donna primo ministro – Solo apparenza o una vera apertura del mondo arabo al potere pubblico alle donne?

LA PRIMA DONNA PREMIER IN TUNISIA
– Con un obiettivo preciso, quello di «combattere la corruzione e il caos che pervadono molte istituzioni statali», NAJLA BOUDEN ROMDHANE (nella FOTO qui sopra) sarà l’undicesimo capo del governo dalla rivoluzione del 2011 e il suo difficile compito sarà quello di formare un nuovo governo “il prima possibile” in un momento di grave crisi politica nazionale per il Paese –
   «Sono onorata di essere la prima donna a occupare la posizione di primo ministro in Tunisia, lavorerò per un formare un governo coerente che affronti le difficoltà economiche del Paese, combatta la corruzione e risponda alle richieste dei tunisini», ha scritto sul profilo Twitter aperto poco dopo la nomina.
CHI È NAJLA BOUDEN ROMDHANE
Ingegnere di formazione, la neo premier ha alle spalle una lunga esperienza accademica e nella ricerca, in particolare nel settore della valutazione sismica e della gestione delle catastrofi. Attualmente è responsabile dell’attuazione del programma finanziato dalla Banca mondiale che dà sostegno alla riforma dell’istruzione superiore in corso in Tunisia.
   Dal 2006 al 2016 è stata la principale consigliera di sette ministri dell’Istruzione superiore e della ricerca scientifica. Ed è stata lei ad aver istituito il primo Programma di sostegno alla qualità (PAQ) a sostegno dei progetti che vertono sulla garanzia di qualità, il buon governo, l’innovazione e l’imprenditoria.
(di Viola Rigoli, dal Corriere della Sera – Io Donna https://www.iodonna.it/ 30/9/2021)

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TUNISIA: LA PRIMA DONNA PREMIER

da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021

– Najla Bouden Romdhane ricoprirà l’incarico di primo ministro della Tunisia. Una ‘prima’ per tutto il mondo arabo. Ma basta ad allontanare i timori di una deriva autoritaria nel paese? –

   Per la prima volta nella storia della Tunisia sarà una donna, Najla Bouden Romdhane, a ricoprire l’incarico di primo ministro. Lo ha annunciato il presidente Kais Saied con una decisione che ha raccolto ampia eco anche all’estero e che rappresenta una ‘prima volta’ per l’intero mondo arabo.

   Docente universitaria, 63 anni, Bouden è stata incaricata di formare un governo “nel minor tempo possibile” riporta un comunicato stampa della Presidenza della Repubblica. La sua nomina però si inserisce in un quadro politico complesso e in una congiuntura critica per il paese, dove lo scorso 25 luglio il presidente ha destituito il primo ministro, sospeso il parlamento e concentrato su di sé il potere legislativo e giudiziario.

   Per la Tunisia in preda a uno stallo istituzionale ed economico senza precedenti, in bilico tra lo stato d’eccezione e il timore di una deriva autoritaria, la nomina di Bouden Romdhane “è una luce in fondo al tunnel?” si interroga la stampa francofona. Non tutti sembrano esserne convinti. In molti accusano Saied di un’operazione di ‘maquillage politico’, tardiva e illegittima, e annunciano che non riconosceranno la nomina.  Nel paese resta in vigore il congelamento del Parlamento e la revoca dell’immunità dei deputati.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

LA DONNA NEI PAESI ARABO-ISLAMICI: “(…) i Paesi arabo-islamici adottano trattamenti molto diversi tra loro nei confronti del mondo femminile. I diritti delle donne non sono ovunque tutelati o comunque non sono tutelati alla stessa maniera. Un dato di fatto sta nell’ineguaglianza tra i sessi, il che rimane un importante problema da affrontare e risolvere. (…) LA SITUAZIONE TRA UOMINI E DONNE È DIVERSA DA STATO A STATO. Alcuni tra i PAESI PIÙ AVANTI sotto questo punto di vista sono TUNISIA e MAROCCO: entrambi hanno avviato da tempo riforme a favore di una società moderna. AL CONTRARIO, lo YEMEN (paese islamico) sembra essere TRA I PAESI PIÙ ARRETRATI e meno sviluppati, in cui la POLIGAMIA è legale e largamente diffusa, le donne non possiedono alcun diritto legale sui figli e non è prevista un’età minima per il matrimonio. Non è un caso che sentiamo purtroppo sempre più spesso di storie raccapriccianti che raccontano di “spose-bambine” provenienti da Paesi (islamici) come YEMEN ed AFGHANISTAN. (…) (Sofia Abourachid, da https://mondointernazionale.com/) – (nella foto: DONNE ARABE TUNISINE – foto ripresa da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/)

UN’OUTSIDER DELLA POLITICA?

Originaria di Kairouan, a sud di Tunisi, Najla Bouden è una docente di scienze geologiche all’università di Tunisi e responsabile dell’attuazione del programma della Banca mondiale presso il ministero dell’Istruzione.  Poco conosciuta negli ambienti istituzionali tunisini, non sembra aver ricoperto finora altri incarichi politici.

   Succederà a Hichem Mechichi, vicino al partito islamista moderato Ennahda, e premier per appena 10 mesi prima di essere destituito dal presidente lo scorso luglio. In un discorso alla nazione in cui aveva spiegato i motivi della sua decisione, il presidente Saied aveva parlato di “situazione insostenibile” dopo mesi di stallo istituzionale e settimane di proteste diffuse contro la malagestione della pandemia, la corruzione diffusa e l’incapacità della politica di varare riforme economiche e sociali.

   A dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini, che nel 2011 rovesciò Zine El Abidine Ben Ali, la Tunisia – per anni indicata come l’unico ‘cantiere democratico’ della regione – si era confermata così preda di un’instabilità politica che ha ostacolato gli sforzi per rilanciare economia e servizi e realizzare le riforme richieste dal Fondo monetario internazionale.

   A causa del congelamento del Parlamento, il governo Bouden – la cui composizione sarà comunicata nelle prossime ore – non riceverà il voto di fiducia dei legislatori e sarà formalmente approvato durante una breve cerimonia davanti al capo dello stato.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

“(…) Il 26 settembre (2021) IN MIGLIAIA SONO SCESI IN PIAZZA A TUNISI per protestare contro il ‘regime’ e il ‘colpo di Stato’, con la bandiera tunisina ma non quelle dei partiti. Tra loro c’erano sostenitori di ENNAHDA (il partito islamista moderato che ha finora dominato la scena nazionale, ndr) ma anche cittadini delusi dal presidente. (…)” (Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021) (nella FOTO: settembre 2021: una protesta in Tunisia contro il presidente SAIED autore di un vero e proprio colpo di stato, foto ripresa da IL MANIFESTO)

VERSO UN SISTEMA PRESIDENZIALE?

Nonostante il biasimo di molti partiti politici, il presidente Saied conta tuttora su un forte sostegno popolare.  Secondo un recente sondaggio pubblicato dai media tunisini il 90% della popolazione si dice a favore delle sue ultime decisioni.

   “Saied è contrario a molti aspetti delle istituzioni così come sanciti dalla Costituzione – spiega un ex parlamentare ad al Jazeera – e sta cercando a ogni costo di cambiare il sistema politico ‘ibrido’ trasformando la Tunisia in una Repubblica Presidenziale a colpi di decreti”. Gli esperti sono divisi sulla costituzionalità delle scelte del presidente tunisino. 

   A tal proposito, è utile ricordare come, dopo la riforma costituzionale del 2014, la Tunisia sia passata da un sistema puramente presidenziale (in cui il capo dello stato godeva di fatto di poteri pressoché illimitati) a un sistema simile al semipresidenzialismo francese

   Nei giorni scorsi, era stato lo stesso presidente tunisino ad avanzare l’ipotesi di una revisione costituzionale affermando di rispettare la Carta fondamentale ma aprendo alla possibilità di modificarne il testo. “Le Costituzioni non sono eterneha dichiarato, precisando che “si possono modificare tenendo presente che la sovranità appartiene al popolo”.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

“(…) SAIED è un personaggio enigmatico: assistente universitario piuttosto incolore ai tempi di Ben Ali e poi esperto di diritto costituzionale, conservatore, vinse le presidenziali del 2019 con una campagna in stile populista centrata sulla lotta alla corruzione e sul richiamo alla democrazia diretta – un tema che ora ripropone annunciando che sottoporrà a referendum le modifiche costituzionali. Un sostenitore della democrazia che il 25 luglio (2021) ha proclamato lo stato di emergenza e chiuso il Parlamento, forte di un consenso che stando ai sondaggi più recenti supera l’80% della popolazione. (…)” (Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021) (nella foto: Il presidente tunisino KAIS SAIED, foto ripresa da http://www.ilpost.it/)

TIMORI DI UNA DERIVA?

La nomina di Najla Bouden non è stata accolta da tutti con lo stesso favore. Se il suo predecessore Hichem Mechichi le ha augurato “pieno successo nella sua missione di capo del governo”, auspicando che “riesca a soddisfare le speranze dei tunisini in queste difficili condizioni economiche e sociali”, altri partiti rifiutano di riconoscere la prima ministra e il nuovo governo. Sono coloro che accusano il presidente di aver messo in atto un golpe bianco (con il sostegno dell’Egitto, secondo alcuni) e di voler continuare a governare indisturbato il paese circondandosi di tecnocrati.

   Ai loro occhi, la scelta di nominare Bouden risponderebbe all’esigenza di placare i tunisini arrabbiati, e rassicurare la comunità internazionale. Preoccupazioni che appaiono legittime dal momento che non è chiaro quanta autonomia avrà il nuovo governo né che argini potrà opporre al controllo totale di Saied sull’attività legislativa, esecutiva e giudiziaria del paese.

   Timori condivisi anche all’estero, alla luce della grave crisi economica e degli impegni presi dalla Tunisia con i donatori e le istituzioni internazionali. Mentre avanza lungo un percorso scivoloso e pieno di incognite, il paese resta un osservato speciale.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

LA CRISI POLITICA IN TUNISIA, dove il 25 luglio scorso (2021) il presidente KAIS SAIED ha rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e assunto lui stesso gli incarichi di governo, ha 4 cause principali tutte legate alla storia recente del paese: 1-l’INSTABILITÀ POLITICA ENDEMICA, 2-la GRAVISSIMA SITUAZIONE ECONOMICA e la conseguente INCAPACITÀ DEL GOVERNO DEPOSTO DI GESTIRE 3-LA PANDEMIA da coronavirus, che in Tunisia è una delle peggiori di tutta l’Africa. (…) La crisi ha anche una causa ulteriore: 4-LO STESSO SAIED, un politico indipendente eletto alla presidenza nel 2019, che non aveva mai davvero nascosto la sua intenzione di cambiare radicalmente la struttura della democrazia tunisina; o di distruggerla, come sostengono i suoi critici. (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021) – (nella foto: proteste a Tunisi il 25 luglio scorso, foto ripresa da https://www.notiziegeopolitiche.net/)

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Il COMMENTO di ARIANNA POLETTI, giornalista

“La nomina di una donna nel ruolo di primo ministro non può che essere una buona notizia per la Tunisia. Ma se si guarda al contesto in cui occorre, viene spontaneo chiedersi: fino a che punto? La sospensione del parlamento e il depotenziamento dell’esecutivo annunciati dal presidente Kais Saied a luglio sono stati formalizzati, per decreto, il 22 settembre. Significa che, concretamente, la nuova premier Najla Bouden non godrà dei poteri che attualmente la Costituzione tunisina le garantisce. Ciononostante la Tunisia ha accolto la notizia con favore. L’attenzione dell’opinione pubblica però è concentrata sulla promessa di cambiamento e di riforme economiche e sociali che il presidente ha annunciato in campagna elettorale, e che sono la priorità più urgente per un paese che sa di non poter più aspettare”.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

Ad aiutare i progetti di SAIED ha contribuito la PANDEMIA DA CORONAVIRUS, e la terribile INEFFICIENZA DEL GOVERNO NEL GESTIRLA. La Tunisia ha dovuto affrontare una delle peggiori crisi sanitarie dell’Africa: 550 MILA PERSONE sono state CONTAGIATE e 18 MILA sono MORTE, in un paese di 11,6 milioni di persone. LA PANDEMIA HA BLOCCATO IL TURISMO, una delle principali fonti di reddito del paese, e la CAMPAGNA VACCINALE sta andando A RILENTO.   Questo, unito alla CRISI ECONOMICA, ha peggiorato ulteriormente il tasso di gradimento del governo tra la popolazione, e ha consentito ancora una volta a SAIED di presentarsi come “l’UOMO DELL’ORDINE”: in luglio (2021) ha ordinato all’esercito di prendere il controllo della campagna vaccinale e ha imposto le dimissioni del ministro della Salute. (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021) – (nella foto: PANDEMIA DA CORONAVIRUS IN TUNISIA – foto ripresa da www.repubblica.it/, maggio 2021)

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mappa della TUNISIA con le più importanti città (tratta da https://www.viaggiatori.net/)

“(…) Già prima della pandemia, in TUNISIA la crescita del PIL di circa 1,5 per cento all’anno era gravemente insufficiente per un paese ancora in via di sviluppo: in seguito, la crisi è diventata disastrosa. Il PIL è calato dell’8 per cento nel 2020, e di un ulteriore 3 per cento nei primi tre mesi del 2021. Il tasso di disoccupazione, che era già piuttosto alto prima della pandemia (14,9 per cento secondo l’ufficio nazionale di statistica), è arrivato al 17,8 per cento, e la disoccupazione giovanile al 36 per cento. La Tunisia è a rischio default. (…)” (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021)

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DONNA PREMIER IN TUNISIA: NOVITÀ NEL MONDO ARABO. MA TUTTO IL POTERE È DI SAIED

di Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021

   Per la prima volta nella storia della Tunisia a guidare il governo sarà una donna, Najla Bouden, un passaggio d’epoca che avviene tuttavia nel momento più difficile della giovane democrazia tunisina. Meno di una settimana fa, il presidente Kais Saied, che a fine luglio ha sciolto il governo e sospeso il Parlamento, si è dato di fatto pieni poteri con un decreto che lo autorizza a nominare il premier, i ministri, gli assegna il potere esecutivo e l’ultima parola su quello giudiziario. Una “misura eccezionale”, ha promesso, in attesa di “riforme politiche” e di una modifica della stessa Costituzione tunisina nata sulle ceneri dell’era Ben Ali.

   Martedì 28 settembre (2021) Saied ha incaricato Bouden di formare il nuovo governo con l’obiettivo di “combattere la corruzione” e garantire a tutti i tunisini i loro diritti di base all’istruzione, ai trasporti, alla sanità. Ma il futuro esecutivo avrà prerogative limitate, considerato che in base al decreto del 22 settembre (2021) sarà Saied a presiedere il consiglio dei ministri.

   Bouden, che è anche la prima donna premier di un Paese arabo, sottolinea la Cnn, è una personalità sconosciuta all’opinione pubblica: 63 anni, geofisica di formazione francese, originaria della città sacra di Kairouan, nel nord della Tunisia, ha gestito un progetto sovvenzionato dalla Banca Mondiale per riformare l’istruzione superiore ed è stata una dei dirigenti del ministero. Oggi insegna alla Scuola nazionale di ingegneria di Tunisi. C’è chi dice che sia molto vicina alla moglie del presidente Saied.

   «Sono onorata di essere la prima donna a occupare la posizione di primo ministro in Tunisia, lavorerò per formare un governo coerente che affronti le difficoltà economiche del Paese, combatta la corruzione e risponda alle richieste dei tunisini», ha scritto sul profilo Twitter aperto poco dopo la nomina.

   Saied è un personaggio enigmatico: assistente universitario piuttosto incolore ai tempi di Ben Ali e poi esperto di diritto costituzionale, conservatore, vinse le presidenziali del 2019 con una campagna in stile populista centrata sulla lotta alla corruzione e sul richiamo alla democrazia diretta – un tema che ora ripropone annunciando che sottoporrà a referendum le modifiche costituzionali. Un sostenitore della democrazia che il 25 luglio (2021) ha proclamato lo stato di emergenza e chiuso il Parlamento, forte di un consenso che stando ai sondaggi più recenti supera l’80% della popolazione.

   La crisi economica, il quasi collasso delle finanze pubbliche tunisine e il tradimento delle speranze di lavoro e benessere accese dalla rivoluzione del 2011 hanno alimentato la disillusione di molti tunisini verso i partiti politici, tra i quali ha giocato un ruolo centrale in questi anni il partito moderato islamico Ennahda.

   Ora la Tunisia, considerata a lungo l’esperimento democratico più riuscito dopo le cosiddette primavere arabe, viaggia verso una pericolosa “deriva autoritaria”, accusano i critici di Saied, che considerano la nomina di Bouden più un colpo di teatro più che l’inizio di un cambiamento reale.

   Il 26 settembre in migliaia sono scesi in piazza a Tunisi per protestare contro il “regime” e il “colpo di Stato”, con la bandiera tunisina ma non quelle dei partiti. Tra loro c’erano sostenitori di Ennahda ma anche cittadini delusi dal presidente.

   Di fronte agli sviluppi tunisini, l’Europa appare divisa. Mentre da Parigi sono arrivare parole prudenti nei confronti di Saied, ieri in una telefonata con il presidente è stata la cancelliera uscente Angela Merkel a ribadire che è «essenziale» che la Tunisia torni a essere una «democrazia parlamentare» attraverso il dialogo «con tutti gli attori politici». (Gabriella Colarusso)

 

(Nell’immagine: MAPPA LEGA STATI ARABI, da https://www.treccani.it/) – “(…) Il ‘MONDO ARABO’ rappresenta l’insieme delle ventidue nazioni che al mondo costituiscono la LEGA DEGLI STATI ARABI, ovvero: ALGERIA, ARABIA SAUDITA, BAHREIN, COMORE, EGITTO, EMIRATI ARABI UNITI, GIBUTI, GIORDANIA, IRAQ, KUWAIT, LIBANO, LIBIA, MAURITANIA, MAROCCO, OMAN, PALESTINA, QATAR, SIRIA, SOMALIA, SUDAN, TUNISIA, YEMEN.
Sono, pertanto, quei Paesi che hanno come lingua ufficiale maggioritaria l’arabo e che vantano l’Islam come religione maggiormente diffusa. Sono Stati che comprendono però anche altre significative minoranze religiose, tra cui cristianesimo ed ebraismo.
Ad aggiungersi a questi ventidue Paesi, situati tra Medio Oriente e Africa, vi sono quelli che, molto vicini alle aree interessate, hanno un alto tasso di musulmani, come la TURCHIA, l’IRAN, l’AFGHANISTAN, il PAKISTAN, il BANGLADESH, l’INDONESIA e la MALESIA, ma che NON SONO PAESI PROPRIAMENTE ARABI.(…)”
(SOFIA ABOURACHID, 19/9/2019, da https://mondointernazionale.com/)

DA DOVE ARRIVA LA CRISI IN TUNISIA

da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021

– da una forte instabilità politica, un’intensa crisi economica e dalla pandemia, ma soprattutto dall’autoritarismo del presidente Saied

   La crisi politica in Tunisia, dove il 25 luglio scorso (2021) il presidente KAIS SAIED ha rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e annunciato che assumerà lui stesso gli incarichi di governo, ha diverse cause tutte legate alla storia recente del paese: l’instabilità politica endemica, la gravissima situazione economica e la conseguente incapacità del governo deposto di gestire la pandemia da coronavirus, che in Tunisia è una delle peggiori di tutta l’Africa.

   Tutti questi elementi, soprattutto l’instabilità politica e la crisi economica, sono ben noti ormai da anni, ma la crisi degli ultimi giorni ha anche una causa ulteriore: lo stesso Saied, un politico indipendente eletto alla presidenza nel 2019, che non aveva mai davvero nascosto la sua intenzione di cambiare radicalmente la struttura della democrazia tunisina; o di distruggerla, come sostengono i suoi critici.

   Dopo aver rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e inviato l’esercito a presidiare i principali palazzi governativi della capitale Tunisi, Saied ha imposto un coprifuoco in tutta la nazione dalle 18 alle 7, e ha vietato tutti gli assembramenti di più di tre persone.

   Le cause strutturali della crisi hanno a che fare con lo stato piuttosto fragile in cui la Tunisia è uscita dalla primavera araba, l’insieme di proteste che iniziarono nel 2011 contro i regimi autoritari di diversi paesi nordafricani e mediorientali.

   La Tunisia è stata l’unico paese coinvolto nella primavera araba ad aver mantenuto una forma di governo democratica, ma negli ultimi 10 anni la democrazia tunisina si è mostrata molto fragile e instabile.  ENNAHDA, il partito islamista moderato che ha dominato la scena nazionale, non è mai davvero riuscito a imporsi con governi forti e capaci di fare le riforme di cui il paese aveva bisogno, e alla lunga i problemi e l’instabilità non hanno fatto che accumularsi. La politica tunisina è rimasta eccezionalmente frammentata, e dal 2011 a oggi si sono succeduti ben nove primi ministri.

   L’instabilità politica ha portato con sé la crisi economica. L’economia è in pessimo stato da decenni, ma dopo la primavera araba i tunisini avevano sperato che la democrazia avrebbe eliminato, o quanto meno ridotto, la corruzione e il clientelismo: così non è stato, nonostante la transizione abbia generato dei vantaggi importanti per la popolazione.

   Già prima della pandemia, la crescita del PIL di circa 1,5 per cento all’anno era gravemente insufficiente per un paese ancora in via di sviluppo: in seguito, la crisi è diventata disastrosa. Il PIL è calato dell’8 per cento nel 2020, e di un ulteriore 3 per cento nei primi tre mesi del 2021. Il tasso di disoccupazione, che era già piuttosto alto prima della pandemia (14,9 per cento secondo l’ufficio nazionale di statistica), è arrivato al 17,8 per cento, e la disoccupazione giovanile al 36 per cento. La Tunisia è a rischio default, e il governo appena deposto stava contrattando con il Fondo monetario internazionale per ottenere un prestito ed evitare la bancarotta.

   In questo contesto di instabilità, corruzione e crisi si è inserito Saied.

   Professore di diritto costituzionale poco noto prima di candidarsi nel 2019, Saied vinse le elezioni presidenziali da indipendente, senza un partito a sostenerlo, grazie a una campagna elettorale in cui promise che avrebbe liberato il paese dalla corruzione e dall’inefficienza della classe politica. Si presentò anche come un candidato piuttosto conservatore, che prometteva di ristabilire l’ordine sociale e che aveva opinioni molto retrograde su diversi temi, come per esempio i diritti della comunità LGBT+ (ritiene che l’omosessualità debba essere criminalizzata).

   Saied non aveva legami né con il regime che aveva governato il paese fino al 2011 né con la disordinata classe politica democratica, e la sua retorica professorale e noiosa (i tunisini lo soprannominarono “Robocop”) sembrò promettere stabilità e sicurezza in un momento di confusione e crisi.

   Dopo la sua elezione, però, Saied non nascose mai troppo che uno dei suoi obiettivi era quello di cambiare profondamente la struttura della democrazia in Tunisia. Nel corso dell’ultimo anno si era scontrato più volte e molto duramente con il primo ministro Hichem Mechichi, di Ennahda, e con il presidente del parlamento Rached Ghannouchi, anche lui di Ennahda (è il capo del partito). Aveva detto apertamente che la Tunisia aveva bisogno di una riforma costituzionale che desse più poteri al presidente e li togliesse al litigioso parlamento.

   Uno degli scontri più duri ha riguardato il controllo dell’esercito e delle forze armate. Secondo la Costituzione tunisina, il presidente è a capo delle forze armate ma, un po’ come il presidente della Repubblica italiana, questo controllo è più che altro formale, e sottoposto al potere politico. Saied invece ha rivendicato che al presidente tunisino spettasse il controllo effettivo e diretto non soltanto dell’esercito, ma anche delle forze di sicurezza, cioè delle agenzie d’intelligence e degli altri apparati di sicurezza dello stato.

Non è dunque improbabile che Saied già da tempo meditasse di esautorare governo e parlamento, e negli scorsi mesi erano già circolate voci non confermate a riguardo.

   Ad aiutare i progetti di Saied ha contribuito la pandemia da coronavirus, e la terribile inefficienza del governo nel gestirla. La Tunisia ha dovuto affrontare una delle peggiori crisi sanitarie dell’Africa: 550 mila persone sono state contagiate e 18 mila sono morte, in un paese di 11,6 milioni di persone. La pandemia ha bloccato il turismo, una delle principali fonti di reddito del paese, e la campagna vaccinale sta andando a rilento.

   Questo, unito alla crisi economica, ha peggiorato ulteriormente il tasso di gradimento del governo tra la popolazione, e ha consentito ancora una volta a Saied di presentarsi come “l’uomo dell’ordine”: in luglio (2021) ha ordinato all’esercito di prendere il controllo della campagna vaccinale e ha imposto le dimissioni del ministro della Salute.

   Diversi critici paragonano Kais Saied ad Abdel Fattah al Sisi, il generale egiziano che nel 2013 mise in atto un colpo di stato militare contro il governo democraticamente eletto della Fratellanza musulmana e instaurò un feroce regime autoritario (a rendere più vivo questo paragone c’è il fatto che Ennahda ha legami con la Fratellanza). Ci sono numerose differenze, perché Saied non è un militare e anzi è un politico eletto democraticamente (…). Ma anche fuori dalla Tunisia, sempre più analisti e osservatori hanno cominciato a descrivere quello che sta avvenendo nel paese come un colpo di stato. (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021)

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TUNISIA, brevi cenni storici, dalla Rivoluzione dei Gelsomini al (quasi) colpo di Stato di Saied, alle nomina di una donna, Najla Bouden Romdhane, quale primo ministro

La Rivoluzione tunisina del 2010-2011, nota altresì nella stampa occidentale come Rivoluzione dei Gelsomini, fu una serie di proteste e sommosse popolari in numerose città della Tunisia avvenute tra il 2010 ed il 2011, nel contesto della primavera araba.

   Le motivazioni delle proteste che nel 2010-2011 hanno portato alla caduta del vecchio regime, sono da ricercarsi in disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita. Le proteste, iniziate nel dicembre 2010, costituiscono la più drammatica ondata di disordini sociali e politici in tre decenni e hanno provocato decine di morti e feriti per i tentativi di repressione

   A partire dal 17 dicembre del 2010 e a gennaio del 2011, una serie di manifestazioni di piazza hanno scosso varie città al centro-sud della Tunisia, formalmente motivate in una prima fase dall’impressionante suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane ambulante che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. Dopo ripetuti sequestri della merce, gli erano stati ritirati anche il passaporto e la licenza di commerciante che gli permettevano di mantenere moglie e figli. Chiese allora di poter parlare con il governatore; al suo diniego, si diede fuoco. I manifestanti condividevano i motivi di Mohamed Bouazizi: frustrazione per la disoccupazione, corruzione della polizia, indifferenza delle autorità (molto più concentrate ad arricchirsi che a svolgere la loro funzione di utilità pubblica), crescente preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità (quali pane, farina, zucchero, latte).

   Più in profondità traspariva tuttavia la profonda insoddisfazione, specie delle generazioni più giovani, che non avevano partecipato alle esaltanti vicende della lotta d’indipendenza, per il regime decisamente autoritario di Ben Alì, per la mancanza di libertà di espressione, per il bavaglio imposto alla stampa e per una società basata sul clientelismo.

   In un crescendo di manifestazioni, duramente affrontate dalla polizia con l’uso di armi e proiettili letali, vi furono 25 morti durante il solo fine settimana dell’8 e 9 gennaio. L’effetto della violenza usata nella repressione amplificò ulteriormente la protesta che si diffuse in altre città, fino a Tunisi. Questa protesta diffusa venne chiamata “Rivoluzione dei gelsomini”. Il 15 gennaio 2011 il presidente Ben Alì fu costretto ad abbondonare il paese. (da Wikipedia)

La rottura incompiuta Il successo della ‘Rivoluzione dei gelsomini’ contagiò poi gli altri Paesi arabi. KAIS SAIED, l’attuale presidente, indipendente e fuori dalle logiche partitiche, si impose nel 2019 proprio grazie al voto dei giovani e interpretando gli “ideali della rivoluzione”. Ma cosa rimane oggi di quello spirito di rottura con il passato? Ecco un bilancio a 10 anni dall’inizio di quella sollevazione popolare che portò alla cacciata del presidente Ben Alì .

   La Tunisia non ha subito le stesse sorti dei Paesi vicini, come Libia ed Egitto, o lontani come Siria e Yemen, ed è l’unico che a detta di molti può essere presentato come modello riuscito di ‘primavera araba’, ma non tutti i tunisini sono concordi su questa interpretazione. I problemi da risolvere sono gli stessi di sempre per un Paese che si trova in una regione che vive momenti difficili: bassa crescita economica, alto tasso di disoccupazione, terrorismo, corruzione ed evasione fiscale diffuse, migrazione irregolare, crisi libica, ingiustizia sociale, crisi istituzionale. Il tutto aggravato da una pandemia che ha bloccato anche l’economia turistica. (da https://it.euronews.com/ 17/12/2020=

Tunisia: un colpo di Stato “legittimo”? – A più di dieci anni dalla Primavera araba la Tunisia ancora non ha trovato pace: il 25 luglio 2021 il presidente della Repubblica Kais Saied ha deciso di sospendere il parlamento tunisino e di licenziare il Consiglio dei ministri, compreso il presidente. Said non si è fermato qui, ha fatto arrestare alcuni tra i leader politici più importanti, tra i quali personalità con posizioni di rilievo nelle istituzioni istituzionali.

   Saied si è giustificato con l’articolo 80 della Costituzione tunisina, che dà al presidente la possibilità di prendere decisioni, anche estreme, nel caso di minaccia la stabilità della nazione.

   Per le opposizioni si è invece trattato di un vero e proprio colpo di stato.

(di Mustafa Abdelkarim, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ 26 Agosto 2021)

Il 29/9/2021, il presidente Kais Saied ha nominato una donna come primo ministro. Per la prima volta nella storia della Tunisia una donna, Najla Bouden Romdhane, ricopre l’incarico di primo ministro. Lo ha annunciato il presidente Kais Saied con una decisione che ha raccolto ampia eco anche all’estero e che rappresenta una ‘prima volta’ per l’intero mondo arabo. Ci si chiede se è una mossa per “sviare l’attenzione” e giustificare un presidenzialismo autoritario di Saied, o una reale apertura positiva nel mondo arabo alla co-partecipazione al potere pubblico del mondo femminile

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LA TUNISIA, TERRA DI “MIGRANTI ECONOMICI”

di Vittorio Caligiuri, da https://www.progettodiritti.it/, 9/2/2021

– Il paese nord-africano intrattiene profondissimi legami economici con l’Europa e l’Italia. Tuttavia sono proprio le politiche che rendono il paese attrattivo per i capitali europei ad impoverire la popolazione e determinare una situazione sociale e politica che, a 10 anni dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”, è sempre più grave. –

   Nonostante gli antichi e profondi legami che la uniscono all’Italia e malgrado meno di 150 km separino Cap Bon dalle coste della Sicilia, la Tunisia nel nostro paese è perlopiù conosciuta in qualità di meta turistica o, al più, identificata come uno di quei paesi, facenti parte di quella parte di mondo in cui povertà e violenza sono considerate fenomeno naturale al punto da essere ribattezzata “caoslandia” da una nota rivista italiana; oscurando come i problemi dei paesi del terzo mondo siano il preciso riflesso di interessi politici ed economici la cui dimensione va ben oltre la dimensione locale.

   Sebbene il paese nord-africano sia stato quello dal quale le “Primavere Arabe” si sono diffuse e l’unico nel quale le proteste hanno avuto come esito l’istituzione di un sistema politico di tipo democratico, come sancito dalla costituzione del 2014, i riferimenti dei media italiani al “miracolo tunisino” sono diventati sempre più rari e la Tunisia è tornata parte del dibattito italiano in qualità di possibile “porto sicuro”, di paese di transito e di imbarco per i migranti provenienti dall’Africa sahariana e subsahariana ed infine in qualità di paese di partenza di coloro che il ministro Lamorgese definisce “migranti economici”, una definizione che qui si intende approfondire sulla base dell’analisi del passato recente del paese e della sua situazione attuale.

   Nonostante i cittadini tunisini abbiano bisogno di un visto per entrare in un paese dell’area Schengen – al cittadino europeo che si rechi nel paese nord-Africano con un viaggio organizzato è richiesto semplicemente di esibire la carta d’identità; il flusso di capitali e merci tra Tunisia e Italia è importante e fortemente liberalizzato in virtù dei numerosi accordi vigenti tra i due paesi e soprattutto dell’accordo di associazione che il paese nord-Africano ha stipulato con l’EU nel 1998, i cui termini dovrebbero essere allargati nel contesto del Deep and Comprehensive Free Trade Agreement, in lavorazione dal 2015.

   L’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia: nel 2019 l’attivo commerciale italiano nei confronti della repubblica nord-africana era di 638 milioni di euro a fronte di un interscambio complessivo di oltre 5,5 miliardi di euro; gli investimenti italiani nel paese ammontavano (sempre per il 2019) a 314 milioni di euro.

   È ad ogni modo bene ricordare, per evitare di indulgere nel vizio tipico di certa economia dello sviluppo consistente nell’assimilazione di retorica e realtà, che la finalità degli investimenti è il profitto e che tali flussi sono motivati da vantaggi economici, in primo luogo costituiti dal basso costo del lavoro ed una tassazione regressiva, nonché dalle risorse che il paese offre, come testimonia la presenza nel paese di oltre 800 imprese di proprietà o partecipazione italiana (circa un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera) nel comparto energetico (Ansaldo e ENI), estrattivo (COLACEM), della logistica, del tessile, ed altri settori a bassa intensità di capitali ed alta intensità di manodopera nei quali i costi per i salari sostenuti dalle imprese risultano ridotti.

   Sebbene il contesto disegnato dagli accordi tra la Tunisia e l’EU è stata da molti studiosi interpretato come chiaramente neocoloniale, nettamente smentendo la narrazione che vorrebbe la liberalizzazione economica come un processo “win-win”, l’attrazione che la Repubblica maghrebina esercita nei confronti dei capitali europei ed italiani in particolare merita tuttavia di essere approfondita.

   Durante il mese di dicembre 2020 è stato celebrato il decennale della “Rivoluzione dei Gelsomini”, la quale nel gennaio 2010 ha posto fine al potere di Ben Ali. Questi, salito al potere con un colpo di stato nel 1987, nel momento in cui la Tunisia accedeva ai programmi di “aggiustamento strutturale” di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, ha governato per 23 anni conciliando – con il plauso delle istituzioni finanziarie internazionali e la connivenza di molti paesi europei – politica economica liberista, gradita da larghi settori dell’imprenditoria nazionale e dagli investitori esteri, e stato di polizia.

   Che l’EU abbia consapevolmente privilegiato i propri interessi in ambito economico e securitario di fatto ignorando la sistematica oppressione e violazione dei diritti nel paese è stato riconosciuto in un rapporto presentato al parlamento europeo nel 2016. Come rilevato da numerosi osservatori la discussa eredità della rivoluzione rende la definizione di “migranti economici” imprudentemente usata dalla ministra quantomeno riduttiva, se usata con leggerezza e nell’accezione da lei intesa. 

   Ed è proprio nel modello economico implementato a partire dal 1987 e nell’alleanza di interessi che questo implicava che vanno rintracciate le ragioni e le radici della rivoluzione del 2010. Questo non ha infatti solamente servito gli interessi dell’imprenditoria tunisina (ed occidentale) a discapito dei lavoratori ma ha anche – proprio in virtù della liberalizzazione di capitali e merci di cui sopra – condotto ad un diffuso processo di deindustrializzazione.

   Le condizioni socio-economiche e l’aumento della disoccupazione che ne sono conseguite sono stati aggravati dalla quasi contemporanea entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con l’EU, dalla rimozione dei sussidi alimentari e dagli effetti della crisi economica del 2008, nonché dalla speculazione sui prezzi dei generi alimentari che, proprio all’indomani della crisi, ha interessato tutto il pianeta e che la Tunisia – come molti paesi del Terzo Mondo –  deve importare in quanto la sua produzione è basata su colture per l’esportazione, più redditizie per i grandi proprietari terrieri.

   Tali fattori, andandosi a sommare agli effetti dei tagli della spesa sociale – dovuti alla necessità di servire il debito estero ed alla scarsa tassazione cui sono soggetti i grandi capitali nazionali ed esteri – ed al malcontento delle forze di polizia ha determinarono una serie di proteste tra le quali il più significativo episodio fu la “rivolta di Gafsa” e che, sebbene di volta in volta represse, sfociarono nelle manifestazioni del dicembre 2010 ed alla caduta del regime nel mese successivo. 

   Da quel gennaio di dieci anni fa, tuttavia, poco sembra essere cambiato: i fattori sopra descritti sono ancora tutti presenti. Gli interessi dell’imprenditoria tunisina – in larghissima parte composta dagli stessi individui che si sono arricchiti degli stretti legami con il regime – continuano a poggiare sulla sua posizione di tramite tra l’estrazione di ricchezza all’interno del paese e l’estero ricorrendo a mezzi leciti e illeciti: ulteriore riprova un recente scandalo che ha portato all’arresto del ministro dell’ambiente e di 11 funzionari il 21 dicembre 2020 a seguito della scoperta di un traffico illecito di rifiuti tra Italia e Tunisia e le dimissioni per conflitto d’interessi del primo ministro nell’estate 2020, fatti che non vanno che ad aggiungersi alla pervasività dei finanziamenti privati, anche provenienti dall’estero, durante la campagna elettorale del 2019.

   Allo stesso modo nel periodo che va dal 2010, le riforme neoliberiste e l’austerità non si sono fermate: l’IMF è intervenuto in Tunisia nel 2013 e nel 2016 imponendo profonde riforme in linea con quelle applicate nei 30 anni precedenti, in collaborazione con l’UE alle cui iniziative si è già fatto riferimento.

   La situazione sociale era quindi estremamente difficile già prima della pandemia. In un paese in cui la disuguaglianza sociale e l’accentramento della ricchezza (il 10% più ricco ne detiene oltre il 40%) continua a crescere con un sistema fiscale fortemente regressivo e come risultato delle politiche applicate, gli investimenti in infrastrutture, in salute, istruzione e trasporti sono resi impossibili dal servizio del già citato debito pubblico e della legislazione prodotta, senza alcuna discontinuità, nel corso degli ultimi 30 anni.

   Per quel che riguarda il debito pubblico (strumento principe per giustificare scelte di politica economica e sociale impopolari, non solo in Tunisia) nel 2012 il parlamento europeo ha riconosciuto che questo è esito delle politiche condotte a vantaggio delle élites economiche durante l’era Ben Ali– pur tacendo i fortissimi legami che, proprio in virtù delle riforme economiche, le legavano ai paesi EU.

   Malgrado ciò nessuna cancellazione è mai stata presa in considerazione. Il peso del debito, il cui servizio (pagamento degli interessi e del capitale) rappresenta un’importante flusso di ricchezza (l’8,28% del reddito nazionale nel 2019) che dal paese viene trasferita ai creditori, in larga parte europei. Tra il 2011 ed il 2016 più dell’80% dei nuovi debiti contratti sono serviti proprio a servire il debito contratto tra il 1987 ed il 2010, prefigurando una spirale dalla quale anche in condizioni normali sarebbe difficile uscire. 

   Non diversamente da quanto accaduto durante il passato recente, per far fronte ai problemi di una società iniqua e caratterizzata da diffusa povertà – il 15,2% (in alcune regioni più del 50%) della popolazione vive con meno di 4 dinari al giorno, circa 1,20 euro – ed in cui la disoccupazione è dilagante e le proteste si susseguono, la risposta è la repressione.

   A partire dal 2013 la “stabilità politica” ha ricevuto sempre maggiore attenzione: il ministero dell’Interno ha visto il suo budget aumentare del 7,4% nel 2019 e del 4,8% nel 2020, così come sono aumentate le risorse destinate alle forze armante, le quali hanno ricevuto sostanziosi aiuti stranieri e le cui funzioni sono tradizionalmente svolte in stretta collaborazione con le forze di polizia.  

   Secondo Amnesty International negli ultimi due anni la libertà di stampa in Tunisia si è ridotta considerevolmente in ragione dei numerosi procedimenti penali che hanno interessato militanti, giornalisti e semplici cittadini sulla base di quelle leggi varate durante gli anni del regime e che i governi democratici non si sono mai premurati di abolire, nonché in ragione delle intimidazioni esercitate dalle forze di polizia.

   Il 18 gennaio 2021, in una situazione in cui la pandemia di COVID-19 ha reso più acute le contraddizioni di cui la popolazione tunisina fa esperienza ogni giorno e dopo quattro notti di accesi scontri nelle città di tutto il paese – le quali hanno fatto seguito ai numerosi episodi di violenza che nell’ultimo anno e mezzo hanno interessato il paese partendo, come sempre è accaduto nella storia della Tunisia indipendente, da sud per poi diffondersi nelle città costiere del nord e nella capitale – il ruolo di pattugliare le strade e mantenere l’ordine è stato affidato all’esercito. La dura reazione delle forze militari e di polizia non è stata sufficiente a fermare le manifestazioni e gli scontri che sono continuati per giorni a verificarsi ogni notte ed in tutto il paese. 

   È in questo contesto che, così come avvenuto negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione, le speranze dei tunisini si rivolgono verso l’altra sponda del Mediterraneo. Nell’agosto del 2020 è stato siglato un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia: l’unica risposta prevista per far fronte alla situazione, che come si è visto ha radici profonde che dovrebbero spingere l’Europa a riconsiderare il modello di sviluppo che sostiene attivamente attraverso le proprie strutture di cooperazione, prestiti e accordi commerciali che hanno sinora avuto effetti devastanti nei paesi coinvolti, è consistita nel trasferimento di 11 milioni di euro in favore della guardia costiera tunisina.

   Tale iniziativa non solo è in linea con i quattro accordi che tra il 1994 ed il 2011 l’Italia ha stipulato con la Tunisia per il controllo dei fenomeni migratori, ma è perfettamente coerente con la strategia di delega nella repressione del fenomeno, da svolgersi in larga parte al di fuori dei propri confini, che l’Unione Europea ha adottato.

   In tal senso la Tunisia rappresenterebbe il candidato ideale: non solamente la sua posizione la rende sempre più un crocevia ed il porto per coloro che fuggono dalla Libia e coloro che provengono dall’Africa sub-sahariana ma la sua democrazia rappresentativa e l’assenza di conflitti armati la renderebbero il candidato ideale per ereditare il ruolo che dal 2017 l’EU aveva delegato alla Libia. Ed è proprio il rifiuto opposto dalla Tunisia e dei paesi della Lega Araba al progetto europeo di creare dei campi per la detenzione dei migranti in territorio tunisino alla base dell’accordo dell’estate 2020. 

   Dal 21 settembre 2020 sono almeno due i voli charter a settimana che decollano dall’Italia per rimpatriare i migranti partiti dalla Tunisia. Tra questi sono molti coloro che non appena trovati i soldi intraprendono nuovamente il viaggio, pur consapevoli dei rischi.

   La fuga da un paese le cui strutture sono state disegnate per gli interessi di pochi è divenuto ormai un sogno condiviso da un’intera generazione di giovani tunisini, malgrado la diffusa consapevolezza dei rischi che l’attraversamento del Mediterraneo implica. 

   Il fatto che il mare sia usato come un ostacolo e la pericolosità del suo attraversamento come un deterrente mostra bene, insieme alla stessa storia recente della Tunisia, la contraddizione esistente tra realtà concreta e affermazioni astratte, quando non mendaci, dimostrando come l’Europa liberale riconosca ben maggiori libertà e diritti a merci e capitali che a coloro che possono essere davvero considerati, seppur in un’accezione diversa da quella comunemente intesa, migranti economici. (Vittorio Caligiuri, da https://www.progettodiritti.it/, 9/2/2021)

………………………….

DONNE NEL MONDO ARABO (guida)

Cerchiamo di capire le donne del mondo arabo

di SOFIA ABOURACHID, da https://mondointernazionale.com/ del 19 set 2019

– Questa guida, si pone come fine quello di dare una visione generale della donna araba; ovvero di trattare in maniera generica tutto ciò che la concerne nei contesti delle società che, tra Medio Oriente e Nord Africa, costituiscono il mondo arabo. –

   Si è voluto suddividere il presente testo in piccole diverse sezioni per renderne più facile la comprensione.

   Una premessa necessaria è la seguente: è vero sì che non tutti i Paesi arabi adottano l’Islam, così come è vero che non tutte le persone di religione musulmana provengono da Paesi arabi.

   Il ‘MONDO ARABO’ rappresenta l’insieme delle ventidue nazioni che al mondo costituiscono la Lega degli Stati Arabi, ovvero: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen.

   Sono, pertanto, quei Paesi che hanno come lingua ufficiale maggioritaria l’ARABO e che vantano l’ISLAM come religione maggiormente diffusa. Sono Stati che comprendono però anche altre significative minoranze religiose, tra cui CRISTIANESIMO ed EBRAISMO.

   Ad aggiungersi a questi ventidue Paesi, situati tra MEDIO ORIENTE e AFRICA, vi sono quelli che, molto vicini alle aree interessate, hanno un alto tasso di musulmani, come la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan, il Bangladesh, l’Indonesia e la Malesia, ma che non sono Paesi propriamente arabi.

   La presente guida si pone il fine di analizzare la figura della DONNA PROVENIENTE DAI PAESI QUALIFICATI COME ARABI. Così come, su alcuni fronti, può riguardare anche Paesi che ufficialmente non sono arabi ma che, per via della religione musulmana, si possono richiamare allo stesso insieme.

LA DONNA NEL MONDO ARABO DOPO LA NASCITA DELL’ISLAM

Molti autori che si interessano alla tematica parlano delle condizioni di cui la donna araba godeva prima e dopo l’avvento dell’Islam. Molti di questi sostengono alcune teorie, altri ne sostengono altre.

   Qui cercheremo di far luce sugli aspetti del presente, ovvero quelli applicati alla donna araba di oggi, conosciuta dopo l’avvento della religione islamica.

   Pur non potendo usare propriamente il termine “emancipazione”, la Rivelazione coranica ha certamente portato ad un miglioramento della condizione femminile nei Paesi islamici, in quanto ha rivoluzionato il modo di vedere la donna.

   Alla donna, difatti, è stata riconosciuta piena personalità giuridica e, al pari dell’uomo, le è stato attribuito il diritto di ereditare beni e di amministrare il proprio patrimonio e tanto altro ancora.

Tuttavia, i Paesi arabo-islamici adottano trattamenti molto diversi tra loro. I diritti delle donne non sono ovunque tutelati o comunque non sono tutelati alla stessa maniera.

   Un dato di fatto sta nell’ineguaglianza tra i sessi, il che rimane un importante problema da affrontare e risolvere. Il fatto che rappresenti uno dei principali ostacoli allo sviluppo del mondo arabo nello scenario internazionale, dovrebbe essere uno dei motivi per cui spingere alla risoluzione di questa ineguaglianza.

   Inoltre, resta il fatto che la situazione tra uomini e donne è diversa da Stato a Stato. Alcuni tra i Paesi più avanti sotto questo punto di vista sono Tunisia e Marocco: entrambi hanno avviato da tempo riforme a favore di una società moderna. Al contrario, lo Yemen sembra essere tra i Paesi più arretrati e meno sviluppati, in cui la poligamia è legale e largamente diffusa, le donne non possiedono alcun diritto legale sui figli e non è prevista un’età minima per il matrimonio. Non è un caso che sentiamo purtroppo sempre più spesso di storie raccapriccianti che raccontano di “spose-bambine” provenienti da Paesi come Yemen ed Afghanistan.


Il Profeta Maometto SAW, così come lo possono confermare gli studiosi ed il testo Coranico stesso, viene visto come figura rivelatrice di notevoli miglioramenti anche per la donna. L’autore William Montgomery Watt, che ha studiato i diritti riconosciuti dalla religione dell’Islam (e pertanto da Allah SWT), afferma infatti che “istituendo diritti di proprietà, eredità, istruzione e divorzio, ha dato alle donne alcune garanzie di base”. Si aggiunge a Montgomery chi afferma che “Muhammad SAW ha concesso alle donne diritti e privilegi nell’ambito della vita familiare, del matrimonio, dell’istruzione, e sforzi economici, diritti che aiutano a migliorare lo status delle donne nella società”.

EDUCAZIONE E IL MONDO DEL LAVORO

Resta costante il fatto che ciascun Paese arabo abbia riconosciuto alla donna diritti diversi in merito alla sua istruzione e al suo coinvolgimento nel mondo del lavoro. Vi sono, difatti, Paesi molto moderni che ad oggi riconoscono alla donna uguale accesso all’educazione e all’istruzione, mentre ce ne sono altri che non permettono alle donne un’istruzione uguale a quella degli uomini. In alcuni Stati, anche solo l’idea che le bambine escano di casa per andare a scuola non è concepita.

   In linea generale, c’è da riconoscere però che negli anni c’è stato un incremento della scolarizzazione e la possibilità per le donne di accedere all’istruzione. Tutto questo ha aiutato le donne a prendere coscienza e consapevolezza del loro ruolo nella società.

IL DIRITTO DI VOTO

Alle donne è stato riconosciuto il diritto di voto su base universale ed equa in Libano nel 1952, Siria (per votare) nel 1949 (ma poi vi sono state restrizioni nel 1953), Egitto nel 1956, Tunisia nel 1959, Mauritania nel 1961, Algeria nel 1962, Marocco nel 1963, Libia e Sudan nel 1964, Yemen nel 1967 (estendendo il pieno diritto nel 1970), Bahrein nel 1973, Giordania nel 1974, Iraq nel 1980 (a pieno diritto), Kuwait nel 1985 (successivamente rimosso e ridistribuito nel 2005), Oman nel 1994, e Arabia Saudita nel 2015.

RUOLO ECONOMICO

In alcuni dei Paesi arabi più ricchi come gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il numero di donne imprenditrici sta crescendo rapidamente e questo fattore sta contribuendo allo sviluppo economico del paese. Molte di queste donne lavorano con aziende familiari e sono incoraggiate a lavorare e a svolgere studi di un certo livello. Alcune delle donne degli EAU vantano una grande ricchezza personale, sommandosi alle famiglie del Qatar che sono tra le più ricche del mondo.

VESTIARIO

Così come accade per gran parte delle sfere della vita femminile nel mondo arabo, anche l’adesione all’abito tradizionale varia da Stato a Stato.

   In uno dei nostri articoli precedenti, dedicato alla “DONNA E AL VELO”, abbiamo visto come l’Arabia Saudita sia più tradizionale, mentre Egitto e Libano lo siano meno. Pertanto, in alcuni Paesi le donne sono tenute per legge ad indossare determinati tipi di abito e di velo, mentre in altri la questione non si pone.

   Si conclude quindi che l’abbigliamento varia in base alle leggi adottate da ciascun Paese e, a tal riguardo, rimandiamo alla lettura dell’articolo citato.

MOVIMENTI FEMMINISTI

L’Egitto è uno dei Paesi leader per movimenti femministi attivi e lotta per i diritti delle donne. Il femminismo egiziano iniziò con reti informali di attivismo dopo che alle donne non furono concessi gli stessi diritti dei loro compagni maschi nel 1922. I movimenti alla fine portarono le donne ad ottenere il diritto di voto nel 1956.

   Altri esempi degni di nota comprendono il Libano. Sebbene le leggi libanesi non garantiscano pieni diritti alle donne, il Libano ha un movimento femminista molto ampio. Le ONG come Kafa e Abaad hanno rispettato questo obbligo femminista e hanno tentato più volte di approvare leggi adeguate che garantiscano i diritti alle donne libanesi. Il diritto più discusso è la cittadinanza per matrimonio e per discendenza: una donna in Libano non è autorizzata a passare la cittadinanza al coniuge o ai figli, ma i movimenti femministi si stanno muovendo a tal proposito.

   Invece, in un Paese dalle norme molto autoritarie come l’Arabia Saudita, le femministe possono finire in prigione o subire una pena di morte per il loro attivismo.

   Un altro esempio è quello della Libia, un Paese arabo piuttosto conservatore, dove una professoressa di nome Khadija Bsekri ha fondato nel 2011 un’organizzazione chiamata “Le Amazzoni Femminili della Libia”. L’organizzazione ha lanciato alcune campagne, come quelle contro la violenza contro le donne, altre per migliorare lo status dei rifugi per migranti e rafforzare le capacità di attivisti e professionisti dei media.

POLITICA

Il ruolo delle donne nella politica delle società arabe è in gran parte determinato dalla volontà delle leadership di questi Paesi di sostenere la rappresentanza femminile nella vita politica, così come gli atteggiamenti culturali nei confronti del coinvolgimento delle donne nella vita pubblica.


La condizione delle donne nel mondo arabo è certamente legata alla storia, alle tradizioni religiose e sociali, all’istruzione, alla cultura e alla restante combinazione di fattori propri di ciascun Paese. (…)

 (Sofia Abourachid, da https://mondointernazionale.com/ del 19 set 2019)

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