IL CALO DEMOGRAFICO nelle città medio-grandi: non più solo nei piccoli comuni scende la popolazione, ma anche nelle città – Fenomeno dovuto al declino demografico? …Oppure agli effetti della pandemia?…O forse alla CRISI DELLE CITTÀ che non riescono più a esprimere innovazione, opportunità e cambiamento?

Dai DATI ISTAT del CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE “(…) LE 23 CITTÀ ITALIANE PIÙ POPOLOSE e quelle capoluogo di regione, dall’ottobre 2018 all’ottobre 2020 PERDONO POPOLAZIONE: passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)(immagine da http://www.catanianews.it/)

   Da ottobre 2018 l’Istat ha iniziato a svolgere un censimento permanente annuale della popolazione (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni); e questo rende i dati raccolti molto più reali nei trend di cambiamento rispetto a rilevazioni, pur complete nel computo dei nuclei famigliari, fatte (dal 1861) ogni dieci anni. E, tra questi dati del Censimento a campione annuale (tema di questo post), gli ultimi prodotti quest’anno (relativi al 2020), dimostrano ancora di più degli anni passati il ridimensionamento demografico della popolazione italiana.

Da ottobre 2018 l’ISTAT ha iniziato a svolgere un CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni)

   E quel che appare come elemento di novità è che a perdere popolazione non sono solo i piccoli comuni (come da tempo accade), ma anche e in particolare le medio-grandi città (a parte qualche eccezione). Forse verrebbe da pensare che la causa principale sia stata il Covid che ha aumentato la mortalità specie tra gli anziani, e ha ridotto drasticamente le nascite. E’ indubbio che la pandemia può aver inciso nel calo della popolazione urbana; ma i dati non lo segnalano come elemento predominante, anzi: città colpite duramente dal Covid (come Bergamo e Brescia) non sono tra le principali del declino demografico; addirittura alcune di esse interessate agli effetti assai negativi della pandemia (come Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena) non lo subiscono per niente il calo demografico.

“(…) UNA PARTE DI GRANDI CITTÀ “REGGONO” IL DECLINO, COME MILANO, VERONA, PARMA (nella foto, da “la Repubblica”), MODENA, BOLOGNA, PRATO, A DIFFERENZA DI TUTTE LE ALTRE (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Sta di fatto che questi dati che dimostrano una riduzione della popolazione italiana nelle città, stanno inducendo a preoccupazione sulla tenuta demografica delle aree urbane; e qualcuno osserva che se il trend è questo (di declino demografico) ed è destinato a consolidarsi, alcune di esse (metropoli e città) sono destinate a scomparire in qualche decennio se non si capovolge la direzione.

“(…) LA CRESCITA DIMENSIONALE DELLE CITTÀ NON È SOLO QUANTITATIVA, MA È ANCHE RELAZIONALE E COGNITIVA: la popolazione si conta, ma anche si pesa. Definire in modo non ambiguo le traiettorie di sviluppo, comunicarle in modo chiaro (come ha fatto Venezia candidandosi a leader mondiale delle città sostenibili), organizzare i servizi di supporto e modellare un welfare coerente devono essere i capitoli centrali delle agende dei governi dei territori (non dei singoli Comuni).(…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto Mercatino biologico in piazza dei Signori a Padova, da https://www.padova24ore.it/)

   Dati da valutare in profondità e da vedere bene le motivazioni. Nel senso che molte nostre medio-grandi città perdono popolazione per lo spostamento di nuclei famigliari verso comuni della cintura urbana. E che allora i confini urbani istituzionali assumono un valore e una considerazione aleatoria, minore: e bisognerebbe parametrare i dati considerando “territori urbani omogenei” che spesso vanno oltre il comune principale e riguardano le abitazioni e le popolazioni dei comuni circostanti (la nostra “vecchia” idea geografica che bisogna rivisitare istituzionalmente i comuni e riproporli per aree più allargate confacenti a quella che è la vita quotidiana dei cittadini di una certa area urbana ora frammentata in obsoleti confini comunali: fusioni, accorpamenti, “nuove città”…chiamiamole come meglio crediamo…).

“(…) Serve una riflessione sulle politiche da attivare per rendere più attrattive città e territori. Da un lato, non si può ignorare la FRAMMENTAZIONE AMMINISTRATIVA delle aree urbane attorno alle città storiche, che reclama una modifica dell’unità di analisi. Invece di considerare la popolazione residente nel territorio comunale, bisognerebbe estendere il conteggio alle aree comunali limitrofe che costituiscono un’area metropolitana di fatto (…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto: La città diffusa del nordest, METROPOLIS, cresciuta spontaneamente senza alcun disegno pianificatorio)

   Sta di fatto che l’Istat comunque rileva per la prima volta (in questi dati a campione annuali) il calo di quasi tutte le città medio-grandi (fino alle metropoli): facendo sì che urbanisti, sociologhi, economisti, geografi e altri specialisti dei contesti urbani cerchino di trovare le cause, ma ancor più le proposte, per una inversione di tendenza a questo fenomeno (pur lento ma chiaro) di estinzione delle città.

   Altro fenomeno demografico rilevato è che una parte di grandi città “reggono” il declino (Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna, Prato) a differenza di tutte le altre; ma che tra queste non si trova nemmeno una città del Meridione, dove il fenomeno è irreversibile. E’ allora da chiedersi perché alcune reggono, e altre no….

“(…) «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». GIAN CARLO BLANGIARDO (nella foto), il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione. (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Ci sono insomma geografie di un’Italia che si può misurare nel proprio benessere e malessere proprio dal dato della popolazione che cala nei luoghi dove finora aveva avuto una crescita solida, comprovata, duratura; cioè l’andare delle popolazioni verso “la città”. Questo non accade più.

   Alcuni osservatori poi dicono che la pandemia indirettamente sta incidendo nell’ “uscire” dalle città di persone che, lavorando in smart working, preferiscono andare a vivere in luoghi meno intasati. O anche tanti studenti che avevano preso residenza in città universitarie, ora studiano da casa, cioè sono tornati ai luoghi di origine anche piccoli. O i pensionati che decidono di vivere in posti migliori…. A nostro avviso sono cause queste sì reali, ma che incidono per una parte, marginalmente, sulla realtà di dati di calo demografico della maggior parte delle città italiane. E’ un malessere, il “vivere in città” che chiede interventi per riqualificare le nostre città, renderle di più Comunità, dove il “piacere di viverle”, di abitarci in esse, ritorni.

L’effetto Covid sulla demografia. “Nel 2020 è come se fosse sparita una città grande quanto Firenze”. (tabella ripresa da http://www.quotidianosanita.it/)

   Resta poi la situazione italiana delle “eterne periferie”: città diffuse, agglomerati lungo le strade e con caratteristiche spesso di quartieri-dormitori (e spesso neanche quartieri), da “viverci” solo in casa tra le quattro mura; e che anche spesso iniziative lodevoli di comuni e associazioni (con servizi sociali, feste, manifestazioni varie…) non inducono a creare situazioni di benessere collettivo e di essere questi luoghi periferici autorevoli strumenti per dare opportunità di vita (specie per le generazioni più giovani). (s.m.)

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AL VIA IL PROGETTO DELLA FONDAZIONE VENEZIA CAPITALE MONDIALE DELLA SOSTENIBILITÀ – “Si fa concreta l’iniziativa della Fondazione Venezia capitale mondiale della sostenibilità con la previsione di un impegno di spesa da 2,5 a 4 miliardi di euro. Si tratta di fondi pubblici e privati, in parte stanziati o finanziati nel territorio che rappresentano il punto di partenza per un progetto che coinvolge la città lagunare. Il piano è stato sottoscritto nella giornata della Conferenza sul Clima al G20 Economia; presenti i Ministri dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. La Fondazione si propone di creare un piano che si occupi della promozione e della crescita di progetti sostenibili sul territorio; in primo piano il rilancio di Marghera come polo per la produzione di energie alternative, la riqualificazione urbana e la promozione del patrimonio artistico e culturale di Venezia. L’obiettivo è quello di rendere la città lagunare una capitale mondiale sui temi riguardanti la sostenibilità e gli ESG (Ambiente, Sociale e Governance).(…)” Francesca Perrone, 13/7/2021, da https://biopianeta.it/)

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LE CITTA’ IN ESTINZIONE

di Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021

– I numeri del primo censimento permanente annuale dell’Istat hanno ridimensionato la popolazione italiana.  Il Covid ha provocato una strage. La somma di questi dati induce preoccupazione sulla tenuta demografica delle metropoli, alcune destinate a scomparire in pochi decenni se non si capovolge la direzione. L’area urbana messa peggio è quella del capoluogo etneo. Perciò abbiamo chiamato il Comune per chiedere come affronta la situazione –

   «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». Gian Carlo Blangiardo, il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione.

   Esagerazioni? (…) Si può essere tentati dall’immaginare che succeda perché le città se la cavano bene e tutto il problema demografico consista nei piccoli comuni che si spopolano. Nelle città non si dà, dunque, questione demografica? Per verificare abbiamo preso le 20 città italiane più popolose (da Roma, la prima, a Modena, la ventesima con 188 mila abitanti) e vi abbiamo aggiunto i tre capoluoghi di regione con oltre 150 mila abitanti: Perugia, Reggio Calabria e Cagliari. Il periodo di osservazione scelto va dal 1° gennaio 2018 al 31 maggio di quest’anno (ultimi dati disponibili): 3 anni e 5 mesi. Avvertenza. A ottobre 2018 l’Istat ha svolto il primo censimento permanente annuale — iniziativa da applausi — su un campione vastissimo di famiglie (oltre due milioni). I dati, usciti quest’anno, hanno ridimensionato la popolazione italiana — ne parleremo.  Intanto procediamo.

   La popolazione italiana passa nel periodo considerato da 60.483.973 a 59.126.079 perdendo 1.357.894 abitanti, pari al 22,5 per 1.000 della popolazione iniziale. Le 23 città considerate passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti, pari al 24 per mille della loro popolazione iniziale. Dunque la recessione demografica è perfino più grave nell’insieme delle più grandi città italiane. Scendendo dal generale al particolare si scopre che delle 23 città 6 non perdono abitanti ma ne guadagnano. Sono, a scendere geograficamente: Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna e Prato. E già si vede che non c’è una sola città del Mezzogiorno che aumenti gli abitanti. Delle altre 17 grandi città che invece perdono abitanti la graduatoria dalla peggiore alla meno peggio è la seguente: Catania, Firenze, Reggio Calabria, Palermo, Genova, Torino, Messina, Bari, Cagliari, Roma, Napoli, Venezia, Trieste, Perugia, Padova, Brescia.

   A questo punto facciamo una specie di gioco (e insieme una piccola provocazione) — seguiranno i chiarimenti necessari. Gioco che sta tutto in questa domanda: perdendo abitanti al ritmo di quanti ne hanno persi tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, quanti anni rimarrebbero ancora da (soprav)vivere alle 17 grandi città che hanno un bilancio demografico negativo?

   Eccoli, indicati tra parentesi: Catania (60 anni ancora di sopravvivenza), Firenze (61), Taranto (70), Reggio Calabria (74), Palermo (77), Torino (79), Genova (79), Messina (82), Bari (99), Cagliari (103), Roma (104), Napoli (119), Venezia (133), Trieste (161), Perugia (242), Padova (246), Brescia (324). Dunque delle 23 maggiori città italiane a questi ritmi 9 hanno una speranza di vita addirittura inferiore al secolo. Tra queste città ci sono Catania, Firenze, Palermo, Torino, Genova e Bari; sei delle dieci più grandi città d’Italia. Non bastasse: la prima e la terza città d’Italia, Roma e Napoli, hanno sopravvivenze appena sopra il secolo. In cifre assolute nel periodo considerato Roma perde una città di quasi 100 mila abitanti, una di quasi 40 mila la perde Torino, di 30 mila Palermo, di quasi 30 mila Napoli, di 25 mila Genova, di oltre 20 mila Firenze, di quasi 20 mila Catania. Uno sbriciolamento.

   Stupisce anche altro. Brescia è stata con Bergamo la città con più morti di Covid, ma è quella che perde meno tra le città con bilancio demografico negativo. Città a loro volta molto colpite dal Covid come Milano, Verona, Bologna, Parma e Modena, aumentano di abitanti invece di perderne. Milano aumenta di una città di oltre 30 mila abitanti mentre Roma ne perde una di quasi 100 mila. La divaricazione è evidente. Come lo è con Torino e Genova, decisamente le città del Nord in più grave recessione demografica, così come Firenze lo è del centro.

   Lo abbiamo premesso, è una specie di gioco e come tale va considerato. Per due motivi. Intanto nessuno ci assicura che così com’è stato in questo periodo le città continueranno nel futuro. Si tratta di proiezioni, e delle proiezioni è buona regola diffidare. E poi, secondo motivo, il periodo prescelto è il più disastrato in assoluto: c’è stata la pandemia, c’è stato il censimento del 2018 che, come abbiamo anticipato, ha ridimensionato la popolazione italiana e quella delle nostre città. Dovevamo proprio scegliere un periodo così particolare? Particolare o meno, è l’ultimo periodo. Ed è decisamente interessante guardare al futuro con gli occhi del presente immediato (sarà pure un gioco, ma è pur sempre sulla realtà che si fonda). Senza dimenticare che possiamo operare le opportune correzioni. Vediamole.

   La pandemia si è resa responsabile fino al 31 maggio 2021 di 124 mila morti. Considerando che le 23 città rappresentano il 18,8% della popolazione italiana è realistico assumere come morti di Covid in queste città il 18,8% dei 124 mila morti di Covid a livello nazionale, pari a poco più di 23 mila morti. Morti che non ci sarebbero stati in anni pre-Covid.

   Il censimento ha poi accertato che nelle 23 città considerate risultavano come residenti 99 mila abitanti inesistenti. Per cui, li ha cassati. Questa sopravvalutazione dei residenti si è prodotta nei sette anni intercorrenti tra il censimento del 2011 (ultimo censimento decennale) e il censimento del 2018 (primo censimento annuale), ragione per cui nei 3 anni e 5 mesi del nostro periodo si possono ragionevolmente stimare 48 mila abitanti in più che sono stati cancellati: un’altra perdita di abitanti che non ci sarebbe stata in anni precedenti al censimento del 2018. Sommando abbiamo 71 mila abitanti persi dalle 23 maggiori città italiane per motivi chiamiamoli pure eccezionali.

   Possiamo così stimare una perdita di abitanti tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, dovuta alla normale dinamica demografica di queste città, non in 273 mila bensì in 202 mila abitanti. Anche messa così la cosa la perdita avviene a una velocità di 5,2 abitanti in meno all’anno ogni 1.000, che si traduce in una speranza di vita delle 23 città (comprese quelle che aumentano gli abitanti) che con le correzioni apportate arriva a 192 anni — comunque, sempre meno di due secoli di vita.

   Abbiamo considerato gli aggiustamenti apportati dal censimento come eccezionali, ma non lo sono veramente. La popolazione residente tende sempre ad essere sovrastimata perché i comuni sono solleciti a registrare i nuovi residenti e più restii a cancellare quelli che se ne vanno. Così, i censimenti ridimensionano sempre la popolazione e i ridimensionamenti corrispondono a residenti che, semplicemente, non esistono.

   Dunque il solo motivo eccezionale che ha avuto un peso sulla perdita di popolazione è la pandemia, responsabile di 23 mila morti che non ci sarebbero stati in periodi normali e tolti i quali la perdita delle 23 città passa da 273 mila a 250 mila, che corrispondono a una decrescita medio-annua di 6,6 abitanti ogni 1.000 e a una speranza di sopravvivenza complessiva di un secolo e mezzo. Idem per l’Italia. Ma anche per questa strada si arriva alla fine del secolo con una popolazione ridotta a poco più della metà. «Siamo un popolo potenziale di 32 milioni di abitanti», dice il presidente dell’Istat. A fermarci alla fine del secolo è proprio così. Ad andare ulteriormente avanti chissà.

   Dopo quelle dolenti (ma la sopravvivenza delle città, tolti i morti di Covid, aumenta di alcuni anni), qualche nota che lo è meno. Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena e Prato a stare all’oggi non hanno di che preoccuparsi. E ciò per due motivi. Intanto perché in queste città — e la cosa vale soprattutto per quelle dell’Emilia, tanto che si potrebbe parlare di un «modello Emilia» — è più alto che altrove il saldo migratorio positivo, con l’esterno e con l’interno, che tende a compensare un movimento naturale — nati-morti — ch’è anche qui decisamente negativo (proprio non si nasce, in Italia, nei piccoli come nei grandi centri).

   E poi perché le correzioni del censimento in queste città sono, a differenza di quel che avviene nelle altre, positive.   Il censimento dell’ottobre del 2018 ha cioè aggiunto abitanti a queste città (con l’eccezione di Prato), anziché toglierne perché ha scoperto esserci qui più abitanti di quelli registrati come residenti. Il censimento ne ha aggiunti più di duemila a Parma, Modena e Bologna. A Milano ha aggiunto ben 17.291 abitanti, pari a 12,7 abitanti in più ogni 1.000.

   A Roma è successo l’esatto contrario, la sua popolazione è stata ridimensionata di 35.914 abitanti che non c’erano, pari a 12,5 abitanti in meno ogni 1.000. Ma la campionessa indiscussa degli abitanti inesistenti è Catania: 13.832, pari a 44 abitanti registrati in anagrafe, ma inesistenti, ogni 1.000. Se avesse avuto le dimensioni di Roma a Catania sarebbero stati tolti in un colpo 128 mila abitanti ombra. Inaspettatamente, al secondo posto di questa non edificante graduatoria c’è Firenze, ridimensionata di quasi 9 mila abitanti, pari a 24 abitanti ogni 1.000 della sua popolazione. Motivi, anche questi, per riflettere.

   E da riflettere c’è tanto, perfino troppo, in una popolazione come quella italiana in cui a tirare la volata verso declino ed emarginazione in Europa e nel mondo sono, se si escludono Milano e Bologna, tutte le più grandi città. Quelle che almeno teoricamente dovrebbero tirare nella direzione opposta. Quelle sulle quali più dovremmo contare per una al momento neppure lontanamente pronosticabile ripresa. (…) (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

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IL CASO VENETO

IL FUTURO DELLE CITTÀ

di Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021

   La dimensione conta. Vale per le imprese che, con la crescita organi e attraverso le alleanze, puntano a raggiungere la “dimensione adeguata” nel settore in cui operano e così facendo puntano a mantenere, consolidare o migliorare la loro capacità competitiva, con benefici effetti sia per i bilanci sia per tutti gli stakeholder e per le comunità che ruotano attorno ad esse.

   Le stesse dinamiche valgono anche per le città. Su La Lettura del Corriere della Sera, domenica scorsa (il 3/10/2021, ndr) è stato pubblicato un articolo dal titolo emblematico, “Le città in estinzione”, in cui viene analizzata la dinamica demografica nel periodo che va da gennaio 2018 a maggio 2021 (3 anni e 5 mesi) di 23 città italiane: le 20 più popolose (da Roma, la più grande, a Modena, che coi suoi 188 mila abitanti è la più piccola) e 3 capoluoghi di Regione con più di 150 mila abitanti (Perugia, Reggio Calabria, e Cagliari).

   Tra queste 23 città ce ne sono 3 dell’Emilia Romagna e 3 del Veneto. Mentre Parma, Bologna e Modena sono tutte in crescita, in Veneto solo Verona ha aumentato la popolazione, mentre Venezia e Padova hanno perso rispettivamente il 7,5% (-6.702 persone) e il 4,1% (-2.922 persone): “Modello Emilia” batte “Modello Veneto” per 3 a 1.

   Che dire? La spiegazione non può essere trovata nei decessi dovuti alla pandemia da Covid-19. E non va nemmeno ricercata nel colore delle amministrazioni cittadine, che nelle città venete considerate sono tra loro diversi.

   Serve piuttosto una riflessione sulle politiche da attivare per rendere più attrattive città e territori. Da un lato, non si può ignorare la frammentazione amministrativa delle aree urbane attorno alle città storiche, che reclama una modifica dell’unità di analisi. Invece di considerare la popolazione residente nel territorio comunale, bisognerebbe estendere il conteggio alle aree comunali limitrofe che costituiscono un’area metropolitana di fatto: Marcon, Spinea, Mogliano, Mira, Martellago e Scorzè sono una estensione quasi necessaria di Venezia-Mestre; Albignasego, Cadoneghe, Vigodarzere, Limena, Rubano, Vigonza, Selvazzano, Noventa sono quasi un tutt’uno con la città del Santo. E’ evidente che i circa 200 Km quadrati di Verona offrono spazi di sviluppo e crescita che non sono possibili ai 92 di Padova e ai circa 130 della terraferma veneziana.

   Ma al netto di questi aspetti, è altrettanto evidente che servono alleanze intercomunali, politiche e servizi condivisi in grado di integrare queste aree in termini di qualità della vita e opportunità professionali.

   Da un altro lato, ad ogni città (nella versione estesa appena indicata) spetta il compito di ripensare la propria identità, valorizzando gli asset specifici che la qualificano.

   Verona può contare sulla sua invidiabile posizione di crocevia di assi di comunicazione e su specificità manifatturiere, di servizi e culturali che la caratterizzano e la rendono attrattiva per certi segmenti di popolazione.

   Venezia oltre al patrimonio artistico e culturale, oggi ha la grande opportunità di promuovere lo sviluppo di un piano di interventi per la crescita sostenibile del territorio con i copiosi finanziamenti per i progetti della Fondazione “Venezia capitale mondiale della sostenibilità”.

   Padova con la sua prestigiosa Università, il nuovo polo della sanità, il secondo sito Unesco e l’ancora incompiuta Soft City ha tutte le leve per progettare una rinnovata centralità per i servizi innovativi, la logistica e la manifattura.

   La crescita dimensionale delle città non è solo quantitativa, ma è anche relazionale e cognitiva: la popolazione si conta, ma anche si pesa. Definire in modo non ambiguo le traiettorie di sviluppo, comunicarle in modo chiaro (come ha fatto Venezia candidandosi a leader mondiale delle città sostenibili) (vedi l’ultimo articolo riportato in questo post, NDR), organizzare i servizi di supporto e modellare un welfare coerente devono essere i capitoli centrali delle agende dei governi dei territori (non dei singoli Comuni). Al resto ci pensano la strategia e le politiche regionali. (Paolo Gubitta)

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ALLARME DEMOGRAFICO

ISTAT: «CON 400MILA NASCITE ALL’ANNO SIAMO UN PAESE DA 30 MILIONI DI ABITANTI»

di Carlo Marroni, da “Il Sole 24ore” del 3/10/2021

– Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istituto nazionale di statistica, parla dell’invecchiamento generale della popolazione italiana –

   C’è un dato che spicca su tutti: i nati in Italia nel 2021 per la prima volta scenderanno sotto la soglia dei 400mila. Un tassello (ulteriore) nel trend di declino demografico del nostro Paese, un fenomeno ben noto ma non per questo meno grave e urgente e che, tuttavia, non è irreversibile.

Un paese che invecchia

Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, è chiaro: «Il sistema politico e quello economico devono muoversi per tempo, altrimenti la prospettiva per l’Italia non è solo l’invecchiamento generale della popolazione, di cui si parla tantissimo ma alla fine sembra che non sia un vera emergenza, ma anche un serio rischio per la nostra economia».

   Blangiardo – professore emerito di demografia, dal 2019 alla guida dell’Istituto Nazionale di Statistica – in una conversazione con il Sole 24 Ore mette in fila i nodi strutturali della natalità, con un quadro che non lascia dubbi sull’urgenza del tema, che non può essere certo risolto con un decreto-legge, e proprio per questo alla fine messo sempre da parte come tutte le politiche a lungo termine che non generano un dividendo immediato in termini di consenso.

Nel 2021 prosegue il trend negativo

«I nuovi nati in Italia dal 2014 sono in forte calo. Nel 2020, l’anno orribile della pandemia, si è arrivati a 404mila, e secondo le mie valutazioni il 2021 si chiuderà entro un range 385-395mila nascite. È un trend in atto da tempo, ma questo ulteriore calo possiamo dire che è effetto della seconda ondata della pandemia di ottobre-novembre dello scorso anno».

   La popolazione italiana già da due anni ha sfondato al ribasso la soglia dei 60 milioni, e ora si avvia rapidamente verso i 59 milioni, se i numeri continuano di questo passo. «Con il passare del tempo la popolazione perde la sua fisionomia iniziale: stante l’aspettativa di vita alla nascita di circa 80 anni, 400mila nascite sono compatibili con una popolazione che nel lungo periodo si ferma a poco più di 30 milioni, non di 59 come è adesso».

Gli effetti sul Pil

Quindi se non si mettono in campo politiche pubbliche serie è questa la prospettiva. Ma non solo. Ci sono considerazioni di carattere economico molto lucide, con numeri freddi (nelle storiche stanze dell’Istituto di Via Balbo sono quelli che dicono la verità…) e davvero poco rassicuranti. Si deve partire da un calcolo, che è alla base di tutto: il Pil – semplificando un’equazione che dentro l’Istat è pane quotidiano – è misurato mettendo in relazione la produttività, l’occupazione, la partecipazione al mercato del lavoro, la struttura demografica e la popolazione.

   Blangiardo mette giù una simulazione: se si ipotizza che tra il 2020 e il 2040 la popolazione scenda di circa quattro milioni, proiezione non campata in aria stante le cifre che abbiamo ogni anno, il Pil scenderebbe del 6,9%. Se poi si immagina che scenda anche la popolazione in età attiva – a condizioni generali invariate nelle altre componenti, tra cui la produttività – allora il calo del Pil arriva addirittura al -18,6%. «Possiamo dire che questo genera un paradosso: l’aumento della vita media porta sempre più futuro per ognuno di noi singolarmente, ma sempre meno per tutti noi insieme».

   Insomma, i dati dicono che la tendenza genera un “balzello” demografico destinato a durare se non si inverte la tendenza. «Un sistema-paese deve tenere conto che la demografia si muove piano, e questo permette di conoscere i fenomeni per tempo. Questo processo non lo scopriamo ora, ed è per questo che è necessario agire». La questione fu affrontata tra l’altro dagli Stati Generali sulla Natalità lo scorso maggio, dove parlarono il Papa e il premier Mario Draghi, e dove Blangiardo tenne la relazione di apertura dei lavori.

Manca un ambiente favorevole per chi ha figli

   «Bisogna rivitalizzare la produzione di capitale umano. Per la natalità le cause del calo sono note: non ci sono strutture adeguate, manca un ambiente favorevole per chi fa figli. Anche questo è noto, e lo era anche in molti paesi europei, come Germania ma anche nazioni dell’ex est, che hanno attuato politiche che hanno invertito la tendenza. Gli interventi non devono avere natura assistenziale, ma demografica. E in questo senso l’assegno unico universale va nella direzione giusta, e non va ridimensionato».

   L’altro punto importante sono le strutture: «Una strada è anche il maggiore coinvolgimento del mondo imprenditoriale. Non è solo lo Stato a doversi muovere, penso che si debba ragionare in chiave di Welfare di comunità». L’altro tassello è l’immigrazione, «che deve essere regolata e accogliente, e funzionale anche al sistema-paese. Ci sono dei modelli che hanno avuto successo».

   Alla base di tutto quindi – per Blangiardo – questa fase auspicabile di progressiva uscita dall’emergenza della pandemia da Covid-19 dovrebbe essere fondativa per pensare la ricostruzione del futuro demografico dell’Italia. Ragionando in termini di “conto economico”, come si trattasse di una grande impresa, per tornare in utile si deve quindi operare su immigrazione e frequenza annua delle nascite, da qui non si esce. Insomma, conclude il presidente dell’Istat, «si tratta di agire sulle due componenti che sono direttamente associabili al concetto di “Pil demografico”, un’invenzione un po’ provocatoria scaturita dall’idea di poter attribuire ad ogni evento demografico capace di generare anni-vita di futuro (la somma globale dell’aspettativa di vita dei residenti, ndr) il significato di produttore di un bene il cui valore, per l’appunto, si esprime e si misura nei termini degli anni creati, il Pil demografico».

(Carlo Marroni, da “Il Sole 24ore” del 3/10/2021)

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L’EFFETTO COVID SULLA DEMOGRAFIA. “NEL 2020 È COME SE FOSSE SPARITA UNA CITTÀ GRANDE QUANTO FIRENZE”. NUOVO MINIMO STORICO DELLE NASCITE

da http://www.quotidianosanita.it/ del 26/3/2021

– Nuovo report dell’Istat che ha analizzato l’impatto della pandemia. “Al 31 dicembre 2020 la popolazione residente è inferiore di quasi 384 mila unità rispetto all’inizio dell’anno”. Nel 2020 sono nati appena 404.104 bambini quasi 16 mila in meno rispetto al 2019. I decessi sono cresciuti del 17,6%, con 746.146 persone cancellate dall’anagrafe, quasi 112 mila in più rispetto al 2019. IL REPORT

   “Al 31 dicembre 2020 la popolazione residente è inferiore di quasi 384 mila unità rispetto all’inizio dell’anno, come se fosse sparita una città grande quanto Firenze”. È quanto rileva l’Istat nel report “La dinamica demografica durante la pandemia covid-19- anno 2020”.
   “Gli effetti negativi prodotti dall’epidemia Covid-19 – spiega l’Istituto – hanno amplificato la tendenza al declino di popolazione in atto dal 2015. Nel 2020 si registra un nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia, un massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra e una forte riduzione dei movimenti migratori. Crolla il numero dei matrimoni celebrati: 96.687, -47,5% sul 2019 (-68,1% i matrimoni religiosi e -29% quelli con rito civile).

La sintesi
Nel 2020 la popolazione residente in Italia è inferiore di quasi 384 mila unità rispetto all’inizio dell’anno per gli effetti della pandemia. E’ stato rilevato un -3,8% di nascite, con 404.104 bambini iscritti all’anagrafe, quasi 16 mila in meno rispetto al 2019, e +17,6% decessi, con 746.146 persone cancellate dall’anagrafe, quasi 112 mila in più rispetto al 2019.
   Il deficit dovuto alla dinamica naturale – spiega l’Istat – è riscontrabile in tutte le regioni, perfino nella provincia autonoma di Bolzano (-313 unità), che negli ultimi anni si è caratterizzata per il suo trend positivo in termini di capacità di crescita naturale grazie a una natalità più alta della media.
   Il tasso di crescita naturale, pari a -5,8 per mille a livello nazionale, varia dal -0,6 per mille di Bolzano al -11,3 per mille della Liguria. Le regioni che più delle altre peggiorano il saldo naturale (oltre il 4 per mille in meno rispetto al 2019) sono la Valle d’Aosta (-8,6 per mille) e la Lombardia (-6,7 per mille); solo la Calabria (-3,9 per mille) si assesta su valori simili a quelli del 2019.
   “La perdita di popolazione del Nord, soprattutto nella prima ondata – afferma l’Istat – appare in tutta la sua drammatica portata”. Se nel 2019 il deficit di popolazione era stato piuttosto contenuto sia nel Nord-ovest che nel Nord-est (rispettivamente -0,06% e -0,01%), nel corso del 2020 il Nord-ovest registra una perdita dello 0,7% e il Nord-est dello 0,4%.
   Il Centro vede raddoppiare in termini percentuali il deficit di popolazione (da -0,3% del 2019 a -0,6% del 2020) mentre il Sud e le Isole, più colpite nella seconda ondata (da metà settembre), subiscono una perdita dello 0,7%, simile a quella del 2019, per effetto della tendenza allo spopolamento già in atto da diversi anni.
   Lombardia ed Emilia Romagna registrano una inversione di tendenza in termini di variazione di popolazione, passando da un incremento nel 2019 (rispettivamente +0,2% e +0,1%) a un deficit nell’anno successivo rispettivamente di -0,6% e -0,4%.
   Le regioni del Mezzogiorno, anche quelle con il primato di saldo totale negativo (Molise -1,3% e Basilicata -1,0%), hanno perdite percentuali più contenute rispetto al 2019. “L’impatto differenziale dell’epidemia sulla mortalità (maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno) e la contrazione dei trasferimenti di residenza- sottolinea l’Istat – spiegano queste differenze geografiche”.
Nuovo record negativo per le nascite
Il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia registrato nel 2019 è di nuovo superato nel 2020: gli iscritti in anagrafe per nascita sono stati appena 404.104, quasi 16 mila in meno rispetto al 2019 (-3,8%).
   La geografia delle nascite mostra un calo generalizzato in tutte le ripartizioni, più accentuato al Nord-ovest (-4,6%) e al Sud (-4,0%).
   I tassi di natalità pongono la provincia autonoma di Bolzano al primo posto con 9,6 nati per mille abitanti e la Sardegna all’ultimo con il 5,1 per mille. In tutti i mesi del 2020 si registrano valori percentuali inferiori a quelli dello stesso periodo del 2019, ad eccezione di febbraio con il 4,5% in più, in parte dovuto al giorno in più nel calendario 2020.
   Il calo delle nascite si accentua nei mesi di novembre e soprattutto di dicembre (-10,3%), il primo mese in cui si possono osservare eventuali effetti della prima ondata epidemica.
   L’andamento delle nascite nel corso del 2021 consentirà di avere un quadro più nitido delle conseguenze della crisi economica. Le ragioni della denatalità vanno ricercate anche nei fattori che hanno contribuito al trend negativo dell’ultimo decennio (progressiva riduzione della popolazione in età feconda e clima di incertezza per il futuro).
   Il senso di sfiducia generato nel corso della prima ondata, soprattutto al Nord, può aver portato alla decisione di rinviare la scelta di avere un figlio. Al contrario, il clima più favorevole innescato nella fase di transizione può avere avuto effetti benefici transitori, poi annullati dall’arrivo della seconda ondata.
Record di decessi dal secondo dopoguerra
Il quadro demografico del nostro Paese ha subito un profondo cambiamento a causa dell’impatto che il numero di morti da Covid-19iv ha prodotto sia in termini quantitativi che geografici.
   Nel 2020 i decessi in totale ammontano a 746.146, il numero più alto mai registrato dal secondo dopoguerra, con un aumento rispetto alla media 2015-2019 di oltre 100 mila unità (+15,6%).
   Se nei mesi di gennaio e febbraio 2020 i decessi nel complesso sono stati inferiori di circa 7.600 unità rispetto a quelli registrati in media nello stesso bimestre degli anni 2015-2019, dall’inizio della crisi sanitaria (marzo 2020) a fine anno si è osservato un eccesso di morti del 21% rispetto alla media dello stesso periodo dell’ultimo quinquennio.
   I decessi Covid-19 sono stati quasi 76 mila, il 10,2% dei decessi totali a livello medio nazionale (il 70% dell’eccesso complessivo). Il Nord, con il 14,5% sul totale dei morti, registra il maggior peso percentuale, il doppio rispetto al Centro (6,8%) e al Mezzogiorno (5,2%).
   Nel corso della prima ondata dell’epidemia (marzo-maggio 2020) i decessi a livello nazionale sono stati 211.750, quasi 51 mila in più rispetto alla media dello stesso periodo dei 5 anni precedenti (+31,7%). Di questi, i decessi di persone positive al Covid-19 registrati dalla Sorveglianza integrata ammontano a 34.079 (il 67% dell’eccesso totale).
   L’aumento di decessi si è concentrato nelle regioni del Nord (+61,1% nel complesso del periodo), dove si sono sfiorate punte del 95% a marzo e del 75% ad aprile.
   È soprattutto la Lombardia a sperimentare il bilancio più pesante (+111,8%); per tutte le altre regioni del Nord l’incremento dei morti del periodo marzo-maggio è compreso tra il 42% e il 53%. Solamente il Veneto e il Friuli Venezia Giulia si distinguono per un surplus di decessi più contenuto (rispettivamente +19,4% e +9,0%).
   Al Centro spiccano le Marche che, con il +27,7% di eccesso di morti, si discostano in modo rilevante dall’incremento medio della ripartizione (+8,1%). Nel Mezzogiorno solo l’Abruzzo e la Puglia (+11,6% entrambe) fanno rilevare valori ben al di sopra di quello medio dell’intera area (+5,1%).
   Nei mesi della fase di transizione (giugno-settembre), in cui l’epidemia ha rallentato, si assiste a una diminuzione della mortalità in tutte le ripartizioni, con valori di poco superiori a quelli di riferimento del periodo 2015-2019. Dei 203 mila morti dell’intero periodo solo 1.833 sono ascrivibili al Covid-19.
   A partire da ottobre, la rapida ed estesa diffusione nella stagione autunnale della seconda ondata dell’epidemia Covid-19 ha dato luogo a un nuovo drammatico incremento dei decessi rispetto ai livelli medi dell’ultimo trimestre degli anni 2015-2019.
   Nel periodo ottobre-dicembre 2020 si contano in totale 213.226 decessi, oltre 52 mila in più rispetto alla media 2015-2019, 39.927 da Covid-19 (il 77% dell’eccesso totale).
   A livello nazionale, se l’incremento dei decessi negli ultimi mesi del 2020 è in linea con quello della prima ondata (+32,3%), si osserva una distribuzione geografica profondamente cambiata.
   Sebbene il prezzo più alto in termini di eccesso di mortalità sia pagato ancora una volta dal Nord (+40,0%), diventa consistente anche nelle regioni del Centro (+24,2%) e del Mezzogiorno (+26,1%), relativamente risparmiate durante la prima fase grazie alle rigide misure di lockdown nazionale, che si sono trovate a fronteggiare per la prima volta un incremento importante di decessi per Covid-19.
   L’eccesso di mortalità nell’ultimo trimestre rispetto alla media degli anni 2015-2019 è superiore a quello della prima ondata in molte regioni del Nord: Valle d’Aosta (+63,7%), Piemonte (+53,0%), Veneto (+44,4%), Friuli Venezia Giulia (+45,6%) e Provincia autonoma di Trento (+65,4%).
   Al contrario in Lombardia (+37,1%), Emilia Romagna (+25,4%), Liguria (+33,9%) e provincia autonoma di Bolzano (+39,1%) l’aumento di decessi della seconda ondata epidemica è più basso di quello di marzo-maggio. Tra le regioni del Mezzogiorno spiccano Sardegna (+34,9%) e Puglia (+30,5%). (da http://www.quotidianosanita.it/)

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POPOLAZIONE, L’EUROPA INVECCHIA. UN’EDITORIALE DI “CITTÀ NUOVA”

di Fabio Di Nunno, 9/8/2021, da CITTA’ NUOVA https://www.cittanuova.it/

– Nuove statistiche di Eurostat sulla demografia europea mostrano le dinamiche e la diversità dell’Unione europea, con l’età media che aumenta –

   L’Unione europea (UE) diventa sempre più vecchia. È possibile considerare questo il fulcro delle nuove statistiche di Eurostat sulla demografia in Europa, che permetteranno una maggiore consapevolezza dei principali dati che stanno alla base delle iniziative della Commissione europea relative all’impatto dei cambiamenti demografici in Europa, compresi gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e la visione a lungo termine per le zone rurali. L’Italia rientra spesso, purtroppo, nelle dinamiche negative di queste statistiche.

   In breve, nel periodo dal 2001 al 2020 la popolazione dell’UE (UE27) è aumentata da 429 milioni a 447 milioni, con una crescita del 4%. Diciassette Stati membri hanno registrato aumenti della loro popolazione durante questo periodo, mentre i restanti dieci hanno registrato diminuzioni. La popolazione dell’UE sta invecchiando e uno dei motivi è l’aumento dell’aspettativa di vita: la popolazione vive sempre più a lungo. La quota di ultraottantenni è quasi raddoppiata tra il 2001 e il 2020, mentre si assiste ad un calo dei giovani sotto i 20 anni e un numero di morti in aumento. Comunque, si registra un aumento dell’aspettativa di vita di 3,7 anni tra il 2002 e il 2019. Il numero di figli per donna in aumento, ma non dappertutto, mentre il numero di matrimoni è in calo ovunque.

   Dubravka Šuica, Vicepresidente della Commissione europea con delega alla Democrazia e alla Demografia, ritiene che i dati presentati da Eurostat «ci aiuteranno ad analizzare le ragioni alla base delle molteplici tendenze demografiche dell’Unione europea. Questa pubblicazione rappresenta un altro elemento fondamentale per i nostri studi demografici; conferma che la demografia è un catalizzatore dello sviluppo e della riuscita delle nostre politiche».

   Il 1° gennaio 2021, nell’UE vivevano 447,0 milioni di persone. Lo Stato membro più popoloso dell’UE era la Germania (83,2 milioni, 1 % del totale UE), seguita da Francia (67,4 milioni, 15 %), Italia (59,3 milioni, 13 %), Spagna (47,4 milioni, 11 %) e Polonia (37,8 milioni, 9 %). In totale, questi cinque Stati membri rappresentavano i due terzi della popolazione dell’UE. All’estremo opposto, gli Stati membri meno popolosi dell’UE sono Malta (500mila persone, corrispondenti allo 0,1% del totale dell’UE), Lussemburgo (600mila, 0,1%) e Cipro (900mila, 0,2%).

   Tra il 1° gennaio 2020 e il 1° gennaio 2021, invece, la popolazione dell’UE è diminuita di 312 mila persone: in termini assoluti la diminuzione più elevata si è osservata in Italia (-384mila, corrispondenti al -0,6% della sua popolazione) seguita da Romania (-143 mila, -0,7 %) e Polonia (-118 mila, -0,3 %). Nel complesso, nove paesi hanno mostrato diminuzioni della loro popolazione durante l’ultimo anno, mentre i restanti diciotto hanno registrato aumenti. La Francia ha registrato l’incremento maggiore (+119 mila, +0,2 %).

   Il 1° gennaio 2020 nell’UE c’erano 219 milioni di uomini e 229 milioni di donne. Ciò corrisponde a un rapporto di 104,7 donne per 100 uomini, il che significa che c’erano il 4,7% in più di donne rispetto agli uomini. C’erano più donne che uomini in tutti gli Stati membri, ad eccezione di Malta, Lussemburgo, Svezia e Slovenia.

   La popolazione nell’UE sta invecchiando e questo può essere visto attraverso una serie di diversi indicatori statistici: l’evoluzione della quota della popolazione anziana, l’indice di dipendenza degli anziani e l’età media per fornire alcuni esempi.

   Guardando innanzitutto all’evoluzione della quota degli anziani nella popolazione: nel 2020 il 21% della popolazione aveva 65 anni e più, rispetto al 16% del 2001, con un aumento di 5 punti percentuali.

   Guardando più specificamente al gruppo di 80 anni e più, la loro quota era quasi del 6% nel 2020, mentre era del 3,4% nel 2001, il che significa che la loro quota è quasi raddoppiata durante questo periodo.

   Considerando la quota di persone di età pari o superiore a 65 anni sulla popolazione totale, Italia (23 %), Grecia, Finlandia, Portogallo, Germania e Bulgaria (22 %) hanno registrato le quote più elevate, mentre Irlanda (14 %) e Lussemburgo (15 %) avevano il valore più basso.

   D’altra parte, la quota di giovani (di età compresa tra 0 e 19 anni) nell’UE è stata del 20 % nel 2020, con un calo di 3 punti rispetto al 23 % nel 2001. Per quanto riguarda i giovani, le quote più elevate di persone al di sotto dei 20 anni nella popolazione totale sono state osservate in Irlanda (27 %), Francia (24 %) e Svezia (23 %), mentre le quote più basse sono state registrate a Malta, Italia e Germania (18%).

   Per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti, la loro quota nella popolazione dell’UE è diminuita negli ultimi due decenni. Nel 2020, il 15% della popolazione aveva un’età inferiore a 14 anni, rispetto al 17% del 2001, con una diminuzione di 2 punti percentuali (p.p.). Per le persone di età compresa tra 15 e 19 anni, la loro quota era del 5% della popolazione dell’UE nel 2020, rispetto al 6% nel 2001, con una diminuzione di 1 punto percentuale. Nel 2020, la quota di bambini di età inferiore a 14 anni era più alta in Irlanda (20 %), Francia e Svezia (entrambe 18 %), e più bassa in Italia e Malta (entrambe 13 %).

   Nel corso degli anni, il numero delle nascite nell’UE è diminuito a un ritmo relativamente costante. Dal 2001, dove sono stati registrati 4,4 milioni di nascite nell’UE, si è potuto osservare un modesto rimbalzo con un massimo di 4,7 milioni di bambini nati nell’UE nel 2008, a sua volta seguito da ulteriori riduzioni annuali fino al 2020 (4,0 milioni di nascite). Il Portogallo e l’Italia hanno registrato tra il 2001 e il 2020 diminuzioni del 25 % del numero delle nascite, mentre d’altro canto è stato possibile osservare aumenti superiori al 20 % in Svezia, Cechia e Cipro.

   Nello stesso periodo, il numero di decessi è aumentato: ci sono stati 4,2 milioni di decessi nell’UE nel 2001 e 5,2 milioni nel 2020, quest’ultimo che riflette l’impatto della pandemia di COVID-19 e rappresenta il numero più alto osservato negli ultimi cinque decenni. Malta, Spagna, Italia, Cipro e Polonia hanno registrato aumenti del numero di decessi di oltre il 30% tra il 2001 e il 2020. Confrontando il 1° gennaio 2020 con il 1° gennaio 2021, si è registrato un aumento di 534 mila morti nell’UE (+11 %), da 4,7 milioni a 5,2 milioni, riflettendo l’impatto della pandemia di COVID-19. Il numero di decessi è aumentato in tutti gli Stati membri durante questo periodo, con i maggiori in Italia (111,7 mila, +18 %), Spagna (75,5 mila, +18%) e Polonia (67,6 mila, +17 %).

   Nonostante il numero assoluto delle nascite stia diminuendo nell’UE, il numero delle nascite per donna è aumentato nel periodo dal 2001 al 2019, passando da 1,43 nati vivi per donna nel 2001 a 1,57 nel periodo dal 2008 al 2010, per poi diminuire leggermente a 1,51 nel 2013, prima di un modesto rimbalzo fino a 1,57 nel 2016 per raggiungere 1,53 nel 2019. Tra gli Stati membri, la Francia (1,86 nascituri per donna) ha il più alto tasso di fertilità, seguita a distanza da Romania (1,77), Cechia, Irlanda e Svezia (tutte 1,71). I tassi più bassi sono stati riscontrati a Malta (1,14), Spagna (1,23) e Italia (1,27).

   L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata rapidamente nel corso dell’ultimo secolo a causa di una serie di fattori, tra cui la riduzione della mortalità infantile, l’aumento del tenore di vita, il miglioramento degli stili di vita e una migliore istruzione, nonché i progressi nell’assistenza sanitaria e nella medicina. Nel 2020, l’aspettativa di vita più alta alla nascita è stata stimata a Malta (82,6 anni), Spagna, Italia e Svezia (82,4).

   Il numero di matrimoni è variato nel periodo dal 2001 al 2019 nell’UE. Dal 2001 al 2006, ci sono stati da 4,8 a 4,9 matrimoni ogni 1000 persone. Questo è aumentato fino a raggiungere un picco di 5,0 matrimoni per 1000 persone nel 2007. Successivamente, il tasso è diminuito continuamente fino al 2013, quando ha raggiunto il livello più basso durante questo periodo: 4,1 matrimoni per 1000 persone. Da allora il tasso è aumentato di nuovo fino a raggiungere il 4,5 per 1.000 persone nel 2018. Tuttavia, nel 2019, c’è stata nuovamente una diminuzione a 4,3 matrimoni per 1.000 persone. Nel 2019, i tassi di matrimonio più alti sono stati osservati a Cipro (8,9 matrimoni ogni 1000 persone), Lituania (7,0), Lettonia e Ungheria (entrambi 6,7) e i più bassi in Italia (3,1), Portogallo e Slovenia (entrambi 3,2).

   Guardando al periodo dal 2001 al 2019, il tasso di divorzio, ovvero il numero di divorzi per 1 000 persone, nell’UE ha oscillato. Nel 2001 si sono verificati 1,7 divorzi ogni 1000 persone. Questo tasso è aumentato fino a raggiungere un picco di 2,1 nel 2006. Successivamente, il tasso è diminuito ed è rimasto a 1,8 e 1,9. Nel 2019, il tasso era di 1,8 per 1000 persone. Confrontando il 2001 e l’ultimo anno disponibile (2019 nella maggior parte degli Stati membri), il tasso di divorzio è aumentato in quattordici Stati membri ed è diminuito o è rimasto stabile nei restanti tredici.   (Fabio Di Nunno, 9/8/2021, da CITTA’ NUOVA https://www.cittanuova.it/) 

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IL PRIMO PASSO PER CONTRASTARE L’INEVITABILE CALO DEMOGRAFICO GLOBALE È ACCETTARLO

di Alessandro Cappelli, da LINKIESTA https://www.linkiesta.it/ del 5/6/2021

   Entro la fine del secolo la popolazione mondiale inizierà a diminuire, con tutto quello che può significare in termini di trasformazione della società. Ma non è per forza un dato negativo: per molti demografi la riduzione della popolazione non è un nemico da combattere ma qualcosa di cui tener conto per ricalibrare le decisioni politiche del presente e del futuro

   La popolazione mondiale è destinata a diminuire. Già molti Paesi del mondo occidentale stanno vivendo una fase di stagnazione demografica segnata da un calo drastico nella fertilità, e la fase successiva sarà una regressione del numero di abitanti.

   Tutte le stime e le previsioni dicono che entro la fine del secolo – ma più probabilmente già nel giro di pochi decenni – la popolazione mondiale inizierà a ridursi anno dopo anno.

   È un cambio di prospettiva radicale rispetto alle nostre abitudini. La demografia globale ha avuto un’espansione costante durante tutto il Novecento: se all’inizio del secolo scorso sulla Terra c’erano 1,6 miliardi di abitanti, nel 2000 erano 6,1.

   Le cause demografiche di questa transizione da una fase di crescita a una di stagnazione e poi di diminuzione sono una riduzione del tasso di mortalità – più o meno ovunque, con differenze tra una zona e l’altra –, quindi un aumento della durata media della vita, e un saldo positivo nel bilancio tra nascite e decessi.

   «Nel cosiddetto population boom del Novecento, il crollo della mortalità è stato affiancato da una parallela riduzione della fecondità», dice a Linkiesta Alessandro Rosina, demografo e docente di Demografia e statistica alla Cattolica di Milano. A questo però si è aggiunto nel corso del Novecento un altro fatto chiave: «Di solito l’equilibrio demografico si raggiunge quando la fecondità è intorno ai due figli per donna. Oggi in buona parte dell’Europa e del mondo occidentale siamo sotto questa soglia. Il mondo è passato da una fecondità superiore ai 5 figli per donna, ai 2,5 di oggi, e nel corso di questo secolo andrà verso i 2».

   Per circa un terzo della popolazione mondiale, però, queste dinamiche ancora non valgono, o non saranno presenti fino alla fine del secolo. Ad esempio, prima del 2100 la Nigeria potrebbe superare la Cina in termini di popolazione. E in generale l’Africa subsahariana sarà il motore della crescita demografica del mondo fino a che la regressione nelle altre zone non sarà troppo accentuata.

   La conseguenza è una distribuzione diseguale della popolazione. «Nel corso di questo secolo la popolazione mondiale continuerà a crescere, fino a 10 miliardi secondo alcune stime. Con andamenti differenziati. Nel caso italiano la fertilità è talmente bassa (a 1,24 figli per donna, il dato più recente) che neanche l’immigrazione riesce a bilanciare la riduzione di popolazione. Anzi, potremmo essere il primo Paese in cui gli over-50 supereranno gli under-50», dice Rosina.

   Un cambiamento così netto nella composizione della popolazione comporterebbe anche una trasformazione fisica dei luoghi, delle città, dei quartieri che abitiamo. Il New York Times lo ha raccontato in un articolo pubblicato pochi giorni fa, in cui unisce reportage da diverse aree del mondo. Dipinge scenari piuttosto malinconici, in cui le feste di compleanno dei bambini diventano eventi più rari dei funerali, gli asili nido cominciano a trasformarsi in case di cura, le urla dei ragazzi che giocano in strada sono sostituite dal lento incedere di un paio di pensionati.

   C’è anche un passaggio sull’Italia, a Capracotta, piccolo centro del Molise: «Un cartello in lettere rosse su un edificio in pietra del XVIII secolo che si affaccia sugli Appennini recita “Casa della scuola materna”, ma oggi l’edificio è una casa di cura», scrive il quotidiano statunitense.

   E ancora: «La popolazione di Capracotta è drammaticamente invecchiata, si è ridotta da circa 5.000 persone a 800. Le falegnamerie della città hanno chiuso. Gli organizzatori di un torneo di calcio hanno avuto difficoltà a formare anche una sola squadra. A circa mezz’ora di distanza, nel comune di Agnone, il reparto maternità ha chiuso un decennio fa perché aveva meno di 500 nascite l’anno, il minimo nazionale per restare aperto. Quest’anno ad Agnone sono nati sei bambini».

   È lo stesso anche in altre aree del mondo: la popolazione della Cina dovrebbe ridursi da 1,41 miliardi di oggi a circa 730 milioni nel 2100. Uno stravolgimento demografico che in parte si può già intravedere: «Nel nord-est della Cina la popolazione è diminuita dell’1,2% nell’ultimo decennio, secondo i dati del censimento. Nel 2016, la provincia di Heilongjiang è diventata la prima nel Paese a ritrovarsi con il sistema pensionistico a corto di liquidità. A Hegang, una “città fantasma” di provincia che ha perso quasi il 10 per cento della sua popolazione dal 2010, le case costano così poco che le persone le paragonano ai cavoli», scrive il Neww York Times.

   Alcuni demografi non leggono il calo demografico come un elemento solamente negativo. O comunque non come un dato che di per sé può contenere una valutazione qualitativa così netta, senza sfumature.

«Per tutta la storia dell’umanità un bambino su quattro non arrivava al primo compleanno, pochissimi arrivavano all’età per diventare genitori. Quindi la fecondità era compensata dall’altissima mortalità: insomma, a dirla tutta l’anomalia storica è il boom demografico del Novecento. È per questo che il dato sulla quantità di popolazione da solo non permette di dare un giudizio positivo o negativo», spiega Rosina.

   Ci sarebbero anche conseguenze di breve-medio periodo positive da considerare: un pianeta con meno persone consumerebbe meno risorse naturali, rallenterebbe l’impatto distruttivo del cambiamento climatico, ad esempio.

   Più in generale, la questione centrale non è il numero di abitanti del pianeta. Nulla ci dice che 4 miliardi sia meglio o peggio dei 7,8 attuali o dei 9 previsti per il 2050. Sono importanti le condizioni e le modalità con cui avvengono le transizioni demografiche. Certo, se sono troppo violente diventano difficili da controllare.

Prendiamo il caso italiano: se il dato della fertilità dovesse rimanere così basso per molti anni si creerebbe un divario enorme tra la popolazione anziana e quella giovane, quindi anche squilibri in fatto di capacità produttiva del Paese: diventerebbe impossibile per lo Stato fornire servizi di welfare, assistenza, salute pubblica, pensioni e previdenza sociale.

   Questo spiegherebbe perché il dato demografico può essere letto anche come una conseguenza, non solo come causa di problemi e altri cambiamenti. Lo ha spiega a Linkiesta Stuart Gietel-Basten, direttore del Center for Aging Science all’Università di Hong Kong: «Se la popolazione diminuisce in un territorio non è solo per il dato della fertilità o della mortalità. Ma anche perché c’è migrazione, le persone non vivono più bene, vanno via in cerca di altre opportunità economiche: adesso lo vediamo in Italia e in Corea del Sud, ma storicamente ci sono sempre stati flussi del genere che hanno creato zone meno popolose e più anziane».

   Negli ultimi giorni la decisione del Partito comunista cinese di permettere alle coppie del Paese di avere fino a tre figli ha aggiunto un tassello a questo dibattito: dopo decenni di politica del figlio unico, Pechino aveva già cambiato rotta nel 2016 concedendo alle coppie di averne due, ma non aveva portato ai risultati sperati.  Oggi il governo prova a fare un passo ulteriore nella speranza di invertire la rotta, anche se sembra una strategia politica piuttosto frenetica, impaziente.

   Dopotutto il 2016 non è molto lontano nel tempo, e difficilmente il vecchio provvedimento avrebbe potuto cambiare le prospettive demografiche del Paese in pochi anni. In più, la strategia di Pechino sembra comunque insufficiente, o inadeguata, a ribaltare il processo di invecchiamento e spopolamento della Cina.

Stuart Gietel-Basten considera infatti un errore guardare al calo demografico come un nemico da combattere. «La demografia è spesso implacabile: la denatalità passata alimenta quella presente, quindi gli squilibri futuri», dice. Rimanda all’immagine di una valanga, che nasce da una cosa molto piccola e cresce durante il suo percorso. E difficilmente si può arrestare.

   Il cambiamento di può richiedere decenni, ma una volta iniziato, il declino, segue un andamento esponenziale: meno nascite, significa avere meno donne in grado di avere figli, quindi meno famiglie – e meno numerose – rispetto alla generazione precedente. E così di generazione in generazione.

   «Le contromisure che si prendono di solito – spiega Gietel-Basten – possono essere inutili: molti dei problemi dovuti all’invecchiamento e alla riduzione della popolazione non si risolvono facendo più figli. Si pensi al caso delle pensioni e dei sistemi pensionistici: sta diventando insostenibile, perché le persone vivono di più, assorbono di più l’assistenza dello Stato. Se l’anno prossimo improvvisamente si facessero più figli, questi non saranno nel tessuto produttivo del Paese per un ventennio più o meno. Oggi in Italia molte persone potrebbero voler avere più bambini rispetto alla media di 1,24, ma alla fine il trend dice che ne faranno sempre meno: è un sistema rotto che rende sempre più difficile per i giovani prendere decisioni di questo tipo. E questo vale per tutti i posti in cui il tasso di fertilità è basso».

   Il governo italiano sta lavorando a nuove misure volte a sostenere la genitorialità e favorire la natalità. Il consiglio dei ministri ha approvato ieri l’assegno unico per le famiglie che non hanno diritto ad altri contributi. Si tratta per ora solo di un “assegno ponte” di sei mesi, erogato da luglio fino al 31 dicembre. Poi, da gennaio 2022, diventerà permanente e universale. È destinato alle famiglie con figli fino a 18 anni, e va da 167,5 euro per chi ha un solo figlio fino a 653 per chi ne ha tre.

   Ci sono infatti anche scelte politiche – consapevoli o inconsapevoli – dietro il cambiamento demografico. È anche un discorso strettamente elettorale: gli anziani al voto diventano sempre più dei giovani, i partiti e le forze politiche hanno buon gioco a rivolgere l’attenzione al segmento di popolazione in crescita. Che oltretutto è anche più facile da raggiungere: rispetto a un bacino elettorale giovane e in costante evoluzione, la popolazione anziana è naturalmente più intelligbile, si sa quali sono i suoi bisogni, le sue tendenze, è una quantità certa.

   «La prima cosa da fare – conclude Gietel-Basten – è accettare la diminuzione demografica, non combatterla a tutti i costi. Dopodiché la soluzione, che forse a livello pratico non è ancora stata trovata, a livello teorico consiste nel ripensare la società, guardarla nella sua multidimensionalità: è vero che la popolazione si riduce e invecchia, ma diventa più sana, più istruita, più colta. Quindi il potenziale è lì da qualche parte. Una volta che c’è questa consapevolezza si può aggiustare il tiro su tutte le cose che non vanno, come i sistemi pensionistici, che adesso non sono sostenibili perché non si sono mai adattati alla crescita demografica». (Alessandro Cappelli, da LINKIESTA https://www.linkiesta.it/)

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VENEZIA: IL RICONOSCIMENTO ALLA CITTÀ “CAPITALE DELLA SOSTENIBILITÀ”

da “La Nuova Venezia” del 9/7/2021

– Produzione dell’idrogeno, chimica verde, ritmi lenti, artigianato e trasporti su acqua rappresentano il modello che tutti dovranno perseguire – 

   Venezia capitale mondiale della sostenibilità. Al termine della tre giorni del G20, in Prefettura è stata presentata la nuova Fondazione che dovrà promuovere Insieme a «Venezia sostenibile». Lo hanno annunciato ieri in forma congiunta il sindaco Luigi Brugnaro e il presidente della regione Luca Zaia.  L’iniziativa è sostenuta dal governo, (…) Ci sono anche rappresentanti delle aziende come Confindustria e Snam, Assicurazioni generali, e delle istituzioni culturali veneziani come le Università Ca’ Foscari e Iuav, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio Benedetto Marcello e la Fondazione Cini.
Che significa «sostenibilità?».

Venezia città d’acqua, che sull’acqua ha costruito la sua storia e dall’acqua ha sempre dovuto difendersi rappresenta certo il paradigma dello sviluppo sostenibile. Niente auto, ritmi lenti, trasporti sull’acqua. E produzioni che adesso possono essere modernissime “da remoto” o sull’artigianato tradizionale. Qui si sta sperimentando la produzione dell’idrogeno, la chimica verde.

   Dopo anni di errori e inquinamento, con la costruzione dell’area industriale proprio in mezzo alla laguna adesso si cerca di cambiare rotta. Per decenni in acqua e nei terreni sono finiti inquinanti e scarti delle industrie di Marghera. Adesso occorre invertire la rotta e imboccare una strada diversa. Con i motori elettrici e le produzioni “pulite” delle industrie, il rispetto per l’ambiente e le aree delicate. Che l’Europa protegge e qui non sempre sono sotto tutela. —

(https://biopianeta.it/2021/07/fondazione-venezia-capitale-mondiale-sostenibilita-progetto-ed-obiettivi/)

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