Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è la priorità, con l’emergenza Covid, del 2022 – Ma riuscirà a realizzare le sue MISSIONI? (rivoluzione verde e digitale, mobilità sostenibile e inclusione sociale, istruzione e salute) – E saremo solo spettatori o si potrà “partecipare” al Piano? (e i Comuni ce la faranno?)

LA PARTECIPAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI E DEMOCRAZIA “(…) Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate (ovvero il mondo vegetale e animale). Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine….(…)” (DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021) (foto ripresa da http://www.ilgazzettinodisicilia.it/)

   I 51 obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), obiettivi che sono stati approvati entro il 31 dicembre 2021 per avere dalla UE la prima rata di elargizione e prestito (sono 10 rate, una ogni 6 mesi se si dimostrano adempiuti gli impegni presi – che pertanto l’ultima è al 30/6/2026 -; questa prima rata è di 24,1 miliardi di euro sul totale di 191,5 delle 10 rate semestrali con un prefinanziamento già avuto ad agosto di 24,9 miliardi), ebbene, questi 51 obiettivi “raggiunti” possono deludere a una loro lettura: nel senso che sono per lo più (possiamo dire tutti) delle condizioni pre-procedurali, e niente come cose effettivamente fatte o avviate alla realizzazione. Dei 51 obiettivi, 27 si parla di riforme (come giustizia, concorrenza, fisco…) da fare e 24 di investimenti… ma niente di concreto: si parla di norme da farsi, di “entrate in vigore” di disposizioni di procedure da mettere in atto da parte dell’apparato statale (specie sui temi della giustizia civile e penale), e anche, qualche obiettivo su forme di norme che servono alla digitalizzazione (come quella del turismo).

ITALIA DOMANI: Il logo del PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – per scaricare il Piano: PNRR Aggiornato.pdf

   Aspetti finora, in questa prima fase (con opere e cambiamenti che dovrebbero concludersi nella loro operatività nel 2026), ancora da identificare bene (molti impegni legislativi…) a chi pensava di entrare già nei contenuti e nella fase concreta delle 6 MISSIONI che questo PNRR si è posto (lo ha posto la Commissione europea per il nostro Paese): 1-Digitalizzazione, cultura e turismo (40,3 miliardi), 2-Rivoluzione verde e transizione ecologica (59,5 miliardi di euro), 3-Infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,4 miliardi),  4-Istruzione e ricerca (30,9 miliardi), 5-Inclusione e Coesione (19,9 miliardi), 6-Salute (15,6 miliardi). Pertanto, finora, niente di “applicato” alla realtà, in opere e servizi che si definiscono innovativi verso il futuro.

Se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i COMUNI (70 miliardi di euro, il 30%), RIUSCIRANNO GLI ENTI LOCALI a trovare le risorse operative e intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro, portando a termine le MISSION del PNRR?

   E’ una serie lunghissima di traguardi o obiettivi da raggiungere (520, di cui 154 sono riforme da farsi e il resto fasi di attuazione degli investimenti sulle 6 missioni previste); e il cadenzare dei tempi per l’amministrazione centrale, le regioni e i comuni coinvolti ha tempi molto stretti: ad esempio per quanto riguarda la missione 5 “Inclusione”, riguardante il “sociale” (infrastrutture sociali, famiglie, comunità, lotta alla povertà, terzo settore etc….) i progetti dovranno essere presentati entro il prossimo 31 marzo, e per l’estate 2022 dovranno esserci i decreti ministeriali di approvazione di questi progetti…. 

   E poi tutti i progetti del PNRR devono essere conclusi (realizzati) entro il 31 marzo 2026: considerati i tempi di costruzione di molte opere pubbliche italiane, è una scadenza piuttosto ambiziosa.

Le 6 MISSIONI del PNRR (schema ripreso da https://www.moltocomuni.it/)

    E uno dei punti che ci preme “osservare”, è che nella operatività per avere quei fondi, quei finanziamenti (che di 191,5 miliardi, solo 68,9 sono contributi dati a fondo perduto, cioè senza dover restituire niente, gli altri 122,6 miliardi sono prestiti) si stanno cercando di mettere in moto strutture pubbliche (tutti i ministeri competenti…) e Enti locali (le regioni, i maggiori comuni, ma anche i piccoli: nel sociale gli Ats, Ambiti territoriali sociali…) che devono “correre” a presentare piani per avere l’approvazione e i finanziamenti (e poi fare gli eventuali appalti rivolti ai privati che dovranno “realizzare”) nelle varie tematiche, con una metodologia peraltro molto seria (di riscontro continuo dei risultati, di monitoraggio), ma che appare a nostro avviso ancora lontana dall’individuare i TRAGUARDI (milestones o traguardi, dice la Relazione: “rappresentano fasi essenziali dell’attuazione, fisica e procedurale, come l’adozione di particolari norme, la piena operatività dei sistemi informativi, o il completamento dei lavori…”) e gli OBIETTIVI (“target o obiettivi sono indicatori misurabili – di solito in termini di risultato – dell’intervento pubblico, come i chilometri di ferrovie costruiti; oppure di impatto delle politiche pubbliche, come l’incremento del tasso di natalità”).

PNRR MISSIONE DIGITALIZZAZIONE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma, se volete leggere i 51 obiettivi (o target) “raggiunti” (?….come detto all’inizio, si tratta solo di condizioni pre-procedurali…), nella RELAZIONE AL PNRR, documento di 100 pagine pubblicato il 23 dicembre dal Governo (i 51 obiettivi sono elencati da pagina 49), questo è il link:

https://www.governo.it/sites/governo.it/files/RelazionePNRR.pdf 

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PNRR MISSIONE RIVOLUZIONE VERDE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)
 “(…) La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” (…)”
(DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021)

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PNRR MISSIONE MOBILITA’ SOSTENIBILE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Si vuole in particolare qui porre in evidenza come, per un così importante PIANO che coinvolge tutto il Paese, vi sono problemi di “democrazia partecipata” che rimangono irrisolti; e poi di organizzazione degli Enti locali medio-piccoli, che paiono incapaci di farsi carico della gestione delle loro aree di competenza. E cioè:

1) non si sta forse lasciando alla porta, come spettatori passivi, soggetti che potrebbero dire qualcosa nella realizzazione dei vari obiettivi del Piano? (come associazioni competenti in certi ambiti delle missioni del Piano, e scuole e università, imprese sociali, ordini professionali, i soggetti del terzo settore, singoli interessati, gruppi informali…) (dove è andata a finire l’intenzione, anche normativa di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali degli apparati pubblici, che già è stata normata negli anni ’90 del secolo scorso?);

2) se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i Comuni (70 miliardi di euro, il 30%), riusciranno gli enti locali a trovare le risorse operative ed intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro (senza magari essere fagocitati da “privati” interessati…)? (su questa problematica si rinnova la questione della necessità di arrivare a una rideterminazione estesa dei Comuni con FUSIONI che portino a nuove realtà urbane più confacenti alle realtà odierne dei territori, ma per il Pnrr purtroppo non c’è il tempo (e la volontà…), e ci si accontenterà per necessità almeno di un coordinamento tra gli enti locali: per questo si stanno creando, per arrivare in tempo ad avere i fondi del Pnrr, aggregazioni tra Comuni, su esempio delle Ati, associazioni temporanee d’imprese, ma non è la stessa cosa di quello che sono le fusioni, nuove realtà urbane.…).

PNRR MISSIONE ISTRUZIONE E RICERCA (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Se non fosse che per lo spirito delle 6 missioni iniziali richieste dall’Unione Europea che appaiono condivisibili nel guardare con speranza al futuro prossimo, e ai finanziamenti che ci sono (pur la maggior parte a prestito, cioè a ulteriore debito per noi e per le future generazioni), ci sarebbe da dire e pensare che questa corsa a presentare piani, forse vede l’uscire dai cassetti degli uffici comunali passati progetti accantonati perché improbabili; oppure di opere che mal serviranno le aree geografiche interessate (come è da pensare l’alta velocità ferroviaria al sud che poco rappresenterà una mobilità efficiente e necessaria per lo spostarsi delle popolazioni meridionali).

   Per le “infrastrutture per una mobilità sostenibile”, per necessità di decidere celermente, si propongono tanti progetti di “alta velocità ferroviaria” (in aree territoriali nazionali di improbabile utilizzo ottimale); oppure per “istruzione e ricerca” si produrrà l’ottima idea di asili nido sparsi ovunque (ma poi, chi sosterrà le spese di funzionamento negli anni? funzioneranno davvero?…); o ancora per la “rivoluzione verde e transizione ecologica” c’è la possibilità di produrre interventi di assetto idrogeologico perlomeno discutibili nell’impatto di mega opere che si costruiranno….

PNRR MISSIONE INCLUSIONE E COESIONE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma qui non si vuole svilire un piano di così grande trasformazione (se avrà successo), e guardare con fiducia la nuova “svolta” proposta dalle 6 missioni della Commissione Europea (e il lavoro chiesto dalla UE di monitorare semestralmente la realizzazione delle opere e dei servizi ci pare cosa saggia). Ci sembra solo che questo piano di interventi così grande, è a conoscenza solo delle istituzioni bene o male costrette ad interessarsene, che passa sulla testa di tutti, che si è solo spettatori, e che ci si può accorgere dei difetti, degli errori in questa corsa forsennata ai progetti, solo molto tardi (ammesso che molti progetti arrivino alla loro realizzazione). Ma restiamo fiduciosi. (s.m.)

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PNRR MISSIONE SALUTE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

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BENI COMUNI E AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

PERCHÉ SPINGERE IL PNRR VERSO LA SUSSIDIARIETÀ ORIZZONTALE

(Tre caratteristiche che contribuirebbero a rendere il PNRR più resiliente e partecipato)

di DANIELA CIAFFI (del Politecnico di Torino), da Labsus (Laboratorio della sussidarietà),

https://www.labsus.org/ 14/12/2021

   Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate. Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine, riassumibile nella sgradevole sensazione di vecchia politica che non si pone allo stesso livello di coloro che restano tradizionalmente esclusi dalle opportunità né di ciò che non può gridare allo spreco, come il suolo.
   Da molto tempo prima della pandemia la società chiede invece rapporti più paritari a chi fa le politiche e la natura sta lanciando a sua volta segnali chiarissimi. Bisogna correggere il tiro, anche nella direzione della sussidiarietà orizzontale, e subito. Poiché la parola partecipazione viene usata con le accezioni più diverse, chiariamo qui come la intendiamo. Un PNRR partecipato ha almeno tre caratteristiche che un PNRR non partecipato non ha.

IL PNRR VA COMUNICATO MEGLIO

La prima azione partecipativa necessaria riguarda la comunicazione del piano, cosa ben diversa dalla semplice informazione lanciata a senso unico dal governo ai cittadini, lasciandoli nell’impossibilità di dare ritorni.

   Una cosa è ad esempio lanciare il tema della “innovazione” preoccupandosi di raccogliere feedback diversi (“noi non abbiamo neanche capito di che cosa stiamo parlando”, “noi per innovazione intendiamo qualcosa di diverso”, “per noi la definizione data dal piano è perfetta”) e un’altra è la mera informazione (“uno dei 16 temi del piano è l’innovazione”). Poiché per il PNRR si stanno usando risorse comuni, tutte e tutti, adulti e bambini, devono poter capire, per poter interagire: il piano è ricco di concetti ambiziosi e complessi. A: non si può dare per scontata la nostra alfabetizzazione a proposito (“chi sa cosa vuol dire innovazione?”); B: non possiamo perdere l’occasione di dialogare sui diversi significati, che i concetti incarnano (“per noi innovazione è innovazione amministrativa”, “noi intendiamo innovazione tecnologica”, “noi lavoriamo da anni su esempi di innovazione sociale e ambientale”, “in questo territorio il brodo di cultura dell’innovazione è diverso”).

PERCHÉ NON CHIEDERE AGLI ITALIANI SE VOGLIONO CONTRIBUIRE AL PIANO?

La cura della comunicazione non è importante di per sé, ma è fondamentale perché costituisce la base del possibile contributo attivo dei singoli, dei gruppi informali, delle associazioni, delle imprese sociali, degli ordini professionali, dei soggetti profit piccoli, medi e grandi.

   Troppo spesso la partita del PNRR viene descritta come una partita di sussidiarietà verticale: fondi dall’Europa, agli Stati, alle Regioni, quindi ai sindaci. Labsus sostiene da tempo che a nessun livello esistono responsabili pubblici capaci di far fronte da soli alla complessità.

   La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” e all’interno della variegata galleria di soggetti sceglie di privilegiare le pubbliche amministrazioni da un lato e le imprese dall’altro.

   Per trovare un riferimento a famiglie, comunità e Terzo settore bisogna cercare dentro alla quinta missione, “coesione e inclusione”, come se rispetto agli altri pilastri del piano – “sanità”, “istruzione e ricerca”, “cultura, turismo, innovazione e digitalizzazione” e ancora “rivoluzione verde e transizione ecologica” – la passione e la competenza di milioni di italiane e italiani attivi e pronti a contribuire fosse stata finora marginale!

   I commoners di tutto il mondo denunciano da tempo il rischio di continuare a impostare le politiche in questo modo, perché così facendo non solo ci si dimentica di tutte le energie civiche che non sono etichettabili come pubbliche né come private, ma si perde di vista il tema dell’uso condiviso dei beni comuni, assai più importante della proprietà degli stessi. A livello nazionale, Labsus da più di 15 anni raccoglie storie di attivismo al servizio dell’arte di amministrare: questo è il momento in cui le occasioni che si aprono alle pubbliche amministrazioni e alle imprese non possono non rappresentare delle chance anche per le associazioni formali e informali che in moltissimi casi hanno aperto faticosamente la strada a politiche sperimentali, testando processi d’avanguardia, accettando sfide apparentemente perse.

SVILUPPARE CAPACITÀ ATTRAVERSO IL PNRR

A leggere nel dettaglio l’intero piano, il suo doppio titolo pare assai più sviluppato nella dimensione economico-finanziaria di “ripresa” e di hardware piuttosto che in quella socio-economica di “resilienza” e di software. Così, mentre gli stimoli sul piano materiale risultano piuttosto immediati, a partire dai ricchi elenchi delle possibili nuove infrastrutture di cui dotare l’Italia, molto più difficile è immaginare quali capacità potranno sviluppare gli abitanti grazie al piano. Certamente l’empowerment lavorativo è contemplato dal PNRR, nel breve periodo: non è difficile immaginare che saranno anni di intenso lavoro per chi pianifica, progetta e realizza le opere.
   A partire dall’esperienza che sto vivendo in questo semestre di didattica al Politecnico di Torino come docente di sociologia dell’ambiente e del territorio, insieme a colleghe di pianificazione urbanistica e progettazione architettonica, posso testimoniare che, quando i gruppi di studentesse e studenti si mettono al lavoro sulle “schede di PNRR” che riguardano precisi ambiti urbani e territoriali attraverso cui si concretizza il piano, il loro problema non è certo quello di cercare di rispondere agli obiettivi di infrastrutturazione della città e del territorio. Alle pubbliche amministrazioni locali, si sa, è stato esplicitamente chiesto di ritirare fuori dai cassetti piani e progetti: non guasterebbe allargare la richiesta, parallelamente e quando possibile, alle analisi quantitative e qualitative dei contesti sociali.

PNRR: COSA CAMBIA RISPETTO AL PIANO FANFANI?

Per il nostro Paese questa esigenza diffusa di progetto è davvero epocale, perciò dovremmo condividere l’esigenza che ci fossero delle evidenti differenze tra l’attuazione del PNRR oggi e quella del piano Fanfani lanciato alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso: anch’esso con prospettiva di sette anni, anch’esso rivolto a tutto il territorio nazionale, anch’esso con lo scopo di rispondere ad esigenze materiali (anzi, la prima delle esigenze, quella di avere una casa, cui peraltro il PNRR non ha scelto di dedicare una missione, né un tema). Son passati infatti tre quarti di secolo dal piano INA-casa, cosiddetto piano Fanfani, che certamente ebbe ricadute in termini di Pil simili a quelle che il PNRR auspica di avere. Ma restare affezionati al paradigma dell’edilizia come volano dell’economia è antistorico, perché questi decenni hanno portato alla nascita e alla crescita, tra le altre cose:

della società della cura, intesa non solo come cura dei processi di argomentazione pubblica delle decisioni sulle trasformazioni sociali e spaziali, ma anche della cura intesa come azione collaborativa diretta;

di una coscienza ambientale diffusa, per cui il consumo di risorse finite (terra, acqua, aria, materiali per l’edilizia come per le nuove tecnologie eccetera) è per molti cittadini un’emergenza per le agende politiche a tutti i livelli, al pari/ancor più della decrescita economica;

di paradigmi democratici nuovi, quale l’Amministrazione condivisa dei beni comuni, che portano l’attenzione sulla possibilità e l’opportunità di co-gestire le risorse comuni in un’alleanza orizzontale tra soggetti pubblici, privati, del terzo settore, dei gruppi informali e dei singoli individui attivi.

   Questi punti, insieme ad altri che molti commentatori del PNRR hanno evidenziato, devono fare la differenza.

   Quando il Presidente della Repubblica ha convocato i sindaci per ribadire loro la grande responsabilità che assumono nell’attuazione di questo piano storico, è apparso ancora più evidente il dilemma storico tra il livello locale e quello dei soggetti globali/internazionali/statali: rifiutare il nuovo paradigma della sussidiarietà orizzontale significa continuare a perpetrare un gioco delle parti in cui dall’alto gli obiettivi di crescita economica continuano a essere perseguiti nel più consolidato dei modi, mentre le alternative dal basso non arrivano mai a proporre una vera alternativa di sistema.

   Nella logica della pattuizione – soprattutto quando iniziano a entrare in gioco anche i livelli regionali e le unioni di comuni, oltre alle singole municipalità – l’incrocio tra politiche dall’alto ed esperienze dal basso è sempre perseguito, insieme alla multiattorialità e con la regola basilare dell’apertura a chiunque voglia contribuire. Abbiamo notizia dei primi Patti di collaborazione che in Italia stanno iniziando a confrontarsi con le sfide del PNRR, e ci fa piacere che questa esigenza di partecipazione si estenda nel nord-ovest, anche grazie all’iniziativa di una fondazione di origine bancaria, sino a un comune di media dimensione nella Sicilia occidentale.

(DANIELA CIAFFI, da Labsus -Laboratorio della sussidiarietà-, https://www.labsus.org/)

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AI COMUNI MANCANO I DIPENDENTI PER GESTIRE I SOLDI DEL PNRR

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 7/12/2021

– C’è il rischio che 70 miliardi di euro rimangano inutilizzati: il governo vuole rimediare con un piano straordinario di assunzioni –

   Tra pochi giorni a Camporotondo Etneo, un comune di cinquemila abitanti in provincia di Catania, non ci saranno più agenti di Polizia locale. L’ultimo in servizio (è andato) in pensione il 7 dicembre e non potrà essere sostituito almeno per i prossimi mesi. Ma anche altri uffici sono vuoti: molti funzionari hanno approfittato di “Quota 100”, e nel giro di poco tempo il Comune è passato da venti a quindici dipendenti.

   Il sindaco Filippo Privitera sa quante difficoltà ci siano nell’impegnarsi a ottenere i fondi del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 221,1 miliardi di euro: gli enti locali sono determinanti per spendere quei soldi, un’opportunità unica dopo anni di tagli, ma senza dipendenti sarà complesso se non impossibile seguire i bandi, preparare i progetti, controllare che i fondi vengano spesi bene. «Nelle riunioni con i miei colleghi sindaci viene spesso proposto di utilizzare i fondi del PNRR per finanziare i progetti», dice Privitera. «Alla domanda “chi può mettere i tecnici?” non risponde mai nessuno. Mi dispiace dirlo, ma siamo destinati a perdere questi soldi».

   Camporotondo Etneo non è un’eccezione. Ovunque in Italia ci sono comuni, piccoli e grandi, al Sud come al Nord, che non hanno professionisti e competenze per presentare i progetti ai ministeri, affidare i lavori, eseguirli e controllarli nei tempi richiesti dal piano. L’economista Carlo Cottarelli, su Repubblica, l’ha chiamato «l’imbuto degli enti locali».

   Secondo i dati della Ragioneria dello Stato pubblicati dal Sole 24 Ore, oggi i comuni hanno 320.304 dipendenti. Nel 2010 erano 392.856, mentre nel 2001 451.878: in dieci anni i dipendenti sono diminuiti del 18,5 per cento, in vent’anni del 29,1 per cento, quasi un terzo. A causa del ricambio molto limitato, inoltre, l’età media si è alzata dai 45 anni del 2001 fino ai 53 del 2021.

   Il calo è distribuito in tutte le regioni italiane, con oltre il 30 per cento in Molise, Campania, Basilicata, intorno al 20 per cento nelle Marche, in Lombardia, Toscana e Piemonte e riduzioni inferiori al 20 per cento solo in Calabria, Sicilia, Emilia-Romagna e Veneto. L’unica eccezione è il Friuli Venezia Giulia che grazie allo Statuto di autonomia ha potuto assumere e aumentare il personale di quasi il 40 per cento negli ultimi dieci anni. «Le preoccupazioni che i sindaci stanno esprimendo, cioè la preoccupazione di un affanno della macchina amministrativa, la condividiamo», ha detto a metà ottobre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli.

   Finora si è discusso poco delle possibili conseguenze di queste lacune sulla riuscita del PNRR perché il governo guidato da Mario Draghi ha deciso di dedicare le prime fasi del piano all’approvazione delle riforme generali – giustizia, concorrenza, fisco – e di riservare gli investimenti pubblici e gli incentivi agli investimenti privati ai prossimi anni.

   Questa scelta consente al governo di rispettare i primi impegni richiesti dalla Commissione europea (…), senza avere conseguenze sull’erogazione dei fondi a causa delle difficoltà degli enti locali.

   Ma le preoccupazioni restano, pur rimandate di qualche mese, e sono dovute principalmente alla significativa quota di risorse del PNRR che gli enti locali sono chiamati a gestire: un flusso di denaro straordinario che si aggiunge alla già complessa ordinaria amministrazione.

   Secondo uno studio curato dall’Ufficio parlamentare di bilancio e presentato durante un’audizione alla commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, fino al 2026 gli enti locali avranno potenzialmente a disposizione tra i 66 e i 71 miliardi di euro, circa il 35 per cento delle risorse economiche del Recovery Fund complessivamente destinate all’Italia, 191,5 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 30 miliardi garantiti dal fondo complementare deciso dal governo.

   La distribuzione delle risorse dipende dalle competenze degli enti locali. Il PNRR, infatti, è suddiviso in sei settori che sono stati chiamati “Missioni”.

   La missione 5, chiamata “Inclusione e coesione”, coinvolge principalmente le Regioni che gestiscono le politiche del lavoro: saranno investiti 5,6 miliardi in diversi progetti, tra cui il potenziamento dei centri per l’impiego. La parte dedicata alla “Coesione” – rigenerazione urbana e riduzione del degrado, piani urbani integrati, politiche abitative – vale invece tra gli 11,3 e i 13 miliardi di euro e avrà competenze divise tra le Regioni e i comuni.

   Lo stesso vale per la missione 2, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, la più importante dal punto di vista economico con 18 miliardi gestiti dagli enti locali su 60 totali. I soldi saranno impiegati per investimenti nei trasporti rapidi di massa e nel rinnovo delle flotte di bus e treni (6,5 miliardi), oltre che per la tutela del territorio, come il contenimento del rischio idrogeologico (2,4 miliardi) e il miglioramento dell’efficienza delle prestazioni energetiche dei comuni (6 miliardi).

   I comuni hanno un ruolo centrale anche nella missione 4, chiamata “Istruzione e ricerca”, con il piano di potenziamento degli asili nido che prevede poco meno di 265mila nuovi posti (grazie una spesa di 4,6 miliardi in 6 anni) e il programma di messa in sicurezza e miglioramento degli edifici scolastici che assegna 3,9 miliardi alla ristrutturazione di oltre duemila scuole dal punto di vista strutturale e dell’efficienza energetica.

   Per ottenere i fondi necessari a realizzare questi progetti, gli enti locali devono partecipare ai bandi pubblicati dai ministeri competenti, devono realizzare gli interventi nel rispetto delle leggi – quindi con tutte le procedure previste per fare un’opera pubblica, pur con una serie di semplificazioni – e devono rispettare gli obblighi di monitoraggio, rendicontazione e controllo. Tutti i progetti devono essere conclusi entro il 31 marzo 2026: considerati i tempi di realizzazione di molte opere pubbliche italiane, è una scadenza piuttosto ambiziosa.

   Secondo un’indagine curata da The Innovation Group e Gruppo Maggioli a cui hanno partecipato 224 enti, tra comuni, province, regioni e scuole, l’86 per cento degli enti pubblici che hanno risposto giudica il PNRR un’occasione importante per promuovere nella pubblica amministrazione le riforme strutturali auspicate da tempo. Tuttavia, per il 41 per cento degli enti intervistati la Pubblica amministrazione è «poco o per niente» pronta a recepire il PNRR.

   Uno dei problemi più rilevanti che riguardano direttamente i comuni è lo storico scarto di efficienza tra le diverse aree del paese. Non è un caso che tra gli obiettivi del PNRR ci sia la riduzione del divario tra le regioni italiane, in particolare tra Nord e Sud, anche attraverso l’assegnazione del 40 per cento delle risorse economiche alle regioni del Mezzogiorno: in totale, comprendendo i fondi strutturali europei e il fondo di sviluppo e coesione, le regioni del Sud dovranno gestire 87 miliardi di euro in condizioni già precarie.

   È noto il caso della Sicilia, che aveva presentato 61 progetti per l’attribuzione di 1,6 miliardi di euro del PNRR destinati ad agricoltura e infrastrutture irrigue: il ministero non ne ha approvato nemmeno uno, perché nessuno rispettava tutti i criteri necessari.

   Il ministero ha spiegato che la Regione aveva commesso una serie di errori. In varie note dei mesi scorsi il ministero aveva già mosso alcune obiezioni dando tempo dieci giorni per i correttivi. Era stato contestato, per esempio, che alcuni tecnici che avevano effettuato i controlli sulla qualità dei progetti non avevano i requisiti per poterli fare, ottenuti solo in data successiva agli accertamenti già svolti. In altri casi, progetti che ricadono in aree diverse della Sicilia erano stati validati lo stesso giorno dal medesimo perito. Infine, in molti casi era segnalata la carenza di documentazione a corredo delle domande di finanziamento.

   Tutti questi problemi sono legati alla mancanza di dipendenti o di competenze. Mario Emanuele Alvano, segretario generale di ANCI Sicilia, l’associazione nazionale dei comuni italiani, ha spiegato che nei comuni siciliani mancano molti dirigenti, figure essenziali per partecipare ai bandi e ottenere i fondi del PNRR. La carenza dipende quasi sempre dalle scarse capacità finanziarie dei comuni. «Dove non c’è stabilità finanziaria non posso assumere», dice. «Questa situazione di blocco dura da almeno un decennio e riguarda la maggior parte dei comuni siciliani».

   Ogni giorno Alvano riceve telefonate di sindaci che lamentano le inefficienze causate dal blocco delle assunzioni che ha allontanato dalla pubblica amministrazione i professionisti più qualificati. Mancano ingegneri, architetti, tecnici specializzati. «Ma ci sono molti comuni che non hanno responsabili dell’ufficio tecnico o dell’ufficio finanziario. Senza un adeguato livello di progettazione definitiva ed esecutiva garantito da queste figure non si può accedere alle risorse del PNRR. Ci stiamo presentando a un appuntamento storico con le difficoltà che avevamo prima».

   Il governo sta cercando di rimediare alla mancanza di dipendenti con due diversi programmi per consentire agli enti locali di assumere nuove persone dopo il blocco degli ultimi anni. Verrà presentato un emendamento al decreto legge PNRR (dl 152/2021) all’esame della commissione bilancio della Camera per consentire ai comuni di assumere fino a 15mila dipendenti a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del PNRR.

   In sostanza, alla possibilità di assumere determinata sulla base della sostenibilità finanziaria, cioè a un rapporto tra entrate e spese che sia sostenibile, si aggiunge una seconda possibilità di assumere che favorisce i comuni più piccoli secondo parametri che, però, non sono stati ancora comunicati.

   Questa soluzione consentirà, tra le altre cose, di non occupare i posti per le assunzioni a tempo indeterminato: in questo modo i comuni potranno comunque potenziare il personale e assumere professionisti a tempo determinato dedicati esclusivamente ai progetti del PNRR.

   L’ANCI ha stimato che grazie a questi correttivi si potranno liberare risorse economiche per 600 milioni di euro. Il presidente dell’ANCI, il sindaco di Bari Antonio Decaro, ha detto che questo emendamento è «una prima risposta, ma dobbiamo salutarla come un passo avanti, indispensabile affinché i comuni possano far fronte allo stesso tempo alle loro funzioni ordinarie e, in aggiunta, all’impegno straordinario di varare e poi attuare i programmi del PNRR che li riguardano».

   Da pochi giorni, inoltre, il ministero della Pubblica amministrazione ha pubblicato gli avvisi per il reclutamento di mille tecnici ed esperti che aiuteranno gli enti locali a gestire i progetti del PNRR: ingegneri, architetti, biologi, chimici, fisici, esperti giuridici, digitali e gestionali, informatici, statistici, agronomi, geologi, geometri. Sono tra coloro che formeranno le squadre di “pronto intervento PNRR”, si legge sul sito del ministero della Pubblica amministrazione, per «eliminare i colli di bottiglia» sui territori, supportare le amministrazioni locali nella gestione delle procedure complesse, dagli appalti alle autorizzazioni ambientali, e accelerare l’attuazione dei progetti e degli investimenti.

   I mille professionisti ed esperti, destinati per il 40 per cento alle regioni del Sud e per il 60 al Centro Nord, rimarranno al lavoro per tre anni. I tempi di candidatura sono stati molto ridotti, dal 30 novembre al 6 dicembre, e non si sa ancora quanti tecnici si sono fatti avanti. (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 7/12/2021)

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IN VENETO

FUSIONE TRA COMUNI, PIOGGIA DI FONDI MA I CAMPANILI RESISTONO

di Valeria Zanetti, da IL SOLE 24ORE del 17/12/2021

– Aggregazioni. Aumentano i contributi statali alle unioni tra amministrazioni: nel 2021 hanno superato gli 11,4 milioni. Il Veneto è al quarto posto in Italia per volumi, a Vicenza il primato delle consultazioni Criteri. I contributi statali vengono erogati per 10 anni dalla fusione e a questi si aggiungono ulteriori risorse assegnate dalla Regione Veneto ed altre forme di premialità. A livello statale, gli stanziamenti sono aumentati ininterrottamente dal 2014 ad oggi, passando da 9,5 milioni a 84,6 milioni, in virtù dell’incremento del numero di fusioni e dell’ampliamento del fondo ad esse dedicato Il primato. Va a Borgo Valbelluna il contributo maggiore, pari a 2 milioni, oltre 300 mila in più rispetto allo stanziamento iniziale. Ricchi anche gli incentivi di Alpago e Longarone, oltre 1,2 milioni, con Alpago che ha ottenuto un extra di circa 115 mila euro, mentre a Longarone è stato confermato l’importo iniziale. Borgo Veneto e Valbrenta ricevono quasi un milione di euro a testa –

   L’ultimo tentativo è naufragato ad ottobre. Il progetto di fusione di Cona con Cavarzere, nel Veneziano, è stato affondato dagli abitanti del primo Comune, a seguito di un sondaggio promosso dal sindaco, Alessandro Aggio. Un esempio non certo isolato, in Veneto, dove negli anni sono state progettate innumerevoli integrazioni tra municipi, 29 arrivate a referendum, 14 approvate e 15 respinte.

   Alla provincia di Vicenza va il primato per consultazioni promosse, otto in totale, cinque delle quali andate a buon fine. Seguono Belluno, sette tentativi e cinque approvazioni, e Padova con cinque consultazioni, due con esito positivo. Verona ha provato tre volte, ma il responso delle urne è sempre stato negativo. Venezia non è mai riuscita neppure ad arrivare a un referendum. C’è da aggiungere che, in due votazioni che hanno sancito il via alle fusioni, la proposta non è stata accettata dai cittadini di tutti i Comuni interpellati, come accaduto per Borgo Veneto, nel Padovano, e a Valbrenta, nel Vicentino. Nel primo caso Megliadino San Vitale si è sfilato dalla creatura amministrativa, in procinto di nascere dall’aggregazione tra Megliadino San Fidenzio, Saletto e Santa Margherita d’Adige. Nel secondo, Solagna ha rifiutato di confluire con Campolongo sul Brenta, Cismon del Grappa, San Nazario e Valstagna.

   Eppure l’ostilità verso i processi di aggregazione dovrebbe essere superata guardando ai vantaggi economici che comporta dall’entrata in vigore del decreto legge numero 95/2012 (meglio conosciuto come “Spending Review”), successivo alla formazione dei primi due supercomuni di Porto Viro, nel Rodigino e Due Carrare, nel Padovano, esclusi infatti dagli incentivi. Il testo prevede che il nuovo ente ottenga, per 10 anni, un contributo pari al 60% dei trasferimenti statali spettanti ai municipi d’origine nel 2010, prima dei tagli che ne hanno dimezzato i plafond.

   Anche l’importo massimo attribuibile a una fusione è stato negli anni aumentato, da 1,5 a 2 milioni di euro. A ciò si aggiungono ulteriori risorse assegnate dalla Regione ed altre forme di premialità.

   Il risultato lo evidenzia una recente analisi di Fondazione Think Tank Nord Est, elaborata a ridosso del riparto definitivo 2021. Nel 2014, a livello statale, lo stanziamento per le integrazioni era di circa 9,5 milioni balzati a 84,6 milioni, per l’incremento del numero di processi andati a buon fine e l’ampliamento del fondo dedicato. In Veneto le risorse sono salite da 600mila euro agli attuali 11,4milioni per 12 supercomuni, collocando la regione al quarto posto in Italia per volume di contributi ricevuti. L’assegno più consistente è andato a Borgo Valbelluna, nel Bellunese, che incassa 2 milioni di euro (+300 mila rispetto alla cifra iniziale).   Bene anche Alpago e Longarone, nella stessa provincia, che ricevono oltre 1,2 milioni ciascuno, con il primo ente che ottiene un extra di circa 115 mila euro, mentre a Longarone viene confermato l’importo iniziale. Borgo Veneto (Padova) e Valbrenta (Vicenza) incassano quasi un milione a testa, comprensivo di un extra di oltre 150mila euro. A Pieve del Grappa (Treviso) arrivano 900 mila euro (+141 mila euro), a Colceresa (Vicenza) quasi 840 mila euro (+157 mila), a Barbarano Mossano (Vicenza) poco meno di 800 mila euro (+124 mila), a Val di Zoldo (Belluno) 726 mila euro (+68 mila), a Lusiana Conco (Vicenza) 717 mila euro (+135 mila). Quero Vas (Belluno) ottiene anche quest’anno circa 584 mila euro; Val Liona (Vicenza) 456 mila euro (+ 57 mila).

   «In questo modo si creano le condizioni per il miglioramento dei servizi locali – ragiona Antonio Simeoni, vice presidente di Fondazione Think Tank Nord Est – e per la realizzazione di progetti, che senza queste risorse straordinarie non si potrebbero concretizzare nelle piccole comunità. L’aggregazione dei municipi rappresenta un’opportunità, perché consente di strutturare uffici comunali in grado di rispondere alle richieste di cittadini e imprese, mantenendo presidio del territorio e rapporto con la cittadinanza».

   Un messaggio che, tuttavia, pare difficile da veicolare in alcuni contesti. Nel Veronese, l’ultimo referendum fallito risale all’anno scorso. Non ha mai visto la luce il Comune di Borgo Veronese, poco più di 6mila abitanti, mettendo insieme Isola Rizza e San Pietro di Morubio, nella Bassa. Due anni prima era naufragato il tentativo di unire Roncà e San Giovanni Ilarione, ai confini con il Vicentino.

   «I fondi per la fusione possono essere utili in alcuni contesti dove c’è una evidente continuità territoriale e storica – spiega il presidente della Provincia di Verona e sindaco di Cologna Veneta, Manuel Scalzotto – Altrove, però, prevale la volontà di mantenere le proprie prerogative, come hanno ribadito anche i cittadini. Altra cosa ancora è accorpare alcuni servizi per garantire uffici con un’organizzazione adatta ad affrontare problemi complessi, aspetto che il piccolo Comune spesso non riesce a fare».

   Adesso però l’attenzione dei sindaci è catalizzata sui fondi del Pnrr. La terza via sta prendendo piede proprio in questi giorni, favorita dal lavoro di Anci Veneto. «Le fusioni, nonostante i vantaggi che possono comportare, richiedono un iter lungo, analisi approfondite e il voto affermativo della cittadinanza – descrive il presidente, Mario Conte – Invece in questi mesi dobbiamo raccogliere le opportunità offerte dal Piano nazionale di ripresa e resilienza». Si possono costruire aggregazioni tra Comuni, su esempio delle Ati, associazioni temporanee d’imprese. «Il modello si è appena concretizzato con il progetto della Grande Treviso, una comunità allargata tra il capoluogo e 20 Comuni dell’hinterland, dove ognuno mantiene identità e autonomia amministrativa, ma si condividono obiettivi e progettualità», conclude Conte.

(Valeria Zanetti, da IL SOLE 24ORE del 17/12/2021) 

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PNRR: QUALE IL RUOLO DEGLI ENTI LOCALI?

di Veronica Potenza, da https://www.entilocali-online.it/ del 13/9/2021

– Solo facendo squadra, i comuni di piccole dimensioni possono essere protagonisti –

DOSSIER ADNKRONOS A CURA DI CENTRO STUDI ENTI LOCALI

   È opinione diffusa che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenti una occasione unica per il rilancio di questo paese. Il volume delle risorse in ballo è, in effetti, già di per sé, straordinario: come noto, parliamo di 192,5 miliardi di euro di derivazione europea, cui si sommano i 30,6 miliardi del Fondo complementare con il quale il Governo ha integrato il PNRR avvalendosi di risorse nazionali.

   Importante è anche il fatto che queste risorse siano vincolate a un orizzonte temporale di sei anni e travalichino quindi la scadenza naturale della Legislatura. Questo, in qualche modo, obbliga l’Esecutivo a lanciare lo sguardo oltre il tradizionale “confine” del mandato che troppo spesso imbriglia, almeno in parte, l’azione governativa, spingendo a privilegiare quelle riforme che producono effetti immediati (non necessariamente le più efficaci sulla lunga distanza) per essere in condizione di raccogliere i consensi che queste produrranno.

   Ma che ruolo giocheranno gli enti locali nella partita? Assolutamente centrale, posto che saranno i destinatari di circa il 39% delle risorse in ballo. Buona parte degli obiettivi che il Piano si pone sono fortemente ancorati ai territori: dalla digitalizzazione, alle rinnovabili, passando per la riforma della Pubblica Amministrazione e le semplificazioni in materia di appalti, così come gli investimenti sul sociale: non c’è aspetto del PNRR che non investirà, in maniera più o meno diretta, le amministrazioni comunali.

   Queste avranno dunque un ruolo di primo piano nella messa a terra dell’ambiziosissimo pacchetto di riforme, interventi e investimenti che saranno – auspicabilmente – portati a termine entro il 2026.

L’attuazione degli interventi

Due le strade maestre attraverso le quali gli enti locali potranno accedere alle risorse del “Next generation Eu”:

– da un lato, per le Città metropolitane e gli enti di dimensioni elevate, ci sarà la possibilità di candidarsi per i “progetti bandiera” (c.d. “Flagship”);

– dall’altra l’emanazione di bandi ministeriali sul modello del bando per la rigenerazione urbana, attraverso i quali i finanziamenti raggiungeranno anche i Comuni di dimensione più modesta.

   Ricordiamo che dei 191,5 miliardi stanziati in favore del nostro Paese: 68.9 miliardi sono veri e propri sussidi (3.9% del Pil 2019) mentre i restanti 122.6 miliardi sono dei prestiti (6.8% del Pil 2019).

   L’unico grande potenziale nemico in questo scenario, zeppo di irripetibili opportunità per il Paese, sembra essere il fattore tempo. I fondi dovranno essere impegnati entro la fine del 2023, e gran parte degli esborsi dovrebbe esser fatta entro il 2024, per potenziarne l’effetto anticiclico.

   Questo cronoprogramma è lontano anni luce da quelli che sono gli standard del nostro Paese in termini di capacità di spesa dei fondi comunitari. Le amministrazioni pubbliche italiane hanno purtroppo dimostrato negli anni di avere una storica, quasi “cronica”, incapacità di effettuare sistematicamente valutazioni ex ante dei Progetti e valutazioni ex post dei loro risultati. Un limite enorme che ci ha sempre impedito di sfruttare adeguatamente le possibilità offerte dall’utilizzo dei fondi comunitari e che ci ha portato, ad esempio, a spendere soltanto 34 dei 73,73 miliardi a sua disposizione derivanti dai “Fondi strutturali e di investimento europei 2014-2020”.

   Con riferimento ai 51 Programmi Operativi cofinanziati dal FESR e dal FSE del ciclo 2014-2020, la Commissione europea ha certificato che la nostra spesa al 31 dicembre 2020, è stata di circa 21,3 miliardi di euro (21.272.582.235), ovvero circa il 42% del totale delle risorse programmate pari a 50,5 miliardi di euro.

Cifre irrisorie rispetto a quelle che avremo a disposizione da qui al 2026.

   È quindi necessario che tutti gli attori che saranno coinvolti nell’attuazione degli interventi, primi tra tutti gli enti locali – che costituiscono un imprescindibile anello di congiunzione tra Stato e territorio – facciano uno sforzo straordinario per assicurare ritmi senza precedenti in termini di progettazione, attuazione e rendicontazione dell’ambiziosissimo parco progetti per il quale il Piano ha gettato le basi.

   Ad oggi però sono pochissimi gli enti che hanno risorse umane sufficienti per reggere il colpo. Basti pensare che oltre 5mila dei quasi 8mila comuni italiani, contano meno di 5.000 abitanti. Se si considera che, complici i vincoli imposti per anni dalla spending review, gli enti locali hanno perso circa 115.000 unità di personale perse negli ultimi 10 anni (pari a più del 20% del totale), stiamo parlando di amministrazioni in cui molto spesso il numero di dipendenti è ridotto al lumicino e il dirigente dei servizi finanziari è costretto a fare praticamente da factotum, spaziando dagli appalti al bilancio, passando per personale, sociale ecc..

   Come più volte ribadito dal Ministro alla P.A. Renato Brunetta, questo problema sarà almeno in parte alleggerito dai nuovi ingressi attesi nelle fila degli organici degli enti pubblici italiani, ma è difficile immaginare che le nuove leve possano gestire tutto ciò, in autonomia, dal giorno zero. Il mancato ingresso graduale del personale, negli ultimi decenni, non ha prodotto il solo effetto negativo di far progressivamente svuotare gli uffici. Ha anche fatto sì che sia mancato quell’affiancamento prolungato tra dipendenti “senior” e “junior” che fa sì che ci sia una progressiva e graduale formazione sul campo delle nuove risorse umane. Queste ultime rischiano infatti ora di trovarsi in massa a gestire compiti di estrema complessità, come quelli legati ai programmi europei, senza avere un adeguato bagaglio esperienziale.

   Altro grande tema è quello dell’età media dei dipendenti pubblici italiani: 50,7 anni. Nelle fila delle P.A. italiane la quota degli under 30 è praticamente inesistente (2,9%), mentre quasi il 17% dei dipendenti pubblici ha superato la soglia dei 60 anni.

   Non meno importanti la mancata valorizzazione delle competenze (avanzamenti di carriera legati all’anzianità più che al merito e premi distribuiti a pioggia senza mettere in atto realmente, se non in pochi casi, reali valutazioni della performance) e la progressiva erosione degli investimenti nella formazione dei dipendenti.

   Il combinato disposto di tutti gli elementi di cui sopra, ci restituisce l’immagine di una P.A. che ha bisogno di nuove leve, sì, ma anche di essere profondamente riformata affinché non fallisca questo “appuntamento con la storia”.

   Per sopperire a tutte queste criticità, è fondamentale, a nostro avviso, che gli enti locali uniscano le forze e che si muovano sempre di più nella direzione della progettazione condivisa. Convenzioni e collaborazione tra uffici ed enti, possono essere la risposta per far sì che anche i territori più periferici, fatti di piccoli centri, non restino fuori dalla partita del PNRR.

   Solo unendo le proprie forze e facendo rete attraverso le varie forme di associazionismo, più o meno strutturate (dalle unioni alle fusioni, dalle convenzioni relative a specifici servizi passando per semplici accordi “di scopo”, magari sotto la guida di specifiche cabine di regia create ad hoc per gestire dei maxi progetti), i piccoli comuni possono mettersi in condizione di cogliere l’opportunità del Recovery e assicurare standard più alti e costi inferiori, sopperendo così a quei limiti atavici che si portano dietro da decenni. (Veronica Potenza)

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PNRR, AL VENETO 108 MILIONI PER 154 PROGETTI NEL SOCIALE: PARTE LA CORSA

da https://mysuperabile.inail.it/ del 23/12/2021

– Dalla famiglia alla disabilità, dai servizi sociali alla povertà, l’assessora Manuela Lanzarin: “Abbiamo vincoli e tempi molto stretti, la regione aiuterà i territori” –

   “Abbiamo una grossa opportunità da cogliere. Per il Veneto sono stati messi a disposizione 108 milioni di euro per 154 progetti nell’area del sociale, ma ci sono vincoli e tempi molto stretti da rispettare. La Regione ha la volontà di accompagnare i territori non solo a livello di regia, ma anche di supporto concreto nella presentazione dei progetti che devono essere presentati dai 21 ambiti territoriali sociali (Ats). Realtà che oggi, per vari motivi a partire dal quadro normativo in via di definizione, sono ancora fragili. Faremo ogni sforzo possibile per accompagnare i territori e ottenere il massimo delle risorse a disposizione in un ambito che oggi, ancor più alla luce degli effetti della pandemia, assoluta importanza che è quello dei servizi sociali, disabilità e marginalità sociale”.

   Così Manuela Lanzarin, assessore regionale a sanità e sociale, ha introdotto la presentazione del Piano Operativo Nazionale, Missione 5 componente 2 Pnrr, ai 21 referenti degli ambiti sociali, ai nove presidenti delle conferenze dei sindaci, ai presidenti dei comitati dei sindaci, ai direttori dei servizi sociosanitari delle nove aziende Ulss del Veneto e ai rappresentanti dell’Anci Veneto. Tutti convocati d’urgenza per una riunione al Padiglione Rama di Mestre ieri pomeriggio, alla luce del decreto ministeriale che venerdì scorso ha dato il via libera al provvedimento attuativo del Pnrr per quanto riguarda la Missione 5 “Inclusione e sociale” nello specifico della Componente 2 dedicata a Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore. I soggetti attuatori devono essere gli Ats che in Veneto sono 21.

   In particolare, dei fondi ‘sociali’ del Pnrr, 4.441.500 euro vanno a 21 progetti di sostegno alle capacità genitoriali e prevenzione della vulnerabilità delle famiglie e dei bambini; 24.600.00 euro per 10 progetti di autonomia degli anziani non autosufficienti; 5.280.000 euro per 16 progetti di rafforzamento dei servizi sociali domiciliari per dimissione anticipata assistita e prevenzione ospedalizzazioni; 3.570.000 euro per 17 progetti per rafforzamento dei servizi sociali e prevenzione burn out degli operatori; 41.470.000 euro per 58 progetti per percorsi di autonomia delle persone con disabilità; 11.360.000 euro 16 progetti per prevenire la povertà estrema attraverso housing first; 17.440.00 euro per 16 progetti per la creazione di centri servizi di prevenzione della povertà estrema.

   I dettagli relativi al piano e alle risorse a disposizione per ciascuna sottocomponente sono stati illustrati da Pierangelo Spano, componente della cabina di regia Pnrr e neodirettore dell’Area Sociale di Regione del Veneto, e dai dirigenti regionali d’area. Spano, in particolare, ha sottolineato i termini del cronoprogramma. Per la presentazione dei progetti: le regioni entro il 31 gennaio dovranno comunicare al ministero le manifestazioni d’interesse degli Ats, il 15 febbraio è prevista la pubblicazione del ed entro il 31 marzo dovranno essere presentate le proposte progettuali. Per l’estate sono previsti i decreti ministeriali di approvazione dei progetti.

   “Dobbiamo cercare di capire insieme come procedere- sottolinea Lanzarin- nonostante tutte le richieste, le Regioni sono state un po’ tagliate fuori dal percorso di approvazione di questi provvedimenti, ma è chiaro che agli Ats, che in Veneto sono 21 e non hanno ancora una configurazione ben definita, serve il sostegno della Regione per rispettare le scadenze e accedere ai finanziamenti”.

   Si tratta dunque “di avviare un numero cospicuo di progetti in tempi rapidissimi- conclude Lanzarin- nel contesto dell’ampia sfida di programmazione delle politiche sociali con applicazione dei Leps che prevede la definizione di numerosi strumenti di governance. Attiveremo da subito un coordinamento, attraverso il tavolo regionale delle politiche sociali, per rispettare i tempi. Dopo di che punteremo all’approvazione della legge regionale sugli Ats. Sono certa che con la collaborazione e la condivisione di tutti arriveremo all’obiettivo”. La Regione raccoglierà le manifestazioni d’interesse, attraverso una scheda di candidatura, entro il 21 gennaio. Da queste saranno selezionate le proposte da inviare al ministero entro il 31 gennaio. 

……….

LA CORSA AI FONDI DEL PNRR IN VENETO, IL PD: “RITARDO INACCETTABILE SUGLI AMBITI TERRITORIALI”

di Enrico Ferro, da “Il Mattino di Padova” del 24/12/2021

– Partito democratico all’attacco sulla gestione dei 108 milioni per il sociale, Possamai, Bigon e Zottis: «No al depotenziamento del ruolo dei Comuni» –

VENEZIA. Sono in arrivo 108 milioni di euro per il Veneto, destinati a 154 progetti per il sociale. Ma non è per niente scontato che quei soldi arrivino. O meglio: perché succeda bisogna rispettare regole ben precise, quelle previste dal Pnrr. I tempi, prima di tutto. Entro il 31 gennaio vanno comunicati al ministero le manifestazioni d’interesse degli ambiti territoriali sociali (Ats) ed entro il 31 marzo dovranno essere presentate le proposte progettuali.

   I decreti ministeriali di approvazione dei progetti sono attesi nei mesi estivi e il percorso per arrivarci è cadenzato da date ben precise.

   Ma il vero problema è un altro. Il Veneto non ha mai normato la struttura organizzativa e giuridica degli Ats.  Tanto che l’assessora Lanzarin ha fatto capire di voler rimediare in tutta fretta.

   Attualmente ciascuno di questi ambiti territoriali in Veneto deve gestire i servizi sociali integrati di territori con una popolazione media di circa 230 mila abitanti, contro la media nazionale di circa 85 mila.

   «La Regione deve accelerare con la legge sugli ambiti territoriali sociali e relativo regolamento: ci sono un assetto e un’organizzazione da rivedere per farli funzionare al meglio e rispondere in modo adeguato alle necessità dei cittadini. Purtroppo siamo in fortissimo ritardo», lamentano le consigliere del Pd Francesca Zottis e Anna Maria Bigon, insieme al capogruppo Giacomo Possamai.

   Uno dei punti cruciali quindi, oltre al rispetto delle scadenze, è la mancanza di una struttura amministrativa che gestisca le risorse destinate al sociale in modo condiviso.

   «È fondamentale da un lato la previsione dei sub-ambiti, dall’altro la presenza di figure professionali ad hoc, esperti in progettazione e rendicontazione, che accompagnino i tecnici dei Comuni. È indispensabile la definizione e la scrittura dei progetti insieme alle Usl. Non possiamo accettare che ci sia un depotenziamento del ruolo dei Comuni per semplificare le procedure».

   I 108 milioni di euro sarebbero così suddivisi: 4,4 milioni per 21 progetti di sostegno alle capacità genitoriali e prevenzione della vulnerabilità delle famiglie e dei bambini; 24,6 milioni per 10 progetti di autonomia degli anziani non autosufficienti; 5,28 milioni per 16 progetti di rafforzamento dei servizi sociali domiciliari per dimissione anticipata assistita e prevenzione ospedalizzazioni; 3,57 milioni per 17 progetti per il rafforzamento dei servizi sociali e prevenzione burn out degli operatori; 41,4 milioni per 58 progetti per percorsi di autonomia delle persone con disabilità; 11,36 milioni per 16 progetti per prevenire la povertà estrema attraverso housing first; 17,4 milioni per 16 progetti per la creazione di centri servizi di prevenzione della povertà estrema.

   «Un altro aspetto da affrontare in fretta è quello della struttura organizzativa degli ambiti che vada nella direzione di poter portare a termine le progettualità senza sovraccaricare e mettere in difficoltà i Comuni, specialmente quelli capofila o rischiare di duplicare gli interventi. Sollecitiamo perciò la Regione a istituire a breve dei tavoli di confronto che abbiano al centro il modello organizzativo, come accade già in Emilia Romagna o Marche. Non è accettabile che il Veneto sia l’ultima Regione in termini di legislazione sugli Ats: da troppo tempo chiediamo di essere coinvolti in Consiglio, ma questo finora non è mai stato fatto. Siamo in ritardo di 20 anni», incalzano i consiglieri dem.

   Il Pd teme che le regioni avanti in tema di Ats abbiano un vantaggio competitivo importante nel catalizzare i fondi. Possamai, Zottis e Bigon chiedono inoltre da tempo un momento di confronto e un consiglio regionale straordinario sulle scelte che la Regione sta compiendo in materia di Pnrr.

   «Gli Ats danno centralità ai Comuni, mentre la Regione ha sempre dato centralità soltanto alle Usl. In questo modo però i sindaci perdono sempre più centralità e potere», ragionano. (Enrico Ferro)

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