IL NUCLEARE È ENERGIA VERDE IN EUROPA?? – La ripresa del progetto nucleare (per aiutare la FRANCIA a risistemare le sue obsolete centrali) con l’inserimento dei reattori atomici tra le energie pulite sembra (è) cosa fuori del tempo (e la GERMANIA si astiene, pur chiudendo le sue centrali) – E l’ITALIA?

“(…) IL DADO È (QUASI) TRATTO – IL VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS È SCRITTO nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della FRANCIA per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la GERMANIA avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. IL NUCLEARE SARÀ INCLUSO TRA LE FONTI ENERGETICHE INDICATE DALLA COMMISSIONE UE COME MERITEVOLI DI RICEVERE UN SOSTEGNO ECONOMICO nell’ottica di riduzioni delle emissioni. La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però L’OK È SCRITTO NERO SU BIANCO. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la FRANCIA, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021) – (l’immagine qui sopra è ripresa da https://www.qualenergia.it/ )

   La Commissione Europea ha preso una decisione, in tema di impianti energetici, che sconfessa la sua volontà, finora espressa, di perseguire un Green Deal. Infatti il nucleare viene incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione come meritevoli di ricevere un sostegno economico: questo nell’ottica delle riduzioni delle emissioni, cioè che le centrali nucleari non producono Co2, e allora vanno bene. La bozza del piano elaborato dalla Commissione Ue, prevede infatti l’inclusione proprio del nucleare (a del gas naturale) nella tassonomia Ue (cioè nella lista delle attività definite sostenibili da Bruxelles).

“(…) A metà 2021 si contavano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019. Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima. (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) (nell’immagine: la situazione degli impianti nucleari nel mondo – sempre da https://www.reteclima.it/)

   E’ evidente che questa decisione è pesantemente condizionata dalla Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma; ma che anche deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti (la maggior parte molto vecchi). Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro (e c’è bisogno dell’aiuto Ue).

   Interessante il fatto che se “solo” Germania, Austria, Spagna e Lussemburgo si sono all’inizio opposte a questa decisione, nel giro di 24 ore la Germania ha fatto sapere, attraverso il nuovo cancelliere Scholz, che non si opporrà più, che si asterrà su questa decisione. Una decisione necessitata dal mantenere stretti rapporti di amicizia con la Francia, oltreché forse dal fatto che la Germania (che sta spegnendo tre delle sue ultime sei centrali nucleari) si è accorta di avere molto pochi alleati per un’eventuale opposizione. E anche della necessità di aiutare l’alleato Macron che in aprile di quest’anno dovrà affrontare non facili elezioni presidenziali per una sua possibile riconferma.

“(…) Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020. Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1). In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più…(…) La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (L’IMMAGINE: Costruzione centrali nucleari negli anni, sempre da https://www.reteclima.it/)

   E così l’Unione Europea apre la possibilità concreta di rilanciare l’energia nucleare come fonte green; produzione di energia nucleare in questo periodo storico per tanti motivi in crisi (vi invitiamo a leggere quanto scrive “ReteClima” sul tema riportato in questo post qui di seguito). Nucleare green assieme anche al gas naturale: con la condizione per quest’ultimo che la sua emissione di Co2 non superi i 270 grammi per kilowatt; e che il via libera a nuovi investimenti nel gas avvenga solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Sul gas (di cui l’Italia usufruisce per la maggiore) ci troviamo d’accordo nel considerarlo combustibile fossile “di transizione” nel passaggio completo alle fonti rinnovabili, il male minore; che invece il nucleare passi come una energia rinnovabile ed ecologica, ci sembra cosa incredibile.

NUCLEARE, LA GERMANIA fa retromarcia: SI ASTERRÀ sulla decisione Ue di inserirlo tra le energie pulite
Nonostante le parole di fuoco del ministro dell’Economia e leader dei Verdi contro la proposta della Commissione, il governo SCHOLZ (nella foto il nuovo cancelliere Olaf Scholz) ha deciso di non chiedere modifiche al testo: Berlino sa di non avere molti alleati

   Incidenti catastrofici che hanno segnato il dolore e la vita di milioni di persone (Cernobyl, Fukushima, il pericolo scampato a Three Mile Island….), il fatto che l’atomo sia pericolosissimo (e costosissimo è fare centrali…), che le scorie radioattive abbiamo effetti letali per decine di migliaia di anni (eredità nostra al mondo futuro, umano, ma anche animale e vegetale….), tutto questo non conta, in prospettiva poi di ribadire l’avvento di un Green Deal, una nuova era verde…..

Evoluzione tra il 2009 e il 2020 del prezzo della generazione elettrica con diverse tecnologie (immagine da https://www.dw.com/)

   Il 2022 parte dunque, sul versante energetico per l’Europa, con una delusione rispetto alle aspettative finora espresse, di una svolta energetica: ci troviamo invece tra la necessità di andare decisamente verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, e dall’altra al contrario di ribadire un percorso nuclearista che ritenevamo oramai superato (almeno nell’Unione Europea, pur riconoscendo l’anomalia dei cugini francesi…).

L’ETÀ MEDIA della flotta di reattori nucleari in operazione è in crescita, ATTESTANDOSI OGGI A 30,7 ANNI: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni. (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021)

   E anche l’Italia tacerà, si adeguerà; divisa sui contenuti energetici al suo interno; e pur ricordandosi il referendum (del 1987) di bocciatura del nucleare; e della improbabilità nel nostro Paese che si voglia riprendere un progetto nuclearista (in Italia non si riesce ancora a “collocare definitivamente” -triste dicitura…- il lascito delle scorie radioattive prodotte quarant’anni fa).

   La strada che sembrava prospettarsi positivamente fino a qualche mese fa, appariva assai condivisibile: un modello energetico fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione (noi avremmo solo aggiunto qualcosa sul risparmio energetico). Ora la situazione è diversa.

Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa (immagine da https://www.reteclima.it/)

   L’iter per questa decisione europea, che porterà a consistenti finanziamenti per i Paesi che hanno centrali nucleari, in primis la Francia, ma anche per chi vorrà (o chiederà) di perseguire il progetto di reattori atomici, questo iter di approvazione della bozza di Bruxelles ha un percorso non breve: il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e dei governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo; e poi la decisione entrerà in vigore nel 2023…e anche se adesso pertanto nulla è ancora definitivo, è presumibile che il tutto possa passare. Una decisione a nostro avviso scellerata. Un passo indietro per una vera “nuova Europa”. (s.m.)

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ALLO STUDIO IMPIANTI NUCLEARI DI IV GENERAZIONE (in possibile costruzione tra non meno di 10 anni) “(…) I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive (ridotta la loro vita a soli 300 anni!!!).   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR). Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo “i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo(da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (Immagine: STOP NUCLEARE, da https://www.dw.com/)

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RETECLIMA

ANACRONISTICO NUCLEARE: IL MERCATO HA SCELTO LE FONTI RINNOVABILI, PIÙ ECONOMICHE E SICURE

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

   Le fonti energetiche rinnovabili costano circa quattro volte in meno rispetto al nucleare.

Nel 2020 produrre 1 kWh di elettricità con il fotovoltaico è costato in media 3,7 $/kWh, con l’eolico 4 $/kWh, con il gas è costato 5,9 $/kWh, con il carbone 11,2 $/kWh e con il nucleare ben 16,3 $/kWh .

   A riportare questi dati è il “World Nuclear Industry Status Report 2021” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

   Il rapporto è stato curato da Mycle Schneider, consulente energetico indipendente con sede a Parigi, che nella stesura ha coinvolto numerosi altri esperti internazionali e prestigiose università (Harvard, British Columbia, Tokyo, Berlino).

LA SITUAZIONE DEGLI IMPIANTI NUCLEARI NEL MONDO

A metà 2021 si contano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019.

   Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima.

   Tutto questo non vale però per la Cina, dove si concentrano le nuove installazioni, senza la quale la diminuzione della produzione sarebbe ancora maggiore: nel 2020, la Cina ha infatti prodotto per la prima volta più elettricità nucleare della Francia, paese che ricava dal nucleare il 71% della propria energia, risultando seconda solo agli Stati Uniti.

   Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020.

   Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1).

   In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più, comprese due unità la cui costruzione ha avuto inizio rispettivamente 36 e 45 anni fa.

   La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti. Si tratta di un classico cane che si morde la coda: le aziende costruttrici sono costrette ad aumentare in itinere la potenza dei generatori, nello sforzo di utilizzare l’economia di scala per rimediare a costi ormai insostenibili, e così questi costi crescono ancora.

   Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa.

   L’età media della flotta di reattori in operazione è in crescita, attestandosi oggi a 30,7 anni: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni.

   A metà 2021 il WNISR 2021 conta un totale di ben 196 reattori chiusi, di cui solo 20 sono stati completamente smantellati, mentre i rimanenti sono o in attesa di decommissioning o in fasi diverse del processo di chiusura.

   Ricordiamo che, come capita anche per le centrali a carbone o a gas, ovviamente anche i reattori nucleari hanno una “data di scadenza”, cioè un periodo di tempo predeterminato di operatività oltre il quale non è più possibile – o economicamente sostenibile – mantenerli attivi.

   I primi impianti (di I e II generazione) erano stati progettati per funzionare per un periodo di circa 30 anni, mentre per le centrali più moderne la durata operativa potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

   Alla fine di questo periodo è necessario iniziare il cosiddetto processo di decommissioning, che consiste in una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento completo dell’impianto: la durata media di questo processo è di circa 20 anni.

   I fondi stanziati dai governi per queste operazioni vanno dai 23-38 miliardi di euro di Francia e Germania, fino ai 109-250 miliardi di euro stimati nel Regno Unito. Gli autori del report sottolineano, però, che né Francia né U.K. hanno mai smantellato completamente alcun reattore; quindi, al momento, abbiamo a disposizione solo delle stime e nessun dato economico reale a consuntivo.

LA NUOVA GENERAZIONE DI REATTORI

Ma allora perché si continua, anche in Italia, a parlare di nucleare come di un’opzione fattibile?

   I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive.

   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).

   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR).

   Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. I componenti di questi reattori possono essere assemblati in fabbrica prima di essere inviati al sito di costruzione, inoltre, è possibile installare più unità (moduli) nello stesso impianto, in modo da poter regolare la potenza erogata in base alle necessità

   Molti di questi reattori, infine, adottano la cosiddetta “sicurezza passiva”, cioè non richiedono l’intervento umano per l’attivazione delle misure emergenza.

   Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo. “I cosiddetti reattori avanzati di vario tipo, compresi i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), fanno molto rumore nei media, hanno ottenuto diversi finanziamenti pubblici, ma i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo.

   I pochi esemplari in costruzione (Argentina, Cina, India) hanno subito numerosi ritardi e ci vorranno ancora anni per il loro completamento.

   In Russia i due mini-reattori montati su una chiatta galleggiante nell’Artico, connessi alla rete nel 2019, hanno avuto un costo per unità di generazione pari al doppio di quello delle più costose centrali di III generazione: in Corea del Sud il reattore SMART non risulta appetibile ai privati in quanto economicamente non competitivo.

   In conclusione; pur essendo potenzialmente interessanti a livello teorico, purtroppo si tratta di tecnologie ancora allo stadio embrionale che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040.

   La transizione energetica non può però aspettare questi tempi, deve essere attuata immediatamente: aspettare altri dieci anni (o più) implicherebbe quasi sicuramente superare i +2°C di aumento della temperatura media globale, la soglia limite concordata negli accordi climatici internazionali.

LE RINNOVABILI HANNO GIÀ VINTO SUL MERCATO

Il capitolo finale della pubblicazione offre un paragone impietoso tra nucleare e rinnovabili da un punto di vista economico.

   Nel 2020 la capacità nucleare netta è aumentata di 0,4 GW, mentre sono stati installati ben 256 GW di rinnovabili non idroelettriche (soprattutto eolico e fotovoltaico).

   L’investimento totale in nuova elettricità ottenuta da solare ed eolico ha superato i 300 miliardi di dollari, ben 17 volte il valore degli investimenti globali effettuati per l’energia nucleare: serve però sottolineare anche il fatto che i finanziamenti al nucleare sono essenzialmente pubblici (non solo in Cina e Russia, ma anche in Francia), mentre le rinnovabili hanno da tempo attirato l’interesse e gli investimenti dei privati.

   Per quanto riguarda i costi, l’analisi dell’LCOE* (basata sulle autorevoli stime di Lazard), mostra che, tra il 2009 e il 2020, i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi del 90%, quelli dell’eolico del 70%, mentre per il nucleare questi costi sono aumentati del 33%.

   Nel 2020 le rinnovabili nell’UE (compreso l’idroelettrico) hanno superato per la prima volta i combustibili fossili diventando la fonte primaria di elettricità; inoltre, anche senza l’idroelettrico, hanno per la prima volta generato più energia dei reattori nucleari.

   “Le rinnovabili oggi sono diventate così economiche che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi di base delle centrali nucleari”

   “Oggi dobbiamo mettere al primo posto la questione dell’urgenza […] ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica perché questo denaro non può essere usato per investire in opzioni più efficienti di protezione del clima.” (MYCLE SCHNEIDER, intervista rilasciata a DW)

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

*L’LCOE (Levelized Cost of Energy) è una misura sintetica della competitività economica complessiva delle diverse tecnologie di generazione di energia. Rappresenta il costo di produzione di 1 MWh di energia elettrica generata, comprensivo dei costi di costruzione e di gestione dell’impianto di generazione (tratto dal sito ENEA).

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COMMISSIONE UE, VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS COME FONTI UTILI PER LA TRANSIZIONE VERDE. ALL’ATOMO AIUTI FINO AL 2045

da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021

– Il via libera a nucleare e gas è scritto nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della Francia per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la Germania avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. Salvini: “Pronti a raccogliere firme per referendum” –

   Il dado è (quasi) tratto. Il nucleare sarà incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione Ue come meritevoli di ricevere un sostegno economico nell’ottica di riduzioni delle emissioni. Il quotidiano inglese Financial Times riporta oggi i contenuti della bozza del documento finale che la Commissione si appresta a sottoporre a governi e parlamento europeo.

   La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però l’ok è scritto nero su bianco. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro.

   Parigi ha prevalso su Berlino che è invece molto più scettica sul nucleare. Tanto da avere ormai avviato il programma di spegnimento delle sue 6 centrali. A chiudere sono stati sinora gli impianti di Brokdorf (Schleswig-Holstein), Grohnde (Bassa Sassonia) e Gundremmingen (Baviera). In funzione da 36 anni la centrale di Grondhe produceva quasi 410 miliardi di kilowatt/ora, più di qualsiasi altra al mondo. Gli ultimi tre impianti in funzione si trovano in Baviera, Baden-Wuerttemberg e Bassa Sassonia.

   La Commissione include in quella che in gergo viene denominata “tassonomia verde” anche il gas. Una scelta che avvantaggia in primo luogo l’Italia, grande utilizzatrice di questo combustibile fossile. Il gas inquina meno di carbone e petrolio ma emette comunque Co2.

   Il problema del nucleare è invece legato allo smaltimento delle scorie e a ai rischi legati ad eventuali malfunzionamenti delle centrali. Nelle ultime settimane la Francia ha bloccato diversi reattori proprio per problemi emersi sul fronte della sicurezza.
   Nonostante tutto, però, Matteo Salvini approfitta della notizia diffusa dal Financial Times per cavalcare il tema dell’emergenza energetica. “Sembra che finalmente anche la commissione si prepari a riconoscere gas e nucleare come energie green. L’Italia non può stare ferma”, dice il leader del Carroccio. Che aggiunge: “La Lega è pronta anche a raccogliere le firme per un referendum che porti il nostro Paese in un futuro energetico indipendente, sicuro e pulito”.

   La bozza visionata dal Financial Times specifica che l’energia nucleare dovrebbe essere considerata una fonte sostenibile purché i paesi che ospitano le centrali siano in grado di smaltire in piena sicurezza i rifiuti tossici e di non causare “nessun danno significativo” all’ambiente. A queste condizioni la costruzione di nuove centrali nucleari sarà considerata “green” almeno fino al 2045.

   Paletti aggiuntivi sono previsti anche per il gas. In particolare la Co2 emessa non dovrà superare i 270 grammi per kilowatt. Il via libera a nuovi investimenti nel gas arriverà solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e di governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo. (da Il Fatto Quotidiano del 1/1/2021)

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IL SEMAFORO OSCURA IL VERDE, BERLINO NON VUOLE LITI CON PARIGI SUL NUCLEARE

di Claudio Paudice, 4/1/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

– Dopo il duro attacco, Scholz prende atto che non si può fare di più. Altro esempio, secondo i critici, dell’ambientalismo di facciata tedesco –

   La protesta è durata solo un giorno e ha fatto rapidamente posto alla presa d’atto che oltre non si può andare. Il nuovo governo federale tedesco non si opporrà alla decisione della Commissione Europea di inserire l’energia prodotta dal nucleare di vecchia generazione nella tassonomia green.

   La ministra dell’Ambiente Steffi Lemke vede poche possibilità che la Ue cambi i suoi piani sulla proposta in merito alla classificazione delle energie pulite. “Ho dei dubbi che la proposta sia ancora suscettibile a modifiche o che possa essere fermata”. Un emendamento della proposta sarebbe possibile solo se la maggioranza degli Stati membri dicesse no a questa proposta, aveva spiegato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen qualche tempo fa.

   La ministra ha poi ribadito quanto già ricordato lunedì dal portavoce del governo tedesco: “La Spd, il cancelliere Olaf Scholz, hanno chiarito che dal punto di vista del governo tedesco il nucleare non è un investimento sostenibile” sotto il profilo ambientale. Ma la protesta finisce qui, e comunque non sembra poter sfociare in una iniziativa congiunta, annunciata lunedi (il 3 gennaio) dai governi dell’Austria e del Lussemburgo, per portare la questione davanti alla Corte di giustizia dell’Ue. 

   Il dietrofront del governo federale, che ieri aveva usati toni ben più aspri “respingendo espressamente” la valutazione dell’Ue sull’energia atomica e annunciando una valutazione “sui i prossimi passi da compiere”, rispolvera quello che molti definiscono l’ambientalismo di facciata di Berlino.

   Da un lato la Germania ha deciso di chiudere col nucleare: il 31 dicembre ha staccato la spina a tre delle sue ultime sei centrali nucleari. I reattori di Brokdorf, Grohnde e Gundremmingen C, operati dalle utility E.On e Rwe, sono state chiusi dopo 35 anni di attività. Mentre le ultime tre centrali nucleari – Isar 2, Emsland e Neckarwestheim II – saranno spente entro la fine del 2022. Chiusura però non vuol dire smantellamento, che avrà tempi molto più lunghi e si ritiene dovrebbe avvenire entro il 2040 nel caso di Brokdorf, per esempio.

   La Francia, tra i più importanti partner economici della Germania, è il primo produttore di energia dell’Ue (il 20% del totale), di cui il 77,6% deriva dall’atomo e solo il 20% da rinnovabile. Sull’asse Parigi-Berlino nel corso degli ultimi anni sono stati siglati diversi accordi commerciali che si intrecciano con le politiche energetiche dei due Paesi. Uno degli ultimi, ad esempio, quello tra la casa tedesca Mercedes e Automotive Cells Company (Acc), società costituita da Stellantis e TotalEnergies per sviluppare e produrre celle e moduli di batterie per veicoli elettrici. Altri progetti riguardano lo sviluppo di una “gigafactory” per l’idrogeno. Sia Parigi che Berlino hanno pianificato nei prossimi anni, nell’ambito del Recovery Plan, una spesa di circa sette miliardi per lo sviluppo di tecnologie.

   Insomma, tra Francia e Germania ci sono visioni differenti ma non la voglia di pestarsi i piedi a vicenda sull’energia, sarebbe un controsenso visti i rapporti economici e strategici tra i due governi. D’altronde, a metà dicembre lo stesso neocancelliere Olaf Scholz aveva lasciato intendere che non intendeva alzare barricate sulle politiche energetiche altrui, alludendo proprio a Parigi: “Già da tempo la Germania ha preso la decisione che l’energia nucleare non prenderà parte alla transizione energetica”, ha detto qualche giorno fa il neocancelliere Olaf Scholz ma ”è importante che ognuno possa proseguire il suo cammino senza minare l’unità dell’Ue”, ha aggiunto sottolineando che “non è un compito facile, ma alla fine dovremo trovare l’unità nonostante le diverse priorità che ci siamo dati”. 

   Il cambio dei toni nell’arco di ventiquattro ore rischia però di sollevare le solite critiche all’ambientalismo “ipocrita” di Berlino. Da un lato l’uscita dal nucleare è stata salutata con favore dagli ambientalisti. Peraltro, il contributo dell’atomo nel mix energetico è andato gradualmente calando: nel 2021 le sei centrali nucleari hanno contribuito a circa il 12% della produzione di elettricità in Germania. Così come graduale è stato il calo dell’apporto delle fonti fossili e l’incremento di quelle rinnovabili.

   È tuttavia la velocità della transizione energetica a finire sempre sotto accusa. Ancora oggi, il mix energetico tedesco è costituito da un 41% di rinnovabili, dal 28% di carbone e dal 15% di gas. Secondo i piani, entro il 2030 la Germania punta soddisfare l′80% di domanda di energia con le rinnovabili. Al 2030 mancano ancora otto anni, per ora quello che si sa è che la Germania “probabilmente” mancherà gli obiettivi stabiliti dalla legge sulla protezione del clima per il 2022 e anche nel 2023 sarà “abbastanza difficile” conseguirli. Il Paese parte, infatti, con “un drastico ritardo”, ha ammesso di recente il ministro dell’Economia e della Protezione del clima tedesco Habeck.

   L’impegno sulle rinnovabili non manca: in Europa nel 2020 sono stati installati oltre 30mila MW, con Germania, Spagna e Francia in prima linea, a differenza dell’Italia, ferma a mille MW, secondo un recente studio di Italy for climate. Secondo l’Iea la Germania continuerà a detenere il maggior aumento della capacità delle rinnovabili in Europa, seguita da Francia, Olanda, Spagna, Regno Unito e Turchia, anche nel 2022. Ma lo sforzo non è ancora sufficiente, e gli stessi Verdi, oggi al Governo, hanno condotto tutta la campagna elettorale per la cancelleria premendo sulla necessità di velocizzare il passaggio alle rinnovabili. 

   C’è però la nota dolente: la quota ancora rilevante di energia prodotta in Germania da fonti fossili, e in particolare da lignite, un carbone altamente inquinante. E l’uscita dall’energia a carbone, prevista per il 2038, è troppo lontana secondo ambientalisti e attivisti.

   In passato il Governo di Angela Merkel aveva dato vaghe rassicurazioni su un’uscita anticipata dalla lignite, tuttavia ancora oggi il carbone rappresenta un quarto della produzione energetica tedesca. Il primo impianto di lignite è stato chiuso nel 2020, e altri seguiranno entro la fine del 2022. Nel frattempo però le estrazioni procedono e in certi casi aumentano.

   A metà dello scorso anno il governo della Renania settentrionale-Vestfalia ha autorizzato l’espansione della miniera a cielo aperto di Garzweiler, una delle più grandi del Paese. A questa miniera, gestita da RWE, è stato concesso un trattamento speciale nella legislazione sull’uscita del carbone a causa dei presunti rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico nella regione. Per questo si è deciso di demolire due località cittadine, Lützerath e Keyenberg, per incrementare l’estrazione prima dell’uscita di scena della lignite, inizialmente prevista nel 2039 poi anticipata al 2030. 

   Il colosso tedesco dell’energia RWE, che tramite le sue società controllate distribuisce elettricità a oltre 120 milioni di clienti, in Europa e Nord America, nel 2018 fece abbattere l’ex chiesa cattolica di San Lamberto a Immerath per ampliare la sua miniera, in costante espansione a danno di centri abitati e foreste fin dalla sua controversa apertura nel 1995. E certo non si può dire che nel 2018 non ci fosse la consapevolezza di ridurre la dipendenza energetica dal carbone.

   La dipendenza dalle fonti fossili è ancora troppo accentuata in Germania secondo gli ambientalisti: nel 2021, ha prodotto 110 TWh dall’eolico, seguito al secondo posto (100 TWh) dalla lignite, oltre a cinquanta circa dal carbone. L’anno scorso il ricorso a lignite e carbon fossile è cresciuto del 18% ciascuno, mentre le energie rinnovabili hanno quasi ristagnato, a causa soprattutto di condizioni meteorologiche avverse, secondo il gruppo di ricerca dei mercati energetici Ageb. In questo modo la politica energetica tedesca è finita sotto il fuoco incrociato di due fazioni tra loro opposte: quello degli ambientalisti, com’è ovvio, ma anche quello dei sostenitori del nucleare. (Claudio Paudice, 4/1/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

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I REATTORI NUCLEARI “ACCADEMICI” VS REALI: ALCUNI DATI IMPIETOSI SULL’ATOMO

di Gianni Silvestrini, 10/12/2021, da https://www.qualenergia.it/

– Costi delle centrali atomiche sempre più elevati, tempi biblici di costruzione, il rischio di disastri, la gestione di fine vita, le scorie, la proliferazione militare. E il mito della quarta generazione. Vogliamo parlare di fallimento dell’atomo? –

   Visto l’improvviso interesse sul nucleare è importante fare chiarezza su questo tema per evitare inutili diversivi rispetto alla necessità di accelerare nella diffusione delle rinnovabili.

   In un recente articolo, un fautore del nucleare sostiene che “il costo sia l’unico vero tallone di Achille dell’atomo”. A parte che di criticità il nucleare ne ha molte altre, cerchiamo di portare alcuni elementi di informazione su questo aspetto.

   Intanto, un dato: la quota di elettricità nucleare nel mondo è in continua riduzione, dal 17,5% nel 1996 al 10,1% nel 2020.

   Le nuove centrali atomiche sono infatti diventate sempre più care e in alcuni paesi gli impianti esistenti faticano a reggere la concorrenza delle rinnovabili e del metano.

   Questo è il caso degli Stati Uniti, il paese leader con 94 reattori in funzione, dove ben 39 impianti hanno già chiuso. E, malgrado nel 2021 siano stati stanziati 6 miliardi di dollari per evitare altre dismissioni, alcune società ritengono questo supporto ancora insufficiente.

   Un’ulteriore conferma del fallimento del programma nucleare degli Stati Uniti, considerato da alcuni il più grande disastro manageriale nella storia degli affari (e questo senza aver ancora affrontato il tema delle scorie nucleari).

   Mentre nel mondo ci sono attualmente 415 reattori, si prevede che 5-10 impianti verranno ritirati ogni anno nei prossimi 30 anni, mentre, nella migliore delle ipotesi, potrebbero essere costruiti quattro nuovi impianti ogni anno, segno di un declino lento ma costante.

   Peraltro, va sottolineata una variabile strategica nell’attuale emergenza climatica: quella dei tempi e del contributo concreto delle diverse tecnologie.

   Nella stessa Cina, la crescita della produzione solare ed eolica nell’ultimo decennio è risultata decisamente più significativa rispetto al contributo del nuovo nucleare. Peraltro, anche in questo paese il contributo atomico sul lungo periodo sarà modesto.

   Per quanto riguarda i reattori in costruzione in Europa e negli Usa i risultati sono impietosi, con molti anni di ritardo e costi triplicati.

   Quando nel 2010 è stato annunciato il progetto della centrale nucleare di Hinkley Point negli UK, il prezzo del kWh nucleare era inferiore di un terzo rispetto a quello dell’eolico offshore. Ora questa differenza è stata invertita, con l’energia eolica offshore nel Regno Unito con costi dimezzati rispetto a quelli previsti per il reattore nucleare.

   Il fatto è che il costo per la costruzione e la manutenzione degli impianti atomici è aumentato del 33% nell’ultimo decennio, mentre il costo per le infrastrutture per l’energia solare è diminuito del 90% in quello stesso periodo e l’eolico del 70%.

   Questo spiega la corsa dei nuovi investimenti in elettricità rinnovabile che hanno superato i 256 miliardi di euro nel 2020, un valore 17 volte superiore agli impegni di investimento globali del nucleare.

   Non parliamo dei rischi e degli incidenti, se non per ricordare che le conseguenze possono essere spaventose. La stima del Japan Center for Economic Research in relazione del disastro di Fukushima oscilla tra 322 e 758 miliardi $.

Reattori di quarta generazione

Visti i problemi incontrati nella realizzazione degli attuari reattori, adesso si punta molto sulla “quarta generazione”.

   Prima di parlare di questa sperimentazione è interessante riportare le riflessioni su “Paper reactors, real reactors” attribuite all’ammiraglio statunitense George Rickover, padre della marina nucleare e responsabile dei lavori della prima centrale atomica.

   “Un reattore accademico ha quasi sempre le seguenti caratteristiche di base: 1) è semplice; 2) è piccolo; 3) costa poco; 4) è leggero; 5) può essere veloce da costruire; 6) è flessibile nei suoi utilizzi 7) lo sviluppo necessario è contenuto perché può utilizzare componentistica già disponibile; 8) il reattore è in fase di studio.

   All’opposto, un reattore reale ha le seguenti caratteristiche: 1) è in fase di costruzione adesso; 2) è indietro nella lavorazione; 3) richiede un immenso quantitativo di sviluppo su questioni apparentemente triviali; 4) è molto costoso 5) richiede molto tempo per la sua costruzione per i problemi ingegneristici; 6) è grande; 7) è pesante; 8) è complicato”.

   Una decisa stroncatura economica dei Small Modular Reactors è contenuta in un interessante documento che, anche se datato, rimane molto interessante nell’analisi delle cause degli elevati costi (M. Cooper “The economic failure of nuclear power and the development of a low carbon electricity future: why small modular reactors are part of the problem, not the solution”, 2014).

   La necessità di una produzione di massa crea anche un tipico problema dell’uovo e della gallina. Senza una grande capacità produttiva, gli SMR non possono ottenere le riduzioni teoriche dei costi necessarie a compensare la mancanza di economie di scala. Ma senza la riduzione dei costi, non ci sarà il gran numero di commesse per stimolare gli investimenti necessari per impostare la filiera. (…)

   Vi è poi il rischio della proliferazione nucleare. Sia l’impianto dimostrativo che la prima serie di impianti commerciali Terra Power, la società presieduta dal 2006 da Bill Gates, funzioneranno con uranio “a basso arricchimento ad alto dosaggio”, cioè appena al di sotto della definizione ufficiale di uranio altamente arricchito, ma ben al di sopra del livello del combustibile di uranio utilizzato nelle centrali nucleari attualmente in funzione (H. Sokolski et al.‘Fast Reactors’ Also Present a Fast Path to Nuclear Weapons, The National Interest, 2/10/2021).

   Proprio uno dei motivi di preoccupazione che l’arricchimento nucleare iraniano possa portare alla bomba atomica.

Costi di smantellamento delle centrali e sistemazione delle scorie nucleari

Volendo fare una valutazione economica dell’opzione nucleare, vanno considerati anche i costi di gestione del fine vita delle centrali e delle scorie radioattive. Le stime su questi fronti sono ancora aleatorie, ma danno un’indicazione dell’incubo che aspetta i paesi che hanno avviato un percorso nucleare.

   L’età media della flotta mondiale di reattori nucleari in funzione alla metà del 2021 ha raggiunto i 30,9 anni.   E sono già molti, per la precisione 196, i reattori chiusi per un totale di 90 GW.

   La durata media del processo di decommissioning è di circa 20 anni, con variazioni molto elevate: si è andati da un minimo di 6 anni ad un massimo di 42 anni per due piccole centrali Usa.

   La Germania ha stanziato 38 miliardi di euro per smantellare 17 reattori nucleari e la UK Nuclear Decommissioning Authority stima che la bonifica dei 17 siti nucleari del Regno Unito costerà tra i 109-250 miliardi di euro nei prossimi 120 anni.

   La Francia ha invece accantonato solo 23 miliardi per la disattivazione dei suoi 58 reattori, ma la loro sistemazione sarà in realtà molto più cara.

   Situazione ancora più complicata per i cimiteri delle scorie radioattive.  Secondo l’Ente regolatorio nucleare francese, la loro sistemazione sarà molto più costosa dello smantellamento dei reattori.

   Paradossale la situazione negli Usa, dove non si ha la minima idea del luogo in cui costruire il deposito nucleare, dopo l’abbandono del sito di Yucca Mountains. E intanto viene pagato mezzo miliardo di dollari all’anno alle utility per il semplice mantenimento del combustibile radioattivo presso le centrali perché non si sa dove metterlo. Le scorie nucleari americane si stanno così accumulando in oltre 75 siti in 35 stati.

   La Francia prevede un deposito sotterraneo per cui ha stimato un costo di 25 miliardi €, ma la cifra sarà certamente più elevata quando si passerà alla sua realizzazione.

   Insomma, anche analizzando solo l’aspetto economico, il nucleare non sembra messo molto bene. Mentre le rinnovabili e gli accumuli corrono, a costi sempre più bassi. (Gianni Silvestrini, 10/12/2021, da https://www.qualenergia.it/)

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IL NUCLEARE DI QUARTA GENERAZIONE

di Alexei Sorokin da IL MANIFESTO – “Attenti ai dinosauri”, rubrica a cura della task force “Natura e Lavoro”,

https://ilmanifesto.it/, 28/10/2021

   Il concetto “nucleare di 4ª generazione” è stato lanciato già nel 2001 dal Forum Internazionale GIF (Generation IV International Forum) fondato dal Dipartimento dell’energia (DOE) degli Stati Uniti , cui hanno aderito Australia, Canada, Cina, Euratom, Francia, Giappone, Russia, Sud Africa, Corea del Sud, Svizzera, Regno Unito. Si tratta di 6 diverse ipotesi che dovrebbero dar luogo a concreti progetti su cui si sta lavorando e che, come del resto anche le attuali centrali di terza generazione, mirano a sfruttare l’energia ricavabile dalla scissione di atomi molto pesanti come Uranio, Plutonio, Torio ecc.
   Pur essendo da decenni allo studio, al momento i progetti di 4° generazione non si sono concretizzati perché ancora non abbastanza maturi per consentire un utilizzo industriale e in sicurezza.

Cos’è ?
Fusione nucleare: Spesso si fa confusione fra fusione nucleare e tecnologie della 4° generazione. Le ricerche sui reattori a fusione sono radicalmente diverse in quanto basate sul principio fisico opposto, cioè l’unione di nuclei atomici leggeri anziché la divisione di atomi pesanti. Il processo di fusione nucleare è alla base del funzionamento delle stelle (come il nostro sole), oltre che della bomba H, molto più potente della bomba atomica ad Uranio.
   La reazione di fusione nucleare richiede però temperature di milioni di gradi centigradi, e non esiste sulla terra nessun materiale di contenimento in grado di garantire la resistenza necessaria a sostenere tali temperature. Le ricerche sulla fusione mirano a superare il problema utilizzando un contenimento magnetico (denominato “tokamak”) sperimentato già nel 1950-1951 in Unione Sovietica nelle ricerche condotte dagli scienziati russi Andrej Sacharov e Igor Tamm. Al momento, il reattore a fusione più avanzato è ITER, in fase di costruzione a Cadarache, nel sud della Francia, sostenuto e finanziato da Unione Europea, Cina, Stati Uniti, Corea, India, Giappone e Russia. Le previsioni più ottimistiche sui possibili risultati delle attuali sperimentazioni ipotizzano che ci vorranno ancora almeno altri 30 anni per arrivare all’obbiettivo.

Costi
I promotori del nucleare sostengono che se utilizzassimo il nucleare la nostra bolletta elettrica sarebbe decisamente più bassa. In realtà, pur senza considerare problemi di sicurezza, incidenti gravi, scorie da smaltire, 30 anni fa questa affermazione poteva sembrare plausibile. Ma nei decenni i costi del nucleare sono saliti sempre di più, mentre i costi delle rinnovabili sono scesi a livelli sempre più bassi. Oggi un kWh di energia elettrica prodotta dal nucleare costa più del doppio di quella prodotta dal solare fotovoltaico oppure dall’eolico.
Sicurezza

Sempre gli attuali sostenitori del ricorso al nucleare affermano che con le tecnologie di quarta generazione le centrali nucleari saranno sicure, senza nessun rischio per l’incolumità pubblica. Ma in realtà, poiché non esistono ancora impianti industriali di 4ª generazione, è difficile capire su quali basi si possa garantire questa certezza. Le tecnologie della 4ª generazione prevedono lo infatti lo sviluppo di reattori anche “veloci”, perfino di tipo “fast-breeder” (autofertilizzanti) che, come è noto, presentano criticità di sicurezza anche maggiori.

Scenario internazionale
Viene detto che l’Italia pagherebbe oggi il prezzo di esser rimasta fra i pochi Paesi al mondo a non investire sul nucleare, e questo la condannerebbe alla subalternità E però chi, come la Germania, ha ampiamente investito in questa direzione ,ha proceduto allo smantellamento delle proprie centrali,l’ultima rimasta verrà chiusa entro il 2022. Il successo elettorale dei verdi nelle elezioni per il Bundestag di fine settembre 2021 rende improbabile una revisione di questa decisione.
   Nel mondo, peraltro, soltanto 13 paesi hanno in corso progetti di costruzione di centrali nucleari.
   Ma il problema è un altro: non ce’ comunque più tempo. Entro il 2030 l’Italia deve raggiungere gli obbiettivi previsti per combattere il disastro climatico concordati a livello europeo. Ed è impensabile costruire e mettere in servizio anche la metà delle centrali nucleari che possano dare in tempo utile l’energia necessaria. (Alexei Sorokin da IL MANIFESTO)

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L’INTERVISTA

SCARONI: «SENZA L’INDIPENDENZA ENERGETICA NON C’È QUELLA POLITICA»

di Marigia Mangano, da “Il Sole 24ore” del 31/12/2021
– «Non si può avere indipendenza politica senza indipendenza energetica». Paolo Scaroni affronta i temi del caro energia e dei flussi internazionali delle forniture. –

   «Non si può avere indipendenza politica senza indipendenza energetica. Il problema è che noi europei siamo diventati così dipendenti dal gas russo che abbiamo quasi perso l’indipendenza politica. Il 35% del gas che consumiamo in Europa per riscaldare le nostre case, per le aziende e per produrre energia elettrica proviene dalla Russia. E con questo dato si comprende la difficoltà della Germania e dell’Unione Europea nel prendere una posizione chiara sul gasdotto Nord Stream 2: ci stiamo dibattendo tra la voglia di sanzionare la Russia per i suoi comportamenti minacciosi in Ucraina e la consapevolezza che senza gas russo si entra in crisi in Germania e in tutta Europa».

   Per spiegare la corsa folle dei prezzi del gas e dell’energia elettrica degli ultimi mesi, Paolo Scaroni pone l’accento prima di tutto su questa difficile equazione tra indipendenza politica e indipendenza energetica.  Sbloccare in tempi rapidi il gasdotto Nord Stream 2 avrebbe garantito più volumi. E con più volumi e, dunque, con una maggiore offerta, evidentemente i prezzi del gas sarebbero stati meno alti. Ma non c’è solo un tema geopolitico alla base di questa “inflazione” energetica che rischia di mettere in ginocchio famiglie e imprese. Per l’ex amministratore delegato di Enel ed Eni, grande appassionato di temi energetici che affronta nelle sue lezioni di geopolitica dell’energia davanti agli studenti della Università Bocconi e attuale deputy chairman della banca d’affari Rothschild, l’esplosione dei prezzi dell’elettricità si spiega con una serie di fattori, mondiali ed europei.

Quali sono questi fattori che hanno trascinato al rialzo i prezzi dell’energia?

Comincerei col dire che quando parliamo di prezzi dell’energia stiamo parlando di prezzi del gas. Tutto si origina da lì. Perché il prezzo del gas è salito così tanto? Per la semplice regola della domanda e dell’offerta. Basti pensare che nel 2021 in Cina 15 milioni di case sono passate dal riscaldamento a carbone a quello a gas. E’ come se un paese come la Francia entrasse improvvisamente nel mercato del gas. Ad un mercato cinese che ha comprato più gas di prima, si è aggiunta la domanda di una economia mondiale in ripresa nel post Covid. In questo quadro si sono poi sommati fattori esclusivamente europei. Il poco vento in Nord Europa, con l’eolico in Danimarca e in Germania che ha funzionato poco e il crollo delle produzioni di gas in Olanda. La combinazione di tutte queste variabili ha fatto schizzare i prezzi del gas. Se poi si aggiunge che la Russia ha sì rispettato i contratti di fornitura ma non ha partecipato alle offerte addizionali si capisce questa corsa al rialzo. I prezzi del gas sono saliti a livelli mai visti, mediamente il 60% in più dello scorso anno. E sulla base di questo elemento trainante, il gas appunto, in virtù del sistema del prezzo marginale, i prezzi dell’energia elettrica sono aumentati proporzionalmente e con essi le bollette. Il nostro consumatore soffre così due volte per l’aumento del gas e per l’aumento dell’energia elettrica.

Bisognerebbe secondo lei intervenire sul meccanismo del prezzo marginale? Cambiarlo, per esempio?

In generale sono portato a pensare che agire adottando un meccanismo diverso da quello dell’Unione Europea potrebbe creare una anomalia. Sarei molto cauto su questo fronte perché ci porterebbe al di fuori di quello che avviene nel resto dell’Europa.

Se questa strada non è percorribile, secondo lei come si potrebbe intervenire per calmierare i prezzi?

Il Governo potrebbe agire su due leve: gli extraprofitti di cui ha beneficiato una parte dei produttori di energia elettrica e gli aiuti “selezionati”. Sul primo punto bisognerebbe studiare in che modo utilizzare e immettere nel sistema quegli extra profitti che i produttori hanno registrato grazie al sistema del prezzo marginale. Mi riferisco agli operatori delle rinnovabili o dell’idroelettrico, i produttori che non usano gas ma beneficiano del rialzo del prezzo del gas. Bisognerebbe immaginare azioni che non siano in contrasto con le leggi che tutelano il mercato, espropri per intenderci. Si potrebbe aprire un tavolo negoziale e capire come “barattare” questi extra profitti.

Può fare un esempio concreto?

Nel settore idroelettrico si potrebbe barattare una rinuncia a parte di questi extra profitti con il prolungamento delle concessioni. Mi riferisco a negoziazioni caso per caso nel rispetto delle regole del mercato.

Sul fronte degli aiuti il Governo Draghi ha già stanziato risorse importanti: gli interventi per ora annunciati sono pari a 3,8 miliardi più in prospettiva uno stanziamento di altri 5 miliardi.

Servono altre risorse?

Le risorse stanziate dal Governo e quelle ulteriori che saranno immesse sul mercato dovrebbero essere dirette solo a consumatori indigenti e alle aziende. Dunque, il secondo fronte su cui agire è individuare in modo selezionato i destinatari di quegli aiuti pubblici. Mi riferisco a persone bisognose, chi consuma meno di 500 metri cubi di gas all’anno e alle imprese che devono restare competitive sui mercati delle grandi esportazioni.   Per uscire il prima possibile da questa situazione dalle imprese agli ambienti politici, è chiesta a gran voce una ripresa della produzione del gas in Italia. Raddoppiare significa passare dai volumi attuali, 3 – 4 miliardi di metri cubi all’anno a 8 miliardi. L’unica strada da percorrere sarebbe quella di sfruttare giacimenti scoperti ma mai utilizzati, come quello dell’Alto Adriatico.

Secondo lei sarà possibile guardare concretamente a questa opzione? E come fare per superare le resistenze?

L’Italia ha beneficiato del gasdotto Tap e ciò è stato un fatto molto positivo. Non dimentichiamoci però che ci siamo scontrati con una opinione pubblica che ha spesso visto interventi nel mondo dell’energia con estremo sospetto. Pensi ai no Tap in Puglia.

Vede dunque una discesa dei prezzi nei prossimi mesi?

Mi aspetto che durante l’estate i prezzi scendano vicino al livello storico e tenderanno invece a risalire nell’inverno del prossimo anno. In questo quadro l’Italia dovrà produrre più gas domestico, ma potrà anche utilizzare i nostri grandi stoccaggi, 20 miliardi di metri cubi che possiamo comprare d’estate per calmierare i prezzi se dovessero risalire il prossimo inverno.

Spostandoci sui temi ambientali, quanto pesa la transizione energetica in questa esplosione dei prezzi dell’elettricità?

Comincio col dire che il fatto che in Cina si passi dal riscaldamento a carbone a quello a gas da un punto di vista ambientale e in termini di lotta alla CO2 è davvero una buona notizia. La cattiva notizia è che purtroppo l’aumento della domanda fa aumentare il prezzo del gas. Ho spesso l’impressione che ai cittadini siano stati spiegati tutti vantaggi dell’energia pulita, ma non sia stato spiegato che tutto ciò comporterà costi elevatissimi e anche problemi di approvvigionamento. Abbandonare una economia basata sugli idrocarburi da 150 anni sarà un processo difficile e costoso.

Ritiene che sia opportuno far rientrare gas naturale e nucleare nella tassonomia e dunque considerarli investimenti green alla luce della loro importanza nella transizione energetica?

Il gas non è certamente green, ma di tutti gli idrocarburi è quello che genera meno CO2. Ne abbiamo talmente bisogno che non potremo farne a meno per i prossimi 20-30 anni. Il nucleare è un modo di produrre energia elettrica green in termini di generazione di CO2, ma genera evidentemente problemi di scorie e comunque in alcuni Paesi viene percepita come pericolosa. Mi colpisce che mentre stiamo parlando ci siano 450 impianti nucleari in funzione e se ne stiano costruendo 55 di nuovi, di cui 2 in Giappone che ha vissuto il dramma di Fukushima.

(Marigia Mangano, da “Il Sole 24ore” del 31/12/2021) 

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L’INTERVISTA

CINGOLANI: «ENERGIA, NEL 2022 LA VERA SVOLTA, DOBBIAMO ACCELERARE CON L’EUROPA»

di Daniele Manca, 29 dic 2021, da https://www.corriere.it/

   «Il piano di lavoro che ci porterà alla scadenza naturale del governo nel 2023 prevede nei primi mesi del 2022 il completamento della nuova struttura del ministero della Transizione ecologica che da 1,5 miliardi passa a gestire e indirizzare circa 16 miliardi l’anno; l’implementazione del Pnrr con i bandi che prevedono tra l’altro l’effettiva produzione di 8 gigawatt nuovi da fonti rinnovabili ogni anno e con un nuovo mix energetico per il prossimo decennio; tutta la parte che riguarda l’ambiente e quindi la difesa dei territori, l’uso e non l’abuso dei terreni che come sappiamo sono i migliori intrappolatori di CO2; ci sarà la prima tappa di quello che ci porterà al 2030 a una decarbonizzazione del 55%….», fermare quel fiume in piena di Roberto Cingolani in questo scorcio di fine anno è impossibile.
   Il ministro snocciola dati, numeri, nomine, scelte tecnologiche ed energetiche, indica obiettivi ambientali. Si ferma solo per dire: «Ma si rende conto che abbiamo messo 8 miliardi sinora per affrontare un rincaro enorme del gas e non sono bastati per mitigare completamente le bollette dei meno abbienti, delle piccole e medie imprese che rischiano la chiusura? E tutto perché negli anni passati ci siamo accontentati di spingere l’interruttore e avere la luce. Qualcun altro pensava a come si creava quell’energia elettrica. In poco più di 10 mesi abbiamo ribaltato questo modo di ragionare e ci siamo messi nelle condizioni di lavorare i prossimi anni pensando al lungo termine non a domani mattina». E se si prova a interromperlo con un: ma come, qui si parla di sue dimissioni… scoppia a ridere. «Dimissioni? Ho lavorato così tanto, vivendo come un monaco a Roma per fare in modo che si vedessero già nel primo scorcio dell’anno prossimo i risultati e me ne vado? Forse c’è qualcuno che ci spera perché ha capito che non si torna indietro e che l’anno prossimo si dovrà correre come e più che nel 2021».

Ma perché, cosa è cambiato di così decisivo?
«Intanto c’è un’emergenza globale climatica ed energetica. Occorre fare in fretta. Le sembra poco un decreto Semplificazioni che porterà da 1.200 a 300 giorni l’iter autorizzativo per nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili? A me no».

Sulla carta 300 giorni…
«Niente affatto. Sappiamo che ci possono essere colli di bottiglia ma con i poteri sostitutivi dati al Consiglio dei ministri i “tempi certi” sui percorsi autorizzativi sono un fatto».

Sempre sulla carta.
«La devo deludere. Sono stati autorizzati in queste settimane 400 megawatt eolici proprio grazie a quei poteri superando il contrasto che a volte c’è tra vincoli ambientali e vincoli paesaggistici. Nei prossimi 12 mesi partiranno i bandi per arrivare a quegli 8 gigawatt all’anno da fonti rinnovabili che ci siamo dati come obiettivo. Ecco cosa significa accelerare sul Pnrr».

Ma concretamente a che punto siamo sul Pnrr?
«Quello che dovevamo fare era strutturare un programma competitivo, vincere le resistenze, ottenere dall’Europa le risorse, i finanziamenti e lanciare il programma per i prossimi 5 anni. Come sa, è arrivata la prima tranche di risorse e per ora tutte le milestone sono state centrate, in questo modo guadagniamo credibilità e affidabilità nella Ue, attraverso i fatti».

Quali fatti?
«Come le dicevo da gennaio partono le aste. Da dove si vedrà anche in Italia la forza strategica del Pnrr. Si inizierà a vedere un nuovo mix di produzione dell’energia, sbloccheremo le energy community, l’agrofotovoltaico, il repowering di alcune centrali, vale a dire la sostituzione di fonti con eolico e fotovoltaico».

E tutto per i poteri sostitutivi del Consiglio dei ministri?
«Certo che no. Non si può intasare il lavoro del Consiglio dei ministri. Abbiamo dovuto costruire un nuovo ministero con 4 nuovi dipartimenti. Assumendo esperti di ambiente ed energia. Uno dei dipartimenti è dedicato esclusivamente al Pnrr. Alle normali commissioni Via (valutazione di impatto ambientale) abbiamo affiancato una struttura Via specifica per il Pnrr dedicata a tutte le operazioni straordinarie che dovremo fare per il piano».

Ma non siete in ritardo su questo?
«In ritardo? Sa quando è stato istituito il nuovo ministero?»

A febbraio?
«No, il decreto è di luglio. In questi pochi mesi abbiamo anche proceduto a una digitalizzazione affidata peraltro alla Sogei che permetterà di interfacciarsi velocemente con tutti gli altri ministeri in caso di sovrapposizione di competenze oltre a velocizzare le nostre procedure interne. Tenga conto che ogni nostra nomina deve essere vagliata dagli organi di controllo con i loro tempi, ma fortunatamente siamo in una democrazia. Abbiamo creato una macchina che, come in tutti gli Stati che funzionano, marcia indipendentemente dalla persona che ricopre l’incarico di ministro che ha il compito di indicare le linee politiche e non di occuparsi continuamente delle disfunzioni».

D’accordo le strategie e tutto il bello che potrà accadere, ma il governo deve occuparsi anche dell’oggi. Le pronuncio solo alcune parole: bollette elettriche e del gas…
«Sfonda una porta aperta. Purtroppo, sono abituato a essere schietto. Venni criticato la scorsa estate quando lanciai l’allarme sui rincari del gas. Sino a oggi però abbiamo dovuto investire 8 miliardi (quanto la prima tranche di riduzione delle tasse) per mitigare il rincaro in bolletta del gas».

Ma gli effetti…
«Sì, non abbastanza. Ma anche qui dobbiamo guardare all’Europa. A fare le cose assieme. Abbiamo proposto con Francia, Romania, Grecia gli acquisti comuni di gas. Ma i Paesi del Nord sono stati freddi. Ci aggiunga le tensioni geopolitiche sull’Ucraina, il North Stream 2 ancora incerto. Vede quanto è importante fare scelte sul mix energetico e non legarsi a una sola fonte come il gas?».

D’accordo, ma quindi? Perché non usate le riserve italiane?
«Può essere un’opzione sull’immediato. Ma un altro primo passo è sganciare i prezzi dell’energia prodotta da rinnovabili da quelli del gas a cui erano stati legati quando il prezzo del gas era di molto inferiore. Ed è una cosa da fare con l’Europa. Come pure, grazie al Pnrr, strutturare un diverso mix di fonti da cui produciamo per gli anni a venire».

Anche il nucleare?
«Il nucleare è una tecnologia, da studiare, da testare. Ma ha i tempi della ricerca che sono lunghi. Un decennio almeno?».

E quindi?
«E quindi si tratta di strutturare piani che prevedano orizzonti temporali ampi ma nel frattempo che accelerino sull’uso di fonti rinnovabili. Tenendo conto che in parallelo ci sono interi settori industriali che cambieranno volto. Pensi all’automotive. C’è chi vuole l’uscita al 2030 dai motori a combustione (i Paesi che non li producono) e chi al 2035. Comunque sia dobbiamo essere preparati».

E noi lo siamo?
«Oggi sicuramente di più. Siamo pronti a creare gigafactory per la produzione di batterie. Ci stiamo attrezzando per riciclare quelle esistenti recuperando i materiali preziosi che le compongono. Non dimentichi che l’Italia sull’economia circolare e sul riciclo dei rifiuti ha una leadership europea. Anche perché in tutto questo parlare di energia non dobbiamo assolutamente tralasciare la sfida ambientale».

Anche perché di passi se ne devono fare ancora dopo la Cop26.
«Sì, stiamo già lavorando per la Cop 27 dopo che la riunione di Glasgow ha fatto proprio il lavoro italiano al G20. Ma dobbiamo lavorare ancora con l’Europa sull’uso del suolo, sul “Fit for 55” e quindi sulla CO2, sui certificati Ets, sul costo della distribuzione, sulla Carbon tax adjustment… E state ancora qui a parlarmi di dimissioni?».

(Daniele Manca, 29 dic 2021, da https://www.corriere.it/)

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IL NOBEL PER LA FISICA PARISI: “SCETTICO SU NUCLEARE IN ITALIA, MEGLIO INVESTIRE SU FOTOVOLTAICO E RISPARMIO ENERGETICO”

da IL FATTO QUOTIDIANO del 21/12/2021

– “Avere un impianto per l’energia nucleare in una zona densamente popolata è un modo per massimizzare i danni rispetto ai benefici: se un incidente come quello di Chernobyl si fosse verificato in pianura Padana, avremmo avuto tre milioni di sfollati”, ha spiegato il fisico. –

   “L’Italia non è un buon posto per fare centrali nucleari: sono scettico”, è questa la valutazione del premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi espressa durante l’evento “Quark e glaciazioni. Conversando sul semplice e sul complesso” che si è svolto (il 21/12/2021, ndr) a Roma. L’incontro fa parte del programma di eventi collaterali di Tre Stazioni per Arte-Scienza, il progetto espositivo, ospitato negli spazi di Palazzo delle Esposizioni fino al 27 febbraio 2022, che comprende le tre grandi mostre “Ti con Zero”, “La Scienza di Roma. Passato, presente e futuro di una città” e “Incertezza, Interpretare il presente, prevedere il futuro”, quest’ultima a cura dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) per il cui catalogo Giorgio Parisi ha scritto il saggio “Il valore dell’incertezza”.

Avere un impianto per l’energia nucleare in una zona densamente popolata è un modo per massimizzare i danni rispetto ai benefici: se un incidente come quello di Chernobyl si fosse verificato in pianura Padana, avremmo avuto tre milioni di sfollati“, ha detto Parisi. “L’Italia è un Paese ricco di sole, mi pare più ragionevole investire sul solare”. Un altro serio problema riguardante il nucleare è quello delle scorie: “bisogna gestirle, un lavoro non facile”, sottolinea il premio Nobel. “E’ chiaro che ci saranno reattori di quarta generazione alcuni dei quali promettono di ‘mangiarsi’ le scorie per ridurle, ma al momento sono solo dei prototipi. Non è ancora chiaro quanto andrà avanti il nucleare di quarta generazione, mentre è più sicuro investire sul risparmio energetico, ad esempio coibentando le case”.

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da https://www.legambiente.it/

IL NUCLEARE NON SERVE ALL’ITALIA

  L’energia dall’atomo non aiuterà il nostro Paese a risolvere i suoi problemi energetici. Non garantirà il rispetto degli accordi sul clima.

   L’Italia è in ritardo rispetto agli obblighi di riduzione delle emissioni di gas serra previsti al 2012 dal Protocollo di Kyoto e al 2020 dal Pacchetto energia e clima dell’Unione Europea.

   Le centrali nucleari entrerebbero in funzione tra 10-15 anni e l’Italia non riuscirebbe a rispettare gli accordi sul clima.

   Non abbasserà la bolletta energetica. La produzione di elettricità dall’atomo, inclusi lo smantellamento delle centrali e lo smaltimento delle scorie, costa più delle altre fonti, come dimostrato dal Mit di Boston, il Dipartimento dell’energia USA e l’agenzia di rating Moody’s.

   Non ridurrà la dipendenza dall’estero.

   Il nucleare produce solo elettricità, pari al 25% dei consumi energetici finali, e non calore per l’industria e gli edifici, né carburante per i trasporti. Non permetterà quindi alcuna sostanziale riduzione delle importazioni di fonti fossili. Le centrali nucleari poi utilizzano l’uranio, altra materia prima da importare.

   Non diversificherà le fonti energetiche. La produzione elettrica in Italia dipende per il 55% dal gas, ma il contributo dell’atomo alla riduzione dei consumi di metano sarebbe insignificante. Secondo il Cesi Ricerca con la costruzione di 4 reattori da 1.600 MW, risparmieremmo dal 2026 solo 9 miliardi di m3 di gas all’anno, pari al 10% dei consumi attuali e alla produzione di un rigassificatore di media taglia.

UNA RIVOLUZIONE POSSIBILE E DESIDERABILE

Il miglior modello energetico è fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione. All’Italia serve una rivoluzione energetica per rendere più efficiente e sostenibile la produzione di elettricità e calore, il trasporto di persone e merci, il consumo di energia nell’industria e negli edifici.

LE BUGIE DEI NUCLEARISTI

   I veri ideologici in questo Paese sono i nostalgici dell’atomo che continuano a raccontare falsità agli italiani.  Quali?

PIÙ POSTI DI LAVORO GRAZIE ALL’ATOMO?

Una centrale nucleare nella fase di costruzione produce solo 3.000 posti di lavoro, che si riducono a 300 nella fase di esercizio. In soli 10 anni la Germania può vantare oltre 250.000 addetti nel settore delle rinnovabili, tra diretto e indotto. In Italia con la diffusione delle rinnovabili si potrebbero creare dai 150 ai 200mila posti di lavoro.

SULLE LOCALIZZAZIONI DELLE CENTRALI DECIDERANNO GLI ENTI LOCALI E LE POPOLAZIONI?  

La legge Sviluppo del luglio 2009 consente al governo di utilizzare per la localizzazione delle centrali il potere sostitutivo in caso di mancata intesa tra enti locali e aziende energetiche, utilizzando anche l’esercito. Si prospetta quindi una stagione di conflitti istituzionali e sociali che farebbe perdere altro tempo al nostro Paese.

NEL MONDO È IN CORSO UN RINASCIMENTO NUCLEARE?

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica sono 437 i reattori in attività e 55 quelli in costruzione nel mondo. I principali paesi che stanno realizzando centrali nucleari sono Cina (21 reattori), Russia (8), Corea del Nord (6) e India (5). Si tratta di Paesi che non hanno un mercato elettrico liberalizzato o che vogliono dotarsi di armi nucleari: e sarebbe questa la tanto decantata rinascita del nucleare?

IL PEGGIOR NEMICO DEL NUCLEARE È IL MERCATO!

Senza sussidi statali o forzature del mercato elettrico nessuna azienda si azzarderebbe a costruire una centrale nucleare perché troppo costosa. Infatti, negli Usa da oltre 30 anni non si costruiscono centrali ed è stato necessario stanziare di recente 8 miliardi di dollari di denaro pubblico per la realizzazione di 2 nuovi reattori.

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IL NUCLEARE SICURO NON ESISTE!

   Il governo italiano nel febbraio 2009 ha firmato con quello francese un accordo per realizzare 4 reattori di tecnologia EPR (a cui se ne dovranno aggiungere altri 4 per arrivare al 25% di elettricità dall’atomo). I reattori francesi EPR vengono descritti come un gioiello tecnologico. Ma è proprio così?

IL REATTORE EPR È SICURO?

Nel novembre 2009 le Autorità per la sicurezza nucleare francese, finlandese e britannica hanno evidenziato delle gravi lacune nel sistema di sicurezza dell’EPR e ordinato alla società costruttrice Areva di modificare pesantemente il progetto.

   E pensare che il nostro governo qualche mese prima l’aveva descritto come un reattore moderno e sicuro!

L’EPR È UN REATTORE DI QUARTA GENERAZIONE?

Il reattore EPR è di terza generazione avanzata (3+) e non ha risolto nessuno dei problemi noti da decenni:

— la produzione e lo smaltimento delle scorie, che restano radioattive anche per decine di migliaia di anni;

— l’approvvigionamento di uranio, le cui riserve note si esauriranno in qualche decennio;

— i rischi legati alla proliferazione di armi nucleari e alle centrali come obiettivo del terrorismo globale.

L’EPR È UN VERO BIDONE!  L’ITALIA STA PROMUOVENDO UNA TECNOLOGIA INSICURA, INQUINANTE E VECCHIA, A MAGGIOR RAGIONE SE NEL 2030 SARANNO DISPONIBILI SUL MERCATO I REATTORI DI QUARTA GENERAZIONE, IN FASE DI STUDIO A LIVELLO INTERNAZIONALE.

PERCHÉ RISCHIARE LA SALUTE?

   Non ci riferiamo alla tragedia di Cernobyl, né ai frequenti incidenti, ma alla cosiddetta contaminazione ordinaria. In pochi sanno infatti che una centrale nucleare rilascia radioattività nell’ambiente anche durante il normale funzionamento.

   Secondo uno studio governativo tedesco più si vive vicini alle centrali nucleari e maggiore è il rischio di contrarre malattie gravi (fonte: Ufficio federale per la protezione dalle radiazioni, 2008). Secondo lo studio per i bambini che vivono entro 5 km da una centrale nucleare la possibilità di contrarre la leucemia aumenta rispetto ai coetanei che vivono a una distanza di oltre 50 km.

   È forse per questo che il governo ha previsto compensazioni economiche per i territori che ospiteranno le centrali?

NÉ QUI, NÉ ALTROVE!

L’Italia è a un bivio! Se il programma nucleare del governo si concretizzasse, si dirotterebbero sull’atomo le attenzioni e le risorse economiche (oltre 50 miliardi di euro) destinabili da subito alle rinnovabili e all’efficienza, uniche soluzioni sicure e disponibili per ridurre con efficacia e in tempi brevi.

   Il nucleare garantirebbe affari colossali per poche aziende, che monopolizzerebbero sempre di più il mercato elettrico, a discapito dell’economia diffusa delle rinnovabili e gravando sulle tasche dei cittadini. La presenza di una centrale nucleare, oltre ai gravi problemi per la salute dei cittadini, sarebbe incompatibile con lo sviluppo del turismo e dell’agricoltura di qualità che contraddistingue il Belpaese.

REPLICHIAMO IL MODELLO TEDESCO!

Grazie allo sviluppo delle rinnovabili, la Germania sta gradualmente uscendo dal nucleare. Perché l’Italia dovrebbe fare il contrario, fermando la crescente diffusione delle rinnovabili e tornando al vecchio e insicuro atomo?

(da https://www.legambiente.it/)

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