LO SRI LANKA NEL CAOS – Il default dello Sri Lanka mostra la precarietà dei Paesi poveri alle prese con debiti ingenti (fra tutti i creditori: la Cina), economie deboli e classi politiche corrotte – Quali i Paesi a rischio default?

Il 9 luglio scorso (2022) in SRI LANKA migliaia di MANIFESTANTI HANNO ATTACCATO LA RESIDENZA DEL PRESIDENTE e la sua segreteria, dopo mesi di tumulto popolare. Negli ultimi mesi lo Sri Lanka si sta affrontando LA PEGGIOR CRISI ECONOMICA DELLA SUA STORIA e LA POPOLAZIONE È SEMPRE PIÙ IN AGITAZIONE. L’attacco di sabato 9 luglio alla residenza del presidente, condotto da migliaia di manifestanti, lascia intendere la GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE. Mentre qualcuno riusciva a entrare nella residenza presidenziale, migliaia di altri sfondavano i cancelli della segreteria presidenziale e del ministero delle finanze, che da mesi sono sede di un sit-in. La polizia e il personale militare non sono riusciti a fermare la folla. Il presidente in carica GOTABAYA RAJAPAKSA è riuscito a fuggire nella notte dal paese e a rifugiarsi alle MALDIVE a bordo di un aereo militare. (nella FOTO: manifestanti presso la residenza del presidente dello Sri Lanka il 9 luglio 2022, foto da https://webpost.it/)

COSA STA SUCCEDENDO IN SRI LANKA (E PERCHÉ)

di Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/

   Lo Sri Lanka vive la peggiore crisi istituzionale ed economica dal 1948, l’anno in cui il paese ottenne l’indipendenza dal Regno Unito. Gli eventi e le immagini che arrivano dalla nazione dell’Asia Meridionale raccontano di un paese in rivolta, piegato da una crisi economica senza precedenti e da un dissenso politico nei confronti della famiglia Rajapaksa, che ha coperto i ruoli apicali del governo per più di un ventennio.

“(…) Lo SRI LANKA conta 22 MILIONI DI ABITANTI e soffre al momento di una grave carenza di valuta estera di cambio che sta limitando le importazioni di CARBURANTE, CIBO e MEDICINE, trascinando il Paese nella peggior crisi economica dalla sua indipendenza nel 1948.   L’INFLAZIONE ha toccato un record di 54,6% a giugno e potrebbe salire fino al 70% nei prossimi mesi, colpendo duramente la popolazione. (…)   La crisi arriva dopo che il COVID-19 ha colpito l’economia basata sul TURISMO e ha ridotto le RIMESSE DEI LAVORATORI STRANIERI, ed è stata aggravata dall’accumulo di un ENORME DEBITO PUBBLICO, dall’AUMENTO dei PREZZI DEL PETROLIO e dal DIVIETO DI IMPORTARE FERTILIZZANTI CHIMICI che lo scorso anno ha devastato l’agricoltura. Il divieto di importazione dei fertilizzanti è stato revocato nel novembre dello scorso anno. In molti accusano la CATTIVA AMMINISTRAZIONE DEL PRESIDENTE RAJAPAKSA del declino economico. (…)” (Alessandro Follis, da https://euractiv.it/ del 11/7/2022) (nell’IMMAGINE: lo Sri Lanka in cifre, da ISPI)

La rocambolesca fuga

Il presidente in carica Gotabaya Rajapaksa è riuscito a fuggire nella notte dal paese e a rifugiarsi alle Maldive a bordo di un aereo militare, dopo che i funzionari dell’Aeroporto internazionale di Colombo gli avevano impedito di imbarcarsi alla volta di Dubai il giorno prima.

   Anche al fratello minore del presidente, Basil Rajapaksa, in carica come ministro delle finanze, è stato impedito di salire a bordo di un volo per Dubai in rotta verso gli Stati Uniti, dove ha doppia cittadinanza. Basil avrebbe lasciato lo Sri Lanka martedì notte. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

SRI LANKA – STATO INSULARE dell’OCEANO INDIANO, situato a SE della PENISOLA INDIANA, da cui è separato dallo STRETTO DI PALK. Già possedimento britannico con il nome di CEYLON, dal 1948 indipendente nell’ambito del COMMONWEALTH, nel 1972 ha assunto il nome attuale. (…) Il paese presenta una fisionomia economica in gran parte basata sul SETTORE PRIMARIO, il quale, però, trova difficoltà a soddisfare per intero il fabbisogno alimentare interno. L’AGRICOLTURA occupa quasi il 33% della popolazione attiva e garantisce il 12,8% del prodotto interno lordo (dati 2009). Le colture più importanti per l’esportazione sono: TÈ (lo S. è il quinto produttore mondiale con 318.470 t nel 2008), HEVEA DA CAUCCIÙ e PALMA DA COCCO. Altre colture commerciali sono quelle del CACAO, del CAFFÈ e della CANNA DA ZUCCHERO, oltre alle SPEZIE (tra cui, pregiatissima, la CANNELLA). Il RISO, coltivato sia nelle valli, sia nei versanti più fertili del SO, in genere terrazzati, è il CEREALE BASE DELL’ALIMENTAZIONE; l’agricoltura di sussistenza produce inoltre MANIOCA, PATATA DOLCE e FRUTTA TROPICALE. Destinati al consumo locale sono i prodotti dell’ALLEVAMENTO e della PESCA (salvo i crostacei, che vengono esportati). Le FORESTE forniscono abbondanza di LEGNAME PREGIATO (sandalo, mogano, ebano). (…) (da https://www.treccani.it/) (nell’IMMAGINE: SRI LANKA, mappa da https://snl.no/)

   Il numero uno dello Sri Lanka ha utilizzato un espediente previsto dalla Carta costituzionale locale per evitare l’arresto: godendo dell’immunità per evitare l’arresto, Rajapaksa si è dato alla fuga prima di dare le dimissioni nella giornata del 13 luglio, come annunciato dalla stesso presidente lo scorso 9 luglio, quando i cingalesi hanno preso d’assalto la sua residenza presidenziale al grido “GotaGoGama” (Gota Go Home).

   Dopo la fuga del leader 73enne, lo Sri Lanka ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. “Poiché il presidente è fuori dal Paese, è stato dichiarato lo stato di emergenza per gestire la situazione nel Paese”, ha detto il portavoce del premier Dinouk Colombage. Stando a quanto previsto dalla Costituzione, il timone del governo è passato nelle mani del primo ministro, Ranil Wickremesinghe, anch’egli inviso ai manifestanti anti-governativi che nella mattinata di oggi hanno preso d’assalto il suo ufficio a Colombo.

   Wickremesinghe, che adesso è presidente ad interim fino alla formazione di un nuovo governo di unità di tutti i partiti, è diventato premier lo scorso maggio quando l’ex primo ministro dello Sri Lanka, Mahinda Rakapaksa (fratello del presidente Gotabaya) ha rassegnato le sue dimissioni “con effetto immediato” a causa delle violente proteste popolari per il suo ruolo nella crisi economica del paese. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

SRI LANKA: la rocambolesca fuga – Il presidente in carica GOTABAYA RAJAPAKSA è riuscito a fuggire nella notte dal paese e a rifugiarsi alle Maldive a bordo di un aereo militare, dopo che migliaia di manifestanti hanno attaccato la residenza del presidente e la sua segreteria sabato 9 LUGLIO, dopo mesi di tumulto popolare per la peggiore crisi mai affrontata nella storia del Paese. (nella FOTO: Sri Lanka, il presidente uscente GOTABAYA RAJAPAKSA, foto da https://www.globalist.it/)

Una crisi già annunciata

L’attuale sconvolgimento politico era annunciata da tempo. L’amministrazione Rajapaksa è accusata di aver contribuito alla grave crisi economica che da mesi sta causando al paese continui blackout e carenze di cibo, carburante e medicinali.

   Per capire le origini della rivolta popolare, bisogna fare un salto indietro fino allo scorso 31 marzo, quando ingenti manifestazioni contro il governo hanno preso corpo nella capitale del paese, Colombo. Allora lo Sri Lanka ha dovuto dichiarare l’emergenza nazionale e imporre il coprifuoco per cercare di sedare le proteste rivolte alla figura del presidente Gotabaya Rajapaksa – eletto nel 2019 ed esponente di una dinastia politica corrotta – accusato di aver mandato il paese in bancarotta. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

LA CRISI ECONOMICA DELLO SRI LANKA NON È DOVUTA AI FERTILIZZANTI – Il governo srilankese vietò l’importazione dei fertilizzanti di sintesi alla fine di aprile 2021. Di fatto ne proibì anche l’utilizzo, rendendolo impossibile una volta esaurite le scorte, dato che in Sri Lanka non vengono prodotti. La decisione formalmente faceva parte del programma elettorale del presidente GOTABAYA RAJAPAKSA che nel 2019 aveva annunciato la sua intenzione di RENDERE LO SRI LANKA IL PRIMO PAESE AL MONDO A PRATICARE ESCLUSIVAMENTE AGRICOLTURA BIOLOGICA nel giro di dieci anni. (…). Il tempismo e le modalità con cui il divieto di usare i fertilizzanti di sintesi fu messo in pratica hanno tuttavia ALTRE RAGIONI, che hanno poco a che vedere con politiche ambientaliste. (…) Nel 2020 le importazioni srilankesi di fertilizzanti di sintesi, sia private che statali, erano pari all’1,6 per cento di tutte le importazioni: VIETANDOLE IL GOVERNO SPERAVA DI OTTENERE UN GROSSO TAGLIO DELLE SPESE, con conseguenti benefici per il bilancio dello stato. Il divieto però fece più danni che altro, sebbene già dopo sette mesi venne in buona parte cancellato. (…)” (testo e foto da: IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 15/7/2022)

   Il crac economico è legato a doppio filo alla famiglia Rajapaksa, che ha amministrato per oltre due decenni il paese come un’impresa di famiglia, privando lo Sri Lanka delle sue ricchezze a totale vantaggio degli esponenti della famiglia.

   Molti cingalesi si sono trovati così senza benzina e beni di prima necessità, poiché lo Sri Lanka non è più in grado di importarli. È scattato così l’allarme della crisi alimentare: secondo l’Onu, circa l’80% della popolazione è costretta a saltare i pasti perché non può più permettersi di comprare cibo.

   Alla radice della crisi alimentare viene indicata la scelta di Rajapaksa, che risale all’aprile del 2021, di imporre un improvviso divieto sui fertilizzanti chimici. La decisione ha colpito gli agricoltori e le loro terre, che hanno visto il raccolto ridursi tra il 40 e il 60 per cento, sufficiente appena per sfamare i nuclei familiari dei coltivatori. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

PAESI A RISCHIO DEFAULT – “(…) I tradizionali segnali di crisi del debito con valute che crollano, spread obbligazionari di 1.000 punti base e riserve valutarie bruciate indicano un numero record di nazioni in via di sviluppo ora in difficoltà. LIBANO, SRI LANKA, RUSSIA, SURINAME e ZAMBIA sono già in default, la BIELORUSSIA è sull’orlo del baratro e almeno un’altra dozzina si trova in una zona di pericolo, poiché l’aumento dei costi finanziari, l’inflazione e il debito alimentano tutti i timori di un collasso economico. (…) Su KENYA, EGITTO, TUNISIA e GHANA, David Rogovic di Moody’s ha dichiarato: “Questi Paesi sono i più vulnerabili solo a causa dell’ammontare del debito dovuto rispetto alle riserve e delle sfide fiscali in termini di stabilizzazione del carico del debito”. ARGENTINA (che detiene il record mondiale di default sovrano) e UCRAINA (l’invasione della Russia significherà che il Paese dovrà ristrutturare il suo debito di oltre 20 miliardi di dollari) a rischio (…)” (Violetta Silvestri, 16/7/2022, da https://www.money.it/)
(nell’IMMAGINE: RISCHIO DEL CREDITO per aree geografiche e Paesi selezionati (mappa da https://mglobale.it/ – In parentesi la media del rischio di credito: 0 uguale rischio minimo; 100 uguale rischio massimo)

Insolvente verso i creditori

Lo scorso maggio, il paese asiatico è andato in default per la prima volta nella sua storia, entrando nella peggiore crisi finanziaria degli ultimi 70 anni. A metà aprile, infatti, Colombo ha imposto un freno al rimborso del debito estero (circa 51 miliardi di dollari) e aveva accettato di trattarne la ristrutturazione con il Fondo monetario internazionale, che dovrebbe versare nelle casse del paese circa 3 miliardi di dollari.

   Prima di darsi alla fuga, Gotabaya aveva chiesto aiuto all’India e alla Cina – i principali creditori – e si è rivolto anche al presidente russo Vladimir Putin per chiedere un ulteriore sconto sulle importazioni di carburante. Non è la prima volta che il presidente cingalese va a bussare alla porta del Cremlino: la Russia è stata in passato uno dei principali fornitori di turisti per lo Sri Lanka.

   Alla grave crisi economica, si aggiunge anche il crollo del turismo, su cui si fonda l’economia nazionale, a causa del Covid. Il settore turistico aveva preso slancio dopo la fine della guerra civile terminata nel 2009, quando l’allora ministro della Difesa Gotabaya Rajapaksa su ordine del fratello Mahinda, allora presidente, decimò la minoranza Tamil (che compone parte dei 22 milioni di abitanti del paese, oltre a musulmani e cingalesi) con un’offensiva spietata. L’attuale presidente Rajapaksa, in fuga dal paese che ha portato al lastrico economico, è accusato anche di crimini di guerra. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

I RISCHI SACE 2022 – SACE è l’acronimo di Sezione speciale per l’Assicurazione del Credito all’Esportazione, organismo statale istituito a Roma nel 1977, azienda di Cassa Depositi e Prestiti. La mission di SACE è sostenere le imprese italiane, grandi aziende e PMI (piccole e medie imprese), che desiderano costruire una presenza forte e solida nel mercato globale
CRITICITÀ DI NATURA POLITICA
La situazione economica di alcuni Paesi è compromessa da criticità di natura più prettamente politica, con ripercussioni sulla stabilità del sistema bancario e del tessuto delle imprese.
Sul fronte geopolitico incidono in modo significativo gli sviluppi attualmente in corso legati alla pesante escalation della crisi russo-ucraina. Le sanzioni imposte alla Russia da numerosi Paesi ostacolano – se non impediscono del tutto – i pagamenti nelle relazioni commerciali con l’estero, impattando di conseguenza il rischio di credito delle controparti pubbliche e private della Russia (passata da 62 a 70). Gli effetti della crisi si riflettono in maniera altrettanto evidente anche sul rischio di credito dell’Ucraina (da 81 a 90).
(nell’IMMAGINE: RISCHIO POLITICO “SACE mappa dei rischi 2022”, da https://www.shippingitaly.it/)

La richiesta di dimissioni per Wickremesinghe

Il sistema di sicurezza si rafforza. Il premier e presidente ad interim Wickremesinghe ha incaricato l’esercito e la polizia di “fare ciò che è necessario per ristabilire l’ordine”, dopo che i manifestanti anti-governativi hanno preso d’assalto il suo ufficio, lasciando preludere a un’escalation di violenza. E ha puntato il dito contro i manifestanti che, a suo dire, “vogliono impedirmi di assolvere le mie responsabilità di presidente ad interim”, ha aggiunto in un discorso alla tv di Stato.

   Anche Wickremesinghe si è dato alla fuga e ancora non è nota la sua posizione. C’è solo una certezza: il premier non è ben visto dai manifestanti che, prima di prendere d’assalto il suo ufficio, recitavano lo slogan “Ranil vai a casa!”, mentre sui social circolavano le immagini dell’opulenza dei palazzi della famiglia Rajapaksa. (Serena Console, 13/7/2022 da https://www.today.it/)

MAPPA DEI RISCHI  – I FATTORI CLIMATICI
La maggiore frequenza di disastri ambientali estremi da un lato contribuisce a un ulteriore inasprimento delle condizioni di offerta, dall’altro aumenta il rischio di violenza politica. La scarsità di risorse conseguenti a fenomeni atmosferici (ad esempio siccità e deforestazione) può generare INSTABILITÀ SOCIALE E CONFLITTI con deterioramento dei livelli di sicurezza, o del contesto operativo.
In BANGLADESH, ad esempio, gli impatti del cambiamento climatico hanno esacerbato le già forti divisioni etnico-religiose interne. In INDONESIA (rischio politico da 79 a 78 e rischio climatico pari a 83) l’impoverimento del potenziale ittico ha incrementato gli episodi di pirateria a danno dei pescatori locali.
Vi sono episodi in cui i governi, per contenere gli impatti economici dei fenomeni naturali, hanno adottato strategie di tutela in favore dei soggetti nazionali, a scapito degli operatori privati o esteri. (da https://www.mglobale.it/ – al 25/2/2022) (nell’IMMAGINE: I paesi più a rischio per i cambiamenti climatici, MAPPA da https://www.lifegate.it/)
(nell’IMMAGINE: i PAESI PIÙ A RISCHIO PER I CAMBIAMENTI CLIMATICI, mappa da https://www.lifegate.it/)

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PAESI A RISCHIO DEFAULT: QUALI SONO E PERCHÉ LA BOMBA DEBITO STA PER SCOPPIARE

di Violetta Silvestri, 16/7/2022, da https://www.money.it/

– Il mondo sconvolto da dinamiche economiche e finanziarie assai avverse sta per scoppiare? Ci sono diversi Paesi a rischio default, mentre l’emergenza debito si fa sempre più grave –

   I tradizionali segnali di crisi del debito con valute che crollano, spread obbligazionari di 1.000 punti base e riserve valutarie bruciate indicano un numero record di nazioni in via di sviluppo ora in difficoltà.

   LIBANO, SRI LANKA, RUSSIA, SURINAME e ZAMBIA sono già in default, la BIELORUSSIA è sull’orlo del baratro e almeno un’altra dozzina si trova in una zona di pericolo, poiché l’aumento dei costi finanziari, l’inflazione e il debito alimentano tutti i timori di un collasso economico.

   Diverse economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) stanno per crollare. La stima è preoccupante, considerando che queste nazioni rappresentano il 40% dell’economia mondiale. Il loro debito pesa più del doppio in 10 anni e rappresenta ora quasi il 200% del Pil.

   Mentre infuria la guerra in Ucraina e le nazioni occidentali guardano al gas e all’inflazione, il mondo sta per essere travolto dai fallimenti?

C’è una bomba debito pronta a esplodere

Gli analisti della crisi sperano che molti Paesi possano ancora evitare il default, soprattutto se i mercati globali si calmano e se il FMI reagisce con un supporto. Tuttavia, ci sono almeno 12 Stati in forte rischio e che stanno per collassare.

   Partendo da questi dati, esperti e strateghi hanno acceso i riflettori su almeno una dozzina di Stati. Le economie di queste nazioni sono considerate in bilico per una serie di fattori, soprattutto legati al peso del debito sulla spesa pubblica. Di seguito, una panoramica sui Paesi osservati speciali.

Argentina, Ucraina e Tunisia a rischio

L’Argentina, che detiene il record mondiale di default sovrano, sembra destinata ad aumentarne l’entità. Il peso ora viene scambiato con uno sconto di quasi il 50% sul mercato nero, le riserve sono estremamente basse e le obbligazioni vengono scambiate a soli 20 centesimi di dollaro, meno della metà di quanto erano dopo la ristrutturazione del debito del Paese nel 2020.

   In Ucraina, l’invasione della Russia significherà che il Paese dovrà ristrutturare il suo debito di oltre 20 miliardi di dollari, avvertono gli investitori di peso massimo come Morgan Stanley e Amundi. La crisi ci sarà a settembre, quando sono dovuti 1,2 miliardi di dollari di pagamenti obbligazionari. Gli aiuti e le riserve significano che Kiev potrebbe potenzialmente pagare. Ma con la Naftogaz gestita dallo Stato che sta chiedendo un congelamento del debito per due anni, gli investitori sospettano che il Governo seguirà l’esempio.

   In Africa, la Tunisia versa in condizioni pessime. Disavanzo di bilancio vicino al 10% e spread delle obbligazioni tunisine – il premio richiesto dagli investitori per acquistare il debito piuttosto che le obbligazioni statunitensi – saliti a oltre 2.800 punti base collocano il Paese, insieme a Ucraina ed El Salvador, nella lista dei primi tre probabili inadempienti per Morgan Stanley. Un accordo con il Fondo monetario internazionale diventa imperativo, ha detto il capo della banca centrale tunisina Marouan Abassi.

Africa osservata speciale con questi 5 Paesi

Restando nel continente africano, in Ghana l’indebitamento ha visto il rapporto debito/Pil salire a quasi l’85%. La sua valuta, il cedi, quest’anno ha perso quasi un quarto del suo valore e lo Stato stava già spendendo più della metà delle entrate fiscali per il pagamento degli interessi del debito. Anche l’inflazione si avvicina al 30%.

   L’Egitto ha un rapporto debito/PIL vicino al 95% e quest’anno ha assistito a uno dei maggiori esodi di liquidità internazionale: circa 11 miliardi di dollari secondo JPMorgan. La società di fondi FIM Partners stima che l’Egitto abbia 100 miliardi di dollari di debito in valuta forte da pagare nei prossimi cinque anni, inclusa un’obbligazione da 3,3 miliardi di dollari nel 2024.

   Il Cairo ha svalutato la sterlina del 15% e ha chiesto aiuto al FMI a marzo, ma gli spread obbligazionari ora superano i 1.200 punti base e i credit default swap (CDS) – uno strumento per gli investitori per coprire il rischio – valutano con una probabilità del 55% che fallisca un pagamento.

   Il Kenya spende circa il 30% delle entrate per il pagamento degli interessi. Le sue obbligazioni hanno perso quasi la metà del loro valore e attualmente non ha accesso ai mercati dei capitali, un problema con un’obbligazione da 2 miliardi di dollari in scadenza nel 2024.

   Su KENYA, EGITTO, TUNISIA e GHANA, David Rogovic di Moody’s ha dichiarato: “Questi Paesi sono i più vulnerabili solo a causa dell’ammontare del debito dovuto rispetto alle riserve e delle sfide fiscali in termini di stabilizzazione del carico del debito”. (Violetta Silvestri)

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SRI LANKA, LE PROTESTE PER LA CRISI ECONOMICA PORTANO ALLA CADUTA DEL GOVERNO DI RAJAPAKSA

di Alessandro Follis, da https://euractiv.it/ del 11/7/2022

   Migliaia di manifestanti hanno attaccato la residenza del presidente e la sua segreteria sabato 9 luglio, dopo mesi di tumulto popolare per la peggiore crisi mai affrontata nella storia del Paese.

   Negli ultimi mesi lo Sri Lanka si sta trovando ad affrontare la peggior crisi economica della sua storia e la popolazione è sempre più in agitazione. L’attacco di sabato 9 luglio alla residenza del presidente, condotto da migliaia di manifestanti, lascia intendere la gravità della situazione.

   Mentre qualcuno riusciva a entrare nella residenza presidenziale, migliaia di altri sfondavano i cancelli della segreteria presidenziale e del ministero delle finanze, che da mesi sono sede di un sit-in. La polizia e il personale militare non sono riusciti a fermare la folla.

   Il presidente GOTABAYA RAJAPAKSA, contro cui stanno protestando i manifestanti, è stato fatto spostare dalla residenza ufficiale già la scorsa settimana nel timore di derive violente delle manifestazioni del fine settimana, come poi è effettivamente avvenuto.

   Il primo ministro RANIL WICKREMESINGHE ha convocato sabato 9 luglio una riunione di emergenza dei leader di partito per discutere della situazione e trovare una soluzione, ha fatto sapere il suo ufficio.

   L’attacco è stato filmato in diretta Facebook, con i manifestanti che hanno invaso i corridoi della villa presidenziale: alcuni si sono anche tuffati nell’ampia piscina. Durante le proteste, almeno 39 persone sono rimaste ferite.

   La violenza delle proteste ha costretto il presidente Rajapaksa ad annunciare le dimissioni, firmate mercoledì 13 luglio.

Collasso economico

Lo Sri Lanka conta 22 milioni di abitanti e soffre al momento di una grave carenza di valuta estera di cambio che sta limitando le importazioni di carburante, cibo e medicine, trascinando il Paese nella peggior crisi economica dalla sua indipendenza nel 1948.

   L’inflazione ha toccato un record di 54,6% a giugno e potrebbe salire fino al 70% nei prossimi mesi, colpendo duramente la popolazione. L’instabilità politica potrebbe pregiudicare i colloqui con il Fondo monetario internazionale, da cui il Paese cerca di ottenere un aiuto da 3 miliardi di dollari.

   La crisi arriva dopo che il Covid-19 ha colpito l’economia basata sul turismo e ha ridotto le rimesse dei lavoratori stranieri, ed è stata aggravata dall’accumulo di un enorme debito pubblico, dall’aumento dei prezzi del petrolio e dal divieto di importare fertilizzanti chimici che lo scorso anno ha devastato l’agricoltura. Il divieto di importazione dei fertilizzanti è stato revocato nel novembre dello scorso anno.

   In molti accusano la cattiva amministrazione del presidente Rajapaksa del declino economico. Molte proteste pacifiche ne hanno chiesto le dimissioni fin da marzo, ma negli ultimi giorni il malcontento è peggiorato e ha portato alle manifestazioni violente di sabato 9 luglio (2022).

   Nonostante la grave carenza di carburante che ha bloccato i servizi di trasporto, i manifestanti si sono ammassati in autobus, treni e camion da diverse parti del Paese per raggiungere Colombo e protestare contro l’incapacità del governo di proteggerli dalla crisi economica.

   Il malcontento si è acuito nelle ultime settimane, quando il Paese, che soffre di carenza di liquidità, ha smesso di ricevere i rifornimenti di carburante, costringendo alla chiusura delle scuole e al razionamento di benzina e gasolio per i servizi essenziali.

Una famiglia al potere

Le violenze del 9 luglio hanno costretto il presidente Gotabaya Rajapaksa ad annunciare le dimissioni, seguendo quello che aveva dovuto fare il fratello maggiore Mahinda a maggio lasciando il ruolo di primo ministro.

   I fratelli Rajapaksa sono due figure chiave dello Sri Lanka post-indipendenza: il maggiore Mahinda è stato presidente dal 2005 al 2014 e primo ministro in tre occasioni, l’ultima e più lunga tra il 2019 e il maggio 2022. Il minore, Gotabaya, è presidente dal 2019 dopo aver ricoperto le cariche di ministro della difesa e della tecnologia.

   La popolarità dei due fratelli arrivò al culmine nel 2009, quando l’allora ministro della difesa Gotabaya, con il fratello maggiore alla presidenza, condusse un’operazione militare molto violenta contro i ribelli delle Tigri Tamil, ponendo fine alla guerra civile.

   Durante il periodo in cui si sono scambiati più volte le posizioni di governo, i fratelli Rajapaksa hanno costruito grandi progetti infrastrutturali a credito affidandosi alla CINA in qualità di prestatore di denaro, dovendo a loro volta concedere a Pechino la proprietà di alcune di queste strutture, come il PORTO DI HAMBANTOTA. (Alessandro Follis, da https://euractiv.it/)

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LA CRISI ECONOMICA DELLO SRI LANKA NON È DOVUTA AI FERTILIZZANTI

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 15/7/2022

   La crisi economica dello Sri Lanka non è dovuta ai fertilizzanti, cioè al divieto di usare quelli di sintesi, che ha più che altro aggravato una situazione già molto difficile

   Tra le reazioni occidentali alle ultime notizie dallo Sri Lanka, sui social si è sviluppato un piccolo dibattito sul ruolo che il divieto di importare e usare fertilizzanti di sintesi ha avuto nella grande crisi economica che ha colpito il paese, e che è stata seguita dall’attuale grave crisi politica. Una lettura piuttosto riduttiva tende a considerare la restrizione sui fertilizzanti come una causa importante della crisi. In realtà, benché abbia effettivamente creato dei problemi, questi si sono aggiunti a una situazione economica che già da prima era molto compromessa.

   Il divieto dei fertilizzanti di sintesi ha sì danneggiato l’economia del paese, ma non ha provocato la crisi, né ne è stato uno degli elementi principali: la crisi dello Sri Lanka è stata in realtà provocata dalla cattiva gestione dell’enorme debito pubblico e da decenni di pessime politiche economiche, e la questione dei fertilizzanti, benché importante, è stata tutto sommato secondaria.

   Il governo srilankese vietò l’importazione dei fertilizzanti di sintesi alla fine di aprile 2021. Di fatto ne proibì anche l’utilizzo, rendendolo impossibile una volta esaurite le scorte, dato che in Sri Lanka non vengono prodotti. La decisione formalmente faceva parte del programma elettorale del presidente Gotabaya Rajapaksa – ora fuggito alle Maldive, e probabilmente dimissionario – che nel 2019 aveva annunciato la sua intenzione di rendere lo Sri Lanka il primo paese al mondo a praticare esclusivamente agricoltura biologica nel giro di dieci anni. A luglio, in un incontro delle Nazioni Unite, Rajapaksa aveva spiegato la decisione citando problemi di salute associati all’uso eccessivo di fertilizzanti di sintesi e i danni ecologici da loro provocati, tra cui c’è l’emissione di un potente gas serra.

   Il tempismo e le modalità con cui il divieto di usare i fertilizzanti di sintesi fu messo in pratica hanno tuttavia altre ragioni, che hanno poco a che vedere con politiche ambientaliste.

   La pandemia da coronavirus aveva danneggiato uno dei settori economici più importanti dello Sri Lanka: il turismo. Al tempo stesso, con le più ampie conseguenze sull’economia mondiale, aveva portato a un calo delle rimesse dei tanti srilankesi che vivono all’estero. Per queste ragioni, oltre che per le preesistenti fragilità dell’economia, all’inizio del 2021 il governo cercò un modo per limitare le importazioni dall’estero, da cui lo Sri Lanka è estremamente dipendente: il valore della moneta locale, la rupia srilankese, continuava a diminuire, e continuando a importare moltissimo, e dunque a cambiarla in valuta estera (le cui riserve nazionali erano sempre più ridotte), la situazione si aggravava.

   Nel 2020 le importazioni srilankesi di fertilizzanti di sintesi, sia private che statali, erano pari all’1,6 per cento di tutte le importazioni: vietandole il governo sperava di ottenere un grosso taglio delle spese, con conseguenti benefici per il bilancio dello stato.

   Il divieto però fece più danni che altro, sebbene già dopo sette mesi venne in buona parte cancellato.

   In generale, inevitabilmente il passaggio dall’agricoltura convenzionale a quella biologica, cioè senza l’uso di fertilizzanti, erbicidi e pesticidi di sintesi, causa una riduzione della produzione agricola: la resa coi metodi biologici non è la stessa. Se poi il passaggio all’agricoltura biologica viene imposto in assenza di un’adeguata formazione degli agricoltori sulle tecniche alternative per concimare e debellare insetti ed erbacce, come è successo in Sri Lanka, le cose possono andare molto peggio. Per esempio: il raccolto di riso della stagione 2021-2022 è stato di 2,92 milioni di tonnellate; l’anno precedente era stato di 3,39 milioni.

   Per anni, prima che Rajapaksa proponesse il passaggio a un’agricoltura esclusivamente biologica, i contadini dello Sri Lanka erano stati spinti a fare sempre più affidamento sui fertilizzanti di sintesi, il cui acquisto veniva sostenuto dallo stato attraverso un programma di sussidi. Nel 2021 solo il 10 per cento praticava già l’agricoltura biologica. Per questo la stragrande maggioranza degli agricoltori erano del tutto impreparati al grosso cambiamento imposto dal divieto sui fertilizzanti di sintesi, che peraltro non era possibile sostituire adeguatamente con concimi biologici in tutto il paese perché la produzione nazionale era insufficiente.

   Inoltre contemporaneamente il settore agricolo dello Sri Lanka si è trovato ad affrontare molte altre difficoltà legate al più vasto contesto economico internazionale: il prezzo delle sementi e dei pesticidi è aumentato (triplicato in alcuni casi), e così quello del carburante, spingendo molti agricoltori a dover fare a meno dei trattori o a rinunciare all’affitto di terreni aggiuntivi. I frequenti blackout dovuti alla crisi energetica hanno invece impedito di lavorare bene alle pompe che consentono l’irrigazione dei campi e degli orti più alti e ai mulini, facendo marcire parte del raccolto di riso.

   Tutte queste circostanze messe insieme hanno ridotto moltissimo la produzione agricola srilankese delle ultime stagioni, diminuendo le esportazioni e peggiorando ancora di più la situazione economica del paese in generale.

   Le numerose proteste degli agricoltori e l’inizio di una crisi alimentare per cui si formavano lunghe file fuori dai negozi per comprare semplici beni di prima necessità avevano spinto il governo a rivedere parzialmente il divieto sull’uso dei fertilizzanti di sintesi: a novembre il governo aveva annunciato che sarebbe tornato a importarli per le coltivazioni di tè, gomma e cocco, i principali prodotti agricoli di esportazione dello Sri Lanka.

   Le cose tuttavia non si erano risolte. Solo una piccola quantità di fertilizzanti di sintesi aveva raggiunto i campi in tempo per la stagione agricola che va da settembre a marzo (chiamata “Maha”), in parte per la generale carenza di questi prodotti in parte perché pochi agricoltori potevano permettersi di acquistarli senza i sussidi statali. Ad aprile l’allora primo ministro Mahinda Rajapaksa aveva promesso la reintroduzione dei sussidi, ma intanto lo stato si avvicinava al default, raggiunto ufficialmente a maggio. (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/)

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SACE è l’acronimo di Sezione speciale per l’Assicurazione del Credito all’Esportazione, organismo statale istituito a Roma nel 1977, azienda di Cassa Depositi e Prestiti. La mission di SACE è sostenere le imprese italiane, grandi aziende e PMI (piccole e medie imprese), che desiderano costruire una presenza forte e solida nel mercato globale. Costituisce il cosiddetto “Polo dell’export” capace di offrire alle aziende un pieno sostegno durante ogni fase e attività di espansione all’estero: dalle garanzie finanziarie, alla protezione per investimenti esteri, cauzioni per le gare d’appalto, protezione dai rischi per la costruzione, finanziamenti a tasso agevolato, finanziamenti a breve termine etc. 

MAPPA DEI RISCHI SACE 2022

da https://www.mglobale.it/ (al 25/2/2022)

   Secondo il report annuale SACE, i rischi restano significativi per il perdurare degli effetti legati alla pandemia, le difficoltà nelle catene globali del valore, i rincari dei prodotti energetici, la crisi Russia – Ucraina.

   Il profilo di rischio del credito delle varie aree geografiche è rimasto sostanzialmente invariato nel 2021, confermando il divario tra le fragilità dei Paesi emergenti e la maggiore solidità di quelli avanzati.

   Le geografie che, già alla vigilia della crisi pandemica, presentavano fondamentali macroeconomici deboli o una traiettoria del debito pubblico in rapida crescita, si sono rivelate particolarmente vulnerabili in termini di rischio del credito.

   La regione Subsahariana anche quest’anno presenta diversi casi in cui il quadro delle finanze pubbliche si riflette negativamente sugli score dei rischi di credito delle componenti corporate e bancarie. Lo score dell’Africa Subsahariana è passato da 62 a 65, quello del Kenya da 71 a 75.

   In Ghana (con una media del rischio di credito pari a 70) il debito è superiore all’80% del Pil, e il rischio di liquidità è in significativo aumento.

   Si riscontra un netto peggioramento anche per lo Sri Lanka (da 86 a 96) in difficoltà nel rimborsare le proprie passività nel breve termine.

   Gli ampi deficit fiscali e il mancato rinnovamento del contesto operativo, che sta ponendo un freno all’afflusso di investimenti esteri, sono all’origine del peggioramento del rischio nelle Filippine (da 48 a 50).

   Le dinamiche del debito pubblico rimangono al centro anche della delicata situazione dell’Argentina (il cui score passa da 87 a 84).

   La presenza di un debito in crescita e gli eventi di default che hanno interessato alcuni tra i principali gruppi immobiliari cinesi sono alla base del deterioramento del rischio della Cina (da 44 a 48). Nel settore delle imprese non finanziarie cinesi il rischio del credito è passato da 56 a 63 e il governo sembra deciso a ridurre i salvataggi aziendali a opera dello Stato.

   In India (da 65 a 63) vari elementi a favore di un outlook positivo provengono dall’incremento degli incentivi fiscali e operativi del governo in settori chiave come l’automotive, i prodotti elettronici, la farmaceutica e il tessile (Production Linked Incentive Scheme) e dall’aumento dell’utilizzo di forme di pagamento elettronico e mobile.

Criticità di natura politica

La situazione economica di alcuni Paesi è compromessa da criticità di natura più prettamente politica, con ripercussioni sulla stabilità del sistema bancario e del tessuto delle imprese.

Sul fronte geopolitico incidono in modo significativo gli sviluppi attualmente in corso legati alla pesante escalation della crisi russo-ucraina. Le sanzioni imposte alla Russia da numerosi Paesi ostacolano – se non impediscono del tutto – i pagamenti nelle relazioni commerciali con l’estero, impattando di conseguenza il rischio di credito delle controparti pubbliche e private della Russia (passata da 62 a 70). Gli effetti della crisi si riflettono in maniera altrettanto evidente anche sul rischio di credito dell’Ucraina (da 81 a 90).

In Turchia (da 82 a 83) la gestione del presidente Erdogan ha esacerbato alcune criticità strutturali del Paese in un contesto geopolitico di tensione.

In Tunisia (da 86 a 90), la crisi istituzionale ha acuito le fragilità collegate all’elevato debito e la recessione collegata al Covid-19 ha compromesso ulteriormente la sostenibilità finanziaria del Paese.

In Etiopia (da 75 a 88) il conflitto tra forze governative e i secessionisti del Fronte popolare di liberazione del Tigray sta determinando impatti negativi sull’economia, sulla popolazione e sulle già deboli finanze pubbliche.

Nel Myanmar (da 88 a 97) il persistente scontro tra forze democratiche e militari ha generato una crisi anche umanitaria che per ora non sembra destinata a esaurirsi, così come in Afghanistan (da 92 a 97) che dopo il ritorno delle forze talebane non ha più il supporto economico della comunità internazionale.

La controversia riguardo l’indipendenza di Taiwan dal governo di Pechino rischia di compromettere i rapporti tra Cina e Stati Uniti.

Nel corso dell’anno sono emerse criticità alimentate dalla crisi pandemica con interruzioni delle catene globali del valore:

– carenza di alcune materie prime e fattori produttivi

– shock sui beni energetici

– strozzature nella distribuzione (logistica e trasporto, soprattutto di tipo marittimo) con conseguenti allungamenti dei tempi di consegna dei fornitori.

   Le pressioni inflazionistiche continueranno a essere elevate quest’anno, prevalentemente nel primo trimestre, per poi attenuarsi in concomitanza con la normalizzazione dell’economia mondiale. Per i trimestri successivi, le quotazioni delle materie prime agricole ed energetiche sono attese crescere a tassi più moderati.

   Gli indicatori manifatturieri anticipatori del ciclo produttivo, come il Purchasing Managers’Index (PMI), puntano verso un miglioramento delle condizioni di offerta, con la componente relativa ai “tempi di consegna dei fornitori” del PMI globale che ha registrato in gennaio l’incremento minore da circa un anno.

Fattori climatici

La maggiore frequenza di disastri ambientali estremi da un lato contribuisce a un ulteriore inasprimento delle condizioni di offerta, dall’altro aumenta il rischio di violenza politica. La scarsità di risorse conseguenti a fenomeni atmosferici (ad esempio siccità e deforestazione) può generare instabilità sociale e conflitti con deterioramento dei livelli di sicurezza, o del contesto operativo.

In Bangladesh, ad esempio, gli impatti del cambiamento climatico hanno esacerbato le già forti divisioni etnico-religiose interne. In Indonesia (rischio politico da 79 a 78 e rischio climatico pari a 83) l’impoverimento del potenziale ittico ha incrementato gli episodi di pirateria a danno dei pescatori locali.

Vi sono episodi in cui i governi, per contenere gli impatti economici dei fenomeni naturali, hanno adottato strategie di tutela in favore dei soggetti nazionali, a scapito degli operatori privati o esteri. (da https://www.mglobale.it/ – al 25/2/2022)

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SRI LANKA

(da https://www.treccani.it/ )

   Stato insulare dell’Oceano Indiano, situato a SE della Penisola Indiana, da cui è separato dallo Stretto di Palk. Già possedimento britannico con il nome di Ceylon, dal 1948 indipendente nell’ambito del Commonwealth, nel 1972 ha assunto il nome attuale.

CARATTERISTICHE FISICHE

Come l’India peninsulare, di cui rappresenta una continuazione, l’isola è un frammento dell’antica Terra di Gondwana. Per i 9/10 è composta da rocce dell’età precambriana (scisti e gneiss), che nella sezione settentrionale lasciano il posto a rocce più recenti di origine sedimentaria, simili a quelle dell’estremità meridionale del Deccan.

   Nel complesso l’orografia si presenta piuttosto accidentata nella parte centro-meridionale, la quale è occupata da un massiccio fortemente eroso e solcato da numerose valli, che culmina nelle vette del Pidurutalagala (2524 m), del Kirigalpotta (2395 m) e dello Sri Pada (Picco di Adamo, 2243 m). Una cintura di tavolati a gradini circonda il massiccio per poi sfumare in una dorsale collinare allungata verso N.

Le coste, generalmente basse, sono in gran parte orlate da dune sabbiose di formazione marina. L’isola è compresa fra 6° e 10° di latitudine N e quindi ha un regime termico equatoriale: temperature elevate tutto l’anno, con modestissime escursioni. Le precipitazioni si aggirano intorno ai 2500 mm annui, ma non sono uniformemente distribuite.

   La piovosità è intensa nelle regioni a S e SO, investite dal monsone estivo (con punte di 5000 mm sui rilievi), mentre le regioni a N e NE sono relativamente asciutte, perché gran parte dell’umidità va perduta a causa dell’evaporazione e del rapido deflusso superficiale, e perché le piogge si concentrano in un breve periodo.

   I fiumi sono molto numerosi ma brevi (il più lungo, il Mahaweli Ganga, non arriva a 350 km). Occupato e sfruttato da secoli, l’ambiente naturale è soggetto a un considerevole processo di antropizzazione. Le foreste occupano ormai solo il 30% del paese, di fronte al 54% degli anni 1960. Oltre un quarto del territorio, tuttavia, è soggetto a varie forme di tutela ambientale (parchi nazionali, riserve forestali, aree di protezione faunistica).

POPOLAZIONE

La popolazione è composta per oltre l’80% da Cingalesi, di ceppo indoeuropeo, che giunsero nell’isola nel 5° sec. a.C. e si convertirono al buddhismo nel 3° sec. a.C.; il gruppo minoritario più numeroso è quello Tamil, 9% (diviso in Tamil dello S., discendenti dai più antichi gruppi indiani meridionali insediatisi nell’isola, e Tamil dell’India, immigrati nel 19° sec. per lavorare nelle piantagioni), di ceppo dravidico, di lingua tamil, e in genere induisti. I Tamil, insediati soprattutto nelle regioni settentrionale e nord-orientale, sono sensibilmente diminuiti (rappresentavano il 17% della popolazione nei primi anni 1990) a causa dell’inasprimento del conflitto etnico che ha prodotto grandi masse di profughi dirette principalmente verso l’India. Numericamente di poco inferiori ai Tamil sono i Mori (8% della popolazione), musulmani, in gran parte discendenti da schiavi neri e in piccola parte da antichi navigatori arabi.

   Il tasso d’incremento demografico, elevatissimo fino ai primi anni 1980, è andato progressivamente calando in questi ultimi due decenni fino a raggiungere (stima 2009) una crescita annua inferiore all’1%.  La città più popolosa è Colombo (652.000 ab. nel 2005), capitale fino al 1982. Altre città importanti, oltre alla capitale, sono Dehiwala-Mount Lavinia, Moratuwa, Negombo (tutte prossime alla capitale e a Colombo) e Jaffna, sull’estrema costa settentrionale.

   Oltre alle due lingue ufficiali, è diffusamente parlato, e ampiamente usato nell’educazione e nella burocrazia, l’inglese. La distribuzione delle religioni ricalca grosso modo quella delle etnie: buddhisti 76,7%, musulmani 8,5%, induisti 7,9% e cristiani (prevalentemente Cingalesi) 6,1%.

CONDIZIONI ECONOMICHE

Il paese presenta una fisionomia economica in gran parte basata sul settore primario, il quale, però, trova difficoltà a soddisfare per intero il fabbisogno alimentare interno. L’agricoltura occupa quasi il 33% della popolazione attiva e garantisce il 12,8% del prodotto interno lordo (dati 2009). Le colture più importanti per l’esportazione sono: tè (lo S. è il quinto produttore mondiale con 318.470 t nel 2008), hevea da caucciù e palma da cocco. Altre colture commerciali sono quelle del cacao, del caffè e della canna da zucchero, oltre alle spezie (tra cui, pregiatissima, la cannella). Il riso, coltivato sia nelle valli, sia nei versanti più fertili del SO, in genere terrazzati, è il cereale base dell’alimentazione; l’agricoltura di sussistenza produce inoltre manioca, patata dolce e frutta tropicale. Destinati al consumo locale sono i prodotti dell’allevamento e della pesca (salvo i crostacei, che vengono esportati). Le foreste forniscono abbondanza di legname pregiato (sandalo, mogano, ebano).

   Il sottosuolo ha modeste risorse, nonostante la presenza di pietre preziose (rubini, zaffiri, topazi, berilli), che già valsero al paese il nome di ‘isola dei gioielli’ e rappresentano una voce importante dell’esportazione isolana. L’unico minerale industrialmente notevole è la grafite.

   L’industria manifatturiera (26,3% della popolazione attiva e 29,2% del PIL) è penalizzata dall’instabilità determinata dai conflitti interetnici che, oltre a causare una forte emigrazione di forza lavoro, costituisce un deterrente per gli investimenti esteri. I comparti trainanti sono quello alimentare (preparazione del tè, lavorazione delle oleaginose, produzione di birra, raffinazione dello zucchero) e quello tessile (filatura del cotone e confezioni); quest’ultimo, tuttavia, risente della concorrenza degli altri paesi del Sud-Est asiatico. Vi sono poi industrie chimiche, della concia, della carta, della ceramica, due impianti siderurgici di medie dimensioni, qualche cementificio e una raffineria di petrolio.

   Il settore terziario (41% della popolazione attiva e 58% del PIL) è in crescita anche grazie al turismo che, nonostante non sia sviluppato quanto le attrattive del paese consentirebbero a causa della difficile situazione interna, garantisce buoni introiti. Buona la produzione di energia idroelettrica fornita soprattutto dalle centrali sul fiume Mahaweli Ganga. La bilancia commerciale è in passivo a causa dell’entità delle importazioni (macchinari, prodotti petroliferi, derrate alimentari ecc.); principali partner commerciali sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’India e la Cina.

   Le comunicazioni possono contare su una rete viaria abbastanza fitta (97.286 km, in gran parte asfaltate) e su una discreta rete ferroviaria (quasi 1500 km). Un servizio di traghetti collega i due tronconi ferroviari che saldano la rete indiana a quella dell’isola. Colombo è il principale scalo portale e aeroportuale.

STORIA

Sede nel Nord di un regno tamil costituitosi nel 13° sec., e nel Sud di un più antico regno cingalese, all’inizio del 16° sec. l’isola di Ceylon fu raggiunta dai Portoghesi; questi sottomisero i due Stati, mentre all’interno si costituiva un nuovo regno cingalese che rimase indipendente fino al 1815. Al dominio portoghese subentrò quello olandese (1658), a sua volta sostituito da quello britannico (1796).

   Nei primi decenni del 20° sec. vennero progressivamente introdotte forme di autogoverno interno e nel 1948 il paese divenne indipendente, nell’ambito del Commonwealth, con una Costituzione di tipo parlamentare. Un governo conservatore, formato dall’United National Party (UNP), guidò il paese fino al 1956. La situazione dello S. fu relativamente stabile fino alla metà degli anni 1950, quando emersero difficoltà nel sistema economico ereditato dall’epoca coloniale. Il malcontento sociale che ne conseguì favorì nel 1956 la vittoria elettorale dello Sri Lanka Freedom Party (SLFP), di orientamento nazionalista e progressista.

   Provvedimenti di stampo nazionalista (proclamazione del cingalese come lingua ufficiale e rafforzamento dell’identità buddhista) del governo di Solomon Bandaranaike, peraltro moderatamente riformista, provocarono tensioni con la minoranza tamil. Nel 1959 il premier fu assassinato; la sua politica fu proseguita dalla vedova, Sirimavo Bandaranaike, prima donna al mondo nella carica di primo ministro. Nel 1972 una nuova Costituzione proclamò la Repubblica Democratica Socialista di S. e la politica di nazionalizzazioni e di rafforzamento del ruolo dello Stato fu incrementata in risposta alla crisi energetica internazionale e alla difficile situazione economica del paese. Tornato alla guida del governo il conservatore UNP (1977), che adottò una politica economica liberista, il suo leader R. Jayawardene, dopo una modifica costituzionale in senso presidenzialista (1978), divenne presidente della Repubblica.

   Dai primi anni 1980, il contrasto fra la maggioranza cingalese e la minoranza tamil (che dal 1976 rivendicava l’indipendenza dei territori nord-orientali) si acuì, sfociando in guerra civile. Nel 1987 un accordo fra il governo di Colombo e quello di Nuova Delhi (che aveva appoggiato i Tamil) accolse alcune rivendicazioni dei separatisti, proclamando fra l’altro il tamil (in aggiunta al cingalese) lingua ufficiale del paese. Fu dispiegata una forza di interposizione indiana (IPKF), che assunse nel 1988 il controllo della provincia settentrionale ed entrò in contrasto con le forze separatiste. Fra queste, le Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE) occuparono la penisola di Jaffna nel 1990; intanto il People’s Liberation Front dava vita a una violenta campagna terroristica nel sud del paese (1987-1989).

   I governi succedutisi al potere, ruotanti sui principali partiti politici dell’isola, UNP e SLFP, nel tentativo di giungere a una soluzione, alternarono il ricorso alla repressione e allo scontro armato a quello della diplomazia, con scarsi risultati su entrambi i fronti, mentre la protratta mancata soluzione dei contrasti etnici condizionava pesantemente la vita politica economica e sociale del paese, alimentando un crescendo di violenza e terrore che colpiva soprattutto la popolazione civile, decimata dalle rappresaglie delle diverse fazioni e dagli attentati terroristici.

   L’apertura negoziale con le LLT, avviata cautamente dal presidente, signora C.B. Kumaratunga (leader del SLFP) con la mediazione norvegese, è andata incontro a ripetuti fallimenti, nonostante la tregua siglata nel 2002 dal governo di R.S. Wickremasinghe, durata, almeno sulla carta, fino al 2008, quando il governo la ha ufficialmente rigettata, insieme alla possibilità di una soluzione politica del conflitto. Nello stesso tempo, è stata sferrata una grande offensiva dell’esercito nazionale, che nel corso del 2008-09 ha condotto alla riconquista di gran parte dei territori già nelle mani dei ribelli, fino all’attacco decisivo alle roccaforti delle LTTE: la guerra civile, costata la vita a circa 80.000 persone, ha avuto fine con la morte del leader tamil Vellupillai Prabhakaran (maggio 2009).

   Forte del successo ottenuto, nel gennaio 2010 il presidente M. Rajapaksa, in carica dal 2005, ha ottenuto un secondo mandato, subentrandogli a seguito delle consultazioni tenutesi nel gennaio 2015 l’ex ministro della Sanità M. Sirisena. Non essendo riuscito a modificare la legge elettorale e a varare altre riforme costituzionali a causa dell’opposizione del Parlamento, nel giugno dello stesso anno il presidente ha sciolto le camere e indetto nuove elezioni fissate per il mese di agosto. Il voto ha visto prevalere la coalizione United National Front for Good Governance e la conferma come premier di R. Wickremesinghe, che aveva assunto l’incarico nel mese di gennaio; sconfitto l’ex presidente Rajapaksa, che aspirava al ruolo di primo ministro.

   Nonostante un programma politico apparentemente condiviso che prevedeva la modifica degli assetti costituzionali del Paese e il rafforzamento delle sue strutture democratiche, i rapporti tra Sirisena e Wickremesinghe sono andati progressivamente deteriorandosi a causa di divergenze programmatiche e in vista delle presidenziali del 2019, fino a sfociare nell’ottobre 2018 in una grave crisi istituzionale causata dalla decisione del presidente di destituire il primo ministro sostituendolo con Rajapaksa e sospendendo le attività del Parlamento; nel novembre successivo la Corte suprema ha comunque rimandato il decreto presidenziale al mese di dicembre, e il Parlamento ha sfiduciato il governo guidato da Rajapaksa reintegrando Wickremesinghe nella carica.

   Le consultazioni presidenziali svoltesi nel novembre 2019 hanno assegnato la vittoria al primo turno a G. Rajapaksa, che ha assunto la carica e nominato premier del Paese e ministro delle Finanze il fratello M. Rajapaksa. Nel marzo 2020 il presidente ha sciolto le camere e indetto nuove elezioni: svoltesi ad agosto, le consultazioni hanno registrato la netta vittoria del partito Sri Lanka Podujana Peramuna di G. e M. Rajapaksa, che ottenendo 150 dei 225 seggi in palio si è assicurato il controllo dei due terzi della nuova assemblea. Nel maggio 2022, a seguito delle violente proteste di piazza contro l’esecutivo, il premier M. Rajapaksa ha rassegnato le dimissioni, subentrandogli dallo stesso mese l’ex premier Wickremesinghe; le manifestazioni popolari sono comunque proseguite, culminando nel mese di luglio nell’assedio della residenza del presidente G. Rajapaksa, che hanno costretto l’uomo politico alla fuga dal Paese e il primo ministro Wickremesinghe ad assumere ad interim la carica presidenziale.

LINGUA

La lingua parlata nello S. è il cingalese, anche detto singalese, che appartiene al gruppo indoario della famiglia indoeuropea e fu anticamente importata dall’India settentrionale, subendo poi fortemente l’influsso delle parlate indigene dravidiche. La forma più antica è rappresentata dall’eḷu, o singalese puro, pracrito molto simile al pāli. Questa lingua è impiegata anche in opere moderne dalla scuola purista. Parallelamente all’eḷu si era sviluppata un’altra forma linguistica, il cingalese misto, caratterizzato da una forte influenza del sanscrito. Una distinzione tra le due forme risulta comunque evidente solo a partire dall’11° secolo. Un notevole contributo all’uniformità della lingua letteraria in generale fu dato dalla Sidatsaṅgarāva («Grammatica classica», 13° sec.).

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(da https://www.treccani.it/)

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