ALLARGAMENTO SÌ o NO della UE? – Balcani Occidentali: il positivo avvio dei negoziati per ALBANIA e MACEDONIA del NORD, che si aggiunge all’attesa di progressi per MONTENEGRO e SERBIA (mancano Bosnia e Kosovo) – I criteri di democrazia (e condivisione degli obiettivi) necessità per un’Europa allargata

Il 18 luglio l’UNIONE EUROPEA ha dato il via libera all’APERTURA dei NEGOZIATI di ADESIONE con ALBANIA e MACEDONIA DEL NORD. La decisione, annunciata dalla Repubblica Ceca, che occupa la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione, è stata presa durante la riunione degli ambasciatori dei 27 paesi comunitari, il cosiddetto Coreper. L’Albania aveva ottenuto lo status di candidato ufficiale otto anni fa, e la Macedonia del Nord addirittura nel 2005. Nel caso di Skopje, la svolta è arrivata dopo che il parlamento ha approvato una proposta europea per mettere fine alla disputa storico-identitaria con la BULGARIA, che ha revocato il suo veto all’integrazione della Macedonia del Nord alla fine di giugno. Secondo il politologo romeno OVIDIU NAHOI, che interviene su RADIO FRANCE INTERNATIONAL, questi ultimi sviluppi dipendono anche dall’indebolimento della posizione russa: “Mosca è pesantemente coinvolta nei Balcani occidentali e cerca di sfruttare la frustrazione che nei paesi della regione è stata alimentata dalla mancanza di progressi nel percorso verso l’integrazione europea. Ma l’aggressione russa all’Ucraina ha dato nuovo slancio alle ragioni dell’allargamento. Un fattore che probabilmente il Cremlino non aveva preso in considerazione”. (da https://www.internazionale.it/, 21/7/2022) (nella MAPPA: ALBANIA e MACEDONIA DEL NORD, mappa ripresa sempre da https://www.internazionale.it/)

BALCANI OCCIDENTALI (mappa da https://formiche.net/) – L’UNIONE EUROPEA e i BALCANI OCCIDENTALI: SLOVENIA e CROAZIA, Paesi membri; SERBIA, MONTENEGRO, MACEDONIA del NORD e ALBANIA, negoziati in corso; BOSNIA-ERZEGOVINA e KOSOVO, Paesi non ancora candidati

   Il 18 luglio (2022) l’UNIONE EUROPEA ha dato il via libera all’APERTURA dei NEGOZIATI di ADESIONE di ALBANIA e MACEDONIA DEL NORD. Già il 24 marzo (2022) il Consiglio dell’Unione, riunito nella formazione Affari esteri, aveva ufficializzato il nullaosta per l’avvio dei negoziati di adesione per la Repubblica d’Albania e la Repubblica della Macedonia del Nord. Per raggiungere questo primo traguardo è stato necessario soddisfare alcune richieste da parte di quei paesi più restii a permettere l’ingresso dei due stati balcanici (la Grecia e la Bulgaria). Va specificato che l’avvio dei negoziati di adesione non corrisponde automaticamente al successivo ingresso del Paese in questione (ci vogliono anni, e non è detto…), come è accaduto con la Turchia, dove il processo di integrazione è sospeso da più di vent’anni.

   Tutte le decisioni di allargamento dell’UE richiedono l’approvazione unanime degli Stati membri, rendendo il processo di espansione un ostaggio della storia, della lingua e delle rivalità regionali.

MANIFESTAZIONE EUROPEISTA PER L’UCRAINA L’8 APRILE 2022 (foto da https://euractiv.it/)

   Per questo l’UE ha bisogno di un nuovo approccio all’adesione (non più all’unanimità). Ma è anche vero che l’allargamento dell’Unione Europea a sempre più Stati, se pare una cosa buona, dall’altra crea molti problemi e tende ad annacquare lo spirito di “Stati Uniti d’Europa” dei padri fondatori.

   Il problema è che nel corso dei decenni l’adesione all’Europa (prima la Comunità Europea, poi la Ue) ha mutato i connotati del desiderio a “unirsi”: se prima era (tra i primi stati: Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) il superamento della disastrosa guerra civile europea (la seconda guerra mondiale, ma anche la prima), lo spirito dei padri fondatori (dal manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, alle dichiarazioni di Jean Monnet, Robert Schuman -il 9 maggio del 1950 fu resa pubblica la Dichiarazione Schuman da cui è partito il processo di integrazione-, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer…) era uno spirito di creare un’Unione sovranazionale non solo economica ma anche politica, nella volontà di arrivare a un federalismo autentico che riunisca sempre di più gli Stati aderenti.

Le TAPPE DELL’ALLARGAMENTO dell’UE dal 1957 (mappa dal www.eda.admin.ch/) – Al momento ci sono sette paesi ufficialmente candidati all’adesione: TURCHIA (candidata dal 1999), MACEDONIA DEL NORD (candidata dal 2004), MONTENEGRO (candidato dal 2010), SERBIA (candidata dal 2012), ALBANIA (candidata dal 2014), UCRAINA e MOLDAVIA (tutte e due candidate dal 2022)

   In effetti poi l’adesione dei paesi dell’est (nel 2004 si è compiuta la più grande fase di allargamento della storia dell’UE, che ha visto l’adesione di Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Cipro e Malta) è stato l’affrancamento dal blocco russo e il traino economico (con sostanziosi finanziamenti della Ue) a motivare l’adesione di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca etc.).

   Ora l’adesione dei paesi dei Balcani occidentali è data in primis dall’aver loro garantito il processo di democratizzazione interna, nonché dalla necessità di completare il processo di modernizzazione di questi paesi (sostanzialmente poveri e senza solide strutture civilistiche): con difficoltà che essi dimostrano di creare quelli standard giuridici e democratici che la Ue chiede per il loro ingresso nella Ue.

MANIFESTAZIONE EUROPEISTA A LONDRA ANTI BREXIT IL 23 MARZO 2019 (foto da https://www.ilpost.it/)

   E poi è vero che molti Stati, entrati nell’Ue con i vari allargamenti (come appunti i paesi dell’ex blocco sovietico), che essi non condividono la finalità di un’Unione sempre più stretta, sovranazionale. Perché interpretano l’integrazione come un processo esclusivamente economico. E in particolare non vogliono rinunciare minimamente ai poteri loro dati dallo STATO NAZIONALE; che invece la UE, nelle intenzioni politiche originarie e consolidate, vorrebbe sempre più superare in un contesto sovranazionale.

   Solo così infatti è accaduto che il mercato continentale della Ue sia il più integrato al mondo. Peraltro, la prospettiva sovranazionale è in primis sostenuta da istituzioni sociali ed economiche (come le Università, le imprese produttive, le società di servizi, i Centri di ricerca…) che capiscono che non possono crescere nei confini dei soli stati nazionali. E tutti i paesi della Ue che vogliono limitare questa natura sovranazionale, conservando il proprio potere di “stato nazionale” limitano il processo di creazione di un continente europeo sempre più all’avanguardia (sull’economia, sui diritti umani, sui servizi, sul welfare…..).

IL CONSIGLIO D’EUROPA ESPELLE LA RUSSIA (NDR: il CONSIGLIO D’EUROPA è un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la DEMOCRAZIA, i DIRITTI UMANI, l’IDENTITÀ CULTURALE EUROPEA e la ricerca di SOLUZIONI AI PROBLEMI SOCIALI in Europa: fu fondato il 5 maggio 1949 con il TRATTATO DI LONDRA, conta oggi 46 Stati membri e la sua SEDE istituzionale è a STRASBURGO, in Francia, nel Palazzo d’Europa. (da Wikipedia) – (mappa da https://www.eunews.it/)

   Pertanto ci si trova in una situazione di contradditorietà e difficoltà: vi è la necessità di allargare l’Unione europea (per poter affrontare alla pari i moloch cinese, americano, russo, indiano…), ma di creare anche una federazione europea omogenea nei diritti (democratici, di solidarietà, ma anche nei procedimenti civili, penali….) e in grado di essere efficiente e di funzionare.

   E la necessità del Consiglio europeo (di fatto i governi dei Paesi membri) di prendere sempre decisioni all’UNANIMITÀ diventa un blocco che si deve riuscire a superare, arrivando perlomeno a maggioranze qualificate (l’80%?) (ma per far questo, creare un procedimento di maggioranze qualificate superando la unanimità, la decisione finale è ancora con la vecchia regola dell’unanimità….un cane che si morde la coda….e ci sarà sicuramente qualcuno che si opporrà…).

Per l’UE è necessario parlare di MULTILINGUISMO, si punta infatti a PROTEGGERE LA RICCA DIVERSITÀ LINGUISTICA DELL’EUROPA da una parte, promuovere l’apprendimento delle lingue dall’altra.  Ad oggi sono 24 LE LINGUE UFFICIALI dell’Unione Europea, a cui si sommano CIRCA 80 LINGUE AUTOCTONE REGIONALI o minoritarie, parlate da circa 40 milioni di persone. Sono i governi nazionali a gestire e stabilire lo status giuridico di queste lingue, ma L’UE INCORAGGIA LA DIVERSITÀ LINGUISTICA, con azioni mirate al mantenimento e la diffusione. (da https://www.radioetv.it/) – (NELL’IMMAGINE qui sopra: LE LINGUE PARLATE IN EUROPA, mappa da https://blog.oxfordlingue.it/)

   Se questo non accade (il superamento delle decisioni all’unanimità, e poi anche una omogeneità, almeno nei principi fondamentali, delle differenze politiche ora assai marcate tra i vari Stati dell’Ue), c’è forse la necessità di una riforma che differenzi la Ue istituzionalmente: tra Paesi che perseguono l’obiettivo dell’unione sempre più stretta, e Paesi invece interessati solo a partecipare al mercato unico o a specifiche politiche di sicurezza (e niente di più). Questa riforma sarebbe assai necessaria prima di ulteriori allargamenti che possono peggiorare lo spirito di governabilità verso quell’obiettivo ambizioso, originario, degli “STATI UNITI D’EUROPA” cui miravano i padri fondatori. (s.m.)

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(nell’IMMAGINE gli attuali 27 Paesi dell’Unione Europea, mappa da https://european-union.europa.eu/) –  I candidati all’adesione all’UE devono ottemperare ai CRITERI POLITICI DI COPENAGHEN – I criteri di adesione, o CRITERI DI COPENAGHEN (denominati dopo la riunione del Consiglio europeo di Copenaghen del 1993 che li ha definiti), sono le CONDIZIONI ESSENZIALI che tutti i paesi candidati devono soddisfare per diventare Stati membri dell’UE. Norme che individuano le condizioni fondamentali che ogni Paese è tenuto a rispettare per aderire all’Unione Europea. Fanno riferimento, in particolare, a 3 CRITERI DISTINTI: criterio POLITICO (presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela); criterio ECONOMICO (esistenza di un’economia di mercato affidabile, con la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione); criterio dell’ACQUIS COMUNITARIO (attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria: cioè adeguare la propria legislazione – l’insieme di regolamenti e direttive – che regola il funzionamento del mercato interno).   Affinché il CONSIGLIO EUROPEO possa decidere di APRIRE I NEGOZIATI, deve risultare rispettato innanzi tutto il CRITERIO POLITICO (il Consiglio europeo è l’istituzione dell’UE che definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Unione europea: i membri del Consiglio europeo sono i capi di Stato o di governo dei 27 Stati membri dell’UE, il presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea)

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ALBANIA E MACEDONIA DEL NORD SEMPRE PIÙ VICINE ALL’INGRESSO

di Veronica Conti, Dalla rivista “L’UNITÀ EUROPEA” (DEL Movimento Federalista Europeo)

https://www.mfe.it/unitaeuropea/

– Sebbene ci siano spinte centrifughe in tutta l’Unione europea che cercano di mettere in discussione il processo di integrazione e il suo sviluppo, allo stesso tempo è possibile rilevare un desiderio di partecipazione da regioni del continente che ancora credono nel sogno europeo e vedono in ciò il proprio orizzonte. Giunge dai Balcani occidentali questa spinta propulsiva, proprio da quei Paesi che negli ultimi vent’anni hanno continuato a bussare alla porta per poter essere “ammessi a Bruxelles”. –

   Il 24 marzo il Consiglio dell’Unione, riunito nella formazione Affari esteri, ha ufficializzato il nullaosta per l’avvio dei negoziati di adesione per la Repubblica d’Albania e la Repubblica della Macedonia del Nord, anche se non è ancora stata individuata la data dell’inizio delle trattative.

   Questo importante segnale politico arriva dopo due anni di piccoli passi avanti e grandi passi indietro. Per raggiungere questo primo traguardo infatti è stato necessario soddisfare alcune richieste da parte di quei paesi più restii a permettere l’ingresso dei due stati balcanici.

   In particolare, nell’ottobre del 2019 il presidente francese Emmanuel Macron aveva fatto notare come per l’Unione Europea fosse preminente cercare un equilibrio interno prima di accogliere nuovi membri. Questo è sicuramente un tema cruciale, che non può essere liquidato con la polarizzazione delle due posizioni (essere a favore dell’ulteriore allargamento o meno). Analizzando i pro e i contro dell’avvio delle negoziazioni per l’ingesso è facile capire il valore politico di un tale percorso.

   Significherebbe innanzitutto sottolineare come il processo di integrazione possa attrarre ancora nuovi Stati (e quindi in qualche modo anche controbilanciare la percezione di disgregazione generata dalla Brexit). Vorrebbe poi dire poter sostenere ulteriormente gli sforzi dei Paesi coinvolti nel loro processo di democratizzazione interna. E, infine, rappresenterebbe un segnale molto forte nei confronti delle realtà ‘esterne’ che vorrebbero avere o mantenere il proprio peso sulla regione (vale a dire Cina, Russia e Turchia). 

   All’avvio dei negoziati di adesione non corrisponde automaticamente il successivo ingresso del Paese in questione, come ci insegna per esempio l’esperienza di Ankara, e quindi sembrerebbe in qualche modo venir meno il senso di un’opposizione basata su ciò.

   C’è, però, un ulteriore motivo nella mancata scelta della data di inizio delle negoziazioni. Sette stati membri (tra i quali Italia, Francia, Danimarca e Olanda) hanno chiesto di rivedere i criteri di adesione e questo potrebbe significare rimandare ulteriormente la scadenza. Anche se molto probabilmente si tratterà di una revisione formale, questo potrebbe porre una disparità di fatto rispetto agli altri due Paesi dei Balcani che hanno iniziato già la discussione degli accordi di adesione, ovvero il Montenegro (dal 2012) e la Serba (dal 2014), e che si trovano in una fase avanzata. 

   Per quanto riguarda, infine, la dicotomia tra riforme interne e allargamento, si può rilevare un fattore centrale: le tempistiche. Come abbiamo potuto osservare dall’inizio del processo di integrazione, fare domanda per uno Stato significa prendere un impegno che richiede un lavoro costante e che dura molti anni. Quindi, sebbene il Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato, Oliver Varhelyi, sia fiducioso e speri di poter vedere l’ingresso di uno dei quattro Paesi balcanici entro la fine del suo mandato (nel 2024), in realtà le procedure potrebbero andare ulteriormente a rilento e nulla assicura questo risultato. In ogni caso, comunque, non esistono impedimenti a portare avanti in parallelo il discorso rispetto alle preminenti riforme istituzionali dell’Unione. Anzi, sarebbe auspicabile che significative modifiche vengano adottate prima di concludere l’iter necessario. 

   Fatte queste premesse, passiamo all’analisi degli ELEMENTI CRITICI che potrebbero derivare dall’ALLARGAMENTO VERSO I BALCANI OCCIDENTALI. In prima istanza bisognerà verificare con quale spirito i “nuovi” Paesi intendano entrare nell’Ue, se per meri interessi economici o per il desiderio di impegnarsi in un progetto comune e fondato su solidi presupposti. A tal proposito, si possono tenere in considerazione tre esempi che in qualche modo qualificano l’atteggiamento di Albania, Macedonia del Nord e Montenegro.

   Il gesto compiuto da TIRANA nei confronti dell’Italia per l’emergenza del Covid-19 dimostra una volontà di base cooperativa e solidale, anche a fronte chiaramente degli antichi legami che legano il nostro Paese a quello balcanico. La MACEDONIA DEL NORD, invece, poco più di un anno fa ha cambiato il proprio nome pur di superare il veto della Grecia, tant’è che a fine marzo Skopije è diventata il trentesimo alleato della Nato. Il MONTENEGRO, poi, dal 1996 ha deciso di adottare unilateralmente il marco tedesco come valuta ufficiale e di conseguenza dal 1999 utilizza l’euro (pur non facendo parte dell’eurozona).

   Passando invece al SECONDO TEMA SPINOSO, sarà necessario verificare l’effettiva capacità dei candidati di fare proprio l’acquis comunitario, di rispettare quindi i cosiddetti Criteri di Copenaghen e quelli di convergenza economica. A questo proposito, il Consiglio del 24 marzo ha stabilito che ci sarà un PERCORSO PIÙ LUNGO e impegnativo per l’ALBANIA, che dovrà intervenire con riforme strutturali per lo stato di diritto, la libertà di stampa e la lotta alla corruzione, che oggi rappresenta uno dei problemi principali del Paese. 

   Tutte queste sfide sembrano non scoraggiare i QUATTRO PAESI DEI BALCANI, che anzi stanno facendo dell’adesione all’Unione europea un elemento fondamentale della propria politica estera, ma anche di quella interna. Non è un caso, infatti, che le reazioni dei leader degli Stati membri e lo stallo delle trattative abbiano avuto impatti nell’opinione pubblica, tanto da portare alle dimissioni dell’intero governo della Macedonia del Nord il 3 gennaio (ora sostituito da un governo tecnico fino alle prossime elezioni). Adesso quindi non resta che attendere di capire quali potrebbero essere i nuovi criteri di adesione e la data di inizio delle negoziazioni ufficiali per dare un epilogo a questa prima fase di un processo che potrebbe far tornare l’Ue “a 28” (o addirittura portarla a 31). (Veronica Conti)

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UNIONE EUROPEA ALLARGATA ALL’UCRAINA: SI O NO?

di Sergio Fabbrini, da “Il Sole 24ore” del 20/6/2022

– Il 17 giugno (2022)  la Commissione europea ha reso pubblica la sua opinione favorevole a considerare l’Ucraina un paese-candidato a entrare nell’Unione europea –

   Il 17 giugno scorso la Commissione europea ha reso pubblica la sua opinione favorevole a considerare l’Ucraina un paese-candidato a entrare nell’Unione europea. (…) Un grande risultato per Zelensky. Sul piano pratico, però, l’entrata dell’Ucraina nell’Ue richiederà molto tempo. Essa dovrà introdurre provvedimenti per garantire l’indipendenza del potere giudiziario, per contrastare la corruzione, per neutralizzare il potere degli oligarchi, per proteggere i diritti delle minoranze linguistiche (russofone, in specifico), oltre che per adeguare la propria legislazione all’acquis communautaire (l’insieme di regolamenti e direttive) che regola il funzionamento del mercato interno.

   Se gli allargamenti del 2004, 2007 e 2013 avevano richiesto 13-15 anni, nel caso dell’Ucraina sarà necessario molto più tempo. Comunque, il processo di allargamento si è rimesso in moto. È un bene o un male? La risposta dipende dalla prospettiva con cui si guarda all’Ue. Vediamo perché.

   Se si usa la prospettiva della ‘politica internazionale’, l’allargamento dell’Ue costituisce la condizione imprescindibile per stabilizzare il continente europeo. Più paesi europei entrano nell’Ue, più alte saranno le barriere alle mire espansionistiche di potenze autoritarie, come la Russia. Questa prospettiva è sostenuta dagli alti funzionari degli stati nazionali (diplomatici, militari), per i quali l’Ue è un’organizzazione internazionale, un Consiglio d’Europa più strutturato.

   Per costoro, lo stato nazionale costituisce la base necessaria della cooperazione internazionale, cooperazione che non può che avere un carattere intergovernativo. La logica intergovernativa è accentuata dalla necessità di accomodare gli stati che di volta in volta entrano nella “famiglia europea”. È indubbio che i vari allargamenti hanno portato a una maggiore stabilità del continente europeo. Così come è indubbio che, una volta entrata nell’Ue, l’Ucraina potrà opporre all’aggressività russa la solidarietà immediata dell’intera Ue (l’art. 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, Teu, afferma che «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso»). Ma è anche indubbio che i vari allargamenti hanno reso assai meno efficace l’azione politica dell’Ue. Un esito ininfluente per questa prospettiva.

   Così non è per la prospettiva della ‘politica interna’. Per quest’ultima, i vari allargamenti hanno allontanato il processo di integrazione dalla sua missione originaria (creare «un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa», Preambolo, Teu), proprio perché hanno indebolito il carattere sovranazionale dell’Ue.  Quest’ultima non è nata per essere il complemento civile della Nato, ma per contenere gli stati nazionali all’interno di un framework decisionale sovra-statale.

   Senza le decisioni della Corte europea di giustizia o l’azione della Commissione e poi del Parlamento europeo, sarebbe stato impossibile costruire il mercato continentale più integrato al mondo. La prospettiva sovranazionale è infatti sostenuta da attori economici e sociali (imprese, università), impossibilitati a crescere dentro i vincoli degli stati nazionali.

   La natura sovranazionale dell’Ue è stata incrinata dai vari allargamenti, in quanto essi, accentuando la disomogeneità tra gli stati membri, hanno reso necessario il coordinamento intergovernativo. In particolare, gli allargamenti (verso est) degli anni Duemila hanno portato a una messa in discussione dei principi costitutivi dell’Ue. Come i cuculi, i governi illiberali dell’est (si pensi a Polonia e Ungheria) hanno usato le istituzioni intergovernative per annidarsi nell’Ue, paralizzandone periodicamente il funzionamento.

   Il sistema istituzionale dell’Ue, infatti, richiede l’unanimità per prendere decisioni in politiche strategiche, unanimità a sua volta protetta dall’unanimità necessaria per riformarla. Certamente, di fronte a drammatiche emergenze (come nella pandemia o nella guerra russa), l’Ue ha saputo prendere decisioni importanti. Ma nessuna organizzazione può svilupparsi, se riesce a decidere solamente quando è in pericolo la propria esistenza.

   Per questa prospettiva, dunque, occorrerebbe riformare la stessa Ue, differenziando istituzionalmente i Paesi che perseguono l’obiettivo dell’unione sempre più stretta e i Paesi interessati a partecipare al mercato unico o a specifiche politiche di sicurezza (verso cui quindi far confluire i vari allargamenti). In assenza di ciò, l’allargamento all’Ucraina (e alla Moldavia oltre che agli stati dei Balcani occidentali) è destinato a indebolire il versante sovranazionale dell’Ue, rafforzando il suo carattere intergovernativo di organizzazione internazionale. È questo che si vuole? (Sergio Fabbrini)

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IL PROCESSO DI ALLARGAMENTO DELLA UE

da https://www.eda.admin.ch/ 22/7/2022

   Dal 1957 il numero degli Stati membri dell’Unione europea (UE) è via via aumentato. Nel 2004 vi aderirono contemporaneamente dieci Paesi. In precedenza erano stati ammessi da uno a tre Stati alla volta. Il processo di allargamento dell’UE è interessante anche perché la prospettiva dell’adesione all’UE ha un ruolo importante nella politica interna di molti Stati. Dopo molte adesioni, nel 2020 il Regno Unito è stato il primo Paese a uscire dall’UE. 

   Nel 2004 si è compiuta la più grande fase di allargamento della storia dell’UE, che ha visto l’adesione di POLONIA, UNGHERIA, SLOVENIA, REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA, LETTONIA, ESTONIA, LITUANIA, CIPRO e MALTA. Nel 2007 sono entrati a far parte dell’UE altri due Stati: la BULGARIA e la ROMANIA. La CROAZIA è stata l’ultimo Paese ad aderire all’UE il 1° luglio 2013. Dopo l’USCITA del REGNO UNITO nel 2020, l’UE sarà composta da 27 Stati membri. 

Allargamento dell’UE: implicazioni positive

La prospettiva di aderire all’UE e l’adesione stessa ha dato un impulso decisivo al processo di transizione pacifica dei Paesi candidati verso la democrazia e l’economia sociale di mercato. L’allargamento a Est ha consentito di superare la scissione ideologica che ha caratterizzato l’Europa durante la guerra fredda e ha rappresentato un importante passo avanti sulla strada della stabilità e del benessere comune in Europa. L’UE è cresciuta in termini di popolazione e dall’adesione della Croazia CONTA 24 LINGUE UFFICIALI, tra cui, dal 2007, il gaelico. Inoltre il Consiglio dell’UE RICONOSCE VARIE LINGUE REGIONALI, COME IL CATALANO O IL BASCO. Gli Stati membri possono così richiedere la traduzione di determinati documenti in queste lingue regionali.

   Chi può candidarsi all’UE? L’ammissione di potenziali candidati sottostà a condizioni politiche, economiche e giuridiche (CRITERI DI COPENAGHEN). 

Processo di allargamento: sviluppi dal 2003

Nel 2003 l’UE ha dato agli Stati dei BALCANI OCCIDENTALI la possibilità di aderire, a condizione che i Paesi candidati adempissero i criteri necessari. L’UE porta già avanti negoziati di adesione con la SERBIA e il MONTENEGRO. Anche per l’ALBANIA, la MACEDONIA DEL NORD, la BOSNIA E ERZEGOVINA e il KOSOVO si prospetta un avvicinamento all’Europa. In seno all’UE, oltre alla questione dei Balcani occidentali è controversa l’adesione della TURCHIA, Paese che ha avviato i negoziati con l’UE nel 2005. L’ultimo rapporto di adesione della Commissione sulla situazione in Turchia segnala tuttavia un grave passo indietro del Paese riguardo all’indipendenza della giustizia e alla libertà di espressione entro i confini nazionali. Nel giugno 2022, l’UCRAINA e la MOLDAVIA sono diventate candidate all’adesione.

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ALLARGAMENTO: PAROLA MAGICA E DOLOROSA PER LA UE

di Gabriella Peretto, 29/6/2022, da https://lindro.it/

Le decisioni e non decisioni del Consiglio Europeo del 24 giugno (2022) evidenziano la necessità che l’UE ha di un nuovo approccio all’adesione, e del superamento del voto all’unanimità

Giugno 2022: mese di ingressi ‘eccellenti’. 24 giugno: il Consiglio europeo decide di concedere lo status di candidato‘ all’ingresso nella UE all’Ucraina e alla Moldova28 giugno; cade il veto della Turchia e Svezia e Finlandia possono fare ingresso nella NATO.

Tra gli ingressi, anche qualche esclusione, non ‘eccellente’, ma molto significativa, espressione di problematiche politiche e funzionali dell’Unione Europea.
   Insieme a UCRAINA e MOLDAVIA, a Bruxelles era arrivata la richiesta di adesione alla UE della GEORGIALa risposta del Consiglio UE è stata che la domanda della Georgia sarà riconsiderata in futuroe che contestualmente ha deciso di assegnare alla Georgia lo status di prospettiva europea‘, non di candidato formale. Insomma: rimandato, a quale settembre non si sa.
   La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, rivolgendosi al popolo georgiano ha dichiarato di aver notato l’entusiasmo per l’ingresso in UE (l’80% della popolazione sostiene l’adesione alla UE) e che l’entusiasmo è reciproco nel desiderio della UE e di accogliere i georgiani, e però «Ora è necessario realizzare alcune riforme importanti e mostrare volontà politica, impegnarsi con la società civile e andare avanti con queste riforme, e quindi i prossimi passi sono a portata di mano». Un modo gentile per dire ‘no’.

   Una risposta che non è piaciuta a TbilisiIl governo ha fatto buon viso a cattiva sorte e ha pubblicizzato la decisione come un risultato importante‘. «Questo è un risultato meritato», ha detto il Primo Ministro, Irakli Garibashvili, in una conferenza stampa del 24 giugno. «È un riconoscimento dell’impegno della Georgia nei confronti degli ideali europei e […] un riconoscimento di 10 anni di duro lavoro da parte del nostro governo». I critici, hanno sostenuto che l’offerta di una prospettiva europea‘ era un modo educato per rifiutare la candidatura della Georgia, un’opportunità tragicamente persa, e il dibattito interno al Paese si è infiammato.

   Negli ultimi anni, afferma ‘Eurasianet‘, «la Georgia ha perso il suo status di capostipite delle riforme orientate all’UEe si è invece guadagnata la reputazione di arretramento democratico, spingendo il Paese in fondo alla fila».
   Una settimana prima, nella sua raccomandazione, «la Commissione europea aveva delineato una serie di riforme che la Georgia avrebbe dovuto attuare prima di poter ottenere lo status di candidato, tra cui la riduzione della polarizzazione politica, l’attuazione di riforme per rafforzare l’indipendenza del sistema giudiziario e la ‘deoligarchia’ (NDR – deoligarchia: togliere l’oligarchia, cioè quel che c’è adesso in Georgia è la concentrazione del potere in mano a pochi).
   I funzionari del partito al governo, Georgian Dream party, hanno risposto con messaggi contrastanti, promettendo di attuare le riforme richieste, mentre incolpano l’opposizione per il risultato deludente. Ma in una conferenza stampa del 24 giugno, Garibashvili è apparso tardivamente prendere a cuore le richieste dell’UE di attenuare la polarizzazione. “La prima condizione e priorità, che è nell’interesse del nostro popolo, è che ci sia pace nel nostro Paese e non continui combattimenti e scambi di insulti”,  ha affermato Garibashvili . “Questa è in parte nostra responsabilità, ma è anche responsabilità dell’opposizione. Senza di loro non possiamo rispettare questa condizione”».

   Resta da vedere, annota ‘Eurasianet‘, «se Garibashvili e altri funzionari del partito possono continuare a mantenere l’impegno». In Parlamento, il 22 giugno, Garibashvili «aveva sostenuto che l’Ucraina era davanti alla Georgia solo perché era in guerra e la Moldova per la sua posizione geografica. E si è impegnato in scambi ad hominem irascibili con i legislatori dell’opposizione, definendoli ‘patetici’ e ‘pazzi’, mentre i bersagli di quegli abusi gli urlavano e gli urlavano contro».

   E oltre ai problemi caratteriali del Primo Ministro, che restano un ostacolo alla riduzione della polarizzazione, c’è soprattutto, sottolinea il giornalista di ‘Eurasianet‘, Giorgi Lomsadze, «l’incrollabile riverenza di Georgian Dream per il suo fondatore miliardario, Bidzina Ivanishvili, l’obiettivo più ovvio della richiesta di ‘deoligarchia’ dell’UE», alla quale il Primo Ministro ha ribattuto che Ivanishvili non è un ‘oligarca’.

   La delusione della Georgia è scontata, ma il problema di fondo è un altro. E’ nella politica di allargamento‘ della UE. ‘L’allargamento dell’UE si interrompe nei Balcani‘, ha titolato ieri, su ‘Foreign Policy‘, Amanda Coakley, corrispondente internazionale e giornalista di Milena Jesenska all’IWM di Vienna, esperta di Europa centrale e orientale e Balcani.
   La giornalista solleva il caso della Macedonia del Nord. «La scorsa settimana il Parlamento bulgaro ha votato per revocare il proprio veto di due anni sui negoziati di adesione per la vicina Macedonia del Nord dopo aver apparentemente raggiunto un accordo sui termini per l’adesione del Paese. La Macedonia del Nord è candidata all’adesione all’UE dal 2005ma il suo processo di adesione è stato continuamente ostacolato. Tra le obiezioni più virulente c’è il veto della Grecia sul nome del Paese, che è stato cambiato da Macedonia a Repubblica di Macedonia del Nord nel 2019 a seguito di una disputa storica di 27 anni tra le due Nazioni. Subito dopo, la Bulgaria ha introdotto un veto nel 2020 a causa di un’altra lunga disputa sulla storia e la lingua. L’andirivieni sull’adesione della Macedonia del Nord all’UE è un messaggio agli ultimi aspiranti Stati membri cheanche se Bruxelles è aperta a nuovi Paesinon tutti gli altri nelle vicinanze lo sono».

   E il motivo risiede nelle procedure della UE stessa: «Tutte le decisioni di allargamento dell’UE richiedono l’approvazione unanime degli Stati membri, rendendo il processo di espansione un ostaggio della storiadella lingua e delle rivalità regionali. Dall’allargamento del 1995 ad Austria, Finlandia e Svezia, il processo di adesione è diventato più lungo e complicatocon il caso dei Balcani occidentali il più pronunciato».

   «“Quello che abbiamo sono questioni bilaterali impossibili che sono una negazione della nostra identità”, ha affermato Nikola Dimitrov, ex Ministro degli Affari Esteri della Macedonia del Nord. “La Bulgaria ha avuto il diritto [dall’UE] di tenerci al guinzaglio durante il processo di adesioneCiò significa che le questioni bilaterali saranno promosse a questioni europee come lo stato di diritto. Non dovrebbe essere così”.
   Le relazioni tra i leader dei Balcani occidentali e l’UE sono giunte al culmine giovedì (23 giugno 2022, NDR) poche ore prima dell’annuncio su Ucraina e Moldova. In un acceso scambio di battute, il Primo Ministro albaneseEdi Ramaha accusato l’UE di sostenere uno “spirito disonesto dell’allargamento” consentendo a Sofia di continuare con il suo veto.
   “Lo spirito dell’allargamento è passato da una visione condivisa di un’intera comunità al rapimento di singoli Stati membri”, ha affermato Rama. L’Albania, che ha ricevuto lo status di candidato nel 2014, aveva molto in gioco: l’UE ha raggruppato la sua candidatura all’adesione con quella della Macedonia del Nord, come è normale nel processo di allargamento». Rama si è poi detto sollevato dal voto bulgaro, ma lo ha descritto come la «fine dell’inizio».
   «L’Albania ora probabilmente avanzerà ai negoziati di adesione con l’UE, mentre la Macedonia del Nord cerca di trovare un compromesso», afferma Amanda Coakley. Resta il fatto che «placare la Bulgaria ha creato un pericoloso precedente per il futuro dell’allargamento dell’UE, temono gli analisti». Analoga situazione si è avuta in NATO, dove per placare Ankara, e ottenere il via libera all’ingresso di Finlandia e Svezia, questi due Paesi hanno dovuto cedere alle richieste turche rinunciando a una posizione in politica estera espressione di determinati distintivi valori di questi due Paesi. «Non solo, probabilmente stimolerà un ulteriore sentimento nazionalista nella Macedonia del Nord e in Bulgaria», continua Morina, «ma potrebbe anche stabilire una tabella di marcia per altri Stati membri su come utilizzare il processo di allargamento per regolare i vecchi conti con i paesi vicini».

   Un esempio di ciò, «l’Ungheria, che pone il veto ai progressi dell’Ucraina nei negoziati di adesione sulla Transcarpazia», nella parte occidentale dell’Ucraina, infatti, vivono circa 150.000 ungheresi etnici. «Prima dell’invasione russa dell’Ucraina alla fine di febbraio, Budapest aveva minacciato di bloccare l’adesione di Kiev alla NATO a causa della legge sulla lingua del Paese, che conferiva all’ucraino uno status speciale e obbligava le scuole secondarie a passare alla lingua ucraina e ad insegnare le lingue minoritarie in classi separate». Il problema sulla NATO è venuto meno, visto che l’Ucraina ha desistito dal chiedervi l’ingresso, ma c’è da credere che Viktor Orbán non lascerà cadere la minaccia, piuttosto l’andrà a far pesare nel processo che seguirà di ‘Paese candidato’ all’ingresso nella UE dell’Ucraina, che, come previsto dai più, durerà anni.

   Ingjellushe Morina, Senior Policy Fellow dell’European Council on Foreign Relations, esperta di politica, economia e sociologia dei Balcani occidentali e integrazione euro-atlantica, mette il dito nella piaga. «La politica di allargamento dell’UE rimarrà efficace solo se gestirà con giudizio le sue relazioni con i Paesi dei Balcani occidentali». E ciò in un quadro di «Allargati e responsabili: perché l’UE ha bisogno di un nuovo approccio all’adesione».
   La guerra della Russia all’Ucraina «ha costretto l’Unione Europea a un urgente ripensamento della geopolitica nel suo vicinato». L’allargamento, afferma Morina, «è il processo più adatto per affrontare molte delle sfide che» i membri della UE «devono affrontare e per rafforzare l’influenza politica e di sicurezza dell’UE nei Paesi vicini. Il processo ha attirato molti Paesi in un’unica comunità europea. I progressi nella riforma della governance e nello sviluppo economico compiuti dagli Stati baltici, dalla Grecia, dalla Spagna e dal Portogallo ne sono la prova.

   Tuttavia, le recenti domande di adesione all’UE da parte di Ucraina, Georgia e Moldova hanno sollevato interrogativi sulla durata e la fattibilità del processo -in cui i Paesi dei Balcani occidentali sono stati coinvolti dall’inizio degli anni 2000- nonché sulla necessità di un approccio visionario ma realistico» all’allargamento. «Persiste anche la polemica sulla riforma interna dell’UE: come ampliare non solo il processo di allargamentoma anche approfondirlo».

   La decisione del Consiglio europeo favorevole a Ucraina e Moldavia, per i Paesi dei Balcani occidentali in cerca di adesione all’UE, è stata deludente. Ricorda che non solo c’è il rinvio a tempi migliori per la Georgia, ma «si è nuovamente rinviato alla Commissione europea, senza impegnarsi ad aprire i colloqui di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord, principalmente a causa dei disaccordi bilaterali di quest’ultima con la Bulgaria. Il Consiglio ha chiesto al Kosovo e alla Serbia di trovare “urgentemente” una soluzione alle loro controversie in corso e ha invitato la Bosnia-Erzegovina a finalizzare urgentemente la riforma costituzionale ed elettorale” come condizione per riconsiderare la domanda del Paese del 2016 per lo status di candidato. Il Consiglio non ha menzionato la Turchia o il Montenegro. Né ha fatto pressioni sulla Serbia affinché sostenesse le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti nei confronti della Russia».
   La decisione favorevole su Ucraina e Moldavia «è stato un passo simbolico nella giusta direzione per l’UE –e una decisione altamente politicizzata– nei suoi tentativi di diventare un attore geopolitico». E, sia chiaro, afferma Ingjellushe Morina: «Sebbene l’UE abbia concesso lo status di candidato a due Paesi impegnati in controversie territoriali con la Russiaciò non significa necessariamente che sia pronta a essere un attore geopolitico assertivo o che abbia una visione chiara di come costruire un nuovo ordine internazionale (anche sul proprio continente)».

   E si ritorna al problema centrale. «Per garantire che l’allargamento rimanga uno strumento efficace in un momento di accresciuta concorrenza tra le grandi potenze, l’UE dovrà gestire con giudizio le frustrazioni a est e nei Balcani occidentali. Tuttavia, è difficile immaginare che tale gestione sarà possibile con l’attuale configurazione interna dell’UEche richiede un consenso tra tutti i 27 Stati membri sulle decisioni di politica estera». Il che significa che al problema allargamento si aggiunge quello della pesantezza‘ rischiosa delle decisioni all’unanimità e la necessità di introdurre una modifica con il passaggio al voto a maggioranza qualificata, in particolare, ma non solo, negli affari esteri.

   «Questo è uno dei motivi per cui il processo di allargamento ha perso gran parte del suo fascino popolare nei Balcani occidentali. La struttura interna dell’UE, più recentemente, ha consentito alla Bulgaria di porre il veto ai negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord. E le conclusioni del Consiglio di questo mese hanno aggiunto l’umiliazione -sotto forma di inerzia in tutti i settori dell’integrazione– all’elenco delle delusioni. A meno che l’Unione non affronti questi problemisarà costretta a fare i conti con crescenti rischi politici e di sicurezza nel suo quartiere meridionalecosì come anni di costosa gestione delle crisi e una perdita di influenza» in quelle aree.

   Il futuro della politica di allargamento dell’UE, afferma Morina, «dipenderà anche dall’esito della guerra in Ucraina. Pertanto, questa politica dovrebbe allinearsi agli sforzi europei per scoraggiare la Russia. Se l’Ucraina spingerà le forze russe fuori dal suo territoriociò avrà implicazioni per la sicurezza nei Balcani occidentali. Ad esempio, influenzerà la posizione di Milorad Dodik, che guida la Republika Srpska -una delle entità che compongono la Bosnia ed Erzegovina- e funge da procuratore russo, lavorando costantemente per minare le funzioni dello Stato. Allo stesso modo, il Presidente serbo, Aleksandar Vucic, potrebbe non essere un procuratore russo, ma ha spesso protetto gli interessi della Russia in Europa. Non ha alcun interesse a portare la Serbia nell’UE -che vede come un’utile fonte di investimenti e altri finanziamenti che possono rafforzare l’economia del suo Paese- o ad affrontare il recente declino della democrazia nel Paese. Insiste sul fatto che i legami della Serbia con la Russia sono vitali per la sua sicurezza nazionale, in riferimento al veto della Russia sul riconoscimento del Kosovo alle Nazioni Unite. Se la Russia conquisterà l’Ucraina, questo minaccerà la statualità del Kosovo e la sovranità della Bosnia ed Erzegovina».

   «Se l’UE vuole allontanare i Paesi del suo vicinato fuori dall’orbita della Russiaavrà bisogno del sostegno degli Stati Uniti. Washington ha tradizionalmente tenuto d’occhio la stabilità politica e di sicurezza nel vicinato, in particolare nei Balcani»

   «L’attenzione strategica degli Stati Uniti in Europa potrebbe ora essere sulla guerra in Ucraina, ma si aspetta ancora che l’UE faccia progressi nell’integrazione con i Balcani occidentali (sebbene non abbia i mezzi per esercitare pressioni sugli Stati membri in quest’area). Se il conflitto non ha convinto l’UE a integrare la regione nella comunità euro-atlantica, non è chiaro cosa lo farà», conclude Ingjellushe Morina. Ben sapendo, l’analista, che per quanto la UE pecchi di scarsa ‘visione’, il problema più che politico, è di strutture e funzioni, relativo da una parte alle procedure per l’ingresso in UE e dunque per l’allargamento, dall’altra sulla necessità di superare il voto all’unanimità in molti comparti, a partire dallo stesso processo di allargamento fino alla politica estera e oltre. (Gabriella Peretto, 29/6/2022, da https://lindro.it/)

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