L’ACQUA CHE MANCA IN MONTAGNA E LO SPRECO DELLA PIANURA – La crisi delle MALGHE, gli alpeggi che finiscono due mesi prima con la transumanza di ritorno del bestiame – Neve e ghiaccio che non ci sono più – Il BUON USO e il RISPARMIO DELL’ACQUA impone regole nuove in pianura

La siccità imperversa dappertutto, ma in montagna si fa sentire ancora di più. Negli allevamenti in quota la situazione è molto grave. Gli alpeggi sono in ginocchio. Secondo un monitoraggio della Coldiretti pozze e vasche per abbeverare i bovini sono in secca; e l’erba è bruciata dal sole. Molti malgari hanno deciso di anticipare di un mese il taglio del fieno per tentare di salvare il salvabile; e la cosiddetta “demonticazione”, cioè il ritorno del bestiame verso la pianura, in tanti posti sta avvenendo, è anticipato di due mesi (visto che non c’è acqua per il bestiame in montagna). (nella FOTO: pascoli rinsecchiti in montagna, foto da http://www.agromagazine.it/)

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MANCA L’ACQUA, IL RITORNO IN PIANURA DEL BESTIAME È INIZIATO CON DUE MESI DI ANTICIPO – Le malghe hanno tamponato riempiendo le pozze con le autobotti ma non basta –    In città – finché l’acqua sgorga dal rubinetto e si può accendere il condizionatore e acquistare il cibo al supermercato – possiamo anche illuderci che il cambiamento climatico non sia una questione così drammatica. In montagna no. Chi vive quassù vede i campi ingiallire, le sorgenti seccarsi e le pozze svuotarsi, e specularmente gli alberi abbattuti dai tornadi e le strade franare. UNA DELLE CONSEGUENZE del fenomeno della siccità SI CHIAMA “DEMONTICAZIONE”, cioè IL RITORNO IN PIANURA DELLE VACCHE DAGLI ALPEGGI, che è già iniziato con due mesi di anticipo rispetto al solito. (…) (LA GRANDE SETE DELLA MONTAGNA, di Sergio Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 31/7/2022) – (nella FOTO: LA TRANSUMANZA nel centro storico di ASIAGO di un FINE SETTEMBRE, con il ritorno in pianura; foto da https://www.vicenzatoday.it/)

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«I CAMBIAMENTI CLIMATICI ci impongono di RIVEDERE LE STRATEGIE SUL FRONTE DELL’OFFERTA andando oltre una visione novecentesca e meccanicistica DEL CAPITALE NATURALE per arrivare a riconoscere l’importanza e l’utilità della FUNZIONALITÀ DEGLI ECOSISTEMI a partire da UNA MAGGIORE ATTENZIONE ALLE FALDE. Infatti, il luogo migliore dove stoccare l’acqua è la falda, ogni qual volta ce n’è una. Tuttavia, L’OSTACOLO PRINCIPALE ALL’INFILTRAZIONE DELLE PIOGGE NEL SUOLO è dato da quel poderoso e capillare INSIEME DI INTERVENTI UMANI MESSI IN ATTO DA SECOLI, esasperati nei decenni scorsi e tuttora imperanti anche culturalmente, tanto da essere considerati simboli di civiltà e progresso. Per questo è fondamentale ripristinare tutte quelle pratiche che permettano di trattenere il più possibile l’acqua sul territorio e favorire azioni di ripristino della funzionalità ecologica del territorio e ripristino dei servizi ecosistemici. Al contempo occorre promuovere il riuso in ambito irriguo delle acque reflue». (dalL’APPELLO DI NOVE ASSOCIAZIONI PER L’ADATTAMENTO ALLA CRISI CLIMATICA: CIPRA Italia, CIRF, Club Alpino Italiano – CAI, Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi – Free Rivers Italia, Legambiente, Federazione Nazionale Pro Natura, Lipu-BirdLife Italia, Mountain Wilderness, WWF Italia) (Clicca qui per scaricare il testo completo dell’appello)

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LA GRANDE SETE DELLA MONTAGNA – La grande siccità sta causando l’addio anticipato ai pascoli di montagna e il crollo delle produzioni casearie. – (…) Negli allevamenti in quota la situazione, se possibile, è ancora peggiore. Gli alpeggi sono in ginocchio. Secondo un monitoraggio della Coldiretti pozze e vasche per abbeverare i bovini sono in secca, l’erba è bruciata dal sole. Molti malgari hanno deciso di anticipare di un mese il taglio del fieno per tentare di salvare il salvabile. In più, la siccità sta creando problemi anche alla salute degli animali in alpeggio: «Il caldo e l’erba secca costringono gli animali a spostarsi di più per trovare foraggi ancora verdi, con il rischio di sovraccarico e traumi a danno delle articolazioni», lamentano gli allevatori. (da: Giacomo Foresta, da https://www.3bmeteo.com/, 1/8/2022)

Le aziende agricole si arrangiano come riescono: trasportando in quota coi trattori condotte e cisterne per abbeverare gli animali e irrigare gli alpeggi, che quest’anno non hanno praticamente visto la neve. Basta osservare fiumi e torrenti di montagna: sono gonfi solo dell’acqua torbida di fusione dei ghiacciai, mentre i laghetti alpini sono ridotti a pozzanghere e le sorgenti sono sull’orlo del prosciugamento. (da: Giacomo Foresta, da https://www.3bmeteo.com/, 1/8/2022)

“(…) Le MALGHE nel Veneto, fra pubbliche e private, secondo l’ultimo report della Regione sono circa 700, molte delle quali peraltro inattive; tra il 1970 e il 2000, stando ai Censimenti dell’agricoltura, nella regione Veneto si è verificata una riduzione di oltre un terzo delle aree prative nell’area montana; nell’alto Bellunese si supera addirittura il 60%. Il terreno non gestito e lasciato ai rovi e agli arbusti costituisce uno degli inneschi più favorevoli allo sviluppo di incendi boschivi, e la montagna lasciata a se stessa prima o poi provoca gravi danni (esondazioni, in primis) anche alla pianura. (…)” (da “LA GRANDE SETE DELLA MONTAGNA”, di Sergio Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 31/7/2022) (nella FOTO: MALGA SERONA nel Vicentino – si trova nel comune di Caltrano, lungo il giro delle Malghe della Comunità Montana Astico Brenta – foto da https://www.campagnamica.it/)

   Il risultato è che la produzione casearia di malghe e alpeggi sta crollando, anche a causa dell’impennata dei costi di materie prime ed energia. E così qualche allevatore ha già anticipato di due mesi la transumanza a valle di ovini e bovini. A causa della siccità in altura, si riportano gli animali nelle stalle in pianura: «Troppo proibitive le condizioni perché sia sostenibile tenere aperti i pascoli in quota», dicono. Se l’assenza di pioggia continuerà – avverte la Coldiretti – col rientro forzato a valle gli allevatori rischiano di trovarsi senza fieno sufficiente da destinare agli animali nei prossimi mesi, avendo come unica alternativa quella di acquistare foraggi e mangimi sul mercato a prezzi molto elevati». (da: Giacomo Foresta, da https://www.3bmeteo.com/, 1/8/2022)

Manca l‘acqua e anche l’erba e allora c’è chi anticipa la transumanza e con due mesi di anticipo torna a valle con tanto di ok dei forestali (foto da https://www.ildolomiti.it/)

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COME è avvenuto 30 anni fa (in alcune zone geografiche, in Veneto in primis) sulla RACCOLTA DIFFERENZIATA dei Rifiuti Solidi Urbani, ora è l’ACQUA ad aver bisogno di cambiamenti radicali nella riduzione dei consumi e nel suo riutilizzo (agricolo, industriale, domestico) (nella FOTO: irrigazione della vigna, foto da https://www.hellotaste.it/)

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LA GRANDE SETE DELLA MONTAGNA

(Il cambiamento climatico in Veneto)

di Sergio Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 31/7/2022

– Manca l’acqua, il ritorno in pianura del bestiame è iniziato con due mesi di anticipo – Le malghe hanno tamponato riempiendo le pozze con le autobotti ma non basta –

   In città – finché l’acqua sgorga dal rubinetto e si può accendere il condizionatore e acquistare il cibo al supermercato – possiamo anche illuderci che il cambiamento climatico non sia una questione così drammatica. In montagna no. Chi vive quassù vede i campi ingiallire, le sorgenti seccarsi e le pozze svuotarsi, e specularmente gli alberi abbattuti dai tornadi e le strade franare.

   Una delle conseguenze del fenomeno si chiama “demonticazione”, cioè il ritorno in pianura delle vacche dagli alpeggi, che è già iniziato con due mesi di anticipo rispetto al solito. Ad annunciarlo per primi sono stati i gestori di una malga molto nota nel Vicentino, Serona, che dai suoi 1260 metri di altitudine offre una vista spettacolare dall’Altopiano dei Sette Comuni sulla pianura veneta. La causa è nota: mancano l’acqua nelle pozze e l’erba nei prati, e in queste condizioni tenere le vacche in montagna diventa un costo insostenibile.

   In realtà i gestori – le famiglie Niccoli-Pozzato coi loro collaboratori, 13 persone in tutto – stanno ancora scrutando il cielo, sperando che i prossimi giorni moltiplichino le quattro gocce di pioggia cadute in questi giorni: il problema è che la pioggia che cade oggi impiegherà almeno una decina di giorni a far ricrescere l’erba. E così altri loro colleghi – dall’Altopiano alla Lessinia, dal Grappa al Nevegal – stanno già riportando in pianura parte del bestiame, lasciando oltre quota mille solo un numero di capi sufficiente a non perdere i finanziamenti europei riconosciuti a chi fa l’alpeggio. Qualche cifra può aiutarci a delineare la portata del problema e le sue implicazioni.

   Le malghe nel Veneto, fra pubbliche e private, secondo l’ultimo report della Regione sono circa 700, molte delle quali peraltro inattive; tra il 1970 e il 2000, stando ai Censimenti dell’agricoltura, nella nostra regione si è verificata una riduzione di oltre un terzo delle aree prative nell’area montana; nell’alto Bellunese si supera addirittura il 60%. Il terreno non gestito e lasciato ai rovi e agli arbusti costituisce uno degli inneschi più favorevoli allo sviluppo di incendi boschivi, e la montagna lasciata a se stessa prima o poi provoca gravi danni (esondazioni, in primis) anche alla pianura. Il 37% delle malghe è localizzato nelle provincia di Vicenza, e di queste circa 120 sono sull’Altopiano; il Bellunese e la Lessinia ne ospitano 160 e 150, il Trevigiano poco meno della metà. Ogni malga può accogliere, per un periodo che va giugno a settembre, in media 80 capi di bestiame, oltre a vitelli, pecore, asini e maiali.

   E veniamo ai consumi di acqua: “Ogni vacca ne beve fino a 60-70 litri al giorno – spiega l’esperto asiaghese Gianni Rigoni Stern – abbeverandosi prevalentemente nelle pozze (quattro o cinque per malga) che raccolgono le acque piovane. Sono queste che in seguito alle scarse nevicate e alla prolungata siccità ora sono in buona parte secche”.

   Ecco dunque la necessità per i malgari di provvedere altrimenti, portando l’acqua in quota con le cisterne. Ovviamente i costi lievitano: il viaggio di un camion carico di 15 metri cubi d’acqua, con cui si dissetano 80 vacche per tre giorni, costa in media sui 200 euro; ma nelle malghe che producono formaggio o fanno agriturismo il fabbisogno di acqua cresce in maniera esponenziale. Racconta Davide Nicoli, il 32enne gestore di malga Serona: “Ormai passo gran parte della giornata a portare in giro acqua col trattore, ho dovuto anche smettere di fare il formaggio e delegare l’attività a un collaboratore. E nonostante tutto qualche notte fa mi sono trovato le vacche attorno alla casara che muggivano disperate per la sete”.

   L’impressione, interpellando i malgari delle diverse aree prealpine, è che si proceda in ordine sparso, essendo venuto meno il coordinamento della Direzione Foreste della Regione, assorbita (“decisione scellerata”, dice Rigoni Stern) dal Dipartimento Ambiente. In alcune zone gli interventi sono affidati alle autobotti dei Vigili del fuoco, in altre alla Protezione civile, che (come lamenta Giovanni Battilana, gestore di Malga Pat nel territorio di Borso del Grappa) offre gratis le prime due forniture di acqua, facendosi pagare dalla terza in poi. In Lessinia invece sono venuti buoni gli invasi in cemento realizzati anni fa nel disgraziato comprensorio sciistico di San Giorgio per l’innevamento artificiale. In Alto Adige per dissetare le vacche in una malga isolata si è mobilitato persino un elicottero. E non solo acqua: soprattutto nelle malghe più basse ed esposte al sole l’erba si è seccata e non ricresce e bisogna integrare il pascolo con costose razioni di fieno o di mangime portate su dalla pianura. “Così i costi diventano insostenibili – denuncia il Presidente dell’Associazione regionale allevatori Floriano De Franceschi, che in questi giorni sta visitando gli alpeggi – visto che agli aumenti delle materie prime non corrisponde un corrispettivo aumento dei prezzi di vendita del latte e dei formaggi. Non c’è da stupirsi se, come registra l’Istat, negli ultimi vent’anni il numero di aziende agricole si è più che dimezzato. Se la politica non compie delle scelte coraggiose, fra qualche anno rischiamo di trovarci senza cibo”. “Noi abbiamo sollevato il problema – aggiunge Nicoli – non per piangerci addosso, ma per far capire le difficoltà in cui si trova il mondo agricolo, mentre qualcuno indulge a lavarsi la macchina o riempirsi le piscine. Abbiamo avuto dai clienti un riscontro incoraggiante, ma purtroppo in generale non c’è nel consumatore la consapevolezza di cosa c’è dietro il cibo che gli arriva nel piatto”.

   La lezione del terribile periodo che stiamo vivendo è infatti che nulla di quello che fino a ieri poteva sembrarci scontato e poco costoso – dall’acqua dal rubinetto al pane sulla tavola – lo è per davvero, e che ogni scelta sbagliata, nei confronti della natura, ha un costo salato, che prima o poi dovremo pagare. (SERGIO FRIGO) 

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L’ALPEGGIO (da Wikipedia)

   L’alpeggio è l’attività agro-zootecnica che si svolge in montagna durante i mesi estivi; con il termine malga o alpe si fa riferimento invece all’insieme dei fattori produttivi fissi e mobili in cui avviene l’attività di monticazione, cioè l’inizio della transumanza: fabbricati, terreni, attrezzature, animali, lavorazione del latte prodotto.

   In Italia si svolge tra un’altitudine minima di 600 m s.l.m. e una massima di 2500-2700, inizia con la monticazione, cioè la salita sull’alpe, che avviene tra la fine di maggio e la metà di giugno e termina con la demonticazione, cioè la ridiscesa in pianura che avviene a fine settembre. L’alpeggio passa attraverso varie fasi (tramuti) che si identificano con pascolo e strutture poste a diversa altezza sulla stessa montagna (come ad esempio i maggenghi).

   Può avere forme economico-organizzative diverse in base all’organizzazione amministrativa (privata, cooperativa, pubblica di tipo comunale, provinciale o statale, ecc.) e al sistema di conduzione (affitto, conduzione da parte di privati, cooperative, ecc.). Può distinguersi anche in base al tipo di bestiame ospitato: alpeggio per bovini (il più comune), per ovini, caprini, equini o per bestiame misto (compresi i suini e gli animali da cortile). Di solito i pascoli alpini e prealpini sono sfruttati prevalentemente da bovini (85% nel primo caso e circa 95% nel secondo) mentre quelli appenninici sono sfruttati esclusivamente dagli ovini. Per quel che riguarda le necessità animali, per l’intera durata dell’alpeggio occorrono 1,5-2 ettari per ogni bovino mentre un solo ettaro riesce a nutrire dai 4 ai 6 ovini.

   Quando ben fatto porta notevoli vantaggi agli animali da un punto di vista alimentare (maggiore valore nutritivo che si riflette sia sulla salute che sulla qualità dei prodotti zootecnici), da quello dell’attività fisica (sviluppo della muscolatura, aumento dell’attività circolatoria, respiratoria e della capacità polmonare dovuta alla rarefazione dell’aria e al maggiore sforzo fisico) e da fattori ambientali (qualità dell’aria respirata e aumento delle radiazioni attive con benefici influssi su cute, pelo, attività ghiandolare e metabolismo).

   La pratica dell’alpeggio ha nei secoli passati influenzato profondamente la geografia amministrativa di varie aree montuose; ad esempio l’alta Valsessera è tuttora divisa tra i territori comunali dei centri del Biellese centrale i cui allevatori tradizionalmente sfruttano gli alpeggi della valle. La pratica dell’alpeggio vive tuttora, in particolar modo nelle aree del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta. Le malghe presenti sull’Altopiano dei Sette Comuni sono oltre 100 (87 nelle sole Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, unione montana Marosticense e unione montana Astico) e costituiscono per estensione e per numero il più importante sistema d’alpeggio dell’intero arco alpino. (…..)

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EMERGENZA SICCITÀ, L’APPELLO DI NOVE ASSOCIAZIONI PER L’ADATTAMENTO ALLA CRISI CLIMATICA

26/7/2022, da https://www.cai.it/

– L’appello di Cipra Italia, Cirf, Club alpino italiano, Federazione Nazionale Pro Natura, Free Rivers Italia, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness e WWF Italia: «La crisi climatica e la siccità non guardano in faccia a nessuno, neanche alla crisi politica. Servono interventi che vadano oltre l’emergenza mettendo in campo una politica idrica che favorisca l’adattamento ai cambiamenti climatici. No a nuovi invasi estemporanei» –

«La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi: bisogna dunque evitare risposte emergenziali e analizzare il problema con freddezza per individuare le soluzioni».
Questo l’appello che le associazioni Cipra Italia, Cirf, Club alpino italiano – Cai, Federazione Nazionale Pro Natura, Free Rivers Italia, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness e WWF Italia lanciano oggi ricordando che la crisi climatica e la siccità non guardano in faccia a nessuno, neanche alla crisi del governo. Serve un’azione politica che vada oltre l’emergenza con la messa in atto di efficaci “piani ordinari”. Per questo le associazioni rilanciano oggi quelle che per loro sono sette interventi chiave su cui è fondamentale lavorare per andare oltre l’emergenza e su cui il prossimo nuovo Esecutivo dovrà subito confrontarsi.

La prima azione necessaria è ricostituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate, per costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere il sistema delle disponibilità, dei consumi reali, della domanda potenziale e definire degli aggiornati bilanci idrici. Nuovi invasi non sono la risposta.Nessuna opposizione “ideologica”, ma sono una soluzione che ha molte controindicazioni per cui è semplicemente scriteriato affidarsi esclusivamente ad essi. Occorre mettere in campo una strategia nazionale integrata e a livello di bacini idrografici, allargando e ampliando il ventaglio delle soluzioni tecniche praticabili attraverso la realizzazione di nuove e moderne pratiche e misure per ridurre la domanda di acqua ed evitarne gli sprechi. Con esse si comprende il risparmio negli usi civili attraverso la riduzione delle perdite e dei consumi, ma soprattutto negli usi agricoli dove è necessario rivedere drasticamente gli interventi del Piano Strategico della PAC per renderli capaci di orientare le scelte degli agricoltori verso colture e sistemi agroalimentari meno idroesigenti e metodi irrigui più efficienti.

   Non servono quindi Piani straordinari concepiti sull’onda emotiva dell’emergenza: le procedure straordinarie devono essere limitate alle decisioni per affrontare l’emergenza (dare priorità agli usi civili indispensabili e alla tutela ambientale, quali colture salvare, fino a che punto e con che criteri indennizzare chi subisce danni dalla siccità), ma assolutamente non sono lo strumento per prendere decisioni riguardanti le politiche infrastrutturali e di lungo periodo; abbiamo bisogno di una pianificazione “ordinaria” che favorisca l’adattamento ai cambiamenti climatici.

   È necessario prevedere dotazioni finanziarie adeguate e schemi virtuosi di attivazione di risorse private per l’attuazione delle misure previste dalla Pianificazione ordinaria, che ancora fatica a trovare attuazione.

DI SEGUITO LE AZIONI CHIAVE PER UNA POLITICA IDRICA CHE FAVORISCA L’ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI:

  1. che il MiTE, di concerto con il MIPAAF e con il supporto di Ispra, Istat, Irsa-Cnr e le altre istituzioni tecnico scientifiche in grado di contribuire, istituisca protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere e rendere disponibile ai cittadini stime affidabili delle disponibilità di risorse idriche, dei consumi reali e della domanda potenziale.
  2. di definire e adottare per ogni bacino dei protocolli di gestione delle siccità, in modo da superare definitivamente l’attuale approccio emergenziale.
  3. di individuare, sentita Arera e le associazioni degli enti d’Ambito e dei gestori dei SII, gli eventuali ostacoli e i meccanismi di reperimento delle risorse finanziarie che permettano di accelerare il percorso volto a portare le perdite delle reti civili al di sotto del 25% (per le perdite percentuali) e entro i 15 mc/km/gg (per le perdite specifiche lineari) e di introdurre un nuovo criterio in aggiunta ai 6 definiti dalla “Regolazione della Qualità Tecnica del Servizio Idrico Integrato”, che premi i gestori che massimizzano il riuso delle acque depurate.
  4. di definire, di concerto con l’Anci, una strategia che promuova la riduzione dei consumi idrici domestici e il ricorso ad acque non potabili (acque di pioggia accumulate o acque grigie depurate) per gli usi compatibili (risciacquo dei wc, lavatrice, lavaggi esterni) in modo da portare il valore medio dei consumi civili di acqua potabile a non oltre i 150 litri abitante giorno.
  5. che il MIPAAF, di concerto con il MiTE, definisca una strategia di trasformazione del nostro sistema agroalimentare, sviluppando adeguate misure all’interno del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022, in corso di definizione, destinando ad esse una quota rilevante dei finanziamenti, fortemente orientati a:
    a. favorire la diffusione di colture e sistemi agroalimentari meno idroesigenti;
    b. promuovere la diffusione di misure mirate all’incremento della funzionalità ecologica dei suoli agrari e della loro capacità di trattenere l’acqua;
    c. contenere i consumi irrigui entro la soglia dei 2500 metri cubi ettaro anno.
  6. Al fine di ripristinare le falde:
    a. di destinare almeno 2 miliardi di euro l’anno per un periodo di 10 anni ad interventi di riqualificazione morfologica ed ecologica dei corsi d’acqua e del reticolo idraulico minuto e di ricarica della falda previsti dai PdG e dai PTA;
    b. di recepire le misure previste dalle strategie per la “Biodiversità 2030” e “From farm to fork” nell’ambito del New Green Deal dell’UE e riprese dalla recente proposta normativa “il Pacchetto Natura” presentata lo scorso 22 giugno dalla Commissione Europea.
  7. Di avviare una diffusa azione di ripristino ambientale, con particolar attenzione alla rinaturazione fluviale in coerenza con gli impegni della Strategia Europea per la Biodiversità.

Addì 26/7/2022

CIPRA Italia, Vanda Bonardo, Presidente

CIRF, Laura Leone, Presidente

Club Alpino Italiano – CAI, Antonio Montani, Presidente

Coordinamento Nazionale Tutela Fiumi – Free Rivers Italia, Lucia Ruffato, Presidente

Legambiente, Andrea Minutolo, Responsabile scientifico

Federazione Nazionale Pro Natura, Mauro Furlani, Presidente

Lipu-BirdLife Italia, Claudio Celada, Direttore Area conservazione

Mountain Wilderness, Adriana Giuliobello, Presidente

WWF Italia, Andrea Agapito Ludovici, Responsabile programma Acque

 

(Clicca qui per scaricare il testo completo dell’appello)

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LA GRANDE SETE DELLA MONTAGNA: “SENZA ACQUA ALLEVAMENTI IN GINOCCHIO E RIFUGI IN AFFANNO”

di Giacomo Foresta, da https://www.3bmeteo.com/, 1/8/2022

– La grande siccità sta causando l’addio anticipato ai pascoli di montagna e il crollo delle produzioni casearie. E dopo il Gonella sul Monte Bianco, un rifugio su quattro rischia di dover chiudere in anticipo la stagione –

   Prima la siccità, poi le alluvioni. Quanto avvenuto nella lombarda Valcamonica nelle ultime due settimane è un esempio emblematico dell’effetto del surriscaldamento globale in quota, e non solo. Prima l’emergenza idrica causata dal caldo africano, con alcuni comuni costretti a emanare ordinanze per il razionamento dell’acqua. Poi, quasi come contrappasso, piogge torrenziali ed esondazioni che causano allagamenti e devastazioni. Secondo i meteorologi è solo uno degli effetti del cambiamento climatico che sta drammaticamente coinvolgendo anche le terre alte.

   Con il clima bollente, i consumi d’acqua aumentano. Ma di acqua in quota ce n’è poca. Specie i paesi che non possono approvvigionarsi da un acquedotto in valle, devono far fronte all’emergenza idrica come possono: rifornendo i bacini con le autobotti, razionando il consumo e limitandolo su decisione dei sindaci all’uso alimentare o domestico. Ma spesso non basta.

   A quote elevate è emergenza. Il rifugio Gonella sul Monte Bianco già 15 giorni fa ha alzato bandiera bianca e il 18 luglio ha chiuso «per siccità». Per la stessa ragione, un rifugio su quattro di Alpi e Appennini rischia di dover interrompere in anticipo la stagione se la tendenza non cambierà: «Già a fine luglio le riserve idriche sono infatti ridotte ai livelli di fine agosto», sostengono i gestori dei rifugi.

    Negli allevamenti in quota la situazione, se possibile, è ancora peggiore. Gli alpeggi sono in ginocchio. Secondo un monitoraggio della Coldiretti pozze e vasche per abbeverare i bovini sono in secca, l’erba è bruciata dal sole. Molti malgari hanno deciso di anticipare di un mese il taglio del fieno per tentare di salvare il salvabile. In più, la siccità sta creando problemi anche alla salute degli animali in alpeggio: «Il caldo e l’erba secca costringono gli animali a spostarsi di più per trovare foraggi ancora verdi, con il rischio di sovraccarico e traumi a danno delle articolazioni», lamentano gli allevatori.

   Le aziende agricole si arrangiano come riescono: trasportando in quota coi trattori condotte e cisterne per abbeverare gli animali e irrigare gli alpeggi, che quest’anno non hanno praticamente visto la neve. Basta osservare fiumi e torrenti di montagna: sono gonfi solo dell’acqua torbida di fusione dei ghiacciai, mentre i laghetti alpini sono ridotti a pozzanghere e le sorgenti sono sull’orlo del prosciugamento.

   Il risultato è che la produzione casearia di malghe e alpeggi sta crollando, anche a causa dell’impennata dei costi di materie prime ed energia. E così qualche allevatore ha già anticipato di due mesi la transumanza a valle di ovini e bovini. A causa della siccità in altura, si riportano gli animali nelle stalle in pianura: «Troppo proibitive le condizioni perché sia sostenibile tenere aperti i pascoli in quota», dicono. Se l’assenza di pioggia continuerà – avverte la Coldiretti – col rientro forzato a valle gli allevatori rischiano di trovarsi senza fieno sufficiente da destinare agli animali nei prossimi mesi, avendo come unica alternativa quella di acquistare foraggi e mangimi sul mercato a prezzi molto elevati».

   L’emergenza siccità ha sollevato recentemente l’appello di nove associazioni per l’adattamento alla crisi climatica. «La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi. Bisogna dunque evitare risposte emergenziali e analizzare il problema con freddezza per individuare le soluzioni». Questo l’appello che varie associazioni tra cui Club Alpino Italiano, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness e WWF Italia hanno lanciato ricordando che la crisi climatica e la siccità non guardano in faccia a nessuno, neanche alla crisi del governo: «Serve un’azione politica che vada oltre l’emergenza con la messa in atto di efficaci “piani ordinari”». Per questo le associazioni hanno rilanciato quelli che loro giudicano sette interventi chiave per far fronte all’emergenza climatica. «Per mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici sono necessarie misure ragionate e strutturali che guardino al medio e al lungo termine, pensando all’ambiente che lasceremo alle future generazioni», hanno dichiarato il presidente generale del CAI Antonio Montani e il delegato della presidenza generale all’ambiente Mario Vaccarella. (Giacomo Foresta)

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CALDO E SICCITÀ, DUE NUOVE SFIDE AL MODELLO DI SOSTENIBILITÀ DEI RIFUGI

di Simone Bobbio, 1/8/2022, da https://www.montagna.tv/

In alta montagna, più che in altri contesti, sembrano intravedersi i segnali di rinascita di una cultura insediativa in grado di riequilibrare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, di riconoscere il valore d’uso delle risorse e le forme di socialità basate su cooperazione e condivisione“. Queste parole di Luca Gibello, Roberto Dini e Stefano Girodo comparivano nell’introduzione del libro Rifugi e bivacchi. Architettura, storia e paesaggio, edito da Hoepli nel 2018, sottolineando la valenza ecologica delle strutture d’alta quota, laboratori di sostenibilità inseriti in un ambiente fragile come la montagna, sentinella dei cambiamenti climatici.

   Il caldo straordinario e la siccità estrema dell’estate 2022 sta oggettivamente mettendo in crisi questo modello, tra rifugi che chiudono a causa della carenza d’acqua, che si trovano costretti ad accendere i generatori a motore – trasportando spesso il carburante con l’elicottero – per supplire al calo di produzione delle micro centrali idroelettriche, che alimentano le cisterne con acqua portata da valle nelle autobotti, che ricorrono all’usa e getta per l’impossibilità di lavare le stoviglie. Nulla a che vedere con le città e le pianure dove milioni di persone sopravvivono grazie all’aria condizionata, con gli acquedotti e l’agricoltura in ginocchio. Ma l’ennesimo campanello d’allarme, assordante come una sirena, che solleva forti interrogativi sul ruolo degli esseri umani sulla terra, anche e soprattutto tra i frequentatori della montagna che osservano di anno in anno il degrado ecologico degli ambienti che amano.

Un passo indietro

Questa estate sto frequentando la montagna con il rispetto e la compassione che si dimostra nei confronti di un caro che sta morendo – attacca il discorso Luca Gibello che, oltre a essere storico dell’architettura e fondatore dell’associazione Cantieri d’Alta Quota, è anche un alpinista preparato – perché dopo le ultime salite in quota effettuate a maggio, sono stato preso dallo sconforto nel vedere lo stato dei ghiacciai. Preferisco rimanere alle altitudini più basse praticando attività più in sintonia con le condizioni della montagna“.

   Cantieri d’Alta Quota è un’associazione che nasce nel 2012 per occuparsi di rifugi e bivacchi come realtà storiche, architettoniche, sociali, ma soprattutto come presidi culturali della montagna.

Il mio esordio non vuole essere un segnale di resa – prosegue Gibello – perché i rifugi di montagna devono continuare a essere un laboratorio di sperimentazione e di sostenibilità. Da questo punto di vista mi ha colpito il caso estremo della chiusura del rifugio Gonella provocata sia dalla carenza d’acqua, sia dall’inaccessibilità del ghiacciaio sulla via normale al Bianco. Lì il messaggio è chiaro: quella porzione di montagna non sostiene più la presenza degli esseri umani. Facciamo un passo indietro, torneremo in stagioni più propizie. Cambiamo le nostre abitudini in fin dei conti, adattandoci al contesto in cui ci troviamo a vivere. D’altronde la montagna ha sempre imposto il concetto di limite agli esseri umani, un insegnamento che dovremmo trasmettere alle città e alla pianura con maggiore forza“.

Fare il massimo con il minimo

Anche in chiave storica i rifugi, sin dalla loro comparsa nelle Alpi, hanno avuto un ruolo di presidio della montagna, per consentire agli alpinisti di avvicinarsi alle vette, pur nel rispetto degli equilibri dell’ambiente in cui erano inseriti. “Per molto tempo – prosegue Gibello nel suo ragionamento – costruire un rifugio significava fare il massimo con il minimo, cioè erigere una struttura più confortevole possibile con i materiali reperibili in loco. In una seconda fase, abbiamo vissuto la cosiddetta colonizzazione della montagna da parte della città che ha portato alla nascita di veri e propri alberghi di montagna. Finalmente, dagli anni ’90 del secolo scorso, la presa di coscienza della crisi climatica insieme alla nascita di movimenti ambientalisti tra cui Mountain Wilderness e un attivismo politico sfociato nella Convenzione delle Alpi hanno creato maggiore consapevolezza nella necessità di dare ai rifugi una più spiccata impostazione ecologica. È stato fatto moltissimo in questo senso, ma la congiuntura climatica, non certo provocata dalla montagna, ci ha superati e richiede misure ulteriori di adattamento“.

Dobbiamo rifuggire i paradossi della città

La nostra associazione – conclude Gibello – annovera progettisti di livello con cui discutiamo soluzioni concrete per adattare i rifugi, in maniera ecologica, ai cambiamenti che ci stanno travolgendo. Abbiamo osservato gli ottimi risultati registrati in Svizzera con le toilette a secco, vediamo che nella produzione di energia occorre integrare maggiormente l’idroelettrico con il fotovoltaico e ottimizzare il ciclo dell’acqua con il recupero delle acque grigie, per esempio. Sono aspetti tecnici che devono essere adattati alle singole realtà dagli esperti del settore. A me preme diffondere anche un discorso culturale che coinvolga tutti noi frequentatori della montagna. Quando saliamo in montagna per scappare dal caldo delle città, dobbiamo liberarci di preconcetti e abitudini che forse funzionano in pianura, ma certamente non sono sostenibili in un rifugio. Non pretendiamo di fare la doccia dove l’acqua è scarsa o di ricaricare lo smartphone dopo averci smanettato tutto il giorno. L’esperienza del rifugio ci può aiutare a scoprire l’essenzialità, un valore positivo che poi dobbiamo riportarci a casa quando torniamo a valle. E voglio lanciare un’ultima proposta concreta. Rendiamo i rifugi meno energivori aiutando i gestori a ridurre la quantità di cibo da conservare in frigoriferi e congelatori. Basta mettersi d’accordo con il rifugista: ognuno porta con sé qualcosa di fresco da consumare la sera stessa, riscoprendo anche la convivialità e la condivisione di spazi e abitudini. Per certi aspetti, il ritorno al rifugio dei primordi!“. (Simone Bobbio)

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GHIACCIO BOLLENTE

di Monica Perosino, da “La Stampa” del 23/7/2022

– Temperature record, si scioglie la calotta della GROENLANDIA, gli iceberg perdono 6 miliardi di tonnellate di acqua al giorno – Riversato nell’oceano l’equivalente di 7,2 milioni di piscine olimpioniche – Se la scomparsa fosse totale il mare si alzerebbe di 7,5 metri in tutto il mondo –

   Enormi pozzanghere. A questo assomigliano oggi i picchi dei maestosi ghiacci della Groenlandia che velocemente si stanno piegando al caldo estremo. I giganti soffrono, si trasformano in fiumi d’acqua di disgelo che precipitano nell’oceano.

   A questo punto, gli scienziati avranno la voce roca a forza di urlare. I ghiacci si sciolgono, i mari si innalzano, le temperature impazziscono, i livelli di gas serra toccano nuovi record. E gli allarmi dei climatologi finiscono come un sasso lanciato nello stagno senza lasciare cerchi.

   Il caldo anomalo nella GROENLANDIA settentrionale, un caldo che ormai non è più così anomalo, in soli tre giorni, tra il 15 e il 17 luglio, ha trasformato gli iceberg in 6 miliardi di tonnellate di acqua al giorno. Per capirci, una quantità sufficiente a riempire 7,2 milioni di piscine olimpioniche. Le temperature si mantengono attorno ai 15,5 gradi, ovvero circa 5 gradi in più del normale per questo periodo dell’anno.

   Quando Erik il Rosso «scoprì» la Groenlandia nel 986 non sapeva che il nome con cui battezzò l’isola più grande del mondo sarebbe stato un infausto presagio, non solo il tentativo di attirare nuovi coloni com’era nelle sue intenzioni. Grønland, Terra verde. Un paradosso per quell’ammasso di ghiaccio che ricopre l’83% del suo territorio e che di verde ne ha sempre visto poco, ma che presto potrebbe vederne troppo.

   Pensate al panorama che ci viene in mente quando immaginiamo il Polo Nord e la Groenlandia e, al posto di Inuit impellicciati tra bufere di neve, ora piazzate un uomo che vaga in maniche corte e sguardo preoccupato. Probabilmente è uno degli scienziati del National Snow and Ice Data Center dell’Università del Colorado che ha lanciato l’ennesimo allarme o del servizio danese di monitoraggio dell’Artico, il PolaPortal, che contribuisce al rapporto sullo stato del clima dell’agenzia meteorologica delle Nazioni Unite. Un rapporto che anno dopo anno traccia il disastro climatico della calotta polare.

   La preoccupazione degli scienziati è quella che si possa ripetere lo scioglimento record del 2019, quando 532 miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono letteralmente sciolte in mare. Una primavera inaspettatamente calda e un’ondata di calore nel mese di luglio di quell’anno fecero sciogliere quasi l’intera superficie della calotta glaciale. Di conseguenza, il livello del mare globale aumentò in modo permanente di 1,5 millimetri.

   Già i dati i relativi allo scorso anno non sono stati positivi e hanno mostrato che l’inizio dell’estate è stato freddo e umido, con nevicate insolitamente abbondanti e tardive. Dopodiché, però, un’ondata di caldo, a luglio, ha comportato una notevole perdita di ghiaccio.

   In termini di «bilancio di massa totale» (la somma dello scioglimento superficiale e della perdita di pezzi di ghiaccio dagli iceberg, oltre allo scioglimento delle “lingue” dei ghiacciai a contatto con l’acqua del mare), la calotta ha perso nel 2021 166 miliardi di tonnellate. Se tutto il ghiaccio della Groenlandia si sciogliesse, il livello del mare si alzerebbe di 7,5 metri in tutto il mondo.

   Quest’anno sono stati osservati livelli di calore senza precedenti, ma è nel 2020 che lo scioglimento dei ghiacci artici ha raggiunto il punto di non ritorno: ormai nessuno sforzo per prevenire il riscaldamento globale potrebbe riuscire a contrastare il fenomeno che, secondo i glaciologi dell’Università dell’Ohio, la Groenlandia non ha mai sperimentato in 12.000 anni.

   Tutto questo ghiaccio che si scioglie in Groenlandia diventa acqua che si riversa negli oceani, che si «diluiscono» (l’acqua di disgelo è acqua dolce e diluisce il contenuto di sale dell’oceano), e provoca un ulteriore innalzamento dei mari. Una reazione a catena innescata dai cambiamenti climatici prodotti dall’uomo.

   Oltre a devastare interi ecosistemi, il rischio che migliaia di città e zone costiere finiranno prima o poi per «affogare» non è più un’ipotesi, ma una certezza. E basta scorrere i numeri per comprendere il volume del possibile disastro: oltre un miliardo di persone vive a meno di 10 metri al di sopra delle attuali linee di alta marea, di questi 250 milioni vivono al di sotto di un metro sul livello del mare.

   Se, per assurdo – ma non troppo – l’intera calotta glaciale della Groenlandia si sciogliesse, il mare li sommergerebbe tutti. L’obiettivo, a questo punto, sarebbe almeno di ritardare l’ineluttabile e dare il tempo a 600 milioni di persone che vivono vicino alle coste di spostarsi. Il fenomeno che da almeno un ventennio spaventa gli scienziati ha infatti una variabile di rischio in più: la velocità. Il ghiaccio non solo si scioglie, ma lo fa sempre più rapidamente. (MONICA PEROSINO)

CLIMATE CHANGE 

L’OMS: A RISCHIO L’ESISTENZA STESSA DELL’UMANITÀ

L’ondata di calore estremo «sottolinea una volta di più la disperata necessità di un’azione paneuropea per affrontare efficacemente il cambiamento climatico, la crisi globale del nostro tempo, che sta minacciando sia la salute individuale sia l’esistenza stessa dell’umanità». HANS KLUGE, direttore dell’Oms in Europa, lancia un duro monito ai governi degli Stati membri: «Devono dimostrare volontà politica e un’autentica leadership nell’attuazione dell’Accordo globale di Parigi sul climate change», avverte, adottando una strategia di «collaborazione che sostituisca la divisione e la vuota retorica». Kluge ha invitato i Paesi Ue ad «assumersi la loro parte di responsabilità per rafforzare la propria resilienza e combattere il climate change» e ha rilanciato il monito di GUTERRES: «Abbiamo una scelta: azione collettiva o suicidio collettivo».

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MESSAGGI DI CAMBIAMENTO

IL CLIMA PUÒ ESSERE LA VERA NOVITÀ DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

di Edoardo Zanchini, ecologista, dal quotidiano “Domani” del 27/7/2022

   E se fosse proprio il clima la variabile imprevista di questa campagna elettorale? Per la prima volta il confronto politico non potrà più nascondersi dietro slogan perché gli italiani, senza distinzione di schieramento come confermano tutti i sondaggi, sono sempre più preoccupati dall’accentuarsi di caldo, siccità, bombe d’acqua e chiedono risposte.

   Allo stesso modo vorrebbero capire come ridurre la spesa energetica e fare fronte a un’inflazione galoppante per i prezzi del gas, o come coltivare una qualche concreta speranza in vista di un autunno che si profila quanto mai complicato con una guerra in Ucraina di cui non si vede la fine.

   Questa volta il centrodestra parte favorito per il voto ma senza quella forza che Silvio Berlusconi era stato capace di imprimere nel 1994 e poi nel 2001 e 2008, con quel messaggio di ottimismo e cambiamento che aveva convinto milioni di italiani. Il contesto economico e geopolitico è molto diverso, funziona ancora il richiamo della sicurezza e dello stop all’immigrazione, della libertà d’impresa e dei condoni ma nessuno crede che davvero da questi slogan verrà fuori una ricetta per guardare con ottimismo al futuro di ciascuno e del paese nei prossimi anni.

   Le stesse ricette pseudo nazionaliste per cui dovremmo puntare sul gas dell’Adriatico o sul ritorno al nucleare possono funzionare per alzare la voce nei talk show ma non convincono più nessuno. È ai tanti italiani che hanno smesso di votare o che sono in dubbio se continuare a farlo che bisogna guardare con una ricetta che li possa convincere puntando sul clima come chiave al contempo di innovazione e di sicurezza, con ricette concrete di cambiamento che permettano di parlare a chi è più giovane e agli anziani, a chi vive in città o nelle aree interne.

   Domanda di sicurezza che Enrico Letta ha avuto coraggio in questi mesi a tenere la barra dritta nel voto al parlamento europeo sugli obiettivi al 2030 di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e sulla tassonomia. Ora è però chiamato a fare un passo ulteriore per spostare il centro del dibattito da slogan che hanno annoiato tutti ai problemi che le persone vivono e per spiegare come possano trovare risposte solo con un’accelerazione della transizione ecologica, per far capire la differenza con chi vorrebbe «buttare al mare il green deal», per usare le parole del deputato della Lega Claudio Borghi.

   Se nei prossimi 60 giorni si vuole cogliere l’attenzione di chi sta sotto l’ombrellone o non si può muovere da casa bisogna prendere di petto i problemi, nominare i luoghi e le situazioni che si vogliono cambiare. Ad esempio, raccontando cosa si ha in mente per evitare che migliaia di persone muoiano nei quartieri dove fa più caldo perché non si possono permettere l’aria condizionata.

   O i progetti da mettere in campo per evitare che le prime piogge intense dell’autunno si trasformino in alluvioni devastanti per via di corsi d’acqua e piazze coperte di cemento. È sulla risposta a questa crescente domanda di sicurezza che si deve puntare nella campagna elettorale.

Ridurre le bollette

Puntare su questi temi può aiutare anche a uscire dal cortocircuito mediatico sull’agenda Draghi, perché consente di raccontare cosa si potrà finalmente sbloccare ora senza la destra e cosa invece rivendicare e continuare. Siamo l’unico paese europeo che in questi mesi non ha presentato uno straccio di proposta per aiutare le famiglie a risparmiare.

   Mentre gli altri puntavano a sostituire l’uso del gas con pompe di calore, fotovoltaico e comunità energetiche noi abbiamo guardato con Roberto Cingolani in direzione contraria. Se non ora quando raccontare le idee diverse che si hanno per aiutare in particolare chi è più povero a ridurre drasticamente le bollette?

I privilegi dei balneari

Invece, su riqualificazione delle periferie e finanziamenti per la mobilità urbana sostenibile, bisogna far capire che gli interventi avviati dal ministro Enrico Giovannini non solo non si fermeranno ma verranno portati in ogni città e moltiplicati, resi ancora più efficaci con un progetto di investimento sociale e culturale con al centro la scuola, perché solo così si garantiscono lavoro, diritti e qualità della vita a milioni di cittadini.

   L’agenda Draghi va rivendicata piuttosto quando si scende in spiaggia, per raccontare alle persone che lo dobbiamo all’algido banchiere se tra qualche anno potremo avere finalmente trasparenza, qualità e gare per le concessioni. Una posizione radicalmente antitetica a quella di Giorgia Meloni e Matteo Salvini che continuano a battersi per i privilegi della parte peggiore dei balneari, fregandosene di tanti italiani che al mare non ci possono andare perché oramai è solo a pagamento in tanti comuni italiani. (Edoardo Zanchini)

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