C’è futuro in Europa per le CENTRALI NUCLEARI? – La crisi del gas (con l’aggressione russa all’Ucraina) prospetta un rilancio del nucleare, con le attuali obsolete centrali (francesi) e con nuove: alti costi, scorie radioattive, tecnologie da definire, impedirebbero lo sviluppo delle ENERGIE RINNOVABILI (non perdiamo tempo)

(nella FOTO: la CENTRALE NUCLEARE DI ZAPORIZHZHIA, foto da https://greenreport.it/) — “(…) La transizione energetica da un sistema basato sui combustibili fossili a uno retto dalle fonti a basse emissioni di anidride carbonica oltre a essere una necessità ambientale è diventata, dopo la guerra in Ucraina, sempre più anche una questione di sicurezza energetica. (…)” (Francesco Suman, da “Il Bo Live Università di Padova”)
“(…) Martedì 6 settembre 2022 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha diffuso un  rapporto sulla propria ispezione nella centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, che si trova in un’area occupata dall’esercito russo da marzo, e che nelle ultime settimane ha preoccupato moltissimo la comunità internazionale per via dei numerosi attacchi compiuti nelle sue vicinanze. Nel documento l’AIEA dice di aver verificato che la centrale ha subito danni estesi a causa della guerra: in particolare, sono stati danneggiati un edificio in cui viene immagazzinato il combustibile nucleare, una struttura in cui sono conservati rifiuti radioattivi e un’altra che ospita un sistema di allarme. Più volte l’impianto è stato scollegato dai generatori elettrici, indispensabili perché la centrale possa lavorare in sicurezza. Nel rapporto si chiede che i combattimenti siano interrotti in un’area di sicurezza attorno allo stabilimento, che è il più grande impianto per la produzione di energia nucleare d’Europa. (…)” (da IL POST.IT 6/9/2022 https://www.ilpost.it/) (nella FOTO gli ispettori dell’AIEA a Zaporizhzhia, foto da https://www.ilfogliettone.it/)

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Net Zero by 2050, il rapporto dell’agenzia internazionale dell’energia (IEA) pubblicato a maggio 2021, delinea una vera e propria roadmap che attraverso circa 400 tappe mostra come il settore energetico dovrebbe cambiare per rispettare gli impegni di neutralità climatica. In questa tabella di marcia, il traguardo fissato al 2050 prevede che le rinnovabili costituiscano il 90% della generazione di energia elettrica a livello globale.   Il resto della generazione elettrica verrebbe coperto in buona parte dall’energia nucleare, alla quale viene affidata una percentuale di poco inferiore al 10%.   Il 30 GIUGNO la IEA ha pubblicato UN NUOVO RAPPORTO DEDICATO ALL’ENERGIA NUCLEARE e al ruolo che dovrà ricoprire nella transizione energetica. Nuclear Power and Secure Energy Transitions prende le mosse proprio dalle analisi già compiute in Net Zero by 2050. E di fatto il messaggio principale non cambia: il nucleare, a determinate condizioni economiche, politiche e sociali, che richiedono sforzi notevoli e non è garantito che verranno raggiunte, può essere una fonte di energia elettrica a basse emissioni che può fungere da complemento alle rinnovabili a cui spetta, sottolinea il nuovo rapporto, il ruolo dominante nella transizione. (…) (di Francesco Suman, da “Il Bo Live Università di Padova” https://ilbolive.unipd.it/ del 14/7/2022)

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NUCLEARE, UNA NUOVA PROSPETTIVA O UNA SEMPLICE FANTASIA?

di Francesco Faieta, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/ del 6/5/2022

   Il conflitto ucraino ha presentato il saldo dell’annoso problema riguardante il mix di fonti energetiche da noi attualmente utilizzate, per anni visto come limite solo sul lungo periodo, ora divenuto notevole peso per le bollette delle famiglie e delle imprese italiane.

   Più che mai è evidente la dipendenza del nostro Paese da fonti energetiche di cui non disponiamo autonomamente e non siamo in grado di produrre sufficientemente. Ne è esempio lampante il gas naturale, dal momento che circa il 40% dell’energia elettrica che consumiamo ogni giorno nelle nostre case proviene da gas naturale, e di tutto il gas da noi importato circa il 38% viene proprio dalla Russia.

   Difatti, pur assistendo ad un aumento di utilizzo del nostro mix energetico di fonti rinnovabili, non siamo attualmente in grado di garantire una loro efficienza tale da rinunciare al gas. Elemento fondamentale in ottica di transizione tra le rinnovabili e le vecchie fonti fossili, andando a costituire la nostra imprescindibile fonte “ponte” verso le stesse, dal momento che il gas è la fonte fossile meno impattante tra le possibilità attualmente presenti nel nostro ventaglio di scelte.

Diversificare col nucleare per reagire alla crisi Ucraina è la risposta giusta?

Sempre più si paventa l’idea che la panacea alla nostra indipendenza sia l’energia nucleare, specificatamente l’ormai noto nucleare di quarta generazione. Se di cura si tratta, si tratta di cura ad effetto e rilascio ritardato, visto il tempo richiesto per la sua efficacia.

   Pensare di riattivare le datate ed ormai vetuste centrali nucleari italiane, da tempo abbandonate, è un’opzione non soddisfacente, dal momento che non è possibile riavviarle tout court dopo anni e anni di inutilizzo, fermi dal referendum del 1987, per di più con la necessità di accontentarsi di complessi dotati di una tecnologia non più allo stato dell’arte.

   Va chiarito fin da subito, inoltre, che in realtà, allo stato attuale della tecnica, il nucleare di quarta generazione spesso decantato, non è una tecnologia che possiede una maturazione tale da poter essere già impiegata attivamente: la sua effettiva usabilità non sarà definita prima del prossimo decennio, la ricerca sul campo presenta alcuni step che, per quanto possano essere velocizzati, vanno rispettati.

   Per cui no, specialmente nel breve periodo quale quello dell’attuale crisi che stiamo vivendo, non è possibile optare come salvagente su questa alternativa.

   (…) L’effetto principale dell’attuale crisi sarà, a mio avviso, una spinta alla diversificazione, ma non del mix energetico, quanto dei nostri fornitori, per consentire come il buon Porter ci insegna (NDR: Michael Porter è professore alla Harvard Business School e uno dei maggiori esponenti della teoria delle strategie manageriali) con la sua teoria delle cinque forze (NDR: 1-nuovi concorrenti, 2-il potere dei fornitori, 3-il potere degli acquirenti, 4-la minaccia di prodotti sostitutivi, 5-la rivalità tra competitor esistenti), con una maggiore sicurezza e certezza della disponibilità necessarie al nostro fabbisogno.

Il nucleare come prospettiva di lungo periodo

Tralasciando l’impossibilità applicativa delle centrali nucleari per una soluzione di breve periodo, risulta naturale chiedersi e porsi la stessa domanda in un’ottica medio lunga. Come detto, nel prossimo decennio dovremmo beneficiare del nuovo avanzamento tecnologico fornito dal nucleare di quarta generazione.

   I nuovi reattori sono lodati e decantati per le loro qualità, perché rendono il nucleare “pulito”. Ma davvero il nucleare può definirsi pulito grazie a questo avanzamento tecnologico?

   La risposta è ni. Col nucleare di quarta generazione non si è di fronte ad una fonte totalmente pulita con le conoscenze attuali, poiché le scorie restano, seppur in quantità minore, con le implicazioni del caso.

   Tra ipotesi e proponimenti vari, il programma che più si avvicina al rifiuto 0 è denominato Progetto Proryv, che, ironia del caso, è di matrice russa, in base al quale dovremmo essere in grado di ridurre drasticamente il ciclo delle scorie da 100.000 a 300 anni, riuscendo a riciclare insistentemente tutte le scorie radioattive prodotte, potendole usare in ciclo continuo, con il vantaggio di non dover creare appositi siti di stoccaggio dei materiali di risulta.

   Per di più il progetto russo, come altri, punta ad utilizzare ulteriori materiali oltre l’uranio, che sono in grado di sprigionare una maggiore carica energetica, migliorando l’efficienza, cosa che gioca sicuramente a vantaggio di una tecnologia attuale.

   Sussistono criticità nei costi. Il nucleare richiede iniziali investimenti di capitale decisamente rilevanti, che, secondo fonti Enel, si attestavano a circa 3,5 miliardi per una centrale con la tecnologia disponibile nel primo decennio del nuovo millennio. Per i nuovi sistemi, non esistendo attualmente stime valide, non possiamo che attenderci, vista la maggior complessità che comporta, costi iniziali superiori alla media precedente stimata, spesa che crescerebbe enormemente se considerassimo gli ancora imprescindibili costi per ricerca e sviluppo. Difatti, per ora abbiamo parlato solo di progetti ancora da finire, ultimare e verificare, nulla di definito.

   Va detto però che i costi vivi successivi all’investimento sono particolarmente esigui, grazie all’alta densità energetica dell’uranio, che addirittura aumenta in altri combustibili che sono al vaglio.

   Questo perché la quantità di materia prima richiesta rispetto all’energia prodotta è bassa, a tal punto da rendere praticamente indipendente il costo dell’elettricità generata dal costo della materia prima. Non vanno poi dimenticati inoltre i costi sulle scorie, che però, essendo il nucleare di ultima generazione “ipoteticamente” particolarmente efficiente, si attesterebbero secondo analisi IEA a circa il 5-6% dei costi di gestione.

   In sintesi, vista l’entità dei costi finanziari fissi iniziali molto elevata e dei costi variabili esigui, il nucleare diverrebbe conveniente solo su un lungo utilizzo di vita della centrale, almeno pari a 50/60 anni.

   In tutto ciò, parlando di economicità dell’investimento spesso non viene considerato un fattore: usare una quantità ingente di denaro per un investimento richiede quasi sempre la necessità di finanziarsi, per cui i tassi d’interesse eventuali vanno a costituire sicuramente una determinante. Difatti da essi può dipendere una larga fetta della convenienza economica.

   Come possiamo vedere dalla tabella sottostante, che considera dati del 2010, praticamente pari a quelli odierni visto che la tecnologia considerata è la medesima di quella oggi disponibile, il costo per la produzione di nucleare varia di molto a seconda di quanto sia importante l’impatto dei tassi d’interesse sulla cifra totale. Può pertanto avvenire che un’apparente iniziale convenienza del nucleare, trasformi lo stesso in una spada di Damocle.

   È da tener presente come i costi specificati nella tabella non considerano i costi per la ricerca e lo sviluppo e si basano sull’attuale tecnologia, quindi se volessimo considerare il precedente trattato nucleare di quarta generazione, le stime dovrebbero essere ovviamente riviste al rialzo, per effetto dei costi per ricerca e sviluppo ancora da effettuare.

“(…) Investire sul nucleare significa puntare pesantemente su di esso, visti gli ingenti investimenti necessari per la ricerca, lo sviluppo e la costruzione delle centrali e, se scegliessimo il nucleare non avremmo risorse sufficienti da investire in altro, specialmente sulle fonti rinnovabili, che non avrebbero modo di arrivare al loro grado massimo di efficienza. La scelta è un out out: investire in una, significa non investire nell’altra. (…)” (Francesco Faieta, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/ del 6/5/2022)

   Un’alternativa alle centrali nucleari classiche, come le immaginiamo, è costituita dai microreattori, Small Nuclear Reactor.

   In realtà non sono una novità, dal momento che da anni sono impiegati su navi e sommergibili: nel tempo questi piccoli reattori sono stati trasversali alle varie evoluzioni del nucleare.

   Per essi le considerazioni da effettuare sono parallele a quelle effettuate per i reattori di normali dimensioni.

   Difatti, se i sostenitori di tale tecnologia pregustano forti economie di scala nella produzione dei mini reattori, dettati dalla maggiore facilità di fabbricazione rispetto ai reattori di dimensioni normali, non considerano che reattori più piccoli, di dimensioni più contenute, vorrebbero dire costi più elevati per produrre lo stesso quantitativo di energia rispetto ad un reattore di dimensioni normali. Anche in questo caso la motivazione risiede nelle economie di scala. Per cui il vantaggio rispetto ai “fratelli maggiori”, sarebbe quasi del tutto negato in termini di produzioni di energia.

Il vero nodo del nucleare

Manca tuttavia un ulteriore elemento alla schematica analisi costi benefici sin qui riportata, ovvero i costi opportunità del nucleare.

   Investire sul nucleare significa puntare pesantemente su di esso, visti gli ingenti investimenti necessari per la ricerca, lo sviluppo e la costruzione delle centrali e, se scegliessimo il nucleare non avremmo risorse sufficienti da investire in altro, specialmente sulle fonti rinnovabili, che non avrebbero modo di arrivare al loro grado massimo di efficienza. La scelta è un out out: investire in una, significa non investire nell’altra.

   Specificatamente con una tecnologia come il nucleare, che per divenire conveniente richiede per forza di cose un lungo periodo di utilizzo, si crea la problematica del difficile disinvestimento, qualora vengano eventualmente scoperte nuove tecnologie più efficienti. Cosa faremmo con una centrale operante da soli dieci anni, avente ancora una lunga vita utile, con pochi costi ammortizzati, senza possibilità di disinvestire e puntare sulla nuova tecnologia?

   Ed è qui che, a mio parere, la vera discussione sul nucleare deve incentrarsi su come vediamo il mondo nei prossimi trenta, quaranta o addirittura cinquant’anni, poiché investire ora sul nucleare vorrebbe dire accantonare o lasciare rilievo marginale alle fonti rinnovabili. E tale condizione di marginalità sarà sufficiente a svilupparle con un grado di efficienza accettabile per supplire ai nostri bisogni energetici nel futuro?

   È da tener presente che questo investimento si baserebbe su un energia nucleare che, come detto, non è ancora ben sviluppata, ma solo in ipotesi potrebbe raggiungere quel grado di efficienza.

   A mio avviso, la scelta di investire sul nucleare costituirebbe una possibilità solo laddove inconfutabilmente fosse dimostrata la sua utilità di ponte nei confronti delle energie rinnovabili, andando a sostituire ciò che oggi il gas rappresenta per noi, ma, vista l’attuale situazione di incertezza, una simile scelta vorrebbe dire rinunciare e non traghettare. Perciò la ritengo difficilmente percorribile.

(Francesco Faieta, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/ del 6/5/2022)

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A fine 2020 nella UE erano presenti 122 reattori nucleari e 6 erano in costruzione. La maggior parte, 116 unità, si trovavano in sette paesi. La produzione totale di energia nucleare da centrali dell’Unione europea è aumentata del 25 % dal 1995 al 2005. La maggior parte di questa crescita si è verificata nel 1990. (nella MAPPA qui sopra: la produzione di nucleare in Europa al gennaio 2022, mappa da https://www.repubblica.it/)

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(l’IMMAGINE di copertina del VADEMECUM ANTINUCLEARE di “ECCO Think Thank per il Clima” – https://eccoclimate.org/it/qa-il-nucleare-serve-allitalia/) —   “(…) Specificatamente con una tecnologia come il nucleare, che per divenire conveniente richiede per forza di cose un lungo periodo di utilizzo, si crea la problematica del difficile disinvestimento, qualora vengano eventualmente scoperte nuove tecnologie più efficienti. Cosa faremmo con una centrale operante da soli dieci anni, avente ancora una lunga vita utile, con pochi costi ammortizzati, senza possibilità di disinvestire e puntare sulla nuova tecnologia? (…)” (Francesco Faieta, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/ del 6/5/2022)

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COSA DICE IL RAPPORTO DELL’AIEA SULLA CENTRALE NUCLEARE DI ZAPORIZHZHIA

da IL POST.IT 6/9/2022 https://www.ilpost.it/

– L’Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite ha trovato vari danni e chiede che i combattimenti attorno all’impianto siano interrotti –

   Martedì 6 settembre 2022 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha diffuso un rapporto sulla propria ispezione nella centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, che si trova in un’area occupata dall’esercito russo da marzo, e che nelle ultime settimane ha preoccupato moltissimo la comunità internazionale per via dei numerosi attacchi compiuti nelle sue vicinanze.

   Nel documento l’AIEA dice di aver verificato che la centrale ha subito danni estesi a causa della guerra: in particolare, sono stati danneggiati un edificio in cui viene immagazzinato il combustibile nucleare, una struttura in cui sono conservati rifiuti radioattivi e un’altra che ospita un sistema di allarme. Più volte l’impianto è stato scollegato dai generatori elettrici, indispensabili perché la centrale possa lavorare in sicurezza.

   Nel rapporto si chiede che i combattimenti siano interrotti in un’area di sicurezza attorno allo stabilimento, che è il più grande impianto per la produzione di energia nucleare d’Europa, perché per quanto non abbiano «ancora» portato a «un’emergenza nucleare» rappresentano una minaccia costante per la sicurezza e potrebbero colpire le strutture di contenimento, che evitano la diffusione di radiazioni.

   Comunque l’AIEA, che è un ente che fa capo alle Nazioni Unite, non ha attribuito né alla Russia né all’Ucraina la responsabilità degli attacchi avvenuti vicino alla centrale e dei danni da essa subiti: i due paesi si accusano a vicenda degli attacchi. Secondo gli ucraini i russi portano avanti gli attacchi ritenendo che l’esercito ucraino non risponderà per timore di colpire la centrale.

   Il rapporto sottolinea che il personale della centrale, che è ucraino e lavora sotto il controllo dell’esercito russo, è in ogni momento sottoposto a forti stress, in particolare per via della carenza di sostituti: «Non è una situazione sostenibile e potrebbe portare a errori umani con conseguenze per la sicurezza nucleare».

Dopo l’ispezione due esperti dell’AIEA sono rimasti a Zaporizhzhia per continuare a monitorare la centrale nel lungo periodo.

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Intervista al capo dell’Aiea RAFAEL GROSSI

“NELLA CENTRALE DI ZAPORIZHZHIA MI SONO COMMOSSO. IL RISCHIO È ALTO, RENDIAMOLA UN ‘SANTUARIO'”

di Luca Fraioli da “la Repubblica” del 8/9/2022

– Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica racconta la sua visita all’impianto nucleare ucraino minacciato dalla guerra, spiega il suo ruolo di arbitro e perché la presenza dei suoi uomini è una garanzia contro gli attacchi: “Chi ci caccia se ne assumerà le responsabilità” –

   “Sono giorni difficili”. Incontriamo RAFAEL MARIANO GROSSI, direttore generale dell’AGENZIA INTERNAZIONALE per l’ENERGIA ATOMICA (AIEA) in un albergo romano: è nella capitale per un vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, ma le difficoltà a cui si riferisce vanno in scena migliaia di chilometri più a Est, nella centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia occupata dai militari russi.

   La settimana scorsa Grossi ha guidato dentro l’impianto il team di ispettori Aiea e martedì (6/9/2022, NDR) ha presentato il suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un elenco dettagliato di tutto ciò che mette a rischio la sicurezza della più grande centrale nucleare europea, proprio mentre l’Ucraina sta sferrando una importante controffensiva in quell’area.

   Ma il rapporto contiene anche la proposta di una via d’uscita: una ZONA SPECIALE DI PROTEZIONE, che coincida con il perimetro dell’impianto. Una “santuarizzazione” di Zaporizhzhia, la definisce Grossi, che ha ottenuto anche il supporto del premier italiano Mario Draghi nel corso di un incontro avvenuto a Palazzo Chigi.

Direttore generale, il presidente russo Vladimir Putin, dopo la pubblicazione del vostro rapporto, ha accusato la Aiea di non aver denunciato che sono gli ucraini a sparare su Zaporizhzhia. Cosa risponde?
“In quelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ci ha accusati di non aver denunciato i bombardamenti russi. È normale, sarebbe una sorpresa se non ci fossero simili dichiarazioni. E forse sono una prova che stiamo lavorando bene. Fare il giudice, l’arbitro tra due contendenti, non è il mio mandato. Anzi se lo facessi cancellerei la mia utilità, come garante della sicurezza della centrale nucleare”.
Quindi è soddisfatto della missione della scorsa settimana?
“È un cambiamento radicale. Il viaggio per arrivare a Zaporizhzhia è durato quattro mesi, non due giorni, perché era da aprile che chiedevamo di poter entrare nella centrale. La settimana scorsa finalmente abbiamo potuto fare i controlli che abitualmente eseguiamo negli impianti nucleari e che erano saltati con lo scoppio della guerra. Ma abbiamo anche potuto valutare la situazione sul piano della sicurezza: sono andati perduti molti sistemi di comunicazione e ci sono stati molti danni dovuti agli attacchi e ai bombardamenti quasi sistematici all’impianto. Infine, abbiamo colto l’occasione di creare una missione permanente, importante non solo per la valutazione dei danni ma anche per dissuadere i contendenti da eventuali nuovi attacchi: ora tutti sanno che a Zaporizhzhia ci sono due membri dello staff Aiea”.

Eppure nelle ultime ore si è continuato a sparare in prossimità dei reattori.
“Non ho mai pensato che la nostra presenza, da sola, potesse fare magie, con tante forze militari concentrate in quella regione. Ma credo che sia comunque un fattore di stabilità e di trasparenza: possiamo sapere in tempo reale quello che accade”.
Quindi la presenza dei due ispettori non è solo simbolica?
“Assolutamente no. Verificano la sicurezza dei combustibili, dei reattori, della sala di controllo, dei sistemi d’emergenza. C’è molto lavoro da fare per il monitoraggio sistematico di quello che accade, e ci sono novità ogni giorno, proprio perché i bombardamenti continuano. Siamo in contatto permanente e ci forniscono aggiornamenti quotidiani”.

Cos’è che l’ha colpita di più quando è entrato nella centrale?
“Mi sono emozionato e commosso nel vedere le condizioni in cui lavora il personale dell’impianto. Ma non posso dire di aver visto cose che già non sapessi. È stato un lavoro di conferma, di valutazione più esatta e precisa dei danni, che riguardano davvero molti settori dell’impianto. Non i reattori, che sono ben protetti dai sarcofagi in cemento armato, ma per esempio i magazzini del combustibile nucleare esausto. Tutto ciò che ho visto mi ha confermato che occorre proteggere subito la centrale, nel modo più efficiente possibile”.
Dopo la visita ha detto: “Potrebbe accadere qualcosa di molto, molto catastrofico”. A cosa si riferiva?
“Mi hanno molto colpito due fori di un metro di diametro, provocati da colpi di mortaio, sul tetto di un magazzino di combustibile nucleare: siamo stati molto fortunati, perché quei colpi avrebbero potuto disperdere nell’ambiente materiale radioattivo. Ripeto, non sono in pericolo i reattori, protetti da edifici molto robusti, difficili da bucare, ma il combustibile non ha lo stesso grado di protezione. E poi c’è il problema dell’elettricità necessaria alla centrale per i sistemi di sicurezza e di raffreddamento”.
Anche qui c’è uno scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?
“Purtroppo la chiarezza non c’è. Normalmente ci sono quattro linee elettriche che arrivano dall’esterno e una interna che alimentano i sistemi di sicurezza e di raffreddamento dei reattori. In questo momento le linee funzionanti sono una o due. Gli ucraini sostengono che fa parte di un piano russo per scollegare la centrale dalla rete di Kiev. Tecnicamente è difficile da fare, ma non lo si può escludere del tutto”.

Veniamo alle possibili soluzioni: lei propone una “santuarizzazione” della centrale.
“È un termine che qui a Roma possiamo usare. Noi proponiamo una protezione della centrale di Zaporizhzhia sul modello perimetrale, limitato dunque al solo impianto”.
Perché non la demilitarizzazione di tutta l’area circostante, come chiedono le autorità ucraine?
“La demilitarizzazione è un concetto più ampio e anche più ambizioso. Io sono legittimato a parlare di sicurezza degli impianti nucleari. Abbiamo visto con i nostri occhi che la sicurezza nucleare è stata compressa e si deve fare qualcosa. La demilitarizzazione non è realistica, anche perché la centrale non si trova in un’area interna conquistata dai russi, ma proprio sulla linea del fronte. Ci vorrebbero negoziati ad altissimo livello, che esulano dalle competenze dell’Agenzia”.
Come intende procedere?
“L’idea è dire a russi e ucraini: siete d’accordo in linea di principio che l’impianto non debba essere attaccato? E allora facciamo un semplice accordo di protezione, una ‘santuarizzazione’ della centrale, appunto. Nelle ore successive alla proposta, nonostante le dichiarazioni di Putin e Zelensky, ho colto delle reazioni interessanti dalle parti in causa. Di sicuro non hanno detto no”.
Quali sono i tempi?
“Ho già preso contatti con i due schieramenti. Penso che ci incontreremo per studiare il piano nel giro di dieci giorni o al massimo due settimane”.
Dunque è ottimista?
“Ottimista sarebbe forse troppo. Credo però di aver creato uno spazio per lavorare. Ho proposto qualcosa che non è impossibile, perché è urgente fare qualcosa di concreto: è impensabile continuare così, con bombardamenti sistematici di una centrale nucleare”.

Si sente sostenuto dalla comunità internazionale in questa operazione?
“Come è normale, ci sono posizioni diverse: chi appoggia l’Ucraina, chi sta nel mezzo, chi sostiene la Russia. Ma io devo lavorare con tutti ed è importante che anche l’opinione pubblica lo capisca. Sono stato accusato di non aver denunciato l’aggressione dell’uno o dell’altro, ma se lo avessi fatto un secondo dopo la mia azione sarebbe diventata inutile. È difficile, perché ho un cuore e principi etici, ma la mia missione è aiutare, non denunciare. L’Ucraina non ha bisogno di una voce in più dalla sua parte, io devo fare altro”.
Si era anche detto che l’ispezione della Aiea avrebbe legittimato l’occupazione russa della centrale…

“Invece siamo stati a Zaporizhzhia e non c’è stata alcuna legittimazione. Anzi ora abbiamo il vantaggio di avere membri dell’Agenzia dentro la centrale: se dovessero mandarci via, dovranno spiegare al mondo perché lo fanno. Allo stesso modo, abbiamo messo entrambe le parti in causa in una situazione difficile: dire no alla protezione e alla sicurezza. Perché poi i ‘no’ vanno spiegati”.
Quindi lei ritiene permanente la missione Iaea a Zaporizhzhia?
“Permanente fino alla pace. Io non vado via. E se mi cacciano, ripeto, devono assumersene le responsabilità”.
Molti governi stavano riprendendo in considerazione il nucleare come fonte di energia pulita. Gli eventi ucraini richiamo di affossare definitivamente questa tecnologia?
“Il problema non è il nucleare, il problema è la guerra. Che può distruggere un impianto nucleare, uno petrolchimico, un’industria farmaceutica, una chiesa. Tuttavia è inutile nascondere che nell’industria nucleare c’è preoccupazione per l’impatto che tutto questo potrebbe avere sull’opinione pubblica. Resta il fatto che, pur non essendo una soluzione universale, il nucleare è utilissimo in questo periodo di crisi energetica e climatica”.
Ha in programma di tornare a Zaporizhzhia?
“Forse. Siamo sbarcati, ed è stato il passo più importate. Ora siamo lì e dobbiamo continuare. La sfida è questa”.

(Luca Fraioli da “la Repubblica” del 8/9/2022)

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(nella mappa: I SITI DELLE 4 CENTRALI NUCLEARI DISMESSE ITALIANE, mappa da http://mediadante.ilbello.com/) — “(….) In Italia lo smaltimento delle quattro centrali, perlopiù piccole, in servizio al momento del referendum del 1987 sta risultando lento e oneroso. Il costo si attesta a circa 20 miliardi e a 35 anni dal referendum è lontano dall’essere concluso. Questi costi di smaltimento sono a carico delle bollette elettriche attraverso una componente specifica (A2RIM).(…) Lo scorso 15 marzo 2022 Sogit, la società pubblica che si occupa della dismissione degli impianti e della gestione dei rifiuti radioattivi, ha consegnato la mappa aggiornata dei luoghi idonei a ospitare il deposito (CNAI – Carta Nazionale delle Aree Idonee) al MiTE, che dovrà valutarla e approvarla.(…)” (dal VADEMECUM ANTINUCLEARE di “ECCO Think Thank per il Clima” – https://eccoclimate.org/it/qa-il-nucleare-serve-allitalia/)

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(nell’IMMAGINE: la MAPPA della collocazione delle centrali nucleari francesi, tratta da  https://www.geopop.it/) – PARIGI PUÒ CONTARE -A SETTEMBRE 2022- SULLA CARTA SU 56 REATTORI, MA 30 SONO ATTUALMENTE FERMI: 12 per problemi di corrosione, altri 18 per manutenzioni programmate fra il 2022 e il 2025) — “(…) La Francia è oggi il Paese al mondo con la più alta percentuale di elettricità di origine nucleare, che nel 2021 rappresentava il 68% della sua produzione totale di elettricità. A livello globale, la quota del nucleare nella produzione di elettricità è stata del 9,8% e per tutti i Paesi dell’Unione Europea, ad eccezione della Francia, questa quota è stata del 14%. Per comprendere questa singolare posizione della Francia, bisogna risalire alla metà del secolo scorso, quando iniziò a strutturarsi un consenso politico per lo sviluppo di un’industria nucleare civile e militare. Nel 2001 la Francia aveva raggiunto i suoi obiettivi interni; i 58 reattori, entrati in servizio tra il 1977 e il 2001, erano tutti operativi ed era in funzione il modello industriale integrato immaginato. (…) L’ambizione della Francia era anche che questa industria, a partire dalla sua base nazionale, conquistasse un promettente mercato mondiale. (…) All’inizio del 2022 è chiaro che nulla è andato come previsto. Il mercato nucleare mondiale è rimasto debole, la capacità in funzione nel mondo oggi è al livello del 2000 e la quota del nucleare nella produzione mondiale di elettricità è fortemente diminuita, passando dal 17% nel 2000 al 9,8% nel 2021. (…)” (Henri Baguenier, da TRECCANI Atlante https://www.treccani.it/, 23/2/2022)

FRANCIA E NUCLEARE: UNA REALTÀ DEL TUTTO PECULIARE       

di Henri Baguenier, da TRECCANI Atlante https://www.treccani.it/, 23/2/2022

   (…) La Francia è oggi il Paese al mondo con la più alta percentuale di elettricità di origine nucleare, che nel 2021 rappresentava il 68% della sua produzione totale di elettricità. A livello globale, la quota del nucleare nella produzione di elettricità è stata del 9,8% e per tutti i Paesi dell’Unione Europea, ad eccezione della Francia, questa quota è stata del 14%.

   Per comprendere questa singolare posizione della Francia, bisogna risalire alla metà del secolo scorso, quando iniziò a strutturarsi un consenso politico per lo sviluppo di un’industria nucleare civile e militare.  All’inizio degli anni Ottanta la Francia sembrava aver raggiunto i suoi obiettivi, era diventata una potenza nucleare militare ed era in corso un programma per la costruzione di 58 reattori nucleari.

   Fornita dallo Stato dei mezzi finanziari necessari, si è costruita un’industria nucleare integrata, che va dal controllo dell’intero ciclo del combustibile alla costruzione e al funzionamento dei reattori. L’ambizione della Francia era anche che questa industria, a partire dalla sua base nazionale, conquistasse un promettente mercato mondiale.

   Tale scommessa sulle esportazioni si basava su previsioni di sviluppo come quelle dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che prevedeva che nel 2000 la potenza nucleare installata nel mondo sarebbe stata di 5400 GWe. L’energia nucleare è stata presentata all’epoca come una delle principali risposte possibili agli shock petroliferi, garantendo una maggiore indipendenza energetica ed elettricità a basso costo.

   Nel 2001 la Francia aveva raggiunto i suoi obiettivi interni; i 58 reattori, entrati in servizio tra il 1977 e il 2001, erano tutti operativi ed era in funzione il modello industriale integrato immaginato. Tuttavia, non tutto era andato come previsto. Internamente era venuta meno la necessità di costruire nuovi reattori, essendo la capacità installata più che sufficiente per far fronte ai consumi elettrici, la cui crescita era stata più debole di quanto immaginato.

   L’industria ha anche conosciuto il suo primo grande fallimento con l’abbandono del Surgénérateur (un reattore a neutroni veloci con una potenza di 1240 MWe) messo in servizio nel 1986 e chiuso nel 1998 dopo aver funzionato normalmente solo per pochi mesi. A livello internazionale, le previsioni di crescita per l’anno 2000 non si sono concretizzate, la capacità installata nel mondo a quella data era di soli 360 GWe, ovvero 15 volte inferiore a quella prevista dall’AIEA nel 1973. Per l’industria nucleare francese, la prospettiva di conquistare i mercati esteri era stata per lo meno rinviata.

   Di fronte a questa situazione, in gran parte prevedibile dalla fine degli anni Ottanta, la risposta dello Stato per salvare il suo “gioiello industriale” è stata quella di concentrare, dal 2001, in un’unica azienda, AREVA, la quasi totalità del settore e di scommettere su un rilancio nucleare mondiale, dove un reattore cosiddetto di “nuova generazione”, l’EPR (sviluppato prima congiuntamente da AREVA e SIEMENS, poi solo da AREVA) avrebbe giocato un ruolo di primo piano. Questo EPR, con una potenza di 1600 MWe, è un upgrade presentato come “più sicuro” rispetto ai PWR esistenti, con un costo di investimento stimato di 3500 milioni di euro e un periodo di costruzione previsto di 5 anni. Questo EPR avrebbe dovuto essere il reattore destinato a sostituire gradualmente i PWR esistenti in Francia per portarli alla fine della loro vita tecnica e la punta di diamante dell’industria nucleare per l’esportazione.

   All’inizio del 2022 è chiaro, ancora una volta, che nulla è andato come previsto. Il mercato nucleare mondiale è rimasto debole, la capacità in funzione nel mondo oggi è al livello del 2000 e la quota del nucleare nella produzione mondiale di elettricità è fortemente diminuita, passando dal 17% nel 2000 al 9,8% nel 2021. Ad oggi sono state costruite solo sei EPR: una in Francia, una in Finlandia, due in Cina e due nel Regno Unito. In Francia il primo EPR sarebbe dovuto entrare in produzione nel 2012 e non è ancora completato, i costi aggiuntivi, stimati dalla Corte dei conti, sono attualmente di 16.000 milioni di euro e la messa in servizio non avverrà prima del 2023.

   Il reattore finlandese è stato completato a dicembre 2021, con 12 anni di ritardo e con un costo aggiuntivo di almeno 12.000 milioni di euro, l’immissione di energia elettrica nella rete è prevista per quest’anno. I due EPR cinesi sono tornati in produzione nel 2019, con 7 anni di ritardo rispetto al previsto, e uno di essi è stato spento dall’agosto 2021 senza che le ragioni di tale chiusura fossero chiaramente identificate o la sua durata fosse nota. I due EPR inglesi sono in costruzione con notevoli ritardi e costi aggiuntivi rispetto alle previsioni.

   Per il lettore italiano, ricordiamo che nel 2009 EDF ed ENEL hanno firmato un accordo per studiare la fattibilità della costruzione di 4 EPR in Italia, avendo ENEL acquisito una quota del 12,5% nell’EPR francese.  Nel giugno 2011 il referendum di rigetto di questo sviluppo del nucleare ha annullato tutto, l’ENEL si è ritirata nel 2012 dall’EPR francese recuperando così più di 600 milioni di euro investiti nel progetto.

   La stagnazione del mercato mondiale e le difficoltà nella costruzione dei primi EPR hanno portato ad un virtuale fallimento tecnico di AREVA; lo Stato francese è stato costretto, dal 2018, a ristrutturare la propria Industria Nucleare: EDF ha preso il controllo diretto di tutto ciò che riguarda il reattore; URANO svolge le attività del ciclo del combustibile. Queste due società hanno azionisti controllati dallo Stato e questa operazione di ristrutturazione è stata accompagnata da una massiccia iniezione di denaro pubblico.

   (….) Il presidente Macron ha annunciato un piano per la costruzione in Francia di 14 EPR. Così la Francia sembra tornare alla strategia degli anni Ottanta, proponendo di varare un programma nazionale per la costruzione di “nuovi” EPR, presumibilmente meno costosi di quelli attuali, in sostituzione dei vecchi PWR. A livello internazionale è convinta del rilancio del mercato nucleare mondiale, che dovrebbe essere spinto dalla transizione energetica, scommettendo che i “nuovi EPR” dovrebbero trovare un grande mercato.

   Al di là dei dubbi o delle certezze che possiamo avere sui presupposti di questo rinnovamento nucleare,argomento che meriterebbe un lungo dibattito (in particolare sul ruolo che il nucleare può svolgere nella transizione energetica), è lecito chiedersi se l’industria francese abbia la capacità tecnica, economica e finanziaria di rispondere:

a) tecnica, perché oggi i riscontri sul funzionamento degli EPR sono insufficienti, la prima valutazione dei costi e dei tempi di realizzazione non è molto incoraggiante;

b) finanziaria, a causa della situazione di EDF, che sta già affrontando un indebitamento massiccio, per il fabbisogno di finanziamento (oltre 100 miliardi di euro) connesso all’estensione del funzionamento degli attuali reattori (alcuni dei quali sono fonte di preoccupazione, poiché a gennaio di quest’anno sono stati fermati 12 reattori dei 56 in funzione, EDF prevedeva 5 ulteriori arresti a marzo), per il finanziamento di decine di miliardi per lo smantellamento delle centrali da chiudere e altre decine di miliardi destinati allo smaltimento delle scorie;

c) economica a due livelli, quello della competitività del nucleare rispetto ad altre tecnologie di produzione di energia elettrica (oggi i costi di produzione per KWh del nuovo nucleare sono almeno il doppio di quelli dei nuovi progetti eolici e solari) e quello della competitività del nucleare “francese” a fronte della concorrenza di altri Paesi, in particolare Russia e Cina.

   Senza pretendere di stabilire in poche righe una valutazione oggettiva di questi 70 anni di politica nucleare francese, non possiamo che sottolinearne gli effetti contrastanti. Anche se il nucleare è oggi la prima fonte di produzione di elettricità in Francia e se la Francia possiede un’industria nucleare integrata, la scommessa di conquistare una leadership sul mercato mondiale non è stata vinta. Non si conoscono i veri costi di questa politica per i francesi, né quelli passati perché resta difficile valutare il costante intervento finanziario dello Stato, né quelli futuri, in particolare quelli legati allo smantellamento dei reattori e alla gestione delle scorie, costi molto poco stimati ma che saranno a carico delle generazioni future.

   Concentrando la maggior parte delle proprie risorse sull’energia nucleare, la Francia è stata per quarant’anni a margine dello sviluppo di altre tecnologie di produzione di energia elettrica, in particolare, tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni 2000, quella delle centrali a ciclo combinato di gas (che ha rappresentato tra il 1990 e 2005, oltre il 70% della nuova capacità installata nei Paesi OCSE) e dal 2000, solare ed eolico (tra il 2000 e il 2020, una capacità di 1423 GWe di solare fotovoltaico ed eolico è stata installata nel mondo, contro 42 GWe di nucleare). Questo ritardo francese nelle tecnologie rinnovabili sarà tanto più preoccupante se il rilancio dell’energia nucleare nel mondo annunciato oggi incontrerà la stessa sorte dei rilanci annunciati all’inizio degli anni 2000 e 2010.

Nota conclusiva

Come dimostra anche la pubblicazione di questo articolo, il dibattito sull’energia tende a concentrarsi sulla questione del nucleare e delle rinnovabili per la produzione di energia elettrica. Va sempre ricordato che il consumo di energia elettrica a livello globale rappresenta attualmente solo il 20% del consumo finale di energia (25% a livello europeo). Poiché l’energia nucleare costituisce solo il 9,8% della produzione mondiale di elettricità, la sua quota in tutto il fabbisogno energetico finale del pianeta è solo del 2%. Non va trascurato che per affrontare la sfida climatica, la prima priorità resta la sobrietà energetica.

(Henri Baguenier, da TRECCANI Atlante https://www.treccani.it/, 23/2/2022)

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LA FRANCIA RISCHIA RAZIONAMENTI DI ELETTRICITÀ NONOSTANTE IL NUCLEARE: ECCO PERCHÉ

da https://tg24.sky.it/, 31/8/2022

– La premier Elisabeth Borne ha detto che “purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”. Parigi può contare sulla carta su 56 reattori, ma 30 sono attualmente fermi: 12 per problemi di corrosione, altri 18 per manutenzioni programmate fra il 2022 e il 2025 –

   La Francia, prima produttrice di energia nucleare in Europa, rischia di conoscere un inverno con razionamenti dell’elettricità. L’annuncio è arrivato direttamente dalla premier francese, Elisabeth Borne, che davanti alla Confindustria d’Oltralpe ha dichiarato: “Purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”

   La premier ha chiesto a tutte le imprese di preparare, a settembre, “un piano di moderazione” e ha dato appuntamento a tutti per l’inizio di ottobre per “conoscere i diversi scenari” e considerare “i rischi di razionamento”. “Se dobbiamo arrivare al razionamento”, ha detto, “le imprese sarebbero le prime colpite, e purtroppo dobbiamo prepararci”

   Di fronte al rischio di penuria di energia per il prossimo inverno – causato dai prezzi alle stelle del gas e dalla paura che la Russia possa chiudere all’improvviso i rubinetti – la premier Borne ha lanciato un appello ai francesi a diminuire il consumo energetico: “Abbiamo soltanto una strada, abbassare il consumo di energia. Se non lo facciamo potrebbero esserci improvvise sospensioni nell’erogazione di gas, da un giorno all’altro, con gravi conseguenze economiche e sociali”

   Insomma sia i cittadini sia le aziende francesi rischiano di dover far fronte al razionamento dell’energia elettrica. Ma come può succedere in un Paese che conta 56 reattori nucleari e produce oltre la metà dell’elettricità derivante dall’atomo di tutta l’Unione? Il problema risiede nella condizione e manutenzione degli impianti.

   Attualmente infatti 30 dei 56 reattori nucleari in Francia sono fermi: 12 per problemi di corrosione, altri 18 per manutenzioni programmate fra il 2022 e il 2025. L’Autorità per la Sicurezza Nucleare ha approvato l’operato del gruppo Edf, che gestisce le centrali, aggiungendo tuttavia che in alcuni casi, come quello del reattore 2 della centrale di Belleville, bisogna accelerare le operazioni per un ritorno al funzionamento, previsto al momento nel 2024.

   Da parte sua Edf ha “preso atto” di tali rilievi e ha annunciato che predisporrà “una nuova programmazione” dei lavori, ma ha anche avvertito che la chiusura di questi reattori “può allungarsi fino a 25 settimane in caso di riparazioni”. I problemi di corrosione che riguardano 12 reattori sono stati rilevati o sospettati in corrispondenza delle saldature dei tubi di iniezione di sicurezza – che consentono il raffreddamento del reattore in caso di incidente – collegati al circuito primario.

   Questa corrosione, detta da “stress”, provoca piccole crepe. Per alcuni reattori Edf verificherà anche il circuito di raffreddamento in modalità spenta. I problemi di corrosione e le manutenzioni programmate non solo riducono le prospettive per la produzione di elettricità da fonte nucleare, costringendo il governo ad annunciare un possibile razionamento dell’energia, ma peggiorano anche i risultati finanziari di quest’anno per Edf, che il governo sta rinazionalizzando al 100%.

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PERCHÉ IL NUCLEARE NON È COMPATIBILE CON COSTI E TEMPI DELLA DECARBONIZZAZIONE IN ITALIA, SPIEGATO IN 13 PUNTI

[19 Agosto 2022] da https://greenreport.it/

– «La discussione in Italia sul nucleare è una distrazione rispetto alle politiche del clima, ai costi per famiglie e imprese e alla sicurezza energetica del Paese» –

   Nello spazio politico che va dal centro (il cosiddetto terzo polo) all’estrema destra, il nucleare è tornato a dominare il dibattito pubblico in fatto di energia. Un grande classico di ogni appuntamento elettorale, nonostante le premesse per un’utile applicazione di questa tecnologia si stiano assottigliando ormai già da decenni, almeno per il nostro Paese. Non va molto meglio a livello globale, dove il nucleare è avviato sempre più a un ruolo marginale nel mix di generazione energetica.

   Posto che, comunque vada, nessuna centrale nucleare verrà realizzata nell’arco della prossima legislatura, resta interessante capire i contorni di quest’ennesima operazione di distrazione di massa in vista delle elezioni. Nel merito, riportiamo di seguito integralmente il vademecum elaborato da Ecco – Il think tank italiano per il clima, disponibile in originale qui.

– Il nucleare emette CO2 per la produzione di elettricità?  

No. Infatti, così come per le fonti rinnovabili, in Europa e in altri paesi per il nucleare non si pagano i permessi per emettere CO2. 

– È vero che nel ciclo di vita il nucleare emette meno CO2 delle energie rinnovabili? 

No. Secondo i dati dell’Agenzia tedesca per l’ambiente, l’energia nucleare rilascia, sull’intero ciclo di vita, 3,5 volte più CO2 per chilowattora rispetto al solare fotovoltaico e 13 volte in più rispetto all’energia eolica. Secondo i dati dell’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale delle Nazioni Unite (IPCC), il potenziale di riduzione di emissioni nette entro il 2030 di solare ed eolico è quattro volte maggiore rispetto al nucleare

– Il nucleare è una fonte rinnovabile? 

No. L’attuale tecnologia e quelle future (che si possono immaginare disponibili commercialmente nell’arco di una ventina d’anni) utilizzano un elemento non rinnovabile, l’uranio. Inoltre, la gestione in completa sicurezza di lungo termine dei rifiuti radioattivi richiederebbe trattamenti e confinamenti secolari in impianti che al momento ancora non esistono. Non solo non è rinnovabile l’input, ma viene scaricata sulle prossime generazioni una delle maggiori criticità della tecnologia.

– Qual è il contributo del nucleare oggi e nei principali scenari di decarbonizzazione al 2050? 

A livello globale, la quota di elettricità prodotta da nucleare si attesta oggi sul 10% e sul 5% rispetto ai consumi energetici primari di tutti i settori. Nello scenario Net-Zero Emission 2050, la IEA (l’Agenzia Internazionale dell’Energia) stima a livello globale una quota di nucleare (anche nuovo) presente in un mix ottimale di energia elettrica decarbonizzata in calo all’8%.  

A livello europeo, il nucleare rappresenta oggi il 25% della generazione elettrica e il 14% dei consumi energetici primari. Secondo la strategia 2050 di decarbonizzazione della Commissione UE, la quota di generazione elettrica nucleare nel 2050 scende al 15%. Questa strategia non implica l’aumento di capacità in Europa, ma richiede la sostituzione di una parte della notevole quota di impianti oggi esistenti che si approssima a fine vita, soprattutto in Francia. Il nucleare dell’attuale tecnologia avrà un ruolo al 2050 solo nei paesi che già ne dispongono o che hanno impianti in costruzione, soprattutto in Cina.  

Il nucleare non può essere visto come un’alternativa alla sostituzione progressiva ed integrale dei combustibili fossili con le fonti rinnovabili. A livello globale, le rinnovabili andranno a coprire il 90% della generazione elettrica nei prossimi decenni secondo lo scenario Net-Zero Emissions 2050 della IEA. In Europa la generazione di rinnovabili è attesa fino all’85% al 2050.  

– Cosa mostra l’esperienza recente sui tempi e i costi di realizzazione delle centrali nucleari? 

L’esperienza recente di sviluppo di centrali nucleari, soprattutto quella europea, mostra tempi lunghi e costi di realizzazione proibitivi. 

L’ultimo impianto entrato in servizio in Finlandia nel gennaio 2022 (Olkiluoto 3) è un’unità di 1600 MW la cui realizzazione è costata 11 miliardi di euro (circa 10 volte più di centrali a gas per pari potenza e 5 volte di più di parchi eolici terrestri per pari potenza in Italia) e ha richiesto 17 anni di lavori dall’inizio della costruzione, senza includere i tempi di progettazione e autorizzazione. 

Il terzo reattore dell’impianto di Flamanville, in Normandia, non è ancora completo dopo oltre 14 anni dall’inizio dei lavori, con un budget che si è quasi quadruplicato nel corso degli anni (salito da 3,3 a 12,4 miliardi di sterline). In passato partecipato da Enel, ora mira a iniziare le operazioni commerciali nel 2023. 

Il sito in costruzione a Hinkley Point nel Regno Unito – costo iniziale stimato di 18 miliardi di sterline, già lievitato a 26 – è stato finanziato grazie all’impegno del Governo (e quindi dei suoi contribuenti) a comprare la fornitura per 35 anni a un prezzo di 92,50 sterline per MWh (a prezzi del 2012, oggi vale 110 sterline), ossia più del doppio del prezzo che esprimeva il mercato locale dell’elettricità alla firma dell’accordo nel 2016. All’epoca si stimava che il progetto avrebbe prodotto un costo per i contribuenti di 37 miliardi di sterline. Se è vero che lo shock 2021-22 ha alzato i prezzi, il mercato si aspetta un trend futuro discendente, come dimostrano le ultime aste rinnovabili in Regno Unito in cui 93 progetti per 10,8 gigawatt sono stati assegnati a un prezzo medio di 41 sterline per MWh (in prezzi del 2012), meno della metà del prezzo che i contribuenti britannici pagheranno per 35 anni per Hinkley. 

– L’energia nucleare costa meno di altre fonti e consente di abbassare le bollette? 

No, anche se generalmente una parte cospicua dei suoi costi viene socializzata con le tasse. In termini di costi medi, il nucleare non è, salvo casi particolari, tra le fonti più economiche disponibili. Secondo i dati di IEA e NEA (agenzie per l’energia e per l’energia nucleare dell’OCSE) la fonte più economica è generalmente il fotovoltaico.

È del tutto fuorviante riferirsi al nucleare come una fonte economica solo in relazione ai bassi costi variabili della sua produzione, riferiti perlopiù all’approvvigionamento di uranio come materiale fossile. Se si applicasse lo stesso ragionamento alle rinnovabili, queste dovrebbero considerarsi gratuite. 

Il fatto che i costi del nucleare siano perlopiù fissi, la grande portata degli investimenti necessari e delle risorse necessarie per la gestione dei rischi (statisticamente ridotti ma di dimensione unitaria troppo grande per essere assicurabili dai privati), fa sì che il nucleare sia tipicamente pagato attraverso le tasse, anche nei paesi con economie di mercato come la Francia, dove da anni una legge prevede che parte della produzione debba essere ceduta da EDF (Électricité de France) sul mercato a prezzo politico. Malgrado questo, è bene precisare che la Francia oggi – inizio agosto 2022 – esprime i prezzi all’ingrosso dell’energia tra i più alti d’Europa proprio a causa dell’insicurezza che il suo sistema elettrico subisce dall’obsolescenza e dalla scarsa modulabilità delle centrali nucleari in servizio. 

– Il nucleare ha costi spostati avanti nel tempo più alti di quelli di altre fonti? 

Sì. Di gran lunga. Oltre alla complessa gestione delle scorie, la dismissione di impianti di generazione elettrica nucleare è resa complessa e onerosa dalla gestione del materiale radioattivo, che include, oltre al combustibile, le parti delle macchine che vengono irraggiate durante il funzionamento. Sforzi tecnici e organizzativi enormi e caratterizzati da criticità e di conseguenza anche nelle economie di mercato finiscono per essere socializzati. 

In Italia lo smaltimento delle quattro centrali, perlopiù piccole, in servizio al momento del referendum del 1987 sta risultando lento e oneroso. Il costo si attesta a circa 20 miliardi e a 35 anni dal referendum è lontano dall’essere concluso. Questi costi di smaltimento sono a carico delle bollette elettriche attraverso una componente specifica (A2RIM). Dal 2010 al 2021 il costo derivante da questa componente è stato di 3,9 miliardi di euro (nell’ambito delle ultime misure di contenimento delle bollette attualmente in vigore questo onere è stato trasferito temporaneamente sulla fiscalità generale). Inoltre, ad oggi l’Italia non ha ancora individuato un sito di deposito delle scorie. Lo scorso 15 marzo 2022 Sogit, la società pubblica che si occupa della dismissione degli impianti e della gestione dei rifiuti radioattivi, ha consegnato la mappa aggiornata dei luoghi idonei a ospitare il deposito (CNAI – Carta Nazionale delle Aree Idonee) al MiTE, che dovrà valutarla e approvarla. Una volta pubblicata si apriranno le candidature e inizierà la fase di negoziazione per trovare l’indirizzo finale del deposito nazionale, che difficilmente si concluderà in tempi brevi. I rappresentanti dei siti considerati idonei si sono infatti espressi contrari e vorrebbero essere esclusi dalla possibile rosa di scelta. 

– Il nucleare è adatto a complementare le fonti rinnovabili? 

No. Gli impianti termonucleari non sono adatti a modulare la produzione elettrica, cioè a modificarla rapidamente sulla base del fabbisogno di consumo al netto della produzione da fonti rinnovabili. 

I reattori a fissione, anche se la reazione primaria viene interrotta, continuano a produrre calore a lungo, e tale calore dev’essere smaltito con dispendio di energia per non danneggiare il nocciolo. Inoltre, le procedure di transizione tra diversi livelli di potenza sono generalmente più complesse rispetto a quelle di altre fonti programmabili di generazione elettrica. Infine, i costi fissi altissimi di un impianto termonucleare rendono ulteriormente improponibile, anche sul piano meramente economico, pagare una centrale per farla funzionare in modo discontinuo. 

In alcuni casi, come in Regno Unito con il reattore di Sizwell B, il gestore della rete ha pagato – socializzando tali costi – per ridurre la produzione complessiva dell’impianto, evitando una sovrapproduzione in periodo di bassa domanda, a causa della bassa flessibilità della produzione. 

Di conseguenza, in un contesto in cui servono impianti in grado di modulare la produzione variabile delle rinnovabili, la rigidità del nucleare è un problema e non un sollievo per il sistema elettrico, e aumenta la necessità di accumuli. Se è vero che varie forme di accumulo saranno necessarie per la decarbonizzazione dei sistemi elettrici (idrogeno, idroelettrico, sistemi di gestione della domanda, batterie – si veda il caso di successo della California), è altrettanto vero che una fonte di energia rigida come il nucleare renderebbe ancora più critico il ricorso alla modulazione, anziché semplificare la gestione della rete e razionalizzare i costi di sistema. 

– Sta arrivando il nucleare “pulito”? 

Purtroppo non a breve, se mai si realizzerà. Secondo una vecchia battuta, il nucleare a fusione è quella cosa che da cinquant’anni si ritiene arrivi entro trent’anni. 

Con il nucleare a fusione si risolverebbe il problema delle scorie legate al combustibile, ma verosimilmente non quello legato alla radioattività di altri materiali irraggiati.  

La ricerca sta da tempo cercando soluzioni tecnologiche per reattori a fusione, anche attraverso il programma internazionale di ricerca ITER, a cui partecipa anche l’Italia, con un sito di sperimentazione a Frascati. Entro la fine del 2025 si dovrebbe creare il primo plasma, che dovrebbe raggiungere la piena potenza entro il 2035. Il primo reattore dimostrativo, il progetto DEMO, se tutto procede secondo i piani e in forte discontinuità rispetto ai ritardi del passato, potrebbe essere pronto non prima del 2050. Opzioni più a breve termine di un nucleare senza scorie sono state tentate, per ora senza successo in termini di applicazioni commerciali, con gli impianti a fissione autofertilizzanti, tra i quali quello sperimentale di dimensioni industriali “Superphoenix” in Francia, partecipato da Enel, poi chiuso nel 1996.  

Anche se i tempi venissero rispettati, l’impianto DEMO è un prototipo ancora sperimentale necessario a predisporre il successivo sviluppo delle filiere di reattori commerciali capaci di trasformare l’energia della fusione nucleare in energia elettrica nella seconda metà del secolo. Una prospettiva non congruente con le tempistiche necessarie ad affrontare il cambiamento climatico.

Il coinvolgimento in prima fila dell’Italia nella ricerca mondiale in materia dimostra come i referendum sul nucleare e le decisioni post-Fukushima non limitino la ricerca in materia nel nostro Paese. Ma sarebbe una strategia altamente inefficacie e rischiosa dedicare tutte le risorse per rispettare o addirittura cercare di anticipare la scadenza di una tecnologia incongrua con i tempi della decarbonizzazione e che finora non ha mai dato risultati positivi.

– Cosa sono il nucleare di “quarta generazione” e i reattori modulari? 

Con “quarta generazione” ci si riferisce a reattori SMR (small modular reactor) di taglia ridotta, più compatti e quindi assemblabili direttamente negli stabilimenti del costruttore con maggiore standardizzazione ed economicità. Per ora non ci sono impianti commerciali ma esistono produttori, anche in Europa, che ne stanno iniziando lo sviluppo. 

Gli SMR con la tecnologia più prossima allo sviluppo commerciale non risolverebbero il problema delle scorie. Inoltre, se distribuiti sul territorio richiederebbero una moltiplicazione dei presidi di sicurezza (nonché maggiori difficoltà di autorizzazione) che potrebbero annullarne i vantaggi attesi di economicità costruttiva, a meno di essere accorpati in pochi siti. 

– Il nucleare progettato oggi è un’opzione per contribuire agli obiettivi di decarbonizzazione dell’Italia? 

No. Il contributo del nucleare arriverebbe troppo tardi per essere rilevante. Nel percorso di decarbonizzazione, come da impegni europei e G7, il settore elettrico italiano dovrà raggiugere la quasi completa decarbonizzazione entro il 2035. Questo passaggio costituisce il pilastro portante del processo di decarbonizzazione degli altri settori – civile, industriale e trasporti – che avverrà nel decennio successivo e per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. I tempi di realizzazione del nucleare in Italia non sono compatibili con queste tempistiche.      

– In generale il nucleare è un tema rilevante per le politiche della prossima legislatura? 

No. Da un lato perché non è in discussione il proseguimento dell’impegno italiano nella ricerca in materia (in particolare con Enea). Dall’altro perché non esistono decisioni nell’arco della legislatura che possano rendere il nucleare, di attuale generazione o a fusione, disponibile entro il 2030 o 2035, in un paese come l’Italia che non è dotato oggi di impianti né del contesto istituzionale per gestirlo, non avendo ancora risolto nemmeno il tema del deposito delle scorie.  

Parlare di nucleare oggi in Italia significa parlare di una tecnologia che non è compatibile con i costi e i tempi della decarbonizzazione. Anche chi parla di nucleare non può esimersi da indicare quale sarà il sistema elettrico italiano nel 2030, 2035 e 2050 e quale sarà il contributo delle rinnovabili. Secondo Elettricità Futura, il contributo delle fonti rinnovabili nel settore elettrico al 2030 può raggiungere l’84%, con l’installazione di 85 GW di nuovi impianti rinnovabili. La conseguente occupazione di suolo è comunque minima, solo lo 0,3% del territorio nazionale. Al 2035 il settore elettrico sarà quasi interamente decarbonizzato, come da obiettivo e impegno G7. 

Quindi, se la discussione in Italia sul nucleare è una distrazione rispetto alle politiche del clima, ai costi per famiglie e imprese e alla sicurezza energetica del paese, metterci capitali pubblici sarebbe anche una distrazione di risorse economiche rispetto alle priorità di penetrazione delle rinnovabili e delle loro tecnologie abilitanti.  

– La tassonomia europea considera il nucleare una tecnologia verde?

Sì. L’atto delegato approvato dalla Commissione europea il 2 febbraio 2022 include i progetti di generazione elettrica nucleare e a gas che possono ricevere, a determinate condizioni, l’etichetta “verde” ed essere presentati agli investitori come “allineati con la transizione”. 

Questo però non significa che una tassonomia con nucleare e gas sia conveniente per l’Italia (per i motivi di cui sopra e si veda un approfondimento dedicato qui) e che sia allineata con la scienza e le raccomandazioni degli esperti. Infatti, la scelta di includere nucleare e gas va contro il parere scientifico della Piattaforma sulla Finanza Sostenibile, il gruppo tecnico di esperti nominato dalla Commissione stessa per una valutazione indipendente. Inoltre, il rapporto a favore del nucleare del Joint Research Centre (JRC) della Commissione è stato criticato da molte fonti autorevoli, tra cui il Comitato scientifico sulla salute, ambiente e rischi emergenti della Commissione (SCHEER), a cui la Commissione stessa aveva chiesto un parere, l’Ufficio federale tedesco per la sicurezza delle scorie nuclearil’Istituto austriaco di ecologia e la Fondazione Heinrich Böll.  

di Ecco – il think tank italiano per il clima

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IL RUOLO DEL NUCLEARE NELLA TRANSIZIONE ENERGETICA GLOBALE

di Francesco Suman, da “Il Bo Live Università di Padova” https://ilbolive.unipd.it/ del 14/7/2022

   Mercoledì 6 luglio il Parlamento europeo ha dato il via libera all’inclusione, seppur a determinate condizioni, dell’energia nucleare e del gas nella cosiddetta tassonomia verde, ovvero quella lista di fonti energetiche che potrà godere dei finanziamenti del Green Deal europeo per la costruzione di un’economia e una società più sostenibili.

   La transizione energetica da un sistema basato sui combustibili fossili a uno retto dalle fonti a basse emissioni di anidride carbonica oltre a essere una necessità ambientale è diventata, dopo la guerra in Ucraina, sempre più anche una questione di sicurezza energetica.

   Diverse agenzie indipendenti (IEAIRENA) e istituzioni pubbliche (Commissione EuropeaIPCC) hanno già stabilito chiaramente che elettrificazione dei consumi e efficientamento energetico sono le due strade maestre da seguire. Inoltre, l’elettricità consumata dovrà venire prodotta da fonti rinnovabili, soprattutto solare ed eolico, i veri protagonisti della transizione.

   Net Zero by 2050, il rapporto dell’agenzia internazionale dell’energia (IEA) pubblicato a maggio 2021, delinea una vera e propria roadmap che attraverso circa 400 tappe mostra come il settore energetico dovrebbe cambiare per rispettare gli impegni di neutralità climatica. In questa tabella di marcia, il traguardo fissato al 2050 prevede che le rinnovabili costituiscano il 90% della generazione di energia elettrica a livello globale.

   Il resto della generazione elettrica verrebbe coperto in buona parte dall’energia nucleare, alla quale viene affidata una percentuale di poco inferiore al 10%.

   Il 30 giungo la IEA ha pubblicato un nuovo rapporto dedicato all’energia nucleare e al ruolo che dovrà ricoprire nella transizione energetica. Nuclear Power and Secure Energy Transitions prende le mosse proprio dalle analisi già compiute in Net Zero by 2050. E di fatto il messaggio principale non cambia: il nucleare, a determinate condizioni economiche, politiche e sociali, che richiedono sforzi notevoli e non è garantito che verranno raggiunte, può essere una fonte di energia elettrica a basse emissioni che può fungere da complemento alle rinnovabili a cui spetta, sottolinea il nuovo rapporto, il ruolo dominante nella transizione.

   Guardando ai numeri, il rapporto IEA dice che a livello globale l’energia nucleare dovrebbe raddoppiare entro il 2050, passando dai 413 GW di potenza attuali a 812 GW. In termini di generazione di energia, passerebbe dai 2690 TWh del 2020 ai 5500 TWh del 2050. Il 90% di questa crescita però arriverebbe dalla Cina e da altre economie emergenti (come India, Brasile, Sud Africa, ma anche aree del Sud-Est asiatico e del Medio Oriente), non dalle economie avanzate dei Paesi occidentali.

   Tuttavia a questo aumento non corrisponderebbe una maggiore percentuale nel mix di generazione dell’energia elettrica globale. Al contrario, il nucleare passerebbe da poco meno del 10% del 2020 all’8% del 2050.

   Anche così il nucleare sarebbe la seconda fonte di elettricità a basse emissioni dopo le rinnovabili e verrebbe prima dell’idrogeno, dell’ammoniaca e delle fonti fossili equipaggiate di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS), una tecnologia che però deve ancora venire sviluppata per essere adottata su scala industriale e globale.

   Nonostante la ristretta fetta del mix energetico, il nucleare svolgerebbe importanti funzioni per la rete elettrica (specialmente se dominata dalle rinnovabili), garantendone flessibilità, programmabilità e adeguamento. Queste funzioni oggi sono delegate a energia elettrica prodotta da fonti fossili inquinanti, mentre il nucleare, svolgendo questi ruoli,  farebbe risparmiare importanti quote di emissioni (oggi evita l’emissione di 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno). Tuttavia per queste funzioni andrebbe creato e sostenuto un vero e proprio mercato, che ad oggi non è adeguatamente sviluppato.

IL NUCLEARE OGGI

Il nucleare, con i suoi 2690 TWh, oggi rappresenta la seconda fonte di energia elettrica a basse emissioni dopo l’idroelettrico (oltre 4000 TWh). I 413 GW installati oggi sono distribuiti in 32 Paesi e il 70% delle centrali nucleari oggi esistenti è collocato nelle economie avanzate. 19 Paesi stanno costruendo un totale di 52 nuovi reattori, tuttavia quelli più recenti sono trainati da due Paesi: 27 delle 31 centrali in costruzione dal 2017 sono progettate dalla Russia (17) o dalla Cina (10). “Le economie avanzate hanno perso la leadership del mercato” del nucleare sottolinea il rapporto nel suo executive summary.

   In diversi Paesi infatti, come ad esempio l’Italia, l’energia nucleare ha faticato a trovare il supporto della classe politica e dell’opinione pubblica, che è preoccupata da questioni di sicurezza e di gestione delle scorie, specialmente dopo l’incidente di Fukushima del 2011: proprio a partire da quella data la Germania ha scelto di dismettere gradualmente le proprie centrali.

   Altri Paesi invece hanno annunciato nuovi investimenti in nucleare: Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Polonia, Cina e India tra questi. Belgio e Corea, tra gli altri, invece hanno deciso di prolungare la vita delle proprie centrali già attive.

   Circa i due terzi delle centrali esistenti (260 GW) hanno più di 30 anni e si avvicinano alla fine della propria vita operativa. Questa è la ragione per cui al 2030 la flotta di centrali nucleari presenti nelle economie avanzate potrebbe ridursi di circa un terzo, avverte il rapporto.

COSTI E TEMPI DEL NUCLEARE

Le preoccupazioni che persistono intorno all’energia nucleare non riguardano solo la paura di un incidente o di come vengono stoccate le scorie, ma anche e soprattutto i costi e i tempi di realizzazione di nuovi impianti. “L’industria del nucleare deve rapidamente affrontare i problemi dello sforamento dei costi previsti e dei ritardi che hanno funestato le costruzioni di nuove centrali nelle economie avanzate” dichiara Fatih Birol, direttore della IEA.

   Alcuni esempi riportati nel rapporto sono molto eloquenti. I progetti iniziali prevedevano che le centrali Vogtle Units 3 e 4, le prime unità AP1000 del Paese costruite negli Stati Uniti, in Georgia (ce ne sono già 4 operative anche in Cina), dovessero costare 4.300 USD/kW (dollari per kiloWatt) e fossero completate in 4 anni. Gli aggiornamenti più recenti suggeriscono che il costo sia salito a 9.000 USD/kW e che verranno consegnate non prima del 2023, 9 anni dopo l’inizio dei lavori.

   In Europa i ritardi accumulati e i costi aggiuntivi sono stati anche maggiori. La costruzione del primo reattore ad acqua pressurizzata europeo (EPR) è iniziata nel 2005 in Finlandia Olkiluoto. I lavori sarebbero dovuti concludersi in 5 anni, ma la centrale ha iniziato a produrre elettricità solo nel 2022, 13 anni dopo le previsioni. I costi sono quasi triplicati, passando da 2.000 USD/kW a quasi 6000 USD/kW.

   A Flamanville, in Francia, il reattore EPR è stato iniziato nel 2007. Anche qui i lavori sarebbero dovuti durare 5 anni, ma la consegna è ora attesa per il 2023, con costi che sono quadruplicati, passando da 3,3 miliardi di euro a 12,7 miliardi, ovvero da 2.000 USD/kW a ben oltre 8.000 USD/kW.

   Le ragioni dei ritardi e dell’aumento dei costi sono molteplici, scrive il rapporto: bassi livelli di maturità dei progetti all’inizio della costruzione, problemi nella gestione a livello manageriale, cambiamenti in corso della cornice regolativa, ritardi nella costruzione di alcune componenti in assenza di una catena di fornitura dedicata.

   Paesi come la Cina o la Corea sono stati più efficienti, ma non esenti da ritardi e aumenti dei costi: i reattori coreani Shin Kori 3 e 4 ci hanno messo rispettivamente 7,5 e 10 anni a venir costruiti (ne erano previsti 5), con costi mantenuti al di sotto dei 3.000 USD/kW (ne erano previsti 2.000). Lo stesso vale per i reattori cinesi Taishan 1 e 2 che hanno raddoppiato i tempi di costruzione arrivando a 9 anni, spendendo 3.200 USD/kW.

   “L’industria deve consegnare i progetti in tempo stando entro il budget stabilito per poter svolgere il proprio ruolo” nel processo di decarbonizzazione, scrive il rapporto nell’executive summary.

   La IEA riporta che il nucleare dovrebbe arrivare a “completare i lavori nelle economie avanzate attorno a un costo di capitale di 5.000 USD/kW entro il 2030”, un valore ancora distante dai “costi di capitale riportati attorno a 9.000 USD/kW (escludendo i costi di finanziamento) per i progetti first-of-a kind come era ad esempio il primo reattore europeo EPR di Olkiluoto. “I costi di costruzione (che sono una parte dei costi di capitalendr) dell’energia nucleare dovranno scendere a 2.000-3.000 USD/kW per rimanere competitivi”.

   Il rapporto mostra anche i costi relativi a regioni specifiche: per l’Unione Europea ad esempio i costi di costruzione al 2020 erano 6.600 USD/kW, al 2030 dovranno essere 5.100, mentre al 2050 scendere a 4.500 USD/kW. La Cina e l’India partono da costi più bassi (2.800 USD/kW) e non dovranno farli scendere più di tanto: la Cina dovrebbe arrivare al 2050 a 2.500 USD/kW.

   Confrontata con altre fonti di energia a basse emissioni, l’industria nucleare, specialmente nelle economie avanzate, deve superare diversi ostacoli economici, scrive il rapporto. Il costo medio di produzione di elettricità di un impianto nella sua durata di vita (LCOE, levelised cost of energy) è nettamente a favore del fotovoltaico, che è sceso dell’85% negli ultimi 10 anni e continuerà a farlo mano a mano che si espanderà. Solo l’eolico onshore si avvicina a competere con il fotovoltaico e nei prossimi anni lo farà anche l’eolico offshore. Per arrivare a competere con le rinnovabili, il nucleare dovrebbe arrivare a un LCOE di “40-80 USD/MWh (dollari per MegaWatt/Ora), compresi i costi di smantellamento e gestione dei rifiuti”, viene riportato nell’executive summary.

   Il rapporto aggiunge anche che oltre all’LCOE altre metriche come il value-adjusted LCOE “quantificano il valore di differenti tecnologie, misurando il loro contributo non solo alla produzione di elettricità a basse emissioni, ma anche alla flessibilità e all’adeguamento del sistema. Il value-adjusted LCOE dell’eolico e del solare tende a salire all’aumentare della loro percentuale di generazione, mentre quello del nucleare e di altre opzioni programmabili tende a scendere”.

UNA NUOVA ALBA PER IL NUCLEARE?

Nonostante le varie difficoltà economiche e sociali che la affliggono, l’energia nucleare potrebbe vivere una nuova alba, secondo quanto riportato nel rapporto, proprio in virtù della situazione economica, energetica e geopolitica che si è venuta a creare con la guerra in Ucraina.

   “Nel decennio seguente allo shock petrolifero del 1973 sono iniziati i lavori di nuove centrali nucleari per quasi 170 GW, il 40% della capacità installata odierna” si legge nell’executive summary. “Le aggiunte dell’ultimo decennio sono state di soli 56 GW. Con politiche di supporto e stretti controlli sui costi, la crisi energetica di oggi potrebbe portare a una simile rinascita dell’energia nucleare”.

   I prezzi dell’energia fossile schizzati alle stelle stanno infatti spingendo i governi a ripensare le proprie strategie di sicurezza energetica. “Credo che l’energia nucleare abbia un’opportunità unica per un ritorno” dichiara Fatih Birol. “Tuttavia, questa nuova era del nucleare non è in alcun modo garantita” aggiunge il direttore dell’agenzia.

   Il rapporto sottolinea infatti che la guerra in Ucraina potrebbe avere anche un impatto negativo sulla valutazione dei governi di investire in nucleare: “il conflitto solleva dubbi sul futuro della Russia e sul suo ruolo di produttore e esportatore di combustibile nucleare”. Nel 2020 Mosca era responsabile del 38% della lavorazione dell’uranio (la maggior parte del quale è estratto dal Khazakistan) e del 45% del suo arricchimento. Circa un quarto dell’uranio utilizzato dall’Europa viene dalla Russia.

   “Dipenderà da quanto i governi vorranno mettere in campo politiche robuste per assicurare operazioni sicure e sostenibili per le centrali nucleari dei prossimi anni, mobilizzando gli investimenti necessari, inclusi quelli in nuove tecnologie” dichiara Fatih Birol.

   Anche trovare i soggetti disposti a investire grandi capitali su nuove centrali nucleari infatti è un problema difficile da risolvere nelle economie occidentali. Sono pochissime le compagnie private che possono permettersi di sostenere i rischi di investimento di costruzione di impianti grandi e complessi come una centrale nucleare. Per questo il nucleare ha quasi sempre avuto bisogno del supporto statale o di forme di monopolio regolamentato che garantissero i ricavi e riducessero il rischio per gli investitori.

Nelle economie di mercato è complicato trovare soluzioni adeguate, mentre in Paesi caratterizzati da un forte controllo statale o addirittura autocratici è probabilmente più semplice.

SMALL MODULAR REACTORS

Infine il rapporto dedica spazio alla prospettiva degli Small modular reactors (SMR), reattori da circa 300 MW di potenza, molto più piccoli rispetto a quelli tradizionali, che solitamente sono da più di 1 GW almeno. Al momento gli SMR non sono disponibili sul mercato, ma diversi governi ne stanno sostenendo lo sviluppo, tra questi Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Russia. “Tale supporto può attrarre gli investitori” scrive il rapporto.

   Tuttavia, un recente lavoro pubblicato sulla rivista PNAS sostiene che gli SMR non avrebbero meno problemi di produzione e gestione delle scorie prodotte, anzi probabilmente ne avrebbero di più, rispetto ai reattori ad acqua pressurizzata tradizionali.

CONCLUSIONI

Nonostante le numerose difficoltà economiche, gestionali e sociali che intralciano la costruzione delle centrali, e nonostante la transizione energetica sarà dominata dalle rinnovabili, il rapporto IEA assegna al nucleare un ruolo complementare all’energia nucleare, che potrà svolgere preziose funzioni per rendere la rete elettrica più flessibile, programmabile e adeguata.

   Il rapporto riconosce però che non è affatto garantito che l’industria nucleare supererà gli ostacoli economici che oggi la appesantiscono. Inoltre viene riconosciuta la scarsa accettabilità sociale di una tecnologia, su cui l’opinione pubblica, inclusa quella italiana, si è già espressa in passato. A quei Paesi che scelgono di non investire in energia nucleare, scrive il rapporto, la IEA non ha raccomandazioni da fare.

   Il rapporto prende in considerazione anche lo scenario in cui il nucleare, per tutte le ragioni sopra elencate, conterebbe nel 2050 per solo il 3% della generazione elettrica globale (contro l’8% previsto da Net Zero by 2050). In quel caso altre soluzioni, come altre rinnovabili o fonti fossili con CCS, dovrebbero sopperire tale mancanza. In questo scenario però i costi della transizione energetica salirebbero (servirebbero altri 500 miliardi di dollari di investimento) e le bollette elettriche costerebbero 20 miliardi di dollari in più ogni anno, a livello globale.

   Secondo la IEA dunque, per quanto ridotto, il nucleare ha un ruolo da giocare nella transizione energetica globale, a patto che diminuisca i costi economici e gestionali che ne ostacolano la realizzazione.

   In ogni caso, l’obiettivo europeo di più che dimezzare le emissioni entro il 2030 non potrà venire raggiunto sfruttando nuove centrali EPR, stando ai tempi di realizzazione degli impianti più recenti. La IEA infatti prevede che la capacità nucleare installata nei Paesi del G7 addirittura cali da qui al 2030, per poi arrivare a 330 GW nel 2050, il 10% in più rispetto ai livelli attuali. Saranno sempre Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Giappone ad avere la maggior parte della capacità nucleare dei Paesi del G7, dove però è attesa una crescita imponente delle rinnovabili, di almeno 5 volte entro il 2050.

   Saranno invece la Cina e altre economie emergenti (come India, Brasile, Sud Africa, ma anche aree del Sud-Est asiatico e del Medio Oriente) ad aumentare la capacità nucleare globale al 2050. Questi Paesi passeranno da 120 GW a 480 GW nel 2050. Anche qui però le rinnovabili cresceranno di 9 volte, secondo le stime della IEA.

(Francesco Suman, da “Il Bo Live Università di Padova” https://ilbolive.unipd.it/)

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NUCLEARE, UNA TECNOLOGIA POCO “OCCIDENTALE”

di G.B. Zorzoli, da https://www.rivistaenergia.it/, 2/8/2022

– Nell’impossibilità di dare per certi sviluppi tecnologici che superino i problemi di intermittenza delle rinnovabili elettriche, la IEA (l’agenzia internazionale dell’energia) ritiene il nucleare indispensabile per raggiungere la neutralità climatica al 2050. Ma i costi elevati restano uno scoglio superabile solo col coinvolgimento dei governi. Quanti paesi occidentali sono disposti a finanziare un simile investimento? –

   Una delle assunzioni del rapporto IEA Net Zero by 2050 era l’indispensabilità del contributo del nucleare per realizzare a metà secolo la neutralità climatica.

   Sono pertanto sintomatiche alcune conclusioni del rapporto IEA Nuclear Power and Secure Energy Transitions, che «analizza in modo dettagliato il ruolo potenziale dell’energia nucleare come fonte di elettricità a basse emissioni» all’interno della roadmap Net Zero by 2050.

– Nella visione IEA, il nucleare raddoppia in termini assoluti ma decresce in termini percentuali –

Per il 2050 è prevista una capacità installata pari a 812 GW, quasi il raddoppio di quella a inizio 2022 (413 GW), con una produzione che sale da 2.690 TWh nel 2020 a circa 5.500 TWh nel 2050, quasi tutta concentrata al di fuori delle economie attualmente avanzate.

   Si tratta comunque di un incremento che rallenta, ma non elimina la decrescita del contributo del nucleare alla produzione globale di elettricità: sceso da circa 20% nel 2000 all’attuale 10%, nel 2050 è previsto intorno all’8%.

   Pertanto, anche la IEA per il nucleare immagina un ruolo marginale rispetto alle rinnovabili, considerato indispensabile solo perché da qui al 2050 sono escluse a priori sia innovazioni tecnologiche in grado di compensare il divario estate/inverno della produzione fotovoltaica, sia sufficienti riduzioni nei costi delle tecnologie attualmente disponibili. 

– Costi, oneri e tempi sono ancora il tallone d’Achille del nucleare –

Anche per la IEA i costi delle centrali nucleari, pur diminuendo, resteranno infatti elevati. Tra il 2020 e il 2050 nell’Unione Europea passeranno da 6.600 a 4.500 $/kW, in USA da 5.000 a 4.500, in Cina da 2.800 a 2.500.

   E si tratta di costi overnight, destinati a crescere per gli oneri finanziari relativi agli esborsi sostenuti durante il periodo di costruzione, che sono il tallone di Achille di impianti con tempi di media realizzazione stimati dalla IEA in circa 10 anni nel Regno Unito, 9 in India e in USA, 6 in Cina.

   Numeri che rendono obbligata la conclusione cui perviene il rapporto: senza il coinvolgimento dei governi è difficile attrarre finanziamenti del settore privato.

   Questa conclusione è confermata dalla notizia uscita sulla “Staffetta Quotidiana” del 25 luglio.

– Una tecnologia poco “adatta” alle democrazie –

Il gigante nucleare russo Rosatom ha iniziato i lavori per la costruzione del primo reattore dell’impianto nucleare di El Dabaa, città sulla costa mediterranea, situata a circa 300 km a nord-ovest del Cairo.

   Una volta completata, la centrale sarà composta da quattro reattori ad acqua pressurizzata Vver-1.200 da 1,2 GW ciascuno, per una potenza complessiva di 4,8 GW. Secondo i media egiziani, il progetto, finanziato con un prestito dalla Russia, dovrebbe costare circa 25 miliardi di dollari.

   5.200 $/kW overnight: senza sostegni pubblici, quanti paesi occidentali autorizzerebbero un investimento del genere e chi sarebbe disposto a finanziarlo?

   Il problema non si pone quando a decidere l’investimento è l’Egitto dove comanda Abdel Fattah al-Sisi e a finanziarlo è la Russia, dove impera Vladimir Vladimirovič Putin. (G.B. Zorzoli)

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