XI, PUTIN, MODI, e gli altri: l’altra metà del mondo si è trovata in Uzbekistan a Samarcanda il 16/9/2022 – L’incontro in un’Asia Centrale in conflitto (tra Kyrgyzstan e Tajikistan, tra Azerbaigian e Armenia), con una RUSSIA che sta perdendo la guerra dell’AGGRESSIONE all’UCRAINA; e una PACE MONDIALE a rischio

SAMARCANDA, PIAZZA REGISTAN. Ipunto più fotografato e di maggiore interesse della città di Samarcanda è PIAZZA REGISTAN. Il nome Registan in lingua tagika significa ‘luogo sabbioso’, era il centro commerciale della Samarcanda medievale, quando la piazza era probabilmente quasi tutta occupata dal bazar. (da https://nbts.it/blog/uzbekistan/) (FOTO da https://indonesiaconbru.com/)  –  “MA NON ERA FORSE QUI, nella piazza del Registan di Samarcanda, che i tubi in rame dei re timuridi annunciavano tra le mura delle madrasse i loro proclami? Non è poi così lontana, nel tempo, Samarcanda. Per XI JINPING, tra poche settimane protagonista del congresso del Pc cinese, questo era il primo viaggio fuori dalla Cina negli ultimi due anni dell’era Covid, dopo la tappa dell’altro ieri in Khazakistan, in coincidenza con il viaggio di papa Bergoglio che sembra ormai l’unico rimasto tra i leader a invocare la fine della guerra: «Quanti morti ci vorranno per arrivare alla pace?», si è chiesto. Qui Xi nel 2013 aveva lanciato la NUOVA VIA DELLA SETA, la BELT AND ROAD INITIATIVE, programma di grandi infrastrutture nel cuore dell’Eurasia che si incrociano con l’espansione commerciale cinese e le rotte delle nuove pipeline dell’energia. (…)” (Alberto Negri, da IL MANIFESTO del 16/9/2022)
SAMARKANDA, in Uzbekistan, al centro dell’Asia Centrale (mappa da https://wikitravel.org.it/)

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VERTICE SCO A SAMARCANDA – (nella foto: i partecipanti al meeting SCO) Il 16 settembre scorso (2022) in Uzbekistan si è svolta una riunione dei Capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nella città di Samarcanda. All’incontro hanno partecipato il presidente della Repubblica dell’UZBEKISTAN Shavkat Mirziyoyev, il Primo Ministro della Repubblica dell’INDIA Narendra Modi, il Presidente della Repubblica del KAZAKISTAN Kassym-Jomart Tokayev, il Presidente della REPUBBLICA POPOLARE CINESE Xi Jinping, il Presidente della Repubblica del KIRGHIZISTAN Sadyr Japarov, il Ministro della Repubblica Islamica del PAKISTAN Shehbaz Sharif, il Presidente della FEDERAZIONE RUSSA Vladimir Putin, il Presidente della Repubblica del TAGIKISTAN Emomali Rahmon, nonché il Segretario Generale dell’ORGANIZZAZIONE per la COOPERAZIONE di SHANGHAI (SCO) Zhang Ming, e il Direttore del Comitato Esecutivo della Struttura Antiterrorismo Regionale della SCO Ruslan Mirzayev. (da https://www.ilmessaggero.it/)

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L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (Sco) è un organismo intergovernativo che favorisce la cooperazione in ambito economico, politico e militare tra gli Stati membri. È la più grande organizzazione regionale del mondo in termini di superficie territoriale coperta e di popolazione compresa al suo interno: ne fanno parte Cina, India, Russia, Pakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Kazakistan. Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia, invece, sono osservatori mentre Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Turchia, Sri Lanka ed Armenia rappresentano i partner di dialogo. La rilevanza strategica di questo organismo nel contesto del continente asiatico ma più in generale sullo scenario mondiale è particolarmente importante ed ambisce a competere direttamente con le sfere d’influenza di altri enti come Nato ed Unione Europea. Le radici della SCO vanno ricercate nel gruppo Shangai Five, un’organizzazione politica di cui facevano parte Cina, Russia, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan e che era stata fondata nel 1996. Questo gruppo aveva la funzione di rafforzare la fiducia reciproca tra le nazioni partecipanti per giungere ad una demilitarizzazione dei confini reciproci. L’adesione dell’Uzbekistan, nel 2001, comportò la trasformazione dello Shangai Five nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai ed una progressiva espansione delle sue funzioni. (da https://it.insideover.com/ ) – (MAPPA: Sco-structure – dal sito www.romanorodi.it/)

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PUTIN SCOPRE I LIMITI DELL’AMICIZIA DI XI

di Stefano Stefanini, da https://formiche.net/ del 17/9/2022

– Il leader russo non esce a mani vuote da Samarcanda: mantiene la sponda politica cinese e euroasiatica. Ma non sembra aver ottenuto dall’omologo cinese quella che era forse la cosa per lui più importante: assistenza cinese allo sforzo bellico e fornitura di armi. Il commento dell’ambasciatore STEFANO STEFANINI, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e rappresentante permanente alla Nato –

   È stato consolante sapere che Xi Jinping si pone domande e nutre preoccupazioni sulla crisi ucraina. Soprattutto sentirlo dire da Vladimir Putin e soprattutto per 40 milioni di ucraini che, più che in crisi, sono in guerra con la Russia dal 24 febbraio. Ma a Mosca la parola “guerra” è bandita, pena una multa salata. Il presidente russo deve dare il buon esempio, anche quando gioca in trasferta. E a Samarcanda, simbolicamente a metà strada dell’antica Via della Seta, al centro del blocco eurasiatico da contrapporre al decadente Occidente, giocava la partita dell’amicizia con il presidente cinese. Ha strappato a malapena un magro pareggio. A essere generosi.

   Con una guerra che non vince – e che potrebbe anche perdere – increspature timidamente affioranti nella fedeltà interna, idrocarburi che rischiano di rimanergli sullo stomaco, un’economia tenuta a galla dalle acrobazie della Banca Centrale e prosciugando le riserve, Putin avrebbe avuto bisogno della Cina schierata dalla sua parte sull’Ucraina. Che è invece quello che Xi gli ha diplomaticamente negato evitando accuratamente di parlarne. L’alleanza fra i due Paesi è stata riaffermata genericamente senza il vigore innovativo dell’incontro di Pechino di appena sette mesi fa, quando Xi si cullava nei riflettori delle Olimpiadi invernali e Putin si preparava all’invasione dell’Ucraina.

   La differenza sta tutta nel mezzo fallimento russo dell’invasione stessa. Xi, anch’egli con un mezzo recente fallimento alle spalle – la politica di zero-Covid che gli tiene chiuso il Paese e rallenta non poco l’economia – non ha gran voglia di seguire il partner russo in un’avventura dalle incerte sorti. I limiti che al presidente cinese sta a cuore superare non sono quelli di un’amicizia alla roulette russa, ma quelli del secondo mandato che il XX Congresso del Partito comunista cinese che rimuoverà fra esattamente un mese. Alla stazione di Samarcanda, il treno russo e quello cinese si sono fermati sullo stesso marciapiede per proseguire verso scali diversi.

   Sappiamo quello che Putin e Xi hanno poi detto in pubblico, non quello che si sono detti fra loro. Può darsi che le convergenze private superino la dissonanza pubblica. In genere è il contrario ma qui ci troviamo di fronte a due leader autocratici che rimangono legati dall’alleanza in funzione anti-occidentale. La contestazione dell’ordine internazionale di marca liberal-democratico-occidentale era del resto il filo conduttore di questo vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco). Ma, ancor più che in passato, a dirigere l’orchestra era la bacchetta cinese. Putin condivide certamente l’obiettivo di un’alternativa euroasiatica all’ordine liberale di stampo atlantico e si è prestato di buon gioco all’esercizio. Inevitabilmente però nel ruolo di junior partner. A Samarcanda non tirava le fila.

   Il rapporto fra Cina e Russia è strutturalmente sbilanciato a favore della prima per differenziale economico e demografico.  La superiorità di Pechino è netta; Mosca arranca aggrappandosi all’arsenale nucleare e al serbatoio energetico. La “crisi” ucraina ha ulteriormente accentuato lo squilibrio perché ha reso la Russia politicamente tributaria del sostegno, o benevola neutralità, cinese. Mosca ha perso i mercati europei e occidentali; ha perso accesso alla tecnologia occidentale. La sostituzione può venire in buona parte solo dalla Cina. Come sta avvenendo. Gli scambi commerciali crescono. A margine del vertice della Sco, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha chiuso l’accordo per la costruzione di un gasdotto dalla Siberia alla Cina via Mongolia.

   Putin non esce a mani vuote da Samarcanda. Mantiene la sponda politica cinese e euroasiatica. Tiene vivo il rapporto con Xi, alla prima uscita post-Covid fuori mura. Non sembra aver ottenuto quella che era forse la cosa per lui più importante, e che lo diventerà sempre più quanto più a lungo dura la guerra: assistenza cinese allo sforzo bellico e fornitura di armi. Qui però si trovava di fronte a una linea rossa americana e europea che Xi non vuole attraversare. Le motivazioni possono essere varie e complesse – buoni rapporti bilaterali con Kiev, rispetto di confini e integrità territoriale, avventurismo imprudente di Putin, latente concorrenza con Mosca in Asia centrale (a Samarcanda si è avuta l’impressione di un Kazakhstan che prendeva le distanze dalla Russia per avvicinarsi alla Cina) – ma il fattore dominante è la preservazione dell’ordine economico mondiale. L’appoggio militare alla Russia lo spaccherebbe e costerebbe alla Cina la globalizzazione, un prezzo che Xi non si può permettere. Non si butta via la gallina dalle uova d’oro specie in una fase in cui la gallina mostra sintomi di stitichezza. Per la Cina il salvataggio della globalizzazione fa ancora premio sulla rivalità fra grandi potenze. Questo il limite su cui si ferma l’amicizia fra Putin e Xi. Per ora. (di Stefano Stefanini, da https://formiche.net/ del 17/9/2022)

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Per capire l’importanza dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (OCS, conosciuta anche con la sigla inglese SCO) basta soffermarsi brevemente sulla sua “carta d’identità”. L’Organizzazione si estende da Kaliningrad a Vladivostok e dal Mar Glaciale Artico fino al Mar Cinese Meridionale e all’Oceano Indiano, su un territorio che rappresenta i tre quinti del continente Euroasiatico e ospita oltre un quarto della popolazione mondiale. Inoltre, il 25% delle riserve mondiali di petrolio e il 50% di quelle di gas sono custodite nel sottosuolo dei suoi Stati. (da https://lospiegone.com/ 6/6/2022) – (qui sopra: MAPPA PAESI SCO da https://www.huffingtonpost.it/)

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RIPRENDERE IL DIALOGO CON LA CINA PER LA PACE IN UCRAINA

I nuovi equilibri: la sponda cinese che manca alla Russia

di Romano Prodi, 18/9/2022, dal sito http://www.romanoprodi.it/, (editoriale su “Il Messaggero”)

– L’incontro fra Putin e Xi Jinping a Samarcanda non ha detto nulla di nuovo ma, proprio per questo, costituisce un evento molto importante –

   Dal punto di vista formale non si registrano novità rispetto a quanto Xi aveva sempre dichiarato riguardo alla posizione cinese nei confronti della guerra di Ucraina. Una posizione che si è espressa nell’affermazione che l’amicizia fra la Russia e la Cina è forte e duratura, ma che la Cina è contraria a ogni cambiamento di confine.

   Affermazione contraddittoria: da un lato essa ribadisce che l’alleanza fra i due paesi in un fronte unito contro l’Occidente è la linea-guida di una comune politica estera ma, dall’altro, afferma che la Cina si mantiene estranea e prudente riguardo alla guerra di Ucraina.

   Di fatto, negli ormai duecento giorni di durata del conflitto, i rapporti politici ed economici fra Cina e Russia si sono intensificati e la Cina ha guidato il fronte che, nell’ambito dell’ONU, si è opposto alla condanna della Russia. Non risulta tuttavia che, da parte cinese, vi sia stato alcun invio di armi o un sostegno militare di qualsiasi tipo a difesa del paese amico.

   Questo per tanti motivi. Si può infatti sottolineare che fra Cina e Ucraina esistono rapporti amichevoli di lunga data: basti ricordare che la prima portaerei della marina cinese è nata dal riadattamento di una nave acquistata di seconda mano proprio dall’Ucraina.

   La posizione di attesa cinese era tuttavia fondata soprattutto sul fatto che la guerra avrebbe danneggiato l’economia con un aumento dell’inflazione, un rallentamento del commercio internazionale e, quindi, una caduta del tasso di crescita.

   In effetti, anche se non esistono recenti dati ufficiali, la crescita cinese è ora ben lontana dal pur non esaltante 5,5% che si prevedeva all’inizio del conflitto.

   Mentre la crisi edilizia sta colpendo duramente uno dei settori che era stato protagonista dello sviluppo precedente, sta ora entrando in difficoltà un’altra locomotiva dell’economia cinese: il commercio internazionale, con un crescente segno meno sia nell’export che nell’import con gli Stati Uniti.

   Il pur fortissimo aumento dei rapporti commerciali fra Cina e Russia non compensa certo le difficoltà sopravvenute nei commerci cinesi con l’Occidente che, anche oggi, rimangono oltre dieci volte superiori a quelli con la Russia.

   Non ultima ragione della prudenza di Pechino è dovuta al fatto che Xi Jinping non voleva e non vuole complicazioni politiche e militari prima del prossimo congresso del Partito Comunista, che si svolgerà esattamente fra un mese. Un congresso che, proprio se non si verificheranno eventi imprevisti, lo confermerà presidente per una terza e inedita volta.

   A Samarcanda Putin e Xi hanno quindi ripetuto gli stessi legami di amicizia, ma con rapporti di forza totalmente mutati, soprattutto per le crescenti e inattese difficoltà russe sul fronte militare.

   Forse è per questo motivo che, diversamente da ogni vertice di questo tipo, non è stata esibita alcuna fotografia ufficiale e non vi è stata nessuna solenne stretta di mano. Da parte cinese esiste solo una scarna nota sull’avvenuto incontro, senza alcun accenno all’Ucraina. Da parte sua Putin ha dichiarato che “i nostri amici cinesi sono negoziatori molto duri” e, pur non specificandone le ragioni, ha ammesso che “Pechino ha domande e preoccupazioni sull’Ucraina”.

   Formalmente quindi niente di nuovo, ma con rapporti di forza ulteriormente cambiati in favore della Cina.  Anche se nessuna conclusione della guerra è per ora vicina, la Russia si trova quindi di fronte a difficoltà del tutto inattese rispetto a quando il conflitto è cominciato e Xi Jinping, pur evitando di fare dichiarazioni sulla guerra, ha utilizzato il summit di Samarcanda per rinforzare la propria leadership nella SCO (Organizzazzione della Cooperazione di Shanghai) che comprende la Russia, l’India e un forte nucleo di paesi asiatici.

   Un’organizzazione che, nel campo della sicurezza e della difesa, è concepita dalla Cina come un grande strumento di politica estera che si affianca all’iniziativa della Via della Seta, prevalentemente proiettata verso iniziative di carattere politico-economico.

   Quindi nessun mutamento di alleanze, nessun intervento diretto nella guerra di Ucraina, ma un’ancora più chiara riconferma che la pace potrà arrivare solo con il dialogo fra Stati Uniti e Cina, un dialogo che non potrà certo iniziare prima dei due avvenimenti politici di fronte ai quali i due paesi si trovano: il congresso del Partito Comunista cinese di ottobre e le elezioni politiche americane di novembre.

   Nel frattempo, tuttavia, le distanze fra Cina e Stati Uniti non fanno che aumentare e l’alleanza fra Cina e Russia, anche se non si trasforma, come sperava Putin, in un comune sforzo militare, si regge ancora sulla condivisa inimicizia nei confronti delle democrazie occidentali.

   Questa crescente tensione non solo sta mettendo pericolosamente a rischio la futura pace del mondo, ma sta già aggravando la situazione economica di tutto il pianeta. Non ci resta che sperare che, una volta assestati i loro equilibri interni, le due grandi potenze convergano sul fatto che la pace sia oggi un obiettivo di comune interesse. Questo nella speranza che un accordo sull’Ucraina sia seguito da quel dialogo globale che, nell’era atomica, è condizione necessaria per la sopravvivenza di noi tutti. (Romano Prodi)

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UCRAINA, SCOPERTA UNA FOSSA COMUNE A IZYUM con 440 corpi. Zelensky: «Bucha, Mariupol e ora Izyum. La Russia lascia morte ovunque». (nella FOTO: una fossa comune a IZYUM con 440 corpi, foto da https://www.ilriformista.it/

UCRAINA, la mappa delle zone riconquistate ai russi, settembre 2022 (qui sopra: mappa Ucraina al 10 settembre 2022, da https://www.ilmattino.it/)

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PUTIN BALLA DA SOLO: PERCHÉ LO ZAR ESCE A MANI VUOTE DAL VERTICE DI SAMARCANDA

di Francesca Sforza, da “la Stampa” del 18 settembre 2022

– Xi e Modi lo snobbano. E Biden lo avverte: «Se usi armi nucleari la risposta sarà terribile, sarai un paria» –

   A chiudere la difficile settimana di Vladimir Putin sono arrivate le parole del presidente americano Joe Biden, che lo ha messo in guardia dall’usare armi chimiche o nucleari sul fronte ucraino: «Non farlo, non farlo – ha detto nel corso di un’intervista ieri alla Cbs immaginando di rivolgerglisi direttamente – Se lo facessi il volto della guerra cambierebbe». Il presidente americano non è entrato nei dettagli di quale potrebbe essere la risposta degli Stati Uniti qualora l’eventualità nucleare si presentasse, ma ha assicurato: «Sarebbe consequenziale». Per non parlare del fatto che una decisione del genere renderebbe Putin e la Russia «ancora più paria nel mondo».

   Poiché il Pentagono non ha al momento individuato elementi che facciano pensare a un’evoluzione nucleare del conflitto – al massimo l’ipotesi circolata in ambienti militari è quella di un possibile ricorso ad atomiche tattiche a corto raggio – le parole di Biden vanno in realtà a siglare lo stato delle cose sul terreno di guerra. Da giugno infatti, con la decisione di inviare a Kiev sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità e di potenziare l’addestramento sull’utilizzo della nuova strumentazione, l’asse dei combattimenti si è decisamente spostato a favore della parte ucraina. E questo ha provocato un effetto domino sulla situazione di isolamento politico della Russia, che è andato in scena, platealmente, al summit di Samarcanda del 15 e 16 settembre.

   Qui i giganti asiatici presenti – in particolare Cina e India – non si sono spesi a sostegno di Vladimir Putin nella maniera in cui lui si aspettava, e malgrado il servizio stampa ufficiale russo abbia minimizzato le divergenze, la missione di recupero consensi non può dirsi riuscita.

   Tra i dettagli trapelati al termine del summit, ci sono le attese a cui il presidente russo è stato sottoposto prima dell’inizio dei vari incontri bilaterali. Finiti i tempi in cui gli era concesso di presentarsi con almeno quarantacinque minuti di ritardo o di far attendere i suoi ospiti in estenuanti anticamere. Stavolta gli scatti impietosi del cerimoniale uzbeco, che ha organizzato il summit, lo hanno ritratto da solo, di fronte a una sedia vuota, in attesa che i leader di Kazakhstan, Uzbekistan e Tagikistan arrivassero per stringerli la mano.

   Le repubbliche dell’Asia Centrale sono quelle che hanno espresso maggiori preoccupazioni alla Cina per le conseguenze della guerra in Ucraina: temono di essere le vittime successive delle manie imperialiste del Cremlino e non si sentono più sicure nelle loro politiche di difesa e di controllo del territorio. Anche Erdogan lo ha fatto aspettare per diversi minuti, e anche con la Turchia i rapporti si sono raffreddati a causa delle tensioni nel Caucaso meridionale. L’attacco dell’Azerbaijan all’Armenia non si sarebbe probabilmente verificato in presenza di una Russia non indebolita sul fronte ucraino che fosse stata in grado di vigilare sulla sicurezza di Erevan. Erdogan non ha fatto mistero delle divergenze che si sono registrate anche sulla questione di Cipro Nord e sul rifornimento di fertilizzanti e derrate alimentari dall’Ucraina, che si ripercuotono su tutti i commerci del Mar Nero.

   Ma gli imbarazzi maggiori si sono registrati con India e Cina, che sono tra l’altro divise su diversi dossier – dal controllo delle sfere d’influenza in Asia Centrale a quelle dell’Indo-Pacifico – ma che si sono trovate in sintonia proprio nella valutazione della guerra in Ucraina: «Non è questo il tempo di fare la guerra», ha detto Modi; «Capisco le preoccupazioni della Cina», è stato costretto a rispondere Putin a Xi di fronte ai ragionamenti del cinese sull’importanza di un mondo pacificato. Il ritorno a Mosca è dunque avvenuto sotto il segno di una grande debolezza, e il rischio adesso per lui è che si verifichi anche un drastico crollo del consenso interno. Nella stampa indipendente e nei canali Telegram più frequentati si cominciano ad accumulare meme e video che ridicolizzano la solitudine del presidente russo. E si cominciano a leggere sempre più articoli che si interrogano sulle modalità di un impeachment del presidente. Citatissimi gli esempi che tra il 1993 e il 1999 tentarono di rimuovere Boris Eltsin. Ma fallirono tutti. (Francesca Sforza, da “la Stampa” del 18 settembre 2022)

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SUMMIT DI SAMARCANDA, ANCHE L’INDIANO MODI GELA PUTIN SU KIEV: “NON È ORA DI GUERRA”

di Paolo Brera, da “la Repubblica” del 17/9/2022

   «Questo non è il tempo della guerra», dice il presidente indiano Narendra Modi appena incontra Vladimir Putin con il suo fardello ucraino. È una frase di piombo. Per due giorni, per tutta la durata di questo summit Sco a Samarcanda, in Uzbekistan, il presidente russo non ha fatto altro che ricevere segnali di disappunto, se non proprio aperte critiche, per l’invasione dell’Ucraina in cui dopo sette mesi ancora scorre il sangue. 

   Prima il gelo cinese con Xi Jinping, sottolineato dai media di Pechino che hanno dedicato al bilaterale più atteso una spazio minimo. Poi la bordata a freddo di Modi, pronunciata in pubblico: «Ne abbiamo parlato al telefono», ora è il tempo del cibo, dei fertilizzanti e della sicurezza energetica. Ciò che tiene insieme il mondo, gli ha detto il leader indiano, sono «la democrazia, la diplomazia e il dialogo», monete di cui Putin ritiene di poter fare a meno. Infine pure il presidente turco Erdogan ha detto in chiaro nell’assemblea plenaria dei 15 – rimasti 14 per l’assenza del premier armeno per il conflitto in corso con l’Azerbaijan – che la guerra in Ucraina «deve finire al più presto».
   Insomma è un summit amaro per Putin: «Non ha molti alleati in questo momento, è sempre più isolato», commenta il portavoce della sicurezza nazionale Usa, John Kirby, mentre per il segretario di Stato Antony Blinken da Cina e India arrivano chiare pressioni a «mettere fine alla sua aggressione». E invece no, Putin tira dritto e ricomincia subito a minacciare un’escalation: «Recentemente le forze armate russe hanno inferto un paio di colpi importanti – probabilmente si riferisce alle dighe e alle centrali idroelettriche bombardate – consideriamoli un avvertimento: se la situazione continua peggiorare, la risposta sarà più seria». Non attende neppure di tornare al Cremlino per togliersi i sassolini dalle scarpe.

   Lo fa direttamente al summit, nella conferenza stampa finale. «Sono decenni – dice – che l’Occidente coltiva l’idea di farci crollare, è deprecabile che usino l’Ucraina a questo fine. Faremo di tutto per non permettere che accada, e se aumenterà il pericolo per la Russia risponderemo più duramente. Stanno tentando di colpire le nostre infrastrutture: il nostro obiettivo è impedirlo, è per questo che abbiamo iniziato l’Operazione speciale. E non c’è nessun bisogno di modificarla, oggi. Il nostro obiettivo principale resta il Donbass, abbiamo usato una piccola parte delle nostre forze e non abbiamo fretta».
   Dell’eventualità di riprendere i negoziati di pace ne aveva invece parlato con Modi: «So delle tue preoccupazioni e anche noi vogliamo che finisca prima possibile, ma purtroppo la leadership ucraina rifiuta di negoziare e sostiene di voler raggiungere i suoi obiettivi sul campo di battaglia», dice rimodulando il suo vecchio stornello secondo cui a volere la guerra è Kiev, non chi ha tentato di invaderla. Lo ripete anche con la stampa: «Sfortunatamente non vogliono trattare, quindi eccoci qui».

   Le difficoltà del presidente russo hanno finito per monopolizzare il summit, che doveva essere il grande guanto di sfida all’Occidente di 15 Paesi che rappresentano metà della popolazione del mondo. Resta l’invito di Xi a «rimodellare l’ordine internazionale in una direzione più giusta e razionale», e l’idea di utilizzare sempre meno dollaro ed euro per le transazioni.

   Non c’è molto altro, se non qualche invito a futuri viaggi di Stato e una marea di accordi per scambi e cooperazione. Anche con la Russia, che proprio grazie all’aumento delle forniture energetiche ai partner, confermate a Samarcanda, regge l’urto delle sanzioni. Per il resto troppi interessi divergenti, troppi conflitti in corso, troppa concorrenza per trasformare davvero il summit in una crociata contro l’Occidente con cui diversi Paesi sono in affari. Un esempio: l’anno prossimo il summit sarà in India, e il Pakistan ha già fatto sapere che potrebbe non partecipare.

   Quel che resta scolpito di Samarcanda 2022 è comunque il monito a Putin: ridare alla Russia la dignità di sostenere «insieme alla Cina – come gli ha detto Xi – un ruolo di grande potenza per la stabilizzazione di questo mondo caotico». (Paolo Brera)

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XI, PUTIN E GLI ALTRI, L’ALTRA METÀ DEL MONDO RIUNITA A SAMARCANDA

di Alberto Negri, da IL MANIFESTO del 16/9/2022

– Il capo del Cremlino al vertice uzbeko cerca conferma della sponda cinese e in parte la trova. Nemico comune è l’egemonia occidentale –

Alberto Negri, Samarcanda – Putin ha avuto dal vertice di Samarcanda con Xi Jinping quello che voleva fortemente. Una risposta all’isolamento delle sanzioni occidentali e al fronte anti-russo, anche se ha alluso in maniera criptica, per la prima volta, alle «preoccupazioni cinesi» sul conflitto.
   Il capo del Cremlino, definito da Xi «un caro e vecchio amico», era arrivato in Uzbekistan per la conferenza dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (Sco) accompagnato dall’eco sinistra della batosta subita nella disordinata ritirata da Kharkiv e prima di decollare aveva lanciato un avvertimento agli Stati Uniti: «Gli Usa sono in guerra se forniscono missili a lungo raggio a Kiev».
   L’incontro con Xi nei suoi piani doveva confermare, come è stato, la tenuta politica e strategica della sponda cinese nella guerra in Ucraina e i piani comuni di stabilire un «nuovo ordine» internazionale da contrapporre a quello americano-occidentale.

XI JINPING HA DETTO quel che Putin voleva sentirsi dire, anche se, come vedremo, le sfumature sono importanti. La Cina è pronta a lavorare con la Russia «come grandi potenze, per instillare stabilità ed energia positiva in un mondo in tumulto», ha detto il presidente cinese a Putin. Il quale ha denunciato «i tentativi inaccettabili e orribili di creare un mondo unipolare». E Putin, nel lisciare il pelo a Xi, ha condannato, sin dalle prime battute «le provocazioni degli Stati uniti nello Stretto di Taiwan». «Sosteniamo – ha detto – il principio di un’unica Cina». Posizioni inappellabili. «Nessuno ha il diritto di ergersi a giudice sulla questione di Taiwan», ha proclamato Xi Jinping.

MA NON ERA FORSE QUI, nella piazza del Registan di Samarcanda, che i tubi in rame dei re timuridi annunciavano tra le mura delle madrasse i loro proclami? Non è poi così lontana, nel tempo, Samarcanda.
Per Xi Jinping, tra poche settimane protagonista del congresso del Pc cinese, questo era il primo viaggio fuori dalla Cina negli ultimi due anni dell’era Covid, dopo la tappa dell’altro ieri in Khazakistan, in coincidenza con il viaggio di papa Bergoglio che sembra ormai l’unico rimasto tra i leader a invocare la fine della guerra: «Quanti morti ci vorranno per arrivare alla pace?», si è chiesto.

   Qui Xi nel 2013 aveva lanciato la Nuova Via della Seta, la Belt and Road Initiative, programma di grandi infrastrutture nel cuore dell’Eurasia che si incrociano con l’espansione commerciale cinese e le rotte delle nuove pipeline dell’energia.

A SAMARCANDA lo aspettavano non solo Putin e i Paesi dell’Asia centrale membri della Sco ma anche i leader di Iran – entrato a farne parte ufficialmente con il presidente Ebrahim Raisi -, l’indiano Narendra Modi che sull’Ucraina ha preso le distanze dall’occidente, il turco Erdogan – membro della Nato che però non impone sanzioni a Mosca – ma anche i capi di Azerbaijan e Armenia tornati di nuovo sul piede di guerra con in mezzo una Turchia che nel Caucaso, appoggiando militarmente Baku, fa allo stesso tempo da contro-altare e da mediatore con una Russia che fatica assai a mantenere il suo ruolo storico di assoluta protagonista regionale, insidiata anche da un’Unione europea che con gli accordi sul gas della Von der Leyen fa capire di stare più con Baku che con Erevan, in barba ai principi di equidistanza politica.

   A Samarcanda, dove certo non tutti sono amici, c’era in questi due giorni un parterre che rappresenta circa la metà della popolazione mondiale e un quarto del Pil del globo, uno schieramento, non un’alleanza, pronto però a rimettere in discussione il predominio occidentale sul mondo.

DALL’INCONTRO TRA PUTIN E XI è emerso quel che si prevedeva da parte russa: il tentativo di Mosca di spingere la Cina ad appoggiare una posizione di confronto verso l’Occidente, con un sostegno ancora più deciso di Pechino contro «l’egemonia globale degli Stati Uniti».

   Dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio Xi Jinping – che poco prima aveva incontrato Putin a Pechino per le Olimpiadi invernali – ha sostanzialmente condiviso una lettura del conflitto che rintraccia le sue origini nella penetrazione della Nato nell’Europa centrale. È comunque da sottolineare che se Pechino ha condannato le sanzioni occidentali, allo stesso tempo si è ben guardata dal violarle. Un editoriale di due giorni fa del Global Times sottolineava che «la Cina non è mai stata coinvolta nella guerra Russia-Ucraina ed è sempre stata a favore della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi». Lo stesso China Daily, quotidiano del Partito comunista, ha insistito sulla «neutralità cinese» esprimendo «simpatia per le vittime del conflitto testimoniata dall’aiuto materiale a Kiev per superare la crisi». Ma, sottolineano i cinesi, Pechino non può non avere buoni rapporti con Mosca con cui condivide 4.300 chilometri di confini.

IL SOSTEGNO ALLA RUSSIA è evidente anche da alcuni segnali. Uno simbolico: Xi non ha mai avuto una conversazione telefonica con Zelenski. E soprattutto il numero tre cinese Li Zhanshu nella sua recente visita a Vladivostok e Mosca per le esercitazioni militari di Vostok 2022 (cui hanno partecipato i membri della Sco) è stato chiaro nell’affermare che «noi sosteniamo totalmente tutte le misure prese da Mosca per proteggere i suoi interessi fondamentali, compreso il dossier dell’Ucraina dove Usa e Nato hanno posizioni che minacciano la sicurezza nazionale della Russia». Non solo: la Cina negli ultimi mesi ha aumentato del 100% i suoi acquisti di petrolio russo (come l’India del resto) e non si escludono in futuro forniture cinesi a Mosca di tecnologie sensibili aggirando le sanzioni, come del resto Pechino fa già con l’Iran e la Corea del Nord.

L’OBIETTIVO PRINCIPALE del vertice era dimostrare che gli anatemi e le sanzioni dell’Occidente non sono sufficienti per isolare un paese. L’elemento in comune condiviso dai russi, dai cinesi e dagli altri partecipanti è la volontà di rimettere in discussione il presunto dominio occidentale. Un segnale che il mondo sta cambiando. (Alberto Negri, da IL MANIFESTO)

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DISALLINEATI A SAMARCANDA

di Giulia Pompili, 14/9/2022, da il FOGLIO https://www.ilfoglio.it/

“Contenere l’America” era lo slogan del patto russo-cinese tra Eltsin e Jiang. Non è cambiato granché

   Quando nel 1996 Boris Eltsin arrivò a Shanghai, era la prima volta che un leader russo visitava la città dal 1989. L’ultima volta c’era stato Mikhail Gorbaciov, il padre della Perestroika, considerato dai cinesi anche il padre del fallimento dell’Unione sovietica. Ma in sette anni le relazioni tra Mosca e Pechino erano di nuovo cambiate. Alla leadership del Partito comunista cinese, e quindi alla presidenza del paese asiatico, era arrivato Jiang Zemin, che ai tempi di Gorbaciov era soltanto il capo locale di partito.  

   Eltsin restò impressionato dallo sviluppo di Shanghai, e il Summit che aveva organizzato per lui Jiang Zemin serviva soprattutto a ricostruire i rapporti tra Russia e Cina in chiave antioccidentale. Già allora si parlava di un “nuovo ordine mondiale”. In quei giorni di fine aprile del 1996, a Shanghai, i capi di stato di Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan firmarono, insieme con i leader di Russia e Cina, un trattato di sicurezza da applicare ai rispettivi confini, e soprattutto una nuova piattaforma di dialogo e partnership da far riunire periodicamente. Era nato lo Shanghai Five, che poi, cinque anni dopo, si sarebbe trasformato nella Shanghai Cooperation Organization, la Sco, che oggi è la più grande organizzazione regionale per copertura geografica e popolazione coinvolta. 
   Esattamente un anno dopo la fondazione degli Shanghai Five, il presidente Jiang Zemin volò a Mosca, e la relazione personale con Eltsin si rafforzò ancora di più.  Eltsin apprezzava il fatto che Jiang parlasse russo – aveva lavorato a lungo negli anni Cinquanta come ingegnere nell’industria automobilistica sovietica –  e i due erano pure uniti (lo disse esplicitamente Jiang, una volta) dall’amore per i nipoti. E quindi nell’aprile del 1997, venticinque anni fa, alla prima giornata di un viaggio che sarebbe durato cinque giorni, Russia e Cina pubblicarono la prima “Dichiarazione congiunta sul mondo multipolare e l’istituzione di un nuovo ordine internazionale”.  

   Per capire il summit della Shanghai Cooperation Organization di Samarcanda, in Uzbekistan, bisogna partire da lì. Dal 1997, l’anno in cui la Nato inizia a parlare con i paesi del gruppo di Visegrád, l’anno in cui l’Ungheria decide di tenere un referendum su un eventuale ingresso di Budapest nel Patto atlantico: il ricordo dei carri armati sovietici nel centro città era ancora molto vivo, ma a far paura era stata soprattutto – guarda caso – un’altra guerra russa, la Prima guerra cecena. Al referendum ungherese vinse per l’83,5 per cento il sì all’ingresso e Ungheria, Repubblica ceca e Polonia entreranno ufficialmente nella Nato due anni dopo.

   Il 1997 è pure l’anno del pensiero magico di Vladimir Putin, che qualche mese fa, prima della guerra in Ucraina, voleva che la Nato tornasse allo spirito del ’97, prima che la paura della sua belligeranza spingesse altri paesi a voler aderire al Patto atlantico. “Contenere l’America” era lo slogan del patto russo-cinese tra Eltsin e Jiang, l’ordine mondiale alternativo a guida russo-cinese all’ordine del giorno del Summit Sco a Samarcanda (…..) (Giulia Pompili)

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ASIA CENTRALE – Dopo il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, si è riaccesa un’altra delle varie dispute di confine che, dal crollo dell’Urss, hanno opposto le ex repubbliche sovietiche. I combattimenti cominciati mercoledì (14/9/2022, ndr) alla frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan, pur in presenza di un bilancio ancora incerto, appaiono come i più violenti da quelli del maggio 2021, che causarono almeno 55 morti e decine di migliaia di sfollati. (Francesco Russo, da https://www.agi.it/ , 17/9/2022) (qui sopra: mappa da https://www.balcanicaucaso.org/)

PERCHÉ LO SCONTRO TRA KIRGHIZISTAN E TAGIKISTAN È UN PROBLEMA PER MOSCA

di Francesco Russo, da https://www.agi.it/ , 17/9/2022

– Bishkek e Dushanbe fanno entrambe parte della Ctso, la cosiddetta ‘mini Nato’ russa. E se si desidera, come Putin, condurre il mondo verso un nuovo ordine multipolare, un’alleanza militare con due membri che si sparano addosso a vicenda non è un gran biglietto da visita –

AGI – Dopo il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, si è riaccesa un’altra delle varie dispute di confine che, dal crollo dell’Urss, hanno opposto le ex repubbliche sovietiche. I combattimenti cominciati mercoledì (14/9/2022, ndr) alla frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan, pur in presenza di un bilancio ancora incerto, appaiono come i più violenti da quelli del maggio 2021, che causarono almeno 55 morti e decine di migliaia di sfollati.

Cambiano gli attori, il ‘Grande Gioco’ resta

Se Erevan e Baku hanno, rispettivamente, Mosca e Ankara come potenze tutrici, Bishkek e Dushanbe fanno entrambe parte della sfera d’influenza russa. Alcuni analisti hanno quindi suggerito un collegamento tra la nuova escalation di tensione kirghiso-tagika e la guerra in Ucraina, che sta distraendo il Cremlino dal nuovo ‘Grande Gioco’. Turchi e cinesi – e non più gli inglesi come ai tempi di Kipling – stanno contendendo alla Russia la capacità di guidare i processi politici ed economici negli immensi spazi dell’Asia centrale. E non manca chi, come il Kazakistan, che ha le dimensioni e le risorse per permetterselo, approfitta del difficile periodo attraversato dallo ‘zar’ per provare a ballare da solo. 

   Il 15 e il 16 settembre durante il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), Vladimir Putin sembra aver reso evidenti quali siano le sue priorità. I media di Mosca hanno dedicato molto spazio all’incontro tra il presidente russo e l’omologo azero, Ilham Aliyev, ma non altrettanta attenzione è stata dedicata al suo colloquio con il presidente kirghiso, Sadir Japarov, forse anche per l’attesa alla quale Putin – abituato a far aspettare l’interlocutore – è stato costretto dal collega di Bishkek.

   Nell’antica capitale dell’impero timuride, lo stesso Japarov si è seduto a un tavolo con il collega tagiko Emomali Rahmon mentre i rispettivi eserciti si scambiavano colpi d’artiglieria. Il primo alla guida di una democrazia (quantomeno per gli standard dell’area), il secondo autocrate più tradizionale, i due leader hanno discusso un cessate il fuoco che, dopo i furiosi combattimenti di venerdì sera, ha grossomodo retto.

Le ragioni del conflitto

Il nodo del contendere è però tutt’altro che risolto e risale alla demarcazione dei confini tra le repubbliche socialiste deciso a suo tempo dalle autorità sovietiche. Queste ultime si erano preoccupate di rendere gli Stati che componevano l’Urss il più omogenei possibile dal punto di vista etnico. Per le esigenze più disparate, da quelle orografiche a quelle infrastrutturali, qualche exclave restò tuttavia separata dalla nazione di riferimento. Tale fu il destino di Vorukh e Kayragach, insediamenti tagiki che si trovano all’interno della regione kirghisa di Bakten, teatro delle ostilità di questi giorni.

   Finché ci fu l’Unione Sovietica, si trattò di un problema relativo. Il crollo del comunismo riaccese però controversie che erano rimaste sopite e, ancor oggi, oltre un terzo dei mille chilometri di confine tra Kirghizistan e Tagikistan è contestato.

   La componente etnica ha un suo ruolo ma non è la ragione principale del conflitto. In ballo c’è l’accesso agli importanti bacini idrici della zona, da oltre trent’anni fonte di periodici scontri. La Russia si è offerta di collaborare alla delimitazione della frontiera per mettere fine una volta per tutte a un dissidio che le crea un certo imbarazzo. Kirghizistan e Tagikistan, infatti, sono entrambi parte non solo della Sco ma anche del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Ctso), la cosiddetta “mini Nato” a guida russa che comprende, inoltre, Armenia, Bielorussia e Kazakistan (l’Uzbekistan è già entrato e uscito due volte; Georgia e Azerbaigian lasciarono nel 1999). Se si desidera, come Putin, condurre il mondo verso un nuovo ordine multipolare, un’alleanza militare con due membri che si sparano addosso a vicenda non è un ottimo biglietto da visita. (Francesco Russo, da https://www.agi.it/ , 17/9/2022)

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CONFLITTO TRA ARMENIA E AZERBAIJAN: PERCHÉ PROPRIO IN QUESTO MOMENTO

di GIORGIO COMAI, da https://www.balcanicaucaso.org/ del 19/9/2022

– La debolezza di Mosca, la guerra in Ucraina, la difficoltà per l’Unione europea di rinunciare alle forniture di gas azere, l’attuale vulnerabilità armena. Sono tutti fattori che contribuiscono a chiarire il contesto del rinnovato conflitto tra Armenia e Azerbaijan e i motivi dell’escalation dei giorni scorsi –

(Originariamente pubblicato da Valigia Blu, il 18 settembre 2022)

   Per due giorni, a partire dalla notte tra il 12 e 13 settembre e fino alla sera del 14 settembre ci sono stati intensi scontri a fuoco lungo estesi settori del confine tra Armenia e Azerbaijan. Attacchi con artiglieria e droni dell’Azerbaijan hanno colpito non solo posizioni di confine, ma hanno raggiunto anche centri abitati armeni che non si trovano in immediata prossimità del confine.

   Ufficialmente gli scontri hanno causato 77 morti di soldati dell’Azerbaijan, e 135 in Armenia (numeri non definitivi), con feriti e oltre 7.600 persone evacuate per sicurezza dai centri abitati armeni più esposti all’attacco. Sebbene l’Azerbaijan abbia presentato questa azione militare come una risposta a provocazioni armene, tutto fa pensare a un deliberato intervento di Baku per evidenziare la propria posizione di forza e imporre sostanzialmente i propri termini all’Armenia nella fase avanzata dei negoziati di pace attualmente in corso. Un cessate-il-fuoco tra le parti sembra per ora reggere, ma la situazione rimane tesa; in seguito a questi eventi, l’Azerbaijan ha preso il controllo di alcune alture in aree di confine armene. 

Il contesto

Le violenze tra armeni e azeri erano iniziate negli anni finali dell’URSS ed erano confluite in una vera e propria guerra su ampia scala tra il 1992 e il 1994 in Nagorno Karabakh, una regione autonoma a maggioranza armena all’interno dei confini dell’Azerbaijan. Quella guerra si era conclusa con una vittoria della parte armena che era riuscita a ottenere il controllo non solo del Nagorno Karabakh, ma anche di ampie aree circostanti non abitate da armeni, causando centinaia di migliaia di sfollati azeri. In assenza di un accordo di pace, questa situazione si è consolidata per oltre due decenni: un governo de facto in Nagorno Karabakh aiutato dall’Armenia ha continuato a controllare sia l’ex-regione autonoma sia i territori adiacenti, impedendo il ritorno della popolazione azera.

   In questi anni, l’Azerbaijan – la cui popolazione è oltre il triplo di quella dell’Armenia –  si è notevolmente rafforzato dal punto di vista economico grazie all’esportazione di idrocarburi e ha dedicato crescenti risorse alle proprie forze armate  , rendendo così sempre più evidente la disparità di forze tra i paesi vicini. 

   Nell’autunno del 2020, l’Azerbaijan ha lanciato un’imponente offensiva per riprendere il controllo sull’intera area di conflitto, che si è conclusa dopo 44 giorni di guerra che hanno causato oltre 7.000 morti con una netta sconfitta della parte armena. In seguito all’armistizio raggiunto il 9 novembre del 2020 grazie alla mediazione della Russia, l’Azerbaijan ha preso il controllo di tutti i territori adiacenti il Nagorno Karabakh, nonché parte dell’ex regione autonoma storicamente abitata da armeni. La guerra ha causato decine di migliaia di sfollati armeni, ma buona parte della popolazione armena del Nagorno Karabakh (circa 140.000 persone prima della guerra del 2020) continua a vivere nella regione protetta da un contingente di forze di pace della Federazione russa, in un contesto che pare sempre più fragile.

Perché gli eventi di questi giorni sono preoccupanti

Durante la guerra del 2020, le azioni militari si sono svolte per intero in Nagorno Karabakh e nei territori adiacenti, ovvero, all’interno di quelli che sono i confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaijan. Ad eccezione di piccole schermaglie che interessavano in particolare aree in cui vi sono centri abitati che si trovavano in diretta prossimità del confine tra Armenia e Azerbaijan (gli incidenti più gravi si sono registrati nel 2014  e nel 2020  ), né prima né dopo quella guerra gli eserciti dei due paesi si sono scontrati lungo il confine internazionalmente riconosciuto che li separa, né erano mai stati colpiti obiettivi militari o altra infrastruttura situata all’interno dei confini dell’Armenia.

   A differenza dei precedenti episodi in ampia parte imputabili alla vicinanza tra le forze che controllano il confine dalle due parti e a dinamiche incidentali, l’attacco del 13 settembre da parte dell’Azerbaijan è evidentemente pianificato e deciso a livello centrale: l’impiego di artiglieria pesante e droni su lunghi settori del confine non lascia adito a dubbi. È un evento su scala molto più ampia rispetto a piccole seppur contestate avanzate in zone scarsamente presidiate e dove il confine non è pienamente demarcato, come si era osservato a maggio dello scorso anno in zone montane.

   In questo caso si tratta quindi di un paese che attacca in modo organizzato il vicino al di fuori di aree di conflitto, in aree tecnicamente non contese, senza obiettivi strategici evidenti: una dinamica del tutto nuova e preoccupante.

   Perché quindi da parte dell’Azerbaijan si è deciso di intervenire in questo modo, in questo momento e in questa area?

Perché proprio in questo momento?

Ufficialmente, Baku ha spiegato questo attacco  come una reazione a un’operazione di sabotatori armeni condotta il 12 settembre e a ripetute azioni ostili condotte dalla parte armena: lo scopo dell’intervento sarebbe quindi prevenire il ripetersi di simili provocazioni. La spiegazione pare poco convincente, sia perché nell’attuale contesto l’Armenia non ha alcun interesse a cercare escalation militare con un vicino nettamente più forte, sia perché un attacco che raggiunge a colpi d’artiglieria oltre venti centri abitati  in zone precedentemente non coinvolte dal conflitto sarebbe in ogni caso una reazione sproporzionata anche a una presunta provocazione: non può essere certo sufficiente a giustificare le oltre 200 vittime che sono conseguenza diretta di questo attacco. 

   Una serie di elementi di contesto aiuta a capire meglio le dinamiche che plausibilmente hanno portato Baku a prendere questa decisione. Primo tra questi è il contesto internazionale estremamente favorevole per l’Azerbaijan: Baku ha potuto decidere di intervenire con un attacco sul suolo di un altro Stato senza un credibile pretesto anche perché aveva la convinzione – per ora, confermata dai fatti – che non avrebbe pagato un prezzo sostanziale per quella che a tutti gli effetti è una grave e ingiustificata violazione del diritto internazionale.

   L’Armenia è militarmente indebolita e conscia di non potersi permettere una reale escalation militare. La Russia, storico alleato dell’Armenia e garante dell’armistizio del novembre 2020, ha evidentemente altre priorità in questo momento; potrebbe non essere solo una coincidenza il fatto che questo attacco abbia avuto luogo solo pochi giorni dopo l’importante controffensiva di Kharkiv che ha messo ulteriormente in evidenza i limiti della forza militare russa. Più in generale, le dinamiche legate all’invasione dell’Ucraina riducono strutturalmente l’influenza di Mosca nel Caucaso meridionale. 

   Inoltre, evitando di colpire le aree protette dai peacekeeper russi in Nagorno Karabakh, Baku ha ridotto ulteriormente il rischio un coinvolgimento diretto delle forze di Mosca, anche se ha comunque messo in evidenza la debolezza degli accordi internazionali che dovrebbero tutelare la sicurezza dell’Armenia. Oltre ad avere un accordo bilaterale di sicurezza e mutuo soccorso con la Federazione russa, l’Armenia infatti è membro dell’“Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva” (OTSC), un’alleanza militare attualmente composta da Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan. L’OTSC ha una clausola di difesa collettiva simile all’articolo 5 della NATO, che impegnerebbe gli stati partecipanti a venire in soccorso qualora uno di questi stati sia attaccato. Yerevan ha cercato di ottenere aiuto dagli alleati, ma un loro sostegno militare diretto, mentre la Russia è “distratta” dalla guerra in Ucraina, pare semplicemente implausibile anche nel contesto di un’escalation più ampia: l’OTSC si è limitata a esprimere genericamente preoccupazione  per la situazione e a mandare una missione conoscitiva in Armenia.

   Baku sa inoltre di non dover temere reazioni dure neppure dall’Occidente. Sia Unione Europea che Stati Uniti hanno intimato di interrompere le azioni militari  , ma realisticamente Baku ha poco di cui preoccuparsi: in questa fase l’Unione europea difficilmente rinuncerebbe alle forniture di gas dall’Azerbaijan quanto mai necessarie nei prossimi mesi per supplire alle ridotte importazioni dalla Russia (la presidente della Commissione Europea von der Leyen ha profusamente ringraziato  il presidente dell’Azerbaijan Aliyev per il suo sostegno durante una sua visita a Baku lo scorso luglio). L’attuale dinamica dei prezzi degli idrocarburi garantisce inoltre un aumento molto significativo degli introiti per il bilancio di Baku per l’anno in corso e per il futuro prossimo.

   In breve, il contesto favorevole spiega perché non ci fosse alcun deterrente immediato per Baku; non è però sufficiente a spiegare perché abbia deciso di agire in questo momento, in quest’area e con queste modalità.

   Questi scontri lungo il confine avvengono infatti in una fase apparentemente positiva e costruttiva del processo negoziale, con ripetuti incontri diretti tra la leadership di Armenia e Azerbaijan ospitati dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel. L’incontro più recente si è tenuto a Bruxelles lo scorso 31 agosto, solo due settimane prima delle violenze dei giorni scorsi, e secondo il comunicato ufficiale rilasciato dall’Unione Europea  si è trattato di uno scambio produttivo, in seguito al quale veniva dato compito ai ministri degli Esteri di Armenia ed Azerbaijan di produrre una bozza di trattato di pace entro fine settembre.

Violenza, rivendicazioni e minacce

In questo contesto, l’attacco dei giorni scorsi è quindi interpretabile in primo luogo come un modo da parte dell’Azerbaijan per evidenziare la situazione di estrema vulnerabilità in cui si trova l’Armenia in questo momento, e quindi per sottolineare in questa fase avanzata di negoziati che l’Azerbaijan non è in cerca di concessioni, ma che in quanto vincitore dell’ultima guerra e stato militarmente più forte ha tutta l’intenzione di imporre le proprie condizioni.

   Questo attacco è quindi non solo un pro-memoria della superiorità militare dell’Azerbaijan e della situazione di estrema vulnerabilità dell’Armenia, ma anche un’esplicita minaccia, che accompagna minacce verbali e rivendicazioni ripetutamente espresse in passato. Già nel 2021 infatti, il presidente Aliyev aveva dichiarato  che l’Azerbaijan avrebbe stabilito un corridoio attraverso la regione armena di Syunik per facilitare il collegamento con la regione del Nakhchivan e la Turchia alle proprie condizioni: “Se l’Armenia sarà d’accordo, risolveremo questa situazione in modo più semplice, se non vuole, la risolveremo con la forza.” Ripetutamente negli scorsi anni, e più recentemente anche in contesto di negoziati, il presidente dell’Azerbaijan ha descritto gran parte del territorio dell’Armenia come territorio storicamente azero, insistendo in particolare sull’area meridionale dell’Armenia  dove si sono concentrati gran parte degli attacchi dei giorni scorsi.

Cosa vuole ottenere l’Azerbaijan

Anche trascurando le rivendicazioni più ampie – che comunque è importante non normalizzare –  nell’immediato pare che l’intenzione da parte dell’Azerbaijan sia quella di spingere la leadership dell’Armenia a sottoscrivere un accordo di pace con il rispettivo riconoscimento dell’integrità territoriale tra i due paesi, senza alcun riferimento allo status o ai diritti delle popolazione armena del Nagorno Karabakh, e con la creazione di un corridoio azero attraverso Syunik alle condizioni di Baku, ovvero un corridoio al di fuori della giurisdizione armena e senza punti di controllo  (l’armistizio del novembre 2020 prevedeva l’apertura di una linea di comunicazione, affidandone la supervisione alla Russia). 

   Quando sono iniziati i colpi d’artiglieria nel cuore della notte del 12 settembre, era difficile da parte armena capire se si trattasse di un attacco relativamente limitato, o se fosse solo l’inizio di un’avanzata più sostanziale mirata a mettere in pratica le minacce ripetutamente espresse in passato. Instillare preoccupazione e paura nella popolazione armena per ottenere un accordo di pace che soddisfi a pieno le richieste di Baku senza ulteriori indugi era presumibilmente tra le motivazioni principali di questa offensiva di Baku.

   Sicuramente l’attacco ha destato timore e preoccupazione, ma anche tanta rabbia, aumentando le tensioni interne in Armenia  e mettendo potenzialmente a rischio la stabilità del governo. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan da tempo sta infatti lavorando per preparare il pubblico armeno ai difficili compromessi che saranno parte di ogni realistico accordo di pace, inclusa la rinuncia all’indipendenza del Nagorno Karabakh  che per tanti anni è stato elemento centrale tra le richieste armene.

   Affinché si arrivi ad un trattato di pace che sia effettivamente difendibile di fronte alla popolazione, è importante che Pashinyan sia in grado di comunicare che questo difficile compromesso è fatto nell’interesse del paese e del popolo armeno. 

   Cercare di concludere i negoziati sotto minaccia di violenza complica quindi ulteriormente il processo negoziale e rischia effettivamente di farlo deragliare, creando rischi per la tenuta del governo Pashinyan e favorendo l’ascesa a Yerevan di forze che più esplicitamente si oppongono a eventuali accordi. Baku potrebbe forse imporre con le armi le proprie condizioni, ma ad un costo umano, politico ed economico molto alto: si tratta di uno scenario difficilmente sostenibile e ricco di incognite che l’Azerbaijan non ha effettivo interesse a perseguire finché ha realistiche possibilità di ottenere gran parte di ciò che desidera per vie negoziali. 

Le prospettive

Sebbene la situazione sia ancora tesa e non sia affatto possibile escludere nuove violenze nei prossimi mesi, pare realistico che quantomeno nel breve periodo non emergano nuovi attacchi su ampia scala lungo il confine internazionale tra Armenia e Azerbaijan. In questo momento entrambe le parti hanno interesse a fare in modo che gli scontri del 13-14 settembre escano al più presto dal dibattito pubblico; lo stesso presidente Aliyev ha minimizzato l’accaduto in un incontro con il presidente russo Vladimir Putin avvenuto il 16 settembre: “Nessuna delle parti aveva intenzione di arrivare ad un escalation su ampia scala. Scontri di confine, purtroppo, succedono. L’importante è che si sia arrivati a stabilizzare la situazione”.

   È importante che nelle prossime settimane si riprendano i negoziati, proseguendo il percorso negoziale in corso che, pur tra enormi difficoltà, potrebbe progressivamente portare ad un accordo di pace. Il governo armeno in questi mesi ha dimostrato effettiva disponibilità a cercare compromessi, riducendo al minimo le proprie richieste, ma insistendo comunque che un eventuale accordo includa effettivi meccanismi di tutela per la sicurezza e i diritti della popolazione armena del Nagorno Karabakh, seppur accettando la piena sovranità di Baku su quest’area.

   Per superare questa difficile fase del conflitto tra armeni e azeri e favorire dinamiche positive è quindi fondamentale trovare formule di compromesso riguardo alle vie di transito  a disposizione dell’Azerbaijan attraverso il suolo armeno previste dall’armistizio del 2020 e soprattutto soluzioni che garantiscano diritti e sicurezza per la popolazione armena del Karabakh o che comunque contemplino un realistico percorso per definirli.

   La sicumera che emerge costantemente dalle dichiarazioni di Baku, la prontezza nel ricorrere alle armi dimostrata anche nei giorni scorsi e l’esplicita e ripetuta minaccia dell’uso della forza per imporre le proprie condizioni, purtroppo, non lasciano ben sperare. La sostanziale assenza di una retorica pubblica effettivamente conciliatoria e inclusiva da parte di Baku e l’esclusione della comunità locale del Nagorno Karabakh dal processo negoziale sono destinati a creare nuove fratture.

   Il presidente Aliyev insiste che il Nagorno Karabakh è ora una questione interna dell’Azerbaijan, che l’Azerbaijan è uno stato multietnico dove non vi sono discriminazioni, e che non vi è quindi bisogno di alcun trattamento di privilegio per gli armeni né alcuna forma di autonomia. Si tratta di dichiarazioni nient’affatto rassicuranti. Senza esplicite tutele sulle quali dovrebbero attivamente insistere anche i principali attori internazionali coinvolti, il rischio che rinnovate tensioni portino a una nuova guerra e che la popolazione armena del Karabakh sia vittima di pulizia etnica nei prossimi anni è purtroppo del tutto concreto. (GIORGIO COMAI, da https://www.balcanicaucaso.org/ del 19/9/2022)

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L’ONU ha espresso preoccupazione per la crescente tensione tra Azerbaigian e Armenia (immagine da https://www.trt.net.tr/)

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