La COP27 in EGITTO porterà qualche risultato? – I CAMBIAMENTI CLIMATICI: è un tema dimenticato?…in un mondo di guerre, carenze energetiche, pandemie, economie in crisi, minacce di scontri nucleari tra potenze globali? – E questa Cop27 in AFRICA, servirà ai paesi africani che soffrono i disastri del clima (causati dai paesi ricchi)?

(nella foto: donne del Burkina Faso prendono l’acqua al pozzo) – Cambiamenti climatici in Africa: problemi ambientali e sociali devastanti. Anche se l’Africa contribuisce solo in minima parte ai cambiamenti climatici, ne sta subendo pesantemente gli impatti ambientali, sociali e sul patrimonio artistico e culturale. Una situazione, peraltro, che favorisce la crescita delle organizzazioni terroristiche (FOTO e testo da https://www.osservatoriodiritti.it/)

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(Logo Conferenza COP27) Dal 6 al 18 novembre in Egitto si incontreranno i rappresentanti di 197 Paesi per negoziare accordi e coordinate globali sul clima. COP27 sarà l’ultima chiamata per invertire davvero la rotta: da dove partiamo e cosa ci attendiamo da questo summit internazionale?

COP27, DA DOVE PARTIAMO E COSA CI ASPETTIAMO

di Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022

– Sono ormai 27 anni che i governi mondiali cercano di ‘fare squadra’ e lavorare insieme per evitare l’irreversibile sconvolgimento dell’ecosistema naturale del nostro pianeta. Ci riusciranno? La COP27 potrebbe essere l’ultimo treno…-

   Dal 6 al 18 novembre in Egitto si incontreranno i rappresentanti di 197 Paesi per negoziare accordi e coordinate globali sul clima. COP27 sarà l’ultima chiamata per invertire davvero la rotta: da dove partiamo e cosa ci attendiamo da questo summit internazionale?

(L’EGITTO e SHARM el SHEIKH sul MAR ROSSO, mappa da Wikipedia) – Sharm el Sheikh, località turistica egiziana molto frequentata sul Mar Rosso – L’EGITTO di al-Sisi è, ancora una volta, teatro di violazioni di diritti civili. A pochi giorni dall’inizio della COP27, infatti, i servizi di sicurezza egiziani hanno iniziato a portare avanti una dura campagna di repressione nei confronti di cittadini, accusati di voler protestare contro la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, con arresti preventivi e il controllo dei civili (…)” (Elena Malusardi , 2/11/2022, da https://www.ultimavoce.it/)

COP27 E I PRECEDENTI ACCORDI SUL CLIMA

La sigla COP nasce dalle iniziali delle parole inglesi Conference Of the Parties, conferenza delle parti, ovvero degli Stati. Il prossimo novembre, in Egitto, saranno presenti a questa conferenza i rappresentanti di 197 governi del mondo. Si tratta di un appuntamento annuale, nato nel 1995 con la prima riunione mondiale chiamata COP1.

   A partire da quella data, ogni anno i rappresentanti di Governi, organizzazioni, osservatori nazionali e internazionali, insieme ad esperti e lavoratori della stampa e dei media si riuniscono per stabilire accordi e comportamenti per rallentare ed adeguarsi al clima che cambia.

   Negli ultimi anni, grazie ad internet e ai social network, i summit sul clima hanno avuto molta eco e sono stati molto discussi e criticati. Restano solo parole? O poi seguono anche i fatti?

   Spesso ci si chiede se la conferenza ha avuto successo. Ognuno ha la propria risposta. I fatti contano, ma anche incontrarsi ogni anno e mettere sul tavolo risultati e obiettivi raggiunti, insieme a fallimenti e modifiche da apportare è di grande importanza per il mondo intero e per il futuro delle persone, dell’ambiente e del Pianeta.

   Alcune delle COP precedenti hanno raggiunto buoni risultati e vengono spesso nominate perché rappresentano dei punti di riferimento che seguiamo tuttora. In pratica possiamo dire che hanno avuto successo. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

Nella FOTO: Cambiamenti climatici nei paesi poveri: dopo le ALLUVIONI a DADU, nella provincia pachistana di SINDH il 7 settembre 2022. Da INTERNAZIONALE www.internazionale.it/)

I SUCCESSI DELLE CONFERENZE SUL CLIMA

Dalla COP3, che si è svolta nel 1997 a Kyoto, abbiamo ottenuto il Protocollo di Kyoto, un insieme di accordi e target da seguire per ridurre le emissioni che alterano il clima. Un risultato raggiunto dopo un primo accordo del 1997 che ha posto le basi per nuovi obiettivi globali. Un esito importante, anche se non tutte le Nazioni presenti avevano firmato il testo finale.

   La COP15 di Copenhagen è ricordata come un summit che ha avuto successo in quanto si è deciso di impegnarsi per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2°C e di stanziare annualmente delle somme di denaro per aiutare le Nazioni più povere. Anche in questo caso COP15 viene ricordata come un successo, ma parziale, visto che i lavori sono stati interrotti senza ulteriori risultati.

   Infine una COP che ha raggiunto importanti e decisivi risultati è COP21, svoltasi a Parigi, che resta nella storia come Accordo di Parigi sul clima del 2015. In quell’anno per la prima volta tutte le Nazioni presenti furono d’accordo sulla necessità di contenere le emissioni atmosferiche di anidride carbonica al di sotto di 1,5°C. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

(CLICCA SULL’IMMAGINE PER RENDERLA BEN VISIBILE) L’ACCORDO DI PARIGI del 2015, COP21, cosa prevedeva e gli impegni dell’Unione Europea (da https://www.consilium.europa.eu/)

DA COP26 DI GLASGOW A COP27 DI SHARM EL-SHEIKH

Il 2015 con la firma dell’Accordo di Parigi resta una data importante nella storia dei negoziati sul clima. Da quell’anno in poi, gli Stati hanno iniziato a lavorare su tre punti principali:

  • ridurrele emissioni di gas serra in atmosfera, GHGs;
  • fornire un supporto economico ai Paesi più poverie a quelli situati in zone del mondo più a rischio di eventi climatici estremi;
  • raggiungere i target, gli obiettivi sul carbonio in due step successivi: 2030 e 2050.

   Lo scorso novembre (2021), a Glasgow, si è stabilito che l’Accordo di Parigi sul clima è un buon risultato, che gli impegni presi funzionano ma che occorre essere molto veloci e agire tempestivamente.

   COP26 è stata molto criticata perché gli impegni presi sulla carta non sono sempre stati messi in pratica dagli Stati che hanno firmato gli accordi. In quell’occasione tutti i governi presenti si sono trovati d’accordo sul fatto che le Nazioni più ricche devono aiutare quelle più povere. Si è anche deciso di raddoppiare gli investimenti finanziari fino al 2025.

   Per calibrare meglio il denaro investito, si è stabilito che ogni due anni si dovrà aggiornare questo programma di investimenti che è chiamato dagli addetti ai lavori col nome di Loss and Damage Finance Facilities.

   A Glasgow, tutte le Nazioni si sono impegnate a rispettare i seguenti accordi:

  • usare meno carbone
  • mettere in atto impegni finanziari per proteggersi e adattarsi al cambiamento climatico
  • ridurre l’uso dei combustibili fossili fino ad eliminarli del tutto nel 2050 per contenere la quantità di anidride carbonica in atmosfera e quindi l’aumento della temperatura globale terrestre.

   Nel 2021 eravamo nel mezzo di una pandemia e lo scenario mondiale sarebbe di nuovo cambiato qualche mese dopo. La guerra in Ucraina ha cambiato molte carte in tavola. I costi dell’energia e del gas hanno raggiunto livelli imprevisti, sono mancate materie prime essenziali quali il grano e i cereali e numerosi prodotti, dai fertilizzanti, ai metalli, alle terre rare sono meno disponibili.

   Da un lato, sono stati fatti molti passi indietro sul clima, a partire dall’aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque e della terra nelle zone del conflitto.

   A seguito del caro energia, molti Stati hanno ripreso ad utilizzare il carbone, andando contro i precedenti accordi sul clima, altri ancora continuano ad utilizzare ad alti livelli il gas metano e il petrolio, quei combustibili fossili che dovremo lasciare nel sottosuolo se vogliamo mitigare il cambiamento climatico.

   D’altra parte, il caro energia ha spinto molti Paesi ad accelerare ancora di più nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e nella costruzione di nuovi impianti. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

AMAZZONIA E DEFORESTAZIONE – “Nei primi tre anni in cui BOLSONARO è stato al potere, come risultato, È SCOMPARSA UN’AREA DI FORESTA AMAZZONICA PARI A 34MILA CHILOMETRI QUADRATI, più grande del Belgio. (…)” (da https://www.lifegate.it/)

COSA CI ASPETTIAMO DA COP27?

Questo è il punto della situazione attuale a pochi giorni dall’apertura dei lavori in Egitto per COP27. Sarà un summit di successo? Raggiungeremo buoni accordi e soprattutto saremo in grado di metterli in pratica?

   Il sito inglese Energy and Climate Intelligence Unit ha pubblicato un’interessante infografica con cinque punti chiave che ci aspettiamo da COP27.

   Al primo punto: ottenere che le Nazioni ricche mantengano gli impegni presi verso i Paesi in via di sviluppo. Dalla finanza climatica, ai progressi sull’impegno per il Loss and Damage, ovvero fermare la perdita di natura, di servizi ecosistemici e di cultura collegata ai popoli.

   Due sono gli impatti principali da affrontare:

  • Impatti a rapida insorgenza, come alluvioni improvvise
  • Impatti a lenta insorgenza, quali l’innalzamento del livello di mari e oceani.

   Dagli Accordi del 2007, per arrivare agli obiettivi presi per il 2025, servono molti adattamenti e revisioni, che seguono il seguente principio generale:

Prima fermiamo il cambiamento climatico causato dall’uomo, meno misure di adattamento saranno necessarie”.

   Come secondo punto troviamo le promesse di riduzione del carbonio per allinearsi con la scienza e mantenere vivo l’obiettivo di non andare oltre un aumento di temperatura pari a 1,5°C. Anche in questo caso, serviranno strategie a lungo termine per arrivare al Net Zero Carbon nel 2050 e l’ideale sarebbe quello di dimezzare ogni anno le emissioni di CO2 in atmosfera da oggi al 2030.

   Il terzo punto chiave che ci aspettiamo di vedere trattato in Egitto a COP27 riguarda il progresso e la tecnologia. Sono di aiuto nel contrastare l’aumento delle temperature globali a partire dalle linee guide sui crediti del carbonio, ma servono regole trasparenti, misurazioni comuni e dati per valutare i risultati ottenuti.

   La quarta regola d’oro è: fare meglio e di più. Tutti siamo coinvolti nel cambiamento del clima, tutti dobbiamo agire, in ogni settore: le città, le regioni, il lavoro, gli investimenti.

   Molto importante è il quinto punto chiave per andare verso COP27: non dimentichiamoci della natura.

   La perdita di biodiversità è strettamente collegata ai cambiamenti climatici: a dicembre se ne parlerà durante (la seconda parte, ndr) della COP15 a Montreal, in Canada. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

La perdita di biodiversità è strettamente collegata ai cambiamenti climatici: a dicembre se ne parlerà durante (la seconda parte, ndr) della COP15 a Montreal, in CANADA. (…) (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/ 26/10/2022)

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   Ma un summit sul clima come COP27 non può tralasciare il discorso sulla natura. Temi importanti in agenda sono:

  • includere accordi e azioni per arrestare la deforestazione
  • diminuire il degrado del suolo
  • inserire nei piani misure per usare meno carbonio in agricoltura
  • aiutare la natura a ristabilirsi.

In questo modo possiamo mitigare il cambiamento climatico grazie alle Nature-Based Solutions, soluzioni basate sulla natura.

   I prossimi due mesi ci attendono due importanti summit internazionali sul clima e sulla biodiversità. I rappresentanti dei vari Paesi saranno in grado di affrontare le sfide che ci attendono? Raggiungeranno risultati concreti in modo da essere ricordati in futuro come summit di successo? (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

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da LA VOCE.INFO: Finanziamenti per il clima, forniti e mobilitati dai paesi sviluppati per i paesi in via di sviluppo (in miliardi di dollari)

CLIMA: A SHARM CON POCHE ILLUSIONI

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, da LA VOCE.INFO del 28/10/2022, https://www.lavoce.info/

– Le tensioni internazionali peseranno sui risultati della Cop 27. La stabilità geopolitica è infatti una condizione necessaria per progressi concreti sui cambiamenti climatici. Poco ottimismo anche sulla questione dei finanziamenti per la mitigazione. –

Nuove preoccupazioni geopolitiche

Un mondo distratto da altri e più pressanti problemi si avvicina al ventisettesimo appuntamento del negoziato sui cambiamenti climatici, previsto dal 6 novembre a Sharm el-Sheikh sulle sponde del Mar Rosso. La Cop27 in Egitto cade a 30 anni esatti dalla Conferenza Onu di Rio de Janeiro e dalla firma della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), a 7 anni dall’Accordo di Parigi (2015, Cop21) e un anno dopo la Cop26 di Glasgow che avevamo lasciato con qualche speranza, alimentata dall’attenuarsi dell’emergenza pandemica. Ma da allora è successo di tutto, oltre l’immaginabile.

   La stabilità geopolitica, condizione necessaria per progressi concreti sul fronte del clima che cambia, è svanita praticamente in tutto il globo. L’inqualificabile aggressione russa dell’Ucraina ha provocato effetti che si riverberano su tutti i quadranti geografici e su tutte le questioni economiche e politiche, a partire dall’Europa, il continente tradizionalmente più avanzato e determinato nel contrastare i cambiamenti climatici, ora afflitta da problemi di sicurezza degli approvvigionamenti energetici (di una fonte fossile come il gas), dallo shock ai prezzi dell’energia che alimentano un’inflazione dimenticata da decenni e dal rischio di recessione.

   Ma anche gli Stati Uniti hanno problemi di inflazione contrastati da consistenti rialzi dei tassi d’interesse e messi in tensione non solo da Vladimir Putin, ma soprattutto da Xi Jinping ringalluzzito nelle sue mire su Taiwan. Questo fatto destabilizza l’intero continente asiatico, mentre le carenze di materie prime e il rialzo dei prezzi del grano minacciano anche i paesi poveri, a cominciare dall’ospitante della kermesse climatica, l’Egitto. La stessa parola d’ordine scelta dagli ospiti di questa “African Cop”, Together for implementation (Insieme per l’attuazione), suscita non poche perplessità, dal momento che siamo ancora ampiamente dentro la sfera delle parole, più che in quella dei fatti.

A che punto siamo sulla mitigazione

Sul fronte della mitigazione, ricordiamo che l’Accordo di Parigi del 2015 è basato sulle dichiarazioni volontarie dei singoli paesi, note come Nationally Determined Contributions (Ndc). Vanno aggiornate con cicli quinquennali per renderle più stringenti (“ambiziose”) e avvicinarle sempre più all’obiettivo di +2°C, meglio ancora +1,5°C.

   La Cop26 di Glasgow è stata la prima occasione per la presentazione delle Ndc riviste, ma con esito insufficiente, tanto da condurre all’approvazione formale del Glasgow Climate Pact che richiede ai paesi partecipanti di rivedere le proprie Ndc entro l’anno o comunque prima di Cop27 allineando i propri obiettivi a quelli consistenti con il target di Parigi.

   La proiezione di aumento di temperatura implicito nelle Ndc presentate a Glasgow pongono il termometro a +2,5°C circa secondo un rapporto Onu appena pubblicato. L’analisi aggiornata indica che gli impegni attuali portano a un aumento delle emissioni del 10,6 per cento al 2030 (rispetto ai livelli 2010), che è comunque meglio del 13,7 per cento previsto lo scorso anno.

   Le emissioni effettive post-Covid sono però rimbalzate rendendo l’obiettivo Net Zero Emissions al 2050 sempre più difficile da centrare.

   Sta di fatto che al termine del 23 settembre scorso, fissato dall’Onu in vista di Cop27, dai 193 “Parties” dell’Accordo di Parigi erano state presentate solo 24 nuove o aggiornate Ndc: un risultato sicuramente insoddisfacente, che non fa che confermare la generale distrazione rispetto al tema della mitigazione dei cambiamenti climatici.

La questione dei finanziamenti

Alla Cop26 era stato anche enunciato il proposito di raddoppiare i finanziamenti all’adattamento entro il 2025, l’altra faccia delle politiche contro i cambiamenti climatici, e lanciato il programma biennale sul Global Goal on Adaptation (Gga) finalizzato a ridurre la vulnerabilità e accrescere la resilienza ai cambiamenti del clima specialmente in quelle regioni i cui abitanti sono già 15 volte più a rischio di morte per alluvioni, allagamenti, siccità, uragani rispetto alle altre regioni con bassa vulnerabilità, come documentato dal sesto Rapporto Ipcc “Climate Change 2022: Impact, Adaptation and Vulnerability”.

   Cop27 dovrebbe portare a progressi sul fronte dei finanziamenti e della definizione delle aree di intervento, tenuto conto che le nazioni africane spendono attualmente tra il 2 e il 9 per cento del Pil in adattamento. Ma sui finanziamenti non vi sono motivi per essere ottimisti, visto che l’ormai storica promessa di destinare 100 miliardi di dollari all’anno, tra il 2020 e il 2025, da parte dei paesi sviluppati alle regioni più in difficoltà resta ancora ampiamente disattesa.

   Secondo l’OECD (ndr: Organization for economic cooperation and development, più chiamata OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: si propone di sostenere l’economia e l’occupazione dei Paesi membri – 38 Paesi – mantenendo la stabilità finanziaria, l’espansione del commercio mondiale, e di contribuire allo sviluppo economico dei Paesi non membri con apporto di capitali, assistenza tecnica e allargamento dei mercati di sbocco. – da www.treccani.it/ ), secondo l’OECD nel 2020 erano stati mobilitati 83, poco più, di miliardi tra fondi pubblici e privati.

   A Glasgow si era discusso anche di “loss and damage”, una richiesta di indennizzo da parte dei paesi più colpiti dai danni del clima nei confronti dei paesi storicamente responsabili, ma anche riluttanti ad aprire di più i cordoni della borsa. Si erano poi affrontate questioni settoriali e specifiche, come l’uscita dal carbone, la riduzione delle emissioni di metano, la fine della deforestazione. L’egiziana Cop27 sarà l’occasione per fare il punto dei progressi su tutti questi aspetti, ma molto dipenderà dalla buona volontà, dalla disponibilità e dalla sensibilità dei vari paesi verso un tema che non riguarda più solo le generazioni future, ma – come si è visto dalla siccità che ha colpito l’Europa, la ridotta ventilazione, i grandi incendi, lo scioglimento dei ghiacci, le attuali anomale temperature autunnali – riguarda direttamente anche noi.

   Un meccanismo istituzionale ormai inefficace non aiuta certo il processo e i progressi: queste pletoriche Cop cercano di mascherare i risultati insoddisfacenti con l’invenzione di nuovi patti, nuove alleanze, nuove intese prima di chiudere sempre fuori tempo massimo. È vero che una diversa ingegneria istituzionale non sarebbe sufficiente, ma è difficile pensare che un consesso con un numero ridotto di partecipanti rappresentativi, come il G20, sarebbe meno efficace, almeno in tema di mitigazione.

   Se ci guardiamo intorno vediamo dunque troppa distrazione. E non è un buon viatico per una Cop27 che rischia di consegnarsi alla storia nella categoria di quelle inutili.

(Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, da LA VOCE.INFO del 28/10/2022)

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COP27: L’EGITTO DI AL-SISI TRA CLIMA E DIRITTI CIVILI

di Elena Malusardi, del 2/11/2022, da https://www.ultimavoce.it/

   L’Egitto di al-Sisi è, ancora una volta, teatro di violazioni di diritti civili. A pochi giorni dall’inizio della COP27, infatti, i servizi di sicurezza egiziani hanno iniziato a portare avanti una dura campagna di repressione nei confronti di cittadini, accusati di voler protestare contro la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP27), in programma dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm el-Sheikh.

Gli arresti preventivi e il controllo dei civili

In occasione della COP27, l’11 novembre, gruppi di attivisti egiziani hanno organizzato una manifestazione di protesta che avrà come bersaglio l’ipocrisia del governo al-Sisi. Appurato è, infatti, l’intento del presidente egiziano di servirsi della COP27 per guadagnare finanziariamente e rafforzare la sua posizione a livello internazionale. La questione climatica, dunque, non è tra le sue priorità. Venuto a conoscenza della volontà di protestare da parte di associazioni di attivisti, il governo ha deciso di intervenire con una severa repressione.

   L’organizzazione no-profit Middle East Monitor ha iniziato, infatti, a riportare sul proprio sito testimonianze di cittadini egiziani, fermati casualmente a Il Cairo dalle forze di sicurezza. Dopo averle perquisite, la polizia ha sequestrato i cellulari delle persone trattenute per controllare la presenza nei loro dispositivi di eventuali contenuti antigovernativi.

   Al quotidiano Mada Misr, l’avvocato per i diritti umani Mohamed Ramadan ha inoltre raccontato di essere stato testimone oculare dell’arresto di sei persone ad Alessandria. I civili sono risultati colpevoli di aver pubblicato sui social contenuti riguardanti la manifestazione prevista per l’11 novembre. Ha poi aggiunto di aver assistito al fermo di altre trenta persone nella stessa giornata.

   Il 25 ottobre, poi, le autorità turche hanno arrestato il giornalista Hossam Al-Ghamry, ex direttore dell’importante emittente vicina ai Fratelli Musulmani, Al-Sharq TV channel.  Il capo d’accusa è quello di aver contribuito ad alimentare gli appelli a scendere in piazza, nei giorni della COP27, contro l’operato di al-Sisi.

Con un tweet, Al-Ghamry ha confermato l’arresto tre giorni dopo.

COP27: un’occasione per parlare di diritti civili

Nel frattempo, gruppi di attivisti egiziani per i diritti civili stanno alzando la voce contro il governo affinché non continui a commettere soprusi contro i manifestanti. Inoltre, il collettivo Cop Civic Space, il cui motto è No climate justice without open civic space, sta esercitando pressioni sulle autorità egiziane affinché vengano rilasciati i migliaia di prigionieri politici detenuti da anni nelle carceri in attesa di processo. La COP27 può e deve diventare occasione per puntare i riflettori sull’Egitto di al-Sisi, oggi più che mai teatro di violazioni dei più basilari diritti civili.  (ELENA MALUSARDI)

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PAESI IN VIA DI SVILUPPO E CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il World Food Programme (WFP), la cui sede è a Roma, è la principale organizzazione umanitaria e agenzia delle NAZIONI UNITE impegnata a salvare e migliorare le vite, fornendo assistenza alimentare nelle emergenze e lavorando con le comunità per migliorarne la nutrizione e costruirne la resilienza.

VERSO COP27: TRE MODI PER EVITARE CHE LA CRISI CLIMATICA AGGRAVI ANCORA DI PIÙ LA FAME

I leader mondiali che si incontreranno a Sharm el-Sheikh, Egitto, dal 6 al 18 novembre 2022, devono porre in essere azioni rapide per aiutare milioni di persone che rischiano fame e carestie.

di Jenny Wilson, da https://it.wfp.org/

   In un anno dai livelli senza precedenti di fame, la crisi climatica sta spingendo sempre più persone sull’orlo del baratro. Ondate di caldo, siccità, inondazioni e tempeste stanno aumentando di intensità e frequenza, mettendo in seria difficoltà la capacità delle persone di nutrire le proprie famiglie.

   In contesti come lo Yemen, la Somalia e la Repubblica Democratica del Congo, dove gli impatti climatici si sovrappongono ai conflitti, la carestia è una minaccia sempre presente.

   Mentre i leader mondiali si preparano ad incontrarsi a Sharm El-Sheikh, in Egitto, alla Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (COP27), dal 6 al 18 novembre 2022, il WFP chiede azioni urgenti per sostenere i paesi in prima linea sul fronte dell’emergenza climatica.

Nello specifico, bisognerebbe:

  1. Potenziare l’adattamento climatico e le soluzioni per evitare, ridurre al minimo e fare fronte alle perdite e ai danni.  

   Gli eventi meteorologici estremi si stanno verificando in ogni regione del mondo, dalle devastanti alluvioni in Pakistan, che hanno colpito una persona su sette nel paese, alle siccità consecutive che spingono le persone al limite della carestia nel Corno d’Africa.

   Le comunità hanno bisogno di soluzioni che proteggano se stesse e la propria capacità di accedere a cibo sufficiente. I leader globali devono investire in sistemi di previsione dei pericoli climatici e mettere a disposizione sistemi di protezione finanziaria e fisica per i più vulnerabili.

   In Nepal, per esempio, prima che si verificassero le recenti inondazioni, WFP ha implementato il suo programma di Azione Anticipatoria, che utilizza sistemi di allarme precoce per agire prima che i disastri colpiscano. In questo caso, il WFP ha effettuato trasferimenti di contante a più di 15.000 persone in tre dei distretti più colpiti. I fondi hanno aiutato le comunità a prepararsi all’impatto delle inondazioni, a proteggersi e a prevenire perdite e danni. Ad esempio, acquistando cibo, rafforzando le abitazioni o spostando le persone vulnerabili su terreni più elevati.

  1. Investire nell’azione climatica nelle comunità in contesti fragili.  

Chi vive dovendo affrontare le sfide del cambiamento climatico è spesso soggetto anche agli impatti dei conflitti, della migrazione e delle disuguaglianze sociali. Queste comunità avrebbero bisogno di più supporto, invece ne ricevono il minimo. Negli ultimi sette anni, gli stati in estrema fragilità hanno ricevuto 80 volte meno finanziamenti per persona su temi ambientali rispetto agli stati non fragili.

   Per affrontare la crisi climatica e garantire che tutti abbiano abbastanza cibo, bisogna mettere in cima alla lista azioni e finanziamenti per le aree vulnerabili e colpite dai conflitti, sostenendo le comunità nelle tecniche di adattamento a un clima che cambia, e così facendo aiutando a costruire anche la pace.

   Il WFP si muove su tutti questi fronti. Ad esempio, all’inizio dell’anno, sapendo che la Somalia avrebbe sofferto una grave siccità, il WFP ha lavorato con il governo per far inviare messaggi di pre-allerta a 1,2 milioni di persone. Il WFP ha anche raggiunto 17.000 persone vulnerabili nelle aree remote con trasferimenti di contanti, utili a proteggere meglio la vita e i mezzi di sussistenza.

   In una Somalia che affronta in alcune zone l’imminente minaccia della carestia, dare la priorità all’azione climatica per le comunità più vulnerabili è più importante che mai.

  1. Trasformare i sistemi alimentari

Le varie attività che producono, trasformano e trasportano alimenti fin sulle nostre tavole non sono né eque né sostenibili. Da un lato, gli eventi meteorologici estremi creano notevoli danni ai sistemi alimentari; dall’altro, i sistemi alimentari sono una causa importante del riscaldamento globale. L’agricoltura, i trasporti e la preparazione del cibo contribuiscono all’aumento di emissioni significative e dannose che stanno aumentando la temperatura del nostro pianeta.

   La mancanza di diversità nei nostri sistemi alimentari, la dipendenza da pratiche inquinanti e gli eventi come i conflitti stanno minacciando la sicurezza alimentare globale. Oggi, sono 345 milioni – cifra record – le persone che in 82 paesi soffrono la fame acuta, in forte aumento rispetto ai 282 milioni di persone all’inizio dell’anno.

   Eppure si può ancora fare qualcosa. Sappiamo che nel mondo c’è abbastanza cibo per tutti, se solo fosse distribuito con equità. E abbiamo anche conoscenze, tecnologia e soluzioni innovative per capovolgere il rapporto negativo tra sistemi alimentari e cambiamenti climatici.

Il lavoro del WFP 

Operando in 123 paesi e territori, il WFP sostiene le comunità colpite dai peggiori impatti di eventi meteorologici estremi, al fine di aiutarle a costruire la resilienza in un clima che cambia.

   Lavoriamo con i governi locali per anticipare i pericoli climatici prima che si trasformino in catastrofi, ripristinando ecosistemi e infrastrutture degradate, proteggendo i più vulnerabili con trasferimenti di contante e offrendo alle persone nuove opportunità per coltivare, cucinare e fornire alle abitazioni accesso all’energia pulita.

   In cinque paesi del Sahel dell’Africa occidentale e centrale – Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger – WFP implementa un programma di resilienza integrato che supporta l’adattamento climatico proteggendo anche i sistemi alimentari.

   In pratica ciò significa riabilitare i terreni, migliorare l’accesso al cibo e a diete sane, riportare i bambini a scuola e sviluppare catene di valore per aumentare i redditi e i lavori in ambito ambientale.

   Ad esempio, nonostante la crescente insicurezza nella regione, il WFP e le comunità hanno riabilitato quasi 158.000 ettari di terreni degradati nel Sahel negli ultimi quattro anni attraverso iniziative come lo scavo di “mezze lune”, che raccolgono e mantengono le piogge nel terreno.

   Con una maggiore ambizione e volontà politica, si potrebbe diversificare, decarbonizzare e migliorare la resilienza dei nostri sistemi alimentari per affrontare contemporaneamente la crisi climatica e l’insicurezza alimentare.

   I leader mondiali hanno una grande sfida davanti, ma con un’azione globale coordinata la crisi climatica può essere affrontata con successo. 

COP27 ha luogo a Sharm el-Sheikh, in Egitto, dall’6 al 18 novembre.

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COSA ASPETTARSI DALLA CONFERENZA SUL CLIMA IN EGITTO

di Matt McDonald, The Conversation, Australia, 14/10/2022

da INTERNAZIONALE, https://www.internazionale.it/

– La posta in gioco è comunque alta, e si profilano alcuni punti di dibattito fondamentali –

   In un incontro fondamentale per rispondere alla crisi climatica, quasi duecento paesi si riuniranno in Egitto dal 6 novembre per la ventisettesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima o Cop27.

   Forse ricorderete di aver sentito parlare della Cop26 che si è tenuta a Glasgow, nel Regno Unito, un anno fa. Quella conferenza era stata spesso definita come la nostra “ultima e migliore possibilità” di mantenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 gradi centigradi in questo secolo.

   Da allora le emissioni hanno raggiunto livelli record dopo essere scese a causa dei lockdown per la pandemia di covid-19. Solo quest’anno abbiamo assistito a decine di disastri catastrofici, dalla siccità nel Corno d’Africa alle inondazioni in Pakistan, Sudafrica e Australia, passando per gli incendi e le ondate di calore in Europa, Stati Uniti, Mongolia e Sudamerica, tra gli altri.

   Come ha detto il 3 ottobre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: “Su ogni fronte climatico, l’unica soluzione è un’azione decisa e solidale. La Cop27 è il luogo in cui tutti i paesi possono dimostrare che stanno partecipando a questa lotta e lo stanno facendo insieme”. E così, mentre i disastri naturali s’intensificano e la guerra infuria in Ucraina, cosa possiamo aspettarci da questo importante vertice?

Cosa succede alle conferenze Cop
Le Conferenze delle parti si tengono nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc), che quest’anno compie trent’anni, essendo stata creata durante il vertice della Terra di Rio del 1992. La Cop27 si terrà nella città turistica egiziana di Sharm el Sheikh.

   Le Cop permettono alla comunità internazionale di stabilire un’equa ripartizione delle responsabilità per affrontare il cambiamento climatico. Ovvero chi deve guidare la lotta per la riduzione delle emissioni, chi deve pagare per la transizione verso nuove forme di produzione energetica e chi deve compensare coloro che già subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici.

   Permettono inoltre ai diversi paesi di concordare le regole per il rispetto degli impegni, o i processi per trasferire fondi e risorse dagli stati ricchi a quelli più poveri. E offrono l’opportunità di condividere le più recenti scoperte scientifiche sul cambiamento climatico.

   Altrettanto importante è il fatto che le riunioni della Cop concentrano l’attenzione internazionale sulla crisi climatica e sulle risposte per affrontarla. Questo genera una pressione sui paesi affinché assumano nuovi impegni o, perlomeno, svolgano un ruolo costruttivo nei negoziati.

La Cop27 è meno importante della Cop26?
Per certi versi, la Cop27 è meno significativa della Cop26. Quest’ultima, la prima in due anni dopo il rinvio dovuto al covid-19, era il termine entro il quale i paesi dovevano prendere impegni per nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni in base alle regole dell’accordo di Parigi del 2015.

   Quell’accordo ha permesso ai diversi paesi di assumere i propri impegni, con l’idea che sarebbero diventati più ambiziosi ogni cinque anni. Glasgow era essenzialmente un grande test per verificare se l’accordo fosse effettivamente riuscito a rendere più ambiziosi gli impegni per la lotta al cambiamento climatico.

   Glasgow è stata significativa anche perché è stata la prima Cop a vedere il ritorno degli Stati Uniti, dopo il ritiro deciso dall’amministrazione Trump. Sharm el-Sheikh, invece, non è tanto un test sull’accordo in sé. È più un’opportunità per rinnovare l’impegno sulla mitigazione e sui finanziamenti e per decidere i prossimi passi da compiere per realizzare questi impegni.

   Ma la posta in gioco è comunque alta, e si profilano alcuni punti di dibattito fondamentali.

Saranno di più i paesi che prenderanno nuovi impegni?
Il primo grande banco di prova della Cop27 sarà l’assunzione da parte dei paesi di ulteriori impegni per la riduzione delle emissioni. A Glasgow più di cento nazioni avevano promesso di raggiungere nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni. Ma questi impegni rimangono ancora ben lontani da quelli necessari per raggiungere gli obiettivi concordati a Parigi.

   Invece di fornire un percorso per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 o 2 gradi centigradi, le politiche uscite da Glasgow dimostrano che nella realtà il mondo è avviato sulla strada di un aumento di 2,4 gradi centigradi entro la fine del secolo. Questo metterebbe in pericolo persone ed ecosistemi in tutto il mondo. Ammettendo che i paesi raggiungano i loro obiettivi.

   Eppure alla vigilia della Cop27 meno di venti paesi hanno fornito aggiornamenti e solo pochi hanno delineato nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni o impegni di emissioni nette zero. E tra quelli responsabili di più dell’1 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica solo l’India e l’Australia hanno presentato degli aggiornamenti.

Fateci vedere i soldi
In Egitto si profilano anche tre grandi questioni relative ai finanziamenti per il clima, ovvero i fondi per sostenere la mitigazione e l’adattamento.

   La prima questione riguarda il mancato rispetto dei paesi più sviluppati dell’impegno, assunto nel 2009, di fornire cento miliardi di dollari all’anno in fondi per i paesi in via di sviluppo. Il tema è stato sollevato a Glasgow, ma da allora è rimasto lettera morta. E non c’è alcuna prospettiva che questo obiettivo sia raggiunto nel 2022.

   In secondo luogo i paesi meno industrializzati, compresi molti stati del Pacifico, chiederanno di concentrarsi maggiormente sui finanziamenti per l’adattamento agli effetti del riscaldamento globale. Finora la maggior parte dei fondi è stata destinata a progetti di mitigazione, che si concentrano sull’aiuto ai paesi meno ricchi nella riduzione delle loro emissioni. Tuttavia, dal momento che i cambiamenti climatici si fanno sentire maggiormente nei paesi più poveri, i finanziamenti per l’adattamento sono diventati ancora più importanti.

   In terzo luogo l’accordo di Parigi prevede il riconoscimento di “perdite e danni” probabili, ovvero le distruzioni causate dal cambiamento climatico, dove gli sforzi di mitigazione e adattamento sono stati insufficienti a prevenire i danni. All’epoca non c’era alcun impegno a fornire un risarcimento per le perdite e i danni. In Egitto i paesi in via di sviluppo probabilmente faranno maggiori pressioni per ottenere impegni finanziari da parte di quelli più sviluppati. Il mondo sviluppato è il principale responsabile del cambiamento climatico e può permettersi di spendere più denaro per proteggersi dai suoi effetti. I paesi meno ricchi, invece, sono meno responsabili, hanno maggiori probabilità di subire gli effetti climatici e sono meno in grado di pagare i costi necessari a gestire queste conseguenze.

   Dato che i negoziati avranno luogo in Africa, possiamo aspettarci che questi temi abbiano un posto di rilievo durante la Cop27.

I venti di tempesta della politica internazionale
Se in passato è stato difficile raggiungere un accordo globale sull’azione per il clima, i recenti avvenimenti di politica internazionale gettano ulteriori ombre sulle prospettive di una vera cooperazione alla Cop27.

   In primo luogo l’invasione russa dell’Ucraina ha portato a un aumento dell’inflazione globale, a un’impennata dei prezzi dell’energia e a crescenti preoccupazioni internazionali sull’accesso all’energia. Tutti questi elementi hanno dirottato l’attenzione – e anche i potenziali finanziamenti – dall’imperativo dell’azione per il clima.

   Inoltre la Russia, un attore chiave nei colloqui internazionali sul clima, potrebbe svolgere il ruolo di guastafeste.

   Anche la Cina, il principale responsabile di emissioni al mondo, sembra altrettanto insoddisfatta per la situazione politica globale. Questo è evidente dal suo approccio alla politica climatica internazionale. A Glasgow, per esempio, la Cina aveva raggiunto un accordo fondamentale con gli Stati Uniti sulla cooperazione climatica che però è stato sospeso subito dopo la visita a Taiwan della presidente della camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, nell’agosto 2022.

Non c’è più tempo
Il ministro egiziano per la cooperazione internazionale ha annunciato a maggio che l’azione internazionale alla Cop27 dovrebbe concentrarsi sul passaggio “dalle promesse ai fatti”. Questo significa obiettivi per ridurre le emissioni, ma i padroni di casa sono stati chiari sulla necessità che gli stati ricchi rispettino gli impegni finanziari assunti.

   Le manifestazioni del cambiamento climatico hanno reso questa preoccupazione urgente per molti paesi meno industrializzati che ne stanno già sentendo gli effetti.

   È chiaro che questi colloqui rappresentano un momento fondamentale per il pianeta. Rischiamo di non avere più tempo per evitare la catastrofe climatica.

(Matt McDonald, The ConversationAustralia, 14/10/2022, da INTERNAZIONALE, https://www.internazionale.it/Traduzione di Federico Ferrone)

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IL CONSIGLIO EUROPEO DEFINISCE LA POSIZIONE DELL’UE PER IL VERTICE DELLE NAZIONI UNITE SUL CLIMA CHE SI SVOLGERÀ A SHARM EL-SHEIKH (COP 27)

da https://www.consilium.europa.eu/it/, 24/10/2022

   Il Consiglio UE ha approvato le conclusioni che fungeranno da posizione negoziale generale dell’UE per la 27ª conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 27) che si svolgerà a Sharm el-Sheikh, Egitto, dal 6 al 18 novembre 2022.

   Si sottolineano le opportunità che un’azione ambiziosa per il clima apporta al pianeta, all’economia globale e alle persone e l’importanza di garantire una transizione giusta verso economie e società sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici, che non lasci indietro nessuno.

   Gli Stati membri sottolineano l’esigenza di innalzare considerevolmente il livello di ambizione globale affinché l’obiettivo di 1,5º C rimanga raggiungibile, in linea con l’accordo di Parigi. Sottolineano che, collettivamente, i contributi determinati a livello nazionale (NDC) e i relativi aggiornamenti sono attualmente insufficienti. Pertanto, tutti i paesi dovrebbero proporre politiche e obiettivi ambiziosi e le grandi economie in particolare dovrebbero rivedere e rafforzare i rispettivi NDC in tempo per la COP 27.

   Il Consiglio ricorda che nel giugno 2022 ha approvato la sua posizione sugli elementi essenziali del pacchetto “Pronti per il 55%”, che consentirà all’UE europea di attuare il suo NDC nonché di ridurre le sue emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, di conseguire la neutralità climatica al più tardi entro il 2050 e, successivamente, di mirare a raggiungere un livello negativo di emissioni. Prende atto dei progressi compiuti finora nel processo legislativo per l’adozione del pacchetto sul clima e dell’obiettivo di concludere i negoziati su questi elementi essenziali entro la fine del 2022 in modo equilibrato. Se del caso, è pronto ad aggiornare quanto prima, dopo la conclusione dei negoziati, l’NDC dell’UE e dei suoi Stati membri, in linea con il punto 29 del patto di Glasgow per il clima, per riflettere il modo in cui l’esito finale degli elementi essenziali del pacchetto “Pronti per il 55 %” attua l’obiettivo principale dell’UE concordato dal Consiglio europeo nel dicembre 2020.

   Il Consiglio ricorda gli impegni costanti degli Stati membri dell’UE concordati con le parti sociali e invita inoltre tutte le parti a chiudere il capitolo sul carbone non soggetto ad abbattimento del carbonio attraverso la sua eliminazione progressiva nonché l’interruzione delle sovvenzioni ai combustibili fossili inefficienti per accelerare la loro transizione energetica, e ad attuare il patto di Glasgow per il clima in modo che apporti benefici ai lavoratori e alle comunità.

   Il Consiglio riconosce che tutti i paesi devono intensificare gli sforzi di adattamento riducendo nel contempo con urgenza le emissioni. Sottolinea che è fondamentale realizzare chiari progressi verso il conseguimento dell’obiettivo mondiale di adattamento e pertanto che l’UE continuerà a sostenere il programma di lavoro biennale di Glasgow-Sharm-el-Sheikh sull’obiettivo mondiale di adattamento e a parteciparvi in modo costruttivo. L’obiettivo è inteso a giungere a una migliore comprensione di come migliorare la capacità di adattamento, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità per proteggere le persone, i mezzi di sussistenza e gli ecosistemi.

   Il Consiglio invita tutti i paesi a intensificare gli sforzi per mobilitare finanziamenti da tutte le fonti al fine di sostenere l’azione per il clima e integrare il clima in tutti i flussi finanziari. Ricorda che l’UE e i suoi Stati membri sono il principale erogatore di fondi pubblici internazionali destinati alla lotta ai cambiamenti climatici. Rinnova il forte impegno assunto dall’UE e dai suoi Stati membri a continuare ad aumentare i loro finanziamenti internazionali per il clima verso il conseguimento dell’obiettivo dei paesi sviluppati di mobilitare, quanto prima e fino al 2025, almeno 100 miliardi di USD all’anno provenienti da un’ampia gamma di fonti. Il Consiglio si aspetta che l’obiettivo sia raggiunto nel 2023.

   Il Consiglio attende con interesse il proseguimento del dialogo di Glasgow al fine di discutere in merito alle modalità di finanziamento delle attività volte a evitare, ridurre al minimo e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Ribadisce la propria disponibilità a dialogare in modo costruttivo con i paesi partner, anche inserendo in agenda un nuovo punto che consentirebbe di sfruttare appieno il dialogo di Glasgow per rafforzare tempestivamente le istituzioni esistenti che forniscono un sostegno volto a evitare, ridurre al minimo e affrontare il rischio di perdite e danni e per fornire soluzioni concrete alle sfide cui devono far fronte i paesi più vulnerabili.

   In tale contesto, il Consiglio si compiace dell’iniziativa “Allarme rapido per tutti”, lanciata dal segretario generale delle Nazioni Unite con l’obiettivo di garantire che tutti gli abitanti della Terra possano beneficiare di sistemi di allerta rapida entro 5 anni. Si compiace altresì dell’impegno dei leader del G7 ad adoperarsi a favore di un Global Shield against Climate Risks (scudo mondiale contro i rischi climatici) per le persone e i paesi poveri e vulnerabili e si impegna a sostenere tali sforzi, anche attraverso il finanziamento e l’assicurazione nei settori del clima e del rischio di catastrofi.

Inoltre, l’UE è determinata a collaborare con tutte le parti per:

promuovere la discussione sul futuro dell’UNFCCC (NDR: UNFCCC, “United Nations Framework Convention on Climate Change”, Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, approvata nell’ambito della Conferenza sull’ambiente e sullo sviluppo delle Nazioni Unite a RIO DE JANEIRO nel giugno 1992; entrata in vigore il 21 marzo 1994, è stata nel tempo ratificata da 195 Paesi -detti ‘parti della Convenzione’-; la UNFCCC, intrinsecamente legata alle altre due convenzioni sulla desertificazione e la diversità biologica -Nairobi, Kenya, 1992- e sulle zone umide -Ramsar, Iran, 1971-, rappresenta uno snodo fondamentale nelle negoziazioni internazionali finalizzate a combattere i cambiamenti climatici; essa ha avuto il merito di contribuire al riconoscimento del problema del cambiamento climatico e delle influenze negative delle attività antropogeniche sul clima; NDR, da https://www.treccani.it/);

discutere delle vie da seguire per attuare l’azione per il clima nel settore agricolo in modo sostenibile;

– consentire l’attuazione ambiziosa del programma di lavoro di Glasgow per l’azione per la consapevolezza sul clima;

affrontare la dimensione di genere.

CONTESTO

La COP 27 si svolgerà a SHARM EL-SHEIKH, Egitto, dal 6 al 18 novembre 2022. La presidenza egiziana ha fissato 4 obiettivi:

mitigazione: attuazione del PATTO DI GLASGOW, ambizione riveduta sugli NDC

(ndr: la sigla NDC sta per “Nationally Determined Contributions”; si tratta delle promesse che sono state avanzate dai governi di tutto il mondo in termini di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra; Tali documenti vengono raccolti dall’Unfcc –“United Nations Framework Convention on Climate Change”, cioè la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’organismo che organizza le COP -Conferences of Parties-, le Conferenze delle parti che si tengono ogni anno sul tema);

(ndr – cos’è il PATTO DI GLASGOW: Il “Patto per il clima di Glasgow” –Glasgow Climate Pact– è un accordo raggiunto il 13 novembre 2021 alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 -COP26- e firmato dai 197 Paesi che vi hanno partecipato; le parti si sono date appuntamento a Sharm el-Sheikh per l’incontro successivo -COP27-, che si tiene appunto dal 6 al 18 novembre 2022; lo scopo del “Patto per il clima di Glasgow” è di prevenire la pericolosa minaccia dei cambiamenti climatici; l’accordo finale menziona esplicitamente il carbone, che è il fattore che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico. I precedenti accordi COP non hanno menzionato carbone, petrolio, gas e nemmeno i combustibili fossili in generale, come causa principale del cambiamento climatico; questo rende il patto per il clima di Glasgow il primo accordo in assoluto che pianifica esplicitamente la riduzione del carbone; i punti principali dell’accordo sono: -un accordo per rivedere i piani di riduzione delle emissioni nel 2022 per cercare di mantenere raggiungibile l’obiettivo dei 1,5 °C; -la prima inclusione in assoluto di un impegno a limitare l’uso del carbone; -un impegno per un maggiore sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo; NDR, da https://it.wikipedia.org/

adattamento: progressi in merito all’obiettivo globale sull’adattamento, adattamento posto in primo piano nell’azione globale;

finanziamento: seguito degli impegni esistenti, progressi nella mobilitazione dei 100 miliardi di USD annuali;

collaborazione: tra governi, settore privato e società civile.

   L’accordo di Parigi è stato adottato nel 2015 in occasione della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 21) ed è entrato in vigore il 4 novembre 2016. Ad oggi conta 186 Stati.  L’accordo si prefigge un duplice obiettivo in termini di mitigazione (limitare l’incremento della temperatura media mondiale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e proseguire l’azione volta a limitare tale incremento a 1,5 °C) e di adattamento (aumentare la capacità delle parti di adattarsi agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra e resiliente al clima).

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COSA PUÒ FARE ORA LULA PER SALVARE LA FORESTA AMAZZONICA

di Valentina Neri, 2/11/2022, da https://www.lifegate.it/

– Lula può far crollare dell’89 per cento la deforestazione nella foresta amazzonica brasiliana. Gli basterà agire come ha fatto nei suoi primi due mandati. –

   Lula ha vinto le elezioni in Brasile. Tra le sue promesse c’è anche quella di perseguire l’obiettivo della deforestazione zero.

   Carbon brief ha pubblicato un’analisi sugli scenari possibili per il futuro della foresta amazzonica.

   Se Lula agirà sulla scia di quanto ha fatto nei suoi mandati precedenti, la curva del disboscamento crollerà dell’89 per cento.

   Dopo un lungo travaglio giudiziario che l’ha tagliato fuori per anni dalla carriera politica, dopo una campagna elettorale tesa e costellata di fake news e dopo un ballottaggio che è apparso in bilico fino all’ultimo, Lula ha vinto le elezioni in Brasile. Il leader del Partito dos trabalhadores (Pt) è presidente per la terza volta. Anche il suo predecessore Jair Bolsonaro, dopo 44 lunghe ore di silenzio, ha promesso di “continuare ad adempiere a tutte le disposizioni della Costituzione”, autorizzando il suo capo di gabinetto a effettuare il passaggio di consegne. Tra le questioni di cui non potrà non occuparsi il nuovo presidente, fin da subito, c’è la foresta amazzonica.

   Nei primi tre anni in cui Bolsonaro è stato al potere, come risultato, è scomparsa un’area di foresta amazzonica pari a 34.018 chilometri quadrati, più grande del Belgio.

   Già nel suo primo discorso pubblico dopo il ballottaggio del 30 ottobre, Lula ha assicurato di voler perseguire l’obiettivo della deforestazione zero, combattendo “qualsiasi tipo di attività illegale” e siglando accordi di cooperazione internazionale. “Il Brasile e il pianeta hanno bisogno di un’Amazzonia in vita”, ha dichiarato. Ma queste parole sono credibili? Prima ancora della tornata elettorale, Carbon brief aveva pubblicato un’analisi volta a individuare quali fossero gli scenari possibili. La sua conclusione è netta: Lula può far crollare dell’89 per cento la deforestazione nella foresta amazzonica brasiliana. Gli basta fare ciò che ha già fatto in passato.

   I ricercatori dell’università di Oxford, dell’Istituto internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (Iiasa) e dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe) hanno messo a punto due scenari futuri. Entrambi si basano sull’implementazione del codice forestale, la più importante legge brasiliana per la tutela della foresta amazzonica. Introdotto nel 1965, il codice chiede ai proprietari terrieri di preservare una certa proporzione di area forestale all’interno del loro possedimento, ripristinando quella che è stata distrutta illegalmente.

   Peccato però che sia stato riformato durante il governo di Dilma Rousseff per avvantaggiare i proprietari terrieri. E che l’amministrazione uscente l’abbia pressoché ignorato, indebolendo i controlli.

   I dati sono dell’Inpe e di Prodes, il sistema di monitoraggio del governo. Nel primo scenario elaborato dai ricercatori, la situazione resta inalterata e si continuano a perdere annualmente circa 10mila chilometri quadrati di Amazzonia, fino al 2030.

Lula può ridurre dell’89 per cento la deforestazione

   Tra il 2003 e il 2010, quando Lula è stato al potere, è successo proprio il contrario. Il governo ha perfezionato i sistemi di monitoraggio satellitare, ha istituito nuove aree protette e ha rafforzato le misure attuative del codice forestale. Come risultato, la curva del disboscamento è partita dal picco di 30mila chilometri quadrati nel 2014 ed è scesa fino a 4.600 chilometri quadrati nel 2012, l’anno della tanto criticata riforma. (Valentina Neri, 2/11/2022, da https://www.lifegate.it/)

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CAMBIAMENTO CLIMATICO, GRETA THUNBERG NON PARTECIPERÀ ALLA COP 27 IN EGITTO: “I POTENTI FARANNO SOLO GREENWASHING”

da “Il Fatto Quotidiano” del 31/10/2022

– L’attivista si era già espressa contro la decisione di tenere la Cop27 a Sharm el-Sheikh e aveva manifestato vicinanza a tutti i detenuti del paese “per motivi politici o legati all’orientamento sessuale e al credo religioso”. L’annuncio della decisione, come riportato dal Guardian, durante la presentazione del suo nuovo libro –

   “Non andrò alla Cop27 per molte ragioni, anche perché lo spazio per la società civile è estremamente limitato”. A dirlo, secondo quanto riferito dal Guardian, è Greta Thunberg durante la presentazione del suo libro The climate book a Londra. L’attivista ha avvertito che la conferenza sarà “un’occasione per i leader e per tutti i potenti per attirare attenzione, proponendo solo politiche di greenwashing“. Thunberg è tornata a chiedere un approccio radicale per combattere il cambiamento climatico, accusando tutti i politici di “non voler cambiare davvero il sistema”.

   L’attivista si era già espressa contro la decisione di tenere la Cop27 in Egitto a Sharm el-Sheikh a partire dal prossimo 6 novembre, esprimendo vicinanza e solidarietà a tutti i detenuti del Paese “per motivi politici o legati all’orientamento sessuale e al credo religioso”. In passato Thunberg aveva firmato una petizione, insieme ad alcune organizzazioni come Amnesty International, per chiedere al Cairo di liberare prigionieri politici e di garantire uno spazio di vera autonomia alla società civile.

   “Per cambiare davvero le cose abbiamo bisogno del supporto di tutti”, ha aggiunto Thunberg, che devolverà tutti i proventi della vendita del suo nuovo libro alla sua fondazione, per poi girarli ad organizzazioni attive nella lotta al cambiamento climatico. Il testo raccoglie diversi contributi di esperti, tra cui quello dell’economista Thomas Piketty. (da “Il Fatto Quotidiano” del 31/10/2022)

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