IRAN, la protesta iniziata a metà settembre (con la giovane Mahsa Amini, arrestata perché non portava bene il velo, e uccisa) si è allargata a tutto il paese (una Rivoluzione nonviolenta) – E il regime ha reagito con centinaia di uccisioni – I manifestanti vogliono una Repubblica laica, democratica, fondata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani

Torture, rapimenti e stupri: così in Iran reprimono le proteste di piazza (foto da www.fanpage.it/)
“(…) Questi giovani combattono per le strade del loro paese, pacificamente, a mani nude, contro un regime armato fino ai denti, pronti a rischiare tutto. I loro slogan più frequenti sono: “Via i mullah!”, “Mullah, andate al diavolo!”, “Vogliamo essere lasciati in pace”, “Via la Repubblica islamica dall’Iran”. (…)”
(Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/) — La repressione del regime di Teheran, dall’inizio della protesta, è finora costata la vita a quasi 350 persone

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I calciatori iraniani ai campionati mondiali in QUATAR, solidali alle proteste nel loro Paese, non cantano l’inno: i loro tifosi divisi tra sostegno e insulti (foto da www.ilmessaggero.it/) — Le proteste sono iniziate a metà settembre dopo che la polizia del paese ha arrestato Mahsa Amini, 22 anni, per non aver indossato correttamente l’hijab. La polizia l’ha portata d’urgenza in ospedale un’ora dopo con quelle che sembravano ferite riportate a seguito di un pestaggio, ed è morta pochi giorni dopo

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LA FOTO DEL BACIO RIVOLUZIONARIO DELL’IRAN DIVENTA VIRALE COME FORTE ATTO DI LIBERTÀ

di Ilaria Arpino, 18/11/2022, da https://www.radiozeta.it/

– Lo scatto è diventato il simbolo della rivoluzione nel Paese, dove anche un bacio in pubblico è “contro la morale” ed è proibito –

   Una foto di una coppia in Iran che si bacia per strada è diventata virale come un atto di libertà unico e bellissimo in un momento in cui il governo aumenta la repressione delle proteste a livello nazionale.

   La foto ritrae un uomo e una donna che si baciano per strada, circondati da automobili. I loro volti sono oscurati, ma la donna non indossa il velo – un atto di sfida ancora più esplicito che si riferisce al presunto crimine che ha scatenato in primo luogo le proteste.

IL “BACIO DI SHIRAZ”, FOTO SIMBOLO DELLE PROTESTE IN IRAN

“C’è un motivo per cui questa foto è diventata virale sui social media”, ha detto a Fox News Digital Lisa Daftari, esperta di Medio Oriente e caporedattore di The Foreign Desk. 

   “Questa foto simboleggia così tanti aspetti dell’attuale rivoluzione in Iran. Una donna che sfida coraggiosamente le leggi dell’hijab, una coppia che infrange la rigida legge della Sharia che vieta i baci in pubblico, in particolare se non sono sposati, e coraggiosamente in piedi nel mezzo del traffico per far conoscere il loro messaggio al mondo”, ha spiegato. (…) 

   Secondo gli utenti sui social, la foto – di cui non si conosce l’autore – sarebbe stata scattata martedì sera su una strada trafficata di SHIRAZ. Lo scatto è diventato il simbolo della rivoluzione nel Paese, dove anche un bacio in pubblico è “contro la morale” ed è proibito.

LE PROTESTE IN IRAN

Il sentimento anti-hijab è stato un chiaro simbolo unificante per i manifestanti con le donne che si toglievano l’hijab e si tagliavano i capelli nei primi giorni delle proteste. “I giovani iraniani vogliono far sapere al mondo che non si tireranno indietro”, ha detto Daftari“Stanno combattendo per ogni libertà”.

   Le proteste si sono ora estese a oltre 140 paesi e città e durano da settimane. Le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso almeno 326 manifestanti, secondo l’ONG norvegese per i diritti umani dell’Iran. (Ilaria Arpino, 18/11/2022, da https://www.radiozeta.it/) 

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IRAN, mappa delle maggiori CITTÀ e DENSITÀ della POPOLAZIONE nel Paese (mappa da https://it.wikipedia.org.wiki/) — “(…) Da Shiraz a Naziabad, da Tehran, a Isfahan a Mashhad e Kerman, dal Kurdistan iraniano con Sanandaj e Mahabad, dalla regione dell’Azerbaigian occidentale al Sīstān-Balūcistān, negozianti si sono rifiutati di aprire i loro esercizi commerciali e sono scesi in strada. È lo sciopero nazionale più vasto nell’era della Repubblica islamica. (…)” (Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/)

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COSA STA SUCCEDENDO IN IRAN A PIÙ DI DUE MESI DALL’INIZIO DELLE PROTESTE

di Davide Maria de Luca, 18/11/2022, da https://www.editorialedomani.it/

– Giovedì (17 novembre 2022) è stata bruciata la casa-museo del fondatore della Repubblica islamica Khomeini. La rivolta in corso sembra ogni giorno diventare più simile a una vera e propria rivoluzione: ecco a che punto siamo e quali sono le prospettive –

   I manifestanti che da più di due mesi protestano contro il regime iraniano hanno bruciato la casa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica. Le agenzia di stampa Reuters e Afp hanno geolocalizzato e confermato le immagini che da giovedì sera circolano sui social network e che mostrano l’edificio, trasformato in un museo, in fiamme alle spalle di decine di persone in festa.

   Si tratta di uno dei gesti più simbolici della rivolta iniziata il 16 settembre che sempre più analisti definiscono una vera e propria rivoluzione. Dopo le prime proteste iniziate dopo l’uccisione della 22enne Mahsa Amini mentre si trovava in custodia della polizia morale, le proteste si sono estese a tutto il paese.

   Centinaia di manifestanti e decine di agenti di sicurezza sono stati uccisi. Almeno 15mila persone sono state arrestate, sostiene il governo, anche se il numero reale potrebbe essere molto più alto. Ma la repressione del regime fino ad ora non è riuscita a stroncare le proteste.

LE RAGIONI DELLA PROTESTA

Amini, la cui uccisione ha dato inizio alle proteste, era stata arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab. In Iran le donne sono obbligate per legge a indossarlo, ma dopo un periodo di flessibilità durante i precedenti governo riformisti, il nuovo presidente ultra-conservatore EBRAHIM RAISI ne ha reso più stringente l’applicazione.

   Le prime manifestazioni sono state portate avanti soprattutto da donne per protestare contro le pesanti discriminazioni di cui sono oggetto in Iran. Molte erano studentesse, anche minorenni. In migliaia si sono tolte l’hijab durante le manifestazioni, mentre in scuole e università gli studenti hanno abbattuto le barriere che separano i maschi dalle femmine.

   Dopo i primi giorni, le richieste sono rapidamente passate dalla fine dell’obbligo di hijab e dello strapotere della polizia morale, alla richieste di un cambio di governo, al grido di “morte al regime”.

   L’aumento dei prezzi, la difficile situazione economica del paese, la corruzione hanno tutti contribuito a un’ondata di proteste che ha superato quelle del 2009 e del 2019-2020, secondo la maggioranza degli analisti. Nemmeno le aree rurali e quelle più vicine al regime, come le città sante di MASHHAD e QOM, sono state immuni alle proteste.

   Proteste di solidarietà condotte da emigrati iraniani e simpatizzanti sono state organizzate in Europa, Stati Uniti, Canada, India e molti altri paesi.

LA REAZIONE

Il governo guidato da Raisi non ha fatto alcuna concessione ai manifestanti e ha messo in atto una dura repressione, portata avanti soprattutto dai Basij, la polizia ausiliaria volontaria che spesso opera in borghese.    La guida suprema ALI KHAMENEI ha definito le manifestazioni della «rivolte organizzate dall’estero» e una forma di «guerra ibrida» condotta contro il paese.

   In alcune città del paese sono state organizzate manifestazioni pro regime, che il governo ha definito «spontanee».

   Una rappresaglia particolarmente dura è stata indirizzata contro la MINORANZA CURDA che vive nella parte occidentale del paese. Alla fine di settembre e nelle prime settimane di ottobre, l’esercito iraniano ha colpito diverse basi di gruppi di opposizione curdi che si trovano al di là del confine iracheno, uccidendo almeno 14 persone tra cui una cittadina americana e il suo neonato.

   Il parlamento iraniano, guidato da una netta maggioranza conservatrice dopo le elezioni del 2020 in cui alla maggioranza dei candidati riformisti è stato impedito di partecipare, ha votato una mozione in cui chiede di applicare la pena di morte a tutti i manifestanti arrestati, ufficialmente 15mila persone. La mozione non è vincolante e per il momento una sola persona coinvolta nelle manifestazioni è stata condannata a morte, ma gli attivisti per i diritti umani temono che questo numero possa presto aumentare

LE PROSPETTIVE

Quelle in corso sono le più importanti proteste nel paese dalla rivoluzione del 1979, che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. Non sembrano limitate alle grandi città e alla classe media, ma hanno coinvolto almeno una parte della popolazione rurale. Anche le richieste dei manifestanti sono senza precedenti, con un numero elevato di dimostranti che chiede la fine dell’attuale regime controllato dal clero.

   Il movimento al momento non ha una leadership, il che rende difficile per il regime colpire il centro nevralgico della protesta, ma difficilmente le attuali proteste potranno trasformarsi in una vera rivoluzione senza figure di riferimento. 

   Il regime, inoltre, per il momento rimane compatto. Non ci sono state defezioni né aperture ai manifestanti. Nonostante la violenta repressione, le autorità non hanno ancora messo in campo tutta la loro forza, come hanno fatto durante le proteste del 2019, quando sono stati uccisi circa 1.500 manifestanti in pochi giorni. (Davide Maria de Luca, 18/11/2022, da https://www.editorialedomani.it/)

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TEHERAN, manifestazione contro il regime (foto da https://www.osservatoreromano.va/) — “(…) I manifestanti non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica islamica stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita, ma chiedono alla comunità internazionale, semplicemente, di non sostenere più un regime criminale che li opprime. (…)” (Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/)

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MAPPA delle REGIONI, e maggiori città dell’IRAN (da https://it.wikivoyage.org.wiki/)

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“AZADI! AZADI!”, LA DANZA DELLA LIBERTÀ IN IRAN PUÒ SCONVOLGERE IL MEDIO ORIENTE

di Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/

– Il coraggio dei giovani sta annichilendo un regime che da due mesi reprime e massacra, e ora condanna a morte i manifestanti. Ma la rivolta si allarga, scioperano i commercianti e gli operai delle fabbriche. Un successo della protesta potrebbe cambiare il volto dell’Iran e a cascata dell’intera regione –

   Si canta e si balla in tutti i luoghi pubblici dell’Iran. Si canta nelle metropolitane, sugli autobus, per le strade, nelle piazze. Donne e uomini cantano e ballano insieme anche se è vietato e se si rischia la fustigazione e il carcere, anche se i pasdaran e le forze basij sparano contro di loro nelle metropolitane e sugli autobus.

   “Azadi, Azadi” (Libertà, Libertà), ripetono i giovani a squarciagola. “La liberazione dell’Iran è vicina”, gridano e, come in un sogno che all’alba non muore, saltellano sventolando un pezzo di stoffa e intonando canti di liberazione. Nelle piazze di Tehran, uomini e donne si tengono per mano e fanno il girotondo: è la “Rivoluzione dell’Amore”, ma in Occidente sono solo in pochi ad accorgersene.

   I giovani iraniani sono consapevoli che “la vita può essere vissuta in modo diverso” e non vedono altra speranza se non quella del salvifico abbattimento di questo regime orrifico. Con eroico coraggio affrontano le feroci milizie del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche che sparano a vista sui manifestanti a braccia aperte che gridano: “Non abbiamo paura dei tuoi proiettili, uccidici pure, ma non potrai uccidere la nostra voglia di libertà”. Insomma, la nuova generazione iraniana è molto determinata a liberarsi della teocrazia, come se il proprio paese fosse stato occupato da mostri, da esseri alieni venuti dallo spazio che li ha ghermiti e ridotti alla segregazione.

   La video blogger di 16 anni, SARINA İSMAILZADE, uccisa il 23 settembre a manganellate in testa dalle forze basij durante una protesta a GOHARDASHT, nella provincia di Alborz, aveva riassunto questo atteggiamento in un suo video-clip sul suo canale YouTube, poche ore prima della sua morte: “Non siamo come la generazione di 20 anni fa che non sapeva cosa fosse la vita al di fuori dell’Iran. Ci chiediamo perché non possiamo divertirci come le adolescenti di New York o Los Angeles”. Sarina in un altro suo video cantava la canzone del musicista irlandese Hozier, “Take Me to Church”, che per le donne, in questa Rivoluzione, è diventato un inno alla libertà e all’amore per i quali si può morire.

   Questi giovani combattono per le strade del loro paese, pacificamente, a mani nude, contro un regime armato fino ai denti, pronti a rischiare tutto. I loro slogan più frequenti sono: “Via i mullah!”, “Mullah, andate al diavolo!”, “Vogliamo essere lasciati in pace”, “Via la Repubblica islamica dall’Iran”.

   I manifestanti non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica islamica stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita, ma chiedono alla comunità internazionale, semplicemente, di non sostenere più un regime criminale che li opprime.

   Le coraggiose ragazze dell’hijab sono ora diventate l’incubo di Ali Khamenei. A Tehran, nel sessantesimo giorno dall’assassinio di Mahsa Amini, un folto gruppo di manifestanti si è incamminato lungo Via della Repubblica islamica, diretto verso la casa della guida suprema al grido di “Morte al dittatore”.

   In questo paese chiave sta accadendo QUALCOSA DI STRAORDINARIA PORTATA STORICA: se la Repubblica islamica dovesse cadere, quella iraniana diventerebbe la prima Rivoluzione riuscita nella storia del Medio Oriente dal 1979 e rappresenterebbe quello che per l’Europa ha rappresentato la Rivoluzione francese; il suo successo cambierebbe il volto dell’intera regione e non solo. NULLA SAREBBE PIÙ COME PRIMA in IRAQ, in SIRIA, in LIBANO e anche nel più oscurantista AFGHANISTAN. Si spalancherebbero le porte della speranza per la risoluzione della questione israelo-palestinese. E anche Putin perderebbe un prezioso alleato in Siria e Ucraina.

   In quest’ultima settimana le manifestazioni sono entrate in una fase decisiva anche perché ai giovani si sono uniti i commercianti dei bazar notoriamente conservatori e sostenitori del regime islamico che furono decisivi nella rivoluzione khomeinista. Si registrano scioperi anche nel settore petrolchimico che se proseguiranno paralizzeranno la macchina economica del sistema. Manifestazioni e marce si registrano in ogni regione del paese. L’età della maggior parte dei manifestanti è al di sotto dei trent’anni e tra questi, un gran numero di adolescenti. La fascia di età tra i trenta e i quarant’anni non si è ancora completamente mobilitata, ma se ciò dovesse accadere in una megalopoli come Tehran, ad esempio, avremmo in piazza milioni di persone e il regime sarebbe destinato al definitivo crollo.

   Da Shiraz a Naziabad, da Tehran, a Isfahan a Mashhad e Kerman, dal Kurdistan iraniano con Sanandaj e Mahabad, dalla regione dell’Azerbaigian occidentale al Sīstān-Balūcistān, negozianti si sono rifiutati di aprire i loro esercizi commerciali e sono scesi in strada. È lo sciopero nazionale più vasto nell’era della Repubblica islamica. Ora è come se le l’Iran fosse fuori dal controllo del regime e le donne e gli uomini fossero padroni delle strade e delle piazze dove far sentire il grido di libertà.

   Il sessantesimo giorno di rivoluzione è diventato un mercoledì di sangue per ĪZEH, nella provincia del Khūzestān, a sudovest dell’Iran. La città si è coperta di sangue: oltre 850 feriti e numerosi morti. Medici e infermieri sono mobilitati a tempo pieno per soccorrere e curare i feriti. A Īzeh il regime islamico sembra aver portato l’inferno sulla terra. Burhan Kerami è una delle decine di vittime di mercoledì nella città di Kamiyaran, freddato per strada durante l’insurrezione popolare, colpito al volto dal fuoco diretto delle milizie di Khamenei. Kian Pirfalak, era un bambino di 10 anni, colpito nell’inferno di Īzeh dal fuoco delle fucilate del Corpo delle guardie rivoluzionarie.

   Sembra prossima la completa liberazione anche della città di Kamiyaran, nella regione del Kurdistan iraniano dopo quella di Bukan con i mullah in fuga, nell’Azerbaigian occidentale. Kamiyaran potrebbe essere la seconda città iraniana ad essere liberata dai religiosi sciiti. Anche le ragazze e i ragazzi dell’Università di Medicina di Sanandaj, sempre nel Kurdistan iraniano, hanno esultato e cantato “Azadi, Azadi”. Vogliono vivere nell’unico Iran dove è possibile crescere e avere un futuro. Dove si può amare la vita.

   La rivoluzione, dicono, allontana la paura e allevia il dolore.

   Questo coraggio del popolo sta annichilendo un regime che da due mesi massacra i propri figli. Le autorità iraniane sono disperate e giocano la carta del terrorismo, sparano contro i manifestanti nelle strade e anche nelle metropolitane e sugli autobus. La tenacia dei giovani disarmati sorprende il Corpo delle guardie rivoluzione e le forze paramilitari basij che erano abituate a disperdere la folla a colpi d’arma da fuoco, ma questa volta si trovano davanti giovani a mani nude che li sfidano e non hanno paura e questo genera in loro stupore e sconcerto. Si trovano davanti a qualcosa di assolutamente nuovo e questo sta creando una crepa all’interno delle forze del regime.

   Sono diversi i casi che ci vengono segnalati di insubordinazioni, di fughe di membri del Corpo delle guardie rivoluzionarie e delle basij, tanto che il regime è costretto a reclutare forze straniere come le brigate Fatemiyoun afgane e le brigate irachene filoiraniane. Ma anche queste stanno incontrando molte difficoltà perché non conoscono l’Iran, non conoscono il territorio iraniano.

   Il regime si troverebbe a suo agio se avesse dinanzi una rivolta violenta, anziché giovani disarmati. Per questo la strategia delle autorità iraniane è quella di usare la forza più feroce per trascinare nelle proteste gruppi di opposizione e partiti curdi con le loro ale armate e scatenare la reazione violenta nella popolazione, compresa quella della vasta minoranza curda. Questa strategia mira a far perdere il vasto consenso e le simpatie che vi sono nel paese verso i giovani manifestanti e a dividere l’opinione pubblica movendo anche la leva del nazionalismo, accusando i curdi di voler creare un “Kurdistan iraniano indipendente”, un luogo comune, questo, che viene tirato fuori ogni volta che il regime si sente vulnerabile. Ma ciò non sta riuscendo perché anche i partiti curdi si astengono da ogni violenza.

   Nelle manifestazioni e nelle rivolte precedenti, come quelle del 2009, il regime agitava il pericolo del separatismo, del ritorno della monarchia, della minaccia dei mujaidin. La Repubblica islamica riusciva a spaventare in questo modo la popolazione e a mandare tutti a casa. Questa volta i giovani non ascoltano più quei messaggi, non hanno più alcuna paura, sono tutti votati al cambiamento e disposti ad affrontare anche le incertezze del futuro.

   La popolazione ha capito che deve rimanere per le strade e non commettere l’errore storico del 1979 quando lasciarono le piazze ai sostenitori di Khomeini che allora erano una minoranza, ma ben organizzata e purtroppo sostenuta con cecità dall’esterno.

   Il regime sta già cercando di far mediare ai riformisti come l’ex presidente Mohammad Khatami, al quale, per la prima volta dopo 10 anni, hanno concesso di rilasciare un’intervista. Gli hanno dato visibilità nel tentativo di calmare un po’ le acque tempestose della rivolta. Il regime pensa di lasciare piccoli spazi di libertà per sedare le rivolte e si nota già un allentamento dei controlli sul velo, ma i manifestanti vogliono aprire una pagina nuova. Vogliono una Repubblica laica, democratica fondata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani fondamentali. (MARIANO GIUSTINO)

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KURDISTAN: in rosso la presenza di popolazioni CURDE in IRAN, IRAQ, SIRIA e TURCHIA (mappa da WIKIPEDIA) — IRAN, RAID SU GRUPPI DI OPPOSIZIONE CURDI NEL KURDISTAN IRACHENO. (21/11/2022, da https://www.repubblica.it/esteri) Un nuovo bombardamento iraniano contro gruppi d’opposizione curdi nel Kurdistan iracheno, a meno di una settimana dagli ultimi attacchi, dopo il primo di fine settembre. “I Guardiani della Rivoluzione hanno nuovamente bombardato i partiti curdo-iraniani”, hanno fatto sapere funzionari locali. Conferme sono arrivate dal Partito democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki) e dal gruppo nazionalista curdo-iraniano Komala. L’attacco segue quello di sabato notte per mano della Turchia, che ha inviato aerei da guerra per colpire le regioni settentrionali della Siria e dell’Iraq, come confermato domenica dal ministero della Difesa turco: nel mirino, i gruppi curdi che Ankara ritiene responsabili dell’attentato dinamitardo della scorsa settimana a Istanbul. I morti sarebbero 35 stando all’agenzia Afp.

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GIORNI DI LUTTO E DI RABBIA PER L’IRAN CHE VUOLE LA RIVOLUZIONE

di Luciana Borsatti, da https://www.huffingtonpost.it/, 19/11/2022

– Manifestazioni nel mondo in ricordo del “Silent massacre” del novembre 2019, mentre dilaga la protesta e la repressione in Iran. Con diversi INTERROGATIVI: IL MOVIMENTO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME, quello che ancora non è chiaro è come e CON QUALI ALLEANZE LO POSSA FARE –

   Mentre sui social circolano i video delle fiamme nella casa-museo dell’Imam Khomeini, luogo più che mai simbolico per la Repubblica Islamica, anche a Roma si tiene una manifestazione, in una nuova giornata globale a sostegno delle proteste in Iran in ricordo del “Silent massacre” di manifestanti del novembre 2019.  A promuoverla ancora una volta, dal Canada, Hamed Esmailion e il suo comitato che chiede giustizia per le vittime dell’aereo civile abbattuto dalla contraerea iraniana l’8 gennaio 2020 a Teheran.

   Secondo Amnesty International le forze di sicurezza uccisero allora 327 persone. Secondo Reuters i morti furono invece circa 1500 in meno di due settimane. Le fonti dell’agenzia britannica, tutte anonime, erano tre funzionari del ministero dell’Interno iraniano, mentre altre tre fonti vicine ad Ali Khamenei riferirono che l’ordine di porre fine alle proteste, a qualunque costo, partì dalla stessa Guida. A quella cifra si richiamano gli account “1500tasvir” (immagini in persiano) che, su Twitter e Instagram, danno un quotidiano resoconto delle proteste ormai entrate nel terzo mese, documentandole con diversi video che riescono a superare i blocchi di internet e filtrare all’estero.

   Anche le attuali proteste hanno avuto finora un pesante tributo di vittime tra i manifestanti: secondo l’Ong basata a Oslo Iran Human Rights, dal 17 settembre (giorno successivo alla notizia della morte della giovane curda Masha Amini) le forze dell’ordine hanno ucciso 342 persone, tra cui 43 minori e 26 donne.

   L’ambasciata iraniana a Roma, da parte sua, ha reso noto che i morti tra i manifestanti sono stati meno di 40, tutti colpiti non da armi in dotazione alle forze di sicurezza – che userebbero proiettili non letali – ma da “agenti stranieri infiltrati tra i manifestanti”. Inoltre “circa 45 membri delle forze armate e di polizia hanno sacrificato la vita in queste rivolte orchestrate da sabotatori”, precisa un comunicato, in linea con la narrativa ufficiale che attribuisce le proteste all’azione di potenze esterne volta a indebolire la Repubblica Islamica.

Perché anche la precisione sui numeri conta 

Qualcuno si chiederà forse il perché di tutta questa contabilità, di fronte alla gravità della perdita anche di una sola persona a causa della repressione: come quel bambino di nove anni, KIAN PIRFALAK , piccolo ma ingegnoso inventore ucciso da uomini armati nella città occidentale di Izeh. È stato colpito mentre era in macchina con il padre mercoledì scorso, giorno fra i più sanguinosi che, scrive il Guardian, potrebbe aver dato il segnale dell’inizio di una vera “insurrezione armata”, secondo le agenzie ufficiali, oppure di un’escalation della repressione. 

   Ma anche la correttezza nel maneggiare i numeri conta. Lo dimostra l’imbarazzante incidente in cui è caduto nei giorni scorsi il primo ministro canadese Justin Trudeau, che ha twittato, e poi rimosso dal web, la notizia – virale sui social – che l’Iran aveva condannato a morte ben 15 mila manifestanti (qui un fact-checking sul caso). Quindicimila è il numero degli arrestati diffuso da fonti basate all’estero, contro le cinque condanne a morte effettivamente emesse finora e in attesa di appello. Intrecciandosi con altre notizie inesatte sulla richiesta espressa alla magistratura da un gruppo di parlamentari, sostenitori del pugno duro contro chi fosse imputabile di “guerra contro Dio”, la falsa notizia potrebbe essere controproducente per chi sostiene le proteste: potrebbe infatti indurre l’opinione pubblica a ridimensionare l’importanza di altre condanne che in futuro saranno emesse per il solo esercizio del diritto di manifestare. Ma la scivolata di Trudeau dovrebbe anche indurre a riflettere su quanto l’informazione sulle proteste in Iran sia, fin dall’inizio, altamente drogata.

Il novembre 2019 segnò anche la morte della speranza

Quel mese terribile di Aban segnò anche, per molti iraniani, la morte di ogni residua speranza che il sistema fosse ancora riformabile senza traumi, e che potesse riaprirsi quella strada di apertura di Teheran verso l’Occidente che altri manifestanti, nell’agosto 2015, avevano salutato con ottimismo, festeggiando lo storico accordo sul nucleare che Trump avrebbe unilateralmente tradito nel 2018. Da allora ogni male dell’Iran, a partire dalle difficoltà dell’economia, è stato imputato da chi protestava alla dirigenza della Repubblica Islamica, sempre più sorda e arroccata nella sua deriva conservatrice e repressiva. Perché, se è vero che l’establishment è ancora una volta diviso tra falchi e colombe su come rispondere alle proteste, nulla è finora giunto dalle autorità ufficiali se non la solita tesi del complotto esterno, confermando così quanto sia ormai lontana la dirigenza della Repubblica Islamica da molta parte del suo popolo e delle sue giovani generazioni.

Ma oltre due mesi di proteste sono già “una rivoluzione”?

“Il movimento è non violento e non intende cadere nella trappola del secessionismo” – ha detto in un recente incontro pubblico un’esponente della comunità iraniana a Roma, con riferimento all’ipotesi che le proteste siano alimentate dal malcontento di minoranze etnico-religiose – né in quella della “guerra civile” in cui “il regime sta cercando di trasformare le proteste”.  QUANTO ALLA MANCANZA DI LEADER RICONOSCIUTI, ha aggiunto, “questa non è più l’epoca dei leader, e le nuove classi dirigenti si sono formate in questi decenni nelle carceri e lavorando nella società civile. Certo, ci saranno molte tragedie, ma stavolta gli iraniani non vogliono tornare indietro”.

   Ormai infatti i manifestanti lo hanno detto in tutti i modi: per loro la libertà e i diritti possono venire solo dalla FINE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA. Quello che continua a non essere chiaro è COME E CON QUALI ALLEANZE, interne se non internazionali, lo vogliano e possano fare. E infatti sono ancora gli interrogativi a dominare.  

   FORSE VI È GIÀ QUELLA SALDATURA TRA DIVERSE COMPONENTI DELLA SOCIETÀ IRANIANA che qualcuno ritiene necessaria per una vera rivoluzione, e che altri vorrebbero vedere già in atto in alcuni occasionali scioperi di categorie di lavoratori e in quelle saracinesche abbassate nei bazar, in questi giorni di commemorazione dei lutti del 2019?  

   È forse pronta, la maggioranza degli iraniani che ancora resta a guardare, a vedere altro sangue dopo averne già visto scorrere fiumi, prima con la rivoluzione e poi nel lungo conflitto con l’Iraq?

   Basta forse una barricata nelle strade a fare la primavera di una rivoluzione, soprattutto alla luce della triste fine delle cosiddette “primavere arabe” del 2011?

   Sono forse i sistemi di potere caduti sotto l’ondata delle rivolte arabe (per poi magari rinascere dalle proprie ceneri, come nell’Egitto di Al Sisi) minimamente paragonabili alla Repubblica Islamica?

   Cioè a quell’Iran dove l’ormai anziana componente clericale e teocratica delle origini è ora affiancata dagli enormi poteri militari, politici e soprattutto economici della seconda e tecnocratica generazione delle Guardie della rivoluzione, cui interessi sono indissolubilmente legati proprio allo stesso sistema?

   E le cui ricchezze sono aumentate in questi anni proprio grazie alle sanzioni e all’isolamento internazionale, finendo magari per essere trasferite all’estero insieme ai loro rampolli, che ora godono in Occidente delle stesse libertà rivendicate dai loro coetanei al costo della vita? 

(Luciana Borsatti, da https://www.huffingtonpost.it/)

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RITORNO IN IRAN” di Fariborz Kamkari, ed. “La Nave di Teseo”, 2022, 20 euro – Ritorno in Iran è un libro utile e non semplice. Il racconto è molto ben scritto e fornisce grande quantità di informazioni storiche, sociali e politiche del contesto iraniano

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MONDIALI IN QATAR, I CALCIATORI DELLA NAZIONALE DELL’IRAN NON CANTANO L’INNO IN SEGNO DI PROTESTA

di Asia Buconi, 21 Novembre 2022, da https://www.nextquotidiano.it/

   All’esordio mondiale contro l’Inghilterra, i calciatori della nazionale iraniana hanno boicottato l’inno della Repubblica islamica, rimanendo in silenzio mentre risuonava al Khalifa International Stadium. Un silenzio che vale più di mille parole, un chiaro gesto di protesta nei confronti del regime di Khomeini, già messo in atto dalla squadra iraniana di pallavolo e di beach soccer. Dalla tribuna, accanto a chi sventolava striscioni in favore della libertà delle donne iraniane, parte dei tifosi provenienti da Teheran ha accolto il gesto dei giocatori con fischi, insulti e gestacci (come il dito medio e il pollice verso).

   La protesta messa in atto oggi dai calciatori era già stata annunciata nei giorni scorsi dal difensore e capitano della Nazionale Ehsan Hajsafi, 32 anni, che in conferenza stampa aveva espresso le condoglianze alle famiglie di chi ha perso la vita durante le manifestazioni in Iran (almeno 378 persone secondo Iran Human Rights) e aveva aggiunto: “La situazione nel Paese non è buona, la nostra gente non è contenta. Spero che la situazione cambi. Noi siamo qui, ma questo non vuol dire che non dobbiamo essere la loro voce. Io spero che le condizioni cambino secondo le aspettative del popolo”.

   Accanto a Hajsafi si era schierato pure Sardar Azmoun, calciatore iraniano del Bayer Leverkusen, che in un post su Instagram aveva affermato che essere cacciato dalla Nazionale “sarebbe un piccolo prezzo da pagare rispetto anche a un solo capello delle donne iraniane”.

   Una protesta, questa dei calciatori iraniani, che era stata accolta positivamente anche dal commissario tecnico della Nazionale, il portoghese Carlos Queiroz, il quale aveva assicurato che “i giocatori sono liberi di protestare come farebbero se provenissero da qualsiasi altro Paese purché in modo conforme ai regolamenti della Coppa del Mondo e nello spirito del gioco”.

   Ma era stata immediata la chiusura del ministro della Giustizia di Teheran, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, che aveva minacciato di punire “quanti sono diventati famosi grazie al sostegno del sistema e si sono uniti al nemico in tempi difficili invece di schierarsi con il popolo”. (ASIA BUCONI)

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IRAN, REPRESSIONE SEMPRE PIÙ SANGUINOSA

di Giampaolo Cerri, 21/11/2022, da https://www.vita.it/it/

– Immagini di morte dalle strade della città curda di JAVANRUD, dove la polizia ha aperto il fuoco sui dimostranti. Intanto la rivolta acquista consensi: famose attrici si filmano senza velo per strada, facendosi arrestare, e la nazionale persiana si rifiuta di cantare l’inno nella partita mondiale contro l’Inghilterra in Qatar. E la rabbia cresce: a TEHERAN spuntano minacciosi striscioni contro Khamenei –

   Sempre più sanguinosa la repressione delle incessanti proteste della popolazione iraniana da parte del regime di Teheran. Proteste, animante soprattutto dei giovani, che ogni sera scendono in piazza dal giorno della morte di MASHA AMINI, la ragazza arrestata il 13 settembre scorso, e percossa dalla polizia religiosa perché non indossava correttamente il velo.

   Il profilo Twitter dell’attivista esule, Masih Alinejad, ha rilanciato le immagini che vengono da un’importante città a maggioranza curda: JAVANRUD, 43mila abitanti, nel Nord ovest del Paese. Qui le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla che protestava. Stavolta non coi proiettili di gomma, come accaduto spesso nella capitale, ma col piombo. Le immagini mostrano feriti che vengono trascinati fuori dalla linea del fuoco e alcuni corpi rimasti immobili sul selciato.

   Altre immagini, rilanciate dal corrispondente dalla Turchia di Radio RadicaleMARIANO GIUSTINO, mostrano altri corpi per strada nella stessa città e altri feriti che vengono soccorsi.

   Nel frattempo cresce la rabbia del Paese verso il regime: scendendo in campo, in Qatar, per la prima partita dei Mondiali, la nazionale iraniana non ha cantato l’inno nazionale mentre, ieri, la nota attrice HENGAMEH GHAZIANI si è mostrata in un video a capo scoperto, dichiarando la sua solidarietà ai dimostrati e venendo arrestata poche ore dopo, insieme alla collega KATAYOUN RIAHI.

   Ma a dare l’idea di come la pazienza degli iraniani sia ormai giunta al limite, è lo striscione apparso su un ponte della capitale e la cui foto è stata postata, dagli Stati Uniti, sempre dalla Alinejad su Twitter: vi si riconosce l’ayatollah Ali Khamenei, autorità suprema sciita, già presidente iraniano dal 1981 al 1989, con la barba insanguinata. E sotto allo striscione un fantoccio impiccato, che pare essere una minaccia per quanti stanno guidando la sanguinosa repressione. Il commento dell’attivista esule è sibillino: «Più il regime imprigiona, impicca e uccide, più il popolo è determinato a terminare la repubblica islamica. Il mondo deve essere preparato a vedere un Iran laico e democratico». (GIAMPAOLO CERRI)

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Il parlamento di Teheran ha chiesto la pena capitale per i manifestanti

COSA STA SUCCEDENDO IN IRAN: LE PROTESTE TRA MANGANELLI E FORCA

di Elisabetta Zamparutti, 18/11/2022, da https://www.ilriformista.it/ 

   Il fiume umano che si riversa nelle strade della Repubblica Islamica ci attrae e ci trascina verso l’idea di un possibile Iran libero. Emana una forza tale per cui oggi nessuno può dirsi indifferente rispetto a questo popolo, oppresso da oltre quarant’anni da un regime teocratico e misogino. Un popolo che sembra ormai un flusso d’acqua in cerca del punto di congiunzione con il mare cristallino della libertà. Sappiamo che i regimi si fondano sulla violenza e che usano come un manganello le punizioni a loro disposizione per sedare il dissenso, finanche il malcontento. Se poi il loro ordinamento prevede la pena di morte, picchiano anche con questa.

   In Iran però si va oltre, perché si arriva a picchiare con la pena di morte, chi morto lo è già. È accaduto a Zahedan, capitale della provincia del Sistan-Baluchistan, dove risiede l’etnia baluci di religione sunnita, duramente perseguitata dagli sciiti al potere del governo centrale. Lo scorso 30 settembre le forze paramilitari del regime teocratico hanno aperto il fuoco contro fedeli e manifestanti baluci in una moschea a Zahedan, trucidando 96 persone e ferendone 350.

   A questo orrore se ne è aggiunto un altro quando lo scorso 6 novembre Nematollah Barahouyi è stato appeso al cappio nel carcere di Zahedan, insieme ad Amanollah Alizehi. I due uomini erano entrambi di etnia baluci ed erano stati condannati a morte da una Corte Rivoluzionaria per reati legati alla droga. Solo che, secondo la testata Hal Vash, Nematollah è stato impiccato morto. Le guardie lo avevo ucciso a botte perché poneva resistenza mentre lo trascinavano verso il patibolo. Lo hanno appeso privo di vita per attribuire al cappio la responsabilità del decesso e così evitare di incorrere in problemi legali.

   Sono due esecuzioni di cui non vi è traccia nei mezzi di informazione ufficiali, come peraltro accade per molte delle esecuzioni compiute in Iran arrivate a ben 534 quest’anno secondo il meticoloso monitoraggio quotidiano di Nessuno tocchi Caino

   In effetti, rispetto a certi accadimenti è meglio tacere o nascondere la verità. I regimi vivono di silenzi come di menzogne. Oltre che di repressione e di botte. Devono far stare male per sopravvivere. Mors tua vita mea, o con me o contro di me. Questo è il pensiero diabolico che attraversa le menti al vertice di qualsivoglia regime. Un pensiero così involuto che nel vortice del male che crea cola a picco verso gli abissi più oscuri.

   Si è infatti arrivati lo scorso 7 novembre al punto che la grande maggioranza dei membri del parlamento iraniano ha chiesto alla magistratura che venga applicata la pena di morte ai manifestanti arrestati durante le proteste. È avvenuto con un appello, firmato da 227 deputati su 290 in totale, che chiede la pena capitale per i dimostranti definiti come “nemici di Dio” in modo che “serva da lezione”.

   Secondo Iran Human Rights sono 15.000 i manifestanti arrestati da quando, due mesi fa, è cominciata la protesta innescata dalla morte di Mahsa Amini. A distanza di pochi giorni, il 14 novembre, è arrivata la prima condanna a morte di uno dei manifestanti di cui non è noto il nome. A pronunciare il verdetto di morte è stata una Corte Rivoluzionaria.

   Almeno altre cinque condanne a morte di manifestanti sono seguite a questa, mentre almeno altri 20 stanno già affrontando processi punibili con la morte secondo quanto riportano notizie ufficiali. Ma se migliaia e migliaia di manifestanti arrestati restano in attesa del processo, della condanna e dell’esecuzione, intanto si va avanti con le esecuzioni sommarie per mano delle forze dell’ordine. Sono almeno 342 quelli uccisi (550 secondo il Consiglio della resistenza iraniana), compresi 43 bambini e 26 donne.

   È notizia di questi giorni che la Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali, di nuovo al voto della Assemblea Generale dell’ONU, è stata approvata in un primo passaggio, quello del Terzo Comitato, ed è in attesa di passare al vaglio della plenaria. I voti a favore sono stati 126 (erano stati 120 nel 2020), 37 i contrari e 24 gli astenuti. In plenaria andrà ancora meglio a riprova che la moratoria, dono di Nessuno tocchi Caino e oggi patrimonio curato meritevolmente da molti, continua a orientare l’umanità verso una giustizia capace di deporre la spada.

   Tra i voti a favore della risoluzione anche quelli di Paesi islamici a riprova del fatto che il problema non è il Corano, perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria legge fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi cambiamento democratico.

  Che l’Iran rientri tra questi regimi è noto da tempo. Che la politica di accondiscendenza dei Paesi cosiddetti democratici abbia contribuito a farlo durare nel tempo sicuramente meno. Per cambiare dunque le cose in Iran occorre innanzitutto cambiare noi stessi: passare da una politica dell’accondiscendenza a quella di un dialogo fondato sul rispetto dei diritti umani fondamentali. (ELISABETTA ZAMPARUTTI) 

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“SIATE LA NOSTRA VOCE”: L’APPELLO DEGLI STUDENTI IRANIANI A PADOVA

di Barbara Paknazar, 11/10/2022, da https://ilbolive.unipd.it/

   “Certo che abbiamo paura. Siamo consapevoli dei rischi che corriamo ma sappiamo anche che se riusciremo a cambiare le cose potremo vivere una vita diversa, senza costrizioni che limitano ogni aspetto della nostra quotidianità. Ecco perché siamo soprattutto noi giovani il motore di queste proteste: sappiamo che abbiamo più da guadagnare che da perdere”.

   A parlare così è una studentessa iraniana che si trova a Padova per il suo percorso universitario. La incontro insieme a un gruppo di altre studentesse e studenti che dall’Iran si sono trasferiti per un periodo di formazione all’università di Padova. Alcuni sono dottorandi, altri stanno conseguendo la laurea magistrale e spaziano tra discipline umanistiche e scientifiche.

   Seguono quello che sta accadendo in Iran attraverso le notizie che filtrano attraverso il web e i social media. Il blocco della rete internet mobile e di piattaforme come Instagram e WhatsApp, disposto dal regime per nascondere le violenze commesse dalla polizia morale sui manifestanti, rende più difficoltoso il flusso di informazioni ma non sta impedendo la circolazione dei video delle proteste e della repressione del governo. 

   Uno degli studenti mi mostra delle foto e dei video di una ragazza sanguinante, stesa su una barella: è una sua amica che è stata duramente percossa dalle forze di sicurezza iraniane durante le manifestazioni e ha profonde ferite in diverse parti del corpo. Un’altra immagine ritrae una ragazza con un ematoma esteso su quasi tutta la coscia destra. Senza poi dimenticare i manifestanti che pur bisognosi di cure mediche non vanno in ospedale per timore di essere successivamente condotti in carcere. 

   Immagini come queste, a cui va aggiunto un conto di almeno 185 vittime e migliaia di arresti arbitrari, testimoniano in modo crudo la ferocia della repressione messa in atto dal regime per bloccare l’ondata di proteste innescata dalla morte di Mahsa Amini, la ragazza di 22 anni di origini curde deceduta due giorni dopo essere stata arrestata, mentre si trovava in vacanza a Teheran con la famiglia, da alcuni agenti della polizia morale perché a loro avviso non indossava correttamente il velo.

   La sua morte – conseguenza di un violento pestaggio, nonostante il governo continui a tentare di ricondurlo a cause naturali – è diventata il simbolo dell’oppressione a cui sono costrette le donne che vivono nella Repubblica Islamica dell’Iran: c’è la questione del velo, introdotto al termine della rivoluzione khomeinista e reso obbligatorio a partire dal 1981, con un ulteriore inasprimento delle regole nei due anni successivi. 

   Ma il velo è solo la punta dell’iceberg, simbolo religioso e politico di un sistema che controlla in misura maggiore le donne, con i loro stessi corpi che sono diventati il ​​campo di battaglia politico più cruciale dell’Iran, ma che più in generale, condiziona in modo asfissiante anche gli uomini. “Vogliono controllare ogni aspetto della vita dei cittadini, dal momento della nascita a quello della morte”, spiegano gli studenti.

   L’ondata di proteste in Iran continua intanto a crescere e la mappa delle città in rivolta si estende e oltre alle piazze e alle università coinvolge adesso anche studentesse e studenti delle scuole superiori. A contestare il leader supremo Ali Khamenei, sono quindi anche gli adolescenti, un fatto inedito nei 44 anni di storia della Repubblica Islamica. Appartengono a una generazione diversa, più impermeabile alla propaganda statale e più coraggiosa nello sfidarla. 

   Ma questo non è il solo elemento che distingue le proteste in corso da quelle che, in diversi momenti, hanno caratterizzato il recente passato dell’Iran e proprio in questa specificità potrebbe risiedere il motore in grado di portare a un reale cambiamento.

   Stavolta, sottolineano gli studenti iraniani a Padova, la ragione delle manifestazioni non è politica (come fu, ad esempio, nel 2009-2010 quando la protesta era motivata dalla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad in una tornata elettorale caratterizzata dal forte sospetto di brogli elettorali a discapito del candidato moderato Mir-Hosein Musavi). Non è nemmeno una protesta determinata da fattori economici, come furono invece le manifestazioni del 2017 e del 2019 quando le dimostrazioni erano legate all’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e dei costi dei carburanti.

   Le radici adesso sono sociali e culturali. Espressione di una necessità di cambiamento che non può più aspettare e che, forse davvero per la prima volta, vede gli uomini abbracciare con convinzione le ragioni delle donne iraniane. (…) 

   L’analisi degli studenti iraniani di Padova è perfettamente coerente con quella proposta da Fatemeh Shams, poetessa e docente di letteratura persiana all’università della Pennsylvania, in un’intervista sul New Yorker. E’ un movimento di protesta che proviene dal basso, senza un leader politico di riferimento (nel corso del tempo le figure portatrici di istanze riformiste o “moderate” sono state per lo più arrestate o messe ai margini e, anche nei momenti in cui hanno ricoperto un maggiore potere non sono riuscite a portare a compimento un reale alleggerimento del regime teocratico). E una rivolta spontanea può essere più difficile da controllare perché il governo non può schiacciarla perseguitando un singolo leader. 

   Altri elementi di importante novità sono, come detto, il fatto che sebbene la protesta abbia una forte identità femminile (pensiamo allo slogan Woman, Life, Freedom), vi abbiano da subito aderito anche gli uomini. E poi il carattere trasversale delle manifestazioni che coinvolgono grandi città così come piccoli villaggi e travalicano etnie, fasce demografiche e classi sociali. Fino ai casi, certamente sporadici ma significativi, di alcuni membri delle forze antisommossa che hanno sfilato con i dimostranti.

   Ad essere invece monotoni e ripetitivi sono gli schemi con cui il regime tenta di delegittimare le proteste definendole, con le solite parole posticce, orchestrate da Stati Uniti e Israele. Consueta è anche la censura che passa attraverso il blocco di Internet e dei pochi social media che non erano già stati vietati in precedenza e attraverso la propaganda dei media allineati dove non di rado si assiste a confessioni estorte con minacce e violenze.

   Tra gli esempi recenti più eclatanti c’è quello di Sepideh Rashno, scrittrice e artista che era stata arrestata a luglio per non aver rispettato i codici di abbigliamento imposti dalla legge (inasprita a partire da questa estate dal nuovo decreto firmato dal presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi). A tutto questo si aggiungono i tentativi di negare che vi sia la mano delle forze di sicurezza iraniane dietro l’uccisione di alcune giovani manifestanti diventate presto, al pari di Masha Amini, potenti simboli del coraggio di chi pretende un cambiamento.

   Tra loro la sedicenne Nika Shakarami, il cui corpo senza vita è stato restituito alla sua famiglia il 1° ottobre, dieci giorni dopo la sua scomparsa, avvenuta mentre partecipava alle proteste sul Keshavarz Boulevard a Teheran. Le autorità dichiarano che sia caduta da un edificio e hanno impedito che la famiglia seppellisse la giovane nella sua città natale. Le ferite sul volto della giovane, che poco prima aveva scritto in un ultimo messaggio a un’amica di essere inseguita dalle forze di sicurezza, raccontano però tutt’altro. La stessa sorte è toccata a un’altra giovanissima: Sarina Esmaeilzadeh aveva 16 anni come Nika e anche nel suo caso le autorità iraniane insistono nel dire che sia caduta da un tetto. 

   Episodi che rafforzano le proteste e portano i manifestanti ad essere sempre più convinti della necessità di andare avanti. “Un governo che uccide deliberatamente i propri cittadini non ha ragione di esistere”, affermano gli studenti iraniani che hanno accettato di parlare con Il Bo Live. E, aggiungono, “è necessaria una maggiore attenzione a livello internazionale e una completa consapevolezza di quello che sta accadendo nel nostro Paese. In Iran c’è un elevatissimo grado di corruzione eppure il sistema continua a interessarsi ai capelli delle donne“. 

   “Siate la nostra voce”, chiede la rete degli studenti iraniani a Padova. E mentre dopo settimane di rivolta nelle strade e nelle piazze la repressione si fa sempre più dura, i manifestanti non intendono fare nessun passo indietro e hanno deciso di resistere anche a costo della loro stessa vita. L’università di Padova intanto  ha espresso ufficialmente solidarietà “alle studentesse di nazionalità iraniana iscritte presso gli atenei italiani e più in generale a tutte le donne iraniane e ai tanti giovani uomini iraniani che in questi giorni stanno coraggiosamente protestando” e dalle piazze di tutto il mondo è arrivato un forte segnale di sostegno e vicinanza.

   “E’ solo questione di tempo: se anche non dovesse succedere nulla adesso l’occasione si ripresenterà nel giro di pochi mesi”, dichiara una delle studentesse iraniane. Come osservano anche molti analisti appare evidente che il regime teocratico ha perso la gran parte della sua legittimazione popolare, e questo potrebbe portare a grossi sviluppi in futuro. (Barbara Paknazar, da https://ilbolive.unipd.it/ 

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IN IRAN “NULLA SARÀ PIÙ COME PRIMA”

da https://www.rsi.ch/news/, 18/11/2022

– Due mesi dopo la morte di Mahsa Amini, il punto sulla protesta di massa che continua ad attraversare il Paese. Quali realisticamente gli sbocchi? L’intervista ad un esperto –

   Sono trascorsi due mesi dalla scomparsa di Mahsa Amini, la studentessa uccisa a percosse dopo il suo arresto da parte della polizia morale iraniana, per non aver indossato appropriatamente il velo islamico. La morte della 22enne ha innescato in Iran un movimento di protesta senza precedenti, e in un clima ormai di aperta sfida al regime. Sui social continuano ad affluire immagini e video su moti di piazza, immagini della Guida suprema Ali Khamenei date pubblicamente alle fiamme, giovani dimostranti che strappano il turbante ai religiosi. E la protesta non si placa neppure dopo una violenta reazione delle autorità che, secondo quanto riferito da più fonti, è finora costata la vita a quasi 350 persone. Ma quali sbocchi possono realisticamente avere questi moti, in un Paese che continua a essere guidato col pugno di ferro?

Tre livelli di crisi

La Repubblica islamica, va precisato, non è certo nuova a dimostrazioni di protesta. Quelle attuali hanno però assunto un’estensione del tutto clamorosa e con caratteristiche che le differenziano sensibilmente da quelle degli anni passati. Ben le sottolinea Riccardo Redaelli, docente universitario alla Cattolica di Milano e direttore del Centro di ricerche sul sistema sud e il Mediterraneo allargato (CRiSSMA), che ha sede presso lo stesso ateneo.

   In Iran, ci spiega Redaelli, è ormai in atto una crisi che si sostanzia a più livelli. Sul piano politico essa “è data dal fatto che, in passato, il sistema di potere tollerava una certa opposizione o diversità” di linea, rappresentata da “riformisti, pragmatici e tecnocrati”. In precedenza, insomma, chi intendeva esprimere il proprio dissenso dall’ala più intransigente del regime poteva anche votare per un presidente della repubblica o per parlamentari con orientamenti più moderati. Ora, però, questo non è più possibile: con Khamenei il regime “ha marginalizzato completamente queste figure, eliminando ogni diversità di linea”, come del resto è emerso con evidenza dopo le ultime elezioni.

   L’irrigidimento del regime si innesta quindi su una devastante crisi economica: “le sanzioni, il fallimento dell’accordo sul nucleare e l’avventurismo in Medio Oriente”, con tutti i suoi costi insostenibili, stanno “impoverendo drammaticamente la classe media, che era una componente benestante” di rilievo nel Paese, rammenta Redaelli. Ma un preciso livello di crisi concerne la società iraniana: infatti il nuovo presidente Ebrahim Raisi, per compiacere la Guida suprema, “ha rafforzato nuovamente tutti i controlli sulla moralità quotidiana”, che spaziano dall’abbigliamento, fino all’ascolto della musica occidentale e al bando delle bevande alcoliche. Ne deriva così un clima di esasperazione: “Tutte queste cose, gli iraniani non le sopportano più”, rileva l’esperto, precisando che questa insofferenza è in particolar modo pronunciata fra i giovani e le donne.

Una generazione in rivolta

Proprio su questo terreno emerge un dato generazionale decisamente inedito rispetto al passato. In Iran l’insoddisfazione è fortissima, diffusa “ma sono soprattutto i giovani che vogliono divertirsi”, e ritrovarsi, a essere “esasperati da questa ossessione del regime”. Ciò che colpisce, sottolinea Redaelli, è che stavolta a protestare non sono solo quei giovani universitari, espressione della borghesia iraniana. “Stanno infatti manifestando con grande forza anche ragazzini delle scuole secondarie, che non appartengono all’élite economica del Paese”.

   Anche questo aspetto dà la misura di “quanto sia generalizzato lo scontento e la non sopportazione di queste regole sociali”. Scendono così nelle piazze anche giovanissimi “di 13, 14, 15 anni che non hanno le accortezze e le paure dei loro genitori. Essi, proprio perché il Paese versa in una grave crisi, “non vedono un futuro dinanzi a loro e sono quindi disposti a correre il rischio” di scontrarsi con la reazione del regime.

La minaccia dei Pasdaran

Si spiega così l’indubbio coraggio di cui danno prova questi giovani, di fronte ad un apparato di potere che continua a essere temuto per la sua brutalità e pervasività. Ma il regime, nonostante l’elevato numero di vittime causate finora dalla sua repressione, non ha certo fatto ricorso a tutto il suo potenziale di violenza. E in questo senso a stagliarsi è l’ombra minacciosa dei Pasdaran, le Guardie della rivoluzione islamica tanto temute per il loro fanatismo e per un potere ormai considerevole nella realtà iraniana. Finora sono, per così dire, rimasti a guardare. Benché non abbiano “mai fatto mistero di essere disposti a sparare sui propri cittadini che protestano”, non sono mai intervenuti direttamente contro i moti.

   La repressione, quindi, è stata finora attuata dalle varie forze di sicurezza e dai cosiddetti Basiji, che sono miliziani volontari con compiti di supporto alla polizia e agli stessi Pasdaran, ai quali del resto sono subordinati. Ma cosa potrebbe succedere, se gli eventi dovessero assumere una piega tale da indurre le stesse Guardie della rivoluzione islamica a entrare in azione? “I Pasdaran”, ricorda l’esperto, “hanno più volte minacciato” di intervenire, “hanno detto, attenti che siamo pronti…”. E “se dovessero scendere direttamente ad agire per la repressione”, i morti allora “diventeranno molti di più”.

Repressione: impropri i paralleli con il 1978-79

Ad ogni modo il regime continua a confrontarsi a una sfida che non ha precedenti nella sua storia. Intanto la sanguinosa repressione può suggerire analogie con gli eventi legati alla nascita della stessa Repubblica islamica: quando, fra il 1978 e il 1979, l’esercito dello Scià non esitò a rivolgere le armi contro gli stessi iraniani, nel tentativo di fermare l’insurrezione che avrebbe poi rovesciato la monarchia.

   In che misura, allora, gli eventi in corso potrebbero assumere una valenza destabilizzante per l’attuale regime? Su questo punto Redaelli esprime cautela. “È evidente che le proteste abbiano assunto una dimensione nuova, ma c’è un’enorme differenza” rispetto agli eventi del 1978-79. In quell’epoca, ricorda, c’era infatti una dirigenza politica in esilio, con Khomeini che in base ad un cinico calcolo “aveva bisogno di morti nelle strade”. C’era insomma una radicalità nella leadership dell’opposizione che spingeva gli iraniani nelle piazze. E in quel contesto “più morti c’erano, più si creava un solco” e più si incitava a “protestare e a combattere contro la Scià”.

   Un quadro della situazione, insomma, molto diverso da quello attuale. Rispetto a quelle circostanze storiche infatti oggi “non c’è una élite politica all’opposizione che spinge al massimalismo e che ha bisogno delle violenze”. E nel Paese gli stessi riformisti, i moderati – che hanno rappresentato a lungo una sorta di opposizione tollerata – “invitano adesso alla prudenza”. Questo dato rappresenta “una diversità molto forte”, mentre invece “alcune similitudini” risiedono certamente nel fatto che “le violenze non stiano fermando le proteste”.

L’impatto reale della protesta sul regime

Detto questo, però, la protesta potrebbe finire per alimentare divisioni all’interno dello stesso regime? La premessa da fare, secondo l’esperto, è che in Iran “il sistema di potere è tutto, tranne che unito. È sempre stato diviso in fazioni, con grandi diversità”. Nel contesto attuale è quindi “evidente che c’è un’ala dialogante, che cerca di capire in parte le proteste” e un’area invece “dura e pura, che si manifesta anche con editoriali sui giornali conservatori, nei quali si invita ad una repressione brutale, ad un bagno di sangue”.

   Questa dialettica, da un lato ha frenato una repressione ancora più dura, ma dall’altro “impedisce reali aperture, che del resto sono difficili”. Le contestazioni contro il velo islamico, ad esempio, “vanno a toccare un simbolo fondamentale del sistema di potere”. E poiché la Repubblica islamica ha di fatto fallito in buona parte i suoi obiettivi, diventando “quasi un guscio vuoto”, sono i suoi simboli a restare “intoccabili, perché sono diventati come le scenografie di un teatro; dietro le quali non c’è nulla”.

   Divisioni quindi ci sono, ma pur sempre nell’alveo del sistema. “Ci sono diversità, ma chi vuole la modernizzazione o chi vuole un’evoluzione nelle forme del sistema è sempre stato sconfitto, e credo che lo sarà ancora”, afferma Redaelli. Sempre più forti sono i Pasdaran, divenuti ormai una sorta di Stato nello Stato, i quali “pur divisi al loro interno sulla intensità delle repressioni, sono determinati a mantenere il potere”.

   Un potere che può permanere solo se resta in piedi il regime “e solo se soprattutto si impedisce la normalizzazione dell’Iran con l’Occidente”, con la retorica di una Repubblica islamica insidiata e minacciata di distruzione. Per far passare questa narrazione “hanno bisogno della rottura con l’Occidente e con i Paesi della regione; perché se ci fosse una politica più moderata, di apertura, allora il loro strapotere, il loro controllo così ossessivo sulla società non avrebbe senso”. All’orizzonte, insomma, non sembrano profilarsi “grandi possibilità di evoluzione” in senso moderato.

Un Paese alle corde

Intanto la popolazione continua a fare i conti con la precarietà. La crisi colpiva prima le fasce più deboli. Ma il sistema di potere, spiega Redaelli, era anche sempre stato “capace di pescare” in esse, attraverso pratiche e meccanismi clientelari. Ora però la crisi ha investito il ceto medio, vero e proprio nerbo dell’economia, che è stato brutalmente impoverito dall’inflazione galoppante, dalla perdita del valore della moneta e dal blocco delle importazioni legato alle sanzioni. “C’è quindi un senso di precarizzazione e di proletarizzazione del ceto medio, che spaventa tantissimo”, osserva l’esperto, sottolineando il fatto che si tratta di “gente precipitata nella miseria, dopo decenni nei quali viveva mediamente bene”.

   A fronte di questa situazione, il regime può contare su uno zoccolo duro “forse di circa un quarto della popolazione”, che in buona sostanza sopravvive grazie al sistema di potere della Repubblica islamica. Intanto però dal tessuto sociale emergono segnali ineludibili. Dopo 40 anni di Repubblica islamica, avanza infatti la disaffezione dalla religione, base fondante dello Stato. “Le moschee sono vuote, ci va solo gente che è obbligata, e il clero sciita, che storicamente aveva un grande carisma nel Paese, ora è detestato”. Un dato evidenziato proprio “da questi giovani che prendono a schiaffi i turbanti dei religiosi”.

Gli effetti della protesta

E ora? A quali scenari potrà condurre questa protesta di massa, in una realtà costellata da dinamiche di potere così complesse? Redaelli ritiene che “ad un livello profondo nulla sarà più come prima”, soprattutto ragionando sul medio-lungo termine. È intanto evidente che il regime “è intrappolato nel suo stesso rigore”. E i suoi slogan e imperativi sono ormai privati di quasi ogni credibilità. Di conseguenza “il no a Israele, l’obbligo del velo e il no alla cultura occidentale” si sono ridotti a “dei pilastri su cui il sistema si è impiccato”. Del resto, sottolinea, ciò che teme Khamenei è che concessioni sull’uso del velo possano poi dare la stura a continue, nuove rivendicazioni “che smantellerebbero la Repubblica islamica; proprio perché dietro c’è molto poco di credibile”.

   “Io credo comunque che queste proteste, e non necessariamente per il bene, faranno cambiare la Repubblica”. Ma in questo senso le prospettive non appaiono confortanti. Potrebbe infatti delinearsi una deriva “verso una parte più totalitaria e più gestita dai Pasdaran”. D’altra parte, però, “proprio perché è così rigido, il sistema può favorire una crescente radicalizzazione dell’opposizione”. Del resto, come già detto, se prima esisteva una diversità di vedute, espressa da una certa opposizione moderata e tollerata, ora “tutto questo non c’è più”. (da https://www.rsi.ch/news/, 18/11/2022)

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IRAN 2022: UNA RIVOLUZIONE CONTRO LO STATO DI DIO

– Le proteste in Iran continuano e la solidarietà internazionale cresce. Ma non esiste un manuale per una rivoluzione in uno Stato di Dio. La testimonianza di una iraniana in esilio. –

di Monireh Kazemi 17 Ottobre 2022, da https://www.micromega.net/

   Nelle ultime settimane continuo a ricevere messaggi via WhatsApp e altri canali social sulle proteste nel mio Paese di nascita, l’Iran. Io e molti dei miei connazionali siamo preoccupati, ma anche emozionati. E per questo non dormiamo. Leggiamo e “consumiamo” ogni notizia, ogni video, scriviamo appelli, petizioni, chiamiamo a raccolta e ragioniamo sulle azioni da intraprendere. E ci meravigliamo dell’attività di attrici, scrittrici, artiste e giornaliste che arrivano persino a tagliarsi ciocche di capelli in solidarietà con le proteste in Iran.

   Tutto questo mi sorprende. Da oltre 40 anni infatti l’Iran ha un sistema totalitario fondato sull’apartheid di genere e per anni noi donne iraniane in esilio ci siamo rivolte ai politici e ai media. Abbiamo riposto le nostre speranze soprattutto nel mondo della sinistra e dei verdi, che dovrebbero essere dalla nostra parte. Ma evidentemente le relazioni economiche e la lobby islamista che si agita nella sfera di influenza di molti decisori politici sono state finora più forti di noi. Non solo infatti siamo state ignorate, ma a volte addirittura definite islamofobe e associate alla destra.

   Quest’incubo è davvero finito? Anche noi iraniani che viviamo qui in Occidente stiamo gridando e sfogando finalmente la nostra rabbia per decenni di ignoranza da parte dei responsabili politici delle democrazie occidentali. Rabbia, frustrazione, disperazione in tutto il mondo stanno spingendo migliaia di iraniani, e soprattutto di iraniane, a scendere in strada.

   In questi giorni vado alle manifestazioni e ai raduni. Tutto mi sorprende. Non solo vedo finalmente esponenti della sinistra e dei verdi, ma anche molti iraniani che finora sono stati prudenti per non compromettere la possibilità di andare a trovare le proprie famiglie nel Paese di origine.

   È chiaro che oggi molte persone sono colpite dalla brutalità della Repubblica islamica e si riversano in massa nelle strade. E non si tratta solo di iraniani o curdi, ma anche di tedeschi, afghani e persino ucraini.

   Lo scorso 1° ottobre in diverse città tedesche si sono svolte manifestazioni di solidarietà per le proteste in Iran. A Francoforte, per esempio, i manifestanti non erano solo persone anziane come in passato, ma anche donne giovani ed eleganti. La folla intonava diversi slogan, non solo “Donne, vita, libertà” ma anche “Via, via, via, i Mullah devono andare via!”. E hanno anche ascoltato con attenzione i discorsi dei diversi esponenti politici di quasi tutti i partiti rappresentati in consiglio comunale. Tutti hanno elogiato il coraggio delle donne iraniane, hanno descritto il regime iraniano come terrorista e hanno chiesto un maggiore impegno al governo tedesco, pretendendo sanzioni e l’interruzione delle relazioni economiche con l’Iran. Gli oratori hanno toccato il cuore della folla, sono stati applauditi e le loro richieste accompagnate e rafforzate da slogan.

   Ormai è chiaro: diverse centinaia di migliaia di persone sono solidali con quello che sta accadendo in Iran. Ed è molto bello vedere quante persone si interessano della questione e sono sinceramente preoccupata.  Molti dei partecipanti a queste manifestazioni si conoscono, sono felici di rivedersi. Sicuramente si sentono forti gridando e sfogando la loro rabbia insieme. Eppure, c’è da chiedersi: quante volte lo hanno già fatto negli ultimi decenni? Cos’altro possono fare? E soprattutto: chi è che sta dando “il tono” a queste iniziative, chi sta consigliando i governi del mondo occidentale sui possibili passi e azioni da intraprendere? Certo, è positivo che le proteste abbiano trovato il loro volto in Masha Amini e il loro inno nella canzone di Shervin Hajipour. Tuttavia, dove sono i segni di un reale cambiamento e di nuove prospettive?

   Cosa viene dopo la rabbia degli iraniani in esilio e in patria? Dalle proteste emerge chiaramente che gli iraniani non vogliono più uno Stato teocratico. Ma basta questo? Come possono gli iraniani guidare il Paese verso un ordine sociale diverso? Chi si propone come alternativa e contrasto ai terroristi? Da dove potrebbero venire i rivoluzionari di professione, come potrebbero cristallizzarsi fuori dai circoli dell’opposizione? Come gestire le tendenze politiche ancora forti e diverse tra gli iraniani in esilio, come trovare rapidamente un denominatore comune? Abbiamo imparato la lezione del 1979? Non esiste un manuale per una rivoluzione in uno Stato di Dio. Nessuno osa ancora porre apertamente queste domande. Ma se, come spero, le manifestazioni continueranno queste domande verranno fuori. E speriamo trovino delle risposte.

   La morte di Masha non ha cambiato solo il volto dell’Iran, ma anche quello del Medio Oriente e del mondo intero. Grazie alla nostra coesione, l’islam politico in Iran è alla frutta! E quando l’Iran si libererà da questa ideologia che disprezza le donne e i diritti umani, allora (si spera) se ne libererà il mondo intero. (MONIREH KAZEMI)

(Monireh Kazemi è nata in Iran negli anni Sessanta. All’età di 24 anni per ragioni politiche ha lasciato il Paese e oggi vive in Germania, dove è impegnata come attivista per i diritti delle donne e la laicità dello Stato. Questo testo è uscito originariamente in tedesco su Humanistischer Pressedienst.)

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IRAN, RAID SU GRUPPI DI OPPOSIZIONE CURDI NEL KURDISTAN IRACHENO. E LA TURCHIA VALUTA “UN’OPERAZIONE DI TERRA” CONTRO IL PKK

21/11/2022, da https://www.repubblica.it/esteri

   Un nuovo bombardamento iraniano contro gruppi d’opposizione curdi nel Kurdistan iracheno, a meno di una settimana dagli ultimi attacchi, dopo il primo di fine settembre. “I Guardiani della Rivoluzione hanno nuovamente bombardato i partiti curdo-iraniani”, hanno fatto sapere funzionari locali. Conferme sono arrivate dal Partito democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki) e dal gruppo nazionalista curdo-iraniano Komala.

L’operazione contro i curdi condotta dalla Turchia

L’attacco segue quello di sabato notte per mano della Turchia, che ha inviato aerei da guerra per colpire le regioni settentrionali della Siria e dell’Iraq, come confermato domenica dal ministero della Difesa turco: nel mirino, i gruppi curdi che Ankara ritiene responsabili dell’attentato dinamitardo della scorsa settimana a Istanbul. I morti sarebbero 35 stando all’agenzia Afp.

   La Turchia ha comunicato questa mattina che sta valutando la possibilità di condurre un’operazione di terra in Siria e nel Nord dell’Iraq, dopo i raid aerei contro obiettivi curdi sferrati in entrambi i Paesi, nell’ambito dell’operazione “Spada ad artiglio”. Lo ha dichiarato il presidente Recep Tayyip Erdogan. Per colpire quelli che definisce “terroristi”, il leader di Ankara ha detto che sono in corso “consultazioni” a livello di ministero della Difesa e Stato maggiore, per decidere su un’eventuale intervento di terra. Erdogan ha anche spiegato di non aver parlato nè con il presidente Usa, Joe Biden, nè con quello russo, Vladimir Putin, dei piani di Ankara.

   Ankara ha rivendicato il diritto della Turchia all’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite nel lanciare un’operazione militare e sostiene di aver preso di mira aree “usate come base dai terroristi nei loro attacchi contro il nostro Paese”.

   Gli attacchi aerei sono avvenuti in “risposta” all’attentato a Istanbul del 13 novembre in cui sono morte sei persone e altre 80 sono rimaste ferite. Le autorità turche hanno accusato dell’attacco il Pkk e le Ypg. I gruppi militanti curdi hanno, tuttavia, negato ogni coinvolgimento.

Le accuse contro i curdi da parte dell’Iran

Secondo Hamzeh Seyyed ul-Shohada delle Guardie iraniane, citato dall’agenzia di stampa Irna, durante le recenti proteste per la morte di Mahsa Amini, la ventiduenne curda morta a settembre per le percosse della polizia morale, oltre 100 membri dei gruppi curdi del Partito Democratico del Kurdistan e di Komala sono stati arrestati nell’Iran occidentale. L’Ue aveva duramente condannato i bombardamenti, ma si teme che Iran e Turchia possano trovare ragioni comuni per l’uso della forza.

   I bombardamenti iraniani contro gruppi d’opposizione curdi sono avvenuti a Koya e Jejnikan, vicino a Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. “Questi attacchi indiscriminati si stanno verificando in un momento in cui il regime terroristico dell’Iran non è in grado di fermare le manifestazioni in corso nel Kurdistan” iraniano, ha sottolineato il Pdki. Anche il gruppo d’opposizione curdo-iraniano Komala ha confermato che alcune sue basi sono state colpite nella zona, precisando che erano pronti per l’evenienza e non sono state al momento registrate perdite.

   L’attacco al di là del confine, in territorio iracheno, è stato condannato dal Comando Centrale Usa: “Tali attacchi indiscriminati e illegali mettono a rischio i civili, violano la sovranità irachena e mettono a repentaglio la sicurezza e la stabilità duramente combattuta dell’Iraq e del Medio Oriente”. (21/11/2022, da https://www.repubblica.it/esteri)

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IRAN, DATA ALLE FIAMME LA CASA NATALE DI KHOMEINI. MIGLIAIA DI PERSONE IN PIAZZA

– L’immobile è stato un museo dedicato a Khomeini negli ultimi 30 anni –

da https://www.ilsole24ore.com/, 18/11/2022

   Manifestanti hanno dato alle fiamme la casa natale del padre della rivoluzione iraniana Ruhollah Khomeini a Khomeyn. Lo riportano la tv israeliana I24 e altri media internazionali. La casa è stata un museo dedicato a Khomeini negli ultimi 30 anni. Sui social circolano molte immagini dell’incendio dell’edificio, che sarebbe stato preso di mira con bottiglie molotov.

   Migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni di protesta giovedì sera in una dozzina di città iraniane. In molti posti sono state imposte restrizioni all’uso di Internet, ma arrivano notizie di violente repressioni e diversi morti. Testimoni a Teheran riferiscono che la gente ha manifestato sempre più «senza paura», mentre dalla provincia arrivano racconti di scene «da guerra civile».

   Le proteste hanno coinvolto almeno 23 città. In un video girato a Teheran, la folla urla slogan contro i leader religiosi. «Questo è l’anno del sangue, verrà rovesciato», si sente gridare, in riferimento al leader supremo Ali Khamenei, successore di Khomeini. Secondo l’agenzia stampa semi ufficiale iraniana Fars, cinque membri delle forze di sicurezza sono morti durante le proteste di ieri.

   Gli attivisti anti regime avevano convocato una protesta a livello nazionale fra martedì e giovedì, per commemorare il «novembre di sangue» del 2019 quando centinaia di persone vennero uccise nella violenta repressione delle manifestazioni. L’attuale ondata di proteste, con molte donne a capo scoperto, è partita dalla morte della giovane Mahsa Amini, deceduta il 16 settembre dopo l’arresto perché aveva mal indossato il velo. (da https://www.ilsole24ore.com/, 18/11/2022)

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