Un 2023 nel CAOS MONDIALE? – Ci sarà uno scontro tra autocrazie e democrazie? E la necessità di schierarsi per tutti i paesi o con la Cina (che forse integrerà a sè la indebolita Russia) o con gli USA? (e l’Europa avrà un suo ruolo?) – E i tanti (imprevedibili) conflitti che potranno esserci – Un anno difficile (per l’umanità)?

AREE DI TENSIONE NEL MONDO (mappa di Alberto Bellotto da https://insideover.ilgiornale.it/) – “Da un lato, l’escalation di tensioni tra Serbia e Kosovo. Dall’altro, le minacciose esercitazioni militari della Cina nello Stretto di Taiwan. Il nuovo anno sembra voler ricordare al mondo che l’Ucraina potrebbe non essere l’unico campo di battaglia che potrebbe funestare il 2023. Il conflitto tra l’Occidente e la Russia sta già innescando effetti geopolitici a catena, che potrebbero portare a nuove crisi o a rinfocolare quelle in corso da tempo in Asia come nel Medio Oriente e in Africa. Per usare le parole del recente rapporto del Csis, Centro di studi internazionali e strategici con sede a Washington, “il mondo non si sta muovendo verso la pace“. (…)” (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

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(nella mappa: “UCRAINA lo stato della guerra al 12 dicembre 2022, da https://www.ispionline.it/) –  “L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, così come la scelta dell’Occidente di sostenerla introducendo sanzioni senza precedenti contro la Russia, hanno sancito la fine di quello che, seppure con qualche sforzo, si può definire un lungo periodo di pace e cooperazione in Europa e nell’Eurasia settentrionale. In realtà, nei tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, nella regione non sono mancati sanguinosi conflitti militari, ad esempio nei Balcani occidentali, nel Caucaso meridionale e settentrionale e nel Donbass. Queste guerre però hanno avuto un’influenza limitata sulla vita sociale ed economica del continente e del mondo nel suo complesso. Invece, la decisione di Putin di dare inizio all’invasione, la conseguente guerra russo-ucraina e il consolidamento di Stati Uniti, Regno Unito e UE attorno all’Ucraina nella nuova compagine dell’Occidente hanno dato impulso a una serie di cambiamenti nell’architettura dell’assetto globale e hanno approfondito notevolmente le tendenze socioeconomiche negative che avevano avuto inizio durante gli anni della pandemia da Covid-19. (…)” (Mikhail Minakov, 24/12/2022, da https://www.ispionline.it/)

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L’ANNO CHE VERRÀ

NON SOLO UCRAINA: LE GUERRE CHE POTREBBERO FUNESTARE IL MONDO NEL 2023

di Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/

– Dal vicino Kosovo al Pacifico, passando per Africa e Medio Oriente: tutte le zone a rischio secondo le previsioni degli esperti internazionali –

   Da un lato, l’escalation di tensioni tra Serbia e Kosovo. Dall’altro, le minacciose esercitazioni militari della Cina nello Stretto di Taiwan. Il nuovo anno sembra voler ricordare al mondo che l’Ucraina potrebbe non essere l’unico campo di battaglia che potrebbe funestare il 2023. Il conflitto tra l’Occidente e la Russia sta già innescando effetti geopolitici a catena, che potrebbero portare a nuove crisi o a rinfocolare quelle in corso da tempo in Asia come nel Medio Oriente e in Africa. Per usare le parole del recente rapporto del Csis, Centro di studi internazionali e strategici con sede a Washington, “il mondo non si sta muovendo verso la pace”. 

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(KOSOVO, mappa da https://www.internazionale.it/) – “(…) Tra Serbia e Kosovo le tensioni continuano a crescere di giorno in giorno. Gli Stati Uniti e la maggior parte dei Paesi dell’Ue hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo a partire dal 2008, mentre la Serbia ha fatto affidamento su Russia e Cina nel suo tentativo di mantenere la rivendicazione sulla sua ex provincia. La guerra in Ucraina ha ridato slancio alla controversia mai sopita tra i due Paesi dell’ex Jugoslavia. (…) (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

Serbia-Kosovo

Tra Serbia e Kosovo le tensioni continuano a crescere di giorno in giorno. Gli Stati Uniti e la maggior parte dei Paesi dell’Ue hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo a partire dal 2008, mentre la Serbia ha fatto affidamento su Russia e Cina nel suo tentativo di mantenere la rivendicazione sulla sua ex provincia. La guerra in Ucraina ha ridato slancio alla controversia mai sopita tra i due Paesi dell’ex Jugoslavia. A ottobre, a rinfocolare le tensioni era bastata la minaccia delle autorità di Pristina di non riconoscere le targhe delle auto dei cittadini kosovari di etnia serba, rilasciate da Belgrado. Più di recente, ad accendere gli animi è stato l’arresto di un ex poliziotto sospettato di coinvolgimento in aggressioni in Kosovo contro poliziotti di etnia albanese, che rappresenta la maggioranza della popolazione kosovara.

   Dopo questo episodio, si sono registrare diverse sparatorie, l’ultima delle quali avvenuta domenica. Da qui, la decisione del governo di Belgrado, che ha elevato lo stato di allerta delle forze armate al massimo livello. Come ha detto la premier serba Ana Brnabic, la situazione è sull’orlo di un conflitto armato: il capo dello Stato Aleksandar Vucic avrebbe ordinato un potenziamento delle forze armate speciali, portandone il numero da 1.500 a 5mila. (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

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(NAGORNO KARABAKH, mappa da https://www.universome.eu/) – Tra gli effetti indiretti della guerra in Ucraina, c’è anche la nuova crisi del Nagorno-Karaback, la regione contesa da Azerbaigian e Armenia – “(…) Negli ultimi anni la guerra in Nagorno-Karabakh prima e il violento conflitto in Ucraina poi hanno portato scenari ritenuti da analisti e decisori critici per l’ordine internazionale a incendiarsi. Le guerre preventive scatenate da Azerbaijan e Russia contro, rispettivamente, Armenia e Ucraina hanno mostrato il ritorno dell’uso della forza come strumento di risoluzione delle contrapposizioni tra Stati con una veemenza che non si ricordava dalla fine della Guerra Fredda. (…)” (Andrea Muratore, 12/12/2022, da https://insideover.ilgiornale.it/)

La crisi nel Nagorno-Karaback

Tra gli effetti indiretti della guerra in Ucraina, c’è anche la nuova crisi del Nagorno-Karaback, la regione contesa da Azerbaigian e Armenia. Già in estate, le tensioni tra Baku e Erevan avevano raggiunto un nuovo picco, con degli attacchi dell’esercito azero in pieno territorio armeno. Con la stretta sulle importazioni attraverso i gasdotti russi, l’Ue ha aumentato quelle provenienti dall’Azerbaigian, Paese che gode anche del sostegno della Turchia.

   L’Armenia, invece, ha fatto finora affidamento sul supporto di Mosca, chiaramente indebolito dallo sforzo bellico contro Kiev. Per questo, Erevan teme che Baku voglia sfruttare il momento positivo per sferrare un attacco nel Nagorno-Karaback e prenderne pieno controllo. L’eventuale azione militare potrebbe arrivare in primavera: un indizio sarebbero i blocchi stradali dei soldati azeri denunciati dall’Armenia in questi giorni, che starebbero impedendo i rifornimenti di Erevan alla comunità armena nel Nagorno-Karaback. (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/) 

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(mappa “di chi è Taiwan?, da https://www.limesonline.com/) – Il confronto tra Occidente e Russia sull’Ucraina è stato fin da subito allargato alle tensioni tra Usa e Cina intorno a Taiwan. (…) La domanda per gli esperti non è tanto “se” questo scenario si realizzerà mai, ma piuttosto “quando” avverrà. Secondo l’Atlantic council, ci sono molti indizi perché nel 2023 si possa verificare una grave crisi sullo Stretto di Taiwan. (…) (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

Taiwan

Il confronto tra Occidente e Russia sull’Ucraina è stato fin da subito allargato alle tensioni tra Usa e Cina intorno a Taiwan. Il presidente Joe Biden ha avvertito gli alleati europei della Nato che prima o poi gli Stati Uniti potrebbero concentrare i loro sforzi sul Pacifico, lasciando all’Ue il compito di fare i conti con le turbolenze sul fronte orientale del Vecchio Continente.

   La domanda per gli esperti non è tanto “se” questo scenario si realizzerà mai, ma piuttosto “quando” avverrà. Secondo l’Atlantic council, ci sono molti indizi perché nel 2023 si possa verificare una grave crisi sullo Stretto di Taiwan. Una “possibile scintilla” potrebbe essere il nuovo slancio anti-Pechino del Congresso Usa, a maggiore trazione repubblicana.

   In questo caso, scrive l’Atlantic council, “la reazione della Cina andrebbe probabilmente ben oltre ciò che ha fatto dopo la visita di Pelosi”, che includeva, tra l’altro, il lancio di missili balistici vicino a Taiwan e lo svolgimento di esercitazioni militari nelle acque intorno all’isola.

   Ma difficilmente si arriverà a un’aggressione vera e propria dell’esercito di Pechino, e dunque a un conflitto vero e proprio: “Qualunque sia la risposta dei leader cinesi, il risultato sarà una nuova – e più conflittuale – normalità”, prevedono gli esperti del think tank. Secondo l’Economist, questa “nuova normalità” potrebbe avere ricadute sul Giappone: “È più probabile che la Cina provochi una crisi attorno alle contese isole Senkaku del Giappone (chiamate isole Diaoyu dalla Cina) che attorno alla stessa Taiwan”, scrive l’Economist.

   A ogni modo, gli esperti concordano che le tensioni sull’asse Washington-Pechino saliranno di livello. E l’Europa dovrà trovare una strada per non finire stritolata da una sorta di “guerra fredda” a colpi di protezionismo commerciale tra i due giganti. (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

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(ASIA CENTRALE, mappa da https://www.economiesuisse.ch/) – In Asia Centrale c’è poi il confine conteso nell’Himalaya tra Cina e India, che secondo l’Economist potrebbe tornare a essere foriero, se non di scontri, almeno di scaramucce (…) Area calda è senza dubbio l’Iran: qui vi sono le proteste della popolazione contro il governo, scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini; le manifestazioni vengono represse nel sangue da Teheran. E l’Iran che diventerà tra non molto potenza NUCLEARE. Secondo l’Atlantic council, “nel 2023 è molto probabile che l’Iran superi il punto di non ritorno e diventi de facto uno Stato dotato di armi nucleari. Esperti esterni stimano che il tempo di corsa dell’Iran (il tempo necessario per produrre uranio per uso militare pari a una bomba) si sia ridotto a poche settimane. Mentre l’Iran continua a intensificare il suo programma nucleare, questa tempistica si ridurrà presto a zero“. (contenuto tratto da Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

Asia (e Iran)

Restando in Asia e in tema di guerre fredde, come non citare le tensioni tra le due Coree, con il dittatore Kim Jong Un che, nel 2023, potrebbe sfruttare l’asse con Cina e Russia per rilanciare le sue minacce nucleari.

   C’è poi il confine conteso nell’Himalaya tra Cina e India, che secondo l’Economist potrebbe tornare a essere foriero, se non di scontri, almeno di scaramucce tra due leader, Xi Jinping e Narendra Modi, i cui “rapporti personali un tempo cordiali (..) sono diventati gelidi”. 

   Altra area calda è senza dubbio l’Iran: qui, le proteste della popolazione contro il governo durano da oltre 100 giorni. Scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini, ragazza di 22 anni che sarebbe stata uccisa in carcere dalla polizia religiosa per non aver indossato correttamente il velo, le manifestazioni sono state represse nel sangue da Teheran. Una situazione che ha portato l’Occidente a rinnovare le sanzioni contro il regime iraniano proprio quando alcuni esperti indicavano la possibilità di un ritorno ai colloqui sul nucleare.

   Il risultato indiretto è che, secondo l’Atlantic council, “nel 2023 è molto probabile che l’Iran superi il punto di non ritorno e diventi de facto uno Stato dotato di armi nucleari. Esperti esterni stimano che il tempo di corsa dell’Iran (il tempo necessario per produrre uranio per uso militare pari a una bomba) si sia ridotto a poche settimane. Mentre l’Iran continua a intensificare il suo programma nucleare, questa tempistica si ridurrà presto a zero“.

   Cosa faranno gli Stati Uniti? Difficile dirlo: diversi leader di Washington, tra cui l’attuale Joe Biden, non hanno escluso un eventuale intervento militare per fermare la corsa al nucleare dell’Iran. Pare però improbabile che gli Usa ricorrano a questa opzione nel 2023, dicono sempre gli esperti dell’Atlantic council. (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)  

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AFRICA E GLI ALTRI CONTINENTI IN CONFLITTO (da https://twitter.com/)

Medio Oriente e Africa   

Se c’è un continente del globo lacerato da conflitti (latenti e non) di lunga durata, quello è senza dubbio l’Africa. Secondo il rapporto del Csis, i centri di maggiore instabilità del 2023 potrebbero essere la Libia e l’Algeria. C’è poi la situazione nel Congo, che desta sempre più preoccupazione.

   Ma anche la possibile formazione di una sorta di “ponte del terrorismo” tra il mar Rosso e l’Atlantico: secondo Rama Yade dell’Africa center, i movimenti jihadisti stanno sfruttando l’instabilità di diversi Paesi dell’Africa occidentale, in particolare in Burkina Faso e in Mali, e allargando il raggio d’azione, come dimostrerebbero i recenti attacchi in Benin, Costa d’Avorio e Togo.

   “Questi jihadisti, legati ad al-Qaeda e allo Stato islamico, cercano di controllare un’estensione di territorio che si estende dal mar Rosso alla costa atlantica dell’Africa. Ciò garantirebbe loro l’accesso alle rotte del traffico di droga dal Sud America, che fornirebbe una fonte sostanziale di entrate per le loro guerre”, scrive Yade. Una situazione che diversi esperti ritengono possa comportare il rischio di una “africanizzazione del jihadismo” già nel prossimo anno, che a sua volta alimenterebbe guerre civili nuove o già in corso. (Dario Prestigiacomo, 27/12/2022, da https://www.today.it/)

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(La CINA che cerca spazi, mappa di Laura Canali da https://www.limesonline.com/) – “(…) Uno dei contesti più critici è quello del MAR CINESE ORIENTALE e MERIDIONALE, da anni caratterizzato dalle mire espansionistiche cinesi. Il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), nato tra GIAPPONE, INDIA, AUSTRALIA e USA come forum sulla sicurezza della regione indo-pacifica e allargato nel 2021 a COREA DEL SUD, NUOVA ZELANDA e VIETNAM, aggrega oggi paesi che detengono circa il 30 per cento del Pil mondiale.  Il cosiddetto Quad+, rappresenta una sorta di Nato dell’estremo oriente e costituisce uno strumento di deterrenza nei confronti della CINA, anche in vista di potenziali deterioramenti del suo rapporto con TAIWAN. (…)” (Paolo Alli, 30/12/2022; da SCENARI, settimanale di approfondimento di politica internazionale del quotidiano DOMANI)

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I NUOVI CONFINI DEI CONFLITTI (del 2023) E LE CONDIZIONI PER CONTENERLI

(di PAOLO ALLI, fondazione De Gasperi, 30/12/2022; da SCENARI, settimanale di approfondimento di politica internazionale del quotidiano DOMANI)

– Il mar Cinese meridionale, il quadrante Indo-Pacifico e il grande nord militarizzato pongono nuove sfide alla sicurezza globale. Tutte le crisi sono unite da un filo: la preminenza della politica interna su quella internazionale – Nel governo degli sviluppi di questi scenari, sono proprio le democrazie occidentali ad avere la più forte responsabilità, a partire da Stati Uniti d’America e Unione europea – Usa e Ue devono smettere di rapportarsi nella logica di contrapposizione politico-economica iniziata da Trump per tornare a concepirsi come due facce della stessa medaglia. – Questo articolo fa parte del numero di Scenari, del Quotidiano “DOMANI”: “I conflitti del 2023” –

   Nel domandarmi quali potranno essere le principali sfide geopolitiche 2023, non ho potuto non considerare l’imprevedibilità nella evoluzione degli scenari internazionali degli ultimi anni. Mi sono quindi imposto di non fare previsioni ma di limitarmi ad applicare una buona dose di osservazione e una qualche esperienza maturata nei contesti globali per individuare alcuni fronti che quasi certamente sarà necessario tenere sotto attenta osservazione nel prossimo anno.

   Escluderò volutamente quello della guerra tra Russia e Ucraina, del quale ormai sappiamo quasi tutto, partendo da realtà apparentemente lontane da noi ma legate come in un gigantesco domino a quanto accade attorno ai confini dell’Europa e dentro l’Europa stessa, Ucraina compresa.

Estremo oriente

Ritengo che uno dei contesti più critici sia quello del mar Cinese orientale e meridionale, da anni caratterizzato dalle mire espansionistiche cinesi. Il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), nato tra Giappone, India, Australia e Usa come forum sulla sicurezza della regione indo-pacifica e allargato nel 2021 a Corea del Sud, Nuova Zelanda e Vietnam, aggrega oggi paesi che detengono circa il 30 per cento del Pil mondiale.

   Il cosiddetto Quad+, rappresenta una sorta di Nato dell’estremo oriente e costituisce uno strumento di deterrenza nei confronti della Cina, anche in vista di potenziali deterioramenti del suo rapporto con Taiwan. È auspicabile però che dalla deterrenza si passi a un detensioning nei confronti di Pechino. L’atteggiamento recente di Joe Biden, che – almeno sotto il profilo internazionale – si rivela meno debole di quanto potesse apparire all’inizio del suo mandato, sembrerebbe andare in questa direzione.

   Una tendenza alla normalizzazione dei rapporti tra Washington e Pechino indebolirebbe l’asse Cina-Russia, fatto potenzialmente decisivo anche per la risoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. Il quadrante del Far East, così geograficamente lontano da noi, è una delle tante dimostrazioni che in un mondo globale la sicurezza non può più essere concepita come un fatto solo locale o regionale.

India

Il peso dell’India crescerà in modo importante nel prossimo futuro e il posizionamento di questo grande paese nel contesto globale sarà cruciale. L’atteggiamento finora ondivago di Narendra Modi rispetto al conflitto in Ucraina non potrà continuare a lungo e se, come auspicabile, prevarrà la sua volontà di guardare a ovest, l’India potrà spostare in modo sensibile gli equilibri a favore delle democrazie occidentali.

Grande nord

Già da alcuni anni si assiste al posizionamento strategico dei principali attori geopolitici per il controllo di questa grande regione, nella quale lo scioglimento dei ghiacci rende accessibili immense risorse naturali e apre nuove vie di navigazione, destinate a spostare i traffici commerciali verso nord.

   L’Artico può diventare una opportunità per il pianeta o trasformarsi in luogo di nuovi conflitti. In questo momento l’elemento più inquietante consiste nel fatto che la maggior parte dello sviluppo costiero appartiene alla Russia.

Iran

Le tensioni mai sopite, anzi crescenti tra il mondo sciita e quello sunnita rischiano di costituire nuovamente un terreno fertile per il terrorismo islamista di diverso segno e rappresentano un fattore di forte preoccupazione per la sicurezza di Israele. Tuttavia stanno emergendo nella società iraniana nuove istanze che potrebbero disegnare uno scenario nuovo nella complessa regione medio-orientale.

   Se il desiderio di libertà che sta emergendo da parte di frange sempre più ampie della popolazione iraniana dovesse – nonostante le terribili forme di repressione del regime – dare vita a una nuova stagione non più improntata al fanatismo religioso, certamente ne beneficerebbe l’equilibrio dell’intera regione, oggi condizionata dalla sanguinosa guerra in Yemen e dalle drammatiche situazioni di Paesi come Siria e Libano.

Afghanistan

   Il mondo sembra aver rapidamente dimenticato il dramma che l’Afghanistan sta vivendo con il ritorno al potere dei Talebani, frutto di un ritiro delle truppe occidentali voluto da Trump per ragioni elettorali e concluso frettolosamente da Biden per motivi della medesima natura. Aver chiuso gli occhi di fronte a uno scenario ampiamente prevedibile è una grave responsabilità dell’occidente. Oltre a un ormai vistoso arretramento sul fronte dei diritti umani e della modernizzazione che era in atto, il paese rischia di diventare nuovamente il rifugio del terrorismo internazionale, oltre che fonte di continue fughe di disperati verso l’Europa.

Conflitti congelati

Le situazioni di Georgia, Transnistria, Nagorno-Karabakh, le tensioni crescenti nei Balcani occidentali, in particolare tra Serbia e Kosovo, e la stessa presenza russa in Siria e nel Mediterraneo rappresentano serie minacce ai confini dell’Europa. Esse sono state volute o favorite da Putin, nel suo intento di esportare instabilità ai confini del proprio impero ed egli è in grado di controllarle o di influenzarle pesantemente.

   L’imprevedibilità delle mosse dello stesso Putin, ormai messo alle strette da una guerra in Ucraina che gli si sta ritorcendo contro, lancia inquietanti ombre sul destino di questi conflitti locali o regionali, che potrebbero riaccendersi in modo rapido e violento.

Africa

Il fronte africano è sempre più caldo, politicamente ed economicamente. Solo l’Europa può contrastare la dilagante manovra neo-coloniale che ha come protagonista principale la Cina, ma che negli ultimi anni ha visto un crescente protagonismo della Turchia e della stessa Russia.

   Se gli scandali che stanno minando la credibilità delle istituzioni europee – e che coinvolgono proprio paesi della regione mediterranea e persino ong umanitarie – dovessero rallentare ulteriormente il già faticoso processo di sostegno europeo allo sviluppo dell’Africa, la situazione di dominio geopolitico sul continente da parte del blocco orientale potrebbe diventare irreversibile.

   Mi rendo conto di aver spaziato su fronti molto variegati che, tuttavia, presentano un denominatore comune: la contrapposizione tra democrazie e autocrazie. Nel governo degli sviluppi di questi scenari, sono proprio le democrazie occidentali ad avere la più forte responsabilità, a partire da Stati Uniti d’America e Unione europea.

Tre condizioni

In questo senso, vedo – tra le altre – tre condizioni importanti, se non essenziali:

1- Usa e Ue devono smettere di rapportarsi nella logica di contrapposizione politico-economica iniziata da Trump per tornare a concepirsi come le due facce della stessa medaglia: quella di alfieri dei valori democratici. In questo senso c’è un buon punto di partenza, ed è quella Alleanza Atlantica che costituisce una delle poche certezze di oggi: nonostante alcuni inevitabili limiti, la capacità della Nato di adattarsi a scenari in continua evoluzione ne consolida l’autorevolezza, facendone probabilmente il più importante security provider presente oggi sulla scena globale;

2- il multilateralismo deve cominciare a reinventarsi, rinnovandosi profondamente nelle proprie regole e nelle proprie strutture, a partire da ONU e UE, prigioniere rispettivamente del diritto di veto e del principio del consenso, che troppo spesso ne rendono scarsamente efficace l’azione;

3- la terza condizione è certamente la più difficile: le nostre democrazie devono uscire dalla logica, non scritta ma purtroppo reale, secondo la quale la politica internazionale di un paese subisce pesantemente il condizionamento dei problemi di politica interna, si tratti delle elezioni o del gradimento dei leader. Il combinato di pandemia e guerra dovrebbe ormai aver fatto capire che deve accadere il contrario, cioè la situazione internazionale deve guidare le scelte di politica interna di un governo degno di questo nome.

   Per affrontare questi difficili scenari servono leader veri. Giova sempre ricordare che la più celebre frase di Alcide De Gasperi fu proprio quella pronunciata davanti ai potenti del mondo nella conferenza di pace di Parigi il 10 agosto 1946. Egli si presentò come leader di un paese nemico e sconfitto con un discorso storico, aperto da un commovente incipit: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Solo un gesto spezzò il gelido silenzio che aveva accolto la fine del suo intervento: una stretta di mano, l’unica. Ma la più importante: quella del segretario di Stato americano James Byrnes. Da quelle parole e da quella stretta di mano ebbe inizio la ricostruzione dell’Italia.

   Che il 2023 porti al mondo il dono di statisti all’altezza dei tempi, che, come De Gasperi, sappiano anteporre l’interesse per il bene comune ai propri, sempre egoistici e spesso miserevoli, obiettivi personali. (PAOLO ALLI)

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(mappa: SENKAKU, o chiamate Diaoyu, o Tiaoyu, Isole arcipelago, mappa da Wikipedia) – La crisi sino-giapponese per le isole Senkaku è una disputa territoriale su un gruppo di isole disabitate, le Senkaku, romanizzate come Diaoyu per la Cina o come isole Tiaoyutai per Taiwan. L’arcipelago è amministrato dal Giappone pur essendo rivendicato sia dalla Cina che da Taiwan. La sovranità sulle isole garantisce il diritto esclusivo di sfruttamento delle enormi riserve di gas e olio minerale e della pesca delle acque circostanti, nonché il controllo sulle importanti rotte nautiche che passano nella zona. (da Wikipedia)

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Il mondo che verrà 2023

UCRAINA: DOPO L’INVERNO, QUALE PRIMAVERA?

di Mikhail Minakov, 24/12/2022, da https://www.ispionline.it/

– La guerra russo-ucraina sarà sicuramente uno dei fattori che influenzeranno maggiormente i processi politici ed economici in Europa, Eurasia e su scala mondiale nel corso del 2023 –

   L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, così come la scelta dell’Occidente di sostenerla introducendo sanzioni senza precedenti contro la Russia, hanno sancito la fine di quello che, seppure con qualche sforzo, si può definire un lungo periodo di pace e cooperazione in Europa e nell’Eurasia settentrionale. In realtà, nei tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, nella regione non sono mancati sanguinosi conflitti militari, ad esempio nei Balcani occidentali, nel Caucaso meridionale e settentrionale e nel Donbass. Queste guerre però hanno avuto un’influenza limitata sulla vita sociale ed economica del continente e del mondo nel suo complesso. Invece, la decisione di Putin di dare inizio all’invasione, la conseguente guerra russo-ucraina e il consolidamento di Stati Uniti, Regno Unito e UE attorno all’Ucraina nella nuova compagine dell’Occidente hanno dato impulso a una serie di cambiamenti nell’architettura dell’assetto globale e hanno approfondito notevolmente le tendenze socioeconomiche negative che avevano avuto inizio durante gli anni della pandemia da Covid-19.

   Anche se l’esercito ucraino a fine 2022 è riuscito a riconquistare la maggior parte delle regioni del paese che erano cadute nelle mani degli invasori, la guerra non è ancora finita e le prospettive di vittoria sulle truppe d’invasione rimangono ancora remote. Anzi, la guerra si sta trascinando. Con una linea del fronte che si è stabilizzata, è facile che essa si trasformi in un lungo conflitto militare aperto, con una chiara divisione dell’Europa e del mondo in campi e blocchi. In tale contesto, gli scenari principali della guerra russo-ucraina nel 2023 sono due: l’ingresso in una fase di conflitto militare prolungato o il raggiungimento di un qualche tipo di accordo di pace instabile.

Scenario #1: conflitto militare prolungato

Se la guerra andrà avanti e tutte le parti in conflitto continueranno ad aumentare le dotazioni di armi e personale delle proprie truppe, lo scenario più probabile per il 2023 sarà il protrarsi della guerra in Ucraina. Gli alleati occidentali hanno già creato un sistema di sostegno finanziario e militare al governo e all’esercito ucraini, mentre Mosca sta ripristinando in tutta fretta il suo apparato militare e industriale, creando nuove alleanze con paesi in grado di fornire le tipologie di armi mancanti2. La mobilitazione di massa continua a far affluire sempre più personale nell’esercito ucraino e in quello russo, con le truppe dei due contendenti che raggiungeranno più o meno i 400-500.000 effettivi entro marzo 2023. Né Kiev né Mosca comunicano direttamente ed entrambe le parti sembrano essere ancora impreparate a entrare nella fase dei colloqui di pace. Questa spirale di violenza sta trascinando nel conflitto russo-ucraino sempre più popoli e nazioni.

   Il protrarsi della guerra comporterà un’escalation del numero di vittime tra civili e combattenti, come pure la distruzione degli insediamenti ucraini, delle infrastrutture fondamentali, dell’industria e del sistema energetico. In questo scenario, l’emigrazione dall’Ucraina verso l’Europa e la Russia continuerà a crescere, mentre coloro che sono emigrati nel 2022 dovranno rivalutare il progetto di tornare presto a casa. Le sanzioni attuali e future contro la Russia mineranno ulteriormente la forza economica russa, ma ci saranno anche ripercussioni per le economie occidentali, con un rischio di proteste di massa in tutti i paesi in conflitto.  Nessuna delle economie del continente europeo sarà in grado di sostenere il tenore di vita che aveva prima del 2022. Pertanto, il protrarsi della guerra in Ucraina approfondirà i rischi esistenti e ne farà sorgere di nuovi per tutte le società dell’Europa e dell’Eurasia settentrionale.

Scenario #2: accordo di pace instabile

C’è tuttavia ancora la possibilità di una sorta di accordo che potrebbe rallentare o congelare il conflitto per qualche tempo. La liberazione delle regioni di Kharkiv e Kherson da parte delle forze ucraine, con il sostegno militare ed economico senza precedenti dell’Occidente, ha minato la reputazione delle forze russe quale “secondo esercito più potente del mondo” dopo gli Stati Uniti. A fine 2022 le forze ucraine si sono trasformate in un esercito ben equipaggiato in grado di colpire qualsiasi posizione russa nei territori ucraini occupati e nella maggior parte delle regioni russe sudoccidentali. La sua stessa debolezza, i successi militari dell’Ucraina e il protrarsi delle sanzioni occidentali potrebbero motivare il Cremlino ad accettare una qualche forma di armistizio o di accordo di pace provvisorio con Kiev. Anche il governo ucraino, nonostante il recente successo militare, potrebbe accettare un accordo di pace ad interim per far cessare la distruzione delle sue città, del sistema energetico e delle infrastrutture critiche, ma anche per prepararsi meglio alla fase successiva della guerra.

   In caso di armistizio prolungato e di congelamento del conflitto più o meno lungo l’attuale linea del fronte, l’Ucraina e i suoi alleati avranno il tempo di migliorare la capacità del paese di resistere all’invasione, sia militarmente sia economicamente. Anche una ricostruzione parziale delle infrastrutture fondamentali in Ucraina potrebbe alleggerire il peso della guerra per la popolazione ucraina; se i bombardamenti cessassero, almeno parte dei 10 milioni di rifugiati ucraini potrebbe anche avere la possibilità di tornare nel proprio paese. Gli eserciti occidentali e russi potrebbero sfruttare questo tempo per ricostituire i loro arsenali e aumentare le potenzialità dei loro apparati militari e industriali. Questo scenario comporta anche una certa diminuzione dei rischi per la sicurezza sul piano sociale che il protrarsi della guerra potrebbe avere implicato per l’Europa.

   Tuttavia, le parti coinvolte nella guerra non hanno raggiunto i loro scopi e hanno risorse e volontà politica sufficienti per vincere. Pertanto, la pace in Ucraina può essere solo temporanea: senza una piena vittoria sulla Russia, autrice dell’aggressione, non ci può essere una pace stabile in Ucraina e nell’intera Europa orientale.

   Qualunque sia lo scenario della guerra russo-ucraina che si concretizzerà nel 2023, ci sono alcune tendenze comuni che interesseranno l’Europa e altre regioni del mondo.

   In primo luogo, i paesi del continente europeo e molti paesi asiatici saranno molto probabilmente costretti a unirsi a uno dei due blocchi in conflitto. Gli Stati membri di entrambi i blocchi dovranno rendere sicure le loro politiche, militarizzare le loro economie e rivedere fortemente i loro modelli di sviluppo non adeguati alla situazione bellica. Questi cambiamenti possono entrare in contraddizione con le strategie di gestione della crisi economica che si adottano in tempo di pace; potenzialmente, si potrebbe assistere a un aumento del rischio di ampi movimenti di protesta sociale, sia a est sia a ovest. Lo status di neutralità, inoltre, diventerà impossibile da mantenere, almeno in Europa: tutti i Paesi del continente dovranno scegliere il blocco con cui schierarsi nel 2023. Anche per i paesi extraeuropei sarà più difficile mantenere la neutralità.

   In secondo luogo, il ruolo geopolitico degli stati sta cambiando all’interno dei blocchi emergenti: alcuni paesi periferici hanno acquisito centralità nel 2022. Questo fenomeno sarà probabilmente più evidente nel 2023. Con la sua resistenza incrollabile, l’Ucraina si è guadagnata un’influenza politica di gran lunga maggiore, che si è tradotta nella creazione di un’alleanza militare con l’Occidente, in una voce più forte nelle relazioni internazionali e nello status di paese candidato all’adesione all’UE. È abbastanza probabile che l’Ucraina rafforzi i propri legami con l’Occidente e garantisca un’unità di interessi a lungo termine con i suoi nuovi alleati. Anche la Polonia e altre nuove democrazie europee stanno rafforzando il loro ruolo in materia di sicurezza e relazioni internazionali, mentre le vecchie democrazie come Francia e Germania sembrano continuare a perdere leadership nelle questioni di rilevanza comune europea.

   In terzo luogo, la guerra in Ucraina ha un impatto sulla sicurezza dei paesi europei ed eurasiatici. Si profilano tre gruppi di paesi classificati per grado di insicurezza. I paesi del primo gruppo, Bielorussia, Moldavia e almeno sette regioni della Russia occidentale e sud-occidentale, si trovano a fronteggiare il rischio che la guerra scatenata contro l’Ucraina finisca per interessare anche il loro territorio. Nei paesi del secondo gruppo, i conflitti congelati di un tempo sono esposti a un maggior rischio di uscire dal loro stato di ibernazione, mentre i conflitti che hanno già raggiunto il punto di ebollizione possono scoppiare con rinnovato vigore. Questo gruppo comprende la Moldavia, i paesi dell’Asia centrale, il Caucaso meridionale e i Balcani. Infine, nel terzo gruppo, che comprende altri paesi europei, il mutare del modello socioeconomico e i cambiamenti politici legati alla guerra possono agevolare la presa di potere da parte di gruppi populisti. Questo fenomeno potrebbe anche accelerare la corsa agli armamenti e portare le nazioni libere a una svolta illiberale o a una terza ondata di autocratizzazione in entrambi i continenti.

   Alla fine, a seguito dei fallimenti bellici e con una popolazione e un’economia in declino, la Federazione Russa è diventata una potenza che si indebolisce rapidamente. Ciò significa che ci sarà un vuoto di potere nell’Europa orientale e nell’Eurasia settentrionale. L’Occidente, la Cina, la Turchia e l’Iran avranno quindi l’opportunità di aumentare la loro presenza in loco con il rischio di provocare nuovi conflitti tra di loro per assicurarsi un’influenza sulla regione. La Russia isolata e impoverita entrerà molto probabilmente nell’area di sempre maggiore influenza della Cina. Se ciò accadrà, il blocco nell’Europa orientale potrebbe anche entrare a far parte della Grande Eurasia guidata da Pechino, mentre la prospettiva europea per i paesi dell’Europa orientale diventerà molto probabilmente irrealistica. (Mikhail Minakov, 24/12/2022, da https://www.ispionline.it/)

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LE GUERRE DIMENTICANO E INCENTIVANO IL SOTTO SVILUPPO E LE CRISI AMBIENTALI (es. nel CORNO D’AFRICA, 13 milioni di persone rischiano di soffrire la fame per la siccità, foto da https://www.lifegate.it/)

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IL MONDO NEL 2023: GUERRA, PACE E TUTTO QUELLO CHE DOBBIAMO ASPETTARCI SECONDO LUCIO CARACCIOLO

di Riccardo Staglianò, pubblicato sul VENERDÌ de “la Repubblica” del 30 dicembre 2022

– In Ucraina? Forse una tregua. E poi ci sono Taiwan, dove si sfidano Usa e Cina, il Kosovo, la Libia. Siamo entrati nell’era del caos? Pare proprio di sì, spiega il direttore di Limes in questa intervista –

   È un attimo finire in Caoslandia, il campionato dei Paesi instabili che va dall’Africa al Medio Oriente fino al Latinoamerica. D’altronde già confiniamo con i Balcani e, di fatto, con Libia e Tunisia. “Se il mare attorno a noi s’incendiasse e la circolazione da e verso gli oceani ne fosse pregiudicata, il nostro Paese si troverebbe a lottare per la sopravvivenza” scrive Lucio Caracciolo in La pace è finita (Feltrinelli), un sapienziale trattato che mette in guardia gli Stati, a partire dal nostro, dalla confortevole quanto perniciosa illusione che ci si possa disinteressare di geopolitica. (…..)

   A lui, che ci ricorda pagina dopo pagina come siamo immersi nella Storia fino al collo, abbiamo chiesto di ripercorrere questo anno vissuto pericolosamente.

A memoria sua quanto bisogna tornare indietro per ritrovare un anno così?
“Al 1989 quando, in meno di un anno, passammo dal Muro di Berlino al suo abbattimento e all’unificazione tedesca, mettendo le premesse per la disintegrazione del patto di Varsavia e dell’Unione sovietica. Un cambio di paradigma analogo a quello che stiamo vivendo i cui assestamenti potremo capire forse tra un paio di anni”.

Si pensò allora che la Storia fosse finita, come da titolo di un fortunato saggio di Francis Fukuyama che lei fa a pezzi nel suo libro…
“Finita era la pace, non la Storia. Perché la Guerra fredda non era affatto un paradigma negativo ma l’unico equilibrio possibile per evitare la guerra calda che avrebbe distrutto l’Europa, sterminato noi europei e dilagato nel pianeta. Mentre oggi la competizione è ormai al grado bellico (Russia contro Usa in Ucraina) o vi è vicina (Cina contro Usa per Taiwan). A rischio di degenerare in guerra mondiale in cui potremmo essere fatti fuori tutti. Quella sì incontestabile fine della Storia”.

Ecco, affrontiamo i fronti più caldi a partire dall’Ucraina: a che punto siamo?
“Assodato che nessuno dei due contendenti può davvero vincere, c’è da determinare rispettivamente in che misura perderanno entrambi. Il che significa che la guerra è destinata a durare, sperabilmente con qualche intervallo, ma la vera pace è lontana. D’altronde anche le radici del conflitto affondano a un secolo fa quando una nazione in formazione, l’Ucraina, decise di emanciparsi dall’impero russo. Spero solo che la soluzione non richieda lo stesso tempo”.

All’inizio, tranne i servizi Usa, si sono sbagliati quasi tutti nel prevedere l’invasione, lei compreso. Cosa abbiamo imparato?
“Mi sembrava che Putin sarebbe dovuto impazzire per ficcarsi in una situazione da cui difficilmente poteva uscire bene e ritenevo più probabile che facesse leva sugli ucraini russofili per condizionare il futuro di quel Paese. Però questa razionalità esterna non teneva conto della ratio di Putin di tentare il colpo di Stato. Ma qui entriamo in una logica diversa, quella di considerare reale ciò che, a detta del capo, dovrebbe esserlo. Se c’è una cosa che insegna la geopolitica è proprio di considerare, e anche empatizzare con, i punti di vista molto lontani dal proprio”.

Per lunghi mesi anche da noi c’è stata un’inedita polarizzazione e sembrava bastasse amare Dostoevskij per venir considerato putiniano: perché?
“C’è stata una fase eccitata, tipo scontro di civiltà, con Putin paragonato a Hitler e i russi ai nazisti. Paragoni paradossali spiegabili con l’emozione e un certo grado di disinformazione. Ora viviamo una fase opposta, col disincanto accentuato in buona parte dell’opinione pubblica e di molti governi per cui la guerra dovrebbe finire alla svelta, anche male, perché – anche se in maniera incommensurabilmente inferiore – ne paghiamo anche noi le conseguenze”.

Sta parlando dei contraccolpi economici delle sanzioni…
“Non solo economici. Chi le ha immaginate, America e alleati europei, voleva dimostrare innanzitutto l’unità del blocco occidentale. Tranne poi scoprire il contrario, ovvero che la Nato è un’alleanza che comprende i polacchi, molto antirussi, i turchi a metà strada, i tedeschi refrattari a rompere con Mosca e i baltici che vorrebbero sparisse dalla faccia della terra. E l’Italia con una posizione simile a quella tedesca, anche se molto meno esplicita”.

A un certo punto si è cominciato a parlare di atomica come uno degli esiti possibili: com’è possibile uno sdoganamento del genere?
“Cambiamo prospettiva. Com’è possibile che le maggiori potenze producano migliaia di armi nucleari senza poi vagheggiarne l’uso? Durante la Guerra fredda esisteva la dottrina Mad, “deterrenza mutua assicurata”. Americani e sovietici erano diversi su tutto tranne che sulla grammatica: si capivano e fingevano addirittura che l’una potenza valesse come l’altra per scongiurare il conflitto atomico. Ora non si capiscono più, anche perché il lavoro di analisi e spionaggio americano è tutto concentrato sulla Cina, e quindi si parla di armi atomiche tattiche di “potenza minore” che, a scanso di equivoci, sarebbero comunque venti volte Hiroshima”.

Nel libro liquida l’ingenuità di Reagan di sconfiggere l’impero del male e il suicidio imperiale di Gorbaciov. Non ha dubbi che si stesse meglio nella Guerra fredda, vero?
“(Caracciolo mi guarda costernato per l’ingenuità della domanda) Noi certamente sì. Ovviamente a spese degli europei che stavano sotto i sovietici. Secondo la sintesi di Kennedy per cui “much better a wall than a war“. Era un mondo ordinato in cui l’Italia contava e la pace sembrava addirittura un orizzonte eterno. Oggi i confini, il limes, sono tutti in discussione”.

All’inizio dell’invasione russa altro argomento tabù era parlare del coinvolgimento Nato e Usa. È così?
“Ci voleva molta fantasia per sostenere che la pur straordinariamente coraggiosa resistenza fosse alimentata solo dall’eroismo ucraino. Quando è stata resa possibile da almeno otto anni di aiuti americani, britannici e occidentali che le hanno permesso di avere l’esercito più potente d’Europa. Una confusione iniziale in cui anche i media hanno responsabilità, avendo fornito una rappresentazione astorica del conflitto, che prescinde dal contesto e racconta la guerra come la cronaca nera, con una successione di orrori presentati come fossero assurde eccezioni”.
Abbiamo sfiorato davvero la Terza guerra mondiale?
“Sì, fino a quando Stati Uniti e Cina, ma anche Russia, hanno stabilito che non si poteva entrarci per il Donbass. Il momento decisivo è stato il 15 novembre, il giorno del missile russo prontamente travestito da ucraino caduto in territorio polacco. In quel frangente le potenze hanno dimostrato tutta la loro saggezza. Mentre in Italia già si diceva “prepariamoci a difendere la Polonia” Biden e Xi dichiaravano che 1) il missile non era russo 2) comunque era finito oltre confine per errore 3) era addirittura ucraino. Specificazione, quest’ultima, che serviva anche come segnale a Kiev di darsi una regolata”.

A proposito di Usa e Cina, a che temperatura è la loro sfida?
“Il punto più basso si è toccato al momento della visita della speaker del Congresso Nancy Pelosi a Taiwan. La guerra ha portato un riavvicinamento. Per i russi la partita ucraina sembra questione di vita o di morte, per i cinesi no. Anzi per Pechino Kiev era un partner cruciale sia come fornitore di cereali che come passaggio fondamentale per la Via della seta. All’inizio Pechino aveva creduto a Mosca quando diceva che il conflitto si sarebbe risolto in tre giorni e aveva avvisato i propri connazionali in Ucraina di esporre la bandiera cinese alla finestra per evitare che russi sparassero loro. Poi, al vertice di Samarcanda, l'”amicizia senza limiti” era diventata più tesa”.

Rischiamo davvero un altro conflitto globale per Taiwan?
“Voglio sperare di no. Ma Taiwan è importante perché i cinesi la considerano propria e gli americani han deciso che non dovrà esserlo mai perché si trova tra Mar cinese meridionale e orientale, tra Cina, Giappone e Filippine, l’area asiatica dove gli americani hanno più soldati proprio per bloccare la proiezione cinese verso gli oceani. Se Pechino controllasse gli stretti dove passano rotte commerciali diverrebbe egemone”.

A proposito di talassocrazia, di recente ha scritto dell’importanza del canale di Sicilia: perché il ponte non è necessariamente “di destra”?
“La geopolitica va oltre gli schieramenti. Un Paese legittima la propria influenza nel mondo anche con grandi opere che contribuiscono a far apprezzare il suo marchio. L’olimpiade di Roma del 1960 fu un formidabile trampolino di lancio per noi, così come il tunnel sotto la Manica per Francia e Regno Unito. Unire la Sicilia alla terraferma sarebbe un moltiplicatore per il nostro Meridione dal momento che, in una crisi demografica generalizzata, perdiamo proprio più persone nel Sud e nell’Italia appenninica. Possiamo perdere, oggi demograficamente, domani geopoliticamente, metà del Paese?”.

Tanto più che il post-Ucraina non significherà per noi confini terrestri più sicuri, o sbaglio?
“La nostra sponda adriatico-balcanica uscirà ulteriormente destabillizzata dalla guerra in Ucraina, il cui confine è più vicino a Trieste di quanto la città giuliana lo sia da Napoli. Cosa ne sarà di quella wasteland dopo la fine della guerra? E chi si accollerà la ricostruzione? Non l’America”.

E sul fronte marittimo?
“Ci troveremo, nei fatti, confinanti con Turchia (già presente in Cirenaica) e Russia (impegnata in Tripolitania). Il tutto come effetto del conflitto che abbiamo perso con la Francia sul futuro della Libia. La trascuratezza verso le nostre frontiere è molto pericolosa”.

Mentre ragioniamo di possibili conflitti futuri ce ne sono altri presenti. L’Iran è infiammato da proteste con pochi precedenti: come le valuta?
“È una crisi profonda con radici antiche. Il problema, come insegnava Mao, è che il potere nasce dalla canna del fucile e quello ce l’hanno i pasdaran, che non hanno intenzione di cederlo. Dall’altra parte ci sono donne coraggiose, una popolazione giovane, contro un potere soffocante e stupido che confidano di poter portare al suicidio”.

Si riaccende anche lo scontro tra Kosovo e Serbia…
“La verità è che le guerre jugoslave non sono mai davvero finite. Furono sedate grazie all’intervento americano ma il Kosovo reso indipendente con l’omonima guerra in realtà controlla solo l’85 per cento del territorio che Pristina ritiene suo. E il rischio di guerra guerreggiata c’è”.

Il ritiro dall’Afghanistan che Paese ha lasciato? Nel libro scrive che è stato “il prologo del 24 febbraio”: in che senso?
“Nel senso che quella ritirata precipitosa dà l’idea di un’America ripiegata su se stessa, sui suoi problemi interni. Il risultato più importante è aver rafforzato i talebani lasciando loro un arsenale simile a quello oggi fornito agli ucraini”.

Altre guerre che ignoriamo a nostro rischio e pericolo?
“Non dove si spara ma bisogna allargare la definizione. La dimensione cibernetica sta diventando primaria e può fare danni anche peggiori dell’atomica dal momento che, facendo saltare le infrastrutture, può mettere in ginocchio un Paese, come si vede anche in Ucraina. Per non dire delle infowars in cui i media classici contano meno di prima rispetto a singoli con un cellulare dal fronte”.

Descrive un’Europa fuori gioco, ininfluente: nessuna speranza?
“Come disse Kissinger ‘ne parliamo come se avesse un numero di telefono’ ma l’Europa, al di là dell’idea, non esiste tant’è che, a segnalarne la genericità, scrivo Leuropa senza apostrofo. Vi sembra che Von der Leyen, per dire, rappresenti Macron? L’Ue è nata per iniziativa americana, dal piano Marshall alla Nato, ed è stata tenuta insieme da una loro attiva presenza. Tant’è che ora che questa presenza è in declino vengono fuori i singoli interessi, particolari e inconciliabili. Si vede soprattutto con i Paesi dell’Est, che stanno vivendo la loro fase risorgimentale: avremmo preteso da Mazzini e Cavour, non appena conquistata la sovranità, di scioglierla in un modello pensato da altri? Ecco non possiamo farlo neppure con polacchi e ungheresi, sebbene io preferisca di gran lunga il nostro modello al loro. Ma vogliamo far finta che sia possibile”.

Racconta gli Stati Uniti come un “Antimpero in crisi” e paventa addirittura la possibilità di una seconda guerra di secessione: tra chi e chi?
“Tra l’America rossa e quella blu, intesi come stati repubblicani e democratici. Ormai la polarizzazione è tale che ci si sposa più tra bianchi e neri che tra democratici e repubblicani. Sono gruppi che differiscono in tutto: concezione della vita (vedi aborto), canone storico (una nazione fondata da schiavisti o da liberatori di colonialisti?), con più armi che abitanti. Perciò l’America è occupata più a pensare a se stessa che al resto del mondo. È un problema nuovo per tutti”.

America che non soffre le sanzioni a Mosca di cui noi “paghiamo prezzi altrettanto alti di quelli che imponiamo ai russi”. Si chiede: “sanzionare, cioè autosanzionarsi all’infinito?”. Ma che alternative ci sono?
“In ogni guerra la priorità è non spararsi sui piedi. Quindi, ammesso che abbiano senso, ragioniamo. Certamente hanno causato più problemi per noi e non hanno fermato i russi. Quindi magari avremmo dovuto valutare di mandare più armi e più soldi all’Ucraina a patto di decidere cosa vogliamo in cambio, tipo dire – come fanno gli americani – che con quegli aiuti possono fare alcune cose e non altre e pretendere di avere un peso al tavolo negoziale. Una volta messe le sanzioni è difficile toglierle. Ma possiamo convincerci in modo più intelligente. Dicendo: vogliamo che voi resistiate, esistiate innanzitutto, ma stabilite dove volete/potete arrivare. Se alla fine avremo milioni di ucraini in giro per il mondo e un Paese alla fame, i primi a pagare saranno gli ucraini”.

Per il nuovo anno cosa dobbiamo aspettarci?
“Intanto una tensione molto forte tra noi, Germania e Paesi nordici quando ci sarà da ridiscutere il Patto di stabilità. Per questo la crisi franco-italiana va sanata rapidamente altrimenti finiremo male tutti e due. Non dimentichiamo che la nostra crescita post Covid è dovuta alla sospensione del patto di stabilità che per noi è più un Patto di instabilità e decrescita, basta vedere gli ultimi vent’anni. E poi spero che sia l’anno della sospensione, non della fine, della guerra in Ucraina. Kiev deve respirare ma anche Mosca, che ha già perso 100 mila uomini. Comunque finisca ci sarà sempre un confine comune”.

Che fine faranno Donbass e Crimea?
“Se parliamo di territori non si va da nessuna parte. Intanto smettere di sparare. Poi col tempo si discuterà. L’Ucraina non può rinunciare ai confini del ’91 così come la Russia non può tornare dov’era prima del 24 febbraio. Dovremo convivere con questa situazione”.

(Riccardo Staglianò, pubblicato sul VENERDÌ de “la Repubblica” del 30 dicembre 2022)

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NEL MONDO, UNA PERSONA SU 23 AVRÀ BISOGNO DI AIUTI UMANITARI NEL 2023

di Valentina Neri, 5/12/2022, da https://www.lifegate.it/

– Nel corso del prossimo anno, 339 milioni di persone in 69 paesi avranno bisogno di aiuti umanitari. A lanciare questo appello sono le Nazioni Unite – Servono 51,5 miliardi di dollari, una cifra record, aumentata del 25 per cento rispetto all’inizio del 2022 –

   Nel corso del prossimo anno, 339 milioni di persone in 69 diversi paesi avranno bisogno di aiuti umanitari. Se fosse uno stato, sarebbe il terzo più popoloso del pianeta dopo Cina e India, battendo addirittura gli Stati Uniti (la cui popolazione è di 335 milioni di persone). In pratica, si tratta di un essere umano su 23. La cifra, allarmante, è ufficiale. A diffonderla è infatti l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

TRA GUERRA, EVENTI METEO ESTREMI E CRISI ALIMENTARE

Rispetto allo scorso anno, il numero di persone che necessitano di aiuti umanitari è aumentato di 65 milioni di unità, come la popolazione della Francia. I motivi li conosciamo. Da un lato l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con la distruzione di infrastrutture fondamentali e milioni di persone costrette a fuggire.  L’impennata dei prezzi alimentari che ne deriva e che ha avuto ripercussioni a catena in tutto il mondo, compresi paesi che già erano in crisi per la siccità (come quelli del Corno d’Africa) o per i conflitti (come Afghanistan e Yemen). Nel frattempo la crisi climatica continua a manifestarsi in modo drammatico, come hanno dimostrato le inondazioni in Pakistan.

   La Global humanitarian overview 2023 (Gho), lanciata dall’Onu in collaborazione con altri partner, mette in fila alcuni numeri che danno un’idea delle crisi interrelate che l’umanità sta attraversando. Almeno 222 milioni di persone in 53 paesi sono in una condizione di insicurezza alimentare acuta alla fine del 2022; entro la fine del secolo, il caldo estremo potrà mietere più vittime del cancro; 388 milioni di donne e ragazze vivono in condizioni di povertà estrema, e ci vorranno ancora 132 anni per raggiungere la parità di genere.

QUANTI AIUTI UMANITARI SERVONO PER IL 2023

Questi 339 milioni di individui pagheranno il prezzo di fenomeni di cui, quasi sempre, non hanno colpa. Per essere messe nelle condizioni di assisterli, l’Onu e le sue agenzie partner lanciano un appello ai donatori internazionali: servono 51,5 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari. Una cifra record, aumentata del 25 per cento rispetto all’inizio del 2022. Tra i paesi in cui la situazione è critica, a tal punto da richiedere interventi che costeranno più di un miliardo di dollari ciascuno, ci sono Afghanistan, Siria, Yemen, Ucraina, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Somalia.

   Da sole, l’Onu e le agenzie partner possono raggiungere 230 milioni di persone che ne hanno bisogno. Per gli altri 109 milioni, hanno bisogno di essere affiancate da donatori bilaterali e da altre organizzazioni. I finanziamenti sono un punto critico: quest’anno è arrivato solo il 44 per cento delle risorse necessarie per gli aiuti umanitari. Non tanto per “colpa” dei donatori, ma perché ci sono state troppe emergenze da affrontare, disseminate su un territorio troppo vasto. E il 2023 non farà che confermare queste crisi. (Valentina Neri, 5/12/2022, da https://www.lifegate.it/)

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IN AFRICA, SONO I CONFLITTI IL VERO MOTORE DELLA CRISI ALIMENTARE

di Céline Camoin, 2/11/2022, da https://www.africarivista.it/

   I conflitti rimangono il motore dominante della spirale della crisi alimentare in Africa. Più dell’80% dei 137 milioni di africani, un numero da record, che affrontano una grave insicurezza alimentare si trovano infatti in Paesi colpiti da conflitti. Lo afferma l’Africa Center for Strategic Studies, centro studi di Washington DC, in un recente studio.

   L’aumento del numero di africani che affrontano un’insicurezza alimentare acuta mostra una tendenza ininterrotta nell’ultimo decennio.

   Secondo i ricercatori più di 137 milioni di africani si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare, e circa 111 milioni di persone che affrontano una grave insicurezza alimentare si trovano in Paesi in conflitto, l’81% del totale. Ciò sottolinea gli enormi costi umani indiretti e spesso non riconosciuti dei conflitti africani.  Inoltre, 8 dei primi 10 paesi africani che soffrono di grave insicurezza alimentare stanno affrontando conflitti.

   Compromettendo la resilienza di famiglie, comunità e nazionali, i conflitti dell’Africa hanno aggravato l’impatto di shock esterni – pandemia, clima, inflazione e guerra russa in Ucraina – sulla sicurezza alimentare del continente, ritiene l’Africa Center for Strategic Studies.

   Si stima che il 73% dell’insicurezza alimentare acuta nel continente sia concentrato in otto Paesi: Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Nigeria, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Niger e Burkina Faso.

L’insicurezza alimentare acuta è andata progressivamente peggiorando in ciascuno di questi paesi che si trovano ad affrontare conflitti in corso.

   La Repubblica Democratica del Congo continua ad avere il maggior numero di persone con elevata insicurezza alimentare al mondo (25,9 milioni). Questa vulnerabilità alimentare è concentrata nella parte orientale della Repubblica, dove si stima che circa 120 gruppi armati, alcuni sponsorizzati dai Paesi vicini, abbiano perpetuato l’instabilità per anni.

   Si stima che in Etiopia ci siano 20 milioni di persone che necessitano di aiuti alimentari (un aumento del 137% rispetto al 2020). Questo picco di grave insicurezza alimentare è in gran parte il risultato del conflitto civile iniziato nel novembre 2020 e che ha travolto il Tigray e altre parti dell’Etiopia settentrionale.

   In Nigeria, 19,5 milioni di persone stanno vivendo una grave insicurezza alimentare. Si tratta di un aumento di quasi 10 volte rispetto al 2018, quando c’erano 2,5 milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare nel paese. La maggior parte delle persone in condizioni di grave insicurezza alimentare vivono nella regione nord-orientale che è stata destabilizzata da Boko Haram e dalla sua propaggine, lo Stato islamico dell’Africa occidentale. Si stima che almeno 1 milione di persone siano fuori dalla portata dell’assistenza umanitaria. Con la violenza militante e criminale organizzata che si è diffusa nelle parti centro-settentrionali e nord-occidentali del paese, la Nigeria ha visto un aumento di 6,5 milioni di persone che affrontano una grave insicurezza alimentare nell’ultimo anno, un picco del 51%.

   Il Sudan ha vissuto anni di conflitti civili nelle sue regioni del Darfur, del Nilo Azzurro e del Kordofan meridionale, risultati del governo militare repressivo che ha governato il paese per decenni. Il numero di persone che affrontano un’insicurezza alimentare acuta è balzato nell’ultimo anno da 6 milioni a 11,7 milioni, la maggior parte delle quali è concentrata nelle regioni colpite dal conflitto. Ciò è seguito a un colpo di stato militare che ha fatto deragliare la transizione democratica e la ripresa del conflitto e degli sfollamenti della popolazione. La crisi alimentare è stata ulteriormente aggravata dalla cattiva gestione economica che ha portato a un’inflazione del 400%.

   A causa di una guerra civile che si trascina da un decennio, il Sud Sudan ha avuto un numero costantemente elevato di persone in crisi alimentare nonostante abbia uno dei paesi più fertili e ricchi di terra del continente. I 7 milioni di persone che affrontano una grave insicurezza alimentare in Sud Sudan comprendono circa i due terzi dell’intera popolazione, il tasso più alto di qualsiasi altro paese in Africa. Ciò include 90.000 vittime della carestia.

   In Somalia, circa 6,7 ​​milioni di persone si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare, quasi il doppio nell’ultimo anno. Ciò include almeno 300.000 persone che devono affrontare la carestia. La maggior parte di coloro che devono affrontare la carestia sono residenti e sfollati che vivono nei distretti di Baidoa e Burhakaba, che si sovrappongono al territorio controllato o conteso da al Shabaab. Una quinta stagione di scarse precipitazioni sta esacerbando le interruzioni della produzione alimentare e dei trasporti causate dal conflitto.

   Il deterioramento della situazione della sicurezza nel Sahel occidentale causato dai gruppi militanti islamici ha provocato una grave crisi alimentare. Circa 9,7 milioni di persone in Mali, Burkina Faso e Niger si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare. Ciò rappresenta un aumento del 50 per cento rispetto all’ultimo anno. Nel 2018 sono stati 1,1 milioni.

   Il conflitto nel Sahel ha causato lo sfollamento di quasi 3 milioni di persone, tra cui agricoltori, pastori e commercianti, e ha impedito all’assistenza umanitaria di raggiungere molti di loro. Con un record di 36 milioni di africani sfollati con la forza a causa del conflitto e del governo repressivo in tutto il continente, queste popolazioni sono particolarmente vulnerabili e rischiano di passare da crisi a catastrofe.

   Dato il ruolo centrale del conflitto nella crisi dell’insicurezza alimentare in Africa, le iniziative di risoluzione dei conflitti e di costruzione della pace sono elementi critici per invertire le tendenze in deterioramento della sicurezza alimentare del continente. (Céline Camoin, 2/11/2022, da https://www.africarivista.it/)

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MYANMAR, CENTINAIA DI CIVILI COLPITI DALLE MINE ANTIUOMO DURANTE LA GUERRA CIVILE

di Fabio Polese, 29/12/2022, da https://www.osservatoriodiritti.it/

– Le forze armate birmane usano le mine antiuomo dal 1999, ma il loro uso è aumentato drasticamente dopo il colpo di Stato militare. Secondo il rapporto Landmine Monitor Report 2022, da febbraio 2021 a settembre 2022 sono 157 i civili uccisi e 395 quelli feriti da questi ordigni esplosivi –

da Chiang Mai (Thailandia)

   Da febbraio 2021 a settembre 2022, 157 civili sono stati uccisi e 395 feriti da mine antiuomo e residuati bellici esplosivi in Myanmar.

   A denunciarlo è il nuovo rapporto Landmine Monitor Report 2022, pubblicato recentemente da una serie di organizzazioni umanitarie che fanno parte della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine.

   Il documento conferma quello che più volte hanno dichiarato le fonti locali, ovvero che i soldati della giunta militare piazzano gli ordigni intorno a villaggi, lungo i sentieri, vicino alle infrastrutture per le telecomunicazioni e alle condutture energetiche, e nei pressi di chiese, fattorie e campi coltivabili per impedire che la popolazione abbia accesso ai mezzi di sostentamento.

   Secondo il rapporto, le truppe hanno anche utilizzato i civili come scudi umani facendoli camminare davanti ai soldati per far esplodere eventuali mine.

GUERRA CIVILE IN MYANMAR: MINE ANTIUOMO AUMENTATE DAL COLPO DI STATO

Le forze armate birmane usano le mine antiuomo dal 1999, ma l’uso di queste armi è aumentato drasticamente dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, soprattutto nelle zone etniche, dove gruppi di difesa popolare si sono uniti alle guerriglie armate, iniziando a conquistare diverse parti di territorio.

   Il trattato di messa al bando delle mine del 1997 proibisce le mine antiuomo e ne richiede la rimozione, la distruzione degli stock e l’assistenza alle vittime. «Sebbene il Myanmar non sia parte del trattato, l’uso da parte della giunta rimane illegale: le mine antiuomo non discriminano tra civili e combattenti. Uccidono e feriscono anche molto tempo dopo essere stati piazzati», si legge nel documento.

CONFLITTO IN MYANMAR OGGI: LA TESTIMONIANZA DI UNA GIOVANE DONNA

«Stavo andando a raccogliere il riso, quando all’improvviso una mina è saltata», racconta in esclusiva ad Osservatorio Diritti Ma Noi, una giovane donna di trent’anni rimasta senza una gamba in un piccolo villaggio nella borgata di Demoso, nello Stato Karenni (o Kayah), dove i combattimenti contro la giunta al potere sono tra i più cruenti del Paese.

   «Spero di riuscire a mettermi una protesi, ma in ogni caso la mia vita non sarà più come prima. Dovrò abituarmi a convivere così», dice mentre si trova in un ospedale clandestino, nascosto tra la fitta vegetazione della giungla, specializzato proprio nella cura delle ferite provocate dalle mine.

   Molte strutture sanitarie gestite dai gruppi etnici armati e dal Movimento di disobbedienza civile (Cdm) sono state colpite da attacchi aerei e mortai dall’esercito birmano, per questo si trovano in località segrete.

GUERRA IN MYANMAR: LE MINE AVRANNO EFFETTI DEVASTANTI PER MOLTI ANNI

«L’uso depravato da parte dei militari delle mine antiuomo nelle case e nei villaggi continuerà ad avere effetti devastanti sui civili per gli anni a venire», ha dichiarato in un rapporto di luglio Rawya Rageh, consigliere senior di Amnesty International.

   «Sappiamo per amara esperienza che le morti e i feriti tra i civili aumenteranno nel tempo e la diffusa contaminazione sta già impedendo alle persone di tornare alle loro case e ai terreni agricoli».

   «Il mondo deve rispondere con urgenza alle atrocità dei militari contro i civili in tutto il Myanmar. I paesi di tutto il mondo devono interrompere il flusso di armi verso il Myanmar e sostenere tutti gli sforzi per garantire che i responsabili di crimini di guerra affrontino la giustizia», ha aggiunto Rageh.

   Amnesty ha spiegato che l’esercito del Myanmar produce e utilizza comunemente mine terrestri M-14, che possono staccare il piede di una vittima, e le più potenti MM-2, che possono staccare la gamba di una persona fino all’altezza del ginocchio.

LE NAZIONI UNITE CHIEDONO DI PORRE FINE ALLE VIOLENZE IN MYANMAR

La settimana scorsa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la sua prima risoluzione sul Myanmar dopo il colpo di Stato militare. Nel documento si chiede alla giunta guidata dal generale Min Aung Hlaing di liberare tutti i prigionieri politici, inclusa la deposta consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e l’ex presidente Win Mying, e si sollecita la fine della violenza.

La risoluzione, proposta dal Regno Unito, è passata con dodici voti a favore e, soprattutto, con nessun voto contrario. CinaIndia e Russia, infatti, si sono astenute.

In passato, facendo leva sul proprio diritto di veto, Pechino e Mosca erano state pronte a bloccare qualsiasi tentativo del Consiglio di sicurezza di condannare il golpe militare e la giunta di Min Aung Hlaing. Un segnale forte per i generali birmani, storici amici delle due potenze. (Fabio Polese, 29/12/2022, da https://www.osservatoriodiritti.it/)

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