CAMBIAMENTI (CLIMATICI) che chiedono interventi urgenti, con tutti partecipi, democrazie e autocrazie – Il grave caso del rallentamento della Corrente del Golfo nel nord Atlantico a causa dello scioglimento dei ghiacci – La necessità di eliminare le emissioni di combustibili fossili per evitare la catastrofe ambientale

UNA CENTRALE A CARBONE – In Italia ci sono 6 centrali a carbone ancora funzionanti. Quattro sono dell’Enel, a Fusina (Venezia), Brindisi, Civitavecchia e Portovesme (Carbonia-Iglesias). Una è di A2A a Monfalcone (Gorizia), l’altra di EP Produzione a Fiume Santo (Sassari). La produzione di elettricità da carbone nei primi 9 mesi del 2022 è aumentata dell’82% rispetto allo stesso periodo del 2021, arrivando a 21 terawattora. Lo rivela all’ANSA Nomisma Energia

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(Il “cold blob” a sud della Groenlandia, da https://ilbolive.unpd.it/) – Il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, abbreviato in AMOC dalla corrispondente denominazione in inglese “Atlantic meridional overturning circulation”, è un’importante corrente oceanica dell’Oceano Atlantico, caratterizzata da un flusso in direzione nord di acqua salina calda negli strati superficiali dell’Atlantico, e da un flusso in direzione sud di acqua fredda in profondità; fa parte della circolazione termoalina. La AMOC è un’importante componente del sistema climatico del nostro pianeta. Questa corrente oceanica trasporta una quantità significativa di energia termica dai tropici e dall’emisfero australe verso il Nord Atlantico, mentre il calore viene trasferito all’atmosfera. Cambiamenti in questa circolazione oceanica potrebbero avere un profondo impatto sul sistema climatico globale (da Wikipedia) – Ora nel nord dell’oceano Atlantico gli scienziati hanno scoperto una “cold blob”, una sorta di bolla fredda (si veda qui sopra l’immagine). La corrente si sta raffreddando troppo, rallentando così la sua corsa e, di conseguenza, facendo venire meno una “forza” che regola il complesso sistema climatico nel quale viviamo. Tra le teorie più accreditate in ambito accademico, si pensa che il raffreddamento e il rallentamento dell’Amoc siano dovuti all’acqua fredda proveniente dalla fusione dei ghiacciai della Groenlandia, che avviene per via dell’aumento della temperatura.

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«ECCO PERCHÉ SICCITÀ E GELO SONO GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO»

da AVVENIRE, Redazioni Interni e Antonio Maria Mira, 28/12/2022

– Per l’Italia il 2022 è stato l’anno più caldo da due secoli. L’oceanologo DANOVARO: Natale in spiaggia al Sud e in America decine di morti per il freddo sono fenomeni collegati

   Il 2022 in Italia è stato l’anno più caldo da due secoli. Le temperature di dicembre sono infatti in linea con la tendenza dei primi 11 mesi dell’anno, già evidenziata dall’istituto per le Scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle Ricerche. Lo ha spiegato il climatologo Bernardo Gozzini, direttore del Consorzio Lamma-Cnr, aggiungendo che il primato del 2022 riguarda sia le temperature massime che quelle medie e si riferisce al periodo dal 1800, da quando cioè sono cominciate le rilevazioni meteorologiche. Per le minime, invece, l’anno record è stato il 2018 che è il secondo anno più caldo di sempre dopo il 2022. Nel mondo è stato il 2016 l’anno più caldo a livello mondiale, precedendo il 2020 e il 2019.

   In Italia, ma non solo, la tendenza sta confermando l’anomalia (…). Il caldo record registrato anche in queste ultime festività in Italia (che riguarda peraltro diversi altri Paesi europei), ha paradossalmente analogie con il gelo che sta colpendo l’Est degli Stati Uniti, tanto che i due fenomeni sono considerati due facce della stessa medaglia.

   «Sono le conseguenze del cosiddetto jet-stream, la naturale circolazione d’aria ad andamento sinuoso che a 9-12 km di altitudine attraversa tutto il Pianeta, influenzando il posizionamento dei sistemi di alta e bassa pressione – precisa Gozzini -. Nel caso specifico l’intensità del jet-stream può essere stata influenzata, a sua volta, dai cambiamenti climatici, determinando temperature molto basse e temperature miti nel bacino del Mediterraneo a causa del richiamo di aria di origine nord-africana».

   Negli Stati Uniti, la “bufera del secolo ha portato neve, gelo fino a -50 gradi e almeno 60 vittime, spesso per incidenti. Molte case senza elettricità né riscaldamento nell’area di Buffalo. Sono 15mila i voli aerei cancellati. Il freddo ha colpito anche i migranti senza rifugio al confine con il Messico.

(CORRENTE DEL GOLFO, immagine da Wikipedia) – La corrente del Golfo, insieme alla corrente nord-atlantica, è una potente corrente oceanica calda dell’emisfero boreale, presente nell’Oceano Atlantico Settentrionale. Nasce nel golfo del Messico trasportando acqua calda tropicale verso il nord dell’Atlantico. Quando poi questa si raffredda in prossimità del circolo polare artico, si inabissa, dopodiché il ciclo ricomincia. Tale corrente è di vitale importanza per la mitigazione del clima dei paesi europei che si affacciano sull’Oceano Atlantico: Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Islanda, Belgio, Olanda, e il Nord della Germania, con la sua influenza che si estende fino alla Scandinavia e oltre. (da Wikipedia) –  La corrente del Golfo sta rallentando

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(AMOC, da https://www.rmets.org/ Royal Meteorological Society) – La corrente del Golfo dell’oceano Atlantico regola il sistema meteorologico mondiale, ed è capace di incidere tanto sul clima europeo quanto su quello americano. La modifica dell’Atlantic meridional overturning circulation, che gli studiosi abbreviano in “Amoc”, che distribuisce energia e sostanze nutritive attraverso le varie zone dell’Oceano Atlantico (la Corrente del Golfo è solo una parte di questo gigantesco nastro trasportatore chiamato AMOC, Atlantic Meridional Overturning Circulation)può infatti indurre a pesanti cambiamenti: si va dalla crescita nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani che colpiranno l’Europa, fino all’aumento del livello del mare sulla costa est degli Stati Uniti

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L’oceanologo Danovaro: cambiamento climatico a zigzag

Il 2022 anno più caldo per l’Italia negli ultimi due secoli e l’ondata di gelo polare in Usa «sono effetti dello stesso fenomeno. La ricerca ormai da tempo ha dimostrato che la conseguenza dei cambiamenti climatici si manifesterà sempre di più con andamento “a zig zag”». Così spiega, Roberto Danovaro, docente di Ecologia dell’Università Politecnica delle Marche, già presidente della prestigiosa Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli.

Che cosa significa andamento “a zig zag”?

Invece di avere un clima che si modifica gradualmente, che tampona le fluttuazioni di temperatura, che regola la piovosità in modo più omogeneo, abbiamo effetti estremi. Le alluvioni che abbiamo visto in questi mesi, con conseguenze drammatiche, sono gli effetti diretti della siccità che abbiamo avuto d’estate, con eccesso di evaporazione che poi in qualche modo deve ricadere. In Italia in queste settimane al Sud si sono superati i 20 gradi, mentre al Nord nevica. La ricerca ha dimostrato da almeno 30 anni che l’impatto dei mutamenti climatici non sarà lo stesso ovunque. Ci sono delle zone del Pianeta che li subiscono più di altre. Il Mediterraneo e l’Artico sono quelle in assoluto che registreranno gli effetti più forti. L’Artico è legato a quello che sta accadendo negli Usa, mentre l’estate che da noi si protrae sarà sempre più comune. Magari farà piacere andare al mare a dicembre, ma non è normale.

Le immagini americane di questi giorni hanno portato alla mente il film “The Day After Tomorrow”. Siamo su quella strada?

Quello che sta preoccupando molto gli scienziati è il rallentamento della Corrente del Golfo dovuta proprio ai cambiamenti climatici. Se rallenta questa corrente calda, è come mettere il Nord Europa in un frigorifero. Però abbiamo anche quello che sta succedendo nell’Artico, dove per la prima volta c’è lo scioglimento totale dei ghiacci. Tutto previsto dagli scienziati. Nessuno può darne una ragione diversa. Sono cose troppo serie per metterle in discussione o lasciarle a opinionisti improvvisati. La scienza indica il problema, la soluzione deve poi essere politica, ma non la diagnosi. (da AVVENIRE, Redazioni Interni e Antonio Maria Mira, 28/12/2022)

(Globalizzazione Climatica, elaborazione di Antonello Pasini, immagine ripresa da https://ilbolive.unipd.it/)

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Però qualcuno commenta: “Guardate che freddo fa. Dove è il riscaldamento del Pianeta?”.

I dati rappresentano due fenomenologie. Quella che ci preoccupa di più nei prossimi anni sono proprio gli eventi estremi, le ondate di calore e quelle di freddo, le ondate di precipitazioni e i momenti di totale siccità. Ma l’impatto è di due dimensioni di grandezza che noi invece tendiamo a non valutare. Uno è l’effetto sul dissesto idrogeologico, sui manufatti e le vite umane. L’altro è quello sugli ecosistemi e sulla natura. Sono due facce della stessa medaglia, con la differenza che i danni che facciamo alla natura creano a loro volta effetti che moltiplicano i problemi dei cambiamenti climatici, cioè gli ecosistemi riescono ad assorbirli sempre di meno.

Se danneggiamo la natura, lei poi ce la fa pagare con gli interessi…

Esatto. Basti pensare agli eventi di erosione costiera e di dissesto nei Paesi asiatici, dove si sono rimosse le mangrovie per fare “piscinette” in cui allevare i gamberoni. Oppure consideriamo l’erosione dei nostri litorali, effetto chiaro della progressiva perdita del 25-30% di tutte le “praterie” sommerse che erano gli ammortizzatori naturali delle onde. Noi le stiamo sostituendo sempre più con barriere frangiflutti che continuano ad amplificare il problema, riparano un punto e erodono ai lati. Cerchiamo di sostituirci alla natura, quando in realtà le soluzioni naturali resistono nel tempo e costano meno. Si tratta di una deformazione del Pil.

In che senso?

Fare un’opera di ingegneria sbagliata, che fa perdere vite umane e che poi deve essere ricostruita a ogni alluvione è qualcosa che fa girare l’economia, ma nel modo sbagliato. Non è un’economia rigenerativa, che protegge le vite, che crea benessere. E ricordiamo che i mutamenti climatici si abbattono di più sulle popolazioni più fragili, più deboli, più povere. Il secondo effetto è che presto conteremo più morti per effetto dei mutamenti climatici di quelle che abbiamo sul lavoro. Effetti che ci toccano da vicino. Non possiamo continuare a non fare niente, come è successo a Ischia e nelle Marche, e poi dopo alcuni anni contare altri morti. (da AVVENIRE, Redazioni Interni e Antonio Maria Mira, 28/12/2022)

(ISOLA D’ISCHIA, foto da “la Repubblica”)

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Quanto c’entra il mare in questi fenomeni?

Il mare, che ci ha sempre reso un clima mite, rischia di essere il moltiplicatore di tutti questi processi. Un eccessivo accumulo di calore d’estate porterà sempre più frequentemente lo sviluppo di altri fenomeni estremi nel periodo autunnale, come gli uragani. Il secondo aspetto è che avremo un mare sempre più povero, il mare si sta desertificando, non solo per una pesca insostenibile, ma proprio perché sta diventando più vuoto, è come se la foresta Amazzonica cominciasse a seccare. E questo deve preoccupare perché 1,4 miliardi persone vivono solo di risorse del mare. Tutelare il mare vuol dire tutelare la parte più povera del Pianeta. (da AVVENIRE, Redazioni Interni e Antonio Maria Mira, 28/12/2022)

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(Piano Adattamento ai Cambiamenti Climatici) – Il governo Meloni ha mantenuto la promessa di pubblicare IL PIANO DI ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI entro fine 2022. – “Ha i dati aggiornati al 2022. Dà una fotografia molto dettagliata delle trasformazioni del clima in Italia. Propone una stima dell’impatto che la crisi climatica avrà sui diversi settori dell’economia. Un documento tecnico molto completo. Ma dal quale -tragicamente- manca del tutto qualsiasi considerazione politica. “Un ottimo studio, ma non un piano”, sintetizza bene l’ex numero due di Legambiente Edoardo Zanchini (leggi il seguito in questo post…)” (da https://www.rinnovabili.it/ 2/1/2023) (vedi il piano: PNACC_versione_dicembre2022.pdf (mite.gov.it)

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LA CORRENTE DEL GOLFO RALLENTA: LE CONSEGUENZE POTREBBERO ESSERE DRAMMATICHE

di Ivan Manzo, da ASVI (Alleanza Italiana Sviluppo sostenibile) https://asvis.it/, 17/3/2021

– La crisi climatica incide sull’Amoc (Atlantic meridional overturning circulation), uno degli elementi cardine per la regolazione del clima mite terrestre: mai così debole da oltre un millennio. Aumento del livello del mare, tempeste e ondate di calore più intense tra gli effetti –  

   La corrente del Golfo sta rallentando. Secondo lo studio “Current atlantic meridional overturning circulation weakest in last millennium” pubblicato il 25 febbraio (2021, ndr) da Nature Geoscience, alla base di questo insolito fenomeno (parliamo di un processo naturale che non subiva modifiche del genere da almeno mille anni) dovrebbe esserci la crisi climatica.
   La corrente del Golfo dell’oceano Atlantico regola il sistema meteorologico mondiale, ed è capace di incidere tanto sul clima europeo quanto su quello americano. La modifica dell’Atlantic meridional overturning circulation, che gli studiosi abbreviano in “Amoc”, può infatti indurre a pesanti cambiamenti: si va dalla crescita nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani che colpiranno l’Europa, fino all’aumento del livello del mare sulla costa est degli Stati Uniti. Ma non siamo di fronte a un fatto nuovo al mondo scientifico, che già da diversi anni monitora la situazione e mette in guardia sulle conseguenze legate alla modifica dell’Amoc. Inoltre, si tratta di un fattore previsto dai modelli climatici, come quelli dell’IPCC (Intergovernmental Panel On Climate Change), l’ente scientifico intergovernativo a supporto della Conferenza Onu sul cambiamento climatico.
   “Sapevamo che un indebolimento della corrente del Golfo avrebbe aumentato la gravità e il numero di bufere che colpiscono il Regno Unito e avrebbe portato nuove ondate di calore in Europa”, ha dichiarato il coautore dello studio Stefan Rahmstorf, del Potsdam Institute for Climate Impact Research, “i dati ci dicono che il fenomeno è in atto. Fino a ora la circolazione è rallentata del 15%. Tra 20 o 30 anni è probabile che si indebolisca ulteriormente, e questo influenzerà inevitabilmente il sistema climatico, in particolare quello del Nord America e dell’Europa”.

Come funziona la corrente del Golfo e perché si sta indebolendo

L’Amoc regola il clima terrestre da sempre. È capace di modellare il sistema climatico in Europa, in America, e in Africa. Le correnti oceaniche, infatti, oscillano dall’Africa verso l’America del nord, per poi spingersi verso l’Europa. Il processo è spiegato benissimo in questo lavoro grafico del New York Times. Ma ora nel nord dell’oceano Atlantico gli scienziati hanno scoperto una “cold blob”, una sorta di bolla fredda (si veda l’immagine qui sotto).

(fonte: immagine tratta dal lavoro del New York Times, tratto da https://asvis.it/)

   In pratica, questo “braccetto” settentrionale della corrente SI STA RAFFREDDANDO TROPPO, rallentando così la sua corsa e, di conseguenza, facendo venire meno una “forza” che regola il complesso sistema climatico nel quale viviamo. Tra le teorie più accreditate in ambito accademico, si pensa che il raffreddamento e il rallentamento dell’Amoc siano dovuti all’acqua fredda proveniente dalla FUSIONE DEI GHIACCIAI DELLA GROENLANDIA, che avviene per via dell’aumento della temperatura.

   Le correnti atlantiche, ricorda lo studio, sono alimentate da tre fattori: vento, salinità e calore. Se viene meno una parte fondamentale su cui si basa l’azione della corrente del Golfo, e cioè il calore, tutto rischia di modificarsi pesantemente. “Sono risultati preoccupanti”, ha continuato Rahmstorf, “se continua così potremmo avvicinarci lentamente a un punto di non ritorno, dove questa circolazione si destabilizza del tutto.  Non sappiamo quanto ancora sia lontana questa soglia, ma LIMITARE L’AUMENTO MEDIO DELLA TEMPERATURA TERRESTRE A 1,5°C POTREBBE METTERCI IN SALVO. Segnalo, però, che IL MONDO NON È SU QUESTA TRAIETTORIA e, al ritmo attuale delle emissioni, corriamo il serio rischio di far collassare tutto”.
   Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare che l’Amoc muove nell’oceano Atlantico una massa d’acqua pari a circa 30 volte quella trasportata da tutti i fiumi di acqua dolce del mondo messi insieme. Senza questa incredibile corrente, verrebbe meno una grossa fonte di calore su scala planetaria, e il mondo sarebbe parecchio diverso da come lo conosciamo oggi.

Siamo in presenza di un “tipping point”

I tipping points, conosciuti anche come “PUNTI DI NON RITORNO”, rappresentano delle soglie, dei limiti che la comunità scientifica consiglia di non superare per evitare l’innesco di una serie di conseguenze che potrebbero mettere in discussione persino l’esistenza umana sul Pianeta. La questione si lega con forza a quella della resilienza dei nostri ecosistemi: quanto possono essere messi sotto stress prima che oltrepassino il punto di non ritorno smettendo così di fornire beni e servizi all’umanità?
   L’Amoc è un fattore che descrive perfettamente i pericoli che stiamo correndo, una sorta di interruttore che una volta acceso non può essere più spento.
   Tra gli altri tipping points che gli scienziati stanno monitorando c’è la FUSIONE DEL PERMAFROST ARTICO. Si tratta di una zona che copre il 17% dell’intera superficie terrestre (un quarto dell’emisfero settentrionale) perennemente ghiacciata ma che, a causa della crisi climatica, ha dato inizio alla sua fusione.  Un grosso pericolo per il clima, se si pensa che in quei terreni ghiacciati è intrappolata una quantità di metano che potrebbe far accelerare il cambiamento climatico di due o addirittura tre volte, secondo lo studio “Permafrost is warming at a global scale” pubblicato a gennaio 2019 su Nature Communications.
   Stesso discorso per gli OCEANI CHE DIVENTANO SEMPRE PIÙ CALDI. Si parla di un ecosistema che fino a ora è stato in grado di immagazzinare circa il 90% del calore in eccesso generato dal cambiamento climatico, secondo l’Ipcc (intergovernmental panel on climate change), ma che ora per via delle alte temperature sta perdendo l’efficacia di questa sua fondamentale funzione. Un’efficacia, tra l’altro, minacciata anche dal rallentamento della Corrente del Golfo. Il classico “effetto feedback” descritto dagli scienziati.

(Ivan Manzo, da ASVI (Alleanza Italiana Sviluppo sostenibile) https://asvis.it/, 17/3/2021)

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(Cop-15, l’applauso dopo l’adozione dell’accordo, da www.canaleenergia.com/) – A #Montreal si è chiusa il 20/12/2022 la COP15 sulla #biodiversità. L’accordo globale raggiunto dovrebbe impegnare i Paesi ad arrestare la perdita di biodiversità entro il 2030. Ma per il #WWF troppi passaggi importanti sono lasciati alla discrezione dei singoli paesi (da https://www.canaleenergia.com/) – L’ACCORDO PER LA BIODIVERSITÀ – COP 15, APPROVATO L’ACCORDO SULLA BIODIVERSITÀ. Secondo l’Ispra: “non è perfetto, ma è il migliore cui si potesse aspirare” – 188 governi hanno firmato il Global Biodiversity Framework alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (Cop 15), tenutasi dal 7 al 19 dicembre (2022) in Canada. – Fra gli obiettivi, l’accordo stabilisce di arrivare a proteggere il 30 per cento delle terre emerse e degli oceani entro il 2030. (…) L’accordo fissa quattro obiettivi principali da raggiungere entro il 2050; ognuno di essi prevede però delle tappe nel 2030, 23 “target” intermedi. “Alcuni riguardano la conservazione della natura su base territoriale, dal ripristino degli ecosistemi alla creazione delle aree protette. Poi è prevista una serie di attività per la conservazione delle singole specie – Si vuole aumentare le aree protette: il target prevede infatti, di arrivare a proteggere almeno il 30 per cento del Pianeta – dagli oceani alla terraferma – entro il 2030 – Viene anche riconosciuto il ruolo delle popolazioni indigene nella salvaguardia degli ecosistemi. (da: Elisabetta Gaia Scuri, da https://www.canaleenergia.com/ 20/12/2022)

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(ORSI POLARI, da https://www.canaleenergia.com/) – È necessario ridurre immediatamente e drasticamente le emissioni di combustibili fossili per evitare ulteriori catastrofi climatiche, afferma un esteso rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate ChangeIPCC). (https://www.nationalgeographic.it/)

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LA CORRENTE DEL GOLFO STA RALLENTANDO (E NON È UN BENE)

di Sofia Belardinelli, da https://ilbolive.unipd.it/, 22/3/2021

   Il clima terrestre è un sistema complesso, regolato da molti fattori interdipendenti. Fra questi vi sono le correnti marine: enormi flussi d’acqua che scorrono negli oceani di tutto il mondo influenzando le temperature e i modelli climatici di tutte le regioni della Terra. Fra le più vaste correnti che compongono la circolazione termoalina vi è il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica (Atlantic Meridional Overturning Circulation, AMOC), un flusso che trasporta acqua calda dall’equatore verso le regioni settentrionali dell’Oceano atlantico, flusso del quale fa parte anche la corrente del Golfo.

   Quest’ultima, lunga circa 10.000 km, è una delle più ampie e potenti (avanza a una velocità di circa 2 m/s) correnti oceaniche del pianeta: la sua presenza è di vitale importanza soprattutto per le regioni dell’Europa centrale e settentrionale, che dipendono da questo flusso di acqua calda equatoriale per mantenere la propria condizione climatica relativamente mite.

   Negli ultimi mille anni, la grande cella convettiva che muove le acque dell’Atlantico tra l’Equatore e il Polo Nord è rimasta relativamente costante, garantendo una certa stabilità climatica soprattutto alle regioni temperate dell’emisfero boreale. Uno studio recentemente pubblicato da Nature Geoscience avverte, tuttavia, che nel prossimo futuro questa stabilità potrebbe diventare solo un ricordo: analizzando una gran quantità di dati pubblicati, gli autori hanno ricostruito l’evoluzione dell’AMOC dal 400 d.C. ad oggi, e hanno dimostrato come, negli ultimi duecento anni (e in particolare negli ultimi 70, cioè dalla metà del XX secolo), la corrente atlantica abbia subìto un generale rallentamento, che, dagli anni 2000 in poi, appare sempre più evidente. «Vi sono prove – sostengono gli autori dello studio – del fatto che l’AMOC stia rallentando in risposta al riscaldamento globale antropogenico – così come era stato previsto dai modelli climatici – e che sia, oggi, nelle condizioni più deboli da più di 1.000 anni».

   La quantificazione delle variazioni è avvenuta prendendo in considerazione diversi proxies tra loro indipendenti, raccolti in numerosi luoghi dell’Oceano Atlantico, che sono stati utili per ricostruire le variazioni storiche di diverse caratteristiche delle acque oceaniche (dalle temperature superficiali medie, ai livelli di ossigeno, alle popolazioni di microrganismi). I dati offrono un quadro decisamente coerente, che dimostra come, prima del XIX secolo, il sistema della Corrente del Golfo abbia mantenuto valori stabili per moltissimo tempo. Dopo una prima fase di rapido declino, documentata nel corso degli anni ’60 del Novecento, da circa due decenni stiamo assistendo a una nuova, importante fase di decelerazione.

   Sulle cause di questo fenomeno, gli studiosi sono d’accordo: è uno dei tanti effetti non lineari del cambiamento climatico generato dalle attività umane. Come spiega a Il Bo Live Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR e docente di Fisica del clima all’Università Roma Tre, l’AMOC è un esempio di circolazione termoalina: il suo flusso è cioè regolato dalle variazioni della densità e della salinità delle colonne d’acqua in movimento.

   «Studi recenti hanno evidenziato la presenza di un cold blob nell’Atlantico settentrionale, a sud della Groenlandia: si tratta di una zona dell’oceano caratterizzata da temperature molto più basse del normale. A generare quella massa di acqua fredda è il ghiaccio della Groenlandia che, sciogliendosi, si mescola all’acqua marina, portandola a temperature molto vicine allo zero e, soprattutto, immettendo acqua dolce.  L’acqua meno salina presenta anche una densità inferiore: questo impedisce alle correnti d’acqua così modificate di inabissarsi e causa il rallentamento della corrente che alimenta la cella atlantica».

   Si tratta di una notizia decisamente preoccupante: la comunità scientifica, infatti, non è in grado di prevedere come il sistema climatico potrebbe reagire alla modificazione repentina di una delle sue componenti essenziali – in questo caso, una delle più importanti correnti oceaniche. Gli effetti del cambiamento climatico sono non lineari, e spesso difficili da comprendere, perché controintuitivi. Quanto sta accadendo nell’Oceano atlantico è un perfetto esempio della controintuitività di questo processo: «L’aumento delle temperature medie annuali, causato dalle attività antropiche, non comporterà un riscaldamento costante e uniforme in tutto il mondo», spiega Pasini. «Al contrario, come potrebbe accadere al nord Europa qualora la Corrente del Golfo continuasse a rallentare ancora (o se addirittura si dovesse fermare), in intere regioni del globo potrebbero verificarsi drastici cali delle temperature».

   Un’altra ricerca, pubblicata da Science Advances a giugno 2020, evidenzia come il rallentamento dell’AMOC – secondo le proiezioni, entro la fine del XXI secolo la forza dell’AMOC potrebbe diminuire di un terzo rispetto alla potenza registrata nel periodo 1961-1980 – potrebbe determinare un raffreddamento delle temperature oceaniche superficiali nell’emisfero boreale e, al contempo, il loro riscaldamento nell’emisfero australe. Inoltre, il rallentamento dell’inversione della circolazione atlantica meridionale potrebbe alterare il regime globale delle piogge, a causa della ridotta evaporazione delle acque oceaniche nelle zone divenute più fredde. Verrebbero profondamente modificati, in generale, i flussi energetici atmosferici, con evidenti impatti sulla distribuzione e la frequenza degli eventi meteorologici estremi.

   «Spesso – conclude il professore – tendiamo a trascurare l’interconnessione che unisce ogni punto del nostro pianeta: quello che accade in una parte del mondo non ha mai effetti soltanto locali, ma ha sempre ripercussioni più o meno globali. È in atto, in altri termini, una vera e propria globalizzazione climatica. Ad esempio, il rallentamento della corrente del Golfo causato dalla fusione dei ghiacci del Polo Nord potrebbe anche instabilizzare il monsone africano, determinando periodi di grandi siccità nella regione del Sahel. In un sistema complesso come quello climatico globale ogni parte è sempre collegato a tutte le altre: è importante, dunque, cercare di comprendere l’“effetto cascata” che questi eventi possono generare. Non è solo una questione di conoscenza scientifica: eventuali mutamenti di vasta portata sugli equilibri climatici possono essere all’origine di instabilità sociale, migrazioni e conflitti. Dobbiamo esserne consapevoli». (Sofia Belardinelli, da https://ilbolive.unipd.it/, 22/3/2021)

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L’ACCORDO PER LA BIODIVERSITÀ

COP 15, APPROVATO L’ACCORDO SULLA BIODIVERSITÀ: “NON È PERFETTO, MA È IL MIGLIORE CUI SI POTESSE ASPIRARE”

di Elisabetta Gaia Scuri, da https://www.canaleenergia.com/ 20/12/2022

– Alla Cop 15 di Montréal è stato raggiunto un accordo storico per la tutela della natura. Ne parliamo con LORENZO CICCARESE dell’Ispra. –

 188 governi hanno firmato il Global Biodiversity Framework alla conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (Cop 15), tenutasi dal 7 al 19 dicembre in Canada.

Fra gli obiettivi, l’accordo stabilisce di arrivare a proteggere il 30 per cento delle terre emerse e degli oceani entro il 2030.

Il commento dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ente pubblico di ricerca)

“Accordo di Parigi per la biodiversità”. Qualcuno ha usato queste parole per descrivere il Global Biodiversity Framework, paragonandolo al famoso trattato sul clima del 2015. Raggiunta dopo sette anni, questa nuova intesa può senz’altro essere considerata come una svolta storica per la tutela della natura. Il documento è stato approvato il 19 dicembre 2022 dai rappresentanti di 188 Paesi riunitisi nella città canadese di Montréal in occasione della Cop 15, la conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità che, in origine, si sarebbe dovuta svolgere in Cina.

“Non è facile conciliare le necessità di tanti Paesi diversi. E lo è ancor meno in un clima come quello attuale, con la guerra in Ucraina e gli strascichi della pandemia. Tant’è che ci si aspettava questo accordo già nel 2020. È comunque il migliore che si potesse ottenere in questa fase”, commenta Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’Area per la conservazione delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile delle aree agricole e forestali presso l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Gli obiettivi del testo redatto alla Cop 15

L’accordo fissa quattro obiettivi principali da raggiungere entro il 2050; ognuno di essi prevede però delle tappe nel 2030, 23 “target” intermedi“Alcuni riguardano la conservazione della natura su base territoriale, dal ripristino degli ecosistemi alla creazione delle aree protette. Poi è prevista una serie di attività per la conservazione delle singole specie”, prosegue Ciccarese, di ritorno dal Canada.

   Molte organizzazioni ambientaliste hanno accolto con entusiasmo l’intenzione di aumentare le aree protette: il target prevede infatti, di arrivare a proteggere almeno il 30 per cento del Pianeta – dagli oceani alla terraferma – entro il 2030. Si tratterebbe di un risultato davvero significativo. Un altro punto importante dell’accordo riguarda la progressiva eliminazione dei sussidi che danneggiano la biodiversità.

Le strategie per arrestare il declino della biodiversità

“Va detto che l’architettura di questo trattato si basa sui risultati del Global Assessment Report dell’Ipbes, organismo di cui sono il rappresentante nazionale. Nel 2019, questo rapporto ha rivelato che un quarto delle specie conosciute – vale a dire, circa un milione – rischia l’estinzione”. Sono cinque, secondo l’Ipbes, le cause principali di quella che molti scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa”: la distruzione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse biologiche, l’inquinamento, i cambiamenti climatici e la diffusione di specie aliene invasive.

   Al di là dei target volti a contrastare queste cinque problematiche, ce ne sono altri che riguardano l’integrazione dei valori della natura all’interno dei processi produttivi. “Attività come l’agricoltura, la pesca e il turismo contribuiscono al declino della biodiversità. Per questo, è importante integrare i valori del mondo naturale nelle politiche economiche. Bisogna cercare, prima di tutto, di ridurre le pressioni sulla biodiversità, mitigando l’impatto ambientale di ogni progetto e compensando gli effetti che non si possono evitare. Bisogna quantificare i benefici derivanti dalla natura, da quelli tangibili a quelli culturali, spirituali, edonistici”, continua il ricercatore dell’Ispra.

La riduzione dello spreco alimentare

Fra i punti deboli del trattato si potrebbe annoverare il fatto che non citi esplicitamente la necessità di ridurre i consumi. Va detto, però, che i governi firmatari del documento sono invitati a incoraggiare i consumatori a compiere delle scelte più sostenibili, e che si insiste sulla necessità di porre un freno allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. C’è poi l’intenzione a dimezzare lo spreco alimentare. “Dato che l’agricoltura incide pesantemente sulla perdita di biodiversità, ridurre il consumo di suolo e gli sprechi – e diminuire l’utilizzo di fertilizzanti – è un passo importante per salvaguardare gli ecosistemi”, chiarisce Lorenzo Ciccarese.

Il ruolo dei governi nazionali

Anche il fatto che il Framework non sia vincolante desta particolare preoccupazione, insieme alla possibilità che i tempi di attuazione possano risultare più lunghi del previsto. La responsabilità è nelle mani dei singoli governi nazionali. “C’è un altro documento molto importante che riguarda il monitoraggio e la revisione degli obiettivi. Ogni Paese deve seguire uno schema condiviso. In Italia vantiamo degli strumenti già collaudati, come il reporting delle aree protette. Possiamo fare affidamento sull’osservazione satellitare, su tecniche avanzate per valutare lo stato di conservazione degli habitat e delle specie. C’è bisogno però di condividere le tecnologie, specialmente con i Paesi in via di sviluppo”.

Il potere dei popoli indigeni

Concludendo, Ciccarese dice di essere ottimista e racconta di come l’applauso che ha seguito l’approvazione dell’accordo sia stato molto emozionante, così come la stretta di mano finale fra i Ministri dell’Ambiente della Cina e della Repubblica Democratica del Congo, nazione che aveva fortemente criticato il testo.

   Un’ultima cosa che fa ben sperare è che viene riconosciuto il ruolo delle popolazioni indigene nella salvaguardia degli ecosistemi. Soltanto loro possono insegnarci a vivere in armonia con le altre specie, e a rispettare il Pianeta che ci ospita. Nel 2024, alla prossima conferenza, speriamo di poter dire di aver imparato qualcosa. (Elisabetta Gaia Scuri, da https://www.canaleenergia.com/ 20/12/2022)

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IL NUOVO PNACC TRA MISURE SOFT, VERDI E INFRASTRUTTURALI

(da https://www.rinnovabili.it/ 28/12/2022)  

   È online e consultabile il nuovo Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamento Climatici (PNACC). Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (ex-Transizione ecologica) lo ha pubblicato sul proprio sito web in previsione della prossima consultazione pubblica. Il testo, 103 pagine a cui si uniscono quelle dei quattro Allegati, ha alle spalle anni di lavoro e rappresenta una versione aggiornata e in teoria migliorata del PNACC pubblicato nel 2018 assieme alla Strategia Nazionale di adattamento al clima.

L’obiettivo principale? Fornire un quadro di indirizzo per tutta una serie di azioni finalizzate a ridurre al minimo i rischi derivanti dal climate change e a migliorare la capacità di risposta dei sistemi naturali e sociali.

“Si tratta di uno strumento di programmazione essenziale per un paese come il nostro, segnato da una grave fragilità idrogeologica”, spiega il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto in una nota stampa. “Le recenti tragedie di Ischia e delle Marche hanno ricordato quanto sia assolutamente necessaria in Italia una corretta gestione del territorio e la realizzazione di quelle opere di adattamento per rendere le nostre città, le campagne e le zone montuose, le aree interne e quelle costiere più resilienti”. 

Perché l’Italia ha bisogno di un Piano di Adattamento ai cambiamenti climatici?

L’Italia si trova nel cosiddetto “hot spot mediterraneo”, una delle aree del pianeta che si stanno riscaldando più rapidamente di altre, facendo registrare variazioni importanti sia nella temperatura che nelle precipitazioni medie annue. L’intensificarsi di eventi estremi connessi al clima sta inevitabilmente amplificando una serie di rischi naturali in un territorio, di suo, particolarmente fragile sotto il profilo idrogeologico. Rischi che possono agire in sinergia ed in modo cumulativo, con effetti a cascata e i cui impatti economici, sociali e ambientali sono inevitabilmente destinati ad aumentare.  

   È in questo contesto che si inserisce il Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Come spiega il testo, “adattarsi” significa riuscire ad anticipare gli effetti climatici avversi attraverso misure adeguate a prevenire o ridurre al minimo i danni, sfruttando le opportunità che possono presentarsi. Quattro gli obiettivi specifici su cui si lavorerà: 

1- La definizione di una governance nazionale per l’adattamento, esplicitando le esigenze di coordinamento tra i diversi livelli di governo del territorio e i diversi settori di intervento; 

2- Il miglioramento e la messa a sistema  delle conoscenze sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla vulnerabilità e sui rischi in Italia; 

3- La definizione delle modalità di inclusione dei principi, delle azioni e delle misure di adattamento ai cambiamenti climatici nei Piani e Programmi nazionali, regionali e locali per i settori d’azione; 

4- La selezione di modalità e strumenti settoriali e intersettoriali di attuazione delle azioni del PNACC ai diversi livelli di governo.

   Per fare centro, il testo individua tre tipologie di misure: quelle “soft” (di policy, giuridiche, sociali, gestionali, finanziarie) in grado di modificare il comportamento e gli stili di vita, aumentando la consapevolezza sul tema; quelle “verdi” basate sulla natura e sui servizi ecosistemici per migliorare la resilienza e la capacità adattiva; quelle “infrastrutturali/tecnologiche” per rendere fisicamente più resilienti edifici, infrastrutture, reti e territori.

I prossimi passi

La proposta del Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, sottolinea oggi il Ministero dell’Ambiente, era già stata illustrata alle Regioni nel corso di due riunioni tenutesi il 7 novembre e il 20 dicembre scorso. Il prossimo passo sarà raccogliere ed esaminare le osservazioni pubbliche al testo e concludere la procedura di VAS per poi ottenere l’ok definitivo dal Dicastero. Quindi si procederà all’insediamento dell’Osservatorio Nazionale che dovrà garantire l’immediata operatività del PNACC attraverso l’individuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori. L’Osservatorio definirà inoltre le priorità, individuerà i soggetti interessati e le fonti di finanziamento, oltre che le misure per rimuovere gli ostacoli all’adattamento.

Leggi qui il nuovo Piano nazionale Adattamento ai Cambiamenti Climatici

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IL PIANO DI ADATTAMENTO AI CAMBIAMENTI CLIMATICI DELL’ITALIA NON È UN PIANO

(da https://www.rinnovabili.it/ 2/1/2023)

   Il governo Meloni ha mantenuto la promessa di pubblicare il documento entro fine 2022. Il problema è che dal Piano manca del tutto una qualsiasi visione politica: assenti sia le priorità che le risorse previste. Depurato dai dati che descrivono la crisi climatica in Italia, del Piano resta un excel che suggerisce 361 azioni possibili. Una specie di “adattamento fai-da-te”

Dal 2018 si attendeva l’aggiornamento del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici per il Belpaese

   Ha i dati aggiornati al 2022. Dà una fotografia molto dettagliata delle trasformazioni del clima in Italia.  Propone una stima dell’impatto che la crisi climatica avrà sui diversi settori dell’economia. Un documento tecnico molto completo. Ma dal quale -tragicamente- manca del tutto qualsiasi considerazione politica. “Un ottimo studio, ma non un piano”, sintetizza bene l’ex numero due di Legambiente Edoardo Zanchini. Stiamo parlando del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, il PNACC che il governo Meloni ha pubblicato appena prima della fine dell’anno, come aveva promesso.

Cosa (non) contiene il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici dell’Italia

L’aggiornamento del Piano era atteso dal lontano 2018. Nel frattempo l’Italia ha registrato alcuni degli anni più caldi di sempre, le ondate di calore hanno fatto qualche migliaio di vittime, le temperature anomale hanno causato il distacco di parte del ghiacciaio della Marmolada, le piogge eccezionali hanno continuato a martoriare un territorio quasi ovunque a rischio dissesto. Cos’è cambiato in questi 5 anni nel documento?

   Ben poco, per quanto riguarda le soluzioni. Il documento consiste in 103 pagine di sintesi dell’esistente e 4 allegati, di cui due con le metodologie per definire le strategie di adattamento a livello regionale e locale. Il terzo allegato riassume l’impatto sul tessuto economico. L’ultimo è un file excel con 361 azioni possibili filtrabili per strategia, problema, categoria e sotto-categorie. Oppure per ambito di applicazione (nazionale, regionale, …). O, ancora, per tipo di misura, scegliendo tra azioni soft, grey e green.

   Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici è tutto qui. “Il governo non può limitarsi a descrivere la possibile governance, a definire i criteri per i piani regionali e locali, e risultare credibile rispetto alla volontà di affrontare il problema climatico con un file excel che contiene 361 schede di possibili azioni, senza indicare priorità e nuove risorsepunta il dito Zanchini in un intervento pubblicato su Domani. Uno dei pochissimi interventi pubblici sul PNACC, in cui si sottolineano le enormi falle che lo caratterizzano.

   Invece di dare un ordine al caos climatico che tocca il Belpaese, il lavoro del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE, ex MITE) dimostra una volta i più che il paese resta “senza bussola di fronte a queste sfide”, lamenta Zanchini.

Quali priorità? Quali risorse?

Con la pubblicazione, il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici entra nella fase di consultazione pubblica, al termine della quale l’esecutivo dovrebbe integrare le osservazioni ricevute e produrre una versione definitiva. Il problema è che c’è poco da commentare: i portatori di interesse non hanno una strategia su cui muovere i loro appunti, solo lunghi elenchi sterili di azioni, impatti, dati.

   È una situazione potenzialmente molto pericolosa perché la tentazione in questi casi è di correre all’assalto della diligenza e provare a ottenere più risorse possibili. E senza un quadro di riferimento, il governo sarà sempre più tentato di ascoltare chi fa la voce più grossa invece di provare a combinare tra loro interventi diversi che si sostengano l’un l’altro.

   In ogni caso la diligenza per ora è vuota“Il piano viene approvato subito dopo una legge di Bilancio che non prevede risorse per l’adattamento climatico”, nota l’ex vice presidente di Legambiente. Nemmeno un ordine di grandezza su cui iniziare a ragionare.

   D’altro canto la scarsa attenzione reale dei partiti verso le politiche di adattamento era già visibile nei programmi elettorali per le elezioni del 25 settembre scorso. Il Piano era citato solo da PD, Verdi e Fratelli d’Italia. Ma spesso gli altri punti del programma ignorano temi centrali -come la gestione dell’acqua- o propongono misure che non vanno nella giusta direzione e tendono a lasciare in secondo piano le esigenze di adattamento per il territorio italiano. (da https://www.rinnovabili.it/ 2/1/2023)

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È ANCORA POSSIBILE EVITARE ALCUNI CAMBIAMENTI CATASTROFICI DEL CLIMA

I pericoli climatici potenzialmente irreversibili, dall’aumento del livello del mare al rallentamento della circolazione oceanica, possono ancora essere evitati mediante azioni mirate e decise

di Alejandra Borunda, da https://www.nationalgeographic.it/, pubblicato 11 ott 2021

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   L’aumento di 1,1 °C rispetto ai livelli preindustriali nella temperatura globale ha spinto la Terra verso un cambiamento irreversibile, in parte inevitabile. Ma azioni decisive per tagliare le emissioni in modo rapido ed efficace — mantenendo l’aumento globale della temperatura il più basso possibile — possono ridurre sensibilmente il rischio di oltrepassare soglie critiche che metterebbero ancora più a rischio il pianeta, secondo l’imponente relazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate ChangeIPCC) pubblicata di recente.

   “Per stabilizzare il clima dobbiamo fermare le emissioni immediatamente, punto”, afferma Charles Koven, uno degli autori del rapporto e climatologo presso il Lawrence Berkeley National Laboratory in California. 

Il rischio di cambiamenti irreversibili è sempre più evidente

Le temperature della Terra sono aumentate più o meno costantemente per decenni, parallelamente all’aumento dei gas a effetto serra. La regola generale di base è semplice: più biossido di carbonio emettiamo, più si alzano le temperature, e questo rapporto continua ad aumentare, si afferma nella relazione.

   Ma gli scienziati sanno da oltre 30 anni che nel sistema climatico ci sono soglie che, se superate, potrebbero drasticamente rimodellare il mondo come lo conosciamo, causando cambiamenti irreversibili su scala temporale umana. Spingendo le calotte glaciali di Groenlandia e Antartide oltre determinati punti, ad esempio, si rischia di innescare un meccanismo che si autoalimenta che proseguirebbe anche se le emissioni venissero fermate domani.

   “Stiamo giocando alla roulette russa con il clima, e nessuno sa cosa ci sia nel tamburo della pistola”, scrisse nel 1987 Wally Broecker, pioniere della lotta al cambiamento climatico.

   Da allora, innumerevoli studi e ricerche hanno dimostrato che molti di questi esiti potrebbero verificarsi anche a seguito di un cambiamento della temperatura globale inferiore a quello che si prevedeva, e alcuni potrebbero essere già in corso. Anche se i valori esatti di questi punti soglia non sono chiari, alcuni effetti potrebbero essere innescati con un riscaldamento di 1,5-2 °C, il limite individuato in occasione dell’Accordo di Parigi del 2015.

   Il nuovo rapporto afferma che il pianeta potrebbe riscaldarsi di circa 1,4 °C al di sopra dei livelli preindustriali entro il 2100, se riusciamo a mettere in atto le misure più ambiziose per ridurre le emissioni, oppure di oltre 4°C se attuiamo le misure meno ambiziose.

   Anche nel migliore degli scenari, cambiamenti impossibili da invertire potrebbero verificarsi in ogni parte del mondo: ghiacci perenni, oceani, terraferma e atmosfera. Ma i rischi diventano di dimensioni ed entità ancora maggiori, all’aumentare del riscaldamento.

   “Più spingiamo il clima fuori dallo stato in cui si trova da diverse migliaia di anni, più sono le probabilità che superiamo soglie critiche producendo situazioni che non siamo in grado di calcolare e prevedere”, afferma Bob Kopp, uno degli autori del report e climatologo presso la Rutgers University.

   Alcuni di questi cambiamenti producono effetti per lo più locali. La perdita dei ghiacciai delle montagne locali, ad esempio, può influenzare profondamente le comunità che dipendono da essi per l’acqua. Altri, come lo scioglimento delle principali calotte di ghiaccio, hanno un impatto globale. Molti sono autorinforzanti: ad esempio gli incendi si verificano con maggiore probabilità in condizioni di clima secco e caldo, rese più frequenti dal cambiamento climatico. La combustione degli incendi rilascia carbonio nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento del pianeta e rendendo quindi più probabili ulteriori incendi: un andamento che oggi appare fin troppo chiaro.

   Quello che spaventa, afferma Koven, è che “ci sono soglie che magari superiamo e non ce ne rendiamo conto fino a quando non è troppo tardi”. Questo evidenzia l’importanza di fare tutto il possibile per tenerci lontani dai valori teorici.

   Di seguito illustriamo alcuni dei cambiamenti potenzialmente irreversibili che possiamo ancora evitare, se agiamo in modo determinante.

Possiamo ancora evitare perdite catastrofiche nelle maggiori riserve di ghiaccio della Terra

Lo scioglimento dei ghiacci sia groenlandesi che antartici sta già alimentando un aumento del livello del mare che è il più rapido degli ultimi 3.000 anni, minacciando miliardi di persone che abitano nelle zone costiere di tutto il mondo. Le emissioni dei gas a effetto serra ci hanno bloccato in una situazione di aumento continuo che andrà avanti per secoli, ma la velocità e la gravità di questo “blocco” sono ancora sotto controllo, si dice nel rapporto.

   Si rileva che il livello del mare potrebbe aumentare di soli 0,5 metri entro il 2100 se le emissioni vengono notevolmente diminuite, oppure di 0,6-0,9 metri se le emissioni continuano ad aumentare. Ma nello scenario peggiore — se vengono passati i punti di non ritorno in Antartide — questo numero potrebbe arrivare a 1,8 metri.

   Le previsioni più terrificanti entrano in gioco se le calotte glaciali superano certe soglie critiche, dopo di che la fisica comporterebbe un trend di declino continuo; ma “siamo in grado di ridurre le probabilità che ciò accada, frenando le emissioni”, afferma Baylor Fox-Kemper, uno degli autori del report e oceanografo presso l’Università Brown.

   La sola regione antartica occidentale contiene ghiaccio sufficiente per aumentare il livello del mare di circa 3 metri, se dovesse sciogliersi tutto, e la geologia del luogo rende questa possibilità una grave preoccupazione. Questa regione ha la conformazione di una conca: la roccia sottostante il massiccio strato di ghiaccio si trova al di sotto del livello del mare. Lo strato di ghiaccio stesso impedisce all’oceano di riversarvisi, avendo la forma di un coperchio convesso che ne ricopre il bordo. Ma se tale coperchio si rompe, oppure se viene spinto leggermente all’interno del bordo, l’acqua dell’oceano potrebbe infiltrarsi nella conca, facendo sciogliere il ghiaccio da sotto, accelerando molto probabilmente la sua scomparsa.

   Le prove indicano che questo inevitabile declino potrebbe essere innescato da un riscaldamento terrestre compreso tra 1,5 e 2 °C sopra ai livelli preindustriali, e alcuni scienziati ritengono che ci siano segnali del fatto che questo processo sia già in corso, il che rende l’obiettivo di riduzione delle emissioni ancora più urgente.

   Anche il ghiaccio del polo nord è esposto a un simile pericolo, essendo già particolarmente vulnerabile, dato che l’Artide si sta riscaldando con valori medi doppi rispetto a quelli mondiali, si scrive nel rapporto.

   La calotta della Groenlandia, che farebbe innalzare i livelli globali del mare di circa 7,3 metri se scomparisse, si sta riducendo a una velocità che non ha eguali negli ultimi 350 anni ed è sulla buona strada per superare i tassi di scioglimento degli ultimi 12.000 anni. In una sola giornata di estremo calore che si è verificata alla fine di luglio, dalla sua superficie è scivolata una quantità di acqua sufficiente a ricoprire la Florida di 5 cm d’acqua.

   Uno dei cicli di retroazione chiave che potrebbero accelerare la sua scomparsa è questo: il caldo sole estivo scioglie la neve che si raccoglie sullo strato di ghiaccio, esponendo il ghiaccio più scuro e denso sottostante e creando a volte dei bacini di acqua di disgelo. Il ghiaccio più scuro e l’acqua assorbono più calore, causando ulteriori scioglimenti, il che provoca più acqua di disgelo, e così via, in un ciclo distruttivo. Il problema del restringimento estivo non potrà che peggiorare con il progressivo rimpicciolirsi dei ghiacciai: scendendo di altezza, la superficie degli stessi si avvicina al livello del mare, dove l’aria è notevolmente più calda, accelerando ulteriormente la recessione.

   Anche le acque oceaniche, riscaldate dal cambiamento climatico, “consumano” lo strato di ghiaccio ai bordi, causando la rottura di ulteriori grossi pezzi di ghiaccio. In questo modo altro ghiaccio scende a valle per sostituire quello che si è staccato, questo determina la rottura di altri pezzi e così via. È un po’ come una macchina che spara palline di gomma: appena ne viene sparata una, le altre scorrono verso l’imboccatura di uscita.

   Il ghiaccio della Groenlandia non sparirà domani. Gli scienziati stimano che ci vorranno oltre 1.000 anni perché si disintegri completamente, e potenzialmente migliaia di anni in più, se riusciamo a ridurre rapidamente le emissioni. Ma una volta che il processo supera certe soglie, che alcuni ritengono possa accadere a 2,7 °C circa di riscaldamento o forse anche meno, molto probabilmente la scomparsa di questa riserva di ghiaccio sarà irreversibile. Questo significa che il ghiaccio continuerà a sciogliersi per secoli, anche se le temperature si stabilizzano.

   Ciononostante, “non dovremmo arrenderci” sottolinea Twila Moon, scienziata del clima presso il National Snow and Ice Data Center del Colorado. “Più emissioni rilasciamo nell’atmosfera, più la riscaldiamo, e questo alla fine determinerà l’entità del cambiamento”.

   Limitando il riscaldamento a 1,5 °C si ridurrebbe l’aumento del livello del mare alla metà, in questo secolo, stando alla recente analisi.

Una corrente oceanica fondamentale potrebbe rallentare

Anche i pericolosi cambiamenti che interessano una delle principali correnti oceaniche che controlla il clima nell’area del bacino atlantico potrebbero diventare permanenti, se non si pone un freno al cambiamento climatico, sempre secondo il rapporto.

   L’acqua segue una corrente che la spinge costantemente attraverso gli oceani del mondo, trasportando calore, carbonio e molto altro in giro per il pianeta. Nell’Oceano Atlantico, una parte di quel gigantesco e potente nastro trasportatore sposta il calore verso nord, scorrendo lungo il lato occidentale del bacino. Quel calore influenza tutto, dal tempo meteorologico degli Stati Uniti e dell’Europa fino al livello del mare lungo la East Coast e l’andamento delle precipitazioni in Africa.

   Ma il cambiamento climatico sta già rallentando questa corrente. La velocità dell’acqua è in parte controllata dalla sua densità quando giunge presso la Groenlandia, dove generalmente si raffredda rapidamente e scende nelle profondità marine come una ruota che rotola giù da una pendenza. Ma l’acqua che arriva in quel punto di “sprofondamento” è sempre più calda, e lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi riversa ulteriore acqua — entrambi fenomeni che rendono l’acqua meno densa e meno diretta verso il basso, cosa che rallenta l’intero nastro trasportatore. La ricerca indica che il rallentamento è stato del 15% circa rispetto alla metà del XX secolo, e che la corrente non è mai stata così lenta negli ultimi 1.000 anni.

   Ma è possibile un collasso ancora maggiore: in passato il nastro trasportatore ha subito un forte rallentamento se non addirittura uno stop, che portò a un’improvvisa condizione di freddo intenso e a un generale rimodellamento del clima e della distribuzione delle piogge in tutto il bacino atlantico.

   Il nuovo report dell’IPCC conferma che un tale rallentamento, che sconvolgerebbe il clima terrestre, è più che possibile, seppure improbabile prima del 2100. Il proseguire di questo declino, che si protrarrebbe probabilmente per secoli, potrebbe spostare la distribuzione delle piogge in Europa e Africa verso sud, indebolire i monsoni che ora attraversano ogni anno l’Africa e l’Asia tropicali, aggiungere altri 30 cm o più all’innalzamento del livello del mare lungo la East Coast americana, e altro.

   Nessuno sa esattamente dove si trovi la soglia critica della corrente. “Tutti gli elementi per andare nella direzione sbagliata ci sono”, afferma Paola Cessi, oceanografa dello Scripps Institution of Oceanography in California. “E se continuiamo così come stiamo facendo, sicuramente prima o poi ci arriveremo”. Ma una forte azione in tutela del clima potrebbe ancora invertire questo declino, prevenendo o addirittura evitando gli impatti peggiori.

Il permafrost potrebbe disintegrarsi

L’Artide conta oltre 23 milioni di km quadrati di permafrost, suolo che rimane congelato per tutto l’arco dell’anno. Questo terreno contiene enormi quantità di materiale organico morto, che è inerte e quindi sicuro, finché è congelato. Ma quando il permafrost si scongela, quel materiale si trasforma in gas serra: il metano, super potente gas serra, e biossido di carbonio. Il carbonio intrappolato in questi terreni è maggiore di tutto quello presente nell’atmosfera.

   Ma l’Artide si sta riscaldando più rapidamente del resto del pianeta, destabilizzando il permafrost e rilasciando lentamente il suo carbonio nell’atmosfera, contribuendo così a un ulteriore riscaldamento e scioglimento. Uno speciale rapporto provvisorio dell’IPCC pubblicato nel 2019 suggeriva che le interrelazioni potrebbero peggiorare intorno ai 3°C di riscaldamento, ma il processo continuerà comunque se le temperature aumentano ulteriormente, afferma Koven.

   “Ci aspettiamo che questi processi agiscano come una sorta di reazione positiva, destabilizzando il sistema climatico e rendendo più difficile raggiungere i nostri obiettivi per il clima”, aggiunge. Ma una drastica riduzione delle emissioni potrebbe rallentare o anche invertire l’emissione di carbonio da parte dell’ecosistema del permafrost, evitando gli effetti peggiori.

La foresta amazzonica potrebbe diventare una savana

Oggi, la foresta amazzonica fa qualcosa di straordinario: produce la propria acqua.

   La pioggia penetra nella parte orientale della foresta dall’Oceano Atlantico. Gli alberi la usano e la “espirano” riemettendola all’esterno, dove si ricondensa formando nuove nuvole, che si spostano sostenute dal vento che spira verso ovest, formando le piogge lungo il percorso, e continuando così il ciclo. Una singola molecola d’acqua può essere riciclata fino a cinque volte nel percorso che compie per attraversare la foresta pluviale.

   Ma la deforestazione, il degrado forestale e il cambiamento climatico stesso interrompono questo processo, afferma David Lapola, ricercatore presso l’Università di Campina in Brasile, attivando una transizione dalle piante della foresta pluviale a piante che preferiscono condizioni climatiche più secche, causando un cambiamento a lungo termine nell’intero ecosistema.

   Le specie che si sono adattate ai climi secchi trattengono maggiormente l’acqua, restituendone meno all’aria soprastante, interrompendo di fatto il ciclo della pioggia e portando a un ulteriore inaridimento. Le specie tipiche delle zone aride stanno già prendendo il sopravvento nella zona sudorientale dell’Amazzonia.

   L’Amazzonia contiene all’incirca da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio, circa il 15% del bilancio di carbonio rimanente suggerito dal detto rapporto dell’IPCC per avere il 50% di possibilità di rimanere al di sotto dei 2°C di riscaldamento. Perdere l’acqua significherebbe perdere la maggior parte di quel carbonio stoccato, spiega Lapola.

   Ancora non è chiaro quale sia esattamente la soglia critica. Uno studio suggerisce che la perdita del 40% della foresta o il superamento dei 4 °C di riscaldamento potrebbe causare un cambiamento permanente e irreversibile. Altri pensano che potrebbe bastare anche meno. La dilagante deforestazione (le stime indicano che almeno il 20% della foresta sia stata abbattuta) e l’inesorabile riscaldamento stanno rendendo le prospettive decisamente preoccupanti.

   “Venti anni fa avevamo previsto questo scenario, ma pensavamo che si sarebbe verificato intorno al 2050 o ancora più tardi”, afferma Lapola. Ma ora, guardando i dati attuali, è chiaro che “al tempo siamo stati troppo ottimisti”.

E non è tutto. È ora di agire

Questi sono solo alcuni dei cambiamenti irrevocabili che possiamo aspettarci se il clima del pianeta continua a riscaldarsi, si legge nel rapporto: cambiamenti sostanziali nei monsoni, aumento del riscaldamento, dell’acidificazione e del calo di ossigeno degli oceani, ondate di calore più estreme, ai limiti dell’abitabilità umana. Il cambiamento climatico non risparmia nessuna zona del pianeta.

   E siccome ogni lieve incremento nel riscaldamento avrà un impatto molto maggiore dell’incremento precedente, gli effetti peggiori si possono evitare solo se agiamo in modo efficace. Ad esempio, un’ondata di calore che in passato aveva una frequenza di una volta ogni 50 anni, oggi ha una probabilità di verificarsi cinque volte maggiore; a 2°C di riscaldamento la probabilità sarà 14 volte maggiore; ma in un mondo più caldo di 4°C, sarà ben 40 volte maggiore, sempre secondo il rapporto.

   Oggi, è un imperativo morale evitare questi ulteriori rischi, afferma Tim Lenton, climatologo presso l’Università di Exeter che da anni avverte in merito agli aspetti irreversibili del cambiamento climatico.

“Dobbiamo agire come se fossimo di fronte a un’emergenza climatica”, afferma Lenton. “La gente ora si è accorta della realtà e si rende conto che quello che dicono gli scienziati da tempo non è uno scherzo, ma sono passati 30 anni, ed eccoci qua. Ora quello che conta sono solo le azioni”. (Alejandra Borunda, da https://www.nationalgeographic.it/, pubblicato 11 ott 2021)

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