UNA NUOVA ERA PER IL BRASILE E LA SALVAGUARDIA DELLA FORESTA AMAZZONICA – La necessità di eliminare la CO2 e combattere il CAMBIAMENTO CLIMATICO passa per il nostro IMPEGNO AL SUPERAMENTO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI: dal ripristino delle accise al petrolio, all’aumento delle tasse sul carbonio

(Marina Silva e Lula alla Cop 27, foto da https://www.linkiesta.it/) –  DA FORESTA A SAVANA: IL DESTINO DELL’AMAZZONIA È (ANCHE) NELLE MANI DI MARINA SILVA  “(…) La credibilità della nuova ministra dell’Ambiente brasiliana MARINA SILVA è una valuta politica decisiva da spendere per l’obiettivo deforestazione zero entro il 2030. Vent’anni dopo l’inizio del suo primo mandato, l’ex senatrice federale – che di recente ha riallacciato i rapporti con Lula – torna al governo con di fronte la sfida più difficile. (…)
L’autorità morale di Silva ha radici nella sua vita all’interno della comunità dei seringueiros, i raccoglitori di caucciù nel territorio di Acre, nord-est del Brasile. È qui che incontra CHICO MENDES, il leader sindacale ecologista che unì le battaglie dei lavoratori delle foresta con quelle ecologiste e che fu assassinato nel 1988. A 64 anni, Silva ha da spendere la tempra di chi è sopravvissuta alla fame, all’epatite, alla malaria, all’avvelenamento da metalli pesanti, di chi ha subito sul proprio corpo le diseguaglianze del principale Paese forestale al mondo.
   Sono passati esattamente vent’anni dalla prima volta che Silva ha avuto questo incarico, era il 2003 e iniziava il primo mandato di Lula da presidente, quello che avrebbe portato i risultati più significativi nella lotta alla deforestazione, con un calo dell’ottanta per cento dei tagli (merito anche delle posizioni radicali di Silva). Troppo radicali, per alcuni. L’idillio si sarebbe interrotto cinque anni dopo, quando le politiche del presidente operaio iniziarono a pendere troppo verso le ragioni dell’agribusiness, e Silvia si dimise in modo plateale e doloroso, strappando la sua tessera del PT, il Partido dos Trabalhadores di Lula.

 (…)” (Ferdinando Cotugno, da https://www.linkiesta.it/ 13/1/2023)

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La deforestazione dell’Amazzonia è un grave problema per il clima (foto da https://www.lifegate.it/) – Lula ha vinto le elezioni in Brasile. Tra le sue promesse c’è anche quella di perseguire l’obiettivo della deforestazione zero. Se Lula agirà sulla scia di quanto ha fatto nei suoi mandati precedenti, la curva del disboscamento crollerà dell’89 per cento. (Valentina Neri, da https://www.lifegate.it/, 2/11/2022)

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(CARBON-TAX, immagine da https://ilsalvagente.it/) – Carbon tax: che cos’è.  La Carbon tax, è un’ecotassa che mira a ridurre le emissioni di biossido di carbonio andando a tassare i paesi in proporzione a quanta ne producono. Per il calcolo dell’imposta si fa riferimento alla quantità di emissioni climalteranti che vengono immesse nell’atmosfera in un dato periodo, alle quali viene applicata un’aliquota per ogni tonnellata di anidride carbonica prodotta dalle aziende.
   La logica di questo strumento di politica fiscale è che chi si rende maggiormente colpevole dell’inquinamento ambientale, debba sostenere, almeno in parte, il costo. Con questa tassa si cerca, dunque, di disincentivare l’utilizzo dei combustibili inquinanti spingendo le aziende verso nuove forme energetiche più sostenibili che abbiano un minore impatto sull’emissione dei gas serra.
   È inoltre necessario specificare che il biossido di carbonio, CO2, non è l’unica tipologia di emissione inquinante, ma è quella che per gli esperti influisce maggiormente – per più della metà – sull’effetto serra scatenato dalle attività umane. Ne deriva che l’unità di misura per monitorare la situazione sia la CO2e, unità di misura nella quale la “e” indica le sostanze equivalenti. In questo modo, dunque, si può esprimere in maniera uniforme l’impatto sul clima dei diversi gas serra, compresi il metano e il protossido di azoto. (da https://ilsalvagente.it/ ,14/1/2023)

COS’È LA CARBON TAX E CHI (NON) LA PAGA

da https://ilsalvagente.it/ ,14/1/2023

– I paesi dove è in vigore e i principali benefici della Carbon tax, l’ecotassa per favorire la transizione ecologica. In Italia è stata varata nel 1998 ma mai imposta dallo Stato alle industrie inquinanti –

   Le tematiche ambientali, a lungo ignorate, sono oggi al centro del dibattito europeo, con il vecchio continente alle prese con una vera e propria inversione di paradigma produttivo e sociale per provare a ridurre le proprie emissioni inquinanti prima che sia troppo tardi. Molti i piani e i progetti dibattuti per arrivare al difficile obiettivo delle emissioni zero, anche se non si può non notare come molto spesso gli stessi vengano osteggiati dall’attuale settore produttivo e da cattive abitudini quotidiane molto difficili da dissuadere. In tale ottica un ruolo molto importante è rappresentato dalla Carbon tax, ovvero una tassa sull’emissione di diossido di carbonio, principale responsabile dell’inquinamento atmosferico.

Carbon tax: che cos’è

La Carbon tax è stata introdotta per la prima volta in alcuni paesi dell’Unione europea negli anni 90, ma ha subito un lungo processo di discussione ed è stata molto osteggiata. I suoi effetti, dunque, hanno tardato ad arrivare, ma per fortuna negli ultimi anni se ne è compreso maggiormente l’importanza per la salvaguardia dell’ambiente. Al G20 di Venezia del 2021, ad esempio, i potenti del mondo si sono espressi per la prima volta positivamente sul principio di tassazione delle emissioni di CO2.

Carbon tax: come funziona

La Carbon tax, come detto, è un’ecotassa che mira a ridurre le emissioni di biossido di carbonio andando a tassare i paesi in proporzione a quanta ne producono. Per il calcolo dell’imposta si fa riferimento alla quantità di emissioni climalteranti che vengono immesse nell’atmosfera in un dato periodo, alle quali viene applicata un’aliquota per ogni tonnellata di anidride carbonica prodotta dalle aziende.

   La logica di questo strumento di politica fiscale è che chi si rende maggiormente colpevole dell’inquinamento ambientale, debba sostenere, almeno in parte, il costo. Con questa tassa si cerca, dunque, di disincentivare l’utilizzo dei combustibili inquinanti spingendo le aziende verso nuove forme energetiche più sostenibili che abbiano un minore impatto sull’emissione dei gas serra.

   È inoltre necessario specificare che il biossido di carbonio, CO2, non è l’unica tipologia di emissione inquinante, ma è quella che per gli esperti influisce maggiormente – per più della metà – sull’effetto serra scatenato dalle attività umane. Ne deriva che l’unità di misura per monitorare la situazione sia la CO2e, unità di misura nella quale la “e” indica le sostanze equivalenti. In questo modo, dunque, si può esprimere in maniera uniforme l’impatto sul clima dei diversi gas serra, compresi il metano e il protossido di azoto.

Gli obiettivi della Carbon tax

In base ai discorsi fin qui affrontati, è possibile dire che la Carbon tax persegua, principalmente, due obiettivi:

– orientare le imprese verso dei comportamenti che limitino il più possibile l’impatto negativo dell’attività di produzione sull’ambiente;

– generare, in quanto strumento di politica fiscale, un introito che possa essere poi utilizzato in altre attività finalizzate alla transizione ecologica. Ecco dunque che le somme ricevute sotto forma di tassa sul carbonio potranno essere investite su iniziative finalizzate a mitigare il riscaldamento globale, per opere di intervento a sostegno delle aree più vulnerabili o come forma di risposta alle esigenze sociali delle categorie più fragili.

La Carbon tax in Italia

Come si colloca l’Italia in relazione alla Carbon tax? Il nostro paese ha introdotto per la prima volta questa ecotassa nel 1998, più nello specifico se ne parla all’art. 8 della legge n. 448 del 23 dicembre di quell’anno, ma in realtà non è mai stata resa effettiva. Per fortuna, ci sono altri Stati che hanno invece provveduto ad applicarla da alcuni anni con risultati di grandi livello. La Svezia, ad esempio, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2006 ha tagliato grazie alla Carbon tax le emissioni di CO2 del 9%. E ancora, ad aver applicato l’ecotassa sul carbonio – o meccanismi analoghi – al 1° ottobre 2021 erano 47 giurisdizioni, ovvero paesi, province o città. A riferire è il rapporto elaborato da Ic4e, Institute for climate economics, che sottolinea anche come il Pil aggregato delle giurisdizioni aderenti rappresenti circa il 60% del prodotto interno lordo globale. A spingere in tal senso sono principalmente la Cina e la Germania. Anche gli introiti fiscali derivanti dalla Carbon tax o simili hanno un valore importante: secondo Ic4e questi sistemi di tariffazione del carbonio hanno generato introiti fiscali per 56,8 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2020-2021. Un aumento netto di 48 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente. Interessante notare anche la ripartizione delle entrate, con ben il 52% che deriva dalle tasse sul carbonio.

Le questioni legate alla Carbon tax

Come si diceva in apertura, il percorso della Carbon tax è stato fin qui molto complicato con le questione ad essa legate che non si sono limitate solo alla correttezza della sua applicazione, ma si sono estese soprattutto al valore dell’aliquota da applicare e, quindi, a quale debba essere il più corretto da associare ad una tonnellata di emissioni di anidride carbonica. È, come evidente, un tema di politica fiscale che dunque risente fortemente dell’orientamento e della sensibilità propria del governo di una giurisdizione. Ma quanto costa, ad oggi, una tonnellata di CO2e? Sempre secondo il rapporto pubblicato da Ic4e, al 1° ottobre 2021 i prezzi espliciti per tonnellata variavano da meno di 1 dollaro a 142 dollari. Oltre il 46% delle emissioni regolate, tuttavia, aveva un prezzo inferiore a 10 dollari. Lo scopo dichiarato in tal senso è quello di raggiungere prezzi compresi tra 40 e 80 dollari per tonnellata di CO2e entro il 2020 e tra i 50 e 100 dollari per tonnellata di CO2e entro il 2030. Il tutto rientra nella più grande finalità di ridurre la temperatura globale di 2 gradi Celsius pur continuando a sostenere la crescita economica.

   Cerchiamo ora di capire come si assegna il valore della Carbon tax. Iniziamo col dire che la sua definizione è propria dal governo del paese che decide di applicare la tassa. Nella sua valutazione lo stesso tiene in considerazione le esigenze ambientali specifiche e l’orientamento politico nazionale. Quanto ai metodi di calcolo dell’ecotassa, questi sono sostanzialmente due:

– l’efficient pricing, che parte dalla stima di quali sarebbero i costi dell’energia se fossero efficienti e riflettessero fedelmente i danni ambientali e sociali generati dal loro consumo. Per effettuare tale calcolo vengono presi in considerazione anche i danni arrecati al clima dalle emissioni di CO2, dall’inquinamento prodotto da altre emissioni e dai danni al manto stradale causati dai veicoli a motore.

– Il calcolo che rimane coerente con gli obiettivi previsti dall’accordo di Parigi che, ricordiamo, prevede un aumento delle temperature di soli 2 gradi Celsius.

Carbon Tax: da chi viene pagata

Per comprendere a pieno chi è tenuto a pagare la Carbon tax è necessario intendere i crediti di carbonio come delle unità finanziarie con un valore pari a una tonnellata di CO2 equivalente. Queste possono essere vendute ed acquistate, motivo per il quale non c’è un’unica parte interessata a tale meccanismo. Più nello specifico abbiamo:

– un acquirente;

– un venditore;

– un ente esterno che si occupa del progetto di tutela ambientale;

– le parti coinvolte indirettamente, ovvero quelle attratte dalla capacità compensativa del soggetto che possiede crediti di carbonio.

   L’insieme di tutti questi soggetti contribuiscono a tutelare e salvaguardare l’ambiente e sono gli stessi che dovranno provvedere al pagamento dell’ecotassa.

I vantaggi della Carbon tax

Dai discorsi fin qui affrontati è possibile estrapolare alcuni evidenti vantaggi derivanti dall’applicazione della Carbon tax. Il primo è naturalmente di natura ambientale: con tasse efficienti dell’energia applicate in tutto il mondo il livello di emissioni di CO2 calerebbe del 23% e le morti per aria inquinata del 63%. Ci sono anche dei vantaggi economici in quanto con l’applicazione delle tasse, gli introiti fiscali guadagnati consentono di reinvestire in attività sostenibili.

Ets, una soluzione alternativa alla Carbon tax

Un meccanismo che viene spesso indicato come alternativo alla Carbon tax è quello dell’EtsEmission trading system. Si tratta di uno strumento esplicito per la determinazione del prezzo che limita la quantità di emissioni di gas serra consentite. In questo caso, dunque, è il mercato a determinare il prezzo attraverso lo scambio di quote di emissione da parte degli emittenti. Questo strumento è molto diffuso soprattutto in Europa, tanto che l’Ue Ets è il primo grande mercato del genere al mondo e rimane, ad oggi, il più grande. (da https://ilsalvagente.it/ ,14/1/2023)

(ETS, infografica UE, da https://insideevs.it/) – Come funziona l’Ets.  L’Ets (Emission trading system) si applica agli impianti grandi emettitori d’Europa, che hanno a disposizione un numero predefinito di quote CO2 consentite, da scambiare su un apposito mercato. Chi emette di meno può vendere i suoi permessi e guadagnarci sopra, mentre chi emette di più è costretto a comprare quote verdi per ripagare l’impatto sull’ambiente. In poche parole, l’intero sistema si può sintetizzare nel principio “Chi inquina paga”. L’Ue organizza periodicamente delle aste per alimentare questo mercato.
Il numero totale di quote è limitato da un tetto fissato dall’Europa, che viene abbassato progressivamente seguendo un “tasso di riduzione annuo” (linear reduction factor). Così le quote rimanenti assumono sempre più valore e, di volta in volta, possono essere acquistate a prezzi più alti: un meccanismo che spinge le aziende a emettere di meno.
(da https://insideevs.it/)

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“(…) La riduzione della tassazione dell’energia, che nel caso dei carburanti è di origine quasi esclusivamente fossile, mandava ai consumatori un segnale opposto a quello della necessità di ridurre le emissioni per contrastare i cambiamenti del clima.  La crisi energetica ha imposto, in altre parole, una pausa alla lotta al cambiamento climatico. Si dirà che i prezzi dell’energia hanno continuato a lievitare, fatto sicuramente vero. Ma la riduzione delle accise portava con sé la disponibilità della politica a sospendere l’azione climatica per evitare la stagflazione. Scelta sicuramente legittima, che la decisione del governo Meloni del 30 novembre scorso inverte, come stanno anche facendo altri paesi europei. (…)” (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 17/01/2023, da https://www.lavoce.info/)

L’IMPORTANZA DI UNA TASSA SUL CARBONIO

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 17/01/2023, da https://www.lavoce.info/

– La riduzione delle accise significa la disponibilità della politica a sospendere l’azione climatica per evitare la stagflazione. È un messaggio negativo. La riforma fiscale annunciata dal governo dovrebbe invece aumentare la tassazione sulle fonti fossili –

Segnali sbagliati ai consumatori

Anche questa volta il tema della speculazione sui prezzi dei carburanti è ritornato con sconcertante regolarità. E come in passato si avvia a una rapida archiviazione. Mentre in altri tempi si è trattato dei rialzi del costo della materia prima, il petrolio, questa volta l’occasione è stata fornita dal rialzo delle accise. L’impatto negativo sulle imprese e, soprattutto, sulle famiglie è pesante, visto anche l’effetto amplificatore dell’Iva, che va a gravare su una base più ampia di prima.

   Gli effetti negativi sono di tipo distributivo sui redditi delle famiglie meno abbienti e di tipo macroeconomico, visto il rischio recessivo sull’attività economica e allo stesso tempo quello inflattivo su tutti i prezzi in generale.

   La decisione del governo Draghi di tagliare le accise era stata dettata dall’urgenza di evitare precisamente questi effetti.

   Ma vi era un altro effetto non sufficientemente sottolineato su un problema sicuramente non percepito come impellente, e tuttavia non per questo meno rilevante e pressante. La riduzione della tassazione dell’energia, che nel caso dei carburanti è di origine quasi esclusivamente fossile, mandava ai consumatori un segnale opposto a quello della necessità di ridurre le emissioni per contrastare i cambiamenti del clima.  La crisi energetica ha imposto, in altre parole, una pausa alla lotta al cambiamento climatico. Si dirà che i prezzi dell’energia hanno continuato a lievitare, fatto sicuramente vero. Ma la riduzione delle accise portava con sé la disponibilità della politica a sospendere l’azione climatica per evitare la stagflazione. Scelta sicuramente legittima, che la decisione del governo Meloni del 30 novembre scorso inverte, come stanno anche facendo altri paesi europei.

   Invero la restaurazione delle accise non risponde a obiettivi di lotta al clima – un tema in questi giorni totalmente assente dal dibattito – quanto alla volontà di finanziare il sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Secondo il governo, infatti, la scelta consente di aumentare i fondi alla sanità e aiutare famiglie e imprese e calmierare le bollette. Nelle intenzioni del governo vi sarebbe anzi un intervento organico sull’intera tassazione diretta e indiretta, come afferma il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Pichetto Fratin.

La possibile riforma fiscale

Se la vera preoccupazione del governo resta l’impatto sull’inflazione, è bene richiamare l’attenzione di tutti sul fatto che lo strumento di prezzo è tuttora considerato l’arma più efficace per lottare contro i cambiamenti climatici riducendo le emissioni di CO2. Poiché i nostri consumi energetici sono ancora largamente basati sulle fonti fossili, specialmente quando parliamo di trasporti e mobilità, sono i prezzi elevati che inducono una riduzione dei consumi e quindi delle stesse emissioni. Certo, se pensiamo all’impatto sul nostro reddito e sul nostro benessere della crisi energetica siamo portati a dire che tutto il resto – compreso il clima – può attendere. Ma le montagne senza neve e un inverno mai prima così caldo sono lì a ricordarci che con grande probabilità tutto ciò si ripeterà l’anno prossimo e quello dopo e dopo ancora, quando sperabilmente la guerra sarà finita, l’inflazione domata e l’economia avrà ripreso a girare.

   La lotta ai cambiamenti climatici non pare essere nelle corde delle forze politiche che sostengono questo governo, a giudicare dalla loro storia e dai programmi elettorali. La marcia indietro dell’esecutivo con l’introduzione della cosiddetta accisa mobile (si veda nello specifico questo articolo di Gilberto Turati) mostra un governo ondivago: di sicuro mandare messaggi di incertezza in tema di tassazione dell’energia non è produttivo dal punto di vista della lotta al cambiamento climatico. La strada maestra resta quella di mantenere una tassazione dell’energia di fonte fossile elevata e compensare la regressività dello strumento con integrazioni dei redditi più bassi, di quelli dei pendolari e dei servizi di comunicazione (a partire dai treni) a loro offerti.

   Staremo a vedere se davvero il governo Meloni metterà mano a una riforma complessiva del sistema fiscale. In ogni caso, sarà meglio che sia una riforma fiscale ambientale, improntata ad aumentare – non a ridurre – l’imposizione sui consumi derivanti dalle fonti fossili di energia e a diminuire la tassazione del lavoro a saldo di bilancio invariato. C’è da augurarsi vi sia una assunzione di responsabilità del governo su questi temi, altrimenti di tratterà di un’occasione fatalmente mancata.

   E infine una proposta semiseria, che però è più “seria” che “semi”: il governo cessi di chiamare “accisa” questa parte di tassa, ricordandone sempre le molteplici occasioni in cui è stata ritoccata, e cominci da oggi in avanti a chiamarla “tassa sul carbonio”. Ricorderebbe a tutti il vero e ultimo motivo per cui oggi siamo tenuti a pagarla. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 17/01/2023, da https://www.lavoce.info/)

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GRAFICO DELLA FORESTA con BOLSONARO o, invece, con LULA; elaborato dall’Università di Oxford (tratto da https://www.lifegate.it/)
(AMAZZONIA, mappa da https://amazonia.altervista.org/) – La foresta amazzonica si estende su una superficie di 6,5 milioni di km². Si sviluppa sul territorio di ben nove Stati sudamericani ed è la foresta pluviale più grande rimasta sulla Terra. La porzione più vasta, le cui dimensioni superano quelle dell’Europa occidentale, si trova in Brasile. Lo stato di salute di questa preziosa regione naturale è legato a doppio filo con quello del clima globale: la foresta pluviale immagazzina da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio (C), equivalenti da 367 a 733 gigatonnellate di CO2. La sua continua distruzione provoca il rilascio nell’atmosfera di enormi quantità di CO2, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente.

COSA PUÒ FARE ORA LULA PER SALVARE LA FORESTA AMAZZONICA

di Valentina Neri, da https://www.lifegate.it/, 2/11/2022 

   Lula ha vinto le elezioni in Brasile. Tra le sue promesse c’è anche quella di perseguire l’obiettivo della deforestazione zero. Se Lula agirà sulla scia di quanto ha fatto nei suoi mandati precedenti, la curva del disboscamento crollerà dell’89 per cento.

   Dopo un lungo travaglio giudiziario che l’ha tagliato fuori per anni dalla carriera politica, dopo una campagna elettorale tesa e costellata di fake news e dopo un ballottaggio che è apparso in bilico fino all’ultimo, Lula ha vinto le elezioni in Brasile. Il leader del Partito dos trabalhadores (Pt) è presidente per la terza volta. Anche il suo predecessore Jair Bolsonaro, dopo 44 lunghe ore di silenzio, ha promesso di “continuare ad adempiere a tutte le disposizioni della Costituzione”, autorizzando il suo capo di gabinetto a effettuare il passaggio di consegne. Tra le questioni di cui non potrà non occuparsi il nuovo presidente, fin da subito, c’è la foresta amazzonica.

   Già nel suo primo discorso pubblico dopo il ballottaggio del 30 ottobre, Lula ha assicurato di voler perseguire l’obiettivo della deforestazione zero, combattendo “qualsiasi tipo di attività illegale” e siglando accordi di cooperazione internazionale. “Il Brasile e il pianeta hanno bisogno di un’Amazzonia in vita”, ha dichiarato. Ma queste parole sono credibili? Prima ancora della tornata elettorale, Carbon brief aveva pubblicato un’analisi volta a individuare quali fossero gli scenari possibili. La sua conclusione è netta: Lula può far crollare dell’89 per cento la deforestazione nella foresta amazzonica brasiliana. Gli basta fare ciò che ha già fatto in passato.

Cosa è successo alla foresta amazzonica durante l’amministrazione Bolsonaro

I ricercatori dell’università di Oxford, dell’Istituto internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (Iiasa) e dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe) hanno messo a punto due scenari futuri. Entrambi si basano sull’implementazione del codice forestale, la più importante legge brasiliana per la tutela della foresta amazzonica. Introdotto nel 1965, il codice chiede ai proprietari terrieri di preservare una certa proporzione di area forestale all’interno del loro possedimento, ripristinando quella che è stata distrutta illegalmente.

   Peccato però che sia stato riformato durante il governo di Dilma Rousseff per avvantaggiare i proprietari terrieri. E che l’amministrazione uscente l’abbia pressoché ignorato, indebolendo i controlli. Nei primi tre anni in cui Bolsonaro è stato al potere, come risultato, è scomparsa un’area di foresta amazzonica pari a 34.018 chilometri quadrati, più grande del Belgio. I dati sono dell’Inpe e di Prodes, il sistema di monitoraggio del governo. Nel primo scenario elaborato dai ricercatori, la situazione resta inalterata e si continuano a perdere annualmente circa 10mila chilometri quadrati di Amazzonia, fino al 2030.

Lula può ridurre dell’89 per cento la deforestazione

Tra il 2003 e il 2010, quando Lula è stato al potere, è successo proprio il contrario. Il governo ha perfezionato i sistemi di monitoraggio satellitare, ha istituito nuove aree protette e ha rafforzato le misure attuative del codice forestale. Come risultato, la curva del disboscamento è partita dal picco di 30mila chilometri quadrati nel 2014 ed è scesa fino a 4.600 chilometri quadrati nel 2012, l’anno della tanto criticata riforma.

   Nel secondo modello messo a punto dagli studiosi, il codice forestale viene di nuovo pienamente implementato, di pari passo con l’impegno a porre fine alla deforestazione e a ripristinare le aree degradate. In pratica, corrisponde a ciò che Lula ha fatto durante i suoi due mandati. I risultati sarebbero straordinari: l’area deforestata scenderebbe dai 13.038 chilometri quadrati del 2021 ad appena 1.480 alla fine del decennio. Un calo dell’89 per cento che dimostra come la foresta amazzonica possa essere salvata, se c’è la volontà politica di farlo. (Valentina Neri, da https://www.lifegate.it/, 2/11/2022)

La più grande foresta pluviale della Terra (da https://www.wwf.ch/ )

La foresta amazzonica si estende su una superficie di 6,5 milioni di km². Si sviluppa sul territorio di ben nove Stati sudamericani ed è la foresta pluviale più grande rimasta sulla Terra. La porzione più vasta, le cui dimensioni superano quelle dell’Europa occidentale, si trova in Brasile. Lo stato di salute di questa preziosa regione naturale è legato a doppio filo con quello del clima globale: la foresta pluviale immagazzina da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio (C), equivalenti da 367 a 733 gigatonnellate di CO2. La sua continua distruzione provoca il rilascio nell’atmosfera di enormi quantità di CO2, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente.

   La foresta amazzonica è molto importante anche per la straordinaria varietà di specie che ospita. Un autentico gioiello della natura, unico al mondo. Qui vive il dieci per cento di tutte le specie animali e vegetali conosciute (…). Anche molti uomini dipendono per la propria sopravvivenza dalle risorse offerte dalla foresta: la regione è abitata più di 500 popolazioni indigene, spesso legate a tradizioni e usi molto antichi.

   Si stima che il 18 per cento della foresta amazzonica sia già stato distrutto e che un altro 17 per cento sia danneggiato. Se non si corre subito ai ripari, introducendo modalità di gestione delle risorse maggiormente rispettose dell’ambiente e attuando le leggi finalizzate a proteggerlo, la nostra generazione assisterà alla scomparsa di questo inestimabile patrimonio naturale. (https://www.wwf.ch/)

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(Rinnovabili, immagine tratta da https://ilbolive.unipd.it/) (LA CRISI ENERGETICA FAVORIRÀ LA TRANSIZIONE ALLE RINNOVABILI?)

AMBIENTE E GEOPOLITICA, I DUE “FALLIMENTI DI MERCATO” CHE SEGNERANNO IL NOSTRO FUTURO

di Alessandro Penati, dal quotidiano “DOMANI” del 27/12/2022

– Oggi assistiamo a due “fallimenti del mercato” che hanno gravi e inedite implicazioni per la crescita e il benessere, e che rendono le decisioni di politica economica difficili e dalle conseguenze incerte e controverse.

– Il primo “fallimento” è la tutela dell’ambiente. Ogni decisione di investimento mette a confronto il suo costo con il valore attuale scontato dei ricavi futuri, al netto dei costi necessari a generarli.

– Il secondo “fallimento” sono i rischi geopolitici. Due manifestazioni eclatanti sono stati il gas russo a buon mercato per sostenere il primato dell’industria tedesca e le filiere produttive che hanno trasformato la Cina nella manifattura del mondo.

   Per affrontare inflazione e distribuzione del reddito ci sono la politica monetaria e quelle fiscale. Queste politiche possono essere più o meno efficienti, ma le analisi sottostanti alle decisioni e le misure adottate sono frutto di conoscenze ed esperienze consolidate, accumulate nel tempo.

   Oggi però assistiamo a due “fallimenti del mercato” che hanno gravi e inedite implicazioni per la crescita e il benessere, e che rendono le decisioni di politica economica difficili e dalle conseguenze incerte e controverse.

   Il primo “fallimento” è la tutela dell’ambiente. Ogni decisione di investimento mette a confronto il suo costo con il valore attuale scontato dei ricavi futuri, al netto dei costi necessari a generarli. Ma nessuna decisione di investimento ha un orizzonte temporale sufficiente a scontare il cambiamento climatico, che ha un’evoluzione secolare; e incorporare i danni che, indirettamente, l’investimento potrebbe avere sull’ambiente.

   Il secondo “fallimento” sono i rischi geopolitici. La crescita economica beneficia del principio dei vantaggi comparati e della libertà dei movimenti di capitale: ogni paese si specializza nella produzione dove ha un vantaggio relativo, esportandola per importare quanto non è vantaggioso produrre internamente; e il risparmio frutta di più se i capitali sono liberi di muoversi dove la redditività è maggiore. Due manifestazioni eclatanti sono stati il gas russo a buon mercato per sostenere il primato dell’industria tedesca e le filiere produttive che hanno trasformato la Cina nella manifattura del mondo.

   Ma l’uso dei rapporti economici come arma di guerra si è dimostrato un rischio mortale per il principio del vantaggio comparato; e l’imposizione della Cina di joint venture per gli investimenti stranieri, rivelatisi uno strumento per impossessarsi della loro tecnologia e know how, ha minato i vantaggi della mobilità dei capitali.

COSA DEVE FARE LO STATO?

In ogni “fallimento di mercato” lo Stato deve intervenire. Il problema è come farlo nel modo più efficace.

   Bisogna poi decidere se affrontare i due “fallimenti” con un’unica politica, oppure separatamente con politiche diverse. Infine, per affrontare questi due “fallimenti” ci vogliono risorse ingenti che i bilanci pubblici non sono in grado di sostenere, e sorge il problema di come mobilitare a questo scopo i capitali privati.

   Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha definito un piano per la transizione ambientale basato su forti incentivi per i nuovi investimenti privati nelle rinnovabili e in tutti i settori legati alla transizione ambientale. Lo Stato ha quindi definito un piano strategico per indirizzare gli investimenti privati, e li incentiva con massicci crediti di imposta, che servono da volano per la mobilitazione dei capitali privati. Il governo finanzia gli incentivi fiscali prevalentemente con nuove imposte; e lascia libero il meccanismo dei prezzi legati all’energia e alla transizione, senza però intervenire sulle conseguenze re-distributive che questo comporta.

IL PROBLEMA CINA

Infine cerca di affrontare i due “fallimenti” allo stesso tempo, dove però il rischio geopolitico è rappresentato dalla Cina, aumentando gli incentivi, e in certi casi vincolandoli all’utilizzo di materie prime e produzioni made in Usa, uso di mano d’opera sindacalizzata o localizzazione degli impianti in determinate aree: in questo modo vuole invertire il trend del processo di delocalizzazione in Cina dell’ultimo ventennio, per re-industrializzare l’economia americana nei settori connessi ai due “fallimenti”.

   Il piano sembra efficace visto che anche le imprese europee vedono negli Stati Uniti la maggiore opportunità di investimento nella transizione ambientale.

   Per esempio, pure Enel, il nostro campione green, ha il 36 per cento della capacità produttiva installata in rinnovabili (escluso idroelettrico e geotermico, vincolati dalla geografia) negli Usa, contro il 23 in Europa, di cui meno del 4 in Italia.

   Ci sono però delle ricadute negative. La prima è che i costi di produzione negli Usa sono più elevati che in Cina, generando un elemento di inflazione strutturale.

   La seconda è che costituisce una barriera all’export di alcuni prodotti anche di alleati come Giappone ed Europa: per esempio, le auto elettriche europee o le batterie giapponesi dovranno essere costruite negli Usa con materie prime americane per avere il massimo beneficio dei crediti.

   Con il rischio di innescare una guerra commerciale: il nuovo sistema europeo delle tariffe compensatorie per le importazioni caratterizzate da elevate emissioni (Carbon Border Adjustment Mechanism, Cbam) si applica infatti anche al made in Usa.

LA REAZIONE EUROPEA

Per alcuni governi europei il piano americano è competizione sleale perché i crediti di imposta attraggono gli investimenti delle imprese europee. Ma i crediti di imposta sono una decisione che pertiene ai singoli governi e quelli europei preferiscono allocare le risorse pubbliche agli aspetti redistribuivi della transizione energetica (tutela delle fasce deboli e di alcuni settori industriali), e puntano maggiormente sul risparmio energetico.

   Gli incentivi agli investimenti privati nelle rinnovabili e il risparmio energetico sono due politiche che vanno nella stessa direzione: una scelta razionale dovrebbe basarsi dell’efficacia relativa, in termini di emissioni, di un euro di risorse pubbliche allocato al risparmio energetico piuttosto che a crediti di imposta per l’investimento in rinnovabili. Ma prevalgono ovunque logiche differenti.

   In Europa, a differenza degli Usa, manca la chiara indicazione di come si intenda mobilitare gli indispensabili capitali privati per gli ingenti investimenti nelle rinnovabili, che pure risolverebbero il “fallimento” del rischio geo-politico: invece, si punta prevalentemente a sostituire il gas russo con quello di altri paesi (Usa, Qatar, Algeria, Egitto), e con il cap al prezzo di gas e petrolio russi, si vuole limitarne il costo per i cittadini, accettando così implicitamente che le forniture russe non siano totalmente sostituibile.

   Quanto a rischi geopolitici, la Cina continua ad essere il primo produttore di alcuni elementi cruciali alla transizione ambientale europea e sta diventando un temibile concorrente per i nostri produttori di pale eoliche e auto elettriche.

   Quanto al Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), si tratta più di un intervento protezionista dell’industria locale europea, che comunque produce emissioni nocive.

   Un elemento caratterizzante del modello europeo è il sistema dei certificati Ets con cui vengono allocati i limiti di emissioni ai vari settori: se un’impresa non è in grado di rispettarli, deve comprare al prezzo di mercato (che è raddoppiato in un anno) i certificati per poterlo fare da chi, invece, produce meno emissioni dei limiti imposti.

   E’ un efficiente meccanismo di mercato per la determinazione di quella che di fatto è una carbon tax. L’efficacia del meccanismo dipende però dalla rapidità con la quale la Commissione riduce i livelli massimi di emissione, e l’estensione della sua applicazione.

   La buona notizia è che dal 2024 il tasso di riduzione del limite massimo di emissioni raddoppia dal 2,2 per cento l’anno, al 4,4.

   La cattiva è che il meccanismo degli Ets verrà esteso al riscaldamento e trasporti solo nel 2027; mentre le industrie inquinanti, come acciaio, cemento o alluminio, rimarranno escluse fino al 2034. Il vantaggio degli Ets è che penalizza le emissioni; il limite è che le penali sono meno efficaci degli incentivi diretti agli investimenti privati, unica vera via per accelerare la transizione ambientale e per eliminare i rischi geopolitici. (Alessandro Penati, dal quotidiano “DOMANI” del 27/12/2022)

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DA FORESTA A SAVANA: IL DESTINO DELL’AMAZZONIA È (ANCHE) NELLE MANI DI MARINA SILVA

di Ferdinando Cotugno, da https://www.linkiesta.it/ 13/1/2023

   La credibilità della ministra dell’Ambiente brasiliana è una valuta politica decisiva da spendere per l’obiettivo deforestazione zero entro il 2030. Vent’anni dopo l’inizio del suo primo mandato, l’ex senatrice federale – che di recente ha riallacciato i rapporti con Lula – torna al governo con di fronte la sfida più difficile.

   In un Brasile tormentato dall’assalto complottista e golpista dei sostenitori di Bolsonaro al Palácio do Planalto di Brasilia, c’è una parola che fa paura più delle altre: savana. È uno dei compiti più delicati e osservati internazionalmente del nuovo governo di Lula, creare un muro contro un futuro di savana, evitare che il piano inclinato di distruzione dell’Amazzonia degli anni di Bolsonaro porti alla trasformazione irreversibile della più importante e vasta foresta al mondo in una distesa di erba. 

   Sarebbe una catastrofe climatica, che da sola avrebbe il prezzo di un aumento di temperatura globale di 0.3°C e che ci impedirebbe con ogni probabilità di rimanere dentro i parametri dell’accordo di Parigi del 2015. La persona a cui Lula ha affidato uno dei compiti chiave del suo nuovo mandato, quello di dimostrare che il Brasile è tornato nella lotta alla crisi climatica dopo gli anni del buio e della motosega, è l’ambientalista più famosa del Paese, l’allieva di Chico Mendes, l’attivista trasformata in figura politica. Stiamo parlando di Marina Silva, la nuova ministra dell’ambiente.

   Sono passati esattamente vent’anni dalla prima volta che Silva ha avuto questo incarico, era il 2003 e iniziava il primo mandato di Lula da presidente, quello che avrebbe portato i risultati più significativi nella lotta alla deforestazione, con un calo dell’ottanta per cento dei tagli (merito anche delle posizioni radicali di Silva). Troppo radicali, per alcuni. L’idillio si sarebbe interrotto cinque anni dopo, quando le politiche del presidente operaio iniziarono a pendere troppo verso le ragioni dell’agribusiness, e Silvia si dimise in modo plateale e doloroso, strappando la sua tessera del PT, il Partido dos Trabalhadores di Lula. 

   Nel 2008 inizia così la sua traversata nel deserto, da lì prova per tre volte a candidarsi come presidente, invano, prima di riallacciare il filo spezzato con Lula ed essere uno dei volti chiave nella delegazione del presidente eletto alla Cop27 di Sharm El-Sheikh. In Egitto Silva era già ministra in pectore, una nomina che è in parte una dichiarazione d’intenti e in parte una promessa: dal punto di vista ecologico.

   Lula vuole essere quello degli inizi, la credibilità di Marina Silva è una valuta politica decisiva da spendere per l’obiettivo deforestazione zero entro il 2030 e per un presidente che dovrà vedersela con tanti, forse troppi ministri (addirittura trentasette, contro i ventitré di Bolsonaro), gravato non solo dall’instabilità del Paese ma anche dalla complessità di un governo ampio e destinato a parecchi compromessi per durare. 

   L’autorità morale di Silva ha radici nella sua vita all’interno della comunità dei seringueiros, i raccoglitori di caucciù nel territorio di Acre, nord-est del Brasile. È qui che incontra Chico Mendes, il leader sindacale ecologista che unì le battaglie dei lavoratori delle foresta con quelle ecologiste e che fu assassinato nel 1988. A 64 anni, Silva ha da spendere la tempra di chi è sopravvissuta alla fame, all’epatite, alla malaria, all’avvelenamento da metalli pesanti, di chi ha subito sul proprio corpo le diseguaglianze del principale Paese forestale al mondo.

   Ha formato la sua pratica politica con gli empate, la tattica pacifica e radicale di sciopero contro la deforestazione e la distruzione ecologica che avrebbe reso Mendes un’icona ecologista. Gli empate ebbero risultati concreti, nello Stato di Acre due milioni di ettari oggi sono gestiti in modo sostenibile delle comunità tradizionali e indigene. Nel 1994, sei anni dopo la morte del suo maestro, Silva diventa la prima raccoglitrice di cacciù a entrare nel Senato brasiliano. Nove anni dopo sarebbe stata nominata ministra per la prima volta.  

   Oggi Silva torna ministra con di fronte la sfida più difficile, quella tracciata dal terrificante studio uscito su Nature nel 2021: la foresta amazzonica brasiliana, nella condizione in cui si trova oggi, produce più emissioni di quelle che è in grado di assorbire. Per dirla con Luciana Vanni Gatti, una delle autrici dello studio, «sta concretamente più morendo che crescendo». Negli ultimi cinquant’anni ha perso il diciassette per cento della sua superficie, convertita a pascoli o campi per coltivazioni intensive. 

   La diminuzione della foresta ha innescato un circolo vizioso: meno alberi, meno pioggia, meno vapore acqueo che rinfresca l’aria, meno protezione contro la luce del sole, condizioni più secche, calde e aride: un processo che inibisce la fotosintesi. Il punto di non ritorno: secondo Carlos Nobre, il climatologo brasiliano più illustre, è tra il venti e il venticinque per cento di distruzione. Nelle aree orientali, le più devastate, già un terzo è andato perso e la stagione secca dura un mese in più rispetto alla norma. 

   Le precipitazioni sono calate di un terzo in quattro decenni e le temperature medie dentro la foresta sono aumentate di 3,1°C. La foresta, all’inizio del 2023 e della nuova era Lula-Silva, è vicina a un baratro dal quale non ci sarebbe ritorno. A quel punto in una manciata di decenni l’ecosistema si trasformerebbe in savana: evitarlo è il mandato di Marina Silva, vent’anni dopo la sua prima esperienza da ministra, trenta dopo il suo ingresso in Senato, trentacinque dopo la morte di Chico Mendes. (Ferdinando Cotugno, da https://www.linkiesta.it/ 13/1/2023)

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COME CAMBIERÀ LA MAPPA GLOBALE DELL’ENERGIA NEL 2023

di Francesco Suman, da https://ilbolive.unipd.it/ del 13/1/2023

   Già all’uscita dalla fase più acuta della pandemia, nel 2021, i prezzi dell’energia avevano iniziato a salire per poi esplodere definitivamente nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’Unione Europea ha imposto sanzioni finanziarie e l’embargo al carbone prima e al petrolio russi poi. In risposta, la Russia ha progressivamente tagliato le esportazioni di gas al vecchio continente, mantenendo però prezzi alti che garantissero gli introiti necessari a far fronte alle sanzioni. Paesi come Italia e Germania sono andati alla ricerca di nuovi fornitori di gas e nel frattempo alla crisi energetica ha generato conseguenze anche nel mercato alimentare.

   Simone Tagliapietra, analista di Bruegel e professore di energia, clima e politiche ambientali all’università Cattolica di Milano, in un intervento su Nature pubblicato alla fine dello scorso anno ha individuato cinque ambiti in cui ricercatori e analisti dovranno fornire risposte in un 2023 che si preannuncia pieno di incertezze derivanti dall’instabilità del mercato energetico.

LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ENERGIA

Nel 2021 finivano in Europa più della metà delle esportazioni russe di petrolio e circa tre quarti di quelle di gas. Ora l’Europa si rifornisce di gas naturale e gas naturale liquefatto (GNL) da AlgeriaStati UnitiNorvegiaMedio Oriente (tra cui il Qatar) e altri Paesi africani. Il vecchio continente ha avviato ingenti investimenti su rinnovabili ed efficientamento energetico e ha al contempo esternalizzato la produzione di beni energivori come acciaio o fertilizzanti.

   Per la prima volta i Paesi dell’Unione quest’anno acquisteranno congiuntamente, con l’istituzione della EU Energy Platform, il 15% delle riserve di gas. Assieme ad Andreas Goldthau (professore alla Willy Brandt School of Public Policy all’università di Erfurt e direttore di ricerca all’Institute for Advanced Sustainability Studies di Potsdam, in Germania), Tagliapietra sostiene che sarà interessante vedere se l’Europa riuscirà a coordinarsi in questo con gli altri Paesi del G7, che insieme all’Australia hanno già imposto un tetto al prezzo del petrolio russo. In gioco c’è l’idea stessa di quale modello economico debba guidare la transizione energetica: un libero mercato, globale e aperto, oppure un mercato pianificato dagli interventi statali.

   La Russia intanto ha reindirizzato il proprio export verso est, principalmente a Cina e India. Sarà interessante monitorare come questo nuovo assetto influenzerà i Paesi dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, 14 Paesi tra Medio Oriente, Africa e Sud America), specialmente se l’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita non sarà più quella di una volta.

   Gli Stati Uniti infatti stanno puntando a un’autosufficienza energetica che li tuteli dalla volatilità dei mercati globali, estraendo più combustibili fossili nazionali e investendo sulle rinnovabili, specialmente con l’Inflation Reduction Act.

   I Paesi dell’Estremo Oriente, tra cui il Giappone, intendono invece ridurre la propria dipendenza dal GNL, troppo caro e con una disponibilità globale limitata, per rivolgersi invece al carbone, più economico ma molto più emissivo.

   Se gli investimenti prima pensati per il gas saranno sostituiti con quelli sul carbone o al contrario con quelli sulle rinnovabili farà tutta la differenza del mondo, in quanto verrebbe spalmato in modo diverso il carbon budegt residuo, ovvero la quantità di anidride carbonica che ancora possiamo permetterci di emettere in atmosfera. Una cosa è certa però, secondo Tagliapietra e Goldthau: non si può più fare affidamento sul gas come combustibile economico di transizione verso un sistema energetico più sostenibile.

   Altre soluzioni energetiche alternative si stanno facendo strada, come l’idrogeno verdeGermania e Canada hanno siglato un’intesa per lo sviluppo congiunto di questo vettore energetico, mentre l’Europa sta stringendo accordi con Paesi africani quali Algeria, Nigeria e Namibia non solo per la produzione di idrogeno verde, ma anche di combustibili sintetici (e-fuels).

   I ricercatori dovranno valutare se queste mosse saranno sufficienti a compensare la carenza di forniture di combustibili fossili che prima venivano dalla Russia. Dovrà poi venire valutata la fattibilità, oltre che la sostenibilità specialmente a lungo termine, di nuove infrastrutture per il gas, due in particolare: una è BarMar, una conduttura che dovrebbe trasportare (entro i prossimi 5 anni) gas prima e idrogeno verde poi, da Barcellona a Marsiglia, grazie a un progetto sviluppato congiuntamente da Francia, Spagna e Portogallo.  L’altra è la Power to Siberia 2, una conduttura che passando per la Mongolia dovrebbe far arrivare alla Cina il gas estratto in Russia entro il 2030.

LA CRISI ENERGETICA FAVORIRÀ LA TRANSIZIONE ALLE RINNOVABILI?

Gli alti prezzi di gas e petrolio sono risultati naturali incentivi a investire su elettrificazione e rinnovabili e diversi Paesi europei, come pure gli Stati Uniti, hanno approvato procedure semplificate per l’installazione di pannelli solari e pompe di calore elettriche per il riscaldamento domestico.

   I Paesi occidentali in generale stanno tentando di rendersi progressivamente meno dipendenti per la produzione di tecnologie green dalla Cina: gli Stati Uniti con il Chips for America Act e l’Europa con l’analogo Chips Act mirano a rafforzare la produzione domestica di semiconduttori.

   Tuttavia, siccome per decenni la Cina ha investito sulla produzione di pannelli solari, secondo Tagliapietra e Goldthau la strategia vincente per Europa e Stati Uniti dovrebbe essere quella di investire sulla nuova generazione di tecnologie per l’energia sostenibile, tra cui innovativi sistemi di accumulo (come le batterie al sodio) o pannelli solari alternativi a quelli in silicio.

   I ricercatori, oltre a dover valutare gli effetti di queste nuove politiche, dovranno monitorare l’impatto sociale delle attività estrattive necessarie alla transizione energetica, specialmente nei Paesi ricchi di minerali cruciali e critici come litio e cobalto.

   Anche la disparità di distribuzione degli investimenti è un fattore che potrebbe condizionare la transizione, perché spesso il carbone è la fonte energetica più economica per i Paesi in via di sviluppo: questi ultimi nel 2021 hanno ricevuto solo l’8% degli investimenti globali in energie pulite, mentre il resto è stato spartito tra Paesi industrializzati e Cina. Appuntamenti come la COP sul clima dovrebbero servire ad appianare queste disuguaglianze, discutendo più di finanza climatica ed energie rinnovabili e meno di sussidi ai combustibili fossili.

   La strada che la decarbonizzazione globale dovrà percorrere dipende da una scelta politica e il punto, secondo Tagliapietra e Goldthau, è il seguente: “il mondo deve affrontare la transizione come una sfida globale comune o piuttosto come una gara a chi diventa più green?” I ricercatori dovrebbero riuscire a produrre evidenze per i decisori politici a riguardo di quale approccio sia il più vincente.

COME CAMBIERÀ IL PANORAMA INDUSTRIALE?

Settori industriali come acciaio, fertilizzanti e alluminio sono tra quelli le cui emissioni sono più difficili da abbattere (hard-to-abate). Già oggi tuttavia si sta diffondendo una maggiore attenzione alla sostenibilità della loro produzione. In Europa ad esempio l’industria siderurgica sta investendo sull’idrogeno verde prodotto da fonti rinnovabili.

   Sul lungo termine però, secondo Tagliapietra e Goldthau, molte di queste industrie si troveranno a spostare i propri siti produttivi in aree dove sono più abbondanti fonti energetiche sostenibili come l’eolico, il solare, l’idroelettrico, come pure l’idrogeno verde che da queste verrebbe prodotto, nonché i biocarburanti. Di conseguenza, regioni come il Nord Africa, l’Australia occidentale, il Mare del Nord e alcune regioni del Medio Oriente potranno diventare vere centrali elettriche e poli industriali.

   Un tale rimescolamento tuttavia avrà conseguenze sull’occupazione e sulla crescita economica di vaste aree e i ricercatori dovranno sia studiare la fattibilità di questi nuovi modelli economici sia supportare i governi nel decidere a chi destinare eventuali sussidi.

QUALI IMPATTI ECONOMICI SUL LUNGO TERMINE?

Nel corso del 2023 si capirà meglio anche quale sia la reale portata dei trend di deglobalizzazione in atto.  Secondo alcuni economisti il ritorno ai nazionalismi economici potrebbe rallentare la transizione ecologica per via di una frammentazione dei mercati. I ricercatori dovranno cercare di capire come questo impatterebbe ad esempio sul costo dei pannelli fotovoltaici che nell’ultimo decennio si è ridotto drasticamente.

   La crisi energetica colpisce più duramente i Paesi a basso e medio reddito e potrebbe trasformarsi in una crisi finanziaria del debito in Paesi che hanno già accresciuto di molto il proprio debito durante la pandemia da Covid-19. I ricercatori dovranno valutare quanto e come una crescente povertà energetica e un’inflazione guidata dai prezzi alti dell’energia possano indebolire la coesione sociale e la stabilità politica, non solo in Paesi in via di sviluppo ma anche in paesi ricchi come il Regno Unito e la Repubblica Ceca, che hanno già assistito a numerose proteste.

COME LA CRISI ENERGETICA INFLUENZERÀ L’AZIONE CLIMATICA?

A livello globale il principio delle responsabilità comuni ma differenziate è essenziale per evitare tensioni crescenti tra Paesi ricchi e poveri: i primi vedendo calare le forniture di gas non possono affidarsi al carbone mentre chiedono ai secondi di non affidarsi ai combustibili fossili.

   L’istituzione alla Cop27 di un fondo di riparazione per i danni causati dal cambiamento climatico ai Paesi più vulnerabili è da questo punto di vista un impegno che va assolutamente rispettato. “Scienziati politici e sociali ed economisti devono identificare i meccanismi bilaterali, multilaterali e regionali che promuovono la finanza climatica e il trasferimento di tecnologie e conoscenze per rispettare gli impegni presi con l’accordo di Parigi”, concludono Tagliapietra e Goldthau. “La crisi energetica è al contempo una sfida e un’opportunità”. (Francesco Suman, da https://ilbolive.unipd.it/ del 13/1/2023)

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I TERRITORI INDIGENI E LE AREE PROTETTE SONO FONDAMENTALI PER LA CONSERVAZIONE DELLE FORESTE NELL’AMAZZONIA BRASILIANA

da https://greenreport.it/, 9/1/2023

– Aumento della perdita di aree forestali nel 2019-2021, corrispondente al governo Bolsonaro –

   L’Amazzonia brasiliana comprende la più vasta area di foresta tropicale con la più alta biodiversità del mondo. Dal 2000, i territori indigeni e le aree protette sono aumentati notevolmente nella regione e nel 2013 rappresentavano il 43% della superficie totale e si estendevano su circa il 50% della superficie forestale totale.

   Ma persistono tensioni tra la conservazione delle foreste e gli obiettivi di sviluppo socioeconomico de Brasile ben evidenziate  dallo studio “Forest conservation in Indigenous territories and protected areas in the Brazilian Amazon”, pubblicato su Nature Sustainability  da un team di ricercatori del Center for Earth Observation and Modeling dell’università dell’Oklahoma, dell’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE) e dell’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazônia (INPA), che  ha analizzato immagini satellitari delle serie temporali dal 2000 al 2021, rivelando «Il ruolo vitale dei territori indigeni e delle aree protette nella conservazione delle foreste nell’Amazzonia brasiliana».  I risultati dello studio richiamano l’attenzione sugli impatti negativi dell’indebolimento delle politiche di conservazione governative indebolite negli ultimi anni con il governo dell’ex presidente neofascista del Brasile Jair Bolsonaro.

   I ricercatori ricordano che «Negli ultimi anni, la conservazione delle foreste è stata minacciata da grandi cambiamenti socio-ecologici in Brasile. L’indebolimento delle politiche e dell’applicazione delle foreste e dell’ambiente, nonché gli impatti della pandemia di Covid-19, hanno avuto effetti devastanti sui gruppi indigeni nella regione».

– Lo studio del team statunitense e brasiliano ha messo insieme diverse fonti di dati per documentare e quantificare le dinamiche e l’impatto della perdita di foreste nell’Amazzonia brasiliana negli ultimi due decenni, ma avverte che «A causa della frequente copertura nuvolosa e del fumo provocato dal fuoco nell’Amazzonia brasiliana, le mappe forestali annuali ottenute dalle analisi delle immagini ottiche hanno solo una precisione moderata». Nello studio “Improved estimates of forest cover and loss in the Brazilian Amazon in 2000–2017”, pubblicato nel 2019 su Nature Sustainability, lo stesso di ricerca aveva combinato i dati delle immagini provenienti da sensori ottici e a microonde per generare mappe annuali della foresta amazzonica brasiliana. Utilizzando queste mappe forestali annuali, i ricercatori hanno valutato gli effetti dei territori indigeni e delle aree protette sulle dinamiche di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana fino al 2021. –

Il principale autore dei due studi, Yuanwei Qin del Department of microbiology and plant biology, Center for spatial analysis dell’università dell’Oklahoma, spiega che «Tra il 2000 e il 2021, le aree designate come territori indigeni o aree protette sono aumentate fino a coprire circa il 52% delle foreste dell’Amazzonia brasiliana, rappresentando solo il 5% della perdita netta di foreste e il 12% della perdita lorda di foreste nel periodo. Questa scoperta evidenzia il ruolo vitale dei territori indigeni e delle aree protette per la conservazione delle foreste nella regione».

Le aree protette nell’Amazzonia brasiliana sono soggette a diversi tipi di governance statale e federale e hanno diversi obiettivi di gestione, tra i quali una protezione rigorosa o un utilizzo sostenibile. I ricercatori hanno scoperto che «Dal 2003 al 2021, la perdita lorda di foreste è diminuita del 48% nelle aree protette soggette a protezione rigorosa e dell’11% nelle aree protette soggette a uso sostenibile» e uno degli auitori dello studio, Fabio de Sa e Silva dell’università dell’Oklahoma che collabora con INPE e INPA, aggiunge che «Questi diversi effetti sulla conservazione delle foreste richiedono analisi causali più approfondite da parte dei ricercatori e invitano  stakeholders, decision-makers e opinione pubblica a rivalutare le politiche esistenti per queste aree. Le denominazioni legali sono importanti, ma se la legge non viene applicata, la prevista protezione delle foreste e della biodiversità sarà illusoria. Questa è un’area in cui il Brasile sta consapevolmente fallendo».

   I risultati del nuovo studio mostrano anche che «La perdita annuale di superficie forestale è stata influenzata dalle politiche forestali brasiliane, come evidenziato da una forte riduzione della perdita di superficie forestale dall’inizio degli anni 2000 alla metà degli anni 2010, corrispondente all’amministrazione del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva nel 2003 -2010, e un nuovo aumento della perdita di aree forestali anche tra i territori indigeni e le aree protette nel 2019-2021, corrispondente all’amministrazione del presidente Jair Bolsonaro nel 2019-2022».

   Xiao, che è anche il principale autore dello studio “Carbon loss from forest degradation exceeds that from deforestation in the Brazilian Amazon”, pubblicato nel 2021 su Nature Climate Change; conclude: «Come ricostruire politiche efficaci e ridurre la perdita di aree forestali nell’Amazzonia brasiliana nei prossimi anni sarà una delle grandi sfide per il governo di Lula e le comunità internazionali». (da https://greenreport.it/, 9/1/2023)

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IL MONDO CHE VERRÀ 2023

TREND TO WATCH 2023: L’ACCELERAZIONE GREEN (NONOSTANTE TUTTO)

di Samantha Gross, 24/12/2022, da https://www.ispionline.it/

   Trilemma energetico: questo il termine che si utilizza con frequenza in riferimento alla sfida di fornire energia sostenibile, sicura e conveniente. Negli ultimi anni, soprattutto in Europa, si è posto l’accento sulle caratteristiche di sostenibilità e convenienza. Il piano “Pronti per il 55%” dell’UE promette una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030, con l’obiettivo di un azzeramento delle emissioni nette di gas climalteranti entro il 2050. Il crollo dei costi per l’energia da fonti rinnovabili ha reso questi obiettivi un po’ più facili da raggiungere. Tra il 2010 e il 2020, il costo dell’energia solare è diminuito dell’85% e quello dell’energia eolica del 56%. L’energia da fonti rinnovabili oggi è spesso più economica da produrre rispetto a quella da combustibili fossili.

   Tuttavia, con l’invasione russa dell’Ucraina, la sicurezza degli approvvigionamenti diventa l’elemento chiave del trilemma per il 2023. L’attuale situazione nei mercati dell’energia è diversa dalle crisi del passato, con un capovolgimento dei vecchi paradigmi in fatto di sicurezza energetica.

   Il mondo sta vivendo la sua prima crisi globale del gas naturale. Un tempo, il gas naturale liquefatto (Gnl) veniva commercializzato su grande scala, con i gasdotti che collegavano venditori e acquirenti di gas naturale in una relazione esclusiva a lungo termine simile a un matrimonio. I gasdotti sono ancora cruciali: nel 2020 i gasdotti hanno fornito circa tre quarti del gas naturale importato in Europa. Tuttavia, con l’avvento del trading del Gnl, il gas non più disponibile a livello regionale può prendere la strada dei mercati globali del gas naturale, poiché il Gnl si sposta verso i mercati con prezzi elevati. Il gas naturale russo che non viene più fornito all’Europa sta dirigendosi verso i mercati di Asia, Africa e America Latina. Il rallentamento dell’economia cinese a causa del Covid sta contribuendo in una certa misura a mantenere bassi i prezzi del Gnl, ma la situazione potrebbe anche cambiare. L’Europa non avrebbe ancora raggiunto il punto più alto dei prezzi del gas naturale.

   Anche i mercati petroliferi globali stanno vivendo qualcosa di completamente nuovo. I consumatori di petrolio stanno utilizzando la domanda di petrolio come arma, a differenza di quanto avvenuto in occasione delle crisi petrolifere degli anni Settanta, quando i produttori bloccarono l’offerta per punire i consumatori. L’UE e il G7 hanno sanzionato il trasporto marittimo e il finanziamento del petrolio russo, pur consentendo le vendite qualora il petrolio venisse venduto con un massimale di prezzo, evitando in tal modo le sanzioni. Resta da vedere se il prezzo deciso funzionerà bene; l’applicazione è difficile, il tetto massimo iniziale è quasi lo stesso prezzo di quello che i russi stanno già ottenendo per il loro petrolio da clienti al di fuori dell’UE e del G7. Il fatto è che i mercati petroliferi si trovano in un territorio inesplorato e incerto.

   È chiaro che un sistema energetico basato su elettricità rinnovabile e altre fonti non fossili avrebbe evitato questo pasticcio, ma il mondo ancora non è pronto, è ancora lontano dall’essere guidato da una realtà energetica prevalentemente “pulita”. Per l’elettricità da fonti rinnovabili, che oggi è conveniente e fattibile, ad esempio, la transizione richiede tempo e disponibilità di capitali da investire. In altri settori, le tecnologie per abbandonare i combustibili fossili non sono ancora mature. Basti pensare alla produzione di acciaio o ammoniaca. Ci sono altri usi diffusi dei combustibili fossili la cui sostituzione richiede molto tempo e risorse. Ad esempio, il riscaldamento a gas naturale è prevalente in gran parte dell’Europa. Per passare alle pompe di calore elettriche andrebbero sostituiti gli impianti di riscaldamento di milioni di abitazioni private e attività commerciali.

   La grande sfida per i responsabili politici e l’industria energetica riguarda il fatto che il mondo vuole più combustibili fossili nell’immediato, ma non per sempre. Dobbiamo alimentare il sistema energetico odierno e contemporaneamente lavorare per trasformarlo nel sistema che vogliamo per il futuro.

   La chiave per raggiungere entrambi questi obiettivi contemporaneamente è trovare delle modalità che ci consentano di soddisfare le esigenze energetiche attuali nel rispetto del futuro. Ciò implica evitare il lock-in dell’infrastruttura dei combustibili fossili ricorrendo a strumenti finanziari o tecnici. Dal punto di vista finanziario, ciò potrebbe significare strutturare finanziamenti e contratti per nuovi impianti di importazione di Gnl in Europa in modo da consentire un recupero più rapido dei costi.

   Così facendo, gli investitori potrebbero ottenere un ritorno sull’investimento pur chiudendo l’impianto quando non è più necessario. Dal punto di vista tecnico, si potrebbero costruire gasdotti che in futuro siano in grado di trasportare idrogeno verde. Non tutte le infrastrutture per il gas naturale possono essere adattate all’idrogeno.

   L’idrogeno è una molecola molto più piccola e più soggetta a perdite. Inoltre, l’idrogeno richiede superfici metalliche con caratteristiche diverse, per evitare la fragilizzazione e le cricche delle tubazioni che lo trasportano. Se però i gasdotti vengono progettati fin da subito per il trasporto di idrogeno, sarà possibile riutilizzarli in seguito. Ciò è particolarmente rilevante per i gasdotti dal Nord Africa, area ricca di gas naturale e risorse rinnovabili.  

   Anche far funzionare le centrali a carbone oltre la data di dismissione prevista o riattivare le centrali a carbone già dismesse potrebbe risultare una buona decisione a breve termine. Questi impianti produrranno maggiori emissioni di gas serra nell’immediato; ciò nonostante, sono una soluzione economica per mantenere le luci accese in un momento di crisi, consentendo di concentrarsi sugli investimenti per il futuro.

   L’Europa sta attraversando un momento particolarmente difficile in cui il raggiungimento di tutti e tre gli obiettivi di approvvigionamento energetico (energia sostenibile, sicura e conveniente) sembra quasi impossibile. Tuttavia, un futuro sistema energetico meno dipendente dai combustibili fossili sarà meno soggetto a crisi come quella che stiamo vivendo attualmente. L’Europa e il resto del mondo resisteranno alla tempesta del mercato energetico causata dall’aggressione della Russia in Ucraina e alla fine ne usciranno più forti di prima. (Samantha Gross, 24/12/2022, da https://www.ispionline.it/)

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