Come buttare i soldi nella toelette: 4,5 milioni di euro per il Museo del Fascismo a Predappio

Istruzioni per l’uso: Ascoltare questa canzone dei Paolino Paperino Band e successivamente una canzone dei Punkreas (link al seguito)

E’ notizia del 16.02.2016 pubblicata su Repubblica.it che, Il Governo, la Regione Emilia Romagna e Il Comune di Predappio hanno intenzione di spendere 4,5 milioni di euro per convertire la Casa del Fascio di Predappio in un simpatico Museo del Fascismo con la scusa che è un “intervento culturale di forte attrattiva turistica”.1 

Mi prendete in giro? Perchè spendere soldi per attrarre sul territorio persone che sono intenzionate a ricordare l’epoca fascista e il mito della razza ariana? A nessuno è venuto in mente di seguire il glorioso esempio della Caproni di Predappio : da fabbrica simbolo della potenza fascista dove costruivano i famosi aerei trimotori Marchetti, nel dopoguerra è stata riutilizzata per coltivare funghi champignon2.Perchè non valorizzare tutte quelle “belle” strutture che purtroppo I fascisti hanno costruito sul territorio Romagnolo e non solo, con centri accoglienza per gli immigrati o per attività che svuotino di significato fascista piuttosto di ripetere sempre che si vuole ricordare la Storia del ‘900 per non ripetere gli stessi errori? Quante volte è stato detto questo? Quante? Quanti film, canzoni, programmi televisivi etc, abbiamo dovuto vedere per imparare cos’è successo in quegli anni? Se la grande domanda del ‘900 è stata: com’è potuto succedere la tragedia dei campi di sterminio e come fare per evitarla? Sicuramente la risposta non è spendere soldi per fare dei Musei sul Fascio. L’idea di piazzarci dentro discoteche dove etero, gay e coppie miste possono limonare sui divanetti senza paura di essere discriminati non è balenata mai in testa a nessuno? E’ un modo non violento per dire che quell’epoca è realmente finita e che accogliamo con gioia solo gli architetti che vengono a vedere quelle strutture da fuori o dentro e le trattano come un periodo di archeologia architettonica. Per alcune località, ad esempio Milano Marittima (RA) non c’è niente da fare, l’unica è raderla al suolo e liberare tutte le farfalle che hanno ingabbiato dentro alla “Casa delle Farfalle”.

Lo scrivo e utilizzo il blog per ribadire che I fascisti sotto casa non li voglio. Non è quella gente che dobbiamo richiamare, non dobbiamo spendere i soldi per far qualcosa per piacere a quelle persone li’. Ma valorizzare la cultura, le cose realmente belle che abbiamo sul territorio e proteggere il territorio.

E poi sono contro natura. Quale animale si costruisce una casa in cemento armato? Solo l’essere umano di specie fascista, e quindi è l’unico animale a non seguire la Natura. Nessun’altro lo fa: le lumache hanno la loro roulotte naturale sempre attaccata, le formiche fanno dai formicai, altri animali “feroci” dormono in cave naturali.

Tra gli esseri umani solo la razza fascista ha la fissa per la casa: casa dove vivere, casa al mare, casa in montagna, casa al cimitero. Che nelle relazioni sociali si traduce in: voglio fare un figlio per trasmettere il mio cognome “casato”, usano la tripletta casa, macchina e vestiti per imbroccare la preda (perchè probabilmente la natura non gli ha fornito altri mezzi per essere affascinanti) e tentano di duplicarsi con altri animali provenienti solamente dallo stesso paese oppure limitrofo per mantenere la “razza pura”. E da chi hanno preso esempio questi esempi di virilità? Benito Mussolini, colui che sposarsi con Rachele Guidi, minaccio’ un omicidio – suicidio davanti ad Anna Lombardi, la mamma della prima vittima di questi esempi di virilità che a sua volta era stata corteggiata, rifiutandolo, il padre di Benito, Alessandro Mussolini.

Le persone hanno bisogno di esempi da seguire. Per evitare di leggere cose del genere bisogna iniziare a fare cambiamenti di un certo livello in Italia, prima di tutti la capitale. Se Roma è stata la capitale durante il fascismo bisogna far cambiare la capitale e spostarla a Napoli. A Roma hanno ospitato questo, ed è solo un esempio, il Palazzo Braschi nel 1930. 

Palazzo Braschi 1930

A Napoli le persone piu’ civili, hanno molta alle spalle e ci sono già dei palazzi costruiti che possono ospitare dei Palazzi del Governo. Dal punto di vista logistico non dovrebbe essere un grosso problema perchè sono solo due ore di distanza da Roma.

E’ arrivato il momento di dire basta Non si puo’ piu’ avere come prima città d’Italia una città che ha ospitato il fascismo, non si puo’, perchè hanno ospitato la repressione di un popolo e la megalomania di un personaggio come Mussolini che ha taciuto sull’orrore dei campi nazisti. Hanno ospitato l’assenso assoluto e la sottomissione. E quindi possono anche ospitare la tomba di Mussolini. 

I fascisti si dimenticano che gli esseri umani sono come gli equini: ne fanno parte due specie domestiche come i cavalli e gli asini, i i loro cugini africani le zebre e tutte le altre specie. Non è detto che figliano solo tra cavalli, tra asini o tra zebre, ma ad esempio nascono gli zebralli, i cuccioli che nascono tra cavalli e zebre. A seconda dell’età ci si riferisce ai cavalli in vari modi, di cui diciamo che la specie fascista umana non si associa con lo stallone. Esistono razze equine che hanno delle nazionalità, come ad esempio gli hunter irlandesi che derivano dal purosangue inglese: ergo se non hanno una razza di cavallo proprio tanto vale farli rioccupare dagli inglesi, durante il fascismo hanno anche ospitato i Blueshirt, il movimento fascista irlandese.

E dopo questa analisi chi dovrebbe lavorare? Tutti quelli che erano nei campi nazisti o simili. Solo per il semplice fatto che non si sono macchiati di sadismo, torture psicologiche e quant’altro abbiano fatto quelli che comandavano. Non si puo’ permettere di far duplicare queste cose qui. E far basta con l’immagine antiquata dell’Africa povera e bisognosa di cure da parte dell’Europa perchè anche quella è un’immagine coloniale datata che deve cambiare. A quelli fa sempre piu’ comodo pensare a un’immagine dell’Africa povera e bisognosa di cure da parte dell’Europa, quando in realtà ne hanno costruito un’immagine a uso e consumo di occidentali che hanno bisogno di vantarsi di quanto sono buoni.

Riepilogando: come sono i fascisti nel 2016? Secondo me, gli uomini come Jovanotti e le donne come DolceNera. Jovanotti ha l’immagine di un cantante innovativo e moderno, ma in realtà ha sempre una visione eurocentrica. Lo si vede anche nella sua produzione musicale: ad esempio nell’”Ombelico del Mondo” parla di multiculturalità ma il protagonista è lui, bianco caucasico che si atteggia da multiculturale. DolceNera canta “Chi sogna non ha regole, e non si arrende mai, la vita che s’immagina,diventerà realtà, chi ama non sa vivere, io non imparo mai, sei tu il più grande sogno che io no, non venderei mai”, dove descrive un’immagine della donna sottomessa all’uomo e canta di sentimenti che sono dannosi.

SVE e Training Course – Ovvero come viaggiare gratis

Ecco sono tornata. Mi rendo conto che non è un’introduzione accademica e non è minimamente degna del nostro blog, ma in questi mesi ho fatto due esperienze che mi mancavano, davvero. Era un po’ di tempo che non scrivevo un post per Geograficamente, ma mi sembrava un peccato non condividere l’esperienza di SVE e training course. Percio’ ecco a Voi il primo post della cronologia Est Europa.

E’ da due mesi che sono tornata dalla Polonia. Sono andata a Lezsno, per fare la volontaria SVE presso un’associazione polacca che offre attività ricreative ai bambini e adolescenti. Anzi, per la precisione ancora prima di arrivare a Leszno, scorrazzavo felice all’interno dell’Expo di Milano e mi ero intrufolata all’interno del padiglione della Polonia per curiosare. Mele, vodka, pane, patate, cioccolata, ambra e un grazioso giardino: in Polonia ho ritrovato tutto!

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Poznan, Polonia – 11 novembre 2015 Giorno dell’Indipendenza

Dopo un arrivo abbastanza avventuroso, arrivando a Leszno utilizzando autobus, treno e auto, il lunedì’ dopo abbiamo iniziato le attività. Il nostro lavoro da volontari EVS consisteva nel fare daily room con i bambini delle elementari, cioè un dopo scuola dove giocavamo, disegnavamo e aspettavamo che i genitori o altri delegati che venivano a prendere i bambini. Un’altra attività abbastanza comune era quella di fare delle presentazioni dell’Italia nelle scuole medie e superiori, in cui si parlava dell’Italia in generale ma ovviamente le domande dei ragazzi ricadevano sempre sul mangiare e si sono sempre dimostrati più’ afferrati di me per quanto riguarda lo sport! In alcuni casi, per alcuni di questi ragazzi siamo state i primi italiani visti dal vivo e già questa è un’esperienza abbastanza unica di per sé. Ovviamente abbiamo avuto il tempo per viaggiare: sono stata a Breslavia, Varsavia, Cracovia, Poznan e ho visto il circondario di Leszno.

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Brno, Czech Republic

Il Servizio di Volontariato Europeo è un programma finanziato dalla Commissione Europea all’interno del programma Erasmus+ che permette ai giovani dai 18 ai 30 anni di vivere fino a 12 mesi all’estero con vitto, alloggio, assicurazione sanitaria e trasporto pagati piu’ un piccolo pocket money che cambia a seconda della nazione di destinazione e serve per coprire le spese personali. Per i volontari long – term (da 3 mesi a 10 mesi) è prevista anche la formazione linguistica.

All’interno dell’Erasmus + esistono altre azioni di mobilità internazionale come gli Scambi Culturali che consentono di viaggiare e conoscere altre culture. In genere sono di una settimana e prima di partecipare è bene scegliere l’argomento del progetto. Per esempio, ho partecipato a un training course dal titolo “Everybody is unique” a Zlin, Czech Republic, che si è rivelata una bellissima esperienza con altri 3 ragazzi italiani, e se mi posso permettere di dire che veramente rappresentavamo l’Italia del 2016, una ragazza romana, un ragazzo napoletano, una ragazza di origini albanesi e la sottoscritta mezza svizzera.

Sicuramente, per me, si e’ rivelata un’esperienza più’ entusiasmante e formativa del previsto!!!

Applicate per lo SVE e Training Course anche Voi! Sono occasioni per viaggiare, quasi del tutto gratis

 

SGUARDI SUL MONDO

di Nico Bazzoli

SGUARDI SUL MONDO. Letture di geografia sociale.

A cura di Alma Bianchetti e Andrea Guaran

Prefazione Franco Salvatori – Introduzione Alma Bianchetti, Andrea Guaran – In ricordo di Daniela Lombardi Giovanna Bellencin Meneghel – La geografia sociale: quadro concettuale e tematiche principali: La geografia sociale. Un breve profilo Giovanna Bellencin Meneghel – Genere, luogo, spazio: alcune riflessioni Gisella Cortesi – Assoluta, relativa, ambientale. Declinazioni di povertà Tiziana Banini – Geografia sociale e processi migratori Francesca Krasna – Geografia sociale e spazi urbani: produzione, esclusione e pratiche Stefano Malatesta, Marcella Schmidt di Friedberg – Dal modello della globalizzazione ai valori della decrescita. Oltre la società dei consumi Alma Bianchetti, Nadia Carestiato – Approfondimenti tematici: Esperienze nella geografia sociale europea Mirella Loda, Fabio Amato – Di chi è il territorio? Per una geografia partecipativa Mauro Pascolini – Povertà ed esclusione sociale: una ipotesi di lettura spaziale Andrea Guaran – “Getting Involved”. Il ruolo del volontariato nella gestione dell’heritage statunitense Franca Battigelli – Frammentazione urbana e nuove dinamiche insediative. Bologna e il suo hinterland Nico Bazzoli – I Rom e Sinti a Bolzano. Verso il superamento dei campi nomadi? Claudia Lintner.

Fin dal titolo, Sguardi sul mondo. Letture di geografia sociale, i curatori esplicitano l’intento di proporre, non volendo circoscriversi entro la struttura propria di un manuale, un ampio ventaglio di prospettive di analisi sulla complessità del mondo contemporaneo colte con la lente della geografia sociale. Tale chiave interpretativa, delineata nella sua evoluzione teorico-metodologica secondo il percorso tracciato da Daniela Lombardi, al cui ricordo è dedicato il volume, si focalizza sullo stretto rapporto tra dinamiche sociali e dinamiche spaziali, cogliendo e facendo emergere processi socio-territoriali che spesso non risultano di immediata percezione e di completa comprensione circa la loro natura e le conseguenze che innescano. In questo quadro, il volume raccoglie saggi di autori che, avvalendosi di esperienze di ricerca rese coerenti dal comune filo conduttore della lettura geografico-sociale, affrontano temi cruciali nel contesto del mondo globalizzato, quali le molteplici declinazioni della povertà e i fenomeni migratori, i processi di esclusione sociale in ambito urbano, i problemi di genere, le mobilitazioni crescenti in nome della consapevolezza della necessità di forme di gestione partecipata nel governo del territorio in risposta agli usi conflittuali di matrice top-down degli spazi pubblici, l’ascesa di visioni alternative al sistema socio-economico dominante, con le proposte della “decrescita”e l’attenzione consapevole ai beni comuni.
Un testo che si situa nel panorama della ricerca tra la geografia e la sociologia, connettendo gli interessi per lo studio delle dinamiche sociali a quello dei processi spaziali. La geografia sociale nasce infatti dall’esigenza di colmare quella lacuna dell’analisi sociologica che prendeva in esame il comportamento umano senza però approfondire gli aspetti spaziali che esso produceva. L’attenzione allo spazio, inteso non come mero contenitore degli eventi sociali nel suo senso assoluto bensì come prodotto e fattore di influenza degli eventi sociali stessi, risulta costante e pervade l’intera struttura del testo. Il volume è organizzato in due sezioni: una prima parte in cui sono raccolti contributi riguardanti il quadro concettuale della geografia sociale e le tematiche principali di riferimento; una seconda parte riguarda approfondimenti concettuali e tematici imperniati su mirati casi di studio. L’elemento trasversale che sembra fungere da collante ai diversi contributi è quello dell’urbanità, dualmente intesa sia in senso spaziale come moltiplicazione ed espansione fisica della città sia come modello di organizzazione sociale e stile di vita. Si tratta di un’opera collettiva che intende fornire un quadro concettuale della materia, delineandone la pluralità degli argomenti e dei punti di vista, ad un fine espressamente didattico. Il volume risulta allora un buon punto di partenza per giovani geografi e sociologi, interessati ad entrare in contatto con una concezione del sapere geografico che tratta lo spazio da un punto di vista relazionale.

I dieci luoghi dell’Italia Industriale – Parte 2

di Jacopo Ibello

Biella

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In Piemonte, lungo il Cervo e i suoi affluenti, si è insediata negli ultimi secoli la maggiore concentrazione al mondo di produttori di lane di qualità. Ancora oggi, nonostante crisi e delocalizzazioni, quando si tratta di lana pettinata, Biella e le sue imprese sono in prima linea. Cerruti, Zegna e FILA sono solo alcuni tra i brand che rendono speciale questa piccola provincia piemontese. La tradizione biellese nella lana risale ai tempi antichi, quando queste valli rappresentavano uno dei più importanti mercati per questo genere di tessuto. Con la rivoluzione industriale il paesaggio venne stravolto da grandi stabilimenti, alcuni di questi di grande spessore architettonico. Pochi sanno che questa cittadina e il suo circondario, spesso ricordati solo perché “una delle nuove province”, furono uno dei motori dello sviluppo economico italiano e una delle culle del Made in Italy di cui tanto ci vantiamo.

Oggi, nonostante la leadership del settore, Biella non sfugge alla classica immagine della città industriale, fatta di enormi complessi abbandonati in attesa di un nuovo futuro. Lungo il torrente Cervo si allineano i grandi lanifici ottocenteschi, a formare un paesaggio industriale unico. Il luogo simbolo è però senza dubbio la Fabbrica della Ruota a Pray, con la sua caratteristica ruota idraulica e la trasmissione a vista, oggetto di un riuscito intervento di recupero culturale.

Prato

Museo del Tessuto di Prato Di Jacop Ibello
Museo del Tessuto di Prato
Di Jacop Ibello

Prato è l’antitesi di Biella. Sì, anche qui e nel suo entroterra (la Val Bisenzio) domina una grande tradizione nella lavorazione della lana e la vita venne segnata dalle fabbriche molto in anticipo rispetto al resto d’Italia. Ma le similitudini finiscono qui. Se Biella ha basato la sua storia industriale sull’alta qualità e sul lusso, la ricchezza di Prato è stata fondata sull’abilità di produrre lane dal prezzo concorrenziale, capaci di raggiungere leadership di mercato non solo in Italia, ma in quelli che una volta si chiamavano Paesi in via di sviluppo (India, Cina, Sudafrica). Nel dopoguerra, con la fine dei lanifici integrati, un sistema basato su piccole e piccolissime attività tessili, spesso collocate in squallidi stanzoni sparsi un po’ ovunque, rese Prato una delle città più ricche d’Italia e fu la rovina per gli storici distretti lanieri del nord Europa (Verviers, Roubaix, Manchester). La produzione di tessuti di bassa qualità, basati sul recupero di lane già usate, è anche all’origine della crisi dell’industria laniera pratese che ormai perdura da più di vent’anni: la concorrenza delle nuove realtà tessili di Africa e Asia, proprio dove una volta i tessuti pratesi spadroneggiavano, è difficile da fronteggiare con prodotti di bassa qualità.

Oggi il territorio di Prato e della Val Bisenzio è costellato di antichi opifici perlopiù abbandonati. Esiste qualche caso di recupero interessante, come il Museo del Tessuto, il MUMAT di Vernio e il grande complesso del Fabbricone. La città-fabbrica de La Briglia è uno dei casi più interessanti di comunità nata e cresciuta attorno a una fabbrica. Infine non si può non ricordare il bellissimo cementificio Marchino, arrampicato sui monti della Calvana ai confini orientali di Prato.

Sesto San Giovanni

Centrale termoelettrica Falck di Sesto s.gIOVANNI

La cosiddetta “Stalingrado d’Italia” è stata per gran parte del XX secolo il cuore pulsante dell’industria pesante italiana. Nonostante si tratti di un’estensione di Milano, Sesto è riuscita a crearsi un’identità ben definita, grazie alla sua gloriosa storia industriale, che la distingue dalla miriade di comuni che affollano il cosiddetto hinterland milanese. Le grandi aziende nate e cresciute qui (Breda, Marelli, Falck e Campari) hanno non solo contribuito alla prosperità di questa cittadina, ma soprattutto sono state protagoniste, con i loro prodotti, del progresso e della modernizzazione di tutta l’Italia.

Oggi però tutto questo è solo un ricordo. Dei grandi nomi solo la Campari resta una realtà attiva e di successo, ma che comunque non produce più qui da molto tempo. Per il resto, Sesto rappresenta in pieno la condizione sofferente della grande industria italiana. Questa fase di transizione però rappresenta un’occasione sprecata, in cui la cittadina lombarda sarebbe potuta essere un laboratorio di portata internazionale (vista l’importanza del suo patrimonio industriale) per un recupero intelligente delle aree dismesse. Invece i giganteschi scheletri della Falck, abbandonati alle tradizionali speculazioni affaristiche di politica e imprenditoria, sono testimoni di un fallimento irrispettoso della storia e della cultura industriale non solo di Sesto, ma dell’Italia in generale. Le poche operazioni che permettono di intravedere il passato di duro lavoro di questa città sono la vecchia fabbrica Campari, letteralmente avvolta dalla nuova faraonica sede del gruppo, in cui si trova un bel museo sulla storia dell’azienda, e la vecchia area Breda, dove si trovano lo Spazio MIL (una specie di museo dell’industria open air) e il noto Carroponte, luogo di grandi spettacoli musicali e non solo. Da segnalare il lavoro della Fondazione ISEC, che si occupa di valorizzare la storia e la cultura locale attraverso ricerca, pubblicazioni ed eventi.

Crespi d’Adda

[caption id="attachment_7947" align="alignnone" width="300"]il cotonificio a Crespi d'Adda di Jacopo Ibello il cotonificio a Crespi d’Adda di Jacopo Ibello

Questo villaggio operaio, nel comune di Capriate San Gervasio (BG), è una delle testimonianze più importanti al mondo del paternalismo industriale. Quel fenomeno, sviluppatosi tra il XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale, in cui gli industriali si prendevano cura dei propri operai, arrivando a fornirgli alloggio, assistenza sanitaria, attività per il tempo libero e anche (nel caso di Crespi) una sepoltura. Gli operai e le loro famiglie legavano la loro vita indissolubilmente alla fabbrica.

Qui, lungo le sponde dell’Adda, il rapporto tra la famiglia Crespi e i dipendenti del grande cotonificio è visibile soprattutto nell’impianto urbanistico del villaggio: decine di graziose casette, gli edifici dei servizi, la chiesa, tutti ordinatamente alla corte delle imponenti ciminiere e della villa-castello. La stessa figura si ripete incredibilmente nel luogo più mistico di questo posto, il cimitero, dove centinaia di piccole tombe sono allineate come un esercito davanti al colossale mausoleo dei Crespi. Quasi a stabilire un legame tra operaio e padrone che va oltre la vita.

L’unicità di Crespi è riconosciuta anche dall’UNESCO, che nel 1995 le ha conferito il titolo di Patrimonio Culturale dell’Umanità. Purtroppo questo vincolo vale solo per il villaggio e non per le strutture industriali, ossia il cotonificio (che ha operato fino al 2003) e la bellissima centrale idroelettrica, che versano in stato di abbandono. Di recente è stato avanzato un progetto di recupero per l’antico stabilimento, nel frattempo bisogna godersi le bellissime architetture liberty da dietro i cancelli. Il resto invece è visitabile grazie a tour guidati organizzati dagli stessi abitanti di Crespi.

Terni

Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano  (foto di Pierclaudio Duranti)
Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano (foto di Pierclaudio Duranti)

Al di fuori del nord-ovest, la prima industrializzazione dell’Italia avvenne in modo sporadico. In un’Italia centrale che rimase per buona parte agricola fino a non molto tempo fa, Terni rappresenta un’eccezione. Il successo industriale della città umbra è dovuto in gran parte alla presenza di corsi d’acqua adatti alla produzione di energia. A cambiare il destino di questo piccolo centro di provincia fu l’apertura, nel 1875, della Fabbrica d’Armi, che fu per decenni il principale fornitore dell’Esercito, a cui seguirono le Acciaierie nel 1884. Altro settore chiave fu l’industria chimica, che ebbe il suo apice con la produzione, negli anni del miracolo economico, del Meraklon (nome commerciale del polipropilene prodotto secondo il processo scoperto da Giulio Natta). Nacquero anche importanti attività tessili (Centurini) e metalmeccaniche (Officine Bosco): tutto questo fece sì che Terni diventasse una delle più grandi città operaie italiane, con percentuali di impiegati nel manifatturiero sulla popolazione totale che a inizio secolo erano del 70%.
Oggi molte di queste produzioni sono scomparse o ridimensionate e la città e i suoi dintorni rappresentano uno dei bacini di archeologia industriale più importanti d’Europa. Purtroppo questo patrimonio è stato valorizzato solo in minima parte e molte delle grandi strutture restano abbandonate, alla mercé di vandali e ladri che li saccheggiano regolarmente. L’unico tentativo di recupero in grande stile furono gli Umbria Studios presso il bellissimo stabilimento chimico di Papigno (il campo di concentramento de “La vita è bella”), che però dopo pochi anni fallì miseramente.

TOM CREAN – DALL’ANTARTIDE AL SOUTH POLE INN

1° dicembre, si celebra l’Antarctica Day, la giornata per commemorare il Trattato Antartico stipuato a Washington  nel 1959. In questa occasione Geograficamente, celebra questa giornata ricordando Tom Crean, esploratore dell’Antartico.

 Tom Crean , chiamato anche il ” gigante irlandese” (1877 – 1938) è stato un esploratore antartico proveniente da Annascaul, Co. Del Kerry (Irlanda). É stato membro di tre delle quattro principali spedizioni britanniche in Antartide , la Discovery, la Terra Nova e la Endurance.

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 Nato a Gortacurraun il 20 luglio 1877, nel 1983 prima di compiere 16 anni, si arruolo’ nella Royal Navy. Nel 1901 mentre lavorava come marinaio sulla HMS Ringarooma in Nuova Zelanda, Crean incoraggiato dal comandante Robert Scott si imbarco’ sulla nave Discovery in viaggio verso l’Antartide per la prima British National Antarctic Expedition. Per lui, inizio’ la carriera di esploratore che l’avrebbe portato altre due volte in Antartide e che l’avrebbe visto protagonista anche di successive spedizioni, in cui viene ricordato come un gran lavoratore e un buon compagno di viaggio. Al termine della spedizione fu nominato Ufficiale di primo grado e continuo’ a lavorare per Scott tra il 1906 e il 1909.

  Nel maggio 1910 Tom Crean, inizio’ a lavorare sulla  Terra Nova sotto il comandante Scott in un’altra avventura antartica di maggiore importanza rispetto a quella precedente.  Dopo aver camminato con Scott per 150 miglia nel Polo, insieme a  Lt Teddy Evans e William Lashly, erano stati istruiti per tornare al campo base . Il loro viaggio di 800 miglia attraverso l’altopiano polare in condizioni estreme si rivelo’ un compito arduo. Dopo aver trovato la strada  per il ghiacciaio Beardmore, facendosi scivolare verso il basso per centinaia di metri su cascate ghiacciate, hanno trovato la strada bloccata da enormi crepacci. A quel punto, sono stati lasciati con l’unica scelta di    avventurarsi lungo “la traversa dell’Inferno” attraversando dei ponti di neve precari per ogni crepaccio.  Quando raggiunsero la barriera, il tenente Evans, dopo aver contratto lo scorbuto, a 100 miglia dal campo base non era più in grado di stare in piedi senza aiuto . Lashly e Crean lo tirarono su una slitta per 35 miglia, indeboliti dalla fatica e dalla fame, Crean dopo aver lasciato un Evans morente nella cura di Lashly, mentre tentava di attraversare da solo la parte finale del viaggio per raggiungere il campo base in cerca di aiuto.  A seguito di una marcia di 18 ore senza fine, non solo Evans venne salvato,  ma non ha mai dimenticato il coraggio dei due uomini che in seguito avrebbe descritto “Heart of Lions”. Crean e Lashly vennero premiati con la Medaglia Albert per il loro coraggio .

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  Nel dicembre 1913 Sir Ernest Shakleton annuncio’ la sua intenzione di avventurarsi verso l’Antartide . Crean fu scelto dal capitano Shakleton per essere uno dei sei che avrebbero preso parte al viaggio attraverso il continente sulla Endurance . Purtroppo , il piano ando’ storto quando la banchisa si chiuse intorno alla loro nave Endurance nel Mare di Weddell . In ottobre 1915 l’equipaggio erano stati costretti ad abbandonare . Dopo due tentativi di marciare sul ghiaccio e a terra falliti ,  per sopravvivere sul lastrone di ghiaccio mentre aspettavano in banchisa di rompere in modo da poter lanciare le navi imbarcazioni di salvataggio .
Il 9 aprile Shakleton ha deciso di lanciare tre scialuppe di salvataggio , nel tentativo di raggiungere sia Clarence o Elephant Island a circa 100 miglia a nord . Affetti da esposizione , stanchezza e mal di mare hanno raggiunto Elephant Island nel 15 aprile . Per loro era la prima volta sul territorio in quasi 16 mesi. Elephant Island era una roccia desolata e non avevano offerto alcuna possibilità di salvataggio per l’equipaggio arenata. La loro unica speranza di sopravvivenza sarebbe stata quella di tentare un viaggio di 800 miglia in un canotto attraverso le acque infide alla stazione baleniera di South Georgia . Shakleton scelse cinque di loro per accompagnarlo tra cui Tom Crean . Gli altri sarebbero rimasti in dietro in attesa di soccorso deve il viaggio doveva rivelarsi un successo . Il 24 aprile Shakleton aveva lanciato la più grande imbarcazione, James Caird , nel tentativo di raggiungere la South Georgia . Nel loro viaggio di diciassette giorni gli uomini avevano sopportato tempeste continue , temperature da congelamento ed enormi onde.

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Crean si ritirò dalla Marina nel 1920 e tornò ad Annascaul dove si sposò e si stabilì . Lui e sua moglie Ellen comprarono e ricostruirono una casa affacciata sul fiume e la chiamarono” The South Pole Inn ” . Hanno trascorso il resto dei suoi giorni godendosi la vita familiare e rifuggiva i numerosi tentativi da parte di visitatori di sentire i suoi racconti di viaggio di rotta verso l’Antartide.
Tom Crean morì nel 1938 a causa di un appendicite. Il suo funerale è stato il più grande mai celebrato ad  Annascaul . E’ stato sepolto nel piccolo cimitero di Ballynacourty , in una tomba che si costrui’ da solo , con vista sulle colline di Kerry .

I 10 luoghi dell’Italia industriale

di Jacopo Ibello

In questo mio nuovo contributo vorrei brevemente presentare quelli che sono, secondo la mia opinione, i 10 luoghi che rappresentano al meglio il patrimonio industriale italiano. Si tratta di fabbriche, città, valli e regioni che hanno contribuito, nei vari secoli, a formare quel carattere produttivo unico che rende il sistema industriale italiano diverso da quelli di altre realtà nel mondo. Molti tendono a pensare che l’Italia sia un Paese industriale solo dagli anni ’50: in realtà il boom economico è stato solo il periodo in cui l’industria (e gli stili di vita e le culture che vi sono connessi) hanno preso definitivamente piede nella società italiana, colmando un ritardo in qualche caso secolare rispetto ad altre realtà internazionali. Ma in realtà l’industria, intesa come sistema produttivo, in Italia è presente da epoche remote e, a partire dal XIX secolo, che noi consideriamo il periodo della svolta per l’Europa, il nostro Paese non è stato esente dai fenomeni di industrializzazione che hanno caratterizzato la parte centrale e settentrionale del Vecchio Continente. In Italia questo processo è stato però a macchia di leopardo, ha coinvolto alcune realtà e ha lasciato indietro altre, sostanzialmente per la mancanza di una politica industriale nazionale, che si è avuta in maniera decisa solo tra il Fascismo e il già citato boom economico.

L’elenco che segue non vuole essere una classifica o una top ten, non vuole stabilire una gerarchia o sminuire le migliaia di testimonianze della storia industriale disseminate lungo il territorio italiano che qui non compariranno. Si tratta semplicemente di fornire a coloro che non si sono mai approcciati alla materia un primo elenco di luoghi (che ai cultori apparirà sicuramente mainstream), dove poter entrare in contatto con l’archeologia industriale italiana.

Le miniere della Sardegna

Argentera della Nurra (Sassari) di Gianf84

Da più parti l’eredità lasciata dalla millenaria storia mineraria sarda è considerata il fiore all’occhiello del patrimonio industriale italiano. I minerali sardi furono fonte di ricchezza per tutte le potenze che hanno dominato l’isola nel corso dei secoli, dai cartaginesi ai romani, ai pisani, agli spagnoli. Con l’Unità le miniere della Sardegna divennero il volano per diversi settori della neonata industria italiana, come la metallurgia e la chimica. Il carbone del Sulcis fornì per pochi decenni l’illusione di un’indipendenza energetica dell’Italia. Oggi le imponenti rovine delle miniere, inserite nel tipico paesaggio spettacolare della Sardegna a formare un insieme unico al mondo, testimoniano questa storia millenaria di lavoro, di progresso tecnologico, di lotte sociali, di coraggio e sacrificio dell’uomo. Il Centro Italiano della Cultura del Carbone, aperto nel 2006 nei locali della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, documenta perfettamente l’avventura delle miniere carbonifere sarde e della cittadina sorta intorno ad esse per volere del Fascismo. Tra i luoghi degni di visita spiccano sicuramente i siti dell’Argentiera della Nurra, Montevecchio, Monteponi e Porto Flavia (per citarne solo alcuni). La Miniera di Rosas, a Narcao, è un ottimo esempio di recupero ecomuseale e allo stesso tempo turistico.

Torino

didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa di Jacopo Ibello
didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa
di Jacopo Ibello

Perso il ruolo di capitale nel 1870, Torino si vide costretta a reinventarsi. La città scelse di abbracciare la rivoluzione industriale per rilanciarsi e fu quindi tra le realtà pioniere di questo fenomeno in Italia. Nell’arco di qualche decennio a Torino si svilupparono centinaia di fabbriche che crearono un panorama produttivo variopinto come pochi altri casi al mondo: armamenti, birra, automobili, pasta, tessuti, acciaio, treni, dolci… Non c’è stato settore industriale in cui Torino non abbia espresso aziende di primo piano a livello nazionale e internazionale. Oggi, come dopo la Breccia di Porta Pia, la città si vede costretta a reinventarsi di nuovo, visto che la maggior parte dell’industria è scomparsa o è stata espulsa fuori. Restano dell’industria i luoghi, davvero tanti, sparsi in quasi tutti i quartieri della metropoli. Una passeggiata seguendo le vecchie fabbriche torinesi equivale a sfogliare un libro sull’architettura industriale italiana. Torino poteva essere il laboratorio dell’archeologia industriale in Italia, invece una mancata politica comune su il riuso e il rilancio di questi spazi ha dato vita a un melting pot di operazioni più o meno riuscite: dalle persone che, davanti al Lingotto, non hanno la minima idea che lì si siano prodotte auto per 60 anni, alle spettacolari Officine Grandi Riparazioni, magnifico esempio di come restituire uno spazio industriale alla comunità. Oltre a questi due casi, merita una visita il parco urbano nato sotto i ruderi della acciaierie FIAT lungo la Dora, mentre nei dintorni si segnalano il Villaggio Leumann a Collegno e il Mulino Nuovo di Settimo Torinese. A parte un paio di casi (Centro Storico FIAT, Museo dell’Automobile) stona l’assenza in una città industriale di tale importanza di spazi museali in grado di raccontare questo genere di storia.

Schio

La Fabbrica Alta di Schio di Jacopo Ibello

L’immagine che si ha del Veneto, quella di terra agricola fino a 30 anni fa i cui abitanti erano spesso considerati una sorta di “meridionali del Nord”, come spesso accade rappresenta solo una lettura superficiale. È proprio tra le montagne del nord-est che si trova quella che viene considerata la culla italiana della rivoluzione industriale, almeno nei libri di storia. Come spesso è accaduto in Italia, l’industria laniera di Schio non nacque all’improvviso, ma si basava su una tradizione di lavorazione del tessuto che risaliva ad alcuni secoli addietro. Grazie alla capacità visionaria di un imprenditore scledense, Alessandro Rossi, che seppe importare nella cittadina e nel territorio circostante quel fermento industriale che si andava diffondendo in Europa nella seconda metà del XIX secolo, Schio divenne “la Manchester d’Italia”. Una definizione che trovò la sua espressione nella Fabbrica Alta, edificata da Alessandro Rossi secondo lo stile dei grandi lanifici inglesi e ritenuta oggi da più parti il monumento più significativo del patrimonio industriale italiano. Rossi non si limitò a portare nella sua Schio l’industria ma, sempre seguendo e migliorando le esperienze d’Europa, costruì un intero quartiere per i suoi operai dotato di servizi e infrastrutture, cercando il più possibile, anche nell’aspetto urbanistico, di rendere la vita dei lavoratori più confortevole, più sana e culturalmente vivace. Schio e il territorio circostante sono pieni di testimonianze dell’era industriale, riconducibili non sono alla Lanerossi. Nella vicina Valdagno un’esperienza simile venne condotta dai conti Marzotto, la cui azienda è oggi il primo produttore tessile italiano.

San Leucio

La Colonia di San Leucio Fonte: http://www.realcasadiborbone.it

Questa frazione di Caserta è una delle prime testimonianze dell’avvento dell’industria nella nostra penisola. Può sembrare strano a molti ma, come vedremo anche nel post successivo, il Regno di Napoli era una della realtà più all’avanguardia sotto certi aspetti e quindi meglio preparata ad accogliere le innovazioni. Fino al 1778 San Leucio era solo un ritiro del re Ferdinando IV che vi si rifugiava quando non ne poteva più di stare nella sottostante reggia: un giorno di dicembre suo figlio, il principe ereditario Carlo Tito, morì e il re decise, per il dolore, di costruire un ospizio per poveri. Per non tenerli in ozio, decise di impiantare a San Leucio un opificio per la produzione di seta di alta qualità, con la collaborazione di alcune imprese del Nord Italia. Ben presto il nome San Leucio divenne sinonimo della miglior seta al mondo e i tessuti casertani sono oggi nelle più importanti corti reali al mondo e nei principali palazzi del potere. Con l’incremento della produzione aumentò costantemente il numero degli operai e i Borbone provvidero a dotare la colonia di abitazioni, chiesa, strutture per il tempo libero. I lavoratori di San Leucio (o meglio, i loro figli) furono i primi a beneficiare dell’istruzione gratuita in Italia, che iniziava a 6 anni.

Oggi la produzione della seta di qualità continua grazie ad alcune aziende, ma la maggior parte ha chiuso negli ultimi anni per delocalizzare. Il rilancio di San Leucio, che fa parte insieme alla Reggia di Caserta di un sito patrimonio UNESCO, parte anche dalla sua valorizzazione turistica. Nella fabbrica costruita da Ferdinando IV si trova oggi il Museo della Seta, dove viene raccontata la storia industriale e sociale di questa piccola località affacciata sugli splendidi giardini della più bella reggia italiana.

Pietrarsa

Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid) di Jacopo Ibello
Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid)
di Jacopo Ibello

Come già detto in precedenza, l’idea di un sud arretrato rispetto al resto della penisola non corrispondeva a verità nel periodo pre-unitario. Basti pensare al Polo siderurgico di Mongiana in Calabria, realizzato dai Borbone nel 1771 per la produzione di semilavorati ferrosi e armamenti. Mongiana rimase il principale polo industriale del Regno delle Due Sicilie fino all’apertura delle Officine di Pietrarsa nel 1840. Questo gigantesco complesso segnò il passaggio di Napoli, all’epoca una delle città più grandi del mondo, all’era industriale, ponendola all’avanguardia a livello italiano sotto questo punto di vista. La costruzione di Pietrarsa è legata a un’importante punto di svolta per l’Italia: la realizzazione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, nel 1839. Le Officine avevano come scopo la produzione di materiale rotabile e rotaie. Anche dopo l’Unità Pietrarsa, che nel 1860 con oltre 1100 operai era la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, mantenne una posizione di leadership a livello nazionale soprattutto per la costruzione e la riparazione di locomotive a vapore, a cui si aggiunse la produzione di materiale bellico, in particolare durante le due guerre mondiali. La specializzazione nel vapore fu fatale a Pietrarsa dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’affermazione della trazione elettrica e del diesel. Le grandi officine borboniche chiusero i battenti definitivamente nel 1975.

Ma presto ricominciò una nuova vita: le Ferrovie dello Stato si resero conto dell’opportunità che questo stabilimento, collocato sul mare in una delle più belle baie del mondo, poteva offrire. Dopo un lungo restauro (in parte controverso, con l’abbattimento del capannone più grande), nel 1989 Pietrarsa riaprì come Museo Nazionale Ferroviario. In uno scenario paesaggistico e industriale unico, il visitatore oggi può scoprire due secoli di avventura ferroviaria italiana, a partire dalla ricostruzione fedele della Bayard, la locomotiva che trainò le carrozze con a bordo la corte reale il 3 ottobre 1939, il giorno del viaggio inaugurale della Napoli-Portici. La colossale statua di Ferdinando II, forgiata in ghisa proprio dalle officine, ricorda a tutti l’avanguardia tecnologica raggiunta da Napoli e dall’Italia meridionale oltre 150 anni fa, un primato ormai andato smarrito da lungo tempo.