A COSA SERVE LA GEOGRAFIA?

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GEOGRAFIA

 

Rispondo alla toccante lettera di Laura. Non volendo sfoggiare conoscenze teoriche o citare autori, preferisco oggi fare come lei e in modo più umile mettere al centro l’esperienza vissuta.

Le questione centrale che da’ il titolo al suo intervento (“ma è una materia che si studia ancora?”) non puo’ (non deve) lasciarci indifferenti. Rispondere è un atto dovuto, un dovere morale, una responsabilità ontologica, se non una forma di umana solidarietà. Rinunciare o ignorare il suo appello significherebbe ammettere l’inferitorità del nostro sapere rispetto a valori e conoscenze dominanti. Il silenzio davanti al grido di una come noi, di una di noi, sarebbe come un voto a favore dell’inutilità del sapere geografico.

Una sciocchezza del genere è evidentemente inaccettabile, intellettualmente insostenibile. Peggio : il semplice fatto che qualcuno abbia posto una tale domanda è rivelatore dello stato comatoso in cui si trova la cultura italiana, pertanto basata su una ricchezza storica accumulata nel corso del lungo periodo, ed anche materializzata spazialmente nella forma di un giacimento patrimoniale di valore probabilmente inestimabile. Quasi come se la mancanza di una chiave di lettura geografica si traduce in un’incapacità a leggere questo deposito patrimoniale, i valori territoriali o paesaggisitici e finalmente quel senso del luogo che dovrebbe guidarci ogni qualvolta intraprendiamo un progetto, qualunque sia la scala di realizzazione. Da cui la negazione finale e fatale dell’homo geographicus, che poi non è altro che la negazione del rapporto uomo/natura o natura/uomo.

Ed è proprio questo rapporto che mi ha spinto ad iscrivermi al corso di laurea in geografia dei processi territoriali all’università di Padova. Correva l’anno 2004-2005. Io venivo da un anno in falegnameria dopo aver abbandonato gli studi sociologici in quel di Trento. Fu durante il bellissimo corso di epistemologia della geografia tenuto dall’indimenticato Prof. Mauro Varotto, che scoprii le difficoltà che avrei dovuto affrontare, ovvero la presenza di una lobby di architetti che aveva da tempo preso in mano (in Italia) le tematiche geografiche, in particolare quelle di applicazione pratica come la pianificazione. D’altronde, molti di noi, non hanno avuto altra scelta che iscriversi allo IUAV di Venezia per proseguire gli studi oltre la laurea triennale ; l’alternativa era di andare via, lasciare la regione.Io ho scelto quest’ultima strada, complice la fortuna di aver ottenuto la borsa Erasmus per l’isola de La Réunion. Come Laura infatti, è stato un viaggio in un’isola lontana che mi ha fatto capire dell’utilità della Geografia; si potrebbe dire che questo viaggio per noi è stato come un’utopia che diventa realtà.

La Réunion nell'oceano Indiano.

Al ritorno in patria, supero gli ultimi quattro esami con il massimo punteggio e senza troppi sacrifici, ottenendo persino la lode in ecologia. Neanche il tempo di ottenere il diploma, un venerdi di settembre, e il lunedi successivo sono già occupato! A quattro anni di distanza questa è pura fantascienza… In realtà, un’agenzia fotografica a 9 km da casa mi aveva accolto per svolgere un lavoro di foto editing, ovvero verificare la corrispondenza tra la didascalia e le immagini dei cataloghi che svariati reporter fornivano per poi essere pubblicati su riviste e siti web di diversi paesi. Questo fu possibile grazie a un annuncio posto al dipartimento Morandini, in cui si cercava qualcuno con competenze in geografia del paesaggio… Complice il fresco ritorno da un viaggio esotico e il relativo gusto per l’avventura, in un contesto di relativo benessere (ancora non si parlava di crisi), decisi dopo sole tre settimane di rimettere a data ulteriore la vita in ufficio, preferendo sbarcare il lunario coi lavori campestri durante i periodi vuoti.

Dopo due anni di avventura in terra transalpina (uno di vacanza-studio in famiglia e l’altro di lavoro in seguito a disguidi burocratici) approdo finalemente al master di Geografia a Montpellier : tra le otto opzioni disponibili è la ricerca che suscita il mio interesse. Mai scelta fu più riuscita : il mio lavoro sul ruolo di Slow Food nella valorizzazione dei prodotti tipici e le dinamiche territoriali in Francia e in Italia mi ha permesso infatti di ottenere nel dicembre 2010 il premio Louis Malassis per i giovani ricercatori, rimesso dal Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo.

Nel 2010-2011, io e la mia compagna di sempre, decidiamo di tornare sull’isola dove lei era nata e dove io ero sbarcato quattro anni prima. Contrariamente all’anno precedente, il corso di “Genio Urbano e Ambiente” non è stato all’altezza delle aspettative, malgrado il carattere multidisciplinare e uno stage al CIRAD, centro di ricerca in agronomia e sviluppo con cui ancor oggi collaboro saltuariamente. In effetti, vivere su un’isola come la Réunion puo’ sembrare idilliaco, e per certi versi lo è veramente… Ma non più che in qualunque altro luogo del pianeta, perché abitare significa prendersi cura del nostro ambiente di vita… E queste sono tematiche che interessano senz’altro i geografi, ma anche e soprattuto tutti gli esseri umani.

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La Réunion è un'isola francese di 2500 km² situata a circa 800 km a sud-est di Madagascar e a 200 km ad ovest di Mauritius, nell'arcipelago delle Mascaregne. Di origine vulcanica, l’isola presenta un rilievo molto forte, che la arricchisce di paesaggi e microclimi estremamente diversi, ma che spinge al tempo stesso una popolazione di 800 000 abitanti a porsi interrogativi importanti sull'avvenire.

Oggi io continuo a lottare quotidianamente per vivere, cosi come lotto per ottenere una borsa di dottorato, senza troppo mercanteggiare gli argomenti che voglio difendere, cosa che mi espone a rischi innumerevoli. Nessuno puo’ dirmi quale sarà l’esito di queste lotte, ma il sapere che possiedo e che ho attivamente ricercato e affinato con il tempo, costituisce il bagaglio più importante che mi porto dietro. Questo sapere geografico (ma non solo) trova applicazione quotidiana, perché quel rapporto di cui parlavo sopra è una sorgente di riflessione per chiunque, anche per coloro che non consultano enciclopedie o cartografie. Noi geografi siamo allora in posizione privilegiata, benché in un contesto storico che spinge a svilire il rapporto tra l’uomo e la terra, cosi come tutte le altre dimensioni del vivere, ad una tuttaltro che nobile compravendita. Non è dunque la sola Geografia ad essere minacciata. La crisi che viviamo non è unicamente finanziaria o economica, è anche crisi ambientale, identitaria, legata al collasso della catena dei significati di fronte allo svolazzare folle delle immagini nelle geografie reticolari della comunicazione globale. La nostra reazione a questo imbarbarimento, a questa perdita di civiltà, ha tutto da guadagnare se associata alla Geografia, in quanto sapere capace di incitare al ragionamento e al voler riappropiarsi di questo rapporto che si vorrebbe cancellare attualmente. 

In quanto geografo, concludo allora affermando che : sappiano i nostri nemici che non si potranno ancora a lungo trattare in separata sede l’Umanità e la Natura. La presa di coscienza che l’Umanità è essa stessa parte della Natura è già in atto. In quanto geografo non posso che lavorare quotidianamente per favorire questo nobile processo.

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IL PROGETTO LOCALE – di Alberto Magnaghi, un libro indispensabile per RIPENSARE la pianificazione territoriale in un momento di CRISI economica e sociale, ma anche dei PARADIGMI della (post)modernità

La condizione di “doposviluppo” in cui ci ha fatti precipitare la crisi economica mondiale impone nuove visioni strategiche, a partire proprio da ciò che ci è più prossimo: il luogo in cui viviamo e da cui, paradossalmente, siamo sempre più sradicati. La nostra esistenza si delocalizza, perdiamo la sovranità sulle sue forme materiali e simboliche, mentre quell’autentica opera d’arte corale che è il territorio, costruito nel dialogo vivo tra uomo e natura, subisce una spoliazione sistematica, riducendosi a supporto amorfo di opere e funzioni, quando non a collettore di veleni. Secondo Alberto Magnaghi, uno dei massimi teorici del “localismo consapevole”, è ormai improrogabile riprogettare il territorio su basi di autosostenibilità e decrescita. Dieci anni dopo la prima edizione del “Progetto locale” (2000) – tradotto in francese, inglese e spagnolo -, i guasti si sono aggravati, ma si è anche acuita la cognizione della catastrofe. Dopo due ristampe, approfittiamo dell’ultima riedizione accresciuta e aggiornatissima (2010) in cui si dà conto dei tentativi di rimettere in valore lo spazio pubblico attraverso nuove alleanze di comunità. Essenziale è il sorgere di una coscienza di luogo (di quartiere, di città, di valle, di bioregione) che miri a tutelare i beni patrimoniali comuni, ossia culture, paesaggi urbani e rurali, produzioni locali, saperi. Nel tentativo, vano e consapevolmente riduttivo, di riassumere i contenuti del pensiero di questo importante autore, noi vogliamo incitare i nostri lettori alla lettura integrale del “Progetto Locale”. Lo faremo a partire da una riflessione personale seguita da due resoconti che ci appaiono completi e ricchi di stimoli.

Alberto Magnaghi è ordinario di Pianificazione Territoriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, dove dirige il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LAPEI) del Dipartimento di Urbanistica.

Il libro di Alberto Magnaghi è al tempo stesso militante, polemico, combattivo, programmatico: una lettura indispensabile! L’autore, che insegna pianificazione urbana all’università di Firenze, non si accontenta di denunciare una certa forma di megalopolizzazione planetaria o di criticare il discorso neoliberale che nega il luogo in nome di una globalizzazione dall’alto, ma va oltre, elaborando con prudenza un’alternativa territorialista, accompagnata da una serie di proposizioni realiste, con l’obbiettivo dell’instaurazione di una democrazia partecipativa locale.

Il libro è costituito di due parti. La prima presenta la sua concezione del territorio e la seconda descrive qualche scenario, non soltanto credibili ma anche realizzabili a breve termine. Se la “cosmopoli” contemporanea ci fa credere che con la tecnoscienza e le sue protesi a-territoriali il mondo si megalopolizza senza tener conto dei luoghi, i quali si sono rivelati degli ostacoli più che delle basi per questo processo, è allora tempo di denunciare questa affermazione e di annunciare la rivincita del locale!

L’autore riabilita con vigore la nozione di territorio – e di territorialità -, in quanto risultato dell’unione amorosa della natura e della cultura, “opera d’arte” che si trova in pericolo, da un lato a causa del diffondersi sconsiderato della tecnologia che deterritorializza l’azione degli uomini e dall’altro a causa della globalizzazione dell’economia che delocalizza le unità di produzione, di consumo e di decisione. Alberto Magnaghi pensa che sia possibile arginare queste tendenze costrunedo uno sviluppo locale autosostenibile. Per questo, è auspicabile che ogni territorio ritrovi la propria identità e disegni una sorta di sua carta geografico-genetica, al fine di partecipare direttamente, in quanto tale, al “progetto locale”. Il territorio è un neo-ecosistema, scive l’autore, ovvero l’eredità di una lunga storia passata e a venire. Questa proiezione nell’avvenire impone il “principio di sostenibilità”, che Alberto Magnaghi fonda ispirandosi ai lavori di Ignacy Sachs, su “cinque dimensioni indissociabili: sociale, economica, ecologica, geografica e culturale”. Dopo aver spiegato perché il patrimonio non reclama una conservazione – che paradossalmente lo distrugge, secondo l’analisi di Giuseppe Dematteis – ma la sua valorizzazione “attraverso nuovi modi di territorializzazione e la creazione di nuove risorse”, l’autore precisa quel che intende per autosostenibilità. Questo concetto riposa sul postulato secondo il quale una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio puo’ creare un equilibrio sostenibile tra insediamento umano e milieu, riconnettendo le abitudini, i saperi e le tecniche di oggi a una saggezza ambientale ancestrale. E’ a partire da questa territorialità riconquistata che la democrazia comunitaria potrà esercitarsi. Il progetto locale è infatti definito come un approccio territoriale dello sviluppo locale autosostenibile, s’incarna nella politica o piuttosto nelle politiche, il linguaggio e le azioni di un governo locale, e si scontra necessariamente con numerose contraddizioni. Come scrive Magnaghi, le esperienze più avanzate mostrano che bisogna favorire la crescita delle società locali, il cui principale obbiettivo è di ristabilire relazioni virtuose con il loro luogo d’insediamento, reinterpretandone i suoi valori territoriali. Continua a leggere

Capire la CRISI per superarla, e trovare nuovi modi di equo sviluppo praticabile – il pensiero e l’analisi di DAVID HARVEY principale esponente della GEOGRAFIA RADICALE

QUESTA E’ LA PRIMA IMMAGINE di un fumetto animato (un’elaborazione grafica effettuata da Cognitive Media)) in cui il geografo e sociologo inglese DAVID HARVEY mostra il funzionamento geografico della crisi del capitalismo (messa su youtube ha avuto molto successo, un milione e duecentomila visualizzazioni), e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana

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  David Harvey è professore di geografia e antropologia all’università di New York. E’ tra i 20 autori più citati al mondo nel campo delle scienze umane, e il geografo più citato al mondo (fonte: Wikipedia). Epistemologicamente, David Harvey è il principale esponente della « radical geography » – o geografia marxista -, corrente originata dal suo primo lavoro: Explanations in Geography (1969), ma soprattutto dal successivo Social Justice and The City (1972) a cui hanno seguito una ventina di libri (secondo il parere del tutto personale di chi scrive, The Condition of Postmodernity, del 1989, è forse il più completo e più interessante), oltre che numerosi articoli in riviste scientifiche di prestigio come: Antipode, e Progress in Human Geography.

David Harvey

   Per David Harvey la situazione attuale della geografia e le proposizioni che mirano alla sua trasformazione devono essere fermamente radicate nella comprensione della storia. Ma soprattutto la geografia deve affrancarsi del suo statuto di disciplina subalterna, frammentata in analisi tecniche (cartografia, pianificazione del territorio, architettura, …) direttamente al servizio dei poteri politici, statali ed economici. In questo modo, Harvey si distingue da altri approcci marxisti come quelli che si ispirano alla scuola degli Annales e in particolare a Fernand Braudel, o ancora quelli di Immanuel Wallerstein, i quali analizzano il capitalismo in termini di sistema-mondo e mettono l’accento sull’opposizione tra centro/periferia.

   Come spiegare le disuguaglianze di sviluppo geografico in seno al capitalismo?
Per rispondere a questo problema le analisi di David Harvey mettono in avanti i meccanismi di accumulazione del capitale, della concorrenza e della necessità di riutilizzare il surplus di capitale.

   L’analisi di Harvey non sarà certo ben vista e accettata nella sua totalità (per molte persone ogni riferimento al marxismo ha oggi una connotazione negativa, mentre altri mettono in discussione l’analisi in termini di classi), ma resta il fatto che l’attualizzazione dell’analisi marxista delle lotte di classe alla scala planetaria o dell’imperialismo fornisce un quadro teorico solido, olistico ed efficace per pensare le problematiche poste dalla globalizzazione come la dialettica tra locale e globale, l’integrazione della Cina nei meccanismi della concorrenza mondiale, l’ecologia e le questioni di giustizia ambientale…

   Nel suo ultimo lavoro (The Enigma of Capital and the crisis of capitalism) David Harvey tratta di politica economica da un punto di vista geografico, focalizzandosi sul flusso del capitale e lo spostamento geografico delle crisi che questo genera e di cui ha bisogno per riprodursi, ricorrendo a forme ideologiche neoliberIste, all’innovazione tecnologica e se necessario anche col ricorso alla violenza della guerra.

   Egli afferma che se riusciamo a ottenere una comprensione migliore degli sconvolgimenti e della distruzione a cui siamo tutti esposti, potremmo iniziare a sapere come agire al riguardo. Basti considerare che durante la “crisi” che stiamo vivendo, i più grandi capitalisti del mondo hanno continuato ad accrescere le loro fortune rispetto all’anno scorso, chi di 8 miliardi di dollari (George Soros, il “padre degli hedge funds”), chi 5 (Bill Gates), altri “soltanto” 1 miliardo (come Ferrero, la cui fortuna è passata da 17 miliardi di dollari nel 2010 a 18 miliardi nel 2011) [Fonte: Forbes e Les Echos].

   Il contrasto balza agli occhi quando in Europa si organizzano vertici su vertici (costosi), nel tentativo difficile di trovare gli 8 miliardi per il “salvataggio” della Grecia… E quando la FAO sostiene che con 30 miliardi all’anno la fame sparirebbe dal pianeta. Se noi siamo d’accordo nel trovare tutto questo inaccettabile, dobbiamo pero’ capire: chi deve pagare il debito? Come si è formato? Come fare per uscire da questa situazione ed evitare che si riproduca?

   Per cercare di rispondere a queste domande qui di seguito riportiamo un’intervista data a Londra pochi mesi orsono, che riassume la sua spiegazione geografica della logica capitalista.

   “La crisi stavolta è più profonda ed è più chiaro che abbiamo un movimento geografico. Sono stato proprio affascinato a guardare la crisi, che è iniziata in maniera altamente localizzata nel mercato immobiliare della California del Sud, in Arizona, in Nevada e in Florida, per poi colpire improvvisamente Londra e New York e poi sei mesi dopo… Improvvisamente le esportazioni tedesche crollano, e sono coinvolti nella crisi… Poi le esportazioni dell’Asia orientale crollano, sono coinvolti nella crisi, che si estende al di fuori dell’Asia…

   Per esempio negli Stati Uniti tutti dicono che la crisi è finita [l’intervista risale a maggio-giugno 2011, quando certi dati lasciavano pensare a un miglioramento, n.d.a.] perché il mercato azionario è risorto, ma questa è una visione distorta data da un pregiudizio di classe nella definizione della “crisi”: in realtà significa che il capitale sta andando bene, la disoccupazione è un disastro e il numero di persone che non hanno un lavoro o hanno bisogno di un lavoro migliore è di 1/5 della popolazione statunitense.

Il movimento «OCCUPY WALL STREET» sul PONTE DI BROOKLYN. Da il Corriere.it :«Circa 700 persone sono state arrestate sabato sera, primo ottobre, a New York per aver bloccato il traffico sul Ponte di Brooklyn. Continua la protesta nella Grande Mela contro gli effetti della crisi economica»

   La mia analisi si basa sull’idea che il capitale sposta la crisi geograficamente in modo che la crisi si trasferisce da una manifestazione all’altra, cosicché in un particolare momento la crisi appare come una diminuzione dei profitti perchè il capitale è debole in confronto al lavoro. Nessuno attribuirebbe questa crisi all’idea che il lavoro ha troppo potere. Non ho sentito sindacati avidi venire accusati stavolta, è fantastico in realtà, contrariamente a quel che successe negli anni 70, quando tutti accusavano gli “avidi sindacati”.

   A quel tempo si poteva dire che la crisi riguardasse davvero il mercato del lavoro e la disciplina della classe operaia, ma a partire da quel momento, c’è poi stato il disciplinamento di massa della classe operaia, attraverso l’offshoring, attraverso le innovazioni tecnologiche… Se questi metodi non funzionavano si inventavano persone come Margaret Thatcher, Ronald Reagan, e il generale Pinochet per metterli in pratica in maniera violenta e brutale. Cosi è stata disciplinata la forza lavoro, ma poi che succede? C’è un deficit di domanda effettiva, e poi sorge la domanda: come si faranno a vendere i prodotti se i salari non aumentano? E la risposta è stata: diamo una carta di credito a tutti.

Manifestazione degli studenti a Roma del 7 ottobre (contro i tagli alla scuola). Ma in quasi tutti i paesi europei, e negli Stati Uniti, si sviluppa la protesta contro la crisi economica e i poteri finanziari visti come la principale causa della crisi (da “il Corriere della Sera”, foto “la Presse”)

   Cosi si è creata l’economia del debito, e le famiglie si sono indebitate sempre di più, ma per fare questo servono istituzioni finanziarie, che iniziano a manipolare il debito, cosi ora arriviamo a un effettivo problema della domanda che è anche rinforzato da un problema della finanza e del potere finanziario. Quindi la crisi questa volta si manifesta diversamente. La mia tesi è sempre stata che non è possibile giungere a una singola teoria ipodermica della crisi, ma che è sempre necessario guardare alle dinamiche che portano da una crisi all’altra.

   A volte la crisi puo’ manifestarsi come una crisi di sotto consumo, come d’altronde si potrebbe dire per questa crisi, altre volte è un problema di diminuzione dei profitti e altre ancora è la caduta del saggio di profitto, che ha un significato tecnico, ma il profitto puo’ cadere per tutta una serie di motivi, tra cui un calo della domanda effettiva, quindi io vedo la nozione di crisi come distribuita su tutto il sistema. Continua a leggere

Geolibri – l’AGRICOLTURA che cambia – “I NUOVI CONTADINI” di Jan Douwe Van Der Ploeg – le campagne e le risposte alla globalizzazione

Jan Douwe Van Der Ploeg, olandese, è più che un ricercatore-sociologo rurale: analizza la situazione, il ruolo e il senso dell’agricoltura contadina in un contesto di globalizzazione, in particolare quello degli “imperi” dei mercati agricoli e delle multinazionali dell’agro-industria. E le risposte da dare.

    Jan Douwe Van Der Ploeg è più che un sociologo rurale; forte di un’esperienza più che trentennale in diverse parti del mondo, questo ricercatore olandese dell’università di Wageningen è stato consigliere del ministro italiano dell’agricoltura e coordina attualmente diversi progetti europei di ricerca. Il libro che presentiamo qui è stato tradotto in italiano nel 2009, mentre l’edizione in lingua inglese, a cui si fa riferimento, risale al 2008.

   Jan Douwe Van der Ploeg analizza la situazione, il ruolo e il senso dell’agricoltura contadina in un contesto di globalizzazione, in particolare quello degli “imperi” dei mercati agricoli e delle multinazionali dell’agro-industria. L’autore difende l’esistenza di una condizione contadina caratterizzata dalla lotta per l’autonomia, attraverso l’autogestione di risorse condivise e le iniziative associative.

   Questa condizione contadina conduce a adottare o adattare un modo di produzione contadino che è fondamentalmente diverso da quello dell’impresa agricola o dell’agribusiness. L’argomentazione si basa su tre studi longitudinali (su 30 anni) in Perù, in Italia e nei Paesi Bassi, che offrono un materiale originale in situazioni contrastate in materia di sviluppo rurale e di evoluzione delle strutture agrarie.

   Con grande efficacia, J. D. Van der Ploeg mostra come le agriculture familiali del Nord e del Sud confrontate alla dipendenza crescente di mercati globalizzati adottano o riattualizzano delle forme di resistenza o di distanziazione dalla logica produttiva capitalista. Il nuovo Impero è costituito, tra le altre cose, dalle imprese transnazionali che praticano un capitalismo selvaggio, predatore di risorse naturali e per lo meno aggressivo, anche nei paesi industrializzati (per esempio le relazioni dei produttori con le grandi centrali d’acquisto delle reti di ipermercati). Queste diverse pratiche di resistenza caratterizzano secondo l’autore, un processo di ricostruzione contadina o “ri-contadinizzazione”, anche nei paesi europei industrializzati, laddove le società contadine sono scomparse da tempo.

JAN DOUWE VAN DER PLOEG: The new peasantries: struggles for autonomy and sustainability in an era of Empire and Globalization, London, Sterling, Earthscan, 2008, 356 pp. ; edizione italiana : I nuovi contadini, le campagne e le risposte alla globalizzazione, Roma, Donzellie Editore, 2009, 403 pp., euro 39,50

   D’altronde, Van der Ploeg considera che questo processo costituisce una delle alternative alle crisi economiche, sociali, alimentari ed ecologiche alle quali conduce inevitabilmente la globalizzazione capitalista dei mercati e dei sistemi di produzione agricoli.

   Le caratteristiche di questo processo di ricostruzione contadina che sembra a prima vista paradossale, tengono a diversi fattori. Ma il primo dei paradossi che pone Van der Ploeg è di capire perché questo processo è fino ad oggi stato ignorato dalla scienza (pp. 18-19), come se esso fosse nascosto o invisibile. Diverse spiegazioni pertinenti sono avanzate.

1. La prima tiene all’assimilazione rapida ma “virtuale” del fatto che l’agricoltura costituirebbe un settore economico come gli altri (commercio e industria) ignorando per esempio le riflessioni, peraltro non nuove (Polanyi, 1944), sui fallimenti della mercificazione della terra e del lavoro (pag. 20). Van der Ploeg constata al contrario:

– che esistono dei limiti nella transizione del modo di produzione contadino al modello dell’imprenditore agricolo, i quali tengono alle differenze essenziali (ma il più delle volte negate o ignorate) tra la teoria economica e le pratiche imposte dalla natura dell’attività agricola: quella delle realtà biologiche, ma anche sociali e umane, inerenti alla produzione agricola;

– la contraddizione fondamentale tra queste pratiche inconturnabili e l’identità recente d’imprenditore agricolo conduce a delle devianze rispetto alla teoria economica;

– il fatto che queste devianze, interpretate come delle imperfezioni temporali, siano sistematicamente ignorate da un punto di vista teorico, ha condotto a creare delle realtà virtuali e un modello di “agricoltore virtuale”, che, in tal modo, non permettono di adattare le politiche pubbliche alle situazioni concrete e non contribuiscono in niente allo sviluppo di unità di produzione sostenibili.

2. La seconda spiegazione risiede nell’inadeguatezza dei “peasant studies” – studi contadini – (pag. 21): Continua a leggere

GEOGRAFIA DEI TERRITORI CHE “SI SCIOLGONO”, e si ricostruiscono in altri (su elementi condivisi di geomorfologia, economia, cultura, nuova mobilità…) – Se la città è nata dalla “ricerca umana della felicità” (Aristotele) ora che si fa?

Ricomporre i Territori: come si fa? (immagine ripresa da http://www.360mag.it/)

Sulle pagine di Geograficamente ci siamo occupati spesso del tema di una riforma degli enti territoriali: i comuni, le province (soprattutto), le regioni, anche lo stato, perlomeno quando si parla di federalismo. Questi temi sono di un’attualità scottante, ma le difficoltà dovute alla diversità di vedute, alla difesa di posizioni consolidate e dei relativi interessi, alla tutt’altro che semplice realizzazione pratica delle soluzioni teoriche, sembrano destinate a far durare il dibattito ancora a lungo.

E’ bene sapere che tale dibattito non è affatto specifico al contesto nazionale, ma se ne parla anche all’estero. Proponiamo nelle righe che seguono un articolo di un eminente geografo francese: Martin Vanier. L’articolo è estratto da un libro che raccoglie le opinioni di geografi provenienti da specialità diverse, il cui titolo è tanto curioso e ironico, quanto rivelatore: “Il territorio è morto, viva i territori”. Vanier solleva le tematiche scottanti summenzionate, e propone una tesi assai provocatoria, forse non condivisa da tutti, ma che ha il merito di identificare alcuni punti critici che potrebbero essere tanti stimoli per nuove idee e soluzioni ai problemi sollevati dai cambiamenti socio-spaziali dell’era del villaggio globale.

I riferimenti sono per la maggior parte alla società francese, ma i paralleli con il caso italiano sono molteplici: spetta a noi lettori di trovare delle analogie e magari anche delle piste promettenti. Lo stesso Vanier ce ne offre una quando fa l’esempio del TGV, grazie al quale Lione fa ormai parte dello spazio parigino, poiché in meno di due ore lo spostamento è oggi possibile, ma anche Marsiglia, città mediterranea, lo è altrettanto, distante solo 1 ora e mezza dalla capitale, e presto anche le Alpi entreranno nello spazio-tempo di Parigi, grazie alla linea alta-velocità Torino-Lione…

Ovviamente è vero anche il contrario, ecco perché occorre superare il principio di territorio. Se il tutto può sembrare ancora fantascienza, alcuni esempi più concreti ci riportano a terra. Prendendo il caso francese, si farà certo riferimento a una Decentralizzazione estranea al caso italiano e che ha portato alla creazione delle regioni negli anni ’70, fino alla creazione delle “collectivités territoriales” (non serve tradurre, no?) nel decennio successivo, oggi rimesse in discussione nella loro attribuzione di competenze. Più chiaramente si parla anche in Francia di “far sparire”, di “accorpare”, di “sopprimere”. I dipartimenti di napoleonica memoria sembrano realtà obsolete, resta il fatto che questi detengono prima fra le altre la gestione delle infrastrutture stradali… Anche se in Italia non abbiamo avuto una Decentralizzazione, è pur vero che la piramide vassalica corrisponde perfettamente all’ordine napoleonico con i comuni, le province (dipartimenti), e le regioni.

E’ interessante notare che a questi tre ordini Vanier ne aggiunge un quarto: l’intercomunalità. Si tratta di un modo di agire che è oggi molto in voga in Francia. Troviamo così delle comunità di agglomerazioni, che non sono altro che raggruppamenti di quei comuni che compongono le cinture urbane, come potrebbe essere il caso di Padova. L’obbiettivo è di gestire meglio la vita cittadina, pensiamo per esempio all’organizzazione del traffico e dei trasporti collettivi.

Le Denominazioni di Origine Controllata sono altri esempi comuni ai due paesi di un sistema di governance interterritoriale. Pensiamo a Valdobbiadene e Conegliano, nelle cui colline sono i viticoltori  a dettare le linee della pianificazione, a tutelare il paesaggio, a dare un’ossatura all’economia. E se in questo caso lo fanno all’interno della provincia di Treviso, non sono rare le zone a denominazione d’origine che si estendono su diverse province: così nel formaggio Asiago non sono solo gli allevatori vicentini ad approfittare della reputazione, ma attenzione attenzione, anche il vicino Trentino dei privilegi fornisce il latte per le ricercate forme dell’altipiano. Abbiamo così due regioni, diverse province (anche un allevatore trevigiano), e un solo altopiano: bell’esempio di interterritorialità.

Altre comunità di comuni si costituiscono nei cosiddetti “pays”: ad esempio in Linguadoca, nella zona di Béziers, troviamo la comunità di comuni del “pays Cathare”, dove i beni patrimoniali, come i castelli e le chiese dell’eresia catara sono gestiti in modo collettivo, per una maggiore coerenza d’insieme a questa offerta turistica territoriale. Da noi qualcosa di simile potrebbe forse essere rappresentato dai distretti.

Tuttavia mi permetto di dire che ancora una volta noi siamo più indietro. Così, mentre in Francia si trovano misure di cooperazione interterritoriale pressoché ovunque, e si va anche oltre con l’introduzione della contrattualizzazione, qui da noi anziché razionalizzare le comunità montane, si è pensato bene di eliminarle. Non sarebbe meglio, come Geograficamente ha più volte proposto, lasciar spazio a queste, così come alle aree metropolitane, in luogo delle obsolete e costose province? E’ chiaro come il sole che Treviso, per restare sempre in zona, non è certo più centrale di Padova o Castelfranco Veneto…

Gli esempi di comunità di comuni potrebbero continuare, pensiamo ancora ai Parchi e tutte le zone protette, ai consorzi di bonifica, alle aziende sanitarie locali… Una sovrapposizione di enti che corrisponde a un aumento di costi di gestione. Ora a me sembra più razionale, se il nuovo dogma è quello del rigore e del risparmio, sopprimere ciò che è vecchio e inutile, e lasciare spazio al nuovo, a ciò che sarà il futuro.

L’esempio dell’Asiago dovrebbe farci riflettere. Una simile cooperazione è a benefico di tutti gli allevatori appartenenti al consorzio e questo a prescindere di privilegi più o meno evidenti e fastidiosi. Mi viene in mente il passo della Mauria, via che collega il Cadore con la Carnia: perché non ipotizzare una gestione locale in mano alle comunità ampezzane e carniche? E’ assai evidente che così facendo si andrebbe aldilà dei ridicoli referendum per potere avere un’erba migliore come quella del vicino. Dovrebbe essere lo stato l’interlocutore di queste comunità, e non la regione. Si eviterebbero inutili trasferimenti di denaro e passaggi burocratici e i fondi andrebbero a finanziare i progetti portati dalle comunità locali. Giusto per finirla con questa storia dei privilegi.

Vanier indica una pista ulteriore ad una scala più ampia, come nel caso del programma INTERREG. E in questo caso è ancora più lampante la possibilità di creare delle opportunità di sviluppo tra spazi addirittura appartenenti a stati diversi.

E parlando di stati diversi ecco l’esempio delle reti di telecomunicazione: chi gestisce i prezzi? Quale potere territoriale? E’ bene ricordare come è recente la riduzione/armonizzazione delle tariffe per l’invio di un SMS da uno stato all’altro dell’unione, datante 2007 o 2008, mi sia permesso il dubbio. Sarebbe interessante sapere come si forma il prezzo delle telefonate intercontinentali, non certo spiccioli. Anche qui, grazie a internet si creano delle emancipazioni spaziali, in un certo senso: quanti tra i nostri lettori avranno evitato gli operatori classici per chiamare a casa con il loro computer portatile? E’ questo un esempio dei tanti cambiamenti che hanno e continueranno a cambiare il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio.

Insomma, il cantiere dell’interterritorialità è tutto da costruire: a ciascuno di contribuire come può!

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L’INTERTERRITORIALITA’: piste per accelerare l’emancipazione spaziale[1]

di : Martin Vanier, professore di geografia e pianificazione – UMR PACTE 5194, laboratoire TERRITOIRES – Université de Grenoble I – Institut de Géographie Alpine

Introduzione: esplorare il superamento della territorialità.

Un po’ di territorialità crea della società e della solidarietà, molta territorialità le assassina” (Brunet, Ferras & Théry, 1992). A partire dagli anni ’70 la società francese – non certo la sola in questo caso – si è abbandonata alle delizie della territorialità. All’inizio vissuta come una rivendicazione sociale, quella di gruppi sconvolti da logiche globalizzanti e contrarie alla loro identità, la territorialità è diventata l’oggetto di studi e osservazioni di ricercatori presto riuniti nelle “scienze del territorioContinua a leggere

LA GEOPOLITICA DEI DISTRIBUTORI DI LATTE CRUDO

Il problema del prezzo del latte è grave. Nell’inverno scorso i produttori di tutta l’Europa hanno manifestato le loro difficoltà nelle più grandi città europee, Bruxelles compresa.   In attesa di un rinnovo della politica agricola comune, che pare lontano e incerto, sempre più consumatori in Italia e all’estero, acquistano latte direttamente dai produttori, risparmiando così soldi e riducendo i rifiuti. Il latte al distributore costa effettivamente meno al consumatore e consente ai piccoli allevatori di sopravvivere, riduce la produzione di rifiuti e il traffico sulle strade e soprattutto fa bene alla salute. E’ plausibile il sospetto che tutti questi pregi agli occhi del sistema industriale di produzione, consumo e cura siano, invece, gravissimi difetti? Questo sistema di distribuzione alternativo (e innovativo) è realmente interessante oppure è solo un nuovo business, oggetto di interessi contrapposti?

Proponiamo una cronologia di questa guerra del latte, cercando di tirarne qualche lezione, affinché i lettori possano farsi una loro idea… Continua a leggere