OBAMA DA NOBEL: regolarizzati 5 milioni di «INDOCUMENTADOS»: sospese le espulsioni per chi è entrato nel paese prima di avere 16 anni e per i genitori di cittadini americani – Gli STATI UNITI e la difficile questione dell’immigrazione da Sud – E IN ITALIA con l’immigrazione da Sud? Finita MARE NOSTRUM resta solo la cinica LEGGE DEL MARE

STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)
STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)

   Quella che Obama ha annunciato giovedì 20 novembre è una specie di sanatoria parziale per gli immigrati clandestini: che in realtà è solo una semplice sospensione dei rimpatri forzati per quelle persone, per lo più di etnia ispanica, del Centro e Sud America, che vivono e lavorano negli Usa da più di 5 anni e hanno figli che risiedono legalmente in America o ne sono cittadini, essendo nati nel Paese (negli Stati Uniti vige lo jus soli, cioè chi nasce lì è cittadino americano). Un intervento annunciato da tempo, che si applica solo a poco più di un terzo degli immigrati illegali (4 o 5 milioni, su 11) e che arriva dopo due anni di inutili tentativi del Congresso di far passare questa sanatoria.

   Ma, lo stesso, nonostante tutti i limiti, il suo significato di apertura verso quelli immigrati che non si possono non riconoscere come appartenenti alla vita degli USA (essendo lì, semi-clandestinamente, da tempo) è qualcosa di grande significato politico, culturale, morale.

BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL'IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto
BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL’IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto

   5 degli 11 milioni di clandestini negli Stati Uniti, genitori di cittadini e altre figure legali che avranno non passaporto o diritto di voto, ma solo la garanzia (ancora flebile) di non essere cacciati. Molti appunto vivono da decenni in America, pagando tasse, lavorando, in una esistenza kafkiana, col terrore che un controllo banale li cacci.

   E’ stato lo stesso Obama a dare le cifre nel discorso di giovedì 20 novembre che annunciava questa apertura agli immigrati. Metà vivono in que­sto paese da oltre 10 anni e un terzo sono pro­prie­tari della pro­pria casa; i loro figli finora potevano sì lau­rearsi ma non lavo­rare legal­mente, nes­suno di loro poteva viag­giare all’estero senza avere l’incubo di non essere più ammessi “in patria”.

   Sicuramente ha contato, nella “grande”, coraggiosa iniziativa di Obama, la pres­sione della lobby ispa­nica che nel 2012 aveva con­tri­buito non poco alla sua rie­le­zione senza otte­nere le riforme promesse. Probabilmente, nella logica politica elettorale, un tentativo presidenziale di recuperare il voto dei giovani e, appunto, in particolare, gli ispanici che lo hanno ora abbandonato nelle ultime elezioni per il Congresso (le cosiddette “ele­zioni mid­term”, di metà del secondo mandato presidenziale, perse in modo netto da Obama in favore dei repubblicani). E’ anche probabile che da adesso, per gli ultimi due anni di mandato, ci sarà una “guerra totale” dei repubblicani che bloccherà il parlamento americano.

   Obama, che non ha nulla da perdere, si muove allora tra progetti annunciati all’inizio di tipo umanitario, sociale (con la priorità della riforma sanitaria, cioè una sanità per tutti; adesso il riconoscimento seppur parziale degli immigrati che ci sono nel Paese; e anche sui temi ambientali una certa apertura)

   A proposito di ambiente, Obama, qualche settimana fa, ha aggiunto un’altra offensiva contro i repubblicani: ha siglato un buon PATTO SULL’AMBIENTE con il leader cinese Xi Jinping, promettendo contemporaneamente 3 miliardi di dollari al fondo ecologico Onu.

   Ma per tornare al tema della clandestinità forzata di questi immigrati che da anni vivono negli Stati Uniti, la fine dell’essere condannati a vivere nell’ombra significa che avranno vite più stabili e sicure; avranno l’opportunità di essere co-protagonisti della vita americana nel lavoro, nella cultura, nel sociale, nella vita comunitaria. Pertanto un provvedimento, quello di Obama, di grande levatura morale e concretezza nel far uscire persone dalle difficoltà.

Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud
Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud

   Resta il doloroso dramma della pressione alla frontiera con il Messico (3.412 chilometri di linea di confine): poveri, miserabili, dell’America centrale che cercano di entrare negli USA. Di contrappeso alla semi-regolarizzazione di 5 milioni di immigrati, è probabile che Obama e i democratici dovranno promettere ancora più mano dura ai tentativi di ingresso negli USA. Situazioni generali drammatiche di povertà che chiederebbero un intervento globale, della politica che si riconosca in un Governo Mondiale.

   A proposito dei tentativi di entrare negli Stati Uniti di persone ispaniche dal Messico, la scorsa estate sulla fron­tiera Usa si sono river­sate nuove ondate di immigrati, sta­volta però in particolare di mino­renni, giovanissimi, partiti dai loro paesi da soli, pro­vo­cando situazioni di sfruttamento e mafie in azione ancora più forti contro di loro, ragazzi abbandonati a se stessi.

   E’ ad esempio l’argomento di un film-documento uscito un anno fa, LA GABBIA DORATA (LA JAULA DE ORO è il titolo originale), di un regista messicano (Diego Quemada-Diez) che se potete vedere (è anche in dvd) nella fiction documenta in modo inesorabile il contesto di quell’impossibile difficile viaggio da Sud dell’America al nord sognato degli Stati Uniti, tra viaggi a piedi, o su treni merci sovraccarichi sopra il tetto dei vagoni (è l’immagine più ricorrente), criminali che ne approfittano delle giovani vittime, e per i pochi che arrivano al confine tra Messico e Stati Uniti, la necessità di superare il muro fatto erigere in questi anni dalle varie amministrazioni presidenziali (Clinton, i Bush) per impedire l’arrivo negli Stati Uniti di masse di poveri.

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Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un'operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue - onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d'azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest'ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un'area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia
Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

   In questo post, nella seconda parte, trattiamo anche la problematica dell’immigrazione verso il nostro Paese e l’Europa, attraverso il Mediterraneo. Dal 1° novembre non c’è più l’operazione “MARE NOSTRUM”, sostituita da un’operazione europea (TRITON) che nulla ha a che vedere con l’efficacia di Mare Nostrum per quanto riguarda le vite salvate. Ancora una volta l’Europa mostra la sua mediocrità e incapacità di gestire i grandi problemi di questo tempo (e l’Italia, una volta tanto che aveva dimostrato capacità e coraggio, si adagia nel declino europeo). (s.m.)

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OBAMA DA NOBEL: IN 5 MILIONI DA INVISIBILI A AMERICANI

di Angela Vitaliano, da “il Fatto Quotidiano” del 21.11.14

– Decreto del presidente Usa per regolarizzare i clandestini in gran parte latino-americani – In tutto gli irregolari sono oltre 11 milioni –

New York – Lo aveva detto all’indomani delle elezioni di medio termine del 5 novembre, che avevano regalato la maggioranza al senato ai repubblicani, che avrebbe smesso di essere “Mr nice guy”, il presidente “gentile” alla continua ricerca di accordi bipartisan. Barack Obama, prima della scadenza di gennaio, in cui il Congresso diventerà dominio esclusivo del Gop, deve agire e farlo in fretta per sbloccare almeno alcune delle questioni che gli stanno più a cuore. Come l’immigrazione, con quel progetto di riforma che da troppi mesi, anzi anni ormai, giace al Congresso senza, ormai, nessuna speranza che su di esso si raggiunga un accordo. Continua a leggere

“torneranno i prati”: il film di ERMANNO OLMI sulla GRANDE GUERRA – Un DRAMMA ANCORA SOSPESO, nei luoghi di allora e adesso e nelle giovani vittime di soli cento anni fa – Il terribile sacrificio di inutile dolore e morte di giovani europei, nelle nostre MONTAGNE ha lasciato stupendi resti di GALLERIE, SENTIERI, TRINCEE ed altri manufatti, da visitare, da conservare

Immagine dal film di Ermanno Olmi "torneranno i prati"
Immagine dal film di Ermanno Olmi “torneranno i prati”

   torneranno i prati, il film di Ermanno Olmi sulla Grande Guerra, è nei cinema dal 6 novembre, ma già da subito è stato valutato come un’opera “importante” in tanti Paesi: il 5 novembre è stato infatti proiettato in anteprima al Quirinale e in quasi altri cento paesi dei cinque continenti, in ambasciate, consolati, istituti di cultura, ad Amsterdam, Tashkent, Città del Capo, Parigi, Jakarta, Teheran, Boston, Seul, New York, Mosca, Buenos Aires, Wellington… Forse perché la Grande guerra fu il primo evento globale della storia dell’uomo, e forse anche perché è ancora una tematica storica, oltre che dolorosa, anche “irrisolta”, un dramma sospeso per tutti quelli che lo studiano, lo rievocano, vedono le conseguenze sul territorio: ad esempio i “segni” rimasti nelle Alpi, nelle Dolomiti, come qui vogliamo provare a parlare; partendo appunto dall’intenso, bellissimo ed emozionante film di Ermanno Olmi.

LA GRANDE GUERRA - Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
LA GRANDE GUERRA – Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Per l’Italia la guerra (iniziata 10 mesi dopo, a fine maggio 1915, la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al Regno di Serbia) è all’inizio un tentativo, una speranza, di guerra di pochi, giorni, settimane: all’inizio estate del 1915 c’è l’attacco principale sul Carso e lungo l’Isonzo in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le Armate Austro-Ungariche reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite.

   Finisce pertanto fin dall’inizio l’idea che c’era di una “guerra breve” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche della guerra di trincea, fatta di resistenza, logoramento, speranza che il nemico, l’ ”altro” cedesse; nelle terribili condizioni ambientali e climatiche, tra incredibili difficoltà di rifornimento di viveri e di materiali.

   C’è da chiedersi perché quella guerra mondiale, per quanto riguarda il fronte italiano, “si è spostata” (è stata voluta) in buona parte in montagna, in cime e vette impervie che di più non si può…Cosa a nostro avviso “militarmente”, logisticamente, incomprensibile….

   Questo combattere in posti così difficili, può essere stato dato dalla tradizione storico-geografica di divisione statuale: la frontiera, la linea di confine, fra Italia e Austria-Ungheria era allora costituita per la maggior parte proprio da notevoli rilievi e picchi rocciosi. O forse questo combattere in montagne elevate è avvenuto proprio perché a valle sarebbe stato più “temuto”, negli esiti, da entrambi gli schieramenti, il conflitto; e la tattica della guerra di logoramento (una volta accortisi che “guerra breve” non poteva essere) era così voluta (trincea contro trincea, soldato contro soldato…), e si sperava che vincesse chi aveva più risorse e chi più resisteva alle terribili avversità del freddo invernale e delle pazzesche difficoltà di muoversi (con cannoni, attrezzature…) nella morfologia di quei luoghi.

IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) - IL MONDO IN TRINCEA - LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )
IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) – IL MONDO IN TRINCEA – LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Olmi, nel suo film, dove l’elemento “fiction” (la storia raccontata) è supportato da un profondo rigore storico negli innumerevoli elementi che mette in campo in appena un’ora e venti minuti di rappresentazione (ad esempio nel mettere assieme l’ambientazione della trincea, le esplosioni dirompenti, i luoghi di sopravvivenza dei soldati), Olmi sottolinea però nel suo film lo spirito prioritario dell’atto di accusa, dell’orazione civile, solenne, per tutte quelle inutili sofferenze e morti. E c’è quel forte contrasto tra lo squallore delle trincee e dei dormitori interrati e il fascino della natura che circonda quegli avamposti: un fascino che a noi oggi ci viene donato ripercorrendo quei luoghi alpini, di montagna, dolomitici….

Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   E vengono in mente le cattedrali gotiche (o le piramidi, o qualsiasi altro manufatto umano rimasto da noi ereditato alla visione, al suo splendore…) dove migliaia e migliaia di schiavi o quasi schiavi hanno lasciato forzosamente, costretti, la loro vita, tutte le loro forze, per costruire queste opere giunte nella loro bellezza a noi…un po’ è così nel ripercorrere adesso i sentieri di guerra, le gallerie, le trincee…. Una trasformazione “architettonica” della “natura montagna” che dà ad essa ancora più splendore con quelle gallerie, camminamenti…. Questo forse è cinico dirlo, pensarlo: la tragedia della guerra inutile e devastante di vite, consegna a noi paesaggi di gallerie, trincee, sentieri, mulattiere, avamposti, osservatori… di ineguagliabile valore e bellezza….

L'entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito www.socrata.it)
L’entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito http://www.socrata.it)

   Se un luogo è “tre cose” (la NATURA che lo ha così creato; l’ARTIFICIO umano che in esso possiamo trovare; gli ACCADIMENTI storici che lì si sono avuti) va detto che i paesaggi montani e semi-montani del nordest dove è passata la Grande Guerra (il fronte Austro-Italiano, ben diverso è il fronte occidentale europeo dal Mar del Nord, le Fiandre fino alla Svizzera, dove peraltro i massacri di uomini sono stati anche più cruenti…), ebbene le “tre cose” di queste montagne, di questi luoghi (natura, artificio umano, accadimento storico) sembra abbiano raggiunto il massimo di potenza e bellezza (la natura, l’artificio umano) e tragicità (l’accadimento della violenza della guerra). Su tutto “L’INGANNO” di una classe dirigente, politica, mondiale (e da noi nazionale) che ha portato alla realizzazione di quell’inutile massacro.

   Ripercorrere quei sentieri di guerra adesso, nell’approssimarsi del centenario (per il nostro Paese “1915-1918”) dà emozione nei paesaggi fatti appunto di ineguagliabile bellezza pur nella tragicità, e ciascuno di noi può fare una propria “sintesi personale”, nei suoi pensieri, di tutto questo, dei luoghi di guerra che può andare a vedere, appunto così belli, anche come detto per le gallerie, trincee, capisaldi, mulattiere, sentieri di guerra che incontra, che percorre. E’ ora anche possibile poterla fare (questa nostra interpretazione personale, questa individuale “emozione”) con la “sintesi filmica”, intima, che Ermanno Olmi ha tentato di fare con questo film, “torneranno i prati” (volutamente scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale). (s.m.)

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torneranno i prati

un film di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria – Italia 2014

di PAOLA CASELLA, da mymovies.it http://www.mymovies.it/ , 4/11/2014

– Un film epidermico, una ballata malinconica perfettamente centrata nel cuore di tenebra di una trincea –

   In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Continua a leggere

E LA NAVE VA – L’episodio della COSTA CONCORDIA, naufragata nel gennaio 2012 all’Isola del Giglio, desta riflessioni sul TURISMO DI MASSA delle CROCIERE: UN MODELLO DA RIPENSARE – Costi, benefici, qualità e (im)possibile conoscenza geografica dei luoghi nei viaggi di queste maxi-navi

Il 13 GENNAIO 2012 la COSTA CONCORDIA è naufragata AL LARGO DEL GIGLIO dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 PERSONE. L’incidente ha causato 32 MORTI e 110 FERITI. Il comandante della nave, Francesco Schettino, è attualmente sotto processo a Grosseto per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose. La Costa Concordia è rimasta per alcuni mesi incagliata di fronte a Giglio Porto, finché nel MAGGIO DEL 2012 sono cominciate le operazioni di recupero, partite con la RIMOZIONE DELLO SCOGLIO CONFICCATO NELLO SCAFO. Nel SETTEMBRE DEL 2013 invece sono cominciate le procedure per la ROTAZIONE DELLA NAVE, gestite dall’azienda olandese Smit Salvage e dall’italiana Micoperi. Nel LUGLIO DEL 2014 si è svolta la RIMOZIONE DEL RELITTO. La Costa Concordia è partita dal Giglio il 23 luglio e, come stabilito dal Consiglio dei ministri, sarà demolita nel porto di GENOVA. (da http://www.internazionale.it/ )
23/7/2014: ABITANTI E TURISTI DELL’ISOLA DEL GIGLIO GUARDANO LA PARTENZA DELLA COSTA CONCORDIA – Il 13 GENNAIO 2012 la COSTA CONCORDIA è naufragata AL LARGO DEL GIGLIO dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 PERSONE. L’incidente ha causato 32 MORTI e 110 FERITI. Il comandante della nave, Francesco Schettino, è attualmente sotto processo a Grosseto per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose. La Costa Concordia è rimasta per alcuni mesi incagliata di fronte a Giglio Porto, finché nel MAGGIO DEL 2012 sono cominciate le operazioni di recupero, partite con la RIMOZIONE DELLO SCOGLIO CONFICCATO NELLO SCAFO. Nel SETTEMBRE DEL 2013 invece sono cominciate le procedure per la ROTAZIONE DELLA NAVE, gestite dall’azienda olandese Smit Salvage e dall’italiana Micoperi. Nel LUGLIO DEL 2014 si è svolta la RIMOZIONE DEL RELITTO. La Costa Concordia è partita dal Giglio il 23 luglio e, come stabilito dal Consiglio dei ministri, sarà demolita nel porto di GENOVA. (da http://www.internazionale.it/ )

 

   Il 13 gennaio 2012 la Costa Concordia è naufragata al largo del Giglio dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 persone. L’incidente ha causato 32 morti e 110 feriti. Dopo due anni e mezzo la nave è stata messa nelle condizioni di poter essere trasportata in un porto-cantiere (Genova) per essere smantellata del tutto (con il suo pericoloso carico di inquinanti)

   Vogliamo parlarne qui per cercare di inquadrare (da un punto di vista turistico e geografico) quel che rappresenta adesso la “crociera”: una branchia del turismo mondiale di massa tra i più espansivi, dove il business cresce, si creano anche numerosi posti di lavoro (dalla cantieristica agli addetti dei servizi durante la navigazione, a tutto quel che ne consegue nell’organizzazione prima, durante e dopo il viaggio….)

UN ITINERARIO DI CROCIERA NEL MEDITERRANEO
UN ITINERARIO DI CROCIERA NEL MEDITERRANEO

   Sono 6,4 milioni di passeggeri (una cifra doppia rispetto a dieci anni fa) che si sono imbarcati nel 2013 da un porto dell’Europa: che risulta essere il 30% della domanda globale mondiale crocieristica. Ma il fruitore delle crociere in Europa non è necessariamente europeo: spesso il nuovo consumatore ha gli occhi a mandorla ed è cinese.

   E in Europa e nel mondo le crociere hanno come rotte i Caraibi, il Mediterraneo, il Nord Europa, il Mar Rosso, l’Oriente e l’Alaska. Una crociera può durare da pochi giorni fino a quattro settimane. Da qualche anno alle crociere sul mare si sono affiancate le crociere fluviali (sul Danubio, sul Reno…).

   E tutto questo avviene attraverso maxi-navi che arrivano a 340 metri di lunghezza, capaci di ospitare oltre 5.500 persone più mille marinai di equipaggio (e, va aggiunto, occorre costruire porti smisurati per accoglierle). Di queste maxi-navi l’Europa ne ha in produzione 24 entro il 2017 (la “nostra” Fincantieri ne sta costruendo tre con un appalto di 700 milioni cadauno). Quasi tutte le navi da crociera sono dotate di piscina, discoteca, cinema, palestre, ristoranti, sale gioco, negozi… Quello che conta pertanto è sempre meno la destinazione, o meglio, i porti e le città in cui ci si ferma una giornata: conta il “divertimentificio” creato all’interno della nave, gli svaghi, i negozi, le iniziative e le feste serali.

   Pochissimo pertanto è lasciato a qualche minima iniziativa personale del turista che si imbarca, che si affida invece tout court all’organizzazione della nave per tutto il corso della giornata, della settimana o poco più di “navigazione”. C’è chi ci va per distrarsi, riposarsi, magari conoscere persone…. Ma tutto partendo da un originario spirito di lasciarsi trascinare nel contesto organizzato. Non parliamo in nessun modo poi di crociera per incontrare lingue, culture, modi di vita diversi….

UN ALTRO ITINERARIO DA CROCIERA MEDITERRANEA
UN ALTRO ITINERARIO DA CROCIERA MEDITERRANEA

Va riscontrato poi come l’episodio del naufragio davanti all’isola del Giglio non ha fatto altro che mettere in rilievo non solo la possibili pericolosità di queste navi giganti (la questione di Venezia e l’entrata in laguna con l’attraversamento del Canale delle Zattere fin nei pressi di Riva degli Schiavoni poi è argomento di scontro da tempo…), ma la vicenda della Costa Concordia ha messo pure l’attenzione su il trend di questo “turismo di massa” che, già da tempo affermato, sembra si vada espandendo oltre ogni crisi economica individuale e collettiva.

   Da originaria “vacanza per ricchi”, da un luogo all’altro del pianeta (Londra-New York, per fare un esempio), ora la crociera è diventata più che possibile anche per categorie sociali non particolarmente abbienti. E il viaggio verso un’altra località conta sempre meno: quel che conta è che si può trovare svaghi quotidiani –ristorante, musica, piscina, centro commerciale…- dentro la nave stessa.

   Tralasciando ogni giudizio su questo tipo di turismo dal punto di vista della visione “creativa” e nuova che qualcuno potrebbe cercare nel volere una vacanza, qui preme rilevare (negli articoli inseriti in questo post) che il fenomeno di abnorme crescita crocieristica, sta diminuendo sempre più il vantaggio della “situazione di lusso” che si pensa di aver acquisito nella propria vacanza senza spendere in definitiva troppo.

   E se vogliamo metterla con i vantaggi del commercio, delle masse di persone che dovrebbero riversarsi pur per poche ore nelle maggiori località turistiche portuali, ebbene anche questo è tutto da valutare. Resta indubbiamente la sensazione che le migliaia di persone che ci lavorano, che vivono con le crociere (dagli operai della cantieristica di costruzione e manutenzione delle navi, ai marinai e personale di nave, al terziario che circonda e organizza il business…) ebbene forse questo vantaggio (occupazionale) c’è effettivamente.

CROCIERISTI
CROCIERISTI

   Resta da chiedersi se non ci possano essere altri modi più “intelligenti” e vivi (e altrettanto generatori di ricchezza economica) per fare il turismo crocieristico (che quello di passare la maggior parte del tempo del crocierista a prendere il sole nella piscina di bordo).

UN ALTRO ITINERARIO NEL MEDITERRANEO E VERSO LISBONA NELL'ATLANTICO
UN ALTRO ITINERARIO NEL MEDITERRANEO E VERSO LISBONA E CASABLANCA NELL’ATLANTICO

   Per questo a noi viene in mente un film (dal titolo in italiano “Un film parlato”, del 2003) di un ultracentenario grande regista portoghese (Manoel De Oliveira) che parla di una crociera sul Mediterraneo dove, con la guida del capitano della nave (impersonato da John Malkovich), quattro donne e una bambina, assieme agli altri crocieristi, fanno tappa in alcuni porti (Marsiglia, Napoli, Atene, Istanbul, il Cairo, Aden) alla ricerca delle radici della cultura mediterranea, delle lingue diverse che vi si parlano, dell’origine greca della nostra civiltà (il finale non è dei migliori sperabili: De Oliveira vuol fare una riflessione sul nostro presente, e inventa la crociera per farci capire il nostro declino). (s.m.)

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LA CROCIERA, UN MODELLO DI TURISMO DA RIPENSARE

di Stefano Landi, da “la Voce.info”, 17/1/2012

CONCORRENZA E MERCATI

– Dopo il disastro della Costa Concordia, diventano evidenti gli interrogativi su quella particolare forma di turismo di massa rappresentata dalle crociere. Un’industria cresciuta senza limiti e senza regole, con navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Se l’impatto ambientale è molto rilevante, il contributo economico alle destinazioni è invece molto contenuto. Un modello che non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese. –

   È ormai chiaro che il disastro della Costa Concordia non è stato solo il frutto di una fatalità o di un errore umano. Per anni, l’industria delle crociere è cresciuta senza limiti e senza regole. Navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Un impatto ambientale molto rilevante, un contributo economico alle destinazioni molto contenuto. Questo modello non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese.

TRENT’ANNI DI CRESCITA

Già l’Osservatorio Ebnt 2011 aveva iniziato a porre i primi punti interrogativi sull’effettivo sviluppo e le ricadute economiche e occupazionali di un comparto che, se ci si fermava alle dichiarazioni dei grandi cruise operators, le grandi compagnie crocieristiche come Costa, non avrebbe dovuto conoscere limiti alla propria espansione.

   In poco meno di trent’anni la vacanza crocieristica ha subito una profonda trasformazione, passando da genere di lusso a prodotto di massa, fino a raggiungere solo in Europa la ragguardevole cifra di 5,5 milioni di clienti imbarcati nel 2010 (sei milioni e mezzo nel 2013, ndr).

   La dinamica è stata trainata per intero dai cruise operators, che hanno saputo attuare una costante profilazione sui vari segmenti del mercato, consentendo anche alle famiglie e ai giovani di accedere a questo mercato. E che poi hanno ricercato nuove destinazioni e nuove nicchie, in modo da stimolare una sempre maggiore domanda per un prodotto che ha ormai ammortizzato i propri costi di lancio e che è quindi in grado di produrre profitti consistenti, seppur con i margini declinanti tipici della fase di maturità.

   Un’offerta straordinariamente dinamica e competitiva, che ha saputo coniugare i più importanti riferimenti della marca delle destinazioni (vedi tra tutti l’Italia e Roma, ma anche Pisa e Firenze) con un mezzo di fruizione securizzante quanto solo una nave può esserlo, almeno fino alla tragedia del Giglio. Navi sempre più grandi e rivolte su se stesse, perché il vero business in questa fase consiste nel massimizzare il tempo di permanenza e la spesa a bordo dei crocieristi. (2)

   Porti sempre più somiglianti a terminali container, realizzati a colpi di investimenti pubblici ingentissimi da parte delle Autorità portuali in competizione tra di loro e senza un quadro nazionale di riferimento: banchine lunghe chilometri per consentire l’accosto di molti giganti del mare contemporaneamente, con enormi piazzali per contenere le centinaia di pullman necessari alle escursioni, svincoli autostradali agevoli per portare nel minor tempo possibile gli escursionisti nelle città d’arte, dove magari non scenderanno neppure a terra. Ma anche Autorità portuali molto restie a dichiarare i ricavi che traggono da questi traffici, adducendo motivi di competitività (appunto).

BIANCO E NERO VENEZIANO - LE GRANDI NAVI A VENEZIA VISTE DA GIANNI BERENGO GARDIN - Venerdì 11 luglio è stata inaugurata a Milano MOSTRI A VENEZIA, che raccoglie 27 FOTOGRAFIE scattate da GIANNI BERENGO GARDIN, uno dei più importanti fotografi italiani, tra il 2012 e il 2014. Le IMMAGINI, TUTTE IN BIANCO E NERO, mostrano e denunciano il passaggio delle enormi navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia. Il reportage si inserisce nel LUNGO E CONTROVERSO DIBATTITO SUL PASSAGGIO DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA, che secondo i critici sarebbe pericoloso per la salute delle persone e per la stabilità degli edifici. Le enormi navi da crociera, alte anche 60 metri, rovinerebbero anche il paesaggio e il panorama della città, a fronte di un piccolo guadagno legato all’arrivo dei turisti. La mostra è ospitata a Villa Necchi ed è organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, e resterà aperta fino al 18 settembre. (…..)(da IL POST.IT del 12/7/2014 (http://www.ilpost.it/ )
BIANCO E NERO VENEZIANO – LE GRANDI NAVI A VENEZIA VISTE DA GIANNI BERENGO GARDIN – Venerdì 11 luglio è stata inaugurata a Milano MOSTRI A VENEZIA, che raccoglie 27 FOTOGRAFIE scattate da GIANNI BERENGO GARDIN, uno dei più importanti fotografi italiani, tra il 2012 e il 2014. Le IMMAGINI, TUTTE IN BIANCO E NERO, mostrano e denunciano il passaggio delle enormi navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia. Il reportage si inserisce nel LUNGO E CONTROVERSO DIBATTITO SUL PASSAGGIO DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA, che secondo i critici sarebbe pericoloso per la salute delle persone e per la stabilità degli edifici. Le enormi navi da crociera, alte anche 60 metri, rovinerebbero anche il paesaggio e il panorama della città, a fronte di un piccolo guadagno legato all’arrivo dei turisti. La mostra è ospitata a Villa Necchi ed è organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, e resterà aperta fino al 18 settembre. (…..)(da IL POST.IT del 12/7/2014 (http://www.ilpost.it/ )

CHI GUADAGNA CON LA CROCIERA

L’analisi degli impatti economici svolta a livello europeo segnala inoltre un dato non del tutto evidente all’opinione pubblica, e cioè che il vero e proprio effetto turistico delle crociere è piuttosto limitato: Continua a leggere

SCUOLA e SOCIETA’ – Un PROGETTO FORMATIVO di apprendimento responsabile di giovani (e non giovani) generazioni quale volano per un NUOVO SVILUPPO – la CENTRALITÀ DELLA SCUOLA da ribadire nei fatti e nelle idee, con coraggio e determinazione

VADO A SCUOLA - Regia di Pascal Plisson. Produzione Francia, Cina, Sudafrica, Brasile, Colombia, 2013. Durata 75 minuti circa. Da giovedì 26 settembre 2013 al cinema e in programmazione in 8 sale cinematografiche italiane. - Il film narra la storia di quattro bambini, provenienti da angoli del pianeta differenti, ma uniti dalla stessa sete di conoscenza. Dalle savane pericolose del KENYA, ai sentieri tortuosi delle montagne dell'Atlante in MAROCCO, dal caldo soffocante del sud dell'INDIA, ai vertiginosi altopiani della PATAGONIA, questi bambini sono uniti dalla stessa ricerca, dallo stesso sogno. Quasi istintivamente sanno che il loro benessere, anzi la loro sopravvivenza, dipenderà dalla conoscenza e dall'istruzione scolastica. Jackson, Zahira, Samuel e Carlito sono gli eroi di VADO A SCUOLA, un film che intreccia la storia di quattro alunni costretti ad affrontare innumerevoli ostacoli, spesso pericolosi - distanze enormi da attraversare, serpenti, elefanti, ma anche banditi - per raggiungere la scuola. (da http://www.mymovies.it/cinema/padova/5879/ - 13/10/2013)
VADO A SCUOLA – Regia di Pascal Plisson. Produzione Francia, Cina, Sudafrica, Brasile, Colombia, 2013. Durata 75 minuti circa. Da giovedì 26 settembre 2013 al cinema e in programmazione in 8 sale cinematografiche italiane. – Il film narra la storia di quattro bambini, provenienti da angoli del pianeta differenti, ma uniti dalla stessa sete di conoscenza. Dalle savane pericolose del KENYA, ai sentieri tortuosi delle montagne dell’Atlante in MAROCCO, dal caldo soffocante del sud dell’INDIA, ai vertiginosi altopiani della PATAGONIA, questi bambini sono uniti dalla stessa ricerca, dallo stesso sogno. Quasi istintivamente sanno che il loro benessere, anzi la loro sopravvivenza, dipenderà dalla conoscenza e dall’istruzione scolastica. Jackson, Zahira, Samuel e Carlito sono gli eroi di VADO A SCUOLA, un film che intreccia la storia di quattro alunni costretti ad affrontare innumerevoli ostacoli, spesso pericolosi – distanze enormi da attraversare, serpenti, elefanti, ma anche banditi – per raggiungere la scuola. (da http://www.mymovies.it/cinema/padova/5879/ – 13/10/2013)

   Nelle manifestazioni studentesche (delle scuole superiori) tenutesi l’11 ottobre scorso in 70 città italiane (con il titolo comune di “Si scrive scuola, si legge futuro”), appariva, tra le richieste degli studenti, la necessità di garantire il diritto allo studio “ai capaci e meritevoli ma privi di mezzi per il raggiungimento dei più alti livelli di istruzione”. In effetti la cosa rischia da qualche tempo si essere del tutto dimenticata. Quell’articolo 34 della Costituzione italiana che in sintesi recita che “La scuola è aperta a tutti…i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze…”, ebbene sembra nient’altro che un’enunciazione (e non un principio essenziale della “Suprema legge” dello Stato). Non è solo questione di non aiutare chi è bravo ma non ha mezzi: è pure la mancanza di “sano egoismo” di una collettività che non sfrutta le doti e le capacità di giovani meritevoli e dotati intellettualmente, per migliorare la propria classe dirigente.

   Pertanto in questo post PARLIAMO DI SCUOLA. Anche del parziale ma ancora poco attuato reinserimento della geografia come materia a nostro avviso fondamentale, e delle condizioni difficile di “tenuta” della scuola italiana, poco considerata nelle politiche nazionali di questi ultimi 70 anni (dal dopoguerra…). Lo facciamo con una serie di articoli che abbiamo raccolto, e che tutti ci sembrano utili a dare una dimensione “dall’alto” del fenomeno.

   Innanzitutto un invito a voi: se potete non perdetevi un film che gira in un’ottantina di sale cinematografiche di nove regioni italiane in questi giorni (Emilia, Friuli, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia Veneto) e che parla del valore della scuola vissuto dal sacrificio di ragazzi che vivono in territori “disagiati” (scolasticamente, ma non solo) del pianeta, e che vogliono imparare, vogliono andare a scuola appunto. Il film si intitola “Vado a scuola”, un film (no documentario!) carico di positiva tensione dall’inizio alla fine per lo spettatore che lo guarda, un film bello, dove i bambini sono i protagonisti assoluti, con le loro voci e le loro storie, da loro raccontate nei dialoghi e nel percorrere bellissimi e aspri diversi paesaggi. Racconta come 4 ragazzi, tra gli 11 e i 13 anni, in 4 angoli sperduti della terra (Kenja, Marocco, Patagonia-Argentina e India) affrontino ogni giorno ore di cammino, a rischio della loro stessa vita, pur di arrivare a scuola. Un “rimettere le cose a posto” nella scala di valori e di entusiasmi “mancati” che appaiono nelle nostre decadenti società, dove i bambini sono quelli che rischiano di più nel dover ritrovarsi in stati di noia e paranoia sulle cose che fanno tutti i giorni (e l’educazione scolastica viene spesso appunto vissuta senza particolare entusiasmo).

SI SCRIVE SCUOLA, SI LEGGE FUTURO - Da Milano a Palermo, da Venezia a Bari, venerdì 11 ottobre IN SETTANTA CITTÀ ITALIANE gli studenti delle scuole superiori sono scesi in piazza per chiedere con forza CHE LA SCUOLA E L'ISTRUZIONE TORNINO AL CENTRO DEL DIBATTITO DEL PAESE. "Si scrive scuola, si legge futuro" recita lo slogan che gli studenti hanno coniato per l'occasione
SI SCRIVE SCUOLA, SI LEGGE FUTURO – Da Milano a Palermo, da Venezia a Bari, venerdì 11 ottobre IN SETTANTA CITTÀ ITALIANE gli studenti delle scuole superiori sono scesi in piazza per chiedere con forza CHE LA SCUOLA E L’ISTRUZIONE TORNINO AL CENTRO DEL DIBATTITO DEL PAESE. “Si scrive scuola, si legge futuro” recita lo slogan che gli studenti hanno coniato per l’occasione

   Un fenomeno che appare grave è che (pur in un contesto di obbligatorietà scolastica fino a 16 anni) uno studente su cinque non ritorna a scuola. Viene chiamato «dispersione scolastica», è un fenomeno drammatico, che in Italia continua a mantenersi su medie molto elevate. Sono settecentomila bambini o ragazzi italiani, tra i 10 e i 16 anni, che abbandonano la scuola prima del tempo: al Sud quasi un ragazzo su 4 abbandona o interrompe la frequenza scolastica per medio-lunghi periodi.

   La verità che sembra a noi apparire negli articoli che vi proponiamo in questo post è che istruzione e formazione non sono mai stati e continuano a non essere la priorità della politica nazionale. All’indomani dell’Unità d’Italia infatti, con un Paese di ventidue milioni di abitanti, più di tre quarti dei quali analfabeti, l’istruzione fu la priorità o una delle priorità (viene in mente i film che fan vedere i maestri e la maestre mandati dal Governo ad insegnare, alfabetizzare i bambini, nei luoghi più impervi e sperduti di montagna, in aree semi-abbandonate di piccoli villaggi…) (ancora adesso capita di vedere in aree alpine o appenniniche ruderi di scuole abbandonate, scuole allora nate dalla politica del primo novecento di Giolitti di alfabetizzazione del Paese fin nei suoi luoghi più sperduti). L’Italia del secondo dopoguerra non ha sentito più la necessità di “valorizzare la scuola”: uscito il Paese distrutto dalla guerra, son state viste altre più impellenti urgenze da risolvere.

   Il fatto di questi ultimi decenni è che l’aver lasciato la scuola nelle mani della buona volontà di insegnanti e dirigenti scolastici (quando c’è questa buona volontà…), tutto questo è avvenuto in un periodo di grandi stravolgimenti nella vita quotidiana: una radicale trasformazione dell’idea di ricchezza, del valore prioritario dati ai consumi, e dalla trasformazione antropologica di noi tutti: da popolo “semplice” contadino, a quello industriale, poi dei servizi, e forse adesso potremmo scorgere un popolo “digitale”, di internet, facebook eccetera…. Tutti fenomeni entrati nella pelle di ciascuno, e subìti, in uno stato di accettazione passiva (già una quarantina di anni fa Pasolini parlava di un “genocidio culturale” delle nostre comunità davanti al “nuovo benessere” dei consumi…). E la scuola lì a subire passivamente, senza un progetto educativo chiaro ed adeguato….

   Che fare, che pensare? Una spinta innovativa può nascere là dove qualcuno intravede la debolezza “di sviluppo istruttivo” che ora ha la scuola italiana: cioè la presenza sempre più forte di ragazzi immigrati. La scuola migliore ha tanti colori e tante culture. Possono diventare (e forse lo sono già) gli immigrati l’energia vincente della scuola italiana, un’immissione di “energie nuove”, di diversità e cittadinanza mondiale, di ricchezza della presenza multietnica. Riprendiamo qui di seguito in un paio di articoli l’esperienza di una scuola elementare di Treviso, dove bambini (italiani e stranieri), dalla seconda alla quinta, hanno aderito a un corso di arabo (l’arabo come lingua cosmopolita da imparare come l’inglese, lo spagnolo, il tedesco, francese, cinese….). E delle reazioni in fondo positive da parte di mass-media, politici, gente comune (e con pochissimi casi verificatisi di preclusione mentale, di chiusura…).

TREVISO, ALLE ELEMENTARI ORA SI STUDIA ANCHE L’ARABO - Dall’alfabeto, alle tradizioni, ai cibi: a scuola si studia l’arabo. È una vera e propria novità, quella che i piccoli alunni di TERZA, QUARTA E QUINTA ELEMENTARE delle scuole Coletti si stanno preparando ad affrontare: da quest’anno scolastico, avranno la possibilità di imparare l’arabo, a scuola, durante l’orario di lezione nel “CORSO DI LINGUA E CULTURA ARABA”. Il corso non costerà nulla né a genitori dei piccoli alunni né tantomeno alla scuola, perché le spese sono sostenute dal Governo del Marocco. (di Anna Martellato, da “la Stampa” del 25/9/2013)
TREVISO, ALLE ELEMENTARI ORA SI STUDIA ANCHE L’ARABO – Dall’alfabeto, alle tradizioni, ai cibi: a scuola si studia l’arabo. È una vera e propria novità, quella che i piccoli alunni di TERZA, QUARTA E QUINTA ELEMENTARE delle scuole Coletti si stanno preparando ad affrontare: da quest’anno scolastico, avranno la possibilità di imparare l’arabo, a scuola, durante l’orario di lezione nel “CORSO DI LINGUA E CULTURA ARABA”. Il corso non costerà nulla né a genitori dei piccoli alunni né tantomeno alla scuola, perché le spese sono sostenute dal Governo del Marocco. (di Anna Martellato, da “la Stampa” del 25/9/2013)

   Su tutto questo poi domina la discrasia tra scuola e mondo del lavoro, inserimento lavorativo di chi ha fino a un certo punto solo studiato, si è formato e specializzato in qualcosa. E su tutto, adesso, desta preoccupazione quello che riguarda i cosiddetti «Neet» (Not education, employment or training), un brutto acronimo per indicare i giovani fra i 16 e i 29 anni che non studiano né lavorano (oltre due milioni di persone!)

      Su ogni cosa si  percepisce però anche che l’istruzione e la formazione non possono essere più identificabili con una fase di vita giovanile, un delimitato periodo, nella vita di un individuo, ma una funzione costante, che trasforma la vita stessa in apprendimento permanente. (s.m.)

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FUGA DAI BANCHI, OGNI ANNO LASCIANO IN 700MILA

da “il Messaggero” del 2/10/2013

   Uno studente su cinque non ritorna a scuola. Si chiama «dispersione scolastica», Continua a leggere

OCCUPAZIONE ITALIANA IN GRECIA – UN SENSO DI FRATELLANZA?

L’occupazione italiana in Grecia nel Dodecaneso duro’ dal 1912 al 1947, e interesso’ le isole di Stampalia, Scarpanto, Caso, Piscopi, Nisiro, Calino, Lero, Patmo, Coo, Simi, Calchi e Rodi.

Di questa occupazione, la traccia piu’ evidente rimasta nella cultura greca è la frase “una faccia, una razza”, a indicare che le due culture sono molto simili.

Doumanis in Myth and Memory in the Mediterranean (1997) esplora il mito dell’umanità italiana. Nel Dodecaneso, la locale espressione di “gente “, riferita agli Italiani corrisponde al mito internazionale che vede gli Italiani molto più’ umani di altre culture nazionali, in rapporto ad altre nazioni occupanti come i Turchi e i Tedeschi,  reputandoli molto più’ compassionevoli e civili.   Nel Dodecaneso, gli occupanti Italiani erano ricordati come “buoni”( itan kali) e  “civilizzati” (politismeni), perchè trattavano gli isolani con cortesia e rispetto. Le testimonianze orali, descrivono le relazioni tra Greci e Italiani come amichevoli, hanno dato frutto a matrimoni e hanno permesso hai locali di percepire una corrispondenza di valori tra occupanti e occupati.

Locandina del film  Mediterraneo
Locandina del film Mediterraneo

Il film Mediterraneo del 1991 di Salvatores, parla dell’occupazione italiana di una piccola isola dell’Egeo, da parte di un manipolo di soldati.  Il film è stato girato a Megisti, a sud-est di Rodi. All’inizio appare la citazione di Laborit “ In tempi come questi, la fuga  è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” ed è dedicata alla generazione degli anni ’90, orfana di un impegno politico, con il bisogno di figure carismatiche da seguire e nuove forme di interiorità da esplorare. Al loro arrivo l’isola appare disabitata e si rivelano inadatti al compito militare a loro affidato. Sfruttando l’isolamento geografico, l’impossibilità di comunicazione con il comando dovuta alla radio in avaria, si dedicano ad attività del tutto estranee  alla guerra. Gli isolani, popolazione composta principalmente da donne, bambini, vecchi e da un prete ortodosso, ricompare all’improvviso e inizia a stringere relazioni con il plotone italiano.

La loro vita trascorre in questo modo  fino a che un giorno, tre anni dopo lo sbarco del plotone italiano nell’isola, un aereo da ricognizione italiano è costretto a compiere un atterraggio d’emergenza sull’isola e il pilota comunica la notizia dell’armistizio di Cassibile, siglato il 3 settembre 1943 ed entrato in vigore l8 settembre 1943 con il quale  gli Italiani si arrendevano agli alleati Anglo – Americani.

Focus GRECIA: storia e tradizioni musicali

In questo post sono raccolti due contributi di LAURA EDGARDA LOMBARDI che parlano della Grecia, raccontando il suo passato legame con l’Italia durante  l’occupazione nel Dodecanneso ed il suono della musica Rebetika, riproposto anche da Vinicio Capossela nel suo ultimo album.

L’OCCUPAZIONE ITALIANA IN GRECIA. UN SENSO DI FRATELLANZA?

L’occupazione italiana in Grecia nel Dodecaneso duro’ dal 1912 al 1947, e interesso’ le isole di Stampalia, Scarpanto, Caso, Piscopi, Nisiro, Calino, Lero, Patmo, Coo, Simi, Calchi e Rodi.

Di questa occupazione, la traccia piu’ evidente rimasta nella cultura greca è la frase “una faccia, una razza”, a indicare che le due culture sono molto simili.

Doumanis in Myth and Memory in the Mediterranean (1997) esplora il mito dell’umanità italiana. Nel Dodecaneso, la locale espressione di “gente “, riferita agli Italiani corrisponde al mito internazionale che vede gli Italiani molto più’ umani di altre culture nazionali, in rapporto ad altre nazioni occupanti come i Turchi e i Tedeschi,  reputandoli molto più’ compassionevoli e civili.   Nel Dodecaneso, gli occupanti Italiani erano ricordati come “buoni”( itan kali) e  “civilizzati” (politismeni), perchè trattavano gli isolani con cortesia e rispetto. Le testimonianze orali, descrivono le relazioni tra Greci e Italiani come amichevoli,  hanno dato frutto a matrimoni e hanno permesso hai locali di percepire una corrispondenza di valori tra occupanti e occupati.

Copertina del film Mediterraneo di Gabriele Salvatores

Il film Mediterraneo del 1991 di Salvatores, parla dell’occupazione italiana di una piccola isola dell’Egeo, da parte di un manipolo di soldati.  Il film è stato girato a Megisti, a sud-est di Rodi. All’inizio appare la citazione di Laborit “ In tempi come questi, la fuga  è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” ed è dedicata alla generazione degli anni ’90, orfana di un impegno politico, con il bisogno di figure carismatiche da seguire e nuove forme di interiorità da esplorare. Al loro arrivo l’isola appare disabitata e si rivelano inadatti al compito militare a loro affidato. Sfruttando l’isolamento geografico, l’impossibilità di comunicazione con il comando dovuta alla radio in avaria, si dedicano ad attività del tutto estranee  alla guerra. Gli isolani, popolazione composta principalmente da donne, bambini, vecchi e da un prete ortodosso, ricompare all’improvviso e inizia a stringere relazioni con il plotone italiano.

Plotone italiano del film Mediterraneo

La loro vita trascorre in questo modo  fino a che un giorno, tre anni dopo lo sbarco del plotone italiano nell’isola, un aereo da ricognizione italiano è costretto a compiere un atterraggio d’emergenza sull’isola e il pilota comunica la notizia dell’armistizio di Cassibile, siglato il 3 settembre 1943 ed entrato in vigore l8 settembre 1943 con il quale  gli Italiani si arrendevano agli alleati Anglo – Americani.

 

IL REBETIKO: UN GENERE MUSICALE GEOGRAFICO

L’anno scorso, Vinicio Caposela ha pubblicato un cd dal titolo Rebetiko Mou, in onore di questo genere musicale urbano, il Rebetiko. Mentre il mondo intero, segue le vicende economiche della Grecia, questo cantate ha deciso di rendere omaggio alla nazione che è la culla cultura della civiltà occidentale. Nel genere musicale Rebetiko, vengono utilizzati diversi strumenti musicali, il cui principale è il Bouzouki. L’origine del nome di questo genere musicale non  è chiara.

In questo post, vorrei delineare la storia del rebetiko, in particolare seguendo la cronologia dei cantanti.

Le prime canzoni rebetika trattano principalmente della violazione della legge, dei gesti d’amore, di droga, di prigione e di immigrazione, sull’hashis, fumerie d’oppio e narghiles. Le condizioni di vita in Grecia, negli anni ’20 del secolo scorso, sono determinate da fattori quali l’immigrazione interna ed esterna, e dalla catastrofe dell’Asia Minore nel 1922.  Le canzoni dei rifugiati, nate dalla catastrofe dell’Asia Minore, in combinazione con le canzoni popolari, le canzoni delle isole e gli altri tipi di musica di cui sopra diventano il substrato che mentre l’elemento sociale è limitata nel contenuto.  In questo periodo il più’ famoso cantante di rebetika è Markos Vamvakaris.   Nel 1937 Vasilis Tsitsanis appare così come Manolis Hiotis, quasi nello stesso periodo. Nel 1936 la censura imposta dal regime Metaxa sulla canzone “Varvara” di Tountas, l’anno successivo una censura generalizzata trova nel Rebetiko  la sua vittima. Il contenuto cambia necessariamente.

Markos Vamvakaris

Le canzoni scritte durante l’occupazione, non vengono registrate perché le fabbriche restano chiuse fino al 1946. Da allora, Titanismo Vasilis insieme a Marika Ninou, Manolis Hiotis, Giorgos Mitsakis, Giannis Papaioannou dominano la scena. Ma la maggior parte dei vecchi rebetes vengono spinti fuori dalle luci della ribalta. Durante l’occupazione, molti dei compositori Smyrniot (ad esempio Panagiotis Tountas) muoiono, ma altri, quelli che rappresentano lo stile Pireo, sono vivi e cercano di guadagnarsi da vivere con difficoltà. Markos Vamvakaris cita nella sua autobiografia che “aveva l’abitudine di andare a tutte le isole e le feste”. Nuovi importanti cantanti appaiono nel 1940 come Sotiria Mpellou e nel 1950 Stelios Kazantzides e Grigoris Bithikotsis. Il Rebetiko causa sempre maggiore sensazione nella popolazione. Ciò si traduce espandendo i suoi argomenti e il cambiamento dei luoghi in cui è ascoltato. La maggior parte dei ricercatori concludono che il Rebetiko è morto nella metà del 1950.

Nel 1960 il  Rebetiko rivive come un fantasma. Gli articoli e tutti gli sforzi vivaci di alcuni studenti, hanno avuto come risultato che le case discografiche registrassero nuove canzoni di  rebetika. Fra i più vecchi vengono registrati anche Grigoris Bithikotsis e Sotiria Bellou. I rebetes (i cantanti di rebetika), come ad esempio Markos e Stratos, hanno ottenuto nuovi successi nei luoghi di intrattenimento. Nel frattempo, serate musicali con canzoni rebetika hanno iniziato ad essere organizzate,  soprattutto tra studenti, che hanno avuto l’opportunità di incontrare vecchi cantanti rebetes. Nel 1961 Hristianopoulos fa circolare un saggio che gli rivendica il titolo triplo d’onore: per la prima letteratura rebetika, per la prima antologia di Rebetika versificazione e, per quanto riguarda la sua forma ristampato è interessato, per la prima monografia su tale materia. Nel 1968 Elias Petropoulos fa circolare il libro ‘”Canzoni di Rebetika”. Questo è stato il libro che ha stabilito il termine “rebetika” riguardo queste canzoni.

Locandina del film Rembetiko

Basato su una storia vera, il film Rebetiko è stato diretto dal regista  Costas Ferris e prodotto nel 1983. Questo dramma musicale parla della vita della cantante Marika Ninou a partire dalla sua nascita a Smirne (Turchia) nel 1917.  Parallelamente descrive la storia della Grecia e del genere musicale Rebetiko.  Marika fu deportata in Grecia insieme a tutti gli altri Greci di Smirne in Grecia quando aveva sette anni, e dopo pochi anni con loro hanno iniziato una carriera come musicista e cantante in un night club/bar.   Nel breve spazio di un decennio, Marika diventa testimone dell’omicidio di sua madre da parte di suo padre.  Scappata da casa, inizia una relazione con un amico musicista suonatore di bouzouki, Babis, da cui ha un bambino. Alla fine il successo arriva  ma poi il compagno di Marika è esiliato per motivi politici, e le loro strade si dividono. Durante la seconda guerra mondiale, Marika parte per l’America in tour.

Per una storia completa di questo genere musicale, vi consiglio il sito internet :

http://www.rebetiko.gr/