FUSIONE TRA COMUNI con l’istituzione di nuove REALTA’ URBANE: processo necessario, per una grande riforma territoriale degli enti istituzionali – Ma tutto è lasciato nella mani di amministratori consapevoli: perché non COINVOLGERE TUTTI I COMUNI nella creazione di realtà più confacenti la contemporaneità?

CINQUE COMUNI DELLA VALBRENTA VERSO LA FUSIONE IN UN UNICO ENTE – La VAL BRENTA, territorio di rare bellezze e di grande fragilità, è la stretta valle compresa tra i comuni di BASSANO DEL GRAPPA e CISMON DEL GRAPPA (verso Trento). E’ sì l’estremità meridionale della VALSUGANA, ma presenta dei caratteri propri che la distinguono sia dal punto di vista geografico che da quello antropico. Come suggerisce il nome, è attraversata dal fiume BRENTA e si trova incuneata tra l’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNi e il MASSICCIO DEL GRAPPA – COME STA ACCADENDO IN TANTI COMUNI D’ITALIA la Valbrenta si appresta a mettere assieme la storia di 5 comuni, cioè di SOLAGNA, SAN NAZARIO, CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA e CAMPOLONGO SUL BRENTA, impegnati nel progetto di costituzione di un unico comune, appunto della VALBRENTA (nella foto: i due CENTRI ABITATI di VALSTAGNA E CARPENE’, FRAZIONE DI SAN NAZARIO

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In questo blog geografico varie volte abbiamo trattato della fusione di comuni, della necessità (a nostro avviso) che questo accada. Di una riforma generale della distribuzione territoriale degli enti istituzionali. Che non è comunque solo il problema di troppi comuni in un contesto frammentato, che crea disagio ai territori e ai bisogni della popolazione. Ma è anche un problema di Enti regionali oramai in situazioni desuete, dove apparirebbe sempre più necessario ridurle anch’esse (le regioni), istituendo MACROREGIONI (le proposte non mancano: ve ne diamo conto nell’ultimo articolo di questo post, articolo ripreso dal sito “la voce.info” pubblicato subito dopo i referendum per l’autonomia del Veneto e Lombardia tenuti il 22 ottobre scorso).

E poi c’è la creazione in corso delle istituite 14 CITTA’ METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari), alcune con criteri (al sud) poco spiegabili, ebbene a nostro avviso questo rischia di privilegiare queste aree (cosiddette metropolitane): nei finanziamenti, nell’attenzione politica, nelle infrastrutture pubbliche che lì saranno incentivate (scolastiche, sanitarie, di ricerca scientifica, del tempo libero…). Per questo si proponeva, una volta diminuite le regioni e istituitene poche (ma autorevoli) come “Macro-regioni”, e una volta eliminate le province (che ancora bene o male persistono), si proponeva che ciascun territorio fosse compreso in una propria AREA METROPOLITANA (se a qualcuno non poteva piacere che in zone di campagna si parlasse di “metropoli”, un sociologo del Nordest, Udelrico Bernardi, superava ogni contestazione usando un neologismo: “chiamatele AREE AGROPOLITANE”… ma fatele in tutti i luoghi. Cioè date una ragion d’essere “urbana” ad ogni contesto, anche il più naturalistico (proprio perché si conservi così), che sia “Area di valenza” non meno di altre…. Che tutto rientri nell’idea di un governo attento delle “metropolis” ovunque.

Le attuali 14 città metropolitane (da Wikipedia)

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Cosicché in questa RIFORMA (rivoluzione) delle istituzioni urbane è senza dubbio non RINVIABILE CHE I COMUNI SI SCIOLGANO ISTITUENDO, creando, “NUOVE CITTÀ”, riconoscendosi in territori più omogenei rispetto ai spesso inspiegabili confini degli attuali comuni.

Non stiamo qui a elencare quanto è avvenuto finora nel dettaglio (anche di considerevole, ma sempre assai limitato) nella fusione di comuni vicini in nuove realtà urbane (per chi volesse averne una visione dettagliata, vi invitiamo a vedere questo preciso e aggiornatissimo post di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_di_comuni_italiani)

FRA LEGNARO, PONTE SAN NICOLÒ E POLVERARA MANCATA FUSIONE – Il NO DI LEGNARO a un accorpamento a tre

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Qui ci interessa elencare alcuni “pro” e “contro” sull’accorparsi, sullo sciogliersi di comuni in altri contesti più grandi, più confacenti. Ben ribadendo, ancora una volta, che noi siamo favorevoli e vorremmo “spingere” affinché tutti i comuni possano ripensare le loro dimensioni, i loro attuali inefficaci confini, nei processi di mobilità quotidiana che ogni cittadino ha in quest’epoca.

PEDESINA in provincia di Sondrio è il comune meno abitato d Italia (39 abitanti) – Piccoli comuni diventano sempre più mini. Nei municipi fino a 5mila abitanti la popolazione si è progressivamente ridotta, con un calo che dal 1971 al 2016 fa registrare quasi un ¬13 per cento. E questo mentre il numero degli italiani cresceva del 12 per cento. È l’effetto di un progressivo spopolamento dei municipi minori, che si è fatto via via più intenso: dal 2011 al 2016 ha perso abitanti ben più della metà dei 5.570 piccoli centri.

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Allora tra i “pro” e i “contro” (i rischi da evitare) per la fusione noi pensiamo dev’essere ricordato:

1- Evitare il RISCHIO DI DIVENTARE (o essere già da sempre) PERIFERIA.

2- Superare la SCARSA AUTOREVOLEZZA nei rapporti con altri Enti istituzionali (Regione, Stato….).

3- Evitare di PAGARE DI PIÙ I SERVIZI, con più aggravi, tasse, con costi (dei servizi) maggiori e magari poco efficienti.

4- Superare l’INCAPACITÀ DI GESTIRE SERVIZI COMPLESSI tipico di piccole realtà comunali (come l’anagrafe, l’urbanistica, gli sportelli di altre amministrazioni come Enel, Consorzio rifiuti, etc….).

5- Superare le (quasi tutte) mediocri esperienze di UNIONE DEI COMUNI (con consorzi bilaterali in alcuni servizi), permanendo autorità istituzionali distinte e autonome (due, tre, quattro sindaci che a volte si scontrano tra loro, hanno idee contrapposte, sono incompatibili).

6- Necessità di SUPERARE i spesso esosi (e a volte crescenti) “COSTI DELLA POLITICA” (troppi sindaci, assessori, consiglieri…).

7- Capacità di garantire lo stesso le MUNICIPALITA’ ORGINARIE (con figure istituzionali anche elette ma che svolgono il loro servizio pubblico gratuitamente), e in particolare la presenza di servizi (sportelli comunali) in loco, cioè decentrati (i cosiddetti “front office” vanno decentrati nel nuovo territorio comunale, il “back office”, cioè gli uffici che non si rapportano al pubblico, vanno accentrati riducendone i costi e ottimizzando l’impiego del personale per più utenti).

8- Il comune “più grande”, la “CITTÀ” misurata nei parametri (di popolazione e di territorio) al massimo più efficienti nel dare servizi (nel rapporto “costi-efficienza”), questa “NUOVA CITTÀ” nata dallo scioglimento di due, tre, quattro e più comuni…. deve DARSI UN PROGETTO, degli OBIETTIVI…. E’ necessario sì porsi il compito di RIDURRE LA TASSAZIONE, e MIGLIORARE I SERVIZI, ma si deve capire come CONTARE DI PIU’ all’esterno; ponendosi come “priorità prima” quello di riuscire a dare MAGGIORI OPPORTUNITA’ (in particolare ai GIOVANI) (scolastiche, sanitarie, lavorative, culturali, delle reti informatiche, della sicurezza ambientale, del tempo libero, di incontro e scambio con diversità…).

EMPOLI: «TROPPI 11 COMUNI ORA SERVONO LE FUSIONI» – Il consiglio comunale approva all’unanimità l’istituzione di una commissione per “ridisegnare” il circondario: «Unire le forze in nome dell’efficienza» di Alessandro Marmugi IL TIRRENO EDIZIONE di Empoli, 5/8/2017

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TRE SONO POI LE NECESSITA’ e le domande che ci si pone:

1) Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe creare un progetto di riforma generale di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con un disegno generale coerente?  Noi su questo riconosciamo l’elemento positivo della “richiesta” che viene dal basso (dagli amministratori locali, dai comuni stessi…), però sarebbe necessario che il progetto fosse coerente e generale: una RIFORMA DEI CONFINI DELLE ISTITUZIONI LOCALI, il RIDISEGNO DEL TERRITORIO è più che mai un progetto che va sì discusso in sede locale, però sarebbe bene che avvenisse contemporaneamente in tutti gli attuali comuni.

2) Non sarebbe necessario pensare a una revisione di tutti i servizi pubblici ora parcellizzati e distinti nei vari enti (comuni, uffici postali, consorzi rifiuti, ufficio igiene e salute, acquedotto, erogazione energetica, agenzia entrate, inps, agenzia del lavoro….) prevedendo luoghi e uffici con funzioni polivalenti, polifunzionali aggregati?   E’ anche questo un motivo per creare AMMINISTRAZIONI COMUNALI EFFICIENTI in grado di interloquire col cittadino su tutti questi servizi che, poco a poco, molti di essi saranno accorpati in uniche entità.

3) Non è necessario, come detto all’inizio di questo post, rivedere anche i confini e la natura delle altre istituzioni pubbliche territoriali che ci sono oltre ai comuni? …Cioè non è necessario cambiare anche le Regioni (in Macroregioni), le Provincie (eliminandole queste veramente), il senso delle Aree Città Metropolitane (estendendole a ogni territorio nazionale)?

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I PROBLEMI DA RISOLVERE nell’accorpamento dei comuni, nella loro fusione, nello sciogliere amministrazioni locali e creare NUOVE CITTA’ possono essere, a nostro avviso, di TRE TIPI:

1- il superamento della PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ, il senso di appartenenza (questione del tutto priva di fondamento: servizi al cittadino erogate dai Municipi che restano, ricorrenze, tradizioni, feste, eventuali modi di vita quotidiani particolari di incontrarsi… non cessano, anzi spesso in realtà istituzionali più grandi il senso di appartenenza al borgo, al quartiere, alla contrada….aumenta).

2- Le RENDITE DI POSIZIONE, DI POTERE (amministratori locali che si sono creati un “loro” potere, un interesse a permanere in situazione immutata: questo può essere un serio problema, e a volte il crearsi di associazioni e comitati contro la fusione nasce da questo desiderio di non voler cambiare nulla…. È evidente che questi meccanismi conservativi vanno combattuti e superati).

3- I “GIOIELLI DI FAMIGLIA” che qualcuno di questi paesi, delle comunità che stanno sviluppando un processo di aggregazione/fusione, vengono ad avere e mal sopportano venga condiviso con altri (qualche manufatto –villa, palazzo..- di pregio che un piccolo comune ha; una situazione finanziaria prospera rispetto ad altri; migliori servizi ai cittadini che gli altri non hanno…) Questo a volte è un serio problema. Ma la fusione dev’essere sì, inevitabilmente, un “matrimonio di interesse” (minori costi dei servizi e più efficienti, più finanziamenti dall’esterno, maggiore forza di contrattazione…), ma pur sempre è matrimonio è, pertanto lo è anche “d’amore”. E in ogni caso è bene capire CIÒ CHE CIASCUNO peculiarmente PORTA IN DOTE, e inevitabilmente si potrà scoprire che ciascun luogo, realtà locale, ha delle particolarità rilevanti sue, da condividere, e da farne un PROGETTO UNICO per il futuro in una REALTA’ URBANA che porti maggiori OPPORTUNITA’ e possa CONTARE DI PIÙ nel mondo che verrà. (s.m.)

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MACROREGIONI: UNA PROPOSTA RAGIONEVOLE – Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

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                                            NUOVI COMUNI 2017

Finora, nel corso del 2017 sono state approvate in Italia 14 fusioni di comuni, di cui quattro per incorporazione, per un totale di 31 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani, è diminuito di venti unità, passando da 7.998 a 7.978 comuni.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni finora, nel 2017, sono state Calabria (1), Emilia-Romagna (1), Lombardia (3), Marche (4), Piemonte (1), Toscana (3) e Veneto (1)(ndr: in Veneto Grancona e San Germano dei Berici, nel vicentino, si sono uniti nel febbraio 2017 nel nuovo comune di Val Liona, in tutto 3040 abitanti; il nome deriva dal fiume Liona che scorre lungo il territorio del comune)

Sono state approvate le fusioni di Continua a leggere

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La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere

NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere

VENEZIA E LE ALTRE: come CONTENERE LE MASSE sempre più consistenti DI TURISTI che tolgono respiro e vita alle CITTÀ D’ARTE? – E ripensare le nostre città, fatte di un continuum urbanistico sempre più allargato e diffuso: come cogliere le OPPORTUNITÀ DELLE possibili CITTÀ del futuro prossimo venturo?

LORENZO QUINN, autore della SCULTURA-INSTALLAZIONE “SUPPORT” (SOSTENERE), ci racconta come è riuscito a far parlare di CAMBIAMENTI CLIMATICI alla BIENNALE con UN PAIO DI MANI GIGANTI CHE EMERGONO DAL CANAL GRANDE di Venezia. Sono LE MANI DI UN BAMBINO, bianche e alte nove metri che emergono come un mostro marino e sorreggono l’ALBERGO CA’ SAGREDO – o forse cercano di rovesciarlo. Questa scultura ha reso lo scultore italiano Lorenzo Quinn noto al mondo, grazie a questo messaggio forte sui cambiamenti climatici: il potere di sostenere o distruggere il patrimonio globale che tutti noi condividiamo è nelle nostre mani. (Mara Budgen, 21/7/2017, da http://www.lifegate.it/)

   Il solito scandalo di giovani turisti che fanno il bagno in Canal Grande (con trampolino il ponte di Calatrava), e l’articolo del New York Times che descrive i problemi di Venezia con il suo turismo insostenibile, tutto questo fa riprendere la problematica del vero e proprio (pur pacifico) assalto alle città d’arte (ma non solo, ci sono anche le coste marine assai intasate, i luoghi di villeggiatura montani famosi, come nelle Dolomiti…) che accade particolarmente in estate (ma ora c’è un’ “estensione” pure nelle altre stagioni).

L’articolo del NEW YORK TIMES sui TURISTI A VENEZIA (da http://www.veneziatoday.it/ del 3/8/2017) – Con grande risalto e in prima pagina, il NEW YORK TIMES il 2 agosto ha dato voce alle preoccupazioni dei veneziani e del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e riconosce che Venezia, quotidianamente presa d’assalto da orde di turisti, rischia di diventare “LA DISNEYLAND DEL MARE” (o meglio, della laguna). “La musica di sottofondo della città ora sono LE ROTELLE DELLE VALIGIE CHE SCALANO I GRADINI delle passerelle mentre falange di turisti marciano lungo i canali”, scrive JASON HOROWITZ  (https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/europe/venice-italy-tourist-invasion.html )

   Si chiede da varie parti (politiche, economiche, dei residenti oberati da troppa gente…) un turismo più responsabile, meno “di massa”, di più qualità (che porti soldi, sia chiaro!, ma che non crei problemi di vivibilità). E’ abbastanza automatico che vien da pensar male: cioè è da chiedersi cosa le nostre città offrono a quelle masse di turisti maleducati e inconsapevoli. Quasi sempre i servizi che si danno sono di puro sfruttamento (pensiamo alla ristorazione ad esempio: di bassissima qualità e a prezzi assurdi, da denuncia).

“MI NO VADO VIA”, VENEZIA IN PIAZZA CONTRO I TURISTI. LA PROTESTA DEI RESIDENTI INVADE LA LAGUNA – Nel mirino finiscono il transito delle grandi navi a San Marco e il turismo mordi e fuggi – (2/07/2017, da http://www.huffingtonpost.it/) – I veneziani, per un paio d’ore, sono riusciti a ‘sfrattare’ i turisti con un corteo voluto da una serie di comitati cittadini sotto lo slogan ‘MI NO VADO VIA’ riferito ALL’ESODO DEI RESIDENTI dalla città lagunare divenuta poco vivibile. Il corteo è stato aperto dallo striscione ‘VENEZIA È IL MIO FUTURO’, è stato accompagnato da cartelli che toccavano i più svariati temi caldi per la sopravvivenza in città come i PREZZI DELLE CASE, la MANCANZA DI NEGOZI ESSENZIALI sostituiti da botteghe di paccottiglia, il TRANSITO DELLE GRANDI NAVI da crociera a San Marco, e soprattutto L’INSOSTENIBILE PRESENZA DEL TURISMO MORDI E FUGGI

   Le soluzioni sono ridicole e impossibili: mettere il numero chiuso alle città d’arte, far pagare per entrare, alzare ancora di più i prezzi per provocare una naturale selezione, vietare tutto il possibile in modo da disincentivare chi spenderà poco a venire (i ricchi no, devono venire, per carità…), mettere le piazze “a numero chiuso”, su “prenotazione”, come pare si voglia fare nei prossimi mesi a Venezia.

Alle 6 di mattina del 23 luglio sei ragazzi belgi si sono tuffati nel Canal Grande dal ponte di Calatrava

   Già il fatto di far pagare i pullman per entrare nelle aree urbane delle città d’arte (Firenze, Venezia…), con prezzi molto alti, forse ha limitato le masse di turisti, specie quelli che arrivano per stare solo una giornata (“mordi e fuggi”) (ma che c’è di male andare a vedere una città senza doversi fermare la notte, se i soldi che si hanno sono pochi?). Ma quasi sempre le corriere si fermano, fanno sosta, fuori dalle città, dove non si paga, spesso lontano, costringendo i turisti a prendere il treno… (insomma, è solo un aggravio che si fa pagare ai meno ricchi – con incentivo della casse comunali – ma il risultato non cambia…).

VENEZIA – LE 12 BUONE PRATICHE PER IL VISITATORE RESPONSABILE costituiscono una sorta di vademecum di consigli e raccomandazioni per diventare viaggiatori più consapevoli e rispettosi dell’ambiente, del paesaggio, delle bellezze artistiche e delle tradizioni di Venezia.
1. Scopri i tesori nascosti di Venezia nei LUOGHI MENO FREQUENTATI per apprezzarne l’eccezionale bellezza.
2. Esplora le ISOLE DELLA LAGUNA e la VENEZIA DI TERRAFERMA, partecipa agli eventi diffusi in tutta la Città Metropolitana.
3. Assaggia i PRODOTTI LOCALI e i PIATTI TIPICI della cucina veneziana.
4. Visita le BOTTEGHE ARTIGIANE degli antichi mestieri ancora oggi esistenti a Venezia. Scegli solo PRODOTTI ORIGINALI e non acquistare merci da venditori abusivi.
5. Prenota visite con guide e accompagnatori turistici abilitati, capaci di trasmetterti la storia millenaria di Venezia.
6. Cammina A DESTRA, non sostare sui ponti, NON CONDURRE CICLI neanche a mano.
7. I monumenti, gli scalini di chiese, ponti, pozzi, le rive non sono aree pic-nic. Approfitta dei GIARDINI PUBBLICI per il ristoro, consulta la mappa.
8. L’area di Piazza San Marco è un SITO MONUMENTALE, non è consentito sostare al di fuori degli spazi previsti per consumare cibi o bevande.
9. Venezia è una CITTÀ D’ARTE: non è consentito il bivacco o il campeggio, né circolare a torso nudo, tuffarsi e nuotare. PER LE SPIAGGE, VISITA LIDO E PELLESTRINA.
10. RISPETTA L’AMBIENTE E I BENI D’ARTE: non abbandonare rifiuti, non imbrattare con scritte, disegni o lucchetti, non dar da mangiare ai colombi.
11. Se alloggi in appartamento, fai la RACCOLTA DIFFERENZIATA.
12. Pianifica il tuo viaggio e scegli di visitare Venezia quando è MENO AFFOLLATA.
http://events.veneziaunica.it/it

   Premesso che bene fanno le città comunque a stabilire regole di buona creanza, magari anche arrivando a sanzionare chi esagera, crediamo che sia difficile risolvere il problema del turismo di massa così, ma qualche tentativo va bene sia fatto… (ma, riteniamo, che fra una decina d’anni si parlerà ancora della stessa cosa, con masse di turisti ancora più consistenti…).

   La cognizione di una mobilità “prossima ventura” sempre maggiore, è comunque recepita ed è nell’aria: capiamo che di giorno in giorno tutti si sposteranno di più, non solo da sud a nord del pianeta, ma anche da est e ovest, anche localmente (a volte per veri motivi di necessità come sta accadendo da una trentina d’anni: andare all’università come pendolare quotidiano anche a più di 50 chilometri da casa, il lavoro che si trova lontano da casa, ma non tanto da trasferirsi…).

   E’ così il PENDOLARISMO DIFFUSO, e la mobilità come necessità non solo per vivere economicamente o per motivo di studio (cose che fin qui niente hanno a che vedere col turismo). Ma anche per voglia di conoscere il mondo, spostarsi da casa anche per pochi giorni o poche ore… questo crea una connessione costate di CITTÀ VIRTUALI (assai poco virtuali peraltro!) che si vengono a creare nella vita di ciascun individuo. Ben diverse (spesso totalmente diverse) dal Comune che rilascia la carta di identità.

L’AREA METROPOLITANA DI VENEZIA è una zona che comprende una vasta parte della Regione Veneto (…) ben oltre i confini di quella che sta diventando la Città Metropolitana di Venezia (…) I principali parametri utilizzati per individuarla (come la DENSITÀ DI POPOLAZIONE, la CRESCITA DEMOGRAFICA, il PENDOLARISMO e l’INTERDIPENDENZA) spostano il limiti di questa conurbazione ben oltre quelli delineati dall’attuale quadro socio-amministrativo (…) E’ un territorio che lega tra loro le AREE PROVINCIALI DI PADOVA, TREVISO e VENEZIA (…) comprende 243 comuni e quest’area ospita 2.657.076 abitanti (dati ISTAT al 1° gennaio 2013) costituendo il 54,4% della popolazione residente nella regione Veneto (…) (da http://www.veneziacittametropolitana.it/)

   E’ su questo fronte che proviamo qui un’analisi (abbandonando, per parlare delle “nuove città”, negli ultimi articoli qui proposti le disavventure di Venezia e del turismo di massa…) per dire essenzialmente DUE COSE sugli “spostamenti di persone” e la possibile crisi di “città invase”.

Nel Veneto i modelli di “NUOVA METROPOLI” da considerare sono identificabili in almeno TRE “CITTÀ” DIVERSE. La prima è la città formata da VENEZIA E PADOVA e dal territorio compreso tra le due; la seconda la città di VERONA da leggere anche nelle strette relazioni con il territorio lombardo. (….) Diverse le tematiche da affrontare in relazione alla CITTÀ ESTESA che si innerva a partire dai NODI DI VICENZA, TREVISO E COMPRENDE I COMUNI A NORD DEI DUE CAPOLUOGHI tra i quali, di fatto storicamente e geograficamente, si è ormai creata una completa continuità urbana, in relazione alla residenzialità, ai servizi e alla produzione. Questo ambito può essere considerato come un’unica area metropolitana, derivante dalla sintesi di nuclei urbani…(…) (da INU, Istituto nazionale di Urbanistica, http://www.inuveneto.it/)

   LA PRIMA è che bisogna finalmente ripensare gli assetti istituzionali attuali delle città e dei comuni, concretizzando la creazione di AREE METROPOLITANE (ben oltre e non solo, secondo noi, quelle poche previste ora istituzionalmente); ACCORPANDO I MEDI E PICCOLI COMUNI creando NUOVE CITTÀ autorevoli e competitive in quelle che sono le loro caratteristiche, le loro specialità, i servizi che offrono… E, non ultima, RIVEDENDO LE REGIONI ATTUALI, obsolete e costose, pensando a SISTEMI MACROREGIONALI che creino maggiore forza e attratività. Interessante, su questa linea, è l’articolo che qui vi proponiamo “Rilanciare l’area metropolitana” di Giancarlo Corò e Riccardo Dalla Torre, da “La Nuova Venezia”.

   IL SECONDO ELEMENTO che poi trattiamo in merito a “NUOVE CITTÀ” è il fatto che “LA INTERCONNESSIONE GLOBALE” DI UOMINI, IDEE, TECNOLOGIE, che sta già avvenendo, è possibile che automaticamente, senza volontà di alcuno, ci porti a vivere in UNA CITTÀ UNICA GLOBALE (leggete per questo l’interessante articolo su “Nuova Babilonia, la città fluida dei nomadi digitali” di Carlo Ratti, Daniele Belleri, dal quotidiano “La Stampa” che in questo post, assieme a tutti gli altri vi proponiamo). E dovremmo tenerne conto di questo automatismo, adattando servizi, necessità, modi di convivenza per non solo subire questo fenomeno. (s.m.)

CONSTANT NIEUWENHUYS (1920 – 2005), noto come CONSTANT, con un modellino della sua NEW BABYLON, la città estesa su una rete di piattaforme sopraelevate sull’Europa, dove ognuno avrebbe potuto riconfigurare sia il luogo di residenza sia lo spazio domestico (da LA STAMPA)

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I TUFFI DAL PONTE DI VENEZIA E LE CITTÀ D’ARTE TENTATE DAL TURISMO A PORTE CHIUSE

di Elena Stancanelli, da “la Repubblica” del 24/7/2017

– C’è chi impone divieti e chi cerca soluzioni perché i nostri centri storici siano tutelati, ma non deserti –

   Un romanzo qualsiasi, uno scrittore qualsiasi, la scena di alcuni ragazzi che all’alba si tuffano dal ponte di Calatrava a Venezia. Ottima per quando ci faranno un film, metaforica ed evocativa. Invece succede davvero, è successo la mattina del 23 luglio (i 6 tuffatori, belgi, sono stati identificati e saranno destinatari di «punizioni esemplari»). Continua a leggere

GLIFOSATE, un pesticida diffuso e contestato: presente in agricoltura e nella nostra alimentazione, nell’era del CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO – Gli enti di controllo e ricerca sottoposti all’influenza e pressione delle multinazionali chimiche agroalimentari – Ci sarà un’agricoltura pulita, un’alimentazione sana?

Usato da più di quarant’anni, il GLIFOSATO entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. TRA IL 1974, data del suo lancio sul mercato, E IL 2014 IL GLIFOSATO IMPIEGATO NEL MONDO È PASSATO DA 3.200 A 825MILA TONNELLATE ALL’ANNO. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready

   Parliamo in questo post di un diserbante “mondiale”, cioè con un utilizzo globale: il GLIFOSATO usato come erbicida in agricoltura, e venduto principalmente dalla multinazionale agroalimentare MONSANTO (che lo ha “inventato” nei primi anni ’70 del secolo scorso).

   Inizialmente, nei primi anni del suo utilizzo (40 anni fa), era usato prima di effettuare la semina, per togliere le erbacce. Ora invece, che vengono usati sementi geneticamente modificati resistenti a questo erbicida, può essere usato (e viene ampiamente usato!) anche dopo la semina, per tenere “puliti” i campi.

Giovedì sera 20 luglio a Conegliano Veneto hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco. Striscioni, fiaccole e slogan. Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici. Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura (foto da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017)

   Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto (ma non solo), che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida.

   E’ interessante questa connessione tra prodotto pesticida e semente geneticamente modificata resistente al pesticida: cioè “non preoccupatevi, potete usarlo, questo diserbante che abbiamo inventato, anche dopo la semina: la pianta, con la semina che abbiamo inventato, resisterà al veleno che eliminerà tutto il resto…”.

Il GLIFOSATO è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma fu COMMERCIALIZZATO come diserbante per l’agricoltura solo NEGLI ANNI SETTANTA, dalla MONSANTO. INIZIALMENTE era impiegato soprattutto PRIMA DELLA SEMINA per liberare i campi dalle erbacce. DA QUANDO ESISTONO LE PIANTE GENETICAMENTE MODIICATE RESISTENTI AL GLIFOSATO, questo diserbante può essere usato ANCHE DOPO LA SEMINA. Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto, che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida. Nel 2000 il brevetto detenuto dall’azienda statunitense è scaduto, e questo ha favorito la diffusione del glifosato in tutto il mondo: nel 2014 ne sono state prodotte circa 825mila tonnellate. Oggi il glifosato è prodotto da circa cento aziende in 130 paesi. Il glifosato è stato autorizzato negli Stati Uniti dall’Environmental protection agency e in Europa dalla Commissione europea, che lo ha approvato una prima volta nel 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles era attesa per il 2015, ma è stata rimandata più volte. Il 3 febbraio 2016 il parlamento europeo ha approvato una mozione in cui invitava la Commissione europea a vietare l’uso di tre varietà di soia geneticamente modificata resistente al glifosato negli alimenti e nei mangimi. Nel giugno del 2016 Bruxelles ha pro prorogato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 31 dicembre 2017 e allo stesso tempo ha chiesto un pronunciamento all’Agenzia chimica europea (Echa). Il 15 marzo 2017 l’Echa ha giudicato “sicuro” il Roundup, il diserbante della Monsanto basato sul glifosato. Il suo studio servirà alla Commissione come base per far ripartire le discussioni sul glifosato e cercare di prendere una decisione entro la fine del 2017. Greenpeace ha accusato diversi ricercatori dell’Echa, compreso il responsabile dello studio sul glifosato, di conflitto d’interessi, dal momento che in passato hanno lavorato come consulenti per l’industria chimica. (Le Monde, The Guardian, Internazionale)

   Da quando alcuni centri di ricerca hanno attestato che può essere cancerogeno, ci sono state delle limitazioni e delle proibizioni. Ma è un diserbante ora così diffuso che si teme possa essere fuori controllo il suo uso (se pensiamo anche che i prodotti alimentari arrivano da tutto il mondo…).

   Pertanto è sostanza che si usa ancora moltissimo, in modo generalizzato. E se utilizzato con quantità importanti, penetra anche nella falda acquifera. Lo usavano molto anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando viene sparso, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo solo fino a una decina di anni fa.

CIRC, LIONE – Il CENTRO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (CIRC) con sede a LIONE.(…) . Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (Oms), il compito principale del Circ è INDIVIDUARE E CATALOGARE LE SOSTANZE CANCEROGENE, ma ora QUEST’IMPORTANTE ISTITUZIONE COMINCIA A VACILLARE SOTTO IL PESO DEGLI ATTACCHI. Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “MONOGRAFIA 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito: IL CIRC CONSIDERA IL DISERBANTE PIÙ USATO AL MONDO GENOTOSSICO (cioè capace di danneggiare il dna), CANCEROGENO PER GLI ANIMALI E “PROBABILMENTE CANCEROGENO” PER GLI ESSERI UMANI. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la MONSANTO, un mostro sacro dell’agrochimica. (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Fa venire in mente l’uso allargato, generalizzato, fino a qualche decennio fa, della polvere di amianto. Fino ad accorgersi della letale conseguenza cancerogena. Ma qui la situazione è diversa, perché tanti studiosi non credono alla pericolosità di questo pesticida.

L’EUROPA SALVA IL GLIFOSATE MA LA MARCA TREVIGIANA LASCIA I DIVIETI – La Commissione Europea vuole rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione all’utilizzo del GLIFOSATE, molecola contenuta in molti diserbanti di comune utilizzo e responsabile delle caratteristiche “strisce arancioni” che in primavera colorano colline e aiuole. (…)…Sindaci e Consorzi del Prosecco trevigiani si chiedono se davvero fosse il caso, come hanno fatto nei mesi scorsi, di vietare il diserbo a base della molecola incriminata. Dalla Marca e DALLE COLLINE DEL PROSECCO, però, FANNO CAPIRE CHE INDIETRO NON SI TORNA: «Cancerogeno o meno, il glifosate è il simbolo dell’agricoltura che non ci piace, fatta di chimica e interventi invasivi». (Andrea De Polo, “la Tribuna di Treviso” del 20/7/2017)

   Tant’è che è possibile che la Commissione Europea autorizzi nei prossimi mesi la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE (accadrà questo solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri della Ue).

   E comunque, come dicevamo, nei giorni scorsi (siamo nel luglio 2017 che scriviamo) sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non è cancerogeno come invece sostenuto ad esempio (riprendiamo un articolo-reportage-inchiesta in questo senso in questo post) dal CIRC (Centro internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione; e come pare possa accadere con la ricerca portata avanti dal maggio 2016 dall’Istituto Ramazzini di Bologna.    E’ vero che il glisofate, pur diffuso globalmente, è già stato bandito nel nostro Paese per l’utilizzo nelle aree pubbliche (ad esempio per la “pulizia” delle aiuole dalle erbacce, sui cigli delle strade…) e la stessa Coldiretti ne stigmatizza l’impiego. Tant’è che incomincia ad essere, questo prodotto, meno presente nei consorzi agrari.

GLISOFATO NEL CIBO – GLIFOSATO, DOVE SI TROVA? – In Italia il glifosato è stato rinvenuto in PASTA e BISCOTTI ma fortunatamente in termini di tracce quindi non è previsto alcun ritiro dei prodotti dal mercato perché la quantità rinvenuta dovrebbe essere “entro i limiti di legge”. In particolare, i residui sono stati rinvenuti in prodotti come CORN FLAKES, FARINE, BISCOTTI, PASTA E FETTE BISCOTTATE. La presenza di glifosate nei prodotti esaminati fa capire che i residui (sempre nei limiti di legge) testimoniano una contaminazione molto diffusa, quasi ubiquitaria, quindi è difficile suggerire degli alimenti da evitare. GLIFOSATE NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. L’Unione Europea ha chiesto a tutti i Paesi di eseguire dei TEST per rilevare la probabile presenza di glifosate nell’acqua potabile che scorre dai nostri rubinetti. Nessuna Regione Italiana, purtroppo, ha analizzato la presenza di glifosate nelle acque potabili (di rubinetto) quindi non è possibile stabilire se il glisolate sia presente nell’acqua potabile ne’ in che quantità. (DA http://www.ideegreen.it/ )

   Però, se anche fosse che associazioni di categoria agricola e autorità territoriali lo proibiscono, è assai probabile che il glifosate arriva lo stesso: ad esempio in alimenti e cibi importati dall’estero, in altri Paesi europei, oppure come ad esempio nei rapporti commerciali europei appena instaurati con il Canada (l’accordo commerciale CETA, “Comprehensive Economic and Trade Agreement”), attraverso ad esempio l’importazione di cereali da quel Paese d’oltreoceano.

IL SITO UFFICIALE – Roundup® è un diserbante fogliare, sistemico, non selettivo. Fogliare, perché viene assorbito dalle parti verdi della pianta. Sistemico, poiché una volta penetrato, il principio attivo si muove verso i punti di attiva crescita (meristemi), causando una lenta morte della pianta dalle sue radici più profonde per mancanza di amminoacidi essenziali. Non selettivo, poiché esso distrugge ogni organismo vegetale. CONTINUA SU https://www.roundup.it/il_glifosate.php

   Nelle aree di produzione agro-alimentare c’è un sostanziale impegno a non usarlo più. Ad esempio, nell’area veneta di produzione del prosecco, non lo si utilizza. Pare di capire che sostanze chimiche di così largo utilizzo mondiale e di assai dubbia salubrità, cominciano a far paura prima di tutto proprio agli agricoltori, che forse capiscono la portata del pericolo sanitario, sulla salute delle persone, dei consumatori, cioè di tutti.

IL GLIFOSATE, ERBICIDA RESPONSABILE DELLE COSIDDETTE “STRISCE ARANCIONI” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. COLDIRETTI ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo. (foto: diserbo nell’uliveto, da http://www.osservatoriodellagodibolsena.blogspot.it )

   Dall’altra la reazione delle multinazionali per dimostrare che il loro prodotto non fa male è molto forte, pressante, fino a tentare di bloccare finanziamenti agli istituti di ricerca. E il mondo della ricerca ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere: per questo l’Istituto Ramazzini di Bologna fa conto in particolare del contributo di molti soci, come persone fisiche (libere da vincoli e preoccupate della salute loro e dei loro famigliari), cittadini che chiedono salute e chiarezza.

GLIFOSATO: L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA (NELLA FOTO LO STAFF DEI RICERCATORI) HA AVVIATO UNO STUDIO INDIPENDENTE, CIOE’ FINANZIATO DAI SUOI 27MILA SOCI – Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il COLLEGIUM RAMAZZINI (BOLOGNA) è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. (…..) NEL MAGGIO DEL 2016 IL RAMAZZINI HA AVVIATO UNO STUDIO DI TOSSICOLOGIA A LUNGO TERMINE SUL GLIFOSATO. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, FIORELLA BELPOGGI, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.(….) (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Pertanto assistiamo a multinazionali di prodotti chimici di dubbia salubrità che riescono a coinvolgere pure quotati studiosi che, spesso, vivono un doppio legame con il business agroalimentare fatto di collaborazioni passate e presenti con la stessa multinazionale chimica (collaborazioni ben remunerate); che fanno venire dubbi sulla loro neutralità di giudizio e di pensiero. Problematiche serie sulla sicurezza e tutela della salute, che anch’esse ora sono diventate più che mai tematiche globali, senza confini. (s.m.)

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SALVE, SONO IL GLIFOSATO, IL TUO PESTICIDA PREFERITO

di Isabella Pratesi, 3/5/2017, da http://www.huffingtonpost.it/

“Ci incontriamo ogni giorno e conosco il tuo organismo organo per organo. Mi accumulo nei tuoi tessuti un pochino per volta. Mi chiamano erbicida, oppure pesticida. Ma quello che è certo è che sono la sostanza più a buon mercato e diffusa per garantire produzioni agricole confacenti alle aspettative del mercato!

Tu non mi vedi, ma io ci sono. Sono nella pasta, nelle patate, nei biscotti, nella frutta… ti sono sempre vicino. D’altronde mi considero il migliore dei campi in Italia e nel mondo. Sono così efficace perché sono spietato con tutte le forme di vita! Faccio strage di piante selvatiche, pesci, anfibi, insetti e altri piccoli animali.

Non opero solo nei terreni agricoli, ma anche lungo le strade e le ferrovie, nei giardini pubblici e privati: il vento, le acque, le irrorazioni mi possono portare molto lontano e posso così raggiungere fiumi, centri abitati, cittadini, bambini.

L’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sospetta che sono molto tossico per tutta la vita acquatica e cancerogeno per gli animali.

Alcune ricerche mi mettono in correlazione con l’aumento di incidenza delle leucemie infantili, linfomi, malattie neuro-degenerative (parkinson in testa). Ma grazie a Dio questo non sembra minare la grande fiducia del mercato nei miei confronti: sono ancora il pesticida più venduto in Italia e nel mondo.

La mia migliore alleata si chiama PAC (Politica Agricola Comune: sono i fondi agricoli comunitari che oggi premiano gli agricoltori che mi utilizzano più di quanto premiano chi pratica l’agricoltura biologica e riesce a produrre cibo senza il mio aiuto… vi sembra poco? Non fatevi intimorire da chi usa lo spauracchio della salute. Lasciate che possa continuare a vivere accanto a voi, vicino vicino.

Sono il glifosato, il tuo pesticida di fiducia!” Continua a leggere