IL LITIO e la geografia della transizione ecologica delle materie prime – il LITIO per le batterie delle AUTO ELETTRICHE (e gli altri prodotti elettrificati) non può portare a un NEOCOLONIALISMO ESTRATTIVO – A Cile, Bolivia, Argentina si aggiunge il progetto in SERBIA – Come non ripetere gli errori del passato

“(…) La BOLIVIA possiede la più grande riserva di LITIO al mondo: il SALAR DE UNUY, una gigantesca distesa di sale di 10 mila km. Posto sulle ANDE a un’altitudine di 3.600 metri, è un luogo impressionante dove lo scintillio del sale confonde cielo e terra creando un unico manto lattiginoso visibile anche dallo spazio; nel tempo è diventato una visitatissima ZONA TURISTICA, con tutti i pro e contro che questo significa, ed ora a interferire con i DELICATISSIMI EQUILIBRI SOCIO-ECOLOGICI di una riserva naturale abitata da COMUNITÀ INDIGENE è arrivata anche l’ESTRAZIONE del LITIO. (…)” (Serena Tarabini, da “IL MANIFESTO” del 24/3/2021) (nella FOTO: Salar de Unuy, BOLIVIA – da Wikipedia)

   Da mesi ci sono dure proteste ambientaliste in Serbia (le più recenti nei primi giorni di gennaio, ma iniziate negli ultimi mesi del 2021) per chiedere al governo di respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale. Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, ha annunciato di voler dar vita a una grande miniera di LITIO in Serbia, nella Valle del fiume Jadar, a ovest di Belgrado e ai confini con la Bosnia.

   La multinazionale anglo-australiana stima che nei previsti 40 anni di vita, la miniera produrrà 2,3 milioni di tonnellate di carbonato di litio per batterie (un minerale fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici, e per lo stoccaggio di energia rinnovabile); e pure 160.000 tonnellate di acido borico necessario per le apparecchiature per le energie rinnovabili come i pannelli solari e le turbine eoliche.

SERBIA: LE PROTESTE CONTRO IL PROGETTO DI ESTRAZIONE DEL LITIO – “(…) EPICENTRO DELLE PROTESTE è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE DEL FIUME JADAR, sono custodite le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo, elemento essenziale nella produzione di batterie per le auto elettriche. La spinta alla decarbonizzazione ha accelerato i piani della multinazionale anglo-australiana che già da tempo aveva puntato gli occhi sulla valle del Jadar. E così dopo un’esplorazione lo scorso anno dei territori intorno a Loznica del valore di 200 milioni di dollari, Rio Tinto è passata all’azione, annunciando un investimento da 2,4 miliardi di dollari per la costruzione di quella che si ritiene sarà la più grande miniera di litio nel continente europeo. (…)” (Alessandra Briganti, da IL MANIFESTO) (nella FOTO: Autostrada bloccata in Serbia per la manifestazione contro la miniera di litio, foto da https://www.repubblica.it/)

   L’epicentro delle proteste è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE del FIUME JADAR, sono state scoperte le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo. Poi la protesta (anche a Belgrado) ha messo insieme l’annoso ed irrisolto problema dell’inquinamento atmosferico (soprattutto nella capitale), con appunto i controversi investimenti in campo minerario che, secondo attivisti e organizzazioni ambientaliste, rischiano di compromettere in modo irreparabile il territorio serbo: e proprio tra questi, in particolare c’è la miniera da due miliardi e mezzo di dollari di investimento progettata dalla Rio Tinto; ma anche lo sfruttamento dei giacimenti di rame a BOR, non lontano dal confine bulgaro, da parte della compagnia cinese Zijin.

“(…) La VALLE del JADAR è un’area rurale importante per la SERBIA. Inoltre, spiega al Guardian Dragana Dordevic, professoressa dell’Università di Belgrado, qui si trovano i BACINI dei FIUMI DRINA e SAVA, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. Bacini che, spiega la docente, sono in pericolo: ‘Tali miniere sono per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità’. (…)” (Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021) (la MAPPA della VALLE del JADAR è tratta da www.rainews.it/)

   Ora pare che il progetto del gigante anglo-australiano si sia (temporaneamente) fermato dopo così tante e tenaci proteste dei cittadini della Valle di Jadar e degli ambientalisti. Tutto bloccato, sembra, per ora, dinanzi ai timori di inquinamento (delle acque, del suolo) paventate dagli oppositori e dimostrate in altre parti del pianeta (specie nel Sud del mondo) nell’estrazione di questo materiale prezioso per l’elettrificazione, com’è il litio. Ma è più che sicuro che il progetto si riproporrà al più presto.

   Perché l’UE attualmente importa il litio per le batterie da fuori Europa. E la Serbia è un membro candidato a entrare nella UE, e la Commissione europea è chiaramente favorevole al progetto (la disponibilità di avere “in casa” il prezioso minerale, appena la Serbia sarà accolta); dall’altra ovviamente il presidente serbo Aleksandar Vucic e il suo governo non possono che essere favorevoli: una buonissima entrata finanziaria e un modo anche per accreditarsi con l’Europa nella velocizzazione della procedura di adesione. A spingere poi sembra ci siano le case automobilistiche tedesche, costrette ora a importare con difficoltà il minerale. Pertanto la battuta di arresto ambientalista e di preoccupazione e rifiuto della popolazione locale che dovrà convivere con la miniera, sono un ostacolo che da più parti si cercherà di rimuovere celermente.

– Il 65% del litio viene utilizzato nelle batterie (di vario tipo); il 18% nella produzione di materiali ceramici e vetro; il 5% nella produzione di grassi lubrificanti; il restante 12% ha altre destinazioni finali.
– Con 8 milioni di tonnellate, il Cile ha le maggiori riserve di litio a oggi conosciute, poi vengono l’Australia con 2,7 milioni di tonnellate, l’Argentina con 2 milioni e la Cina con 1 milione.
– Appartiene al primo gruppo (metalli alcalini). Il litio, nella sua forma pura, è un metallo tenero color argento, che si ossida rapidamente a contatto con l’aria o l’acqua.
(nell’immagine qui sopra: TABELLA ESTRAZIONE DEL LITIO e riserve disponibili tra Paesi, da https://www.flottefinanzaweb.it/)

   Ma è veramente pericolosa (e come) l’estrazione del litio in quel luogo della Serbia? Nella Valle di Jadar si trovano i bacini dei fiumi Drina e Sava, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. L’attività mineraria, secondo molti, è difficile che possa convivere con il sistemi naturali idrici dei luoghi in cui avviene. Quella poca informazione esistente sui danni all’ambiente causati dall’estrazione del litio spesso è stata commissionata (l’indagine) dalle compagnie estrattive stesse, informazioni che (c’è da pensare) siano molto interessate a far apparire queste forme estrattive più che compatibili. Significativo però che adesso alcune case automobilistiche vogliano “mettere le mani avanti” e pure loro studiare la sostenibilità di questa produzione mineraria.

“(…) Dal 2035 (fra soli 13 anni) in Europa non potranno più essere vendute automobili a motori termici a benzina o diesel. È ormai da tempo in corso una ristrutturazione industriale senza pari nel mondo dell’automobile e tutti i maggiori marchi automobilistici stanno andando verso l’ELETTRIFICAZIONE dei veicoli, da ibridi a plug-in a 100% elettrici. La vettura 100% elettrica promette (e mantiene) zero emissioni di CO2 durante l’utilizzo, tuttavia per affrontare correttamente il problema occorre valutare l’intero ciclo vitale, dalla produzione all’utilizzo, fino allo smaltimento. (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nell’immagine qui sopra: MAPPA LITIO nel mondo, da https://www.nogeoingegneria.com/)

   Il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema; e attualmente esistono ben poche garanzie per regole e risarcimenti.

   E’ così probabile che il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del modo di procurarsi, da parte degli Stati e delle aziende automobilistiche, del litio (ma anche di altri preziosi materiali, come il cobalto) per la realizzazione delle batterie per le auto elettriche. Il metallo, specie in Europa ma in tutti i Paesi ricchi, fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche.

“(…) L’ESTRAZIONE del LITIO dal terreno può avvenire in DUE MODI: CON L’ATTIVITÀ MINERARIA e CON LA SALAMOIA DELLE SALINE, CIOÈ PER AFFIORAMENTO. In entrambi i casi, si tratta di ATTIVITÀ DAL FORTE IMPATTO AMBIENTALE, come testimonia una inchiesta del Guardian, ripresa da Internazionale, su quanto sta avvenendo in CILE, il Paese con le più grandi riserve mondiali del materiale indispensabile per costruire le batterie ricaricabili e al secondo posto, dietro l’Australia, per produzione annua (…)” (da https://www.flottefinanzaweb.it/) (nella FOTO qui sopra: Cantiere di estrazione e prima lavorazione del litio nel deserto di Uyuni in Bolivia, foto da www.corriere.it/)

   In questo momento alcune grandi aziende automobilistiche impegnate nello sviluppo dell’auto elettrica (specie tedesche, come Volkswagen e Mercedes) riconoscono la necessità di un controllo diretto dell’attività mineraria per renderla sostenibile con l’ambiente che vanno ad intaccare. Forse per questo (concentrandoci sui minerali più strategici per l’elettrificazione, il litio e in parte il cobalto) non a caso le miniere sono finora per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità (il triangolo geografico mondiale del litio è tra Bolivia, Cile e Argentina); oppure in aree africane poverissime (come il cobalto nel sud del Congo) dove egemonie locali e paesi esteri predatori fanno quello che vogliono ai danni dell’ambiente e delle popolazioni locali (in Congo i bambini lavorano in queste miniere).

“(…) L’elemento centrale di un’autovettura elettrica è rappresentato dalle batterie per l’immagazzinamento dell’energia. Queste hanno bisogno di numerose materie prime, ma fra queste le più importanti sono il LITIO e il COBALTO. Nel mondo, attualmente, quasi tutto il COBALTO viene estratto dalle miniere del sud del CONGO, in condizioni disumane per i minatori. AMNESTY INTERNATIONAL e UNICEF hanno recentemente pubblicato un documento in cui denunciano l’impiego di oltre 40mila BAMBINI all’estrazione del cobalto (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nella FOTO: Baby-minatore in Congo per l’estrazione del cobalto, foto da https://www.acronico.iy/)

   Pertanto, si capisce che dove si può esprimere la propria contrarietà, più o meno democraticamente, difficile è superare l’opposizione alle nuove miniere. Serve per questo un nuovo approccio nella necessità di trovare questi minerali: garantire estrazioni di queste nuove materie prime senza impatti ambientali e sociali; che le popolazioni autoctone non ne abbiano un danno ma eventualmente dei vantaggi di benessere e affrancamento (nel Sud e nel Nord del pianeta).

“(…) IL 62% DELLE RISERVE MONDIALI DI LITIO sono rappresentate dalle SALINE e l’80% di queste riserve si trova nel triangolo tra ARGENTINA, CILE e BOLIVIA. (…) DEPOSITI DI LITIO IN NATURA SI TROVANO anche nelle rocce e ricavarlo, come avviene per esempio in Australia o in Cina, ha un certo costo, sia economico che ambientale. Nelle saline invece il litio viene ricavato semplicemente facendo evaporare l’acqua per mezzo della radiazione solare: niente esplosivi, niente pile di rocce sterili, niente residui tossici. Ma questo non significa che non ci possano essere delle conseguenze. (…)” (Serena Tarabini, da “Il Manifesto” del 24/3/2021) (FOTO: SALINE con grumi per ricavare il litio, foto da  www.repubblica.it/)

   La transizione ecologica vorrebbe (vuole) un approccio nuovo al mondo (umano, animale e vegetale); ma per realizzarla, come nel caso dell’elettrificazione dei veicoli, rischia di andare contro i suoi stessi principi, quando cerca di accaparrarsi negli stessi modi di prima le nuove materie prime (come è il caso del litio). E’ necessario evitare, non replicare, gli errori del passato. Vanno trovate le soluzioni perché ciò non accada.

   L’opportunità data pur dalla negativa situazione del riscaldamento climatico è quella di cambiare i rapporti di sfruttamento sull’ambiente e sui paesi cosiddetti poveri del mondo. Per riuscire nella riconversione ecologica non si può che unire le forze tra i popoli: una svolta sociale. Per le auto elettriche il litio (il nuovo petrolio) va pagato al prezzo giusto e può (deve) diventare occasione di affrancamento culturale ed economico di parte del Sud del pianeta (cioè realizzare il volto migliore della globalizzazione). (s.m.)

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LOZNICA, nella Valle dello Jadar, luogo delle proteste contro la proposta di miniera di LITIO (vedi nella MAPPA: si trova a ovest di Belgrado ai confini con la Bosnia Erzegovina (MAPPA da https://www.treccani.it/)

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IL LITIO IN EUROPA (SERBIA) APRE LA SFIDA DEI METALLI PER IL 2022

di Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/

– In Europa la miniera di litio serba già sta facendo scalpore: il gigante Rio Tinto ha interrotto i lavori. Perché? Il 2022 segnerà la sfida su uno dei metalli più ricercati per la transizione green –

   L’estrazione del metallo è vitale per la rivoluzione dei veicoli elettrici e sarebbe un potenziale vantaggio economico per la Serbia (dove è stato scoperto un giacimento), aiutando l’accesso in Europa a una risorsa strategica.

   Ma il progetto del gigante australiano Rio Tinto si è fermato dopo tante e tenaci proteste dei cittadini della valle serba di Jadar, dove era nato il progetto di uno dei più grandi giacimenti di litio d’Europa.

   Tutto bloccato, dinanzi a timori ambientalisti – il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema – e poche garanzie per regole e risarcimenti.

   Il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del litio in Serbia? Il metallo in Europa fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche

La miniera di litio in Serbia non si farà (per ora)

Le ultime novità sull’ambizioso progetto di Rio Tinto per estrarre litio in Serbia raccontano del colosso che ha deciso di fermarsi.

   Troppe le proteste ambientaliste, evidente la titubanza del presidente serbo che si prepara alle elezioni dell’anno prossimo e palese la volontà della città di Loznica (in Serbia) che ha ritirato una decisione di zonizzazione per consentire lo sviluppo industriale nella valle.

   Il presidente serbo Aleksandar Vucic, che sostiene la miniera, ha affermato che non procederà a meno che il Paese non sostenga il progetto e non vengano applicati gli standard ambientali. La controversa legge sull’espropriazione dei terreni, necessaria per gli scavi di Rio Tinto, tornerà in Parlamento.

   La multinazionale mineraria, che si è impegnata a investire 2,4 miliardi di dollari per costruire il giacimento di litio, ha insistito sul fatto che non abbandonerà lo sviluppo del territorio e ha promesso un maggiore dialogo con la gente del posto. Per conquistare i locali ha ristrutturato scuole e impianti sportivi.

   Rio Tinto ha affermato che l’effetto ambientale dei pozzi profondi 500 metri, di un impianto di lavorazione e di un impianto di stoccaggio dei rifiuti sarebbe minimo.

   Ma i manifestanti e gli ambientalisti credono che il progetto distruggerebbe terreni agricoli preziosi.

“Non c’è alcuna possibilità che questa miniera possa estrarre il litio in modo ecologicamente sostenibile”, ha affermato Savo Manojlovic, leader di Kreni Promeni (Go, Change), il principale gruppo dietro le proteste. “Questa non è come la passione verde dell’occidente. Per noi è una questione di sopravvivenza.”

   Il caso racconta molto delle prossime sfide del mondo più verde. Le proteste in Serbia riflettono una battaglia più ampia che l’industria mineraria e i responsabili politici devono affrontare nel passaggio a un’energia pulita.

   Elettrificare l’economia globale richiede più minerali come rame, litio e cobalto, ma sta diventando sempre più difficile superare l’opposizione alle nuove miniere. E, soprattutto, garantire sfruttamenti responsabili e con impatti ambientali e sociali limitati.

Cosa significa (anche per l’UE) sfruttare il litio serbo?

Pur con tanti dubbi, la Serbia stava facendo affidamento a questa preziosa scoperta.

   La produzione economica pro capite del Paese balcanico è circa un terzo dell’Europa occidentale e Belgrado sperava che il litio diventasse un pilastro economico. Rio afferma che la miniera contribuirebbe direttamente all’1% e indirettamente al 4% del PIL del Paese.

   Il Governo vedeva ulteriori vantaggi nel rendere Jadar parte di una catena di fornitura di metalli per batterie, dall’estrazione mineraria alla produzione di veicoli elettrici.

   L’impatto economico totale, compresi altri investimenti, potenzialmente promette di essere superiore a 10 miliardi di euro all’anno, fino al 22% del PIL.

   Secondo i documenti visionati dal FT, Belgrado aveva messo in conto che la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo per quota di mercato, investisse fino a 2,5 miliardi di euro. Altri produttori di batterie come la tedesca Varta o la slovacca InoBat, una società sostenuta da Rio, poteva aggiungere altri 1,5 miliardi di euro. Una casa automobilistica come Volkswagen poteva investire 3 miliardi di euro nella produzione di veicoli elettrici.

   Oltre alle sue conseguenze economiche, la miniera poteva innescare un importante impatto geopolitico. La Serbia lotta per avere influenza nei Balcani tra UE, Russia e Cina.

   Il litio dava a Belgrado la possibilità di esercitare un’influenza maggiore sull’UE, che è rimasta indietro rispetto alla Cina nella corsa ai materiali per le batterie, e in particolare alla Germania, le cui case automobilistiche vogliono procurarsi le batterie localmente piuttosto che dipendere da Pechino.

   Tutto fermo, per ora. C’è da scommettere che si tornerà a parlare del litio serbo. Anche perché il presidente Vucic ha promesso di coinvolgere l’Unione Europea per garantire un’estrazione sicura. (Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/)

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SERBIA: CONTINUANO LE PROTESTE CONTRO L’ESTRAZIONE DI LITIO

di Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022

– Centinaia di manifestanti in Serbia hanno bloccato il traffico in diverse località del Paese, il 3 gennaio, per protestare contro la possibile creazione di miniere per l’estrazione di litio –

   A riportare la notizia, il 3 gennaio, è stata l’emittente indipendente RFE/RL. È da settimane che continuano le proteste ambientaliste, organizzate da manifestanti per esortare il governo a respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale.

   Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, con sede a Londra, ha annunciato di studiare il possibile sviluppo di una miniera di litio in Serbia. Gli esperti ritengono che il Paese potrebbe ospitare una delle più grandi strutture estrattive d’Europa. La miniera avrebbe il potenziale di generare entrate significative dall’esportazione, nonché creare numerosi posti di lavoro per la Serbia, soprattutto se il Paese decidesse di raffinare localmente il litio e di sviluppare impianti di batterie a base del materiale.  

   Da parte sua, Rio Tinto ha ribadito che rispetterà le leggi e gli standard ambientali, ma i gruppi ecologisti temono che le miniere di litio possano arrecare gravi danni all’ambiente. Ad oggi, la società ha effettuato solo esplorazioni. “Rio Tinto deve lasciare la Serbia”, ha dichiarato Aleksandar Jovanovic, uno dei leader della protesta. Tali progetti sono sostenuti dal presidente serbo, Alaksandar Vucic, che ha più volte condannato le manifestazioni, definendole “politiche”. Tuttavia, il leader di Belgrado ha assicurato che non verranno implementati i piani per la costruzione delle miniere finché non saranno completate le dovute valutazioni ambientali.

Il litio rappresenta una materia prima fondamentale per la produzione di gran parte delle moderne apparecchiature tecnologiche, anche in campo militare. Inoltre, si prevede che, nei prossimi anni, la domanda di auto elettriche alimentate a batteria al litio possa subire un brusco aumento, soprattutto perché Stati Uniti, Europa e Cina stanno tentando di ridurre le emissioni di carbonio.

   A livello globale, la disponibilità del litio resta limitata e, al momento, il suo mercato starebbe assistendo ad una fase di cambiamento. Dopo un periodo di disponibilità in eccesso rispetto alla domanda che si è protratto fino al 2018, la situazione è cambiata con la crescita del settore delle auto elettriche, soprattutto a partire dalla scorsa estate.

   Nel mese di gennaio 2021, le vendite di automobili elettriche in Asia sarebbero triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al contempo, anche in Europa il mercato delle automobili alimentate con fonti alternative ha superato quello di veicoli alimentati a diesel per la prima volta, nel terzo trimestre del 2020. In tale contesto, è iniziata a verificarsi una carenza nelle forniture di litio. Secondo alcuni esperti citati da Global Times, nel 2020, per la prima volta, l’equilibrio tra offerta e domanda di litio è stata in deficit.

   In tale quadro, è importante sottolineare che la Serbia è chiamata a far fronte i suoi problemi ambientali per avanzare verso l’adesione all’Unione Europea. Vucic ha più volte espresso l’intenzione di favorire l’ingresso di Belgrado nell’UE, ma, al contempo, ha anche promosso stretti legami con Russia e Cina.

   Quanto a quest’ultima, sono stati attivati numerosi investimenti cinesi nel settore minerario e infrastrutturale serbo. Mosca, invece, ha approfittato delle recenti controversie tra Serbia e Kosovo per riavvicinarsi allo storico alleato. Nei mesi di settembre e ottobre, le tensioni tra Serbia e Kosovo si sono riacuite a causa di una controversa disputa sulle targhe, culminata con il dispiegamento di veicoli blindati e truppe lungo i confini che i due Paesi condividono.

   Sebbene la crisi sia poi stata risolta, il 30 settembre, grazie ad un accordo mediato dall’Unione Europea, la Russia ha colto l’occasione per riemergere negli affari serbi. Nell’ultimo periodo, il focus è stato posto sulle questioni ambientali, sia in Serbia sia in altre nazioni balcaniche, a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. I manifestanti hanno organizzato le varie proteste durante i fine settimana per condannare le autorità serbe, che sembrerebbero favorire gli interessi degli investitori stranieri. (Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022) 

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LA PIÙ GRANDE MINIERA DI LITIO IN EUROPA MOSTRA IL LATO OSCURO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021 Continua a leggere

IL NUCLEARE È ENERGIA VERDE IN EUROPA?? – La ripresa del progetto nucleare (per aiutare la FRANCIA a risistemare le sue obsolete centrali) con l’inserimento dei reattori atomici tra le energie pulite sembra (è) cosa fuori del tempo (e la GERMANIA si astiene, pur chiudendo le sue centrali) – E l’ITALIA?

“(…) IL DADO È (QUASI) TRATTO – IL VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS È SCRITTO nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della FRANCIA per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la GERMANIA avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. IL NUCLEARE SARÀ INCLUSO TRA LE FONTI ENERGETICHE INDICATE DALLA COMMISSIONE UE COME MERITEVOLI DI RICEVERE UN SOSTEGNO ECONOMICO nell’ottica di riduzioni delle emissioni. La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però L’OK È SCRITTO NERO SU BIANCO. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la FRANCIA, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021) – (l’immagine qui sopra è ripresa da https://www.qualenergia.it/ )

   La Commissione Europea ha preso una decisione, in tema di impianti energetici, che sconfessa la sua volontà, finora espressa, di perseguire un Green Deal. Infatti il nucleare viene incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione come meritevoli di ricevere un sostegno economico: questo nell’ottica delle riduzioni delle emissioni, cioè che le centrali nucleari non producono Co2, e allora vanno bene. La bozza del piano elaborato dalla Commissione Ue, prevede infatti l’inclusione proprio del nucleare (a del gas naturale) nella tassonomia Ue (cioè nella lista delle attività definite sostenibili da Bruxelles).

“(…) A metà 2021 si contavano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019. Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima. (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) (nell’immagine: la situazione degli impianti nucleari nel mondo – sempre da https://www.reteclima.it/)

   E’ evidente che questa decisione è pesantemente condizionata dalla Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma; ma che anche deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti (la maggior parte molto vecchi). Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro (e c’è bisogno dell’aiuto Ue).

   Interessante il fatto che se “solo” Germania, Austria, Spagna e Lussemburgo si sono all’inizio opposte a questa decisione, nel giro di 24 ore la Germania ha fatto sapere, attraverso il nuovo cancelliere Scholz, che non si opporrà più, che si asterrà su questa decisione. Una decisione necessitata dal mantenere stretti rapporti di amicizia con la Francia, oltreché forse dal fatto che la Germania (che sta spegnendo tre delle sue ultime sei centrali nucleari) si è accorta di avere molto pochi alleati per un’eventuale opposizione. E anche della necessità di aiutare l’alleato Macron che in aprile di quest’anno dovrà affrontare non facili elezioni presidenziali per una sua possibile riconferma.

“(…) Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020. Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1). In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più…(…) La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (L’IMMAGINE: Costruzione centrali nucleari negli anni, sempre da https://www.reteclima.it/)

   E così l’Unione Europea apre la possibilità concreta di rilanciare l’energia nucleare come fonte green; produzione di energia nucleare in questo periodo storico per tanti motivi in crisi (vi invitiamo a leggere quanto scrive “ReteClima” sul tema riportato in questo post qui di seguito). Nucleare green assieme anche al gas naturale: con la condizione per quest’ultimo che la sua emissione di Co2 non superi i 270 grammi per kilowatt; e che il via libera a nuovi investimenti nel gas avvenga solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Sul gas (di cui l’Italia usufruisce per la maggiore) ci troviamo d’accordo nel considerarlo combustibile fossile “di transizione” nel passaggio completo alle fonti rinnovabili, il male minore; che invece il nucleare passi come una energia rinnovabile ed ecologica, ci sembra cosa incredibile.

NUCLEARE, LA GERMANIA fa retromarcia: SI ASTERRÀ sulla decisione Ue di inserirlo tra le energie pulite
Nonostante le parole di fuoco del ministro dell’Economia e leader dei Verdi contro la proposta della Commissione, il governo SCHOLZ (nella foto il nuovo cancelliere Olaf Scholz) ha deciso di non chiedere modifiche al testo: Berlino sa di non avere molti alleati

   Incidenti catastrofici che hanno segnato il dolore e la vita di milioni di persone (Cernobyl, Fukushima, il pericolo scampato a Three Mile Island….), il fatto che l’atomo sia pericolosissimo (e costosissimo è fare centrali…), che le scorie radioattive abbiamo effetti letali per decine di migliaia di anni (eredità nostra al mondo futuro, umano, ma anche animale e vegetale….), tutto questo non conta, in prospettiva poi di ribadire l’avvento di un Green Deal, una nuova era verde…..

Evoluzione tra il 2009 e il 2020 del prezzo della generazione elettrica con diverse tecnologie (immagine da https://www.dw.com/)

   Il 2022 parte dunque, sul versante energetico per l’Europa, con una delusione rispetto alle aspettative finora espresse, di una svolta energetica: ci troviamo invece tra la necessità di andare decisamente verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, e dall’altra al contrario di ribadire un percorso nuclearista che ritenevamo oramai superato (almeno nell’Unione Europea, pur riconoscendo l’anomalia dei cugini francesi…).

L’ETÀ MEDIA della flotta di reattori nucleari in operazione è in crescita, ATTESTANDOSI OGGI A 30,7 ANNI: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni. (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021)

   E anche l’Italia tacerà, si adeguerà; divisa sui contenuti energetici al suo interno; e pur ricordandosi il referendum (del 1987) di bocciatura del nucleare; e della improbabilità nel nostro Paese che si voglia riprendere un progetto nuclearista (in Italia non si riesce ancora a “collocare definitivamente” -triste dicitura…- il lascito delle scorie radioattive prodotte quarant’anni fa).

   La strada che sembrava prospettarsi positivamente fino a qualche mese fa, appariva assai condivisibile: un modello energetico fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione (noi avremmo solo aggiunto qualcosa sul risparmio energetico). Ora la situazione è diversa.

Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa (immagine da https://www.reteclima.it/)

   L’iter per questa decisione europea, che porterà a consistenti finanziamenti per i Paesi che hanno centrali nucleari, in primis la Francia, ma anche per chi vorrà (o chiederà) di perseguire il progetto di reattori atomici, questo iter di approvazione della bozza di Bruxelles ha un percorso non breve: il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e dei governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo; e poi la decisione entrerà in vigore nel 2023…e anche se adesso pertanto nulla è ancora definitivo, è presumibile che il tutto possa passare. Una decisione a nostro avviso scellerata. Un passo indietro per una vera “nuova Europa”. (s.m.)

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ALLO STUDIO IMPIANTI NUCLEARI DI IV GENERAZIONE (in possibile costruzione tra non meno di 10 anni) “(…) I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive (ridotta la loro vita a soli 300 anni!!!).   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR). Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo “i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo(da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (Immagine: STOP NUCLEARE, da https://www.dw.com/)

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RETECLIMA

ANACRONISTICO NUCLEARE: IL MERCATO HA SCELTO LE FONTI RINNOVABILI, PIÙ ECONOMICHE E SICURE

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

   Le fonti energetiche rinnovabili costano circa quattro volte in meno rispetto al nucleare.

Nel 2020 produrre 1 kWh di elettricità con il fotovoltaico è costato in media 3,7 $/kWh, con l’eolico 4 $/kWh, con il gas è costato 5,9 $/kWh, con il carbone 11,2 $/kWh e con il nucleare ben 16,3 $/kWh .

   A riportare questi dati è il “World Nuclear Industry Status Report 2021” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

   Il rapporto è stato curato da Mycle Schneider, consulente energetico indipendente con sede a Parigi, che nella stesura ha coinvolto numerosi altri esperti internazionali e prestigiose università (Harvard, British Columbia, Tokyo, Berlino).

LA SITUAZIONE DEGLI IMPIANTI NUCLEARI NEL MONDO

A metà 2021 si contano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019.

   Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima.

   Tutto questo non vale però per la Cina, dove si concentrano le nuove installazioni, senza la quale la diminuzione della produzione sarebbe ancora maggiore: nel 2020, la Cina ha infatti prodotto per la prima volta più elettricità nucleare della Francia, paese che ricava dal nucleare il 71% della propria energia, risultando seconda solo agli Stati Uniti.

   Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020.

   Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1).

   In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più, comprese due unità la cui costruzione ha avuto inizio rispettivamente 36 e 45 anni fa.

   La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti. Si tratta di un classico cane che si morde la coda: le aziende costruttrici sono costrette ad aumentare in itinere la potenza dei generatori, nello sforzo di utilizzare l’economia di scala per rimediare a costi ormai insostenibili, e così questi costi crescono ancora.

   Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa.

   L’età media della flotta di reattori in operazione è in crescita, attestandosi oggi a 30,7 anni: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni.

   A metà 2021 il WNISR 2021 conta un totale di ben 196 reattori chiusi, di cui solo 20 sono stati completamente smantellati, mentre i rimanenti sono o in attesa di decommissioning o in fasi diverse del processo di chiusura.

   Ricordiamo che, come capita anche per le centrali a carbone o a gas, ovviamente anche i reattori nucleari hanno una “data di scadenza”, cioè un periodo di tempo predeterminato di operatività oltre il quale non è più possibile – o economicamente sostenibile – mantenerli attivi.

   I primi impianti (di I e II generazione) erano stati progettati per funzionare per un periodo di circa 30 anni, mentre per le centrali più moderne la durata operativa potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

   Alla fine di questo periodo è necessario iniziare il cosiddetto processo di decommissioning, che consiste in una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento completo dell’impianto: la durata media di questo processo è di circa 20 anni.

   I fondi stanziati dai governi per queste operazioni vanno dai 23-38 miliardi di euro di Francia e Germania, fino ai 109-250 miliardi di euro stimati nel Regno Unito. Gli autori del report sottolineano, però, che né Francia né U.K. hanno mai smantellato completamente alcun reattore; quindi, al momento, abbiamo a disposizione solo delle stime e nessun dato economico reale a consuntivo.

LA NUOVA GENERAZIONE DI REATTORI

Ma allora perché si continua, anche in Italia, a parlare di nucleare come di un’opzione fattibile?

   I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive.

   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).

   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR).

   Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. I componenti di questi reattori possono essere assemblati in fabbrica prima di essere inviati al sito di costruzione, inoltre, è possibile installare più unità (moduli) nello stesso impianto, in modo da poter regolare la potenza erogata in base alle necessità

   Molti di questi reattori, infine, adottano la cosiddetta “sicurezza passiva”, cioè non richiedono l’intervento umano per l’attivazione delle misure emergenza.

   Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo. “I cosiddetti reattori avanzati di vario tipo, compresi i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), fanno molto rumore nei media, hanno ottenuto diversi finanziamenti pubblici, ma i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo.

   I pochi esemplari in costruzione (Argentina, Cina, India) hanno subito numerosi ritardi e ci vorranno ancora anni per il loro completamento.

   In Russia i due mini-reattori montati su una chiatta galleggiante nell’Artico, connessi alla rete nel 2019, hanno avuto un costo per unità di generazione pari al doppio di quello delle più costose centrali di III generazione: in Corea del Sud il reattore SMART non risulta appetibile ai privati in quanto economicamente non competitivo.

   In conclusione; pur essendo potenzialmente interessanti a livello teorico, purtroppo si tratta di tecnologie ancora allo stadio embrionale che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040.

   La transizione energetica non può però aspettare questi tempi, deve essere attuata immediatamente: aspettare altri dieci anni (o più) implicherebbe quasi sicuramente superare i +2°C di aumento della temperatura media globale, la soglia limite concordata negli accordi climatici internazionali.

LE RINNOVABILI HANNO GIÀ VINTO SUL MERCATO

Il capitolo finale della pubblicazione offre un paragone impietoso tra nucleare e rinnovabili da un punto di vista economico.

   Nel 2020 la capacità nucleare netta è aumentata di 0,4 GW, mentre sono stati installati ben 256 GW di rinnovabili non idroelettriche (soprattutto eolico e fotovoltaico).

   L’investimento totale in nuova elettricità ottenuta da solare ed eolico ha superato i 300 miliardi di dollari, ben 17 volte il valore degli investimenti globali effettuati per l’energia nucleare: serve però sottolineare anche il fatto che i finanziamenti al nucleare sono essenzialmente pubblici (non solo in Cina e Russia, ma anche in Francia), mentre le rinnovabili hanno da tempo attirato l’interesse e gli investimenti dei privati.

   Per quanto riguarda i costi, l’analisi dell’LCOE* (basata sulle autorevoli stime di Lazard), mostra che, tra il 2009 e il 2020, i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi del 90%, quelli dell’eolico del 70%, mentre per il nucleare questi costi sono aumentati del 33%.

   Nel 2020 le rinnovabili nell’UE (compreso l’idroelettrico) hanno superato per la prima volta i combustibili fossili diventando la fonte primaria di elettricità; inoltre, anche senza l’idroelettrico, hanno per la prima volta generato più energia dei reattori nucleari.

   “Le rinnovabili oggi sono diventate così economiche che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi di base delle centrali nucleari”

   “Oggi dobbiamo mettere al primo posto la questione dell’urgenza […] ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica perché questo denaro non può essere usato per investire in opzioni più efficienti di protezione del clima.” (MYCLE SCHNEIDER, intervista rilasciata a DW)

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

*L’LCOE (Levelized Cost of Energy) è una misura sintetica della competitività economica complessiva delle diverse tecnologie di generazione di energia. Rappresenta il costo di produzione di 1 MWh di energia elettrica generata, comprensivo dei costi di costruzione e di gestione dell’impianto di generazione (tratto dal sito ENEA).

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COMMISSIONE UE, VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS COME FONTI UTILI PER LA TRANSIZIONE VERDE. ALL’ATOMO AIUTI FINO AL 2045

da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021

– Il via libera a nucleare e gas è scritto nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della Francia per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la Germania avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. Salvini: “Pronti a raccogliere firme per referendum” –

   Il dado è (quasi) tratto. Il nucleare sarà Continua a leggere

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è la priorità, con l’emergenza Covid, del 2022 – Ma riuscirà a realizzare le sue MISSIONI? (rivoluzione verde e digitale, mobilità sostenibile e inclusione sociale, istruzione e salute) – E saremo solo spettatori o si potrà “partecipare” al Piano? (e i Comuni ce la faranno?)

LA PARTECIPAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI E DEMOCRAZIA “(…) Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate (ovvero il mondo vegetale e animale). Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine….(…)” (DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021) (foto ripresa da http://www.ilgazzettinodisicilia.it/)

   I 51 obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), obiettivi che sono stati approvati entro il 31 dicembre 2021 per avere dalla UE la prima rata di elargizione e prestito (sono 10 rate, una ogni 6 mesi se si dimostrano adempiuti gli impegni presi – che pertanto l’ultima è al 30/6/2026 -; questa prima rata è di 24,1 miliardi di euro sul totale di 191,5 delle 10 rate semestrali con un prefinanziamento già avuto ad agosto di 24,9 miliardi), ebbene, questi 51 obiettivi “raggiunti” possono deludere a una loro lettura: nel senso che sono per lo più (possiamo dire tutti) delle condizioni pre-procedurali, e niente come cose effettivamente fatte o avviate alla realizzazione. Dei 51 obiettivi, 27 si parla di riforme (come giustizia, concorrenza, fisco…) da fare e 24 di investimenti… ma niente di concreto: si parla di norme da farsi, di “entrate in vigore” di disposizioni di procedure da mettere in atto da parte dell’apparato statale (specie sui temi della giustizia civile e penale), e anche, qualche obiettivo su forme di norme che servono alla digitalizzazione (come quella del turismo).

ITALIA DOMANI: Il logo del PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – per scaricare il Piano: PNRR Aggiornato.pdf

   Aspetti finora, in questa prima fase (con opere e cambiamenti che dovrebbero concludersi nella loro operatività nel 2026), ancora da identificare bene (molti impegni legislativi…) a chi pensava di entrare già nei contenuti e nella fase concreta delle 6 MISSIONI che questo PNRR si è posto (lo ha posto la Commissione europea per il nostro Paese): 1-Digitalizzazione, cultura e turismo (40,3 miliardi), 2-Rivoluzione verde e transizione ecologica (59,5 miliardi di euro), 3-Infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,4 miliardi),  4-Istruzione e ricerca (30,9 miliardi), 5-Inclusione e Coesione (19,9 miliardi), 6-Salute (15,6 miliardi). Pertanto, finora, niente di “applicato” alla realtà, in opere e servizi che si definiscono innovativi verso il futuro.

Se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i COMUNI (70 miliardi di euro, il 30%), RIUSCIRANNO GLI ENTI LOCALI a trovare le risorse operative e intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro, portando a termine le MISSION del PNRR?

   E’ una serie lunghissima di traguardi o obiettivi da raggiungere (520, di cui 154 sono riforme da farsi e il resto fasi di attuazione degli investimenti sulle 6 missioni previste); e il cadenzare dei tempi per l’amministrazione centrale, le regioni e i comuni coinvolti ha tempi molto stretti: ad esempio per quanto riguarda la missione 5 “Inclusione”, riguardante il “sociale” (infrastrutture sociali, famiglie, comunità, lotta alla povertà, terzo settore etc….) i progetti dovranno essere presentati entro il prossimo 31 marzo, e per l’estate 2022 dovranno esserci i decreti ministeriali di approvazione di questi progetti…. 

   E poi tutti i progetti del PNRR devono essere conclusi (realizzati) entro il 31 marzo 2026: considerati i tempi di costruzione di molte opere pubbliche italiane, è una scadenza piuttosto ambiziosa.

Le 6 MISSIONI del PNRR (schema ripreso da https://www.moltocomuni.it/)

    E uno dei punti che ci preme “osservare”, è che nella operatività per avere quei fondi, quei finanziamenti (che di 191,5 miliardi, solo 68,9 sono contributi dati a fondo perduto, cioè senza dover restituire niente, gli altri 122,6 miliardi sono prestiti) si stanno cercando di mettere in moto strutture pubbliche (tutti i ministeri competenti…) e Enti locali (le regioni, i maggiori comuni, ma anche i piccoli: nel sociale gli Ats, Ambiti territoriali sociali…) che devono “correre” a presentare piani per avere l’approvazione e i finanziamenti (e poi fare gli eventuali appalti rivolti ai privati che dovranno “realizzare”) nelle varie tematiche, con una metodologia peraltro molto seria (di riscontro continuo dei risultati, di monitoraggio), ma che appare a nostro avviso ancora lontana dall’individuare i TRAGUARDI (milestones o traguardi, dice la Relazione: “rappresentano fasi essenziali dell’attuazione, fisica e procedurale, come l’adozione di particolari norme, la piena operatività dei sistemi informativi, o il completamento dei lavori…”) e gli OBIETTIVI (“target o obiettivi sono indicatori misurabili – di solito in termini di risultato – dell’intervento pubblico, come i chilometri di ferrovie costruiti; oppure di impatto delle politiche pubbliche, come l’incremento del tasso di natalità”).

PNRR MISSIONE DIGITALIZZAZIONE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma, se volete leggere i 51 obiettivi (o target) “raggiunti” (?….come detto all’inizio, si tratta solo di condizioni pre-procedurali…), nella RELAZIONE AL PNRR, documento di 100 pagine pubblicato il 23 dicembre dal Governo (i 51 obiettivi sono elencati da pagina 49), questo è il link:

https://www.governo.it/sites/governo.it/files/RelazionePNRR.pdf 

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PNRR MISSIONE RIVOLUZIONE VERDE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)
 “(…) La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” (…)”
(DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021)

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PNRR MISSIONE MOBILITA’ SOSTENIBILE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Si vuole in particolare qui porre in evidenza come, per un così importante PIANO che coinvolge tutto il Paese, vi sono problemi di “democrazia partecipata” che rimangono irrisolti; e poi di organizzazione degli Enti locali medio-piccoli, che paiono incapaci di farsi carico della gestione delle loro aree di competenza. E cioè:

1) non si sta forse lasciando alla porta, come spettatori passivi, soggetti che potrebbero dire qualcosa nella realizzazione dei vari obiettivi del Piano? (come associazioni competenti in certi ambiti delle missioni del Piano, e scuole e università, imprese sociali, ordini professionali, i soggetti del terzo settore, singoli interessati, gruppi informali…) (dove è andata a finire l’intenzione, anche normativa di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali degli apparati pubblici, che già è stata normata negli anni ’90 del secolo scorso?);

2) se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i Comuni (70 miliardi di euro, il 30%), riusciranno gli enti locali a trovare le risorse operative ed intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro (senza magari essere fagocitati da “privati” interessati…)? (su questa problematica si rinnova la questione della necessità di arrivare a una rideterminazione estesa dei Comuni con FUSIONI che portino a nuove realtà urbane più confacenti alle realtà odierne dei territori, ma per il Pnrr purtroppo non c’è il tempo (e la volontà…), e ci si accontenterà per necessità almeno di un coordinamento tra gli enti locali: per questo si stanno creando, per arrivare in tempo ad avere i fondi del Pnrr, aggregazioni tra Comuni, su esempio delle Ati, associazioni temporanee d’imprese, ma non è la stessa cosa di quello che sono le fusioni, nuove realtà urbane.…).

PNRR MISSIONE ISTRUZIONE E RICERCA (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Se non fosse che per lo spirito delle 6 missioni iniziali richieste dall’Unione Europea che appaiono condivisibili nel guardare con speranza al futuro prossimo, e ai finanziamenti che ci sono (pur la maggior parte a prestito, cioè a ulteriore debito per noi e per le future generazioni), ci sarebbe da dire e pensare che questa corsa a presentare piani, forse vede l’uscire dai cassetti degli uffici comunali passati progetti accantonati perché improbabili; oppure di opere che mal serviranno le aree geografiche interessate (come è da pensare l’alta velocità ferroviaria al sud che poco rappresenterà una mobilità efficiente e necessaria per lo spostarsi delle popolazioni meridionali).

   Per le “infrastrutture per una mobilità sostenibile”, per necessità di decidere celermente, si propongono tanti progetti di “alta velocità ferroviaria” (in aree territoriali nazionali di improbabile utilizzo ottimale); oppure per “istruzione e ricerca” si produrrà l’ottima idea di asili nido sparsi ovunque (ma poi, chi sosterrà le spese di funzionamento negli anni? funzioneranno davvero?…); o ancora per la “rivoluzione verde e transizione ecologica” c’è la possibilità di produrre interventi di assetto idrogeologico perlomeno discutibili nell’impatto di mega opere che si costruiranno….

PNRR MISSIONE INCLUSIONE E COESIONE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma qui non si vuole svilire un piano di così grande trasformazione (se avrà successo), e guardare con fiducia la nuova “svolta” proposta dalle 6 missioni della Commissione Europea (e il lavoro chiesto dalla UE di monitorare semestralmente la realizzazione delle opere e dei servizi ci pare cosa saggia). Ci sembra solo che questo piano di interventi così grande, è a conoscenza solo delle istituzioni bene o male costrette ad interessarsene, che passa sulla testa di tutti, che si è solo spettatori, e che ci si può accorgere dei difetti, degli errori in questa corsa forsennata ai progetti, solo molto tardi (ammesso che molti progetti arrivino alla loro realizzazione). Ma restiamo fiduciosi. (s.m.)

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PNRR MISSIONE SALUTE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

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BENI COMUNI E AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

PERCHÉ SPINGERE IL PNRR VERSO LA SUSSIDIARIETÀ ORIZZONTALE

(Tre caratteristiche che contribuirebbero a rendere il PNRR più resiliente e partecipato)

di DANIELA CIAFFI (del Politecnico di Torino), da Labsus (Laboratorio della sussidarietà),

https://www.labsus.org/ 14/12/2021

   Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate. Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine, riassumibile nella sgradevole sensazione di vecchia politica che non si pone allo stesso livello di coloro che restano tradizionalmente esclusi dalle opportunità né di ciò che non può gridare allo spreco, come il suolo.
   Da molto tempo prima della pandemia la società chiede invece rapporti più paritari a chi fa le politiche e la natura sta lanciando a sua volta segnali chiarissimi. Bisogna correggere il tiro, anche nella direzione della sussidiarietà orizzontale, e subito. Poiché la parola partecipazione viene usata con le accezioni più diverse, chiariamo qui come la intendiamo. Un PNRR partecipato ha almeno tre caratteristiche che un PNRR non partecipato non ha.

IL PNRR VA COMUNICATO MEGLIO

La prima azione partecipativa necessaria riguarda la comunicazione del piano, cosa ben diversa dalla semplice informazione lanciata a senso unico dal governo ai cittadini, lasciandoli nell’impossibilità di dare ritorni.

   Una cosa è ad esempio lanciare il tema della “innovazione” preoccupandosi di raccogliere feedback diversi (“noi non abbiamo neanche capito di che cosa stiamo parlando”, “noi per innovazione intendiamo qualcosa di diverso”, “per noi la definizione data dal piano è perfetta”) e un’altra è la mera informazione (“uno dei 16 temi del piano è l’innovazione”). Poiché per il PNRR si stanno usando risorse comuni, tutte e tutti, adulti e bambini, devono poter capire, per poter interagire: il piano è ricco di concetti ambiziosi e complessi. A: non si può dare per scontata la nostra alfabetizzazione a proposito (“chi sa cosa vuol dire innovazione?”); B: non possiamo perdere l’occasione di dialogare sui diversi significati, che i concetti incarnano (“per noi innovazione è innovazione amministrativa”, “noi intendiamo innovazione tecnologica”, “noi lavoriamo da anni su esempi di innovazione sociale e ambientale”, “in questo territorio il brodo di cultura dell’innovazione è diverso”).

PERCHÉ NON CHIEDERE AGLI ITALIANI SE VOGLIONO CONTRIBUIRE AL PIANO?

La cura della comunicazione non è importante di per sé, ma è fondamentale perché costituisce la base del possibile contributo attivo dei singoli, dei gruppi informali, delle associazioni, delle imprese sociali, degli ordini professionali, dei soggetti profit piccoli, medi e grandi.

   Troppo spesso la partita del PNRR viene descritta come una partita di sussidiarietà verticale: fondi dall’Europa, agli Stati, alle Regioni, quindi ai sindaci. Labsus sostiene da tempo che a nessun livello esistono responsabili pubblici capaci di far fronte da soli alla complessità.

   La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” e all’interno della variegata galleria di soggetti sceglie di privilegiare le pubbliche amministrazioni da un lato e le imprese dall’altro.

   Per trovare un riferimento a famiglie, comunità e Terzo settore bisogna cercare dentro alla quinta missione, “coesione e inclusione”, come se rispetto agli altri pilastri del piano – “sanità”, “istruzione e ricerca”, “cultura, turismo, innovazione e digitalizzazione” e ancora “rivoluzione verde e transizione ecologica” – la passione e la competenza di milioni di italiane e italiani attivi e pronti a contribuire fosse stata finora marginale!

   I commoners di tutto il mondo denunciano da tempo il rischio di continuare a impostare le politiche in questo modo, perché così facendo non solo ci si dimentica di tutte le energie civiche che non sono etichettabili come pubbliche né come private, ma si perde di vista il tema dell’uso condiviso dei beni comuni, assai più importante della proprietà degli stessi. A livello nazionale, Labsus da più di 15 anni raccoglie storie di attivismo al servizio dell’arte di amministrare: questo è il momento in cui le occasioni che si aprono alle pubbliche amministrazioni e alle imprese non possono non rappresentare delle chance anche per le associazioni formali e informali che in moltissimi casi hanno aperto faticosamente la strada a politiche sperimentali, testando processi d’avanguardia, accettando sfide apparentemente perse.

SVILUPPARE CAPACITÀ ATTRAVERSO IL PNRR

A leggere nel dettaglio l’intero piano, il suo doppio titolo pare assai più sviluppato nella dimensione economico-finanziaria di “ripresa” e di hardware piuttosto che in quella socio-economica di “resilienza” e di software. Così, mentre gli stimoli sul piano materiale risultano piuttosto immediati, a partire dai ricchi elenchi delle possibili nuove infrastrutture di cui dotare l’Italia, molto più difficile è immaginare quali capacità potranno sviluppare gli abitanti grazie al piano. Certamente l’empowerment lavorativo è contemplato dal PNRR, nel breve periodo: non è difficile immaginare che saranno anni di intenso lavoro per chi pianifica, progetta e realizza le opere.
   A partire dall’esperienza che sto vivendo in questo semestre di didattica al Politecnico di Torino come docente di sociologia dell’ambiente e del territorio, insieme a colleghe di pianificazione urbanistica e progettazione architettonica, posso testimoniare che, quando i gruppi di studentesse e studenti si mettono al lavoro sulle “schede di PNRR” che riguardano precisi ambiti urbani e territoriali attraverso cui si concretizza il piano, il loro problema non è certo quello di cercare di rispondere agli obiettivi di infrastrutturazione della città e del territorio. Alle pubbliche amministrazioni locali, si sa, è stato esplicitamente chiesto di ritirare fuori dai cassetti piani e progetti: non guasterebbe allargare la richiesta, parallelamente e quando possibile, alle analisi quantitative e qualitative dei contesti sociali.

PNRR: COSA CAMBIA RISPETTO AL PIANO FANFANI?

Per il nostro Paese questa esigenza diffusa di progetto è davvero epocale, perciò dovremmo condividere l’esigenza che ci fossero delle evidenti differenze tra l’attuazione del PNRR oggi e quella del piano Fanfani lanciato alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso: anch’esso con prospettiva di sette anni, anch’esso rivolto a tutto il territorio nazionale, anch’esso con lo scopo di rispondere ad esigenze materiali (anzi, la prima delle esigenze, quella di avere una casa, cui peraltro il PNRR non ha scelto di dedicare una missione, né un tema). Son passati infatti tre quarti di secolo dal piano INA-casa, cosiddetto piano Fanfani, che certamente ebbe ricadute in termini di Pil simili a quelle che il PNRR auspica di avere. Ma restare affezionati al paradigma dell’edilizia come volano dell’economia è antistorico, perché questi decenni hanno portato alla nascita e alla crescita, tra le altre cose:

della società della cura, intesa non solo come cura dei processi di argomentazione pubblica delle decisioni sulle trasformazioni sociali e spaziali, ma anche della cura intesa come azione collaborativa diretta;

di una coscienza ambientale diffusa, per cui il consumo di risorse finite (terra, acqua, aria, materiali per l’edilizia come per le nuove tecnologie eccetera) è per molti cittadini un’emergenza per le agende politiche a tutti i livelli, al pari/ancor più della decrescita economica;

di paradigmi democratici nuovi, quale l’Amministrazione condivisa dei beni comuni, che portano l’attenzione sulla possibilità e l’opportunità di co-gestire le risorse comuni in un’alleanza orizzontale tra soggetti pubblici, privati, del terzo settore, dei gruppi informali e dei singoli individui attivi.

   Questi punti, insieme ad altri che molti commentatori del PNRR hanno evidenziato, devono fare la differenza.

   Quando il Presidente della Repubblica ha convocato i sindaci per ribadire loro la grande responsabilità che assumono nell’attuazione di questo piano storico, è apparso ancora più evidente il dilemma storico tra il livello locale e quello dei soggetti globali/internazionali/statali: rifiutare il nuovo paradigma della sussidiarietà orizzontale significa continuare a perpetrare un gioco delle parti in cui dall’alto gli obiettivi di crescita economica continuano a essere perseguiti nel più consolidato dei modi, mentre le alternative dal basso non arrivano mai a proporre una vera alternativa di sistema.

   Nella logica della pattuizione – soprattutto quando iniziano a entrare in gioco anche i livelli regionali e le unioni di comuni, oltre alle singole municipalità – l’incrocio tra politiche dall’alto ed esperienze dal basso è sempre perseguito, insieme alla multiattorialità e con la regola basilare dell’apertura a chiunque voglia contribuire. Abbiamo notizia dei primi Patti di collaborazione che in Italia stanno iniziando a confrontarsi con le sfide del PNRR, e ci fa piacere che questa esigenza di partecipazione si estenda nel nord-ovest, anche grazie all’iniziativa di una fondazione di origine bancaria, sino a un comune di media dimensione nella Sicilia occidentale.

(DANIELA CIAFFI, da Labsus -Laboratorio della sussidiarietà-, https://www.labsus.org/)

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AI COMUNI MANCANO I DIPENDENTI PER GESTIRE I SOLDI DEL PNRR

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 7/12/2021

– C’è il rischio che 70 miliardi di euro rimangano inutilizzati: il governo vuole rimediare con un piano straordinario di assunzioni – Continua a leggere

IL CLIMA CHE CAMBIA, le proposte di LEGAMBIENTE: per l’eliminazione della CO2, e per provvedimenti globali (vedi la Cop 26); e poi per scelte di ciascuno più ecologiche. Si deve, per i territori più in crisi, approvare un “Piano Nazionale di Adattamento al Clima” – Una nostra riflessione sul RAPPORTO UOMO-NATURA

Dal nuovo rapporto annualeil clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.  Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.(…)» (23 Novembre 2021 – da https://greenreport.it/)(nell’immagine la copertina di presentazione del rapporto)

ITALIA NELLA MORSA DEGLI EVENTI ESTREMI: 133 SOLO NEL 2021

di Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021 https://ilmanifesto.it/

– Clima. Nel rapporto dell’Osservatorio «Città clima» le aree più a rischio: Roma, Bari e le coste –

   Il 27 settembre 2021 una grandinata ha causato 8 feriti a Bivigliano, una frazione di Vaglia, nel fiorentino. Nel paese anche 100 veicoli danneggiati e tetti scoperchiati. È solo uno dei 133 eventi estremi registrati in Italia nell’ultimo anno, censiti da Legambiente che lunedì 22 novembre (2021) ha presentato l’edizione aggiornata del rapporto «Il clima è già cambiato». Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico dell’Osservatorio Città Clima (cittaclima.it), segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(CITTÀCLIMA: MAPPA DEL RISCHIO DAL 2010 AL NOVEMBRE 2021) – Il clima è già cambiato: il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente. In Italia aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti: dal 2010 al 1° novembre 2021 registrati 1.118 eventi meteorologici estremi (+17,2% rispetto alla scorsa edizione del rapporto) verificatisi in 602 comuni (95 in più rispetto allo scorso anno) con 261 vittime. Presentato il 23 novembre scorso (2021) da Legambiente, il RAPPORTO “CITTÀ CLIMA 2021”

Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 Comuni italiani. Nello specifico, negli ultimi dodici mesi si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LA TEMPESTA VAIA DEL 29 OTTOBRE 2018 – foto da https://www.ilfriuli.it/

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane, 9 solo nei primi dieci mesi del 2021 (e 261 dal 2010). Tra le città più colpite dagli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici c’è Roma, dove negli ultimi undici anni si sono verificati 56 eventi (9 nell’ultimo anno), 32 dei quali hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è Bari, con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano segue con 30 eventi totali: almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LE ALLUVIONI SEMPRE PIÙ FREQUENTI (foto da https://asvis.it./ Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile)

   Le grandinate estreme, come quella di Bivigliano, rappresentano un nuovo fenomeno censito, perché – spiega Legambiente – «colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani». Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di questo tipo. Un altro approfondimento del rapporto riguarda la resilienza delle reti elettriche e ferroviarie, ed è stato realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione e Fs italiane. Dal 2010 ad oggi si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche per il maltempo. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(Il libro di JASON HICKEL “SIAMO ANCORA IN TEMPO, Come una nuova economia può salvare il pianeta”, Ed. IL SAGGIATORE) – “(…) Il titolo originale del libro è netto: Less Is More: How Degrowth Will Save The World. Non si sa perché l’editore italiano abbia deciso di distorcerlo ed edulcorarlo, censurando la parolina urticante “decrescita” e riducendo la questione della salvezza del pianeta ad una faccenda economica. La tesi dell’autore, invece, è tanto complessa quanto radicale. La decrescita è un’idea di cui non si può fare a meno – scrive – perché ci fa uscire dal “culto della crescita” e “ci scuote dallo stordimento” (p.261) di una ideologia totalizzante, di una “metafora potente”, per di più, apparentemente democratica, poiché allude alla possibilità di un miglioramento infinito, per imitazione e “gocciolamento”, del tenore di vita di ciascun individuo. (…)” (Paolo Cacciari)

   Di fronte a questo quadro, Legambiente è tornata a ribadire l’urgenza di approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Sono 23 i Paesi UE, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia. Il Rapporto 2021 individua le 14 aree del Paese dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

“(…) Non è l’economia lo scoglio più difficile da superare, ma sradicare dalle menti l’idea che per esaudire i nostri bisogni e i nostri desideri sia necessario produrre merci in quantità sempre maggiore e più in fretta. La transizione ecologica riguarda prima di tutto l’atteggiamento mentale. Se riusciremo a superare l’idea di una natura avara e scarsa e a vederci invece come sua parte, allora, forse, la considereremo non solo sufficiente e bastevole, ma abbondante.” (PAOLO CACCIARI, a commento del libro di JASON HICKEL: Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta) (la foto qui sopra è da https://www.nuoverigenerazioni.eu/)

   Ad intere città – quelle già viste più Genova e Palermo – vanno aggiunte aree come la costa romagnola e il Nord delle Marche, con 42 casi, o la Sicilia Orientale e la costa agrigentina, con 38 e 37 eventi estremi. In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8 °C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari a un terzo di quella annuale. Senza dimenticare la devastazione del medicane Apollo, tra il 24 e il 29 ottobre scorsi. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(SIAMO L’ARIA CHE RESPIRIAMO, Piano B edizioni) – Arne Naess filosofo e alpinista norvegese, pioniere della ricerca interculturale e delle visioni socio politiche non violente, è stato il fondatore agli inizi degli anni Settanta del movimento della deep ecology o ecologia profonda. L’ecologia profonda è una filosofia contemporanea basata sul superamento dell’antropocentrismo e su una nuova etica ambientale che abbraccia le piante e gli animali oltre che gli uomini. L’ecologia profonda pone domande profonde, sulle cause profonde e nasce da una relazione profonda con l’ambiente a cui sentiamo di appartenere: è un invito alla gioia, all’identificazione con la natura e all’espansione del sé verso gli altri esseri. Dal Sito https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/recensioni/siamo-laria-che-respiriamo/

  

   Quattro per Legambiente le priorità per ridurre la vulnerabilità. (1) Oltre all’approvazione del Piano di adattamento va previsto (2) un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Inoltre, (3) occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. Infine, bisogna (4) rivedere le norme urbanistiche: si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, a intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972. Donella Meadows, Dennis Meadows e altri ne furono gli autori. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3, predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana, riprendendo alcune delle preoccupazioni e delle predizioni del Rev. Thomas Malthus.  Nel modello originale furono prese in considerazione 5 variabili, sotto l’ipotesi che queste stiano seguendo una crescita esponenziale. Le variabili erano: popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse. (…) Nel 1992 è stata pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della “capacità di carico” del pianeta. Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato nel Giugno 2004 dalla Chelsea Green Publishing Company. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l’accento dall’esaurimento delle risorse alla degradazione dell’ambiente. (di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/)

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RAPPORTO DELL’OSSERVATORIO CITTÀCLIMA 2021: DAL 2010 AL 1° NOVEMBRE, 1.118 EVENTI METEOROLOGICI ESTREMI (+17,2%) verificatisi in 602 comuni (95 in più ) con 261 vittime

[23 Novembre 2021] – da https://greenreport.it/

   In Italia è già emergenza clima: aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti

Le 14 aree più colpite dagli impatti climatici. Legambiente: «Siamo l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima»

   Dal nuovo rapporto annuale “il clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente – realizzato con il contributo del Gruppo Unipol e con la collaborazione scientifica di Enel Foundation – emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.

   Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.  Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico, 133 nell’ultimo anno, segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 comuni italiani, 95 in più rispetto allo scorso anno (quasi +18%). Nello specifico si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense con 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico».

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane: 261 vittime, 9 solo nei primi 10 mesi del 2021. Tra le città più colpite: Roma dove, dal 2010 al 1° novembre 2021, si sono verificati 56 eventi, 9 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 32, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni.

   Un elemento di novità nel Report 2021 di Legambiente è l’arricchimento del quadro degli impatti degli eventi climatici mappati e analizzati che include anche le grandinate estreme, fenomeni che colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani, e un approfondimento sulla resilienza delle reti elettriche e ferroviarie realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione, Fs italiane. Il rapporto sottolinea che «Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di danni causati dalla grandine. Dal 2010 ad oggi, a causa del maltempo, si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche dovuti al maltempo».

   Di fronte a questo quadro, Legambiente torna a ribadire l’urgenza di «Approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento al Clima. Sono 23 i Paesi Ue, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia».

   Presentando il rapporto, il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha detto che «Lo scenario di intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi descritto dal nuovo Rapporto dell’Osservatorio CittàClima impone al nostro Paese di prendere decisioni non più rimandabili, in grado di evitare che gli impatti siano ancora più rilevanti.

   Quello che la mappa e i dati del rapporto CittàClima mettono in evidenza è che i territori non sono tutti uguali di fronte a questi fenomeni, in alcune aree del Paese si ripetono con più intensità e creano maggiori danni e, dunque, occorre che siano le priorità delle politiche di adattamento. Oggi non è così, perché il nostro Paese non ha un piano che individui strategie e interventi più urgenti, per cui il rischio è che anche le risorse del PNRR siano sprecate. Siamo rimasti gli unici in Europa in questa situazione, pur essendo uno dei Paesi che conta i danni maggiori. Per questo dobbiamo valorizzare i sistemi di analisi, le competenze e le tecnologie di cui disponiamo per monitorare gli impatti e per comprendere come ripensare gli spazi delle città, in modo da mettere in sicurezza le persone e cogliere questa opportunità per renderli anche più vivibili».

   Nel Rapporto 2021 Legambiente ha individuato 14 aree dell’Italia dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e in alcuni casi negli stessi territori ondate di calore, e spiega che «Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità e per questo dovrebbe portare a un’attenzione prioritaria da parte delle politiche. Ad intere città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti territori colpiti da eventi estremi ripetutamente e negli stessi luoghi. Si tratta di aree come la costa romagnola e nord delle Marche, con 42 casi, della Sicilia orientale e della costa agrigentina con 38 e 37 eventi estremi.

   In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8° C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari ad un terzo di quella annuale. Inoltre, proprio questa parte dell’isola è stata teatro di devastazione a seguito del medicane Apollo.

   Colpita anche l’area metropolitana di Napoli dove si sono verificati 31 eventi estremi, mentre, tra gli altri territori, ci sono il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi di cui 12 casi di danni da trombe d’aria, la costa nord Toscana (17 eventi), il nord della Sardegna (12) ed il sud dell’isola con 9 casi».

   Quello italiano è un quadro complesso, fatto di rischi ed impatti in corso, in un Paese che da decenni continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, mentre sono poche le risorse spese per la prevenzione.  

   Legambiente fa notare che «Progetti e interventi sono poi dispersi tra gli oltre diecimila individuati dalle Regioni, di cui non sono chiare utilità ed urgenza. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni».

   Il Rapporto passa in rassegna anche una serie di buone pratiche, adottate all’estero e in diverse città italiane, con risultati positivi nella prevenzione del rischio e nell’adattamento al cambio climatico: regolamenti edilizi sostenibili con la realizzazione di infrastrutture verdi, smart mapping, promozione delle fonti rinnovabili, piani di riduzione dei consumi negli edifici pubblici e industriali, gestione sostenibile di reti e infrastrutture, promozione dell’agricoltura urbana sostenibile, progetti di forestazione urbana, interventi mirati come realizzazione di aree di drenaggio.

   Il Cigno Verde segnala l’esempio di Glasgow, che poche settimane fa ha ospitato la COP26 Unfccc, che si è data obiettivi ambiziosi per la gestione sostenibile dell’acqua, puntando all’ammodernamento del ciclo dell’acqua con misure per il contenimento degli eventi meteorologici, attraverso la realizzazione di un piano di drenaggio delle acque superficiali che usi le aree verdi.

   Tra gli esempi italiani più virtuosi co sono Torino, che dopo Bologna e Ancona, il 9 novembre 2020 ha approvato il “Piano di Resilienza Climatica; Padova che il 14 giugno ha approvato il “Nuovo Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima” (Paesc), diventando la quarta realtà italiana a dotarsi di uno strumento specifico per il clima. Milano che sta mettendo in atto una serie di progetti innovativi nei campi dell’housing sociale, della rigenerazione urbana, della smart city e della prevenzione dai rischi idrogeologici e in prima linea negli investimenti per i tetti verdi.

   Per Legambiente sono 4 le priorità per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici: «Prima tra queste l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, la cui mancanza ha impattato anche nella programmazione delle risorse di Next Generation Ue. Si tratta infatti di un documento necessario per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio».

   Segue la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Per l’associazione ambientalista «Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Mite – che finanzia interventi nei Comuni con più di 60mila abitanti – è un primo passo in questa direzione ma occorre fare un passo avanti, individuando le aree urbane prioritarie e introducendo un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione di intervent»i

   Inoltre, «Occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico.

   Infine, bisogna rivedere le norme urbanistiche per salvare le persone dagli impatti del clima, perché si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore». (da https://greenreport.it/)

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UNA RIFLESSIONE PIÙ APPROFONDITA SUL

RAPPORTO UOMO-NATURA

(Alcune riflessioni da mettere in atto)

di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/  

   Intendo offrire un mio semplice contributo all’interessante dibattito che sta avvenendo anche sulla spinta di Convegni (G2O e COP26), di numerose e partecipate Manifestazioni di Giovani e Adulti in tutto il mondo, relativamente alle problematiche del clima e del rapporto Uomo-Natura.

   Sono temi strettamente legati al percorso che da due anni stiamo facendo sul “LAVORO” e sulle interdipendenze tra azione umana e trasformazioni ambientali. 

Punto primo

Ritengo che ancor oggi sia fondamentale riandare a rileggere attentamente il rapporto del 1972 del Continua a leggere

IL CALO DEMOGRAFICO nelle città medio-grandi: non più solo nei piccoli comuni scende la popolazione, ma anche nelle città – Fenomeno dovuto al declino demografico? …Oppure agli effetti della pandemia?…O forse alla CRISI DELLE CITTÀ che non riescono più a esprimere innovazione, opportunità e cambiamento?

Dai DATI ISTAT del CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE “(…) LE 23 CITTÀ ITALIANE PIÙ POPOLOSE e quelle capoluogo di regione, dall’ottobre 2018 all’ottobre 2020 PERDONO POPOLAZIONE: passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)(immagine da http://www.catanianews.it/)

   Da ottobre 2018 l’Istat ha iniziato a svolgere un censimento permanente annuale della popolazione (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni); e questo rende i dati raccolti molto più reali nei trend di cambiamento rispetto a rilevazioni, pur complete nel computo dei nuclei famigliari, fatte (dal 1861) ogni dieci anni. E, tra questi dati del Censimento a campione annuale (tema di questo post), gli ultimi prodotti quest’anno (relativi al 2020), dimostrano ancora di più degli anni passati il ridimensionamento demografico della popolazione italiana.

Da ottobre 2018 l’ISTAT ha iniziato a svolgere un CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni)

   E quel che appare come elemento di novità è che a perdere popolazione non sono solo i piccoli comuni (come da tempo accade), ma anche e in particolare le medio-grandi città (a parte qualche eccezione). Forse verrebbe da pensare che la causa principale sia stata il Covid che ha aumentato la mortalità specie tra gli anziani, e ha ridotto drasticamente le nascite. E’ indubbio che la pandemia può aver inciso nel calo della popolazione urbana; ma i dati non lo segnalano come elemento predominante, anzi: città colpite duramente dal Covid (come Bergamo e Brescia) non sono tra le principali del declino demografico; addirittura alcune di esse interessate agli effetti assai negativi della pandemia (come Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena) non lo subiscono per niente il calo demografico.

“(…) UNA PARTE DI GRANDI CITTÀ “REGGONO” IL DECLINO, COME MILANO, VERONA, PARMA (nella foto, da “la Repubblica”), MODENA, BOLOGNA, PRATO, A DIFFERENZA DI TUTTE LE ALTRE (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Sta di fatto che questi dati che dimostrano una riduzione della popolazione italiana nelle città, stanno inducendo a preoccupazione sulla tenuta demografica delle aree urbane; e qualcuno osserva che se il trend è questo (di declino demografico) ed è destinato a consolidarsi, alcune di esse (metropoli e città) sono destinate a scomparire in qualche decennio se non si capovolge la direzione.

“(…) LA CRESCITA DIMENSIONALE DELLE CITTÀ NON È SOLO QUANTITATIVA, MA È ANCHE RELAZIONALE E COGNITIVA: la popolazione si conta, ma anche si pesa. Definire in modo non ambiguo le traiettorie di sviluppo, comunicarle in modo chiaro (come ha fatto Venezia candidandosi a leader mondiale delle città sostenibili), organizzare i servizi di supporto e modellare un welfare coerente devono essere i capitoli centrali delle agende dei governi dei territori (non dei singoli Comuni).(…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto Mercatino biologico in piazza dei Signori a Padova, da https://www.padova24ore.it/)

   Dati da valutare in profondità e da vedere bene le motivazioni. Nel senso che molte nostre medio-grandi città perdono popolazione per lo spostamento di nuclei famigliari verso comuni della cintura urbana. E che allora i confini urbani istituzionali assumono un valore e una considerazione aleatoria, minore: e bisognerebbe parametrare i dati considerando “territori urbani omogenei” che spesso vanno oltre il comune principale e riguardano le abitazioni e le popolazioni dei comuni circostanti (la nostra “vecchia” idea geografica che bisogna rivisitare istituzionalmente i comuni e riproporli per aree più allargate confacenti a quella che è la vita quotidiana dei cittadini di una certa area urbana ora frammentata in obsoleti confini comunali: fusioni, accorpamenti, “nuove città”…chiamiamole come meglio crediamo…).

“(…) Serve una riflessione sulle politiche da attivare per rendere più attrattive città e territori. Da un lato, non si può ignorare la FRAMMENTAZIONE AMMINISTRATIVA delle aree urbane attorno alle città storiche, che reclama una modifica dell’unità di analisi. Invece di considerare la popolazione residente nel territorio comunale, bisognerebbe estendere il conteggio alle aree comunali limitrofe che costituiscono un’area metropolitana di fatto (…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto: La città diffusa del nordest, METROPOLIS, cresciuta spontaneamente senza alcun disegno pianificatorio)

   Sta di fatto che l’Istat comunque rileva per la prima volta (in questi dati a campione annuali) il calo di quasi tutte le città medio-grandi (fino alle metropoli): facendo sì che urbanisti, sociologhi, economisti, geografi e altri specialisti dei contesti urbani cerchino di trovare le cause, ma ancor più le proposte, per una inversione di tendenza a questo fenomeno (pur lento ma chiaro) di estinzione delle città.

   Altro fenomeno demografico rilevato è che una parte di grandi città “reggono” il declino (Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna, Prato) a differenza di tutte le altre; ma che tra queste non si trova nemmeno una città del Meridione, dove il fenomeno è irreversibile. E’ allora da chiedersi perché alcune reggono, e altre no….

“(…) «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». GIAN CARLO BLANGIARDO (nella foto), il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione. (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Ci sono insomma geografie di un’Italia che si può misurare nel proprio benessere e malessere proprio dal dato della popolazione che cala nei luoghi dove finora aveva avuto una crescita solida, comprovata, duratura; cioè l’andare delle popolazioni verso “la città”. Questo non accade più.

   Alcuni osservatori poi dicono che la pandemia indirettamente sta incidendo nell’ “uscire” dalle città di persone che, lavorando in smart working, preferiscono andare a vivere in luoghi meno intasati. O anche tanti studenti che avevano preso residenza in città universitarie, ora studiano da casa, cioè sono tornati ai luoghi di origine anche piccoli. O i pensionati che decidono di vivere in posti migliori…. A nostro avviso sono cause queste sì reali, ma che incidono per una parte, marginalmente, sulla realtà di dati di calo demografico della maggior parte delle città italiane. E’ un malessere, il “vivere in città” che chiede interventi per riqualificare le nostre città, renderle di più Comunità, dove il “piacere di viverle”, di abitarci in esse, ritorni.

L’effetto Covid sulla demografia. “Nel 2020 è come se fosse sparita una città grande quanto Firenze”. (tabella ripresa da http://www.quotidianosanita.it/)

   Resta poi la situazione italiana delle “eterne periferie”: città diffuse, agglomerati lungo le strade e con caratteristiche spesso di quartieri-dormitori (e spesso neanche quartieri), da “viverci” solo in casa tra le quattro mura; e che anche spesso iniziative lodevoli di comuni e associazioni (con servizi sociali, feste, manifestazioni varie…) non inducono a creare situazioni di benessere collettivo e di essere questi luoghi periferici autorevoli strumenti per dare opportunità di vita (specie per le generazioni più giovani). (s.m.)

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AL VIA IL PROGETTO DELLA FONDAZIONE VENEZIA CAPITALE MONDIALE DELLA SOSTENIBILITÀ – “Si fa concreta l’iniziativa della Fondazione Venezia capitale mondiale della sostenibilità con la previsione di un impegno di spesa da 2,5 a 4 miliardi di euro. Si tratta di fondi pubblici e privati, in parte stanziati o finanziati nel territorio che rappresentano il punto di partenza per un progetto che coinvolge la città lagunare. Il piano è stato sottoscritto nella giornata della Conferenza sul Clima al G20 Economia; presenti i Ministri dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. La Fondazione si propone di creare un piano che si occupi della promozione e della crescita di progetti sostenibili sul territorio; in primo piano il rilancio di Marghera come polo per la produzione di energie alternative, la riqualificazione urbana e la promozione del patrimonio artistico e culturale di Venezia. L’obiettivo è quello di rendere la città lagunare una capitale mondiale sui temi riguardanti la sostenibilità e gli ESG (Ambiente, Sociale e Governance).(…)” Francesca Perrone, 13/7/2021, da https://biopianeta.it/)

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LE CITTA’ IN ESTINZIONE

di Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021

– I numeri del primo censimento permanente annuale dell’Istat hanno ridimensionato la popolazione italiana.  Il Covid ha provocato una strage. La somma di questi dati induce preoccupazione sulla tenuta demografica delle metropoli, alcune destinate a scomparire in pochi decenni se non si capovolge la direzione. L’area urbana messa peggio è quella del capoluogo etneo. Perciò abbiamo chiamato il Comune per chiedere come affronta la situazione –

   «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». Gian Carlo Blangiardo, il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione.

   Esagerazioni? (…) Si può essere tentati dall’immaginare che succeda perché le città se la cavano bene e tutto il problema demografico consista nei piccoli comuni che si spopolano. Nelle città non si dà, dunque, questione demografica? Per verificare abbiamo preso le 20 città italiane più popolose (da Roma, la prima, a Modena, la ventesima con 188 mila abitanti) e vi abbiamo aggiunto i tre capoluoghi di regione con oltre 150 mila abitanti: Perugia, Reggio Calabria e Cagliari. Il periodo di osservazione scelto va dal 1° gennaio 2018 al 31 maggio di quest’anno (ultimi dati disponibili): 3 anni e 5 mesi. Avvertenza. A ottobre 2018 l’Istat ha svolto il primo censimento permanente annuale — iniziativa da applausi — su un campione vastissimo di famiglie (oltre due milioni). I dati, usciti quest’anno, hanno ridimensionato la popolazione italiana — ne parleremo.  Intanto procediamo.

   La popolazione italiana passa nel periodo considerato da 60.483.973 a 59.126.079 perdendo 1.357.894 abitanti, pari al 22,5 per 1.000 della popolazione iniziale. Le 23 città considerate passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti, pari al 24 per mille della loro popolazione iniziale. Dunque la recessione demografica è perfino più grave nell’insieme delle più grandi città italiane. Scendendo dal generale al particolare si scopre che delle 23 città 6 non perdono abitanti ma ne guadagnano. Sono, a scendere geograficamente: Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna e Prato. E già si vede che non c’è una sola città del Mezzogiorno che aumenti gli abitanti. Delle altre 17 grandi città che invece perdono abitanti la graduatoria dalla peggiore alla meno peggio è la seguente: Catania, Firenze, Reggio Calabria, Palermo, Genova, Torino, Messina, Bari, Cagliari, Roma, Napoli, Venezia, Trieste, Perugia, Padova, Brescia.

   A questo punto facciamo una specie di gioco (e insieme una piccola provocazione) — seguiranno i chiarimenti necessari. Gioco che sta tutto in questa domanda: perdendo abitanti al ritmo di quanti ne hanno persi tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, quanti anni rimarrebbero ancora da (soprav)vivere alle 17 grandi città che hanno un bilancio demografico negativo?

   Eccoli, indicati tra parentesi: Catania (60 anni ancora di sopravvivenza), Firenze (61), Taranto (70), Reggio Calabria (74), Palermo (77), Torino (79), Genova (79), Messina (82), Bari (99), Cagliari (103), Roma (104), Napoli (119), Venezia (133), Trieste (161), Perugia (242), Padova (246), Brescia (324). Dunque delle 23 maggiori città italiane a questi ritmi 9 hanno una speranza di vita addirittura inferiore al secolo. Tra queste città ci sono Catania, Firenze, Palermo, Torino, Genova e Bari; sei delle dieci più grandi città d’Italia. Non bastasse: la prima e la terza città d’Italia, Roma e Napoli, hanno sopravvivenze appena sopra il secolo. In cifre assolute nel periodo considerato Roma perde una città di quasi 100 mila abitanti, una di quasi 40 mila la perde Torino, di 30 mila Palermo, di quasi 30 mila Napoli, di 25 mila Genova, di oltre 20 mila Firenze, di quasi 20 mila Catania. Uno sbriciolamento.

   Stupisce anche altro. Brescia è stata con Bergamo la città con più morti di Covid, ma è quella che perde meno tra le città con bilancio demografico negativo. Città a loro volta molto colpite dal Covid come Milano, Verona, Bologna, Parma e Modena, aumentano di abitanti invece di perderne. Milano aumenta di una città di oltre 30 mila abitanti mentre Roma ne perde una di quasi 100 mila. La divaricazione è evidente. Come lo è con Torino e Genova, decisamente le città del Nord in più grave recessione demografica, così come Firenze lo è del centro.

   Lo abbiamo premesso, è una specie di gioco e come tale va considerato. Per due motivi. Intanto nessuno ci assicura che così com’è stato in questo periodo le città continueranno nel futuro. Si tratta di proiezioni, e delle proiezioni è buona regola diffidare. E poi, secondo motivo, il periodo prescelto è il più disastrato in assoluto: c’è stata la pandemia, c’è stato il censimento del 2018 che, come abbiamo anticipato, ha ridimensionato la popolazione italiana e quella delle nostre città. Dovevamo proprio scegliere un periodo così particolare? Particolare o meno, è l’ultimo periodo. Ed è decisamente interessante guardare al futuro con gli occhi del presente immediato (sarà pure un gioco, ma è pur sempre sulla realtà che si fonda). Senza dimenticare che possiamo operare le opportune correzioni. Vediamole.

   La pandemia si è resa responsabile fino al 31 maggio 2021 di 124 mila morti. Considerando che le 23 città rappresentano il 18,8% della popolazione italiana è realistico assumere come morti di Covid in queste città il 18,8% dei 124 mila morti di Covid a livello nazionale, pari a poco più di 23 mila morti. Morti che non ci sarebbero stati in anni pre-Covid.

   Il censimento ha poi accertato che nelle 23 città considerate risultavano come residenti 99 mila abitanti inesistenti. Per cui, li ha cassati. Questa sopravvalutazione dei residenti si è prodotta nei sette anni intercorrenti tra il censimento del 2011 (ultimo censimento decennale) e il censimento del 2018 (primo censimento annuale), ragione per cui nei 3 anni e 5 mesi del nostro periodo si possono ragionevolmente stimare 48 mila abitanti in più che sono stati cancellati: un’altra perdita di abitanti che non ci sarebbe stata in anni precedenti al censimento del 2018. Sommando abbiamo 71 mila abitanti persi dalle 23 maggiori città italiane per motivi chiamiamoli pure eccezionali.

   Possiamo così stimare una perdita di abitanti tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, dovuta alla normale dinamica demografica di queste città, non in 273 mila bensì in 202 mila abitanti. Anche messa così la cosa la perdita avviene a una velocità di 5,2 abitanti in meno all’anno ogni 1.000, che si traduce in una speranza di vita delle 23 città (comprese quelle che aumentano gli abitanti) che con le correzioni apportate arriva a 192 anni — comunque, sempre meno di due secoli di vita.

   Abbiamo considerato gli aggiustamenti apportati dal censimento come eccezionali, ma non lo sono veramente. La popolazione residente tende sempre ad essere sovrastimata perché i comuni sono solleciti a registrare i nuovi residenti e più restii a cancellare quelli che se ne vanno. Così, i censimenti ridimensionano sempre la popolazione e i ridimensionamenti corrispondono a residenti che, semplicemente, non esistono.

   Dunque il solo motivo eccezionale che ha avuto un peso sulla perdita di popolazione è la pandemia, responsabile di 23 mila morti che non ci sarebbero stati in periodi normali e tolti i quali la perdita delle 23 città passa da 273 mila a 250 mila, che corrispondono a una decrescita medio-annua di 6,6 abitanti ogni 1.000 e a una speranza di sopravvivenza complessiva di un secolo e mezzo. Idem per l’Italia. Ma anche per questa strada si arriva alla fine del secolo con una popolazione ridotta a poco più della metà. «Siamo un popolo potenziale di 32 milioni di abitanti», dice il presidente dell’Istat. A fermarci alla fine del secolo è proprio così. Ad andare ulteriormente avanti chissà.

   Dopo quelle dolenti (ma la sopravvivenza delle città, tolti i morti di Covid, aumenta di alcuni anni), qualche nota che lo è meno. Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena e Prato a stare all’oggi non hanno di che preoccuparsi. E ciò per due motivi. Intanto perché in queste città — e la cosa vale soprattutto per quelle dell’Emilia, tanto che si potrebbe parlare di un «modello Emilia» — è più alto che altrove il saldo migratorio positivo, con l’esterno e con l’interno, che tende a compensare un movimento naturale — nati-morti — ch’è anche qui decisamente negativo (proprio non si nasce, in Italia, nei piccoli come nei grandi centri).

   E poi perché le correzioni del censimento in queste città sono, a differenza di quel che avviene nelle altre, positive.   Il censimento dell’ottobre del 2018 ha cioè aggiunto abitanti a queste città (con l’eccezione di Prato), anziché toglierne perché ha scoperto esserci qui più abitanti di quelli registrati come residenti. Il censimento ne ha aggiunti più di duemila a Parma, Modena e Bologna. A Milano ha aggiunto ben 17.291 abitanti, pari a 12,7 abitanti in più ogni 1.000.

   A Roma è successo l’esatto contrario, la sua popolazione è stata ridimensionata di 35.914 abitanti che non c’erano, pari a 12,5 abitanti in meno ogni 1.000. Ma la campionessa indiscussa degli abitanti inesistenti è Catania: 13.832, pari a 44 abitanti registrati in anagrafe, ma inesistenti, ogni 1.000. Se avesse avuto le dimensioni di Roma a Catania sarebbero stati tolti in un colpo 128 mila abitanti ombra. Inaspettatamente, al secondo posto di questa non edificante graduatoria c’è Firenze, ridimensionata di quasi 9 mila abitanti, pari a 24 abitanti ogni 1.000 della sua popolazione. Motivi, anche questi, per riflettere.

   E da riflettere c’è tanto, perfino troppo, in una popolazione come quella italiana in cui a tirare la volata verso declino ed emarginazione in Europa e nel mondo sono, se si escludono Milano e Bologna, tutte le più grandi città. Quelle che almeno teoricamente dovrebbero tirare nella direzione opposta. Quelle sulle quali più dovremmo contare per una al momento neppure lontanamente pronosticabile ripresa. (…) (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

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IL CASO VENETO

IL FUTURO DELLE CITTÀ

di Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021

   La dimensione conta. Vale per le imprese che, con la crescita organi e attraverso le alleanze, puntano a raggiungere la “dimensione adeguata” nel settore in cui operano e così facendo puntano a mantenere, consolidare o migliorare la loro capacità competitiva, con benefici effetti sia per i bilanci sia per tutti gli stakeholder e per le comunità che ruotano attorno ad esse.

   Le stesse dinamiche valgono anche per le città. Continua a leggere

PFAS in Veneto: INQUINAMENTO e avvelenamento non solo dell’ACQUA ma anche degli ALIMENTI vegetali e animali – Uno progresso per nulla attento alla salute e al rispetto dell’ambiente (e con dati nascosti o sottovalutati) porta alla contaminazione generale di persone e territori (è questo lo sviluppo che si vuole?)

La contaminazione da PFAS in Veneto riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora del tutto provvisoria. Ora (nel 2021) si è scoperto che la Regione ha tenuto nascosto l’inquinamento (da PFAS, ma non solo) di alimenti vegetali ed animali.
(PFAS in Veneto: fermiamo gli scarichi, la protesta di GREENPEACE – foto di Greenpeace ripresa da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata in Veneto da oltre 350 mila persone, compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Ed ora si è scoperto, da dati finora tenuti nascosti, che oltre all’acqua dai rubinetti, l’inquinamento riguarda gli alimenti prodotti in quei territori, sia vegetali che animali.

Nell’immagine strutture chimiche dei due acidi perfluorocarbossilici, PFOA e PFOS, più comunemente impiegati in applicazioni in ambito industriale e commerciale – I PFAS sono una classe di composti costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata di varia lunghezza (in genere da 4 a 16 atomi di Carbonio). Gli acidi prefluorurati sono i composti fluorurati maggiormente riscontrati nei campioni ambientali. Tra gli acidi perfluorocarbossilici il più diffuso è l’acido perfluorottanoico (PFOA), il quale ha numerose applicazioni sia industriali che commerciali, un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (PFOS), intermedio chimico impiegato nella produzione di polimeri fluorurati e come tensioattivo nelle schiume degli estintori

   I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti, con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

MAMME NO PFAS, foto da “il Corriere del Veneto”

   E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS (la falda acquifera), sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (che è un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.

PFAS, la diffusione dell’inquinamento – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane più che mai incerta e pericolosa.

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).
(COMUNI AREA ROSSA A E B, mappa da http://www.analisipfas.it./)

   Ora, nel settembre 2021, i gruppi spontanei nati per la difesa della (propria e altrui) salute, specie nella provincia di Vicenza (in particolare le “Mamme No Pfas”, appoggiate da Greenpeace), hanno scoperto che la Regione Veneto ha tenuto segreti i dati di inquinamento da Pfas di numerosi alimenti: Mamme NO PFAS e Greenpeace sono venuti in possesso di dati di campionamento (ufficiali, delle USL del territorio), dimostranti il grave inquinamento dei prodotti alimentari, fino a quel momento tenuti nascosti.

Un’indagine dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS. (mappa da ISPRA, INQUINAMENTO ACQUE ITALIA)

   Questi dati sono stati resi pubblici dopo una dura battaglia legale contro la Regione, con una sentenza del TAR del Veneto (del 8 aprile 2021), che ha definitivamente accertato l’illegittimità del comportamento regionale che continua(va) a negare l’accesso agli atti, cioè alle analisi sugli alimenti fatte negli anni 2016/2017 nella zona rossa (la zona rossa è di quei 30 comuni dove la diffusione dell’inquinamento è più forte, comuni situati nelle province di Vicenza, Padova e Verona).

PFAS Veneto: prelievi dell’acqua (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

   Diamo conto qui, in questo post, degli aggiornamenti della vicenda, rimanendo delusi che anni di battaglie, di denunce contro gli inquinamenti (su questa problematica, ma anche in tanti altri sversamenti e abusi di sostanze chimiche), tutto questo non abbia portato ancora a un contesto diverso di tutela, protezione dell’ambiente e della popolazione.

   Impegni di tutte le istituzioni, di tutte le autorità che ci sono a una “transizione ecologica”, degli stessi produttori economici, delle leggi severe che pare ci sono…. ebbene tutto questo non ferma situazioni di grave inquinamento; e di incapacità di trovare alternative, anche tecnologiche (o non volerle mettere in atto), a produzioni che maneggiano materiali pericolosi, spesso letali. La vicenda dei PFAS, e del diffuso disastro ambientale nel Veneto e della sua popolazione (ma la cosa riguarda anche industrie e popolazioni del Piemonte e della Toscana) non stanno insegnando purtroppo niente. (s.m.)

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(Tabella dei dati accertati sui singoli alimenti, settembre 2021)
VEDI LA TABELLA QUI SOPRA – Sono 26 gli alimenti risultati positivi con almeno una molecola di Pfas, per un totale di 204 campioni su 792 (VEDI LA COLONNA 1) (i dati forniti sono inferiori a quelli del rapporto 2019 dell’Istituto Superiore di Sanità). I risultati più allarmanti, sotto il profilo della somma di Pfas, sono illustrati nella COLONNA 3. Tanto per fare qualche esempio: dai 600 ai 3500 nanogrammi per chilo nelle albicocche, dai 100 ai 1300 nella lattuga, dagli 800 ai 2900 nell’uva da vino, dai 100 ai 37100 nelle uova di gallina.   Questi alcuni alimenti con la somma delle quattro molecole (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) incluse nel parere Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) per le quali una persona di 60 chili di peso può assumere, per rientrare nella soglia tollerabile, fino a un massimo di 264 ng di Pfas ogni settimana (nella COLONNA 4 i dati EFSA 2020 che fissano l’assunzione settimanale tollerabile -TWI, Tolerable weekly intake-):  Albicocche 0-770 ng/kg, mais 0-1.200, uva da vino 0-200, fegato vitello 100-3.000, fegato polli 100-1.300, fegato suini 100-31.800, fegato tacchino 100-500, carpe 1.090-17.720, uova anatre 3.000, uova galline 100-35.500. A titolo di esempio, consumando in una sola settimana mezzo chilo delle albicocche più contaminate si supererebbe il valore di tolleranza. (Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/)

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PFAS IN VENETO, LA MAPPA DEI VELENI: IN 30 COMUNI ALIMENTI CONTAMINATI, DALLE ALBICOCCHE ALLE UOVA. IL RAPPORTO TENUTO SEGRETO DALLA REGIONE

di Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/

– Il report sul campionamento del 2016 e 2017 è diventato integralmente pubblico solo ora, grazie a una lunga battaglia legale di Greenpeace e l’associazione Mamme No Pfas. “Serve un nuovo monitoraggio, Zaia non può ignorare il rischio per la comunità locale, ma anche nazionale”. In 8 anni mai un’iniziativa per ridurre le contaminazioni –

   La Regione Veneto ha tenuto segreti per quattro anni i dati sulla contaminazione alimentare dovuta alle sostanze perfluoroalchilidiche (più noti come Pfas) che inquinano da decenni la falda idrica nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Dopo aver ottenuto ad aprile (2021) dal Tar la pubblicizzazione del “Piano di campionamento degli alimenti” effettuato nel 2016-17, che riguarda gli effetti del più vasto inquinamento di questa natura che si sia registrato in Veneto, il movimento Mamme No Pfas e Greenpeace hanno diffuso i risultati, che indicano la presenza diffusa e drammatica delle sostanze negli alimenti di origine vegetale e animale coltivati in zona rossa, l’area più contaminata.

   “Si tratta di dati georeferenziati e mai diffusi in forma integrale dalle autorità competenti che abbiamo ottenuto dopo una lunga battaglia legale nei confronti della Regione, che per anni ci ha negato l’accesso.   Dalle elaborazioni emergono molte criticità: numerosi alimenti risultano infatti contaminati non solo per la presenza di Pfoa e Pfos, ma anche per tanti altri composti di più recente applicazione industriale”. La Regione si era opposta all’accesso agli atti nel luglio 2020 e si era ripetuta in ottobre, nonostante l’accoglimento del ricorso al Garante per la Difesa dei Diritti della persona e Difesa civica. C’è voluto il Tar per “accertare l’illegittimità” delle azioni della Regione.

   L’inquinamento, come raccontato più volte da ilfattoquotidiano.it, è stato causato da sversamenti dell’industria Miteni di Trissino, per i quali nel luglio scorso – 8 anni dopo la scoperta dell’inquinamento della falda – è iniziato un processo. Gli imputati sono 15 (i vari proprietari della Miteni), le parti civili quasi 200: tra queste ministeri, Regione, Province, Comuni, associazioni ambientaliste e tanti cittadini privati. Tra i reati contestati avvelenamento delle acque, disastro doloso, inquinamento ambientale. Dal momento degli sversamenti, peraltro, nessuna istituzione ha preso alcuna iniziativa per limitare la contaminazione delle falde e quindi di riflesso sull’acqua usata in agricoltura e allevamento nelle tre Province venete.

LE ANALISI
Le analisi che finalmente sono diventate di dominio pubblico sono state effettuate su 1.248 alimenti (614 di origine vegetale e 634 di origine animale) da parte del laboratorio Arpav di Verona, del dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità a Roma e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova). I dati sono stati forniti dalle Ulss di Vicenza, Padova e Verona.

   I risultati? Continua a leggere