Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere

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NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere

VENEZIA E LE ALTRE: come CONTENERE LE MASSE sempre più consistenti DI TURISTI che tolgono respiro e vita alle CITTÀ D’ARTE? – E ripensare le nostre città, fatte di un continuum urbanistico sempre più allargato e diffuso: come cogliere le OPPORTUNITÀ DELLE possibili CITTÀ del futuro prossimo venturo?

LORENZO QUINN, autore della SCULTURA-INSTALLAZIONE “SUPPORT” (SOSTENERE), ci racconta come è riuscito a far parlare di CAMBIAMENTI CLIMATICI alla BIENNALE con UN PAIO DI MANI GIGANTI CHE EMERGONO DAL CANAL GRANDE di Venezia. Sono LE MANI DI UN BAMBINO, bianche e alte nove metri che emergono come un mostro marino e sorreggono l’ALBERGO CA’ SAGREDO – o forse cercano di rovesciarlo. Questa scultura ha reso lo scultore italiano Lorenzo Quinn noto al mondo, grazie a questo messaggio forte sui cambiamenti climatici: il potere di sostenere o distruggere il patrimonio globale che tutti noi condividiamo è nelle nostre mani. (Mara Budgen, 21/7/2017, da http://www.lifegate.it/)

   Il solito scandalo di giovani turisti che fanno il bagno in Canal Grande (con trampolino il ponte di Calatrava), e l’articolo del New York Times che descrive i problemi di Venezia con il suo turismo insostenibile, tutto questo fa riprendere la problematica del vero e proprio (pur pacifico) assalto alle città d’arte (ma non solo, ci sono anche le coste marine assai intasate, i luoghi di villeggiatura montani famosi, come nelle Dolomiti…) che accade particolarmente in estate (ma ora c’è un’ “estensione” pure nelle altre stagioni).

L’articolo del NEW YORK TIMES sui TURISTI A VENEZIA (da http://www.veneziatoday.it/ del 3/8/2017) – Con grande risalto e in prima pagina, il NEW YORK TIMES il 2 agosto ha dato voce alle preoccupazioni dei veneziani e del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e riconosce che Venezia, quotidianamente presa d’assalto da orde di turisti, rischia di diventare “LA DISNEYLAND DEL MARE” (o meglio, della laguna). “La musica di sottofondo della città ora sono LE ROTELLE DELLE VALIGIE CHE SCALANO I GRADINI delle passerelle mentre falange di turisti marciano lungo i canali”, scrive JASON HOROWITZ  (https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/europe/venice-italy-tourist-invasion.html )

   Si chiede da varie parti (politiche, economiche, dei residenti oberati da troppa gente…) un turismo più responsabile, meno “di massa”, di più qualità (che porti soldi, sia chiaro!, ma che non crei problemi di vivibilità). E’ abbastanza automatico che vien da pensar male: cioè è da chiedersi cosa le nostre città offrono a quelle masse di turisti maleducati e inconsapevoli. Quasi sempre i servizi che si danno sono di puro sfruttamento (pensiamo alla ristorazione ad esempio: di bassissima qualità e a prezzi assurdi, da denuncia).

“MI NO VADO VIA”, VENEZIA IN PIAZZA CONTRO I TURISTI. LA PROTESTA DEI RESIDENTI INVADE LA LAGUNA – Nel mirino finiscono il transito delle grandi navi a San Marco e il turismo mordi e fuggi – (2/07/2017, da http://www.huffingtonpost.it/) – I veneziani, per un paio d’ore, sono riusciti a ‘sfrattare’ i turisti con un corteo voluto da una serie di comitati cittadini sotto lo slogan ‘MI NO VADO VIA’ riferito ALL’ESODO DEI RESIDENTI dalla città lagunare divenuta poco vivibile. Il corteo è stato aperto dallo striscione ‘VENEZIA È IL MIO FUTURO’, è stato accompagnato da cartelli che toccavano i più svariati temi caldi per la sopravvivenza in città come i PREZZI DELLE CASE, la MANCANZA DI NEGOZI ESSENZIALI sostituiti da botteghe di paccottiglia, il TRANSITO DELLE GRANDI NAVI da crociera a San Marco, e soprattutto L’INSOSTENIBILE PRESENZA DEL TURISMO MORDI E FUGGI

   Le soluzioni sono ridicole e impossibili: mettere il numero chiuso alle città d’arte, far pagare per entrare, alzare ancora di più i prezzi per provocare una naturale selezione, vietare tutto il possibile in modo da disincentivare chi spenderà poco a venire (i ricchi no, devono venire, per carità…), mettere le piazze “a numero chiuso”, su “prenotazione”, come pare si voglia fare nei prossimi mesi a Venezia.

Alle 6 di mattina del 23 luglio sei ragazzi belgi si sono tuffati nel Canal Grande dal ponte di Calatrava

   Già il fatto di far pagare i pullman per entrare nelle aree urbane delle città d’arte (Firenze, Venezia…), con prezzi molto alti, forse ha limitato le masse di turisti, specie quelli che arrivano per stare solo una giornata (“mordi e fuggi”) (ma che c’è di male andare a vedere una città senza doversi fermare la notte, se i soldi che si hanno sono pochi?). Ma quasi sempre le corriere si fermano, fanno sosta, fuori dalle città, dove non si paga, spesso lontano, costringendo i turisti a prendere il treno… (insomma, è solo un aggravio che si fa pagare ai meno ricchi – con incentivo della casse comunali – ma il risultato non cambia…).

VENEZIA – LE 12 BUONE PRATICHE PER IL VISITATORE RESPONSABILE costituiscono una sorta di vademecum di consigli e raccomandazioni per diventare viaggiatori più consapevoli e rispettosi dell’ambiente, del paesaggio, delle bellezze artistiche e delle tradizioni di Venezia.
1. Scopri i tesori nascosti di Venezia nei LUOGHI MENO FREQUENTATI per apprezzarne l’eccezionale bellezza.
2. Esplora le ISOLE DELLA LAGUNA e la VENEZIA DI TERRAFERMA, partecipa agli eventi diffusi in tutta la Città Metropolitana.
3. Assaggia i PRODOTTI LOCALI e i PIATTI TIPICI della cucina veneziana.
4. Visita le BOTTEGHE ARTIGIANE degli antichi mestieri ancora oggi esistenti a Venezia. Scegli solo PRODOTTI ORIGINALI e non acquistare merci da venditori abusivi.
5. Prenota visite con guide e accompagnatori turistici abilitati, capaci di trasmetterti la storia millenaria di Venezia.
6. Cammina A DESTRA, non sostare sui ponti, NON CONDURRE CICLI neanche a mano.
7. I monumenti, gli scalini di chiese, ponti, pozzi, le rive non sono aree pic-nic. Approfitta dei GIARDINI PUBBLICI per il ristoro, consulta la mappa.
8. L’area di Piazza San Marco è un SITO MONUMENTALE, non è consentito sostare al di fuori degli spazi previsti per consumare cibi o bevande.
9. Venezia è una CITTÀ D’ARTE: non è consentito il bivacco o il campeggio, né circolare a torso nudo, tuffarsi e nuotare. PER LE SPIAGGE, VISITA LIDO E PELLESTRINA.
10. RISPETTA L’AMBIENTE E I BENI D’ARTE: non abbandonare rifiuti, non imbrattare con scritte, disegni o lucchetti, non dar da mangiare ai colombi.
11. Se alloggi in appartamento, fai la RACCOLTA DIFFERENZIATA.
12. Pianifica il tuo viaggio e scegli di visitare Venezia quando è MENO AFFOLLATA.
http://events.veneziaunica.it/it

   Premesso che bene fanno le città comunque a stabilire regole di buona creanza, magari anche arrivando a sanzionare chi esagera, crediamo che sia difficile risolvere il problema del turismo di massa così, ma qualche tentativo va bene sia fatto… (ma, riteniamo, che fra una decina d’anni si parlerà ancora della stessa cosa, con masse di turisti ancora più consistenti…).

   La cognizione di una mobilità “prossima ventura” sempre maggiore, è comunque recepita ed è nell’aria: capiamo che di giorno in giorno tutti si sposteranno di più, non solo da sud a nord del pianeta, ma anche da est e ovest, anche localmente (a volte per veri motivi di necessità come sta accadendo da una trentina d’anni: andare all’università come pendolare quotidiano anche a più di 50 chilometri da casa, il lavoro che si trova lontano da casa, ma non tanto da trasferirsi…).

   E’ così il PENDOLARISMO DIFFUSO, e la mobilità come necessità non solo per vivere economicamente o per motivo di studio (cose che fin qui niente hanno a che vedere col turismo). Ma anche per voglia di conoscere il mondo, spostarsi da casa anche per pochi giorni o poche ore… questo crea una connessione costate di CITTÀ VIRTUALI (assai poco virtuali peraltro!) che si vengono a creare nella vita di ciascun individuo. Ben diverse (spesso totalmente diverse) dal Comune che rilascia la carta di identità.

L’AREA METROPOLITANA DI VENEZIA è una zona che comprende una vasta parte della Regione Veneto (…) ben oltre i confini di quella che sta diventando la Città Metropolitana di Venezia (…) I principali parametri utilizzati per individuarla (come la DENSITÀ DI POPOLAZIONE, la CRESCITA DEMOGRAFICA, il PENDOLARISMO e l’INTERDIPENDENZA) spostano il limiti di questa conurbazione ben oltre quelli delineati dall’attuale quadro socio-amministrativo (…) E’ un territorio che lega tra loro le AREE PROVINCIALI DI PADOVA, TREVISO e VENEZIA (…) comprende 243 comuni e quest’area ospita 2.657.076 abitanti (dati ISTAT al 1° gennaio 2013) costituendo il 54,4% della popolazione residente nella regione Veneto (…) (da http://www.veneziacittametropolitana.it/)

   E’ su questo fronte che proviamo qui un’analisi (abbandonando, per parlare delle “nuove città”, negli ultimi articoli qui proposti le disavventure di Venezia e del turismo di massa…) per dire essenzialmente DUE COSE sugli “spostamenti di persone” e la possibile crisi di “città invase”.

Nel Veneto i modelli di “NUOVA METROPOLI” da considerare sono identificabili in almeno TRE “CITTÀ” DIVERSE. La prima è la città formata da VENEZIA E PADOVA e dal territorio compreso tra le due; la seconda la città di VERONA da leggere anche nelle strette relazioni con il territorio lombardo. (….) Diverse le tematiche da affrontare in relazione alla CITTÀ ESTESA che si innerva a partire dai NODI DI VICENZA, TREVISO E COMPRENDE I COMUNI A NORD DEI DUE CAPOLUOGHI tra i quali, di fatto storicamente e geograficamente, si è ormai creata una completa continuità urbana, in relazione alla residenzialità, ai servizi e alla produzione. Questo ambito può essere considerato come un’unica area metropolitana, derivante dalla sintesi di nuclei urbani…(…) (da INU, Istituto nazionale di Urbanistica, http://www.inuveneto.it/)

   LA PRIMA è che bisogna finalmente ripensare gli assetti istituzionali attuali delle città e dei comuni, concretizzando la creazione di AREE METROPOLITANE (ben oltre e non solo, secondo noi, quelle poche previste ora istituzionalmente); ACCORPANDO I MEDI E PICCOLI COMUNI creando NUOVE CITTÀ autorevoli e competitive in quelle che sono le loro caratteristiche, le loro specialità, i servizi che offrono… E, non ultima, RIVEDENDO LE REGIONI ATTUALI, obsolete e costose, pensando a SISTEMI MACROREGIONALI che creino maggiore forza e attratività. Interessante, su questa linea, è l’articolo che qui vi proponiamo “Rilanciare l’area metropolitana” di Giancarlo Corò e Riccardo Dalla Torre, da “La Nuova Venezia”.

   IL SECONDO ELEMENTO che poi trattiamo in merito a “NUOVE CITTÀ” è il fatto che “LA INTERCONNESSIONE GLOBALE” DI UOMINI, IDEE, TECNOLOGIE, che sta già avvenendo, è possibile che automaticamente, senza volontà di alcuno, ci porti a vivere in UNA CITTÀ UNICA GLOBALE (leggete per questo l’interessante articolo su “Nuova Babilonia, la città fluida dei nomadi digitali” di Carlo Ratti, Daniele Belleri, dal quotidiano “La Stampa” che in questo post, assieme a tutti gli altri vi proponiamo). E dovremmo tenerne conto di questo automatismo, adattando servizi, necessità, modi di convivenza per non solo subire questo fenomeno. (s.m.)

CONSTANT NIEUWENHUYS (1920 – 2005), noto come CONSTANT, con un modellino della sua NEW BABYLON, la città estesa su una rete di piattaforme sopraelevate sull’Europa, dove ognuno avrebbe potuto riconfigurare sia il luogo di residenza sia lo spazio domestico (da LA STAMPA)

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I TUFFI DAL PONTE DI VENEZIA E LE CITTÀ D’ARTE TENTATE DAL TURISMO A PORTE CHIUSE

di Elena Stancanelli, da “la Repubblica” del 24/7/2017

– C’è chi impone divieti e chi cerca soluzioni perché i nostri centri storici siano tutelati, ma non deserti –

   Un romanzo qualsiasi, uno scrittore qualsiasi, la scena di alcuni ragazzi che all’alba si tuffano dal ponte di Calatrava a Venezia. Ottima per quando ci faranno un film, metaforica ed evocativa. Invece succede davvero, è successo la mattina del 23 luglio (i 6 tuffatori, belgi, sono stati identificati e saranno destinatari di «punizioni esemplari»). Continua a leggere

GLIFOSATE, un pesticida diffuso e contestato: presente in agricoltura e nella nostra alimentazione, nell’era del CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO – Gli enti di controllo e ricerca sottoposti all’influenza e pressione delle multinazionali chimiche agroalimentari – Ci sarà un’agricoltura pulita, un’alimentazione sana?

Usato da più di quarant’anni, il GLIFOSATO entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. TRA IL 1974, data del suo lancio sul mercato, E IL 2014 IL GLIFOSATO IMPIEGATO NEL MONDO È PASSATO DA 3.200 A 825MILA TONNELLATE ALL’ANNO. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready

   Parliamo in questo post di un diserbante “mondiale”, cioè con un utilizzo globale: il GLIFOSATO usato come erbicida in agricoltura, e venduto principalmente dalla multinazionale agroalimentare MONSANTO (che lo ha “inventato” nei primi anni ’70 del secolo scorso).

   Inizialmente, nei primi anni del suo utilizzo (40 anni fa), era usato prima di effettuare la semina, per togliere le erbacce. Ora invece, che vengono usati sementi geneticamente modificati resistenti a questo erbicida, può essere usato (e viene ampiamente usato!) anche dopo la semina, per tenere “puliti” i campi.

Giovedì sera 20 luglio a Conegliano Veneto hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco. Striscioni, fiaccole e slogan. Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici. Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura (foto da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017)

   Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto (ma non solo), che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida.

   E’ interessante questa connessione tra prodotto pesticida e semente geneticamente modificata resistente al pesticida: cioè “non preoccupatevi, potete usarlo, questo diserbante che abbiamo inventato, anche dopo la semina: la pianta, con la semina che abbiamo inventato, resisterà al veleno che eliminerà tutto il resto…”.

Il GLIFOSATO è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma fu COMMERCIALIZZATO come diserbante per l’agricoltura solo NEGLI ANNI SETTANTA, dalla MONSANTO. INIZIALMENTE era impiegato soprattutto PRIMA DELLA SEMINA per liberare i campi dalle erbacce. DA QUANDO ESISTONO LE PIANTE GENETICAMENTE MODIICATE RESISTENTI AL GLIFOSATO, questo diserbante può essere usato ANCHE DOPO LA SEMINA. Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto, che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida. Nel 2000 il brevetto detenuto dall’azienda statunitense è scaduto, e questo ha favorito la diffusione del glifosato in tutto il mondo: nel 2014 ne sono state prodotte circa 825mila tonnellate. Oggi il glifosato è prodotto da circa cento aziende in 130 paesi. Il glifosato è stato autorizzato negli Stati Uniti dall’Environmental protection agency e in Europa dalla Commissione europea, che lo ha approvato una prima volta nel 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles era attesa per il 2015, ma è stata rimandata più volte. Il 3 febbraio 2016 il parlamento europeo ha approvato una mozione in cui invitava la Commissione europea a vietare l’uso di tre varietà di soia geneticamente modificata resistente al glifosato negli alimenti e nei mangimi. Nel giugno del 2016 Bruxelles ha pro prorogato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 31 dicembre 2017 e allo stesso tempo ha chiesto un pronunciamento all’Agenzia chimica europea (Echa). Il 15 marzo 2017 l’Echa ha giudicato “sicuro” il Roundup, il diserbante della Monsanto basato sul glifosato. Il suo studio servirà alla Commissione come base per far ripartire le discussioni sul glifosato e cercare di prendere una decisione entro la fine del 2017. Greenpeace ha accusato diversi ricercatori dell’Echa, compreso il responsabile dello studio sul glifosato, di conflitto d’interessi, dal momento che in passato hanno lavorato come consulenti per l’industria chimica. (Le Monde, The Guardian, Internazionale)

   Da quando alcuni centri di ricerca hanno attestato che può essere cancerogeno, ci sono state delle limitazioni e delle proibizioni. Ma è un diserbante ora così diffuso che si teme possa essere fuori controllo il suo uso (se pensiamo anche che i prodotti alimentari arrivano da tutto il mondo…).

   Pertanto è sostanza che si usa ancora moltissimo, in modo generalizzato. E se utilizzato con quantità importanti, penetra anche nella falda acquifera. Lo usavano molto anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando viene sparso, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo solo fino a una decina di anni fa.

CIRC, LIONE – Il CENTRO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (CIRC) con sede a LIONE.(…) . Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (Oms), il compito principale del Circ è INDIVIDUARE E CATALOGARE LE SOSTANZE CANCEROGENE, ma ora QUEST’IMPORTANTE ISTITUZIONE COMINCIA A VACILLARE SOTTO IL PESO DEGLI ATTACCHI. Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “MONOGRAFIA 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito: IL CIRC CONSIDERA IL DISERBANTE PIÙ USATO AL MONDO GENOTOSSICO (cioè capace di danneggiare il dna), CANCEROGENO PER GLI ANIMALI E “PROBABILMENTE CANCEROGENO” PER GLI ESSERI UMANI. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la MONSANTO, un mostro sacro dell’agrochimica. (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Fa venire in mente l’uso allargato, generalizzato, fino a qualche decennio fa, della polvere di amianto. Fino ad accorgersi della letale conseguenza cancerogena. Ma qui la situazione è diversa, perché tanti studiosi non credono alla pericolosità di questo pesticida.

L’EUROPA SALVA IL GLIFOSATE MA LA MARCA TREVIGIANA LASCIA I DIVIETI – La Commissione Europea vuole rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione all’utilizzo del GLIFOSATE, molecola contenuta in molti diserbanti di comune utilizzo e responsabile delle caratteristiche “strisce arancioni” che in primavera colorano colline e aiuole. (…)…Sindaci e Consorzi del Prosecco trevigiani si chiedono se davvero fosse il caso, come hanno fatto nei mesi scorsi, di vietare il diserbo a base della molecola incriminata. Dalla Marca e DALLE COLLINE DEL PROSECCO, però, FANNO CAPIRE CHE INDIETRO NON SI TORNA: «Cancerogeno o meno, il glifosate è il simbolo dell’agricoltura che non ci piace, fatta di chimica e interventi invasivi». (Andrea De Polo, “la Tribuna di Treviso” del 20/7/2017)

   Tant’è che è possibile che la Commissione Europea autorizzi nei prossimi mesi la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE (accadrà questo solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri della Ue).

   E comunque, come dicevamo, nei giorni scorsi (siamo nel luglio 2017 che scriviamo) sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non è cancerogeno come invece sostenuto ad esempio (riprendiamo un articolo-reportage-inchiesta in questo senso in questo post) dal CIRC (Centro internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione; e come pare possa accadere con la ricerca portata avanti dal maggio 2016 dall’Istituto Ramazzini di Bologna.    E’ vero che il glisofate, pur diffuso globalmente, è già stato bandito nel nostro Paese per l’utilizzo nelle aree pubbliche (ad esempio per la “pulizia” delle aiuole dalle erbacce, sui cigli delle strade…) e la stessa Coldiretti ne stigmatizza l’impiego. Tant’è che incomincia ad essere, questo prodotto, meno presente nei consorzi agrari.

GLISOFATO NEL CIBO – GLIFOSATO, DOVE SI TROVA? – In Italia il glifosato è stato rinvenuto in PASTA e BISCOTTI ma fortunatamente in termini di tracce quindi non è previsto alcun ritiro dei prodotti dal mercato perché la quantità rinvenuta dovrebbe essere “entro i limiti di legge”. In particolare, i residui sono stati rinvenuti in prodotti come CORN FLAKES, FARINE, BISCOTTI, PASTA E FETTE BISCOTTATE. La presenza di glifosate nei prodotti esaminati fa capire che i residui (sempre nei limiti di legge) testimoniano una contaminazione molto diffusa, quasi ubiquitaria, quindi è difficile suggerire degli alimenti da evitare. GLIFOSATE NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. L’Unione Europea ha chiesto a tutti i Paesi di eseguire dei TEST per rilevare la probabile presenza di glifosate nell’acqua potabile che scorre dai nostri rubinetti. Nessuna Regione Italiana, purtroppo, ha analizzato la presenza di glifosate nelle acque potabili (di rubinetto) quindi non è possibile stabilire se il glisolate sia presente nell’acqua potabile ne’ in che quantità. (DA http://www.ideegreen.it/ )

   Però, se anche fosse che associazioni di categoria agricola e autorità territoriali lo proibiscono, è assai probabile che il glifosate arriva lo stesso: ad esempio in alimenti e cibi importati dall’estero, in altri Paesi europei, oppure come ad esempio nei rapporti commerciali europei appena instaurati con il Canada (l’accordo commerciale CETA, “Comprehensive Economic and Trade Agreement”), attraverso ad esempio l’importazione di cereali da quel Paese d’oltreoceano.

IL SITO UFFICIALE – Roundup® è un diserbante fogliare, sistemico, non selettivo. Fogliare, perché viene assorbito dalle parti verdi della pianta. Sistemico, poiché una volta penetrato, il principio attivo si muove verso i punti di attiva crescita (meristemi), causando una lenta morte della pianta dalle sue radici più profonde per mancanza di amminoacidi essenziali. Non selettivo, poiché esso distrugge ogni organismo vegetale. CONTINUA SU https://www.roundup.it/il_glifosate.php

   Nelle aree di produzione agro-alimentare c’è un sostanziale impegno a non usarlo più. Ad esempio, nell’area veneta di produzione del prosecco, non lo si utilizza. Pare di capire che sostanze chimiche di così largo utilizzo mondiale e di assai dubbia salubrità, cominciano a far paura prima di tutto proprio agli agricoltori, che forse capiscono la portata del pericolo sanitario, sulla salute delle persone, dei consumatori, cioè di tutti.

IL GLIFOSATE, ERBICIDA RESPONSABILE DELLE COSIDDETTE “STRISCE ARANCIONI” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. COLDIRETTI ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo. (foto: diserbo nell’uliveto, da http://www.osservatoriodellagodibolsena.blogspot.it )

   Dall’altra la reazione delle multinazionali per dimostrare che il loro prodotto non fa male è molto forte, pressante, fino a tentare di bloccare finanziamenti agli istituti di ricerca. E il mondo della ricerca ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere: per questo l’Istituto Ramazzini di Bologna fa conto in particolare del contributo di molti soci, come persone fisiche (libere da vincoli e preoccupate della salute loro e dei loro famigliari), cittadini che chiedono salute e chiarezza.

GLIFOSATO: L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA (NELLA FOTO LO STAFF DEI RICERCATORI) HA AVVIATO UNO STUDIO INDIPENDENTE, CIOE’ FINANZIATO DAI SUOI 27MILA SOCI – Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il COLLEGIUM RAMAZZINI (BOLOGNA) è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. (…..) NEL MAGGIO DEL 2016 IL RAMAZZINI HA AVVIATO UNO STUDIO DI TOSSICOLOGIA A LUNGO TERMINE SUL GLIFOSATO. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, FIORELLA BELPOGGI, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.(….) (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Pertanto assistiamo a multinazionali di prodotti chimici di dubbia salubrità che riescono a coinvolgere pure quotati studiosi che, spesso, vivono un doppio legame con il business agroalimentare fatto di collaborazioni passate e presenti con la stessa multinazionale chimica (collaborazioni ben remunerate); che fanno venire dubbi sulla loro neutralità di giudizio e di pensiero. Problematiche serie sulla sicurezza e tutela della salute, che anch’esse ora sono diventate più che mai tematiche globali, senza confini. (s.m.)

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SALVE, SONO IL GLIFOSATO, IL TUO PESTICIDA PREFERITO

di Isabella Pratesi, 3/5/2017, da http://www.huffingtonpost.it/

“Ci incontriamo ogni giorno e conosco il tuo organismo organo per organo. Mi accumulo nei tuoi tessuti un pochino per volta. Mi chiamano erbicida, oppure pesticida. Ma quello che è certo è che sono la sostanza più a buon mercato e diffusa per garantire produzioni agricole confacenti alle aspettative del mercato!

Tu non mi vedi, ma io ci sono. Sono nella pasta, nelle patate, nei biscotti, nella frutta… ti sono sempre vicino. D’altronde mi considero il migliore dei campi in Italia e nel mondo. Sono così efficace perché sono spietato con tutte le forme di vita! Faccio strage di piante selvatiche, pesci, anfibi, insetti e altri piccoli animali.

Non opero solo nei terreni agricoli, ma anche lungo le strade e le ferrovie, nei giardini pubblici e privati: il vento, le acque, le irrorazioni mi possono portare molto lontano e posso così raggiungere fiumi, centri abitati, cittadini, bambini.

L’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sospetta che sono molto tossico per tutta la vita acquatica e cancerogeno per gli animali.

Alcune ricerche mi mettono in correlazione con l’aumento di incidenza delle leucemie infantili, linfomi, malattie neuro-degenerative (parkinson in testa). Ma grazie a Dio questo non sembra minare la grande fiducia del mercato nei miei confronti: sono ancora il pesticida più venduto in Italia e nel mondo.

La mia migliore alleata si chiama PAC (Politica Agricola Comune: sono i fondi agricoli comunitari che oggi premiano gli agricoltori che mi utilizzano più di quanto premiano chi pratica l’agricoltura biologica e riesce a produrre cibo senza il mio aiuto… vi sembra poco? Non fatevi intimorire da chi usa lo spauracchio della salute. Lasciate che possa continuare a vivere accanto a voi, vicino vicino.

Sono il glifosato, il tuo pesticida di fiducia!” Continua a leggere

Preservare le DOLOMITI “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” dall’assalto turistico – La chiusura alle auto e moto del Passo Sella ogni mercoledì estivo è la prova di un futuro nuovo nei passi alpini – Una possibile REGIONE DOLOMITICA sperimenta convergenze, per superare le obsolete regioni e province autonome

La CHIUSURA DEL PASSO SELLA – ai CONFINI TRA LE PROVINCE DI TRENTO E BOLZANO – è prevista OGNI MERCOLEDÌ DI LUGLIO E AGOSTO DALLE 9 ALLE 16. Via libera ai bus navetta che – assieme alle funivie – porteranno in quota i turisti. Passo aperto poi naturalmente a pedoni, biciclette, ma anche a veicoli elettrici e bus di linea, ai mezzi di soccorso, auto per i disabili e trattori per lo sfalcio dei prati Una soluzione presa nonostante il “no” di Belluno (la terza provincia delle Dolomiti) e nonostante le proteste di molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi, nonostante un programma di iniziative alternative

   Notiamo tutti, in qualsiasi luogo andiamo, specie in estate (ma in alcuni posti tutto l’anno, pensiamo a Venezia) un’ “impossibilità” di questi luoghi (città d’arte, litorali marittimi balneari, passi dolomitici…) di far fronte a masse di persone (e mezzi motorizzati) che, di anno in anno, crescono sempre di più.

Dolomiti – 3 Cime di Lavaredo

   Un fenomeno di turismo (di “frequentazione”), fatta di “attraversamenti”, e al massimo in forma solo quotidiana (una solo giornata…”mordi e fuggi”), che snatura quei luoghi. E questa specie di turismo (cui tutti noi spesso siamo, consapevoli o inconsapevoli, protagonisti) rappresenta l’eterogenesi dei fini di un “andare a visitare posti belli” che dovrebbe portare a effettivamente conoscere, ammirare, “vivere e capire” quelle città, montagne, spiagge di laghi e mare, quasi sempre bellissimi e affascinanti. Oltre noi a creare inquinamento e disagio per tutti (in particolare per chi vive in essi, e non trae vantaggio turistico dalle masse di persone che arrivano, attraversano, queste zone), torniamo pure a casa con esperienze di conoscenza sommaria, senza aver recepito alcunché.

DELIMITAZIONE DELLE DOLOMITI secondo le varie accezioni: IN VERDE la definizione delle Dolomiti secondo la SOIUSA (acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, progetto patrocinato dal C.A.I. per ridefinire la suddivisione e classificare le Alpi oltre ciascuna nazione); IN ROSA le aree geografiche in cui è presente la ROCCIA DOLOMITICA; IN ARANCIONE i gruppi definiti dall’UNESCO come PATRIMONIO DELL’UMANITÀ. Sono inoltre evidenziati i confini geografici delle regioni e provincie interessate. (da Wikipedia)

   Uno dei posti dove il turismo di massa, di passaggio, specie con moto rumorose (ma anche tantissime auto) che ci capita di vedere (e, ahinoi, a volte “partecipare”) sono i passi alpini, in particolare quelli dolomitici.

   La decisione delle Province di Bolzano e di Trento di chiudere al traffico privato motorizzato tutti i mercoledì di luglio e agosto uno di questi passi dolomitici tra i più frequentati, il PASSO SELLA, è un’importante novità per chi ama la montagna e vuole preservarne una dimensione naturalistica, pacifica… contro l’assalto di un turismo senza regole, inquinante, rumoroso, senza limiti e rispetto per gli ambienti naturali. E’ vero che la chiusura avrebbe avuto più senso (ed efficacia) la domenica… ma accontentiamoci di questa prima interessante limitazione dei mercoledì estivi, sperando che si venga a innestare un processo di chiusura ai motori privati che va ben oltre.

“(…) «Chiudere al traffico motorizzato solo PASSO SELLA e soltanto un giorno alla settimana, è un po’ poco. Dobbiamo fare di più, se non vogliamo che altre località alpine ci superino». MICHIL COSTA (NELLA FOTO), l’albergatore di CORVARA, che promuove un turismo lento e silenzioso, lo ha ripetuto anche domenica, alla MARATONA DES DOLOMITES, augurandosi che dal prossimo anno tutti i passi possano sperimentare la medesima opportunità di chiusura (….)”«È SOLAMENTE L’INIZIO NEL 2018 BLOCCHEREMO TUTTI I QUATTRO VALICHI» (da “il Mattino di Padova”, 4/7/2017)

   Al di là del “caso Dolomiti” noi pensiamo che il riportare la visita dei luoghi a una dimensione accettabile, il passare da un turismo mordi e fuggi a un modello consapevole, “lento e dinamico”, di visione e ascolto della natura (ma anche degli “artifici umani” che alcuni di essi meritano attenzione: pensiamo ai rifugi alpini, in particolare quelli che si raggiungono a piedi…), è una possibilità sperabile, e che può nascere anche dall’esempio di questa prima limitazione al traffico in un passo dolomitico. In montagna, viene, ci va, chi ama la montagna ed è disponibile a rispettarla.

   Trattare il tema “montagna” nei suoi vari aspetti è cosa complessa, ma è necessario iniziare.

I 4 PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA – OBIETTIVO PER IL PROSSIMO ANNO? «CHIUSURA DI TUTTI E QUATTRO I PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA, ovvero Campolongo, Pordoi, Sella e Gardena (IL SELLA RONDA: i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) – Il PASSO SELLA è valico alpino a 2.240 metri sul livello del mare che riguarda da un lato Selva di Val Gardena (Bolzano) e Canazei (Trento) e dall’altro Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

   Spesso i fenomeni atmosferici degenerativi che avvengono anche in pianura si difendono a partire dalla montagna, dall’evitare la sua marginalità: la virulenza di tanti fenomeni naturali recenti è favorita dal suo abbandono o, nel caso dell’eccessivo turismo in certe località, del suo eccessivo sfruttamento.

La biodiversità delle Dolomiti (di cui in parte parliamo in questo post) è possibile solo con azioni e politiche ambientali per la montagna, di rispetto, e anche che favoriscano la presenza delle popolazioni stabili su quei territori. E’ pur vero che può esistere un disagio nel vivere in montagna: ma una presenza virtuosa di popolazioni che fanno proprio il rispetto dei loro luoghi (con un turismo ecologicamente praticabile, con la cura e la manutenzione del territorio…) può essere dato da politiche di sostegno al reddito e alle attività degli abitanti in questi territori montani.

I NOVE SISTEMI DOLOMITICI: 1- Pelmo, Croda da Lago; 2- Marmolada; 3- Pale di San Martino, San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Vette Feltrine; 4- Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave; 5- Dolomiti settentrionali; 6- Puez-Odle; 7- Sciliar-Catinaccio, Latemar; 8- Bletterbach; 9- Dolomiti di Brenta

   Iniziative di sostegno, progetti complessivi per incentivare il lavoro e la vita alpina (ma anche appenninica, dimentichiamo spesso gli Appennini!) queste iniziative, forse sono mancate nella pressoché totalità delle montagne dolomitiche, o forse lì sviluppate in modo frammentario, occasionale, senza un disegno preciso e convinto.

   Oppure ci si può accorgere che in certe entità regionali (…nel Sud Tirolo al posto del Trentino, o delle Dolomiti bellunesi, o in quelle friulane…) vi è un modo di intervenire e di concepire la montagna ben diverso da posto e posto (sarà per le maggiori risorse finanziarie che le province autonome hanno?… forse, ma crediamo che non sia solo questo…).

ALPI ORIENTALI SECONDO LA SOUISA – SOIUSA è l’acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, in pratica è il nome del progetto patrocinato dal C.A.I. e curato da Sergio Marazzi, studioso di orografia alpina (orografia è il settore della geografia che studia i rilievi terrestri), che si è prefisso il compito di ridefinire la suddivisione e relativa classificazione, su scala internazionale, delle Alpi dalla grande scala fino alla piccola scala cioè al singolo gruppo montuoso

   E’ probabile che una regione come il Trentino Altro Adige (divisa fra Trento e Bolzano), cui tutto il proprio territorio è “di montagna”, non possa che fare una politica “unica” per la montagna, rispetto a maggiori disattenzioni e superficialità da parte di regioni (il Veneto, il Friuli) con caratteristiche territoriali eterogenee (mare, laguna, pianura, urbanità concentrata e diffusa, collina, aree pedemontane e, appunto, montagna…).

MACROREGIOE ALPINA – E’ AUSPICABILE UNA MACROREGIONE ALPINA EUROPEA? (oltre le nazioni che la compongono: Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia; e fuori dalla UE Liechtenstein e Svizzera)? …UN PROGETTO OLTRE LE NAZIONI è ora di difficile presente realizzazione – Possibile invece iniziare a costruire convergenze sull’individuazione e realizzazione di REGIONI ALPINE, federali, con autonomia istituzionale, come può essere (diventare) la REGIONE DOLOMITICA. – (VEDI SULLA MACREREGIONE ALPINA: http://www.macroregionealpina.net/?page_id=1225 )

   E’ così che molteplici politiche territoriali hanno messo in luce scelte diverse fra le regioni e le provincie.   Ad esempio nella parziale assenza di iniziative da parte del Veneto, dove l’abbandono della montagna (là dove i luoghi non sono attraenti per i turisti, e nella cosiddetta “mezza montagna”, cioè nelle aree tra pedemontana e montagna come ora viene intesa) è evidente. Alla invece situazione più fortunata del Trentino. E in particolare ad una efficace politica per la montagna operata in Sud Tirolo.

SUONI DELLE DOLOMITI 2017 IN TRENTINO – Da ventitre anni il Trentino organizza e propone un festival di musica in alta quota. Decine di appuntamenti che durante l’estate toccano alcuni dei luoghi più incantevoli delle Dolomiti. Sono prati, conche, palcoscenici naturali che accolgono famosi musicisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscono in ogni genere musicale. I luoghi dei concerti sono nelle vicinanze di rifugi alpini, malghe e vette. Per saperne di più, anche sul programma 2017: http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-eventi-edizione-2017/ oppure http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-musica-sulle-montagne-del-trentino/

   Interessante poi, cosa che distingue anche il Trentino dal Sud Tirolo, il fatto che il modello turistico altoatesino è più imperniato sul turismo familiare, sulla accoglienza diffusa, sulla integrazione del reddito facendo in questo modo crescere una identità tirolese di accoglienza di qualità (cosa non accaduta nella provincia di Trento, men che meno a Belluno).

SUDTIROLO, SALTA LA PACE DEI CARTELLI. ITALIANI E TEDESCHI IN LITE PER I NOMI
(…) In Sudtirolo il nome dei luoghi torna a separare gli italiani dai tedeschi. Il muro linguistico alzato dal fascismo, fino a pochi giorni fa, sembrava a un passo dall’essere abbattuto. Il Novecento, anche in provincia di Bolzano, stava finalmente per chiudersi: una mano tesa dalle autonomie allo Stato, ma pure dal nostro Paese all’Europa. Per ordine di Mussolini, deciso a italianizzare il Sudtirolo, su oltre 170 mila toponimi originari tedeschi, l’irredentista Ettore Tolomei ne impose circa 8 mila nuovi in italiano. Nel 1946, grazie ad Alcide de Gasperi, fu ripristinato almeno il bilinguismo. Nell’ultimo decennio i segnali alpinistici con il doppio toponimo hanno però cominciato a sparire, sostituiti con cartelli solo in tedesco. (…) (Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 20/3/2017)

   E poi il paradigma di “montagna protagonista delle sue scelte”: intendiamo che la montagna deve acquisire autorevolezza e autonomia in quel che essa è. Un esempio? Capita molto spesso che centraline metereologiche, centri di ricerca scientifica, naturalistica, etc., siano gestiti da università “lontane”, di pianura…. E’ possibile che le aree di montagna possano sviluppare ricerca scientifica, recupero dei luoghi, assetto territoriale virtuoso (contro le frane ad esempio…) senza dipendere dalla “pianura”? (s.m.)

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DOLOMITI, PASSO SELLA CHIUSO ALLE AUTO

da “Il Corriere delle Alpi” del 7/7/2017

– Scontro istituzionale tra Zaia e Delrio – Il governatore scrive al ministro: «Atto unilaterale e così danni gravi al turismo» chieste misure alternative allo stop alle auto – Continua a leggere

E’ UN NORDEST DI TANTI CAPANNONI, ruderi, centri commerciali, condomini, alberghi… ABBANDONATI – “Non torneranno i prati”: Il Paesaggio descritto da pittori, scrittori, fotografi… è perduto – IPOTESI credibili DI USCITA DAL DEGRADO, con attività vere, nuove, ecocompatibili, innovative per un “NUOVO NORDEST”

“(…) IN OTTO ANNI, DAL 2001 AL 2009, nel solo VENETO sono state RILASCIATE CONCESSIONI EDILIZIE PER OLTRE 111 MILIONI DI METRI CUBI DI FABBRICATI INDUSTRIALI E ARTIGIANI. In sostanza, CAPANNONI. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 MILA METRI CUBI PER CHILOMETRO QUADRATO (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa. Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. LA GRANDE CRISI SEGUITA AL 2008 HA INESORABILMENTE MODIFICATO LO SCENARIO: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e UN IMMENSO PATRIMONIO EDILIZIO – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – È STATO ABBANDONATO A SE STESSO (…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   In Veneto si calcola che siano almeno 10mila i capannoni sfitti, inutilizzati, o totalmente abbandonati. Se estendiamo la cosa oltre i soli capannoni, allora si parla di più di 12 mila manufatti di rilevanti dimensioni vuoti, fra Veneto e Friuli.

   Un’edificazione senza regole, campanilistica (ogni comune anche piccolissimo con le sue aree industriali), priva di programmazione: per dire, la provincia di Treviso ha 95 comuni e conta 1.077 aree industriali, e in queste aree molti, moltissimi, sono i capannoni vuoti. O capannoni impiegati in minima parte, sia negli impianti e merci contenute, che nella manodopera presente.

MAPPA DEL CONSUMO DEL SUOLO IN VENETO 2015 (Fonte “Carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA, 2016”) – IL CONSUMO DI SUOLO COSTA OGNI ANNO AL VENETO OLTRE 137 MILIONI DI EURO ALL’ANNO. Questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato NEL RAPPORTO CONSUMO DI SUOLO 2016. Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno, causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». (da http://www.venetoeconomia.it/ )

   Cosa fare allora di quei cubi di cemento disseminati un po’ dappertutto? Abbatterli o tentare di recuperarli? Sono le domande che un po’ tutti si fanno (quelli che si guardano attorno, tutti, non solo gli amministratori, i politici, gli adetti ai lavori come urbanisti, architetti, geografi, studiosi…). Tutti noi, interessati alle sorti dei nostri luoghi, ci chiediamo “che fare”.

Capannoni abbandonati

   E non è solo questione di capannoni industriali, artigianali: pensiamo ai ruderi che ci capita di vedere lungo le strade del Veneto e del Friuli: abitazioni, palazzi, condomini, hotel, negozi…(adesso anche addirittura centri commerciali totalmente chiusi!); poi addirittura anche ex caserme (non solo in Friuli Venezia Giulia) dismesse….

UNO FRA I TANTI CASI – “(….) il CENTRO COMMERCIALE costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di VILLORBA, alle porte di Treviso. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto DIVENTARE LA CITTÀ DEGLI ACQUISTI DEI TREVIGIANI, ma LE COSE SONO ANDATE DIVERSAMENTE: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.(…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Provate a pensare nelle vostre esperienze quotidiane di vita e spostamenti, che altro si potrebbe aggiungere di tipologia di fabbricati chiusi, inutilizzati…. manufatti che o sono in degrado totale o stanno lentamente cadendo a pezzi, di stagione in stagione, diventando appunto dei ruderi…immagine di un Nordest che non è più quello di prima, e non sa per niente cosa diventerà.

EFFETTO DOMINO di Romolo Bugaro, 2015, Einaudi Supercoralli, euro 19,50 – “CRISI DEI CAPANNONI NEL NORD EST, ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO: IL PENSIERO DI UNO SCRITTORE DEL NORDEST – Nomisma ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «FANNO LA MUFFA» chiosa ROMOLO BUGARO, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila. «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere». Bugaro nota come quello che sta accadendo A NORDEST È «UN FENOMENO NUOVO E IMPRESSIONANTE». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore. (Copyright – Nordest Economia Gruppo Espresso)

   C’è stato un periodo, un decennio fa, che i capannoni abbandonati spesso venivano utilizzati, nel tetto come installazione di pannelli fotovoltaici: era l’epoca più redditizia del “conto energia”: cioè rendeva bene, con gli incentivi statali, la cessione di energia elettrica al GSE (cioè al Gestore dei Servizi Energetici) immettendo così in rete, dietro remunerazione per ogni kWh, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari fotovotaici.

   E paradossalmente il sostanzioso bonus ai produttori di energia veniva (viene) pagato in bolletta da chi non aveva i pannelli solari di produzione energetica…. Il gioco speculativo dell’utilizzo dei capannoni in questo caso (ma anche di terreni agricoli, quando non convertiti a vigneti, elemento ora redittuale in forza…), l’elemento speculativo, dicevamo, del fotovoltaico regge (ha retto) fin tanto che lo Stato sponsorizzava la cosa (attraverso appunto gli ignari consumatori pagatori di bolletta elettrica). Pertanto nessuna conversione “seria” dei capannoni ad attività innovative in questo caso.

EX LANEROSSI, Via Pasubio 135, SCHIO, (Vicenza) (foto da http://espresso.repubblica.it/ )

   Ma non ci addentriamo in questo post sul tema della produzione energetica: l’utilizzo dei capannoni abbandonati rendeva ai proprietari l’affitto del tetto di questi per l’utilizzo a panelli solari fotovoltaici, con aggravio alle casse dello stato (cioè direttamente dei contribuenti in bolletta!) e che poco aveva questa attività di “virtuosamente ecologico” (tant’è che, diminuiti o cessati gli incentivi, si sta totalmente diradando, e rimangono gli impianti a base di silicio da smaltire, ed è facile osare pensare che tra qualche decennio, anche meno, la comunità (noi tutti), dovrà farsene carico (come spesso accade in questi casi).

(nella foto: l’Hotel Michelangelo ad Abano Terme, abbandonato, covo di rovine per sbandati – da http://www.skyscrapercity.com/ ) – Ad ABANO e MONTEGROTTO, nel Padovano, il più importante distretto termale d’Europa, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. OGGI QUEGLI ALBERGHI, ANCHE CENTRALISSIMI E TALUNI LUSSUOSI, SONO DIVENUTI UN RICETTACOLO DI DEGRADO E UN BIVACCO PER SENZATETTO. (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   E poi, oltre al degrado dei capannoni, va anche ricordato che molto spesso sono stati usati materiali per costruirli altamente inquinanti: uno su tutti è l’AMIANTO, che è stato ampiamente usato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel campo dell’edilizia e dell’industria, specie proprio per le coperture dei tetti dei capannoni industriali…che ora sono lì, che cadono a pezzi…e rilasciano nell’aria le velenose cancerogene particelle.

   Pertanto non è solo un problema “visivo”, del paesaggio massacrato, e del futuro economico incerto… ma anche di salute pubblica, di risanamento dovuto di vaste aree molto spesso densamente abitate, in mezzo a popolazioni che lì ci vivono….

il REPORT DEL WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA” (del 2014, ma sempre attuale) affronta il tema “LAND TRANSFORMATION IN ITALIA E NEL MONDO: fermare il consumo del suolo, salvare la natura riqualificare le città”. E’ un’occasione per riflettere sulla cementificazione del nostro fragile territorio e delle nostre risorse naturali sottoposte ad un’emergenza diventata quotidiana a causa del dissesto idrogeologico e dei fenomeni estremi provocati dal cambiamento climatico.RAPPORTO WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA”. Ecco il link:
http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf

   Le proposte per “togliere i capannoni” (e in genere ogni manufatto edile inutilizzato, che sta cadendo) sono tutte proposte un po’ deboli, scontate, con poco di innovativo.

   Ad esempio una è quella dei CREDITI EDILIZI: cioè la demolizione dei manufatti irrecuperabili a ogni altra destinazione d’uso, e il recupero globale di aree abbandonate. In Veneto esisterebbe la legge urbanistica fondamentale che questo prevede appunto con i crediti edilizi (la legge regionale 11 del 2004): cioè l’abbattimento, con recupero del suolo (magari ritorno ad un difficile uso agricolo), e il “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili, non danneggiare i proprietari. Ma questo suscita forti perplessità, in un’epoca in cui si parla di arrivare presto a un “consumo del suolo zero”… lo spostamento in cunatura non convince…e poi per fare cosa? …il mercato immobiliare ora molto ridotto non ripagherebbe certo i proprietari dei capannoni demoliti…. i crediti edilizi diventano peggio della demolizione, in ogni caso uno strumento con poco senso…

“(….) L’ex centrale i Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO. Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ IUAV, che ha preso a riferimento un NUCLEO DI ZONE INDUSTRIALI «TIPICHE» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un PROGETTO per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA, VIE D’ACQUA (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Qui, in questo post non proponiamo alternative e idee di “rivoluzione per un nuovo Nordest”, perché non ci sono idee nuove. Ci limitiamo a dire e riportare, prosaicamente, quel che si può fare di ragionevole: lavorare su un territorio per migliorarlo il più possibile, con nuove forme di mobilità (ad esempio l’estensione che appare, pur lentamente, di piste ciclabili: ci pare cosa interessante); con nuove attività emergenti compatibili con l’ambiente; con nuove produzioni artigianali in rete più vasta, globale, cui il Nordest può essere presente. Con la creazione di infrastrutture leggere e importanti, come l’estensione in ogni dove dei cavi della BANDA LARGA (eviteremo pure la trasmissione WiFi con onde elettromagnetiche di cui non si sanno ancora gli effetti sulla salute…)… Con un’educazione all’innovazione, a un turismo più efficace, intelligente, conoscitivo dei vari modi delle realtà locali (non solo i paesaggi, ma l’economia, gli usi, le tradizioni…), turismo che valorizzi le enormi risorsi culturali, ambientali (luoghi anche piccoli “d’arte” ora dimenticati, una montagna favolosa, un mare così così…).

   E negli articoli che seguono, in questo post, riportiamo anche l’indagine molto interessante, il reportage, dell’inserto regionale veneto del Corriere della Sera (il Corriere veneto) che nei giorni scorsi ha analizzato le prospettive possibili di recupero dal degrado dei manufatti non più operanti nel Nordest.

   Ad esempio l’ex Centrale elettrica non più in uso di Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un polo turistico, ludico, naturalistico ed agro-gastronomico. E’ vero che Porto Tolle ha una carta da giocare: cioè sorge in una zona di pregio, il Delta del Po.

   Ma in pianura, fra un centro abitato e l’altro, cosa si può fare? laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli?

   Un gruppo di studenti dell’Università Iuav di Venezia, su questo tema (del degrado di manufatti in pianura, in zone “meno interessanti”), ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto che prevede spazi ciclopedonali, orti urbani, vie d’acqua….

DALLA FABBRICA AL MUSEO PAGNOSSIN – RICONVERSIONI: L’ex FABBRICA DELLE CERAMICHE rivive fra sostenibilità e posti di lavoro – L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst – IL PROGETTO SI CHIAMA OPEN DREAM, un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale – L’OBIETTIVO È GENERARE RICCHEZZA, BENESSERE E POSTI DI LAVORO per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da ARCHITETTI, DESIGNER, CURATORI D’ARTE E PIANIFICATORI selezionati dall’università Iuav di Venezia e AFFIANCATI DAI PROFESSIONISTI INCARICATI DALL’AZIENDA, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal PIANO INDUSTRY 4.0. Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli ARTE E DESIGN, TURISMO GREEN E ALIMENTAZIONE, COMUNICAZIONE E MARKETING, ARCHITETTURA E PAESAGGIO

   Oppure pensare ai capannoni per mettere servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi, attività sportive, palestre, aree per fiere e sagre o mercati, o attività agricole per immagazzinare prodotti (ad esempio il cippato da legno combustibile)….non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati….

   E’ questo che sta un po’ accadendo nella realtà di tutti i giorni, “individualmente”, nell’attività quotidiana ad esempio di ogni amministrazione comunale che si pone il problema per i “degradi” e “abbandoni” nel proprio territorio…. ma rimaniamo nel confuso, senza alcuna programmazione, senza alcuna idea innovativa di nuovo sviluppo. (s.m.)

“(…..) L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. IL 40% DEGLI EDIFICI RISULTA ABBANDONATO. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav….«Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un POLO LOGISTICO CON FUNZIONI DIVERSIFICATE, anche di tipo AGROALIMENTARE, con MANIFATTURA, MECCANICA e METALLURGIA AVANZATA dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese…» (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

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RICICLARE O DEMOLIRE I VECCHI CAPANNONI. PROGETTI E IDEE PER RICOSTRUIRE IL NORDEST

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 18/6/2017

   Soltanto in Veneto si calcola che siano almeno 10 MILA I CAPANNONI SFITTI O TOTALMENTE ABBANDONATI. Un patrimonio immobiliare immenso, spesso di scarsa qualità e che, dopo decenni di crescita impetuosa e l’altrettanto brusca frenata dell’ultimo decennio, propone un problema dai risvolti potenzialmente dirompenti sotto il profilo urbanistico e ambientale: COSA FARE DI QUEI CUBI DI CEMENTO DISSEMINATI UN PO’ DAPPERTUTTO? ABBATTERLI O TENTARE DI RECUPERARLI? Continua a leggere