FUSIONE DEI COMUNI E NUOVE CITTÀ: UN PROCESSO TROPPO LENTO nel galoppante sviluppo dei sistemi urbani globali – Come unire la URBANITÀ TECNOLOGICA che ora si sviluppa e la DEMOCRAZIA e PARTECIPAZIONE DIRETTA dei cittadini? – La necessità di accelerare la fusione dei comuni in nuove città

NON SIAMO PIÙ IL PAESE DEGLI OTTOMILA COMUNI. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983. (…)…numeri oggi ancora insufficienti per affermare l’esistenza di un vero cambiamento dell’assetto istituzionale locale…Oggi le fusioni non sono obbligatorie. Tuttavia, di fronte a una normativa che vincola i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata, in alcuni casi – anche per gli importanti incentivi economici sia a livello nazionale che regionale – la strada scelta è stata quella della fusione. (…) …si punta sulle fusioni tra comuni con norme ordinamentali e finanziarie di favore (…) ….L’attenzione andrebbe però spostata sulla fase di valutazione del processo. In che modo i nuovi comuni utilizzano gli importanti incentivi ricevuti? Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio? QUALI VANTAGGI DÀ AI CITTADINI L’APPARTENENZA AD AMMINISTRAZIONI PIÙ GRANDI? (…) (“FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO”, di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto, da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/ )

   In questi ultimi 5 anni la crescita del numero di fusioni tra comuni è stata favorita dal decreto legge n. 95 del 2012, che ha introdotto importanti incentivi finanziari per incoraggiare il processo di riordino e di semplificazione degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati, dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, dalla legge di bilancio 2017.

   E’ accaduto così che ora non siamo più, nella penisola italica, il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta del secolo scorso (il dopoguerra ha portato a istanze e concessioni dello status di tanti troppi nuovi comuni…), per la prima volta dal dopoguerra il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto la quota di 8mila (al 1° gennaio 2017 sono 7.983).

(…)“LA RIORGANIZZAZIONE DEI CONFINI COMUNALI DI SOLITO AVVIENE PER PICCOLE AREE: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi, ha il vantaggio di CORRISPONDERE MAGGIORMENTE ALLA VITA QUOTIDIANA REALE DELLE PERSONE.(…) (Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO del 14/6/2016) – Nella MAPPA: Riorganizzare i comuni – urbanistica – SLIDE DA https://www.slideshare.net/matierno/riorganizzare-i-comuni-urbanistica

   Però, va detto, il 90 per cento degli enti finora soppressi ha meno di 5mila abitanti; e solamente in pochi casi (dodici) si è arrivati ad aggregazioni con più di 10mila abitanti (il fatto che si siano aggregati di più i piccoli comuni è dato anche dalla normativa che vincola ora i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata).

L’EVOLUZIONE LEGISLATIVA VERSO LE FUSIONI TRA COMUNI (da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/ )

   Per lo più i criteri adottati, nelle fusioni tra comuni, sono stati abbastanza razionali: cioè la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari, dei sistemi locali di lavoro…. (a volte, e questo non è cosa buona, è valsa l’appartenenza delle amministrazioni comunali alla stessa parte politica).

   Ci sarebbe poi da dire molto (e ragionarci su, riflettere) sui referendum di fusione. Su 158 referendum effettuati in Italia per la fusione di comuni, 91 hanno avuto esito positivo (pari al 58 per cento) e hanno portato alla nascita di un nuovo comune. Negli altri 67 referendum (il 42 per cento) la proposta è stata bocciata dalla popolazione dei comuni interessati (i dati che vi stiamo dando li abbiamo ricavati dal sito de “la Voce.info” e da lì, qui di seguito in questo post, riportiamo 3 articoli fondamentali per fare il punto delle situazioni di aggregazione che stanno –o non stanno- avvenendo).

ESPANSIONE URBANA STORICA DI ROMA VISTA DALL ALTO

   Perché alcuni referendum di approvazione della fusione hanno funzionato e altri no? Quali temi sono stati affrontati per convincere gli elettori? Quali sono gli elementi che i cittadini valutano ai fini della propria scelta? Fa specie notare che molto spesso i referendum di fusione “vinti”, avvengono in luoghi di montagna, con difficoltà economiche per la scarsa popolazione e i pochi finanziamenti pubblici (con territori molto ampi da amministrare); e in questi comuni spesso è difficile trovare qualche lista (e sindaco) che si candida alle elezioni.

   Altre realtà di comuni, più grandi e più ricchi, hanno sonoramente bocciato il referendum proposto (e necessario al riconoscimento dello status di “nuovo comune”) per paure di perdere “l’identità”, per ragioni campanilistiche, storiche, di separazione “da sempre”, di realtà territoriali che “non si riconoscono” nell’una o nell’altra realtà. Divisioni ancora oggi difficile da superare….

   Pertanto si ha l’impressione che la volontà popolare di accogliere la fusione sia più legata a “uno stato di necessità”, che da un desiderio di aprirsi a una nuova entità locale più allargata e confacente ai tempi contemporanei (e futuri).

DA LA STAMPA I PICCOLI COMUNI CHE SPARISCONO – “NOI E L’EUROPA – Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. IL PROBLEMA È UN ALTRO, E SI CHIAMA CROLLO DEMOGRAFICO. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali (….)” (“COSÌ UN COMUNE SU TRE RISCHIA DI SPARIRE”, di Gabriele Martini, “da “La Stampa” del 1/6/2016”)

   E’ comunque da chiedersi quali sono i vantaggi per i cittadini dall’appartenenza ad amministrazioni più grandi… Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio…

… Il tutto partendo da un  riscontro ineccepibile: cioè che oggi più della metà della popolazione mondiale si concentra nelle città (sia essa residente in raffinati centri storici o nelle bidonvilles periferiche) e di anno in anno il fenomeno cresce. Da noi, in Italia, è lo stesso che altrove, Piuttosto, in tante aree regionali (come il Nordest), la diffusione urbana non ha un “centro”, ma è, appunto, diffusa e “confusa” nel territorio.

   Tornando al discorso delle fusioni tra comuni, se le piccole entità sono obbligate a convergere in “Unioni di servizi” (e pertanto alcuni capiscono la necessità di fondersi, pochi per la verità…), anche gli altri, paesi “intermedi” che, pur non avendo obblighi di unioni,  incominciano a sentire la necessità di condividere e partecipare a una PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA, e alcuni (ancora pochi purtroppo) stanno concretamente procedendo verso tentativi di fusione, non senza conflitti (che spesso si risolvono negativamente in referendum finali che bocciano l’iniziativa).

   Sono in particolare due le tipologie principali di costi ed effetti negativi presenti nella iper-frammentazione istituzionale dei territori (cioè “troppi comuni”): l’INEFFICIENZA frutto DELLE DISECONOMIE DI SCALA nei servizi, e la DEBOLEZZA DELL’AZIONE PUBBLICA.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE” PER IL VENETO: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   “Se nasci in un paese piccolo sei fregato”, qualcuno diceva già decenni fa. Ed è vero che questo “svantaggio” è peggiorato negli ultimi anni. Sia chiaro: non è che noi sosteniamo che nelle città si vive meglio, così, a prescindere…. (a volte si vive peggio… ogni anno ci sono studi, del “Sole 24ore” e di altri giornali o istituti di ricerca, che dicono che questa o quella è la città migliore da viverci, o peggiore, -di solito nelle medie città del nord si dimostra che si vive meglio che al sud-). Ma oltre a studi opinabili (difficile dire che a Belluno si è felici e a Napoli no…. pur con la raccolta differenziata al top a Belluno, mentre è da lasciar perdere per il secondo…)… Il contesto di vita urbano porta sicuramente a difficoltà in certi servizi e nella quotidianità (traffico, parcheggi…. criminalità no, è parimenti distribuita); però, premesso tutto questo, è indubitabile che IL CONTESTO URBANO (pensiamo per i bambini, i ragazzi, le giovani generazioni…) OFFRE OPPORTUNITA’ che i piccoli sperduti comuni non possono offrire.

   L’IDEA CHE QUI (RI)PROPONIAMO non è quella di un “andare verso le città” da parte di chi vive in sparsi e anonimi comuni, ma di RIVOLUZIONARE ISTITUZIONALMENTE I TERRITORI, aggregando medi e piccoli comuni che si costituiscano in NUOVE CITTA’.

   Non è da pensare che così si perde “l’identità” del piccolo paese, del posto dove sei nato o ci vivi da molto: anzi, il ridare linfa a luoghi oramai decadenti (decaduti) (spesso sorti su strade, ora trafficate, inquinate, e con edifici per forza abbandonati, cadenti -che non si sa cosa fare-…e dove gli abitanti sono andati a cercarsi casa in condomini e “abbinate” un po’ oltre le strade trafficate, in quartieri dormitorio anonimi…)… ebbene, con le nuove realtà urbane che possono nascere concretamente dallo sviluppo delle FUSIONI TRA COMUNI, e la costituzione istituzionale di NUOVE CITTA’ (un unico sindaco, un unico consiglio comunale…), porta a rivalorizzare “il piccolo”, il “municipio” (che ora non è più comune autonomo ma compartecipa al progetto della Nuova Città). Sviluppando in loco servizi diretti alla persona (l’Anagrafe, le Poste, sportelli Enel, Uls, agenzie fiscali….) servizi che, accorpati, solo così possono creare presidi a portata dei cittadini nei luoghi dei Municipi e frazioni (che così non sono più periferici).

   Nelle Nuove Città al posto dei comuni (città con almeno 60mila abitanti, noi pensiamo, per ragioni di economia di scala nei servizi…) potrà esserci la separazione tra servizi di “front office” a contatto con i cittadini, e servizi di “back office” che al cittadino non interessa se sono centralizzati e lontani (l’ufficio ragioneria della nuova città a nessuno serve averlo vicino a casa…).

   Quel che però più conta nella FUSIONE dei comuni e costituzione di NUOVE CITTA’ è che ne guadagna l’AUTOREVOLEZZA del nuovo contesto urbano, che potrà far valere di più agli altri organi istituzionali le proprie ragioni e necessità (sui servizi essenziali, sui finanziamenti richiesti, sulle opere pubbliche…). Ma AUTOREVOLEZZA anche di altro tipo, CULTURALE, ECONOMICA, NEL RAPPORTARSI AL MONDO e a tutte quelle innovazioni che stanno avvenendo, e molte meritano di non perder l’opportunità di “esserci” noi tutti, parteciparvi. (s.m.)

VEDI ANCHE SU QUESTO BLOG:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/02/01/fusioni-dei-comuni-referendum-difficili-da-vincere-per-i-fautori-dellaggregazione-tra-comuni-paura-di-perdere-lidentita-territoriale-spesso-vince-sulla-necessita/

LE CITTA DEL FUTURO? – “È in città che l’economia cresce, che le persone raggiungono alti livelli di istruzione, che la creatività sboccia, che le relazioni sociali fioriscono, che il patrimonio di intelligenza collettiva si accumula (…)La cosiddetta «classe dirigente globale» vola di città in città senza curarsi di quale Paese queste facciano parte. Per loro, le metropoli sono centri off-shore, non più legate al Paese e al territorio che le circonda: sono entità urbane che hanno costruito pezzi di se stesse interamente dedicati a questa élite globale dai grandi mezzi finanziari che vive come se non avesse nazionalità. È una classe nuova — o relativamente nuova — che guarda il mondo dall’alto: che arriva in aereo e osserva i canyon urbani dalla cima dei suoi grattacieli. (…) L’altra parte della città, in un certo senso underground, è quella dei pendolari che vivono ai margini, dei quartieri poveri e — nelle megalopoli del Terzo Mondo — degli slums, i quartieri che bollono della vita di nuovi e meno nuovi inurbati venuti dalle campagne in cerca di futuro.(…) Ciò nonostante, anche per la parte di umanità che vivrà nelle bidonville si apriranno opportunità che nelle campagne povere e superstiziose non sarebbero mai sbocciate.(…) È IL TRIONFO DELLA CITTÀ, titolo di un libro dell’economista di Harvard EDWARD GLAESER. Sottotitolo: «Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi, più smart, più verdi, più sani e più felici». Il cuore del suo ragionamento è che «le città esaltano le forze dell’umanità»: moltiplicano le interazioni personali, attraggono talenti e creatività, incoraggiano gli spiriti imprenditoriali, favoriscono la mobilità sociale (…) (DA LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO, di DANILO TAINO, da LA LETTURA inserto de “il Corriere della Sera”)

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FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO

di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto,

da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/

– Il numero dei comuni in Italia continua a scendere, grazie alle fusioni finora portate a termine. Contano senz’altro gli incentivi finanziari previsti. Ma per capirne a fondo il carattere, il processo dovrebbe essere seguito da sistemi di valutazione in grado di guidare amministratori e cittadini. –

COMUNI SOTTO QUOTA OTTOMILA

Non siamo più il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983 – grazie al successo di numerosi referendum consultivi, indetti per raccogliere l’opinione dei cittadini in merito all’istituzione di un nuovo ente mediante la fusione di due o più municipi.    Sebbene la diminuzione del numero dei comuni in Italia non abbia avuto ancora un impatto significativo, bisogna comunque riconoscere i forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. Continua a leggere

CAOS SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV) – Come uscirne? (e bene) – All’impasse nella realizzazione, tra piano finanziario- economico insostenibile, con costi pubblici sempre più consistenti, LA PROPOSTA DI RIVEDERE IL PROGETTO in senso più funzionale, meno costoso, subito realizzabile

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: IL PROGETTO ALTERNATIVO, REALIZZABILE DA SUBITO – La drastica RIDUZIONE DEI COSTI È POSSIBILE STRALCIANDO DAL PROGETTO DELLA SUPERSTRADA L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera. Altrettanto necessaria una più generale revisione del progetto attuale, perché i caselli attuali non sono funzionali per il suo obiettivo prioritario, che è servire il traffico dell’area pedemontana veneta, sia locale e sia di collegamento alla viabilità extra-regionale. PROPONIAMO DUNQUE L’ELIMINAZIONE DEGLI 11 CASELLI CHE SI TROVANO NEI 65 KM DA THIENE/DUEVILLE A SPRESIANO, PER REALIZZARE AL LORO POSTO 28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud. Sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando le vene di asfalto di collegamento ai caselli: il risultato, UNA PEDEMONTANA PIÙ “LEGGERA”, ESSA STESSA CIRCONVALLAZIONE DI CIASCUN COMUNE, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali

   La Superstrada Pedemontana Veneta (SPV) è il cantiere di “opere pubbliche” in questo momento il più grande in Italia: 95 chilometri di percorso, con altri 57 chilometri previsti di opere cosiddette “di adduzione” per raggiungere e inserire nei territori (della pedemontana veneta vicentina e trevigiana) l’opera che si vuole realizzare.

Cantieri della Pedemontana veneta

   Per scongiurare un catastrofico blocco dei cantieri, il governatore veneto Luca Zaia ha deciso nel marzo scorso di iniettare, nella realizzazione della SPV, 300 milioni di euro (in aggiunta ai 615 finora erogati dallo Stato) contraendo un mutuo bancario e reintroducendo a partire dall’anno prossimo l’addizionale regionale sull’Irpef (l’opera, in project financing, non doveva costare all’origine niente al “pubblico”: il concessionario la doveva costruire a sue spese, per poi ripagarsi nei 39 anni di gestione della superstrada a pagamento).

LA NOSTRA PROPOSTA

   Con la nuova convenzione firmata tra Regione e concessionario (il Consorzio di costruttori Sis), la Regione verserà al privato un canone annuo (si parte da 153 milioni, poi salirà fino a 400) e incasserà i pedaggi: che si spera siano superiori al canone (ma è più probabile che eventi ordinari e straordinari che possono accadere negli anni, portino a far sì che la Regione Veneto si indebiti ulteriormente per pagare il canone non coperto dai pedaggi). Da quanto detto, pare chiaro che l’operazione è ad esclusivo beneficio del soggetto privato: come dicevamo, la Regione percepirà i pedaggi e verserà a Sis un canone di disponibilità per 39 anni; cosicché l’intero rischio dell’impresa è nelle mani dell’Ente pubblico (cioè il privato non rischia niente, prende il canone di affitto e gestione in ogni caso).

TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, da liquidare entro gennaio 2018, e stavolta paga la Regione reintroducendo l’addizionale Irpef. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO??) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori Sis dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da Sis per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di Sis (Sis conta di incassare nei 39 anni della concessione 12,3 miliardi)

   Come dicevamo, finora su 2,25 miliardi di costo, lo Stato ha già dato 615 milioni, altri 300 ora li da la Regione e ci sono pure 74,5 milioni di ricavo per la vendita dei materiali ghiaiosi. E poi i costi non comprendono (sui 2,25 miliardi) altre quote di spesa che porteranno l’opera a costare un miliardo di euro in più, cioè non meno di 3,2 miliardi. Il miliardo di spesa aggiuntiva emerge dalla lettura della adesso terza convenzione (dopo quelle, superate del 2009 e del 2013), che parla di “oneri finanziari e servizi del debito” (per 278 milioni), dell’Iva (per 428 milioni), di 32 milioni da mettere in conto riserva, e 250 milioni come deposito di garanzia in grado di sopperire ad eventuali indebitamenti durante l’esercizio dell’attività. Insomma i costi sono ben maggiori dei previsti (per non parlare della realizzazione delle cosiddette “opere di adduzione” in ogni comune, in ogni casello, per rendere praticabile un’opera “chiusa” che funziona solo con i caselli di tipo autostradale (sicuramente ci vorranno altri soldi).

PROGETTO DEL CASELLO DI MONTEBELLUNA EST – IL SISTEMA DEI CASELLI AUTOSTRADALI E’ ASSAI IMPATTANTE, ASSAI COSTOSO, PER NIENTE FUNZIONALE AL TRAFFICO LOCALE, E RICHIEDE ULTERIORI OPERE (BRETELLE, CIRCONVALLAZIONI, ETC.)

   In questa impasse che si è creata, il problema è solo di trovare i finanziamenti necessari (e ne serviranno ancora ora non prevedibili…). E finora nessuno ha presentato una seria analisi dei costi e dei benefici, e prevale sempre un approccio fortemente ideologico, secondo cui la Superstrada si deve costruire perché sicuramente “è un bene”, e i benefici supereranno i costi, e quindi la sua costruzione è vantaggiosa a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

INTERSEZIONE A DIAMANTE – Proponiamo, al posto dei caselli, 28 accessi a INTERSEZIONE A DIAMANTE, che non sono impattanti, per ciascuna strada di una certa importanza di collegamento nord-sud della pedemontana (con l’eventuale presenza di portali di lettura automatica per i pedaggi): Favoriscono il traffico locale, costano molto meno,, e non c’è più bisogni di opere di adduzione alla SPV

   Tra l’altro il problema di base è che il costruttore non mostra di avere la forza finanziaria necessaria a portare avanti (finire) l’opera, di mettere i soldi che ancora mancano (il consorzio Sis, titolare della Pedemontana, ora, con la nuova terza convenzione, dovrebbe mettere di tasca propria in tutto 1,4 miliardi di euro; e questo già da subito: “il concessionario privato deve impegnarsi a versare subito risorse proprie pari a complessivi 780 milioni…”. Ma i dubbi sono molti che tutto questo si realizzi. In particolare perché nessun gruppo finanziario è disponibile a dare soldi (al Consorzio Sis) per un’impresa che si rivela assai ardua economicamente (a nostro avviso fallimentare, con il rischio di non vedere più rientrare i propri finanziamenti).

ESEMPIO DI PORTALI DI ESAZIONE AUTOMATICA (applicabili ai 28 accessi, senza più caselli)

   Pertanto l’attuazione dell’opera versa in una situazione di incertezza, e legittime appaiono dunque le perplessità sulla disponibilità di futuri finanziamenti: le difficoltà di realizzazione non finiranno infatti con l’ulteriore prelievo dalle tasche dei cittadini veneti dovuto all’aumento dell’Irpef da parte della Regione Veneto.

   E’ NECESSARIO DUNQUE (anche secondo noi) REALIZZARE L’OPERA (visto che è stata iniziata ed ora il territorio interessato è in uno stato di degrado totale, con cantieri aperti dappertutto e “lasciati lì”…); e REALIZZARLA IN TEMPI SOSTENIBILI RIDUCENDO DRASTICAMENTE I COSTI, RENDENDOLA PIÙ FUNZIONALE (e anche ambientalmente più rispettosa dell’ecosistema pedemontano), RIVEDENDO COSÌ CORAGGIOSAMENTE IL PROGETTO ATTUALE.

L’intervento sulla NUOVA GASPARONA, a nostro avviso, dev’essere migliorativo dell’attuale strada (NON SOSTITUTIVO) (ora, a lavori interrotti, questa strada che finora era stata adeguata alle esigenze di traffico, è di assai difficile praticabilità)

   Come abbiamo detto, con un minor impatto ambientale, economico e sociale, e una maggiore funzionalità di questa infrastruttura.

   LA PROPOSTA A CUI QUI ADERIAMO è quella di STRALCIARE DAL PROGETTO DELLA SUPERSTRADA L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera. E poi ELIMINARE I CASELLI (autostradali, impattanti nello spazio che richiedono, e assai costosi), SOSTITUENDOLI CON ACCESSI APERTI su tutte le strade, le direttrici nord-sud, che intersecano la superstrada pedemontana: ne verrebbero 28 di accessi anziché 11 caselli autostradali (accessi alle strade comunali, provinciali, regionali), più funzionali, assai meno costosi e poco impattati. Passerà questa proposta? (speriamo proprio di sì) (s.m.)

L’ATTUALE PROGETTO DI SPV: PERTANTO, PROPONIAMO DI STRALCIARE DAL PROGETTO L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera (OLTRE ALL’ELIMINAZIONE DELLA GALLERIA DI PRIABONA DI 6 CHILOMETRI). E POI L’ELIMINAZIONE DEGLI 11 CASELLI CHE SI TROVANO NEI 65 KM DA THIENE/DUEVILLE A SPRESIANO, PER REALIZZARE AL LORO POSTO 28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud

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CRISI DELLA PEDEMONTANA: SI RIVEDA IL PROGETTO, UN MINOR IMPATTO E’ POSSIBILE

30/3/2017, da ecopolisnewsletter

   Legambiente Veneto e CoVePa (coord.to Veneto Pedemontana Alternativa) presentano un appello sulle vicende della realizzazione della superstrada pedemontana veneta: si riveda coraggiosamente il progetto attuale per ottenere un minor impatto ambientale, economico e sociale.

   L’attuazione dell’opera versa in una situazione di incertezza e legittime appaiono dunque le perplessità sulla disponibilità di futuri finanziamenti: le difficoltà di realizzazione dell’opera non finiranno infatti con l’ulteriore prelievo dalle tasche dei cittadini veneti dovuto all’aumento dell’Irpef da parte della Regione Veneto.

   (…..) La Pedemontana non può rimanere un’opera incompiuta come una ferita aperta nel nostro territorio, come una rediviva “Salerno Reggio-Calabria”, perché si tratta di una autostrada che apre uno squarcio di centinaia di ettari asfaltati in una delle campagne più fertili d’Italia e che deve ancora realizzare tutte le compensazioni ambientali previste.

   Necessario dunque realizzarla in tempi sostenibili riducendo drasticamente i costi e rivedendo coraggiosamente il progetto attuale: solo così si potrà ottenere minor impatto ambientale, economico e sociale e una maggiore funzionalità di questa infrastruttura.

   L’imprescindibile riduzione dei costi spesa è possibile, a nostro avviso, stralciando dal progetto della superstrada l’inutile tratto ovest, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera.

   Altrettanto necessaria una più generale revisione del progetto attuale, perché i caselli attuali non sono funzionali per il suo obiettivo prioritario, che è servire il traffico dell’area pedemontana veneta, sia locale e sia di collegamento alla viabilità extra-regionale.

   Proponiamo dunque l’eliminazione degli 11 caselli che si trovano nei 65 km da Thiene/Dueville a Spresiano, per realizzare al loro posto 28 accessi aperti di forma compatta e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud; sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando le vene di asfalto di collegamento ai caselli: il risultato, una Pedemontana più “leggera”, essa stessa circonvallazione di ciascun Comune, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali.

   Infine, è necessario progettare l’infrastruttura secondo i principi di sostenibilità, con l’applicazione del principio del Green Infrastructures Public Procurement, che obbliga le gare di appalto pubbliche con modifiche rilevanti sul territorio a prevedere un rilevante utilizzo di materiali riciclati. Indispensabile, infine, per una pianificazione urbana che serva al mantenimento ed al recupero della permeabilità dei suoli, realizzare una “Pedemontana verde”, al fine di valorizzare il territorio e fermare il degrado dell’infrastruttura. 

   Chiediamo alle autorità locali, regionali e nazionali l’impegno di realizzare quest’opera in modo compatibile e funzionale,  affinché sia terminata con costi inferiori e veri benefici per l’ambiente e i cittadini dell’area pedemontana. (Legambiente Veneto e CoVePa)

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MAINARDI: “PEDEMONTANA, MEGLIO DIRE ALT AL CONTRATTO”

di Piero Erle, da “Il Giornale di Vicenza”

– “Venezia non tratti se il privato non versa il capitale o rischia di ritrovarsi in guai peggiori tra un anno” – “Traffico, i rischi sono del pubblico: ma come si fa ad avere dati certi se è ipotetica perfino la velocità futura?”-

   «Il nodo essenziale di ogni “project financing” è l’equity, cioè il capitale che ci mette il privato per realizzare un’opera di interesse pubblico. Ebbene, la Regione Veneto prima di qualsiasi atto o avvio di trattativa col concessionario della Pedemontana deve pretendere che venga depositata-versata la quota di capitale privato, che era a 500 milioni ed è stata ridotta a 430». Continua a leggere

CHE COS’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE? LA PROPOSTA che fanno le monete locali (ad integrazione dell’EURO, moneta europea nostra insostituibile) – MONETA COMPLEMENTARE, virtuale, per dar vita a un’economia locale sennò sospesa e marginale – IL TERRITORIO CHE SI METTE IN GIOCO

I NURAGHI IN SARDEGNA, COME METAFORA DEL SARDEX – Una metafora che li lega alla rete che storicamente si è sviluppata nei circa 7mila nuraghi dell’isola, piccole costruzioni di pietra in grado di relazionarsi idealmente, guardarsi l’uno con l’altro e la cui funzione non è mai stata completamente chiarita (alcune ipotesi li vorrebbero avamposti militari, altre più suggestive pensano ad una funzione astronomico-religiosa). COME PICCOLE MONADI IN UN SISTEMA GRANDE QUANTO L’INTERA COMUNITÀ. Ad ogni modo questa rete ideale, ma anche molto reale di persone e interessi è la stessa che in metafora Sardex rappresenta per i propri circuiti di credito. (da http://blog.startupitalia.eu/77890-20150918-financial-times-sardex )

LA SARDEGNA CONQUISTA VENETO E ITALIA INTERA CON LA SUA MONETA

Marzo 29, 2017 da www.itenovas.com/

Scritto da Maris Matteucci

Il modello Sardex si sta espandendo a macchia d’olio in tutta Italia: il Veneto è l’ultima regione “conquistata”…

   La Sardegna conquista il Veneto (e l’Italia intera) con la sua moneta: sì, perché si sta espandendo a macchia d’olio un nuovo modo di fare impresa, lanciato per la prima volta da Sardex Spa che ha appunto sede nell’isola sarda. Si tratta di un modo di fare impresa innovativo, etico, fondato sui valori della collaborazione, della fiducia e della reciprocità. La moneta Sardex sta guadagnando terreno e a oggi sono oltre novemila le imprese in Italia che hanno scelto di affiancare all’euro un’altra unità di conto (ogni circuito ha la propria), con la quale finanziarsi reciprocamente senza interessi. Ad ogni acquisto il conto dell’acquirente viene addebitato per un ammontare pari al prezzo di vendita del bene/servizio acquistato. Viceversa il conto del fornitore viene accreditato per un pari importo.

Professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, TONINO PERNA è autore del volume “MONETE LOCALI E MONETA GLOBALE. LA RIVOLUZIONE MONETARIA DEL XXI SECOLO” (Altreconomia, 2014), in cui sviscera il mutamento, nei secoli, del significato e delle forme di denaro. Fino alla diffusione, ai giorni nostri, delle MONETE COMPLEMENTARI e al declino del dollaro come moneta globale regolatrice degli scambi sui mercati internazionali

   Un modo per far girare l’economia che dalla Sardegna è stato esportato in tutto il continente. Il modello Sardex nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre nove regioni d’Italia: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Umbria. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il Veneto, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio.

   Venetex, il nome dato a questo nuovo modo di fare impresa in Veneto. E l’idea sembra davvero funzionare ma non potrebbe essere altrimenti visto che tutte le Regioni che si sono affidate al modello Sardex non hanno potuto fare altro che constatare gli effetti positivi della loro scelta sulla economia delle imprese. Nei circuiti Sardex la moneta complementare gira 11 volte contro 1,9 dell’euro, ecco perché in molte regioni il progetto nato sull’isola rappresenta anche una valida alternativa per sopperire alla sempre più frequente mancanza di liquidità.

Sardex_s founders outside their office in Serramanna, Sardinia_ by FINANCIAL TIME – “Il successo di SARDEX, in una regione come la Sardegna che intanto attraversava la sua peggior fase economica, non si deve solo alla geniale intuizione di CINQUE RAGAZZI (nella foto) DI SERRAMANNA, paese nel quale sono cresciuti i FONDATORI DI SARDEX (Gabriele e Giuseppe Littera, Carlo Mancuso, Piero Sanna e Franco Contu), ai loro studi e alla loro capacità. Ma anche al fatto che L’ESPERIMENTO È ARRIVATO NEL PIENO DEL “CREDIT CRUNCH” ITALIANO, in una crisi bancaria che all’epoca era ancora nascosta ai mezzi d’informazione ma bene in vista per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i professionisti. “Prospettare una soluzione locale ma non localistica a una crisi generatasi sui mercati finanziari globali è un atto propriamente politico”, scrivono Amato e Fantacci, economisti della Bocconi in un e-book dedicato alla moneta complementare.(…)” (Roberta Carlini, da INTERNAZIONALE del 22/1/2017)

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PROVIAMO A SPIEGARE SEMPLICEMENTE COS’E’ UNA MONETA COMPLEMENTARE, LOCALE, VIRTUALE

   In una data Comunità territoriale (una regione…. una città…) dei soggetti (persone e imprese) decidono di aderire a un sistema finanziario “limitato”, incominciando a scambiarsi beni o servizi pagando e/o ricevendo come moneta (virtuale) un debito o un credito denominato Sardex (come sta accadendo in Sardegna) o Venetex (come sta accadendo in Veneto), o Tibex nel Lazio, Liberex in Emilia Romagna, etc….. A poco a poco crescono le persone e le imprese in gioco, diventando centinaia, migliaia gli aderenti….

   Ma facciamo un esempio limitato, banale, insufficiente (e di pura teoria, ma per capire come funziona…) a soli 5 soggetti in campo (A, B, C, D, E).

LE PROFESSIONI DI CIASCUN SOGGETTO – Il soggetto A vende computer, il soggetto B fa il muratore, il soggetto C è un alimentarista, il soggetto D è un professore di inglese, il soggetto E è un commercialista.

VENETEX A TREVISO (nella foto FRANCESCO FIORE, padovano ideatore e iniziatore di Venetex – “VENETEX si consolida in Veneto e si presenta anche a Treviso, dove già una quarantina di aziende ha aderito al circuito della moneta complementare, nata per fare rete fra le imprese e rilanciare insieme l’economia del territorio” (da “la Tribuna di Treviso” del 24/3/2017)

  A tutti e 5 “la banca della moneta complementare” assegna (attraverso un BROKER che gestisce e controlla gli scambi) un FIDO di 5mila monete complementari virtuali (il nome è da scegliere…. e il valore della moneta complementare quasi sempre nella loro unità corrisponde a un euro). Non ci sono interessi da pagare e nessun contratto da firmare (è un rapporto fiduciario con il Broker che assegna il fido).

“B” muratore avrebbe bisogno di informatizzarsi comprandosi un computer, ma ha molte altre spese, poco lavoro, ed è interessato solo vagamente, e non spenderebbe mai i soldi che servono se dovesse usare euro; invece, avendo a disposizione questa somma concessa in moneta complementare decide di migliorare la struttura del suo lavoro, “informatizzandosi”: va da “A”, venditore di computer, che gli offre un pc da 2mila crediti “moneta complementare” (e “B” accetta).

   Naturalmente ogni operazione finanziaria è sancita da regolare fattura in cui l’Iva a debito e a credito verso l’Erario dei due soggetti in campo è regolata in euro.

“B” scenderà come saldo a 3mila crediti, “A” sale a 7mila. “A”, il venditore di computer, decide allora di investire qualcosa nella più efficiente tenuta della sua contabilità, e chiede al commercialista “E” di fargli da consulente: il costo annuo del servizio è di 3mila crediti che fa scendere di questa cifra il venditore di pc e salire il commercialista.

   Quest’ultimo, “E”, decide di estendere la propria attività contabile all’estero, e si fa preparare delle schede in inglese al professore di lingue (“D”) e lo coinvolge come traduttore. Costerà al commercialista questa cosa 2mila “monete complementari” a vantaggio del professore di inglese. A sua volta, quest’ultimo, “D”, decide di pagare il consumo alimentare della sua famiglia andando a fare la spesa da “C”, l’alimentarista, che a sua volta dal muratore si fa fare dei lavori…. E così via….. quel che appare è che la MONETA LOCALE non evade il fisco (ogni operazione è con Iva in euro) ma in particolare fa fare delle operazioni a volte considerate marginali che non si farebbero in condizioni “normali” (dovendo spendere “euro”) (a parte la spesa alimentare…) ma che vien più voglia di fare con questo sistema di crediti e debiti in moneta locale…..

Ne guadagnano tutti: l’economia locale, i singoli che impiegano di più le proprie risorse con un’economia personale parallela a quella “normale” in euro, il Fisco stesso con l’Iva negli scambi che aumentano…. Senza infrangere la sovranità dell’euro, ma creando una struttura (una moneta) locale più flessibile.

mappa italiana monete complementari – LE REGIONI DOVE C’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE, a partire dalla SARDEGNA (la prima e la più avanzata) – LA GRANDE FAMIGLIA SARDEX: Sono 11 i network regionali partecipati da Sardex: in PIEMONTE c’è Piemex, in LOMBARDIA Circuitolinx, in VENETO Venetex, in EMILIA-ROMAGNA Liberex, in UMBRIA Umbrex, nelle MARCHE Merchex, in ABRUZZO Abrex, nel LAZIO Tibex, in MOLISE Samex, in CAMPANIA Felix. Tra dipendenti e collaboratori ci lavorano circa 200 PERSONE. Complessivamente, SARDEX COMPRESO, su base nazionale si contano oltre 7.000 AZIENDE/LIBERI PROFESSIONISTI ISCRITTI; 10.000 I CONTI APERTI, anche di dipendenti delle imprese. Si stima che nel 2016 il network dei circuiti di credito commerciale ha sviluppato operazioni di compravendita tra imprese locali per un valore di oltre 100 milioni di euro, di cui 70 in Sardex. Particolarmente SIGNIFICATIVA LA CRESCITA DI LIBEREX (in Emilia Romagna): partito nel 2015 conta già circa 180 aziende e più di 200 dipendenti iscritti, mentre il transato ha superato il milione e mezzo di euro/Liberex. (Silvia Zamboni, da http://www.materiarinnovabile.it/ 15/3/2917)

IN PRINCIPIO FU (E’) SARDEX

   Le monete complementari locali possono così far parte di un processo di un RIEQUILIBRIO NELLE REALTA’ LOCALI, di de-globalizzazione dal basso della finanza (senza rinunciare, ovviamente, a un mondo globale in tutti i suoi aspetti positivi, combattendo quelli negativi); di mantenimento appunto di “economie locali”, comunitarie (si direbbe, com’è di moda “a chilometri zero”). E possono rappresentare, le monete complementari, uno dei fenomeni più interessanti del nostro tempo legato alla richiesta di un’“altraeconomia” ecologica, solidale e capace di rimettere al centro bisogni e diritti delle persone. 

bitcoin – DIFFERENZA FRA BITCOIN (moneta elettronica internazionale) E SARDEX (e le altre forme di moneta complementare) – Il SARDEX è una moneta complementare, una “unità di conto che serve a misurare debiti e crediti”, un sistema totalmente legale, con transazioni tracciabili, che ha creato un business sano per le aziende del suo circuito, oltre che occupazione in Sardegna. Il BITCOIN invece è prima di tutto una tecnologia innovativa a livello mondiale, che costituisce la prima valuta digitale decentralizzata, ovvero priva di intermediari che ne consentano le transazioni. Dubbi e critiche permangono sul bitcoin (è più difficilmente controllabile e in alcuni casi è stato coinvolto in traffici di droga)

   I cittadini, i consumatori e gli amministratori locali che promuovono le monete locali, hanno bisogno di riappropriarsi di una parte di quella sovranità monetaria che è sfuggita loro di mano. La situazione debitoria dei Comuni – ormai estesa al mondo intero – ha portato e porta a una riduzione dei servizi e all’aumento delle imposte locali: anche l’ente pubblico può impiegare (pagare e ricevere) in moneta locale (oltre e ad integrazione del patto di stabilità).

   Pertanto NON È UNA INIZIATIVA CONTRO L’EURO, MA LO INTEGRALo spirito di comunità e l’elemento della fiducia reciproca conta molto, ma comunque viene dopo, di conseguenza alle attività messe in campo. La prima spinta per entrare è quella economica. Nel risolvere la mancanza di denaro quando serve per fare delle attività utili (e il sistema tradizionale non può dare quel denaro), se dapprincipio si risolve un problema di liquidità, poi però intervengono altre motivazioni e accadimenti: si allarga il mercato, si dà opportunità di lavoro che prima erano bloccate, si ritorna a creare rapporti tra persone basati sulla fiducia e la collaborazione lavorativa. Queste sono le motivazioni di chi porta avanti questo progetto di moneta locale. E non possiamo che guardare ad essso (progetto) con interesse, curiosità, e magari, se ci sono le condizioni, provare a parteciparvi. (s.m.)

Un modo per far girare l’economia che dalla SARDEGNA è stato esportato in tutto il continente. Il MODELLO SARDEX nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre dieci regioni d’Italia: PIEMONTE, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, LAZIO, MOLISE, CAMPANIA, UMBRIA. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il VENETO, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio

Leggi quanto abbiamo già scritto in GEOGRAFICAMENTE in un nostro precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/07/19/la-proposta-di-monete-locali-ad-integrazione-delleuro-moneta-europea-nostra-insostituibile-valute-complementari-come-nuovo-valore-ai-luoghi-alle-comunita-moneta-local/

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PERCHE’ HANNO SENSO LE MONETE LOCALI

di Silvia Zamboni, 15/3/2017, da www.materiarinnovabile.it/

– Wir, Ithaca Hour, Campino Real: sono oltre 5.000 le monete alternative che circolano oggi nel mondo. Risorse preziose per le economie locali che permettono di ancorare al territorio la ricchezza prodotta e contrastare la crisi economica. Il caso emblematico del Sardex: dal 2010 140 milioni i crediti oggetto di transazione e 300.000 le operazioni effettuate. –

   Nel mondo – dal Brasile al Giappone, dagli Usa all’Europa – circolano oltre cinquemila monete alternative. Nate per contrastare la crisi economica, complementari alle monete ufficiali, sono la risposta locale, autogestita, ai colli di bottiglia della finanza convenzionale, pubblica e privata. Con il vantaggio di legare al territorio la ricchezza prodotta localmente. Un altro modo, si potrebbe dire, di fare economia circolare: si chiude il cerchio della catena del valore che resta ancorata al luogo di produzione.

   Il caso più conosciuto negli USA è l’ITHACA HOUR, Continua a leggere

GATED COMMUNITY (comunità col cancello): è il Medioevo prossimo venturo? – Il CASO del QUARTIERE-FORTINO di Treviso – Anche da noi iniziano le aree residenziali difese da alti muri? (come negli USA, Sud America, Sudafrica…) – Fenomeno urbanistico-sociale pericoloso (ma sono da capire le paure, e superarle)

IL QUARTIERE-FORTINO “SAN MARTINO” A TREVISO – Un quartiere di 22 villette a due piani (55 abitazioni), con balconi fioriti e piscina, “difeso” da occhi indiscreti da UN MURO ALTO TRE METRI. Accade a TREVISO, nel QUARTIERE DI SAN BONA, a poca distanza, peraltro, da un altro muro, quello della recinzione del carcere cittadino. Tre metri di sicurezza, sul MODELLO AMERICANO. Tre metri di difesa, in una sorta di CITTADELLA FORTIFICATA CON PISCINA, alla periferia della città. Tre metri di altezza, per marcare anche verticalmente il territorio. E tre metri di protezione, di clausura, di perimetro, di blindatura. Ma anche tre metri di polemiche, di discussioni e dibattito.(…) (Andrea Passerini, la Tribuna di Treviso, 2/3/2917)

   Sta accadendo a Treviso, ma esempi si stanno diffondendo in altre parti d’Italia: la nascita di nuovi nuclei residenziali (20-30 e più abitazioni) protetti da muri di almeno tre metri, “chiusi”, impenetrabili all’esterno.

Il muro di tre metri nel quartiere fortino di Treviso

   In questo post illustriamo appunto quel che sta accadendo a Treviso con la nascita della prima, seppur piccola, GATED COMMUNITY (“comunità col cancello” letteralmente). Ma vogliamo anche “dare uno sguardo” ad altri luoghi della Terra, per tentare di descrivere, seppur minimamente, il vero senso della diffusione delle Gated Community.

Treviso, Quartiere San Martino

   A Treviso il muro proteggerà “solo” 55 abitazioni, cosa piccola rispetto alle esperienze a dimensioni ben maggiori che ci sono negli Stati Uniti, in Sud America, in Australia, e in megalopoli sparse in molte parti del pianeta, specie del Sud del mondo.

Nel Pordenonese, a Fontanafredda, esiste già un quartiere fortificato. Si chiama Borgo Ronche, vi risiedono 250 persone

   Ma, questo modo di abitare “chiudendosi”, sembra apparire sempre più come un fenomeno irreversibile. Non che prima non ci siano stati esempi, episodi, di “chiusura residenziale” verso l’esterno (ville, palazzi, fino a castelli…). Ma, secondo noi, appartenevano a élite o economiche (la borghesia arricchita), o sociali (la nobiltà) che si chiudevano (si chiudono) con muri di elevata dimensione per garantirsi sì sicurezza (la paura che qualcuno entri per rubare), ma ancor di più per ribadire il proprio stato sociale-economico elevato, e la propria privacy privilegiata. Pensiamo che contasse molto la riservatezza: godersi il luogo e lo status di appartenenza (il bel giardino, la piscina…) senza essere visti.

LA CITTA’ FORTIFICATA DI BORGO DI VIONE – UN ALTRO ESEMPIO DI GATED COMMUNITY (ASSAI FAMOSO) NEL NORD ITALIA: si tratta di BORGO DI VIONE (frazione del comune di BASIGLIO, piccolo comune dell’hinterland milanese), UN’EX CASCINA TRASFORMATA IN RESIDENZE DI LUSSO nel 2011 dalla famiglia milanese Vedani

   Adesso a nostro avviso conta di più la paura dei furti, delle violenze, l’insicurezza, che il resto. Fenomeno peraltro (quello dei furti) dicono le statistiche e le rilevazioni della polizia, in vistoso calo; anche rispetto ad altri tipi di violenza (ad esempio stanno crescendo le violenze tra famigliari… vien da dire quasi che il pericolo viene non da fuori ma da dentro casa…). Non che le violenze di qualcuno che entra in casa per rubare non ci siano (a volte con conseguenze crudeli e terribili), ma è molto meno diffuso di quel che possa apparire, è cosa minimissima (ma il tam tam dei media lo amplifica).

ALBARELLA, L’ISOLA PRIVATA SITUATA NELLA LAGUNA A SUD DI VENEZIA, è a suo modo una GATED COMMUNITY PER LE VACANZE, un’ENCLAVE per l’estate in particolare. Nel cuore del PARCO NATURALE DEL DELTA DEL PO, collegata con un ponte alla terraferma, l’isola si estende per 528 ettari coperti dalla macchia mediterranea. Inaccessibile a chi non è proprietario. Ci sono più di 2300 proprietari privati che hanno acquistato un immobile (l’isola è della famiglia Marcegaglia)

   Allora quel che conta è “la percezione” dei possibili pericoli che possono accadere. E una società, delle persone, che percepiscono un pericolo, che “si chiudono”, non vanno criticate, ma vanno capite, aiutate, ridando loro concretamente la fiducia persa. E così servono risposte adeguate. Modi per poter “riprendersi i luoghi” in comunità, senza paure e patemi…..

Le GATED COMMUNITY sono aree residenziali, generalmente in contesti urbani, alle quali è impedito l’accesso o il transito a chi non vi sia residente o che da un residente non sia stato invitato a entrare. La cesura spaziale è realizzata mediante SISTEMI DI RECINZIONE (MURI, INFERRIATE, canali o altri dispositivi), VIGILATI E PRESIDIATI A CICLO CONTINUO da operatori di polizia privata anche attraverso l’uso delle tecnologie più sofisticate.(…) In queste condizioni, l’impresa costruttrice pubblicizza e pone in vendita non soltanto una porzione di proprietà, ma UN ‘MODELLO DI VITA’, una sorta di CITTÀ NELLA CITTÀ con regole sue proprie, stabilite al momento della fondazione, che si configura come un’isola economico-sociale all’interno di uno spazio più vasto.(…) Tra le principali caratteristiche attrattive delle gated community, quella prevalente è LA RICERCA DI PROTEZIONE ATTRAVERSO LA SEPARAZIONE DAL RESTO DEL TESSUTO URBANO, che evidenzia una sfiducia verso il livello di sicurezza garantito dal sistema pubblico.(…) IL MOLTIPLICARSI DELLE GATED COMMUNITY PONE DIVERSI PROBLEMI attinenti a nodi che riguardano la società nel suo insieme, come la definizione e il valore da attribuire a concetti come bene comune, spazio pubblico, comunità, diritto di cittadinanza, proprietà, ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali.(…) (da http://www.treccani.it/enciclopedia/ )

   Difficile da invertire la tendenza alla chiusura. Ma, rilevato il problema e il processo urbanistico-sociale a isolarsi, bisognerà pensare a modi concreti di (ri)stabilire la convivialità nelle comunità. Magari con una conoscenza reciproca (nel quartiere, nelle città…) che faccia riprendere la fiducia “nell’altro” e ridimensioni la percezione al pericolo. Una scommessa propositiva (di proposte concrete) anche per questo blog geografico. (s.m.)

BRASILE_GATE COMMUNITY VICINO EZEIZA CHIAMATO ANCHE CONDOMINIO FECHADO – CHE COS’È UN CONDOMINIO FECHADO IN BRASILE (condomínios fechados)? – Un condominio Fechado è una forma di comunità residenziale composta da un gruppo di case recintate, con entrata sorvegliata. Questi complessi residenziali all’interno hanno piccole strade e comprendono vari servizi condivisi . Per le comunità più piccole questo può essere solo un parco o di altra area comune. Per le comunità più grandi, può essere possibile per i residenti rimanere all’interno della comunità per la maggior parte delle attività quotidiane, avendo a disposizione negozi, parchi, piscine. (foto e testo da http://brasileinvestimenti.blogspot.it/ )

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El polémico muro que separa a ricos y pobres en Lima – PAMPLONA/LIMA/PERÙ: IL MURO DELLA VERGOGNA – (…..) A Pamplona Alta si rovesciano i significati della verticalità relativi alla LIMA che raccoglie i frutti della crescita economica. Più si sale verso la vetta di VISTA HERMOSA più gli insediamenti si fanno recenti e le condizioni di vita estreme. (…) In cima, queste abitazioni precarie sorgono a ridosso di UN MURO ALTO TRE METRI e LUNGO DIECI CHILOMETRI, che le sovrasta e rende impossibile valicare il poggio. (…) È stato definito IL “MURO DELLA VERGOGNA”, perché SEPARA I POVERI DI VISTA HERMOSA DAI RICCHI ABITANTI DI LAS CASUARINAS, LA PIÙ ESCLUSIVA GATED COMMUNITY DI LIMA e forse dell’intero Perù, dove si vive in ville con piscina dal valore di milioni di dollari. (….) (Nicolò Cavalli, 12/6/2016, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/ )

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Skyline di INTERLOMAS, area residenziale e commerciale di CITTA’ DEL MESSICO che ospita oltre 250 GATED COMMUNITY adiacenti a insediamenti di tipo favelas

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TREVISO: UN MURO ALTO TRE METRI PER IL PRIMO QUARTIERE FORTIFICATO DELLA CITTÀ

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 25/2/2017

– A Santa Bona il Borgo San Martino: 55 abitazioni protette e videosorvegliate. Nasce a Treviso il primo quartiere a modello americano, praticamente fortificato, con videosorveglianza e la possibilità di ingaggiare un guardiano privato –

TREVISO – Il muro sfiora i tre metri di altezza e circonda l’intero quartiere.  All’interno sono previste cinquantacinque case abbinate destinate ad ospitare almeno centocinquanta persone. Per adesso ne sono state costruite 21, vendute già 20, di cui abitate sedici. L’unico ingresso, controllato, è costituito da un portone automatizzato, la cui altezza impedisce la vista del quartiere, dove sono stati realizzate strade, marciapiedi, parcheggi, giardini privati e una piscina centrale come spazio aggregativo. Continua a leggere

I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE? E’ giusto tassare i robot che TOLGONO IL LAVORO agli “umani”? – La proposta di BILL GATES pone interrogativi sul MONDO DEL LAVORO CHE CAMBIA – Come dare un REDDITO A TUTTI se IL LAVORO NON È PIÙ IL PARADIGMA essenziale delle nostre società?

Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016
Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016

   “Liberarsi della necessità del lavoro”, già lo proponeva Karl Marx. E poi di lì a seguire tanti hanno messo in rilievo che “la fatica” (ma spesso anche la schiavitù, le sopraffazioni…) che tanti lavori impongono doveva essere superata con la tecnologia, ma anche con una società più “giusta” (con regole e garanzie dei diritti fondamentali di tutte le persone). E molto su questo si è storicamente fatto.

   Se, come sta accadendo, le industrie ma non solo, tutto il mondo del lavoro, i settori terziari compresi… riducono sempre più la presenza di lavoratori, sostituendoli con robot, con macchine ad intelligenza artificiale, è da chiedersi che ne sarà di “tanti” (sempre più) espulsi dalle attività produttive e sostituiti dai robot. E, cosa che sta insieme, che ne sarà delle finanze statali, come sostenerle? (per i servizi, per il Welfare, per aiutare i disoccupati crescenti…?). Perché se da una parte ridurre le forze lavoro umane potrebbe portare ad un notevole taglio dei costi di produzione, dall’altra però sta portando a conseguenze sociali importanti, da averne coscienza per porvi rimedio.

“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)
“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)

   Da qui ne è uscita una proposta formulata da Bill Gates a un giornale online il 17 febbraio scorso. Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Gates pensa che se i governi tassassero il lavoro fatto dalle macchine, si ridurrebbe l’impatto negativo della progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato…. i governi nel frattempo potrebbero fare degli investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile e non ci sono mai abbastanza operatori, come ad esempio la cura degli anziani e l’insegnamento.

   La proposta da alcuni è stata vista come una boutade inapplicabile, altri la hanno vista come una provocazione positiva, e si sono posti il modo per realizzarla almeno in parte… però è una considerazione, una proposta (venuta anche dall’autorevolezza di chi la ha espressa) che ha “colpito nel segno”: il lavoro sta riducendosi drasticamente per tutti (i giovani in primis) e la causa non è solo la crisi economica mondiale, ma è vero che c’è una progressiva, drammatica e ineluttabile sostituzione di arti e mestieri per la maggiore produttività dei robot animati di intelligenza artificiale.

BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro
BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro

   L’utilizzo di robot nelle fabbriche è sempre più esteso, sostituisce sempre più il lavoro degli operai. E questo accade in tutto il mondo: anche nei paesi in via di sviluppo dove tante produzioni si sono spostate in questi anni, o si sono create all’interno per far uscire il Paese dalla povertà (come in Cina).

   Tornando allora all’idea di tassare i robot in quanto aumentano la produttività del lavoro ma tolgono manodopera “umana”, questa idea si fa ardua nella sua realizzazione anche perché è complicato e difficile definire cosa è un robot ed in quali casi sostituisca uno specifico lavoro. In fondo tutti gli strumenti applicati ad ogni attività hanno sostituito lavoro (pensiamo solo in agricoltura alle macchine che finalmente hanno sostituito il lavoro assai duro dei contadini e degli animali usati sui campi).

Reddito minimo in Europa (da "Il Fatto Quotidiano")
Reddito minimo in Europa (da “Il Fatto Quotidiano”)

   Molti hanno espresso un giudizio negativo, alla proposta di tassare i robot, dicendo che quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia. Affermando, questi “contrari”, che l’automazione fa sì rimanere senza lavoro molte persone, ma da la possibilità allo sviluppo di nuove professioni altamente qualificate, nuovi “mondi” che si possono aprire sul lavoro; e da vita a uno sforzo collettivo e positivo per (ri)mettere in gioco l’intraprendenza personale di chi rimarrà senza occupazione.

   Cose forse vere, ma è altrettanto vero che mai come in questa fase storica, la trasformazione del lavoro e l’espulsione di lavoratori è così veloce, che fa pensare che sia alquanto difficile una eventuale “sostituzione” immediata verso altre nuove attività. Perché è sicuramente vero che, a differenza di tutte le precedenti rivoluzioni, i nuovi posti di lavoro creati sono una percentuale nettamente inferiore rispetto a quelli perduti.

DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)
DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)

   Tra chi invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon infatti propone come soluzione alle perdite di lavoro un REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA in parte finanziato da una tassa sui robot (Gates propone di usare i soldi della tassazione dei robot per fare investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile, come sul “sociale”). Quel che è certo è che bisognerà riflettere su una diversa distribuzione dei redditi e delle opportunità fra tutti gli uomini.

   E poi serve dare una definizione di COS’È UN ROBOT, se vogliamo tassarlo, se parliamo della loro futura applicazione ai sistemi produttivi. Perché tante sono le tecnologie avanzate che riducono il lavoro, dai laser ai sensori, a tutto quello che ci facilita la vita (e quasi sempre meritoriamente: pensiamo a macchinari nel campo della sanità…), e invece forse dobbiamo individuare, tassare, qualcosa di diverso, cioè macchine che in modo puro e semplice fanno il lavoro che facevano prima tanti umani.

MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo - Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)
MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo – Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)

   E in questa logica bisogna incominciare a stabilire (come ha previsto una risoluzione del Parlamento europeo) i modi e metodi per un “riconoscimento dello status giuridico dei robot: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (questa citata è una parte di una Risoluzione del Parlamento Europeo proposta grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese Mady Delvaux, risoluzione approvata a larga maggioranza il 16 febbraio scorso).

LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell'immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)
LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell’immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)

   E serve ancor di più che ci sia un sistema nel quale più verranno utilizzate le macchine, meno dovrà essere tassato il lavoro degli umani. Redistribuendo il reddito, attraverso il Welfare pubblico, a chi non può lavorare, non perché non ne ha voglia, ma perché la possibilità di lavorare si sta riducendo drasticamente per l’automazione. Le proposte sono tante: reddito di cittadinanza, o di sopravvivenza, richiesta di fare lavori sociali…. È un campo di intervento tutto da inventare e su cui le idee si sovrappongono. Ma non c’è molto tempo per decidere: la rivoluzione dei robot corre veloce. (s.m.)

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I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE?

da IL POST.IT, 20/2/2017 (http://www.ilpost.it/ )

– Lo propone Bill Gates per finanziare l’occupazione dove le persone sono indispensabili, ma ci sono pareri molto diversi –

   Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Continua a leggere

LE GRANDI OPERE: poco efficienti, a volte inutili e solo dannose all’ambiente, spesso origine di corruzione (l’Alta velocità, il Mose, autostrade vuote…) – IN MEMORIA DI IVAN CICCONI, esperto di lavori pubblici, scopritore di appalti non trasparenti e meccanismi nascosti che hanno portato al disastro delle infrastrutture italiane

IVAN CICCONI - "Con sgomento abbiamo appreso che sabato 18 febbraio è venuto a mancare l’amico Ivan Cicconi. Tutti quelli che negli ultimi decenni hanno lavorato per opporsi al triste fenomeno delle grandi opere inutili e al conseguente furto di risorse pubbliche hanno un debito impagabile nei suoi confronti. Ivan Cicconi è stato uno dei principali esperti di lavori pubblici e come tale ha studiato gli anfratti più nascosti dei meccanismi che hanno portato alla situazione disastrosa delle infrastrutture e degli appalti in Italia. Il suo grande merito è stato quello di rendere pubbliche le sue ricerche, di mettere a disposizione dei numerosissimi gruppi ambientalisti e in difesa del territorio le sue analisi, aprendo una finestra sul disastro che si annida nel perverso intreccio politico-economico dietro le grandi opere.. Tutti quelli che lottano contro la profonda involuzione del sistema politico in cui viviamo hanno un debito di gratitudine enorme nei confronti di Ivan Cicconi; fu lui che denunciò l’immane imbroglio alla base del sistema TAV, sistema che poi è diventato il modello dei tanti disastri che affliggono l’Italia. Fu Ivan che dette strumenti per capire quello che era iniziato e che si è enormemente sviluppato negli anni. Se ci sono ancora anticorpi nel nostro paese lo si deve molto anche ad Ivan Cicconi." (da di Comitato No Tunnel TAV Firenze 20/2/2017)
IVAN CICCONI – “Con sgomento abbiamo appreso che sabato 18 febbraio è venuto a mancare l’amico Ivan Cicconi. Tutti quelli che negli ultimi decenni hanno lavorato per opporsi al triste fenomeno delle grandi opere inutili e al conseguente furto di risorse pubbliche hanno un debito impagabile nei suoi confronti.
Ivan Cicconi è stato uno dei principali esperti di lavori pubblici e come tale ha studiato gli anfratti più nascosti dei meccanismi che hanno portato alla situazione disastrosa delle infrastrutture e degli appalti in Italia.
Il suo grande merito è stato quello di rendere pubbliche le sue ricerche, di mettere a disposizione dei numerosissimi gruppi ambientalisti e in difesa del territorio le sue analisi, aprendo una finestra sul disastro che si annida nel perverso intreccio politico-economico dietro le grandi opere..
Tutti quelli che lottano contro la profonda involuzione del sistema politico in cui viviamo hanno un debito di gratitudine enorme nei confronti di Ivan Cicconi; fu lui che denunciò l’immane imbroglio alla base del sistema TAV, sistema che poi è diventato il modello dei tanti disastri che affliggono l’Italia. Fu Ivan che dette strumenti per capire quello che era iniziato e che si è enormemente sviluppato negli anni.
Se ci sono ancora anticorpi nel nostro paese lo si deve molto anche ad Ivan Cicconi.” (Comitato No Tunnel TAV Firenze 20/2/2017)

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“(…) Secondo uno studio della Banca d’Italia del 2012 negli ultimi tre decenni LA SPESA PUBBLICA PER INVESTIMENTI ITALIANA È STATA SUPERIORE A QUELLA DI FRANCIA, GERMANIA E REGNO UNITO. Tra il 1980 e il 2010 la spesa in Italia è stata pari al 2,6% del Pil inferiore a quella francese 3,1% ma superiore a quella di Germania 2,2% e del Regno Unito 1,8%. IL DIVARIO IN TERMINI DI DOTAZIONE FISICA DI INFRASTRUTTURE NON PUÒ ESSERE RICONDOTTO ALLA INADEGUATEZZA DELLE RISORSE FINANZIARIE, quanto all’ESISTENZA DI AMPI MARGINI DI MIGLIORAMENTO NEL LORO UTILIZZO. (…) Ecco alcuni esempi di scarso utilizzo di importanti e costosissime infrastrutture dei trasporti già realizzate. L’alta velocità Torino-Milano ha una capacità di 300 treni/giorno, ma se ne effettuano solo 24 e scarsamente utilizzati pure quelli. Il Passante autostradale di Mestre ha una capacità di 120 mila veicoli giorno ma ne transitano solo 25mila. Malpensa ha una capacità di 40 milioni di passeggeri anno, ma ne transitano 18 milioni. PESANO SULLE INFRASTRUTTURE I DIFFUSI FENOMENI DI ILLEGALITÀ, i difetti di programmazione e l’inefficienza delle procedure di selezione dei progetti, di affidamento dei lavori (addirittura senza gara per l’Alta velocità ferroviaria) e di monitoraggio della loro esecuzione. Se non si superano le vecchie logiche clientelari non basteranno le indicazioni di dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone. LE PROPOSTE DI INVESTIMENTO NON SONO SOTTOPOSTE A VALUTAZIONI COMPARATIVE. Si continua a puntare su un settore maturo come quello delle opere civili con limitate ricadute tecnologiche e modesti effetti occupazionali per unità di spesa (…) (Dario Ballotta, da “Il Fatto Quotidiano”)

IL MOSE DI VENEZIA PROGETTO FALLITO PRIMA DI ESSERE UTILIZZATO
IL MOSE DI VENEZIA PROGETTO FALLITO PRIMA DI ESSERE UTILIZZATO

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IVAN CICCONI, PERDIAMO CHI PRIMA DI TUTTI CAPÌ CHE IL TAV ERA SOLO UN AFFARE

di Fabio Balocco, da “Il fatto Quotidiano” del 20/2/2017

   Ivan Cicconi ha dato un contributo importante anche alla lotta No Tav, scrivendo, tra gli altri, Il libro nero dell’alta velocità (titolo originario “Ladri di tutto ad alta velocità”), in cui analizza per filo e per segno tutti i legami fra politica ed affari che hanno portato alla realizzazione della più imponente opera pubblica in Italia, un affare, quando nacque, nel lontano ormai 1991, pari a 30.000 miliardi di lire, considerando solo le tratte Milano-Napoli e Torino-Venezia. Un’operazione che da un lato ha gettato a mare una tecnologia trasportistica come quella del pendolino, che tutto il mondo ci invidiava, e dall’altro ha contribuito ad aprire una voragine nei conti pubblici dello Stato, che tuttora brucia. Questo senza contare i disastri ambientali che ha prodotto (Mugello su tutti) e sta producendo (Torino-Lione e Terzo valico). Tutti d’accordo i partiti con poche eccezioni personali. Una su tutte Luigi Preti, esponente socialdemocratico che così scriveva nell’anno 1992 a Beniamino Andreatta, all’epoca responsabile economico della Democrazia Cristiana: “Tu sei un uomo di grande onestà ed economista di grande valore. La Democrazia Cristiana ne deve tenere conto se vuole evitare che il progetto dell’alta velocità si realizzi sul serio e si dia poi colpa al tuo partito dopo la catastrofe”.

   Legame fra politica ed affari che giustifica la realizzazione dell’opera e giustifica altresì l’enorme lievitare dei costi dell’opera in corso di realizzazione. Come ricordava Sergio Rizzo sul Corriere della Sera nel 2008: “Il costo a chilometro è salito a 44 milioni di euro… Domanda inevitabile: e negli altri Paesi? In Spagna, dove nel 1992 c’erano già operativi 460 chilometri di linea, il costo medio è di 15 milioni di euro a chilometro. In Francia, dove il primo tratto ad alta velocità fu inaugurato nel 1983, il costo medio è invece di 13 milioni a chilometro”.

   È chiaro poi che nel momento in cui un governo fa la scelta di realizzare l’alta velocità, come qualsiasi altra opera definita (ma non lo è) di “pubblica utilità”, per foraggiare i soliti noti (che siano grandi imprese private o cooperative rosse non importa) decide contemporaneamente di risparmiare o di tagliare altrove, che può essere riassetto idrogeologico, sanità, istruzione, ricerca.

   Ivan Cicconi invitava in proposito a ripensare addirittura come dovrebbe essere una democrazia, un “governo del popolo”: in mano a questi partiti? “Senza la definizione di regole per la formazione e la gestione dei partiti, qualsiasi riforma elettorale che metta mano alle regole del consenso, o qualsiasi riforma della pubblica amministrazione che detti regole per i tecnici, i politici e i rapporti coi privati, consegnerebbe comunque il governo dei processi a questi partiti indefiniti, che – dentro e grazie al trionfante modello Tav – sono diventati, strutturalmente, catalizzatori di illegalità e ladri di risorse, ladri di democrazia e ladri di futuro: appunto, ladri di tutto”.

   Ma se i partiti sono colpevoli, anche noi uomini della strada abbiamo le nostre responsabilità: nel momento in cui vogliamo l’Expo, o lo stadio della Roma, oppure non ci indigniamo per l’ennesima nuova autostrada, o per la riproposizione del Ponte sullo Stretto, anche noi siamo colpevoli. “Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. (Fabio Balocco)

Progetto TAV Torino Lione
Progetto TAV Torino Lione

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IL LIBRO NERO DELLA TAV – DI IVAN CICCONI

Capitolo 1: La madre di tutte le bugie

di Ivan Cicconi, 10 settembre 2011 (INTRODUZIONE)

Le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di delineare nuovi scenari della corruzione in Italia a cavallo del xx secolo, dentro il percorso: opere pubbliche, esigenza di modernizzazione e politica. Si propongono soltanto di chiarire le architetture, nuove, messe in atto nel nostro Paese, in modo particolare legate al Progetto di Alta Velocità e qualcos’altro intorno.

Dal racconto emerge la conferma dell’attualità della storica espressione di Ernesto Rossi, forse con la necessità di riconsiderare la parola profitti (privatizzazione dei profitti) per declinarla verso la meno nobile ‘affari’, se non ‘rapine’.

Il 19 febbraio scorso è morto Ivan Cicconi. CHI ERA CICCONI - Cicconi è stato direttore dell’Associazione Nazionale Itaca, Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale, organo tecnico della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province autonome. Dal 2010 è stato consulente della Comunità Montana Valdisusa-Valsangone per il progetto TAV/TAC Torino-Lione. Dal 2013 è stato Membro del Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e la sicurezza nei cantieri della Regione Lombardia.
Il 19 febbraio scorso è morto Ivan Cicconi. CHI ERA CICCONI – Cicconi è stato direttore dell’Associazione Nazionale Itaca, Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale, organo tecnico della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province autonome. Dal 2010 è stato consulente della Comunità Montana Valdisusa-Valsangone per il progetto TAV/TAC Torino-Lione. Dal 2013 è stato Membro del Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e la sicurezza nei cantieri della Regione Lombardia.

Il racconto è duro, forse aspro, ma non disperante. è un racconto che invita a guardare la realtà molto grigia che troppo spesso nasce e cresce intorno ai palazzi del potere politico nel rapporto con le grandi imprese e le grandi opere. Sono pagine certamente di verità, dalla quale non si può prescindere pensando alle immense difficoltà che comporterà un progetto di onesto risanamento della vita economica, sociale, politica del nostro Paese. Non dovrebbero favorire pulsioni moralistiche, piuttosto sollecitare quella presa di coscienza che ogni limite, in materia, si sia consumato e che dunque occorra una condanna radicale e definitiva. è anche una sorta di auspicio affinché quanti avranno la responsabilità di governo, nel settore, attingano a quelle residue energie sane ancora presenti nella pubblica amministrazione; stringano rapporti con quanti, tecnici e imprese, abbiano dato segni di competenza ed estraneità al malaffare; mettano cioè in essere processi virtuosi caratterizzati dalla trasparenza.

Percorsi non certo facili, lascia intendere questo scritto, oltretutto neanche sufficienti, se non si avrà l’intelligenza e il buon senso di guardare con serena obbiettività ad alcuni movimenti di popolo, come quello della Val Susa e non solo. Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell’Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto – competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all’insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni.

Con il progetto dell’Alta Velocità messo in campo, dicono queste pagine, non si è portata avanti alcuna modernizzazione, anzi si sono prodotti danni seri, si sono distrutte alcune imprese espressione dell’eccellenza tecnica italiana e si è rafforzata quella corruzione che certamente connota la gran parte dei paesi, ma che vede il nostro ancora all’avanguardia nella costruzione di sempre nuovi e sofisticati percorsi essenzialmente finalizzati alla ben nota ‘socializzazione delle perdite’.

Queste pagine prendono la luce, quando i rumori sempre più assordanti del declino del mondo cosiddetto sviluppato ci stordiscono, mentre i problemi di bilancio, e non solo, nel paese rendono sempre più incerto il nostro futuro. Eppure, soltanto sul finire del secolo scorso, meno di venti anni fa, l’idea che ormai si fosse alla fine della storia era una certezza biblica; mentre sino ad un anno fa, forse meno, nel nostro paese, oggi in subbuglio come non mai, ogni segno di crisi veniva negato dagli allegri governanti. La forza della concreta realtà economica e sociale nel mondo ha costretto tutte le accademie a riaprire le pagine della storia, mentre queste pagine, mille volte più modeste, disveleranno a molti un dato nascosto nelle pieghe della contabilità dello Stato: alla voragine del nostro debito pubblico noto vanno aggiunti i debiti per miliardi e miliardi di euro occultati nei bilanci delle Spa pubbliche e nei Proiect financing modello Alta Velocità. è banale dire che solo se guarderà in faccia alla realtà economicofinanziaria per quella che è, il nostro paese potrà trovare la forza per uscire dalla crisi che ormai più nessuno è in grado di nascondere. (Ivan Cicconi)

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I PROJECT FINANCING: NELL’INTERESSE DI CHI?

Ivan Cicconi: slide sul PROJECT FINANCING (a proposito di un convegno di 10 anni fa sulla “Superstrada Pedemontana Veneta”: clicca qui per vedere le slide di Ivan Cicconi sulla logica del Project Financing: http://slideplayer.it/slide/954866/
Ivan Cicconi: slide sul PROJECT FINANCING (a proposito di un convegno di 10 anni fa sulla “Superstrada Pedemontana Veneta”. Clicca qui per vedere le slide di Ivan Cicconi sulla logica del Project Financing:
http://slideplayer.it/slide/954866/

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LA MADRE DI TUTTE LE BUGIE, cui IVAN CICCONI dedica il primo capitolo del suo “IL LIBRO NERO DELL’ALTA VELOCITÀ” (leggi) è quella secondo la quale con la raffinata tecnica finanziaria del project financing le grandi opere pubbliche si possono costruire con pochi oneri per lo Stato, e le spese a carico dei capitali privati che vengono ripagati dai proventi per l’utilizzo delle opere stesse. (da “Il Fatto Quotidiano”)

TERZO VALICO DI GIOVI, in Liguria e ALTA VELOCITA' - Opera da 6,2 miliardi: il 26 ottobre 2016 ci sono stati 14-arresti per corruzione e concussione
TERZO VALICO DI GIOVI, in Liguria e ALTA VELOCITA’ – Opera da 6,2 miliardi: il 26 ottobre 2016 ci sono stati 14-arresti per corruzione e concussione

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LA TRUFFA DELL’ALTA VELOCITA’

di IVAN CICCONI, 13/3/2012

dal Blog di Beppe Grillo

– Il Passaparola di Ivan Cicconi, direttore di Itaca, Istituto nazionale per la trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale – I debiti privati dentro il debito pubblico –

   Ciao a tutti gli amici del blog di Beppe Grillo, sono Ivan Cicconi, un esperto di appalti, infrastrutture e opere pubbliche e attualmente sono direttore di Itaca, l’istituto nazionale per la trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale con soci tutte le regioni italiane.

   Mi occupo di alta velocità da molti anni, a partire dal 1993 quando il 17 febbraio del 1993 ricevetti una lettera di Luigi Preti, una colonna della Prima Repubblica all’epoca Presidente onorario del Partito Socialista Democratico Italiano. Era una lettera molto breve di 4/5 righe, con la quale mi diceva “Egregio ingegnere ho letto alcune dichiarazioni sull’alta velocità, sono perfettamente d’accordo con lei, le allego per sua opportuna conoscenza, due lettere riservate personali che ho inviato nei giorni scorsi”.

   Guardo queste lettere, due lettere di 4/5 cartelle cadauno molto fitte, la prima indirizzata a Beniamino Andreatta all’epoca responsabile economico della Democrazia Cristiana, la seconda al ministro all’epoca del bilancio Franco Reviglio. Inizio a leggere e rimango semplicemente basito, ricevere una lettera di un socialdemocratico, un nemico del popolo per la mia formazione politica, che scriveva che l’alta velocità era una truffa, che Lorenzo Necci distribuiva prebende a tutti, che tutti prendevano i soldi da Susanna Agnelli a diversi personaggi citati nella lettera e si appellava a Beniamino Andreatta dicendo: “Fermate questa grande opera perché è una truffa con la quale spenderemo decine di migliaia di miliardi di vecchie lire che cadranno sulla testa dei nostri figli e dei nostri nipoti”.

   Il mio approfondimento comincia qui, e mi sono messo ad approfondire ancor di più l’architettura contrattuale e finanziaria di questa grande opera, e ne deduco che è esattamente una truffa che purtroppo è stata attestata, acclarata dall’Unione Europea e dalla Corte dei Conti con una relazione del 2008, con un ritardo di circa 20 anni, perché Luigi Preti oltre a avere inviato al sottoscritto queste due lettere che per la prima volta ho deciso di pubblicare con l’ultimo mio libro, “Il Libro nero dell’alta velocità” scaricabile on line sul sito del Fatto Quotidiano, ha inviato queste lettere a centinaia di personaggi politici.

Ivan Cicconi a un convegno NO TAV nel 2011
Ivan Cicconi a un convegno NO TAV nel 2011

   Queste stesse lettere le hanno ricevute Prodi, D’Alema, Berlusconi, tutti i Presidenti del Consiglio che si sono succeduti dall’inizio degli anni 90 a oggi su quella poltrona, le hanno ricevute tutti i ministri dei Trasporti che si sono succeduti a questo dicastero e l’hanno ricevuto decine e decine di deputati e senatori, purtroppo è stato ignorato… Continua a leggere