LA TUNISIA E LE RIVOLTE non più politiche ma PER IL PANE (contro il carovita) – PROPOSTA: dopo le 4 Macroregioni Europee (Baltica, Danubiana, Ionico-Adriatica, Alpina) la UE realizzi una “MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE” (tra Sud d’Italia, Tunisia, Libia) per un nuovo sviluppo del Mare Nostrum

TEBOURBA (città poco a sud-ovest di Tunisi), NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA

   L’inizio dell’anno tunisino è stato (ma lo è ancora) denso di proteste contro il carovita. L’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba. In una settimana, dall’8 al 14 gennaio, ci sono state 800 persone arrestate, un centinaio di poliziotti feriti, caserme di polizia date alla fiamme. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato e protestava contro il carovita. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici.
Una protesta spontanea, per niente “politica”: nel senso di rivendicazione di democrazia, maggiore libertà… come era accaduto nella “rivoluzione dei gelsomini”, nella primavera araba di esattamente sette anni fa. Una protesta, possiamo dire, “PER IL PANE”, cioè contro la situazione economica difficile, di povertà, che coinvolge buona parte della popolazione, e in particolare i giovani.

mappa Tunisia

   Non c’è alcuna leadership in queste proteste, e le manifestazioni nelle settimane scorse a volte sono state anche di poche decine di persone, che però hanno fatto “molto rumore”, hanno messo a dura prova il governo. Manifestazioni in ogni caso fatte, volute, dal ceto medio, che si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica difficile. E’ comunque interessante che queste manifestazioni, a differenza di altri Paesi (pensiamo all’Iran, quasi contemporanee) non sono state soppresse dalla polizia, dal governo. Come prova che la pur fragile democrazia tunisina (formatasi appunto sette anni fa con la rivoluzione dei gelsomini) garantisce libertà di espressione ai suoi cittadini.

TUNISIA “….L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti. (Francesca Paci, “La Stampa”, 11/1/2018)

   E’ così che in Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, proprio grazie alla democrazia introdotta nel 2011 (in Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile).
E’ tutto questo, come dicevamo, uno (dei pochi?) effetti positivi delle “primavere arabe”. Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò proprio in Tunisia: Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino, il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 dopo 23 anni al potere (Il dittatore abbandonò il Paese per rifugiarsi in volontario esilio a Jedda, in Arabia Saudita), e “la primavera” si diffuse nell’area nord africana, in Medio Oriente, nei Paesi arabi.

DOPO LE PROTESTE LA TUNISIA ANNUNCIA UN PACCHETTO DI MISURE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ – Il bilancio dell’ultima settimana (dall’8 al 15 gennaio) di scontri è di 803 persone arrestate e 97 agenti feriti – Scontri e disordini contro il carovita tra giovani e forze dell’ordine. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici. Il bilancio degli scontri lo ha reso noto il portavoce del ministero dell’Interno, Khalifa Chibani. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato. Il governo di unità nazionale ha annunciato ieri una serie di MISURE A FAVORE DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE da circa 70 milioni di dinari tunisini (circa 23,5 milioni di euro). «Garantiremo un reddito minimo alle famiglie bisognose – ha detto il ministro tunisino degli Affari sociali Mohamed Trabelsi – l’assegno sociale aumenterà da 150 a 180 o 210 dinari, a seconda del numero di figli». Il pacchetto prevede anche il raddoppio delle sovvenzioni dedicate ai bimbi diversamente abili, la gratuità delle cure per i disoccupati, l’istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l’acquisto della prima casa. (da “La Stampa” del 15/1/2018)

   Ma non è andata proprio bene questa richiesta di libertà nei Paesi Arabi: la Tunisia è praticamente l’unico paese ad aver saputo creare una democrazia. Ma, come stanno dimostrando le diffuse manifestazioni di protesta di queste settimane, una certa “libertà di protesta” e di rivendicazione dei propri diritti, non ha portato a un miglioramento economico nella popolazione e nella situazione generale di vita del Paese. Qualche osservatore dice che questo “nuovo corso” è stato distrutto dal jihadismo, l’integralismo islamico che subito dopo si è diffuso e allargato. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è un regime molto corrotto. Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani, sono gli aspetti più gravi della vita in Tunisia.

i paesi della PRIMAVERA ARABA – Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò da Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 e si diffusero nell’area

   I raiss arabi, i leader politici, governativi, nel lontano passato, si sono sempre ben guardati dall’aumentare i prezzi dei beni di primissima necessità, come il pane. Ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto, e dei Paesi vicini (come la Tunisia) sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi elargiti alle fasce popolari più povere, tengono basso il costo del pane; però i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
E poi questi Pesi (del Sud del Mediterraneo) vengono a dover confrontarsi con la massa di immigrati che dal Sahel, dal centro dell’Africa, arrivano, nel tentativo di raggiungere i paesi europei. Pertanto i Paesi del nord Africa devono anche far fronte ai rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane, ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. Altro problema non da poco.

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Quel che si capisce da un Paese così vicino a noi com’è la Tunisia, è che non può essere lasciato in balìa di sé stesso. La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di un progetto di crescita economica (un Piano Marshall) affinché possa essere parte di un comune sviluppo mediterraneo tra le due sponde del Mare Nostrum.

2018, dieci anni dall’istituzioni da parte della UE delle MACROREGIONI EUROPEE – Come risposta agli Stati-Nazione, le Macroregioni esempio di coesistenza pacifica, di sinergie di sviluppo, di geografia della cooperazione – 4 Aree Ambientali Omogenee: la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica, l’Alpina

   Un impegno che non può essere solo italiano, ma che deve avere una dimensione europea. Per questo crediamo che il progetto e l’avvio delle MACROREGIONI EUROPEE (avvenuto da dieci anni – se ne parla ora nel decennio di prima istituzione – con luci e ombre nella sua realizzazione oltre il potere degli stati nazionali…. ne parliamo qui in due articoli del Sole 24ore..), questo progetto europeo di macroregioni possa far sperare (auspicare, chiedere) la creazione da parte dell’Unione europea di una MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE che possa coinvolgere il nostro Meridione (occasione di lavoro e sviluppo) con i vicini Paesi nordafricani (come appunto la TUNISIA).

una MACROREGIONE DEL MEDITERRANEO CENTRALE?

   Tante sono le cose che subito si possono fare nella Macroregione Mediterranea: dalle sinergie tra università e distretti economici, alla ricerca scientifica, alla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca, alla produzione energetica (pensiamo al “solare”), a un Erasmus Mediterraneo, a un’agricoltura biologica (e di trasformazione) nuova sui prodotti delle terra di un’area che può fare coltivazioni (e trasformazioni) di grande qualità esportabili nel mondo…. Una Macroregione del Mediterraneo Centrale si presta anche ad essere fulcro ed equilibrio dei trasporti commerciali portuali marittimi, punto di snodo di produzioni di qualsiasi genere e di incontro di persone, di conoscenza e convivenza di pace.
La Tunisia è difficile pensarla come Terra estranea a noi, e dobbiamo inventare modi nuovi, virtuosi per collaborare, incontraci. (s.m.)

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proteste in Tunisia

TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”
di Francesca Paci, da “La Stampa” del 12/1/2018
– A TEBOURBA, NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA – Tebourba, il paese del primo morto della protesta: “Finiti i soldi per mangiare” – L’obiettivo dei ragazzi resta la fuga: “Appena ho duemila euro mi imbarco” – VIAGGIO NEL PICCOLO PAESE DOVE È PARTITA LA RIVOLTA CONTRO IL CAROVITA: QUI I GIOVANI SOGNANO L’ITALIA –

TEBOURBA, IL CUORE DELLA PROTESTA (città vicino a Tunisi, a sud-ovest)

TEBOURBA (TUNISIA) – Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011. «Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi. Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perché il presente è una prigione da far saltare. Continua a leggere

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IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è dedicato ai LUPI, con un brano che vi proponiamo di JACK LONDON da “IL RICHIAMO DELLA FORESTA” – E poi parliamo della bella notizia del ritorno dopo un centinaio di anni nelle Alpi e negli Appennini dei LUPI, e come poter convivere con loro

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

Il cane BUCK incontra i LUPI, sente il RICHIAMO DELLA FORESTA e, ormai solo, si unisce a loro, diventandone il capo branco (brano parte finale del romanzo di JACK LONDON)
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“….Venne la notte, e la luna piena si levò alta sopra gli alberi nel cielo, illuminando la landa, finché essa giacque immersa in una luce spettrale. E con l’arrivo della notte, meditando e gemendo vicino allo stagno, Buck sentì l’animazione della nuova vita nella foresta, diversa da quella che avevano creato gli Yeehats. Si alzò, ascoltando e annusando. Da lontano proveniva un debole, acuto guaito, seguito da un coro di simili acuti guaiti. A poco a poco i guaiti si fecero più vicini e più forti. Di nuovo Buck li riconobbe come suoni uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si diresse al centro del luogo aperto e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo fatto di molte note, che risuonava più alettante e imperioso che mai. E più che mai egli era pronto a obbedire. John Thorton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo vincolavano più. Cacciando il loro cibo vivente, come lo cacciavano gli Yeehats, al fianco degli alci che migravano, il branco di lupi alla fine aveva attraversato il valico della landa dei corsi d’acqua e dei boschi e aveva invaso la valle di Buck. Nella radura inondata dal chiarore della luna essi si riversarono come un fiume d’argento; e al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, aspettando il loro arrivo.
Erano intimoriti, tanto immobile e grande egli si ergeva, e vi fu un attimo di pausa, finché il più audace balzò dritto contro di lui. Come un lampo Buck colpì, rompendogli il collo. Poi si fermò, immobile come prima, mentre il lupo colpito rotolava agonizzante dietro di lui. Altri tre fecero il tentativo, in rapida successione; e uno dopo l’altro si ritirarono, perdendo fiumi di sangue dalla gola o dalla spalla squarciate.
Ciò fu sufficiente a far scattare in avanti l’intero branco, alla rinfusa, accalcato insieme, ostacolato e confuso dal desiderio stesso di abbattere la preda. La meravigliosa rapidità e agilità di Buck lo misero in una posizione di vantaggio. Ruotando sulle zampe posteriori, mordendo e lacerando, era ovunque nello stesso istante, presentandosi apparentemente illeso, tanto rapidamente roteava e stava in guardia da una parte all’altra. Tuttavia, per evitare che essi lo attaccassero da dietro, fu costretto a indietreggiare, oltre lo stagno e nel letto del torrente, finché si fermò contro un alto mucchio di ghiaia. Fece in modo di dirigersi verso un angolo retto del mucchio che gli uomini avevano formato nel corso degli scavi, e si collocò nell’incavatura di quest’angolo, protetto su tre lati, in modo da doversi difendere solo di fronte.
E fronteggiò così bene la situazione, che dopo mezz’ora i lupi si ritirarono sconfitti. Avevano tutti la lingua penzoloni, e le bianche zanne si mostravano in tutto il loro crudele biancore alla luce della luna. Alcuni erano sdraiati con la testa ritta e le orecchie tese; altri stavano in piedi, osservandolo; e altri ancora leccavano acqua dallo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, si fece avanti con cautela, in modo amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvaggio con il quale aveva corso per una notte e un giorno. Mugolava piano, e, quando Buck mugolò, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e coperto di cicatrici, avanzò. Buck contrasse le labbra preparandosi a ringhiare, ma lo annusò naso contro naso. Dopo di che il vecchio lupo si sedette, puntò il naso verso la luna e lanciò il lungo ululato dei lupi. Gli altri si sedettero e ulularono. E ora il richiamo giungeva a Buck in accenti inequivocabili. Anch’egli si sedette e ululò. Poi uscì dal suo angolo e il branco gli si affollò attorno annusandolo in modo per metà amichevole e per metà selvaggio. I capi innalzarono l’uggiolio del branco e si lanciarono nei boschi. I lupi balzarono dietro, uggiolando in coro. E Buck corse con loro, fianco a fianco col fratello selvaggio, uggiolando mentre correva.
E qui può ben terminare la storia di Buck. Non erano trascorsi molti anni quando gli Yeehats notarono un cambiamento nella razza dei lupi della foresta; infatti se ne vedevano alcuni con chiazze scure sulla testa e sul muso, e con una striscia bianca in mezzo al petto.
Ma cosa ancora più notevole, gli Yeehats raccontano di un Cane Fantasma che corre alla testa del branco. Essi hanno paura del Cane Fantasma, poiché ha un’astuzia più grande della loro, e ruba nei loro accampamenti nei rigidi inverni, saccheggia le loro trappole, ammazza i loro cani e sfida i loro più coraggiosi cacciatori.
Anzi, la storia volge in peggio. Ci sono cacciatori che non ritornano più all’accampamento, e alcuni di loro sono stati trovati dagli uomini della tribù con la gola crudelmente squarciata e con impronte di lupo nella neve intorno a loro più grandi delle impronte di qualsiasi lupo.
Ogni autunno, quando gli Yeehats seguono il movimento degli alci, c’è una certa valle nella quale non entrano mai. E ci sono donne che si rattristano quando, intorno al fuoco, si narra di come lo Spirito del Male venne a scegliere quella valle come dimora.
In estate, tuttavia, c’è un visitatore in quella valle, del quale gli Yeehats non sono a conoscenza. E’ un grande lupo dalla splendida pelliccia, simile, eppure diverso da tutti gli altri lupi. Attraversa solitario il valico dalla ridente landa dei boschi e scende nel luogo aperto tra gli alberi.
Qui un ruscello giallo scaturisce da sacchi di pelle di alce in putrefazione, e scende nella terra; in esso crescono alte erbe, ed è pieno di terra vegetale, che protegge dal sole il suo giallo; e qui egli si sofferma per un po’ a meditare, lanciando un lungo e lugubre ululato prima di andarsene. Ma non è sempre solo. Quando sopraggiungono le lunghe notti invernali e i lupi seguono il loro cibo vivente nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nel pallido chiarore lunare e nella fioca luce boreale, balzando gigantesco tra i suoi compagni, con la grande gola spalancata mentre emette l’ululato del mondo primitivo, che è il richiamo del branco”. (Jack London, “Il richiamo della foresta”)
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA: RIASSUNTO DEL ROMANZO

Il libro si apre con le vicissitudini di Buck, che trascorre la sua vita in modo sereno e spensierato, nell’agiata dimora presso la villa del giudice Miller. Ci troviamo in California, a Santa Clara Valley. La sua vita trascorre felice ma anche monotona fino a quando, un bel giorno, il giardiniere di nome Manuel lo rapisce per venderlo ai commercianti di cani.
Il giardiniere lo rapisce poiché viene a conoscenza che nella regione del Klondike, in Canada, cresce la domanda di cani forti in grado di tirare le slitte, tutto ciò dovuto alla smania frenetica della “febbre dell’oro” a causa della scoperta di molti giacimenti in quella zona. Per questo motivo decide di vendere il povero Buck. Da lì in poi, la vita di Buck cambia drasticamente.

JACK LONDON

Il viaggio di Buck
Il malefico giardiniere vende il cane ad un uomo tutt’altro che gentile che lo spedisce su un vagone merci diretto a San Francisco. Successivamente, Buck viene affidato alle mani di altri commercianti di cani che lo trasferiscono, sempre via treno, fino a Seattle. Al suo arrivo, Buck viene preso in custodia e imprigionato da un uomo spietato che, in una sorta di magazzino, lo costringe ad ubbidire ai suoi ordini sotto i colpi di bastone infertigli.
Poi, il viaggio del povero Buck prosegue fino a nord, su nel Canada, per arrivare nel Klondike. In questo viaggio si trova insieme ad altri cani, tra cui la cagnetta di nome Curly. Buck, arrivato alla fine del viaggio, si trova ad affrontare tutte le drastiche problematiche che questo nuovo compito e il clima rigido gli propongono.
La situazione precipita quando la muta di cani appena sbarcata viene assalita da altri cani inferociti. Ad avere la peggio è l’amica cagnetta Curly, che viene uccisa da un cane di nome Spitz. Buck è sconvolto dalla scena a cui assiste impotente. Ma ciò che è accaduto fa scattare in lui l’istinto di sopravvivenza. Buck si ripromette di non farsi mai più schiacciare da nessuno e di far di tutto per portare sempre in salvo il suo “pelo”.

Il freddo e le difficoltà 

Nel frattempo, Buck viene affidato a due postini che lavorano per il governo canadese che si chiamano Francois e Perrault. Viene impiegato come cane da slitta. Inizialmente, ha qualche difficoltà ad adattarsi alla nuova vita ma, in seguito, scopre di amare questa vita selvatica da cane da slitta, che gli fa conoscere solo “la legge della mazza e della zanna”.
Nel tempo, Buck impara a lottare contro gli avversari più temibili, procurandosi da solo il cibo e dormendo perfino sotto la neve nelle gelide notti invernali. Tra Buck e Spitz, il cane guida della squadra, si sviluppa sin da subito una violenta rivalità, che sfocia ben presto in un duello.
Ad avere la meglio è Buck che uccide Spitz. Buck prende il suo posto come cane guida del gruppo. Grazie a lui il gruppo ottiene sempre dei tempi di percorrenza ottimi. La situazione prende una brutta piega quando, durante un viaggio, uno dei cani della sua muta si ammala e il conducente della slitta purtroppo si vede costretto a porre fine alla sua vita. I cani, essendo uno di meno, sono sempre più stanchi e stremati poiché costretti a trasportare carichi molto pesanti e per lunghi tragitti.
Gli ultimi padroni
I due postini decidono allora di riaffidare i cani, tra cui Buck, a un gruppo di cacciatori d’oro americani. I loro nomi sono Charles e Mercedes. Anche loro tuttavia si rivelano non all’altezza nel gestire la situazione. I due partono per il loro viaggio sovraccaricando troppo la slitta. Ogni volta che la muta rallenta, continuano a percuotere i cani con le loro bastonate.
Avendo pianificato nel peggiore dei modi il loro viaggio, a metà percorso, si trovano con il cibo per i poveri animali che inizia a scarseggiare. Ad un certo punto le scorte di cibo terminano. Solo cinque cani su quattordici riescono ad arrivare fino al campo di John Thorton. A peggiorare ulteriormente e drasticamente la situazione ci pensa il ghiaccio. L’insidia del ghiaccio a un certo punto, risucchia uomini e animali.
Il povero Buck viene salvato dal cercatore d’oro John Thorton. Buck ricambierà il favore salvando più volte l’uomo da morte certa. Buck così diventa il cane di Thorton. Avvincente l’episodio in cui Buck fa vincere al padrone un premio in denaro della cifra di 1600 dollari. Buck riesce a tirare da solo una slitta con un carico di mille libbre.
Finale
Buck e il suo padrone si recano ad Est, alla ricerca di una miniera abbandonata ai margini di una foresta. Qui, Buck inizia a sentire “il richiamo della foresta“. Decide di allontanarsi dal campo base di Thorton per dirigersi verso la foresta. Al suo ritorno all’accampamento, scopre che il suo padrone, insieme ad altri compagni, è stato ucciso da degli indiani Yeehats. A questo punto, il prode Buck, cerca la sua vendetta e uccide gli indiani Yeehats che avevano commesso quel terribile crimine.
Buck, ormai solo, decide di trascorrere i giorni che gli rimarranno da vivere nella foresta. Si unisce così a un branco di lupi, di cui in breve tempo diventa il capo branco.

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un lupo fotografato in Lessinia – “Il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. (KONRAD LORENZ)”

I LUPI CHE RITORNANO (e altri animali selvatici): l’antropizzazione delle montagne non restituisce gli spazi che erano loro – COME AFFRONTARE I CONFLITTI con la fauna selvatica – Dalle protezioni per gli animali domestici, ai corridoi di tutela, a ogni coesistenza pacifica, con un turismo e allevamenti eco-compatibili

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   Il ritorno del lupo in regioni da cui era scomparso da secoli sta provocando preoccupazioni e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico. La presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
Le razzie di bestiame che a volte accadono si motivano da un pascolo fatto libero, e dove spesso anche di notte gli animali dormano fuori dei recinti, delle stalle. Le mandrie e le pecore che vengono sbranate dai lupi sono sempre isolate, quando sono assalite. In stalla invece rumore di zoccoli e di muggiti non fa passare inosservata nessuna razzìa.

PASTORI MAREMMANI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI. La Regione Veneto ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale

I lupi, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Forse sarà da capire come comportarsi con il branco. Ma è evento assai raro (rarissimo) che possa accadere un incontro. Paura atavica e ancestrale la nostra… Come negare il loro spazio in montagna visto che fino più o meno a un secolo fa, i lupi abitavano regolarmente le Alpi e gli Appennini, ne erano i padroni di questi luoghi?
Le varie regioni italiane hanno atteggiamenti ambivalenti e ben diversi rispetto alla presenza del lupo, e ai modi di convivenza che si possono trovare con gli allevamenti di montagna e i pascoli. Ad esempio la Regione Veneto dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma, sotto la spinta e le pressioni delle popolazioni locali di montagna, sta avendo un atteggiamento sempre più contrario alla presenza del lupo. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo….

MAPPA PRESENZA DEI LUPI SULLE ALPI – Attualmente in Veneto ci sono tra i 14 e i 16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della LESSINIA e quello di più recente insediamento di ASIAGO) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017

La cosa è seria e ci sono ragioni serie che meritano soluzioni confacenti. Ad esempio ci possono essere problemi circa il futuro del turismo in montagna (quale turismo?), dell’antropizzazione (giunta nelle nostre montagne spesso a livelli molto alti, specie con le seconde case…).
E, tornando al Veneto, dal luglio scorso la giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato il progetto per un piano di gestione del lupo, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva europea Habitat (di questa direttiva e altre norme ne parliamo qui di seguito nel primo articolo), al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto. Concretamente il Veneto prevede: a) la cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo e la sterilizzazione degli esemplari catturati; b) la cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico. Cioè: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle. Pertanto il Veneto e il suo Assessorato preposto (all’agricoltura e alla caccia), dichiarano apertamente di non riuscire a garantire la convivenza delle economie di montagna con il lupo e iniziano una politica di effettiva eliminazione. Con la fine pertanto della politica (europea) di ripopolamento.

DISTRIBUZIONE DEI LUPI IN EUROPA – LUPO, LINCE e ORSO sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”)

La presenza di animali selvatici che sono tornati (oltre al lupo, la lince, l’orso, e poi quelli di sempre come la volpe), mette in evidenza l’eccessiva antropizzazione della montagna… è così che gli animali selvatici pongono un problema “umano”, se si vuole politico, urbanistico: non può andar bene che tutti i luoghi della montagna siano abitati o frequentati. E’ allora da chiedersi se esiste la possibilità che anche aree montuose alpine o appenniniche ritrovino “spazi di libertà” oltre la presenza umana: luoghi solo per gli animali, che garantiscano così una convivenza pacifica…. Un massiccio sistema di corridoi, interconnessi tra loro, regionali e interregionali, per la fauna selvatica, in modo da “dividerla” rispetto alle popolazioni umane (e così garantendo la coesistenza pacifica).

In TRENTINO nel luglio scorso c’è stato l’abbattimento di KJ2, l’ORSA che si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento. Decisione assai contestata

Sennò si può convivere lo stesso con greggi, mandrie etc…basta che ci siano recinti attrezzati, stalle, per la notte…ora, come prima dicevamo, quasi sempre capita che i malgari non fanno rientrare mucche e altri animali in stalla o recinti, e questi nelle ore notturne sono, dormono, in zone isolate, isolati tra loro…ovvio che possono essere attaccati, diventare preda di animali selvatici….

VOLPE IN CITTA’, FATTO ORAMAI USUALE

Come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni? La natura ha i propri equilibri, e la nostra presenza umana deve rispettare anche gli animali selvatici che sempre vi sono stati in quei luoghi. Si riuscirà a fare questo? (s.m.)

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PROGETTO LIFE WOLFALPS (life12 nat/it/000807) – Titolo del progetto: WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF COORDINATED WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND – Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino – Acronimo: LIFE WOLFALPS – Durata: Data inizio: 01/09/2013. Data fine: 31/05/2018 – Importo: Totale budget di progetto: 6.100.454 Euro – Contributo finanziario europeo: 4.174.309 Euro – Il progetto LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, ha l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in SETTE AREE CHIAVE, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una CONVIVENZA STABILE tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso. Il progetto si concretizza grazie al lavoro congiunto di dieci partner italiani, due partner sloveni e numerosi enti sostenitori: tutti insieme, formano un gruppo di lavoro internazionale, indispensabile per avviare una forma di GESTIONE COORDINATA della popolazione di lupo su scala alpina. Oltre al MONITORAGGIO, tra le attività previste dal progetto vi sono misure di PREVENZIONE degli attacchi da lupo sugli animali domestici, azioni per contrastare il BRACCONAGGIO e strategie di CONTROLLO DELL’IBRIDAZIONE lupo-cane, necessarie per mantenere a lungo termine la diversità genetica della popolazione alpina di lupo. Altri interventi importanti riguardano infine la COMUNICAZIONE, necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino. (da http://www.lifewolfalps.eu/il-progetto-in-breve/ )

IL LUPO: STRATEGIE DI CONVIVENZA E GESTIONE DEI CONFLITTI

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Il caso di SAPPADA CHE PASSA DAL VENETO AL FRIULI (perché regione più ricca) – Il perpetuarsi della LOGICA DEI VECCHI CONFINI: con regioni a Statuto Speciale superate, Macroregioni che mancano (come quella del Nordest), comuni di montagna troppo piccoli: ma SAPPADA non apparterebbe al CADORE?

SAPPADA, provincia di Udine. Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.

   Sappada lascia il Veneto e passa al Friuli Venezia Giulia. Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole della Camera dei Deputati, l’iter per il passaggio del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Interessante come nacque l’idea a Sappada. L’iniziativa era partita ancora nel 1966, quando i capifamiglia si riunirono dal parroco per lamentare la marginalità del paese rispetto a Venezia e per cercare la riaggregazione col Friuli: parliamo di riaggregazione perché in origine (fino al 1852, nel periodo di dominazione austriaca) il comune era sotto la provincia di Udine, e solo in quell’anno passò a Belluno.

SAPPADA (Plodn nel dialetto tedesco, Bladen in tedesco, Sapade o Ploden in friulano e Sapada in ladino) è un comune italiano di circa 1.300 abitanti e fino al 22 novembre scorso faceva parte della provincia di Belluno (ORA SARÀ NELLA PROVINCIA DI UDINE). Si sviluppa lungo una VALLE ATTRAVERSATA DAL FIUME PIAVE e si trova a 1.245 METRI DI ALTITUDINE nell’ESTREMITÀ NORD-ORIENTALE DELLE DOLOMITI, al confine tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Austria. Sappada è conosciuta soprattutto come META TURISTICA sia invernale che estiva e perché, IN VENETO, È UN’ISOLA GERMANOFONA. Il DIALETTO che si parla a Sappada è stato infatti classificato come AUSTRIACO-BAVARESE, cioè di matrice tedesca, e fu portato dai primi abitanti della valle che, secondo l’ipotesi più accreditata, provenivano dall’Austria. NEL 1400 IL PAESE PASSÒ ALLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA e, dopo una breve parentesi di DOMINAZIONE FRANCESE, NEL 1814 PASSÒ SOTTO GLI AUSTRIACI che costruirono le prime scuole e le prime opere pubbliche. NEL 1852 SAPPADA PASSÒ DALLA PROVINCIA DI UDINE A QUELLA DI BELLUNO che a sua volta, qualche anno dopo, VENNE ANNESSA ALL’ITALIA. La parrocchia di Sappada fa invece tuttora parte della Pieve di Gorto, arcidiocesi di Udine.

   Falliti vari tentativi dal 1966, nel 2008 arrivò il referendum. Con un consenso plebiscitario verso quella che veniva considerata la madre patria, il Friuli appunto (il referendum avvenne nel marzo del 2008, e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione friulana).
Secondo i comitati promotori l’aggregazione al Friuli ha a che fare con questioni sia GEOGRAFICHE (una più idonea appartenenza ai comuni friulani delle Alpi carniche, trovandosi nell’estremità nord-orientale delle Dolomiti), sia STORICHE (come appena detto fino al 1852 apparteneva alla provincia allora austriaca di Udine), che CULTURALI (forse date da un dialetto vicino a quello austriaco-bavarese, comunque con un’influenza germanofona)…… Boh…vien da dire, tutto questo ci appare una scusa….semmai un qualcosa legato a un passato remoto impossibile da ripristinare (per fortuna, crediamo).

Nel luglio 2007 il consiglio comunale di Sappada decise di indire un referendum popolare per il passaggio del paese alla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia. La richiesta era stata sottoscritta da oltre 400 cittadini e i motivi, secondo i comitati promotori, avevano e hanno a che fare con questioni geografiche, storiche e culturali. Il referendum venne votato nel marzo del 2008 e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione (su un totale di 1.199 aventi diritto al voto, andarono a votare 903 elettori e cioè il 75,3 per cento: di questi votarono per il sì in 860 e per il no in 41). Il passaggio dei comuni da una regione all’altra è regolato dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione. Prevede un parere delle regioni e dice: «Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra».

   La spiegazione prevalente invece è che il desiderio di muovere verso la regione friulana confinante, a statuto speciale, sia esclusivamente determinata dalle risorse (i schèi)…. anche se non possiamo escludere una originaria motivazione di “ritorno a casa”, alle origini (identità territoriale).
Perché che desiderano PASSARE IL CONFINE non è solo Sappada, dal Veneto al Friuli o al Trentino: in Veneto ci sono ben 33 comuni di confine che vogliono cambiare regione (ora convinti che il Parlamento non potrà disconoscere loro quanto ha permesso a Sappada).
La vera questione è che le regioni come ora sono, risultano inadeguate, sia nella loro entità geografica (geomorfologica…pensiamo all’area dolomitica suddivisa rigidamente dal punto di vista istituzionale tra le regioni del nordest…ci si contende la cima della Marmolada tra Veneto e Trentino…), che dal punto di vista dei servizi offerti ai cittadini e dall’apparato burocratico messo in piedi dalla loro costituzione (istituite, quelle ordinarie, come il Veneto, nel 1970, il Friuli a statuto speciale nel 1963, Trentino, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta nel 1948…).

MAPPA DEL VENETO, CON SOPRA ALL’ESTREMO NORDEST SAPPADA – Il passaggio è poi normato dalla legge 352 del 1970 che stabilisce iter pratici e tempi: l’esito del referendum deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entro 60 giorni dalla pubblicazione il ministero degli Interni deve proporre un disegno di legge sull’aggregazione-distacco che deve essere votato dal parlamento. Tutta questa procedura si applica anche quando, come nel caso di Sappada, si preveda il distacco di un ente locale da una regione a statuto ordinario (in questo caso il Veneto) e l’aggregazione a una regione a statuto speciale (il Friuli Venezia Giulia). Il parere favorevole delle regioni coinvolte nel caso di Sappada non arrivò subito dopo il referendum, ma nel 2010 quello del Friuli Venezia Giulia e nel 2012 quello del Veneto. Il disegno di legge per il distacco e l’aggregazione venne presentato nel 2013, l’esame in commissione si concluse nel febbraio del 2016 e il voto favorevole al Senato è arrivato nello scorso settembre, dopo quindi nove anni dal referendum. Lo scorso 22 novembre, infine, la Camera dei deputati ha votato a grande maggioranza per il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. (da http://www.ilpost.it/ )

   E continuiamo a ragionare di confini amministrativi e di regolazione dei territori, rimanendo fermi a concezioni del passato, ottocentesche. Naturale sviluppo geografico e istituzionale vorrebbe, nel contesto nazionale ed europeo che si è creato (quest’ultimo, della UE, che speriamo pian piano si consolidi) che si arrivi ad avere delle MACROREGIONI in Italia che riducano drasticamente le attuali venti regioni.
Ma questo per il nordest sarà ancora più difficile. C’è un’impossibilità più di altri territori regionali di aggregarsi in macroregione. Perché Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono in condizioni attuali ben diverse. Nessuna delle due regioni a statuto speciale (Friuli e Trentino) ha voglia e interesse di diventare qualcosa di unico con il Veneto, godendo adesso di maggiori introiti finanziari (che non vogliono certo dividere con nessun altro) che restano nel proprio territorio, e di un’autonomia (un potere) ben maggiore del Veneto. Allora la macroregione diventa improbabile (almeno per adesso); e così il Veneto vuole anch’esso una maggiore autonomia sul tipo delle altre due (ma è difficile che raggiunga -anche dopo il successo del referendum autonomista del 22 ottobre scorso- situazioni simili alle altre due entità regionali del nordest).

IL CADORE – da http://www.nuovocadore.it/ – l Cadore si trova in una splendida posizione panoramica e costituisce uno dei più belli ed incantevoli territori d’Italia, avendo caratteristiche proprie ben distinte sia dal punto di vista geologico che dal punto di vista storico. Ha una superficie di 1.427,221 chilometri quadrati ed è composto da 22 comuni, per un totale di circa 32.000 abitanti: Pieve, che è il maggior centro, Auronzo, il più esteso, San Vito, Borca, Vodo, Cibiana, Valle, Perarolo, Ospitale, Calalzo, Domegge, Lozzo, Vigo, Lorenzago, Santo Stefano, San Pietro, SAPPADA, San Nicolò di Comelico, Comelico Superiore, Danta, Zoppè, Selva. Confina a Nord Nord-Ovest con la provincia di Bolzano (Val Pusteria) e con l’Austria, a Est Sud-Est con le province di Pordenone ed Udine, a Sud con la zona del Bellunese ed a Ovest con l’Agordino e lo Zoldano. Geograficamente il Cadore comprende tutto il bacino del fiume Piave dalla sua sorgente sul monte Peralba alla località di Termine.

   Poi, nelle motivazioni dell’aver voluto il passaggio, da parte della comunità di Sappada, dal Veneto al Friuli, il richiamo all’identità culturale, storica….. in un contesto nel quale siamo in presenza di una globalità che dovrebbe fare i conti con la territorialità forse in altro modo. Cioè come riuscire a creare OPPORTUNITA’ ai giovani anche in questi territori di montagna; come fare in modo che non si viva in condizione di PERIFERIA….
E’ su questo che si deve ragionare, e la riscoperta delle tradizioni (fatta anche di cose carine, turisticamente parlando, come le rievocazioni storiche, il cibo e i piatti della tradizione antica, la cultura con le inflessioni dialettali, il mito della Serenissima…), sono anche tradizioni interessanti ma da non prendere troppo sul serio come prospettiva vera per il futuro.
Le tradizioni possono essere (forse) identificazione per gli anziani, ma, come detto prima, non sono “opportunità” per i più giovani. Che cercano socialità, relazioni, occasioni da far nascere sui territori dove si trovano a vivere, sennò son costretti ad andarsene. Pertanto il passaggio al Friuli forse porterà un po’ più di denaro, ma non risolverà l’attuale destino delle terre di montagna, che sono vere “periferie”, solo (pur rilevantissimo) patrimonio di natura e (a volte) paesaggio a beneficio di chi viene da fuori a visitarle.

Sappada, versante sud

   E dove il Veneto probabilmente è mancato, come Regione, nei confronti di “Sappada e le altre” è sicuramente stato nel non aver mai avuto una “politica della montagna”. Forse cosa più facile al Trentino (tutto montano) o al Friuli, territorio sì diversificato, dal mare alla montagna, ma più compatto; meno complicato di un Veneto che va dall’area del Po rodigino, ai territori rivieraschi, all’ ”estraneità” del veronese (che è proiettato verso ovest e nord ma poco nel Veneto), al polo centrale “Padova-Treviso-Venezia”, alla Pedemontana vicentina e trevigiana…ad appunto una montagna fruibile turisticamente ma con nessun progetto chiaro (pensiamo proprio in particolare all’area del Cadore).

NORDEST carta fisica

   Fa specie che la “Montagna verso l’abbandono” è fenomeno generale di tutte le aree montane, ma che nel Bellunese la perdita di popolazione (lo spopolamento) è doppia rispetto alle altre aree montane: abitanti sempre più vecchi, servizi essenziali smantellati, niente fondi strutturali e finanziamento virtuosi (non per solo turismo, ma per ricerca tecnologica, ripristino e ricerca ambientale autoctona con scuole e studi specialistici, artigianato di alta qualità e diffuso…com’era l’occhialeria nel Cadore…), infrastrutture inadeguate, economia in ginocchio. Insomma, tornando al tema di Sappada, questo passaggio di Regione sa di vecchio, non pare per niente cosa innovativa. (s.m.)

SAPPADA – La chiesa di Santa Margherita

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DOPO 165 ANNI IL COMUNE DI SAPPADA TORNA AL FRIULI. ZAIA PROTESTA: “UN’AMPUTAZIONE”
– Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole di Montecitorio, l’iter per il passaggio – anzi, del ritorno – del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Alcuni deputati veneti, però, promettono battaglia e invocano il ricorso alla Corte Costituzionale –
22/11/2017, da http://www.fanpage.it
Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Quel giorno i cittadini di Sappada approvarono il ritorno della località al Friuli Venezia Giulia, dando dunque inizio al conseguente iter burocratico che si è concluso solo oggi. Dunque, ora, dopo oltre 150 anni, Sappada può ritornare alla sua regione d’origine, da cui era stato separato nel lontano 1852. Il provvedimento per l’annessione di Sappada al Friuli aveva subito qualche rallentamento nel corso del tempo, ma dopo l’approvazione del Senato a settembre, è stato definitivamente approvato il 22 novembre anche dalla Camera, dando così conclusione a un iter quasi decennale.
Nelle ultime settimane, però, non sono mancati i tentativi di trattenere Sappada in Veneto. La Lega Nord, tramite il presidente del Consiglio Regionale Veneto Roberto Ciambetti, ha inutilmente provato a sollevare dubbi circa le procedure burocratiche utilizzate per ottenere il consenso del Consiglio del Veneto, ma nessun effetto ha sortito questa battaglia.
Nonostante il passaggio di Sappada al Friuli sia ormai legge, alcuni deputati veneti non hanno ancora intenzione di arrendersi e promettono il ricorso in Corte Costituzionale. “Oggi vincono la democrazia, i cittadini e la buona politica. Il voto di oggi è il giusto riconoscimento della volontà della comunità sappadina, che non poteva essere calpestata”; ha dichiarato l’europarlamentare del Pd, Isabella De Monte, prima firmataria della proposta di legge presentata quando era ancora al Senato. Per ora, dunque, Sappada è formalmente un comune del Friuli Venezia Giulia, fino a un eventuale stop della Corte Costituzionale. (…)

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“MANDI SAPADE” IL PAESE PASSA AL FRIULI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso”, 23/11/2017
– La Camera vota sì a grande maggioranza per il cambio di Regione molti altri Comuni veneti hanno vinto il referendum ma restano al palo –
SAPPADA. «Mandi Sapade! Ben rivat tal Friul. Hallo Plodn! Zuruck in Friaul. Ciao Sappada, bentornata in Friuli». Continua a leggere

FUSIONE TRA COMUNI con l’istituzione di nuove REALTA’ URBANE: processo necessario, per una grande riforma territoriale degli enti istituzionali – Ma tutto è lasciato nella mani di amministratori consapevoli: perché non COINVOLGERE TUTTI I COMUNI nella creazione di realtà più confacenti la contemporaneità?

CINQUE COMUNI DELLA VALBRENTA VERSO LA FUSIONE IN UN UNICO ENTE – La VAL BRENTA, territorio di rare bellezze e di grande fragilità, è la stretta valle compresa tra i comuni di BASSANO DEL GRAPPA e CISMON DEL GRAPPA (verso Trento). E’ sì l’estremità meridionale della VALSUGANA, ma presenta dei caratteri propri che la distinguono sia dal punto di vista geografico che da quello antropico. Come suggerisce il nome, è attraversata dal fiume BRENTA e si trova incuneata tra l’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNi e il MASSICCIO DEL GRAPPA – COME STA ACCADENDO IN TANTI COMUNI D’ITALIA la Valbrenta si appresta a mettere assieme la storia di 5 comuni, cioè di SOLAGNA, SAN NAZARIO, CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA e CAMPOLONGO SUL BRENTA, impegnati nel progetto di costituzione di un unico comune, appunto della VALBRENTA (nella foto: i due CENTRI ABITATI di VALSTAGNA E CARPENE’, FRAZIONE DI SAN NAZARIO

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In questo blog geografico varie volte abbiamo trattato della fusione di comuni, della necessità (a nostro avviso) che questo accada. Di una riforma generale della distribuzione territoriale degli enti istituzionali. Che non è comunque solo il problema di troppi comuni in un contesto frammentato, che crea disagio ai territori e ai bisogni della popolazione. Ma è anche un problema di Enti regionali oramai in situazioni desuete, dove apparirebbe sempre più necessario ridurle anch’esse (le regioni), istituendo MACROREGIONI (le proposte non mancano: ve ne diamo conto nell’ultimo articolo di questo post, articolo ripreso dal sito “la voce.info” pubblicato subito dopo i referendum per l’autonomia del Veneto e Lombardia tenuti il 22 ottobre scorso).

E poi c’è la creazione in corso delle istituite 14 CITTA’ METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari), alcune con criteri (al sud) poco spiegabili, ebbene a nostro avviso questo rischia di privilegiare queste aree (cosiddette metropolitane): nei finanziamenti, nell’attenzione politica, nelle infrastrutture pubbliche che lì saranno incentivate (scolastiche, sanitarie, di ricerca scientifica, del tempo libero…). Per questo si proponeva, una volta diminuite le regioni e istituitene poche (ma autorevoli) come “Macro-regioni”, e una volta eliminate le province (che ancora bene o male persistono), si proponeva che ciascun territorio fosse compreso in una propria AREA METROPOLITANA (se a qualcuno non poteva piacere che in zone di campagna si parlasse di “metropoli”, un sociologo del Nordest, Udelrico Bernardi, superava ogni contestazione usando un neologismo: “chiamatele AREE AGROPOLITANE”… ma fatele in tutti i luoghi. Cioè date una ragion d’essere “urbana” ad ogni contesto, anche il più naturalistico (proprio perché si conservi così), che sia “Area di valenza” non meno di altre…. Che tutto rientri nell’idea di un governo attento delle “metropolis” ovunque.

Le attuali 14 città metropolitane (da Wikipedia)

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Cosicché in questa RIFORMA (rivoluzione) delle istituzioni urbane è senza dubbio non RINVIABILE CHE I COMUNI SI SCIOLGANO ISTITUENDO, creando, “NUOVE CITTÀ”, riconoscendosi in territori più omogenei rispetto ai spesso inspiegabili confini degli attuali comuni.

Non stiamo qui a elencare quanto è avvenuto finora nel dettaglio (anche di considerevole, ma sempre assai limitato) nella fusione di comuni vicini in nuove realtà urbane (per chi volesse averne una visione dettagliata, vi invitiamo a vedere questo preciso e aggiornatissimo post di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_di_comuni_italiani)

FRA LEGNARO, PONTE SAN NICOLÒ E POLVERARA MANCATA FUSIONE – Il NO DI LEGNARO a un accorpamento a tre

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Qui ci interessa elencare alcuni “pro” e “contro” sull’accorparsi, sullo sciogliersi di comuni in altri contesti più grandi, più confacenti. Ben ribadendo, ancora una volta, che noi siamo favorevoli e vorremmo “spingere” affinché tutti i comuni possano ripensare le loro dimensioni, i loro attuali inefficaci confini, nei processi di mobilità quotidiana che ogni cittadino ha in quest’epoca.

PEDESINA in provincia di Sondrio è il comune meno abitato d Italia (39 abitanti) – Piccoli comuni diventano sempre più mini. Nei municipi fino a 5mila abitanti la popolazione si è progressivamente ridotta, con un calo che dal 1971 al 2016 fa registrare quasi un ¬13 per cento. E questo mentre il numero degli italiani cresceva del 12 per cento. È l’effetto di un progressivo spopolamento dei municipi minori, che si è fatto via via più intenso: dal 2011 al 2016 ha perso abitanti ben più della metà dei 5.570 piccoli centri.

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Allora tra i “pro” e i “contro” (i rischi da evitare) per la fusione noi pensiamo dev’essere ricordato:

1- Evitare il RISCHIO DI DIVENTARE (o essere già da sempre) PERIFERIA.

2- Superare la SCARSA AUTOREVOLEZZA nei rapporti con altri Enti istituzionali (Regione, Stato….).

3- Evitare di PAGARE DI PIÙ I SERVIZI, con più aggravi, tasse, con costi (dei servizi) maggiori e magari poco efficienti.

4- Superare l’INCAPACITÀ DI GESTIRE SERVIZI COMPLESSI tipico di piccole realtà comunali (come l’anagrafe, l’urbanistica, gli sportelli di altre amministrazioni come Enel, Consorzio rifiuti, etc….).

5- Superare le (quasi tutte) mediocri esperienze di UNIONE DEI COMUNI (con consorzi bilaterali in alcuni servizi), permanendo autorità istituzionali distinte e autonome (due, tre, quattro sindaci che a volte si scontrano tra loro, hanno idee contrapposte, sono incompatibili).

6- Necessità di SUPERARE i spesso esosi (e a volte crescenti) “COSTI DELLA POLITICA” (troppi sindaci, assessori, consiglieri…).

7- Capacità di garantire lo stesso le MUNICIPALITA’ ORGINARIE (con figure istituzionali anche elette ma che svolgono il loro servizio pubblico gratuitamente), e in particolare la presenza di servizi (sportelli comunali) in loco, cioè decentrati (i cosiddetti “front office” vanno decentrati nel nuovo territorio comunale, il “back office”, cioè gli uffici che non si rapportano al pubblico, vanno accentrati riducendone i costi e ottimizzando l’impiego del personale per più utenti).

8- Il comune “più grande”, la “CITTÀ” misurata nei parametri (di popolazione e di territorio) al massimo più efficienti nel dare servizi (nel rapporto “costi-efficienza”), questa “NUOVA CITTÀ” nata dallo scioglimento di due, tre, quattro e più comuni…. deve DARSI UN PROGETTO, degli OBIETTIVI…. E’ necessario sì porsi il compito di RIDURRE LA TASSAZIONE, e MIGLIORARE I SERVIZI, ma si deve capire come CONTARE DI PIU’ all’esterno; ponendosi come “priorità prima” quello di riuscire a dare MAGGIORI OPPORTUNITA’ (in particolare ai GIOVANI) (scolastiche, sanitarie, lavorative, culturali, delle reti informatiche, della sicurezza ambientale, del tempo libero, di incontro e scambio con diversità…).

EMPOLI: «TROPPI 11 COMUNI ORA SERVONO LE FUSIONI» – Il consiglio comunale approva all’unanimità l’istituzione di una commissione per “ridisegnare” il circondario: «Unire le forze in nome dell’efficienza» di Alessandro Marmugi IL TIRRENO EDIZIONE di Empoli, 5/8/2017

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TRE SONO POI LE NECESSITA’ e le domande che ci si pone:

1) Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe creare un progetto di riforma generale di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con un disegno generale coerente?  Noi su questo riconosciamo l’elemento positivo della “richiesta” che viene dal basso (dagli amministratori locali, dai comuni stessi…), però sarebbe necessario che il progetto fosse coerente e generale: una RIFORMA DEI CONFINI DELLE ISTITUZIONI LOCALI, il RIDISEGNO DEL TERRITORIO è più che mai un progetto che va sì discusso in sede locale, però sarebbe bene che avvenisse contemporaneamente in tutti gli attuali comuni.

2) Non sarebbe necessario pensare a una revisione di tutti i servizi pubblici ora parcellizzati e distinti nei vari enti (comuni, uffici postali, consorzi rifiuti, ufficio igiene e salute, acquedotto, erogazione energetica, agenzia entrate, inps, agenzia del lavoro….) prevedendo luoghi e uffici con funzioni polivalenti, polifunzionali aggregati?   E’ anche questo un motivo per creare AMMINISTRAZIONI COMUNALI EFFICIENTI in grado di interloquire col cittadino su tutti questi servizi che, poco a poco, molti di essi saranno accorpati in uniche entità.

3) Non è necessario, come detto all’inizio di questo post, rivedere anche i confini e la natura delle altre istituzioni pubbliche territoriali che ci sono oltre ai comuni? …Cioè non è necessario cambiare anche le Regioni (in Macroregioni), le Provincie (eliminandole queste veramente), il senso delle Aree Città Metropolitane (estendendole a ogni territorio nazionale)?

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I PROBLEMI DA RISOLVERE nell’accorpamento dei comuni, nella loro fusione, nello sciogliere amministrazioni locali e creare NUOVE CITTA’ possono essere, a nostro avviso, di TRE TIPI:

1- il superamento della PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ, il senso di appartenenza (questione del tutto priva di fondamento: servizi al cittadino erogate dai Municipi che restano, ricorrenze, tradizioni, feste, eventuali modi di vita quotidiani particolari di incontrarsi… non cessano, anzi spesso in realtà istituzionali più grandi il senso di appartenenza al borgo, al quartiere, alla contrada….aumenta).

2- Le RENDITE DI POSIZIONE, DI POTERE (amministratori locali che si sono creati un “loro” potere, un interesse a permanere in situazione immutata: questo può essere un serio problema, e a volte il crearsi di associazioni e comitati contro la fusione nasce da questo desiderio di non voler cambiare nulla…. È evidente che questi meccanismi conservativi vanno combattuti e superati).

3- I “GIOIELLI DI FAMIGLIA” che qualcuno di questi paesi, delle comunità che stanno sviluppando un processo di aggregazione/fusione, vengono ad avere e mal sopportano venga condiviso con altri (qualche manufatto –villa, palazzo..- di pregio che un piccolo comune ha; una situazione finanziaria prospera rispetto ad altri; migliori servizi ai cittadini che gli altri non hanno…) Questo a volte è un serio problema. Ma la fusione dev’essere sì, inevitabilmente, un “matrimonio di interesse” (minori costi dei servizi e più efficienti, più finanziamenti dall’esterno, maggiore forza di contrattazione…), ma pur sempre è matrimonio è, pertanto lo è anche “d’amore”. E in ogni caso è bene capire CIÒ CHE CIASCUNO peculiarmente PORTA IN DOTE, e inevitabilmente si potrà scoprire che ciascun luogo, realtà locale, ha delle particolarità rilevanti sue, da condividere, e da farne un PROGETTO UNICO per il futuro in una REALTA’ URBANA che porti maggiori OPPORTUNITA’ e possa CONTARE DI PIÙ nel mondo che verrà. (s.m.)

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MACROREGIONI: UNA PROPOSTA RAGIONEVOLE – Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

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                                            NUOVI COMUNI 2017

Finora, nel corso del 2017 sono state approvate in Italia 14 fusioni di comuni, di cui quattro per incorporazione, per un totale di 31 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani, è diminuito di venti unità, passando da 7.998 a 7.978 comuni.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni finora, nel 2017, sono state Calabria (1), Emilia-Romagna (1), Lombardia (3), Marche (4), Piemonte (1), Toscana (3) e Veneto (1)(ndr: in Veneto Grancona e San Germano dei Berici, nel vicentino, si sono uniti nel febbraio 2017 nel nuovo comune di Val Liona, in tutto 3040 abitanti; il nome deriva dal fiume Liona che scorre lungo il territorio del comune)

Sono state approvate le fusioni di Continua a leggere

La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere