La RIGENERAZIONE delle FORESTE e dei BOSCHI (in Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli) dopo la tempesta “VAIA” del 29/10/2018, va avanti lentamente, nelle aree più “facili” e turistiche; e il legname ricavato diventa business – L’opportunità mancata di uno sviluppo nuovo della montagna (autonomo dalla pianura)

27-30 OTTOBRE 2018: SCIROCCO ECCEZIONALE, MAREGGIATE E ALLUVIONI IN ITALIA CON LA TEMPESTA “VAIA” – Tra sabato 27 e le prime ore di martedì 30 ottobre 2018 l’Italia è stata colpita da una fase perturbata tra le più intense, complesse e rovinose da molti anni, a causa della profonda depressione “VAIA” che – soprattutto lunedì 29 – ha attivato violentissime raffiche di scirocco, mareggiate, straordinarie onde di MAREA sull’ALTO ADRIATICO, e PIOGGE ALLUVIONALI soprattutto sulle ALPI ORIENTALI. Come avvenuto il 4 novembre 1966, ma con effetti molto probabilmente ancora più rovinosi, LA VIOLENTISSIMA TEMPESTA DI SCIROCCO SI È ACCANITA IN PARTICOLARE SULLE MONTAGNE DEL BELLUNESE, DEL VICENTINO, e anche in parte del FRIULI, del TRENTINO e dell’ALTO ADIGE orientali, con raffiche a 150-200 km/h che hanno RASO AL SUOLO VASTE PORZIONI DI FORESTA. Si stimano circa 8,6 milioni di metri cubi di legname abbattuto sui rilievi del Nord-Est. (da http://www.nimbus.it/eventi/2018/181031TempestaVaia.htm )

  

   L’evento accaduto la notte del 29 ottobre 2018 nelle Alpi italiane nord-orientali (in particolare nella regione del Veneto, ma anche in Trentino, Alto Adige e Friuli), questa distruzione del ciclone denominato “VAIA” (il nome in Europa di un ciclone è scelto dall’Institut für Meteorologie della Feie Universität Berlin, e si riferisce a una donna “reale”, tale Vaia Jacobs), questo ciclone è stato l’evento il più distruttivo mai registrato per le aree boschive del nostro Paese.

   Il numero totale degli alberi abbattuti è stato valutato in 14 milioni di piante, che sono 8 milioni di metri cubi di legname, distruggendo oltre 45mila ettari di foresta: una vera ecatombe di alberi, piante abbattute a fasce, o a macchia di leopardo (o, meglio dire, un rullo compressore che è andato a zigzagare sulle montagne) con versanti disintegrati e altri rimasti intatti, non toccati dalla violenza straordinaria di quel vento. Un tragico disastro senza precedenti.

MIANE (Vallata Vittoriese a nord della Marca Trevigiana) – Il lavoro per rimediare alla tempesta VAIA del 28 ottobre 2019 (foto dal periodico settimanale diocesano L AZIONE)

   Delle regioni del nord, quella più colpita è stata il Veneto, e poi a seguire il Trentino e l’Alto Adige, e anche il Friuli (e in misura molto minore la Lombardia). Tutti questi milioni di alberi oggi sono ancora in buona parte legname a terra.

   E il problema iniziale è stato capire cosa fare degli alberi abbattuti. Lasciati così, che naturalmente si decompongano, comporterà la possibilità che diventino pericolosi nel caso di frane e valanghe; rimuoverli permetterà di rimettere in sicurezza i luoghi dove sono caduti e anche di non sprecare il legno, trattandolo e vendendolo prima che i parassiti lo infestino e lo rendano inutilizzabile. Inoltre la rimozione degli alberi permetterà di liberare lo spazio necessario per poter piantarne di nuovi o permettere all’ecosistema di fare il suo corso e rigenerarsi.

VAL VISDENDE distrutti i boschi – “(…) MILIONI DI ALBERI A TERRA. E un formicaio di LAVORATORI VENUTI DALL’EST che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così IL DISASTRO DIVENTA UN BUSINESS. Che però cambia in peggio l’economia della zona. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   E poi è da valutare quanto sia utile piantare nuovi alberi nelle zone colpite dal maltempo. A questo proposito gli esperti del settore sono prevalentemente d’accordo sul fatto che il ripopolamento della vegetazione delle zone colpite dalla “tempesta Vaia” dovrà avvenire solo in parte artificialmente, laddove c’è l’urgenza della presenza di alberi per problemi di protezione idrogeologica (per esempio per proteggere da valanghe e caduta di massi). Nella maggior parte dei casi invece si dovrà fare affidamento sulla capacità della foresta di ricostituirsi naturalmente. Oppure, sempre secondo molti esperti, una soluzione per la riforestazione dovrà essere quella di piantare specie diversificate di alberi, soprattutto faggi, larici e abeti bianchi.

Nella mappa in evidenza la percentuale di copertura forestale distrutta dalla tempesta Vaia (Fonte GeoLab, Università di Firenze)

   Quel che si capisce è comunque che una catastrofe ambientale come quella accaduta alla fine dell’ottobre 2018, un evento così eccezionale, di fatto non è stato e non si è in alcun modo pianificato; ed è assai probabile che non lo si farà per il futuro (anche se si sa che accadrà ancora…). Questo fa capire la totale impreparazione che c’è stata (e ci sarà) a “reagire”, rispondere all’evento tragico di un ciclone simile. Eppure sono già successi più volte eventi simili in Europa, anche peggiori: nel 1999 in Francia e Germania sono caduti a terra più di 150 milioni di metri cubi di legname, quasi venti volte tanto le cifre del ciclone Vaia.

SCHIANTI DI VENTO IN EUROPA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) La TEMPESTA VAIA del 29 ottobre 2018, nelle classifiche europee non è un record. Nel 1990 UNA SERIE DI OTTO TEMPESTE, tra cui il CICLONE VIVIAN con venti fino a 280 chilometri orari, ha demolito 120 milioni di metri cubi di foreste dal REGNO UNITO alla SVIZZERA attraversando FRANCIA e GERMANIA. E i Cicloni LOTHAR e MARTIN, esattamente vent’anni fa (1999), ne hanno buttate giù per altri 240 milioni. (…)” (Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   Il “post ciclone Vaia” si è poi rivelato (si sta rivelando) deludente nei modi in cui si ripristina la montagna; per tre fattori: a) i lavori di ripristino procedono lentamente (la maggior parte di abeti rossi e altre piante in luoghi impervi sono ancora lì); b) i lavori sono molto “a caso” (si lascia da parte i luoghi impervi e interni rispetto alle strade, e spesso si privilegiano aree vicine alla strada e/o altamente turistiche); e, c) quel che si è fatto e si sta facendo non va in direzione di un “nuovo corso” (un nuovo sviluppo della montagna) ma risulta essere solo di pura speculazione di gestione e vendita del legname.

SCHIANTI DI VENTO IN ITALIA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) Dalla furia che a volte l’Oceano Atlantico ci spedisce siamo sempre stati protetti dalle Alpi, essendo l’Italia sottovento rispetto allo spartiacque. Le cose però cambiano se sono le temperature più calde del Mediterraneo a innescare venti forti, come è accaduto un anno fa: con scirocco e libeccio la catena alpina, per gli effetti di sbarramento sulle precipitazioni e l’accelerazione delle correnti d’aria lungo le valli, non ci salva più. Anzi, peggiora le condizioni. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   A proposito della possibilità (opportunità) mancata per un “nuovo corso”, già avevamo trattato la problematica in questo blog geografico (nel novembre dello scorso anno, dopo il tragico accadimento). E avevamo indicato quelle che, a nostro modesto avviso, potevano essere le premesse per una “rinascita nuova” della montagna e del rapporto che noi abbiamo con essa. Riflessioni che, per noi, rimangono valide anche a un anno di distanza, e che vi riproponiamo.

MAPPA della VAL VISDENDE, dov’è, tra le più devastate dal ciclone Vaia – “(…) Nel cuore della VAL VISDENDE si arriva risalendo il PIAVE. La svolta a sinistra, prima degli ultimi chilometri verso SAPPADA e il Friuli, porta a una degli epicentri della distruzione (…)”. (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29/92019)

   Perché nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE (poteva) anche NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha. Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, le difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
1– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili e riscaldamento domestico ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, spesso pieni di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti… totale disinteresse di tutti);
2– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
3– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, SCOLI e TORRENTI, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il pericolo di smottamenti e fragilità;
4– E’ una montagna, quella “turistica”, fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordante, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
5– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
6– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per eleggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

La strada per il Lago di Carezza, tra la Val di Fassa e la Val d’Ega, ricoperta di tronchi d’abete schiantati, la mattina del 30 ottobre 2018 (f. Vigili del Fuoco). (da http://www.nimbus.it/)

   E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada, etc…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?

ASIAGO E L’ESPERIMENTO DELL’ESPLOSIVO – L’ESPLOSIVO PER ELIMINARE I CEPPI DEGLI ALBERI ABBATTUTI DA VAIA?? (4 settembre 2019) – L’esperimento sull’ALTOPIANO di ASIAGO. Microcariche di dinamite infilate nei ceppi per rimuoverli in sicurezza. In azione l’esperto che ha demolito anche i tronconi del ponte Morandi a Genova. L’idea è semplice: usare piccole cariche di esplosivo per rimuovere i ceppi radicati nel terreno, quel che resta cioè della strage di alberi dopo la tempesta Vaia. L’esperimento è andato in scena sull’altopiano di Asiago. Protagonista Danilo Coppe, l’esperto di esplosivi coinvolto nella demolizione dei monconi del ponte Morandi a Genova. La tecnica potrebbe essere utile soprattutto nelle zone impervie, dove il lavoro dei boscaioli è particolarmente a rischio.

   IL DISASTRO AVVENUTO poteva diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriali dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area di pianura PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…

SVEZIA – Catasta da oltre 1 milione di metri cubi di legname costituita dal legname esboscato dopo la TEMPESTA GUDRUN (2005), legname depositato in un aeroporto abbandonato nel sud della SVEZIA (Fotografia: Ola Nilsson)

   LA CENTRALITA’ della montagna passa anche per garantire i servizi essenziali per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, le Poste, uffici pubblici, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di soggetti locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme il lavoro e le loro competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché, è da chiedersi, il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente lì…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (persone, tecnici, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, organizzativamente, finanziariamente… i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci e condivise dalla comunità.

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, questo sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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“LA VOCE DEL BOSCO”: UN FILM PER L’AGORDINO – DIMITRI FELTRIN, il vicesindaco di Trevignano (comune del trevigiano che di professione fa il regista, ha realizzato un sodalizio artistico con la fisarmonicista FRANCESCA GALLO e dalla loro collaborazione è nato un nuovo FILM-DOCUMENTARIO DEDICATO ALLA MONTAGNA AGORDINA: “LA VOCE DEL BOSCO”. Si narra della MONTAGNA AGORDINA DEL DOPO-VAIA attraverso il racconto dei suoi alberi, delle sue tradizioni, dei suoi antichi mestieri, dei suoi abitanti che continuano a mantenere vitale la montagna. – Il film-documentario sarà proiettato IN PRIMA NAZIONALE A BELLUNO, AL TEATRO COMUNALE, MARTEDI’ 29 OTTOBRE, A UN ANNO ESATTO DALLA TEMPESTA VAIA, all’interno della RASSEGNA “OLTRE LE VETTE”. La prima trevigiana sarà invece il 6 NOVEMBRE, A PALAZZO BOMBEN, IN CENTRO A TREVISO – (da “la Tribuna di Treviso” del 2/10/2019)

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ASIAGO RIPARTE DALL’AUTUNNO E DAL RICORDO. Ad un anno da quel giorno di ottobre in cui la tempesta Vaia colpì il territorio causando, in poche ore, l’abbattimento di 14 milioni di alberi, al MUSEO LE CARCERI di Asiago, dal 27 ottobre al 6 gennaio 2020, si potrà visitare la mostra “IL SENSO DI VAIA”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti da Vaia. Scenografie verdi, profumi, suoni ed esperienze tattili accoglieranno il visitatore in un viaggio culturale che si fa strumento di riflessione. Le installazioni sono dell’artista scledense PAOLO CEOLA (www.paoloceola.com )(come nella foto qui sopra), ed è presentata in collaborazione con l’associazione NaturalArte (www.naturalarte.it )

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LA FORESTA ABBATTUTA

UN ANNO DOPO IL CICLONE VAIA UNA FABBRICA DI BOSCAIOLI SI PRENDE IL LEGNO DELLE DOLOMITI

di Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019

– Milioni di alberi a terra. E un formicaio di lavoratori venuti dall’est che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così il disastro diventa un business. Che però cambia in peggio l’economia della zona –

   Il lamento rauco delle motoseghe arriva dal fondovalle in dentro le pieghe della montagna. Da un anno, tutti i giorni dall’alba al tramonto, è il suono tipico delle Alpi tra Friuli, Veneto e Trentino.

   Quassù, dove si arrampicano le mulattiere Continua a leggere

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CONCESSIONI AUTOSTRADALI e RINNOVI impropri – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il 18/9/2019 ha stabilito che la PROROGA SENZA GARA di concessioni stradali è ILLEGITTIMA – Come superare la mala-gestione (e con facili profitti) delle GRANDI OPERE? (non solo autostrade, ma MOSE, Tlc, gas…)

LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA, il 18 settembre 2019, ha stabilito che LA PROROGA SENZA GARA DI CONCESSIONI AUTOSTRADALI È ILLEGITTIMA (una pratica italiana, delle PROROGHE DELLE CONCESSIONI DEI SERVIZI E INFRASTRUTTURE PUBBLICHE SENZA GARA assai diffusa)

   Il caso della condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea a un caso specifico di proroga senza gara della concessione autostradale (della tratta Livorno-Cecina dell’autostrada A12 Livorno-Civitavecchia), questa condanna non fa altro che ribadire, ufficializzare a livello europeo, l’insana usanza (illegittima) da parte dei governi italiani (di tutti i colori, di destra e di sinistra) a prorogare concessioni (con profitti ultra-milionari regalati) a imprese private, spesso multinazionali (com’è “ATLANTIA”, nel senso di “AUTOSTRADE PER L’ITALIA”, diventata tristemente famosa perché gestrice del ponte Morandi crollato a Genova), che “promettono” di fare/prolungare una nuova tratta, una galleria, un raccordo tra autostrade, etc.; e in cambio hanno proroghe della concessione (senza alcuna gara!) che possono arrivare anche fino a venti anni.

20 SETTEMBRE 2019 – APPALTI PUBBLICI E COSTRUZIONE DI AUTOSTRADA: SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE – La Corte di Giustizia Ue, ha esaminato, mercoledì 18 settembre 2019, la Causa C 526/17 Commissione europea contro Repubblica italiana su Appalti pubblici e costruzione di Autostrada. (….) LA CORTE (QUINTA SEZIONE) HA DICHIARATO E STATUITO: 1) LA REPUBBLICA ITALIANA, AVENDO PROROGATO DAL 31 OTTOBRE 2028 AL 31 DICEMBRE 2046 LA CONCESSIONE DELLA TRATTA LIVORNO CECINA DELL’AUTOSTRADA A12 LIVORNO CIVITAVECCHIA (Italia) SENZA PUBBLICARE ALCUN BANDO DI GARA, È VENUTA MENO AGLI OBBLIGHI AD ESSA INCOMBENTI in forza degli articoli 2 e 58 della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, come modificata dal regolamento (CE) n. 1422/2007 della Commissione, del 4 dicembre 2007. (….) (da http://www.appaltiecontratti.it/ )

   E la proroga delle concessioni senza gara d’appalto non riguarda solo le concessionarie autostradali, ma anche concessioni di molti altri servizi pubblici (come le telecomunicazioni, le forniture del gas, dell’elettricità, etc.) (e poi ci sono le concessioni di utilizzo di territori demaniali…).

   Paradossalmente accade che “grandissimi business”, come sono queste concessioni, sono prorogate senza gara (con guadagni inimmaginabili), e invece piccoli servizi di privati in ambito pubblico, sono ferreamente regolamentati: con conseguenze severe se qualche difetto è accaduto nella gara d’appalto (e questo è un po’ il senso del pregevole e documentato articolo che vi proponiamo all’inizio di questo post).

(mappa dei tratti autostradali gestiti da “Autostrade per l’Italia”) – AUTOSTRADE PER L’ITALIA, CONTROLLATA DA ATLANTIA (Benetton) non è l’unico concessionario: ma GESTISCE DA SOLA UNA BUONA METÀ della rete autostradale, 2854,6 KM (che diventano 2964,6 se si aggiunge la rete delle controllate) su 6668 KM COMPLESSIVI, anche se ci sono (oltre all’ANAS, che gestisce direttamente 904,6 km senza pedaggio) ALTRI 23 CONCESSIONARI. E’ evidente che la Convenzione con Autostrade è quella più economicamente rilevante.

   Al di fuori del sistema autostradale (tutto o quasi soggetto a proroghe di concessioni – anche ventennali! – senza gara) emblematico è il caso delle dighe mobili veneziane che la dovrebbero preservare (Venezia) in casi straordinari (eventi eccezionali) di acqua alta. IL MOSE (la sigla sta per “Modulo sperimentale elettromeccanico”) è stato dato in costruzione e gestione (costruzione lungi dall’essere completata, è iniziata nel 2003, e molti pensano che è un progetto tecnologico già fallito, irrealizzabile) il Mose, si diceva, è già costato una montagna di soldi (dall’iniziale miliardo e mezzo previsto, a ben 5 miliardi e mezzo di euro al 2018). Ed è stato appunto dato (progetto e costruzione) in CONCESSIONE UNICA, un affidamento esclusivo e omnicomprensivo, che ha consentito a un solo operatore privato, il CONSORZIO VENEZIA NUOVA, di disporre di tutte le risorse che lo Stato trasferiva per la salvaguardia di Venezia. Un consorzio che decide autonomamente la progettazione del sistema e le soluzioni tecnologiche da utilizzare. Una caterva di soldi pubblici in un’opera – e in tangenti e incarichi spesso inutili – che non si riesce a concludere.

(nella foto: i cantieri del Mose alla bocca di porto di Malamoco) – IL MOSE (Modulo sperimentale elettromeccanico) E LA CONCESSIONE UNICA – “(…) La concessione unica è un affidamento esclusivo e omnicomprensivo, che ha consentito a un solo operatore privato, il CONSORZIO VENEZIA NUOVA, di disporre di tutte le risorse che lo Stato trasferiva per la salvaguardia di Venezia. Un consorzio che decide autonomamente la progettazione del sistema e le soluzioni tecnologiche da utilizzare. Rispetto alla concessione delle autostrade il concessionario ora è interamente privato. IL SISTEMA MOSE È STATA UNA VERA E PROPRIA SPERIMENTAZIONE IN CUI SONO STATI COINVOLTI dirigenti regionali e ministeriali, finanzieri, centri di ricerca, università. Attraverso CONSULENZE, COLLAUDI, DIREZIONE LAVORI si sono cooptate moltissime persone, inclusi ricercatori e intellettuali, enti pubblici e privati. ATTRAVERSO INCARICHI E RELATIVI COMPENSI IL MOSE SI È COMPRATO IL CONSENSO DI UN’AMPIA FETTA DELLA SOCIETÀ VENEZIANA. (…)” (Ilaria Boniburini, da EDDYBURG – http://www.eddyburg.it/ – 29/3/2019)

   Ma, se nonostante lo scandalo Mose, esso non ha suscitato una situazione collettiva, mediatica di contestazione al sistema delle CONCESSIONI, diverso è accaduto con il caso del tragico crollo del PONTE MORANDI DI GENOVA. Il crollo del Ponte Morandi a Genova il 14 agosto 2018, e la tragedia delle 39 vittime, ha aperto (dolorosamente) la questione di quello che è il SISTEMA DELLA MOBILITÀ IN ITALIA rappresentato dalle società autostradali private che, IN REGIME DI CONCESSIONE PUBBLICA, non riescono a garantire una manutenzione seria alle infrastrutture date loro, appunto, in concessione.

Il Ponte Morandi Genova, crollato il 14 agosto 2018, che ha causato 39 vittime (foto da www_huffingtonpost_it)

    Forse il problema principale (la causa) sta proprio in queste concessioni che si prolungano senza gara: per dire, l’allora ministro Delrio prorogò ad “Autostrade per l’Italia” la concessione che scadeva nel 2038, al 2042 (quattro anni in più!), con l’impegno di Autostrade per l’Italia di finire la Gronda di Genova (specie di circonvallazione autostradale per sgravare il centro di Genova dal traffico di passaggio). L’impegno pertanto dei concessionari per avere proroghe senza gara, “gratuite”, è di FARE NUOVE TRATTE, o prolungamenti, e NON DI CURARE LA MANUTENZIONE straordinaria che invece serve.

(nella foto: IVAN CICCONI, ingegnere esperto di infrastrutture e di appalti pubblici, scomparso il 19 febbraio 2017) – “(…) L’impresa postfordista, come affermava IVAN CICCONI è «una grande impresa virtuale che inevitabilmente scarica, attraverso una ragnatela di appalti e subappalti, la competizione verso il basso e induce, anche nella piccola e media impresa, una competizione tutta fondata sullo sfruttamento del lavoro nero, grigio, precario, atipico». Questo modello per l’IMPLEMENTAZIONE DI GRANDI OPERE PUBBLICHE si basa sulla PRIVATIZZAZIONE DELLA COMMITTENZA PUBBLICA. ATTRAVERSO UN CONTRATTO DI CONCESSIONE, SI AFFIDA LA PROGETTAZIONE, LA COSTRUZIONE E TALVOLTA ANCHE LA GESTIONE dell’opera pubblica, AD UNA SOCIETÀ DI DIRITTO PRIVATO (Spa), ma il CAPITALE è tutto PUBBLICO, così come il RISCHIO del recupero dell’investimento. Le società coinvolte, appalti, subappalti, consulenze vengono così a operare in UN REGIME DI DIRITTO PRIVATO FUORI DALLE REGOLE e dal controllo della contabilità pubblica, spesso in UN REGIME DI MONOPOLIO O OLIGOPOLIO COLLUSIVO». (da Ilaria Boniburini, http://www.eddyburg.it/, 29/3/2019)

   Tra l’altro queste concessioni senza gara, fanno sì che il concessionario diventi di fatto proprietario dell’infrastruttura: fino a decidere chi deve fare eventuali lavori, naturalmente senza alcuna gara con queste imprese “minori”. Infatti si occupano dei lavori per lo più società interne, e così non c’è concorrenza nel settore. Anche questo è un regalo del governo (nel 2009): cioè la possibilità, per i concessionari privati, di affidare in via diretta -senza gara d’appalto- fino al 60% dei lavori a società loro controllate o collegate.

la rete austradale italiana

   Per concludere (ed invitarvi ad approfondire l’argomento con gli articoli che qui di seguito vi proponiamo) vien da dire che la legalità e il buon governo dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, in Italia è cosa problematica. E che ora porre rimedio a concessioni avvenute senza gara che scadranno chissà quando (nel 2042…ma anche dopo alcune…) è cosa non semplice. Una revisione “del tutto” è però necessaria; e forse può essere di aiuto la sentenza della Corte di giustizia Ue che abbiamo all’inizio citato (seppur per un caso minimo e particolare, ma significativo -parte della tratta autostradale Livorno-Civitavecchia-). (s.m.)

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(nella foto: l’urbanista EDOARDO SALZANO) – E’ SCOMPARSO A 89 ANNI, il 23 settembre scorso (2019), EDOARDO SALZANO, personaggio importante e assai noto nel campo dell’urbanistica italiana. Nato a Napoli, si laurea a Roma in ingegneria civile edile nel 1957. Dal 1972 al 1976 è docente nel corso di laurea in URBANISTICA dell’Istituto universitario di architettura di Venezia (IUAV), dove sarà anche professore straordinario di Urbanistica nel 1976 e infine professore ordinario dal 1979. Allo Iuav ha insegnato PROGETTAZIONE DEL TERRITORIO dal 1979 al 1993 e poi FONDAMENTI DI URBANISTICA. È poi presidente del Corso di laurea in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale (sempre allo Iuav veneziano) dal 1994 al 2001 e Preside della Facoltà di Pianificazione del territorio dal 2001 al 2003. All’attività universitaria (ma anche di redazione di piani urbanistici di varie città e membro in Commissioni ministeriali) ha sempre affiancato una significativa attività politica: consigliere comunale a Roma dal 1966 al 1974, consigliere comunale a Venezia dal 1975 al 1990, e assessore all’urbanistica veneziano dal 1975 al 1985, consigliere regionale del Veneto dal 1986 al 1990. Tra le numerose attività divulgative, noi ricordiamo qui Salzano come FONDATORE DEL PREGEVOLE SITO/BLOG veneziano di urbanistica http://www.eddyburg.it/

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IMPLACABILI (E DANNOSI) CON I PICCOLI APPALTI, A TAPPETINO CON LE AUTOSTRADE

di Luigi Oliveri, da https://phastidio.net/    23/9/2019

   La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha stabilito che la proroga senza gara di concessioni stradali è illegittima, con sentenza della Sezione V, 18 settembre 2019, nella causa C-526/17. Questo Portale ha molte volte trattato dell’anomalia tutta italiana delle proroghe e dei rinnovi ai concessionari autostradali senza uno straccio di procedura concorsuale.

   Evidentemente, per giungere a concludere l’ovvio, però, occorre aspettare che sia un giudice ad esprimerlo. E l’ovvio sta nel rilevare che una proroga di ben 18 anni e 2 mesi Continua a leggere

CITTÀ CHE AFFONDANO o INVASE DALL’ACQUA marina, e le improbabili nuove città “sicure” da costruire – Il caso GIACARTA (Indonesia) – Le città subiscono: la SUBSIDENZA (il peso che le fa sprofondare); e i CAMBIAMENTI CLIMATICI che ALZANO mari e oceani (e il PERMAFROST si scioglie) (CHE FARE?)

GIACARTA STA AFFONDANDO – la capitale dell’Indonesia è sprofondata di due metri e mezzo in 10 anni – una velocità doppia rispetto alle altre città costiere – se si rompesse la “GRANDE GARUDA”, la muraglia che serve ad arginare le mareggiate, la città diventerebbe il più grande wc del mondo – VENEZIA e NEW ORLEANS, le altre città a rischio (foto da https://m.dagospia.com/)

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   La nuova guerra mondiale pare essere “ambientale”. Se gli innumerevoli conflitti armati che ci sono nel pianeta portano sofferenze e dolore a tante popolazioni (in Africa, in Medio Oriente….), ma preservano alcune aree del pianeta dall’esserne coinvolti (come da noi…), i CAMBIAMENTI CLIMATICI, con l’aumento delle temperature e le innumerevoli conseguenze sulle città, campagne, boschi, ambienti marini…., vanno a colpire tutto il pianeta nelle conseguenze oramai sempre più visibili e concrete (appunto, anche da noi, nei nostri luoghi, territori di vita quotidiana preservati dai conflitti armati in questi decenni…).

GIACARTA (o JAKARTA). Città dell’Indonesia (10.516.927 abitanti nel 2017), capitale dello Stato, situata nel Nord Ovest dell’isola di GIAVA, sulla costa del Mar di Giava. Il clima è di tipo tropicale caldo-umido, con temperatura media annua di 26-27 °C e piogge annuali intorno ai 1800 mm. (da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

   E, nel trattare in questi ultimi post geografici alcuni di questi eventi ambientali drammatici procurati dalla non virtuosa azione umana (l’acqua da bere che nel mondo drammaticamente si riduce…, le foreste come l’Amazzonia che bruciano…, lo scioglimento dei ghiacci e gli incendi al Circolo Polare Artico (in Siberia, Alaska, Groenlandia)…, l’inquinamento diffuso delle falde acquifere (da PFAS in Veneto)…, ebbene a questo lungo e drammatico elenco vi si può aggiungere l’argomento che qui cerchiamo di trattare: cioè le CITTÀ CHE AFFONDANO per l’innalzamento dei mari e oceani a causa del surriscaldamento climatico; e che affondano anche perché “troppo pesanti” nel loro divenire gigantesco (il cemento che copre ogni città), e negli eccessivi sfruttamenti e prelievi di falde acquifere che hanno creato vuoti sotto di esse (città), fenomeno chiamato “subsidenza”.

Traffico caotico a Giacarta all’ora di punta (REUTERS, Willy Kurniawan, da http://www.it.euronews.com/) – “(…) Affacciata a nord sul MARE DI JAVA, circondata A SUD da FORESTE DOVE PIOVE 300 GIORNI L’ANNO e da MONTAGNE CHE SCARICANO A VALLE ACQUA PIOVANA incanalata in 13 fiumi, i primi fondatori la chiamarono JAYAKARTA, «la città vittoriosa». Ma minacciata com’è dal LIVELLO DEI MARI CHE SI ALZA a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi rischia di perdere la battaglia per la sopravvivenza. (…)” (Carlo Pizzati e Luca Mercalli, 14/8/2018, https://www.lastampa.it/esteri/)

   C’è la crescita del livello del mare a causa del surriscaldamento climatico, ed è così che le città costiere rischiano allagamenti, e pian piano di essere sommerse. Gli insediamenti umani prevalentemente sono sorti, per ragioni storiche (di difesa, commerci, agroalimentari…), nei pressi di corsi d’acqua o nelle zone costiere marine, cioè sopra terreni ricchi di infiltrazioni liquide. Oltre all’innalzamento dei mari, il peso crescente del centro urbano, dovuto alle costruzioni massicce, fa pressione sul suolo e i suoi sedimenti che, se funzionavano quando si trattava di sostenere piccoli villaggi, ora cedono e si compattano sotto il peso di una grande metropoli.

GIACARTA, bambini che giocano sull’acqua sempre più diffusa (da “la Stampa”) – “(…) PERCHÉ PREOCCUPARCI OGGI DELL’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEL MARE? Due sono i motivi principali. Il primo fa riferimento alla CRESCENTE PORTATA DEGLI IMPATTI: la popolazione mondiale è giunta a quasi 7 MILIARDI DI PERSONE colonizzando la totalità delle terre emerse, TRE QUARTI DELLE MEGALOPOLI SI AFFACCIANO SULLA COSTA e circa IL 50% DEGLI ABITANTI MONDIALI VIVE ENTRO I PRIMI 60 KM DA ESSA. È chiaro quindi che modifiche rispetto alla ‘regolarità’ dei nostri oceani vadano ora a impattare un numero elevatissimo di esseri umani, con conseguenze ancora non del tutto immaginabili su versanti economici, produttivi e sociali. Il secondo pertiene LA NUOVA RELAZIONE TRA UOMO E NATURA. Al contrario di qualche decennio fa, OGGI PER LA PRIMA VOLTA CI SI CONFRONTA CON UNA CAPACITÀ DIRETTA DI MODIFICARE PERCORSI GLOBALI DELLA BIOSFERA, scoprendo di non essere attrezzati –in primis culturalmente – per questa sfida.(…)” (SANDRO CARNIEL, OCEANOGRAFO, da https://www.linkiesta.it/, 9/8/2019)

   Inoltre, come dicevamo, grandi metropoli (megalopoli) (come Shanghai, Teheran, Città del Messico…) hanno a lungo accompagnato il processo di crescita urbana all’estrazione dell’acqua del sottosuolo, impoverendo le risorse idriche e assottigliando lo spazio tra i sedimenti, creando le condizioni allo sprofondamento poco a poco del suolo.

LE CITTA ASIATICHE A RISCHIO (da “La Stampa”)

   Qui (in questo post) ci concentriamo in particolare sul caso di GIACARTA, in Indonesia. Questa megalopoli, 10 milioni di abitanti, e con più di 30 milioni di persone che vivono nel suo hinterland, sta sprofondando a ritmi ben più considerevoli rispetto alla velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo: Giacarta-nord è già sprofondata di due metri e mezzo negli ultimi 10 anni, un intero piano di un’abitazione, con una media di 25 cm l’anno.

26/8/2019: Il presidente JOKO WIDODO (nella foto), rieletto pochi mesi fa, ha annunciato il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia (in un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo) (foto da “la Repubblica del 26/8/2019)(nella foto: ll Presidente dell’Indonesia Joko Widodo (al centro) e il suo vice Jusuf Kalla (a destra nella foto).

   A Giacarta tutti gli eventi peggiori nella stabilità della città stanno accadendo: dal livello dei mari che si alza a causa del surriscaldamento, alla subsidenza (il terreno che sprofonda a causa dei prelievi d’acqua). Ci sono quartieri con palazzi abbandonati con il pianterreno sommerso dall’acqua; fabbriche semi-allagate; un groviglio di grattacieli e autostrade in una città abnorme, senza verde, solo cemento che si sgretola all’acqua. E anno dopo anno, il terreno affonda sempre di più.

Vista su Giacarta, la capitale dell’Indonesia (REUTERS, Kurnawian, da http://www.it.euronews.com/)

   Giacarta sprofonda perché tutte le “sue” fondamenta sono state indebolite anche dal pompaggio delle falde acquifere, che sembra (nonostante i divieti) ora continuare. E l’anarchia delle trivellazioni per estrarre acqua dai pozzi si aggiunge al fatto che il 97 per cento del territorio è asfaltato e cementato; dove tutti o quasi i campi aperti sono divenuti gettate di cemento; e dove non ci sono più le mangrovie (vegetazione spontanea in continuità e piante acquatiche), che aiutavano i canali a far defluire l’acqua: ora (campi e mongrovie) sono palazzi residenziali o baraccopoli.

Indonesia, mappa turistica (da https://it.maps-indonesia.com/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Bisognerebbe ripristinare almeno le mangrovie, restituire parte della città al mare, ma non vi è alcuna intenzione politica di fare questo. Anzi: la soluzione che viene proposta in Indonesia è quella di andarsene da Giacarta e approdare in una foresta posseduta e controllata dal governo indonesiano (nella provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo), dove attualmente la popolazione è fatta di pochi villaggi, e c’è la volontà lì di costruire ex novo una grande metropoli: fondare una nuova città, una nuova megalopoli, la nuova capitale dell’Indonesia.

   Idea a nostro avviso semplicemente irrazionale, infruttuosa, carica di drammatiche future conseguenze: spostare masse di persone, servizi, centri di potere… in un luogo senza alcun legame storico con il territorio, la regione, l’area geografica…è cosa che non può che portare che nuovi irrimediabili danni sociali, ambientali, esistenziali per milioni di persone… (ma così si sta procedendo da parte delle autorità politiche).

ITALIA: I PORTI A RISCHIO ALLAGAMENTO NEL 2100 (da Enea e Confcommercio) ((CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Venendo a noi, ai nostri luoghi di vita, le conseguenze del surriscaldamento ambientale si faranno e si stanno facendo già sentire: sulle coste italiane entro la fine del secolo è previsto un innalzamento dei mari da un minimo di 50 centimetri a un massimo di 1,40 metri. Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (la previsione è del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change).

Aree italiane a rischio allagamento al 2100 (da Enea e Confcommercio) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pensiamo, tra le nostre tante città costiere, a Venezia; che continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di ogni passata previsione. A Venezia non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza, e le sue fondamenta urbane lignee che cedono.

VENEZIA continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il LIVELLO DEL MARE che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche IL SUOLO CHE SI ABBASSA, per il fenomeno della SUBSIDENZA. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno. Gli studiosi legano il fenomeno all’estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’INABISSARSI DEI SUOLI NELLE ZONE UMIDE. (CARLO PIZZATI, LUCA MERCALLI 14 Agosto 2018 https://www.lastampa.it/esteri/)

   Cosa accadrà? (a Venezia, come in contesti diversi a Giacarta, e altrove nelle innumerevoli forme urbane grandi, medie e piccole interessate allo “sprofondamento”)?… Misure minime e urgenti che si stanno approntando (dighe, muri, sistemi idraulici che mai temiamo funzioneranno come il Mose a Venezia…) sono in ogni caso sistemi di emergenza, non risolutivi al trend negativo. Occorre cambiare radicalmente il modo in cui si produce e consuma per scongiurare la peggior ‘vendetta’ da parte cambiamento climatico e del degrado ambientale.

   Si torna così a parlare e prospettare un (coraggioso) cambiamento radicale nella vita e nello sviluppo del pianeta che (pur in lunga prospettiva temporale) venga a bloccare il surriscaldamento globale. Tema che, anche da questo punto di vista che tentiamo di illustrare in questo post (le città che sprofondano nell’acqua dei mari), si ritrova inesorabilmente. (s.m.)

(New Orleans, veduta aerea) – NEW ORLEANS STA AFFONDANDO proprio come Venezia: ma ancora più velocemente del previsto. Alcune zone della metropoli patria del jazz stanno andando sotto persino di 2-2.5 cm l’anno: lo studio condotto per due anni usando radar GPS che catturano immagini sino a 7 miglia di altitudine, ha rivelato lo sprofondamento di New Orleans. Il rapporto è pubblicato sul “Journal of Geophysical Research”. Le sezioni più colpite e minacciate per il futuro sono quelle sotto il livello del mare: il quartiere ‘Michoud’ tra i laghi Ponchartrain e Borguen, e il cosiddetto ‘Upper 9th Ward’. Entrambe stanno sprofondando al ritmo di 1-3 cm ogni 12 mesi. La disastrosa inondazione dell’uragano Katrina ha contribuito a rendere drammatica la situazione (da http://www.swissinfo.ch/ita/ )

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“L’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI POTREBBE PROVOCARE 280 MILIONI DI SFOLLATI già entro il 2100 nello SCENARIO “OTTIMISTICO” di un aumento delle temperature mondiali di 2 GRADI centigradi rispetto all’era preindustriale. Lo sostiene lo speciale RAPPORTO dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) dell’ONU su OCEANI e CRIOSFERA (…). Nel dossier, che sarà pubblicato a Monaco il prossimo 25 settembre, si prevede che IN ASSENZA DI UNA PROFONDA RIDUZIONE NELLE EMISSIONI INQUINANTI provocate dall’uomo, il 30% del PERMAFROST DELL’EMISFERO SETTENTRIONALE SI SCIOGLIERÀ entro la fine del secolo, LIBERANDO MILIARDI DI TONNELLATE DI ANIDRIDE CARBONICA e accelerando il riscaldamento globale.(…) (Rita Lofano, 30 agosto 2019, da https://www.agi.it/estero/) (immagine da https://www.urbesmagazine.it/)

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INDONESIA, L’ANNUNCIO DEL PRESIDENTE: “GIACARTA AFFONDA, LA NUOVA CAPITALE SORGERÀ NEL BORNEO”

27/8/2019, da “la Repubblica”

– Sarà costruita in un’area oggi coperta da una foresta vicino alle città di Balikpapan e Samarinda. Il nome non è ancora stato deciso ma il progetto costerà quasi 33 miliardi di dollari Usa. Parti dell’attuale capitale stanno affondando al ritmo di 25 centimetri l’anno e quasi metà si trova sotto il livello del mare –

GIACARTA – Giacarta addio. Il presidente Joko Widodo, rieletto pochi mesi fa, ha annunciato ieri il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia. L’intenzione di spostare la capitale era nota da tempo, ma non era mai stato reso noto dove. Si tratta di un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, in un’area dove il governo già possiede circa 180 mila ettari di terra. Continua a leggere

UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE mondiale rimarrà SENZ’ACQUA? – Il più importante bene per la vita è in crisi: per i cambiamenti climatici, l’esplosione demografica, l’utilizzo non virtuoso della RISORSA ACQUA – E cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e spreco diffuso sono le cause della scarsità d’acqua

SECONDO UNA RICERCA DEL WRI (WORLD RESOURCES INSTITUTE, ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) attualmente ci sono al mondo 17 PAESI CHE OSPITANO UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE CHE STANNO AFFRONTANDO UNA GRAVISSIMA CRISI IDRICA: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. La crisi idrica riguarda soprattutto MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17 (la foto è ripresa da GettyImages, da https://thevision.com/scienza/)

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Il WORLD RESOURCES INSTITUTE in sigla WRI (ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) è una organizzazione no-profit di ricerca mondiale nata nel 1982 con fondi della FONDAZIONE MACARTHUR (la dodicesima fondazione privata più grande degli Stati Uniti, con sede a Chicago: eroga sovvenzioni per sostenere negli USA e in tutto il mondo organizzazioni no profit sui temi ambientali; con attività focalizzate su 6 aree: CIBO, FORESTE, ACQUA, ENERGIA, CITTÀ, e CLIMA)

   Uno studio del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali, sostiene che 17 paesi al mondo (che ospitano un quarto della popolazione del pianeta), stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere (il prelievo idrico supera largamente la ricarica). Del consumo totale d’acqua nel pianeta, il 70% va all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% alle famiglie.

(da https://oggiscienza.it/)

   La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente e Nord Africa, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. La crescita della popolazione mondiale (la prospettiva è di arrivare a quota 9,7 miliari di persone entro il 2050…) (…adesso siamo 7 miliardi e mezzo…), con un bisogno pro-capite di 50 litri giornalieri (che garantiscono corretta idratazione e igiene) fanno capire che la situazione è assai seria, e la mancanza d’acqua sufficiente sarà un’altra delle emergenze ambientali che da qui a poco dovremo affrontare in forma di emergenza.

(da WORLD RESURCE INSTITUTE, https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019

   Inoltre la domanda globale è aumentata di sei volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere al ritmo dell’1% ogni anno. In questo contesto più di due miliardi di persone sono costrette a bere acqua non potabile e oltre 4,5 miliardi non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri. E l’80% delle acque reflue viene sversato direttamente nell’ambiente.

“(…) Il WRI (World Resources Institute ) dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate (…)” (https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (immagine da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Lo spreco d’acqua è generalizzato: da noi, nella Penisola Italica, l’acqua prelevata quotidianamente è al più alto livello pro-capite nell’Unione europea, ma se ne consuma molto meno di quel che si preleva, perché quasi la metà si perde nel tragitto a causa di acquedotti colabrodo. E poi più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione, cioè alle attività agricole (anche qui l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia darebbe più resa e meno spreco) (…e l’agricoltura chimica richiede molta più acqua di quella biologica).

IN ITALIA (acqua e rubinetto da http://www.greenreport.it/) – “(…) In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu e celebrata ogni anno il 22 marzo, l’ISTAT come di consueto ha elaborato un REPORT per fotografare lo STATO DELL’ARTE: «Il VOLUME DI ACQUA complessivamente prelevato PER USO POTABILE dalle fonti di approvvigionamento presenti IN ITALIA è di 9,49 MILIARDI DI METRI CUBI nel 2015 – si legge nel dossier – pari a un VOLUME GIORNALIERO PRO CAPITE DI 428 LITRI, IL PIÙ ALTO NELL’UNIONE EUROPEA. Tuttavia, QUASI LA METÀ di tale volume (47,9%) NON RAGGIUNGE GLI UTENTI finali a causa delle DISPERSIONI DI RETE». Significa che, attraverso un piano d’investimenti adeguato per migliorare le condizioni di tubazioni e condotte idriche, potremmo SALVARE OGNI ANNO buona parte degli OLTRE 4,5 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA potabile che oggi vanno inutilmente sprecati. (…)” (Luca Aterini, 22/3/2019, da http://www.greenreport.it/)

   Pertanto in Africa, nel Medio Oriente, qui da noi… (con le opportune rispettose distinzioni), altrove nel pianeta, lo spreco d’acqua e la carenza idrica sono cosa seria: e i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne.

“(…) L’ACQUA non manca sul “Pianeta Blu” – che ne è costituito per il 70% – ma quella DISPONIBILE
PER L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE UMANA E PER L’AGRICOLTURA non ne è che una minima parte, dato che IL 97,5% DI TUTTA L’ACQUA ESISTENTE È SALATA e un altro 1,75 % SI TROVA SOTTO FORMA DI GHIACCIO O PERMAFROST.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Oltre a riuscire a consumare (e sprecare) meno acqua possibile (e questa è la prima cosa da farsi) occorre mettere in atto interventi per sottoporre a trattamento la maggior parte delle acque che si utilizzano (obiettivo possibile: il 100 per cento delle proprie acque reflue); per poi nel contempo avere strumenti per il riutilizzo massimo di queste acque “recuperate”.

LAGO ARAL, UNA DISTESA DI SABBIA SALATA – IL CASO DEL LAGO ARAL– “(…) il LAGO D’ARAL fino agli anni Cinquanta del secolo scorso era tra i più grandi al mondo e fonte di sostentamento per la popolazione delle sue sponde in UZBEKISTAN e in KAZAKISTAN, grazie alla PESCA e all’INDUSTRIA TURISTICA. La sua SCOMPARSA IN TEMPO RECORD è dovuta alla DECISIONE DEL GOVERNO SOVIETICO di incrementare la produzione di COTONE E RISO nella regione, DEVIANDO I DUE AFFLUENTI DELL’ARAL. Negli ANNI NOVANTA il lago si era RIDOTTO DEL 75%, fino a diventare UNA DISTESA DI SABBIA SALATA impregnata di fertilizzanti: oltre al crollo dell’economia legata alla pesca e al turismo, fu registrato anche un aumento vertiginoso dei casi di cancro alle vie respiratorie e della mortalità infantile, perché il vento disperdeva le sabbie nocive. La COSTRUZIONE DI UNA DIGA ha riportato in vita un “PICCOLO ARAL” sul lato kazako, mentre in Uzbekistan i fondi per riparare il danno più scarsi e un’economia ancora basata sulla coltivazione del cotone continuano a prosciugare l’acqua del lago.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Ovviamente nel mondo la crisi idrica viene vissuta in modo diverso a seconda del grado di ricchezza di un Paese: può essere una cosa che dà fastidio il non poter riempire d’acqua le piscine della California negli USA; è cosa drammatica e tragica non avere acqua a sufficienza per bere, alimentarsi, in alcuni Paesi africani o del Medio Oriente.

“(…) Nella REGIONE del SAHEL in MAURITANIA negli ultimi anni si sono verificati ripetuti SCONTRI TRA PASTORI E AGRICOLTORI a causa della sempre più dura siccità. I pastori per salvare i propri animali sono costretti a spostarsi alla ricerca di acqua e pascoli, attraversando i campi degli agricoltori e danneggiandoli. La creazione di un CORRIDOIO sicuro di 2500 km per spostare le mandrie, grazie al PROGETTO BRACED per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ha migliorato la situazione, mentre in SUDAN solo l’intervento della FAO ha scongiurato il disastro umanitario, portando aiuti alimentari e veterinari ai 30mila capi di bestiame di 5mila famiglie. Procedure di emergenza come queste non potranno continuare a essere impiegate in situazioni che sono sempre più spesso la norma. (…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   L’acqua, tra tutte le risorse a rischio esaurimento (come quelle energetiche, petrolifere…) come elemento più necessario, la sua mancanza porta a gravi problemi nei fabbisogni primari (di igiene, di alimentazione…). E lo spreco d’acqua non è pertanto solo la quotidianità delle persone, con la doccia prolungata o dar troppo da bere al giardino di casa (che comunque sono problemi di spreco per niente da trascurare…), ma è la struttura economica, dei consumi globali della popolazione, che portano a un utilizzo di fonti acquifere eccessivo, inusitato.

LE TRE SOLUZIONI ALLE CRISI IDRICHE – “(…) il WRI suggerisce tre soluzioni: 1-i paesi dovrebbero MIGLIORARE L’EFFICIENZA DELLA PROPRIA AGRICOLTURA, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono MENO ACQUA e migliorando le TECNICHE DI IRRIGAZIONE; 2-i CONSUMATORI potrebbero fare qualcosa, RIDURRE LO SPRECO DI CIBO, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura; 3-bisogna poi INVESTIRE IN NUOVE INFRASTRUTTURE PER IL TRATTAMENTO DELLE ACQUE e in bacini per la CONSERVAZIONE DELLE PIOGGE, e infine cambiare il modo di pensare alle ACQUE REFLUE: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.(…)”( https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (nell’IMMAGINE: INDIA da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Come accennavamo, la chimica delle coltivazioni agricole richiede enormi quantità d’acqua (che non vi sono nell’agricoltura biologica); gli allevamenti intensivi e l’eccessivo uso di carne da parte della popolazione, portano ad un utilizzo dell’acqua fuori di ogni misura sostenibile.

   Da tutto questo, è comunque difficile pensare che una “riconversione ecologica” delle nostre società, sia sì gestita con efficienza dai governi (e su questo… “speriamo bene…”); ma anche la nostra quotidianità deve essere più consapevole (ad esempio, il consumo di carne porta ad un uso spropositato di risorse idriche negli allevamenti; e allora dovremmo consumare meno carne, o per niente). (s.m.)

Solutions to the Worlds Water (da http://www.plef.org/)

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UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE RISCHIA DI RIMANERE SENZ’ACQUA

da https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019

– E anche l’Italia non se la passa molto bene –

   Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali.

   Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità. Continua a leggere

L’anticipazione del RAPPORTO SVIMEZ (dell’agosto 2019) dà una condizione difficile per il MERIDIONE D’ITALIA: i giovani se ne vanno, i piccoli centri si spopolano, l’economia è sotto zero – Come adottare misure per invertire la tendenza? La (nostra) proposta di un ridisegno territoriale con le MACROREGIONI

I GIOVANI PARTONO: LA VERA EMERGENZA – Secondo le anticipazioni (del 1° agosto) del RAPPORTO SVIMEZ 2019, gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati OLTRE 2 MILIONI, di cui 132.187 NEL SOLO 2017. Di questi ultimi, si legge, “66.557 SONO GIOVANI (50,4%, DI CUI IL 33% LAUREATI)”

   L’anticipazione del rapporto “L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO” da parte della SVIMEZ, l’associazione che promuove lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia (che elabora tutti i dati all’anno precedente, il 2018), questo rapporto viene a dare un contesto molto grave sulla situazione economica e sociale dell’area meridionale del nostro Paese. Si vede chiaramente come l’Italia sia un paese spaccato in due, con un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani (molti di questi laureati o con diplomi di specializzazione).

La SVIMEZ (acronimo per Associazione per lo SVIluppo dell’industria nel MEZzogiorno) è un’associazione privata senza fini di lucro, che include nel suo statuto lo scopo di promuovere lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a sviluppare le attività industriali. Tra le attività svolte c’è la pubblicazione annuale di un RAPPORTO SULLO STATO DELLO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO riferito all’anno precedente. L’associazione, inoltre, promuove la pubblicazione di riviste scientifiche, la realizzazione di ricerche sulle diverse realtà e problematiche meridionali, presentate anche come note di ricerca. (da Wikipedia) (nella foto LUCA BIANCHI, DIRETTORE DELLO SVIMEZ)

   Si potrà dire che non è una novità, e da sempre le condizione dell’economia meridionale, e poi della sicurezza pubblica, della criminalità, dei servizi come sanità e scuola, e tutto il resto….queste condizioni di difficoltà ci sono sempre state: e nessuno è mai riuscito a risolvere questo divario tra centro-nord, sostanzialmente ricco, e sud in difficoltà.

   Il tema però che colpisce di quest’ultimo rapporto è che i giovani se ne vanno “ancora di più”. Un segnale molto brutto e definitivo, in merito alle speranze di una “possibilità” di sollevarsi del Meridione d’Italia dalla sua crisi storica.

   Addirittura, secondo i dati del rapporto Svimez di agosto 2019, sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero, che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

IL CALO DEMOGRAFICO (SLIDE RAPPORTO SVIMEZ 2019)

   Una emorragia di abitanti, appunto, in particolare giovani: tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni i giovani che se ne sono andati dalle regioni meridionale.

   Fa specie, colpisce, che questo fenomeno è più evidente e sentito nei centri minori, nei paesi medio-piccoli, con il rischio reale del loro spopolamento. Ma è peraltro spiegabile: se il sud nel suo complesso soffre di disoccupazione, di mancanza di servizi, di criminalità, è evidente che nei piccoli centri le OPPORTUNITÀ di vita, specie per i giovani, sono ancora meno (e così loro se ne vanno, e i piccoli centri rischiano di morire, di essere lentamente abbandonati).

“(….) Ma dove vanno gli emigrati meridionali? Secondo il report Istat di mobilità, nel 2017 sono stati circa 110 mila i movimenti da Sud a Nord (perdita netta pari a 54 mila). Nei venti anni precedenti, la perdita netta ammonta a più di un milione di residenti. I GIOVANI SCELGONO MAGGIORMENTE LE CITTÀ (MILANO, ROMA, FIRENZE, VENEZIA). La regione che ha invece il miglior saldo netto giovanile, come prevedibile, è stata la LOMBARDIA. Ma se Atene piange, Sparta non ride, dato che è molto forte anche l’emigrazione di settentrionali verso l’estero. I MAGGIORI PAESI ESTERI CHE ATTRAGGONO GLI ITALIANI SONO SEMPRE IL REGNO UNITO, LA GERMANIA, LA FRANCIA E LA SVIZZERA. Quindi abbiamo due elementi che sicuramente trainano i flussi migratori, come le AREE RICCHE E I CENTRI URBANI. E ciò non rappresenta una sorpresa. Si tratta di due elementi che mancano attualmente nel Mezzogiorno. LE GRANDI CITTÀ CHE UN TEMPO ERANO CAPITALI DI REGNI, NAPOLI E PALERMO, NON RIESCONO A COMPETERE CON MILANO, BOLOGNA O ROMA.(…)” (Francesco Bruno, 5 Agosto 2019, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/)

   Un’altra cosa che appare preoccupante dal rapporto SVIMEZ 2019 è il troppo BASSO TASSO DI OCCUPAZIONE FEMMINILE NEL MEZZOGIORNO rispetto alle altri parti d’Italia: nel 2018 appena il 35,4% di donne è impegnata in un lavoro, contro il 62,7% del Centro-Nord, il 67,4% dell’Europa a 28 (e il 75,8% della Germania). Ecco, diamo il dato anche dell’Europa (e della Germania) per dire che il contesto italico è ora in crisi per quel che riguarda l’economia (e non solo); ma che il sud va peggio ancora, molto peggio, e abbiamo invece l’Europa, gli altri Paesi (cui avremo sempre più un destino comune) che vanno molto meglio di noi (e il nostro Sud è “fermo”).

1° agosto 2019 – RAPPORTO SVIMEZ: “TRAGICO 2019 PER IL SUD, IL PIL ANDRÀ SOTTO ZERO” – Nel report, LʼASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELLʼINDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO mette in guardia: “NEL MERIDIONE CI SONO PIÙ EMIGRATI CHE IMMIGRATI, È VERA EMERGENZA” – Il Nord Italia avanza e il Sud va in retromarcia: è la drammatica previsione che emerge dal RAPPORTO SVIMEZ 2019 che parla di una “RECESSIONE PER IL MEZZOGIORNO”.

   La “questione meridionale”, termine che ha assunto valenza già dall’Unità d’Italia (1861) e che è stato esplicitata da valenti studiosi dai primi del ‘900 (120 anni fa) non ha trovato modi e indicazioni per perlomeno iniziare a ridurre il gap tra nord e sud d’Italia (anzi, la forbice si è allargata).

   Da un punto di vista geografico, delle istituzioni regionali, tempo fa noi (nel nostro piccolo, anche in questo blog) avevamo proposto una “rivoluzione soft”, con l’eliminazione delle regioni attuali, e la creazione di una MACROREGIONE DEL SUD:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/01/05/macroregioni-al-posto-delle-regioni-superare-al-piu-presto-le-obsolete-regioni-con-aree-territoriali-demograficamente-e-geomorfologicamente-omogene-e-il-progetto-macroregioni/

Uno degli esempi di macroregioni possibili (autore Maria Carmela Fiumana, fonte agenzia “dire” – http://www.dire.it/ )

   POTREBBERO ESSERE (SECONDO LA NOSTRA PROPOSTA, DIVERSA DA QUELLA DISEGNATA QUI SOPRA) 5 LE MACROREGIONI IN ITALIA, e cioè:

– due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria);

– poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare);

– e, APPUNTO, una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di CAMPANIA, PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA). Creando all’interno dell’Unione Europea e di una STATO CENTRALE forte e autorevole, una MACROREGIONE DEL SUD, elimineremmo tutti quei “poteri obsoleti” (negativi) che non hanno mai risolto la “questione meridionale”: anzi, dall’entrata in funzione delle Regioni nel 1970, la spesa pubblica in quel contesto geografico (non solo lì a dire il vero, anche al centro-nord) è fortemente aumentata, creando grandi sprechi e sistemi parassitari; e anziché risolvere il divario nord-sud lo hanno ancor di più ampliato.

SVIMEZ FLUSSO MIGRATORIO SUD NORD IN CRESCITA – “(…) C’è un INDICE che riassume il DIVARIO CRESCENTE TRA NORD E SUD per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. L’HA CREATO SVIMEZ. Eccone alcuni esempi. Fatto 100 il valore della regione più efficiente, il TRENTINO ALTO ADIGE, la CAMPANIA si attesta a 61, la SARDEGNA a 60, l’ABRUZZO a 53, CALABRIA (39), SICILIA (40), BASILICATA (42) e PUGLIA (43) sono sotto la media. Vivere lì costa tempo e fatica.(…)” (Barbara Ardù, “la Repubblica”, 1/8/2019)

   Insomma, tutto questo è per dire che l’ulteriore decadimento meridionale con i giovani che se ne vanno, necessita di misure credibili di superamento di poteri parassitari e una nuova e più efficace (e sana) organizzazione geografica territoriale istituzionale.

   Questo però crediamo che non accadrà, ed è probabile che il Sud continuerà a vivere (e sprofondare) in una crisi sempre maggiore che lo allontanerà dall’Europa (ma speriamo che non accada, e vorremmo sbagliarci). (s.m.)

Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 su L ECONOMIA E LA SOCIETA DEL MEZZOGIORNO – 1 agosto 2019

SLIDES RAPPORTO SVIMEZ 1 AGOSTO 2019

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SVIMEZ SALDO AL SUD TRA IMMIGRATI CHE ARRIVANO E ITALIANI CHE EMIGRANO

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RAPPORTO SVIMEZ, “2 MILIONI DI EMIGRATI DAL SUD IN 15 ANNI. ADDIO A GIOVANI E LAVORATORI QUALIFICATI”

da “Il Fatto Quotidiano” del 1/8/2019

– La ripresa dei flussi migratori, si legge nel Rapporto Svimez, è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che nel 2019 andrà in recessione. E l’Italia è l’unico paese Ue, Grecia a parte, a non avere ancora recuperato i livelli pre crisi –

   Un paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati. Fenomeno assai più problematico dell’immigrazione, che lo compensa soltanto in parte. E se cresce il divario tra Italia meridionale e settentrionale si amplia anche quello tra Nord e resto dell’Europa, in un’Italia che è l’unico paese Ue, Grecia a parte, a non avere ancora recuperato i livelli pre crisi.

   Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.

   Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il Mezzogiorno in recessione. Questo – precisa il direttore di Svimez Luca Bianchi – alimenta grande preoccupazione anche per l’impatto sulla dinamica dell’occupazione, già negativa al sud e che può peggiorare ulteriormente”.

   Negli ultimi mesi, anche ilfattoquotidiano.it – che da anni raccoglie le esperienze degli italiani che decidono di andare all’estero nella sezione Cervelli in fuga – ha raccontato il fenomeno di chi decide di emigrare dal Sud al Nord Italia. Se volete, mandateci la vostra storia scrivendo a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com.

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PERCHÉ I GIOVANI SE NE VANNO IN MASSA DAL MEZZOGIORNO?

di Francesco Bruno, 5 Agosto 2019, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/

   Le anticipazioni del rapporto Svimez lanciano l’ennesimo allarme sulle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno. Non una grande novità, ma quest’anno preoccupano maggiormente alla luce della crescita zero nazionale.

   Come ricorda il rapporto, «il mezzogiorno aggancia in ritardo la ripresa e anticipa le fasi di crisi». Ed ecco quindi presentarsi lo spettro della recessione, che potrebbe non riguardare solo il Sud.

   Sarebbero tante le chiavi di lettura, dall’occupazione agli investimenti pubblici e privati. Continua a leggere

ARTICO IN FIAMME: la geografia apocalittica di un mondo succube del surriscaldamento globale – SIBERIA (Russia), ALASKA (Usa), GROENLANDIA (Danimarca) colpiti dagli incendi estivi in terre glaciali: è un mondo che muta anche nella geopolitica dei cambiamenti climatici (c’è volontà di un nuovo sviluppo?)

(Il Polo Nord brucia. foto: Emergenza incendi in Svezia) – 100 È IL NUMERO DEGLI INCENDI CHE, da giugno fino ad oggi, STANNO LETTERALMENTE DISTRUGGENDO ETTARI DI BOSCHI NELLE AREE INTORNO AL CIRCOLO POLARE. Un dato preoccupante che emerge dalla combustione è l’emissione di CO2 nell’aria. Si stima che nei primi 14 giorni di luglio, gli incendi nel CIRCOLO POLARE hanno già rilasciato circa trentuno megatoni di CO2. In particolare, è stato stimato che l’incendio di Chuckegg Creek ad Alberta si sia propagato per 300.000 ettari. Il pericolo più grande, se gli incendi continueranno a produrre CO2, potrebbe essere quello che le emissioni si propaghino su gran parte dei continenti, almeno quelli dell’emisfero settentrionale.

   Un’estate 2019 fatta di grandi e diffusi incendi che stanno devastando vaste aree della SIBERIA e dell’ALASKA, oltre il CIRCOLO POLARE ARTICO. Coinvolta anche, in misura minore, la GROENLANDIA. Sono almeno cento i roghi di durata e intensità significativa che si sono verificati a nord del circolo polare artico a partire da giugno (2019). Il troppo caldo fa crescere, nei terreni asciutti, più arbusti, che poi, una volta seccati, bruciano facilmente (ad esempio se vengono colpiti da un fulmine) (e qualcuno ipotizza anche qualche seppur sporadico intervento umano, cioè piromani in azione). Il caldo asciuga terreni che normalmente sono ricchi di acqua e che per questo finora erano immuni dalle fiamme.

Il CIRCOLO POLARE ARTICO attraversa i seguenti Paesi, da est a ovest: RUSSIA, FINLANDIA, SVEZIA, NORVEGIA, ISLANDA (Grimsey), GROENLANDIA (Danimarca), CANADA, USA (Alaska)

   Il RISCALDAMENTO GLOBALE sta creando le condizioni per il proliferare delle fiamme e LE FIAMME STESSE LO ALIMENTANO scaricando nell’atmosfera milioni di tonnellate di CO2; riscaldando ancora di più l’Artico, in un circolo vizioso
E poi con lo scongelamento della parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato (il famoso PERMAFROST), si potrebbero rilasciare nell’atmosfera enormi quantità di carbonio e di metano. E, in caso di incendi, il fenomeno diventa esplosivo: una vera e propria bomba ecologica. E, tra le cause degli incendi in Siberia, ci possono essere i depositi naturali di TORBA (che sono resti vegetali sprofondati e impregnati d’acqua, che con le nuove alte temperature si seccano e si incendiano).

(Copernicus foto) -ARTICO IN FIAMME: AUMENTANO LE CONCENTRAZIONI DI ANIDRIDE CARBONICA IN ATMOSFERA – Gli ultimi dati sugli incendi in ALASKA, rilasciati dagli scienziati del team COPERNICUS EUROPA sono eloquenti. Le IMMAGINI SATELLITARI senza precedenti inquadrano l’ARTICO e gli incendi che stanno coinvolgendo ALASKA, GROENLANDIA e la SIBERIA. Secondo gli scienziati, gli incendi estivi non sono insoliti nell’artico ma, una entità simile in questa stagione è maggiore di qualsiasi altro episodio da qui a 16 anni. (31/07/2019, da https://www.iconanews.it/)

   Pertanto apocalittici accadimenti con questi enormi incendi sulla linea del Circolo Polare Artico, che stanno sta innescando una spirale distruttiva alla quale l’uomo non ha mai assistito….

(foto incendio in SVEZIA)- Sono più di 50 gli incendi divampati in Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia (foto da http://www.lifegate.it/)

   Non sembriamo rendercene conto, ma stiamo sprofondando verso un nuovo mondo, una nuova realtà fatta di situazioni cui la nostra vita (e in particolare quella delle future prossime immediate generazioni) cambierà i suoi parametri, i paradigmi della quotidianità fin qui vissuta. Più caldo, più terre aride, più anidride carbonica, meno ossigeno….(ci sarà per ciascuno una tessera annonaria dell’ossigeno da consumare?…e magari i ricchi compreranno quote dai più poveri??…).

(Gli incendi che stanno divorando la Siberia visti dall’alto nella Repubblica di Sakha -Yakutia-) – Gli studiosi temono anche che, vista l’estensione verso nord delle fiamme, NON SI TRATTI SOLO DI INCENDI BOSCHIVI MA ANCHE DI INCENDI DI TORBA (combustibile fossile derivato da parziale carbonizzazione di detriti e depositi vegetali in acqua). La preoccupazione è data dal fatto che, mentre un incendio boschivo artico dura in media poche ore o al massimo pochi giorni, gli incendi di torba possono durare per settimane siccome bruciano in profondità nel terreno. La torba immagazzina anche grandi quantità di carbonio quindi grandi quantità di anidride carbonica vengono rilasciate nell’atmosfera. Nel dettaglio, Mark Parrington – scienziato senior del servizio di monitoraggio dell’atmosfera COPERNICUS EUROPA – sostiene che gli incendi nell’Artico hanno già rilasciato circa 100 megatoni, 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica da giugno (2019), un totale che si avvicina alle emissioni di anidride carbonica dei combustibili fossili del 2017 dell’intero Belgio. (31/07/2019, da https://www.iconanews.it/)

   Il riscaldamento globale e quel che sta mutando nella vita della nostra biosfera, non è più “opzione” e “idea sballata” di ecologisti e benpensanti…cioè di ristrette minoranze spesso viste con sufficienza, senza crederci troppo….. ma (l’aumento della temperatura) muterà la nostra vita radicalmente.

(foto: Tundra nella Penisola del Tajmyr,Siberia settentrionale) – La TUNDRA è un bioma (porzione di biosfera terrestre specifica, ndr) propria delle regioni subpolari, e occupa zone dell’emisfero dove la temperatura media annuale è inferiore allo zero. Il suo LIMITE SETTENTRIONALE sono i GHIACCI POLARI PERENNI, mentre A SUD essa si arresta alle prime FORMAZIONI FORESTALI della TAIGA. (da Wikipedia)

   Basterò dotarci di impianti di aria condizionata (nelle nostre case e automobili? …prigionieri di questi artifici…), a loro volta impianti inquinatissimi… oppure dobbiamo pensare e scegliere qualcosa di più vero e serio?

mappa del CIRCOLO POLARE ARTICO (da Wikipedia)

   E se muterà ancora di più la nostra vita, non è il caso di farne “necessità – virtù”, cioè di cogliere l’occasione (negativa) per cambiare considerevolmente la propria quotidianità?? (difficile a credersi, però…)

GROENLANDIA: un fiume formato dall’acqua dello scioglimento glaciale nell’ovest della Groenlandia, il primo agosto. (Caspar Haarløv, Into the Ice via AP)da http://www.ilpost.it/)

   Ora la “autorità” politiche nazionali, extranazionali, chi conta veramente, cercherà di porre dei rimedi (auto “ecologiche”, meno uso di carbone e petrolio, e più di risorse energetiche rinnovabili…), ma temiamo che essi saranno rimedi non sufficienti, non adeguati e unici per un’inversione di tendenza: il ritorno a situazioni ecologiche, climatiche della biosfera a secoli precedenti, richiederanno (richiederebbero) ancora molti secoli e già da ora misure più drastiche (difficilmente individuabili e praticabili): e non sappiamo se c’è voglia di impegnarci per un cambiamento a lunga scadenza, oltre la nostra esistenza. Speriamo su questo di essere smentiti…Vedremo. (s.m.)

LE CONSEGUENZE DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI – Passaggio a nord est attraverso lo stretto di Bering fra la Russia e l’Alaska (passa a sud del Polo Nord). DAL WALL STREET JOURNAL – È PARTITA LA “GARA POLARE”, la “febbre bianca” o come in molti lo definiscono il secondo allunaggio

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MAR GLACIALE ARTICO – (….) “SOTTO LO STRATO DI GHIACCIO C’È METANO IN FORMA GASSOSA LEGATO AL PROGRESSIVO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST (il permafrost è il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nordeuropa con un suolo perennemente ghiacciato), con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «AMPLIFICAZIONE ARTICA», il fenomeno per cui A FRONTE DI UN CAMBIAMENTO CLIMATICO EFFETTIVO (ad esempio un aumento dei gas serra) I POLI SONO LE REGIONI TERRESTRI CHE TENDONO A RISCALDARSI DI PIÙ (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Ciò avviene soprattutto a causa della DIMINUZIONE DELL’EFFETTO ALBEDO: IL GHIACCIO RESPINGE FINO AL 70% DELL’ENERGIA SOLARE, L’ACQUA DI MARE SOLO IL 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure. Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) PRESTO LA CALOTTA POLARE ARTICA SI RIDURRÀ SENSIBILMENTE, LIBERANDO NUOVI TERRENI, RISORSE E ROTTE NAVALI. Parliamo di UN NUOVO CONTINENTE — distribuito sui territori di SIBERIA, NORVEGIA, ALASKA, CANADA e, soprattutto, GROENLANDIA — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra” (….) (Fabio Deotto, da “La Lettura”, “il Corriere della Sera” del 21/1/2018)

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INCENDI «SENZA PRECEDENTI» IN SIBERIA E ALASKA, A NORD DEL CIRCOLO POLARE ARTICO

di Chiara Severgnini, da “il Corriere della Sera” del 30/7/2019

– Alcuni roghi sono così estesi da coprire una superficie pari a quella di 100mila campi da calcio. Secondo una stima prudente, la quantità di anidride carbonica che hanno immesso nell’atmosfera è pari a quella prodotta dalla Svezia in un anno –

La Siberia è una vasta regione della Russia che copre quasi tutta l’Asia settentrionale e comprende una grande parte della steppa eurasiatica.

   È da oltre un mese, ormai, che gli incendi stanno devastando vaste aree della SIBERIA e dell’ALASKA, oltre il CIRCOLO POLARE ARTICO. Coinvolta anche, in misura minore, la GROENLANDIA. SONO ALMENO CENTO, secondo il Copernicus Atmosphere Monitoring Service (Cams, https://atmosphere.copernicus.eu/), I ROGHI di durata e intensità significativa che si sono verificati A NORD DEL CIRCOLO POLARE ARTICO a partire da giugno.

L’ALASKA è uno Stato federato degli Stati Uniti d’America. Situato nella estremità nordoccidentale del continente nordamericano, confina a est con il Canada ed è bagnato a nord dal Mar Glaciale Artico e a sud dall’Oceano Pacifico; a ovest lo Stretto di Bering lo separa dalla Siberia.

   Le foreste di questi territori sono da sempre interessate da incendi, ma questa volta il fenomeno è «senza precedenti». A definirlo così sono sia il Cams (che dipende dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine) sia l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Gli incendi di quest’anno, oltre ad essere iniziati UN MESE PRIMA DEL SOLITO, sono STRAORDINARI sia per la loro DURATA, sia per la loro ESTENSIONE TERRITORIALE. E stanno immettendo nell’atmosfera QUANTITÀ ENORMI DI ANIDRIDE CARBONICA: secondo l’Omm, nel solo mese di giugno questi roghi hanno prodotto la stessa quantità di CO2 emessa in un anno dalla Svezia. E non è che una stima parziale, che alcuni scienziati ritengono già superata.

LE CAUSE

Le aree più coinvolte sono Alaska e Siberia, dove alcuni roghi — secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale — sono stati così estesi da coprire una superficie pari a quella di 100mila campi da calcio. Sia nello Stato americano, sia nella regione settentrionale della Russia quest’anno sono state registrate temperature insolitamente alte, che contribuiscono a rendere gli incendi più probabili e più estesi, perché fanno crescere più arbusti che poi, una volta seccati, bruciano facilmente, ad esempio se vengono colpiti da un fulmine. Il caldo, inoltre, asciuga terreni che normalmente sono ricchi di acqua e per questo immuni alle fiamme. È il caso, ad esempio, dei depositi naturali di torba, che già nel 2010, in alcune regioni nord-orientali della Russia, hanno alimentato un incendio durato settimane che costrinse le autorità a dichiarare lo stato di emergenza. Oppure del devastante incendio della tundra artica che ha interessato l’Alaska nel 2007, che ridusse in cenere un’area di oltre 1000 kmq: poco meno dell’estensione dell’intera provincia di Imperia.

I ROGHI VISIBILI DALLO SPAZIO

Gli incendi di quest’anno sono così estesi da essere visibili dallo spazio. Alcune immagini satellitari della Nasa mostrano i roghi siberiani che si sono scatenati nelle regioni di IRKUTSK, KRASNOYARSK e BURYATIA, e che si ritiene siano stati causati dai fulmini.

L’AVVERTIMENTO DEGLI SCIENZIATI

Il fenomeno non è nuovo, ma è molto peggiorato, complice il cambiamento climatico che, secondo l’Omm, «amplifica il rischio» che incendi simili si verifichino per via delle «temperature in aumento» e degli «slittamenti nell’andamento delle precipitazioni». È da anni che ricercatori e scienziati spiegano i rischi dell’innalzamento delle temperature nelle aree subpolari, quelle della tundra: uno studio di Nature del 2011 spiegava, ad esempio, che con lo scongelamento della parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato — il permafrost — si potrebbero rilasciare nell’atmosfera enormi quantità di carbonio e di metano. E, in caso di incendi, il fenomeno diventa esplosivo: una vera e propria bomba ecologica. (Chiara Severgnini)

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RISCALDAMENTO GLOBALE: LA MINACCIA ORA SONO I ROGHI NELLA TUNDRA Continua a leggere