La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce Continua a leggere

BASTA INQUINAMENTO ATMOSFERICO, causa di morti e (probabile) diffusione del Covid: un’AZIONE concreta per il NUOVO GOVERNO? – PIANURA PADANA prima per morti da smog in Europa (Studio degli Istituti di Ricerca di Utrecht, Barcellona e Svizzera) – Come anche nel rapporto MAL’ARIA 2021 di Legambiente

INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA POLVERI SOTTILI IN PIANURA PADANA – “(…) Lo STUDIO (elaborato dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero) conferma come L’AREA DELLA PIANURA PADANA è MAGGIORMENTE PENALIZZATA: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area ALTAMENTE URBANIZZATA, CARATTERIZZATA DA ELEVATE EMISSIONI DA TRAFFICO E INDUSTRIE E CONDIZIONI METEOROLOGICHE FREQUENTEMENTE STAGNANTI legate alla valle, che portano ad un AUMENTO DELLE CONCENTRAZIONI. (…)”. (Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”) (FOTO: smog in Pianura Padana, mappa ripresa da http://www.ecodallecittà.it/)

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“(…) Secondo il REPORT “MAL’ARIA DI CITTÀ 2021” DI LEGAMBIENTE, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più». L’associazione ambientalista traccia un DOPPIO BILANCIO SULLA QUALITÀ DELL’ARIA nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle CITTÀ FUORILEGGE per avere superato i LIMITI GIORNALIERI PREVISTI PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il VALORE MEDIO ANNUALE sempre per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle LINEE GUIDA dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), (…)” (29/1/2021, da https://www.greenreport.it/)

RAPPORTO “MAL’ARIA 2021” DI LEGAMBIENTE

   Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

   Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

   Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.

(MAL’ARIA 2021, report di LEGAMBIENTE: classifica città inquinate 2020; mappa ripresa da httpsradiogold.it/)

   Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2 ) e l’ozono troposferico (O3 ). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.

   La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina – superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

   Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

TORINO MAGLIA NERA PER MAL’ARIA 2021 DI LEGAMBIENTE – (…) Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il LIMITE PREVISTO PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10), ossia LA SOGLIA DEI 35 GIORNI NELL’ANNO SOLARE con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A TORINO SPETTA LA MAGLIA NERA con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da VENEZIA (via Tagliamento) con 88, PADOVA (Arcella) 84, ROVIGO (Largo Martiri) 83 e TREVISO (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano AVELLINO (scuola Alighieri) e CREMONA (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da MILANO (via Marche), FROSINONE (scalo) 77, MODENA (Giardini) e VICENZA (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».(…)” (29 Gennaio 2021, da https://www.greenreport.it/)

   Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata. Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

   Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari.

   Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate. Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020…….. (leggi per intero il rapporto “Mal’aria”, clicca sul questo link:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/Rapporto_Malaria_2021.pdf

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immagine da http://www.arpae.it/ (Emilia Romagna)

DESCRIZIONE PM 2,5 e 10 – PM (Particulate Matter) è il termine generico con il quale si definisce un MIX DI PARTICELLE SOLIDE E LIQUIDE (PARTICOLATO) CHE SI TROVANO IN SOSPENSIONE NELL’ARIA. Il PM può avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione del suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini ecc.) sia principalmente da attività antropiche, in particolar modo dai processi di combustione e dal traffico veicolare (particolato primario). (…) Gli studi epidemiologici hanno mostrato una CORRELAZIONE TRA LE CONCENTRAZIONI DI POLVERI IN ARIA E LA MANIFESTAZIONE DI MALATTIE CRONICHE ALLE VIE RESPIRATORIE, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. LE PARTICELLE DI DIMENSIONI INFERIORI COSTITUISCONO UN PERICOLO MAGGIORE PER LA SALUTE UMANA, in quanto POSSONO PENETRARE IN PROFONDITÀ NELL’APPARATO RESPIRATORIO; è per questo motivo che viene attuato il monitoraggio ambientale di PM10 e PM2.5 (…). La soglia di concentrazione in aria delle polveri fini PM2.5 è stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. (da https://www.arpa.veneto.it/)

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immagine da http://www.arpat.toscana.it/

NO2 COS’È – Il BIOSSIDO DI AZOTO è un GAS DI COLORE ROSSO BRUNO, di odore pungente e ALTAMENTE TOSSICO. Il biossido di azoto si forma in massima parte in atmosfera per ossidazione del monossido (NO), inquinante principale che si forma nei PROCESSI DI COMBUSTIONE. Le emissioni da fonti antropiche derivano sia da processi di combustione (CENTRALI TERMOELETTRICHE, RISCALDAMENTO, TRAFFICO), che da processi produttivi senza combustione (PRODUZIONE DI ACIDO NITRICO, FERTILIZZANTI AZOTATI, ecc.). È un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi che può causare bronchiti fino anche a edemi polmonari e decesso. CONTRIBUISCE ALLA FORMAZIONE DELLO SMOG FOTOCHIMICO, come precursore dell’ozono troposferico, e contribuisce, trasformandosi in acido nitrico, al fenomeno delle “PIOGGE ACIDE”. (da http://www.arpat.toscana.it/ )

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PIANURA PADANA INQUINATA – Secondo i DATI ELABORATI DAI RICERCATORI dell’Università di UTRECHT, del Global Health Institute di BARCELLONA e del Tropical and Public Health Institute SVIZZERO, per INQUINAMENTO ATMOSFERICO e SMOG (PM2,5 e PM10, cioè polveri sottili) BRESCIA e BERGAMO sono PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ (nelle prime dieci VICENZA è al quarto posto, SARONNO all’ottavo) – Per quanto riguarda le morti premature per NO2 (biossido di azoto, gas di colore rosso bruno, di odore pungente e altamente tossico), invece, ci sono TORINO (al terzo posto) e MILANO (al quinto)

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SMOG: BRESCIA E BERGAMO PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ DA POLVERI SOTTILI

di Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”

LO STUDIO – Secondo i dati elaborati dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero, tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto)

   Più di 52mila morti premature, che avvengono ogni anno in quasi mille città europee potrebbero essere evitate applicando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili Pm 2,5 e sul diossido di azoto (NO2)(ndr: vedi https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06). Centinaia di vite potrebbero essere salvate anche nelle città italiane, i cui dati sono stati elaborati in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero.

smog in città

   Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalità da particolato fine (PM2.5) più alto in Europa, ma tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health e finanziato dal ministero per l’innovazione spagnolo e dal Global Health Institute.

IL PROGETTO – Proprio l’istituto spagnolo ha portato avanti una ricerca, stimando per la prima volta gli impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei cittadini delle singole città europee, concentrandosi sui dati che riguardano la mortalità. È stato utilizzato un algoritmo che ha tenuto conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico per le singole città e, alla fine, il team di ricerca ha stilato due classifiche sulla base dei risultati: una per il Pm 2,5 e una per il NO2.

   Le città al primo posto sono quelle con i peggiori dati sulla mortalità legati all’inquinamento atmosferico. In entrambe le classifiche a registrare la mortalità più bassa sono quelle dei Paesi scandinavi. I dati per ogni città sono consultabili sul sito www.isglobalranking.org e dimostrano che il carico di mortalità prevenibile varia notevolmente a seconda della città, raggiungendo fino al 15% per Pm 2,5 e al 7% per NO2 di mortalità prematura annuale.

LE CITTÀ ITALIANE PIÙ ESPOSTE – Lo studio conferma come l’area della Pianura Padana sia maggiormente penalizzata: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area altamente urbanizzata, caratterizzata da elevate emissioni da traffico e industrie e condizioni meteorologiche frequentemente stagnanti legate alla valle, che portano ad un aumento delle concentrazioni”.

   Per quanto riguarda i livelli di Pm2,5 Brescia è prima tra le quasi mille città prese in esame. Qui, secondo lo studio, si contano 232 decessi prevenibili all’anno (l’11% delle morti attuali) se si scendesse sotto la soglia indicata dall’Oms e 309 se i livelli di polveri sottili si abbassassero ulteriormente (in questo caso i decessi potrebbero diminuire del 15%).

   Sempre nell’area della Pianura Padana, BergamoVicenza sono rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica delle città con i peggiori dati sulla mortalità da Pm2,5. A Bergamo, scendendo appena sotto la soglia indicata dall’Oms, potrebbero essere evitati 137 decessi all’anno, a Vicenza 124. Saronno è ottava nella classifica: potrebbe evitare tra i 46 e i 61 morti.

   Per quanto riguarda, invece, il biossido di azoto i dati peggiori sono quelli di MadridAnversa e Torino, seguita da Parigi e Milano. Tanto per avere un’idea, se nella capitale della Spagna le morti prevenibili arrivando ai livelli indicati dall’Oms sono 206 (ma si arriva a 2.380 facendo anche meglio) a Torino si va dalle 34 morti prevenibili a 673. Secondo lo studio Milano potrebbe evitare dai 185 decessi prematuri a 2.575, con uno sforzo ulteriore che consentisse di scendere anche al di sotto delle soglie indicate dall’Oms.

Mappa delle aree più inquinate d’Europa (ripresa da http://www.ilperiodiconews.it/)

LE IMPLICAZIONI – Per lo studio sono stati analizzati i dati di 969 città e 47 metropoli. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che riducendo i livelli di inquinamento dell’aria sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità si potrebbero evitare 51.213 morti l’anno per esposizione a Pm2,5 (mentre oggi l’84% della popolazione nelle città europee è esposta a livelli superiori al massimo raccomandato) e 900 per NO2.

   Non solo: con politiche più ambiziose si potrebbero prevenire fino a 125mila decessi all’anno intervenendo sui livelli di Pm 2,5 e fino a 80mila morti all’anno, riducendo ulteriormente i livelli di NO2. Obiettivo dei ricercatori è proprio quello di fornire alle amministrazioni locali stime complete degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, consentendo azioni più mirate, anche se sottolineano come siano necessari ulteriori approfondimenti per stimare gli effetti, nelle varie città, di distinti fattori: non solo inquinamento atmosferico, ma anche rumore, carenza di spazi verdi, stili di vita. (Luisiana Gaita)

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QUALITÀ DELL’ARIA: LE NUOVE LINEE GUIDA OMS ABBASSANO I LIVELLI DI INQUINANTI CONSENTITI

da https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06

(traduzione, adattamento e sintesi a cura della redazione di EpiCentro)

   L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è impegnata nel sollecitare i Governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città, al fine di proteggere la salute delle persone. La richiesta arriva con la presentazione delle nuove Linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria, che propongono standard drammaticamente Continua a leggere

La CADUTA DEMOGRAFICA del nostro Paese appare inarrestabile – E il periodo Covid (e il post pandemia) aggraveranno questa condizione – Ci sarà un vuoto generazionale quando i (pochi) bambini di adesso saranno adulti? – Che fare? Servizi sociali più estesi e apertura a un’immigrazione ordinata sono le priorità

(da ISTAT. Questo grafico, detto PIRAMIDE DELLE ETA’, rappresenta la distribuzione della popolazione residente in Italia per età e sesso al 1 gennaio 2020 – ripreso da https://www.tuttitalia.it/) – “(…) La COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020)

   Il Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un’ulteriore caduta della fertilità; mente i Paesi poveri sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati (con problemi, tra l’altro di sanità molto scarsa, con mortalità infantile diffusa, con aborti e donne in balìa di maternità difficili).

  Fa specie che qualcuno pensava (o credeva) che il lockdown, il virus (che ancora imperversa) fosse elemento di sviluppo della natalità, dei concepimenti. E invece le statistiche dicono proprio il contrario: la natalità va ancora peggio. Non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli, è il clima di incertezza economica e sociale; probabilmente.

(nella foto: bambini che giocano in strada, da https://www.peopleforpl/) – La tendenza alla drastica CADUTA DEMOGRAFICA è confermata anche nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo L’Istat ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10mila unità a fine dicembre. Per valutare i primi effetti della pandemia sulle nascite, invece, serviranno i dati di novembre, dicembre e gennaio, che verranno pubblicati tra marzo e aprile 2021

   Nel contesto generale, anche pre-Covid, i numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni: nel 2008 abbiamo avuto 576mila nascite mentre nel 2019, l’ultimo dato appena aggiornato, il numero è sceso a 420mila.

   La tendenza al forte calo è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

   E il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che cambieranno (e stanno già cambiando) il panorama demografico italiano.

   La situazione demografica dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. E, come dicevamo, la pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: sempre meno bambini nei Paesi ricchi, boom demografico in quelli poveri.

(IMMAGINE: ANZIANI PER BAMBINI FONTE ISTAT) – ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica (21/12/2020): “ANCORA UN RECORD NEGATIVO PER LA NATALITÀ. Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).

   Viene poi un pensiero (espresso in un articolo di questo post dal ricercatore Francesco Seghezzi): non è che il vuoto generazionale che verrà a crearsi quando i bambini (neonati) di adesso saranno adulti, porterà anche a una difficoltà di gestire i servizi per mancanza di personale, di non avere un sufficiente numero di lavoratori, per far andare avanti il Paese?  Da tempo si discute di come l’automazione sempre più diffusa (i computer, i robot…) possa causare la FINE DEL LAVORO, e una disoccupazione sempre più crescente. Non è che il VUOTO GENERAZIONALE dovuto alla CADUTA DEMOGRAFICA produrrà invece l’incapacità di avere personale per gestire i servizi essenziali?

   E’ una visione e considerazione forse tecnocratica, fredda, quella che ci siamo permessi. La verità è che un mondo senza bambini, senza generazioni che si alternano nelle cose della vita, significa il decadimento di ogni civiltà.

La TENDENZA AL FORTE CALO è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.
E il presidente dell’ISTAT GIAN CARLO BLANGIARDO (nella FOTO) ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che CAMBIERANNO (e stanno già cambiando) IL PANORAMA DEMOGRAFICO ITALIANO

   Ma è pur vero (tornando a una visione fredda ma realistica) che con il declino demografico salterà in ogni caso il sistema pensionistico: i troppi anziani, che tra l’altro vivono in media molto di più dei precedenti (e questo è cosa buona), non avranno ripagate le pensioni dal lavoro dei giovani, che saranno (sono) sempre meno. In questa ipotesi, di carenza finanziaria per le pensioni e di difficoltà a coprire tutte le occupazioni rimaste per mancanza di una generazione, è ipotizzabile che anziani in buona salute, che fanno un lavoro non pesante fisicamente, e magari pure piacevole, dovranno adattarsi (felici o meno) a continuare ancora un po’ nella loro occupazione, magari con una riduzione di orario…. E se il proprio lavoro piace, perché non poter continuare oltre la pensione?

E’ NATO DENIS – A MORTERONE, in provincia di Lecco, IL PIÙ PICCOLO COMUNE D’ITALIA con i suoi 30 abitanti, a luglio del 2020, dopo otto anni di mancanza di nuovi nati, è finalmente nato DENIS (MORTERONE, foto da https://it.finance.yahoo.com/)

   E’ vero che la caduta demografica italica che pare inarrestabile, potrebbe essere coperta dall’arrivo di immigrati. Ma anche questo appare un fenomeno non del tutto concreto: lo stesso “inserimento demografico” degli stranieri, degli immigrati, è sembrato appannarsi e ridursi drasticamente già nella fase delle crisi economica pre-covid (molti immigrati se ne sono andati al Paese di origine o in altri Paesi d’Europa), a fronte di poco lavoro, spesso precario, o mal pagato, e un costo della vita da noi assai elevato; e ancor di più non sono arrivati molti immigrati, con lo scoppio della pandemia per chiusura delle frontiere, e dei mezzi di trasporto.

(Possibili traiettorie di fertilità post-pandemia in base al livello di reddito regionale -Studio dell’Università Bocconi pubblicato su Science-) – “Secondo lo studio dell’Università Bocconi pubblicato su SCIENCE, intitolato LA PANDEMIA DI COVID-19 E LA FECONDITÀ UMANA, a cura dei ricercatori della Bocconi Arnstein Aassve, Nicolò Cavalli, Letizia Mencarini, Samuel Plach e Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze – dopo il coronavirus la fertilità potrebbe diminuire a causa “dell’incertezza economica e dell’aumento degli oneri a carico delle famiglie per la cura dei bambini”. L’indagine sottolinea poi che probabilmente nel breve periodo la fecondità diminuirà almeno nei Paesi ad alto reddito, dove ritardi nella scelta di fare figli potrebbero essere influenzati dalle perturbazioni nell’organizzazione della vita familiare causate dal prolungato isolamento, dalla riorganizzazione della cura dei figli all’interno della coppia a seguito della chiusura delle scuole e dal peggioramento delle prospettive economiche. Un calo delle nascite, sottolineano i ricercatori, comporterebbe invecchiamento della popolazione e declino demografico, con implicazioni per le politiche pubbliche. (….)” (ALTRO CHE “BABY BOOM” POST-PANDEMIA: AI TEMPI DEL COVID NIENTE FIGLI E POCO SESSO, di Adalgisa Marrocco, 30/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Il forte rallentamento dei flussi provocato dalle misure internazionali di contrasto alla diffusione del Covid-19, ha pure portato a situazioni paradossali dove gli italiani si sono accorti che, in certi settori stagionali (a volte malpagati) senza gli immigrati rischiavano di mandare in crisi filiere economiche essenziali (come le produzioni agro-alimentari: non c’erano più gli abituali stranieri stagionali per le vendemmie, la coltivazione del riso, gli allevamenti, le raccolte varie -pomodori, olive etc.- al sud) ed è stato necessario approntare in fretta una mini-sanatoria per rimediare alla chiusura delle frontiere.

“UN PAESE SENZA IMMIGRATI È UN PAESE SENZA FUTURO” – Intervista di LEFT al demografo MASSIMO LIVI BACCI (di Federico Tulli, 22/12/2020, https://left.it/) “(…… Una sostenuta immigrazione è una risposta inevitabile di un PAESE come il nostro che è sicuramente IN GRAVE INDEBOLIMENTO DEMOGRAFICO. Poi basta guardarsi intorno. Basta prendere un qualsiasi mezzo pubblico prima delle 7 del mattino per rendersi conto di che cosa significhi l’immigrazione per il nostro Paese. Al 90% gli utenti sono stranieri. E dove vanno? Vanno a fare lavori pesanti e i lavori necessari. Cioè quelli che non hanno chiuso nemmeno durante i lockdown (….) L’ITALIA CONTINUERÀ AD AVERE BISOGNO DI UNA FORTE IMMIGRAZIONE a meno che non ci si voglia impoverire sotto tutti i punti di vista: sociale, culturale, economico. Una società che non ha rinnovo è destinata a impoverirsi anche se tra gli immigrati non ci sono premi Nobel. Perché poi fanno figli che possono diventarlo se si investe bene su di loro. (…)” (da LEFT, rivista settimanale in edicola)

   Insomma la caduta demografica che stiamo vivendo in questi anni è cosa assai seria: e misure e provvedimenti di sviluppo della natalità sembrano urgenti. Su tutto appare importante un welfare spinto per dare servizi per le famiglie di bambini e ragazzi (altri Paesi, come Francia e Germania, hanno una politica più attrezzata per questo tipo di sostegno al sostentamento delle nuove generazioni). Dall’altro sono da rivedere e ripensare i contesti di chiusura verso l’immigrazione, che porta nel nostro Paese risorse umane sempre più gradite e necessarie (l’apertura all’approvazione dello ius soli potrebbe essere solo il primo passo necessario allo sviluppo positivo della cittadinanza) (s.m.)

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(GRETA – da http://www.corriere.it /, nella foto la mamma e Greta, 1/1/2021)

GRETA, PRIMA NATA IN LIGURIA. IL CAPOGRUPPO DELLA LEGA: «È NERA, NON ITALIANA» (da https://www.corriere.it del 1/1/2021) – L’esponente del Carroccio replica con queste parole a un messaggio del governatore Giovanni Toti che aveva accolto la nuova arrivata con le parole: «Diamo il benvenuto ai primi liguri del 2021!»   –  La prima bambina nata in Liguria nel 2021? «Non può essere definita nè ligure nè italiana» in quanto nera. Parole scritte da Stefano Mai, che è il capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale della Liguria. Parole che indignano anche il governatore Giovanni Toti; era stato proprio quest’ultimo a condividere sui social le foto e le notizie dei «fiocchi azzurri e rosa» che avevano salutato l’inizio del nuovo anno negli ospedali della regione senza immaginare di urtare la suscettibilità altrui.

«BENVENUTO AI NUOVI LIGURI» – Sembrava – quello di Giovanni Toti – un messaggio cortese e di circostanza, una tradizione di ogni primo gennaio. «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021! Alla Spezia poco dopo mezzanotte è nata Morena, a Imperia Louis e dal San Martino mi arriva la foto di Greta, prima nata a Genova. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome di tutta la Liguria», aveva scritto Toti, postando la foto di una mamma non italiana, con la sua bimba appena nata. E invece fin da subito erano partiti gli insulti per via dell’appellativo «ligure» accostato a un’immagine di una donna e della sua figlia di colore.   IL LEGHISTA: «NON C’È IUS SOLI» – Una situazione purtroppo consueta, quando ci sono di mezzo notizie che riguardano i migranti. Ma la situazione è cambiata quando alla canea degli anonimi o dei «leoni da tastiera» si è unita una voce istituzionale, quella di Stefano Mai, appunto, numero uno della Lega Nord in consiglio regionale, partito componente della maggioranza che sostiene Toti. «Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri. Auguri e benvenuti a tutti i nuovi nati del 2021 in Liguria, ma ribadiamo che per essere italiani e liguri sia necessario intraprendere un percorso ben definito e quindi richiedere successivamente la cittadinanza, secondo quanto previsto dalle norme vigenti. NO allo Ius soli»: posizione che l’esponente del Carroccio ha ufficializzato con un comunicato stampa. «Con la Lega al governo in Liguria così come, speriamo presto, a Roma – ha aggiunto il capogruppo leghista – non accadrà mai che l’acquisizione della cittadinanza italiana avvenga come semplice conseguenza del fatto giuridico di essere nati in Italia. Occorre difendere le nostre tradizioni e la nostra identità».   LA REPLICA DEL GOVERNATORE – Giovanni Toti non ha fatto passare sotto silenzio l’intemerata e in chiusura di giornata ha preso le distanze dal consigliere della lega Nord con queste parole: «Stupisce, lascia amareggiati e per la verità anche un po’ perplessi che qualcuno, in un anno come questo, riesca a fare polemica anche su un post di benvenuto al mondo per una bimba nata in una notte così carica di dolore e di speranza. Nel Paese con il tasso di natalità più basso del mondo, una nuova creatura è un fatto positivo, quale che sia la sua nazionalità e il colore della sua pelle». «Greta – scrive Toti – si chiama così, è nata in un ospedale ligure, con medici e infermieri liguri. Sua madre ha in tasca una tessera sanitaria del nostro Paese. Non ho chiesto alla direzione del San Martino se fosse immigrata, naturalizzata, cittadina italiana o di un altro Paese. Greta è nata qui, andrà qui in Liguria all’asilo e a scuola. I suoi genitori e anche lei, quando crescerà, da lavoratrice avrà gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri lavoratori. E gli stessi diritti e doveri sociali».

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COVID E DEMOGRAFIA

I PAESI RICCHI NELL’INVERNO DELLA FERTILITÀ

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020

– Virus e incertezza economica frenano le nascite nei Paesi più ricchi, che invece avrebbero bisogno di un tasso più alto di natalità –

   Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest’anno nelle FILIPPINE nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce.

   In ITALIA, invece, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest’anno e a 393 mila nel 2021.

   Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi.

   In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all’ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l’impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.

   All’inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, tre demografi italiani – Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina – hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la QUOTA DI ABBANDONI DEGLI ITALIANI era decisamente LA PIÙ ALTA: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l’obiettivo o si limitavano a posporlo.

   «Abbiamo continuato a studiare la situazione – dice Francesca Luppi – A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia». Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. «Ora, NON È TANTO IL TIMORE DEL VIRUS in sé a frenare la decisione di avere figli – sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano – È IL CLIMA DI INCERTEZZA ECONOMICA E SOCIALE a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia».

   Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni.

   La Brookings Institution stima che l’anno prossimo negli STATI UNITI nasca mezzo milione in meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio. Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell’immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni.

   Il GIAPPONE è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell’11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell’assistenza sociale. L’AUSTRALIA calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: SINGAPORE promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.

   È che nei momenti d’incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell’economia, l’aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.

   In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In INDIA, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi. E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International – i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e NEPAL – hanno dovuto chiudere.

   In INDONESIA, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell’utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori «sulla frontiera» dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all’80%.

   La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l’alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud. (Danilo Taino)

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DEMOGRAFIA – il dibattito che serve ma che non si fa

IL VERO DRAMMA DEL LAVORO SARÀ IL VUOTO GENERAZIONALE

di Francesco Seghezzi, ricercatore, dal quotidiano “DOMANI”, 24/12/2020

– Il rischio: nei prossimi anni pagheremo le conseguenze di ciò che sta accadendo –

   Abituati a scadenze a breve termine e a orizzonti temporali sempre più brevi, tanto in politica quanto in economia, ci risulta difficile comprendere gli impatti delle dinamiche demografiche, soprattutto sul mondo del lavoro. Ma basta avere la pazienza di leggere i dati che Istat ha diffuso nelle ultime settimane per aver chiaro come stiamo perdendo tempo guardando al dito e ignorando la luna.

   I numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni. Di certo non si può che festeggiare per l’aumento della speranza di vita, Continua a leggere

AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020 Continua a leggere

LA MONTAGNA È SOLO PISTE DA SCI? La crisi dell’economia montana con la chiusura degli impianti sciistici per la pandemia, mostra le difficoltà di un equilibrato sviluppo delle aree montane. Un DOCUMENTO del CAI fa chiarezza su questo, e denuncia lo sfruttamento della montagna con le piste da sci da discesa

AREA di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Versante della Tofana di Mezzo. LAVORI DI SBANCAMENTO e allargamento della pista di slalom speciale (foto di LUIGI CASANOVA, da https://www.mountainwilderness.it/)

   Trattiamo, in questo post, di montagna, dello sviluppo possibile e compatibile, alla luce di quanto è avvenuto nelle settimane scorse; in particolare delle polemiche per la continuazione della chiusura delle piste da sci anche durante il periodo natalizio, a causa della pandemia Covid. Da più parti è stato detto (ed è vero) che lo sci da discesa è attività invernale turistica che muove molti soldi e crea anche un’importante indotto occupazionale, sia in modo diretto (personale della manutenzione e gestione delle piste, impianti di risalita, alberghi, ristoranti etc.), che indiretto (abbigliamento sportivo, pubblicità, e tutto il resto…).

   Sebbene ci sia sempre meno neve in montagna causa il cambiamento climatico, e bisogna “sparare” neve artificiale con appositi cannoni per innevare le piste (con grande spreco di acqua ed elettricità), l’industria dello sci sembra essere prospera (in tempi normali), e nascono sempre più nuovi impianti, ampliamenti degli esistenti, collegamenti tra di essi, per rendere sempre più attraente il carosello sciistico.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Zona dell’arrivo dello slalom: il bosco divelto e nuova viabilità. (foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   E se è pur vero che i “consumatori” di sci da discesa non crescono granché negli anni (come dimostra un documento del CAI di cui parliamo tra poco), lo stesso ampliamenti, sbancamenti, nuove piste vengono continuamente proposte di anno in anno (probabilmente spalmando su più siti la domanda sciistica che resta la stessa). E fa specie che nuovi impianti quasi sempre nascono con consistenti contributi finanziari pubblici. E se questo non basta, ci pensano i programmati Mondiali di sci (2021, Cortina) e Olimpiadi 2026 (ancora a Cortina in particolare) a portare nuovi sbancamenti e ammodernamenti della montagna.

   Su tutto questo è di notevole interesse (a nostra avviso) la presa di posizione netta e decisa del CAI (Club Alpino Italiano), la maggiore associazione escursionistica italiana di valorizzazione dei luoghi di montagna (delle “Terre Alte” come si dice), che senza mezzi termini con un documento che qui di seguito proponiamo (“CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI: analisi del contesto, prospettive e proposte”) contesta questo modo di fare di sfruttamento dell’ambiente montano, ritenendo che vi siano modi nuovi e alternativi per valorizzare la montagna senza doverla distruggere con nuove piste da sci, ampliamenti etc.

   E collegando pure, il documento CAI, l’industria dello sci con anche i cambiamenti climatici in atto e altri prevedibili di qui a poco. Chiedendo un ripensamento riguardo al futuro delle attività sciistiche e degli impianti per la pratica dello sci da discesa. Perché, si dice, “il CAI è di norma contrario alla realizzazione di nuove infrastrutture, nuovi impianti o di ampliamento di quelli esistenti”.

Strada-potenziata-dai-7-metri-in-alcuni-punti-fino-a-dieci-metri-con-taglio-abeti-e-larici-ultracentenari.-Si-mettono-in-evidenza-le-strutture-murarie-di-contenimento.-Incredibil-1024×768 (foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   Pertanto da parte del CAI c’è una netta presa di posizione di contrarietà ad ampliamenti e alla realizzazione in montagna di nuove piste da sci da discesa in media ed alta quota, con strategie alternative e praticabili, programmando diversificazione e sviluppo economico locale maggiormente confacenti con gli obbiettivi di uno sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che la dipendenza dal solo turismo rende la montagna debole e vulnerabile. Rinunciando così alla monocoltura sciistica.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Versante della Tofana di Mezzo. L’area di Rumerlo che porta all’arrivo delle gare di velocità: qui è prevista una rotonda larga oltre 30 metri. I muri di sostentamento sono dovuti al crollo del terreno soprastante (testo e foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   Vanno cioè potenziate (nel documento CAI) le attività produttive tradizionali come il turismo rurale, la piccola impresa artigiana e l’agricoltura di montagna; ma vanno anche sostenute le attività innovative in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio di prossimità e le produzioni tipiche locali, con la creazione di appositi marchi di qualità.

   E poi, quel che sempre è necessario per far vivere un luogo: cioè garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili (scuole, medicina di base e territoriale, farmacie, centri sportivi e culturali polivalenti….). Infine, ma non certo ultimo, uno stop a nuove costruzioni e seconde case, dando precedenza alla riqualificazione del patrimonio esistente.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Area di Rumerlo che porta all’arrivo delle gare di velocità. L’evidente faglia che si è aperta nel terreno di riporto è lunga decine di metri e questa zona dovrebbe sostenere le tribune di arrivo di diverse piste di velocità (testo e foto di LUIGI CASANOVA, da https://www.mountainwilderness.it/)

   Ecco il senso del documento che vi proponiamo, e che vi invitiamo a leggere attentamente, perché è un atto di scientifica e sincera contestazione dell’industria dello sci da discesa, e in particolare della sua espansione in questi ultimi anni in montagna, che così viene trattata come qualsivoglia luogo turistico di mare, di città… (cioè di solo sfruttamento).

   Una chiusura per pandemia è pure occasione di un ripensamento dell’attuale sviluppo montano. Ma lo avevamo già detto poco tempo fa. Infatti, a proposito della possibilità (opportunità) mancata per un “nuovo corso”, già avevamo trattato la problematica in questo blog geografico in occasione della tempesta Vaia avvenuta nella notte tra il 28 e 29 ottobre 2018. E avevamo indicato quelle che, a nostro piccolo e modesto avviso, potevano essere le premesse per una “rinascita nuova” della montagna e del rapporto che noi abbiamo con essa. Riflessioni che, per noi, rimangono valide anche adesso in fase di pandemia Covid e chiusura necessaria delle piste da sci adesso e nel periodo natalizio per evitare assembramenti. Proposte che proviamo a riproporre. Lasciando poi l’esamina dell’INDUSTRIA DELLA NEVE al DOCUMENTO CAI che subito qui di seguito vi proponiamo.

Sci, cabine a pieno carico per evitare le code in ingresso (settembre 2020, foto da https://www.giornaletrentino.it/)

   Perché nella disgrazia di questi eventi, potrebbe (può) anche nascere l’opportunità di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha. Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sul bellunese, le difficoltà che in questi anni appaiono:
1– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili e riscaldamento domestico ad esempio…) ed altre realtà montane IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, spesso pieni di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti… totale disinteresse di tutti);
2– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
3– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, SCOLI e TORRENTI, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il pericolo di smottamenti e fragilità;
4– E’ una montagna, quella “turistica”, fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI”;
5– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti nell’ottobre 2018 con Vaia). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
6– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per eleggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente perché tanti residenti sono all’estero a lavorare) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

La strada per il lago di Carezza tra la Val di Fassa e la Val Dega ricoperta di tronchi d’abete schiantati dalla tempesta VAIA della notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018 (f. Vigili del fuoco.- da http://www.nimbus.it/)

   E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba, la Marmolada, etc…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso appunto con il DIVERTIMENTIFICIO DELLO SCI in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
Che senso ha allora continuare con questo turismo (della neve) artificiale, senza speranza? Proposte e specialmente pratiche alternative di vita ed economia della montagna sono più che mai necessarie, per uscire dalla dipendenza delle ambientalmente disastrose piste da sci nelle rinomate località turistiche (di un turismo del tutto cittadino, urbano, senza adeguarsi alle specificità della montagna).

I luoghi dove si svolgeranno le OLIMPIADI INVERNALI del 2026 (mappa da http://www.welfarenetwork.it/)

   E la ripresa di uno sviluppo montano alternativo alle piste da sci dovrebbe essere guidato e gestito da parte di soggetti locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme il lavoro e le loro competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, dei servizi innovativi, dell’industria e artigianato, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché, è da chiedersi, il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un Centro di Ricerca sulla Montagna e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente lì…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (finora) una veste “coloniale” (persone, tecnici, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Ribadiamo la nostra sempre attuale proposta di un SUPERAMENTO della frammentazione degli attuali comuni con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, organizzativamente, finanziariamente… i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci e condivise dalla comunità.

Esempi di turismo sciistico. La mappa SKI AREA San Martino di Castrozza Passo Rolle (dal sito http://www.sport-invernali.com/)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO montani, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale per una “nuova montagna” (le Terre Alte, ma anche la “mezza montagna”: quella di passaggio, ora abbandonata); questo sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo.

   Comunque la denuncia del Club Alpino Italiano, che qui di seguito riportiamo, sulla necessità di trovare un’alternativa vera alle piste da sci di discesa (cui adesso con la chiusura pandemica portano a rilevare la forte e preoccupante dipendenza occupazionale di tanti territori montani) è cosa che accomuna e viene condivisa da tanti (persone e associazioni) che vogliono una montagna non più divertimentificio e luogo di depredazione ambientale.  (s.m.)

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Il simbolo del Club Alpino Italiano

(lettera ai soci del Vicepresidente CAI ERMINIO QUARTIANI di presentazione del documento CaiCAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI Analisi del contesto, prospettive e proposte” – dicembre 2020)

Care amiche e cari amici,

   il documento allegato, (qui di seguito proposto, NDR) oggetto di invio a tutti i soci, rappresenta la posizione ufficiale del CAI sulle problematiche riguardanti l’industria dello sci in relazione ai cambiamenti climatici in atto e prevedibili.

   Si tratta di una proposta che come CAI avanziamo a tutti coloro che nelle aree montane fruiscono delle ricadute economiche del turismo invernale.

   E’ però anche una precisa posizione che proponiamo a tutti i frequentatori della montagna e a tutti gli italiani che praticano sport invernali (quattro milioni, dei quali tre lo sci da discesa), agli amministratori pubblici, alle altre associazioni di protezione ambientale, a tutto l’associazionismo e agli operatori economici.

   Il documento, elaborato dalla nostra Commissione Tutela Ambiente Montano, fatto proprio dalla Presidenza generale e dal CDC (Comitato Direttivo Centrale, ndr), approvato all’unanimità il 21 novembre dal Comitato Centrale di indirizzo e controllo, illustra in modo esauriente le tematiche, spesso oggetto di confronto anche aspro, relative al futuro delle attività sciistiche e degli impianti per la pratica dello sci da discesa e contiene una puntuale analisi riguardante non solo l’ambiente, ma anche l’economia dello sci da discesa in Italia, nell’arco alpino e nei Paesi europei..

   Si tratta di un naturale perfezionamento delle indicazioni contenute nel nostro Bidecalogo che, nel tracciare le linee di indirizzo e di autoregolamentazione in materia di ambiente e tutela del paesaggio, al punto 4 sul turismo in montagna recita testualmente: ”Il CAI è di norma contrario alla realizzazione di nuove infrastrutture, nuovi impianti o di ampliamento di quelli esistenti, in particolare nelle Aree Protette e nei Siti Natura 2000”.

   Il documento affronta però anche altri aspetti, marginalmente trattati dal Bidecalogo e finalmente, dopo l’attenta analisi circostanziata della condizione degli impianti e stazioni esistenti: la valutazione dei benefici e dei costi che essi producono per le comunità locali e il paesaggio montano, gli effetti dei cambiamenti climatici sulla durata dell’innevamento, la situazione del mercato quanto a offerta e domanda sciistica (la prima eccedente rispetto la seconda).

   La diversificazione dei servizi offerti dalle località di montagna e dalle stazioni sciistiche viene considerata un passo importante (che potrebbe aiutare la crescita anche del turismo estivo), anche se insidiosamente ambivalente quando ancora ispirata dal modello urbanocentrico di civiltà (che vorrebbe disporre in montagna di attrazioni già disponibili in città). Di qui la necessaria attenzione andrà posta alla qualità dei servizi turistici offerti, non invasiva dell’identità e del paesaggio delle Alpi e degli Appennini.

   In effetti, per disporre di una durata maggiore della stagione, vista la penuria di neve che sempre più si prevede per gli anni a venire, la monocultura prevalente dello sci di pista tende a privilegiare investimenti per ampliare gli impianti sciistici e realizzare nuovi comprensori; scelta apparentemente più concorrenziale e migliorativa. In realtà i fattori climatici, uniti alla impossibilità di ulteriore espansione del mercato dell’industria dello sci, rende questi investimenti di dubbia efficacia sul piano della redditività economica, e li espone a rischio fallimento, provocando un insostenibile quanto insopportabile incremento delle sovvenzioni pubbliche (gli enti pubblici locali e regionali sono già divenuti la cassaforte che tiene in vita, con risorse delle tasse dei cittadini, la gran parte degli impianti esistenti).

   Gli effetti di queste scelte, che tendono alla proliferazione di nuove infrastrutture, oltre a prefigurare erronee destinazioni di risorse economiche e finanziarie esistenti, generano devastanti conseguenze sull’ambiente, la biodiversità, la stabilità idrogeologica dei territori, ed anche distorsioni e diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e dei redditi, tra le diverse località montane, intere vallate e tra i cittadini residenti. Peraltro note ricerche effettuate suggeriscono che il gigantismo degli impianti non porta maggior reddito alle popolazioni e a ciascun abitante delle terre alte.

   Per trovare zone innevate la tendenza è sempre più quella di innalzare la quota altimetrica in cui realizzare impianti, compromettendo zone intatte e destinate ai soli alpinismo, scialpinismo, escursionismo e alla preservazione della natura selvaggia incontaminata.

   C’è dunque da parte del CAI una netta presa di posizione di contrarietà ad ampliamenti e alla realizzazione di nuove infrastrutture anche in alta quota.

   Centinaia di milioni di euro proposti per nuovi progetti di impianti, spessissimo con la partecipazione di fondi pubblici, potrebbero essere destinati a strategie alternative e praticabili, programmando diversificazione e sviluppo economico locale maggiormente confacenti con gli obbiettivi di Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che la dipendenza dal solo turismo rende la montagna debole e vulnerabile. Vanno cioè potenziate le attività produttive tradizionali come il turismo rurale, la piccola impresa artigiana e l’agricoltura di montagna, ma anche sostenute le attività innovative di una economia legata ai siti Natura 2000 e ai Parchi, in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio di prossimità e le produzioni tipiche locali, con la creazione di appositi marchi di qualità.

   Per attrarre nuovi residenti nelle terre alte e assicurare la qualità della vita di chi già vi risiede, occorre garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili: scuole, medicina di base e territoriale, farmacie, centri sportivi e culturali polivalenti, servizi bancari anche dedicati agli impieghi in loco, servizi postali e di telecomunicazione efficienti e capillari, servizi per gli anziani e i giovani, mezzi pubblici funzionanti, sistemi telematici moderni, superando il digital divide ancora penalizzante per la montagna.

   Il documento propone un ripensamento della programmazione edilizia, suggerendo uno stop a nuove costruzioni e seconde case, dando precedenza alla riqualificazione del patrimonio esistente. Propone di realizzare piani di recupero di 200 stazioni e impianti abbandonati disseminati sulle montagne italiane che devastano il territorio, anche riutilizzando i manufatti abbandonati destinandoli a nuova accoglienza.

   In conclusione: non serve abbaiare alla luna. Serve concretezza e chiarezza nella lettura del presente e nelle previsioni per il futuro, accompagnate a quella moderazione necessaria per incontrare il consenso nel delineare una transizione verso una nuova economia montana, nella quale gli interessi in campo siano orientati verso la sostenibilità attraverso un patto di solidarietà tra città e montagna, tra residenti e frequentatori, orientati a fare interagire ambiente, clima e sviluppo, interessi locali e nazionali, individui e collettività.

   Dal punto di vista turistico si può potenziare l’attività diversa dallo sci alpino, dalla valorizzazione dell’ospitalità diffusa (pensiamo alla diffusione dei Villaggi degli alpinisti o a un ruolo attivo dei Rifugi alpini nel territorio), al potenziamento delle nuove tecnologie per favorire la residenza e nuova imprenditorialità in montagna, anzitutto programmando l’uso di ingenti risorse da destinare alle aree montane e interne, per creare sviluppo di qualità e occupazione, manovrando la leva della fiscalità di vantaggio per chi abita, lavora e imprende nelle terre alte, con un uso coerente e determinato di piani e fondi europei, a cominciare dal New Green Deal, al Recovery Plan, al Next Generation EU.

   Il CAI ci crede e propone una via diversa dalla vecchia ricetta, distorsiva e datata, della crescita economica quantitativa della montagna, tutta incentrata sulla monocultura dello sci da discesa.

   Suggeriamo una attenta lettura dell’intero documento e attendiamo un gradito ritorno di proposte e considerazioni, anche critiche, che possano migliorare le nostre posizioni.

Erminio Quartiani, Vicepresidente generale CAI

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da https://alpinenetwork.org/

Club Alpino Italiano, Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano

CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI

ANALISI DEL CONTESTO, PROSPETTIVE E PROPOSTE

1- Introduzione

Le recenti proposte di ampliamento di diverse stazioni sciistiche alpine (Via Lattea, Cime Bianche, Alpe Devero, Ortler-Ronda, Val Pusteria, Comelico, Cortina, Cervinia ecc.) e appenniniche (Terminillo, Monte Acuto, Ovindoli, Prati di Tivo ecc.) sono basate su ingenti investimenti e su previsioni di incremento della frequentazione turistica, dei fatturati per le imprese e dei redditi per le popolazioni locali.

   Tuttavia, si pongono numerose domande sull’effettiva razionalità di tali investimenti, in relazione alle reali prospettive di mercato dell’economia sciistica, all’evoluzione dei redditi locali, al ritorno finanziario, alle conseguenze ambientali e al riscaldamento del clima. In particolare, gli ampliamenti dovrebbero occupare in molti casi aree intatte dal punto di vista ambientale, spesso tutelate dalla legislazione europea o nazionale.

   Inoltre, è necessario chiedersi se le somme da investire, quasi sempre con la partecipazione di danaro pubblico, non produrrebbero uguali o maggiori benefici per le comunità locali se impiegate in attività diverse dallo sci da discesa.

   La risposta a tali questioni dovrebbe informare sia le Istituzioni locali e nazionali responsabili dei piani strategici di sviluppo, sia la posizione e le azioni del Club Alpino Italiano, quando confrontato a progetti economici o infrastrutturali nelle aree montane. Tra l’altro, la posizione dei Club Alpini dei paesi limitrofi nei confronti delle nuove infrastrutturazioni in zona montana è chiarissima, ferma e unanime: Continua a leggere

VACCINO ANTI-COVID: “renderlo bene comune e gratuito per tutto il pianeta” (Medici S.F.) – La strategia geopolitica degli Stati e Geo-continenti (Usa, Cina, UE, Russia…) nella corsa (ognuno per sé) ai diversi vaccini contro la pandemia – Le molte aspettative e qualche realistica perplessità – la proposta COVAX

“È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020) – (foto da https://www.huffingtonpost.it/)

   Ci sono molte aspettative, più che giustificate, ai vaccini anti-covid che si stanno realizzando nelle varie parti del mondo: alcuni già in fabbricazione (che hanno superato le fasi di verifica), altri ancora in sperimentazione. Una corsa sfrenata di ciascuna casa farmaceutica di grandi dimensioni, accompagnata quasi sempre da finanziamenti pubblici cospicui e a volte totali, e garantita che una volta avuto il prodotto questo sarà “collocato” sicuramente.

   Per la precisione sono attualmente 52 i vaccini in fase di sperimentazione, ma per ora solo 10 sono nella fase 3, l’ultima prima di poter dare avvio alla produzione ed utilizzo: 4 sono in case farmaceutiche negli USA, 3 in Cina, 1 in Russia (denominato lo Sputnik V), 1 ad opera della anglo svedese Astra Zeneca, e uno sperimentato in Brasile.

“Chiediamo a tutti i governi di sostenere con determinazione questa proposta che pone le vite umane al di sopra della logica dei profitti in un momento estremamente critico per la salute globale. Quando questa pandemia sarà finalmente conclusa, i governi dovrebbero chiedersi da che parte vorranno vedersi schierati.” (Stella Egidi Responsabile medico Medici Senza Frontiere Italia)

   Nella speranza e nell’ipotesi che questa corsa alla produzione dei vaccini porti ad un superamento dell’attuale pandemia, non si può non riscontrare come la “corsa al vaccino”, sia un’operazione isolazionista (ognuno per sé) e con una divisione concorrenziale del mondo, ancora una volta in aree di influenza: la Cina sempre più emergente globalmente; gli Stati Uniti finora dominatori del pianeta; l’Unione Europea che cerca di ritagliarsi un suo ruolo; la Russia potenza geo-strategica in Asia e nel Medio Oriente, pur con un’economia non all’altezza degli altri tre soggetti geopolitici citati. E poi, in subordine, Brasile, Cuba (entrambi in fase di sperimentazione del vaccino anticovid), e tutto il resto del mondo, povero e meno povero (come i paesi africani, o l’immensa lndia di 1 miliardi e 300 milioni di persone, che però ha al suo interno case farmaceutiche di rilevante grandezza): paesi che cercano di capire come inserirsi in quella che sarà la logica della distribuzione del vaccino, a loro quanto mai necessario.

Il 27 agosto scorso la COMMISSIONE UE ha siglato un contratto per “acquistare 300 milioni di dosi del vaccino prodotto da ASTRAZENECA, con un’opzione per l’acquisto di ulteriori 100 milioni di dosi da distribuire in proporzione alla popolazione”. L’accordo permetterà di acquistare il vaccino per tutti gli Stati membri dell’UE, oltre che di donarlo ai paesi a reddito medio-basso o ridistribuirlo ad altri paesi europei.

   E le perplessità sulla corsa alla realizzazione del vaccino non è data solo dal capire se le case farmaceutiche sono in grado di garantire una medicina efficace e in particolare senza effetti collaterali (e il caos e la corsa forsennata ma forse giustificata, non aiuta per niente a superare i dubbi….); ma le perplessità sono date anche dal capire se la distribuzione sarà prioritaria e solidale per le categorie più deboli e a rischio (malati, anziani, personale sanitario…) DI TUTTO IL PIANETA, o se invece i paesi poveri DOVRANNO ASPETTARE che i paesi ricchi utilizzino interamente il vaccino, per poi eventualmente pensare “a loro”.

Le fasi di sperimentazione dei vaccini (da http://www.fedaiisf.it/)

   Un rischio più che realistico, che per tentare di evitarlo, ci sono due modi e possibilità che sono state espresse in queste settimane e mesi.

   Una è una proposta di MEDICI SENZA FRONTIERE di sospendere la proprietà intellettuale dei vaccini anti-covid, per renderli UN BENE COMUNE: cioè eliminare le regole internazionali della proprietà intellettuale per l’emergenza Covid-19. Come ai tempi della diffusione dell’HIV (l’Aids), l’obiettivo è non limitare, ma allargare a tutti l’accesso ai vaccini. Così da includere, coinvolgere, i Paesi a medio e basso reddito per favorire una ricerca che tenga conto ugualmente delle istanze dei sistemi sanitari più fragili. E che si possano mettere in campo forze per la fabbricazione e diffusione di “un vaccino per tutti”. Il fatto che molte delle ricerche delle case farmaceutiche siano date da finanziamenti pubblici, e la possibilità eventuale di indennizzare il lavoro svolto, crea le condizioni per la gratuità del vaccino anche per i paesi più poveri. E, sottolinea “Medici senza frontiere”, non è solo una questione di equità, ma è anche la precondizione necessaria per far sì che si inneschi il fenomeno noto come “immunità di gregge”, utile a scongiurare ondate epidemiche successive (un “sano egoismo”, si può definire).

   Una seconda proposta geopolitica di grande spessore, purtroppo in questo momento accantonata, è quella chiamata COVAX, proposta multilaterale e globale fatta pure propria anche dall’UE ad aprile, che però non è andata in porto. COVAX era (se realizzato) un PIANO MONDIALE PER I VACCINI CONTRO IL CORONAVIRUS, che mirava a supportare lo sviluppo e la distribuzione equa di 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 entro la fine del 2021. Uno sforzo globale per garantire che, appena si ha uno o più vaccini funzionanti, tutti i Paesi possano usufruirne.

   Tanti organismi internazionali hanno supportato COVAX, questo tentativo, questa “speranza”, tra cui in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità; e come dicevamo anche l’Unione Europea ha dato il suo appoggio. E ben 171 Paesi ad alto, basso e medio reddito, si sono detti favorevoli (quasi i due terzi della popolazione mondiale), e si sono iscritti a COVAX. Compresa alla fine, in seconda battuta, anche la Cina. Ma la Russia e gli Stati Uniti di Trump no (che sono quest’ultimi anche usciti dall’OMS). COVAX, questo piano solidale e globale, è stato nei mesi surclassato dagli eventi e dalla corsa competitiva geostrategica economica degli stati e delle case farmaceutiche (e paesi ad alto reddito, come Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Unione Europea, hanno firmato ACCORDI BILATERALI con i produttori per garantire dosi di vaccini in sperimentazione…). Però non è detto che non lo si possa riproporre, COVAX, anche a chi in precedenza non aveva accettato di aderire.

Affrontare il contagio in Africa (foto da https://www.worldcoo.com/it/)

   In questo post cerchiamo di fare una sintesi delle grandi aspettative (ma anche perplessità) dell’uso del vaccino, concentrandoci sul contesto geografico delle strategie nella “corsa al vaccino”. Le divisioni del mondo vediamo che rimangono, però la pandemia, se si mette in campo una solidarietà “geografica”, potrebbe unire le popolazione, le persone, ovunque siano (speriamo) (s.m.)

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COVID-19: I GOVERNI DEVONO SOSPENDERE I MONOPOLI SUI BREVETTI DI FARMACI, TEST E VACCINI

19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/

– Alla vigilia dei colloqui all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla proposta avanzata da India e Sudafrica di sospendere la proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici utili a fronteggiare il Covid-19, invitiamo tutti i governi a sostenere questa coraggiosa iniziativa –

   La sospensione della proprietà intellettuale consentirebbe a tutti i paesi di non concedere o depositare brevetti e altre misure di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta al Covid-19 per tutta la durata della pandemia, fino al raggiungimento dell’immunità di gregge a livello globale.

   Un’iniziativa simile alle posizioni assunte dai Governi del Sud del mondo oltre 20 anni fa che hanno determinato l’introduzione e l’utilizzo dei farmaci generici per l’HIV/AIDS a prezzi accessibili, salvando così milioni di vite.

   Dall’inizio della pandemia, le società farmaceutiche hanno mantenuto la loro pratica usuale di fermo controllo sui diritti di proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici, perseguendo accordi commerciali protetti da clausole di riservatezza e monopolistici che escludono molti paesi a basso reddito dal beneficiarne.

   Ad esempio, Gilead ha stipulato una licenza bilaterale restrittiva per uno dei pochi farmaci che ha mostrato potenziali benefici per il trattamento del Covid-19, il remdesivirescludendo quasi la metà della popolazione mondiale dal beneficiare della concorrenza dei generici venduti a prezzi inferiori.

   Inoltre, diversi farmaci nuovi e riutilizzati e anticorpi monoclonali in fase di promettente sperimentazione per il trattamento del Covid-19, sono già brevettati in molti paesi come Brasile, Sud Africa, India, Indonesia, Cina e Malesia.

   Nessuno degli sviluppatori del vaccino Covid-19, eccetto una sola azienda tra quelle che si sono adoperate per la ricerca e sviluppo del vaccino, si è impegnato a trattare sulla proprietà intellettuale in modo diverso.

   Solo un numero limitato di aziende hanno siglato accordi di licenza volontaria e trasferimento di tecnologia per utilizzare la capacità di produzione globale esistente e tentare di mitigare le carenze di approvvigionamento e distribuzione di vaccini potenzialmente efficaci.

   Di fatto questa modalità non è una pratica consolidata e anche quando applicata presenta una serie importante di limiti.

La Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica

In passato sono state adottate misure per superare i monopoli che consentono alle aziende farmaceutiche di mantenere i prezzi elevati.

   Nel 2001, nel picco dell’epidemia di HIV/AIDS, la “Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica” ha confermato il diritto dei governi di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la salute dei propri cittadini facendo ricorso a misure di salvaguardia che consentissero di derogare ai brevetti e ad altri ostacoli legati alla proprietà intellettuale.

   La dichiarazione assegnava ai paesi la guida politica della sanità e la protezione della salute   pubblica, tutelando il diritto alla vita prima degli interessi commerciali.

   Il Covid-9 ha causato oltre 1,3 milioni di vittime, una sofferenza dalle proporzioni devastanti di fronte alle quali i governi non possono più permettersi di perdere altro tempo aspettando la buona azione volontaria da parte dell’industria farmaceutica.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio deve discutere sull’istanza presentata da India e Sudafrica

Il 15 e 16 ottobre, durante il precedente incontro del Consiglio TRIPS dell’OMC, Kenya ed E-Swatini si sono uniti all’India e al Sudafrica per co-sponsorizzare ufficialmente questa iniziativa.

   In totale, 99 paesi hanno accolto e mostrato supporto, tuttavia la proposta di sospensione dei brevetti non è stata accolta favorevolmente da molti paesi ricchi, tra cui USA, Regno Unito, Giappone, Canada, Brasile, Australia, Norvegia, Svizzera e UE. (19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/)

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Covid-19

VACCINI: LA PRIMA VERA SFIDA GLOBALE

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020

   È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente.

Le ipotesi in campo Continua a leggere