IMMIGRATI: UN PUNTO DI SVOLTA? Una SCELTA realistica di LIMITAZIONE ma di INTEGRAZIONE, oppure una reazione populista, considerando IMMIGRAZIONE UGUALE a ILLEGALITÀ e TERRORISMO? – Il caso dei 1500 migranti ammassati nel Centro di CONA (Venezia) e la possibile accoglienza diffusa

CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l'autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell'Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento
CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l’autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell’Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento

   E’ un caso nazionale la rivolta del 2 gennaio scorso dei profughi nel Centro di accoglienza (CDA) di Cona (paese di 3.000 abitanti nella parte sud della provincia di Venezia, ben più vicino a Rovigo, al Polesine, che a Mestre-Venezia). Il CDA è in un’ex base militare (missilistica) collocata in una delle sparse 11 contrade-frazioni di Cona, in quella che si chiama Conetta, di soli 190 abitanti.

   E nel Centro di accoglienza di Conetta molti denunciavano da tempo le condizioni di vita disumane del campo, così com’è circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori sono stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee nelle quali sono state ammassate le brande per dormire. A Conetta pertanto c’erano già state delle proteste, anche da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici, e della scarsità dei pasti.

SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata
SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata

   La rivolta iniziata nel primo pomeriggio del 2 gennaio, con il sequestro da parte degli immigrati degli operatori del Centro, è andata avanti fino all’una di notte Ed è scoppiata a seguito della morte, per cause naturali, di una profuga di 25 anni, della Costa d’Avorio, SANDRINE BAYAKOKO. Le trattative portate avanti dalla polizia per arrivare alla liberazione dei 25 operatori che si erano rinchiusi in una struttura prefabbricata del campo, hanno avuto buon esito verso l’una di notte. La protesta dei profughi poi è proseguita nella mattinata, chiedendo da parte di un gruppo di profughi di far entrare i giornalisti nella base di Cona per mostrare le loro condizioni di vita. Ma l’accesso è stato impedito.

   Sulle abnormi condizioni di vita dentro a questo Centro (1500 migranti, in una struttura in grado di accoglierne dignitosamente non più di 200; e oltre al sovraffollamento, in situazione con acqua fredda, bagni insufficienti, poco cibo…), sulla disastrosa condizione del Centro nessuno è in grado di smentire, di non essere d’accordo. C’è pure stata “un’incursione”, tempo fa, di un giornalista del Corriere del Veneto (Andrea Priante), che è riuscito a infiltrarsi dentro al Centro come operatore della cooperativa «Ecofficina» che gestisce la struttura («lavoro sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento è in voucher: 200 euro alla settimana….3 euro e 70 centesimi l’ora….»… «…otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri…uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani…A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox….» (questa parte della testimonianza del giornalista).

Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)
Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)

   Pertanto Cona è come tutte le strutture per immigrati di questo genere: quasi sempre non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo; e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   La morte nel Centro di accoglienza di Cona di Sandrine, e le proteste dei richiedenti asilo, hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive. Altri invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni.

   Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane. In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo perché gran parte dei comuni, delle amministrazioni locali, si rifiutano ad accogliere migranti: a volte per ragioni condivisibili di difficoltà vera, a volte (spesso), per assecondare le ritrosie all’accoglienza della cittadinanza. Questo rifiuto dei comuni impedisce così una distribuzione dell’accoglienza di tipo diffusa, assai meno problematica e più gestibile. Va da se che i mega-centri di accoglienza, portano a un sistema finanziario regolato complessivamente da decine di milioni di euro all’anno. E questo finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN'ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com - Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie")
DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN’ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com – Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”)

   Evidente pertanto che l’unica possibile alternativa è (sarebbe) la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza, e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal “Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati”. E’ comunque questa, adesso, la volontà politica e amministrativa del nuovo piano messo a punto tra Ministero dell’Interno e Anci Nazionale.

   Se pertanto il Governo (con il consenso dell’Anci nazionale, l’associazione dei comuni…) decidono per andare verso l’accoglienza diffusa, dall’altra lo stesso governo, per parte sempre del Ministro dell’Interno (Minniti), con il capo della Polizia Gabrielli, hanno annunciato, alla fine dell’anno (pertanto poco prima dell’episodio di Cona) il rilancio dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), uno per regione, che dovranno arrivare in tutto alla capienza di 1600 posti complessivi. La ripresa dei CIE (Centri di espulsione) denota un atteggiamento più duro “a prescindere” verso ogni forma di migrazione (di profughi da guerre o economici) (non che i CDA non ammettano l’espulsione, più del 60% non vengono accolti, ma il discorso diventa “più duro”, si guarda ancora meno il motivo della migrazione…). E’ anche così (e dalle dichiarazioni che vengono fatte) che lo sviluppo dei CIE fa percepire l’idea che si crei UN COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO.

da Ansa
da Ansa

   Cose invece del tutto separate (immigrazione e terrorismo), ma che certamente esistono nella percezione popolare, in quella dei gruppi politici e culturali che cavalcano la cosa (appunto: immigrazione uguale terrorismo), e ora pare che ci sia un adeguarsi “governativo” (elettorale?) a questa percezione di immigrazione che causa terrorismo. Infatti il Ministro dell’interno e il Capo della polizia, parlano, in questo contesto, si voler raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila (su che base oggettiva si stabiliscono precedentemente queste cifre?…).

   Un inasprimento sul fenomeno migratorio è dato sicuramente da paura, dal rischio di non riuscire a controllare lo stesso fenomeno; in una situazione nazionale, europea, mediorientale, africana… globale… caotica (a dir poco).

Dentro il CPA di Cona
Dentro il CPA di Cona

   Che dire? Si va così che da episodi di solidarietà estrema (i salvataggi in mare, il volontariato mobilitato…), ad altri di linea dura anche quando non serve, non ha ragione di esserci (migranti a volte integrati, che parlano italiano, che si vedono respingere la domanda di permesso di soggiorno…). E situazioni di contrasto create da chi cavalca la situazione (e le preoccupazioni, sincere, dell’opinione pubblica), proponendo soluzioni drastiche (muri, espulsioni, abbandono dei salvataggi in mare…).

   Contesti (le migrazioni dall’Africa in particolare) che richiederebbero autorevolezza, fermezza, ma anche ragionevolezza, comprensione, solidarietà. Nella trattazione complessiva del problema dei migranti da sud a nord ci sono situazioni complesse che avrebbero (hanno) bisogno di risposte concrete e vere. Ad esempio: a) creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, b) organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, c) concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro, evitando richieste di asilo improprie), d) rimpatri volontari assistiti; e) verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali, attuando anche ricerche su identità e provenienza degli immigrati), f) produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine…. Tutte cose che poco si fanno, e si rischia di tappare i buchi, un poco con umanità, un poco con disumanità, tanto con incertezza e disagio. (s.m.)

………………………..

LA VITA NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA

AMMUCCHIATI AL GELO COME BESTIE MENTRE ALTRI CI GUADAGNANO MILIONI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– La testimonianza di un giornalista del Corriere del Veneto “infiltrato” nella struttura di Cona: «Uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria» – Continua a leggere

GRANDI OPERE IN CRISI: il caso della “Superstrada Pedemontana Veneta” – La NUOVA POLITICA GOVERNATIVA DELLE OPERE SALVA-VITA, come la DIFESA DEL SUOLO e la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI – Non si finanziano più opere inutili – LE POSSIBILITÀ DATE DAL “PROJECT REVIEW”

L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno - Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di "PROJECT REVIEW". – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW
L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”. – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW

   Tra i tanti cantieri incompiuti di Grandi Opere irrealizzate, ce n’è uno in Veneto che suscita sgomento e dolore, per lo scempio ambientale fin qui perpetrato e che rischia di rimanere tale per sempre. Parliamo della “Superstrada Pedemontana Veneta” (SPV): 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e mezzo di euro necessario per completare l’opera (ora si dice che è realizzata al 30%, ma a noi sembra molto meno), perché nessuno finanzia un progetto fallimentare (i flussi di traffico finora fatti erano gonfiati per far vedere che la realizzazione della SPV era appettibile…).

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera

   E, sperando che come sempre accaduto lo Stato mandasse soldi a pioggia per finire la SPV, questa speranza è andata delusa (finalmente! …il ministro preposto Delrio ha detto che lo Stato ha finito di essere un bancomat!). Ve ne diamo conto degli ultimi sviluppi negli articoli della stampa veneta che proponiamo in questo post, assai interessanti perché riguardano un nuovo modo di pensare il territorio, quelle che sono le esigenze vere di “messa in opera”, di “artificio umano” realizzabile. Che non può più essere quello di dirottare immani risorse di tutti su progetti inutili, sacrificando inutilmente il territorio, l’ambiente, e invece virtuosamente concentrare ogni sforzo nell’intervento pubblico per opere veramente necessarie.

IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo - “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI. «Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio - ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016
IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo – “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI.
«Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio – ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016

   E’ pur vero che le grandi opere di collegamento, come l’alta velocità ferroviaria, sono ancora in gran parte finanziate e “volute”, restano nei programmi statali, seppur prive di un serio attuale esame preventivo di verifica se servono o meno (e continuano ad avere a disposizione risorse ingenti).

   I soldi previsti e messi in bilancio per l’Alta velocità ferroviaria, per le varie nuove “superstrade-autostrade”… (per non parlare del fantasma del Ponte sullo Stretto, che appare-scompare a brevi cicli storici…); o per progetti incredibilmente costosi e che si stanno verificando fallimentari nella funzionalità, come la paratìe mobili (progetto MOSE) nella laguna di Venezia che avrebbero il compito di difendere la città lagunare dai fenomeni straordinari (solo quelli) dell’acqua alta, ebbene questa massa enorme di denaro speso e buttato al vento per la maggior parte dei progetti di grandi opere, ora sembra si cominci a capire che così non va.

   Forse, speriamo, sta prendendo piede una nuova filosofia politica (ne va merito al governo degli ultimi due anni) che dice “basta” agli sprechi, e parla per la prima volta della volontà di investire nelle cosiddette OPERE SALVA-VITA, quelle che dovrebbero PREVENIRE alluvioni, frane, crolli di edifici, incidenti ferroviari…. E finora è andata che ci sono state “zero risorse”, o quasi, per queste cose, per interventi come la DIFESA DEL SUOLO o la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” - TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” – TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4

   «Opere utili, snelle e condivise», è lo slogan del Def 2016 (il “Def”, Documento di Economia e Finanza, è il principale strumento con cui in Italia si programmano l’economia e la finanza pubblica, come spendere i soldi pubblici nell’anno a venire, questo 2017, e anche i seguenti per le opere a costi pluriennali). «Opere utili, snelle e condivise»… MA SARA’ VERO? Alcune grandi opere, ad avviso dei più, inutili e costosissime, pur dimezzate dal novero di quelle prioritarie, sono rimaste, soprattutto quelle ferroviarie del valico appenninico e delle gallerie transalpine, di prolungamento dei corridoi europei, e quelle per l’Alta velocità al Sud. Pertanto è da vedere se una svolta di REVISIONE effettiva ci sarà veramente.

Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da www.ingegneriverona.it )
Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da http://www.ingegneriverona.it )

   Un segnale interessante, sul metodo da applicare, può essere dato da quel che è accaduto con l’ultimo cantiere della “Salerno Reggio-Calabria” (la A3), cioè la messa in pratica della cosiddetta PROJECT REVIEW: Che cos’è la project review?

   Il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, dell’aprile 2016 prevede appunto la cosiddetta PROJECT REVIEW, che è una disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Rendere cos’, con il project review, queste opere, spesso sovradimensionate, adatte al tempo presente e futuro, più fattibili e funzionali, meno costose, meno problematiche per l’ambiente in cui si inseriscono.

   Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW. E ad esempio sulla “Salerno – Reggio Calabria” finalmente nel dicembre (2016) si sono terminati i lavori (ora si chiama “Autostrada del Mediterraneo”), sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443), e sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”.

SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI
SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI

   Tornando all’incipit delle «Opere utili, snelle e condivise» come slogan del Def 2016, viene data per la prima volta certezza di risorse pluriennali al riassetto idrogeologico, all’edilizia scolastica e alla manutenzione stradale e ferroviaria. Così il governo sembra voler dare una risposta a due grandi obiettivi: da una parte collegare l’Italia, dall’altra metterla in sicurezza.

   Dei 4,3 miliardi di euro di sforamento del patto di stabilità concessi da Bruxelles nel bilancio di previsione per il 2017 per finanziare le opere pubbliche, la parte del leone (circa la metà) la fanno TRASPORTI e BANDA LARGA per velocizzare Internet, mentre solo il 5% va alla protezione ambientale. Se poi restringiamo il campo ai progetti effettivamente in corso (2,6 miliardi) quasi il 40% va alle reti transeuropee con dentro i famosi corridoi ferroviari.    Pertanto niente di entusiasmante. Qualcosa comunque c’è come fondi per i cantieri minori e spesso più urgenti. L’Ance calcola in 900 milioni la disponibilità 2016 per l’edilizia scolastica e in 800 quella contro il rischio idrogeologico. C’è chi fa notare però che bisognerebbe concentrarsi quasi esclusivamente sul quel tipo di infrastrutture, di opere, le “opere salva-vita”, perché rispetto alle “opere di collegamento” presentano carenze infinitamente maggiori, e assoluta urgenza.

   E poi c’è tutto il capitolo della DIFESA DEL SUOLO e alla impari lotta contro le catastrofi. Nei primi quindici anni del nuovo millennio abbiamo avuto ben DUEMILA CASI DI ALLUVIONI che hanno spezzato 293 vite umane e provocato danni per 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. Dall’altro, l’impegno dello Stato per il riassetto idrogeologico che non è andato oltre i 400 milioni annui.

LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA - “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)
LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA – “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)

   Parassitismi, interessi contrari alla collettività, scandiscono ancora purtroppo i tempi del rifiuto ad abbandonare la logica di “grandi opere” non verificate nella loro utilità; e per quel che serve veramente i tempi e i finanziamenti delle opere saranno ancora difficili e lenti (mentre torrenti e frane non aspettano).

Rinunciare coraggiosamente ad alcune “grandi opere” (o applicare drastici project review) per dare più spazio alle infrastrutture salva-vita, è necessità vitale per guardare al futuro con più speranza. (s.m.)

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GRANDI OPERE, QUALI OPPORTUNITÀ E QUALI RISCHI

di ANNA DONATI, 30/12/2016, da SBILANCIAMOCI-INFO

(http://sbilanciamoci.info/ )

– I fatti dimostrano che le “grandi opere” solo occasionalmente producono utilità sociale. Un convegno della Fondazione Basso e della Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Continua a leggere

Il RAPPORTO BES 2016 (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT denuncia L’AUMENTO DELLA POVERTA’ e delle DISEGUAGLIANZE (intergenerazionali, tra gruppi sociali, territoriali) – RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI: come fare per garantire a tutti un giusto benessere e superare il degrado urbano

“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.” ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da www.blastingnews.com/
“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.”
ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da http://www.blastingnews.com/

 

Giunto alla quarta edizione, il RAPPORTO BES (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Questo 12 domini sono:

01. Salute
02. Istruzione e formazione
03. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
04. Benessere economico
05. Relazioni sociali
06. Politica e istituzioni
07. Sicurezza
08. Benessere soggettivo
09. Paesaggio e patrimonio culturale
10. Ambiente
11. Ricerca e innovazione
12. Qualità dei servizi

 

   Il RAPPORTO BES (Benessere Equo e Solidale) 2016 dell’ISTAT (reso pubblico il 14 dicembre scorso) offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese. E ci fa capire, molto di più dell’assai criticato PIL (prodotto interno lordo), quale è la situazione dell’Italia, cioè se c’è una tendenza positiva da un punto di vista sociale (cioè i poveri diminuiscono), ambientale (la qualità del vivere) o se invece le cose peggiorano. Diciamo subito che le cose non vanno bene.

immagine-copertina-rapporto-bes-istat-2016

   Da un punto di vista del metodo di analisi di questi fenomeni sociali che fanno parte della nostra vita, della nostra Comunità, sembra che ci siano parametri nuovi, più allargati e approfonditi per capire quel che sta accadendo. Infatti quest’anno il “Rapporto Bes” si lega a due importanti novità:

1- l’inclusione degli INDICATORI di benessere equo e sostenibile tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016 (gli indicatori li trovate specificatamente rappresentati qui sopra).

2- l’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei 17 OBIETTIVI (SDGs, Sustainable Development Goals, nell’acronimo inglese), con i quali vengono delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni (vedi qui sotto quali sono i 17 obiettivo dell’Onu). INDICATORI DELL’ONU CHE IL RAPPORTO BES FA PROPRI.

   Bene che l’Istat abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, e inoltre ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite su obiettivi generali globali.

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infografica-istat

LE TENDENZE DEL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE RISPETTO AL 2008 – Infografica interattiva sul peggioramento e miglioramento di alcuni indicatori del benessere rispetto al 2008

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   E’ così che ci si viene a dare delle linee reali, un po’ più chiare, di programmazione, di “obiettivo”… per capire dove le cose non vanno e trovare soluzioni per migliorarle. Ed è interessante che gli indicatori siano vari ma precisi (dal lavoro alla salute, dall’ambiente di vita alla qualità dei servizi…). E che il tutto abbia una visione allargata al mondo: cioè si guarda a quelli che sono gli obiettivi dell’Onu validi e da tenere in considerazione in ogni parte del pianeta, dell’umanità (esempio: ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, favorire un uso appropriato dell’ecosistema, promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti….. etc.)

   E si viene a sapere che per il nostro Paese (in base a questi indicatori interni e obiettivi generali) le cose non vanno bene: la QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 MILIONI e 598 MILA PERSONE, a seguito in particolare dell’aggravarsi della condizione delle coppie con figli e delle famiglie di stranieri.

Giovani e lavori precari. LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D'OCCHIO (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)
Giovani e lavori precari. “LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO” (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)

   C’è un aumento molto forte delle disuguaglianze. Che disuguaglianze? Soprattutto di tre tipi: a) quelle INTERGENERAZIONALI, b) TRA GRUPPI SOCIALI, e c) TERRITORIALI.

   A proposito di queste ultime (le Territoriali) non riguardano solo l’acuirsi della crisi sociale nel SUD d’Italia, ma ci sono aree del Nord che non stanno per niente messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città. Tra le “diseguaglianze fra generazioni” queste in particolare riguardano il fatto che specie per i giovani manca il lavoro. E qui va sottolineato come l’elemento principale del DISAGIO ECONOMICO (giovani e non) è appunto legato alla DIFFICOLTÀ per famiglie e individui A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO.

   Sono peraltro temi che si pongono all’attenzione collettiva pure nel resto dell’Europa e stanno mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi (e negli Stati Uniti ha vinto Trump, che ha cavalcato “bene” questo disagio).

crisi e miserie crescenti
crisi e miserie crescenti

   Par di capire comunque, per l’Italia, che l’estensione della povertà è data da fenomeni diversi che si incrociano, e che rendono una disunione assai forte di un “sistema Paese” che si possa dare linee di sviluppo presenti e future efficaci. Si va dai giovani che non trovano lavoro (e questo è forse il maggior problema, cioè la drastica riduzione del lavoro); poi dalle famiglie con figli in forte difficoltà; dalle famiglie di immigrati (che connettono queste ultime i due precedenti problemi citati: cioè il lavoro calato drasticamente con quello dell’avere figli che costano molto per mantenerli dignitosamente); e poi ci sono le diversità territoriali, con un degrado urbano, specie nelle periferie delle città, che tende a crescere sempre più….

   Segnali di reazione locale e mondiale che si vedono, per ora sono solo di protesta, mentre il sistema generale (la politica, l’economia, la cultura) sembra incapace di “fare un salto di qualità” e dare slancio e una ripresa.

   Perché forse “questa ripresa” non è ancora identificabile su cosa e come dev’essere. Cogliamo il punto qui per sottolineare che, a nostro avviso, ancor più della “crisi del lavoro” può far paura ed essere un problema il “LIMITE DELLE RISORSE”: non ci sono risorse sufficienti a far vivere con parametri occidentali di consumo, per ora i 7 miliardi di persone del pianeta, e in breve tempo saranno ben di più.

LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell'aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri
LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri

   Giova ricordare che questi fenomeni già nel 1972 (quasi 45 anni fa) qualcuno li aveva individuati (IL CLUB DI ROMA, un’associazione nata nel 1968 da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti che si erano ritrovati la prima volta a Roma), rilevando come crescita demografica eccessiva, limite delle risorse, produzioni industriali, inquinamento dell’aria e delle acque…. siano contesti che il nostro pianeta non può sopportare.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana

   Ora noi pensiamo che una revisione dei nostri consumi, una riconversione ecologica, un rivedere i nostri modi di vita… (chiamiamo la cosa come vogliamo) sia necessità non più procrastinabile. Ma nessuno lo dice (e lo pensa, a parte forse qualche “élite” di studio, politica, economica…), e questo silenzio è un problema. Pertanto forse il “nodo” vero è il “cambiare il modo di vita”, per un superamento dell’attuale crisi di sistema dei paesi occidentali (e più che mai del “nostro”) (s.m.)

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I DICIASETTE OBIETTIVI DELL’ONU SONO:

Obiettivo 1 | xls | pdf | Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo

Obiettivo 2 | xls | pdf | Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Obiettivo 3 | xls | pdf | Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età

Obiettivo 4 | xls | pdf | Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti

Obiettivo 5 | xls | pdf | Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Obiettivo 6 | xls | pdf | Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Obiettivo 7 | xls | pdf | Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Obiettivo 8 | xls | pdf | Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

Obiettivo 9 | xls | pdf | Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

Obiettivo 10 | xls | pdf | Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

Obiettivo 11 | xls | pdf | Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili

Obiettivo 12 | xls | pdf | Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

Obiettivo 13 | xls | pdf | Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Obiettivo 14 | xls | pdf | Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Obiettivo 15 | xls | pdf | Favorire un uso sostenibile dell’ecosistema, gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità

Obiettivo 16 | xls | pdf | Promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli

Obiettivo 17 | xls | pdf | Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

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ASSEGNO PER I POVERI, SPINTA DEL GOVERNO: «UN MILIARDO AL REDDITO D’INCLUSIONE»

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– Effetto crisi. Prima della crisi gli indigenti erano 1,6 milioni. Ora sono saliti a quota 4,7 milioni – II governo Renzi ha varato lo scorso febbraio un disegno di legge delega per l’introduzione del reddito nazionale di inclusione. – Obiettivo: raggiungere 250mila famiglie con minori in condizioni di povertà assoluta. Il ddl è stato approvato alla Camera e ora è all’esame del Senato. – Continua a leggere

ANCORA TERREMOTO nell’Appennino centrale: SALVARE il SALVABILE, un PATRIMONIO DIFFUSO non recuperabile com’era prima – il “Centro” non può farcela a RESTAURARE beni naturalistici, architettonici, artistici che erano “sistema” di ineguagliabile bellezza – Servirà l’aiuto di privati, dell’Europa, del mondo

LA BASILICA DI SAN BENETTO A NORCIA, prima dell'inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
LA BASILICA DI SAN BENEDETTO A NORCIA, prima dell’inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre

   Il terremoto, con la scossa di domenica mattina (magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, che era il terremoto dell’Irpinia) non ha fortunatamente causato nessuna vittima. E questo è un dato confortante: possiamo parlare dei tragici danni senza nel cuore avere vittime insensatamente sacrificate all’evento catastrofico quale è sempre il terremoto.

   Alla scossa del 24 agosto con 297 vittime, e dopo centinaia e centinaia di altre di assestamento, e poi alle tre forti scosse del 26 ottobre (magnitudo 5,4, 5,9 e 4,6) il colpo di grazia alle abitazioni, alle chiese, alle strade che si inerpicavano in centri spesso non facili da raggiungere, ebbene questa scossa delle 7.40 del mattino di domenica 30 ottobre, con epicentro vicino a Norcia, ha buttato giù quel che restava in piedi pur pericolante, e ha portato alla disperazione, al pessimismo chi vive in quei luoghi.

MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016
MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016

   Pur con il sollievo, dicevamo, che non ci sono state vittime. E ora gli abitanti sono costretti a malincuore ad accettare la proposta di andarsene sugli hotel della costa marchigiana o sulle rive del lago Trasimeno, fin che non saranno approntati container adatti all’inverno appenninico.

   E intanto il mondo ha visto che tutto un territorio diffuso di ineguagliabile bellezza è stato distrutto: cattedrali, chiese, palazzi, abitazioni di valenza architettonica di pregio, strade storiche…tutto!).

Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie - LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) - La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da www.centroturistico.it/ )
Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie – LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) – La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da http://www.centroturistico.it/ )

   E’ così che II terremoto colpisce l’Italia più fragile, cioè quella dorsale dell’Appennino centrale, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Luoghi pieni di storia e tradizione, di santi e ordini religiosi, di pittori e poeti, tra Umbria e Marche. Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, quasi sempre di grande pregio, con centri storici, palazzi comunali, chiese, campanili, abitazioni antiche, viottoli medioevali, piazze… tutto di grande valore. Patrimonio non solo delle popolazioni locali, ma di tutti, del mondo intero, e di ciascuno di noi che bene o male qualche volta lì ci siamo stati, e ciascuno conserva quasi sempre visioni e ricordi positivi.

   Ebbene, tutto fa sembrare che quel patrimonio di “territorio diffuso” così di grande valore, sia andato perduto. O almeno in buona parte, sulle tracce di quei borghi e paesi così fortemente colpiti dai terremoti a seguire che si sono stati da agosto a ottobre (e non osiamo pensare che possa accadere ancora…).

La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da www.meteoweb.eu)
La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da http://www.meteoweb.eu)

   Realisticamente è da credere che, pur se ci sarà un impegno massimo per ripristinare quanto possibile, ristrutturare i manufatti (abitazioni, chiese, palazzi) nel migliore dei modi per farli ritornare a com’erano prima, ebbene noi pensiamo che non sarà del tutto realizzabile. Cioè abbiamo perso per sempre una buona parte di un paesaggio dell’Italia Centrale, dell’Appennino, che neanche il miglior restauro possibile potrà riportarlo all’origine. Questo perché non ci sono solo manufatti danneggiati più o meno rovinosamente (si è fatta una stima che possono essere cinquemila, ma a noi sembra una sottostima…), ma è un INSIEME che è stato colpito dal terremoto….Luoghi, interi territori…. E NON TUTTO SI PUO’ RICOSTRUIRE.

   Se prendiamo la Valnerina, con i suoi borghi, chiese, piazze… il valore è complessivo e non dei singoli palazzi o chiese che, peraltro, tutte, è assai difficile che saranno ripristinate all’antico valore: ci vogliono mezzi ingenti, e a volte non basta, lo sbriciolamento delle pietre e dei dipinti vanificano ogni virtuoso restauro.

Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre
Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre

   Così è probabile che ci si concentrerà di più sul riportare (giustamente) la popolazione alle proprie abitazioni (ma quanti anni ci vorranno!), e sui LUOGHI SIMBOLO. Subito è da pensare alla basilica di San Benedetto a Norcia, e Norcia si identifica con la sua piazza che fa un tutt’uno con la basilica, e per questo si cercherà di recuperarla. Un’impresa peraltro non facile: non si tratta qui solo di adottare un “metodo Friuli” come è stato fatto con il duomo di Venzone che nel 1976 ha portato alla numerazione delle pietre per poi ricostruire esattamente com’era prima quella chiesa. A Norcia e negli altri paesi e borghi colpiti ci sono state ripetute scosse dal 24 agosto in poi, e siamo in presenza di sbriciolamenti, di polvere…. E anche il più mirabile restauro conservativo non rappresenterà mai “la verità” di com’era veramente la Chiesa prima.

   Pertanto è da procedere con un realistico progetto di SALVARE IL SALVABILE, recuperando sì i materiali dove è possibile nella ricostruzione, ma con la cognizione che non tutto è rimediabile, non tutto si può ricostruire, restaurare. Forse (ma è solo un’ipotesi) se dopo la scossa, il 1° terremoto del 24 agosto, se subito certe chiese e campanili fossero stati messi in sicurezza, pur provvisoriamente, forse non sarebbero crollati definitivamente il 30 ottobre.

Dopo il terremoto del 30 ottobre
Dopo il terremoto del 30 ottobre

   C’è poi da dire che il sistema italiano del beni artistici, il Ministero apposito, e tutta la struttura che dovrebbe farsi carico della grande opera di restauro, in Italia è cosa fragilissima (più delle chiese e manufatti colpiti dal sisma…). E men che meno l’istituzione di un commissario straordinario. Mai e poi mai saranno in grado di affrontare, questa sì, una UTILE GRADE OPERA di ripristino dei beni artistici, delle abitazioni storiche, del paesaggio umbro-marchigiano appenninico colpito dal sisma.

   Allora, che fare? Cosa sperare? Noi pensiamo che solo “RISORSE ALTRE” sarebbero in grado di mettere in moto una grande virtuosa operazione di ripristino della bellezza di quei territori. Un coinvolgimento di sponsor PRIVATI che possano dare al questo progetto parte dei proventi avuti dalle loro attività, senza avere nulla in cambio. Oppure anche un’EUROPA, come istituzione positiva che possa credere di intervenire su un luogo che le appartiene ed è patrimonio dell’umanità… ASSOCIAZIONI CULTURALI di rilievo e credibili, private e pubbliche, INDUSTRIE, GOVERNI europei ed extraeuropei che adottano un luogo, un’opera artistica, un palazzo da far tornare come prima, PRIVATI incentivati a ricostruire case, strade e luoghi…. Insomma un sistema che si mette in moto oltre ogni intervento del singolo governo italiano, o delle regioni interessate, dei commissari nominati….

Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).
Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).

   E’ da far capire che la suddivisione in singole regioni come sta avvenendo, nel pensare che beni artistici e paesaggi meravigliosi siano di “proprietà” di una nazione (che quasi sempre per la loro conservazione ha fatto più male che bene, promuovendo speculazioni edilizie, interventi opinabili, grandi opere…), tutto questo non va bene.

   La necessità di un ripensamento del sistema organizzativo vigente dei poteri, che porti a una nuova revisione del sistema della regioni per meglio intervenire sui territori, è cosa che si collega a nostro avviso al credere o meno a un ripristino del valore dei beni artistici di quei luoghi, e dei paesaggi lì presenti (emblematico che ci sia stata la partecipazione alla prima riunione di governo dopo il 30 ottobre di tre -3- presidenti di regione dei territori colpiti, a capo di burocrazie ben separate e del tutto incapaci a solo pensare -figuriamoci organizzare- un unico grande progetto di restauro, di ripresa del valore antico e futuro del patrimonio artistico ora colpito dal sisma.

   Intanto comunque buona pare l’idea governativa di invitare la popolazione ad andare a soggiornare in luoghi diversi per meglio poter gestire l’emergenza attuale, con l’impegno del ritorno approntando i container prima di Natale. E subito dopo i container attendere innanzitutto le casette, i prefabbricati, destinati ad arrivare tra la primavera e l’estate; e poi la ricostruzione edilizia vera e propria.

   In questa prima fase è importante l’attenzione per le persone rimaste senza casa. E anche per il salvataggio degli animali (trovare una soluzione agli animali domestici e di allevamento, che sono spesso in borghi e luoghi difficilmente accessibili). E garantire i lavori agricoli con il ritorno a pieno ritmo dell’attività degli agricoltori in primavera per la semina (la bellezza dei paesaggi va di pari passo con lo svolgersi in modo compiuto delle attività agricole). (s.m.)

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UN GRANDE PATTO PER SALVARE IL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della sera” del 31/10/2016

   E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

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DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

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TERREMOTO NELL’APPENNINO CENTRALE: la fine del pensare a “terremoti regionali” e il nuovo modo di intendere il doloroso accadimento come TERREMOTO NAZIONALE, in uno dei territori a forte rischio sisma (il 44% della superficie nazionale) – COME RICOSTRUIRE in modo virtuoso superando gli errori del recente passato?

Amatrice, il paese più colpito dal sisma
Amatrice, il paese più colpito dal sisma

      La prima violenta scossa (poi seguita da altre) delle ore 3:36 di mercoledì 24 agosto segna ancora l’ennesimo doloroso episodio degli sconvolgimenti che il terremoto porta. Una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro nell’Appennino laziale, marchigiano, in parte abruzzese, nei pressi di paesi (e nomi) che purtroppo abbiamo potuto imparare in questi giorni (Amatrice, Accumoli, Cittareale in provincia di Rieti nel Lazio; Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno nelle Marche…). Nelle ore seguenti si sono verificate altre scosse piuttosto intense di magnitudo 5.4 e 4.1 poco più a nord, vicino a Norcia, in Umbria, in provincia di Perugia: Norcia, un paese “salvato”, nessuna vittima, nessun ferito pare, e questo per un accurato lavoro di prevenzione lì svolto dopo le scosse del 1979 e 1997. Duecentonovantatre vittime, finora accertate (e si scava ancora per altri possibili dispersi, migliaia di sfollati).

mappa del sisma del 24 agosto (da "il Sole 24ore) - Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio
mappa del sisma del 24 agosto (da “il Sole 24ore) – Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio

   Luoghi questi colpiti dal sisma, che possiamo definire “marginali”, ma (forse anche per questa marginalità) meravigliosi nella loro originaria bellezza come natura (l’Appennino…) e come reperti architettonici, storici, lì presenti.

   Una distruzione pertanto diffusa, frammentata (non concentrata come è accaduto nel 2009 a L’Aquila e nei paesi limitrofi). Forse così dirompente (nelle vittime, nei danni alle case…) per l’eccessiva fragilità di costruzioni mai adeguate in uno dei territori più potenzialmente pericolosi per eventi catastrofici come i terremoti.

TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO - “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)
TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO – “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)

   Qui brevemente ci concentriamo sul tema della ricostruzione (le promesse di adesso sono forti, di un radicale cambiamento: sarà la volta buona? difficile una previsione… ). E pensiamo che forse (speriamo) che è pur vero che la ricostruzione dei borghi distrutti nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, sarà meno difficoltosa di quello di altri luoghi interessati nel passato prossimo dai terremoti, come ad esempio la città dell’Aquila).

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da www.3bmeteo.com/
MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da http://www.3bmeteo.com/

   Fa un poimpressione che un paesino come Amatrice (di 2.700 abitanti) contenga in se ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppenino. E noi da sempre riteniamo che il mantenere in vita, “l’abitare” piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio, delle possibili frane che si verificano, del mantenimento di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono.

Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)
Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)

   E’ ovvio che lo slogan di ricostruire “dov’era e com’era” va un po’ calibrato, verificato: se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili, allo slogan “dov’era, com’era” non si discute. Se invece ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte di quel specifico terreno dov’era il borgo, o il singolo immobile, ricostruire proprio lì, “tale e quale”, non ha senso (o perlomeno richiede dei costi immani, e futuri pericoli per chi ci abiterà). Allora se ci sono le possibilità concrete di costruire borghi “antisismici” in luoghi a media potenzialità sismica in terreni adatti, va bene e così bisogna fare; se le caratteristiche del terreno sono invece così fragili da prevedere catastrofi in caso di calamità (pur con costruzioni antisismiche) allora è bene “spostarsi” con piccoli nuovi insediamenti.

Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) - “L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c'è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l'attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all'orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l'Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”. “E' proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa "storia sismica" che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate "CARTE DI RISCHIO SISMICO". Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L'ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L'INTENSITÀ MACROSISMICA. L'accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l'intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l'evento. Evidentemente maggiore sarà l'accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) – “L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c’è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l’attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all’orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l’Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”.
“E’ proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa “storia sismica” che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate “CARTE DI RISCHIO SISMICO”. Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L’ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L’INTENSITÀ MACROSISMICA. L’accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l’intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l’evento. Evidentemente maggiore sarà l’accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Ma i tempi sono necessariamente lunghi (anche lavorando con volontà di fare bene e presto). Per evitare situazioni di “allontanamento” delle popolazioni (in zone costiere nel periodo invernale), oppure costruzioni di “new town” (che dopo L’Aquila, nessuno è disposto a difendere) allora il “modello Friuli” ci sembrerebbe il più appropriato: cioè dotare le famiglie di prefabbricati vicini alle aree distrutte (se le persone decideranno di voler rimanere); prefabbricati che poi possono essere riutilizzati da Comuni, associazioni…(così è stato per il terremoto del Friuli del 1976): un modello appunto simile a quello utilizzato a Gemona o a Venzone, paesi che sono stati oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici.

Amatrice. Le macerie dopo il terremoto - "(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell'APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell'Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ' La Sardegna geologicamente non fa parte dell'Italia, non ha partecipato ne all'orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni..." (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Amatrice. Le macerie dopo il terremoto – “(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell’APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell’Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ‘ La Sardegna geologicamente non fa parte dell’Italia, non ha partecipato ne all’orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni…” (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Vien poi da pensare che in alcuni casi anche i finanziamenti (spesso oggetto di critiche, parassitismi, illegalità…) potrebbero avere un modo diverso di esplicarsi. Un esempio lo tracciamo in questo post nell’articolo che riportiamo tratto da “il Manifesto” del 26 agosto scorso di Rachele Gonnelli al responsabile del Centro pericolosità sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Carlo Meletti, dove quest’ultimo fa l’esempio (a proposito di “modi di finanziare”) della Regione Toscana: “nel ’95 un terremoto di magnitudo 5,3 ha fortemente danneggiato la Lunigiana. La Regione Toscana ha dato 20 milioni di lire a famiglia per interventi antisismici su edifici in muratura. L’intervento migliore in termini di costo-beneficio sono le catene di ferro da una facciata all’altra e questo è stato fatto. Gli investimenti sono triplicati perché le famiglie che ne hanno approfittato per fare altri lavori a proprie spese e le ditte edili hanno acquisito «un know how»”.

Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da www.meteoweb.eu/ )
Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da http://www.meteoweb.eu/ )

   Quel che è poi nuovo in questo “dopo terremoto” (non parliamo qui del dolore delle persone che hanno perso, famigliari, delle vittime…), è che si incomincia a parlare di questi eventi disastrosi con “carattere nazionale”: è catastrofe di tutta la nazione. Ovvio che anche prima, gli altri terremoti avvenuti, erano “presi in carico” (nei finanziamenti, nella diffusione mediatica dell’accadimento) da tutto il territorio nazionale, ma conservavano una caratteristica geografica “regionale”; cioè permaneva un confine limitato a quel territorio di quella specifica regione dov’era accaduto…. Ora appare più chiaro che l’evento catastrofico, e il porvi rimedio è qualcosa di nazionale, un po’ anche europeo se si vuole, e questo modo di intendere la tragedia sembra essere una novità.

   Ed è su questa linea che si percepisce la necessità che si esplichi concretamente, con i fatti, la realizzazione di una “grande opera” ben diversa dalle autostrade inutili o cose simili: una grande e unica opera di cura del territorio, di messa in sicurezza del patrimonio edilizio, di salvaguardia dei luoghi, di ritorno a economie (come quella agricola) che anch’esse aiutino la tutela dei territori, la conservazione dei paesaggi, il rimedio ai disastri realizzati negli ultimi decenni. Che sia la volta buona per una “svolta” e la fine delle costose grandi opere inutili? (speriamo) (s.m.)

Soccorritori in azione ad Amatrice
Soccorritori in azione ad Amatrice

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INTERVISTA A RENZO PIANO

“COSÌ L’APPENNINO RINASCERÀ”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 29/8/2016

– “Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia” – RENZO PIANO racconta l’incontro col premier: “nel progetto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto del migliori esperti mondiali” “Serve un cantiere lungo due generazioni. Cosi ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”. “Deve entrare nelle leggi del Paese l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo”. – Continua a leggere