La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere

IL MODELLO OLIVETTI nella CITTÀ PRODUTTIVA della post-pandemia: quali regole darsi per modi non inquinanti, che curano la bellezza paesistica? e soprattutto sia integrato a un nuovo sviluppo umano? – La Città Produttiva di ADRIANO OLIVETTI diventa esempio da perseguire perché “nulla sia come prima”

Su chi voleva imitare il modello sociale, politico ed economico di ADRIANO OLIVETTI, lo stesso rispondeva: “Ognuno può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato. Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi, vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro la rassegnazione, la povertà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”. (tratto da “Intervista a Beniamino De’ Liguori Carino, Segretario generale Fondazione Adriano Olivetti, da https://www.elementplus.it/, 27/10/2020”)(la foto sopra di Adriano Olivetti è ripresa da  https://www.startingfinance.com/)

   Mai come adesso si parla di rilancio, di ripresa delle attività produttive: con il Piano di ripresa e resilienza europeo e i suoi finanziamenti; ma non solo, noi crediamo che tutto il resto che c’è e che si creerà dovrà andare oltre a quei finanziamenti; essere “altro”.

   E allora ci si chiede in quale luogo produttivo, CITTA’ DELLO SVILUPPO DEL LAVORO, potrà avvenire tutto questo. Resterà tutto come prima? Magari fabbriche inquinanti in ambiente inquinato e brutto da vedere (un paesaggio sgradevole…)? Con “manodopera” solo strumento di produzione? (peraltro sempre più in misura ridotta, sostituita dai robot…)

 

Nucleo originale della fabbrica Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E’ su questa idea che anche nelle produzioni “nulla dev’essere come prima” (o “dovrebbe essere” come prima…): pensando ad attività produttive non inquinanti, a luoghi ameni e “meritevoli” dove vengano realizzate, a territori agricoli con colture (i vigneti, l’ortofrutta…) solo biologici; a imprese produttive anche “difficili” per l’ambiente (come le acciaierie, per esempio) che scommettono su un “inquinamento zero”.

   E’ così che si cercano modelli di CITTA’ INDUSTRIALE, produttiva, degni di essere ripresi, riconsiderati magari con tecnologie e materiali ben diversi. Nasce allora un guardare ad alcuni esempi interessanti di archeologia industriale cui sono ricchi molti luoghi del nostro Paese; e che si suppone essi esempi abbiano rappresentato una civiltà industriale più connotata e sicura di quella di adesso.

 

“IVREA, città industriale del XX secolo” è PATRIMONIO MONDIALE UNESCO”. Il 1° luglio 2018, a Manama capitale del Bahrain, il World Heritage Committee dell’UNESCO ha ufficialmente inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale “Ivrea, città industriale del XX secolo”. (Ivrea-patrimonio-mondiale-Unesco-foto da https://www.guidatorino.com/)

   E ci si accorge subito che non si può però fare a meno del “fattore umano”: cioè che gli esempi più interessanti del mondo produttivo di cinquant’anni fa, di cento e più anni fa (ma anche che si ritrova per fortuna anche adesso) è in alcuni pur rari esempi di un rapporto il più “felice” possibile con chi lavora nell’azienda (per dire già centocinquanta anni fa, in Veneto, la Lanerossi di Schio, la Marzotto di Valdagno…), nell’ “impresa”: considerando importante la famiglia del dipendente, i servizi che ci potevano essere (i quartieri operai, i servizi alla maternità, ai figli…come asili, scuole, colonie estive etc.). Esempi peraltro limitati, minoritari, nel passato come peraltro ci sono anche adesso in alcune aziende, ma rilevanti nel loro significato di un lavoro che non sia solo “prestazione occupazionale”, con il lavoratore paragonato a un robot.

 

“(…) Quale era il MODELLO OLIVETTI? Esso, nel 1962, era visibile fisicamente sui due lati di VIA JERVIS A IVREA. A SINISTRA di via Jervis vi era IL MASSIMO DELLA RAZIONALITÀ ORGANIZZATIVA del tempo. Innanzitutto, c’erano gli STABILIMENTI DI PRODUZIONE, le OFFICINE e i MONTAGGI, (…) Poi, c’erano i LABORATORI DI RICERCA E SVILUPPO che studiavano prodotti geniali che avevano oltre il 50% di quota di mercato mondiale, come la Tetractys. E ancora, c’erano gli UFFICI TECNICI dove venivano sviluppate le soluzioni più evolute di macchine utensili e stampi. (….)   A DESTRA DI VIA JERVIS, vi era non una alternativa ma UN COMPLEMENTO INTEGRATO a tanta razionalità produttiva: i servizi sociali, l’infermeria, la BIBLIOTECA, il CENTRO DI SOCIOLOGIA, IL CENTRO DI PSICOLOGIA e gli altri servizi che davano “anima” all’impresa. (…)” (Federico Butera, da Fondazione IRSO, https://irso.it/, 10/1/2018)(IVREA PANORAMA stabilimenti Olivetti, foto da http://www.turismoitalianews.it/)

   Molti di questi esempi di capitalismo comunitario sono stati visti (a volte a ragione) come un metodo di controllo dei lavoratori, per evitare tensioni sociali su sfruttamenti produttivi, e nulla di più….

   Ma coniugando lo spirito geografico di questo blog del voler mettere insieme esperienze interessanti del più o meno recente passato, con il presente “post-pandemia” (sperando che il peggio sia passato…) sul tema della NUOVA CITTA’ PRODUTTIVA, sull’onda e speranza che “nulla dev’essere come prima”, osserviamo con interesse l’esperienza del secolo scorso della FABBRICA DI OLIVETTI, in primis realizzata nella CITTA’ DI IVREA (ma con stabilimenti e una ridotta replica a Pozzuoli), esperienza che non a caso ha avuto il riconoscimento internazionale dell’UNESCO come sistema integrato di architettura industriale, sociale, umanitaria, in un tutt’uno armonioso e nuovo, appunto per la città industriale di Ivrea.

 

LA MOSTRA SU OLIVETTI – INNOVAZIONE: MODELLO OLIVETTI PER RESTARE IN EUROPA. Due distinti eventi hanno marcato queste ultime settimane. L’approvazione da parte della Commissione Europea del piano di ripresa e resilienza presentato dal governo Italiano per la mastodontica cifra di oltre 191 miliardi di euro, quasi 5 volte quello francese per intenderci, e il lancio di una MOSTRA ITINERANTE UNIVERSO OLIVETTI. COMUNITÀ COME UTOPIA CONCRETA realizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con la Fondazione MAXXI e la Fondazione Adriano Olivetti: RACCONTA IL PROGETTO OLIVETTIANO IN TUTTI SUOI ASPETTI, dimensioni e complessità. Pur differenti per evidente importanza, questi due eventi hanno però in comune la possibilità di cucire il passato e il futuro dell’Italia. (…) (di Enzo Maria Le Fevre Cervini, da https://www.ispionline.it/, 9/7/2021) (NELLA FOTO: OFFICINE OLIVETTI, da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza della FABBRICA APERTA di Olivetti viene ora da più parti riproposta come esperienza riproducibile nella grande crisi di adesso: per creare un nuovo patto sociale (tra tutti i soggetti in campo, istituzioni, imprenditori, lavoratori, politici…), almeno all’interno dell’Unione Europea, che permetta davvero la nascita di un mondo nuovo costruito attorno a nuovi principi.

 

L’ORDINE POLITICO DELLE COMUNITÀ, di ADRIANO OLIVETTI (Edizioni Comunità, a cura di Davide Cadeddu), è il libro nel quale Adriano Olivetti ha organizzato la sua proposta di riforma della società in un preciso progetto costituzionale. Un disegno illuministico di una mente illuminata, come Norberto Bobbio definì l’opera, articolato intorno all’idea di Comunità come entità centrale per il riassetto territoriale e istituzionale del governo locale. Nella sua proposta, Olivetti descrive in modo sistematico le funzioni essenziali attraverso cui organizzare l’assetto politico di ogni Comunità.

   L’originale progetto economico, sociale e culturale di Adriano Olivetti è la visione di un imprenditore illuminato, che ha dimostrato come “un’altra economia” sia possibile soprattutto per la dimensione umana, nella partecipazione alle attività di impresa. Un’esperienza, quella della città industriale di Adriano Olivetti, che mostra tutto il suo fascino portandola al di fuori dell’archeologia industriale, per farne un patrimonio immateriale condiviso, l’enzima necessario di un possibile rinnovamento: la fabbrica che si contorna di biblioteche, centri sociali, che si interessa alla formazione dei dipendenti; che cerca di creare anche nella produzione un sistema integrato nella realizzazione del prodotto che non sia ripetitivo ma che comprenda tutte le fasi, provando ad assegnare compiti maggiormente qualificati a ciascun operaio …. Insomma non lasciando nulla a un rapporto deteriorato nell’attività lavorativa.

 

Casa popolare di Borgo Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale: proponendo una continua ricerca del prodotto, dei prodotti (nell’elettronica in particolare); arrivando anche a progettare il primo computer “domestico” (superando le mega installazioni elettroniche governate da camici bianchi)….. e se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana (un’occasione perduta). Infatti Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato. Il valore dei prodotti della Olivetti era strettamente legato all’innovazione apportata dagli stessi, innovazione derivante da un contesto di ricerca e di formazione di altissimo livello. Il team Olivetti è estremamente compatto, curioso, efficiente e si sente parte dell’azienda per cui lavora.

 

ASILO NIDO Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E su tutta la ricerca tecnologica, vi è appunto una attenzione decisamente maggiore alle condizioni di lavoro degli operai, sempre considerati esseri umani prima che fattori di produzione (la ricerca di sistemi alternativi alla catena di montaggio), con una corretta organizzazione del tempo di lavoro.

   La città industriale di Ivrea è stata riconosciuta Patrimonio dell’umanità e iscritta nella lista Unesco. Questo riconoscimento internazionale fa comprendere il valore simbolico dell’esperienza olivettiana, esperienza buona anche adesso che si parla tanto di sviluppo sostenibile. Quello che l’Unesco ha riconosciuto attraverso le architetture è, infatti, il modello sociale, politico e culturale espresso dall’azione imprenditoriale di Adriano Olivetti, di cui gli edifici industriali sono oggi una testimonianza tangibile.

 

Sala Officine-Ico (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza sorta nel secolo scorso a Ivrea, della fabbrica Olivetti (e il suo ideatore e propugnatore Adriano Olivetti), in questa fase in cui si va a ripetere che anche nei nuovi modi di abitare e svolgere le attività economiche “nulla dev’essere come prima”, mostra come ci dev’essere un nuovo patto tra cittadini, imprese e governi per compiere quel necessario grande sforzo globale che riequilibri il rapporto dell’uomo con gli spazi che abita, così da riconciliare i tempi di vita e di lavoro con quelli della natura. (s.m.)

 

“(…) Nel primi mesi del 1943 ADRIANO OLIVETTI compie alcuni viaggi in Svizzera prendendo contatto con gli Alleati, attraverso Ignazio Silone, per illustrare un piano di pace da lui redatto, ma dopo l’armistizio, accusato di intelligenza col nemico, è imprigionato dal governo Badoglio a Regina Coeli e solo qualche giorno dopo l’8 settembre riesce fortunosamente a tornare in libertà. Nei giorni dell’occupazione tedesca Natalia Ginzburg lo incontra per le strade di Roma. Adriano l’avvisa che il marito Leone è stato arrestato e lei così lo ricorda in una celebre pagina di LESSICO FAMIGLIARE: M’aiutò a fare le valigie, a vestire i bambini; e scappammo via, e me lo ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.(…)” (da ADRIANO OLIVETTI, 1901 – 1960, BIOGRAFIA tratta da https://www.fondazioneadrianolivetti.it/)

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IL MODELLO OLIVETTI: UNA AZIENDA ITALIANA CHE PUÒ INSEGNARCI IL FUTURO

da https://webcrew.it/ (marzo 2019)

   La lunga e avvincente storia della Olivetti è interessante sotto molti punti di vista. L’Olivetti è stata per molti anni tra le eccellenze internazionali nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di prodotti tecnologici e grazie a questa azienda l’Italia è stata per parecchi anni all’avanguardia dell’information technology.

   Il depotenziamento dell’Olivetti è stato molto significativo perché ha praticamente causato l’uscita dell’intero paese da uno dei mercati più importanti al mondo, uno di quei non moltissimi mercati che oggi fanno effettivamente ‘crescita’, posti di lavoro, PIL…

   Non voglio nascondere la sensazione che ho da sempre leggendo di questa azienda: se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana. Così è stato solo in parte.

   Ma in questo articolo mi avventuro non tanto nella storia dell’Olivetti, nelle grandi intuizioni e negli errori commessi nella sua gestione, quanto nell’idea di impresa che Olivetti ha saputo proporre.
   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale.

   L’azienda è stata fondata da Camillo Olivetti nel 1908 e da lui gestita fino al 1932. Formata inizialmente da pochi operai non specializzati seguiti direttamente da Camillo, in questi primi anni l’Olivetti si afferma come valido produttore di macchine da scrivere.
   Il periodo che però più sembra rilevante per l’affermarsi di un vero e proprio modello Olivetti è quello successivo che coincide con l’inizio della direzione di Adriano Olivetti, figlio di Camillo.
   In questi anni la Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato.

   Sotto la guida di Adriano Olivetti e negli anni successivi alla sua morte l’azienda si trasforma in modo radicale. Una interessante ricerca della Fondazione ISTUD, ‘Esiste un’eredità del Modello Olivetti nel management?’, di cui consiglio la lettura, testimonia di come si possa effettivamente parlare di modello Olivetti e ne sottolinea anche alcune caratteristiche.

   Proviamo a capire in quale contesto si sviluppa il modello Olivetti. Continua a leggere

LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE POVERTÀ che esce dai dati ISTAT: meno TERRITORIALE e più sociale – I poveri ci sono tra i “non garantiti” da un reddito sicuro, i meno istruiti, i giovani, gli stranieri – Nella Grande Trasformazione della società la proposta di un REDDITO DI BASE (o UNIVERSALE) si fa significativa

“Oggi serve una RETE DI PROTEZIONE in grado di rispondere ai NUOVI RISCHI SOCIALI e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare” (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021) (foto ripresa da http://www.euroroma.net/ )

IN ITALIA SONO AUMENTATE LE FAMIGLIE IN POVERTÀ

da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/

– Sono due milioni, il 7,7 per cento del totale, con un’alta incidenza nelle regioni del Sud, tra i giovani e gli stranieri –

   Due milioni di famiglie italiane, il 7,7 per cento del totale, sono in povertà assoluta: i dati Istat relativi al 2020 dicono che è il livello più alto mai raggiunto da quando l’istituto statistico ha iniziato a valutare questo indicatore, nel 2005. In totale sono 5,6 MILIONI LE PERSONE IN POVERTÀ ASSOLUTA, il 9,4% di tutta la popolazione, in aumento rispetto al 7,7% del 2019. L’incidenza è PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, ma rispetto all’anno precedente è CRESCIUTA IN MODO SIGNIFICATIVO AL NORD, è PEGGIORATA NELLE FASCE GIOVANI della popolazione ed è rimasta MOLTO ELEVATA TRA GLI STRANIERI. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

ISTAT: “In Italia nel 2020 un milione di persone in più in povertà assoluta. L’aumento maggiore al Nord”. Si tratta di circa 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione. Al Sud il fenomeno è più diffuso, ma è nelle regioni settentrionali che è cresciuto di più. Colpiti soprattutto i lavoratori tra i 35 e i 44 anni e le famiglie numerose (TABELLA ISTAT POVERTA tratta da https://www.tgcom24.mediaset.it/ )

   Nella soglia di povertà assoluta rientrano le persone che non possono permettersi spese minime per beni e servizi considerati essenziali per le famiglie: la soglia di povertà assoluta è definita in base al numero e all’età dei componenti delle famiglie e varia da area geografica – Nord, Centro e Sud – e da dove si vive, se nel centro di una grande città, in periferia o in un piccolo comune. È possibile CALCOLARE LA SOGLIA DI POVERTÀ assoluta con questo strumento messo a disposizione dall’Istat. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

Mense Caritas (foto ripresa da https://www.radiopiu.eu/caritas )

   Secondo l’Istat, l’incidenza delle famiglie in POVERTÀ ASSOLUTA si è confermata PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, dove è passata dall’8,6 al 9,6%, ma la CRESCITA PIÙ AMPIA È STATA NEL NORD dove è salita al 7,6% rispetto al 5,8% del 2019. I dati che mostrano la distribuzione per fasce d’età dicono che l’incidenza di povertà assoluta ha raggiunto l’11,3% tra i 18 e i 34 anni ed è rimasta su un livello piuttosto elevato anche tra i 35 e i 64 anni, al 9,2%. L’incidenza tra le persone con più di 65 anni, il 5,4%, è rimasta sotto la media nazionale. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

SPESA FAMIGLIA, DATI ISTAT 2021 (tratto da la Repubblica)

   Dal 2005 questa distribuzione è cambiata soprattutto a causa della crisi economica: 16 anni fa l’incidenza era più alta tra le persone anziane. Questa condizione è dimostrata analizzando anche la composizione delle famiglie: la povertà assoluta riguarda il 10,3% delle famiglie con una persona di riferimento tra i 18 e i 34 anni e il 5,3% di quelle con una persona di riferimento con più di 65 anni. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

TABELLA POVERTA ASSOLUTA FAMIGLIARE E INDIVIDUALE
Cos’è la POVERTA’ ASSOLUTA? – (da https://www.openpolis.it/ sett. 209) “Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita da Istat attraverso il paniere di povertà assoluta. Questo comprende l’insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali. Ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il vestiario. Ovviamente l’entità di queste spese varia in base a dove abita la famiglia, alla sua numerosità e ad altri fattori come l’età dei componenti. Per conoscere la soglia di povertà assoluta nei diversi contesti si può utilizzare l’apposito calcolatore Istat.”( Calcolo della soglia di povertà assoluta (istat.it))

   Per il 2020 l’Istat rileva invece un miglioramento dell’intensità della povertà assoluta, cioè quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la soglia di povertà: questo indicatore registra una diminuzione, dal 20,3 al 18,3 per cento. L’istituto di statistica spiega che il calo è dovuto alle «MISURE MESSE IN CAMPO A SOSTEGNO DEI CITTADINI come il reddito di cittadinanza, il reddito di emergenza, l’estensione della cassa integrazione, che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà». (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

REDDITO DI CITTADINANZA – Su circa 9 milioni di persone in povertà relativa, solo il 14% lo riceve. E i poveri assoluti (chi non può comprare nemmeno i beni essenziali) lo scorso anno sono diminuiti solo di 447mila, nonostante circa 2,3 milioni di persone avessero il sussidio. “I tre problemi principali sono la sostanziale esclusione degli stranieri, la penalizzazione delle famiglie numerose e lo svantaggio per il Nord”, spiega Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento. “Questi tre gruppi fruiscono del beneficio meno degli altri e quando lo ricevono prendono cifre più basse” (da “IL FATTO QUOTIDIANO”)( Reddito di cittadinanza, immagine sempre da Il Fatto Quotidiano)

   Ci sono anche altri dati a cui fare attenzione e sono relativi all’incidenza misurata a seconda del titolo di studio e tra gli stranieri. I primi dati confermano che LA DIFFUSIONE DELLA POVERTÀ DIMINUISCE AL CRESCERE DEL TITOLO DI STUDIO: se la persona di riferimento ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza di povertà assoluta è al 4,4% mentre è più alta, al 10,9%, se ha al massimo la licenza media. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

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Consideri giusto che ogni essere umano, per il solo esistere, abbia diritto a vivere in maniera dignitosa? In tal caso, devi valutare che, indipendentemente dal fatto che possegga un impiego o meno, occorre garantirgli i bisogni elementari. Un tetto sotto cui vivere e considerarsi al sicuro, un’alimentazione sufficiente, degli abiti con cui coprirsi. Nell’era contemporanea, non è possibile escludere dalle necessità elementari anche l’accesso a una formazione e alle cure sanitarie, ai servizi idrici ed energetici, alla comunicazione, ai trasporti locali. Il REDDITO DI BASE, UNIVERSALE e INDIVIDUALE, rappresenta la risposta alla necessità di garantire questo diritto fondamentale, perché può assicurare questi bisogni materiali e permettere di fuggire dalla trappola della povertà. Può, inoltre, con la redistribuzione della ricchezza, diminuire le diseguaglianze sociali. (da https://www.redditodibase.org/) (reddito di base universale, immagine da https://www.bin-italia.org/ )

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NUOVE RETI SOCIALI PER NUOVE POVERTÀ

di Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021

– Oggi serve una rete di protezione in grado di rispondere ai nuovi rischi sociali e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare –

Il welfare fa i conti con la pandemia

Quando si pensa al welfare state, è strano parlare di “ritorno dello stato”, perché dal welfare state lo stato non se ne è mai andato, almeno in Italia. Dal 1995 a oggi la spesa per prestazioni sociali è più che raddoppiata e nel 2019 è pari a 2,3 volte quella del 1995 – anche se ha subito un rallentamento tra il 2009 e il 2019.

   Dopo lo scoppio della pandemia si è poi verificata, ovunque, una vera e propria esplosione della spesa sociale per cercare di limitare i danni della crisi sui bilanci di famiglie e imprese. Sembra che nel mondo siano stati lanciati circa 1.600 nuovi programmi di spesa sociale nel corso del 2020. Una reazione completamente diversa da quella adottata per la crisi del 2008. L’aumento della domanda di welfare ha riguardato sia la quantità di risorse, in beni e servizi, sia la loro destinazione. 

   Nel forum del Festival dell’Economia (di Trento, tenutosi dal 3 al 6 giugno 2021, NDR) dedicato a “NUOVE POVERTÀ E NUOVE RETI SOCIALI” prendiamo spunto da alcune domande:

1) Come sono cambiate le condizioni delle famiglie a causa del Covid? E come ha risposto il sistema di welfare?

2) Il welfare state attuale è adeguato al mondo post-pandemia o deve cambiare? E in quale direzione?

3) Di fronte ai cambiamenti in corso, come si modifica il rapporto tra welfare pubblico e welfare privato?

Covid, povertà e reazioni di policy

Negli ultimi 15 anni due gravi crisi economiche (2008-2013 e 2020) hanno indebolito la classe media e determinato un forte aumento della diffusione della povertà. Alcuni gruppi sociali hanno sofferto più di altri: i giovani, gli immigrati, i dipendenti del settore privato in genere. Si sono difesi meglio i dipendenti pubblici e i pensionati. Emerge una nuova realtà, dove la povertà non è più collegata a caratteristiche tradizionalmente associate a condizioni di marginalità (vivere in determinate aree, bassa istruzione, problemi di salute, molti figli), ma si estende a gruppi sociali molto più ampi, toccati anche da fenomeni come la globalizzazione o il cambiamento tecnologico.

   Le difficoltà economiche indotte dal Covid e dai lockdown sembrano aver danneggiato gli stessi gruppi sociali già colpiti in modo particolare dalla crisi iniziata nel 2008. La spesa sociale aveva già cominciato a reagire a questa crisi di lungo periodo, introducendo nuovi strumenti come il REDDITO DI CITTADINANZA o progettando riforme di schemi esistenti (come il prossimo ASSEGNO UNICO AI FIGLI, che sostituirà assegno al nucleo familiare, detrazioni per figli e altri sussidi minori).

   Nell’ultimo anno i cambiamenti sono accelerati, con trasferimenti diretti una tantum di denaro per sostenere i redditi dei lavoratori e delle imprese, comuni a tutti i paesi, o con misure di emergenza come il congedo straordinario per genitori o il bonus per il baby-sitting, uno tra i TANTI NUOVI BONUS (sono tantissimi: vacanze, affitto, casa, bebè, nido, nascita, genitori separati, bici, tv, occhiali e così via, alcuni nuovi, altri rinnovati). La spesa per la CASSA INTEGRAZIONE è esplosa, con gravi ritardi burocratici e difficoltà a raggiungere tutti i nuovi aventi diritto. 

   Si sarebbe potuto fare meglio? Cosa ci insegna l’ultimo anno e mezzo sui difetti della rete di welfare? L’introduzione del Rem (REDDITO DI EMERGENZA), ad esempio, ci dice che il reddito di cittadinanza ha problemi anche nella parte relativa al trasferimento monetario, non solo in quella di attivazione. La crisi da pandemia ha anche stimolato reazioni da parte di enti del terzo settore e di istituzioni religiose per aiutare le famiglie in difficoltà. È importante fare un bilancio delle risposte che ha dato il welfare “privato”. 

Come deve cambiare il welfare state?

Le misure di spesa sociale del 2020-2021 sono in gran parte straordinarie, ma qualcosa abbiamo imparato e qualche innovazione è destinata a rimanere. È diventato chiaro che abbiamo bisogno di UNA RETE DI PROTEZIONE IN GRADO DI INTERVENIRE IN MODO RAPIDO E UNIVERSALE al verificarsi di crisi che possono cambiare il destino personale dalla sera alla mattina: non solo EPIDEMIE, ma anche DISASTRI NATURALI (in Italia abbiamo avuto diversi terremoti negli ultimi anni), CRISI POLITICHE INTERNAZIONALI, chiusure o spostamenti di grandi aziende. Gli ammortizzatori sociali, già interessati da almeno due riforme negli ultimi dieci anni, devono avere una maggiore copertura. Sicuramente la tecnologia avrà un ruolo crescente per accelerare le risposte e per organizzare l’offerta.

   Ci sono poi NUOVI RISCHI SOCIALI, che diventa sempre più urgente affrontare: NON AUTOSUFFICIENZA, PRECARIETÀ LAVORATIVA e BASSI SALARI, disagio dovuto alla SOLITUDINE, problemi di SALUTE MENTALE, effetti dell’INQUINAMENTO, problemi degli IMMIGRATI. Alcuni sostengono che per far fronte alla nuova realtà sia necessario un basic income universale e incondizionato, ma i vincoli di bilancio sono più stringenti di due anni fa.

   C’è bisogno di investire di più nella capacità delle persone di resistere alle crisi improvvise, quindi nel capitale umano, soprattutto attraverso servizi, ma anche trasferimenti alle famiglie con minori.

   L’aumento della povertà ha accentuato una delle caratteristiche storiche del nostro sistema di welfare, cioè la prevalenza della spesa in denaro su quella in servizi. E ha anche spinto a una maggiore selettività della spesa, per concentrarla su chi ha più bisogno. Più universalismo, ma sempre più selettivo.

   La tendenza sembra proseguire. Anche la recente proposta di Enrico Letta di dare una dote ai diciottenni si rivolge alla metà con Isee più basso. E pure il nuovo assegno unico ai figli non sarà uguale per tutti. C’È IL RISCHIO DI DIVIDERE LA SOCIETÀ IN DUE: chi riceve i trasferimenti e chi con le imposte finanzia il welfare, ma ne è escluso oppure può accedere ad alcuni servizi solo pagando una seconda volta. Può reggere un welfare state che non è più universale nelle sue prestazioni, oppure i benestanti si ribelleranno e chiederanno meno imposte? Si rischia il circolo vizioso: più aumenta l’area del disagio, più il sistema diventa selettivo ed esclude i redditi medio-alti, che possono rivolgersi altrove per la loro domanda di welfare.

Quale relazione tra welfare pubblico e welfare privato?

La salute e le prospettive del welfare state pubblico sono molto diverse nei vari paesi. Negli Usa la nuova amministrazione amplia in modo impressionante la spesa pubblica destinata al sociale, con il chiaro intento di avvicinare il welfare state americano a schemi tipici della tradizione europea. Negli altri paesi europei in genere la spesa sociale è esplosa, per lo più seguendo strade comuni (sussidi straordinari, cassa integrazione), ma anche le tradizioni nazionali.

   In Italia il welfare state pubblico affronta grandi difficoltà. L’invecchiamento della popolazione produrrà nuove tensioni sulla spesa per pensioni e sanità e l’elettorato sempre più anziano spingerà in questa direzione. Il periodo di sostanziale assenza di vincoli di bilancio finirà (le regole del patto di stabilità dovrebbero tornare nel 2023) e diventerà difficile finanziare schemi contro i nuovi rischi sociali. Anche il debito pubblico molto elevato è un ostacolo importante.

   Ma non c’è solo un problema di bilancio. Non è detto che il settore pubblico debba occuparsi di tutti i rischi sociali, o che debba essere centrale sia nel finanziamento che nella produzione diretta dei servizi. Già oggi, in diversi settori, le principali funzioni del pubblico sono la regolazione e il finanziamento. 

   In questo contesto, quali sono gli spazi per il welfare privato, cioè per tutte quelle istituzioni non pubbliche che affrontano rischi sociali o dal lato della produzione di servizi o anche da quello del finanziamento? E quale deve essere la relazione tra welfare privato e welfare pubblico? Competizione, sussidiarietà, collaborazione, divisione dei ruoli? C’è il rischio che l’espansione del welfare privato riduca la disponibilità dei beneficiari a finanziare quello pubblico, e che quindi quest’ultimo, se solo per i poveri, finisca per avere una qualità sempre più bassa? Oppure è possibile una collaborazione che aumenti la copertura dei rischi e ampli la gamma e la qualità delle prestazioni del sistema di welfare pubblico-privato? Si sta andando verso un nuovo rapporto tra le due dimensioni? In quali settori in particolare? E come ampliare l’accesso al welfare privato dalle aziende e città medio-grandi a tutti i lavoratori e alle realtà più periferiche? (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021)

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COS’È IL REDDITO UNIVERSALE

Rider (e non solo), DE MASI: “Basta parlare di contratti, l’unica strada per i diritti oggi è il REDDITO UNIVERSALE” – da MICROMEGA, 30/10/2020

– Da Engels a Keynes, passando per Arendt fino ad arrivare a Buffet e Bezos, intervista al professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma DOMENICO DE MASI, a partire dalla vertenza dei rider. Al centro, la distruzione del mondo del lavoro causata dall’avvento delle nuove tecnologie. In questo scenario emergono le responsabilità dei sindacati e della scuola e un unico futuro possibile: quello del reddito universale e dell’ozio creativo. –

intervista a Domenico De Masi di Daniele Nalbone

   Doveva essere un’intervista sui rider, è diventata un’intervista sul reddito universale, e non è colpa della pandemia in corso. L’emergenza sanitaria che ha innescato quella sociale, o meglio “l’ha fatta detonare”, per usare le parole di Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ne è la prova. Era il 2006 quando WARREN BUFFET, che solo due anni dopo avrebbe raggiunto il gradino più alto della classifica degli uomini più ricchi del mondo, dichiarò: “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. DOMENICO DE MASI parte da qui per inquadrare la questione dei rider. Per tutta la nostra chiacchierata il contratto dei fattorini del cibo a domicilio resta sullo sfondo.
Non si fa problemi a dirmi che, a suo avviso, ho sbagliato punto di vista quando gli ho chiesto di rilasciare un’intervista che analizzasse la pericolosità del contratto firmato tra le app di Assodelivery e l’Ugl. Pericolosità che ha spiegato bene wired in un articolo dal titolo “Scatta l’accordo tra le app di Assodelivery e l’Ugl. I fattorini che non accettano le condizioni saranno esclusi. Gli altri sindacati protestano, mentre il ministero tace”.

Professore, perché a suo avviso ho sbagliato angolazione per osservare la questione?

Perché la questione non è “oggi”. Non è questo contratto o un qualche contratto. Dal 2007, dall’avvento degli smartphone, e ancor prima dall’arrivo sul mercato dei pc, è in corso un accerchiamento concentrico dei lavoratori. Di tutti i lavoratori. Degli operai e dei fattorini, dei manager e degli impiegati. Tutti i lavoratori sono diventati, dal punto di vista del potere, proletari. E sono stati sconfitti. Buffet, quattordici anni fa, aveva visto bene: i ricchi hanno vinto la lotta di classe perché hanno avuto la capacità di cavalcare l’arrivo delle nuove tecnologie.

È tutto qui, quindi? Hanno vinto i ricchi, hanno perso i lavoratori?

Il finale non è scritto, ma dobbiamo voltare pagina. È finita l’epoca del lavoro. È iniziata quella del reddito. Ma ci arriveremo. Prima dobbiamo analizzare il ruolo della tecnologia, altrimenti saltiamo subito alle conclusioni.

Va bene, iniziamo dalla tecnologia e in particolare dal ruolo delle piattaforme. In fondo tutto parte da lì, parlando dei rider.
Crede sia un caso che le piattaforme siano usate dalle destre e non dalla sinistra? O crede sia un caso che i 5 stelle abbiano “Rosseau” e i sindacati no? I BEZOS si sono fatti le loro piattaforme e una piattaforma manovra i rider, la Cgil non ha una piattaforma per farli incontrare tra loro e con il sindacato. Se il sindacato si fosse dotato di tecnologie all’altezza della sfida, la storia sarebbe stata diversa.

Questione di ritardi, quindi?

Si. Siamo in un ritardo terribile. Faccio un esempio: guarda quanto sta accadendo con lo smartworking. Io nel 1993 ho organizzato il primo libro sul tema e ho creato la Società italiana telelavoro. Ebbene dal 1993 al marzo 2020 in Italia siamo arrivati a quota mezzo milione di telelavoratori. Dieci giorni dopo, le persone in smartworking erano otto milioni. Posso dire di aver avuto la fortuna di assistere al più grande esperimento industriale di tutti i tempi. Per anni i “capi” hanno sostenuto l’impossibilità di portare il lavoro dall’ufficio a casa, si faceva continuo richiamo a grandi e costose tecnologie, a corsi di formazione. Tutte queste resistenze sono saltate in poco più di una settimana. Il problema è che siamo arrivati allo smartworking non grazie a delle lotte, a vertenze, a rivendicazioni ma “grazie” a un pipistrello in Cina. Il risultato: stiamo subendo il cambiamento, non lo abbiamo progettato e non lo stiamo governando. Ma il cambiamento, che lo vogliamo o no, arriva. Anche la questione dei rider si inquadra in questo scenario: è una modalità di lavoro dovuta alle nuove tecnologie, a un sistema in cui il datore di lavoro ha capito di poter scaricare tutto su una piattaforma. Mi riferisco all’organizzazione stessa del potere. Il tutto senza che la controparte si accorgesse della cosa.

Le chiedo, allora, come si possono ridare diritti a questi lavoratori?

Oggi non c’è forma di lavoro, organizzazione o contratto che tenga. L’unico diritto si chiama reddito. Reddito universale. E non mi preoccuperei nemmeno del ritardo di cui tanto si parla sul normare e contrattualizzare queste forme di lavoro. L’avvento di questa “società” è recente. Per imparare a costruire il contropotere nella fabbrica ci sono voluti più di cento anni. Ora ne sono passati molti meno: se i sindacati prendessero in mano la situazione potremmo fare anche prima. Il problema è lì, nelle organizzazioni del lavoro e nella scissione dei partiti dai sindacati. In Italia tutto è crollato nel momento in cui il sindacato non si è più “agganciato” al partito. Tutto è finito quando il Pd è diventato neoliberista.

Allora le chiedo: non potevamo capire prima della necessità di un reddito universale?

Sa quando ci si è resi conto che sarebbe stato necessario un reddito universale negli “anni duemila”? Nel 1930, quando a Madrid JOHN MAYNARD KEYNES tenne una conferenza intitolata Prospettive economiche per i nostri nipoti – e poi, nel 1958, quando HANNAH ARENDT pubblicò Vita activa. Loro analizzarono cosa avviene quando, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare. Possiamo dire che oggi non abbiamo niente da scoprire. Guardando avanti ci sarà sempre meno lavoro, è un dato di fatto. Il vero problema, quindi, sarà come ripartire il lavoro residuo e come gestire il tempo libero. Avremo in futuro così tanto tempo libero che dobbiamo capire subito cosa farne. Per evitare che si vada verso una società di isterici, di depressi dall’assenza di un impiego, c’è solo una strada percorribile: quella dell’ozio creativo. Solo la cultura potrà salvarci. Sotto questo aspetto il reddito di cittadinanza, per come lo conosciamo in Italia, è solo un barlume di ciò che sarà in futuro.

Non abbiamo fatto però i conti ancora con la tecnologia. O meglio, con le piattaforme e i loro effetti sui lavoratori.

Facciamo un gioco. Immaginiamo di essere nella Londra del 1845. Lo vede ENGELS intento a scrivere il suo capolavoro, La situazione della classe operaia in Inghilterra? La domanda che dobbiamo porci, prima di iniziare a giocare, è: come si può arrivare alla possibilità che milioni di persone – gli operai – tollerino situazioni di subordinazioni tanto crudeli? Uno: perché sono analfabeti. Due: perché non avevano nessun tipo di organizzazione. Terzo: erano alla fame. Quarto: non avevano un esercito dalla loro parte ma, anzi, in caso di ribellione, l’esercito avrebbe sparato su di loro. Risultato: dovendo scegliere tra il peggio – la morte – e il meno peggio – una morte più lenta – si sceglie sempre la seconda strada. Facciamo ora un salto di quasi duecento anni: io imprenditore come posso tenere nelle stesse condizioni di subordinazione giovani dipendenti che stavolta non sono analfabeti ma invece diplomati e addirittura laureati? Come posso renderli altrettanto gregari? Un datore di lavoro del 1845, guardando quasi duecento anni avanti, avrebbe risposto: se devo costringere dei lavoratori a correre per le città da un ricco che produce le pizze verso un ricco che le mangia senza, che loro lavoratori sputino su quella pizza, la prima cosa di cui avrò bisogno è non apparire. Non esistere. Devo delegare a qualcosa di astratto, che in altre epoche avremmo chiamato religione, questo ruolo. Ed ecco la piattaforma. Questo l’ha spiegato perfettamente KEN LOACH nel suo ultimo film (Sorry We Missed You, ndr), un vero “trattato” di sociologia, che andrebbe fatto vedere nelle scuole: nessun sociologo potrà mai descrivere così a fondo la condizione delle nuove gregarietà. Poi avrei bisogno che questo lavoratore sia scolarizzato, perché la scuola è alleata del capitale: ragazzi che passano dieci, dodici, quindici anni a essere indottrinati verso il lavoro, l’obbedienza, è la base per costruire una società come quella attuale. Come si possono chiudere duecento persone in un open space a lavorare a testa bassa se non con un forte indottrinamento all’obbedienza? Terzo elemento necessario: che non si aggreghino. Questa in teoria è la cosa più difficile perché non dipende dall’imprenditore: l’unica speranza era che i sindacati non si accorgessero dell’importanza delle piattaforme, che non si dotassero degli stessi strumenti per organizzare i lavoratori. È andata così, e oggi una piattaforma fa correre dei ragazzi in sella alle bici per consegnarci il cibo ma non c’è un’altra piattaforma che li fa incontrare per organizzarsi e agire in modo antagonistico.

Quindi non nutre speranze in un eventuale contratto della categoria? È finita l’era dei diritti?

Oggi c’è un solo strumento utile, più grande di ogni contratto collettivo che si possa anche solo immaginare: il REDDITO UNIVERSALE, che come primo effetto Continua a leggere

La SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, in funzione ora da Malo a Montebelluna, servirà alla conurbazione pedemontana vicentina-trevigiana per il predominante traffico locale? Come in origine voluto? Pare proprio di no – Un monito di “come non fare”, per le prossime opere del Recovery Fund europeo

Il tracciato della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA una volta conclusa (ora aperta da Malo a Montebelluna)

   L’apertura di uno dei tratti forse più importanti della superstrada pedemontana veneta, i 30 chilometri tra Bassano del Grappa e Montebelluna, al di là dei toni assai enfatici e tutti positivi che ci sono ad ogni inaugurazione di grande opera, buona o cattiva che sia…, questa apertura, inaugurazione, lascia perlomeno molte perplessità sulla funzionalità, l’efficacia, e il futuro utilizzo di quest’opera che è costata così tanti soldi e sacrificio territoriale.

   Viene da pensare che si poteva fare di meglio. E che adesso ci dobbiamo rassegnare ad avere un’opera non adatta a quello che era lo scopo iniziale, prioritario: cioè far circolare meglio gli abitanti della pedemontana trevigiana e vicentina, togliendo traffico alla direttrice Schiavonesca-Marosticana. Ma più avanti, nelle prossime righe, cercheremo di spiegare questa iniziale affermazione.

    Perché, prima di tutto, va detto che il momento storico attuale è importante nel nostro Paese: tra poco partiranno molti cantieri (grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e ai finanziamenti europei connessi). E si vorrebbe che la trasformazione della mobilità in Italia, infrastrutturale, logistica, geografica, avvenga con opere effettivamente utili, necessarie e, in ogni caso, che risolvano veramente le carenze per le quali sono state pensate. E cioè: 1-superare la difficoltà a muoversi da un luogo all’altro; 2-aiutare zone marginali a collegarsi economicamente ai centri; 3-non impattare sul territorio e sull’ambiente e perlomeno trovare la migliori forme di mitigazione per non danneggiare popolazioni e ambienti di pregio; 4-inquinare di meno o per niente…..

    E così la superstrada pedemontana veneta a nostro avviso può essere un esempio di come non dev’essere fatta una strada per rispettare e assolvere ai compiti che ci si aspetta da opere di così grande rilevanza. Innanzitutto va rilevato che è “superstrada” solo di nome: a detta di tutti (anche di chi la ha così voluta e costruita), nella conformazione, nella segnaletica, specie poi nei caselli… è un’autostrada; e costruita con un metodo tradizionalissimo ormai superato dai tempi, in tutto il mondo. Ci riferiamo alla sua “rigidità”, ai caselli autostradali anziché a forme automatizzate di esazione del pedaggio (bastavano dei portali e con pagamenti anche addebitabili nei telefonini degli automobilisti, o con lettura automatica della targa….) (lo spreco territoriale di costruire i caselli è enorme: far convogliare le corsie di traffico in un unico luogo richiede una grande quantità di terreni, di ettari utilizzati).

   Inoltre i caselli autostradali che ci saranno nella SPV, nei 95 chilometri quando sarà completata coi rimanenti 35 chilometri (in tutto i caselli saranno 14) mostrano che non può collegarsi con la maggior parte delle strade nord-sud di una certa importanza che la SPV incontra nel suo percorso est-ovest.

   I progetto politico originario era di fare una strada che fosse nient’altro che la “variante” all’attuale strada Schiavonesca-Marosticana: cioè in pratica si chiedeva di costruire un continuum di circonvallazioni per tutti i centri della pedemontana veneta; una “grande circonvallazione” connessa con tutte le strade provinciali e comunali di un certo interesse che la intersecavano. Ne è invece uscita un’autostrada con, come dicevamo, caselli tradizionali che niente hanno a che vedere con la viabilità locale, intercomunale; viabilità locale che risulta essere l’80% del traffico attuale. Pertanto la SPV a niente servirà al traffico da un comune all’altro.

   L’assoluta rigidità di quest’opera, ripetiamo, con i suoi caselli autostradali, è peraltro dimostrata dalla necessità di essere contornata in futuro di una sessantina di chilometri di nuove opere di adduzione (altre strade di collegamento, rotatorie, cavalcavia, sottopassi, etc…..da fare) per risolvere i problemi di viabilità che ci saranno nei comuni interessati dai caselli (e già i sindaci dei comuni temono un aumento di traffico di passaggio nei propri centri, si stanno preoccupando…). Un’opera che da opportunità per dei territori diviene una servitù di passaggio.

   Il collegamento facilitato da un comune all’altro significa che, geograficamente, la conurbazione data dall’area pedemontana trevigiana e vicentina rappresenta oramai da molto tempo di fatto un’unica area metropolitana: data da un’urbanizzazione diffusa (e molto confusa…), e con relazioni continue ed affollate tra frazioni, paesi, zone rurali, cittadine, tragitti casa-lavoro, zone industriali e produttive, uffici pubblici, terziario, servizi scolastici, strutture sanitarie…. che si intrecciano tra loro in un dialogo costante, quotidiano, e che avrebbero bisogno di una viabilità connessa da luogo a luogo, a pettine con l’esistente; e che il progetto di una “circonvallazione” variante alla strada regionale 248 aveva ben previsto nel piano di traffico regionale del 1990 (e che invece adesso, dopo più di trent’anni, ci ritroviamo con la SPV, che nulla ha a che vedere con questa necessità).

   Fallito così il progetto originario, resta un’opera che però il Veneto, i veneti, si dovranno accollare pure finanziariamente (e non solo per i pedaggi quasi il doppio delle odierne autostrade) per i prossimi 39 anni di concessione alla società che la ha realizzata e la gestirà (visti i livelli mediocri di traffico prevedibili rispetto all’impegno finanziario). Così che noi e le future generazioni ci sobbarcheremo un costo che da quello odierno di costruzione di quasi 3 miliardi, nei 39 anni di gestione privata arriverà a 12 miliardi di euro.

  Convinti poi, come siamo, che, come accade sempre con le grandi opere, brutte e/o inutili, che “ci faremo l’occhio”, ci si rassegnerà all’esistenza di questa cosa; magari ci servirà ogni tanto per andare lontano (o al nuovo centro commerciale fuori da casello!), mantenendo inalterati i disagi del traffico locale da comune a comune nella nostra quotidianità.

   Questo per dire che se grandi opere nasceranno nei prossimi mesi e anni (fino al 2026) con il Recovery Fund europeo, è auspicabile di non commettere gli errori che stanno portando alla realizzazione finale, così com’è, della superstrada pedemontana veneta. (s.m.)

Superstrada pedemontana veneta

L’ITALIA (e l’EUROPA) con i MIGRANTI necessari per svolgere SERVIZI ESSENZIALI (dal CIBO al WELFARE). Un Paese, il nostro, con un tasso demografico in caduta libera cui servirebbero giovani, nuove generazioni. E’ possibile una società multietnica con “NUOVI ITALIANI” superando la psicosi dell’invasione?

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO. Ecco i volti degli scomparsi (foto da www.avvenire.it/ del 27/4/2021)

   L’arrivo di immigrati, di persone che fuggono da paesi poveri verso l’Europa e altri paesi considerati ricchi (dove si è sicuri di vivere meglio); la preoccupazione di un’ “invasione” che faccia dire che “non c’è posto per tutti”…. tutto questo è pensabile che sarà una problematica che caratterizzerà i prossimi 10, 20, 30 anni, 40… e chissà fino a quando.

Crisi ambientale e migrazioni forzate. Difendere il Pianeta non i confini (foto da https://asud.net/ )

   Processi di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita in Africa è possibile che avvengano, che popolazioni di determinate aree geografiche riescano a superare la povertà: ma magari ci saranno conflitti civili, guerre per il potere (non basta un miglioramento economico…), oppure condizioni ambientali (come la crescita verso nord dei deserti, delle zone aride) che incentiveranno l’emigrazione.

LA ROTTA DEI MIGRANTI VERSO LA LIBIA (foto da “il Corriere della Sera” del 22 aprile 2021)

   Finora l’Europa ha mostrato tutte le sue difficoltà e paure ad affrontare con equilibrio l’arrivo di immigrazione dal Sud cosiddetta “clandestina”: perlopiù sponsorizzando dittatori (Erdogan) e paesi dove non esistono diritti alla persona (la Libia) per “fermare” i profughi, gli emigranti clandestini, creare muri. Oppure, nel corso degli anni, regolarizzando quello che non si voleva all’inizio: “accorgendosi” che quelli stranieri arrivati nel nostro Paese e di fatto assimilati (solo alcuni integrati) fanno lavori che ci sono utili, e anche a buon prezzo (a volte di fatto un vero schiavismo, come descritto nel libro di Valentina Furlanetto che in questo post proponiamo).

NOI SCHIAVISTI – COME SIAMO DIVENTATI COMPLICI DELLO SFRUTTAMENTO DI MASSA, di VALENTINA FURLANETTO – ed. LATERZA, maggio 2021, euro 16,00 – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Soprattutto sul lavoro dei para-schiavi, uomini e donne senza diritti che mandano avanti gran parte della nostra economia. Un libro inchiesta durissimo, che farà molto discutere.

   La situazione politica europea poi, in questo momento, non lascia presuppore a niente di buono sul fronte immigrazione. C’è il blocco dei paesi di Viségrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), ma anche Ungheria ed Austria, da sempre contrari all’accoglienza; e paesi che negli anni passati si erano mostrati più solidali nell’accoglienza ai migranti, come Germania e Francia, che sono entrambi alle prese con scadenze elettorali strategiche, importanti per non far rinascere destre omofobe (la Merkel che lascia, Macron che deve affrontare il secondo mandato presidenziale con la Le Pen che cresce nei voti…)

   Pertanto, siccome politiche migratorie umanitarie fanno perdere le elezioni, persisterà in Europa la linea di far bloccare il flusso migratorio con accordi coi principali paesi di origine e transito per bloccare le partenze: appaltare a un dittatore come Erdogan e ai torturatori libici la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Ma è giusto questo?

Tante ore di lavoro e poco denaro, immigrati sfruttati nei campi (foto da www.avvenire.it/ )

   In questo momento storico, presente, nel calendario di primavera e di prossina estate, aumentano e aumenteranno gli sbarchi di immigrati dal Mediterraneo… e si riparla della rotta balcanica (peraltro mai fermatasi, anche nel freddo inverno, con condizioni disumane di profughi bloccati in Bosnia). Prepariamoci a ulteriore tragedie, augurandoci che perlomeno sia data libertà di movimento a quelle navi delle Ong che attuano salvataggi di emergenza (quando possono, quando arrivano in tempo…). Ma così non va bene; è tutto disumano.

Le rotte balcaniche (fonte: borderviolence.eu)

   Il senso di questo post è il tentativo di capire come uscirne da un processo comunicativo e politico che pare si riproporrà inalterato nei prossimi decenni chissà fino a quando. Esiste una prospettiva in inserimento “pacifico” ed equilibrato di così tanti migranti (ma che in realtà tutto è, ma non un’invasione di massa come molti vogliono fare credere)? …la maggior parte, dei migranti, più che propensi ad integrarsi, e ad occupare lavori che gli “indigeni” (gli italiano doc, gli europei…) non fanno?…. E siamo pronti a riconoscere ad essi migranti uguali diritti (e doveri) per un’integrazione naturale loro e dei loro figli? (come pare sia abbastanza avvenuta con i primi arrivati da noi nei decennio a partire dal 1990)

   E se la situazione demografica italica è in grave crisi, perché non pensare che più bambini immigrati, o nati e che nasceranno qui, non solo abbiano diritto alla cittadinanza (lo jus soli), ma anche che il loro esserci possa essere il frutto per “noi” di un “sano egoismo”: cioè i bambini possano ravvivare il sistema scolastico, nuovi italiani per un domani; e gli adulti “utili” a partire dai lavori necessari, e poi in seguito in tutte le nostre attività economiche, sociali, e della società in generale? (s.m.)

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da AVVENIRE, 27 APRILE 2021

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO: ECCO I VOLTI DEGLI “SCOMPARSI”

di NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

– Lasciati morire in mare o riportati nelle prigioni. Ora alcune foto raccontano chi erano i 130 dispersi del 21 aprile scorso: hanno atteso per due giorni che qualcuno li soccorresse –

   Per chinarsi in direzione della Mecca danno le spalle al mare. Ma è dalla parte opposta che hanno l’appuntamento con i sogni e con gli incubi, ammesso che con il mare in tempesta e il buio della notte si possa ancora sognare. E’ questa l’ultima immagine degli ultimi desaparecidos del Mediterraneo.

   Abbandonati senza soccorso. Fatti sparire dai ragionieri delle vite a perdere: i trafficanti che li hanno dati in pasto al mare sapendo che quella notte il Mediterraneo non avrebbe smesso di ruggire. Condannati dall’inerzia di quanti, per dirla con papa Francesco, “possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Desaparecidos perché di loro non si sa nulla. Perché vuol dire, letteralmente, “fatti sparire”. Nelle immagini che pubblichiamo ci sono i volti di molti dei ragazzi affogati, ma altri potrebbero essere adesso in un campo di prigionia e non c’è modo per le famiglie di sapere se i loro figli sono tra i sepolti vivi nei luoghi dell’orrore quotidiano, o perduti per sempre da qualche parte in fondo al mareSanno che quel giorno sono partiti tutti insieme, ma non sanno chi di loro è ancora vivo da qualche parte. Come sempre le autorità tripoline non forniscono informazioni. Non c’è modo di identificare i vivi, figurarsi i morti.

   Il 21 aprile, quando hanno preso il mare, erano partiti almeno due barconi. I giovani nelle foto erano in quel gruppo. Circa 250 persone sui due grandi canotti che si piegano e si afflosciano ad ogni onda. Forse per un’avaria al motore di fabbricazione cinese, un gruppo è rimasto bloccato dopo poche miglia, e i guardacoste non hanno dovuto percorrere troppe miglia per riportarli indietro e farli rinchiudere nella prigione, dove ad attenderli ci sono i tormenti che speravano di non rivivere mai più.

   Somali, sudanesi, eritrei. Inghiottiti per sempre. Non avranno diritto neanche a un nome sopra a un mucchio di terra. Perfino le poche immagini che di loro circolano, spesso non hanno un nome accanto. Però ci guardano. I due amici che avevano lavorato come operai, ma che poi sono finiti chissà come in un campo di prigionia, dove le vite dei neri si rubano per strada, anche casa per casa, per farne carne da riscatto.  Oppure i ragazzi sudanesi, in posa spavalda, di chi non ha paura di sognare, e invece quella notte si sarà forse pentito anche solo di aver sognato.

   Senza rotta né più un motore che spinge, navigare nell’oscurità a bordo di un gommone che si squassa vuol dire non sapere da dove arriverà la prossima spallata. Come nei film dell’orrore, quando sai che il mostro c’è, che ti farà male, ma non sai da dove ti prenderà: forse un’onda improvvisa da dietro, oppure un sobbalzo da prua, con il mare che travolge e spazza via, e ad ogni scossone il gommone riemerge con qualcuno in meno. Fino a che non ci sarà più nessuno a cavalcioni dei tubolari sgonfi.

Prima della partenza i trafficanti li avevano portati in una casa ben arredata per girare un video promozionale. Immagini che dovevano servire a reclamizzare i servizi delle bande di Khoms che trafficano in esseri umani. Uno spot per far credere che in fondo la sosta in Libia non è così come dicono.

Che tanto poi si parte, e nella vecchia Europa sarà una nuova vita.

   Le previsioni meteo la settimana scorsa erano tra le peggiori. Quando martedì 21 aprile il barcone è stato spinto tra le onde la nave di salvataggio più vicina navigava in direzione opposta, verso la Tunisia. Con le buone o con le cattive gli scafisti devono aver convinto i 130 a prendere il largo. Ed è stata la fine.

   I loro volti stanno ora circolando tra i figli delle diaspore di mezza Africa. Le numerose immagini sono state raccolte fra gli altri da un attivista sudanese che si fa chiamare Mohamed Musa. Mostrano i ragazzi in posa prima della partenza, oppure ripresi in abiti eleganti durante qualche cerimonia prima di lasciare i Paesi d’origine. La volontaria francese Andrea Gagne, che raccoglie testimonianze dirette di rifugiati e prova a fornire supporto legale, ha ottenuto altre foto. Succede a ogni disgrazia. E’ la prova che tutti sanno del rischio. Ma che è sempre meglio morire in balia del mare, che restare vivi in balia dei capricci degli aguzzini.

   “Se si fosse trattato di 130 morti europei o americani, la notizia sarebbe sui giornali di tutto il mondo – dice Andrea – ma poiché si tratta di migranti e rifugiati africani, allora il mondo può ignorarli”.

La ricostruzione dei fatti non smette di confermare come per lunghe ore si sia perso tempo prezioso per tentare un’operazione di salvataggio in tempo utile. La lettura delle email inviate dall’agenzia Ue Frontex fornisce nuovi dettagli.

Sono le 16.06 di giovedì 22 aprile quando Frontex risponde con una mail ad Alarm Phone, chiarendo che il giorno precedente un aereo dell’agenzia Ue per il controllo dei confini aveva avvistato il gommone segnalato dai volontari del “centralino civile”.

   La gravità della situazione è nota. Frontex precisa: “In seguito alle condizioni di pericolo della barca in distress (termine tecnico con cui si definisce l’imminente naufragio, ndr) un messaggio radio “Mayday” è stato lanciato alle navi che transitano nell’area”. Circostanza confermata dalle navi mercantili e dal ponte di comando della Ocean Viking, che aveva ascoltato il messaggio radio dall’aereo europeo Osprey: “Mayday Mayday per una barca in distress”. Poi l’indicazione delle coordinate per raggiungere i naufraghi.

   Questa volta, però, dal quartier generale di Varsavia, Frontex aggiunge un dettaglio che da solo spiega come gli avvisi precedenti fossero stati ritenuti insufficienti: “Tutti gli Mrcc nell’area (le centrali di coordinamento di soccorso, ndr) sono stati informati, incluso quello di Tripoli quale Centro di coordinamento responsabile”, per le operazioni nel mare di ricerca e soccorso libico. Otto ore prima, infatti, sempre Frontex pur essendo a conoscenza della situazione di grave pericolo nella Sar libica, in un’altra email circoscriveva il coinvolgimento dell’allerta alle sole autorità di Roma e La Valletta. “Abbiamo immediatamente ritrasmesso il messaggio di allarme (ricevuto attraverso Alarm Phone, ndr) alle autorità maltesi e italiane”, si legge in un messaggio di posta elettronica inviato alle 08,49 del mattino. Alle 07.52, infatti, Alarm Phone aveva avvertito Frontex dei rischi in mare, precisando la posizione gps ricavata dalla chiamata satellitare dei migranti, che collocava il barcone in area libica.

   Il portavoce della Marina libica, il contrammiraglio Massoud Abdelsamad, ha negato che la guardia costiera Tripoli non abbia fatto tutto il possibile per salvare le vite dei migranti.

   Nelle ultime settimane Abdelsamad ha dovuto far fronte a molte rivelazioni. Nei giorni scorsi rispondendo alle domande di Rainews che aveva ottenuto nuove prove sull’uso di armi da fuoco durante le operazioni di intercettazione dei migranti, aveva spiegato che talvolta dalla motovedette “vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco in aria per calmare i migranti durante le operazioni di soccorso”. (NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE)

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I MIGRANTI, UN’EMERGENZA UMANITARIA

di Roberto Saviano, da “il Corriere della Sera” del 12/5/2021

   L’emergenza migranti c’è, ma non nei termini in cui viene raccontata, perché non è emergenza invasione ma emergenza umanitaria e l’Italia, insieme all’Europa, ancora una volta non sembra essere sulla strada giusta.

   Da un lato va sottolineata con forza la assoluta necessità di salvare migranti in mare, dall’altro bisogna mostrare lungimiranza e pragmatismo ammettendo, una volta per tutte, che l’immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l’Italia, è una benedizione e una necessità.

   Benedizione e necessità da riportare immediatamente nei confini della legalità e del rispetto dei diritti umani che, al momento, Continua a leggere

Il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) di 191,5 miliardi di euro di fondi europei, è un piano di vera transizione ecologica? Oppure è solo un ammodernamento di uno sviluppo che resta insostenibile? – Quel che appare è che è un grande piano, ma dovrà essere ben migliorato negli interventi che ci saranno

«WHATEVER IT TAKES» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa frase in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea MARIO DRAGHI pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione. (da Wikipedia) – PNRR, 26 aprile 2021, per GREENPEACE il Piano di Draghi è «UNA MEZZA SVOLTA VERDE» – «Con uno spazio davvero troppo esiguo per un serio dibattito pubblico e senza le schede progettuali da cui si potrebbe capire di più, il Pnrr presenta qualche novità di rilievo ma ancora diversi limiti» (nella foto: presidio di Greenpeace a Montecitorio)

   Il PNRR (piano di ripresa e resilienza), o Recovery Plan più semplicemente chiamato, che il nostro governo ha presentato il 30 aprile scorso alla Commissione europea, è cosa assai complessa: prevede la messa in moto dello sviluppo di tutto il Paese, ma è rivolto un po’ a tutti i paesi europei; cioè riguarda l’Europa del post pandemia (almeno, se presto finirà il covid…).

PNRR, DRAGHI presenta il Piano alla Camera dei deputati (26/4/202): “NON SOLO PROGETTI: C’È IL DESTINO DEL PAESE”

   Per l’Italia ci sono complessivamente a disposizione 222 miliardi tra i fondi europei del Recovery Plan (191,5 miliardi), ma anche delle risorse nazionali (circa 30 miliardi). Sono sei le aree di intervento individuate: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica (cui va il 30% del totale); infrastrutture e mobilità; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

   Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità di sviluppo e porta certamente con sè aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, alla rivoluzione digitale; e in particolare “ufficializza” che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, e c’è la urgente necessità di una concreta riconversione ecologica del pianeta (e pertanto anche dell’Europa).

PNRR, CINGOLANI: RINNOVABILI e IDROGENO ma anche GAS nel futuro (v. l’intervista a “la Repubblica” qui riportata) (nella foto: Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica)

   Nel suo complesso, però, questo piano manca di una visione veramente ecologica. Questa è il giudizio delle associazioni ambientaliste; ma anche di chi sperava veramente in un cambio di rotta nello sviluppo attuale; e che in fondo, pur mettendo in moto le maggiori forze possibili, non ci saranno i cambiamenti verso una riconversione ambientale che si sperava (un “transizione ecologica” come ora si dice, dal nome del nuovo ministero, in sigla MITE, appunto MInistero per la Transizione Ecologica).

SLOW FOOD: «Questo PNRR è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo»: durissima la presa di posizione di Slow Food sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo e votato dal Parlamento. «Non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale». (foto-manifesto da www.slowfood.it)

   Ad esempio è scettica Slow Food, meritoria associazione sul cibo, l’agricoltura pulita, l’alimentazione, l’equità nord-sud del pianeta…. secondo cui questo Pnrr sarebbe “un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, che non promuove la transizione ecologica che dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare”. Il riferimento è, ad esempio, al rinnovo del parco macchine in agricoltura. Una misura che secondo il Comitato esecutivo di Slow Food Italia “può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli” (vi proponiamo in questo post l’articolo di Slow Food che parla di questo).

PNRR, ANCHE PER LEGAMBIENTE È INADEGUATO – “Sono diversi i miglioramenti apportati al Piano nazionale di ripresa e resilienza del nostro Paese elaborato dal governo Draghi. Un lavoro che però consideriamo solo all’inizio, perché il Pnrr non è pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone”, sono queste le prime parole di commento di STEFANO CIAFANI (NELLA FOTO), presidente nazionale di Legambiente al nuovo Pnrr (da https://www.qualenergia.it/, 28/4/2021)

   Forse giudizi un po’ ingrati e da verificare, quelli di chi esprime dapprincipio il fallimento di un cambiamento epocale nel senso di avviare nei tanti interventi previsti una nuova “epoca” ecologica. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile hanno forse fatto fare in fretta di “scrivere” le proposte, non offrendo margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano (come sempre, vien da dire, ci si prende all’ultimo momento, e questo non fa ben sperare nella realizzazione concreta del piano, prevista entro il 2026).

MAPPA DELLA RIPARTIZIONE DEI FONDI DEL RECOVERY PLAN IN EUROPA (da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Insomma tante sono le perplessità, sia nella realizzazione del piano, e che si tratti poi anche di vera “transizione ecologica”. E per non parlare delle riforme che devono accompagnare il tutto (della Pubblica Amministrazione, della burocrazia, della giustizia…. con forme di semplificazione nelle procedure degli appalti che, sì, richiedono tempi certi e brevi, ma fanno temere a molti la possibilità di abusi e intromissioni mafiose).

   Tuttavia, pur avendo dubbi sul tutto (e poi, ce la farà il nostro Paese, la nostra pubblica amministrazione, gli enti comunali e statali a gestire questo grande piano??), è lo stesso da sperare che un ciclo virtuoso si realizzi. E anche sui progetti più opinabili (che in questo post vengono descritti nei vari interventi riportati), la partita non sia chiusa: ad ogni progetto, e specie ai più strategici, bisognerà controllare il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi, e vedere di incidere rendendolo (il progetto) conforme a una visione veramente nuova del nostro modello di sviluppo. (s.m.)

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da SLOW FOOD:

QUESTO PNRR È UN PIANO DI AMMODERNAMENTO DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

27/04/2021, da https://www.slowfood.it/

– Questo Pnrr è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo – Secondo Slow Food il Pnrr presentato non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale –

   Si addensano molte nubi nel cielo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. C’era da aspettarselo, tale è la posta in palio (complessivamente il Presidente Draghi parla di 248 miliardi di euro investimenti) e tali sono gli interessi solleticati da questa enorme quantità di denaro.

Pnrr, Slow Food: «Non è una strategia per la transizione ecologica»

«Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli», afferma Francesco Sottile, a nome del Comitato esecutivo di Slow Food Italia.

Riqualificazione in salsa verde

«L’approccio del piano sembra fondarsi su una “riqualificazione dei consumi in salsa verde”. Il Pnrr, insomma, sembra essere stato partorito non avendo piena coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo Dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come “digitalizzazione” (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’Italia), “ecodesign”, “green”: non è possibile, per esempio, che sui rifiuti si parli solo di riciclo e mai di riduzione, come pure non si capisce come in tutto il documento non compaia mai la parola agroecologia, l’unica pratica agricola che può rigenerare la terra e l’ambiente circostante», prosegue Sottile.

Manca una visione ecologica

Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità e porta certamente con sé aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, la novità delle Green communities o la riforma della pubblica amministrazione. Purtroppo, però, nel suo complesso, manca di una visione veramente ecologica, forse a causa dalla fretta con cui si è elaborato il documento, in assenza di un adeguato dibattito: «La partita si è giocata principalmente in seno al Governo e alle forze politiche, con un coinvolgimento delle parti sociali che è parso più di facciata che di sostanza, per non parlare del bassissimo livello di interlocuzione con il resto del mondo, a partire dalle organizzazioni della società civile che pure avrebbero avuto molto da dare», continua Sottile.

«Il Pnnr italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica.

Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello di sviluppo in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni. Questa è la nostra idea di transizione ecologica».

Affrontare la crisi a livello sovranazionale

C’è poi un altro aspetto fondamentale da evidenziare. Con il Next Generation Eu, proprio per pensare alle future generazioni a partire dai nostri giovani, forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva. Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante.

«Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno. Il Next Gen Eu non dovrebbe essere la sommatoria di 26 piani nazionali e c’è una domanda che tutti dovremmo porci: è possibile affrontare le crisi che stiamo vivendo dentro lo spazio di ciascun Paese?».

Pnrr, Slow Food: chiediamo una visione sovranazionale

Non è chiaro quanto la Commissione europea vorrà e potrà fare per far acquisire ai singoli piani nazionali una visione sovranazionale ma Slow Food crede che «le dimensioni europea ed euromediterranea rappresentino l’ampiezza di sguardo necessaria se vogliamo che le straordinarie risorse messe in campo dall’Unione europea possano risultare efficaci».

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano.

«Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?», sottolinea ancora Sottile.

«Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia.

Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti. Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo.

Un piano a stretta vocazione industriale

Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel Pnrr non ci sembra invece adeguatamente considerato».

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione… Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Aree interne dimenticate

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali.

I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr:

– l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo;

– la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio;

– l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole;

– una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali;

– il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole). (27/04/2021, da https://www.slowfood.it/)

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CINGOLANI “VIA LA BUROCRAZIA RIPARTIAMO DA SOLE E VENTO”

Intervista al ministro della Transizione ecologica, di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021

– Per il governo il Pnrr non sarà solo un piano post pandemia, ma vuole gettare le basi per il futuro del Paese e delle prossime generazioni. Il gas verrà usato solo per stabilizzare la rete elettrica. Rinnovabili al 70% entro il 2030, ma per l’idrogeno è ancora presto –

   «Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto.
Preferisco Next Generation EU e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire
».
   Dopo settimane in cui ha evitato di scendere nei dettagli («Mi sembrava corretto attendere che il presidente Draghi illustrasse il Piano al Parlamento»), il ministro ROBERTO CINGOLANI accetta di raccontare in cosa consisterà la sua transizione ecologica: Continua a leggere