ANCORA TERREMOTO nell’Appennino centrale: SALVARE il SALVABILE, un PATRIMONIO DIFFUSO non recuperabile com’era prima – il “Centro” non può farcela a RESTAURARE beni naturalistici, architettonici, artistici che erano “sistema” di ineguagliabile bellezza – Servirà l’aiuto di privati, dell’Europa, del mondo

LA BASILICA DI SAN BENETTO A NORCIA, prima dell'inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
LA BASILICA DI SAN BENEDETTO A NORCIA, prima dell’inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre

   Il terremoto, con la scossa di domenica mattina (magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, che era il terremoto dell’Irpinia) non ha fortunatamente causato nessuna vittima. E questo è un dato confortante: possiamo parlare dei tragici danni senza nel cuore avere vittime insensatamente sacrificate all’evento catastrofico quale è sempre il terremoto.

   Alla scossa del 24 agosto con 297 vittime, e dopo centinaia e centinaia di altre di assestamento, e poi alle tre forti scosse del 26 ottobre (magnitudo 5,4, 5,9 e 4,6) il colpo di grazia alle abitazioni, alle chiese, alle strade che si inerpicavano in centri spesso non facili da raggiungere, ebbene questa scossa delle 7.40 del mattino di domenica 30 ottobre, con epicentro vicino a Norcia, ha buttato giù quel che restava in piedi pur pericolante, e ha portato alla disperazione, al pessimismo chi vive in quei luoghi.

MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016
MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016

   Pur con il sollievo, dicevamo, che non ci sono state vittime. E ora gli abitanti sono costretti a malincuore ad accettare la proposta di andarsene sugli hotel della costa marchigiana o sulle rive del lago Trasimeno, fin che non saranno approntati container adatti all’inverno appenninico.

   E intanto il mondo ha visto che tutto un territorio diffuso di ineguagliabile bellezza è stato distrutto: cattedrali, chiese, palazzi, abitazioni di valenza architettonica di pregio, strade storiche…tutto!).

Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie - LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) - La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da www.centroturistico.it/ )
Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie – LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) – La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da http://www.centroturistico.it/ )

   E’ così che II terremoto colpisce l’Italia più fragile, cioè quella dorsale dell’Appennino centrale, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Luoghi pieni di storia e tradizione, di santi e ordini religiosi, di pittori e poeti, tra Umbria e Marche. Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, quasi sempre di grande pregio, con centri storici, palazzi comunali, chiese, campanili, abitazioni antiche, viottoli medioevali, piazze… tutto di grande valore. Patrimonio non solo delle popolazioni locali, ma di tutti, del mondo intero, e di ciascuno di noi che bene o male qualche volta lì ci siamo stati, e ciascuno conserva quasi sempre visioni e ricordi positivi.

   Ebbene, tutto fa sembrare che quel patrimonio di “territorio diffuso” così di grande valore, sia andato perduto. O almeno in buona parte, sulle tracce di quei borghi e paesi così fortemente colpiti dai terremoti a seguire che si sono stati da agosto a ottobre (e non osiamo pensare che possa accadere ancora…).

La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da www.meteoweb.eu)
La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da http://www.meteoweb.eu)

   Realisticamente è da credere che, pur se ci sarà un impegno massimo per ripristinare quanto possibile, ristrutturare i manufatti (abitazioni, chiese, palazzi) nel migliore dei modi per farli ritornare a com’erano prima, ebbene noi pensiamo che non sarà del tutto realizzabile. Cioè abbiamo perso per sempre una buona parte di un paesaggio dell’Italia Centrale, dell’Appennino, che neanche il miglior restauro possibile potrà riportarlo all’origine. Questo perché non ci sono solo manufatti danneggiati più o meno rovinosamente (si è fatta una stima che possono essere cinquemila, ma a noi sembra una sottostima…), ma è un INSIEME che è stato colpito dal terremoto….Luoghi, interi territori…. E NON TUTTO SI PUO’ RICOSTRUIRE.

   Se prendiamo la Valnerina, con i suoi borghi, chiese, piazze… il valore è complessivo e non dei singoli palazzi o chiese che, peraltro, tutte, è assai difficile che saranno ripristinate all’antico valore: ci vogliono mezzi ingenti, e a volte non basta, lo sbriciolamento delle pietre e dei dipinti vanificano ogni virtuoso restauro.

Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre
Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre

   Così è probabile che ci si concentrerà di più sul riportare (giustamente) la popolazione alle proprie abitazioni (ma quanti anni ci vorranno!), e sui LUOGHI SIMBOLO. Subito è da pensare alla basilica di San Benedetto a Norcia, e Norcia si identifica con la sua piazza che fa un tutt’uno con la basilica, e per questo si cercherà di recuperarla. Un’impresa peraltro non facile: non si tratta qui solo di adottare un “metodo Friuli” come è stato fatto con il duomo di Venzone che nel 1976 ha portato alla numerazione delle pietre per poi ricostruire esattamente com’era prima quella chiesa. A Norcia e negli altri paesi e borghi colpiti ci sono state ripetute scosse dal 24 agosto in poi, e siamo in presenza di sbriciolamenti, di polvere…. E anche il più mirabile restauro conservativo non rappresenterà mai “la verità” di com’era veramente la Chiesa prima.

   Pertanto è da procedere con un realistico progetto di SALVARE IL SALVABILE, recuperando sì i materiali dove è possibile nella ricostruzione, ma con la cognizione che non tutto è rimediabile, non tutto si può ricostruire, restaurare. Forse (ma è solo un’ipotesi) se dopo la scossa, il 1° terremoto del 24 agosto, se subito certe chiese e campanili fossero stati messi in sicurezza, pur provvisoriamente, forse non sarebbero crollati definitivamente il 30 ottobre.

Dopo il terremoto del 30 ottobre
Dopo il terremoto del 30 ottobre

   C’è poi da dire che il sistema italiano del beni artistici, il Ministero apposito, e tutta la struttura che dovrebbe farsi carico della grande opera di restauro, in Italia è cosa fragilissima (più delle chiese e manufatti colpiti dal sisma…). E men che meno l’istituzione di un commissario straordinario. Mai e poi mai saranno in grado di affrontare, questa sì, una UTILE GRADE OPERA di ripristino dei beni artistici, delle abitazioni storiche, del paesaggio umbro-marchigiano appenninico colpito dal sisma.

   Allora, che fare? Cosa sperare? Noi pensiamo che solo “RISORSE ALTRE” sarebbero in grado di mettere in moto una grande virtuosa operazione di ripristino della bellezza di quei territori. Un coinvolgimento di sponsor PRIVATI che possano dare al questo progetto parte dei proventi avuti dalle loro attività, senza avere nulla in cambio. Oppure anche un’EUROPA, come istituzione positiva che possa credere di intervenire su un luogo che le appartiene ed è patrimonio dell’umanità… ASSOCIAZIONI CULTURALI di rilievo e credibili, private e pubbliche, INDUSTRIE, GOVERNI europei ed extraeuropei che adottano un luogo, un’opera artistica, un palazzo da far tornare come prima, PRIVATI incentivati a ricostruire case, strade e luoghi…. Insomma un sistema che si mette in moto oltre ogni intervento del singolo governo italiano, o delle regioni interessate, dei commissari nominati….

Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).
Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).

   E’ da far capire che la suddivisione in singole regioni come sta avvenendo, nel pensare che beni artistici e paesaggi meravigliosi siano di “proprietà” di una nazione (che quasi sempre per la loro conservazione ha fatto più male che bene, promuovendo speculazioni edilizie, interventi opinabili, grandi opere…), tutto questo non va bene.

   La necessità di un ripensamento del sistema organizzativo vigente dei poteri, che porti a una nuova revisione del sistema della regioni per meglio intervenire sui territori, è cosa che si collega a nostro avviso al credere o meno a un ripristino del valore dei beni artistici di quei luoghi, e dei paesaggi lì presenti (emblematico che ci sia stata la partecipazione alla prima riunione di governo dopo il 30 ottobre di tre -3- presidenti di regione dei territori colpiti, a capo di burocrazie ben separate e del tutto incapaci a solo pensare -figuriamoci organizzare- un unico grande progetto di restauro, di ripresa del valore antico e futuro del patrimonio artistico ora colpito dal sisma.

   Intanto comunque buona pare l’idea governativa di invitare la popolazione ad andare a soggiornare in luoghi diversi per meglio poter gestire l’emergenza attuale, con l’impegno del ritorno approntando i container prima di Natale. E subito dopo i container attendere innanzitutto le casette, i prefabbricati, destinati ad arrivare tra la primavera e l’estate; e poi la ricostruzione edilizia vera e propria.

   In questa prima fase è importante l’attenzione per le persone rimaste senza casa. E anche per il salvataggio degli animali (trovare una soluzione agli animali domestici e di allevamento, che sono spesso in borghi e luoghi difficilmente accessibili). E garantire i lavori agricoli con il ritorno a pieno ritmo dell’attività degli agricoltori in primavera per la semina (la bellezza dei paesaggi va di pari passo con lo svolgersi in modo compiuto delle attività agricole). (s.m.)

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UN GRANDE PATTO PER SALVARE IL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della sera” del 31/10/2016

   E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

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DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

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TERREMOTO NELL’APPENNINO CENTRALE: la fine del pensare a “terremoti regionali” e il nuovo modo di intendere il doloroso accadimento come TERREMOTO NAZIONALE, in uno dei territori a forte rischio sisma (il 44% della superficie nazionale) – COME RICOSTRUIRE in modo virtuoso superando gli errori del recente passato?

Amatrice, il paese più colpito dal sisma
Amatrice, il paese più colpito dal sisma

      La prima violenta scossa (poi seguita da altre) delle ore 3:36 di mercoledì 24 agosto segna ancora l’ennesimo doloroso episodio degli sconvolgimenti che il terremoto porta. Una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro nell’Appennino laziale, marchigiano, in parte abruzzese, nei pressi di paesi (e nomi) che purtroppo abbiamo potuto imparare in questi giorni (Amatrice, Accumoli, Cittareale in provincia di Rieti nel Lazio; Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno nelle Marche…). Nelle ore seguenti si sono verificate altre scosse piuttosto intense di magnitudo 5.4 e 4.1 poco più a nord, vicino a Norcia, in Umbria, in provincia di Perugia: Norcia, un paese “salvato”, nessuna vittima, nessun ferito pare, e questo per un accurato lavoro di prevenzione lì svolto dopo le scosse del 1979 e 1997. Duecentonovantatre vittime, finora accertate (e si scava ancora per altri possibili dispersi, migliaia di sfollati).

mappa del sisma del 24 agosto (da "il Sole 24ore) - Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio
mappa del sisma del 24 agosto (da “il Sole 24ore) – Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio

   Luoghi questi colpiti dal sisma, che possiamo definire “marginali”, ma (forse anche per questa marginalità) meravigliosi nella loro originaria bellezza come natura (l’Appennino…) e come reperti architettonici, storici, lì presenti.

   Una distruzione pertanto diffusa, frammentata (non concentrata come è accaduto nel 2009 a L’Aquila e nei paesi limitrofi). Forse così dirompente (nelle vittime, nei danni alle case…) per l’eccessiva fragilità di costruzioni mai adeguate in uno dei territori più potenzialmente pericolosi per eventi catastrofici come i terremoti.

TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO - “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)
TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO – “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)

   Qui brevemente ci concentriamo sul tema della ricostruzione (le promesse di adesso sono forti, di un radicale cambiamento: sarà la volta buona? difficile una previsione… ). E pensiamo che forse (speriamo) che è pur vero che la ricostruzione dei borghi distrutti nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, sarà meno difficoltosa di quello di altri luoghi interessati nel passato prossimo dai terremoti, come ad esempio la città dell’Aquila).

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da www.3bmeteo.com/
MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da http://www.3bmeteo.com/

   Fa un poimpressione che un paesino come Amatrice (di 2.700 abitanti) contenga in se ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppenino. E noi da sempre riteniamo che il mantenere in vita, “l’abitare” piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio, delle possibili frane che si verificano, del mantenimento di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono.

Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)
Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)

   E’ ovvio che lo slogan di ricostruire “dov’era e com’era” va un po’ calibrato, verificato: se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili, allo slogan “dov’era, com’era” non si discute. Se invece ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte di quel specifico terreno dov’era il borgo, o il singolo immobile, ricostruire proprio lì, “tale e quale”, non ha senso (o perlomeno richiede dei costi immani, e futuri pericoli per chi ci abiterà). Allora se ci sono le possibilità concrete di costruire borghi “antisismici” in luoghi a media potenzialità sismica in terreni adatti, va bene e così bisogna fare; se le caratteristiche del terreno sono invece così fragili da prevedere catastrofi in caso di calamità (pur con costruzioni antisismiche) allora è bene “spostarsi” con piccoli nuovi insediamenti.

Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) - “L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c'è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l'attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all'orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l'Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”. “E' proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa "storia sismica" che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate "CARTE DI RISCHIO SISMICO". Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L'ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L'INTENSITÀ MACROSISMICA. L'accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l'intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l'evento. Evidentemente maggiore sarà l'accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) – “L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c’è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l’attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all’orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l’Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”.
“E’ proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa “storia sismica” che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate “CARTE DI RISCHIO SISMICO”. Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L’ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L’INTENSITÀ MACROSISMICA. L’accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l’intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l’evento. Evidentemente maggiore sarà l’accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Ma i tempi sono necessariamente lunghi (anche lavorando con volontà di fare bene e presto). Per evitare situazioni di “allontanamento” delle popolazioni (in zone costiere nel periodo invernale), oppure costruzioni di “new town” (che dopo L’Aquila, nessuno è disposto a difendere) allora il “modello Friuli” ci sembrerebbe il più appropriato: cioè dotare le famiglie di prefabbricati vicini alle aree distrutte (se le persone decideranno di voler rimanere); prefabbricati che poi possono essere riutilizzati da Comuni, associazioni…(così è stato per il terremoto del Friuli del 1976): un modello appunto simile a quello utilizzato a Gemona o a Venzone, paesi che sono stati oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici.

Amatrice. Le macerie dopo il terremoto - "(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell'APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell'Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ' La Sardegna geologicamente non fa parte dell'Italia, non ha partecipato ne all'orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni..." (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Amatrice. Le macerie dopo il terremoto – “(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell’APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell’Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ‘ La Sardegna geologicamente non fa parte dell’Italia, non ha partecipato ne all’orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni…” (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Vien poi da pensare che in alcuni casi anche i finanziamenti (spesso oggetto di critiche, parassitismi, illegalità…) potrebbero avere un modo diverso di esplicarsi. Un esempio lo tracciamo in questo post nell’articolo che riportiamo tratto da “il Manifesto” del 26 agosto scorso di Rachele Gonnelli al responsabile del Centro pericolosità sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Carlo Meletti, dove quest’ultimo fa l’esempio (a proposito di “modi di finanziare”) della Regione Toscana: “nel ’95 un terremoto di magnitudo 5,3 ha fortemente danneggiato la Lunigiana. La Regione Toscana ha dato 20 milioni di lire a famiglia per interventi antisismici su edifici in muratura. L’intervento migliore in termini di costo-beneficio sono le catene di ferro da una facciata all’altra e questo è stato fatto. Gli investimenti sono triplicati perché le famiglie che ne hanno approfittato per fare altri lavori a proprie spese e le ditte edili hanno acquisito «un know how»”.

Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da www.meteoweb.eu/ )
Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da http://www.meteoweb.eu/ )

   Quel che è poi nuovo in questo “dopo terremoto” (non parliamo qui del dolore delle persone che hanno perso, famigliari, delle vittime…), è che si incomincia a parlare di questi eventi disastrosi con “carattere nazionale”: è catastrofe di tutta la nazione. Ovvio che anche prima, gli altri terremoti avvenuti, erano “presi in carico” (nei finanziamenti, nella diffusione mediatica dell’accadimento) da tutto il territorio nazionale, ma conservavano una caratteristica geografica “regionale”; cioè permaneva un confine limitato a quel territorio di quella specifica regione dov’era accaduto…. Ora appare più chiaro che l’evento catastrofico, e il porvi rimedio è qualcosa di nazionale, un po’ anche europeo se si vuole, e questo modo di intendere la tragedia sembra essere una novità.

   Ed è su questa linea che si percepisce la necessità che si esplichi concretamente, con i fatti, la realizzazione di una “grande opera” ben diversa dalle autostrade inutili o cose simili: una grande e unica opera di cura del territorio, di messa in sicurezza del patrimonio edilizio, di salvaguardia dei luoghi, di ritorno a economie (come quella agricola) che anch’esse aiutino la tutela dei territori, la conservazione dei paesaggi, il rimedio ai disastri realizzati negli ultimi decenni. Che sia la volta buona per una “svolta” e la fine delle costose grandi opere inutili? (speriamo) (s.m.)

Soccorritori in azione ad Amatrice
Soccorritori in azione ad Amatrice

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INTERVISTA A RENZO PIANO

“COSÌ L’APPENNINO RINASCERÀ”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 29/8/2016

– “Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia” – RENZO PIANO racconta l’incontro col premier: “nel progetto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto del migliori esperti mondiali” “Serve un cantiere lungo due generazioni. Cosi ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”. “Deve entrare nelle leggi del Paese l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo”. – Continua a leggere

NORDEST D’ITALIA, FINE DI UN MITO: banche fallite, grandi opere (il MOSE) tangentate, economia in crisi – La MACROREGIONE CHE QUI MANCA – Il caso della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: il blocco e i nodi che vengono al pettine – La RICONVERSIONE ECOLOGICA di un territorio che si è perduto

LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)
LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)

   Parliamo di territori: in questo caso il Nordest d’Italia (identificabile con Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adoge…. con tutti i distingui geografici che qui non faremo). Nordest in caduta libera: sul piano economico (fino a qualche tempo fa era un modello…), in quello delle infrastrutture e grandi opere (contestate nella loro validità, come il Mose nella laguna veneziana, e ora in grave difficoltà pure per la corruzione e tangenti che ha provocato). E, pure, nel sistema della osannata finanza locale, che è miseramente fallita nelle due maggiori banche venete (e che ha trascinato nella povertà -autentica!- migliaia di piccoli e medi risparmiatori che avevano investito – tutto!, irresponsabilmente, fidandosi ciecamente…- su queste due ex grandi banche).

da www.agensir.it.italia/
da http://www.agensir.it.italia/

   Il 4 agosto scorso il Corriere del Veneto ha pubblicato una lettera-intervento di MARIA CRISTINA PIOVESANA, che è presidente di Unindustria Treviso. E questa lettera è stata come “la sveglia” di un contesto che ancora forse non si rendeva conto di quel che è effettivamente accaduto. Insomma, ci voleva qualcuno che dicesse che “IL RE È NUDO”. Nella lettera (che riportiamo all’inizio di questo post) si mette lucidamente in evidenza come vent’anni fa (anche meno, pensiamo noi) la classe dirigente veneta (fatta di politici, industriali, studiosi universitari…) contestava il resto d’Italia mettendo in rilievo come il modello (economico, politico, sociale…) del nordest non avesse pari, e fosse solo destinato a subìre gli aspetti negativi dal resto del Paese (corruzioni, sprechi, mafie, criminalità, inefficienze….). Chiedendo (la classe dirigente veneta), anche ora lo si fa, o vera e propria autonomia (qui il Veneto in particolare, si distingueva, essendo l’altra parte del Nordest dato già da regioni a “statuto speciale”), oppure un federalismo spinto che valorizzasse la regionalità rivolta al globale, all’Europa (questa proposta, del FEDERALISMO, appartiene anche alla nostra cultura geografica, alle nostre convinzioni).

   Su questa linea piace ricordare come da varie parti (anche nel mondo delle associazioni geografiche) si propendesse pure (e tuttora noi ci crediamo) per la COSTITUZIONE DI UNA MACROREGIONE DEL NORDEST, sciogliendo in essa gli apparati delle due regioni, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e delle due Provincie autonome di Trento e Bolzano. Con un condiviso progetto nazionale, europeo (in primis) e globale.

Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da www.linkiesta.it del 6/6/2016
Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da http://www.linkiesta.it del 6/6/2016

   Tornando alla lettera della presidente di Unindustria Treviso che rileva come (specie il Veneto nel Nordest) si fosse in caduta libera (nella finanza, nella politica, nella stessa dirigenza economica…), viene da Lei chiesto un rinnovamento vero (“…un nuovo ceto dirigente con il contributo di persone di ogni età, ceto e partito…”), che dia la possibilità di ricostruire un Nordest nuovo, proprio a partire da tutta la sua classe dirigente, in ogni ambito.

….

Fa specie mettere in rilievo che proprio negli stessi giorni, settimane, dove sociologi, giornalisti, industriali, economisti… si esprimevano dando piena ragione alla Presidente di Unindustria di Treviso, proponendo possibili soluzioni…. Ebbene nelle stesse settimane agostane scoppiava lo scandalo della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, altra grande opera (come il MOSE), che ci si “accorgeva” di quel che tutti sapevano (quelli che erano andati a leggersi le carte, i progetti…. come in parte anche noi abbiamo negli anni fatto e questo blog contiene vari interventi riguardo a questo progetto di vera e propria autostrada di 95 chilometri, e i link li potete trovare in questo post alla fine degli articoli dedicati alla SPV…).

PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da www.montegrappa.org/)
PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da http://www.montegrappa.org/)

   In pratica ci si è accorti che il concessionario (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassando i pedaggi per ripagarsi e “guadagnare” sui costi di costruzione), ebbene questa SIS non ha i soldi per costruirla (serve che metta 1,6 miliardi di euro, negli articoli che seguono si specifica il contesto); e che finora quelli interventi di costruzione frammentati qua e là (spesso lasciando già alle erbacce e al degrado scavi e sventramenti di aree agricole…) sono andati avanti con la quota finanziata dallo Stato e dalla Regione Veneto, oppure (e questo è anche più grave) non pagando ancora gli espropri effettuati ai proprietari di terre e case, e indebitandosi con medie e piccole imprese edilizie lavoranti in sub-appalto .

   Allora qui ci vien da chiedere se UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE VENETA RIUSCIRA’ A TERMINARE I LAVORI DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA, RIVEDENDOLA PERÒ NEI SUOI ASPETTI, IN TEMPI URGENTI, CON UNA NUOVA FUNZIONALITÀ, che serva veramente al traffico pedemontano vicentino e trevigiano, che venga a tutelare i privati cittadini danneggiati e le popolazioni locali coinvolte; che sia un modello (questo sì!) di rispetto dell’ambiente (evitando di trovarsi di fronte a un nuovo sfregio territoriale irrimediabile).

TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ - Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)
TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)

   Per questo noi qui PROPONIAMO a una nuova classe dirigente veneta, UN NUOVO MODO DI PROCEDERE NELLA REALIZZAZIONE DI QUEST’OPERA che si faccia questo:

  • SI DIMINUISCANO I COSTI DELL’OPERA togliendo cose non necessarie e impattanti. In primis SI RINUNCI ALLA REALIZZAZIONE DEL TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO MAGGIORE E LA VALDASTICO NORD-A31(un tratto lungo 31 chilometri sui 95 previsti… con un galleria da farsi -Priabona- di ben 6 chilometri!); questo tratto è inutile, costa 750 milioni di euro (sul totale di 2200) ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4. Inoltre CHE SI TOLGANO I 14 CASELLI PREVISTI, assai impattanti e costosi, proponendo “ENTRATE-USCITE” DIFFUSE NEI TERRITORI e in collegamento con le maggiori strade nord-sud, per almeno UNA QUARANTINA DI INTERVENTI “LEGGERI”, non costosi, non impattanti. Se dovrà continuare ad essere a pedaggio (anche quando sarà finanziata pressoché da tutto l’intervento pubblico?!) portali di identificazione della targa del veicolo permettono ora pagamenti telematici, senza la necessità di caselli e fermate obbligate. Questa revisione del progetto e della realizzazione è possibile perché le nuove norme del “CODICE DEGLI APPALTI” prevedono un “PROJECT REVIEW”, cioè una revisione del progetto in corso, adattandolo alle nuove necessità e a una seria valutazione di impatto ambientale (e questo si connetterebbe, oltre che a una maggiore funzionalità dell’opera, iniziando a realizzarle dove maggiormente serve, anche a una drastica riduzione dei costi).
  • Per far questo necessita di UNA SOSPENSIONE DEI LAVORI IN CORSO CHE NON PORTANO A NULLA (tra poco rischiano di arenarsi per sempre, lasciando buchi e degrado nei 95 chilometri della ancora bellissima terra pedemontana veneta). E subito realizzare le varianti necessarie. RISPETTANDO GLI ESPROPRIATI (cioè risarcendoli veramente) e PURE LE DITTE IN SUBAPPALTO che ora lavorano a credito. Una revisione del project richiede un ripensamento sul rapporto con il costruttore, che si sta verificando inadempiente, e sulla necessità o meno (a questo punto!) che una volta realizzata quest’opera abbia un pedaggio da versarsi per l’utilizzo.
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA - VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l'allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ - e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l'intero percorso e durante tutti i giorni dell'anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all'8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all'anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA – VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l’allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ – e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l’intero percorso e durante tutti i giorni dell’anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all’8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all’anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )

   Se i due accadimenti sono contemporanei (cioè la presa di coscienza della CRISI E FALLIMENTO DEL MODELLO NORDEST, e dall’altra il BLOCCO DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA come progetto irrealizzabile alle premesse attuali, con costi eccessivi, e con previsioni di UTILIZZO BEN MINORI DI QUELLI PAVENTATI ALL’INIZIO (…dalla classe dirigente veneta…)… ebbene quale MIGLIOR CANTIERE PER UN “NUOVO NORDEST” (la nuova classe dirigente) è avere il coraggio di cambiare in corsa il modo di realizzare un’opera altrimenti poco utile, impattante, costosissima, destinata così com’è prevista al rischio di rimane vuota? (sarebbe un degrado economico, finanziario, del traffico, ambientale.. lasciato per sempre alle future generazioni). (s.m.)

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L’ATTO DI ACCUSA

ABBIAMO BISOGNO DI CLASSI DIRIGENTI DIVERSE

– Vent’anni fa c’era stupore e invidia per la nostra performance economica e sociale. Oggi abbiamo perso l’innocenza, ma questo deve renderci più maturi e consapevoli –

di MARIA CRISTINA PIOVESANA (Presidente Unindustria Treviso) – da “il Corriere del Veneto” del 4 agosto 2016 Continua a leggere

SOLITUDINI IN CRESCITA: può un nuovo modo di ABITARE aiutare il superamento del disagio della solitudine? (e a volte della POVERTÀ?) – L’esperienza delle COABITAZIONI SOLIDALI: modo di vivere ed abitare in contatto con il “prossimo” – Che case vi possono essere per le tante tipologie famigliari di adesso?

COHOUSING (immagine tratta da www.sunward.org/cohousing/ - Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)
COHOUSING (immagine tratta da http://www.sunward.org/cohousing/ – Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)

  Uno dei temi delle nostre società più preoccupanti è il crescere delle solitudini: di persone (non solo anziani come viene da pensare, ma di tutte le età) che sono sole, nel contesto della vita quotidiana. E’ su questa condizione che da qualche parte, magari con iniziative di comuni, o del volontariato, o di associazione religiose… si cercano modi tradizionali e modi nuovi per alleviare questo senso di precarietà del vivere, appunto di solitudine, che tanti vengono ad avere: ma non sono che poche positive gocce in un mare.

DA WWW.SMALLFAMILIES.IT
DA WWW.SMALLFAMILIES.IT

   E si connette spesso la problematica della mancanza di comunità in grado di “accogliere” persone, nel proprio territorio, che vivono il disagio della solitudine, anche il fatto che queste persone spesso vivono anche il fenomeno della povertà, del non riuscire ad avere una vita economicamente equilibrata.

   Vogliamo qui tentare di porre lo spunto su esperienze di un’ “abitare diverso”, che superi i disagi dell’abitare nelle grandi indistinte periferie dei nostri giorni attuali; che vi siano modi di raccogliere possibilità di “abitare il mondo assieme” (pur conservando una propria autonomia e privacy).

nella foto: cohousin a Rimini - "ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: - INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); - SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); - PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)". (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da www.smallfamilies.it/)
Nella foto: COHOUSING A RIMINI – “ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: – INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); – SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); – PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)”. (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da http://www.smallfamilies.it/)

   In molti progetti edilizi di adesso (o in quelli realizzati negli ultimi decenni, perché adesso il mercato immobiliare è saturo) , l’impianto tipologico non riesce a sganciarsi dall’idea novecentesca di famiglia: quella per intenderci costituta da un padre, una madre e magari due figli. Un modo di vedere standard e omologato che non corrisponde più alla realtà. Invece tendono ad aumentare le famiglie costituite da una sola persona, da un genitore con un figlio, da uno o due anziani eccetera..

   E le case, progettate ex-novo o ristrutturate, non sono più in grado di ospitare la società che cambia, in primis la famiglia. Non si adattano ai mutamenti delle attuali e diverse tipologie familiari.

Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING - La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)
Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING – La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)

   Diverse sono oggi le taglie delle nostre famiglie e le forme di convivenza: coppie con figli, coppie senza figli, genitori soli con figli conviventi, single (moltissimi questi!), anziani soli che convivono con chi si sta prendendo cura di loro, famiglie “ricostituite” (nuove coppie che convivono con i figli nati dalla precedente unione), lavoratori temporanei, studenti fuori sede, amici che condividono la casa per far fronte alle spese, figli adulti che ritornano a vivere con gli anziani genitori (caso molto diffuso a seguito di una separazione) etc.. Giovani e non più giovani (leggi in questo post l’articolo di Gisella Bassanini ripreso da SmallFamilies – portale delle famiglie a geometria variabile, www.smallfamilies.it/ ).

   Sulle forme di condivisione dell’abitare cui qui parliamo, riprendiamo un discorso già iniziato qualche tempo fa:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=cohousing:

un post di Geograficamente dal titolo: “l’esperienza delle coabitazioni solidali è una buona pratica innovativa, e una buona pratica sociale”.

immagine da www.weforgreen.it
immagine da http://www.weforgreen.it

   E le esperienze di coabitazione solidale non possono rappresentare solo un modello da imitare: devono ancora consolidarsi nella “buona pratica” da mettere in atto, vedere quali possono essere i problemi che sorgono, e individuare i soggetti che “aiutano” la buona riuscita di forme di convivenza sotto uno stesso tetto di persone non legate da natura famigliare.

   Qui, più che altro, in questo post, proponiamo delle esperienze concrete realizzate.

   Ad esempio a Milano c’è uno dei principali progetti dell’«abitare sociale» della Fondazione housing sociale (www.fhs.it ) costituita nel 2004 dalla Fondazione Cariplo con il sostegno di Regione Lombardia e Anci: in 15 anni sono stati creati 800 appartamenti, per due terzi dati dal recupero del patrimonio immobiliare già esistente. E hanno trovato alloggio diecimila persone. Persone che si trovavano in una situazione di svantaggio: anziani, giovani, disabili, immigrati, famiglie e single. Un’edilizia low cost per una fascia di reddito tra i 15 mila e i 55 mila euro annui (al di sotto, si ha il diritto a richiedere la casa popolare).

   Ma queste case voglio essere anche case “condivise”: si chiede infatti agli inquilini di essere disponibili a un aiuto reciproco. Un condominio in cui si condividono la lavanderia, l’orto, la sala giochi per i più piccoli e magari ci si dà una mano per assistere bambini e anziani, costruendo una rete di solidarietà (vedi in questo post l’articolo di Luca Mattiucci da “il Corriere Sociale” che spiega bene la cosa). E molti altri, poi, sono i progetti partiti di recente in varie città italiane (Pesaro, Messina, Torino, Parma, Genova, Bologna…)

cohousing urbano a San Lazzaro di Savena
cohousing urbano a San Lazzaro di Savena (da http://www.cohousingbologna.org)

   E’ un discorso che ci proponiamo qui di approfondire. Capiamo che gli strumenti sociali per superare la solitudine e le povertà, quelli tradizionali, sono sempre più inadeguati (i comuni che hanno sempre meno soldi, il volontariato che diminuisce, la crescita esponenziale di categorie di persone in difficoltà…)

   E’ così necessario attivare una progettazione sociale diffusa nel territorio, che parta dal basso, che metta al centro la qualità della vita della comunità, che valorizzi il ruolo dei cittadini. Ci sono da inventare nuove forme di solidarietà fra le persone e le famiglie (coabitazioni, condomini solidali, possono essere esempi importanti, interessanti, modelli riproducibili…). Partiamo da questo nella nostra ricerca. (s.m.)

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LA SOLITUDINE DEL CITTADINO GLOBALE

di Maria Luisa Polizzi, 13/4/2016, da Lo Scaffale, N.4, Aprile 2016

   Per ZYGMUNT BAUMAN il cittadino globale vive una condizione umana, sociale ed economica fatta di insicurezza e precarietà e, per quanto questa non sia peggiore (forse) di quelle già vissute dalle precedenti generazioni, la  percepisce con più consapevolezza.

   L’uomo di oggi sa, infatti, che non si tratta di un caos temporaneo, superabile con l’impegno e con un sapere più ampio, come pensavano i suoi nonni, comprende che il caos è causato da lui stesso e dalle azioni di tutti ed è senza soluzioni.

  Inoltre, ciò che minacciava la sicurezza dei suoi nonni  era definibile e percepito come un pericolo dal quale difendersi; ciò che minaccia il cittadino globale è il rischio, contro il quale non ci sono mai scelte giuste o sbagliate, solo soluzioni che hanno comunque dei pro e dei contro.

Zygmund Bauman – LA SOLITUDINE DELL UOMO GLOBALE – ed. FELTRINELLI

   Per il sociologo la complessità della condizione umana nell’era globale non può essere definita soltanto in termini di insicurezza, ritiene sia più appropriato il termine tedesco unsicherheit, inteso come mancanza della sicherheit  di Freud, la cui assenza ci riempie di ansia, paura e rabbia. Unsicherheit, infatti, permette di indicare con una sola parola i tre concetti di: “incertezza”, “insicurezza esistenziale”  e “assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà”.

   Nel saggio  “LA SOLITUDINE DELL’UOMO GLOBALE”, Bauman analizza, passo dopo passo, tutti i fenomeni sociali in cui si riflette la moderna unsicherheit, fino ad arrivare all’uomo nella sua “essenza” ( o piuttosto nella sua mancanza di essenza) e lo fa utilizzando la metafora di Ernest Gellner, secondo il quale: la differenza tra il vecchio e il nuovo tipo di esseri umani  “è come la differenza tra un armadio completo, fatto di un solo pezzo, e un armadio componibile”.

Zygmund Bauman
Zygmund Bauman

   L’uomo dell’era globale è un “uomo modulare” con molti aspetti, da esibire o dissimulare al bisogno, e con reti di relazioni che come le possibili composizioni di una struttura modulare sono numerose ma mai stabili o definitive. La sua modularità si esprime in tutti i suoi legami, dalla famiglia allo stato, passando per tutte le possibili forme di associazione.

   Di conseguenza “la vita che dipende soltanto da tali legami è perlopiù, ma forse interamente, un susseguirsi di crocevia. Qualunque percorso si scelga comporta dei rischi…. Ma è proprio la modularità – l’assenza di bulloni, grappe e giunti che fissino i moduli in una forma permanente – a costituire una fonte continua di tensione”. Inevitabilmente, l’uomo moderno non si sente “pienamente a casa” in nessun gruppo.

Ogni volta che sta in gruppo, qualunque sia il motivo, per il cittadino globale “è come passare una notte in albergo o una serata al ristorante, e non come sedere a tavola con la famiglia, a casa propria.”

   In assenza di legami e di appartenenza alla propria “tribù”, l’individuo è sempre meno cittadino e sempre più consumatore, di merci e di libertà off-limits. Si limita ad esigere “sempre più protezione e accetta sempre meno la necessità di partecipare”, dimenticando la propria parte di responsabilità, mentre la politica, dal canto suo, ha lasciato il posto al mercato e “ le antiche agorà sono state rilevate da intraprendenti immobiliari e riciclate in parchi dei divertimenti” .

   “Il problema – sostiene Bauman –  è trovare un punto in cui la lama dell’azione politica possa intervenire nel modo più efficace”. E la risposta da cui ripartire è per il sociologo LA MISURA DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, per “mettere le persone in grado di assicurarsi i mezzi di sussistenza senza dipendere dalla definizione di lavoro imposta dallo stesso mercato del lavoro”.

   Per Bauman è evidente il nesso tra reddito minimo garantito e la qualità di vita dell’intera comunità, perché UN REDDITO MINIMO GARANTITO LASCEREBBE IL TEMPO DI DEDICARSI con impegno, serietà ed entusiasmo ALLA CURA DI TUTTI QUEI CAMPI ATTUALMENTE TRASCURATI: dall’assistenza agli anziani alla pulizia dell’ambiente e alla cura del paesaggio.

   Se si scinde la sopravvivenza dal consumo, potrà riaffermarsi il senso di “una cittadinanza e di una repubblica pienamente sviluppate, concepibili soltanto se associate a persone fiduciose in se stesse, libere dalla paura esistenziale: in breve, di persone sicure.” (Maria Luisa Polizzi)

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COABITAZIONI (SOLIDALI) CONTRO LA SOLITUDINE

COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA - DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016
COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA – DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016

«PERCHÉ NON VIENI A STARE CON ME?»

di Tiziana Pisati, da “il Corriere della Sera” (Corriere Sociale) del 15/4/2016l Continua a leggere

EUROMEDITERRANEO: UNO SPAZIO COMUNE TRA I POPOLI – Come ridisegnare geograficamente le origini del Mar Mediterraneo non come ora di confine nazionalistico di divisione tra due mondi, ma com’era: LUOGO UNICO DI INCONTRO DI CIVILTÀ, DI SCAMBI ECONOMICI, CULTURALI, TRA PERSONE

“(…) Va subito precisato: QUASI TUTTI I CONTINENTI (ad eccezione almeno per il momento di quelli polari) HANNO IL PROPRIO MEDITERRANEO, una grande ingolfatura oceanica che agisce da sinapsi tra le grandi masse emerse, un vero e proprio insieme di «PIANURE LIQUIDE che comunicano per via di porte più o meno larghe», come Fernand Braudel definiva il MARE NOSTRUM DEI ROMANI, il MEDITERRANEO EURO-AFRICANO (….) (di Franco Farinelli, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016)
“(…) Va subito precisato: QUASI TUTTI I CONTINENTI (ad eccezione almeno per il momento di quelli polari) HANNO IL PROPRIO MEDITERRANEO, una grande ingolfatura oceanica che agisce da sinapsi tra le grandi masse emerse, un vero e proprio insieme di «PIANURE LIQUIDE che comunicano per via di porte più o meno larghe», come Fernand Braudel definiva il MARE NOSTRUM DEI ROMANI, il MEDITERRANEO EURO-AFRICANO (….) (di Franco Farinelli, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016)

   Fa riflettere quando i nostri media, la televisione, i giornali, si lamentano che in Italia arriva olio extravergine di olive prodotto in Tunisia, o Algeria… e che invece dobbiamo consumare “olio italiano”… Ma allora: cosa dovrebbero fare i popoli a sud del Mediterraneo se pure la “sponda nord” vuol bloccare la loro produzione di olio, i loro prodotti agroalimentari?…

   Il progetto “EuroMediterraneo” è fermo, non va avanti, non ha mai avuto una spinta concreta, un’accelerazione. E’ rimasto solo negli intenti europei, senza per niente crederci. L’attuale crisi su entrambe le sponde del Mediterraneo sottolinea i limiti di quel sogno europeo di unire i popoli del Mediterraneo, un ritorno alla geografia, a quel che ha sempre rappresentato questo mare: incontro di popoli, di scambi commerciali, un’unicum oltre ogni nazionalismo.

Nella cartina i Paesi membri dell’Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM) - (in blu l'Unione europea, in ciano i candidati, in verde i paesi partner, in giallo il paese osservatore, cioè la Libia) - L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY. L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio. Ad oggi l’UpM è costituita da 43 PAESI, ossia da tutti i paesi dell’UE e della costa meridionale del Mediterraneo ad eccezione della Libia.
Nella cartina i Paesi membri dell’Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM) – (in blu l’Unione europea, in ciano i candidati, in verde i paesi partner, in giallo il paese osservatore, cioè la Libia) – L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY. L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio. Ad oggi l’UpM è costituita da 43 PAESI, ossia da tutti i paesi dell’UE e della costa meridionale del Mediterraneo ad eccezione della Libia.

   La disintegrazione dello spazio mediterraneo è il prodotto sia del terrorismo (l’Isis è pure nel territorio libico), sia della crisi finanziaria. Ma in particolare del venire verso nord dei migranti, che ha reso il progetto europeo sguarnito di soluzioni positive, concrete, a questo fenomeno migratorio spontaneo e quanto mai prevedibile (e da molti previsto già da decenni). Il venire di migranti per lo squilibrio economico tra nord e sud delle due sponde, la povertà di alcuni paesi a sud (e poi le guerre, civili e non, che in molti di essi, paesi africani o mediorientali, imperversano).

   Ma in primis manca una vera autentica collaborazione economica tra le due sponde del Mediterraneo. Se la Comunità Europea è sorta su un progetto, nel secondo dopoguerra, di mettere assieme i paesi europei in una “comunità economica del carbone e dell’acciaio” (allora produzioni importanti), adesso manca la volontà di creare un Mediterraneo unito su un progetto di riconversione ecologica, sull’utilizzo di energie rinnovabili (il solare ad esempio, cui la parte sud potrebbe dare un contributo fondamentale ai paesi della “sponda nord”, e a tutta l’Europa); ma ancor di più sulle produzioni agroalimentari, sul commercio via mare (circa il 30% del traffico commerciale marittimo ora passa per il Bacino Mediterraneo). E la sponda nord, l’Europa può “dare”, investire al Sud del Mare nostrum in reti di comunicazione (specie virtuali, internet, la fibra ottica…), in istruzione superiore…

   L’Unione europea si è già impegnata a versare 15,4 miliardi di euro per lo sviluppo regionale in Europa del sud e dell’est tra il 2014 e il 2020, però è difficile immaginare che un miglioramento economico sia un obiettivo realistico nelle zone di guerra e in aree vicine piene di tendopoli militarizzate.

FERNAND BRAUDEL, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario per lui IL MEDITERRANEO ERA UNO SPAZIO TRANSNAZIONALE, NEL QUALE LA GEOGRAFIA ERA PIÙ IMPORTANTE DEGLI EFFIMERI ACCORDI POLITICI. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni. Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo. (Max Holleran, openDemocracy , da INTERNAZIONALE, 16/4/2016, www.internazionale.it/ )
FERNAND BRAUDEL, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario per lui IL MEDITERRANEO ERA UNO SPAZIO TRANSNAZIONALE, NEL QUALE LA GEOGRAFIA ERA PIÙ IMPORTANTE DEGLI EFFIMERI ACCORDI POLITICI. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni. Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo. (Max Holleran, openDemocracy , da INTERNAZIONALE, 16/4/2016, http://www.internazionale.it/ )

   Il nostro futuro è euromediterraneo o non è. L’idea di opporre Europa e Mediterraneo in quanto spazi incompatibili, frontiere dello “scontro di civiltà”, ci porterebbe tutti al suicidio, europei e mediterranei. A cominciare da noi italiani, euromediterranei per storia e geografia ma non più, oggi, per economia e geopolitica.

   L’estensione longitudinale del Mediterraneo segna ora in maniera naturale l’inizio e la fine dell’Europa, mentre invece nell’antichità il tema ricorrente era quello di una regione mediterranea unificata da città-stato disposte a raggiera. questi micro regni commerciavano tra di loro all’interno di ampie reti, e il mare era la forza motrice che univa imperi e continenti.

   Questa dimensione regionale è stata definita “mondo mediterraneo” da Fernand Braudel, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario, ha dimostrato che il Mediterraneo era uno spazio transnazionale, nel quale la geografia era più importante degli effimeri accordi politici.

   “La descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (dal 1556 al 1598) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo”. (Max Holleran, da “Internazionale” del 16/4/2016, nell’articolo che trovate di seguito in questo post)

TREMILA MORTI IN CINQUE MESI: L’ANNO NERO DEL MEDITERRANEO - Unhcr: le condizioni di viaggio peggiorano. La rotta libica è la più pericolosa - La FREQUENZA DEI NAUFRAGI SULLE ROTTE DEI MIGRANTI si è fatta incalzante: tre, uno dopo l’altro, la scorsa settimana, e l’ultimo venerdì a Sud dell’isola di Creta, una sequenza di storie diverse che finiscono tutte NEL CIMITERO SENZA LAPIDI DEL MEDITERRANEO. Perché se è vero che, come ripetono i soccorritori, il numero degli arrivi in Italia è pressoché analogo a quello di fine maggio dello scorso anno, 47.820 contro 47.643 del 2015, sono i morti e i dispersi a balzare agli occhi di fronte alle statistiche. A oggi, tra vittime recuperate e non, il Missing Migrants Project calcola che manchino 2918 persone, 1090 in più rispetto a 12 mesi fa ma soprattutto solo 853 in meno del calcolo di fine 2015.(…..) (Francesca Paci, da “la Stampa” del 5/6/2016)
TREMILA MORTI IN CINQUE MESI: L’ANNO NERO DEL MEDITERRANEO – Unhcr: le condizioni di viaggio peggiorano. La rotta libica è la più pericolosa – La FREQUENZA DEI NAUFRAGI SULLE ROTTE DEI MIGRANTI si è fatta incalzante: tre, uno dopo l’altro, la scorsa settimana, e l’ultimo venerdì a Sud dell’isola di Creta, una sequenza di storie diverse che finiscono tutte NEL CIMITERO SENZA LAPIDI DEL MEDITERRANEO. Perché se è vero che, come ripetono i soccorritori, il numero degli arrivi in Italia è pressoché analogo a quello di fine maggio dello scorso anno, 47.820 contro 47.643 del 2015, sono i morti e i dispersi a balzare agli occhi di fronte alle statistiche. A oggi, tra vittime recuperate e non, il Missing Migrants Project calcola che manchino 2918 persone, 1090 in più rispetto a 12 mesi fa ma soprattutto solo 853 in meno del calcolo di fine 2015.(…..) (Francesca Paci, da “la Stampa” del 5/6/2016)

   Lungi dal pensare (realisticamente) di superare in questa fase storica i nazionalismi che ancora imperversano, è necessità “aggrapparsi” al progetto europeo, all’Unione Europea (sperando che resista al Brexit e a tutti i venti populisti di adesso…)(e riesca ad essere migliore di quel che è stata finora…), è da ricordare che nel 2008 l’Ue ha creato un abbozzo di federazione mediterranea, chiamata Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM), per rafforzare il commercio regionale e mettere in contatto i leader dell’Europa mediterranea con i loro colleghi africani e mediorientali

   L’UfM può essere considerata infatti un’“Unione per progetti” poiché ha come COMPITO PRIORITARIO LA REALIZZAZIONE DI PROGETTI REGIONALI DI GRANDE RESPIRO, che sono stati ricondotti dai paesi firmatari a sei linee d’iniziativa prioritarie: 1-il disinquinamento del Mediterraneo; 2-la costruzione di autostrade marittime e terrestri tra le due sponde del Mediterraneo; 3-il rafforzamento della protezione civile; 4-la creazione di un piano solare mediterraneo; 5-lo sviluppo di un’università euro-mediterranea; 6-il sostegno alle piccole e medie imprese. L’UfM può finanziare i suoi progetti facendo ricorso a diverse fonti, dagli attori privati a fondi comunitari.

Rifugiati e migranti arrivano su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo il 4 gennaio 2016 - 1.015.078, è il numero dei migranti registrato nel 2015 - 194.838, i profughi arrivati sulle coste del Mediterraneo nel 2016 - 221.370, è il picco di arrivi registrato a ottobre 2015, cifra che si è notevolmente ridimensionata nel 2016 fino ad arrivare ad un numero di immigrati inferiore a 50mila a maggio - Confrontando, mese per mese, i numeri degli sbarchi avvenuti nel Mediterraneo nel 2016 con quelli dello scorso anno, quel che emerge è un forte calo. Mentre nel primo semestre del 2015 i numeri sul fenomeno immigrazione erano in crescita, con un picco di oltre 220.000 migranti a ottobre, non si può dire lo stesso del 2016 in cui, ad oggi, si è verificata una drastica decrescita, arrivando al mese corrente a essere addirittura inferiore ai 50mila arrivi. Una decisa inversione di tendenza, quindi, che lima in parte le preoccupazioni della politica sulla gestione del fenomeno. - Tratto da Il Sole 24 ORE del 27/05/2016 - L’Onu stima in 244 milioni i migranti a livello mondiale nel 2015, il Mediterraneo non è che un microcosmo. Abbiamo assistito in questi ultimi giorni ad un nuovo dramma di oltre 700 morti annegati nell’attraversata del braccio di mare che ci separa dalla vicina Libia.
Rifugiati e migranti arrivano su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo il 4 gennaio 2016 – 1.015.078, è il numero dei migranti registrato nel 2015 – 194.838, i profughi arrivati sulle coste del Mediterraneo nel 2016 – 221.370, è il picco di arrivi registrato a ottobre 2015, cifra che si è notevolmente ridimensionata nel 2016 fino ad arrivare ad un numero di immigrati inferiore a 50mila a maggio – Confrontando, mese per mese, i numeri degli sbarchi avvenuti nel Mediterraneo nel 2016 con quelli dello scorso anno, quel che emerge è un forte calo. Mentre nel primo semestre del 2015 i numeri sul fenomeno immigrazione erano in crescita, con un picco di oltre 220.000 migranti a ottobre, non si può dire lo stesso del 2016 in cui, ad oggi, si è verificata una drastica decrescita, arrivando al mese corrente a essere addirittura inferiore ai 50mila arrivi. Una decisa inversione di tendenza, quindi, che lima in parte le preoccupazioni della politica sulla gestione del fenomeno. – Tratto da Il Sole 24 ORE del 27/05/2016 – L’Onu stima in 244 milioni i migranti a livello mondiale nel 2015, il Mediterraneo non è che un microcosmo. Abbiamo assistito in questi ultimi giorni ad un nuovo dramma di oltre 700 morti annegati nell’attraversata del braccio di mare che ci separa dalla vicina Libia.

   Cosa è stato fatto di tutto questo? Pochissimo vien da dire. Oppure riconoscere che qualcosa, sì, si è concretizzato: per esempio, a FEZ, in MAROCCO, esiste effettivamente UNA UNIVERSITÀ EURO-MEDITERRANEA e in GIORDANIA UN PROGETTO DI RETE FERROVIARIA finanziato dall’UfM. Gli ultimi dati dell’Unione stessa parlano di 33 progetti con etichetta UfM e altri 80 in fase di studio. Tra questi c’è il programma di INTEGRAZIONE della città egiziana di IMBABA, 700mila abitanti, con la capitale IL CAIRO, attraverso infrastrutture e servizi. C’è poi il programma di DE-TOSSICAZIONE DELLA COSTA della città industriale di SFAX, in Tunisia; e il progetto di sviluppo della VALLE DI BOUREGREG, IN MAROCCO. Anche se alcuni di questi progetti hanno una loro importanza, la consapevolezza del ruolo dell’UfM è quasi nulla tra le popolazioni beneficiate.

   Piccole imprese si muovono verso la sponda sud; approcci economici e culturali ci sono a volte, quasi sempre spontanei, personali, privatistici. Il progetto geografico EURO-MEDITERRANEO chiede solo di incominciare veramente, di essere “praticato”, nei mille modi che virtuosamente possono concretizzarsi.

   E’ un altro punto della politica europea che deve iniziare a decollare, superando staticità, declino, inutili e dannosi nazionalismi. (s.m.)

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LA MEDITERRANEIZZAZIONE DEL MONDO

di FRANCO FARINELLI, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016

– Non c’è un solo Mare Nostrum: ogni continente ha il suo, dal Golfo del Messico al bacino sino-malese. E in questi contesti, così fitti di relazioni, si innescano dinamiche geopolitiche ed economiche che anticipano le logiche della globalizzazione –

   È un fatto a suo modo consolatorio che il vecchio gioco delle capitali, in cui per molti si riassume l’intero sapere relativo alla geografia, abbia ancora senso, avvii ancora a comprendere come il mondo funziona. A differenza di quanto accade nell’Europa settentrionale (si pensi a Londra, Stoccolma, Helsinki, Oslo, Riga tra le altre) nel nostro Mediterraneo i capoluoghi nazionali non sono quasi mai sul mare, ad eccezione di Algeri, Beirut, Tunisi e Tripoli, promosse come esito della loro passata funzione coloniale.

   La logica territoriale mediterranea obbedisce evidentemente a un modello diverso se non opposto rispetto a quello che vale per il resto dei continenti. E proprio tale contrasto apre uno spiraglio che consente di gettare uno sguardo sulla natura della globalizzazione. Continua a leggere