Il duro inverno dell’Appennino centrale: TERREMOTO, NEVE, VALANGHE, e impreparazione agli eventi naturali (in mano all’eroismo di pochi) – Il caso dell’Hotel RIGOPIANO e il pericolo delle dighe di CAMPOTOSTO – CARTOGRAFIA e TESTIMONIANZE d’ARCHIVIO fondamentali per prevenire le catastrofi

L'HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio - Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI
L’HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio – Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI

   Tre sono i grandi rischi naturali che incombono sui nostri luoghi di vita: sismologico, idrogeologico e vulcanico. Poi, altri rischi dovrebbero essere minori, “più evitabili”, come sono le valanghe che avvengono in montagna. Alcune di esse prevenibili (evitando il disboscamento in luoghi particolari), altre nelle quali si può evitare le conseguenze, il rischio, non costruendo là dove si sa che il “fenomeno valanghe” è storicamente accaduto. E su questo ogni regione viene a studiare il fenomeno, e si dota di cartografia adatta (carte dilocalizzazione probabile delle valanghe”). E, di conseguenze, i piani urbanistici, a “caduta” dall’alto (Regione) verso il basso (i comuni) dovrebbero contenere ferrei divieti di costruire alcuna abitazione o impiant, infrastruttura di alcun genere, là dove il pericolo esiste. Ma purtroppo non è così (almeno da noi, in Italia).

Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina - "I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell'area dove sorge l'hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)" (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)
Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina – “I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell’area dove sorge l’hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)” (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)

   C’era già stata una slavina lungo la montagna dell’hotel Rigopiano, triste protagonista in questi giorni della sua drammatica sepoltura sotto una coltre di neve e detriti, costata la vita a 29 persone. C’era stata una valanga su un versante attiguo, lungo quella stessa valle, a poca distanza, dentro lo stesso quadro morfologico. Lo rivela il Catasto delle valanghe dell’Abruzzo, un vero e proprio database che mette in rete fonti di archivio, dati ufficiali e testimonianze dirette per avere una mappatura specifica di questi fenomeni sul territorio.

I lavori di soccorso all'hotel: 11 persone sono state salvate.
I lavori di soccorso all’hotel: 11 persone sono state salvate.

   La Mappa Geomorfologica dei bacini idrografici della Regione Abruzzo, segnala addirittura che l’albergo stesso sarebbe stato costruito su vecchie colate di detriti, probabilmente conseguenza di antiche slavine non documentate.

Il disastro dell'Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell'Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da www.meteoweb.eu )
Il disastro dell’Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell’Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da http://www.meteoweb.eu )

   Le mappe identificano le aree di rischio, non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto su alcune caratteristiche specifiche del terreno a cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. Ma allora, perché si è lasciato fare, si è lasciato ristrutturare quell’albergo? (leggete, come risposta,  l’articolo in questo post “La seconda Marcinelle d’Abruzzo: IL DESTINO DELL’HOTEL DI RIGOPIANO” di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 22 gennaio scorso).

ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) - Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.
ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) – Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.

   Pertanto se non si può prevedere «quando» arriveranno nuovi terremoti, gli studi sul nostro passato e le strumentazioni di oggi sono però in grado di ipotizzare «dove» arriveranno. E lo stesso accade per le valanghe: sapere quando la valanga cadrà è magari difficile, però sapere dove cadrà, dove scenderà, invece è abbastanza semplice: dove è già caduta le altre volte.

ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da www.aineva.it) - Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)
ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da http://www.aineva.it) – Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)

   Vi invitiamo a leggere gli articoli e le testimonianze raccolte in questo post per farvi un’idea di quali possano essere i rimedi a impreparazioni e superficialità, affinché sempre più si evitino inutili catastrofi (con sacrificio di vite umane). (s.m.)

HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE
HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE

……………

LA MEMORIA DELLA MONTAGNA

di Paolo Cognetti, da “la Repubblica” del 21/1/2017

– Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Ed è la forma del paesaggio a dimostralo. I nostri antenati non hanno mai costruito in una zona dove i loro ricordi e la loro capacità di osservare il terreno sconsigliavano di fare –

   Per i montanari non c’è niente di misterioso in una valanga. La gravità è la legge del loro mondo: l’acqua, la terra, le pietre, la legna, vanno dall’alto verso il basso, questo è il moto naturale di ogni cosa e lo stesso succede alla neve, che durante le grandi nevicate si accumula sui pendii finché pesa troppo e scivola giù. QUANDO? È LA PRIMA DOMANDA.

   La risposta è difficile perché non conta solo il peso della neve, ma anche l’inclinazione e l’attrito della montagna. Il bosco dà molto attrito, la pietraia poco, l’erba secca dell’inverno ancora meno. Se giorni di gelo hanno prodotto uno strato di ghiaccio sul terreno, e poi su quel ghiaccio ha nevicato molto, allora la montagna diventa uno scivolo da cui viene giù tutto.

   Il distacco non è graduale ma improvviso quando un certo limite viene superato, e ha il rumore di una frattura: per il peso della neve, o il calore del giorno che la scioglie alla base, o una scossa della montagna.

   Questi non sono eventi straordinari, sono misurabili e prevedibili: nel caso del Rigopiano una nevicata di quelle che ogni tanto arrivano, e le scosse sismiche che sul Gran Sasso si ripetono da mesi. Allora in alto, sui pendii spogli e ripidi, un banco di neve si stacca, scivola giù e prende velocità e volume, diventa una valanga così potente da sradicare gli alberi, trascinare i massi e sollevare la terra. In basso, all’albergo, arriva anticipata da un vento improvviso, il “soffio della valanga” che è la massa d’aria spostata dalla massa di neve, e alle spalle si lascia un solco scuro, l’erba e le rocce che riaffiorano dopo che la montagna si è liberata di quel peso.

   La neve che su in alto era morbida, neve fresca appena scesa dal cielo, è stata pressata nella caduta e giù in basso, sulle macerie e sui cadaveri, è ghiacciata e dura come cemento. Anche per questo ha creato delle stanze e per fortuna, tra quei muri di neve, qualcuno si è salvato.

   Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Se si osserva il fianco della montagna, si vede che è fatto a sporgenze e rientranze più o meno verticali che dalla base salgono fino in cima. Le sporgenze sono i crinali, le creste, i costoni, le morene, i contrafforti; le rientranze sono i colatoi e i canaloni.

   La montagna non è nata con questa forma all’inizio dei tempi, è stata scavata dall’acqua, dal ghiaccio e dalla neve. Se fosse una casa con un tetto quegli avvallamenti sarebbero le grondaie, e infatti è lì che scorrono i torrenti. E naturalmente è per di lì che scendono le slavine: la neve che si stacca e cade è come invitata a prendere quella strada. Dire che la base di un canalone non è a rischio di slavina è come dire che il letto di un fiume asciutto non è a rischio di alluvione, solo perché da tanti anni nessuno ha più visto l’acqua.

   In montagna ci sono valanghe che vengono giù puntuali tutti gli inverni, nello stesso canalone, dopo ogni nevicata. Lasciano scie visibili anche d’estate, piste in mezzo al bosco dove non fanno in tempo a crescere gli alberi. Altre valanghe cadono solo negli inverni più nevosi, e allora per qualche anno nei canaloni si trovano arbusti e alberelli, spesso piegati verso il basso.

   Altre ancora vengono giù ogni cinquanta o sessant’anni, magari. Non tempi geologici, tempi commensurabili alla vita umana. In quei cinquanta o sessant’anni, sulla scia della valanga, è cresciuto un giovane bosco, e sulle pietre trascinate giù si è accumulata terra ed è cresciuta l’erba, ma a guardar bene i segni si vedono sempre: quello è il canalone, quelli i detriti della valanga. È rarissimo, così raro che io non ne ho notizia nella mia montagna, che una valanga cada dove non è mai caduta prima. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo.

   Così come non ho mai sentito che una valanga colpisca delle antiche case. Sono sempre edifici moderni, costruiti dove una volta c’era poco o nulla. I montanari sceglievano i posti per le case e i villaggi con criteri molto precisi, che non avevano a che fare con la divinazione: piuttosto con la memoria e l’osservazione. Serviva l’acqua, serviva il sole, e serviva un posto al sicuro dalle valanghe. Lì si può costruire e lì no, per chi abita in montagna è un sapere che passa insieme alla lingua, ai nomi delle cose. Oppure si costruivano alpeggi per l’estate in luoghi poco sicuri d’inverno, si correva il rischio sapendo di andare via alla prima neve: il peggio che poteva capitare era trovare la stalla danneggiata o distrutta in primavera. Ma non moriva nessuno.

   Penso che i morti del Rigopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso, non attento e non saggio, di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa. (Paolo Cognetti)

– Paolo Cognetti, milanese, classe 1978, è uno scrittore con la montagna nel cuore. Come dimostra il suo ultimo romanzo Le otto montagne, uscito a fine 2016 per Einaudi, in via di traduzione in trenta paesi. Per la stessa casa editrice ha curato l’antologia New York Stories (2015). Tra i suoi libri precedenti New York è una finestra senza tende (Laterza, 2010) –

………………………..

campotosto-rigopiano

LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da "la Repubblica" del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C'È il secondo bacino più grande d'Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è 'L'EFFETTO VAJONT'». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l'ENEL, che gestisce l'infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (...) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) - Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d'Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d'Europa. Situato interamente in provincia dell'Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L'Aquila, a un'altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell'ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).
LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da “la Repubblica” del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C’È il secondo bacino più grande d’Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è ‘L’EFFETTO VAJONT’». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l’ENEL, che gestisce l’infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (…) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) – Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d’Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d’Europa. Situato interamente in provincia dell’Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L’Aquila, a un’altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell’ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).

…………………………..

LA CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE Continua a leggere

IMMIGRATI: UN PUNTO DI SVOLTA? Una SCELTA realistica di LIMITAZIONE ma di INTEGRAZIONE, oppure una reazione populista, considerando IMMIGRAZIONE UGUALE a ILLEGALITÀ e TERRORISMO? – Il caso dei 1500 migranti ammassati nel Centro di CONA (Venezia) e la possibile accoglienza diffusa

CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l'autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell'Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento
CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l’autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell’Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento

   E’ un caso nazionale la rivolta del 2 gennaio scorso dei profughi nel Centro di accoglienza (CDA) di Cona (paese di 3.000 abitanti nella parte sud della provincia di Venezia, ben più vicino a Rovigo, al Polesine, che a Mestre-Venezia). Il CDA è in un’ex base militare (missilistica) collocata in una delle sparse 11 contrade-frazioni di Cona, in quella che si chiama Conetta, di soli 190 abitanti.

   E nel Centro di accoglienza di Conetta molti denunciavano da tempo le condizioni di vita disumane del campo, così com’è circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori sono stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee nelle quali sono state ammassate le brande per dormire. A Conetta pertanto c’erano già state delle proteste, anche da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici, e della scarsità dei pasti.

SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata
SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata

   La rivolta iniziata nel primo pomeriggio del 2 gennaio, con il sequestro da parte degli immigrati degli operatori del Centro, è andata avanti fino all’una di notte Ed è scoppiata a seguito della morte, per cause naturali, di una profuga di 25 anni, della Costa d’Avorio, SANDRINE BAYAKOKO. Le trattative portate avanti dalla polizia per arrivare alla liberazione dei 25 operatori che si erano rinchiusi in una struttura prefabbricata del campo, hanno avuto buon esito verso l’una di notte. La protesta dei profughi poi è proseguita nella mattinata, chiedendo da parte di un gruppo di profughi di far entrare i giornalisti nella base di Cona per mostrare le loro condizioni di vita. Ma l’accesso è stato impedito.

   Sulle abnormi condizioni di vita dentro a questo Centro (1500 migranti, in una struttura in grado di accoglierne dignitosamente non più di 200; e oltre al sovraffollamento, in situazione con acqua fredda, bagni insufficienti, poco cibo…), sulla disastrosa condizione del Centro nessuno è in grado di smentire, di non essere d’accordo. C’è pure stata “un’incursione”, tempo fa, di un giornalista del Corriere del Veneto (Andrea Priante), che è riuscito a infiltrarsi dentro al Centro come operatore della cooperativa «Ecofficina» che gestisce la struttura («lavoro sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento è in voucher: 200 euro alla settimana….3 euro e 70 centesimi l’ora….»… «…otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri…uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani…A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox….» (questa parte della testimonianza del giornalista).

Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)
Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)

   Pertanto Cona è come tutte le strutture per immigrati di questo genere: quasi sempre non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo; e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   La morte nel Centro di accoglienza di Cona di Sandrine, e le proteste dei richiedenti asilo, hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive. Altri invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni.

   Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane. In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo perché gran parte dei comuni, delle amministrazioni locali, si rifiutano ad accogliere migranti: a volte per ragioni condivisibili di difficoltà vera, a volte (spesso), per assecondare le ritrosie all’accoglienza della cittadinanza. Questo rifiuto dei comuni impedisce così una distribuzione dell’accoglienza di tipo diffusa, assai meno problematica e più gestibile. Va da se che i mega-centri di accoglienza, portano a un sistema finanziario regolato complessivamente da decine di milioni di euro all’anno. E questo finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN'ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com - Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie")
DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN’ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com – Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”)

   Evidente pertanto che l’unica possibile alternativa è (sarebbe) la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza, e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal “Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati”. E’ comunque questa, adesso, la volontà politica e amministrativa del nuovo piano messo a punto tra Ministero dell’Interno e Anci Nazionale.

   Se pertanto il Governo (con il consenso dell’Anci nazionale, l’associazione dei comuni…) decidono per andare verso l’accoglienza diffusa, dall’altra lo stesso governo, per parte sempre del Ministro dell’Interno (Minniti), con il capo della Polizia Gabrielli, hanno annunciato, alla fine dell’anno (pertanto poco prima dell’episodio di Cona) il rilancio dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), uno per regione, che dovranno arrivare in tutto alla capienza di 1600 posti complessivi. La ripresa dei CIE (Centri di espulsione) denota un atteggiamento più duro “a prescindere” verso ogni forma di migrazione (di profughi da guerre o economici) (non che i CDA non ammettano l’espulsione, più del 60% non vengono accolti, ma il discorso diventa “più duro”, si guarda ancora meno il motivo della migrazione…). E’ anche così (e dalle dichiarazioni che vengono fatte) che lo sviluppo dei CIE fa percepire l’idea che si crei UN COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO.

da Ansa
da Ansa

   Cose invece del tutto separate (immigrazione e terrorismo), ma che certamente esistono nella percezione popolare, in quella dei gruppi politici e culturali che cavalcano la cosa (appunto: immigrazione uguale terrorismo), e ora pare che ci sia un adeguarsi “governativo” (elettorale?) a questa percezione di immigrazione che causa terrorismo. Infatti il Ministro dell’interno e il Capo della polizia, parlano, in questo contesto, si voler raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila (su che base oggettiva si stabiliscono precedentemente queste cifre?…).

   Un inasprimento sul fenomeno migratorio è dato sicuramente da paura, dal rischio di non riuscire a controllare lo stesso fenomeno; in una situazione nazionale, europea, mediorientale, africana… globale… caotica (a dir poco).

Dentro il CPA di Cona
Dentro il CPA di Cona

   Che dire? Si va così che da episodi di solidarietà estrema (i salvataggi in mare, il volontariato mobilitato…), ad altri di linea dura anche quando non serve, non ha ragione di esserci (migranti a volte integrati, che parlano italiano, che si vedono respingere la domanda di permesso di soggiorno…). E situazioni di contrasto create da chi cavalca la situazione (e le preoccupazioni, sincere, dell’opinione pubblica), proponendo soluzioni drastiche (muri, espulsioni, abbandono dei salvataggi in mare…).

   Contesti (le migrazioni dall’Africa in particolare) che richiederebbero autorevolezza, fermezza, ma anche ragionevolezza, comprensione, solidarietà. Nella trattazione complessiva del problema dei migranti da sud a nord ci sono situazioni complesse che avrebbero (hanno) bisogno di risposte concrete e vere. Ad esempio: a) creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, b) organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, c) concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro, evitando richieste di asilo improprie), d) rimpatri volontari assistiti; e) verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali, attuando anche ricerche su identità e provenienza degli immigrati), f) produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine…. Tutte cose che poco si fanno, e si rischia di tappare i buchi, un poco con umanità, un poco con disumanità, tanto con incertezza e disagio. (s.m.)

………………………..

LA VITA NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA

AMMUCCHIATI AL GELO COME BESTIE MENTRE ALTRI CI GUADAGNANO MILIONI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– La testimonianza di un giornalista del Corriere del Veneto “infiltrato” nella struttura di Cona: «Uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria» – Continua a leggere

GRANDI OPERE IN CRISI: il caso della “Superstrada Pedemontana Veneta” – La NUOVA POLITICA GOVERNATIVA DELLE OPERE SALVA-VITA, come la DIFESA DEL SUOLO e la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI – Non si finanziano più opere inutili – LE POSSIBILITÀ DATE DAL “PROJECT REVIEW”

L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno - Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di "PROJECT REVIEW". – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW
L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”. – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW

   Tra i tanti cantieri incompiuti di Grandi Opere irrealizzate, ce n’è uno in Veneto che suscita sgomento e dolore, per lo scempio ambientale fin qui perpetrato e che rischia di rimanere tale per sempre. Parliamo della “Superstrada Pedemontana Veneta” (SPV): 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e mezzo di euro necessario per completare l’opera (ora si dice che è realizzata al 30%, ma a noi sembra molto meno), perché nessuno finanzia un progetto fallimentare (i flussi di traffico finora fatti erano gonfiati per far vedere che la realizzazione della SPV era appettibile…).

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera

   E, sperando che come sempre accaduto lo Stato mandasse soldi a pioggia per finire la SPV, questa speranza è andata delusa (finalmente! …il ministro preposto Delrio ha detto che lo Stato ha finito di essere un bancomat!). Ve ne diamo conto degli ultimi sviluppi negli articoli della stampa veneta che proponiamo in questo post, assai interessanti perché riguardano un nuovo modo di pensare il territorio, quelle che sono le esigenze vere di “messa in opera”, di “artificio umano” realizzabile. Che non può più essere quello di dirottare immani risorse di tutti su progetti inutili, sacrificando inutilmente il territorio, l’ambiente, e invece virtuosamente concentrare ogni sforzo nell’intervento pubblico per opere veramente necessarie.

IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo - “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI. «Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio - ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016
IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo – “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI.
«Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio – ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016

   E’ pur vero che le grandi opere di collegamento, come l’alta velocità ferroviaria, sono ancora in gran parte finanziate e “volute”, restano nei programmi statali, seppur prive di un serio attuale esame preventivo di verifica se servono o meno (e continuano ad avere a disposizione risorse ingenti).

   I soldi previsti e messi in bilancio per l’Alta velocità ferroviaria, per le varie nuove “superstrade-autostrade”… (per non parlare del fantasma del Ponte sullo Stretto, che appare-scompare a brevi cicli storici…); o per progetti incredibilmente costosi e che si stanno verificando fallimentari nella funzionalità, come la paratìe mobili (progetto MOSE) nella laguna di Venezia che avrebbero il compito di difendere la città lagunare dai fenomeni straordinari (solo quelli) dell’acqua alta, ebbene questa massa enorme di denaro speso e buttato al vento per la maggior parte dei progetti di grandi opere, ora sembra si cominci a capire che così non va.

   Forse, speriamo, sta prendendo piede una nuova filosofia politica (ne va merito al governo degli ultimi due anni) che dice “basta” agli sprechi, e parla per la prima volta della volontà di investire nelle cosiddette OPERE SALVA-VITA, quelle che dovrebbero PREVENIRE alluvioni, frane, crolli di edifici, incidenti ferroviari…. E finora è andata che ci sono state “zero risorse”, o quasi, per queste cose, per interventi come la DIFESA DEL SUOLO o la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” - TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” – TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4

   «Opere utili, snelle e condivise», è lo slogan del Def 2016 (il “Def”, Documento di Economia e Finanza, è il principale strumento con cui in Italia si programmano l’economia e la finanza pubblica, come spendere i soldi pubblici nell’anno a venire, questo 2017, e anche i seguenti per le opere a costi pluriennali). «Opere utili, snelle e condivise»… MA SARA’ VERO? Alcune grandi opere, ad avviso dei più, inutili e costosissime, pur dimezzate dal novero di quelle prioritarie, sono rimaste, soprattutto quelle ferroviarie del valico appenninico e delle gallerie transalpine, di prolungamento dei corridoi europei, e quelle per l’Alta velocità al Sud. Pertanto è da vedere se una svolta di REVISIONE effettiva ci sarà veramente.

Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da www.ingegneriverona.it )
Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da http://www.ingegneriverona.it )

   Un segnale interessante, sul metodo da applicare, può essere dato da quel che è accaduto con l’ultimo cantiere della “Salerno Reggio-Calabria” (la A3), cioè la messa in pratica della cosiddetta PROJECT REVIEW: Che cos’è la project review?

   Il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, dell’aprile 2016 prevede appunto la cosiddetta PROJECT REVIEW, che è una disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Rendere cos’, con il project review, queste opere, spesso sovradimensionate, adatte al tempo presente e futuro, più fattibili e funzionali, meno costose, meno problematiche per l’ambiente in cui si inseriscono.

   Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW. E ad esempio sulla “Salerno – Reggio Calabria” finalmente nel dicembre (2016) si sono terminati i lavori (ora si chiama “Autostrada del Mediterraneo”), sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443), e sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”.

SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI
SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI

   Tornando all’incipit delle «Opere utili, snelle e condivise» come slogan del Def 2016, viene data per la prima volta certezza di risorse pluriennali al riassetto idrogeologico, all’edilizia scolastica e alla manutenzione stradale e ferroviaria. Così il governo sembra voler dare una risposta a due grandi obiettivi: da una parte collegare l’Italia, dall’altra metterla in sicurezza.

   Dei 4,3 miliardi di euro di sforamento del patto di stabilità concessi da Bruxelles nel bilancio di previsione per il 2017 per finanziare le opere pubbliche, la parte del leone (circa la metà) la fanno TRASPORTI e BANDA LARGA per velocizzare Internet, mentre solo il 5% va alla protezione ambientale. Se poi restringiamo il campo ai progetti effettivamente in corso (2,6 miliardi) quasi il 40% va alle reti transeuropee con dentro i famosi corridoi ferroviari.    Pertanto niente di entusiasmante. Qualcosa comunque c’è come fondi per i cantieri minori e spesso più urgenti. L’Ance calcola in 900 milioni la disponibilità 2016 per l’edilizia scolastica e in 800 quella contro il rischio idrogeologico. C’è chi fa notare però che bisognerebbe concentrarsi quasi esclusivamente sul quel tipo di infrastrutture, di opere, le “opere salva-vita”, perché rispetto alle “opere di collegamento” presentano carenze infinitamente maggiori, e assoluta urgenza.

   E poi c’è tutto il capitolo della DIFESA DEL SUOLO e alla impari lotta contro le catastrofi. Nei primi quindici anni del nuovo millennio abbiamo avuto ben DUEMILA CASI DI ALLUVIONI che hanno spezzato 293 vite umane e provocato danni per 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. Dall’altro, l’impegno dello Stato per il riassetto idrogeologico che non è andato oltre i 400 milioni annui.

LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA - “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)
LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA – “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)

   Parassitismi, interessi contrari alla collettività, scandiscono ancora purtroppo i tempi del rifiuto ad abbandonare la logica di “grandi opere” non verificate nella loro utilità; e per quel che serve veramente i tempi e i finanziamenti delle opere saranno ancora difficili e lenti (mentre torrenti e frane non aspettano).

Rinunciare coraggiosamente ad alcune “grandi opere” (o applicare drastici project review) per dare più spazio alle infrastrutture salva-vita, è necessità vitale per guardare al futuro con più speranza. (s.m.)

…………………………..

GRANDI OPERE, QUALI OPPORTUNITÀ E QUALI RISCHI

di ANNA DONATI, 30/12/2016, da SBILANCIAMOCI-INFO

(http://sbilanciamoci.info/ )

– I fatti dimostrano che le “grandi opere” solo occasionalmente producono utilità sociale. Un convegno della Fondazione Basso e della Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Continua a leggere

Il RAPPORTO BES 2016 (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT denuncia L’AUMENTO DELLA POVERTA’ e delle DISEGUAGLIANZE (intergenerazionali, tra gruppi sociali, territoriali) – RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI: come fare per garantire a tutti un giusto benessere e superare il degrado urbano

“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.” ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da www.blastingnews.com/
“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.”
ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da http://www.blastingnews.com/

 

Giunto alla quarta edizione, il RAPPORTO BES (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Questo 12 domini sono:

01. Salute
02. Istruzione e formazione
03. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
04. Benessere economico
05. Relazioni sociali
06. Politica e istituzioni
07. Sicurezza
08. Benessere soggettivo
09. Paesaggio e patrimonio culturale
10. Ambiente
11. Ricerca e innovazione
12. Qualità dei servizi

 

   Il RAPPORTO BES (Benessere Equo e Solidale) 2016 dell’ISTAT (reso pubblico il 14 dicembre scorso) offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese. E ci fa capire, molto di più dell’assai criticato PIL (prodotto interno lordo), quale è la situazione dell’Italia, cioè se c’è una tendenza positiva da un punto di vista sociale (cioè i poveri diminuiscono), ambientale (la qualità del vivere) o se invece le cose peggiorano. Diciamo subito che le cose non vanno bene.

immagine-copertina-rapporto-bes-istat-2016

   Da un punto di vista del metodo di analisi di questi fenomeni sociali che fanno parte della nostra vita, della nostra Comunità, sembra che ci siano parametri nuovi, più allargati e approfonditi per capire quel che sta accadendo. Infatti quest’anno il “Rapporto Bes” si lega a due importanti novità:

1- l’inclusione degli INDICATORI di benessere equo e sostenibile tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016 (gli indicatori li trovate specificatamente rappresentati qui sopra).

2- l’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei 17 OBIETTIVI (SDGs, Sustainable Development Goals, nell’acronimo inglese), con i quali vengono delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni (vedi qui sotto quali sono i 17 obiettivo dell’Onu). INDICATORI DELL’ONU CHE IL RAPPORTO BES FA PROPRI.

   Bene che l’Istat abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, e inoltre ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite su obiettivi generali globali.

……

infografica-istat

LE TENDENZE DEL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE RISPETTO AL 2008 – Infografica interattiva sul peggioramento e miglioramento di alcuni indicatori del benessere rispetto al 2008

……

   E’ così che ci si viene a dare delle linee reali, un po’ più chiare, di programmazione, di “obiettivo”… per capire dove le cose non vanno e trovare soluzioni per migliorarle. Ed è interessante che gli indicatori siano vari ma precisi (dal lavoro alla salute, dall’ambiente di vita alla qualità dei servizi…). E che il tutto abbia una visione allargata al mondo: cioè si guarda a quelli che sono gli obiettivi dell’Onu validi e da tenere in considerazione in ogni parte del pianeta, dell’umanità (esempio: ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, favorire un uso appropriato dell’ecosistema, promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti….. etc.)

   E si viene a sapere che per il nostro Paese (in base a questi indicatori interni e obiettivi generali) le cose non vanno bene: la QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 MILIONI e 598 MILA PERSONE, a seguito in particolare dell’aggravarsi della condizione delle coppie con figli e delle famiglie di stranieri.

Giovani e lavori precari. LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D'OCCHIO (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)
Giovani e lavori precari. “LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO” (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)

   C’è un aumento molto forte delle disuguaglianze. Che disuguaglianze? Soprattutto di tre tipi: a) quelle INTERGENERAZIONALI, b) TRA GRUPPI SOCIALI, e c) TERRITORIALI.

   A proposito di queste ultime (le Territoriali) non riguardano solo l’acuirsi della crisi sociale nel SUD d’Italia, ma ci sono aree del Nord che non stanno per niente messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città. Tra le “diseguaglianze fra generazioni” queste in particolare riguardano il fatto che specie per i giovani manca il lavoro. E qui va sottolineato come l’elemento principale del DISAGIO ECONOMICO (giovani e non) è appunto legato alla DIFFICOLTÀ per famiglie e individui A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO.

   Sono peraltro temi che si pongono all’attenzione collettiva pure nel resto dell’Europa e stanno mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi (e negli Stati Uniti ha vinto Trump, che ha cavalcato “bene” questo disagio).

crisi e miserie crescenti
crisi e miserie crescenti

   Par di capire comunque, per l’Italia, che l’estensione della povertà è data da fenomeni diversi che si incrociano, e che rendono una disunione assai forte di un “sistema Paese” che si possa dare linee di sviluppo presenti e future efficaci. Si va dai giovani che non trovano lavoro (e questo è forse il maggior problema, cioè la drastica riduzione del lavoro); poi dalle famiglie con figli in forte difficoltà; dalle famiglie di immigrati (che connettono queste ultime i due precedenti problemi citati: cioè il lavoro calato drasticamente con quello dell’avere figli che costano molto per mantenerli dignitosamente); e poi ci sono le diversità territoriali, con un degrado urbano, specie nelle periferie delle città, che tende a crescere sempre più….

   Segnali di reazione locale e mondiale che si vedono, per ora sono solo di protesta, mentre il sistema generale (la politica, l’economia, la cultura) sembra incapace di “fare un salto di qualità” e dare slancio e una ripresa.

   Perché forse “questa ripresa” non è ancora identificabile su cosa e come dev’essere. Cogliamo il punto qui per sottolineare che, a nostro avviso, ancor più della “crisi del lavoro” può far paura ed essere un problema il “LIMITE DELLE RISORSE”: non ci sono risorse sufficienti a far vivere con parametri occidentali di consumo, per ora i 7 miliardi di persone del pianeta, e in breve tempo saranno ben di più.

LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell'aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri
LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri

   Giova ricordare che questi fenomeni già nel 1972 (quasi 45 anni fa) qualcuno li aveva individuati (IL CLUB DI ROMA, un’associazione nata nel 1968 da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti che si erano ritrovati la prima volta a Roma), rilevando come crescita demografica eccessiva, limite delle risorse, produzioni industriali, inquinamento dell’aria e delle acque…. siano contesti che il nostro pianeta non può sopportare.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana

   Ora noi pensiamo che una revisione dei nostri consumi, una riconversione ecologica, un rivedere i nostri modi di vita… (chiamiamo la cosa come vogliamo) sia necessità non più procrastinabile. Ma nessuno lo dice (e lo pensa, a parte forse qualche “élite” di studio, politica, economica…), e questo silenzio è un problema. Pertanto forse il “nodo” vero è il “cambiare il modo di vita”, per un superamento dell’attuale crisi di sistema dei paesi occidentali (e più che mai del “nostro”) (s.m.)

…….

I DICIASETTE OBIETTIVI DELL’ONU SONO:

Obiettivo 1 | xls | pdf | Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo

Obiettivo 2 | xls | pdf | Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Obiettivo 3 | xls | pdf | Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età

Obiettivo 4 | xls | pdf | Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti

Obiettivo 5 | xls | pdf | Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Obiettivo 6 | xls | pdf | Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Obiettivo 7 | xls | pdf | Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Obiettivo 8 | xls | pdf | Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

Obiettivo 9 | xls | pdf | Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

Obiettivo 10 | xls | pdf | Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

Obiettivo 11 | xls | pdf | Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili

Obiettivo 12 | xls | pdf | Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

Obiettivo 13 | xls | pdf | Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Obiettivo 14 | xls | pdf | Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Obiettivo 15 | xls | pdf | Favorire un uso sostenibile dell’ecosistema, gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità

Obiettivo 16 | xls | pdf | Promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli

Obiettivo 17 | xls | pdf | Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

…………………..

ASSEGNO PER I POVERI, SPINTA DEL GOVERNO: «UN MILIARDO AL REDDITO D’INCLUSIONE»

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– Effetto crisi. Prima della crisi gli indigenti erano 1,6 milioni. Ora sono saliti a quota 4,7 milioni – II governo Renzi ha varato lo scorso febbraio un disegno di legge delega per l’introduzione del reddito nazionale di inclusione. – Obiettivo: raggiungere 250mila famiglie con minori in condizioni di povertà assoluta. Il ddl è stato approvato alla Camera e ora è all’esame del Senato. – Continua a leggere

ANCORA TERREMOTO nell’Appennino centrale: SALVARE il SALVABILE, un PATRIMONIO DIFFUSO non recuperabile com’era prima – il “Centro” non può farcela a RESTAURARE beni naturalistici, architettonici, artistici che erano “sistema” di ineguagliabile bellezza – Servirà l’aiuto di privati, dell’Europa, del mondo

LA BASILICA DI SAN BENETTO A NORCIA, prima dell'inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
LA BASILICA DI SAN BENEDETTO A NORCIA, prima dell’inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre

   Il terremoto, con la scossa di domenica mattina (magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, che era il terremoto dell’Irpinia) non ha fortunatamente causato nessuna vittima. E questo è un dato confortante: possiamo parlare dei tragici danni senza nel cuore avere vittime insensatamente sacrificate all’evento catastrofico quale è sempre il terremoto.

   Alla scossa del 24 agosto con 297 vittime, e dopo centinaia e centinaia di altre di assestamento, e poi alle tre forti scosse del 26 ottobre (magnitudo 5,4, 5,9 e 4,6) il colpo di grazia alle abitazioni, alle chiese, alle strade che si inerpicavano in centri spesso non facili da raggiungere, ebbene questa scossa delle 7.40 del mattino di domenica 30 ottobre, con epicentro vicino a Norcia, ha buttato giù quel che restava in piedi pur pericolante, e ha portato alla disperazione, al pessimismo chi vive in quei luoghi.

MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016
MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016

   Pur con il sollievo, dicevamo, che non ci sono state vittime. E ora gli abitanti sono costretti a malincuore ad accettare la proposta di andarsene sugli hotel della costa marchigiana o sulle rive del lago Trasimeno, fin che non saranno approntati container adatti all’inverno appenninico.

   E intanto il mondo ha visto che tutto un territorio diffuso di ineguagliabile bellezza è stato distrutto: cattedrali, chiese, palazzi, abitazioni di valenza architettonica di pregio, strade storiche…tutto!).

Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie - LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) - La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da www.centroturistico.it/ )
Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie – LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) – La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da http://www.centroturistico.it/ )

   E’ così che II terremoto colpisce l’Italia più fragile, cioè quella dorsale dell’Appennino centrale, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Luoghi pieni di storia e tradizione, di santi e ordini religiosi, di pittori e poeti, tra Umbria e Marche. Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, quasi sempre di grande pregio, con centri storici, palazzi comunali, chiese, campanili, abitazioni antiche, viottoli medioevali, piazze… tutto di grande valore. Patrimonio non solo delle popolazioni locali, ma di tutti, del mondo intero, e di ciascuno di noi che bene o male qualche volta lì ci siamo stati, e ciascuno conserva quasi sempre visioni e ricordi positivi.

   Ebbene, tutto fa sembrare che quel patrimonio di “territorio diffuso” così di grande valore, sia andato perduto. O almeno in buona parte, sulle tracce di quei borghi e paesi così fortemente colpiti dai terremoti a seguire che si sono stati da agosto a ottobre (e non osiamo pensare che possa accadere ancora…).

La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da www.meteoweb.eu)
La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da http://www.meteoweb.eu)

   Realisticamente è da credere che, pur se ci sarà un impegno massimo per ripristinare quanto possibile, ristrutturare i manufatti (abitazioni, chiese, palazzi) nel migliore dei modi per farli ritornare a com’erano prima, ebbene noi pensiamo che non sarà del tutto realizzabile. Cioè abbiamo perso per sempre una buona parte di un paesaggio dell’Italia Centrale, dell’Appennino, che neanche il miglior restauro possibile potrà riportarlo all’origine. Questo perché non ci sono solo manufatti danneggiati più o meno rovinosamente (si è fatta una stima che possono essere cinquemila, ma a noi sembra una sottostima…), ma è un INSIEME che è stato colpito dal terremoto….Luoghi, interi territori…. E NON TUTTO SI PUO’ RICOSTRUIRE.

   Se prendiamo la Valnerina, con i suoi borghi, chiese, piazze… il valore è complessivo e non dei singoli palazzi o chiese che, peraltro, tutte, è assai difficile che saranno ripristinate all’antico valore: ci vogliono mezzi ingenti, e a volte non basta, lo sbriciolamento delle pietre e dei dipinti vanificano ogni virtuoso restauro.

Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre
Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre

   Così è probabile che ci si concentrerà di più sul riportare (giustamente) la popolazione alle proprie abitazioni (ma quanti anni ci vorranno!), e sui LUOGHI SIMBOLO. Subito è da pensare alla basilica di San Benedetto a Norcia, e Norcia si identifica con la sua piazza che fa un tutt’uno con la basilica, e per questo si cercherà di recuperarla. Un’impresa peraltro non facile: non si tratta qui solo di adottare un “metodo Friuli” come è stato fatto con il duomo di Venzone che nel 1976 ha portato alla numerazione delle pietre per poi ricostruire esattamente com’era prima quella chiesa. A Norcia e negli altri paesi e borghi colpiti ci sono state ripetute scosse dal 24 agosto in poi, e siamo in presenza di sbriciolamenti, di polvere…. E anche il più mirabile restauro conservativo non rappresenterà mai “la verità” di com’era veramente la Chiesa prima.

   Pertanto è da procedere con un realistico progetto di SALVARE IL SALVABILE, recuperando sì i materiali dove è possibile nella ricostruzione, ma con la cognizione che non tutto è rimediabile, non tutto si può ricostruire, restaurare. Forse (ma è solo un’ipotesi) se dopo la scossa, il 1° terremoto del 24 agosto, se subito certe chiese e campanili fossero stati messi in sicurezza, pur provvisoriamente, forse non sarebbero crollati definitivamente il 30 ottobre.

Dopo il terremoto del 30 ottobre
Dopo il terremoto del 30 ottobre

   C’è poi da dire che il sistema italiano del beni artistici, il Ministero apposito, e tutta la struttura che dovrebbe farsi carico della grande opera di restauro, in Italia è cosa fragilissima (più delle chiese e manufatti colpiti dal sisma…). E men che meno l’istituzione di un commissario straordinario. Mai e poi mai saranno in grado di affrontare, questa sì, una UTILE GRADE OPERA di ripristino dei beni artistici, delle abitazioni storiche, del paesaggio umbro-marchigiano appenninico colpito dal sisma.

   Allora, che fare? Cosa sperare? Noi pensiamo che solo “RISORSE ALTRE” sarebbero in grado di mettere in moto una grande virtuosa operazione di ripristino della bellezza di quei territori. Un coinvolgimento di sponsor PRIVATI che possano dare al questo progetto parte dei proventi avuti dalle loro attività, senza avere nulla in cambio. Oppure anche un’EUROPA, come istituzione positiva che possa credere di intervenire su un luogo che le appartiene ed è patrimonio dell’umanità… ASSOCIAZIONI CULTURALI di rilievo e credibili, private e pubbliche, INDUSTRIE, GOVERNI europei ed extraeuropei che adottano un luogo, un’opera artistica, un palazzo da far tornare come prima, PRIVATI incentivati a ricostruire case, strade e luoghi…. Insomma un sistema che si mette in moto oltre ogni intervento del singolo governo italiano, o delle regioni interessate, dei commissari nominati….

Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).
Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).

   E’ da far capire che la suddivisione in singole regioni come sta avvenendo, nel pensare che beni artistici e paesaggi meravigliosi siano di “proprietà” di una nazione (che quasi sempre per la loro conservazione ha fatto più male che bene, promuovendo speculazioni edilizie, interventi opinabili, grandi opere…), tutto questo non va bene.

   La necessità di un ripensamento del sistema organizzativo vigente dei poteri, che porti a una nuova revisione del sistema della regioni per meglio intervenire sui territori, è cosa che si collega a nostro avviso al credere o meno a un ripristino del valore dei beni artistici di quei luoghi, e dei paesaggi lì presenti (emblematico che ci sia stata la partecipazione alla prima riunione di governo dopo il 30 ottobre di tre -3- presidenti di regione dei territori colpiti, a capo di burocrazie ben separate e del tutto incapaci a solo pensare -figuriamoci organizzare- un unico grande progetto di restauro, di ripresa del valore antico e futuro del patrimonio artistico ora colpito dal sisma.

   Intanto comunque buona pare l’idea governativa di invitare la popolazione ad andare a soggiornare in luoghi diversi per meglio poter gestire l’emergenza attuale, con l’impegno del ritorno approntando i container prima di Natale. E subito dopo i container attendere innanzitutto le casette, i prefabbricati, destinati ad arrivare tra la primavera e l’estate; e poi la ricostruzione edilizia vera e propria.

   In questa prima fase è importante l’attenzione per le persone rimaste senza casa. E anche per il salvataggio degli animali (trovare una soluzione agli animali domestici e di allevamento, che sono spesso in borghi e luoghi difficilmente accessibili). E garantire i lavori agricoli con il ritorno a pieno ritmo dell’attività degli agricoltori in primavera per la semina (la bellezza dei paesaggi va di pari passo con lo svolgersi in modo compiuto delle attività agricole). (s.m.)

………………………….

UN GRANDE PATTO PER SALVARE IL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della sera” del 31/10/2016

   E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

……………………

DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

Continua a leggere