APPUNTAMENTI GIS a PADOVA, per STUDENTI e per TUTTI GLI INTERESSATI – 1) OCCHI SULL’AMAZZONIA: deforestazione ed estrazione petrolifera nell’Amazzonia ecuadoregna; 2) Il VALORE DEL SUOLO: con mappatura degli edifici e degli spazi abbandonati o dismessi di Padova

LABORATORI GIS dei Progetti AMAZONEYES e MUES-MAPPING URBAN EMPTY SPACES in collaborazione con il MASTER DI II LIVELLO IN GISCIENCE e SISTEMI A PILOTAGGIO REMOTO DELL’UNIVERSITÀ DI PADOVA e l’ASSOCIAZIONE GISHUB

MERCOLEDÌ 18 APRILE iniziano i LABORATORI GIS dei Progetti Innovativi degli Studenti AMAZONEYES e MUES-MAPPING URBAN EMPTY SPACES (Mappatura Urbana degli spazi abbandonati).
I laboratori sono aperti sia agli studenti sia a tutti gli interessati.
I primi due mercoledì (18 aprile e 2 maggio) saranno in comune ad entrambi i progetti, dove tutti i partecipanti potranno apprendere le basi del software opensource QGIS e avvicinarsi all’uso delle immagini raster e dei dati vettoriali.
I quattro mercoledì successivi (9/16/23/30 maggio) saranno relativi solo al Progetto MUES.
Amazon Eyes torna il 5 giugno con la conferenza “I costi socio-ambientali dell’estrattivismo in America latina” in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente!
Alla fine di ogni laboratorio verrà offerto ai partecipanti un gradito aperiGIS!

Nella FOTO (collegati a Via Ognissanti 39 a Padova dall’ECUADOR in occasione dell’iniziativa “LA NOTTE DELLA GEOGRAFIA” tenutasi il 6 aprile scorso) il GRUPPO DI RICERCATORI LOCALI che assieme a DOTTORANDI DEL MASTER DI II LIVELLO IN GISCIENCE e Sistemi a Pilotaggio Remoto dell’UNIVERSITÀ DI PADOVA, stanno analizzando l’IMPATTO della DEFORESTAZIONE e dell’ESTRAZIONE PETROLIFERA nella RISERVA DELLA BIOSFERA YASUNÌ (ECUADOR), uno degli ecosistemi più biodiversi del pianeta e casa ancestrale di una delle ultime popolazioni indigene non contattate al mondo

Ecco spiegati brevemente i due progetti:
Progetto Innovativo degli Studenti AmazonEyes – sguardi sull’ Amazzonia
Il progetto vuole sviluppare un percorso di ricerca e formazione partecipata degli impatti della deforestazione e dell’estrazione petrolifera nella Riserva della Biosfera Yasunì (Ecuador), uno degli ecosistemi più biodiversi del pianeta e casa ancestrale di una delle ultime popolazioni indigene non contattate al mondo.
I partecipanti saranno coinvolti nella mappatura da satellite delle infrastrutture petrolifere (strade, campi, pozzi) che culminerà nella creazione di un geodatabase consultabile online.

GIS (Geographic Information System) è un sistema progettato per ricevere, immagazzinare, elaborare, analizzare, gestire e rappresentare dati di tipo geografico

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Progetto Innovativo degli Studenti MUES.Mapping Urban Empty Spaces (Il valore del suolo).

Il progetto MUES, prosecuzione del Progetto Innovativo 2016 “Il Valore del Suolo”, si pone l’obiettivo di svolgere una mappatura accurata, in ambiente GIS opensource, degli edifici e degli spazi abbandonati o dismessi della città di Padova, attraverso lo studio comparato di diverse fonti cartografiche (mappe catastali, CTR, elaborati del PAT/PI…) e aerofotografiche (serie storiche dei voli a partire dal volo GAI 1954). La mappatura sarà validata dalla verifica sul campo della corrispondenza tra indicazioni delle mappe e realtà (ground truth).
Attraverso una selezione delle aree e dei complessi edilizi più significativi, per estensione e rappresentatività delle cause dell’abbandono, verranno operati approfondimenti attraverso:
i) ricerche diacroniche su documenti testuali e visivi;
ii) analisi del contesto;
iii) campagne di documentazione fotografica
Tali approfondimenti verranno poi inseriti come link nel webgis illustrativo del progetto, che farà così da base per un’operazione di storytelling urbano.

CITTA’ DI PADOVA – MUES-MAPPING URBAN EMPTY SPACES: l’obiettivo è svolgere una mappatura accurata, in ambiente GIS OPENSOURCE, degli edifici e degli spazi abbandonati o dismessi della città di PADOVA, attraverso lo STUDIO COMPARATO DI DIVERSE FONTI CARTOGRAFICHE (mappe catastali, CTR, elaborati del PAT/PI…) e AEROFOTOGRAFICHE

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Ecco in breve un riepilogo degli appuntamenti:
18/04 – Soil Connection: Strumenti di monitoraggio e valutazione del Consumo di suolo e dei Servizi Ecosistemici tra Padova e Amazzonia
Nozioni di GIS base: sistemi di riferimento e gestione dati vettoriali e raster

2/05 – Soil Connection: Strumenti di monitoraggio e valutazione del Consumo di suolo e dei Servizi Ecosistemici tra Padova e Amazzonia
Nozioni di GIS base: esercitazione su immagini aeree e satellitari: Padova VS Amazzonia

9/05 – MUES – Mapping Urban Empty Spaces
presentazione dei siti dismessi prescelti;
introduzione alle banche dati per compilare la tabella con le caratteristiche

16/05 – MUES – Mapping Urban Empty Spaces
urbanwalks in zona Stanga/Fiera per conoscenza diretta di alcuni siti dismessi mappati e campagna fotografica

23/05 – MUES – Mapping Urban Empty Spaces
introduzione al webGIS e inserimento dati della urbanwalk;
mappatura areale e popolamento tabella informativa di tutti i siti

30/05 – MUES – Mapping Urban Empty Spaces
scenari di riqualificazione con analisi GIS del contesto di reinserimento (prossimità dei siti dismessi ai sistemi di mura, acque, aree verdi, aree agricole, piste ciclabili…) e individuazione ostacoli (infrastrutture, fabbriche, impianti…)

5/06 – Amazoneyes: I costi socio-ambientali dell’ estrattivismo in America Latina
In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente cercheremo di farci un’idea di quanto gli impatti dell’estrazione petrolifera e la deforestazione stiano minacciando sia gli ecosistemi che le persone!

Si consiglia a tutti i partecipanti di portare il proprio PC e di installare il software opensource QGIS e di registrarsi ai progetti inviando una mail a:
– geoamazoneyes@gmail.com
– progettomues@gmail.com
I laboratori si svolgeranno presso il Laboratorio di GIScience e Drones for Good – D4G dell’Università degli Studi di Padova, in via Ognissanti 39 a Padova.

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COS’È UN GIS
Il G.I.S. (Geographical Information System) o sistema informativo geografico è uno strumento che permette di analizzare, rappresentare, interrogare entità o eventi che si verificano sul territorio. Nella tecnologia presente all’interno dei software geografici si integrano alle comuni operazioni che si possono svolgere sui data base, quali ricerche, analisi statistiche, grafici, le funzionalità proprie di un G.I.S. come la memorizzazione di dati territoriali, il loro trattamento e soprattutto la loro rappresentazione sotto forma di cartogrammi o tabelle ritagliati su porzioni di territorio più o meno estese.
Tali capacità distinguono i sistemi geografici da qualsiasi altro sistema informatico consentedo agli utenti di avere uno strumento che consenta loro di visualizzare e analizzare le informazioni per spiegare eventi, pianificare strategie o progettare infrastrutture territoriali.
Si può ad esempio localizzare qualsiasi oggetto presente sul terreno oppure si può studiare l’evoluzione del paesaggio agricolo o ancora studiare i percorsi dei fiumi attraverso il tempo.
Per tutti i problemi che hanno una componente geografica il G.I.S permette di creare mappe, integrare informazioni, visualizzare scenari anche tridimensionalmente, risolvere complicati problemi di mobilità ed elaborare le soluzioni più efficaci .Operazioni complicate se non impossibili da effettuarsi in mancanza di tale strumento.

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PER I TOTALI NEOFITI: MA COS’E’ IL GIS??

GIS è una sigla che sta per “Geographic Information Sistem” (in Italia si parla di SIT, Sistema Informativo Territoriale).
Come definire il GIS
GIS non è altro che un software per la gestione di dati geografici. Un GIS è un potente strumento per raccogliere, archiviare, recuperare, trasformare e rappresentare dati georeferenziati derivati dal mondo reale per particolari scopi.
Possibili applicazioni di un GIS
Geografia
Ingegneria civile
Geodesia
Rilievi catastali
Fotogrammetria
Telerilevamento
Cartografia numerica
Cartografia tematica
Studi matematici su variazioni spaziali
Pianificazione territoriale
Reti tecnologiche (tra le prime ad avvalersi…..)
Marketing
Valutazione di Impatto Ambientale
….e tutto ciò che è esprimibile in materia spaziale
Vantaggi rispetto alla produzione tradizionale
Il GIS ha maggiore:
Efficienza (enorme quantità di dati gestiti e migliore qualità di trattamento dati)
Possibilità di calcolo (enorme possibilità di elaborazione modellistica)
Iterazione (aggiornamento continuo dei database. Cartografia aggiornabile)
Versatilità
Se il GIS è un software, di quale Hardware si avvale?
Hardware: dal supporto cartaceo a quello elettronico….
Per la raccolta (sorgenti di) dati ci si avvale di:
Telerilevamento
Rilievi sul campo
Cartografia
Banche dati
Per l’inserimento dati (input dati), nel GPS (Global Position Sistem), ci si avvale di:
Terminali
Digitizer
Supporti magnetici e ottici
Scanner
Files
Ma cos’è un “Database geografico”??
Se la definizione di “database” può essere “una combinazione di hardware e software che permette di gestire una notevole quantità di dati”, DATABASE GEOGRAFICO è “una collezione di oggetti cartografici e di informazioni ad essi associate in forma digitale“
… avremo così un database grafico (gli oggetti, il disegno) e un database valori (il foglio di calcolo)…
… e il database grafico avrà 2 forme:
Vettoriale (gli oggetti e le rappresentazioni sono espresse, all’interno del grafico –nelle coppie di coordinate- in Punti, Linee, Aree cioè Poligoni)
Raster (gli oggetti e le rappresentazioni sono espresse, appunto, in “raster”, un foglio a quadretti, formato da celle (pixel) definito dal numero di righe
… il vettoriale è più preciso, ma il raster è migliore su operazioni matematiche (molti sorgenti di dati, come i satelliti, forniscono i loro dati in modo Raster). I due sistemi sono interscambiabili (è comunque più problematico passare da raster a vettoriale)
… il database valori si basa su una serie di informazioni quantitative e qualitative associate agli oggetti grafici:
è continuamente aggiornabile
consente “query” (ricerche) tra “layers” (strati) diversi
un layer è uno strato informativo (esempio le curve di livello)… i “punti quotati” sono organizzati su un layer
Organizzazione dei database grafici
Gli oggetti grafici sono organizzati in “strati” diversi (layers), a seconda del tipo di informazione o dell’origine della stessa:
ogni layer (strato) può avere un proprio “database valori”
si possono eseguire “query” (ricerche) sia in senso orizzontale (sullo stesso layer) che in senso verticale
….Allora, per concludere, ma cos’è veramente un GIS??
Il GIS è uno strumento
“Garbage in……………………….. garbage out!” ……. Cioè:
“Se entra spazzatura…………. esce spazzatura!”………………
Ai NEOFITI: avete capito qualcosa su cos’è un GIS??
LA SPIEGAZIONE QUI SOPRA PROPOSTAVI E’ STATA TRATTA DA APPUNTI DI UN CORSO GIS DEL PROF. FRANCESCO FERRARESE, DEL DIPARTIMENTO DI GEOGRAFIA DI PADOVA.

da Wikipedia

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EVENTI PASSATI (DA POCO):

 

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SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale) in Veneto: UN SOGNO SVANITO -La “Metropolitana di Superficie del Veneto” non si farà: costa troppo; e dopo tanti anni (dal 1998) si è realizzato poco, e quel poco non funziona per niente – L’idea di un SISTEMA INTEGRATO DI TRASPORTO ferrovie/strade però resta

Il SISTEMA FERROVIARIO METROPOLITANO REGIONALE (SFMR) è (era) un progetto (iniziato nel 1998) finanziato principalmente dalla Regione Veneto, che prevede(va) l’attivazione di un servizio ferroviario regionale/suburbano ad elevata frequenza (ogni 15/30 minuti) con orario cadenzato lungo alcune linee ferroviarie nella Regione Veneto. La rete ferroviaria sfrutta(va) le ferrovie già esistenti integrate da nuove tratte e da nuove stazioni in progetto o già realizzate. Il progetto è (era) integrato da interventi di riqualificazione della rete stradale (ad esempio l’eliminazione dei passaggi a livello) e dalla riorganizzazione del trasporto automobilistico pubblico. (per un’ampia ed esauriente descrizione vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema.Ferroviario.Metropolitano.Regionale ) (immagine tratta da http://www.net-italia.com/ )

   Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT, adottato dalla Giunta Regionale nel luglio 2005), il “Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale” (SFMR) dichiara di avere un obiettivo preciso e assai innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio potendo servirsi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, con stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto; con partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.

STAZIONE SFMR VENEZIA MESTRE PORTA OVEST – La stazione SFMR è gestita da “Sistemi Territoriali”. Si trova tra la stazione di Venezia-Mestre e la stazione di Oriago della Ferrovia Adria-Mestre. È stata inaugurata nel 2008. A causa dei vandali è stata danneggiata sia con scritte sia con danneggiamenti alle parti di plastica del sottopassaggio pedonale (da http://www.ferrovieanordest.it)

E’ così che si viene incontro a quello che da tempo si dice del Veneto: che è una “metropoli diffusa”, al di là dei 576 comuni che conta: e il trasporto pubblico è assai difficile organizzarlo in un’area a urbanizzazione “dispersa”. Questo modo, di passare agevolmente da un mezzo di trasporto ad un altro (treno, auto, bus…rotaia, strada…), può agevolare gli spostamenti efficienti.
Poi va anche detto che la SFMR nasce da un’intuizione virtuosa: più che creare nuove linee ferroviarie, si decide di utilizzare le vecchie direttrici, i binari che si son sempre usati, adeguandoli (a volte raddoppiati) e lì far passare i treni veloci della metropolitana, come vediamo in quelle sotterranee nelle grandi città (…da noi in superficie…); come nelle metropoli (Parigi, Mosca, Londra, Milano, Roma, Barcellona etc.).
Appunto. Anche il Veneto lo possiamo considerare una metropoli, diffusa, allargata, con tanto verde ancora rimasto al posto dei parchi metropolitani, con il mare, le montagne, la “Laguna mondo” (come la chiama Marco Paolini), le città d’arte, i borghi ancora conservatisi….
Treni metropolitani che passano ogni 15 minuti: pertanto senza il patema che se ne perdi uno devi aspettare due ore l’altro. Treni che fanno tante fermate (fermarsi e ripartire in pochi secondi è caratteristica dei treni metropolitani). Che le stesse stazioni, oltre ad utilizzare quelle esistenti rinnovandole dall’attuale abbandono, nuove stazioni si possono fare in modo più semplice (più che di stazione, si potrebbe parlare di “fermata”: luoghi per poter salire o scendere dal treno, in sicurezza).

Schema delle linee di SFMR PRESENTATO NEL 2001 (da http://www.ferrovieanordest.it/ )

E veniva, con l’SFMR, introdotto il principio dell’INTERMODALITÀ: si scende e c’è il parcheggio dove si è lasciata l’auto, o viceversa; oppure c’è l’autobus, la corriera che aspetta.
Insomma la “Metropolitana di Superficie” è un’invenzione niente male, come infrastruttura diffusa per la mobilità delle persone, nel Veneto di adesso, di domani, del futuro.
Ecco. MA TUTTO QUESTO NON HA FUNZIONATO. E dopo trent’anni siamo al palo. Trent’anni. Infatti il primo progetto e l’inizio dei lavori è del 1998. Ma ancor prima è l’ideazione, l’”avvio politico”: è nel 1988 che l’allora presidente veneto Carlo Bernini, le Ferrovie dello Stato e il ministero dei Trasporti firmarono un protocollo di intesa, e la SFMR veniva inserita nei Piano Regionale dei Trasporti approvato dal Consiglio Regionale nel 1990.

Nuova “stazione-fermata” SFMR di Venezia-Mestre Terraglio-Ospedale

Con quello che finora è stato fatto (ne diamo un resoconto subito dopo queste nostre osservazioni) non è cambiato granché. Anzi, a volte ha distolto l’attenzione su una rete locale ferroviaria che dovrebbe essere efficiente. Si sono create nuove stazioni pressoché inutili, inutilizzate; e grandi parcheggi vuoti, ora abbandonati. Trent’anni per un “sogno” che non si è realizzato.
E ADESSO LA REGIONE VENETO HA DECISO DI ABBANDONARE IL PROGETTO: il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, contraddistinto dall’acronimo Sfmr, finisce su un binario morto. Ciò che ne rimane, passa alla società RFI (Rete Ferroviaria Italiana), delle Ferrovie dello Stato, che (anche con un finanziamento della Regione) raddoppierà la Maerne-Castelfranco, costruirà un ponte sul Brenta e realizzerà altri interventi. Ma l’autonomia trasportistica veneta, questo progetto, questa idea, viene del tutto abbandonata.
Ed è ora difficile tornare alla normalità nel pensare il trasporto pubblico (così difficile in Veneto: nella maggior parte dei luoghi se non hai la macchina sei proprio in difficoltà a spostarti… e anche andare al lavoro o a scuola non è facile, spesso con treni pochi e strapieni nell’orario di punta…).
Forse in epoca di “vacche grasse”, di tanti soldi, finirlo, il progetto, realizzarlo, era più facile. Si sarebbe dovuto crederci di più allora….

CATTEDRALI NELLA CAMPAGNA: parcheggi vuoti come a MIRA-ORIAGO – PARCHEGGI INTERMODALI VUOTI DELLA SFMR (Una stazione sguarnita di ogni comodità (FOTO di LUCA FASCIA da WIKIMEDIA COMMONS)

Adesso, si dice, non ci sono più risorse sufficienti. Ma, a nostro avviso, non è solo un fatto di risorse: è forse la mancanza di fiducia in uno sviluppo trasportistico (delle persone), di mobilità, che sia nuovo, innovativo, una svolta…Non c’è intenzione di “rischiare per un diverso futuro”… si pensa ai piccoli passi, con innovazioni in tempi biblici (mentre il mondo corre…).
E’ da sperare che qualcosa cambi: che si ritorni ad un approccio virtuoso nel futuro della qualificazione dei nostri così disastrati territori; nei modi di sviluppo del Veneto e delle sue infrastrutture che veramente servirebbero (e ben diverse da obsolete superstrade che invece si stanno realizzando); che si possa pensare a una mobilità efficiente, alternativa all’auto. Modi e strutture che ci portino al lavoro, a scuola, al mare, in montagna, ovunque, riprendendo quell’idea così ancora adesso più che mai moderna, innovativa, che doveva essere la Metropolitana di Superficie. (s.m.)

SFMR – MAPPA DEL DETTAGLIO DELLA FASE 1, TRA VENEZIA E PADOVA

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SCHEDA

Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT), il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale del Veneto (SFMR) parte da un obiettivo preciso e innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio servendosi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto, partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.
La sua realizzazione è suddivisa in 4 distinte fasi di attuazione:
– prima fase: Venezia, Padova, Castelfranco e Treviso fino a Quarto d’Altino;
– seconda fase: Monselice – Padova, Vicenza – Castelfranco – Treviso, Treviso – Conegliano, Quarto d’Altino – Portogruaro e la nuova linea che collega l’aeroporto Marco Polo di Venezia;
– terza fase: Mira Buse – Adria, Chioggia – Adria – Rovigo, Rovigo – Monselice, Vicenza – Schio, Bassano – Cittadella – Camposampiero, Bassano – Castelfranco, Montebelluna – Castelfranco, Montebelluna – Treviso, Treviso – Portogruaro, Padova Interporto – Piove di Sacco – Chioggia;
– nella quarta fase è prevista l’estensione del SFMR alle cosiddette “Aste di adduzione”: Vicenza – Verona, Bassano – Trento, Montebelluna – Feltre – Belluno e Conegliano – Vittorio Veneto – Ponte nelle Alpi – Calalzo.

SFMR, LE VARIE FASI PROGETTUALI IN QUELLA CHE DOVEVA ESSERE LA REALIZZAZIONE

Previa la sottoscrizione di un accordo di programma con l’allora Ministro dei Trasporti Carlo Bernini, la Regione ottenne dal CIPE, nel dicembre 1995, un contributo di 330 miliardi di lire, pari al 50% dell’investimento previsto per la realizzazione del SFMR.
Seguono la redazione del progetto esecutivo approvato dalla Conferenza di servizi nel gennaio 1999 e le gare per l’appalto dei lavori relativi ai primi due lotti della prima fase di attuazione (tratte Padova – Castelfranco e Castelfranco – Salzano). Nel settembre 2001 assegnarono con gara l’appalto del lotto Mogliano – Treviso e Mestre – Mira Buse. I lavori dei primi due lotti sono stati consegnati nel 2001. E poi cosa è successo?

SFMR: L’AREA VENEZIANA

La costruzione ha avuto diversi intoppi, difficoltà nell’individuare la collocazione delle stazioni. I lavori sulle linee sono progrediti ma non ancora completati. Più o meno ultimate la Padova-Castelfranco, la Mestre-Treviso, la Mestre-Padova, la Mestre-Quarto d’Altino, la Mestre-Castelfranco. A livello di infrastrutture rimane da realizzare il nodo della Gazzera, presso Mestre.
Dei 5,9 miliardi (in euro) preventivati dal progetto approvato dalla Regione nel 1990 a oggi (aprile 2018) è stato speso solo un sesto. Un miliardo utilizzato soprattutto per sottopassi, eliminazione di passaggi a livello (66 su 407), creazione di parcheggi, nuove stazioni (9 sulle 37 previste), acquisto di nuovi treni (24 sui 120 preventivati), adeguamento di fermate (22 su 162). Molto cemento e asfalto, un po’ meno binari: l’opera propriamente ferroviaria più imponente è stata il raddoppio della linea tra Mestre e Padova, poi sono stati attivati gli adeguamenti a doppio binario sulla Padova-Castelfranco, su 25 chilometri tra Maerne e Castelfranco e su 18 nella tratta Castelfranco-Bassano. C’è adesso l’orario cadenzato introdotto tre anni fa. Treni ogni mezz’ora alla stazione (non 15 minuti). E niente a che fare con il progetto originario ora abbandonato.

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L’Assessore regionale del Veneto alle Infrastrutture e Trasporti ELISA DE BERTI

L’OPERA

SFMR: 30 ANNI E TUTTO DA RIFARE CON LA METROPOLITANA DI SUPERFICIE

di Monica Zicchiero da “il Corriere del Veneto” del 6/4/2018
– Tra annunci e liti tramonta il progetto veneto. Un miliardo buttato e mille polemiche –
VENEZIA – Che qualcosa non fosse andato per il verso giusto nel grandioso progetto di collegare tutto il Veneto con bus, auto e ferrovie in un unico mosaico di mobilità funzionale, lo si era capito quando un pezzo del grande puzzle della metropolitana veneta di superficie «Sfmr» è finito nel sito «Trovacamporella.com». Camporella, sì. Parcheggio Porta Ovest di Oriago, 600 posti auto nei quali non si fa mai fatica a trovare uno spazio libero perché è sempre deserto e per questo nella classifica del sito ha tre stelle e mezzo su cinque: «Ampissimo parcheggio della stazione inutilizzato dagli utenti, poco illuminato e molto tranquillo. Dopo il tramonto ho sempre trovato delle coppie e a volte singole molto disponibili e davvero simpatiche», è la recensione di un utente.
LA RELAZIONE
Sipario, SFMR EXIT. Silenzio in sala. Continua a leggere

UNA NUOVA LEGGE SULLE CAVE IN VENETO (dopo 36 anni) – Ma il CONSUMO DI SUOLO e LA SPECULAZIONE EDILIZIA si sono già fermati con la crisi economico-immobiliare (la vera Legge di tutela la ha già fatta il Mercato) – Indicazioni e prospettive nel consumo di risorse e materiali edili nei prossimi anni

Nel Veneto sono presenti oltre 400 cave in attività, per l’estrazione dei seguenti principali materiali: -SABBIA e GHIAIA; -DETRITO; -CALCARE PER INDUSTRIA (cemento, calce, granulati) E COSTRUZIONE (sottofondi, ecc.); -ARGILLA PER LATERIZI; -BASALTO; -PIETRE ORNAMENTALI (calcare da taglio, lucidabile, trachite da taglio); -ROCCIA di CARBONATO (di calcio e magnesio, come la Dolomia)

CAVE IN VENETO – La nuova L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” è stata approvata dopo 36 anni della prima legge (n. 44 del 1982) che disciplinava l’attività di cava, ma che di fatto non è mai entrata in funzione: tutto era demandato alla Giunta Regionale, perché non era stato approvato il piano del fabbisogno regionale di materiali estratti (cioè il cosiddetto PRAC, piano regionale per l’attività di cava). La legge regionale n. 13 vorrebbe nascere (nella mutata situazione economico-immobiliare di minor sfruttamento del territorio e drastica riduzione dei grandi profitti della speculazione edilizia), questa nuova legge sulle cave del Veneto vorrebbe nascere in armonia con i principi del corretto uso delle risorse e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nelle rispettive componenti. Per questo esprime l’intento (sarà poi così?) di perseguire le seguenti finalità:
riduzione del consumo di suolo in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050, mediante il contenimento della coltivazione di nuove superfici estrattive, favorendo il massimo sfruttamento del giacimento di cava e l’utilizzo di materiali di scavo provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e private;
tutela e salvaguardia dei giacimenti, da considerare, unitamente all’attività estrattiva, risorse primarie per lo sviluppo socio-economico del territorio;
limitazione degli impatti dell’attività estrattiva sull’ambiente, salvaguardando l’integrità delle falde e riducendo le emissioni delle sostanze climalteranti, di gas e polveri nell’aria.
Per quanto non previsto dalla legge continuano a osservarsi le norme di cui al R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno).
Prevista entro tre mesi l’approvazione del Piano regionale dell’attività di cava (PRAC), che dovrà fornire una corretta pianificazione regionale, e abrogata la L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44 che per quasi quarant’anni ha disciplinato la materia.

Testo della L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13

Testo dell’abrogata L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44

Testo del R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno)

(da  http://www.legislazionetecnica.it/ del 19/3/2018)

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UNA CAVA DI TRACHITE NEI COLLI EUGANEI – L’ARTICOLO 32 DELLA NUOVA LEGGE VENETA SULLE CAVE DA’ IL VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI – “(…) La legge Fracanzani varata nel 1971 per la TUTELA DEI COLLI EUGANEI finisce in soffitta e si apre la stagione delle “GALLERIE DI TRACHITE” per salvare cinque aziende tra VO, ZOVON, MONTEMERLO e CERVARESE SANTA CROCE: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “MASEGNE” DI TRACHITE, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente (…)”. (Albino Salmaso, “il Mattino di Padova”, 15/3/2018)

   Dopo trentasei anni il Veneto ha una nuova legge sulle cave. E’ stata approvata dal Consiglio Regionale veneto il 16 marzo scorso la Legge Regionale n. 13 che detta “Norme per la disciplina dell’attività di cava”. Che dire di questa nuova legge tanto attesa da anni? ….che forse si è chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati? Troppo tardi?…visto che una legge di salvaguardia (che poi, vedremo in questo post, proprio salvaguardia non è…) è già di fatto stata anticipata “dal mercato”: cioè la crisi molto forte da 10 anni a questa parte dell’edilizia, delle nuove case, ha deciso lei (questa crisi) che le cave di ghiaia erano molto ma molto meno necessarie…
Comunque, dando fiducia a un sistema politico, economico, culturale che vuole andare in altra direzione rispetto alle speculazione edilizia di questi decenni, va detto che il cardine intorno a cui ruota la nuova legge veneta sulle cave dovrebbe essere quello della riduzione del consumo del suolo.

CAVE IN VENETO E CONSUMO DI SUOLO

Rispetto alle legge del 1982 (la n. 44) sono passate otto legislature regionali, e la nuova legge sembra quasi segnare la fine di un’impasse psicologica (si parlava, ci si impegnava politicamente, ma non si faceva alcuna nuova normativa sulle cave) (o forse a qualcuno, come i cavatori, andava bene lasciar tutto così com’era…).
Ma qui c’è un equivoco da chiarire. La tanto vituperata legge regionale (n. 44) del 1982 era una buona legge. Prevedeva un sistema di pianificazione a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni (quest’ultimo sì un errore: i nostri piccoli comuni non ne erano tecnicamente minimamente in grado di entrare nel sistema pianificatorio e decisionale sulle cave). Però di fatto questi vari livelli (Regione, Provincie, Comuni…) non sono mai avvenuti, non si sono mai realizzati: tutto veniva deciso dalla Regione, anche (e specialmente) per le autorizzazioni, perché una postilla finale di questa legge diceva che fintantoché non sarebbe stato approvato un PRAC (piano regionale attività estrattiva, per decenni mai approvato), era la Giunta Regionale (di fatto l’assessore alle cave) che doveva decidere quanto, cosa e a chi dare le autorizzazioni (un mitico assessore alle cave degli anni ’80, Camillo Cimenti, era considerato l’uomo più potente del Veneto, vista la mole di interessi e stratosferico business che poteva muovere in una direzione o in un’altra…).

CAVA DI MARMO SULLE ALPI APUANE (TOSCANA) – CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE” – (….) La CRISI DEL SETTORE EDILIZIO degli ultimi anni ha fatto registrare una RIDUZIONE DEL NUMERO DI CAVE ATTIVE (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 LE CAVE ATTIVE E 13.414 QUELLE DISMESSE nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle REGIONI CHE NON HANNO UN MONITORAGGIO (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse. Sono poi 53 MILIONI DI METRI CUBI LA SABBIA E LA GHIAIA ESTRATTI OGNI ANNO, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 MILIONI DI METRI CUBI I QUANTITATIVI DI CALCARE e oltre 5,8 MILIONI DI METRI CUBI DI PIETRE ORNAMENTALI estratti. IN NOVE REGIONI ITALIANE NON SONO IN VIGORE PIANI CAVA e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. (Marcella Piretti, da DIRE http://www.dire.it/ ,14/2/2017)

Adesso questa ipocrisia dei vari livelli istituzionali di decisione, pare definitivamente abbandonata, e a decidere la pianificazione con la nuova legge regionale 13/2018, dove fare le cave e a chi dare le autorizzazioni, è unicamente la Regione.
E con l’approvazione del 16 marzo scorso si introduce la logica del fabbisogno, e si fissano i tetti di escavazione per ciascuna provincia. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, dai recuperi con la costruzione di opere pubbliche (come adesso il materiale che si sta ricavando nella costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta), e con estrazioni già autorizzate. E poi ci sono le cosiddette RISERVE, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori, che non perdono il diritto a scavare con le vecchie regole.

CAVA miniera di COSTA ALTA – cava di DOLOMIA, a Carpanè di San Nazario in VALBRENTA (La DOLOMIA è una ROCCIA SEDIMENTARIA CARBONATICA costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un CARBONATO DOPPIO DI CALCIO E MAGNESIO)

Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, specie per le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un “bonus” per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln. Ci sono delle disparità tra le province ma “i diritti pregressi non si possono toccare”. Treviso, con tante autorizzazioni e gestioni di cave in corso (spesso pluri-prorogate le originarie autorizzazioni), Treviso, dicevamo, è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna nuova escavazione.
Elenchiamo qui di seguito le diversità che abbiamo rilevato nella nuova legge rispetto al passato (demandando a voi, se interessa, la lettura specifica degli altri articoli di questo post, e anche la lettura integrale della LR 13/2018 che qui si trova).

L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” Ve_16032018_13_

1- Viene tolto il limite per ciascun territorio comunale del 3% della superficie della zona agricola di possibile escavazione, demandando invece al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate (a prescindere pertanto da limiti comunali che hanno in passato ancor di più permesso cave in un Veneto frammentato in troppi comuni inseriti nella fascia di escavazione).

mappa estrazione in Veneto (da il Mattino di PD)

2- Non si vanno ad intaccare le FALDE FREATICHE, cioè non si autorizzeranno più cave che superano il limite di falda: nella bassa pianura veneta, ad esempio per l’escavazione dell’argilla, ma anche di sabbie e ghiaie, accadeva quasi sempre (e nasceva, sono nati, moltissimi laghetti). Però le cave aperte in passato in diversi casi continueranno a operare “in deroga” e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda (lo si fa di solito con rucole meccaniche che prelevano sott’acqua la ghiaia o sabbia).
3- Si è cercato di risolvere (molto moderatamente!) la pratica assai diffusa di escavazioni senza dover essere autorizzati come nelle cave vere e proprie, come finora è accaduto spesso: ad esempio nell’ESCAVAZIONE DI SOTTOFONDI di opere pubbliche o private, che consentono di ricavare molta sabbia o ghiaia, e la si vende derogando da ogni regola, disciplina di cava. Adesso, con questa nuova legge, viene consentita sì la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. …se si supera questa soglia si rientra nell’attività di cava e serve l’autorizzazione regionale (la cosa è macchinosa… chi controlla la soglia di superamento?… 100mila metri cubi sono difficili da individuare…e l’iter dell’autorizzazione quando parte, al superamento della soglia? prima?….).

IN CELESTE GLI AMBITI ESTRATTIVI PER LE CAVE DI SABBIA E GHIAIA IN VENETO

4- Dello stesso genere, cioè di cave vere e proprie realizzate ma senza dover essere autorizzate, è il caso delle “MIGLIORIE FONDIARIE” (terreni agricoli abbassati di qualche metro per fare ACQUACOLTURE o cose simili, con ricavo di quantità enormi di argilla o altro materiale da vendere…): qui non è cambiato niente, si può continuare a fare (c’è solo il limite, a nostro avviso facilmente aggirabile, di non superare un asporto di materiale superiore a 5000 mc per ettaro).
5- Quanto alla RICOMPOSIZIONE dei terreni divenuti cava, non si dice molto (quasi niente rispetto al passato). Si afferma che quei terreni devono ritornare agricoli (anche con la legge del 1982 il dispositivo era lo stesso). Ma non si può dimenticare le deroghe del passato… che trasformavano spesso le cave in discariche…. Oppure cantieri per trasformazione della materia prima, manufatti edili, cantieri in cava gestiti dagli stessi cavatori, prorogando in ogni caso all’infinito il disagio per le comunità che vicino vi abitano…).

CAVE DA ESCAVAZIONE SOTTO FALDA TRASFORMATE IN LAGHETTI

6- C’è poi un certo tono enfatico-ecologico nel dire che se si è andati troppo vicini alla falda (una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione) si dovrà praticare solo agricoltura biologica…. Poi una particolare predilezione, nelle possibilità di ricomposizione si afferma nel voler incentivare la creazione di “CASSE DI ESPANSIONE” gestite dai consorzi di bonifica contro le piene delle alluvioni (cioè far defluire la massa d’acqua verso queste ex cave in modo da contenere la piena…) (questo utilizzo contro le piene d’acqua trova molti dubbi sulla sua effettiva efficacia nella maggior parte di casse di espansione eseguite).
7- E poi per la RICOMPOSIZIONE DELLE AREE DEGRADATE da cave lasciate in completo abbandono (accadeva sempre lo stato di abbandono, prima del 1982 –ma anche dopo!-, prima della legge 44, che ha regolamentato, peraltro prevedendo alternative all’uso agricolo che han portato da quell’anno alle prime discariche di rifiuti indifferenziati ma autorizzate!); per la ricomposizione di questa aree-cave in abbandono ora si promettono soldi, finanziamenti, da dare non ai proprietari della cava (ci vorrebbe!!) ma ai comuni e a chi promette ricomposizioni.
8- Su tutto poi i cavatori dei COLLI EUGANEI hanno vinto la loro battaglia per continuare a prelevare la preziosa TRACHITE, peraltro assai necessaria per i restauri delle antiche piazze e palazzi; la loro lobby è riuscita ad inserire un emendamento: viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare nel parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. Basta farlo al coperto, CON DEI TUNNEL, cioè in GALLERIA, in modo che non si veda fuori il prelievo di materiale, non a cielo aperto….(il sottosuolo “mangiato” dall’estrazione, ma il paesaggio “salvato” alla sua visibilità…come non è stato finora)
9- E infine per le PROROGHE ALLE AUTORIZZAZIONI si vuole dare UN LIMITE rispetto al passato (le cave spesso non chiudono mai, ben oltre gli anni autorizzati all’origine): nella nuova Legge 13 del 16/3/2018 si può dare la proroga limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria: pertanto che si concede originariamente l’autorizzazione per 20 anni, si può prorogare per altri 10, non di più….(!?)
Nel complesso, questa nuova legge, che mantiene la struttura originaria del passato, dal 1982 in avanti, ha perlomeno il pregio di riconoscere che nel fabbisogno dei prossimi anni (80 milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia nei prossimi 10 anni…8 milioni all’anno sono un’enormità per un’edilizia ben minore dei decenni passati…) si dovranno considerare le “scorte” accumulate: cioè le molteplici cave ora in attività, in questi ultimi dieci anni di crisi edilizia-economica fortemente sotto-utilizzate, e che rientrano (almeno pare, e speriamo) nel fabbisogno dei prossini anni.

CAVE che non chiudono mai (PROROGATE anche per l’utilizzo della lavorazione del materiale)

E implicitamente la nuova legge riconosce la fine degli “anni d’assalto”: ma questo non è essa legge che impone il maggior rispetto del territorio (non è la Regione) bensì, come all’inizio dicevamo e ancora qui va ribadito, è il MERCATO che lo ha deciso oramai da anni: l’assalto edilizio, delle lottizzazioni ora non abitate, dei capannoni inutili e adesso in abbandono, questo assalto edilizio pare finito non perché lo già deciso la “politica”, ma perché non conviene più, non dà denaro, profitti, non crea speculazione finanziaria. La politica, in subordine, ne prende atto, ed emana una nuova legge sulle cave (e un Prac, piano del fabbisogno dei prossimi anni) dove in subordine arriva a riconoscere che ora il problema è non tanto costruire di più (perché non rende), ma “che fare” dei molteplici diffusi capannoni abbandonati, degli appartamenti e condomini vuoti che si degradano.
Un unico settore sembra ancora in auge con possibile espansione speculativa: quello dei CENTRI COMMERCIALI. Con un effetto a catena disastroso: nuovi CENTRI COMMERCIALI che nascono occupando quantità notevoli del poco terreno rimasto ancora libero, e altri che devono chiudere (per troppa concorrenza), lasciando manufatti enormi vuoti e abbandonati (come i capannoni, ma spesso ben più grandi!)….
Prendiamo atto di qualche regola in più (debole, fragile, scontata…) della nuova legge sulle cave in Veneto, ma niente cambia per un territorio che resta disastrato. (s.m.)

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PRIME RIFLESSIONI SULLA L.R. VENETO 16 MARZO 2018 N. 13 CHE DETTA “NORME PER LA DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI CAVA”
di Franco Zambelli, 21/3/2018, da “Global Legal Chronicle – Italia” Continua a leggere

VIAGGIARE O FARE TURISMO DI MASSA? – il caso (ancora una volta) di Venezia – l’opera e le azioni amministrative perché le persone (pur oggi numerose) tornino ad essere viaggiatori, “ESPLORATORI DEI LUOGHI” e non turisti di massa – L’EDUCAZIONE all’antropologia dei luoghi

turisti a Venezia

   I turisti sono un importante business economico, ma non per tutti. Ad esempio i residenti delle più belle città europee, presi d’assalto da un turismo sempre più numeroso, sono in una situazione di stress, di tracollo psico-fisico. E anche le strutture artistiche, architettoniche, i monumenti… ma anche logistiche (strade, servizi igienici…) ne risentono. La speculazione edilizia, le strutture più o meno legali di accoglienza dei visitatori (affitta-camere, B&B…), portano a un modello odierno di turismo che tende a mandar via i residenti storici dai propri quartieri e colpisce l’ambiente.

FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN (DA IL CORRIERE DELLA SERA, SUPPL. “SETTE” DEL 22/2/2018

Venezia, Barcellona, Mont Saint Michel, Dubrovnik in Croazia…. sono di fatto diventate non più città (o luoghi ameni di grande pregio) ma parchi turistici…. con un turismo di massa che va ovunque (c’è perfino un turismo in eccesso nei luoghi dell’Olocausto nazista…). E poi il turismo d’assalto nei posti di montagna, i passi e rifugi raggiungibili in macchina…. Non parliamo che sovra-affollamento delle coste, pur quasi sempre nate solo per la vocazione turistica e poco come residenze storiche… E poi Il turismo religioso, a intasare cattedrali e altri luoghi sacri…
Poi, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, e con il successo delle crociere e la diffusione di luoghi in cui dormire a bassa prezzo (parlavamo prima di affittacamere più o meno tollerati, i B&B…), il turismo (anche quello di pochi giorni), si è rivolto verso destinazioni più nel Mediterraneo del nord, destinazioni “nostre”, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni comunali, delle autorità sovracomunali (Regioni, Stato…).

(foto da VENEZIA TODAY) – “(….) È COME SE SI CERCASSE DI CANCELLARE LA VENEZIA DEL NOVECENTO: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO (…) ”(intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E ancora, nella nostra epoca globale, una fascia sempre più larga di persone “lontane” riesce ad avere risorse finanziarie sufficienti per poter viaggiare, andare a vedere posti di cui una volta sentivano solo parlare (Venezia su tutte…) … e con i viaggi low cost, le opportunità aumentano.
Venezia è un emblema di questo divenire una “non città” per troppa presenza turistica: i residenti sono 55mila, che devono convivere (magari molti anche commercialmente guadagnandoci con la ristorazione, i negozi, alcune di queste attività in mano a stranieri) con gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno. In ogni caso un disequilibrio che snatura la città.

GRANDI NAVI, FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN, da “Sette” del Corriere della Sera – «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E LE GRANDI NAVI SUL CANAL GRANDE? BARATTA SE LA CAVA CON UNA BATTUTA: «QUELLE SÌ CHE SONO FUTURISTE! MARINETTI NON SAREBBE MAI ARRIVATO A IMMAGINARE TANTO…». (intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E cresce però in tutta Europa la fronda contro il fenomeno “turistico” di massa. Ci sono sempre più città in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica. Stop agli affitta-camere illegali, alla diffusione di B&B non autorizzati, e con la creazione di numeri controllati e limitati di visitatori nelle piazze principali (come l’esperimento del conta-persone che si è avuto a Venezia nello scorso Carnevale).

Venezia anni ’60, foto di Gianni Berengo Gardin, da Sette, supplemento del Corriere della Sera del 22/2/2018

Allora vanno bene le misure “anti-turista di massa”, però sarà difficile fermare il fenomeno. Per questo bisogna pensare ad allargare il giro delle destinazioni “alternative” all’interno delle città d’arte, scegliendo anche quelle minori; diversificare le attività proposte, ampliare la stagione…. E così rispondere alle esigenze dei residenti….. Pertanto ci vuole un’ipotesi di turismo diffuso, di educazione a un turismo motivato, culturale, rispettoso dei luoghi….. il sistema delle sanzioni può servire ma non può bastare.

CORRADO DEL BÒ, “ETICA DEL TURISMO”, ed. CAROCCI. – “SIAMO TUTTI TURISTI. NON VIAGGIATORI. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra. (vedi l’ultimo articolo di questo post dedicato a questo libro) (immagine tratta da http://www.ravenna.it/)

Il rapporto della Amministrazioni Comunali è però spesso ambiguo: sì alle limitazione, ma fa anche comodo avere persone che portano soldi (a volte pochi, ma pur sempre qualcosa spendono…). Rapporto ambiguo spiegabile anche emotivamente dal fatto che “è brutto” cacciare il visitatore, seppur povero, che vuole visitare la bellezza della tua città…

PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000 – VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA: 1- PROTOTURISMO 2- TURISMO MODERNO 3- TURISMO DI MASSA 4- TURISMO GLOBALE. – IL VIAGGIO. Impulso a viaggiare. Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti… – VIAGGIO E GEOGRAFIA. Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO. (da AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA – PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI? – A cura del Prof. CARLO CENCINI )

Più importante allora è per le istituzioni locali creare delle regole ferree cui il turista deve attenersi (stop a cose folli come il bagno nelle fontane o azioni simili, ma anche a pic-nic per strada, o alla paranoia di selfie dappertutto anche con bastoni appositi…); e poi (ribadiamo) invitarlo (il turista) ad uscire dai circuiti soliti di massa dove tutti si concentrano nelle città d’arte (Piazza San Marco a Venezia…) e proporre visite “intelligenti”. E Venezia (presa da noi in questo post come “campione simbolo”), Venezia avrebbe tante isole della Laguna di notevole bellezza ora abbandonate…
Il “turismo diffuso” sembra l’idea forse più interessante per non concentrare in un unico posto “tutta la gente”. Ed è pure quasi sempre un turismo più intelligente, meditativo, per far conoscere meglio popolazioni, luoghi ambienti….

IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS (nella foto) – “ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di TRISTI TROPICI, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, CLAUDE LÉVI-STRAUSS, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno. (Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca)

Tutto questo però può nascere con una nuova cultura imprenditiva turistica, che privilegi la conservazione dei luoghi nella loro funzione naturalistica, artistica… rispetto al mero immediato profitto da ricavarsi sul turismo. E far divenire così il turismo il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione; ma deve essere gestito correttamente. Un tentativo sarebbe di farlo tornare, il “turista”, all’origine del “muoversi per andare in altri luoghi” (per lavoro, conoscenza o altro), cioè che torni ad essere “viaggiatore” (ne parliamo nella seconda e ultima parte di questo post) (s.m.)

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«SCUSI, SA DIRMI A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?»

di Gian Antonio Stella, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Il turismo nella Serenissima è insostenibile, inconsapevole, spesso incivile. Tanto che qualche visitatore crede che la città sia un parco a tema, con orari di chiusura e apertura –
«Otto de sera. Camino verso el Pontil del Monumento, trovo un grupeto de turisti. “Scusi”, i me dixe, “A che ora chiude?” Rispondo: “Tranquilli: i vaporetti vanno, più rari, anche la notte”. I me varda: “Non i vaporetti: Venezia! Quando chiude, Venezia?” Robe da mati: i credeva che Venessia fosse un parco turistico!». Continua a leggere

LA TUNISIA E LE RIVOLTE non più politiche ma PER IL PANE (contro il carovita) – PROPOSTA: dopo le 4 Macroregioni Europee (Baltica, Danubiana, Ionico-Adriatica, Alpina) la UE realizzi una “MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE” (tra Sud d’Italia, Tunisia, Libia) per un nuovo sviluppo del Mare Nostrum

TEBOURBA (città poco a sud-ovest di Tunisi), NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA

   L’inizio dell’anno tunisino è stato (ma lo è ancora) denso di proteste contro il carovita. L’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba. In una settimana, dall’8 al 14 gennaio, ci sono state 800 persone arrestate, un centinaio di poliziotti feriti, caserme di polizia date alla fiamme. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato e protestava contro il carovita. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici.
Una protesta spontanea, per niente “politica”: nel senso di rivendicazione di democrazia, maggiore libertà… come era accaduto nella “rivoluzione dei gelsomini”, nella primavera araba di esattamente sette anni fa. Una protesta, possiamo dire, “PER IL PANE”, cioè contro la situazione economica difficile, di povertà, che coinvolge buona parte della popolazione, e in particolare i giovani.

mappa Tunisia

   Non c’è alcuna leadership in queste proteste, e le manifestazioni nelle settimane scorse a volte sono state anche di poche decine di persone, che però hanno fatto “molto rumore”, hanno messo a dura prova il governo. Manifestazioni in ogni caso fatte, volute, dal ceto medio, che si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica difficile. E’ comunque interessante che queste manifestazioni, a differenza di altri Paesi (pensiamo all’Iran, quasi contemporanee) non sono state soppresse dalla polizia, dal governo. Come prova che la pur fragile democrazia tunisina (formatasi appunto sette anni fa con la rivoluzione dei gelsomini) garantisce libertà di espressione ai suoi cittadini.

TUNISIA “….L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti. (Francesca Paci, “La Stampa”, 11/1/2018)

   E’ così che in Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, proprio grazie alla democrazia introdotta nel 2011 (in Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile).
E’ tutto questo, come dicevamo, uno (dei pochi?) effetti positivi delle “primavere arabe”. Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò proprio in Tunisia: Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino, il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 dopo 23 anni al potere (Il dittatore abbandonò il Paese per rifugiarsi in volontario esilio a Jedda, in Arabia Saudita), e “la primavera” si diffuse nell’area nord africana, in Medio Oriente, nei Paesi arabi.

DOPO LE PROTESTE LA TUNISIA ANNUNCIA UN PACCHETTO DI MISURE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ – Il bilancio dell’ultima settimana (dall’8 al 15 gennaio) di scontri è di 803 persone arrestate e 97 agenti feriti – Scontri e disordini contro il carovita tra giovani e forze dell’ordine. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici. Il bilancio degli scontri lo ha reso noto il portavoce del ministero dell’Interno, Khalifa Chibani. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato. Il governo di unità nazionale ha annunciato ieri una serie di MISURE A FAVORE DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE da circa 70 milioni di dinari tunisini (circa 23,5 milioni di euro). «Garantiremo un reddito minimo alle famiglie bisognose – ha detto il ministro tunisino degli Affari sociali Mohamed Trabelsi – l’assegno sociale aumenterà da 150 a 180 o 210 dinari, a seconda del numero di figli». Il pacchetto prevede anche il raddoppio delle sovvenzioni dedicate ai bimbi diversamente abili, la gratuità delle cure per i disoccupati, l’istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l’acquisto della prima casa. (da “La Stampa” del 15/1/2018)

   Ma non è andata proprio bene questa richiesta di libertà nei Paesi Arabi: la Tunisia è praticamente l’unico paese ad aver saputo creare una democrazia. Ma, come stanno dimostrando le diffuse manifestazioni di protesta di queste settimane, una certa “libertà di protesta” e di rivendicazione dei propri diritti, non ha portato a un miglioramento economico nella popolazione e nella situazione generale di vita del Paese. Qualche osservatore dice che questo “nuovo corso” è stato distrutto dal jihadismo, l’integralismo islamico che subito dopo si è diffuso e allargato. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è un regime molto corrotto. Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani, sono gli aspetti più gravi della vita in Tunisia.

i paesi della PRIMAVERA ARABA – Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò da Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 e si diffusero nell’area

   I raiss arabi, i leader politici, governativi, nel lontano passato, si sono sempre ben guardati dall’aumentare i prezzi dei beni di primissima necessità, come il pane. Ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto, e dei Paesi vicini (come la Tunisia) sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi elargiti alle fasce popolari più povere, tengono basso il costo del pane; però i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
E poi questi Pesi (del Sud del Mediterraneo) vengono a dover confrontarsi con la massa di immigrati che dal Sahel, dal centro dell’Africa, arrivano, nel tentativo di raggiungere i paesi europei. Pertanto i Paesi del nord Africa devono anche far fronte ai rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane, ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. Altro problema non da poco.

……..
Quel che si capisce da un Paese così vicino a noi com’è la Tunisia, è che non può essere lasciato in balìa di sé stesso. La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di un progetto di crescita economica (un Piano Marshall) affinché possa essere parte di un comune sviluppo mediterraneo tra le due sponde del Mare Nostrum.

2018, dieci anni dall’istituzioni da parte della UE delle MACROREGIONI EUROPEE – Come risposta agli Stati-Nazione, le Macroregioni esempio di coesistenza pacifica, di sinergie di sviluppo, di geografia della cooperazione – 4 Aree Ambientali Omogenee: la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica, l’Alpina

   Un impegno che non può essere solo italiano, ma che deve avere una dimensione europea. Per questo crediamo che il progetto e l’avvio delle MACROREGIONI EUROPEE (avvenuto da dieci anni – se ne parla ora nel decennio di prima istituzione – con luci e ombre nella sua realizzazione oltre il potere degli stati nazionali…. ne parliamo qui in due articoli del Sole 24ore..), questo progetto europeo di macroregioni possa far sperare (auspicare, chiedere) la creazione da parte dell’Unione europea di una MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE che possa coinvolgere il nostro Meridione (occasione di lavoro e sviluppo) con i vicini Paesi nordafricani (come appunto la TUNISIA).

una MACROREGIONE DEL MEDITERRANEO CENTRALE?

   Tante sono le cose che subito si possono fare nella Macroregione Mediterranea: dalle sinergie tra università e distretti economici, alla ricerca scientifica, alla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca, alla produzione energetica (pensiamo al “solare”), a un Erasmus Mediterraneo, a un’agricoltura biologica (e di trasformazione) nuova sui prodotti delle terra di un’area che può fare coltivazioni (e trasformazioni) di grande qualità esportabili nel mondo…. Una Macroregione del Mediterraneo Centrale si presta anche ad essere fulcro ed equilibrio dei trasporti commerciali portuali marittimi, punto di snodo di produzioni di qualsiasi genere e di incontro di persone, di conoscenza e convivenza di pace.
La Tunisia è difficile pensarla come Terra estranea a noi, e dobbiamo inventare modi nuovi, virtuosi per collaborare, incontraci. (s.m.)

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proteste in Tunisia

TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”
di Francesca Paci, da “La Stampa” del 12/1/2018
– A TEBOURBA, NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA – Tebourba, il paese del primo morto della protesta: “Finiti i soldi per mangiare” – L’obiettivo dei ragazzi resta la fuga: “Appena ho duemila euro mi imbarco” – VIAGGIO NEL PICCOLO PAESE DOVE È PARTITA LA RIVOLTA CONTRO IL CAROVITA: QUI I GIOVANI SOGNANO L’ITALIA –

TEBOURBA, IL CUORE DELLA PROTESTA (città vicino a Tunisi, a sud-ovest)

TEBOURBA (TUNISIA) – Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011. «Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi. Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perché il presente è una prigione da far saltare. Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è dedicato ai LUPI, con un brano che vi proponiamo di JACK LONDON da “IL RICHIAMO DELLA FORESTA” – E poi parliamo della bella notizia del ritorno dopo un centinaio di anni nelle Alpi e negli Appennini dei LUPI, e come poter convivere con loro

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

Il cane BUCK incontra i LUPI, sente il RICHIAMO DELLA FORESTA e, ormai solo, si unisce a loro, diventandone il capo branco (brano parte finale del romanzo di JACK LONDON)
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“….Venne la notte, e la luna piena si levò alta sopra gli alberi nel cielo, illuminando la landa, finché essa giacque immersa in una luce spettrale. E con l’arrivo della notte, meditando e gemendo vicino allo stagno, Buck sentì l’animazione della nuova vita nella foresta, diversa da quella che avevano creato gli Yeehats. Si alzò, ascoltando e annusando. Da lontano proveniva un debole, acuto guaito, seguito da un coro di simili acuti guaiti. A poco a poco i guaiti si fecero più vicini e più forti. Di nuovo Buck li riconobbe come suoni uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si diresse al centro del luogo aperto e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo fatto di molte note, che risuonava più alettante e imperioso che mai. E più che mai egli era pronto a obbedire. John Thorton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo vincolavano più. Cacciando il loro cibo vivente, come lo cacciavano gli Yeehats, al fianco degli alci che migravano, il branco di lupi alla fine aveva attraversato il valico della landa dei corsi d’acqua e dei boschi e aveva invaso la valle di Buck. Nella radura inondata dal chiarore della luna essi si riversarono come un fiume d’argento; e al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, aspettando il loro arrivo.
Erano intimoriti, tanto immobile e grande egli si ergeva, e vi fu un attimo di pausa, finché il più audace balzò dritto contro di lui. Come un lampo Buck colpì, rompendogli il collo. Poi si fermò, immobile come prima, mentre il lupo colpito rotolava agonizzante dietro di lui. Altri tre fecero il tentativo, in rapida successione; e uno dopo l’altro si ritirarono, perdendo fiumi di sangue dalla gola o dalla spalla squarciate.
Ciò fu sufficiente a far scattare in avanti l’intero branco, alla rinfusa, accalcato insieme, ostacolato e confuso dal desiderio stesso di abbattere la preda. La meravigliosa rapidità e agilità di Buck lo misero in una posizione di vantaggio. Ruotando sulle zampe posteriori, mordendo e lacerando, era ovunque nello stesso istante, presentandosi apparentemente illeso, tanto rapidamente roteava e stava in guardia da una parte all’altra. Tuttavia, per evitare che essi lo attaccassero da dietro, fu costretto a indietreggiare, oltre lo stagno e nel letto del torrente, finché si fermò contro un alto mucchio di ghiaia. Fece in modo di dirigersi verso un angolo retto del mucchio che gli uomini avevano formato nel corso degli scavi, e si collocò nell’incavatura di quest’angolo, protetto su tre lati, in modo da doversi difendere solo di fronte.
E fronteggiò così bene la situazione, che dopo mezz’ora i lupi si ritirarono sconfitti. Avevano tutti la lingua penzoloni, e le bianche zanne si mostravano in tutto il loro crudele biancore alla luce della luna. Alcuni erano sdraiati con la testa ritta e le orecchie tese; altri stavano in piedi, osservandolo; e altri ancora leccavano acqua dallo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, si fece avanti con cautela, in modo amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvaggio con il quale aveva corso per una notte e un giorno. Mugolava piano, e, quando Buck mugolò, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e coperto di cicatrici, avanzò. Buck contrasse le labbra preparandosi a ringhiare, ma lo annusò naso contro naso. Dopo di che il vecchio lupo si sedette, puntò il naso verso la luna e lanciò il lungo ululato dei lupi. Gli altri si sedettero e ulularono. E ora il richiamo giungeva a Buck in accenti inequivocabili. Anch’egli si sedette e ululò. Poi uscì dal suo angolo e il branco gli si affollò attorno annusandolo in modo per metà amichevole e per metà selvaggio. I capi innalzarono l’uggiolio del branco e si lanciarono nei boschi. I lupi balzarono dietro, uggiolando in coro. E Buck corse con loro, fianco a fianco col fratello selvaggio, uggiolando mentre correva.
E qui può ben terminare la storia di Buck. Non erano trascorsi molti anni quando gli Yeehats notarono un cambiamento nella razza dei lupi della foresta; infatti se ne vedevano alcuni con chiazze scure sulla testa e sul muso, e con una striscia bianca in mezzo al petto.
Ma cosa ancora più notevole, gli Yeehats raccontano di un Cane Fantasma che corre alla testa del branco. Essi hanno paura del Cane Fantasma, poiché ha un’astuzia più grande della loro, e ruba nei loro accampamenti nei rigidi inverni, saccheggia le loro trappole, ammazza i loro cani e sfida i loro più coraggiosi cacciatori.
Anzi, la storia volge in peggio. Ci sono cacciatori che non ritornano più all’accampamento, e alcuni di loro sono stati trovati dagli uomini della tribù con la gola crudelmente squarciata e con impronte di lupo nella neve intorno a loro più grandi delle impronte di qualsiasi lupo.
Ogni autunno, quando gli Yeehats seguono il movimento degli alci, c’è una certa valle nella quale non entrano mai. E ci sono donne che si rattristano quando, intorno al fuoco, si narra di come lo Spirito del Male venne a scegliere quella valle come dimora.
In estate, tuttavia, c’è un visitatore in quella valle, del quale gli Yeehats non sono a conoscenza. E’ un grande lupo dalla splendida pelliccia, simile, eppure diverso da tutti gli altri lupi. Attraversa solitario il valico dalla ridente landa dei boschi e scende nel luogo aperto tra gli alberi.
Qui un ruscello giallo scaturisce da sacchi di pelle di alce in putrefazione, e scende nella terra; in esso crescono alte erbe, ed è pieno di terra vegetale, che protegge dal sole il suo giallo; e qui egli si sofferma per un po’ a meditare, lanciando un lungo e lugubre ululato prima di andarsene. Ma non è sempre solo. Quando sopraggiungono le lunghe notti invernali e i lupi seguono il loro cibo vivente nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nel pallido chiarore lunare e nella fioca luce boreale, balzando gigantesco tra i suoi compagni, con la grande gola spalancata mentre emette l’ululato del mondo primitivo, che è il richiamo del branco”. (Jack London, “Il richiamo della foresta”)
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA: RIASSUNTO DEL ROMANZO

Il libro si apre con le vicissitudini di Buck, che trascorre la sua vita in modo sereno e spensierato, nell’agiata dimora presso la villa del giudice Miller. Ci troviamo in California, a Santa Clara Valley. La sua vita trascorre felice ma anche monotona fino a quando, un bel giorno, il giardiniere di nome Manuel lo rapisce per venderlo ai commercianti di cani.
Il giardiniere lo rapisce poiché viene a conoscenza che nella regione del Klondike, in Canada, cresce la domanda di cani forti in grado di tirare le slitte, tutto ciò dovuto alla smania frenetica della “febbre dell’oro” a causa della scoperta di molti giacimenti in quella zona. Per questo motivo decide di vendere il povero Buck. Da lì in poi, la vita di Buck cambia drasticamente.

JACK LONDON

Il viaggio di Buck
Il malefico giardiniere vende il cane ad un uomo tutt’altro che gentile che lo spedisce su un vagone merci diretto a San Francisco. Successivamente, Buck viene affidato alle mani di altri commercianti di cani che lo trasferiscono, sempre via treno, fino a Seattle. Al suo arrivo, Buck viene preso in custodia e imprigionato da un uomo spietato che, in una sorta di magazzino, lo costringe ad ubbidire ai suoi ordini sotto i colpi di bastone infertigli.
Poi, il viaggio del povero Buck prosegue fino a nord, su nel Canada, per arrivare nel Klondike. In questo viaggio si trova insieme ad altri cani, tra cui la cagnetta di nome Curly. Buck, arrivato alla fine del viaggio, si trova ad affrontare tutte le drastiche problematiche che questo nuovo compito e il clima rigido gli propongono.
La situazione precipita quando la muta di cani appena sbarcata viene assalita da altri cani inferociti. Ad avere la peggio è l’amica cagnetta Curly, che viene uccisa da un cane di nome Spitz. Buck è sconvolto dalla scena a cui assiste impotente. Ma ciò che è accaduto fa scattare in lui l’istinto di sopravvivenza. Buck si ripromette di non farsi mai più schiacciare da nessuno e di far di tutto per portare sempre in salvo il suo “pelo”.

Il freddo e le difficoltà 

Nel frattempo, Buck viene affidato a due postini che lavorano per il governo canadese che si chiamano Francois e Perrault. Viene impiegato come cane da slitta. Inizialmente, ha qualche difficoltà ad adattarsi alla nuova vita ma, in seguito, scopre di amare questa vita selvatica da cane da slitta, che gli fa conoscere solo “la legge della mazza e della zanna”.
Nel tempo, Buck impara a lottare contro gli avversari più temibili, procurandosi da solo il cibo e dormendo perfino sotto la neve nelle gelide notti invernali. Tra Buck e Spitz, il cane guida della squadra, si sviluppa sin da subito una violenta rivalità, che sfocia ben presto in un duello.
Ad avere la meglio è Buck che uccide Spitz. Buck prende il suo posto come cane guida del gruppo. Grazie a lui il gruppo ottiene sempre dei tempi di percorrenza ottimi. La situazione prende una brutta piega quando, durante un viaggio, uno dei cani della sua muta si ammala e il conducente della slitta purtroppo si vede costretto a porre fine alla sua vita. I cani, essendo uno di meno, sono sempre più stanchi e stremati poiché costretti a trasportare carichi molto pesanti e per lunghi tragitti.
Gli ultimi padroni
I due postini decidono allora di riaffidare i cani, tra cui Buck, a un gruppo di cacciatori d’oro americani. I loro nomi sono Charles e Mercedes. Anche loro tuttavia si rivelano non all’altezza nel gestire la situazione. I due partono per il loro viaggio sovraccaricando troppo la slitta. Ogni volta che la muta rallenta, continuano a percuotere i cani con le loro bastonate.
Avendo pianificato nel peggiore dei modi il loro viaggio, a metà percorso, si trovano con il cibo per i poveri animali che inizia a scarseggiare. Ad un certo punto le scorte di cibo terminano. Solo cinque cani su quattordici riescono ad arrivare fino al campo di John Thorton. A peggiorare ulteriormente e drasticamente la situazione ci pensa il ghiaccio. L’insidia del ghiaccio a un certo punto, risucchia uomini e animali.
Il povero Buck viene salvato dal cercatore d’oro John Thorton. Buck ricambierà il favore salvando più volte l’uomo da morte certa. Buck così diventa il cane di Thorton. Avvincente l’episodio in cui Buck fa vincere al padrone un premio in denaro della cifra di 1600 dollari. Buck riesce a tirare da solo una slitta con un carico di mille libbre.
Finale
Buck e il suo padrone si recano ad Est, alla ricerca di una miniera abbandonata ai margini di una foresta. Qui, Buck inizia a sentire “il richiamo della foresta“. Decide di allontanarsi dal campo base di Thorton per dirigersi verso la foresta. Al suo ritorno all’accampamento, scopre che il suo padrone, insieme ad altri compagni, è stato ucciso da degli indiani Yeehats. A questo punto, il prode Buck, cerca la sua vendetta e uccide gli indiani Yeehats che avevano commesso quel terribile crimine.
Buck, ormai solo, decide di trascorrere i giorni che gli rimarranno da vivere nella foresta. Si unisce così a un branco di lupi, di cui in breve tempo diventa il capo branco.

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un lupo fotografato in Lessinia – “Il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. (KONRAD LORENZ)”

I LUPI CHE RITORNANO (e altri animali selvatici): l’antropizzazione delle montagne non restituisce gli spazi che erano loro – COME AFFRONTARE I CONFLITTI con la fauna selvatica – Dalle protezioni per gli animali domestici, ai corridoi di tutela, a ogni coesistenza pacifica, con un turismo e allevamenti eco-compatibili

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   Il ritorno del lupo in regioni da cui era scomparso da secoli sta provocando preoccupazioni e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico. La presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
Le razzie di bestiame che a volte accadono si motivano da un pascolo fatto libero, e dove spesso anche di notte gli animali dormano fuori dei recinti, delle stalle. Le mandrie e le pecore che vengono sbranate dai lupi sono sempre isolate, quando sono assalite. In stalla invece rumore di zoccoli e di muggiti non fa passare inosservata nessuna razzìa.

PASTORI MAREMMANI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI. La Regione Veneto ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale

I lupi, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Forse sarà da capire come comportarsi con il branco. Ma è evento assai raro (rarissimo) che possa accadere un incontro. Paura atavica e ancestrale la nostra… Come negare il loro spazio in montagna visto che fino più o meno a un secolo fa, i lupi abitavano regolarmente le Alpi e gli Appennini, ne erano i padroni di questi luoghi?
Le varie regioni italiane hanno atteggiamenti ambivalenti e ben diversi rispetto alla presenza del lupo, e ai modi di convivenza che si possono trovare con gli allevamenti di montagna e i pascoli. Ad esempio la Regione Veneto dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma, sotto la spinta e le pressioni delle popolazioni locali di montagna, sta avendo un atteggiamento sempre più contrario alla presenza del lupo. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo….

MAPPA PRESENZA DEI LUPI SULLE ALPI – Attualmente in Veneto ci sono tra i 14 e i 16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della LESSINIA e quello di più recente insediamento di ASIAGO) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017

La cosa è seria e ci sono ragioni serie che meritano soluzioni confacenti. Ad esempio ci possono essere problemi circa il futuro del turismo in montagna (quale turismo?), dell’antropizzazione (giunta nelle nostre montagne spesso a livelli molto alti, specie con le seconde case…).
E, tornando al Veneto, dal luglio scorso la giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato il progetto per un piano di gestione del lupo, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva europea Habitat (di questa direttiva e altre norme ne parliamo qui di seguito nel primo articolo), al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto. Concretamente il Veneto prevede: a) la cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo e la sterilizzazione degli esemplari catturati; b) la cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico. Cioè: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle. Pertanto il Veneto e il suo Assessorato preposto (all’agricoltura e alla caccia), dichiarano apertamente di non riuscire a garantire la convivenza delle economie di montagna con il lupo e iniziano una politica di effettiva eliminazione. Con la fine pertanto della politica (europea) di ripopolamento.

DISTRIBUZIONE DEI LUPI IN EUROPA – LUPO, LINCE e ORSO sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”)

La presenza di animali selvatici che sono tornati (oltre al lupo, la lince, l’orso, e poi quelli di sempre come la volpe), mette in evidenza l’eccessiva antropizzazione della montagna… è così che gli animali selvatici pongono un problema “umano”, se si vuole politico, urbanistico: non può andar bene che tutti i luoghi della montagna siano abitati o frequentati. E’ allora da chiedersi se esiste la possibilità che anche aree montuose alpine o appenniniche ritrovino “spazi di libertà” oltre la presenza umana: luoghi solo per gli animali, che garantiscano così una convivenza pacifica…. Un massiccio sistema di corridoi, interconnessi tra loro, regionali e interregionali, per la fauna selvatica, in modo da “dividerla” rispetto alle popolazioni umane (e così garantendo la coesistenza pacifica).

In TRENTINO nel luglio scorso c’è stato l’abbattimento di KJ2, l’ORSA che si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento. Decisione assai contestata

Sennò si può convivere lo stesso con greggi, mandrie etc…basta che ci siano recinti attrezzati, stalle, per la notte…ora, come prima dicevamo, quasi sempre capita che i malgari non fanno rientrare mucche e altri animali in stalla o recinti, e questi nelle ore notturne sono, dormono, in zone isolate, isolati tra loro…ovvio che possono essere attaccati, diventare preda di animali selvatici….

VOLPE IN CITTA’, FATTO ORAMAI USUALE

Come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni? La natura ha i propri equilibri, e la nostra presenza umana deve rispettare anche gli animali selvatici che sempre vi sono stati in quei luoghi. Si riuscirà a fare questo? (s.m.)

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PROGETTO LIFE WOLFALPS (life12 nat/it/000807) – Titolo del progetto: WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF COORDINATED WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND – Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino – Acronimo: LIFE WOLFALPS – Durata: Data inizio: 01/09/2013. Data fine: 31/05/2018 – Importo: Totale budget di progetto: 6.100.454 Euro – Contributo finanziario europeo: 4.174.309 Euro – Il progetto LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, ha l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in SETTE AREE CHIAVE, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una CONVIVENZA STABILE tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso. Il progetto si concretizza grazie al lavoro congiunto di dieci partner italiani, due partner sloveni e numerosi enti sostenitori: tutti insieme, formano un gruppo di lavoro internazionale, indispensabile per avviare una forma di GESTIONE COORDINATA della popolazione di lupo su scala alpina. Oltre al MONITORAGGIO, tra le attività previste dal progetto vi sono misure di PREVENZIONE degli attacchi da lupo sugli animali domestici, azioni per contrastare il BRACCONAGGIO e strategie di CONTROLLO DELL’IBRIDAZIONE lupo-cane, necessarie per mantenere a lungo termine la diversità genetica della popolazione alpina di lupo. Altri interventi importanti riguardano infine la COMUNICAZIONE, necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino. (da http://www.lifewolfalps.eu/il-progetto-in-breve/ )

IL LUPO: STRATEGIE DI CONVIVENZA E GESTIONE DEI CONFLITTI

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