I COMUNTY GARDEN – Adotta un BOSCO, un TERRAZZAMENTO, un’AIUOLA…. Crea e diffondi la pratica degli ORTI URBANI…. – REALTÀ DI CAMBIAMENTO, URBANE E NON, con persone che si incontrano per ritrovare se stesse a contatto con la natura (e per qualcuno anche procurarsi CIBO o inventarsi NUOVI LAVORI)

ORTI URBANI e COMMUNITY GARDENING - Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone. E’ questa la definizione di COMMUNITY GARDEN. Un FENOMENO SEMPRE PIÙ DIFFUSO anche in Italia. ZAPPARE, SEMINARE, INNAFFIARE. E FARLO INSIEME, attraverso la condivisione e la cooperazione. Nato molti anni fa negli Stati Uniti. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”. (Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/)
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   Gli orti urbani sono cresciuti con la crisi, dicono le statistiche. Ma non è solo quello. Il desiderio di riprendere un contatto diretto con il cibo, gli alimenti, i luoghi dove è possibile far nascere “cose di natura”, imparare come si fa al meglio, prendersene cura… tutto questo “già avanzava”, come necessità, ben prima del 2008-2009, cioè prima della percezione (fattasi sempre più concreta) della crisi economica, del “potere di acquisto” che si è andato riducendosi sempre più.

COLTIVARE ORTI E GIARDINI
COLTIVARE ORTI E GIARDINI

   Pertanto l’”avanzare” del “popolo urbano” verso forme agricole dirette di coinvolgimento è una necessità che va oltre la crisi. E’ un ritrovare un mondo più equilibrato rispetto ai passati decenni. E non è (e qui sta la cosa interessante) il rifiuto della cultura urbana, cittadina: anzi, ne è un completamento. L’AVANZARE DEGLI ORTI URBANI AVVIENE QUASI SEMPRE IN TERRITORI FORTEMENTE URBANIZZATI, ed è sicuro che quelle persone che vi si applicano, sanno altresì apprezzare meccanismi, incontri, opportunità, lavori che la “cultura urbana” sa creare quotidianamente (almeno nella maggior parte delle nostre città italiane, ancora belle, nonostante tutto, per la loro storia, le piazze, l’architettura, i meccanismi di vita…).

   Pertanto la diffusione di orti urbani collettivi (ma in questo post parliamo anche di adozione di terrazzamenti in aree di mezza montagna finora abbandonate; di acquisto di boschi per preservarli…) è sì cresciuta con la CRISI (necessità di “fare l’orto”, procurarsi CIBO), ma il fenomeno è avvenuto anche per GERMINAZIONE più o meno consapevole, come RIVOLTA verso l’abbandono di ogni cosa “naturale” appartenesse alla cultura urbana (in questo post pure parliamo di “guerriglieri del verde” che ci sono in varie città, che piantano alberi e fiori in aree pubbliche, un fenomeno interessante nella sua spontaneità).

I COMMUNITY GARDENS  A NEW YORK - Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito www.nuok.it/ )
I COMMUNITY GARDENS A NEW YORK – Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito http://www.nuok.it/ )

   Recupero dal DEGRADO e ABBANDONO di certe aree urbane (ma non solo urbane, pensiamo appunto agli splendidi terrazzamenti fatti nei secoli in zone di mezza montagna o collina lasciati qualche decennio fa all’invasione degli sterpi o usati a mo’ di discariche…). Ripresa dei valori più virtuosi dei PAESAGGI (URBANI E NON). Recupero SPONTANEO delle relazioni sociali con altre persone che decidono, insieme, di lavorare manualmente nel ripristino dei territori, di fare un orto o recuperare un terreno abbandonato, vicino a grattaceli cittadini o a paesi semiabbandonati.

   Ritorno a forme di walfare autogestito (cioè di reciproca conoscenza ed eventuale aiuto se serve), a commercio locale alimentare (il diffondersi della cultura del “chilometro zero”). Ma non solo l’attività alimentare: c’è sì lo scambio di prodotti ma anche di servizi, in base ha ciò che ciascuno ha o sa fare (un “baratto” spontaneo che non vuol per niente dire ritorno negativo indietro nel tempo). E in qualche caso “appare” una ripresa di forme di “moneta locale” (ma di questo, delle monete locali, ne parleremmo diffusamente in un altro prossimo post).

   Cultura del cibo e di un ritorno a una necessaria lentezza, ma allargando ai rapporti sociali con il mondo intero, il “micro” e il “macro” che devono incontrarsi. GASTRONOMIA/CIBO/OBESITÀ… dal fare un orto al ripensare le proprie abitudini alimentari…

LA CAMPAGNA "MILLE ORTI IN AFRICA" DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )
LA CAMPAGNA “MILLE ORTI IN AFRICA” DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )

   La crisi del 2008 è sì partita dalla speculazione dei mutui subprime, ma quasi subito si è spostata sui prodotti alimentari (la speculazione del prezzo del GRANO che ha prodotto decine di milioni di affamati…). Per questo vien da pensare che NON POSSIAMO SOLO FERMARCI AGLI ORTI (urbani e non). Ma forse dare senso in continuità all’impegno personale diretto con la natura, il paesaggio, porta a realizzare meglio l’impegno a tentare di risolvere “macro”problemi globali. (sm)

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COS’E’ IL COMMUNITY GARDENING

di Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/

Un fenomeno sempre più diffuso. Anche in Italia. Zappare, seminare, innaffiare. E farlo insieme, attraverso la condivisione e la cooperazione. E’ il community gardening, un fenomeno nato molti anni fa negli Stati Uniti e sempre più diffuso anche in Italia. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”.

   “Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone”. E’ questa la definizione di community garden secondo l’American Community Garden Association, una delle più importanti organizzazioni del movimento, ormai mondiale, che vede nel community gardening un’attività capace di migliorare la qualità della vita di chi vi partecipa e di produrre benefici per l’intera comunità. Una descrizione così sommaria, però, non rende affatto giustizia ad una realtà molto consolidata (l’Acga è stata fondata nel 1979) ed estremamente variegata.
Un community garden (“giardino condiviso”, in Italia) può sorgere sulla terrazza di un grattacielo di New York o nel cortile di una borgata romana. Impegnare una comitiva di casalinghe spagnole o un gruppo studentesco a Berlino. Può essere pubblico o privato. Produrre fiori rari, piante grasse, ortaggi biologici o, semplicemente, relazioni sociali. Del resto, che nasca da un’idea particolare di ambientalismo o da un’istanza salutista, l’obiettivo finale di ogni giardino condiviso è questo: creare comunità. Permettere alle persone di incontrarsi, cercare soluzioni ai problemi, imparare a gestire insieme i beni comuni e a prendersene cura nel tempo, favorire la partecipazione.

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TORNA “ECONOMIA DI GUERRA”, BOOM DI ORTI IN CITTÀ Continua a leggere

CAMMINARE, DOVUNQUE (da soli, in pochi, in iniziative collettive…) come RISCOPERTA DEI TERRITORI, come metodo personale di coscienza individuale DEI LUOGHI – Un approccio geografico al “camminare”, nell’epoca dell’aspirazione al ritorno a modi di vita più lenti, dolci e profondi

CAMMINARE (NEL DESERTO AMERICANO, TEXANO) - Nelle prime immagini del film Paris-Texas, di Win Wenders, un uomo percorreva le strade polverose del deserto texano alla ricerca del luogo dove era stato concepito. Il luogo era un piccolo paese sperduto del Texas dal nome insolito per quei luoghi: Paris, come la capitale francese. Perduta la certezza di sé, il protagonista cercava il luogo del proprio concepimento per calmare l’angoscia divorante di poter essere venuto dal nulla: aveva perduto non solo la propria nascita ma addirittura la sicurezza del suo avvenuto concepimento (di Giancarlo Zanon, dal sito www.igiornielenotti.it/)
CAMMINARE (NEL DESERTO AMERICANO, TEXANO) – Nelle prime immagini del film Paris-Texas, di Win Wenders, un uomo percorreva le strade polverose del deserto texano alla ricerca del luogo dove era stato concepito. Il luogo era un piccolo paese sperduto del Texas dal nome insolito per quei luoghi: Paris, come la capitale francese. Perduta la certezza di sé, il protagonista cercava il luogo del proprio concepimento per calmare l’angoscia divorante di poter essere venuto dal nulla: aveva perduto non solo la propria nascita ma addirittura la sicurezza del suo avvenuto concepimento (di Giancarlo Zanon, dal sito http://www.igiornielenotti.it/)

   Non si dirà e non si esporrà in questo post del bene alla salute (psichica e fisica) che può fare il “camminare” (altri ne hanno la competenza), ma di come la possibilità di usare questo modo di “mobilità dolce”, ragionata e nuova (incredibilmente nuova, per tutti noi nati nell’epoca della mobilità veloce rappresentata in primis dall’automobile…), ebbene questo può essere un elemento interessante per un approccio geografico individuale nell’osservazione dei luoghi, dei paesaggi, di quel che ci sta attorno, nel micro e nel macro, e che quasi sempre superficialmente osserviamo passandoci veloci (un puro e semplice attraversamento) trasportati da mezzi meccanici motorizzati.

   La ripresa di antichi sentieri di cammino, non necessariamente famosi, ma di per sé sempre storici e tradizionali, funzionali in tempi passati agli spostamenti a piedi (o su carro trainato da animali, a cavallo, a dorso di mulo…), questa ripresa del “camminare” può permettere di ritrovare un approccio di osservazione di quel che ci sta attorno, di bellezze naturali o date dall’azione umana, piccole o grandi, del paesaggio, di cose belle finalmente viste, scoperte (osservate con la necessaria calma e con occhi diversi); di possibili bruttezze architettoniche o inquinamenti ambientali e paesaggistici che al passaggio veloce attraverso di essi ci erano sempre sfuggiti.

   Questo rappresenta una democrazia auto-conoscitiva, una formazione civile di conoscenza dei luoghi del proprio vissuto (quotidiano o straordinario). E questo attraverso la tecnica, la filosofia, la modalità del CAMMINARE. Nuovi modi di guardare al mondo, di misurare con meno angoscia il tempo (ritrovare il tempo); di osservare là dove non si aveva mai osservato.

da www.retecamminifrancigeni.eu
da http://www.retecamminifrancigeni.eu

   Diamo in questo post notizia di un’iniziativa coraggiosa per tentare un approccio cultural-politico alla necessità di “tornare di più” a camminare, attraverso una manifestazione che si svolge il 5 maggio in undici regioni d’Italia con un senso, uno scopo comune, unica: la “GIORNATA DEI CAMMINI FRANCHIGENI” (leggete i dettagli di seguito in questo post).

   Nel trovare modi, individuali o collettivi, di visitare a piedi le montagne (lo si fa abbastanza in Italia in alcune zone particolarmente prestigiose, come le Dolomiti, e non solo), ma anche litorali e aree lagunari, pianure, colline, città storiche dove si può camminare in lungo e in largo…. In tutti questi modi è ovvio che va privilegiata l’autorganizzazione personale o collettiva (di un individuo o piccoli gruppi, associativi e non, che decidono di andare “in quel posto specifico”), più interessante certo di iniziative di massa guidate da altri cui si partecipa e basta (ma anche questo va molto bene…)…

Migliaia di bambini che camminano su grandi alberi di cartone occupano l'esedra di Sala Borsa: li hanno disegnati i bimbi di tutta Bologna, accompagnandoli ad altrettanti messaggi inviati al Sindaco, per ricordare a tutti che "Siamo Nati per Camminare". Fa bene alla salute, si risparmia energia, si vive in modo diverso la città. (da “la Repubblica” del 29/4/2013)
Migliaia di bambini che camminano su grandi alberi di cartone occupano l’esedra di Sala Borsa: li hanno disegnati i bimbi di tutta Bologna, accompagnandoli ad altrettanti messaggi inviati al Sindaco, per ricordare a tutti che “Siamo Nati per Camminare”. Fa bene alla salute, si risparmia energia, si vive in modo diverso la città. (da “la Repubblica” del 29/4/2013)

…Però qui ci interessa mettere in rilievo che “il camminare” permette veramente di essere attori critici importanti su quel che accade nei territori percorsi (più o meno lentamente) con le nostre gambe. Se un luogo è dato da tre elementi (1-le caratteristiche naturalistiche e geomorfologiche; 2-l’artificio umano che lì vi troviamo, dato da qualsiasi cosa che è frutto dell’azione dell’uomo; e infine, 3-ogni accadimento storico ci possa essere stato nel posto dove ci troviamo a passare), ebbene, questi tre elementi solo camminando è possibile, se si vuole, metterli assieme, farsi un’idea, un apprezzamento, una “giusta misura”. Assieme, d’accordo, a tutto il resto: l’esercizio fisico necessario, la riflessione e meditazione che il camminare aiuta a esplicarsi in noi, etc.

   Un mondo che incomincia di più a camminare, forse è su una buona strada (…sentiero…) per ridare il senso a tutto, con senso critico positivo, e serenità individuale e collettiva. (sm)

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Viaggi Itinerari vicini – Muoversi lentamente – Vecchi sentieri, villaggi minerari, abbazie… Il 5 maggio è dedicato ai percorsi sulle orme degli antichi viandanti –

L’ITALIA PASSO DOPO PASSO

– Cultura & solidarietà: All’Aquila visita guidata con storici e archeologi nelle viscere della città ferita dal sisma. Le offerte raccolte finanzieranno la ricostruzione della Basilica di Collemaggio –

LA GIORNATA DEI CAMMINI FRANCIGENI – UNDICI (E PIÙ) ITINERARI, RIGOROSAMENTE A PIEDI

   Un corpo a corpo con il territorio. Conoscerne l’alfabeto, sentirne le asprezze, avvertirne l’odore segreto. Perché camminare è anche questo: la paziente, lenta, faticosa anamnesi di un luogo, umile e nuda, senza la difesa di corpi meccanici come le automobili o le biciclette.

   E chissà che la Giornata dei Cammini Francigeni, il 5 maggio prossimo, domenica, non sia anche un tentativo di ricucire questo Paese lacerato.

   Passo dopo passo, confine dopo confine, ci si metterà in marcia in diverse parti d’Italia, unendo le differenze dal Trentino alla Sicilia. Ogni regione con il proprio percorso, più o meno esteso, e con le proprie iniziative, non solo sulla strada madre dei pellegrini medievali, come il nome dell’iniziativa farebbe pensare. Continua a leggere

Riscoprire in ogni luogo i percorsi di un tempo ora abbandonati – La proposta di UNA RETE DI MOBILITA’ DOLCE PER L’ALTOPIANO DEI 7 COMUNI (connessioni fisiche simboliche del territorio in cui il turismo è comunicazione) – di ANDREA CUNICO JEGARY

da giornalealtopiano.it

«…andiamo per le strade e i sentieri che gli itinerari ci indicano; scopriremo il nostro territorio; nuovo e singolare, inaspettato, dove storia e paesaggio, natura e lavoro degli uomini saranno nostri compagni in maniera insolita ed emozionante…» – Mario Rigoni Stern

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LA PETIZIONE  

«Come abitanti legati alle proprie origini o come foresti che frequentano l’altopiano e si interessano alla sua storia secolare, chiediamo l’avvio di un programma di ripristino, valorizzazione e messa in rete dei percorsi pedonali già esistenti, ma in parte abbandonati o non fruibili perché non segnalati.

   Questa rete è alternativa a quella motorizzata, ha elevata sostenibilità ambientale ed è finalizzata principalmente alla fruizione dell’ambiente e del paesaggio. Prevede percorsi facili, anulari, separati dal traffico e protetti, che consentono di muoversi in libertà a tutti, diversamente abili, bambini, anziani, tra una località e l’altra, a partire dai centri, estate-inverno, tra tracce di storia e immersi nella natura, lontani da auto e gas di scarico.

   A pochi passi dai centri c’è un antico patrimonio di percorsi che collega tra loro contrade e luoghi i cui nomi trasudano di storia, segnati da stoanplatten (lastre di pietra), esteso tra prati e boschi, di massima capacità attrattiva. Questo patrimonio ineguagliabile sta scomparendo. Aiutaci ad avere più voce per preservarlo, aggiungi anche la tua firma.» (la petizione è on line su www.liberaconsulta7c.it )

Altopiano nella neve

IL SENSO DELLA PROPOSTA (di Andrea Cunico Jegary)

   Una rete di percorsi intercomunali tabellata richiede un approccio “multidisciplinare” (cfr: Mobilità Dolce e turismo sostenibile, un approccio multidisciplinare, Approccio metodologico interdisciplinare nella valorizzazione di percorsi di mobilità non motorizzata quali strumenti di riscoperta delle risorse del territorio. Busi, Pezzagno, Ed. Gangemi).

   Impone di attingere dal meglio della nostra cultura “cimbra”, storica, ambientale e turistica: è fondamentale riportare il tutto in un progetto univoco, condiviso attraverso la sottoscrizione di un accordo che impegni le amministrazioni al mantenimento e implemento della rete nel tempo.

   Stiamo parlando di una “unica identità altopiano”. Implica la sottoscrizione di un disciplinare che nella segnaletica e tabellazione (toponimi e microstoria) normi il tutto affinché non compaia nessuno degli otto singoli stemmi comunali, ma solamente quello della Spettabile Reggenza 7 Comuni. Necessita coinvolgere chi ha più sensibilità per il territorio, generare orgoglio di appartenenza. Continua a leggere

Capire la CRISI per superarla, e trovare nuovi modi di equo sviluppo praticabile – il pensiero e l’analisi di DAVID HARVEY principale esponente della GEOGRAFIA RADICALE

QUESTA E’ LA PRIMA IMMAGINE di un fumetto animato (un’elaborazione grafica effettuata da Cognitive Media)) in cui il geografo e sociologo inglese DAVID HARVEY mostra il funzionamento geografico della crisi del capitalismo (messa su youtube ha avuto molto successo, un milione e duecentomila visualizzazioni), e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana

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  David Harvey è professore di geografia e antropologia all’università di New York. E’ tra i 20 autori più citati al mondo nel campo delle scienze umane, e il geografo più citato al mondo (fonte: Wikipedia). Epistemologicamente, David Harvey è il principale esponente della « radical geography » – o geografia marxista -, corrente originata dal suo primo lavoro: Explanations in Geography (1969), ma soprattutto dal successivo Social Justice and The City (1972) a cui hanno seguito una ventina di libri (secondo il parere del tutto personale di chi scrive, The Condition of Postmodernity, del 1989, è forse il più completo e più interessante), oltre che numerosi articoli in riviste scientifiche di prestigio come: Antipode, e Progress in Human Geography.

David Harvey

   Per David Harvey la situazione attuale della geografia e le proposizioni che mirano alla sua trasformazione devono essere fermamente radicate nella comprensione della storia. Ma soprattutto la geografia deve affrancarsi del suo statuto di disciplina subalterna, frammentata in analisi tecniche (cartografia, pianificazione del territorio, architettura, …) direttamente al servizio dei poteri politici, statali ed economici. In questo modo, Harvey si distingue da altri approcci marxisti come quelli che si ispirano alla scuola degli Annales e in particolare a Fernand Braudel, o ancora quelli di Immanuel Wallerstein, i quali analizzano il capitalismo in termini di sistema-mondo e mettono l’accento sull’opposizione tra centro/periferia.

   Come spiegare le disuguaglianze di sviluppo geografico in seno al capitalismo?
Per rispondere a questo problema le analisi di David Harvey mettono in avanti i meccanismi di accumulazione del capitale, della concorrenza e della necessità di riutilizzare il surplus di capitale.

   L’analisi di Harvey non sarà certo ben vista e accettata nella sua totalità (per molte persone ogni riferimento al marxismo ha oggi una connotazione negativa, mentre altri mettono in discussione l’analisi in termini di classi), ma resta il fatto che l’attualizzazione dell’analisi marxista delle lotte di classe alla scala planetaria o dell’imperialismo fornisce un quadro teorico solido, olistico ed efficace per pensare le problematiche poste dalla globalizzazione come la dialettica tra locale e globale, l’integrazione della Cina nei meccanismi della concorrenza mondiale, l’ecologia e le questioni di giustizia ambientale…

   Nel suo ultimo lavoro (The Enigma of Capital and the crisis of capitalism) David Harvey tratta di politica economica da un punto di vista geografico, focalizzandosi sul flusso del capitale e lo spostamento geografico delle crisi che questo genera e di cui ha bisogno per riprodursi, ricorrendo a forme ideologiche neoliberIste, all’innovazione tecnologica e se necessario anche col ricorso alla violenza della guerra.

   Egli afferma che se riusciamo a ottenere una comprensione migliore degli sconvolgimenti e della distruzione a cui siamo tutti esposti, potremmo iniziare a sapere come agire al riguardo. Basti considerare che durante la “crisi” che stiamo vivendo, i più grandi capitalisti del mondo hanno continuato ad accrescere le loro fortune rispetto all’anno scorso, chi di 8 miliardi di dollari (George Soros, il “padre degli hedge funds”), chi 5 (Bill Gates), altri “soltanto” 1 miliardo (come Ferrero, la cui fortuna è passata da 17 miliardi di dollari nel 2010 a 18 miliardi nel 2011) [Fonte: Forbes e Les Echos].

   Il contrasto balza agli occhi quando in Europa si organizzano vertici su vertici (costosi), nel tentativo difficile di trovare gli 8 miliardi per il “salvataggio” della Grecia… E quando la FAO sostiene che con 30 miliardi all’anno la fame sparirebbe dal pianeta. Se noi siamo d’accordo nel trovare tutto questo inaccettabile, dobbiamo pero’ capire: chi deve pagare il debito? Come si è formato? Come fare per uscire da questa situazione ed evitare che si riproduca?

   Per cercare di rispondere a queste domande qui di seguito riportiamo un’intervista data a Londra pochi mesi orsono, che riassume la sua spiegazione geografica della logica capitalista.

   “La crisi stavolta è più profonda ed è più chiaro che abbiamo un movimento geografico. Sono stato proprio affascinato a guardare la crisi, che è iniziata in maniera altamente localizzata nel mercato immobiliare della California del Sud, in Arizona, in Nevada e in Florida, per poi colpire improvvisamente Londra e New York e poi sei mesi dopo… Improvvisamente le esportazioni tedesche crollano, e sono coinvolti nella crisi… Poi le esportazioni dell’Asia orientale crollano, sono coinvolti nella crisi, che si estende al di fuori dell’Asia…

   Per esempio negli Stati Uniti tutti dicono che la crisi è finita [l’intervista risale a maggio-giugno 2011, quando certi dati lasciavano pensare a un miglioramento, n.d.a.] perché il mercato azionario è risorto, ma questa è una visione distorta data da un pregiudizio di classe nella definizione della “crisi”: in realtà significa che il capitale sta andando bene, la disoccupazione è un disastro e il numero di persone che non hanno un lavoro o hanno bisogno di un lavoro migliore è di 1/5 della popolazione statunitense.

Il movimento «OCCUPY WALL STREET» sul PONTE DI BROOKLYN. Da il Corriere.it :«Circa 700 persone sono state arrestate sabato sera, primo ottobre, a New York per aver bloccato il traffico sul Ponte di Brooklyn. Continua la protesta nella Grande Mela contro gli effetti della crisi economica»

   La mia analisi si basa sull’idea che il capitale sposta la crisi geograficamente in modo che la crisi si trasferisce da una manifestazione all’altra, cosicché in un particolare momento la crisi appare come una diminuzione dei profitti perchè il capitale è debole in confronto al lavoro. Nessuno attribuirebbe questa crisi all’idea che il lavoro ha troppo potere. Non ho sentito sindacati avidi venire accusati stavolta, è fantastico in realtà, contrariamente a quel che successe negli anni 70, quando tutti accusavano gli “avidi sindacati”.

   A quel tempo si poteva dire che la crisi riguardasse davvero il mercato del lavoro e la disciplina della classe operaia, ma a partire da quel momento, c’è poi stato il disciplinamento di massa della classe operaia, attraverso l’offshoring, attraverso le innovazioni tecnologiche… Se questi metodi non funzionavano si inventavano persone come Margaret Thatcher, Ronald Reagan, e il generale Pinochet per metterli in pratica in maniera violenta e brutale. Cosi è stata disciplinata la forza lavoro, ma poi che succede? C’è un deficit di domanda effettiva, e poi sorge la domanda: come si faranno a vendere i prodotti se i salari non aumentano? E la risposta è stata: diamo una carta di credito a tutti.

Manifestazione degli studenti a Roma del 7 ottobre (contro i tagli alla scuola). Ma in quasi tutti i paesi europei, e negli Stati Uniti, si sviluppa la protesta contro la crisi economica e i poteri finanziari visti come la principale causa della crisi (da “il Corriere della Sera”, foto “la Presse”)

   Cosi si è creata l’economia del debito, e le famiglie si sono indebitate sempre di più, ma per fare questo servono istituzioni finanziarie, che iniziano a manipolare il debito, cosi ora arriviamo a un effettivo problema della domanda che è anche rinforzato da un problema della finanza e del potere finanziario. Quindi la crisi questa volta si manifesta diversamente. La mia tesi è sempre stata che non è possibile giungere a una singola teoria ipodermica della crisi, ma che è sempre necessario guardare alle dinamiche che portano da una crisi all’altra.

   A volte la crisi puo’ manifestarsi come una crisi di sotto consumo, come d’altronde si potrebbe dire per questa crisi, altre volte è un problema di diminuzione dei profitti e altre ancora è la caduta del saggio di profitto, che ha un significato tecnico, ma il profitto puo’ cadere per tutta una serie di motivi, tra cui un calo della domanda effettiva, quindi io vedo la nozione di crisi come distribuita su tutto il sistema. Continua a leggere

La DECRESCITA tra i paradigmi geografici ed economici del nostro presente e futuro: il mondo cambiato e la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre Comunità nell’ERA GLOBALE

I MOAI DELL’ISOLA DI PASQUA – simbolo di come una nobile civiltà possa sparire - In molti mappamondi e atlanti geografici non compare affatto l'Isola di Pasqua, Rapa Nui, appartenente al Cile. Una piccola isola di appena 162 kmq. E’ noto che gli indigeni già dalla fine del ‘600 (quando arrivarono gli “europei”) disprezzavano e distruggevano queste misteriose statue antiche di pietra chiamate “i MOAI”: metafora della distruzione che noi indigeni della Terra stiamo distruggendo il nostro pianeta

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   “La DECRESCITA è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.” MAURIZIO PALLANTE, MOVIMENTO DECRESCITA FELICE (http://decrescitafelice.it/ )

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   E’ un bel dire, come sentiamo tutti i giorni, che per uscire dalla crisi economica (e del grave debito pubblico) dell’Italia, dei vari paesi europei a rischio fallimento (la Grecia oramai sulla soglia, ma anche Italia e Spagna stanno lì lì per cadere nel pericoloso vortice…), per uscire dalla crisi ci vuole in primis la CRESCITA, cioè la ripresa economica. I paradigmi che ci sono stati insegnati dagli economisti classici, che a un periodo di depressione ne segue un altro di espansione, sembrano del tutto cambiati, improponibili, in questa epoca, in questi anni, mesi, settimane…

   E se da questo blog appaiono proposte di RINNOVAMENTO DEL SISTEMA AGRICOLO (la proposta di valorizzazione delle agricolture locali e i prodotti originali tipici, nei loro equilibri sociali e ambientali), di NUOVE ENERGIE autoprodotte da fonti rinnovabili, di NUOVE GEOGRAFIE ISTITUZIONALI nel “stare assieme” (le città ai posto dei troppi comuni, la aree metropolitane al posto delle superate provincie, le macroregioni al posto delle attuali parassitarie regioni…), di nuovi SVILUPPI ECONOMICI incentrati in collaborazioni SULL’AREA MEDITERRANEA (con i paesi delle rivoluzioni arabe di primavera e con le realtà balcaniche così vicine a noi)… ebbene, tutto fa pensare che non può bastare rispetto alla svolta epocale che stiamo vivendo; e che solo questi cambiamenti (di eliminazione degli sprechi della politica, di rilancio economico, di nuova sensibilità ambientale, di sviluppo e pace nel Mediterraneo…) sono sì strategici ed importanti, ma da soli non possono bastare per il ritorno alla CRESCITA, a un benessere che possa garantire risorse per ciascun individuo (con un lavoro e un reddito sicuro), e alla società di avere disponibilità finanziarie sufficienti per le politiche sociali essenziali (la sanità, la scuola, le pensioni, la sicurezza, la mobilità… e tutto il resto).

   La crisi pertanto parte proprio dal concetto e dalla parola CRESCITA: nell’era del consumo “estremo”, dei centri commerciali nuovi luoghi di vita e svago, accumulare beni di consumo (paia di scarpe, vestiti, nuovi elettrodomestici…) non solo sta diventando (è) pura paranoia, ma la crisi del lavoro fa sì che non si abbia neanche più i soldi per farlo.

Il Movimento per la Decrescita Felice muove i suoi primi passi il 12 gennaio del 2007 quando Maurizio Pallante (nella foto) riunisce nell’abbazia di Maguzzano (a Lonato, Brescia) un gruppo di persone che ha incontrato in decine di incontri organizzati in tutta Italia per parlare del suo libro “La decrescita felice”. La proposta era quella di fondare un Movimento che mettesse in rete le esperienze di persone, associazioni, comitati, per incamminarsi insieme verso la messa in pratica dei dettami della descrescita. Il 15 dicembre 2007 a Rimini il Movimento per la Decrescita Felice si costituisce ufficialmente come Associazione

   E il pensiero filosofico, globale, economico, che qui tentiamo un po’ di illustrare, quello della DECRESCITA, offre risposte interessanti per uscire dalla crisi. Parla, il pensiero della DECRESCITA, di una “CONVERSIONE ALLA SOBRIETÀ” che, nella riduzione dei consumi, e nel privilegiare la qualità al posto della quantità, ne viene un aspetto positivo di RIAPPROPRIAZIONE DEL SENSO CRITICO (ora in parte perduto) di ciascuna persona. Ecco, su questo pensiamo possano esserci degli spunti magari interessanti in questo post.

   Sia chiaro: NON COLPEVOLIZZIAMO LA CRESCITA di questi ultimi anni. L’impetuoso sviluppo economico di paesi prima marginali e assai poveri (Cina, India, Brasile, SudAfrica… ), ha fatto sì che, tra il 2005 e il 2010, mezzo miliardo di persone sia uscito dalla soglia della povertà assoluta (vale a dire un reddito di 1,25 dollari al giorno): tre quarti di questi ex “poveri assoluti” sono cinesi o indiani, ma per la prima volta il tasso di povertà dell’Africa sub sahariana è sceso sotto il 50%, riducendo il numero di poveri nel mondo a 878 milioni (questi dati li trovate nell’intervento in questo post di Lucio Perosin, del Movimento Federalista Europeo).

   Ma qui ci interessa sottolineare che la proposta “DECRESCITA” non è un “tornare indietro” rispetto ai nostri parametri di benessere e qualità di vita: ma invece è un modo di superare forme parassitarie e consumistiche di vita, per riacquistare valore individuale e collettivo della comunità. E’ UNA PROPOSTA POLITICA, GEOGRAFICA, ECONOMICA. E contiene in se tutti quelli elementi di “nuovo sviluppo ambientale e sociale” che in questo blog cerchiamo fin dall’inizio di descrivere e razionalizzare. E il primo articolo che qui Vi proponiamo espone alcune idee del fondatore e leader del movimento italiano per la “decrescita felice”, MAURIZIO PALLANTE, sull’attuale crisi “economica estrema” che stiamo vivendo. E che ancora del tutto non è scoppiata nei suoi
possibili effetti dannosi nel nostro vivere. E la proposta della “DECRESCITA” diventa assai interessante.

PALLANTE: DEBITO CREATO SOLO PER DROGARE LA CRESCITA SUICIDA

da http://www.libreidee.org/ del 21/9/2011

   Meno e meglio: è l’unica soluzione, per uscire dalla spirale del debito. Che non è un incidente di percorso, tutt’altro: il debito è stato incoraggiato a tavolino per indurre i consumatori a comprare merci che non si sarebbero potuti permettere. Obiettivo: smaltire la marea di nuove merci prodotte a ritmo vorticoso da tecnologie industriali sempre più avanzate e diffuse in tutto il mondo grazie alla globalizzazione.

   Il debito serviva a questo: ad assorbire l’enorme valanga planetaria di merci, evitando una “crisi di sovrapproduzione”. Il peccato originale ha un nome sulla bocca di tutti: crescita. Non è la soluzione, è il problema: la crescita è cieca, perché si basa solo sulla quantità, trascurando di selezionare beni e servizi realmente utili. La crescita vive di sprechi e genera Pil inutile, gonfiato dalla droga pericolosa del debito. Continua a leggere

ADOTTA UN TERRAZZAMENTO: una concreta iniziativa (per far tornare a vivere i luoghi) nel CANALE DI BRENTA (alto vicentino) – La positiva MEDIAZIONE TRA desiderio di RITORNO personale ALLA NATURA e BENE AMBIENTALE da recuperare alla Comunità

i terrazzamenti di Valstagna

L’iniziativa che qui Vi proponiamo (e ne ha già illustrato i contenuti in questo blog Rachele Amerini il 6 maggio scorso) sta avvenendo in Veneto, nell’estrema parte nord della provincia di Vicenza (verso il Trentino), nel bellissimo comune di Valstagna. Un territorio chiamato “Canale di Brenta” perché solcato dall’omonimo fiume che scende in pianura (verso Bassano del Grappa). Verso la fine dello scorso anno è sorto un comitato che già nel nome esprime la sua finalità: ‘Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta’.

Di seguito, in questo post, ve ne diamo conto nei dettagli (riportando alcuni studi, link e notizie varie). Ma qui vogliamo solo premettere l’importanza che viene ad avere l’idea di provare concretamente a smuovere una situazione di forte abbandono che da circa quaranta e più anni caratterizza molti territori di mezza montagna, in “pendìo difficile”: lasciati a bosco selvatico – cioè rovi -, là dove essi venivano una volta coltivati, con grande fatica, “sistemandoli” appunto a terrazze (per la coltivazione del tabacco); oppure erano prati in pendìo usati per il pascolo.

L’estrema fatica (e miseria) delle genti che lì portavano avanti un’economia (e vita) agricola, rurale, di sussistenza, permetteva però un “controllo del territorio”, una sua manutenzione (specie nella sicurezza idrogeologica contro brentane, cioè allagamenti da forti temporali, e frane). Prezzo duro per quelle popolazioni stanziate in quei luoghi; e che le prime apparizioni di industrializzazione in pianura (negli anni sessanta ai primordi del cosiddetto boom economico) ha inevitabilmente (doverosamente) portato le persone del Canale di Brenta a cercare una vita migliore lavorando, lontano, nelle fabbriche, nei cantieri edili (oppure emigrando all’estero, ad esempio andando a lavorare nelle miniere del Belgio).

E’ possibile un ripristino, una “riappropriazione” da parte della Comunità, adesso, nella nostra epoca, di questi luoghi selvaticamente lasciati a sè, del tutto abbandonati? … magari utilizzando le nuove macchine, tecnologie avanzate, che permettono da qualche tempo (e sempre in meglio) di fare meno fatica, di evitare lavori manuali duri? … è un tema non da poco, che sicuramente meriterebbe più attenzione da parte della politica (nazionale, regionale…). Se di riforme vogliamo che si incominci a fare, una è quella di “prender mano” ai territori che così come sono ora “non vanno bene”.

MAURO VAROTTO, geografo, docente all'Università di Padova, presenta l'8 aprile scorso, con l'Amministrazione Comunale di Valstagna, la campagna "ADOTTA UN TERRAZZAMENTO"

Perché, si dice, in questi luoghi di “mezza montagna”, di pendìo, luoghi assai ardui da lavorarci, è difficile individuare progetti economici in grado di far vivere dignitosamente persone che potrebbero dedicarvisi. Solo situazioni geomorfologiche collinari di favorevole collocazione possono diventare appetibili a progetti economici (a volte fin troppo: non molto lontano dal Canale di Brenta, si trovano le colline del prosecco di una parte della pedemontana trevigiana, e lì forse si sta esagerando nella sovraproduzione e nell’inquinamento…).

Il tentativo di “adotta un terrazzamento” ha il merito di “aggirare l’ostacolo”: cioè della difficoltà, che ora come ora ancora si percepisce, di un progetto economico fattibile nei terrazzamenti in abbandono. L’iniziativa parte non dal voler “trovare un reddito”, ma da altre “esigenze”: riuscire a sposare, a mettere assieme 1- il “desiderio di natura”, di tornare ad avere un rapporto con la terra, anche se solo nel tempo libero, da parte di molte persone (pensiamo alla diffusione degli orti urbani che sta avvenendo in molte città), e 2-la necessità che un certo territorio ha di “uscire dall’abbandono”, dai rovi che lo soffocano, tornando così “a vita”, ad un recupero ambientale di cui può godere tutta la Comunità (fatta di persone del luogo, di immigrati arrivati recentemente in quei posti, ma anche di “foresti” che adottano e vivono attivamente terre diverse dalle loro; luoghi che così diventano importanti nel loro equilibrio con il mondo, con la natura.

Pertanto risulta essere proprio  un’iniziativa interessante quella di proporre l’assegnazione, in un contesto legale di una specie di usufrutto (cinque anni), di terrazzamenti ora in abbandono (anche se si può “adottare a distanza”, partecipare al progetto senza farsi carico in modo diretto del lavoro di ripristino). E che vede tra l’altro l’Ente ocale (il Comune di Valstagna) “provare” virtuosamente a riprendere il ontrollo di tutto il suo territorio, anche attraverso il ruolo autorevole di ediazione che l’Amministrazione Comunale riesce a fare tra vecchi proprietari ei terrazzamenti (perlopiù emigrati all’estero o in altri comuni) e quei foresti” che decidono di “prendersi cura” di un pezzetto di territorio di alstagna, ripristinandolo a nuova antica vita.

(il sito dell’iniziativa : http://www.adottaunterrazzamento.org/ )

terrazzamenti nel Canale di Brenta

AL POSTO DEI ROVI DEI TERRENI COLTIVATI

– Successo per l’iniziativa di adottare un terrazzamento in Valstagna –

di Gianni Celi, da http://www.ladomenicadivicenza.it del 21/5/2011

   Sta germogliando la proposta lanciata dal Comitato “Adotta un terrazzamento”, a Valstagna, per recuperare un pezzo di storia secolare, legata alla coltivazione del tabacco in Valbrenta, che l’avvento dell’industrializzazione spinta dagli anni Sessanta in poi, sta lentamente cancellando. A che punto sia l’iniziativa lo chiediamo al presidente del comitato, LUCA LODATTI, un ricercatore del Dipartimento di geografia all’Università di Padova.

Presidente avete avuto risposte positive all’invito rivolto a quanti amano la terra e le tradizioni di un tempo? Continua a leggere