SUPERBONUS EDILIZIO: occasione da non perdere per RIQUALIFICARE LE CITTÀ, i quartieri, i vetusti condomini – La possibilità gratuita del miglioramento delle abitazioni, nel consumo energetico, antisismiche, con facciate gradevoli, porterebbe a NUOVI PAESAGGI URBANI (e un’EDILIZIA per migliorare l’esistente)

PAESAGGI URBANI: RECUPERARE LA BELLEZZA PERDUTA (DOVE NON C’È PIÙ) (immagine da http://www.Ilsole24ore.it/)

   Nelle difficoltà economiche che sicuramente saremo costretti a vivere nei prossimi mesi, anni (in senso generale, come comunità…), vi sono provvedimenti governativi che possono aiutare a un ritorno, almeno in certi settori, di uno sviluppo economico (e occupazione), e che sono importanti. Se poi questi interventi di incentivazione al lavoro e al benessere si connettono anche a un’economia nuova, green (come si usa dire adesso), cioè interventi che sono ecologici, di minor spreco di risorse energetiche, e di rinnovo dei PAESAGGI URBANI ora quasi sempre degradati, vetusti (periferie e città diffuse con vecchi condomini, brutti fuori, e dove si vive male dentro).

RIQUALIFICARE LE FACCIATE IN DEGRADO DELLE ABITAZIONI (foto da http://www.ilcommercioedile.it/)

   Ebbene questa condizione di rinnovo del paesaggio urbano (nel senso dell’aspetto esteriore, ma anche dei contenuti energetici di risparmio (e di sicurezza antisismica), questo può essere rappresentato dalla nuova possibilità di detrarre questi interventi di migliorìa dalle tasse: e se una persona “non ha capienza”, cioè ha un reddito che non paga imposte, oppure se vuole o non può pagare niente subito senza detrarlo in 5 anni, ebbene vi è la possibilità di “cedere” questo credito di imposta (all’impresa costruttrice, alle banche…), e praticamente mettere in atto un intervento di riqualificazione energetica ed edilizia senza tirare fuori un soldo.

nella foto: RICCARDO FRACCARO, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, principale autore del provvedimento di legge sul SUPERBONUS EDILIZIO ED ENERGETICO – «Agevoliamo – dice Fraccaro in una intervista al Sole 24 Ore – gli interventi strutturali compresi nel sismabonus e nell’ecobonus, così da incentivare i progetti più importanti, ma in più chi avvierà questi lavori beneficerà del superbonus anche per il fotovoltaico, gli accumulatori, l’isolamento delle pareti, gli impianti di riscaldamento a pavimento, gli infissi, e tutti gli altri interventi di riqualificazione energetica. L’OBIETTIVO – continua Fraccaro – è CONSENTIRE ALLE FAMIGLIE DI MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA ALL’INTERNO DELL’ABITAZIONE E LA PRESTAZIONE ENERGETICA DEGLI EDIFICI, con un beneficio anche sulle bollette. Vogliamo mettere un pannello solare sulle case di tutti gli italiani, renderle più confortevoli, più sicure, più antisismiche e più ecosostenibili. MA PUNTIAMO ANCHE A MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLE PERIFERIE URBANE TRAMITE INTERVENTI SULLE CASE POPOLARI e a creare una filiera produttiva di edilizia orientata alla sostenibilità». (da “il sole 24ore” del 27/5/2020)

   Un volano, se funzionerà, assai efficace e storicamente mai a questi livelli per il settore edilizio (e tutto il mondo economico annesso ad esso): settore, quello dell’edilizia, che spesso è stato visto (a ragione) negativamente per aver partecipato alla costruzione, creazione, di “cose” assai brutte, di degrado speculativo; e che adesso si troverà impegnato in qualcosa di assolutamente nuovo, di conservazione migliorativa e di sviluppo ecologico, rivolto a quello che sembra apparire come una prospettiva (quella green, verde) che una volta era argomento appannaggio di pochi ambientalisti, ma adesso (per fortuna) sembra fatta propria da tutti, in primis il mondo economico (almeno speriamo).

Schema del funzionamento della POMPA DI CALORE (da http://www.larepubblica.it/)

   Pertanto, come dicevamo questo provvedimento di incentivazione fiscale ai lavori di riqualificazione degli edifici, per l’edilizia privata promette così di aprire opportunità enormi di investimenti green e anche di favorire la trasformazione del settore edile in chiave di sostenibilità energetica e ambientale.

Lavori su condomini (foto da https://www.progedil90.it/)

   Gli interventi di isolamento termico sull’involucro dell’edificio; la sostituzione delle caldaie a gasolio con impianti a pompe di calore o con caldaie a condensazione; e gli interventi di prevenzione antisismica: questi sono i tre tipi di intervento previsti e che saranno “premiati” con un supercredito di imposta del 110%. Però essi saranno pure trainanti (all’interno di questa agevolazione al 110%) di altri investimenti minori o diversi come quelli compresi oggi nell’ecobonus (cioè nella riqualificazione energetica al 65% che si è avuta negli ultimi anni, ma che ha avuto un modesto successo); o quella per il RIFACIMENTO DELLE FACCIATE ESTERNE che di fatto non era ancora iniziata (e potrà anch’essa essere “trainata” dalle misure principali al 110%, praticamente senza pagare niente.

I SEGRETI DEI LAVORI PER UNA CASA ANTISIMICA (immagine da https://www.ingenio-web.it/)

   Poi, nell’onda dell’entusiasmo iniziale (cui in queste righe ci lasciamo volutamente andare) si dovrà fare i conti con dei problemi applicativi (cioè le misure applicative che serviranno); e dei controlli da fare perché in molti con il malaffare si butteranno; e poi è da capire se la reazione di imprese e banche che dovranno acquistare i “crediti di imposta” dai privati lo faranno, collaboreranno, ne troveranno convenienza a farlo. E, infine, se lo Stato (che vedrà meno evasione fiscale per le imprese edilizie che non potranno fare i lavori in nero), se lo Stato potrà reggere al peso finanziario di questo provvedimento.

Case in pietra da rendere antisismiche (foto da http://www.6aprile.it/conoscere-i-terremoti)

   Qui a noi adesso interessa mettere in luce la possibilità che questa iniziativa potrà migliorare i PAESAGGI URBANI ora degradati (pensiamo solo al rifacimento delle facciate dei condomini e case vetuste); potrà MIGLIORARE LE CITTÀ rendendole meno inquinanti (con la sostituzione degli impianti di riscaldamento obsoleti), causa maggiore anche del traffico delle polveri sottili).

Creare un’EDILIZIA SOCIALE, oltre ogni degrado (immagine tratta da http://www.gdc.ancitel.it/)

   Che si potrà migliorare la QUALITÀ DELLE PERIFERIE URBANE tramite interventi su tutto quel novero di abitazioni assai brutte che vediamo lungo le nostre strade, spesso in condizioni di abbandono, poi sulle case popolari…E creare così una filiera produttiva di edilizia orientata alla sostenibilità.

Ristrutturare casa (foto da http://www.ristrutturare-casa.org/)

   Vien da pensare, da fare un paragone (solo auspicabile per ora) di questo SUPERBONUS AL 110%, con quanto accaduto a partire dalla fine degli anni ’40 del secolo scorso con il progetto edilizio denominato “INA CASA”. In quel frangente l’interesse principale più che edilizio era dato dal “creare lavoro” (il ministro di allora, che lo avviò, Amintore Fanfani, era ministro del lavoro); e che poi si è rivelato uno dei più riusciti ed efficaci interventi edilizi e architettonici del ‘900 in tutto il nostro Paese (quelle case, quei condomini, hanno caratterizzato l’architettura dell’abitare di massa positivamente fino ai nostri giorni, e sono abitazioni spesso ancora efficienti e gradevoli…).

Funzionamento della CALDAIA A CONDENSAZIONE (dal sito http://www.portaleenergia.com/)

   Auspichiamo che con il SUPERBONUS di adesso possa accadere qualcosa di simile, e ci sia una grande azione di manutenzione di città e periferie; con un miglioramento dei PAESAGGI URBANI che appartengono alla nostra quotidianità, ai nostri territori. E ci sia effettivamente quella svolta GREEN in edilizia e nella nostra vita di tutti i giorni. (s.m.)

BURANO _ Venezia

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SUPERBONUS DEL 110% PER I LAVORI IN CASA: COME OTTENERLO DA LUGLIO

di Giorgio Santilli, da “il sole 24ore” del 27/5/2020

– Pronta la norma del governo che premia caldaie a condensazione, pompe di calore, pannelli solari, isolamento termico, prevenzione antisismica –

   Gli interventi di isolamento termico sull’involucro dell’edificio, la sostituzione delle caldaie a gasolio con impianti a pompe di calore o con caldaie a condensazione e gli interventi di prevenzione antisismica: sono i tre tipi di intervento che il decreto maggio in arrivo premierà con un supercredito di imposta del 110%.

Non solo: questi interventi potranno trainare dentro l’agevolazione più pesante che sia mai stata fatta dal fisco nel settore edilizio altri investimenti minori o diversi come quelli compresi oggi nell’ecobonus o quelli per il rifacimento delle facciate esterne.

   Una logica da pacchetto integrato che punta a premiare uno spettro ampio e “pesante” di interventi ma introduce anche interventi ecosostenibili innovativi come la messa in opera di pannelli fotovoltaici o la realizzazione nei condomini di colonnine per la ricarica delle batterie delle auto elettriche.

ECOBONUS AL 110% DA LUGLIO
Il governo ha intenzione di introdurre il superbonus nel decreto maggio che dovrebbe arrivare fra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima, con la partenza operativa per il superbonus già dal luglio 2020 e fino al dicembre 2021, in modo da sfruttare così in pieno anche le deroghe al patto di stabilità concesse dalla commissione Ue (per ora fino al dicembre 2020 ma suscettibili di probabile estensione al 2021). Alla norma – che può diventare un vero bazooka per gli interventi edilizi privati – ha lavorato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Riccardo Fraccaro, e il testo è ormai definitivo, almeno nell’impianto fondamentale.

VIA LIBERA ALLA CESSIONE DEL CREDITO DI IMPOSTA PER CONDOMINI E FAMIGLIE
Ma non è solo nel superbonus la novità che il governo prepara con il decreto maggio per i bonus casa. La novità più importante è la possibilità data a condomìni e famiglie di incassare subito il credito di imposta maturato evitando di pagare l’anticipo per i lavori svolti.

   È infatti ammessa sempre la cessione del credito di imposta «ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari» banche o anche alle imprese e ai fornitori che realizzeranno i lavori con una formula nuova che prevede «un contributo di pari ammontare, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest’ultimo recuperato sotto forma di credito di imposta, con facoltà di successiva cessione del credito». Anche in questo caso, quindi, l’impresa potrà applicare lo sconto sulla fattura e poi cedere il credito di imposta a una banca o ad altro intermediario finanziario.

   Questo meccanismo varrà anche per tutti gli altri crediti di imposta al 50 e al 65 per cento per interventi di ristrutturazioni semplici e per interventi di risparmio energetico minori, come il cambiamento degli infissi. Resta la possibilità per le famiglie di incassare il credito di imposta nei cinque anni successivi all’intervento presentandolo in dichiarazione di redditi o in compensazione.

   E sul fronte degli adeguamenti antisismici un’ulteriore novità arriva dalla norma, che il governo sta però ancora valutando e che consentirebbe una detrazione non più del 19% ma del 90% della spesa sostenuta per acquistare una polizza anticalamità sulla casa se contemporaneamente si sarà fatto un intervento antisismico per cui il credito di imposta del 110% sarà ceduta alla stessa compagnia assicurativa. Un pacchetto integrato che potrebbe aiutare il decollo effettivo del SISMABONUS rimasto finora poco utilizzato.

FRACCARO: «OBIETTIVO MIGLIORARE PRESTAZIONE ENERGETICA DEGLI EDIFICI»
Il bazooka messo a punto per l’edilizia privata promette così di aprire opportunità enormi di investimenti green e anche di favorire la trasformazione del settore edile in chiave di sostenibilità energetica e ambientale.

   «Agevoliamo – dice Fraccaro in una intervista al Sole 24 Ore – gli interventi strutturali compresi nel sismabonus e nell’ecobonus, così da incentivare i progetti più importanti, ma in più chi avvierà questi lavori beneficerà del superbonus anche per il fotovoltaico, gli accumulatori, l’isolamento delle pareti, gli impianti di riscaldamento a pavimento, gli infissi, e tutti gli altri interventi di riqualificazione energetica. L’obiettivo – continua Fraccaro – è consentire alle famiglie di migliorare la qualità della vita all’interno dell’abitazione e la prestazione energetica degli edifici, con un beneficio anche sulle bollette. Vogliamo mettere un pannello solare sulle case di tutti gli italiani, renderle più confortevoli, più sicure, più antisismiche e più ecosostenibili. Ma puntiamo anche a migliorare la qualità delle periferie urbane tramite interventi sulle case popolari e a creare una filiera produttiva di edilizia orientata alla sostenibilità».

OGNI ANNO ATTIVATI LAVORI PER 29 MILIARDI AGEVOLATI DAI BONUS EDILIZI
D’altra parte, il governo “colpisce” proprio nel filone di business edilizio dominante da anni, quello della riqualificazione abitativa, che ha salvato un ampio pezzo del settore delle costruzioni in crisi. Basti ricordare che ogni anno vengono attivati – secondo le stime di Cresme e Ance – lavori per circa 29 miliardi agevolati dai bonus edilizi. E che dalla nascita, avvenuta nel 1998 dal governo Prodi, sono state oltre 20 milioni le domande presentate. Raramente il fisco ha avuto così successo presso i cittadini.

   I numeri del Cresme dicono però che l’investimento per il risparmio energetico (ecobonus) vale circa un ottavo di quelli (agevolati con un credito di imposta del 50%) in manutenzioni straordinarie e ristrutturazioni semplici (cioè non energetiche). Non è mai riuscito a superare la dimensione micro, con ricorso diffuso agli incentivi per i soli infissi. Nel 2019 è stato stimato un investimento di 25,7 miliardi (rispondenti a 1,4 milioni di domande presentate) per il recupero semplice e di 3,2 miliardi (rispondenti a 349mila domande) per la riqualificazione energetica. (Giorgio Santilli)

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 SUPERBONUS 110%, I 3 MACRO-INTERVENTI AGEVOLATI Continua a leggere

NON SOLO BICI-IN-CITTÀ nell’epoca post coronavirus – LA RISCOPERTA DEL VIAGGIO (lento?): negli spostamenti (per lavoro, tempo libero, altre necessità) per tornare (se possibile) a “VIVERE IL VIAGGIO” – Per diventare VIAGGIATORI LEGGERI, consapevoli, osservatori dei luoghi e delle persone, e non inquinare

(foto da http://www.gazzettadimilano.it/) – IL RAPPORTO di LEGAMBIENTE e ISNART-UNIONCAMERE SUL CICLOTURISMO (maggio 2020) – Il cicloturismo protagonista della prossima stagione estiva all’insegna della Low Touch Economy e della NUOVA NORMALITÀ in epoca Covid 19. Negli ultimi anni si è registrata una crescita esponenziale di chi sceglie di trascorrere le VACANZE PEDALANDO nel nostro Paese. Il cicloturismo è un fenomeno uscito ampiamente dalla condizione di nicchia e che ora determina un impatto economico rilevante, e con enormi potenzialità di crescita. Lo evidenziano i numeri del RAPPORTO VIAGGIARE CON LA BICI di Legambiente e Isnart-Unioncamere: 20,5 MILIONI DI PERNOTTAMENTI DI CICLOTURISTI ITALIANI REGISTRATI NEL 2019. Numeri che potrebbero lievitare nel 2020 come dimostra il Rapporto. Il cicloturismo può infatti rappresentare una componente importante per sostenere la ripresa del turismo e per FRUIRE DELLE BELLEZZE DEI TERRITORI ITALIANI all’insegna dell’ambiente e della sostenibilità. Esprime i caratteri distintivi della Low Touch Economy – SICUREZZA, SALUTE, DISTANZIAMENTO, CORTO RAGGIO – ed è un candidato d’eccellenza alle esigenze di “nuova normalità” per il superamento dell’emergenza coronavirus. (leggi qui il RAPPORTO LEGAMBIENTE: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/05/economia-del-cicloturismo-2020.pdf)

   E’ molto probabile che, se accadesse, che questa pandemia tra qualche mese diventa solo un (orribile) ricordo (ma tutti gli esperti, scienziati, assicurano che non sarà così, e se questo virus fosse definitivamente sconfitto, altri se ne proporranno…), se comunque (ipotizziamo) accadesse che ogni pericolo fosse totalmente passato (magari con la scoperta del famoso vaccino…) è assai probabile, sicuro, che le abitudini di vita che c’erano prima, per la stragrande maggioranza della popolazione, riappiano completamente uguali.

L’attrazione in Africa degli elefanti attira (attirava) un TURISMO DI MASSA (immagine tratta dal sito http://www.wallpaperflare.com/) – “Se il momento è difficile, e purtroppo drammatico per l’economia, si presenta però anche UN’OCCASIONE STRAORDINARIA: QUELLA DI RIPENSARE IL NOSTRO SISTEMA DI VIAGGIARE e con esso la fruizione del patrimonio culturale e paesaggistico del Bel Paese. Forse è giunto il tempo di un nuovo approccio che, considerato l’obbligo del distanziamento sociale, metta fine all’aberrante fenomeno dell’OVERTOURISM e valorizzi finalmente l’identità autentica di luoghi, paesaggi e destinazioni d’Italia.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Una di queste abitudini di massa (almeno per chi ha una condizione economica media) è il viaggiare “facile”, di massa, in ogni luogo del mondo: facilitata finora dall’avere (in Occidente, nel Nord del mondo) condizioni discrete di disponibilità finanziaria da parte della maggioranza della popolazione, oltreché la possibilità di viaggi anche considerevolmente lontani, low cost, a basso prezzo: in particolare per il viaggio vero e proprio, il raggiungimento della meta agognata, quasi sempre in aereo per le medio-lunghe distanze.

(le grandi navi a Venezia, foto da https://www.corriere.it/) – “Da RIFONDARE E RIORGANIZZARE sarà in primis l’INTERO SISTEMA DEI TRASPORTI. Per treni, traghetti e aerei si discute di sedili isolati da plexiglass, dimezzamento dei posti per vagoni e cabine, scomparsa definitiva dei biglietti cartacei. SULLE NAVI DA CROCIERA, condomini-alveare itineranti tra gli OCEANI e il CANAL GRANDE, il DESTINO si fa ANCORA PIÙ INCERTO: impossibile per chiunque valutare una vacanza a bordo di queste ex “regine” dei mari senza ripensare ai rischi e alle cupe vicende della Costa Atlantica e della Diamond Princess. (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il sistema di sviluppo della mobilità in questi ultimi decenni ha incentivato più che mai la “facilità del viaggio a lunga percorrenza”: attraverso appunto i VOLI AEREI low cost (nulla importa che gli aerei scarichino quantità considerevoli di carburanti, specie alla partenza sulle sfortunate popolazioni che vivono in prossimità dell’aereoporto), l’ALTA VELOCITÀ dei treni (un gigantismo infrastrutturale con costi altissimi e spese energetiche doppie a quelle dei treni normali ad alta capacità…..quando basterebbero treni veloci ed efficienti) per le lunghe distanze, per quelle brevi, i treni sono spesso altra cosa…); e per quanto riguarda i viaggi SU GOMMA, in automobile, AUTOSTRADE, SUPERSTRADE, VIADOTTI, GALLERIE che sforano montagne….insomma tutto il possibile per ridurre i tempi e la fatica del viaggio.

(Fontana di Trevi, Roma, foto da “la Repubblica.it”) – Costruito nel corso di decenni, l’OVERTOURISM è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia

   Appunto, ridurre i tempi del viaggio, dello spostamento. Proprio le mega gallerie (assieme agli aerei low cost) a nostro avviso ne sono l’emblema: tante (gallerie, tunnel) in costruzione, non solo per le auto ma anche per i treni. Pensiamo a quella del BRENNERO: più di 60 chilometri! Quando sarà completata nel 2025, la Galleria di base del Brennero con i suoi 64 km sarà il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo del mondo, permettendo di by-passare in poche decine di minuti le Alpi da Innsbruck (nel nord Tirolo, Austria) a Fortezza (Sud Tirolo, Alto Adige, Italia). O, sempre a proposito di tunnel che velocizzano “il viaggio”, l’alta velocità nella Val di Susa per la Francia: il tunnel “di base” (ancora da iniziare) della nuova linea Torino-Lione sarà lungo 57,5 chilometri, cioè circa 500 metri in più di quello del Gottardo (quello della Manica è di “soli” 50,450 chilometri).

Milano deserta (foto da “Il Sole 24ore.it”) – Dall’OVERTOURISM al grado zero del turismo

   Il discorso dei grandi tunnel di attraversamento è solo per dire quanto si sta (o si stava) investendo per viaggiare il più veloce possibile: percorrere distanze di centinaia, e migliaia, di chilometri in poco tempo (come prendere la metropolitana nelle medio grandi città).

(Firenze, foto da https://www.controradio.it/) – Tra le città più penalizzate quelle d’arte: VENEZIA con un calo stimato del 47,3 per cento, FIRENZE (-45,6) e ROMA (-42,5) – “Ma il dilemma si pone anche in montagna, nei borghi medievali, nei siti storicoartistici: come contingentare gli accessi ai rifugi alpini, i pienoni nei centri storici, gli ingressi ai musei e ai parchi archeologici? Si presenta inderogabile la necessità di reinventare un intero sistema: un grosso rischio e d’altra parte una clamorosa opportunità per ripensare alla fruizione turistica del nostro territorio, costituito in larga misura da destinazioni dalle dimensioni limitate e con una capacità ricettiva teoricamente piuttosto contenuta.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT (http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il viaggio annullato nella sua funzione di “attraversamento”, di rapporto con i luoghi che appunto attraversiamo per giungere alla meta, al punto di arrivo. Un discorso vecchio e obsoleto, si potrà dire. Ma, se ci è permesso, che può avere un suo fondamento specie quando decidiamo di dedicare il nostro tempo libero alla vacanza, al cosiddetto turismo.

VENEZIA VUOTA – PERSI UN TURISTA SU DUE Nel 2020 la spesa per il turismo in Italia sarà più bassa di 66 miliardi di euro rispetto all’anno scorso. È la stima, drammatica, dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo, che ogni due settimane aggiorna il bollettino delle perdite. Tra le città più penalizzate quelle d’arte.

   E’ così che i lunghi tunnel di più di 50 chilometri (se pensate, una lunghezza pazzesca!) ci faranno del tutto ignorare i paesaggi delle Alpi, sforate, attraversate in poco tempo senza neanche vederle, percepire.

(Incentivare l’uso della bici, foto da http://www.ilfoglio.it/) – Nel decreto Rilancio, art 205 si legge che: “Ai residenti maggiorenni nei capoluoghi di Regione, nelle Città metropolitane, nei capoluoghi di Provincia, ovvero nei COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 50.000 ABITANTI, è riconosciuto un ‘buono mobilità’, pari al 60% della spesa sostenuta e comunque non superiore a euro 500, a partire dal 4 maggio e fino al 31 dicembre 2020, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, nonché di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica”.

   Cosa normale e finora accettabile. Lo stesso peraltro vale in contesti urbani. Il nostro Paese (l’Italia) come peraltro tutti o quasi i Paesi europei, è urbanisticamente sorta, si è sviluppata, e la popolazione è vissuta, sulla costruzione di elaborati magnifici centri storici (medievali, poi rinascimentali….depauperati in epoca contemporanea però, se conservati, bellissimi): nei quali, centri cittadini, lo spostarsi da un posto all’altra, presupponeva il passare per “la piazza”, per luoghi urbani centrali che diventavano erano (ma lo sono in parte ancora) intermedi, area di attraversamento, al (seppur piccolo) viaggio da un luogo all’altro. Spesso così sono nate piazze come luogo d’incontro: a volte dal pregevole confronto architettonico, ai due lati della piazza, tra il “potere religioso” (la chiesa, la cattedrale) e quello civile dall’altro lato (il municipio).

Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo DAVID FOSTER WALLACE possa metterci piede per raccontare “UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ” (Editore MINIMUM FAX), l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Se i luoghi di attraversamento (di viaggio) sono stati man mano superati (nel “micro”, ad esempio lo spostarsi veloce in auto da casa verso il centro commerciale, la scuola dei figli, l’ospedale etc.) (e nel “macro” con le autostrade, le mega gallerie che dicevamo, l’alta velocità dei treni, gli aerei low cost…), ebbene questa sensazione, fatica, della fine (o quasi fine) del viaggio come esperienza di vita (interessa solo la meta finale), è stata una GRAVE PERDITA DI CONOSCENZA DEI LUOGHI DI ATTRAVERSAMENTO, dei paesaggi perduti neanche visti, ignorati del tutto, magari anche delle chissà tante e interessanti persone che si potevano incontrare, parlarci, salutare….

MARCO D’ERAMO, autore de “IL SELFIE DEL MONDO” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Ora che accade? Una situazione di crisi pandemica mostra come tutto “può riaprirsi”. Non potendo più viaggiare come prima con gli aerei, i treni che magari saranno (ancora) più cari… ci toccherà scegliere tra l’automobile (e temiamo che all’inizio sarà cosa che prevarrà) oppure provare a “rivivere il viaggio”, a pensare di viaggiare recuperando il rapporto con i paesaggi, le chiese, le opere d’arte diffuse dappertutto, le persone (le attività commerciali, i piccoli negozi, gli alberghi, dei luoghi che, più lentamente attraverseremo. Accorgendoci della loro ricchezza e della fortuna che potremo viverli come esperienza personale, che il viaggio superveloce prima del coronavirus ci aveva sempre impedito. Diventare dei “viaggiatori leggeri” (citando un libro su Alex Langer, che nel titolo ne descrive la sua figura), più consapevoli del mondo. (s.m.)

(“IL VIAGGIATORE LEGGERO”, scritti 1961-1995 di ALEXANDER LANGER, Sellerio editore) – “Il mondo non è a nostra portata, né del tutto addomesticabile. E dimostra l’attualità di un “VIAGGIATORE LEGGERO” come ALEXANDER LANGER, ecologista politico e costruttore di ponti. Nel 1990, nella “Lettera a San Cristoforo”, Langer ricorda che «il motto dei moderni giochi olimpici» – CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, PIÙ VELOCI, PIÙ ALTI, PIÙ FORTI – «è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata». La pandemia ci obbliga a confrontarci con «il cuore della traversata che ci sta davanti: il passaggio DA UNA CIVILTÀ DEL “DI PIÙ” A UNA DEL “PUÒ BASTARE” O DEL “FORSE È GIÀ TROPPO”». DA CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, A “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS”. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

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ALLA RICERCA DEI VIAGGI PERDUTI

di GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020

– Il tempo di ripartire – Stop all’overtourism, assalto ai luoghi frenetico, occasionale e di massa. Per un’estate all’insegna di destinazioni vicine, conosciute e rassicuranti. La pandemia cambia l’idea di avventura. E il nostro rapporto con il mondo –

   Messaggio da Madrid. Non perdiamo tempo: il lavoro perso devasta le vite…. Il primo maggio Zurab Pololikashvili, segretario generale dell’Organizzazione mondiale del Turismo (Unwto), l’agenzia delle Nazioni Unite del settore, ha lanciato l’allarme: serve una risposta urgente per fronteggiare gli effetti della pandemia sui lavoratori del turismo.

   Un’industria che genera il 13% del prodotto interno lordo mondiale, dà lavoro a un 1 lavoratore ogni 10 e che «per volumi è passata dai 527 milioni di movimenti internazionali del 1995 a 1,5 miliardi nel 2019», spiega all’Espresso Valentina Doorly, una lunga e autorevole esperienza nel settore e autrice di “Megatrends Deining the Future of Tourism”, in uscita nei prossimi mesi per l’editore Springer.

   Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo David Foster Wallace possa metterci piede per raccontare “Una cosa divertente che non farò mai più”, l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa.

   L’immobilità forzata dei pachidermi degli oceani mette a nudo la fragilità dell’economia politica del turismo. Ma ci fornisce qualche indicazione anche sui cambiamenti di lungo corso nell’idea di viaggio e nel nostro rapporto con il mondo. Per quanto provvisori, i dati sono più facili da decifrare rispetto ai cambiamenti nell’immaginario.

   Il 100 per 100 delle destinazioni turistiche ha adottato e continua a mantenere restrizioni di viaggio, certifica l’Unwto. «È una cesura storica, un annichilimento del settore nel suo complesso» commenta Valentina Doorly. Gli arrivi turistici internazionali potrebbero ridursi del 30%, con una perdita corrispondente fino a 450 miliardi di dollari. Costruito nel corso di decenni, l’overtourism è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia. Dall’overtourism al grado zero del turismo. In attesa della ripartenza.

   «La ripresa sarà con tutta probabilità molto lenta e a scalini», nota Doorly. Le più penalizzate saranno le città d’arte a vocazione internazionale. «Questo è un virus urbanofobico, che odia le città e tutto ciò che è urbano», commenta Marco d’Eramo, autore de “Il selfie del mondo” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. La Roma quasi deserta della pandemia offre allo sguardo le quinte, senza protagonisti e comparse, ma rimane dentro l’immaginario turistico: «È una sorta di spiaggia dei Caraibi, immacolata, tanto più attraente quanto più irraggiungibile. Rappresenta la coscienza infelice di ogni turista, che spera sempre di trovarsi dove non ci sono altri turisti: impossibile».

   Nei prossimi mesi a Roma di turisti ne arriveranno molti meno, soprattutto stranieri. «Nell’immaginario collettivo l’aereo è diventato uno spazio confinato e affollato in cui il contagio trionfa, ci sarà una rinuncia ai viaggi internazionali, conquista del ceto medio occidentale degli ultimi 20 anni», nota Valentina Doorly. Una conquista che ha trasformato intere città in oggetti di consumo frenetico e occasionale, come la Firenze descritta da Grazia Galli e Massimo Lensi ne “La filosofia del trolley. Indagine sull’overtourism a Firenze” (Garmagni editrice 2019).

   Gli stessi connotati fisici delle città potrebbero cambiare. Secondo d’Eramo il principio informatore dell’urbanità e del turismo è lo zooning, che ha governato la pianificazione urbana del XX secolo, tracciando una corrispondenza biunivoca tra spazio e funzione. È l’uso esclusivo, non promiscuo, monofunzionale dello spazio. «Un principio che traduce in geografia urbana la struttura disciplinare della società», una «prima forma di biopolitica».

   La pandemia offre inedite opportunità agli «urbanisti demiurghi»: ogni cosa e persona al loro posto, profilassi e prevenzione per città asettiche e sterilizzate, meno promiscue, sicure. Ma le città sono promiscue per definizione, insegnano i sociologi. Si fondano sulla diversità. Troppa profilassi ne compromette la natura. I turisti in cerca di spazi sicuri punteranno ad altri luoghi. Accessibili a pochi.

   «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no.

   «Saranno proprio le strutture di fascia alta, con maggiore forza finanziaria e spesso maggiori spazi ad aver qualche margine di manovra in più per inventarsi nuove formule di ospitalità», commenta Valentina Doorly. Per la quale «più che in vacanza nell’estate 2020 “andremo a nasconderci”, con tanto di saponetta tradizionale e portasapone». Cercheremo luoghi vicini, conosciuti. La rassicurazione, non l’avventura. Si rafforzerà quello che il sociologo francese Rodolphe Christin “in Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera 2019) definisce come lo spazio-isola «che protegge dal mondo esterno», «dove poter stare per i fatti propri, ripiegati su di sé, senza alcun contatto» con l’esterno. Una forma di cocooning, di chiusura nel proprio bozzolo. Socialmente puro.

   Il turismo, spiega d’Eramo, non è altro che una strategia globale con cui il moderno ha fronteggiato ed è venuto a patti con l’irruzione dell’altro da sé, figlia della «globalizzazione precoce» dell’Ottocento. Si fonda Continua a leggere

Più per necessità che virtù lo SPOSTARSI NELLE CITTÀ (E NELLE PERIFERIE diffuse) ORA CAMBIERÀ, e si useranno di più i mezzi privati (auto, moto, bici…) – Riusciremo a incentivare quelli ecologici (mezzi elettrici, bici), e invece ridurre l’uso dell’auto? – SI POTRANNO RENDERE CICLABILI TUTTE LE STRADE?

STUDENTI SULLE CORRIERE AL MATTINO (foto da https://brescia.corriere.it/) – LA SFIDA DELLA FASE 3 – “(….) La sfida peggiore è davanti a noi e il Dpcm sulla “fase 2” conferma che il governo ancora non sa esattamente come affrontarla. Si tratta di tenere assieme la necessità di far girare le città allo stesso ritmo di ieri con il “distanziamento”. E CHIUNQUE ABBIA VISTO COME CIRCOLANO DI MATTINA GLI AUTOBUS CON GLI STUDENTI, I TRENI DEI PENDOLARI O LE METROPOLITANE AVRÀ PIÙ DI UNA PERPLESSITÀ. Una “fase 2” che a quanto si capisce non sarà tanto diversa dalla “fase 1”, e a cui dunque anche i trasporti pubblici potrebbero reggere bene. Ma IL PEGGIO (PER I TRASPORTI) VERRÀ CHIARAMENTE CON LA “FASE 3” QUANDO – PER QUANTO SI SA ORA – RIAPRIRANNO IN QUALCHE MODO LE SCUOLE E TUTTO IL RESTO.(…)” (CARLO SCARPA, 30.4.2020, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/)

   L’epidemia e il pericolo di contagio da coronavirus ha modificato, modificherà, molti dei nostri comportamenti individuali. Uno di questi sarà sicuramente “la mobilità”: lo spostarsi personale e collettivo, per necessità varie (lavoro per i pendolari, tempo libero, per curarsi, per fare sport, andare a trovare qualcuno…. ognuno ha le sue specificità nei suoi modi imprescindibili e non confrontabili a nessun altro….insomma tutto lo scibile possibile che ci permette un diritto alla mobilità, inteso come nostro diritto naturale).

(foto da https://www.qualenergia.it/) – Si sta studiando un BONUS DA 200 EURO per l’acquisto di BICI, HOVERBOARD e MONOPATTINI ELETTRICI e CORSIE PREFERENZIALI PER BICI E MOTORINI. Lo ha annunciato al Question Time alla Camera il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli (29/4/2020)

   Non si capisce ancora se questo pericolo (del coronavirus) avrà in futuro (prossimo o lontano) un termine (sarà solo un orribile incubo?) o durerà bene o male per sempre. Pertanto, per qualsiasi investimento che si può fare, personale (comprarsi un’altra auto per la useremo di più, l’auto al posto del treno o del bus; oppure una bici, un motorino… adesso si parla anche di monopattini…tutti mezzi di mobilità che ci eviteranno di “confrontarci” con altre persone possibili infette in treno, corriere, metropolitane etc….ebbene una scelta di investimento sicura da fare ora, deve appunto tenere conto di una situazione ancora non ben chiara sulla durata di questo virus (ma anche di possibili, come molti esperti preconizzano, altre pandemie in arrivo nel futuro prossimo).

(CORSIA CICLABILE monodirezionale secondo normativa, foto da https://www.bikeitalia.it/) – Per CORSIA CICLABILE si intende un ITINERARIO CICLABILE REALIZZATO SU CARREGGIATA STRADALE DOVE L’ELEMENTO DI SEPARAZIONE DALLA CORSIA DEI VEICOLI A MOTORE È VALICABILE. La separazione tra utenti è solitamente lasciata alla SEGNALETICA ORIZZONTALE, realizzata con una linea longitudinale di colore bianco di 12 cm intervallata da uno spazio non tinteggiato di 12 cm, seguito da una striscia gialla dell’ampiezza di 30 cm (articolo 4 comma 1-D DM 30 novembre 1999, n. 557), oppure dalla presenza di un delimitatore di corsia. Proprio l’ASSENZA DI UNA BARRIERA FISICA invalicabile rende la corsia ciclabile un’infrastruttura più rischiosa rispetto alle piste realizzate in sede propria, tuttavia la corsia ciclabile si presta ad essere realizzata in diverse occasioni, sia per il vantaggio di essere un percorso permeabile, e quindi che facilita l’ingresso e l’uscita delle bici ma anche per i COSTI CONTENUTI di realizzazione.(…)” (GABRIELE SANGALLI, twitter @Sangalli_96, da https://www.bikeitalia.it/)

   Lo stesso vale per altri investimenti (difficili, improbabili) pubblici: in treni con molti più vagoni, per avere il “distanziamento fisico” (meglio chiamarlo così, e non distanziamento sociale che è brutto); o autobus che devono sempre essere semivuoti per poterli prendere (anche se questo accadeva spesso anche prima, a parte le ore di punta); e la stessa usanza ora diffusa con il low cost, dei voli aerei, è messa pesantemente in discussione. Come viaggeremo allora, nelle brevi distanze e in quelle più lunghe?

Milano, foto da https://www.bioecogeo.com/

   Certo che conterà il telelavoro, o smartworking, o lavoro agile (chiamiamolo come ci pare meglio), e uno studio a Milano del Politecnico (che in questo post di seguito riportiamo la notizia), immagina che senza studenti (fino a settembre?) e con il 40% di smartworking dei lavoratori milanesi, e qualche ripartizione di turno di lavoro in orari diversi, anche così com’è il trasporto pubblico milanese dovrebbe reggere al nuovo contesto, ce la può fare da adesso ai prossimi mesi (finché non arrivano gli studenti a settembre…).

Trasporti pubblici e distanziamento fisico (foto da http://www.roma2oggi.it/)

   Se comunque è sicuro che il trasporto pubblico collettivo nelle prossime settimane dovrà dotarsi di un’organizzazione e delle precauzioni di “distanza fisica” totalmente diverse da come siamo abituati a utilizzarlo, è però necessario che (da subito) pensiamo (individualmente e collettivamente) di organizzare (già per domani), accanto al trasporto pubblico, forme di mobilità alternative, possibili, “diverse”, che siano individuali e sostenibili.

….abbassare, nelle nuove aree, il limite di velocità da 50 chilometri all’ora a 30: in questo modo diventerebbero un ambiente più protetto sia per le biciclette sia per i pedoni…. (foto da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   E questo, in ogni caso, comunque vada con il virus a medio-lungo termine, è scelta che avremo dovuto fare (o abbiamo pensato di fare) anche prima. Pertanto incentivare adesso (come purtroppo accadrà di sicuro a breve!) l’uso dell’auto privata, sarà un problema nel problema: ci sarà più inquinamento e più intasamenti da traffico eccessivo. E non crediamo granché al fatto che staremo più a casa, lavorando di più in forme di smartworking (sì, certo, accadrà); però il nostro “spirito”, il nostro desiderio, è quello di muoversi, di uscire di casa, per una ragione o per un’altra.

“Si è proposto di introdurre nel CODICE DELLA STRADA la definizione di BIKE LANE, ovvero una corsia con destinazione prioritaria alla circolazione dei velocipedi nella quale è CONSENTITA LA CIRCOLAZIONE ANCHE DEI VEICOLI A MOTORE con numero totale di RUOTE NON SUPERIORE A TRE, COME AD ESEMPIO I CICLOMOTORI, I MOTOCICLI ED I TRICICLI”. Paola De Micheli, ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti (Question Time alla Camera, 29/4/2020)

   Non tutti riusciremo (o possiamo) utilizzare la bicicletta. Ma per chi può farlo e ha sempre utilizzato l’auto, la bici sarà uno strumento importante di mobilità. Qualche problema in più ci sarà con l’inizio del freddo, in autunno…. Ma è sicuro che se tutti (o quasi) decideranno di prendere l’auto, muoversi in auto in città, la città non è in grado di sostenere un traffico solo sulla mobilità individuale dei veicoli a motore a quattroruote.

(foto da https://quifinanza.it/) – PAOLO PINZUTI, di Bikeitalia (https://www.bikeitalia.it/), sottolinea come la proposta della ministra di creare NUOVE CORSIE CICLABILI, chiamandole BIKE LANE, ma APRENDOLE DI FATTO ANCHE A MEZZI A MOTORE con velocità e masse molto diverse rispetto a quelle di una bicicletta – non farà altro che creare CONFLITTO TRA DIVERSE UTENZE e pericoli per gli utenti più fragili, come i bambini. Se davvero le nuove bike lane dovessero entrare nel Codice della Strada per poi essere aperte a qualsiasi mezzo a motore a due/tre ruote perderebbero la loro funzione principale, quella per la quale in molte città del mondo sono state disegnate. (…) Quindi “ben vengano le bike lane come corsie ciclabili per le bici, le ebike e i mezzi della micromobilità elettrica (monopattini e simili), ma che scooter, ciclomotori, moto e compagnia rombante ne restino fuori”. (29/4/2020, da https://www.bikeitalia.it/)

   Pertanto dobbiamo trovare “soluzioni giuste” e alternative, a una inevitabile crisi del trasporto pubblico nelle sue varie modalità (bus, treno… specie nelle ore di maggior presenza).

   La possibilità di, molto velocemente (immediatamente) creare percorsi protetti, sia per ciclisti e anche monopattini (se verranno di moda) anche elettrificati, e in parallelo per veicoli motorizzati a due ruote (a nostro avviso, condividiamo chi – vedi il seguito di questo post – propone di separare drasticamente le bici dai motorini….perché invece il governo sta pensando a forme di connubio), ebbene questo uso di veicoli “alternativi” per chi è in grado fisicamente di usarli negli spostamenti quotidiani (giovani e meno giovani), tutto questo richiede INTERVENTI DI MODIFICAZIONE DELLA VIABILITÀ attuale, senza grandi lavori e con tempi di pochi giorni: USANDO LA VERNICE per tirare strisce nell’asfalto di PROTEZIONE DI CERTI PERCORSI dall’uso della auto; oppure modificando la viabilità trasformando strade a doppio senso in STRADE A SENSO UNICO, venendo così a recuperare spazi per percorsi di bici, bici a pedalata assistita, motorini, anche bici e scooter in sharing

(Bike Lane a Bologna, foto da http://www.diarioromano.it/) – “(…) L’URBANISTICA TATTICA (ma si usa anche il calco dall’inglese “urbanismo tattico”) è un approccio che prevede diversi tipi di azioni – a volte fatte direttamente dai cittadini, altre dalle amministrazioni locali – che hanno lo scopo di migliorare gli spazi pubblici per renderli più utili e piacevoli per chi li usa. Dato che molti spazi pubblici sono attraversati o occupati dalle auto, l’urbanistica tattica prevede soluzioni creative per far sì che le persone possano attraversarli meglio non solo in auto, (….)” (da https://www.ilpost.it/, 9/11/2019)

   E forse l’Europa potrebbe aiutare questo cambiamento virtuosamente, per più consistenti ed elaborati progetti di trasporto e viabilità nuovi, ed esserci concretamente su queste possibilità di innovazione anche nei trasporti, sul nostro modo di spostarci…. Ad esempio ci riferiamo al fatto che l’aver approvato, da parte del Consiglio europeo (i capi di governo, chi comanda veramente in Europa) i cosiddetti RECOVERY FUND, questi possono essere usati anche nel senso di investimenti per nuove forme di trasporto e viabilità.

MONOPATTINI ELETTRICI a noleggio (foto da https://impact.startupitalia.eu/)

   Ricordiamo qui che il Recovery Fund è un fondo garantito dal bilancio a lungo termine dell’Unione europea (2021-2027). Emetterà dei titoli (recovery bond) sui mercati, e sarà gestito dalla Commissione europea, venendo a dotare quest’ultima di un (ulteriore) massiccio potere finanziario che le permetterà, non solo di distribuire, finanziare singoli stati, ma attuare “motu-proprio” specifiche politiche di investimento in tutt’Europa. Questi soldi (che si ipotizza che subito saranno sui 1.500 miliardi di euro) verranno poi utilizzati sì per finanziare la ripresa – da qui il nome – delle economie europee in crisi per il coronavirus (Italia in primis, poi Spagna e Francia). Però il Recovery Fund metterà a disposizione molto denaro anche per possibili investimenti comunitari di rilevanza: e quello del trasporto, della mobilità, del trovare in brevissimo tempo modi di circolare senza usare i mezzi pubblici e nemmeno le auto, potrebbe essere un motivo di investimento necessario.

HOVERBOARD (foto da http://www.corriere.it/)

   Potrebbe accadere che si crei un gruppo di lavoro (come qualcuno prospetta), all’interno della Commissione europea (che è un po’ il “governo della UE”, con i Commissari che sono come ministri che devono realizzare le scelte politiche sui vari settori), un gruppo di lavoro per un progetto di un “ECONOMIC RECOVERY PLAN” una sorta di Piano Marshall europeo. Che questa volta consideri prioritaria la MOBILITÀ SOSTENIBILE: sostenibile alle esigenze di PROTEGGERSI DAI PERICOLI DELLA CONTAMINAZIONE da virus negli spostamenti con tanta gente (il distanziamento fisico, non sociale, come dicevamo prima); ma anche SOSTENIBILE PER L’AMBIENTE (e contro il traffico eccessivo, l’inquinamento…).

SEGWAY a Genova (foto da https://genovaquotidiana.com/)

   Se è vero che il virus nel mondo ha colpito molte aree ad alto inquinamento (com’è il caso della nostra Pianura Padana) (è comunque sicuro che le malattie polmonari accadono di gran lunga più spesso nelle aree inquinate…), questo è un motivo in più per rafforzare quelle aspettative di “nuova ecologia” (il green deal, etc.) di cui si parlava tanto nei mesi e nelle settimane immediatamente prima dell’esplodere del coronavirus in Italia e in tutto il mondo.

   Ebbene, ora c’è un motivo in più per “cambiare vita”, gli stili di vita, almeno nei tentativi di una mobilità diversa per le nostre necessità. E così verremmo ad essere d’accordo con chi prospetta che questo cambiamento epocale dato dal virus, può (e deve) portare anche a idee nuove, coraggiose, che modifichino in meglio la nostra qualità di vita. (s.m.)

STAI QUI (foto da https://milano.corriere.it/)

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IL ROMPICAPO DEL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

di Carlo Scarpa, 30.4.2020, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/

– Con l’obbligo del distanziamento, la “fase 2” e la “fase 3” chiameranno i trasporti a una sfida epocale. Tutto però dipenderà dall’orizzonte temporale: il costo per gli investimenti strutturali avrebbe senso solo se la pandemia si trascinasse per anni –

La sfida presente e quelle future

   Immaginiamo un’azienda che in questa emergenza si trovi con un -25 per cento dei ricavi del core business, con costi più o meno costanti (alcuni diminuiti, altri maggiori) e l’azzeramento di altri ricavi: ecco, questo è più o meno il quadro di chi fa trasporto pubblico locale (Tpl) in questo periodo.

   Negli ultimi due mesi i passeggeri sono crollati del 90 per cento circa rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente, il servizio scolastico si è azzerato, i ricavi dalla sosta – che in molti casi danno sussidi incrociati per sostenere il trasporto pubblico – sono anch’essi quasi nulli. Salvo interventi straordinari, queste imprese – che normalmente stanno poco sopra la linea di galleggiamento – chiuderanno il 2020 con gravi perdite. Ma fin qui è solo una questione di soldi. E le imprese del Tpl non sono certo le uniche.

   La sfida peggiore è davanti a noi e il Dpcm sulla “fase 2” conferma che il governo ancora non sa esattamente come affrontarla. Si tratta di tenere assieme la necessità di far girare le città allo stesso ritmo di ieri con il “distanziamento”. E chiunque abbia visto come circolano di mattina gli autobus con gli studenti, i treni dei pendolari o le metropolitane avrà più di una perplessità. Una “fase 2” che a quanto si capisce non sarà tanto diversa dalla “fase 1”, e a cui dunque anche i trasporti pubblici potrebbero reggere bene. Ma IL PEGGIO (PER I TRASPORTI) VERRÀ CHIARAMENTE CON LA “FASE 3” QUANDO – PER QUANTO SI SA ORA – RIAPRIRANNO IN QUALCHE MODO LE SCUOLE E TUTTO IL RESTO.

Aumentare l’offerta o razionare la domanda? Continua a leggere

Possibili cause CLIMATICO-GEOGRAFICHE al VIRUS? E dopo l’attenuarsi della pandemia, QUALE SVILUPPO e ricostruzione per l’Italia, l’Europa, il Mondo? – Ci sarà ancora la lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO?…Con geo-politiche ecologiche concrete e nuovi stili di vita? Oppure tutto sarà come prima?

(immagine da http://www.tempostretto.it/) – “(…) Qualcuno l’ha ribattezzata la “CINTURA DEL CORONAVIRUS”. Si tratta di quella FASCIA, di colore verde, nella quale “COVID-19” STA PROLIFERANDO IN MANIERA “ESPONENZIALE”. I ricercatori dell’UNIVERSITÀ DEL MARYLAND, appartenenti al GLOBAL VIRUS NETWORK, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una INTERESSANTE CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE E LE CARATTERISTICHE CLIMATICHE DELLE ZONE IN CUI SI È MANIFESTATO. Il risultato è che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ definiscono precisamente UNO STRETTO CORRIDOIO COMPRESO TRA 30 E 50 GRADI DI LATITUDINE NORD, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%. Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con LE PIÙ GRAVI EPIDEMIE CHE HANNO INVESTITO LA CINA, L’IRAN, L’ITALIA E LA COREA DEL SUD. (…) (”Daniele Ingemi, 16/3/2020, da https://www.tempostretto.it/)

   Tra le varie ipotesi al diffondersi di questa pandemia da “coronavirus”, che pressoché sta interessando tutto il pianeta (ma alcune aree geografiche “di più”), vi è, tra quelle più accreditate, il cambiamento climatico e lo stravolgimento arrivato a livelli irreversibili degli equilibri nel rapporto tra popolazioni e ambienti naturali di vita: foreste e risorse naturali scarnificate dall’uomo; inurbamento demografico arrivato a livelli elevatissimi e senza significative politiche urbane contro l’inquinamento atmosferico e l’uso dissennato delle risorse naturali (acqua, aria, biomasse…).

WWF: «PANDEMIE, L’EFFETTO BOOMERANG DELLA DISTRUZIONE DEGLI ECOSISTEMI», di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli (consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro). Il LINK: https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm

   Per ora sembra, innanzitutto, essere stata individuata la causa scatenante del virus su tutta la popolazione (cosa non da poco!): cioè il possibile contagio da pipistrello a uomo. Contagio diretto o mediato da un altro animale (uno spillover è l’animale mediatore del patogeno, “Spillover” è anche il titolo di un celeberrimo libro del 2012 di David Quammen ora tornato assai in voga). E quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, tutto questo processo viene chiamato una “ZOONOSI”.

da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm

   Questo pare accaduto nel mercato di WUHAN (la più grande città della Cina centrale, megalopoli di 11 milioni di residenti), mercato di animali vivi, in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento; e che da lì sia iniziata la trasmissione del virus da specie a specie. Pertanto è riconosciuto il fatto che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. Uno sventramento della “foresta” e dei suoi equilibri (anche nei patogeni degli animali selvatici), e l’introduzione nelle città-megalopoli di mercati con elementi incontrollati, fuori di ogni normalità, igiene, controllo sanitario efficace.

la deforestazione dell’Amazzonia (foto da http://www.quotidiano.net/) – Gli squilibri e i totali sventramenti della natura e delle sue regole, ha fatto sì che ci sia stata la “conquista della foresta” distruggendo o tentando di farlo ogni biodiversità che, peraltro, tutelava noi stessi anche da fenomeni letali come questi virus ora in noi, e dall’altra l’inurbamento eccessivo totale, senza regole, ha contribuito a uno squilibrio di cui abbiamo le cause e gli effetti adesso in primis con gli evidenti cambiamenti climatici, l’inquinamento, il surriscaldamento della biosfera. E le malattie da un’introiezione violenta con l’alimentazione di specie animali anche sconosciute.

   E qui veniamo al dunque, cioè del riconoscere indubitabile che la causa scatenante della pandemia è stata data appunto da un disequilibrio totale dell’ecosistema (la foresta sventrata e l’inurbamento di massa di milioni di persone con mercati e servizi incontrollabili); con ripercussioni globali (viviamo in un mondo “unico villaggio” che, come si dice adesso, anche i virus si spostano con gli aerei in poche ore…). che porta alla perdita della biodiversità, ad accelerati cambiamenti climatici, alle alterazioni degli habitat naturali (e in tutto questo ci può stare la diffusione delle zoonosi, ovvero le malattie trasmessa dagli altri animali all’uomo).

   E’ questa anche la tesi del WWF, che in un suo lucido RAPPORTO di queste settimane ( https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm), partendo dal fatto che vi è stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano, dimostra che tutto è strettamente legato ai mutamenti di clima e da azioni umane: appunto, come si diceva, deforestazione, e dall’altra inurbamento sempre più massiccio della popolazione mondiale concentrata nelle città – metropoli – megalopoli.

“(….) Il Rapporto del 2019 dell’IPBES, il COMITATO INTERNAZIONALE E INTERGOVERNATIVO SCIENZA-POLITICA che per conto dell’ONU si occupa di BIODIVERSITÀ e ECOSISTEMI, parla chiaro: il 75% DELL’AMBIENTE TERRESTRE e circa il 66% DI QUELLO MARINO SONO STATI MODIFICATI in modo significativo e circa 1 MILIONE DI SPECIE ANIMALI E VEGETALI, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, SONO A RISCHIO ESTINZIONE. Dati che fanno il paio con quelli del LIVING PLANET REPORT del WWF del 2018, (https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/lpr_2018_ita_highlights_1.pdf ) che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati.(….)” (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   E’ così che, sottolinea il Rapporto del WWF, se le principali epidemie degli ultimi anni sono (tutte) di origine animale; se ad influire nella loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio; se la deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di queste biodiversità tra animali selvatici e uomo (animali che mantenevano una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano); se la conquista umana di tutto ciò che è “selvatico” anche all’interno delle foreste ha aumentato il rischio del contagio (nel caso cinese catturando pure queste specie di animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi); SE TUTTO QUESTO ACCADE (ed è accaduto) la TESI AMBIENTALISTA (che qui condividiamo) è che all’origine della situazione (assai dura) che ora ci troviamo a vivere, deriva dall’azione scellerata dell’uomo; con conseguenza della nostra necessaria attuale segregazione per non diffondere il virus, come contemporaneamente stiamo vivendo negli ultimi anni gli effetti evidenti negativi del CAMBIAMENTO CLIMATICO.

(foto da https://www.lettera43.it/ UNA MANIFESTAIONE DEI FRIDAYS FOR FUTURE) – 3 marzo 2020: LA COMMISSIONE EUROPEA LANCIA LA LEGGE EUROPEA SUL CLIMA proponendo l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’Ue di RAGGIUNGERE ENTRO IL 2050 UN LIVELLO NETTO DI EMISSIONI CLIMALTERANTI PARI A ZERO. “Parole vuote”, “obiettivi lontani”, un testo che “ignora i dati scientifici”, in pratica “una resa”: a bocciare la proposta è la giovane attivista GRETA THUNBERG e tutto il movimento FRIDAYS FOR FUTURE

   È poi interessante andare a vedere la tesi di alcuni ricercatori dell’UNIVERSITÀ del MARYLAND, che hanno stabilito una CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE e le CARATTERISTICHE CLIMATICHE delle zone in cui si è manifestato il virus in modo più virulento. Secondo questi studiosi americani il virus si è manifestato “più forte” su tre caratteristiche omogenee: cioè dal fatto che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ nelle aree fortemente colpite dal virus, SONO LE STESSE, e definiscono geograficamente e precisamente uno STRETTO CORRIDOIO GEOGRAFICO compreso tra 30 e 50 gradi di LATITUDINE NORD, dove le TEMPERATURE MEDIE si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’UMIDITÀ relativa fra il 47% e il 79%. Proprio in questa STRETTA FASCIA CLIMATICA il coronavirus si è diffuso in modo molto forte, con le più gravi epidemie che hanno investito la CINA, l’IRAN, l’ITALIA e la COREA DEL SUD (in quella stessa fascia di latitudine troviamo Wuhan, la Corea del sud, l’Iran, la pianura padana, Madrid e parte della Spagna, New York…).

(da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm) – “(…) E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale.(…) (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   Osservazioni interessante (e che finora la comunità scientifica non smentisce, peraltro giustamente impegnata ad affrontare e ricercare sbocchi immediati all’emergenza…), ma che, in ogni caso, fanno capire che il “DOPO EPIDEMIA” (quando avverrà, non lo sappiamo bene…) non potrà (dovrà) essere quello di un ritorno alla “normalità” accantonando ogni promessa di lotta al cambiamento climatico in tutte le aree geopolitiche del pianeta (in primis la nostra Unione Europea).

   Sennò, l’ipotesi ricorrente è quella che, finita la pandemia, tutto tornerà come prima? Torneremo ad essere liberi di inquinare, spostarsi, viaggiare, consumare allo stesso modo? …se esiste un nesso tra il drastico cambiamento climatico (cui ne eravamo edotti ben prima di quanto sta accadendo) e la diffusione del coronavirus, è assai probabile che di qui a poco ci troveremo in nuove situazioni simili, pandemiche, di diffusione di una nuova peste. Se la causa può essere lo sconvolgimento degli equilibri umani sulla natura, sarebbe (è necessario) mettere in atto pratiche virtuose in modo da non incorrere definitivamente nell’autodistruzione umana sul nostro pianeta.

“LE TRAPPOLE DEL CLIMA. E come evitarle”, di GIANNI SILVESTRINI, G. B. ZORZOLI (edizioni Ambiente, marzo 2020, pagg. 200, euro 19,00) – “(…) Letto ai tempi del coronavirus, “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” FA UN CERTO EFFETTO per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti. EMISSIONI CHE CRESCONO, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi. (…) NE “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” SILVESTRINI E ZORZOLI CI GUIDANO LUNGO UN SENTIERO CHE ATTRAVERSA PAESAGGI VIA VIA PIÙ DRAMMATICI, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo. (…) Occorre allora ESSERE CAPACI DI DARE L’ESEMPIO E DIMOSTRARE CHE GLI STILI DI VITA E IL MODELLO ECONOMICO, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi SIANO MIGLIORI DI QUELLI DI PRIMA e che siano appetibili per tutti. Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano ALEXANDER LANGER: “LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale. Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto (…)” (FEDERICO M. BUTERA, da QUALENERGIA.IT https://www.qualenergia.it/ del 17/3/2020)

   In questo senso poco tempo fa, ricordiamo, la Commissione europea ha presentato il suo piano per un GREEN DEAL EUROPEO, e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare tutte le emissioni di CO2 entro il 2050. Questi progetti sono stati largamente criticati da tutti quelli che credono che siano insufficienti perché a troppa lunga scadenza (il 2050 è un impegno troppo lontano, serve vedere cose pratiche di riduzione dell’inquinamento adesso!). Pertanto provvedimenti che speriamo siano appunto accelerati, o (ipotesi minimissima) perlomeno confermati (e non accantonati com’è il rischio che accada con il pretesto della crisi economica che sicuramente ci sarà, e come probabilmente chiederanno alcuni Stati membri). Un “RICOMINICIARE” che abbia al centro della politica investimenti pubblici straordinari (che ormai tutti gli economisti giudicano necessari), ma investimenti che siano “verdi”; e azioni geopolitiche globali (di tutte le aree geografiche del mondo); e di nuovi STILI DI VITA (come dovremmo individualmente desiderare e volere) per salvare il pianeta e la vita su di esso. (s.m.)

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“SPILLOVER” di DAVID QUAMMEN – Adelphi, 2012, euro 19,50 – Ogni lettore reagirà in modo diverso alle scene che DAVID QUAMMEN racconta seguendo da vicino i cacciatori di virus cui questo libro è dedicato, quindi entrerà con uno spirito diverso nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nel folto della foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi, e apparentemente inoffensivi, gorilla. Ma quando scoprirà che ciascuno di quegli animali, come i maiali, le zanzare o gli scimpanzé che si incontrano in altre pagine, può essere il vettore della prossima pandemia – di NIPAH, EBOLA, SARS, o di VIRUS DORMIENTI e ancora solo in parte conosciuti, che un piccolo SPILLOVER può trasmettere all’uomo -, ogni lettore risponderà allo stesso modo: non riuscirà più a dormire, o almeno non prima di avere letto il racconto di QUAMMEN fino all’ultima riga. E a quel punto, forse, deciderà di ricominciarlo daccapo, sperando di capire se a provocare il prossimo Big One – la prossima grande epidemia –sarà davvero Ebola, o un’altra entità ancora innominata. – DAVID QUAMMEN è autore, oltre che di celebrati reportage per «NATIONAL GEOGRAPHIC» e altre riviste che gli hanno valso per ben tre volte il NATIONAL MAGAZINE AWARD, di numerosi libri. Di lui ADELPHI ha pubblicato ALLA RICERCA DEL PREDATORE ALFA (2005). SPILLOVER è uscito per la prima volta nel 2012 (sempre da Adelphi in Italia). – «QUANDO UN PATOGENO FA IL SALTO DA UN ANIMALE A UN ESSERE UMANO e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, SIAMO IN PRESENZA DI UNA “ZOONOSI”. «È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’INFLUENZA AVIARIA o SUINA, sulla SARS e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. Ci aiuta a capire perché la scienza medica e la sanità pubblica sono riuscite a debellare terribili malattie come il VAIOLO e la POLIOMIELITE ma non altre come la dengue e la febbre gialla. Ci racconta un dettaglio essenziale sull’origine dell’AIDS. ZOONOSI è una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. «EBOLA è una ZOONOSI, come la PESTE BUBBONICA. Lo era anche la cosiddetta INFLUENZA SPAGNOLA del 1918-19 … Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il VAIOLO DELLE SCIMMIE, la TUBERCOLOSI BOVINA, la MALATTIA DI LYME, la FEBBRE EMORRAGICA DEL NILO…». In copertina: Volpe volante delle Comore. Foto di Tim Flach.

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IL CORONAVIRUS POTREBBE NON ESSERE UNA BUONA NOTIZIA PER IL CLIMA

di Gabriele Crescente, 19/3/2020, da INTERNAZIONALE (https://www.internazionale.it/ )

   All’inizio di marzo, quando su internet hanno cominciato a circolare le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione delle emissioni di biossido d’azoto provocata dagli effetti del nuovo coronavirus in Cina, molti hanno pensato che questa terribile crisi avrebbe potuto avere almeno un effetto positivo: fermare (o almeno rallentare notevolmente) il cambiamento climatico.

   Le emissioni di gas serra sono direttamente legate alle attività produttive e ai trasporti, ed entrambe le cose sono state fortemente ridotte dalle limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia.

   A febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019: duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno dall’Egitto.

   Tra l’altro, secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo.

  Il rallentamento dell’economia globale potrebbe avere effetti ancora più consistenti. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, nel peggiore degli scenari presi in esame la pandemia potrebbe ridurre la crescita del pil globale nel 2020 dal 3 per cento all’1,5 per cento. Su The Conversation, Glen Peters del Center for International Climate and Environment Research ha calcolato che questo potrebbe comportare una riduzione delle emissioni di anidride carbonica dell’1,2 per cento rispetto al 2019. Visto che dopo la pubblicazione delle stime dell’Ocse le prospettive economiche sono ulteriormente peggiorate, il calo delle emissioni potrebbe essere ancora più marcato.

   Ma se a prima vista questa può sembrare una buona notizia per il clima, le cose appaiono molto diverse se si guarda oltre il breve periodo. Continua a leggere

I FIUMI e le opere per evitare le piene: IL CASO DEL PIAVE – GRANDI INTERVENTI o DIFFUSA REGIMAZIONE con ripristino del deflusso ampio e lento delle acque? – Le CASSE DI ESPANSIONE a Ciano del Montello nel trevigiano destinate a inurbare di cemento una vasta area golenale naturalistica del fiume

Immagine del fiume PIAVE (foto tratta da https://tribunatreviso.gelocal.it/) – E’ in questi mesi in corso di approvazione un mega progetto che viene dai Piani della Regione Veneto chiamato “CASSE DI ESPANSIONE PER LE PIENE DEL FIUME PIAVE IN CORRISPONDENZA DELLE GRAVE DI CIANO”, e l’intervento che si vuole fare è principalmente situato nel territorio del comune di CROCETTA DEL MONTELLO

   Trattiamo qui un caso emblematico di possibile intervento idraulico sul fiume Piave, per proteggere la parte medio-bassa del fiume (da Salgareda, dopo che il Piave si restringe e da fiume di montagna man mano diventa fiume di pianura). E’ un progetto di grandissime dimensioni, quello delle casse di espansione che si vogliono fare a Ciano del Montello.

mappa (tracciata in verde dei confini ) di tutto l’intervento della CASSE DI ESPANSIONE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Un progetto che viene dai Piani della Regione Veneto chiamato appunto “Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano”, e l’intervento che si vuole fare è principalmente situato nel territorio del comune di Crocetta del Montello. Tanto per far capire le dimensioni vanno espresse le misure: si prevede lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari (una superficie enorme!), e la costruzione di 13,5 km di muri in cemento armato alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

(vedi il PROGETTO DI FATTIBILITA’ DELLA REGIONE VENETO:

REGIONE VENETO_Casse di espansione per le piene del fiume Piave_Relazione_prefattibilità_ambientale_CIANO-Spresiano _ del)

   Una mega opera il cui costo complessivo è stato stimato in circa 55 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di 1.651.700 euro, con procedura di gara che sta avvenendo adesso (primi mesi del 2020). Ovvio che, contrari o favorevoli, non si può non convenire che si tratta di uno sconvolgimento totale di una vasta area del Piave.

(immagine ripresa da LA VITA DEL POPOLO – CLICCARE PER INGRANDIRE)

   Ed è ormai cosa nota la volontà della Regione Veneto, rappresentata dall’assessore all’ambiente Gianpaolo Bottacin, di procedere con il progetto di costruzione di queste casse di espansione. Previo, si dice (sembra) non appaia un altro piano meno devastante ma che assicuri la sicurezza idraulica del fiume, contro le piene. Il caso di Vaia (del ciclone devastante le montagne del nordest d’Italia, a fine ottobre del 2018), ha costituito anche un pericolo di alluvione del Basso Piave, e in ogni caso ha fatto vedere che i mutamenti climatici che portano a improvvisi accadimenti metereologici (piogge intensissime in poche ore) non possono che confermare che il problema esiste, cioè di un’improvvisa alluvione e straripamento del fiume con possibili danni tragici alle persone e alle cose.

IL PIAVE, sullo sfondo il Ponte di Vidor (foto da “La Tribuna di Treviso“) – “I FIUMI SONO AMBIENTI COMPLESSI”, spiega PIERA LISA DI FELICE, vicepresidente della Federazione Nazionale PRO NATURA, coordinatore dell’Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo e vicepresidente del Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI. “Ecosistemi che bisogna conoscere e tutelare con professionalità e competenza. Spesso l’aspetto ecologico del fiume non viene preso in considerazione in nome della sicurezza. La gestione degli ambiti fluviali è sempre stata improntata su una visione ingegneristica e non naturalistica, trasformando i fiumi in una sorta di canali per far defluire il più velocemente possibile le acque. Stiamo pagando la regimentazione dei corsi d’acqua fatta negli anni Ottanta del secolo scorso che ha cancellato gran parte del sistema biologico e degli equilibri dell’ecosistema fiume. La scomparsa della vegetazione riparia, la tendenza alla rimozione delle asperità del fondo hanno come unica conseguenza l’aumento della velocità e della devastazione del fiume”(…) (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Ma tutto questo è risolvibile annullando la funzione e le caratteristiche del fiume? Con un intervento mastodontico ed esagerato?
Se vi capita di andare a vedere il Piave in quella zona dove dovrebbero sorgere la casse di espansione (in località Ciano del Montello, ma estese verso nord e sud), è possibile ammirare la vasta area golenale, il paesaggio autentico naturalistico che rappresenta (pur con qualche sviluppo, nelle parti estreme anche lì di vigneti a prosecco, ma per fortuna non eccessivamente impattanti…).

Ciano, una giornata per dire no alle casse dI espansione (foto da https://www.lavitadelpopolo.it/) – Ancora PIERA LISA DI FELICE, vicepresidente della Federazione Nazionale PRO NATURA, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “Eliminare la fitocenosi in un fiume provoca gravi danni all’ambiente acquatico con perdita di habitat e impoverimento della biodiversità animale e vegetale. Inoltre gli interventi di escavazione in alveo con opere di regimentazione non risolvono affatto il problema delle esondazioni ma le peggiorano. I boschi ripariali sono argini naturali contro le esondazioni, una fascia tampone che permette al fiume di calmare la sua forza ed evitare l’esondazione. Un fiume che evolve verso uno stato naturale è molto più resiliente di un corso d’acqua cementificato o demolito dalle ruspe.” (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Questa è poi un’area protetta da varie normative (RETE NATURA 2000 – strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità, rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione; ZPS – zone di protezione speciale, cioè zone di protezione poste lungo le rotte di migrazione dell’avifauna, finalizzate al mantenimento ed alla sistemazione di idonei habitat per la conservazione e gestione delle popolazioni di uccelli selvatici migratori; ZCS – Zone Speciali di Conservazione -…), area protetta proprio per le caratteristiche specifiche ed uniche che la rendono una riserva di biodiversità da difendere.

   Per contrastare questo progetto, che i cittadini di Crocetta e i frequentatori del Piave e della natura definiscono scellerato (se non siete troppo lontano, andate a vedere la dimensione dell’area, effettivamente è difficile dar torto a chi lo definisce così), per contrastare questo progetto è sceso in campo il Comitato per la tutela delle Grave di Ciano, che quotidianamente tiene informati, aggiorna sulle evoluzioni degli incartamenti ed organizza appuntamenti volti a sensibilizzare la popolazione.

Il Piave nella piena del ’66, da LA TRIBUNA DI TREVISO – PIERA LISA DI FELICE, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “Il futuro è quello della ingegneria naturalistica e della rinaturalizzazione, evitando l’intervento di ruspe che possano alterare i fiumi e provocare danni ambientali irreparabili. “La decementificazione dei fiumi è la prima fase di questo processo di restauro del paesaggio fluviale – continua Di Felice – Eliminare totalmente gli interventi di canalizzazione, regimazione e cementificazione che devastano l’ecosistema fluviale. Questo è solo il primo stadio di un lungo processo a cui è necessario seguano interventi molto specialistici che devono rispettare il valore paesaggistico del fiume e la ricostruzione graduale delle comunità vegetali e animali”. (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Va detto che nessuno contesta la necessità di interventi atti a mettere “in sicurezza” il Piave da possibili eventi improvvisi, con piene devastanti specie a valle. Ma il “trattenimento” delle acque, il loro rallentamento, può avvenire (deve avvenire) senza dover distruggere parte del fiume, snaturandolo come corso d’acqua e facendolo diventare un bacino di cemento armato.

   DARE SPAZIO al fiume pare la parola acquisita, condivisa da tutti. Quel che propongono i contrari a questo progetto di cementificazione, è RIQUALIFICARE IL FIUME, DARE SICUREZZA IDRAULICA sì, ma con UN CAMBIO CULTURALE attraverso una VALENZA AMBIENTALE (INTERVENTI INTEGRATI tra ambiente e sicurezza idraulica); una MANUTENZIONE NATURALISTICA, l’ecosistema del corso d’acqua, dove l’acqua che arriva possa espandersi e acquistare lentezza, essere frenata.

Altra immagine del Piave (da https://tribunatreviso.gelocal.it/) – PIERA LISA DI FELICE, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “E’ necessario un cambiamento radicale rispetto alle opere tradizionali di difesa alluvioni. E fondamentale rimane la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua come riconosciuto dalla DIRETTIVA ALLUVIONI (2007/60/CE)”. “Tale direttiva – conclude Di Felice – chiede di mettere in atto tutte le sinergie possibili tra obiettivi di qualità ecologica dei fiumi e riduzione del rischio idraulico applicando un approccio mirato a dare “più spazio ai fiumi”. La Direttiva afferma che i Piani di Gestione del Rischio di alluvioni “al fine di conferire maggiore spazio ai fiumi” dovrebbero comprendere, ovunque possibile “il mantenimento e/o il ripristino delle pianure alluvionali”, ovvero interventi di riqualificazione morfologica. (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Modi e forme di REGIMAZIONE delle acque possono portare a interventi nei quali si riduce (si scava) in una sponda sovraccarica del fiume, portando lo stesso materiale nell’altra sponda dove i residui ghiaiosi sono invece insufficienti. La stessa presenza di flora diffusa può divenire elemento di freno delle acque, di loro espansione nel momento di piena. Perché dare più spazio al fiume, rendere la riduzione del rischio alluvioni meno dipendente da complesse opere idrauliche, rende meno critica e meno costosa l’opera di gestione e manutenzione delle opere e del fiume.

   I BACINI IDRICI e le ATTUALI DIGHE A MONTE vanno poi gestiti con intelligenza anche prima dell’evento atmosferico tumultuoso: gli invasi già esistenti (operanti in particolare per le canalizzazioni irrigue dell’alta pianura, e più a nord per funzioni idroelettriche), possono e devono essere utilizzati anche per prevenire esondazioni del fiume. E per questo dovrebbero essere SVUOTATI ENTRO FINE ESTATE.

Camminata manifestazione sulle Grave di Ciano (foto da http://www.venetouno.it/)

   Tornando poi alle AREE GOLENALI, queste sono naturalmente deputate allo svaso dell’acqua in eccesso, ma nell’asta del Piave (come in quasi tutti i fiumi di montagna e alta pianura) oggi sono occupate da case, capannoni e costruzioni di vario genere che rendono impossibile sfruttarle in caso di piena. Nel caso nostro, di Ciano del Montello, vi sono alcune case sparse e anche dei piccoli borghi storici, in pericolo con la piena: è il caso di “sacrificarne” alcuni, evitando pericoli a chi ci vive, e lasciando più libero il fiume (delle coltivazioni a prosecco non parliamo)?

SIMBOLO DEL COMITATO PER LA TUTELA DELLE GRAVE DI CIANO

   Necessita pertanto di individuare un piano di intervento diffuso e massiccio, che non sia quello di soffocare il fiume nel cemento e in un mega invaso artificiale, ma individuando tante tantissime necessarie opere di regimazione virtuosa con lo scopo di contenere l’acqua, di prevenire gli effetti disastrosi di una piena. Da quel che accade in Italia e in Europa, con opere di bonifica naturalistica, anche massicce, dimostra che si può fare, che un progetto integrato naturalistico contro le alluvioni può essere attuato, senza nulla togliere alla funzione meravigliosa del fiume. (s.m.)

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GRANDI INTERVENTI PROPOSTI DALLA REGIONE VENETO PER FERMARE LE PIENE STRAORDINARIE DEL PIAVE (e contestati da idrobiologi esperti di fiumi, comuni rivieraschi e ambientalisti): 1-LA DIGA A FALZÈ DI PIAVE. La proposta di realizzazione di una diga a Falzè di Piave è un contestatissimo piano già avanzato negli anni Sessanta (si ipotizzava un invaso da 90 milioni di metri cubi); poi mitigato sotto l’onda delle proteste negli anni Ottanta (60 milioni di portata); congelato negli anni Novanta. Luigi D’Alpas, noto ingegnere e docente emerito di idraulica all’Università di Padova lo rilancia (contestatissimo dai comuni rivieraschi della sinistra Piave, come Sernaglia della Battaglia) ricalcolando tutto: inutile una diga monstre, meglio un bacino ridotto (40 milioni di metri cubi) che non necessiti d’interventi per la realizzazione di argini e terrapieni di contenimento dell’acqua, ma che sia sostenuto da un altro invaso più a monte, da realizzarsi appunto (è il tema dominante adesso) a Ciano del Montello. 2-LA MAXI CASSA DI ESPANSIONE NELLE CAVE A CIANO. Una “vasca” capace di contenere dai 35 ai 45 milioni di metri cubi, da realizzarsi sul lato destro del fiume (spalle a monte) nell’ampia area sfruttata per anni da attività di cava. Un bacino di sassi e ghiaia da preparare e scavare per prepararlo alla piena, esattamente come si prevede di fare in un altro sito più a valle: cioè 3-IL GRANDE INVASO DI SPRESIANO. Lì si prevede di realizzare un altro bacino di contenimento della piena, una cassa di invaso da 10 milioni di metri cubi d’acqua (anche questa tutta da scavare e preparare) giudicata «preferibile» rispetto agli altri progetti lanciati in questi anni e riferiti a casse di espansione in zona Maserada e Ponte di Piave. In questo caso pare che le zone deputate possano essere due, sulle opposte rive del fiume. (immagine da LA TRIBUNA DI TREVISO)

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RISCHIO IDRAULICO SUL PIAVE, CASSE DI ESPANSIONE CONTRO LE ESONDAZIONI
da http://www.veneziatoday.it/ 10/12/2020

– La grande cassa di espansione è da realizzare a Crocetta del Montello (Treviso), insieme ad altre opere, nei territori interessati dall’asta del fiume. La Regione: «Alternative solo se scientificamente fondate» –

  Casse di espansione, da realizzare a Crocetta del Montello, in provincia di Treviso, per mitigare il rischio di esondazione del fiume Piave, che riguarda tutte le popolazioni dei territori interessati dall’asta del corso d’acqua.

   Lo ha deciso il 9 dicembre scorso, in Prefettura a Venezia, una riunione congiunta dei Prefetti, di Venezia e Treviso, l’autorità di Bacino del distretto Alpi orientali, i consorzi di Bonifica, i sindaci dei Comuni, l’assessorato regionale all’Ambiente, la Città Metropolitana di Venezia, per valutare la situazione di rischio idraulico.

   L’opera considerata, approvata dal Consiglio dei ministri ancora il 13 novembre 2010, prevede la realizzazione di casse di espansione nel Comune di Crocetta del Montello, che può contribuire, in modo importante, a mitigare il problema, insieme ad altri interventi che dovranno essere posti in essere nei territori interessati.

Tempi stretti

Alla fine della riunione, Stato, Regione, Comuni e autorità tecniche si sono trovati d’accordo sul fatto che la situazione va affrontata in tempi stretti, e che occorre far fronte comune per realizzare l’opera a partire da quella progettuale, nella massima trasparenza. A tal fine verrà costituita una cabina di regia composta dalle amministrazioni interessate. Si è concordata la data del 19 FEBBRAIO per il prossimo incontro alla Prefettura di Treviso, anche per dare tempo al Comune di Crocetta del Montello di presentare proposte alternative di mitigazione del rischio idraulico.

Alternative

«La Regione del Veneto può valutare alternative al progetto governativo che prevede di realizzare dei bacini di laminazione a Ciano, in Comune di Crocetta del Montello. Il Piave continua tuttavia a preoccuparci molto e siamo consapevoli che, da pubblici amministratori, abbiamo la responsabilità di agire. Ciò che ci interessa è mettere in sicurezza il fiume e le popolazioni rivierasche. I progetti attuali sono basati su studi e ricerche di primari centri studi. Se ci sono altre ipotesi vanno esposte, ma devono essere circostanziate da dati scientifici validati da esperti», commenta GIANPAOLO BOTTACIN, assessore regionale all’Ambiente, Protezione civile e Difesa del suolo. (da http://www.veneziatoday.it/)

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CIANO, UNA GIORNATA PER DIRE NO ALLE CASSE D’ESPANSIONE

di Giovanni Cosatti da LA VITA DEL POPOLO del 8/2/2020

   Mentre sabato 8 febbraio si è svolta la manifestazione “Fiume di gente, Gente di fiume… Insieme per la Piave”, prosegue incessante la raccolta di firme per modificare il progetto.

   Si intensificano, specialmente nel territorio montelliano e nell’area del Quartier del Piave, le iniziative di sensibilizzazione che hanno l’obiettivo di bloccare e rivedere il progetto relativo alle casse di espansione, per contenere in caso di necessità le piene del fiume Piave nella zona delle Grave di Ciano che si trovano ai piedi del versante Nord del Montello, nel Comune di Crocetta del Montello.

   Motore della protesta, che sta coinvolgendo migliaia di cittadini (come accaduto qualche domenica fa con una passeggiata lungo il Piave), è il COMITATO PER LA TUTELA DELLE GRAVE DI CIANO, che è sostenuto da tutte le associazioni storico-ambientaliste attive nella zona (dal Wwf, agli Amici del Bosco Montello ad Arianova, per citarne alcune), ma anche il Comune di Crocetta del Montello, con in testa la sindaca leghista Marinella Tormena.

   “Le casse di espansione – sottolineano i membri del Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano -, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione, stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in cemento armato alti fino a 8 metri delimitanti quattro vasche contigue”.

   Inoltre, si tratta per il Comune, le associazioni ambientaliste e i tanti cittadini che stanno sostenendo la protesta, di un progetto inutile, perché la “Direttiva Quadro Europea sulle Acque, da alcuni anni, ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e creano anche le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del buono stato ecologico del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa, coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente”.

   Non va altresì dimenticato che l’intervento provocherebbe la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT 3240030) e quindi di notevole valore naturalistico per la biodiversità che lo contraddistingue. Scomparirebbe un paesaggio che è un vero e proprio bene comune, che si è creato naturalmente.

   L’area che interessata dalle casse d’espansione è, tra l’altro, ricca di borghi storici, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima e questi luoghi sono stati teatro dei tragici eventi fra il 1917 e il 1918, della Prima guerra Mondiale. E a poca distanza, a villa Correr Pisani di Biadene, non a caso, si trova il Memoriale Veneto della Grande guerra.

   Le casse d’espansione comprometterebbero, in tal modo, non solo il paesaggio, la natura, la biodiversità e la memoria storica, ma pure importanti prospettive di sviluppo di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori così come si propongono l’Intesa dei Comuni Montello-Sile e Il Consorzio Bosco Montello.

   Ecco allora che prosegue incessante la raccolta di firme per modificare il progetto delle casse di laminazione. (Giovanni Cosatti)

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Sabato scorso 8 febbraio si è svolta la manifestazione “Fiume di gente, Gente di fiume… Insieme per la Piave”, con inizio nel primo pomeriggio e alla fine in oratorio di Ciano la cena per i partecipanti e un concerto con vari musicisti veneti; e prosegue la raccolta di firme per modificare il progetto (qui di seguito la petizione proposta):

Il Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano ha lanciato questa PETIZIONE e l’ha diretta a al Presidente della Regione Veneto)

“Chiediamo di bloccare i lavori di avanzamento per il progetto denominato ‘Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano’ situate nel Comune di Crocetta del Montello, opera il cui costo complessivo è stato stimato in 55.3 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di euro 1.651.700 con procedura di gara fissata per dicembre 2019. Le casse di espansione, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in c.a. alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

IL PROGETTO È OBSOLETO E DISTRUTTIVO

La direttiva europea 2000/60/CE “Direttiva Quadro sulle Acque” da alcuni anni ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. L’applicazione di tale approccio sistematico per la risoluzione delle problematiche fluviali è già stato realizzato nelle regioni alpine confinanti. Lì si è dimostrata tutta la sua efficacia, ottenendo azioni di “rinaturazione” e di “rivitalizzazione” fluviale. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e tessono contemporaneamente le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del “buono stato ecologico“ del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa.

L’esatto contrario di quanto il progetto citato andrebbe a compiere:

· la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT 3240030) per l’alto valore naturalistico e di biodiversità che lo contraddistingue, con la conseguente irreversibile perdita di flora e fauna preziosissime e di un paesaggio unico, naturalmente formatosi e già peraltro minacciato da interventi spesso non ispirati alla conservazione di un bene comune;

· la lacerazione dell’assetto socio-urbanistico dell’area prospiciente le Grave di Ciano,  caratterizzato dalla presenza degli storici borghi di Rivasecca, S. Nicolò, Belvedere, Gildi, Botteselle, S.Urbano, S. Margherita e Santa Mama. Questi primi nuclei abitativi sorti lungo le sponde del fiume, testimoni della intensa relazione tra i loro abitanti e il Piave, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima, vedrebbero drammaticamente reciso il loro millenario legame con il corso del fiume. Sarebbe così reso vano lo sforzo intrapreso negli anni recenti di recuperare i borghi rivieraschi per l’importante riqualificazione dell’area;

· la deturpazione del vasto e suggestivo paesaggio che dal Montello, attraverso le Grave, si protende verso le Prealpi. Un paesaggio che sarebbe perso per sempre e ciò in contrasto ad ogni attuale indicazione di tutela urbanistica;

· la profanazione della memoria storica. Indiscusso è l’alto valore storico dell’area a livello nazionale ed internazionale: teatro di azioni decisive della Prima Guerra Mondiale,  qui, tra Piave e Montello sono state condotte le valorose azioni degli Arditi e si è compiuto il sacrificio di migliaia di giovani vite.

Sarebbero così irreversibilmente disperse risorse fondamentali, irrinunciabili per la ripresa economica di un intero territorio, compromettendo nuove, importanti prospettive di sviluppo. Grazie alle valenze naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali, alla presenza di pregevoli opere artistiche e unitamente alla ricca offerta eno-gastronomica, quest’area potrebbe davvero essere un nodo focale di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori.

Peraltro essendo le Grave di Ciano e il Montello parti di un unico, complesso, delicato ecosistema geo-morfologico strettamente connesso, un intervento così impattante su di una parte del sistema potrebbe ingenerare un pericoloso squilibrio, con conseguenze difficili da prevedere per l’intera area.

Consapevoli e non certo insensibili alla necessità di garantire la sicurezza nel Basso Piave, chiediamo tuttavia si scelga l’approccio introdotto dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE che mira a ricostituire il sistema integrale del fiume coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente.

Tutti noi firmatari ci sentiamo responsabili del nostro territorio, profondamente innervato nella storia e nell’identità collettiva della comunità, così unico dal punto di vista naturalistico, storico, culturale e per questo tanto prezioso. Per preservarlo non possiamo quindi esimerci dal lottare contro progetti così devastanti. E’ nostro dovere, anche verso le future generazioni.

(FINALE DEL CONCERTO dalla manifestazione a CIANO DEL MONTELLO dell’8 febbraio 2020 contro le CASSE DI ESPANSIONE sulle GRAVE DEL PIAVE:

https://m.facebook.com/pages/category/Community/Comitato-per-la-tutela-delle-Grave-di-Ciano-111463263608583/

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“INACCETTABILE SCAVARE NEL PIAVE”: GLI INGEGNERI DEL CIRF DIC (CENTRO ITALIANO PER LA RIQUALIFICAZIONE FLUVIALE) DICONO NO ALLE CASSE DI ESPANSIONE NELLE GRAVE DI CIANO

di INGRID FELTRIN JEFWA, da  https://www.oggitreviso.it/ del 11/12/2019

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SALVARE L’EUROPA, SALVARE LA TERRA: il GREEN DEAL EUROPEO, piano di riconversione ecologica dell’Europa – Una politica ambiziosa e urgente per convincere gli Stati della UE (come la Polonia del carbone), ma anche il resto del pianeta, a cambiare rotta – Ma riusciremo a modificare le nostre abitudini inquinanti?

La Commissione europea ha presentato l’11 dicembre scorso il GREEEN DEAL EUROPEO, una tabella di marcia per RENDERE SOSTENIBILE L’ECONOMIA DELL’UE “(…) Pietra angolare del GREEN DEAL EUROPEO è il sistema di SCAMBIO DI QUOTE DI EMISSIONE (Ets) per FAR PAGARE DI PIÙ CHI EMETTE PIÙ CO2. Inoltre – ed è una novità introdotta dopo anni di resistenze – propone l’istituzione di una “CARBON TAX” ALLE FRONTIERE EUROPEE, PER I PAESI CHE NON RISPETTANO GLI STANDARD AMBIENTALI DELL’UE. STATI UNITI, CINA e INDIA sono avvisati: o si adattano o le loro merci in entrata in Europa saranno tassate in base alle emissioni causate dalla loro produzione. (…) (“Alessia De Luca, 11/12/2019, da https://www.ispionline.it/”

   Il Green Deal europeo è un progetto molto ambizioso: è stato annunciato l’11 dicembre scorso, ed è stata presentata la definizione e i dettagli della realizzazione a Bruxelles il 14 gennaio dalla nuova presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, che ne ha fatto il tema dominante e quasi esclusivo dell’azione della Commissione nei prossimi 5 anni.

La Presidente della Commissione Europea URSULA VON DER LEYEN (nella foto), nel presentare il GREEN DEAL, ha dichiarato: “Il GREEN DEAL EUROPEO è la nostra nuova strategia per la crescita – una crescita che restituisce più di quanto prende. Mostra come trasformare il nostro modo di vivere e lavorare, di produrre e consumare, per rendere più sano il nostro stile di vita e più innovative le nostre imprese. Tutti noi possiamo partecipare alla transizione e beneficiare delle opportunità che offre. Muovendoci per primi e rapidamente aiuteremo la nostra economia ad assumere la leadership a livello mondiale. Siamo determinati a fare sì che questa strategia abbia successo per il bene del pianeta e delle sue forme di vita – per il patrimonio naturale europeo, la biodiversità, le nostre foreste e i nostri mari. Mostrando al resto del mondo la nostra capacità di essere sostenibili e competitivi, possiamo convincere altri paesi a muoversi con noi.” (da https://ec.europa.eu/)

   Il Green Deal europeo interesserà direttamente decine di milioni di persone: cioè l’Europa, la EU, a partire appunto dal governo della Commissione Europea, Commissione che è appunto l’organo esecutivo dell’Unione. Ma il piano chiede evidentemente l’approvazione, la partecipazione e condivisione del Parlamento e del Consiglio (cioè quest’ultimo, i capi di governo, quelli che realmente poi decidono se sì o se no). E questo piano di riconversione ecologica europea prevede di mettere in atto una serie di misure per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei.

“(…) La POLONIA, per esempio, ancora oggi ottiene L’80 PER CENTO DELLA PROPRIA ENERGIA ELETTRICA DAL CARBONE, uno dei combustibili più inquinanti ancora in circolazione: per questa ragione è l’unico paese che non ha ancora accettato ufficialmente di azzerare le proprie emissioni nette nel 2050. In tutti i paesi dell’est la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente NULLA, a differenza di quello che succede nell’Europa centrale. (…)” (Luca Misculin, da https://www.ilpost.it/, 2/2/2020)(foto ripresa da httpsit.euronews.com/)

   Si riuscirà a mettere d’accordo tutti, e, in particolare sull’attuazione di misure ecologiche vere, concrete, efficaci? Qui sta il punto. Vien da pensare che sono due gli elementi che convinceranno i molti riottosi a cambiare rotta (pensiamo alla Polonia, ad esempio, che ha una produzione energetica essenzialmente basato sul carbone, di cui il suolo e sottosuolo – con le tante miniere – è ricco, e che cambiare “costa molto”  in risorse finanziarie).

Il Vicepresidente esecutivo FRANS TIMMERMANS (NELLA FOTO)(DELEGATO A GESTIRE LUI DIRETTAMENTE IL GREEN DEAL EUROPEO), alla presentazione del PIANO, l’11 dicembre scorso, ha detto: “Stiamo vivendo un’emergenza climatica e ambientale. Il Green Deal europeo costituisce un’opportunità per migliorare la salute e il benessere dei nostri concittadini, trasformando il nostro modello economico. Il piano illustra come ridurre le emissioni, ripristinare la salute del nostro ambiente naturale, proteggere la fauna selvatica, creare nuove opportunità economiche e migliorare la qualità della vita dei nostri concittadini. Tutti noi abbiamo un ruolo importante da svolgere e ogni settore industriale e paese saranno interessati da questa trasformazione. Inoltre, è nostra responsabilità fare sì che la transizione sia un processo giusto e che nessuno resti escluso dalla realizzazione del Green Deal”. (da https://ec.europa.eu/)

  Il primo elemento di accettazione del Green Deal sarà dato dal mettere a disposizione proprio cospicue risorse finanziarie, i finanziamenti cospicui: l’Unione Eurpea troverà queste risorse? E sarà costretta a sacrificare altri attuali progetti a vantaggio di Stati e regioni d’Europa? E poi è da vedere se tanti Stati più ricchi saranno disposti a contribuire di più di quanto “tornerà” loro con i progetti “green” rivolti ad altri. Cioè ad avere di meno, e pagare per riconvertire il modello di sviluppo di “altri” Stati (in particolare quell’dell’Est) più poveri e storicamente meno virtuosi, in condizioni ambientali più disastrose.

«GREEN DEAL» EUROPEO – Dopo l’ANNUNCIO DEL GREEN DEAL EUROPEO dell’11 dicembre scorso, è stato presentato il 14 gennaio l’atteso progetto legislativo che dovrebbe contribuire a finanziare tra il 2021 e il 2027 la TRANSIZIONE VERSO LA NEUTRALITÀ CLIMATICA ENTRO IL 2050. Secondo Bruxelles questo ambizioso PIANO comporterà COSTI ECONOMICI, CAMBIAMENTI SOCIALI, INVESTIMENTI INFRASTRUTTURALI. Ruolo cruciale avrà il JUST TRANSITION FUND (il FONDO PER UNA TRANSIZIONE EQUA). Quest’ultimo sarà dotato di denaro fresco per 7,5 miliardi di euro, che grazie al cofinanziamento nazionale, al braccio finanziario InvestEu e alla Banca europea degli investimenti porterà il totale a 100 miliardi di euro (Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 14/1/2020)

   Il secondo elemento che aiuterà un possibile consenso al Green Deal, saranno le conseguenze più o meno visibili ai cittadini della crisi ambientale; cioè se sulla loro pelle si accorgeranno di più o di meno che il clima è cambiato, che l’inquinamento atmosferico è intollerabile, che malattie e altre conseguenze gravi accadranno a causa di uno sviluppo scellerato: se ciò avverrà allora, forse, ci sarà un po’ più di disponibilità a pagare perché le cose migliorino, e a cambiare stili di vita negativi per l’ambiente. Forse.

NEGLI ACCORDI DI PARIGI DEL 2015, l’UNIONE EUROPEA si è impegnata ad AZZERARE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI NETTE ENTRO IL 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040 (grafico ripreso da https://www.ispionline.it/ )

   Cioè più la situazione si farà grave (che non bisogna augurarselo…) e più ci sarà disponibilità degli Stati (e dell’industria, dei poteri forti…ma in particolare dei cittadini) a “cedere”, ad accettare il cambiamento ecologico. Le misure impopolari possono forse diventare “popolari” in una condizione di “guerra” ambientale.

GREEN DEAL EUROPEO (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – “(…) L’obiettivo principale è quello di fare la propria parte per LIMITARE L’AUMENTO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE, che secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU deve RIMANERE ENTRO GLI 1,5 °C RISPETTO ALL’EPOCA PRE-INDUSTRIALE, per non causare danni enormi al pianeta e quindi alla specie umana. Per rispettare questo limite, stabilito dagli ACCORDI DI PARIGI DEL 2015, l’UNIONE EUROPEA SI È IMPEGNATA AD AZZERARE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI NETTE ENTRO IL 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040. Da questo obiettivo principale, a cascata, ne derivano altri più specifici.(…)” (Luca Misculin, https://www.ilpost.it/, 2/2/2020)

   Poi, non è da dimenticare, che l’Europa contribuisce all’inquinamento globale solo per il 9%. La speranza della Commissione è di assumere un ruolo guida che possa portare altri paesi sul suo stesso esempio. Ma è tutto da vedere che accada: dovrà essere un “pensiero dominante”, autorevole, che fa vedere i benefici nel benessere della popolazione.

Primi 5 paesi europei a emissioni CO2, grafico da http://www.ispionline.it/ – L’EUROPA CONTRIBUISCE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE SOLO PER IL 9%. La speranza della Commissione è di assumere un ruolo guida che possa portare altri paesi sul suo stesso esempio

  Perché uno sviluppo ecologico non è cosa di per sé che costa solo sacrificio, non è un boccone amaro: è la possibilità di avere uno sviluppo più adatto alle persone, alla comunità, al cambiamento in positivo dei modi di vivere; a “star meglio”.

European Green Deal e gli obiettivi per il settore FOOD

   Peccato che in tutti questi anni la necessità di uno sviluppo veramente eco-compatibile non sia stato recepito, voluto. E che si siano fatte cose (modi di vita collettiva) improntate al peggio per l’ambiente, la biosfera; come base di tutto: dalla cementificazione scellerata, all’abuso di inquinanti (pensiamo alla chimica che ha avvelenato molta parte delle acque…), a una motorizzazione tutta basata sull’auto e sull’uso del petrolio.

La creazione del JTF (FONDO PER LA TRANSIZIONE GIUSTA – JUST TRANSITION FUND -) è stata accompagnata dalla promessa di una revisione delle regole sugli aiuti di Stato entro la fine del 2021, per consentire di finanziare anche LA RICONVERSIONE E LA BONIFICA DI GRANDI AZIENDE quando queste sono in linea con gli obiettivi del GREEN DEAL. Per l’Italia questo potrebbe tradursi in un’occasione irripetibile per INTERVENIRE NELL’AREA DELL’EX  ILVA, così come in decine di altri siti industriali o da bonificare, senza rischiare d’incorrere in sanzioni o indagini da parte della Commissione.(..) (Matteo Miglietta, 16/1/2020, da TRECCANI.IThttp://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/)/)(NELLA FOTO: Gli impianti della fabbrica Ilva di Arcelor Mittal a Taranto, foto ripresa da http://www.ansa.it/)

   Questioni non da poco, cariche di difficoltà. E poi, e qui sta il punto, saremmo disposti a cambiare le nostre abitudini? A rinunciare a spostarsi con mezzi troppo inquinanti (come gli aerei, le automobili), utilizzando mezzi pubblici ecologici? Saremmo disposti a cambiare la nostra alimentazione, mangiando meno carne (ad esempio), che porta al forte inquinamento degli allevamenti intensivi e a un utilizzo di acqua esagerato (oltre a un rapporto disdicevole con il mondo animale, sfruttato e utilizzato nell’industria della macellazione)?

   Qualche dubbio sorge, nella possibile rigenerazione (macro, del Green Deal Europeo, e micro, della riconversione ecologica degli stili di vita di ciascuno). Comunque il piano europeo per un’Europa più ecologicamente compatibilmente va a nostro avviso visto con fiducia, entusiasmo, collaborazione di tutti. (s.m.)

Come sopra accennato, ribadendone l’importanza, il “PILASTRO FONDAMENTALE attorno al quale si articola la strategia di riconversione dell’economia europea sarà il nuovo MECCANISMO PER LA TRANSIZIONE GIUSTA (JUST TRANSITION FUND), all’interno del quale verrà creato un apposito fondo europeo. Lo strumento vuole fornire un SUPPORTO SPECIFICO AI TERRITORI ANCORA FORTEMENTE DIPENDENTI DALLE FONTI FOSSILI, che dovranno quindi gestire le conseguenze ambientali e sociali più complesse nei prossimi anni. Si va DALLE REGIONI CARBONIFERE DELLA POLONIA a quelle legate a grandi industrie che fanno un grande uso di CARBONE, come quelle SIDERURGICHE (da http://www.treccani.it/)

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LA RIVOLUZIONE VERDE DI URSULA

di Alessia De Luca, 11/12/2019, da https://www.ispionline.it/

– Ursula von der Leyen ha presentato il suo progetto per un Green Deal europeo. L’obiettivo è trasformare il volto del vecchio continente attraverso politiche volte a contrastare il riscaldamento globale, facendo dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Più facile a dirsi che a farsi? – Continua a leggere