I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

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   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

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PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

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QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

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I MURETTI A SECCO per l’UNESCO sono Patrimonio dell’Umanità: l’artificio umano sulla natura (contro il dissesto idrogeologico, e per l’agricoltura) crea mirabili paesaggi – E per l’area “candidata” del Prosecco nel Trevigiano? l’Unesco convincerà a produrre senza inquinare? in limiti spaziali? con diversificazione agricola?

A seguito delle atrocità commesse nella seconda Guerra Mondiale le Nazioni Unite hanno voluto istituire (nel novembre 1946) L’UNESCO (UNITED NATIONS EDUCATIONAL, SCIENTIFIC AND CULTURAL ORGANIZATION) come segno di pace tra le nazioni, basandosi sul voler garantire la protezione e la salvaguardia dei siti di grande valore. Pertanto l’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione. – Il riconoscimento specifico dei PATRIMONI ORALI E IMMATERIALI DELL’UMANITÀ (“IMMATERIALI”: così sono stati designati i MURETTI A SECCO, sottolineandone la diffusione che essi hanno in tante visioni di paesaggi in così tante parti del pianeta), sono espressioni della cultura immateriale del mondo che l’UNESCO ha inserito in un apposito elenco, per sottolineare l’importanza che essi hanno secondo tale organizzazione. I CAPOLAVORI IMMATERIALI SI AFFIANCANO AI SITI PATRIMONIO DELL’UMANITÀ: mentre questi ultimi rappresentano cose tangibili (come un parco naturale, una città o un complesso archeologico), i primi rappresentano antiche tradizioni a volte diffuse in luoghi diversi (come appunto i muretti a secco) L’UNESCO si è posta il problema di salvaguardare questi capolavori per evitarne la scomparsa. (NELLA FOTO QUI SOPRA: I MURI A SECCO DI CHERSO, Isola di Cres, in CROAZIA – situata nel golfo del Quarnaro)

   La scelta dell’Unesco di iscrivere tra i “patrimoni immateriali dell’umanità” l’ARTE DEL MURO A SECCO (cioè costruito con pietre che, sapientemente nel lavoro umano, si intersecano e sorreggono saldamente tra di loro, senza usare alcun tipo di malta o legante), questa scelta rende vanto agli otto paesi europei (Grecia, Spagna, Cipro, Croazia, Slovenia, Italia, Francia, Svizzera) che hanno presentato questa candidatura per il riconoscimento del valore nei loro paesaggi di queste mirabili opere umane.

(…) Fu una fatica enorme tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri. Sudore e dolore, dolore e sudore. Quelli che spinsero il grande Carlo Cattaneo a parlare con ammirazione delle terre lavorate dall’uomo, le quali «SI DISTINGUONO DALLE SELVAGGE PERCHÉ SONO UN IMMENSO DEPOSITO DI FATICHE». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018) (NELLA FOTO: La (ri)costruzione di un muretto a secco in Trentino (da la Repubblica)

   Perché poi i muretti a secco si trovano anche nei paesaggi di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei (in Africa, Asia, America Latina –pensiamo al Perù-…). Perché si tratta di uno degli esempi di virtuosa manifattura umana presente in tutte le culture del pianeta. Che, dai tempi più remoti a quelli più recenti, è stata adottata (questa tecnica di costruzione) per fini abitativi e/o agricoli, o per tracciare dei confini, o a difesa, e IN PARTICOLARE COME TERRAZZAMENTI NEI PENDII SCOSCESI (per utilizzarli in agricoltura e abitazione, e che salvano i pendii montuosi o collinari dall’erosione).

PAESAGGI TERRAZZATI D’ITALIA. Eredità storiche e nuove prospettive, di LUCA BONARDI, MAURO VAROTTO, 2013, Franco Angeli Ed., euro 25,00 – Il libro sui paesaggi terrazzati è stato voluto dal CLUB ALPINO ITALIANO per il III Incontro Mondiale sui TERRACED LANDSCAPES. La prima parte del volume, scritta da Luca Bonardi, si propone come lavoro di sintesi sulla geografia e storia dei terrazzamenti agrari in Italia, sulla scorta di 20 anni di indagini e studi locali sulla materia. La seconda parte, redatta da Mauro Varotto, racconta le esperienze di recupero e valorizzazione di terrazzamenti in varie Regioni italiane da parte di un gruppo di Operatori Naturalistici e Culturali del CAI che si sono mossi all’interno di un progetto di ricerca del GRUPPO TERRE ALTE.

   Il sì italiano alla richiesta di candidatura è stato dato in particolare per salvare dalla possibile progressiva sparizione i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull’Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l’arco alpino e nel cuore dell’Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo.

La particolare tessitura delle marogne della Valpolicella. (Foto: Alleanza italiana per i paesaggi terrazzati, “muretto Marogne”, da http://www.ilbolive.unipd.it/)

   Pertanto, al di là di un riconoscimento da parte di un’Istituzione un po’ discussa (discutibile) nei decenni nell’aver riconosciuto “tutto” (o quasi tutto) “patrimonio dell’umanità” (su questo vi invitiamo a leggere l’interessante articolo di Mattia Feltri che abbiamo ripreso dal quotidiano “La Stampa” – lo trovate come secondo articolo nella rassegna che dedichiamo all’argomento qui di seguito in questo post); al di là del fatto che interessi economici enormi muovono sia l’Unesco (900 milioni di dollari il budget annuale dell’Unesco, circa 795 milioni di euro) che tutte le richieste che vengono ad esso sottoposte (motivo fondamentale di avere il riconoscimento: i soldi!); al di là di tutto questo, possiamo però riconoscere un valore particolare e genuino al riconoscimento dei MURETTI A SECCO.

DA http://www.adottaunterrazzamento.org/ – Dal 18 marzo all’8 aprile 2017 si è tenuto il primo “CORSO PER LA REALIZZAZIONE E IL RECUPERO DEI MURI IN PIETRA A SECCO” in VAL BRENTA (nell’estremo nord-est della provincia di Vicenza, ndr), organizzato dal COMITATO “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO” e dell’ISTITUTO AGRARIO “A.PAROLINI” di BASSANO DEL GRAPPA. Questa attività ha avuto una buona eco sui media, anche grazie al fatto che si inserisce in una tendenza che si sta diffondendo in altri luoghi d’Italia, quali la Provincia di Trento, grazie all’Accademia della Montagna del Trentino, e la Liguria, con la Cooperativa Olivicola di Arnasco. Così il quotidiano nazionale “la Repubblica” ha pubblicato un articolo l’ 8 maggio scorso, scritto da Giampaolo Visetti, e La 7 ha mandato in onda un servizio girato sui terreni di “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO”, nella trasmissione Tagadà il 10 maggio. (Articolo su Repubblica dell’8 maggio: I ragazzi del muretto a secco: “Quei sassi sono opere d’arte”; Servizio su La 7 del 10 maggio (min. 140): Tagadà, puntata 10/05/2017 ) (NELLA FOTO: VALBRENTA, corso per costruire muretti a secco)

   Perché sono una caratteristica connaturata di così tanti paesaggi in posti diversissimi del mondo… e che fanno parte un po’ del nostro DNA nel pensare a meraviglie paesaggistiche umane… a bei ricordi e a luoghi che andiamo (andremo volentieri) a vedere.

Negli anni passati ci sono stati vari CONVEGNI MONDIALI SUI PAESAGGI TERRAZZATI: esperti e appassionati di tutti i continenti ne hanno discusso in CINA, in PERÙ, e nel 2017 in ITALIA, tra Padova e Venezia: il prossimo convegno internazionale dei paesaggi terrazzati si terrà nelle ISOLE CANARIE. Il problema è comune: evitare che una sapienza antica, trasmessa oralmente, muoia assieme ai suoi ultimi custodi (NELLA FOTO: CINQUE TERRE, IN LIGURIA: PAESAGGIO DI MURETTI A SECCO E TERRAZZAMENTI)

   Così che se UN LUOGO è dato da TRE ELEMENTI: il primo è la NATURA come lo ha creato, il luogo, come la ha voluto; il secondo elemento è l’ARTIFICIO UMANO, quel che si intravede dell’intervento dell’uomo; e il terzo sono gli ACCADIMENTI storici che quel luogo ha avuto…ebbene i muretti a secco rappresentano al meglio il secondo elemento: l’ARTIFICIO UMANO GENIALE, la capacità di costruire con le pietre, e con grande impegno e fatica, un elemento architettonico stabile e sicuro nel tempo, che sa durare senza che queste pietre abbiano malte e altri collanti….

Guida pratica, divulgativa e illustrata alla costruzione alla manutenzione e al recupero dei muretti in pietra a secco

   E’ così che i numeri e la quantità di questi muretti a secco sono difficili da stabilire, e a volte da individuare: secondo MAURO VAROTTO (docente all’Università di Padova e tra i fautori dell’ALLEANZA INTERNAZIONALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI), in Italia risultano censiti 170mila chilometri di muri a secco, quelli stimati sono oltre 300mila. Gli ettari di campi terrazzati sono altrettanti.

UOMINI E PIETRE – documentario di MICHELE TRENTINI – DVD (con libriccino di presentazione di ANTONIO SARZO) euro 16,00 – 2017, Cierre Editore – Attraverso l’osservazione del lavoro svolto da un contadino della VALLE DI CEMBRA e da allievi e docenti dei corsi per la COSTRUZIONE DI MURI A SECCO organizzati dalla SCUOLA TRENTINA DELLA PIETRA A SECCO, il documentario mostra le diverse fasi della costruzione di tali manufatti. La diretta testimonianza di uno dei docenti, esperto naturalista, propone uno sguardo d’insieme sulle specificità e sulla rilevanza dei muri in pietra a secco anche da un punto di vista ecologico, paesaggistico e socio-economico.

   Nel confronto che Varotto fa, i 170mila chilometri “italiani” di muretti a secco, tanto per darne una dimensione di diffusione di quanti sono, se confrontati con la Grande Muraglia cinese, quasi totalmente ricostruita, questa è lunga “solo” 8mila chilometri. E Varotto ne sottolinea “il valore delle pietre accumulate e incastrate nei secoli per permettere agli uomini di coltivare la terra e di allevare gli animali, ossia di vivere,” (dice: “È un passaggio decisivo, che può garantire le risorse pubbliche per conservare l’eroica spina dorsale che unisce i popoli con una storia di miseria e di fatica”). E così è, come la immaginiamo (miseria e fatica di generazioni di persone) che lasciano un bene di inestimabile valore alla nostra visione, ai paesaggi umani (vengono in mente le cattedrali, costruite in particolare con la fatica umana di poveri sottopagati, ma ora, cattedrali, così importanti al nostro vivere).
Necessitano azioni e modi per preservare i muretti a secco, ripristinarli quando serve; capire come far rivivere ora luoghi abbandonati che conservano questo artificio umano di valore; ma che rischiano, con gli eventi metereologici, il dissesto del tempo, l’abbandono e l’incuria totale a ogni manutenzione conservativa, rischiano poco a poco di scomparire…questo fa sì che meritano riconoscimenti e partecipazione chi si impegna alla conservazione e ripristino di questi manufatti: pensiamo in particolare alle associazioni che si dedicano alla conservazione e ripristino dei TERRAZZAMENTI; e a tutti quelli che nei loro luoghi di appartenenza e raggio di azione della propria vita, cercano di salvarli e/o ripristinarli. (s.m.)

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ACQUAVIVA DELLE FONTI (in Puglia)

(…)«Il totale delle aree censite dal PROGETTO MAPTER» (“MAppatura Paesaggi Terrazzati italiani, ndr), scrive MAURO VAROTTO (docente di geografia all’Università di Padova e autore di vari libri sull’ambiente e la montagna), «ammonta a circa 170 MILA ETTARI (grosso modo una regione come il Veneto), ma alcune aree non sono ancora state coperte da rilievi a tappeto, dunque tale prima quantificazione è ancora parziale». Secondo una ipotesi di LUCA BONARDI (docente di geografia all’Università di Milano) «si può stimare l’esistenza di almeno 300 MILA ETTARI DI AREE TERRAZZATE, esito di una colonizzazione dei versanti a fini agricoli che risale indietro nei secoli, ma in massima parte eroica conquista di terreni portati all’uso agricolo, in parallelo con le fasi di incremento demografico tra metà ’700 e fine ’800». Peccato che «OLTRE IL 30% DEL PATRIMONIO DOCUMENTATO È OGGI ABBANDONATO E RICONQUISTATO DA BOSCO E VEGETAZIONE ARBUSTIVA». Un delitto.(…) … prosegue il dossier, che ABBIAMO ANCORA «170.000 CHILOMETRI DI MURI A SECCO, VENTI VOLTE LA LUNGHEZZA DELLA MURAGLIA CINESE. La Liguria vanta di poter fare il giro della terra con i suoi 40 mila chilometri di muri, la Costiera amalfitana di possederne l’equivalente della Grande Muraglia: 8 mila chilometri». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018)

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(alcuni siti sull’argomento: http://www.paesaggiterrazzati.it/ e
http://www.formazione.cirgeo.unipd.it/documenti/16-17/GISDay/Ferrarese_ProgettoMapterEstrazioneMappaturaTerrazzamentiAgricoli.pdf ,
e http://www.adottaunterrazzamento.org/ )

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SACRARI DI SASSI

MURETTI A SECCO, IL SUDORE SI FA ARTE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018
– Stupore della natura artificiale – L’Unesco iscrive la tecnica tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Chilometri di paesaggio costruito pietra su pietra dalla fatica di generazioni –
«Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Continua a leggere

AREE CONTAMINATE: un PAESE (l’Italia) pieno di discariche abusive da nord a sud, di rifiuti tossici, speciali, urbani, amianto…, seppelliti nei decenni e che inquinano le falde acquifere – IL CASO VENETO: Pfas, Amianto, e altri rifiuti scoperti su cave e discariche, e ora sui lavori della Superstrada Pedemontana

Discarica di Padernello cava Campagnole a Paese (Treviso) – VENETO (novembre-dicembre 2018) – SOTTO SEQUESTRO DUE AREE CON 280.000 TONNELLATE DI RIFIUTI INQUINANTI SCARICATI IN MODO ILLECITO – Il materiale era stato portato a PAESE (Treviso) e a NOALE (Venezia). ALMENO 10MILA TRASPORTI CON TIR – PAESE – I carabinieri hanno posto sotto sequestro cautelare due aree dove erano stoccate 280mila tonnellate di rifiuti perché trattati in modo illecito. si tratta di un’area del trevigiano, a Paese, ed una nel veneziano, a Noale, dove il materiale conferito da più località del Veneto e di altre regioni pur essendo inquinato ed inquinante non veniva reso inerte ma trattato come ‘normale’. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri forestali di Mestre con il supporto del 14/o gruppo elicotteri di Belluno, su delega della Procura di Venezia. Il materiale trovato è pari a 10mila trasporti effettuati con autoarticolati. In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del gip di Venezia è seguita ad una indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia della procura lagunare.
Le operazioni che venivano fatte dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali rame, nichel, piombo e selenio) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. in alcuni casi sui materiali miscelati è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
24/11/2018 da http://www.oggitreviso.it/

   Zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati…. Sono le sostanze che “normalmente” si trovano in discariche abusive in tutta Italia…. E poi la questione amianto (che solo 8 regioni sono attrezzate a smaltirlo correttamente); e, particolare specifico in Veneto, l’inquinamento da Pfas che vanno direttamente nella falda acquifera.
Nel nostro Paese ci sono 58 siti “ufficiali” considerati contaminati da scarichi tossici nei decenni passati; e di questi l’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (sui 58) siti più contaminati d’Italia. Di questi abitanti in aree contaminate, per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio. Quasi sempre c’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi. (riportiamo qui di seguito in questo post una serie di dati contenuti in un articolo assai emblematico della situazione scritto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera del 25/11 scorso).

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

   Ma non è solo cosa che riguarda i qui sopra citati SITI INQUINATI DI INTERESSE NAZIONALE (Sin). Nel senso che dappertutto, quando si scava per fare qualcosa, quasi sempre spuntano dal sottosuolo rifiuti abbandonati, “nascosti”: che vanno dagli inerti quasi sempre pericolosi, ad esempio “carichi” di amianto”; a metalli pesanti; o rifiuti solidi urbani di tutti i tipi….

Forestale che pone i sigilli a una cava di rifiuti tossici

   Li troviamo in cave e discariche, ma anche in aree industriali dismesse, o ancora in industrie o laboratori artigianali in attività; e come dicevamo molto spesso vengono trovati un po’ dappertutto casualmente facendo dei lavori per costruire un edificio, oppure un’opera pubblica: in Veneto adesso è il caso della costruzione della superstrada pedemontana, e nei 95 chilometri di tracciato tra le province di Vicenza e Treviso, spuntano qua e là discariche abusive sugli scavi che si stanno facendo, con aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

“(…) In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i ROGHI SOSPETTI AD ATTIVITÀ DI STOCCAGGIO RIFIUTI. Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo, la Tribuna di Treviso, 27/11/2018)”

   Il Veneto, cui qui ci concentriamo come regione “ricca” di discariche abusive, ha anche il problema dell’inquinamento da PFAS. Il PFAS (la sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”, “Polyfluoalkyl”) è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

I PFAS: Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. – PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dalla contaminazione da Pfas (scoperta “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di VICENZA, PADOVA e VERONA, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa definitiva sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   E poi, tornando a tutta la penisola italica, c’è il caso emblematico (e grave per le morti continue) delle discariche abusive di AMIANTO. Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevede la rimozione dell’amianto dagli edifici (Legge 257 del 27 marzo 1992), solo il 2% delle strutture è stato bonificato (dato ricavato dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da LEGAMBIENTE e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018).

MESOLA (nel ferrarese). L’hanno chiamata operazione “BLACK HOLE”, un “BUCO NERO” dentro al quale finivano rifiuti di ogni genere, comprese pericolose LASTRE IN FIBROCEMENTO contenenti minerali del gruppo dell’AMIANTO. Il “buco nero” non era altro che uno scavo di notevoli dimensioni scoperto dalla Polizia provinciale nell’area cortiliva di un’abitazione TRA I COMUNI DI MESOLA E GORO, il quale veniva riempito di rifiuti provenienti in gran parte da attività di demolizione e costruzione, per poi essere ricoperto nuovamente di terra. (da http://www.estense.com/ 10/1/2018)

   LE REGIONI DOTATE DI ALMENO UN IMPIANTO SPECIFICO PER L’AMIANTO SONO SOLO 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. Tra il 1993 e il 2012, cioè nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno (ripetiamo: 6mila all’anno!).

nella foto: Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto – UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO. Questa la proposta avanzata da Legambiente che dal forum sui rifiuti per liberarsi di uno degli inquinanti più pericolosi e più costosi da smaltire. “MANCA COMPLETAMENTE UNA DISCARICA DEDICATA, – ha detto Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. VA INDIVIDUATO IL SITO CORRETTO, ed è difficile trovarlo in un territorio così antropizzato come il Veneto.” (26/11/2018, da https://tgplus.it/ )

   E allora: CHE FARE? …. di questa diffusa totale pratica di sbarazzarsi dei rifiuti o sotterrandoli o disperdendoli nottetempo dappertutto; o usando cave e discariche non autorizzate a smaltire correttamente lo specifico rifiuto che viene apportato.
I controlli più ferrei naturalmente sono necessari e importanti: ne viene molto spesso però che si trovano “fatti illeciti vecchi”, di tanti anni fa: e così il principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, appunto, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile.

DISCARICA MONTECCHIO SUI LAVORI DELLA SPV – Montecchio Maggiore, cantiere della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV): spunta un’altra DISCARICA ABUSIVA lungo il tracciato dei 95 chilometri (come a SELVA DEL MONTELLO, o tra VILLORBA E SPRESIANO…). “Difficile dire quante saranno, ma non è così improbabile dire che lungo il cantiere della SPV potrebbero saltar fuori ancora rifiuti prima della fine dei lavori. Sono discariche abusive, cumuli di rifiuti che spuntano dal terreno, sepolti chissà da quanto tempo.” (da http://www.vicenzatoday.it/ )

   E ancor più onerosa è la BONIFICA di questi siti inquinati: lo si può fare effettivamente solo con la RIMOZIONE dei rifiuti dalle discariche inquinate, come da tutti i siti che contengono inquinamenti e che hanno da anni inquinato le falde acquifere (come il caso dei Pfas che abbiamo citato per molti comuni della provincia di Vicenza, Verona e Padova). E LA RIMOZIONE HA COSTI STRATOSFERICI, che fa sì che alla fine spesso tutto resta fermo, e il corso naturale di inquinamento della falda viene a realizzarsi da sé (oppure si adottando misure di bonifica meno costose ma meno efficaci).
Su tutto va detto che l’apporto abusivo di rifiuti da smaltire illecitamente crea delinquenza, mafie e camorre che trovano il modo di moltiplicare i loro introiti recependo (facendosi pagare da imprenditori) rifiuti che non smaltiscono. C’è così un RISCHIO RACKET che si concretizza con il non voler risolvere il problema.
Strutture di controllo più efficaci dovrebbero appaiarsi a un sistema preventivo di trovare soluzioni efficaci allo smaltimento illecito. Ad esempio, per quanto riguarda l’amianto, la proposta di individuazione di una discarica apposita, almeno in ogni regione, che sia in grado di smaltire l’eternit (l’amianto) così nocivo alla salute (magari a costi cui viene incontro anche la Regione, lo Stato, l’istituzione pubblica…) permetterebbe di porre di più sotto controllo lo smaltimento corretto, evitando di più le forme criminali abusive (che in ogni caso vanno perseguite con controlli efficaci su ogni territorio). E ci sarebbero meno persone ammalate (e, se si vuole un po’ cinicamente monetizzare, meno costi alla sanità).
Va da sé che porre un freno allo smaltimento irregolare e abusivo di ogni rifiuti e sostanza inquinante (e di quanto è stato fatto illecitamente in passato) è cosa che richiede un impegno collettivo non più prorogabile. (s.m.)

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AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2018
Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali.
Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.

QUANTE SONO E DOVE STANNO LE AREE A RISCHIO SANITARIO Continua a leggere

LA DEVASTAZIONE DELLE MONTAGNE VENETE (anche Trentine e Friulane) dell’uragano di vento e pioggia del 29 ottobre, richiede uno sforzo titanico per uscire dall’emergenza – La ricostruzione di BOSCHI e PAESAGGIO: OCCASIONE da non perdere PER RIPENSARE LA MONTAGNA, oltre il solo turismo

Particolare di un bosco di faggi (da wikipedia)

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO – di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 – (…..) Questo che si conclude è stato per l’Europa l’anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni scientifiche delle temperature, oltre due secoli fa. La cosa più preoccupante è sentire da più parti, soprattutto dal mondo politico, ripetere l’AGGETTIVO “STRAORDINARIO”. Precipitazioni straordinarie, eventi straordinari… Un requisito della straordinarietà è l’unicità. Nel momento in cui un evento straordinario si ripete a distanza di breve tempo, diventa ordinario, non ci piove. O meglio, ci piove fin troppo. Forse il problema sta nel fatto che, ANCHE SE NON VOGLIAMO AMMETTERLO, LA MONTAGNA BELLUNESE È COMUNQUE PERIFERICA, e I MILIONI DI ALBERI CADUTI, per quanto impressionino, NON CI SCONVOLGONO. Nell’immaginario comune SONO MONTAGNE DA VACANZE, non spazi di vita quotidiana. E infatti ho trovato, per quanto fatte in buona fede, alquanto sintomatiche le dichiarazioni dei POLITICI CHE HANNO INCORAGGIATO GLI ITALIANI AD “ANDARE IN VACANZA” NELLE ZONE DEL BELLUNESE per aiutare le popolazioni in difficoltà. Certo, bene, giusto. Forse sarebbe stato più ambizioso dichiarare che l’Italia si confronterà nelle sedi opportune per rimettere con urgenza sul tavolo dei paesi occidentali la riduzione delle emissioni di CO2. O FORSE SAREBBE STATO PIÙ AMBIZIOSO, negli anni passati, VARARE PIANI DI RIFORME EFFICACI PER CONTRASTARE LO SPOPOLAMENTO DI UNA MONTAGNA che, prima ancora che essere un comprensorio sciistico, è, ripeto, uno SPAZIO DI VITA. Ma si sa, i piani di lungo corso in politica, e forse soprattutto nella politica degli ultimi anni, non pagano. E ALLORA TUTTI A SCIARE.”(…) (PAOLO MALAGUTI)

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I danni causati dal forte maltempo dei giorni scorsi (qui è in Val Visdende, nelle montagne bellunesi) – …«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera DANIELE ZOVI, generale della Forestale, autore di “ALBERI SAPIENTI, ANTICHE FORESTE” dove scrive delle PIANTE non come oggetti ma come «ESSERI SENSIBILI CHE COMUNICANO FRA DI LORO». ESSERI CAPACI DI PROVAR DOLORE: «COS’È, L’ODORE DELLA RESINA DI QUESTI GIORNI SE NON UN URLO DI DOLORE?»…(Gian Antonio Stella, “il Corriere della Sera”, 3/11/2018)

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   Nei giorni scorsi, in particolare il 29 ottobre, fortissimi venti e piogge hanno devastato le montagne venete (quelle bellunesi, ma anche il vicentino nell’Altopiano di Asiago); e anche le montagne dolomitiche del Trentino, e i parte del Friuli.
In Veneto, dal vento fortissimo (e dalla pioggia), sono stati rasi al suolo molti boschi: una prima stima parla di 25-30 mila ettari di bosco abbattuto, pari a circa tre milioni di piante divelte (ma forse sono molte di più). Un’ecatombe.

da http://www.fanpage.it

   E, appunto, la zona più colpita pare essere proprio il Bellunese, con il nubifragio della sera di lunedì 29 ottobre che ha fatto cadere 197 mm di pioggia ad Agordo ed a Longarone, con una punta di 252 mm nella Valle del Biois, in particolare a Cencenighe (come riportato dall’Arpa del Veneto). Ma citiamo delle località così, a caso, solo per puntualizzare alcune cose: DAPPERTUTTO, NELLA MONTAGNA VENETA (e non dimentichiamo in parte la trentina e friulana) CI SONO STATE DEVASTAZIONI ORA BEN EVIDENTI.

qui è San Tomaso, frazione di Colzaresè, a Belluno (foto da “la Stampa”)

   La macchina dei soccorsi, del ripristino, la protezione civile, molti volontari, le istituzioni regionali e locali… si son subito dati da fare (e lo stanno facendo) generosamente…. Ma è la popolazione colpita da questi disastri, subito, ha iniziato con motoseghe e quel che serviva per sgombrare le strade, riparare i tetti….. Ma ci vorrà un sacco di tempo per arrivare a una “minima normalità”….


Un vento difficilmente quantificabile nella sua forza, e che a ricordo degli anziani non si era mai visto così violento: come i 90 km/h rilevati nella zona del Lago di Misurina, i 114 km/h nell’Altopiano di Asiago nel vicentino. Ma le raffiche hanno sicuramente soffiato ad oltre 200 km/h in molti luoghi ora devastati, provocando (come dicevamo) così danni elevatissimi al patrimonio boschivo (alle otto di sera di lunedì 29 ottobre, i venti hanno raggiunto i 208 km/h sulle vette del Bellunese, con valori simili su quasi tutti gli altri rilievi montuosi del Veneto settentrionale e del Trentino Alto Adige).

Alleghe, i danni al lungolago e al parcheggio delle funivie e del palaghiaccio (da “il Corriere dell Alpi”

   E’ questa straordinaria (mai vista) tormenta di vento che è la causa principale, oltre sicuramente alla pioggia fortissima, dei danni maggiori soprattutto al patrimonio forestale, con boschi interi che sono stati abbattuti dalla furia del vento.
E poi gli alberi, cadendo, hanno troncato linee elettriche ed interrotto la circolazione su numerose strade (alcune località sono rimaste prive di corrente elettrica per giorni, e solo l’arrivo di generatori ha permesso il ritorno dell’energia elettrica).

“LA FRANA DEL TESSINA – Il maltempo e le piogge incessanti dei giorni scorsi in Veneto hanno rimesso in movimento la FRANA DEL TESSINA, in ALPAGO, il più grande smottamento conosciuto in Europa, circa 4 MILIONI DI METRI CUBI. (…) – La frana del Tessina (che prende il nome dal torrente) è ubicata in comune di CHIES D’ALPAGO (BL). Si tratta di un fenomeno complesso che si sviluppa da quota 1200 circa, per una lunghezza di oltre 2 chilometri fino all’abitato di LAMOSANO posto a quota 650.

   Un disastro incommensurabile. Dopo la necessità di assicurare la messa in sicurezza della popolazione (ad esempio dalle numerose frane verificatesi e che ancora possono verificarsi in questa condizione di fragilità territoriale); il ripristino delle rete elettrica e della viabilità (molte strade, specie le secondarie, sono impraticabili); il ritorno in certi posti dell’acqua potabile con il ripristino regolare degli acquedotti; e poi gli altri servizi essenziali (la scuola, il commercio, le attività produttive, etc.); la rimozione dei 3 milioni (e forse più) di alberi caduti (ci vorranno anni!), la piantumazione (quanto ci vorrà?) di nuovi alberi; gli impianti turistici, come quelli per lo sci (già ora ci si preoccupa del turismo degli sciatori, visto che la stagione sta per aprirsi, e questo francamente lo riteniamo molto opinabile…sì, l’intento è di “far tornare alla normalità subito”, ma questa necessità di far subito riprendere il carosello sciistico con neve artificiale ci sembra una cosa del tutto non condivisibile…)….ebbene, nel contesto di “tutto questo” di cui si parla adesso, noi pensiamo che, nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE ANCHE NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha.

Nel 1981 la popolazione residente in provincia di Belluno superava le 220 mila unità. Dal 2009 è iniziata una curva discendente che ci ha portati nel 2017 a scendere sotto i 206 mila. Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

   Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, queste difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, piena di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti…totale disinteresse di tutti);
– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, scoli e torrenti, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il percolo di smottamenti e fragilità;
– E’ una montagna fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordamento, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per leggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione, Trento e Bolzano hanno invece vissuto un incremento di abitanti del 2,6 e del 3,9%. La popolazione è aumentata anche a Sondrio (+0,4%), è scesa ma leggermente (-0,3%) a Verbano Cusio Ossola. Inoltre gli under 15 nel Bellunese sono appena il 12% della popolazione complessiva (a Bolzano sono quasi il 16%), mentre gli anziani, ovvero gli ultrasessantacinquenni, sono il 25,8%, tre punti percentuali più di Sondrio (a Bolzano sono appena il 19,3% dei residenti). Un dato preoccupante è quello sulla natalità: nel 2017 nel Bellunese sono nati 1334 bambini, ma sono morte 2476 persone. Gli stranieri sono pochi (il 5,9% della popolazione): segno che la provincia ha perso attrattività. Lo spopolamento interessa soprattutto i comuni di alta montagna, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 4,6% dei residenti. In cinque comuni il calo supera il 10%. Bolzano, invece, ha guadagnato il 2,7%. (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO, di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

…E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?
IL DISASTRO AVVENUTO ADESSO può diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriale dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…
LA CENTRALITA’ della montagna passa per un privilegiare i servizi per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme le competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente nel bellunese…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (gente, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, finanziariamente, i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci.

Bosco nel Parco delle Dolomiti bellunesi (com’era)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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Volontari e richiedenti asilo da Treviso a Belluno per ripulire strade e scuole – UN GRUPPO DI PROFUGHI RISPONDE ALLA CHIAMATA DEL SINDACO DI BELLUNO E RIPULISCE UN POLO SCOLASTICO (da http://www.oggitreviso.it del 5/11/2018 – Un esercito di volontari dalla Marca Trevigiana ha raccolto l’appello lanciato dal sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, e si è presentato domenica nelle zone colpite dal maltempo per ripulire, tagliare alberi, spostare rami, liberare strade e fare tutto ciò che può essere utile alla popolazione per ripartire. Da Borgo Piave al Nevegal, da Col da Ren alle Ronce, da Col Fiorito a Salce, tantissime le persone arrivate da fuori città e anche da fuori provincia: tra loro, anche il sindaco di Preganziol e alcuni componenti della giunta.

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO

di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 Continua a leggere

SOLO GRANDI OPERE UTILI, e RIPRISTINO DELLA VIABILITA’ ESISTENTE, ora in stato di quasi abbandono (la viabilità “normale” in Italia è molto a rischio) – La SCOMMESSA di un domani senza opere eclatanti “da vedere”, ma basata sull’utilizzo efficiente dell’esistente (rinnovandolo e spendendo meglio)

Nelle tabelle stilate dall’Unione province d’Italia, parla chiaro: per “curare” un chilometro di strada, Anas ha a disposizione 22 mila euro all’anno, le concessionarie autostradali in media 120mila euro all’anno. Dopo i tagli, dagli uffici tecnici provinciali arrivano solo allarmi: Cosenza (2.574 km) dispone solo di 1.328 euro a km per manutenzione e investimenti; Pavia (1.980 km) ha 3.750 euro, il 50 per cento in meno rispetto a 5 anni fa; Pesaro Urbino passa dai 3.380 euro a km del 2010; Grosseto (1.836 km) ha a disposizione 1.216 euro per la manutenzione, il 655 per cento in meno rispetto al 2013……. DA NORD A SUD, PIÙ O MENO, LA SOLFA È QUESTA. «L’obiettivo minimo è ritornare ad avere almeno 4mila euro in media a chilometro», ribadisce Achille Variati, presidente dell’Unione province d’Italia. «Ma per farlo lo Stato ci dovrebbe trasferire, oltre al fondo aperto da Delrio, altri 280 milioni l’anno. Altrimenti strade e viadotti provinciali rimarranno così come sono». PRIVI DI MANUTENZIONI, CON IL MONITORAGGIO STRUTTURALE FATTO A VISTA, IN DECADENZA. E sottoposti a un traffico di auto e tir che, dagli anni Ottanta, è quintuplicato. (NELLA FOTO qui sopra: PONTE ALLARO, in Calabria, da http://www.ilmeridio.it)

   Troppe municipalità in Italia sono oramai sempre più in difficoltà finanziarie (a quando si potrà contare su un accorpamento dei comuni in nuove città: mille nuove città al posto dei quasi 8mila comuni di adesso… è la nostra proposta). E i comuni hanno la maggior parte della rete viaria (diffusissima quasi sempre), alla quale non possono destinare le risorse per mantenerla in buono stato (risolvere il problema delle buche, dell’asfalto disastrato, le curve pericolose, l’illuminazione assente, la mancanza di piste ciclabili e marciapiedi…).

il ponte Morandi a Genova crollato

   Dall’altra ci sono circa 100mila chilometri di rete viaria provinciale, cui le Provincie (che, pur ora ridotte nei compiti essendo diventate enti di secondo livello, rimane invariata la loro competenza sulla viabilità) dicono di non avere più le risorse sufficienti a mantenere la manutenzione straordinaria di ponti, strade, segnaletica, incroci, guardrail…
In effetti molto spesso ci sono più disponibilità finanziarie di quante se ne riescono a spendere. E’ che si spende male quasi sempre, con sovracosti; si sprecano risorse per opere, o parti di esse, inutili (magari trascurando elementi progettuali e realizzativi essenziali, come dovrebbe essere l’impatto ambientale).

STRADE PERICOLOSE (DA MODIFICARE) – La tratta stradale extraurbana più pericolosa in Italia è quella fra i chilometri 10 e 12 della Tangenziale Est di Milano (A51), dove nel 2016 sono stati registrati 46 incidenti (23 incidenti/chilometro). Il tasso di sinistri è molto elevato anche fra i chilometri 13 e 17 della Strada Statale 036 del Lago di Como e dello Spluga, dove la media è di 19,5 incidenti al chilometro (78 in totale), che precede in questa triste classifica il tratto fra i chilometri 135 e 137 dell’autostrada A4 Torino-Trieste: qui gli incidenti sono stati 37 per una media di 18,5. Il numero di incidenti in numeri assoluti è maggiore però fra i chilometri 36 e 46 del Grande Raccordo Anulare di Roma (152 scontri, media di 15,2 al chilometro) e sulla A24, sempre a Roma, l’autostrada che collega la Capitale con Teramo: fra i chilometri 0 e 7 gli incidenti nel 2016 sono stati 100, per una media di 14,3 al chilometro.

   Pertanto è un sistema perverso e “difettato” quello delle opere pubbliche: dove tutto viene sovradimensionato per quanto riguarda i costi. E spesso con tempi molto lunghi nella realizzazione dei lavori, tempi che si potrebbero accorciare pur facendo rispettare ogni normativa (le modalità decisionali ora sono lente, i tempi progettuali a volte esagerati, le fasi realizzative altrettanto).

nella mappa: TAV-Torinio-Lione, tunnel di base del Frejus da realizzare – “Cosa intende concretamente Piero Fassino quando dice che l’Italia resterà “isolata” se non si realizza la TORINO-LIONE? Che non mangeremo più camembert? Che per andare a Parigi dovremo passare da Londra? Oppure che ci mancheranno luce, acqua e gas? Non sto scherzando, vorrei che Fassino mi facesse un esempio concreto d’ISOLAMENTO DELL’ITALIA (O, SE PREFERISCE, DELL’ECONOMIA ITALIANA) SE IL TUNNEL DI BASE DEL FRÉJUS NON VENISSE REALIZZATO.(…..) Una “GRANDE OPERA” HA SENSO SOLO QUANDO “CAMBIA LA VITA”, quando modifica in maniera sostanziale il sistema degli spostamenti con effetti sociali, economici, urbanistici, territoriali di vasta portata (…)”(SERGIO BOLOGNA, 27/8/2018, da http://www.sinistrainrete.info/)

   L’idea (che perlomeno nelle intenzioni anche questo nuovo Governo dice di porsi) è quello di varare un PIANO DI INTERVENTI a bassa intensità burocratica, che è possibile fare mettendo al posto delle Grandi Opere la MANUTENZIONE STRAORDINARIA dell’esistente, la MESSA A NORMA (sismica, della sicurezza dei ponti, delle strade più pericolose…), le MIGLIORÌE AMBIENTALI (siepi protettive, piste ciclabili etc.); dando priorità a una “RETE DI PICCOLE OPERE DIFFUSE per riparare, dove possibile, o sostituire, dove necessario, le opere esistenti con particolare attenzione a viabilità e sicurezza appunto di ponti, gallerie e strade interne” (questa finalità la ritroviamo nella bozza della “Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza” che ora dev’essere approvata dal Parlamento) (vedi a tal proposito in questo post l’articolo sull’argomento ripreso da “la Voce.Info” di Claudio Virno).

Il ponte crollato a Carasco (GE), il 22 ottobre 2013. A cinque giorni di distanza sono stati scoperti i corpi di due persone che viaggiavano su un’auto precipitata dopo il crollo. (Ansa)

   Ma, in ogni caso, anche quando si tratta di Grandi Opere quel che conta è la qualità di come le si vuole fare. In VENETO abbiamo un esempio (negativo) eclatante nella pochissima funzionalità, e costosissima, costruenda “Superstrada Pedemontana Veneta”(SPV). 95 chilometri di superstrada (ma di fatto autostrada) “chiusa”, con pochissimi caselli (16) da Montecchio Maggiore (provincia di Vicenza) e Spresiano (Treviso); e la necessità, ai caselli, delle cosiddette “opere di adduzione” (rotatorie, cinconvallazioni, strade di collegamento….), con spreco massimo di territorio e per niente funzionali; in un contesto dove il traffico predominante è dato dalla viabilità locale (e non a lunga percorrenza). Pur essendo la SPV in stato avanzato di realizzazione, noi pensiamo che si possano ancora fare delle modifiche migliorative, che ne riducano drasticamente i costi e che portino l’opera ad essere maggiormente utilizzata, più utile (vedi le due immagini esplicative qui sotto).

   Negli articoli che Vi proponiamo insistiamo nel porre il problema che “E’ NECESSARIO USCIRE DALL’IDEOLOGIA DELLE GRADI OPERE” come risoluzione di problemi di mobilità, di viabilità, che invece richiedono intelligenza, buon senso, capacità di acquisire dati e conoscenze per scegliere la cosa migliore.

Chi accusa i movimenti ambientalisti di essere sempre “contro”, non si accorge della propria posizione rigidamente ideologica di difesa di un modello (le GRANDI OPERE) che deve incominciare a essere concretamente messo in discussione, valutando effettivamente COSA SERVE, DOVE SERVE, ciò che è meglio. (s.m.)

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STRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV) DOVE SERVE, COME SERVE

Serve il coraggio di rivedere profondamente il progetto della Pedemontana per renderla SOSTENIBILE PER IL TERRITORIO:

– stralciando le parti inutili ad Ovest dell’A31, compresi 6 km. in galleria (30 km su 95 complessivi);

– collegandola alla viabilità esistente con 28 accessi compatti al posto di 11 caselli e 60 km. di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.);

– eliminando quasi tutte le cosiddette opere “complementari”;

– prevedendo opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica;

DOPO IL FALLIMENTO ANNUNCIATO DEL PROJECT FINANCING, ora tutto a rischio della Regione anziché dei soci privati, occorre tagliare drasticamente tutto il superfluo per ricondurre un’opera faraonica e costosa (ufficialmente stimata nel 2013 in 2,2 miliardi di Euro più le opere complementari mai finanziate) ad un intervento realisticamente fattibile, senza indebitare i veneti per più generazioni;

SI PUÒ STIMARE IN 600 MILIONI DI EURO IL RISPARMIO OTTENIBILE CON LO STRALCIO DELL’INUTILE TRATTO OVEST.

PROPONIAMO (oltre ai 30 chilometri di stralcio dell’inutile parte ovest):

– 28 accessi aperti alla viabilità locale invece di 11 caselli chiusi (che si trovano nei 65 km da Thiene/Dueville a Spresiano), in modo da servire sia il traffico di attraversamento che quello locale;           

– l’eventuale pedaggio totalmente automatizzato, come si fa ormai in tutto il mondo;

– l’interconnessione con la rete ferroviaria esistente e predisposizione dell’elettrificazione per il trasporto merci su gomma.

28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud. Sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando lo spreco di territorio per il collegamento ai caselli: il risultato, UNA PEDEMONTANA PIÙ “LEGGERA”, ESSA STESSA CIRCONVALLAZIONE DI CIASCUN COMUNE, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali.

ABBIAMO ANCORA L’OPPORTUNITÀ DI TRASFORMARE IN CORSA QUESTA DANNOSA E COSTOSA “CATTEDRALE NEL DESERTO” in un intervento utile e compatibile con il territorio. Diamoci da fare!

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“Gli investimenti hanno senso solo se si misurano i benefici per la società in rapporto ai soldi spesi”. Il punto di vista di MARCO PONTI, economista, esperto in mobilità e trasporti, e consulente del ministro Danilo Toninelli

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L’EMERGENZA
L’ALLARME SICUREZZA SU STRADE E PONTI “SENZA MANUTENZIONE 100MILA CHILOMETRI”
di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 1/10/2018
– Le Province: da quattro anni tagliate tutte le risorse necessarie alla gestione della rete viaria interna – “Per le opere a rischio servono almeno 2,5 miliardi” –
Concentrata sul dito delle macerie del Ponte Morandi, l’Italia non sta vedendo la luna. E la luna, in tema di strade, viadotti e gallerie a rischio, è una rete di circa 100mila chilometri di viabilità provinciale su cui nessuno, da almeno quattro anni, ha denaro da spendere per la manutenzione straordinaria.
Termine divenuto familiare dopo la tragedia di Genova, questo della manutenzione straordinaria: comprende quei costosi interventi per rattoppare l’asfalto, rifare i guardrail, mettere in sicurezza i vecchi ponti, riparare eventuali errori di progettazione. Continua a leggere

Il NUOVO PONTE DI GENOVA: abbatterlo e ricostruirlo? O conservare le parti integre? O immaginare un’IDEA NUOVA di ponte: LUOGO DI MOBILITÀ autostradale e locale, ma anche ciclo-pedonale, ferroviario, del metro; dei servizi (cavi, acquedotto..). E DI INCONTRO: per UNA RIGENERAZIONE URBANA della città

IL PROGETTO DI PONTE DELL’ARCHITETTO STEFANO GIAVAZZI – Il nuovo ponte che rimpiazzerà il Morandi di Genova potrebbe essere una grande struttura contemporanea, una “MACCHINA DELL’ABITARE”, CHE PRODUCE ENERGIA E OFFRE SERVIZI PUBBLICI. Con AREE VERDI, SERVIZI, NEGOZI. UNA STRUTTURA DA VIVERE, ma che serva anche ad abbracciare e CONSERVARE QUEL CHE RESTA DEL MORANDI, a MEMORIA DELLA TRAGEDIA. E’ questo il PROGETTO per il nuovo ponte Morandi di Genova elaborato e presentato nei giorni scorsi da un architetto di Bergamo, STEFANO GIAVAZZI. Un’idea di struttura decisamente diversa da un classico viadotto. L’intento prevede un MODULO RETICOLARE PREFABBRICATO IN ACCIAIO, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione (vedi la presentazione su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

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Ponte Morandi – 9/10/2018 – Relazione della Commissione Ispettiva del Ministero dei Trasporti in pdf:

https://drive.google.com/open?id=1PrRQL9t2jS1GtNlvC8qITNb-5SpbmD5l

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   L’emozione di quanto accaduto il 14 agosto scorso del crollo del ponte-viadotto Morandi a Genova (con 43 vittime), non è ancora cessata: un episodio che ha segnato tutti nel suo essere così tragico e che poteva colpire chiunque (tutti noi potevamo esserci, passare, in quell’infrastruttura al momento del crollo). E dopo aver seppellito le povere vittime, subito (o contemporaneamente), è sorta la necessità di RICOSTRUIRE IL PONTE, segno di ritorno alla vita, alla quotidianità che spesso disprezziamo ingiustamente.

L IDEA DI PONTE DI RENZO PIANO (da “il Corriere della Sera”)

   E il dibattito sulla RICOSTRUZIONE del ponte non è cosa facile (come poteva apparire all’inizio, nei primi giorni). L’area dove si trova(va) il ponte è una parte complessa di una città complicata come è Genova. In questo post condividiamo il parere di chi dice che non è solo il problema di ricostruire il ponte, in modo nuovo magari; ma è anche la possibilità di rigenerare quella parte della città, e la città intera, dove questa grande struttura non sia più solo “subìta” da Genova, ma venga anche a rimodellare, modernizzare (nel senso buono di quest’ultima parola) questa grande città, partendo appunto dall’area del ponte crollato, nella Val Polcevera.

IL VIADOTTO PONTE MORANDI COM’ERA

   E’ questa un’area (quella del ponte-viadotto) che abbiamo imparato a conoscere dal 14 agosto scorso dalle immagini televisive: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici sotto il ponte; un tessuto urbano di fondovalle diffuso e sparso, sia con case, condomini, ma anche capannoni industriali, e poi anche attività di piccolo commercio (negozi), e luoghi commerciali della grande distribuzione…. Il tutto cresciuto tra il fiume-torrente e la ferrovia.

PONTE MORANDI, IL PROGETTO DEL PADOVANO ING. SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO» – “sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.”

   Un po’ di tutto… un caos urbano evidente…. E allora pensare che tutto, “sotto” il nuovo ponte che sarà ricostruito, resti uguale; e che il ponte deve solo tecnicamente “superare in altezza” tutto questo (come prima), sembra un po’ poco, un’idea mediocre e fragile, un’occasione perduta.

SALVIAMO CIO’ CHE RESTA – L’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, con tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/)

   E allora molti dicono che servirebbe un ponte che non si limita a collegare le due parti della città, est e ovest, e che faccia passare il traffico pesante a lunga percorrenza. Servirebbe invece un ponte multimodale, che porti in primis a ottimizzare meglio questa mobilità est-ovest della città. Pertanto sì un’infrastruttura che risolva lo scorrere dei diversi livelli di traffico (un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, cioè di carattere internazionale; poi il traffico regionale; e, assai importante, il traffico cittadino locale a breve percorrenza); ma anche un ponte che faccia passare la ferrovia, e poi una pista ciclabile e pedonale; una possibile nuova funivia-funicolare…. Un ponte può anche servire a far passare altre infrastrutture, come l’acquedotto, i cavi elettrici e la banda larga….un ponte che possa diventare anche elemento di incontro e attrazione di tutta la città.

Il ponte sopra i condomini

   Troppe cose? E se sì in che modo? Presentiamo ad esempio qui un’ipotesi progettuale di ponte di un architetto bergamasco (ipotesi trovata su youtube), STEFANO GIAVAZZI, dove appunto il ponte (che non sarebbe demolito ma “riqualificato”- un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”…questo il pensiero di Giavazzi), e oltre a quanto fin qui detto, potrebbe diventare un luogo di ritrovo della città; e non esiste futura pericolosità (almeno)… un’idea diversa di pensare i ponti (vedi http://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc).

Ponte Morandi crollato

   Oppure. Se questo è impossibile, e non si vuole nemmeno immaginare un ponte multifunzionale, allora tanto vale pensare a non buttare giù quelle parti che non sono crollate e sono in buono stato, e collegare e ristrutturare in modo efficiente il tutto, senza pericoli futuri: come nell’idea dell’ingegnere padovano ENZO SIVIERO; o dell’Ingegner EDOARDO COSENZA; oppure dell’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, che (con quest’ultimo) tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno pure PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/), dimostrando ragionevolezza dall’alto delle loro esperienza e competenza sul tema di queste delicate e importanti infrastrutture.

l’idea lineare del ponte proposto da Renzo Piano

   Ma finora tanto si è parlato, specie di voler fare le cose con celerità, ma tutto sembra inesorabilmente fermo: non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. E forse di queste cose non se ne sentirà parlare mai, nel senso che ci si limiterà a iniziare a costruire un ponte, con tempi sicuramente molto ma molto più lunghi dell’anno che si vuole far credere di poter rispettare come tempo per avere la nuova infrastruttura. Ci si muove sulla linea del disegno progettuale di RENZO PIANO, bello, rispettabile, “pulito”, geniale come sempre; ma forse si poteva chiedere e pensare a un ponte diverso nelle funzionalità, come ne parlavamo all’inizio di queste righe.
Su tutto regna comunque (nonostante quella che sembra la buona volontà politica, e delle varie amministrazioni coinvolte: Governo, Regione, Comune), molto caos (chi farà il ponte? con gara senza gara? come pagherà la concessionaria “Autostrade per l’Italia” lasciata fuori?….) e improvvisazione; poche idee ma anche confuse. (s.m.)

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IL DECRETO LEGGE SU GENOVA N. 109, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/9/2018 (n. 226):

DL_109_2018_dlGenova (GU n. 226) (1)

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L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

L’accadimento tragico del crollo del ponte spiegato molto bene, in questo link:

https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/08/world/europe/genoa-italy-bridge-italian.html

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A GENOVA COSTRUIRE IL PONTE SIGNIFICA RICOSTRUIRE UNA PARTE DI CITTÀ
di Flavio Piva – Direttivo CENSU (Centro Nazionale Studi Urbanistici), 7/9/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/
Il dramma di Genova ha scatenato emozioni di ogni tipo; l’elaborazione collettiva del grave lutto dopo il momento dei perché, della ricerca dei colpevoli e delle cause, giunge ora alla fase più rigenerante: COME RICOSTRUIRE IL PONTE DI GENOVA, oggi che questa costruzione è diventata un simbolo internazionale.

Ponte di Tiberio a Rimini (da INGENIO http://www.ingenio-web.it/ – Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”. (Flavio Piva – Direttivo CENSU 07/09/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/)

   Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”, interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto.
Se si accetta questo approccio, non è chi non veda che il problema è traslato di livello, dal ragionare su un’opera a rigenerare un’area urbana, spostato quindi sul piano dell’urbanistica, quella più sfidante per una città.
I PONTI DELLE CITTÀ
I ponti interni alle città NON SONO MAI SOLO UN’OPERA PER SUPERARE FIUMI O VALLI ma hanno sempre assunto significati iconici o rappresentativi.
Il ponte Morandi nel 1963 era il simbolo della genialità ingegneristica italiana, del miracolo economico e di una città in espansione turbinosa. La sua caduta avviene oggi in un momento storicamente molto diverso ma, come negli anni ’60, la sua ricostruzione oggi può essere occasione di rappresentare diversamente il futuro.

PONTE VECCHIO, FIRENZE, da INGENIO…… “Solo i migliori hanno rispettato la città interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto”.

“DOV’ERA, COM’ERA” È LO SLOGAN DELLA RICOSTRUZIONE FRIULANA, ADATTO PER UN TERRITORIO CHE RIVOLEVA LA SUA IDENTITÀ; a Genova lo si invoca solo perché potrebbe accelerare i tempi.
NON SOLO UN PROBLEMA STRUTTURALE O ARCHITETTONICO
Ma ripristinare la struttura crollata senza ripensarne il ruolo nel contesto urbano è veramente saggio?

Ponte Morandi negli anni ’60 appena costruito

Sul piano strutturale, siamo tutti ansiosi di capire le cause e la dinamica del crollo; come tecnici vogliamo capire i limiti del progetto, quelli dei materiali e le criticità dei modi delle manutenzioni. Ma sulla ricostruzione dobbiamo essere bravi: dobbiamo inserire il massimo dell’intelligenza progettuale sulle opere da realizzare e sui modi cui arrivarci. Velocità ed efficacia vanno coniugate; l’area è una parte complessa di una città complicata, l’approccio deve essere globale.
Cito due considerazioni, buone sintesi della sfida da affrontare.
Dice Bertolaso: “In otto mesi si fa un ponte “baby”, una bretella in acciaio. Un’altra cosa è fare il ponte più importante di questo Paese. Un’opera strategica che va fatta, non dico andando piano, ma mettendo sul tavolo un progetto serio, elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale”.
Anche Renzo Piano considera elemento imprescindibile della sua “idea di ponte” – da lui donata alla città di Genova – la “rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale”.
RIGENERARE, PIÙ CHE RICOSTRUIRE
L’occasione è lampante: oggi i molti Sindaci che tentano di rigenerare aree dismesse o parti delle loro città con piani di ambito urbano, devono far fronte al vero problema di trovare il “driver” dello sviluppo dell’area. Sperano in nuovi nuclei di servizi pubblici, localizzazioni di funzioni attrattive o di centri commerciali o direzionali ma spesso l’attuazione di un buon progetto di rigenerazione urbana si arena subito di fronte alle insufficienti risorse pubbliche necessarie per rinnovare a fondo le infrastrutture e i tutti i sottoservizi dell’area.
A Genova, le risorse che verranno attivate dalla ricostruzione del ponte Morandi possono essere il primo grande motore dello sviluppo e del rinnovo di questa parte di città. Qui, anche il piano urbanistico deve cambiare e può farlo anche profondamente.
Un approccio sperimentale fuori dalle regole aiuterebbe a far capire alla burocrazia e alla politica come si possono progettare le città oggi. Anche il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ndr) auspica che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera,
Quindi è pregiudiziale avere: (i) un commissario unico sia per la ricostruzione del ponte sia per la rigenerazione urbana; (ii) leggi speciali e procedure d’urgenza (ii) deleghe totali, anche di gestione dei flussi finanziari, ai livelli comunali e regionali; (iii) un grande team di professionisti per l’attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana.
L’ESPERIENZA DEL FRIULI DOPO IL 1976
Un approccio simile lo si può ritrovare forse solo nelle scelte legislative e amministrative fatte nel post sisma del Friuli; negli anni ’76-79 il combinato disposto delle leggi regionali, statali e l’autonomia degli uffici diventò un modello virtuoso a cui ora ci si potrebbe riferire.
Una sperimentazione di autonomia locale, in fondo già presente nelle corde dei liguri. A meno che non si voglia andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.
LE CARATTERISTICHE DELL’AREA DEL POLCEVERA
Le caratteristiche dell’area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia.
Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null’altro riuscirà a dare alla città.
SUL PIANO DELLA MOBILITÀ, se ci riferiamo al solo nuovo Ponte questo potrebbe essere UN COLLEGAMENTO NECESSARIAMENTE MULTIMODALE E MULTILIVELLO; che risponda cioè a tutti i modi della mobilità est-ovest già oggi presenti e ai diversi livelli di traffico che qui si concentrano: un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, di livello internazionale che da solo rende probabilmente necessaria la terza corsia autostradale, un traffico di livello regionale e quello cittadino che hanno l’occasione di essere ottimizzati e forse separati dal primo.
Se pensiamo anche al QUADRO URBANISTICO DI ZONA si aprono altre dimensioni di progetto.
Si sono sognati nuovi collegamenti est/ovest in quota o in tunnel siano essi di tipo tradizionale, automobilistici, ciclabili o pedonali o una nuova cremagliera / funivia? Ci sono progetti di portare la metro oltre la Val Polcevera per nuovi poli della città? Qualcuno ha pensato di rilocalizzare le attività produttive e liberare spazi al fiume? Anche l’eventuale ridisegno idraulico e paesaggistico del Polcevera va messo in conto nell’ottica dell’adattamento climatico.
QUESTO È IL MOMENTO DI METTERE TUTTO IN GIOCO. Riordino della Val Polcevera, minimi criteri di aumento della sicurezza idraulica, separazioni dei flussi di traffico, trasferimento fra le due sponde di flussi ciclopedonali e se possibile della metro farebbero allora propendere per una struttura con molti canali di flusso e forse più livelli e fanno ritenere che un ponte a grandi luci meglio si presti al futuro riordino di una parte estesa di città. Non è facile ipotizzare nel prossimo futuro altre costruzioni di ponti a Genova e questa occasione va sfruttata con uno sguardo lungo al futuro.
MANCA UN DIBATTITO SULLA CITTÀ
In questa ottica, quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è COME PROGETTARE ENTRO UN APPROCCIO DI RIGENERAZIONE URBANA.
Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all’esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all’opera molte professionalità esterne indipendenti.
Invece, pare che si stia pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l’operazione: Vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.
Il tempo è una variabile importante, ma non la sola. Modi nuovi e moderni di operare potrebbero essere attivati in breve solo in modo autocratico se si delega un commissario unico per la ricostruzione e per la rigenerazione urbana, si approvano leggi speciali e procedure d’urgenza e si attiva un grande team di professionisti e tutto ciò esalterebbe anche il genio di Renzo Piano. (Flavio Piva)

il ponte crollato

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CROLLO PONTE GENOVA, NON SOLO RENZO PIANO: GLI ALTRI PROGETTI PER IL NUOVO PONTE
da FANPAGE.IT DESIGN, 29/8/2018, https://design.fanpage.it/
– Abbattere e ricostruire o conservare? Nel dibattito su come dovrebbe essere il nuovo ponte di Genova si impongono diverse idee, da quella di RENZO PIANO a quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI contattato da Autostrade per l’Italia, fino a chi propone di recuperare e preservare il ricordo del vecchio Ponte Morandi – 

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