La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
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ECOMAFIE 2020: 20 miliardi di euro di illegalità (inquinamento, distruzione del paesaggio, crisi ambientale) – L’ultimo preoccupante RAPPORTO ECOMAFIA di LEGAMBIENTE (presentato in ritardo l’11/12/2020 causa pandemia) segnala la crescita dei reati ambientali – La necessità di difendere la salubrità dei territori

LEGAMBIENTE – RAPPORTO ECOMAFIA 2020 – da https://www.legambiente.it/, 11/12/2020 – RAPPORTI IN EVIDENZA – ECOMAFIA, REALTI AMBIENTALI – Non conosce tregua il lavoro degli eco-criminali. Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi e nel 2019 i reati contro l’ambiente sono aumentati: 34.648 quelli accertati, ALLA MEDIA DI 4 OGNI ORA, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Gli ecocriminali sono attivi in tutte le filiere: dal CICLO DEL CEMENTO a quello dei RIFIUTI, dai TRAFFICI DI ANIMALI fino allo SFRUTTAMENTO DELLE ENERGIE RINNOVABILI e alla DISTORSIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE. Da capogiro il BUSINESS POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’ECOMAFIA, STIMATO IN 19,9 MLD DI EURO per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 CLAN (3 in più rispetto all’anno prima) (Ecoreati: foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

ECOMAFIE, CRESCONO I REATI DEL 23%, AFFARI DEI CLAN PER 20 MILIARDI

– I preoccupanti dati dell’annuale dossier di Legambiente. Crescono i traffici di rifiuti ed è boom dell’abusivismo edilizio. Aumentano gli illeciti al Nord e in particolare in Lombardia. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE) –

   È boom dell’illegalità ambientale. Quattro reati accertati ogni ora nel 2019. Rifiuti sequestrati pari a una colonna di 95mila tir lunga 1.293 chilometri. Ventimila nuove costruzioni abusive, il 17,7% del totale delle nuove costruzioni. E a crescere sono anche le regioni del Nord a conferma che ormai questa criminalità non conosce confini. Disastri ambientali e ricchi affari. Il business potenziale complessivo dell’ecomafia, è stimato in 19,9 miliardi di euro per il solo 2019, e dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 miliardi.

IL RAPPORTO ECOMAFIA 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia rivelano un QUADRO PREOCCUPANTE SULLE ILLEGALITÀ AMBIENTALI E SUL RUOLO CHE RICOPRONO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI, anche al Centro-Nord. Realizzato da LEGAMBIENTE, con il sostegno di Cobat e Novamont, ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra ISPRA e AGENZIE REGIONALI PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE, e dell’AGENZIA DELLE DOGANE e dei MONOPOLI. Al volume, EDITO DA EDIZIONE AMBIENTE, hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo. Il RAPPORTO ECOMAFIA 2020 si può acquistare nelle migliori librerie o direttamente sul sito shop.edizioniambiente.it

   A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono  stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È decisamente preoccupante il “Rapporto ecomafia 2020” di Legambiente presentato in ritardo (l’1 dicembre 2020) a causa della pandemia.

Ecomafia 2020 – I numeri 2019 (schema ripreso da https://chiarabraga.it/)

   I numeri degli affari a danno dell’ambiente, del territorio e della salute sono impressionanti: 34.648 i reati accertati con un incremento del 23,1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più reati ambientali, ben il 44,4%. E non è una novità, visto che si tratta delle regioni a tradizionale e asfissiante presenza mafiosa. Ma suona il campanello per la Lombardia che colleziona più arresti per reati ambientali88 in tutto l’anno, più di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86 (secondo il Lazio con 62). In testa gli illeciti nel ciclo del cemento con 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano quelli contestati nel ciclo di rifiuti che arrivano a 9.527 (+10,9%). Impennata anche dei reati contro la fauna arrivati a 8.088 (+10,9%) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

(rifiuti italiani in Tunisia. Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti FOTO da NIGRIZIA) – È IL PIÙ GRANDE SCANDALO ECOLOGICO NELLA STORIA DELLA TUNISIA quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’IMPORTAZIONE IN TUNISIA DI RIFIUTI PERICOLOSI «ESPORTATI» DALL’ITALIA. Gli arresti sono di dicembre, poco prima di Natale

 E nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2mila.

   E anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9%) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte.

(foto: Abuso edilizio, da Legambiente) – ECOMAFIA È UN NEOLOGISMO coniato da Legambiente che indica quei SETTORI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA che hanno scelto IL TRAFFICO E LO SMALTIMENTO ILLECITO DEI RIFIUTI, L’ABUSIVISMO EDILIZIO E LE ATTIVITÀ DI ESCAVAZIONE come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i TRAFFICI CLANDESTINI DI OPERE D’ARTE RUBATE e di ANIMALI ESOTICI. Dal 1994 L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMBIENTE E LEGALITÀ DI LEGAMBIENTE svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (ARMA DEI CARABINIERI, CORPO FORESTALE DELLO STATO e delle Regioni a statuto speciale, CAPITANERIE DI PORTO, GUARDIA DI FINANZA, POLIZIA DI STATO, DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA), l’istituto di ricerche CRESME (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente

   Ma a preoccupare è la persistenza dell’abusivismo edilizio. “La causa – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020; la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati”.

MA CI SONO ANCHE BUONE NOTIZIE. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la VALIDITÀ DELLE LEGGI SUGLI ECOREATI E CONTRO IL CAPORALATO. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 PROCEDIMENTI PENALI CON 10.419 PERSONE DENUNCIATE E 3.165 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE EMESSE

   E c’è allarme per gli investimenti in appalti e opere pubbliche, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo col Next generation Eu. Non solo un rischio. In tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti.

(foto: MIMMO BENEVENTANO da https://www.facebook.com/laprovinciaonline.info/) – Il LAVORO DI RICERCA, ANALISI E DENUNCIA è stato DEDICATO QUEST’ANNO al consigliere comunale MIMMO BENEVENTANO, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente CONTRO L’ASSALTO SPECULATIVO E CRIMINALE a quello che è OGGI il PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO; e a NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce. Anteprima dei numeri e le storie raccontati nel Rapporto Ecomafia 2020>>qui – Per approfondimenti sulle attività della criminalità ambientale in Italia: http://www.noecomafia.it

  E a crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale. Quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardiacon 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi.

NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO

   Ma ci sono anche buone notizie. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la validità delle leggi sugli ecoreati e contro il caporalato. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alle legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (più 313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. E sempre nel settore agricolo un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

discarica di rifiuti indifferenziati (foto da https://www.bsnews.it/)

   Da Legambiente arriva un appello alla politica. “Non bisogna abbassare la guardia — avverte il presidente Stefano Ciafani – perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. Per questo è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente”. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE)

Superstrada PEDEMONTANA VENETA in costruzione: CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI lungo il terrapieno della superstrada – VIDEO: https://video.corriere.it/cronaca/pedemontana-veneta-camion-copre-la-terra-rifiuti-sospetti-video-un-cittadino/f89e888e-537f-11eb-b612-933264f5acaf – 10 GENNAIO 2021: IL FILMATO, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad ASOLO, riprende un CAMION CHE STA SEPPELLENDO ALCUNI SACCHI DI RIFIUTI lungo un terrapieno della superstrada PEDEMONTANA VENETA in corso di costruzione nelle province di TREVISO e VICENZA. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro

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RIFIUTI-CONNECTION TRA ITALIA E TUNISIA, MINISTRO IN MANETTE

di Giuliana Sgrena, da IL MANIFESTO del 23/12/2020 https://ilmanifesto.it/

– Le indagini iniziate a novembre (2019). Corruzione e smaltimento illecito, 12 arresti eccellenti. L’inchiesta tunisina travolge anche il titolare dell’Ambiente, Mustapha Araoui. Ma è un crimine anche scaricare materiali tossici sui paesi poveri che non possono trattarli e non riescono a smaltire neanche i loro –

   È il più grande scandalo ecologico nella storia della Tunisia quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. Ma il presidente della Commissione del buon governo nel parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, incaricato del dossier sui rifiuti italiani, ha rimproverato al primo ministro Mechichi di aver aspettato che fosse emesso il mandato di cattura per estromettere il ministro dell’ambiente, nonostante le prove a suo carico fossero evidenti.

   La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’importazione in Tunisia di rifiuti pericolosi «esportati» dall’Italia. Continua a leggere

AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020 Continua a leggere

La pandemia e il PESSIMISMO RASSEGNATO degli italiani (dati CENSIS dicembre 2020) e la PROMESSA della RIVOLUZIONE VERDE, con la SVOLTA ECOLOGICA che salverà il nostro pianeta (speriamo) – Riuscirà la TRASFORMAZIONE ENERGETICA e i NUOVI STILI DI VITA a creare un mondo più giusto?

È un ritratto a tinte fosche, quello che scaturisce dall’ultimo RAPPORTO CENSIS sulla situazione sociale del Paese, il 54° della serie, presentato il 4 dicembre 2020 a Roma dal direttore dell’istituto di ricerca Massimiliano Valerii; il ritratto di un Paese dipinto come “UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA E AVANZA A FATICA” e sul quale l’epidemia di Covid si è abbattuta in maniera tanto improvvisa quanto violenta, sconvolgendo “lo status quo a cui gli italiani erano ormai abituati: la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”. – (la foto è da https://www.theitaliantimes.it/)

   Segnali molto preoccupanti vengono da 54° RAPPORTO annuale CENSIS sulla situazione sociale del Paese, rapporto presentato il 4 dicembre 2020. Una popolazione, quella italiana, stanca e rassegnata, pure incattivita, è quella che si presenta.

   Ovvio che incide prevalentemente la situazione di emergenza sanitaria e “pericolo” rappresentato dal Covid; e dal fatto che uscirne completamente si percepisce che sarà un processo non breve (ammesso che si possa completamente tornare come prima).

4 dicembre 2020 – 54° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE/2020 – Giunto alla 54a edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale incertezza che stiamo vivendo. Le CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo la giravolta della storia, ma anche il geniale fervore degli italiani da cui traspira il nuovo. Nella SECONDA PARTE, la società italiana al 2020, l’anno della paura nera, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel sistema-Italia, UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA: l’avvitamento di vulnerabilità strutturali – che ci portano ad esclamare: il re è nudo! -, le scorie dell’epidemia e quello che resterà dopo lo stato d’eccezione. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

   Ma la situazione di pessimismo era presente già da prima della pandemia (chiaramente molto meno evidente): è una società tutta che deve affrontare problematiche irrisolte; in primis la crisi ambientale, l’insostenibilità di questo modello di sviluppo. Ma anche altre questioni non meno importanti, come quella demografica: la crescita esponenziale della popolazione del pianeta, e dall’altro, per i residuali paesi ricchi come quelli dell’Europa, il calo demografico è eccessivo, nascono assai pochi bambini (questo si sta verificando, da decadimento di un paese come l’Italia…..ma ciò non inficia il boom planetario di crescita della popolazione davvero preoccupante per le risorse ambientali e alimentari disponibili).

   Sul sovrapporsi della crisi (quella pandemica, quella ambientale, la demografica…) si denota la mancanza di un progetto collettivo per il futuro (prossimo e più a lungo termine). Quello che però sembra (ripetiamo, sembra) essere stato recepito, almeno da noi in Europa, è trovare modi per ridurre l’inquinamento e l’uso eccessivo della risorse non rinnovabili…un tentativo di nuovo modello di sviluppo (pur ancora contradditorio e assai poco concreto).

“(…) PER LA TERZA VOLTA NELLA STORIA UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA CAMBIA IL MONDO. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo. La PRIMA GRANDE TRASFORMAZIONE energetica risale al CARBONE, che avviò la rivoluzione industriale in Inghilterra; POI fu la volta del PETROLIO grazie al quale si annullarono le distanze geografiche con la rivoluzione nei trasporti, mentre i prodotti della nuova industria petrolchimica entravano nelle case e nell’industria, introducendo la plastica, fertilizzanti agricoli, nuovi medicinali e persino nuovi alimenti. (…) OGGI sono le NUOVE FONTI RINNOVABILI, inesauribili e disponibili localmente – SOLE, VENTO, MAREE, GEOTERMIA, BIOMASSE – a cambiare il quadro: insieme alle innovazioni nel dominio digitale e all’uso di nuovi materiali generano una discontinuità con il passato.(…)” (introduzione al libro, qui sopra nell’immagine, di VALERIA TERMINI, testo ripreso dal quotidiano “DOMANI” del 9/12/2020 https://www.editorialedomani.it/)
Eolico offshore (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per questo, ad esempio, è da cogliere con favore e speranza l’accordo dei 27 paesi della UE di aumento dell’impegno di riduzione dal 40 al 55 per cento delle emissioni entro il 2030. Una tappa fondamentale per arrivare poi al taglio totale entro il 2050. Con impegni politici e finanziari rivolti in particolare a Paesi riottosi e poco convinti (com’è il caso della Polonia, dove effettivamente c’è un’economia che dipende quasi totalmente dall’uso del carbone).

BRUXELLES, 10-11 dicembre 2020 – Hanno negoziato tutta la notte, non sono nemmeno rientrati in albergo ma alla fine i capi di Stato e di governo dell’Unione sono riusciti a trovare l’ACCORDO sul GREEN DEAL: l’EUROPA aumenta le sue ambizioni nella strada verso la neutralità climatica e PORTA DAL 40 AL 55 PER CENTO LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030. Una tappa fondamentale per arrivare al TAGLIO TOTALE ENTRO IL 2050. A BLOCCARE LA DECISIONE, per tutta la notte e nei mesi precedenti allo storico accordo, la POLONIA, LA CUI ECONOMIA DIPENDE MASSICCIAMENTE DAL CARBONE.(….) Intorno all’una di notte, hanno affrontato il Green deal. L’accordo è arrivato solo alle 8.30 della mattina dell’11 dicembre. TAGLIO DEL 55% DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030, DEL 100% ENTRO IL 2050. (Alberto d’Argenio, da “la Repubblica” del 11/12/2020) (foto da Il Sole 24ore)

   Pertanto al nostro pessimismo cosmico rilevato dal Censis, cerchiamo di inserire tasselli di cambiamento positivo, sperando che perlomeno riducano la fase psicologica di massa (e personale) negativa. Lo sappiamo, tentativo difficile e assai parziale. Però elementi di sviluppo nuovo, di apertura di una nuova era non sono cose trascurabili per la speranza dei popoli (e degli individui presi uno ad uno: sempreché porti ricchezza e benessere) (noi ci crediamo). (s.m.)

Ursula Von der Leyen e Angela Merkel al Summit di Bruxelles del 10 e 11 dicembre 2020 (foto da http://www.laregione.ch/)

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RAPPORTO CENSIS: ITALIANI SPAVENTATI E PIÙ “CATTIVI”. SPARITI 500MILA POSTI DI LAVORO

di Valeria Arnaldi, da IL MESSAGGERO del 4/12/2020

   «Una ruota quadrata che non gira». È l’immagine cupa di un sistema che «avanza a fatica» quella che emerge dal  54esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. La pandemia ha fatto crescere la paura, diminuire la fiducia nel domani e ci ha reso più poveri. Forse pure emotivamente. Dati alla mano, a comporsi è il ritratto di un’Italia in difficoltà, certo, e spaventata, ma anche più “cattiva”. Gli italiani hanno accettato di rinunciare a parte dei propri diritti civili – «meglio sudditi che morti», la filosofia evidenziata dal Rapporto – ma hanno chiesto pene decisamente più severe per i comportamenti scorretti.

INASPRIMENTO DELLE PENE

Il 38,5% dei connazionali si è rivelato pronto, in nome di un maggiore benessere economico, ad accettare limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. È stata una percentuale decisamente superiore però a chiedere di inasprire le pene.

   Il 77,1% le ha chieste più severe per chi non indossa le mascherine di protezione, non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento. Per 76,9%, è giusto che quanti nell’emergenza hanno sbagliato, tra politici, dirigenti sanitari e via dicendo, paghi per quegli errori.

   Più della metà degli italiani – il 56,6% – chiede il carcere per i contagiati che non rispettano in modo rigoroso le regole della quarantena. Il 31,2% vuole addirittura che quanti hanno adottato comportamenti irresponsabili e per questo si sono ammalati, non vengano curati o comunque lo siano dopo gli altri.   L’“ordine” di cura diventa questione di dibattito. E di scontro, anche tra generazioni. Secondo il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani siano assistiti soltanto dopo di loro.

PENA DI MORTE

Il desiderio di misure rigorose muta lo sguardo sul mondo. E sull’Altro. Il 43,7% degli italiani è favorevole all’introduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. E la percentuale sale addirittura al 44,7% tra i giovani.

IL POSTO FISSO

È la paura a dettare le nuove regole sociali. L’epidemia intimorisce, ma lo fa anche, in generale, il domani. Cosa ci sarà “dopo” spaventa tanti. Il sentimento dominante, per il 73,4% degli italiani, è proprio la paura dell’ignoto. Economia e occupazione sono temi – e interrogativi – portanti. Anche qui, a dare la misura del momento sono i numeri.

   La società italiana, per l’85,8%, si è rivelata spaccata in due, tra “garantiti” – al primo posto, 3,2 milioni di dipendenti pubblici, poi 16 milioni di percettori di pensione – e “non garantiti”, tra chi ha il posto fisso e dunque la certezza del futuro e chi, invece, non ce l’ha. E attenzione, il capitolo dei non garantiti e dei vulnerabili è decisamente ampio e articolato.

   Lo spettro della disoccuparne aleggia sul settore privato. Il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese – il 28,6% nelle grandi aziende – vive con insicurezza il proprio lavoro. Tra i più “vulnerabili”, dipendenti del settore privato a tempo determinato e partite Iva. Pressoché scomparsi i lavoratori in nero, sono emerse invece nuove – inaspettate – figure “deboli”: commercianti, artigiani, professionisti rimasti senza incassi e fatturati.

   È appena il 23% dei lavoratori autonomi ad aver percepito i medesimi redditi del periodo pre-Covid. E quest’ultimo capitolo incide anche, in modo evidente, sulla percezione del domani. Solo il 13% ritiene che sia ancora un’opportunità avviare un’attività o uno studio professionale in Italia, Paese dell’autoimprenditorialità. Per quasi il 40% farlo oggi è un azzardo.

BONUS

L’ansia per il futuro muta pure lo sguardo sulla bonus economy – sono in media duemila a testa gli euro dati a un quarto della popolazione – valutata molto positivamente dall’83,9% dei giovani, ben più del 65,7% degli anziani, che la guardano con maggior timore come meccanismo che può generare dipendenza (25,1%) e rischia di mandare fuori controllo il debito pubblico (18,1%). Al di là di tutto, solo per il 17,6% dei titolari di impresa le misure di sostegno saranno sufficienti a contrastare le conseguenze economiche dell’emergenza.

LIQUIDITÀ

Non stupisce che, nel pieno della pandemia, nel secondo trimestre, il Pil sia franato del 18% in termini reali rispetto all’anno scorso. Sono calati i consumi delle famiglie (-19,2%), gli investimenti (-22,9%), l’export (-31,5%). La liquidità delle famiglie a giugno 2020 è aumentata del 3,9% rispetto a dicembre 2019. Crollate le risorse dedicate ad azioni, obbligazioni, fondi comuni. La corsa alla liquidità nasce da un timore diffuso e concreto. Il 75,4% giudica insufficienti o tardivi gli aiuti dello Stato. Dunque, si cerca “riparo” in un aumento di liquidi.

OCCUPAZIONE

Preoccupano i risparmi e lo fa anche il lavoro. I più colpiti sono giovani e donne: 457mila i posti di lavoro persi nel terzo trimestre rispetto allo scorso anno. Sono 654mila i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato rimasti senza impiego.

   Le donne sono le più svantaggiate. Il tasso di occupazione maschile, nel secondo trimestre, era del 66,6%, con un divario di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Nella fascia 15-34 anni solo 32 donne su 100 sono occupate o in cerca di una occupazione, in quella 25-49 anni il tasso di occupazione è del 71,9% tra quelle senza figli e del 53,4% tra quelle con figli in età pre-scolare.

   Colpite anche le libere professioni: poco meno di 4 milioni di lavoratori indipendenti ha avuto accesso all’indennità di 600 euro. E tre quarti di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e figure impegnate nelle attività agricole ha avuto una compensazione della perdita di reddito nel corso dell’emergenza.

   Nelle libere professioni e tra gli iscritti alla gestione separata Inps – circa 2,5 milioni in totale – un milione è stato beneficiario dell’indennità di 600 euro. Ossia, il 38% degli iscritti alle Casse e il 42% degli iscritti alla gestione separata Inps. Il 90,2% degli italiani ritiene che emergenza e lockdown abbiano danneggiato maggiormente i più vulnerabili e ampliato le disuguaglianze sociali. A percepire un reddito superiore ai 300mila euro l’anno è appena lo 0,1% dei dichiaranti. Ad avere più di un milione di dollari (circa 840mila euro) è il 3% degli italiani adulti, che possiede il 34% della ricchezza del Paese.

NATALE

Inevitabile che tali sentimenti influiscano sulla percezione delle feste. Il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali, il 59,6% per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste.

NUOVE ABITUDINI

Mutano intanto le abitudini. E le priorità. Dopo anni di tagli alla spesa pubblica, nuove risorse – e quindi opportunità – interessano il sistema sanitario. Problematica la questione scuola. Appena l’11,2% dei dirigenti scolastici intervistati dice di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti. Nel 18% degli istituti ad aprile mancava più del 10% degli studenti. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti con bisogni educativi speciali.

   Difficoltà anche per gli studenti non italiani, specie le prime generazioni, e per gli alunni con disabilità o con disturbi dell’apprendimento. È aumentato l’uso della Rete: quasi 43 milioni di persone maggiorenni sono rimaste in contatto con amici e parenti grazie ai sistemi di videochiamata che utilizzano internet. Il digitale però, a lungo andare, ha stancato un quarto della popolazione, giovani inclusi. Cambia anche il modo di guardare alle vacanze, con il ritorno di seconde case e turismo di prossimità. Secondo una indagine del Censis, il 24% degli italiani ha almeno un’altra abitazione in un Comune diverso da quello di residenza. Le famiglie sono circa il 18%: il 34% dichiara di averne fatto un uso maggiore che nel passato.

E DOMANI?

Il sentimento generale è di sfiducia. Solo il 28% degli italiani nutre fiducia nelle istituzioni comunitarie. La media Ue è del 43%. Il 58% è insoddisfatto delle misure adottate a livello comunitario per contrastare la crisi del Covid-19. La media europea è del 44%.

   Ed è addirittura il 44,8% degli italiani ad essere convinto che non andrà tutto bene, anzi, usciremo dalla pandemia peggiori di prima. Soltanto il 20,5% pensa che l’esperienza ci renderà migliori. (Valeria Arnaldi)

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CENSIS, LA PANDEMIA SOCIALE NELL’ANNO DEL CORONAVIRUS

di Roberto Ciccarelli, da IL MANIFESTO, 5/12/2020 Continua a leggere

LA MONTAGNA È SOLO PISTE DA SCI? La crisi dell’economia montana con la chiusura degli impianti sciistici per la pandemia, mostra le difficoltà di un equilibrato sviluppo delle aree montane. Un DOCUMENTO del CAI fa chiarezza su questo, e denuncia lo sfruttamento della montagna con le piste da sci da discesa

AREA di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Versante della Tofana di Mezzo. LAVORI DI SBANCAMENTO e allargamento della pista di slalom speciale (foto di LUIGI CASANOVA, da https://www.mountainwilderness.it/)

   Trattiamo, in questo post, di montagna, dello sviluppo possibile e compatibile, alla luce di quanto è avvenuto nelle settimane scorse; in particolare delle polemiche per la continuazione della chiusura delle piste da sci anche durante il periodo natalizio, a causa della pandemia Covid. Da più parti è stato detto (ed è vero) che lo sci da discesa è attività invernale turistica che muove molti soldi e crea anche un’importante indotto occupazionale, sia in modo diretto (personale della manutenzione e gestione delle piste, impianti di risalita, alberghi, ristoranti etc.), che indiretto (abbigliamento sportivo, pubblicità, e tutto il resto…).

   Sebbene ci sia sempre meno neve in montagna causa il cambiamento climatico, e bisogna “sparare” neve artificiale con appositi cannoni per innevare le piste (con grande spreco di acqua ed elettricità), l’industria dello sci sembra essere prospera (in tempi normali), e nascono sempre più nuovi impianti, ampliamenti degli esistenti, collegamenti tra di essi, per rendere sempre più attraente il carosello sciistico.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Zona dell’arrivo dello slalom: il bosco divelto e nuova viabilità. (foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   E se è pur vero che i “consumatori” di sci da discesa non crescono granché negli anni (come dimostra un documento del CAI di cui parliamo tra poco), lo stesso ampliamenti, sbancamenti, nuove piste vengono continuamente proposte di anno in anno (probabilmente spalmando su più siti la domanda sciistica che resta la stessa). E fa specie che nuovi impianti quasi sempre nascono con consistenti contributi finanziari pubblici. E se questo non basta, ci pensano i programmati Mondiali di sci (2021, Cortina) e Olimpiadi 2026 (ancora a Cortina in particolare) a portare nuovi sbancamenti e ammodernamenti della montagna.

   Su tutto questo è di notevole interesse (a nostra avviso) la presa di posizione netta e decisa del CAI (Club Alpino Italiano), la maggiore associazione escursionistica italiana di valorizzazione dei luoghi di montagna (delle “Terre Alte” come si dice), che senza mezzi termini con un documento che qui di seguito proponiamo (“CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI: analisi del contesto, prospettive e proposte”) contesta questo modo di fare di sfruttamento dell’ambiente montano, ritenendo che vi siano modi nuovi e alternativi per valorizzare la montagna senza doverla distruggere con nuove piste da sci, ampliamenti etc.

   E collegando pure, il documento CAI, l’industria dello sci con anche i cambiamenti climatici in atto e altri prevedibili di qui a poco. Chiedendo un ripensamento riguardo al futuro delle attività sciistiche e degli impianti per la pratica dello sci da discesa. Perché, si dice, “il CAI è di norma contrario alla realizzazione di nuove infrastrutture, nuovi impianti o di ampliamento di quelli esistenti”.

Strada-potenziata-dai-7-metri-in-alcuni-punti-fino-a-dieci-metri-con-taglio-abeti-e-larici-ultracentenari.-Si-mettono-in-evidenza-le-strutture-murarie-di-contenimento.-Incredibil-1024×768 (foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   Pertanto da parte del CAI c’è una netta presa di posizione di contrarietà ad ampliamenti e alla realizzazione in montagna di nuove piste da sci da discesa in media ed alta quota, con strategie alternative e praticabili, programmando diversificazione e sviluppo economico locale maggiormente confacenti con gli obbiettivi di uno sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che la dipendenza dal solo turismo rende la montagna debole e vulnerabile. Rinunciando così alla monocoltura sciistica.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Versante della Tofana di Mezzo. L’area di Rumerlo che porta all’arrivo delle gare di velocità: qui è prevista una rotonda larga oltre 30 metri. I muri di sostentamento sono dovuti al crollo del terreno soprastante (testo e foto di Luigi Casanova da https://www.mountainwilderness.it/)

   Vanno cioè potenziate (nel documento CAI) le attività produttive tradizionali come il turismo rurale, la piccola impresa artigiana e l’agricoltura di montagna; ma vanno anche sostenute le attività innovative in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio di prossimità e le produzioni tipiche locali, con la creazione di appositi marchi di qualità.

   E poi, quel che sempre è necessario per far vivere un luogo: cioè garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili (scuole, medicina di base e territoriale, farmacie, centri sportivi e culturali polivalenti….). Infine, ma non certo ultimo, uno stop a nuove costruzioni e seconde case, dando precedenza alla riqualificazione del patrimonio esistente.

Area di svolgimento dei mondiali di sci alpino 2021 a Cortina d’Ampezzo. Area di Rumerlo che porta all’arrivo delle gare di velocità. L’evidente faglia che si è aperta nel terreno di riporto è lunga decine di metri e questa zona dovrebbe sostenere le tribune di arrivo di diverse piste di velocità (testo e foto di LUIGI CASANOVA, da https://www.mountainwilderness.it/)

   Ecco il senso del documento che vi proponiamo, e che vi invitiamo a leggere attentamente, perché è un atto di scientifica e sincera contestazione dell’industria dello sci da discesa, e in particolare della sua espansione in questi ultimi anni in montagna, che così viene trattata come qualsivoglia luogo turistico di mare, di città… (cioè di solo sfruttamento).

   Una chiusura per pandemia è pure occasione di un ripensamento dell’attuale sviluppo montano. Ma lo avevamo già detto poco tempo fa. Infatti, a proposito della possibilità (opportunità) mancata per un “nuovo corso”, già avevamo trattato la problematica in questo blog geografico in occasione della tempesta Vaia avvenuta nella notte tra il 28 e 29 ottobre 2018. E avevamo indicato quelle che, a nostro piccolo e modesto avviso, potevano essere le premesse per una “rinascita nuova” della montagna e del rapporto che noi abbiamo con essa. Riflessioni che, per noi, rimangono valide anche adesso in fase di pandemia Covid e chiusura necessaria delle piste da sci adesso e nel periodo natalizio per evitare assembramenti. Proposte che proviamo a riproporre. Lasciando poi l’esamina dell’INDUSTRIA DELLA NEVE al DOCUMENTO CAI che subito qui di seguito vi proponiamo.

Sci, cabine a pieno carico per evitare le code in ingresso (settembre 2020, foto da https://www.giornaletrentino.it/)

   Perché nella disgrazia di questi eventi, potrebbe (può) anche nascere l’opportunità di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha. Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sul bellunese, le difficoltà che in questi anni appaiono:
1– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili e riscaldamento domestico ad esempio…) ed altre realtà montane IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, spesso pieni di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti… totale disinteresse di tutti);
2– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
3– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, SCOLI e TORRENTI, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il pericolo di smottamenti e fragilità;
4– E’ una montagna, quella “turistica”, fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI”;
5– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti nell’ottobre 2018 con Vaia). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
6– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per eleggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente perché tanti residenti sono all’estero a lavorare) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

La strada per il lago di Carezza tra la Val di Fassa e la Val Dega ricoperta di tronchi d’abete schiantati dalla tempesta VAIA della notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018 (f. Vigili del fuoco.- da http://www.nimbus.it/)

   E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba, la Marmolada, etc…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso appunto con il DIVERTIMENTIFICIO DELLO SCI in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
Che senso ha allora continuare con questo turismo (della neve) artificiale, senza speranza? Proposte e specialmente pratiche alternative di vita ed economia della montagna sono più che mai necessarie, per uscire dalla dipendenza delle ambientalmente disastrose piste da sci nelle rinomate località turistiche (di un turismo del tutto cittadino, urbano, senza adeguarsi alle specificità della montagna).

I luoghi dove si svolgeranno le OLIMPIADI INVERNALI del 2026 (mappa da http://www.welfarenetwork.it/)

   E la ripresa di uno sviluppo montano alternativo alle piste da sci dovrebbe essere guidato e gestito da parte di soggetti locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme il lavoro e le loro competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, dei servizi innovativi, dell’industria e artigianato, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché, è da chiedersi, il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un Centro di Ricerca sulla Montagna e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente lì…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (finora) una veste “coloniale” (persone, tecnici, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Ribadiamo la nostra sempre attuale proposta di un SUPERAMENTO della frammentazione degli attuali comuni con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, organizzativamente, finanziariamente… i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci e condivise dalla comunità.

Esempi di turismo sciistico. La mappa SKI AREA San Martino di Castrozza Passo Rolle (dal sito http://www.sport-invernali.com/)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO montani, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale per una “nuova montagna” (le Terre Alte, ma anche la “mezza montagna”: quella di passaggio, ora abbandonata); questo sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo.

   Comunque la denuncia del Club Alpino Italiano, che qui di seguito riportiamo, sulla necessità di trovare un’alternativa vera alle piste da sci di discesa (cui adesso con la chiusura pandemica portano a rilevare la forte e preoccupante dipendenza occupazionale di tanti territori montani) è cosa che accomuna e viene condivisa da tanti (persone e associazioni) che vogliono una montagna non più divertimentificio e luogo di depredazione ambientale.  (s.m.)

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Il simbolo del Club Alpino Italiano

(lettera ai soci del Vicepresidente CAI ERMINIO QUARTIANI di presentazione del documento CaiCAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI Analisi del contesto, prospettive e proposte” – dicembre 2020)

Care amiche e cari amici,

   il documento allegato, (qui di seguito proposto, NDR) oggetto di invio a tutti i soci, rappresenta la posizione ufficiale del CAI sulle problematiche riguardanti l’industria dello sci in relazione ai cambiamenti climatici in atto e prevedibili.

   Si tratta di una proposta che come CAI avanziamo a tutti coloro che nelle aree montane fruiscono delle ricadute economiche del turismo invernale.

   E’ però anche una precisa posizione che proponiamo a tutti i frequentatori della montagna e a tutti gli italiani che praticano sport invernali (quattro milioni, dei quali tre lo sci da discesa), agli amministratori pubblici, alle altre associazioni di protezione ambientale, a tutto l’associazionismo e agli operatori economici.

   Il documento, elaborato dalla nostra Commissione Tutela Ambiente Montano, fatto proprio dalla Presidenza generale e dal CDC (Comitato Direttivo Centrale, ndr), approvato all’unanimità il 21 novembre dal Comitato Centrale di indirizzo e controllo, illustra in modo esauriente le tematiche, spesso oggetto di confronto anche aspro, relative al futuro delle attività sciistiche e degli impianti per la pratica dello sci da discesa e contiene una puntuale analisi riguardante non solo l’ambiente, ma anche l’economia dello sci da discesa in Italia, nell’arco alpino e nei Paesi europei..

   Si tratta di un naturale perfezionamento delle indicazioni contenute nel nostro Bidecalogo che, nel tracciare le linee di indirizzo e di autoregolamentazione in materia di ambiente e tutela del paesaggio, al punto 4 sul turismo in montagna recita testualmente: ”Il CAI è di norma contrario alla realizzazione di nuove infrastrutture, nuovi impianti o di ampliamento di quelli esistenti, in particolare nelle Aree Protette e nei Siti Natura 2000”.

   Il documento affronta però anche altri aspetti, marginalmente trattati dal Bidecalogo e finalmente, dopo l’attenta analisi circostanziata della condizione degli impianti e stazioni esistenti: la valutazione dei benefici e dei costi che essi producono per le comunità locali e il paesaggio montano, gli effetti dei cambiamenti climatici sulla durata dell’innevamento, la situazione del mercato quanto a offerta e domanda sciistica (la prima eccedente rispetto la seconda).

   La diversificazione dei servizi offerti dalle località di montagna e dalle stazioni sciistiche viene considerata un passo importante (che potrebbe aiutare la crescita anche del turismo estivo), anche se insidiosamente ambivalente quando ancora ispirata dal modello urbanocentrico di civiltà (che vorrebbe disporre in montagna di attrazioni già disponibili in città). Di qui la necessaria attenzione andrà posta alla qualità dei servizi turistici offerti, non invasiva dell’identità e del paesaggio delle Alpi e degli Appennini.

   In effetti, per disporre di una durata maggiore della stagione, vista la penuria di neve che sempre più si prevede per gli anni a venire, la monocultura prevalente dello sci di pista tende a privilegiare investimenti per ampliare gli impianti sciistici e realizzare nuovi comprensori; scelta apparentemente più concorrenziale e migliorativa. In realtà i fattori climatici, uniti alla impossibilità di ulteriore espansione del mercato dell’industria dello sci, rende questi investimenti di dubbia efficacia sul piano della redditività economica, e li espone a rischio fallimento, provocando un insostenibile quanto insopportabile incremento delle sovvenzioni pubbliche (gli enti pubblici locali e regionali sono già divenuti la cassaforte che tiene in vita, con risorse delle tasse dei cittadini, la gran parte degli impianti esistenti).

   Gli effetti di queste scelte, che tendono alla proliferazione di nuove infrastrutture, oltre a prefigurare erronee destinazioni di risorse economiche e finanziarie esistenti, generano devastanti conseguenze sull’ambiente, la biodiversità, la stabilità idrogeologica dei territori, ed anche distorsioni e diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e dei redditi, tra le diverse località montane, intere vallate e tra i cittadini residenti. Peraltro note ricerche effettuate suggeriscono che il gigantismo degli impianti non porta maggior reddito alle popolazioni e a ciascun abitante delle terre alte.

   Per trovare zone innevate la tendenza è sempre più quella di innalzare la quota altimetrica in cui realizzare impianti, compromettendo zone intatte e destinate ai soli alpinismo, scialpinismo, escursionismo e alla preservazione della natura selvaggia incontaminata.

   C’è dunque da parte del CAI una netta presa di posizione di contrarietà ad ampliamenti e alla realizzazione di nuove infrastrutture anche in alta quota.

   Centinaia di milioni di euro proposti per nuovi progetti di impianti, spessissimo con la partecipazione di fondi pubblici, potrebbero essere destinati a strategie alternative e praticabili, programmando diversificazione e sviluppo economico locale maggiormente confacenti con gli obbiettivi di Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nella consapevolezza che la dipendenza dal solo turismo rende la montagna debole e vulnerabile. Vanno cioè potenziate le attività produttive tradizionali come il turismo rurale, la piccola impresa artigiana e l’agricoltura di montagna, ma anche sostenute le attività innovative di una economia legata ai siti Natura 2000 e ai Parchi, in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio di prossimità e le produzioni tipiche locali, con la creazione di appositi marchi di qualità.

   Per attrarre nuovi residenti nelle terre alte e assicurare la qualità della vita di chi già vi risiede, occorre garantire certezza nella disponibilità e diffusione di servizi e infrastrutture indispensabili: scuole, medicina di base e territoriale, farmacie, centri sportivi e culturali polivalenti, servizi bancari anche dedicati agli impieghi in loco, servizi postali e di telecomunicazione efficienti e capillari, servizi per gli anziani e i giovani, mezzi pubblici funzionanti, sistemi telematici moderni, superando il digital divide ancora penalizzante per la montagna.

   Il documento propone un ripensamento della programmazione edilizia, suggerendo uno stop a nuove costruzioni e seconde case, dando precedenza alla riqualificazione del patrimonio esistente. Propone di realizzare piani di recupero di 200 stazioni e impianti abbandonati disseminati sulle montagne italiane che devastano il territorio, anche riutilizzando i manufatti abbandonati destinandoli a nuova accoglienza.

   In conclusione: non serve abbaiare alla luna. Serve concretezza e chiarezza nella lettura del presente e nelle previsioni per il futuro, accompagnate a quella moderazione necessaria per incontrare il consenso nel delineare una transizione verso una nuova economia montana, nella quale gli interessi in campo siano orientati verso la sostenibilità attraverso un patto di solidarietà tra città e montagna, tra residenti e frequentatori, orientati a fare interagire ambiente, clima e sviluppo, interessi locali e nazionali, individui e collettività.

   Dal punto di vista turistico si può potenziare l’attività diversa dallo sci alpino, dalla valorizzazione dell’ospitalità diffusa (pensiamo alla diffusione dei Villaggi degli alpinisti o a un ruolo attivo dei Rifugi alpini nel territorio), al potenziamento delle nuove tecnologie per favorire la residenza e nuova imprenditorialità in montagna, anzitutto programmando l’uso di ingenti risorse da destinare alle aree montane e interne, per creare sviluppo di qualità e occupazione, manovrando la leva della fiscalità di vantaggio per chi abita, lavora e imprende nelle terre alte, con un uso coerente e determinato di piani e fondi europei, a cominciare dal New Green Deal, al Recovery Plan, al Next Generation EU.

   Il CAI ci crede e propone una via diversa dalla vecchia ricetta, distorsiva e datata, della crescita economica quantitativa della montagna, tutta incentrata sulla monocultura dello sci da discesa.

   Suggeriamo una attenta lettura dell’intero documento e attendiamo un gradito ritorno di proposte e considerazioni, anche critiche, che possano migliorare le nostre posizioni.

Erminio Quartiani, Vicepresidente generale CAI

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da https://alpinenetwork.org/

Club Alpino Italiano, Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano

CAMBIAMENTI CLIMATICI, NEVE, INDUSTRIA DELLO SCI

ANALISI DEL CONTESTO, PROSPETTIVE E PROPOSTE

1- Introduzione

Le recenti proposte di ampliamento di diverse stazioni sciistiche alpine (Via Lattea, Cime Bianche, Alpe Devero, Ortler-Ronda, Val Pusteria, Comelico, Cortina, Cervinia ecc.) e appenniniche (Terminillo, Monte Acuto, Ovindoli, Prati di Tivo ecc.) sono basate su ingenti investimenti e su previsioni di incremento della frequentazione turistica, dei fatturati per le imprese e dei redditi per le popolazioni locali.

   Tuttavia, si pongono numerose domande sull’effettiva razionalità di tali investimenti, in relazione alle reali prospettive di mercato dell’economia sciistica, all’evoluzione dei redditi locali, al ritorno finanziario, alle conseguenze ambientali e al riscaldamento del clima. In particolare, gli ampliamenti dovrebbero occupare in molti casi aree intatte dal punto di vista ambientale, spesso tutelate dalla legislazione europea o nazionale.

   Inoltre, è necessario chiedersi se le somme da investire, quasi sempre con la partecipazione di danaro pubblico, non produrrebbero uguali o maggiori benefici per le comunità locali se impiegate in attività diverse dallo sci da discesa.

   La risposta a tali questioni dovrebbe informare sia le Istituzioni locali e nazionali responsabili dei piani strategici di sviluppo, sia la posizione e le azioni del Club Alpino Italiano, quando confrontato a progetti economici o infrastrutturali nelle aree montane. Tra l’altro, la posizione dei Club Alpini dei paesi limitrofi nei confronti delle nuove infrastrutturazioni in zona montana è chiarissima, ferma e unanime: Continua a leggere

CITTÀ LUOGHI DI FELICITÀ? Come coniugare servizi essenziali (alimentazione, sanità, scuola, mobilità, tempo libero…), con salubrità, verde, pregi architettonici, convivialità…? – LA PANDEMIA COVID peggiorerà i fabbisogni di cibo nei centri urbani del sud del mondo (quali sistemi per garantire servizi primari alle città?)

“La FOOD AND AGRICOLTURE ORGANIZATION (la FAO) ha dato il via a “CITTÀ VERDI”, un nuovo progetto che mira a COMBATTERE LA FAME NEL MONDO attraverso la CREAZIONE DI SISTEMI ALIMENTARI SOSTENIBILI, (…) Grazie alla collaborazione tra amministrazioni locali e nazionali, imprese pubbliche e private, Università e comunità, saranno creati ORTI URBANI E SPAZI VERDI IN CIRCA 100 CITTÀ DEL MONDO entro i prossimi tre anni, allargando il progetto a mille centri urbani da qui al 2030 allo scopo di migliorare la nutrizione dei cittadini delle aree metropolitane e periferiche. (…)” (Tatiana Maselli, 20/9/2020, da https://www.greenme.it/) (FOTO: A farmer working at an urban garden, in Rome, Italy da FAO.ORG)

   Le buone regole per le città nel periodo Covid (che pare durerà molto) è quello di migliorarsi: di fare le cose finora solo enunciate (no inquinamento, meno stress collettivo e più lentezza, più verde, trasporti sostenibili, scuole ed educazione permanente per tutti, opportunità di lavoro, coniugare meglio lavoro e tempo libero, offrire iniziative per tutti gli interessi…); cercando di realizzare queste enunciazioni in breve brevissimo tempo. E “accorgersi” che ci sono persone in difficoltà che vanno aiutate.

L’iniziativa “CITTÀ VERDI” ha l’obiettivo di migliorare l’ambiente urbano, garantendo ai cittadini di poter vivere in un AMBIENTE PIÙ SANO, oltre che ad AVERE ACCESSO A UN’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA e a CIBI PRODOTTI IN MODO SOSTENIBILE

   Il progetto di un’alimentazione sufficiente per tutti nelle città, che ora propone la Fao, non riguarda solo i paesi in sottosviluppo (certo, principalmente loro), ma anche quelle fasce in grave allargamento di sottoalimentazione e povertà che ci sono nei nostri centri urbani….

   Pertanto il messaggio (della Fao, ma di tanti altri attenti osservatori dei contesti urbani) è che, pur in condizioni di preoccupante emergenza Covid, tutti quelli che possono (amministrazioni pubbliche, politici, associazioni culturali, esperti, volontariato…) devono dare un contributo a nuove forme di organizzazione urbana (“città verdi”, può essere una definizione possibile), affinché si possa vivere meglio, meno inquinati, non più stressati… magari mettendo in atto modi di formazione culturale ed educativa permanente dei cittadini, opportunità ai giovani, garanzie di lavoro… e con forme di solidarietà fattiva con chi è in difficoltà a soddisfare le proprie necessità fondamentali (com’è, primo bisogno, il cibo).

Secondo le stime, NEL 2050 CIRCA IL 70% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE ABITERÀ IN GRANDI CITTÀ, soprattutto in Africa e Asia. I grandi centri urbani consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra (schema da https://trendsformative.com/it/)

   Se allarghiamo lo sguardo al “vivere cittadino” (che non ci viene sufficientemente raccontato) sui disagi della popolazione urbana in questa fase storica, la necessità di garantire l’accesso a risorse alimentari per tutti è cosa reale, che sta avvenendo; è diventata una problematica assai seria. Questo, dicevamo, accade nelle nostre realtà, ma ancor di più nei paesi poveri: nei paesi in via di sviluppo le amministrazioni locali incontrano difficoltà sempre maggiori nel soddisfare i bisogni delle popolazioni urbane. La pandemia COVID-19 ha peggiorato ulteriormente la situazione, evidentemente per le fasce di popolazione più vulnerabili, più povere.

(nella foto: Portland una città smart e slow, da https://scuoladicittadinanzaeuropea.it/) – COSA CI RACCONTA IL CASO DI PORTLAND? – Il video documentario Portland, una città smart e slow racconta la storia del PROCESSO DI TRASFORMAZIONE DI UNA CITTÀ MEDIO GRANDE AMERICANA. Portland è una città interessante in quanto ha saputo combinare basso costo della vita (rispetto alle altre città americane sulla costa occidentale) e valore contenuto degli immobili (e quindi bassa tassa di proprietà), con un‘elevata ATTENZIONE ALL’AMBIENTE. Infatti, è la prima città degli Stati Uniti per edifici verdi oltre che per l’utilizzo delle biciclette. A Portland è, inoltre, in atto un importante processo di sviluppo economico che si basa sulla valorizzazione di quelli che sono i settori economici di punta, ossia ATHLETIC OUTDOOR (per la presenza di Adidas e Nike); MANIFATTURIERO AVANZATO; ma soprattutto sui settori dell’INFORMATICA e delle TECNOLOGIE VERDI. (Guarda il video su: https://scuoladicittadinanzaeuropea.it/kit/citta-vivibile-citta-del-futuro/)

   Nella prospettiva Fao vengono fatte alcune proposte di possibile “umanizzazione” delle città, di ritorno alle origini: piace segnalare un’idea già in parte sviluppatasi nelle nostre realtà urbane (con successo) in questi ultimi dieci anni, cioè di incentivazione nella creazione di ORTI URBANI tra la popolazione, con l’idea di un ritorno alla terra, di impiego virtuoso del tempo libero, ma anche della possibilità di procurarsi da questa attività agricola beni alimentari primari.

   Gli orti urbani possono (sono) anche uno dei tasselli di altri possibili interventi per la creazione di nuovi spazi verdi in città e in periferia, come la riforestazione di aree boschive malmesse periferiche alla città, il piantare alberi, recuperare aree degradate, abbattere ed asportare capannoni disadorni e inutilizzati, ripristinare i corsi d’acqua interrati (come canali e fossi), incentivare in edilizia l’uso di materiali alternativi rinnovabili (come il legno), creare per ogni strada una percorso protetto ciclabile, pedonalizzare le piazze il più possibile e…… (ognuno può aggiungere un progetto virtuoso che li viene in mente…).

(nella foto: TORINO, piste ciclabili in città a 20 Km orari, da https://mole24.it/) – “(…) Durante il lockdown TORINO ha ridisegnato i suoi controviali (a regime saranno 27) “a misura” di biciclette con un limite di 20 km/h. MILANO – malgrado le proteste di taxisti e della lobby delle quattroruote – ha creato dal nulla 35 km. di ciclabili, pedonalizzato 6.500 mq. e si sta preparando – grazie alle modifiche previste dal nuovo codice della strada – a trasformare molti controviali in “strade urbane ciclabili” con limite a 30 km/h e precedenza ai ciclisti. ROMA guida la classifica europea delle corsie per bici pianificate (ma ancora da realizzare) con 150 km. di progetti, seguita da BOLOGNA con 94. (…) (Ettore Livini, 9/10/2020, da https://www.repubblica.it/)

   Connettendosi con questo a quelli interventi necessari per una (parziale) risoluzione della grave crisi climatica; contribuendo a una risoluzione dell’inquinamento, e pur indirettamente dando il proprio contributo ad evitare che nuove emergenze sanitarie blocchino l’approvvigionamento di generi alimentari (tornando alla proposta generale della FAO sul problema della crisi alimentare che sta accadendo ed è probabile si allargherà).

(NELLA FOTO: GRENOBLE, da http://www.linkiesta.it/) – “(…) LA CITTÀ FRANCESE DI GRENOBLE È LA VINCITRICE DEL RICONOSCIMENTO, ASSEGNATO DALLA COMMISSIONE EUROPEA, “CAPITALE VERDE EUROPEA 2022” (..) Il premio EUROPEAN GREEN CAPITAL è un riconoscimento che dal 2008 viene assegnato ogni anno dalla Commissione a una città europea che è riuscita a realizzare ambiziosi obiettivi nei temi della salvaguardia ambientali e dello sviluppo economico sostenibile. AMBIENTI URBANI SOSTENIBILI offrono infatti ai loro abitanti la possibilità di condurre una vita più felice e più sana, ma per renderli una realtà è necessario un forte coinvolgimento dei cittadini.(..)” (Riccardo Liguori, 10/10/2020, da LINKIESTA https://www.linkiesta.it/)

   Perché il trend di urbanizzazione della popolazione mondiale riguarda tutto il pianeta: non solo i Paesi in via di sviluppo, ma anche i paesi ricchi del nord, dove le periferie delle città tendono a crescere, con realtà comunali e agglomerati urbani a cintura delle maggiori città, e con periferie diffuse (lungo le maggiori strade, cui ad esempio già dagli anni ’60 del secolo scorso il nostro Nordest ne è stato un esempio). Un “vivere urbano nuovo”, al quale sarà difficile prescindere.

(Busto di Aristotele conservato a Palazzo Altemps, Roma. Foto di Giovanni Dall’Orto da WIKIPEDIA) – Secondo ARISTOTELE, la CITTA’ PIU’ FELICE è quella armoniosa e pacifica che realizza l’ideale del tempo libero a disposizione, così da potersi dedicare alle attività teoretiche che sono le sole che realizzano l’uomo nella sua integrità.

   Nel 2050 circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in grandi città, anche se soprattutto in Africa e Asia. E i grandi centri urbani hanno caratteristiche organizzative proprie, in macro-dimensione: già adesso consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra. E’ così che si pone già da adesso, responsabile in buona parte anche il COVID, la necessità che nel mondo sempre più urbanizzato, cresca l’accesso a risorse alimentari sufficienti per tutti (pensavamo che questo problema non esistesse più, o fosse in fase di drastica riduzione anche nei paesi poveri, e invece…) (s.m.)

Nutrire il pianeta, da http://www.corriere.it/

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CITTÀ VERDI, IL PROGETTO FAO CONTRO FAME E CAMBIAMENTI CLIMATICI

di Tatiana Maselli, 20/9/2020, da https://www.greenme.it/

   La Food and Agricolture Organization (la FAO) ha dato il via a “Città verdi”, un nuovo progetto che mira a combattere la fame nel mondo attraverso la CREAZIONE DI SISTEMI ALIMENTARI SOSTENIBILI.

   L’iniziativa è stata presentata nel corso dell’incontro virtuale “Green Cities to Build Back Better for SDGs – A New Powerful Venture” che si è svolto durante la 75a Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

   Grazie alla collaborazione tra amministrazioni locali e nazionali, imprese pubbliche e private, Università e comunità, saranno creati orti urbani e spazi verdi in circa 100 città del mondo entro i prossimi tre anni, allargando il progetto a mille centri urbani da qui al 2030 allo scopo di migliorare la nutrizione dei cittadini delle aree metropolitane e periferiche.

   La nuova iniziativa prevede anche la creazione di una “Rete delle città verdi” per favorire lo scambio di informazioni e la cooperazione tra i centri urbani.

   Secondo le stime, nel 2050 circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in grandi città, soprattutto in Africa e Asia. I grandi centri urbani consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra.

   Mentre il mondo diventa sempre più urbanizzato, cresce la necessità di garantire l’accesso a risorse alimentari per tutti.

   Questo purtroppo non è sempre possibile: nei paesi in via di sviluppo le amministrazioni locali incontrano difficoltà sempre maggiori nel soddisfare i bisogni delle popolazioni urbane. La pandemia COVID-19 ha peggiorato ulteriormente la situazione, soprattutto per le fasce di popolazione più vulnerabili.

   Di conseguenza, molte comunità urbane sono più che mai esposte a insicurezza alimentare e nutrizionale e a malattie legate a una cattiva alimentazione.

   La crescente urbanizzazione richiede inoltre il mantenimento, la tutela e la creazione di nuovi spazi verdi che risultano essenziali per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici.

   L’iniziativa “Città verdi” ha dunque l’importante obiettivo di migliorare l’ambiente urbano, garantendo ai cittadini di poter vivere in un ambiente più sano, oltre che ad avere accesso a un’alimentazione equilibrata e a cibi prodotti in modo sostenibile.

   Il progetto contribuirà inoltre a mitigare la crisi climatica e ad adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici attraverso la gestione sostenibile delle risorse.

   “Affinché le città diventino molto più verdi, più resilienti e rigenerative, dobbiamo ripensare il modo in cui le aree urbane e periurbane sono progettate e gestite. Ci restano solo dieci anni per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Abbiamo bisogno di cambiare mentalità e di rivedere i nostri modelli di business”, ha spiegato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO.

   La creazione di nuovi spazi verdi in città e in periferia, da destinare alla coltivazione o alla riforestazione urbana, risulta dunque fondamentale per resistere alla crisi climatica ed evitare che nuove emergenze sanitarie blocchino l’approvvigionamento di generi alimentari. (Tatiana Maselli)

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Vedi anche:

http://www.fao.org/news/story/en/item/1308436/icode/

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PIÙ LENTE E PIÙ VIVIBILI: IN CITTÀ LA RIVOLUZIONE È VERDE

di Ettore Livini, 9/10/2020, da https://www.repubblica.it/ 

– Limiti di velocità a 30 km all’ora, marciapiedi allargati, una overdose di piste ciclabili. Ecco la Slow City: cosa sta accadendo, e cosa accadrà, in Italia e nelle città europee-

   Le metropoli di tutto il mondo tirano il freno per gestire il dopo-Covid, ridisegnando abitudini, spazi urbani e traffico con un obiettivo chiaro: diventare più lente, più sicure e (si spera) più vivibili. La rivoluzione “verde” delle slow cities – un cocktail a base di limiti di velocità ridotti a 30 km. all’ora, strade “condivise” e un’overdose di piste ciclabili – è iniziata già da qualche anno.

   “La pandemia però, complice l’obbligo di distanziamento sociale, ha dato un colpo d’acceleratore a questa metamorfosi”, Continua a leggere