LA CITTÀ È IL FUTURO (non le Regioni): trasformiamo l’Italia in tante NUOVE CITTÀ (il superamento dei quasi 8mila comuni può portare a MILLE nuove città di almeno 60mila abitanti), e trasformiamo le obsolete regioni in macroregioni, “aree vaste e organizzate” in uno stato centrale forte e federato nell’Unione Europea

(immagine tratta da http://www.frontierarieti.com/) – Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato per la prima volta quella rurale. Questo è un fenomeno considerato “stabile”, ovvero destinato a continuare in modo costante nel futuro: le stime sono che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’Europa è una delle aree più urbanizzate al mondo: oggi più del 70% dei cittadini europei vivono in aree urbane e gli studi delle Nazioni Unite stimano che la percentuale salirà all’80% entro il 2050. (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Le PERPLESSITÀ SULLA FORTE AUTONOMIA REGIONALE che tre regioni stanno chiedendo (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), non è tanto sulle motivazioni di possibile maggiore efficienza sui servizi da dare ai cittadini, di minor spesa adottando costi standard; nemmeno sulle perplessità di assoluta competenza nella gestione di compiti di alto valore strategico nazionale come sono l’ISTRUZIONE e/o l’AMBIENTE… bensì (le maggiori perplessità) nascono dal fatto che si andrà a rafforzare un “CONTESTO GEOGRAFICO” (la Regione, nelle sue venti espressioni nella nostra penisola italiana) PIÙ CHE MAI OBSOLETO nei confini territoriali attuali; e fatto di apparati burocratici mastodontici; e che invece necessiterebbero (le regioni) di una revisione e razionalizzazione che portasse (a nostro avviso) alla creazione di MACROREGIONI (nell’ambito di un credibile STATO CENTRALE e di una vera necessaria FEDERAZIONE EUROPEA).

i tetti di Roma – “Le città sono luoghi attrattivi per le opportunità che aprono da un punto di vista delle interazioni sociali, culturali, di studio, di lavoro, sono luoghi maggiormente competitivi per l’innovazione, l’economia e la ricerca, ma sono anche i luoghi nei quali si manifestano gli effetti della povertà, della segregazione sociale e spaziale, della disoccupazione e sono luoghi “fragili” nei quali si manifestano con maggiore violenza gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento: già oggi le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Riportiamo qui di seguito, in questo post, alcune considerazioni sul RUOLO DELLA CITTÀ che ha fatto il 18 marzo scorso (2019), ad un incontro a Milano all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) organizzato dall’Associazione «Amici di Milano», il sindaco della città GIUSEPPE SALA, parlando della “sua Milano”, dei più importanti progetti presenti e futuri. Ma in particolare ci interessa partire qui dalle considerazioni che Sala fa sul ruolo della “città”, come contenitore di ricchezze (conoscenze, multiculturalità, opportunità…), e pure di contraddizioni negative da superare (come inquinamento, difficoltà di convivenza, povertà….).

(PALERMO, Via Montalbo, foto da http://www.livesicilia.it/) – “Il futuro dell’umanità si muove nell’ambito di questo paradosso: le città sono i luoghi nei quali l’uomo abiterà per le opportunità che offrono e, allo stesso tempo, sono i luoghi nei quali si concentrano e si producono i problemi che dovrà affrontare. Quindi la grande sfida culturale e politica da affrontare è come rendere sostenibile l’attrattiva delle città e far sì che il loro futuro sviluppo generi dei luoghi adeguati alla salute pubblica dei suoi cittadini, inclusivi da un punto di vista sociale e spaziale e che agiscano attivamente nel miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Nel 2050 oltre due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una situazione che metterà al centro di ogni politica di benessere, di capacità di integrazione, di salute ambientale, proprio il ruolo e la governance delle città: dalle metropoli, “città – stato”, come Roma e la conurbazione di Milano da noi…. ma anche di grandi e medio-grandi città, di cui è ricca l’Italia (Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e varie altre…). E poi le medie città (dai 60mila ai 100mila abitanti assai numerose (Ancona, Arezzo, Cesena, Lecce, Lucca, Treviso, Varese, Ragusa, Pavia, etc… vi invitiamo a vedere l’elenco nella pagina http://www.tuttitalia.it/citta/popolazione/). In questo trend di concentrazione della popolazione nelle città diventa pertanto prioritario il dover cercare e dare soluzioni virtuose.

“A livello internazionale il documento di riferimento per lo sviluppo del pianeta è l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU, che contiene i 17 OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. A livello europeo, con il PATTO DI AMSTERDAM di Maggio 2016, si è istituita l’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, che riconosce in modo definitivo il ruolo centrale delle aree urbane nello sviluppo sociale, culturale ed economico del futuro del continente.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   E’ comunque sicuro che avremo città sempre più connesse e capaci di utilizzare tecnologie e infrastrutture all’avanguardia. Ma il rischio, la concreta possibilità, è che si creino città con tante “periferie”, cioè luoghi dove non si vive bene, perché le città possono anche essere luoghi di esclusione e fonti di disuguaglianze, di inquinamento, di micro e macro criminalità…. Concentrarsi sul buon governo amministrativo delle città sarà (è) tema fondamentale da perseguire.

VERSO CITTÀ INCLUSIVE E SOSTENIBILI – L’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, adottata il 30 maggio 2016 e meglio conosciuta come “PATTO DI AMSTERDAM”, è l’ATTUAZIONE, a livello europeo, dei principi, degli impegni e delle azioni previsti dalla NUOVA AGENDA URBANA DELLE NAZIONI UNITE, adottata a Quito (Ecuador), nel corso della conferenza “Habitat III”, svoltasi dal 17 al 20 ottobre 2016.
Le due agende urbane, quella dell’ONU e quella dell’UE, condividono, infatti, l’identica visione di UNO SVILUPPO EQUILIBRATO, SOSTENIBILE E INTEGRATO DELLE NOSTRE CITTÀ.

   Ma c’è il problema poi di chi non vive in città. Perché vive nella maggior parte di quei quasi 8.000 comuni nei quali solo circa 750 (su 8mila!) hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti…. Tutti comuni piccoli, complicati nel dover erogare servizi, con una visione d’orizzonte e autorevolezza politica verso l’esterno assai limitata (che tolgono così anche opportunità di vita, di lavoro, di studio, ai giovani, ai loro residenti).

Bosco Verticale di Milano, opera dell architetto Stefano Boeri- “Nel contesto dell’AGENDA URBANA DELL’UE, le città italiane potranno giocare un ruolo di protagonismo se sapranno accettare la sfida culturale e politica che le si pone di fronte. C’è una competizione in corso a livello internazionale fatta di innovazione, ricerca, CAPACITÀ DI ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI, MIGLIORAMENTO DELLE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, DI RESILIENZA, DI INCLUSIONE SOCIALE e le città sono e saranno i luoghi di questa competizione. NELLE CITTÀ ITALIANE RISIEDONO GLI ASSET STRATEGICI PER LO SVILUPPO DELL’INTERO SISTEMA ITALIA ed in particolare hanno due temi assolutamente specifici in ambito europeo ed internazionale che possono rappresentare il vero valore aggiunto in questo contesto di competizione globale, che, tra l’altro, sono totalmente allineati e funzionali alle future strategie europee dell’Agenda Urbana dell’UE: LA STORIA CON LE SUE TESTIMONIANZE ARTISTICHE E DI TRADIZIONI CULTURALI, SOCIALI ED ECONOMICHE E LA PRESENZA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Pertanto il problema è per chi “resta fuori” dal contesto di città innovativa. Che fare per loro? Per questo il superamento degli attuali medio-piccoli comuni creando “nuove città” stabilisce condizioni perché tutti possano vivere nel “contesto urbano” fatto di pari opportunità (anche chi vuole vivere isolato e intende mantenere questa condizione).

MATERA: LA CITTA’ DEL FUTURO SA DI INNOVAZIONE (MA ANCHE DI ANTICO) – La città dei Sassi, nominata ‘Capitale Europea della Cultura per il 2019’ insieme alla bulgara PLOVDIV

   E le AREE MONTANE, alpine e appenniniche (ma anche aree periferiche pedemontane e in zone povere e isolate, specie del sud), che si stanno sempre più spopolando, e che hanno bisogno di progetti economici nuovi. In queste aree si esprime adesso una volontà in istaurarsi in esse di “nuovi montanari”, nuovi abitanti, italiani giovani e meno giovani, ma soprattutto stranieri che posso (potrebbero) trovare lavoro e ripopolare queste aree (tenendo così aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, strutture sanitarie…). Ebbene questo può aver successo se anche in queste aree si può immginare un contesto di “nuove città”: realtà amministrative di tipo urbano, che non vuol dire costruire grattacieli (anzi!) ma avere ambiti territoriali e amministrativi autorevoli, in grado di dare servizi efficienti come un qualsiasi sistema urbano tradizionale cittadino, e di dialogare con autorevolezza con organi istituzionali superiore (come la Regione, lo Stato…).

TRAFFICO E SMOG NELLE STRADE DI MODENA IN PIANURA PADANA, foto da ww.ansa.it/- Cosa accade in Italia – SONO ANCORA TROPPE LE CITTÀ ITALIANE PERIODICAMENTE COLPITE DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Un’emergenza costante nel nostro Paese non più giustificabile con le avverse condizioni meteo-climatiche della pianura padana o legate alla sola stagionalità invernale come spesso i cittadini sono indotti a credere.

   E allora se “CITTÀ DEV’ESSERE” (SARÀ) nello sviluppo territoriale futuro dove saranno appunto le città ad avere un potere di governance molto avanzato nel loro territorio, è giusto che a tutti sia offerto eguale “diritto alla cittadinanza”; che non ci siano esclusioni per chi vive in contesti periferici. Da qui, ribadiamo, nasce l’esigenza e la (urgente) necessità di creare “nuove città” superando i medio-piccoli comuni. (s.m.)

TORINO tra le città più inquinate secondo Legambiente. L’inquinamento ci toglie in media 10 mesi di vita. Pianura Padana e grandi città le zone più a rischio – NEL 2018 SONO STATI SUPERATI I LIMITI GIORNALIERI previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia. In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

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20 Mar 2019 – GIUSEPPE SALA Sindaco di Milano con il vicepresidente ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) Paolo Magri: MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO – Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del gl obo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto il 18 marzo 2019 al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ

MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO
20/3/2019, da http://www.newsfood.com/, incontro all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale ) con il vicepresidente Paolo Magri – Marzo 2019 – Associazione «AMICI DI MILANO».
Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del globo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ. ECCO COME HA RISPOSTO IL PRIMO CITTADINO DEL CAPOLUOGO LOMBARDO. –
“In una grande città come Milano convivono realtà positive e negative: ricchezza e povertà; inclusione ed emarginazione; innovazione e conservazione. Continua a leggere

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FUSIONI DI COMUNI assai rare, REGIONI che non diventano MACROREGIONI, PROVINCE che ritornano, AREE METROPOLITANE senza progetto – E la richiesta di AUTONOMIA REGIONALE (Veneto, Lombardia, Emilia) DIVIDE Nord da Sud – Come coniugare autonomia, federalismo, e nuovi confini istituzionali ora obsoleti?

I COMUNI D’ITALIA SONO, AL 20 FEBBRAIO 2019, 7915 – NEL 2019 SONO STATE FINORA APPROVATE 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, PER UN TOTALE DI 65 COMUNI SOPPRESSI. Il numero complessivo dei comuni italiani, ad oggi, è diminuito di trentanove unità passando da 7.954 a 7.915. Dal 1° luglio 2019 diminuirà di un ulteriore unità arrivando a 7.914 comuni. Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5). Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso. L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati. … Vedi le tabelle aggiornate su: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/

   La Costituzione italiana, all’art. 116 comma terzo, prevede la possibilità di ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO. Cioè il Parlamento può attribuire alle attuali regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
E’ accaduto (e sta accadendo) che tre regioni intendono usufruire dei maggiori poteri previsti (e delle risorse finanziarie da gestire direttamente), e queste regioni sono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata.

Zaia, Fontana e Bonaccini, i governatori delle tre regioni che hanno chiesto l’autonomia (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) – LE MATERIE DELL’AUTONOMIA PER VENETO, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA SONO (elenchi più lunghi quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato, mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, e i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative): Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport, Istruzione scolastica.

   Le deleghe, a nostro avviso più rilevanti (non solo per l’aspetto finanziario, ma anche per le implicazioni politiche e culturali che presuppongono), sono quelle dell’ISTRUZIONE SCOLASTICA e dell’AMBIENTE. Ma anche le altre deleghe non sono da poco. Le citiamo tutte: Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto, Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Istruzione scolastica, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport.

In merito all’AUTONOMIA REGIONALE di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna LA GEOGRAFIA DELLE RISORSE – I costi attuali sostenuti dallo Stato e i fondi trasferibili per le principali competenze in discussione con l’autonomia differenziata. Valori in milioni di euro (51% IL PESO DELLA SCUOLA: il costo delle competenze legate all’istruzione assorbe più della metà della spesa nelle materie «trasferibili»). (Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale e pre-intese governo-regioni, da il sole 24ore del 20/1/2019)(l’immagine qui sopra è sempre tratta da “il Sole 24ore del 20/1/2019)

   Scuola, ambiente, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via… portano anche probabilmente a una ridefinizione del rapporto (per le Regioni che se ne assumeranno la delega) con i Ministeri competenti (creando problematiche non da poco).
MA TUTTO PER ORA SI E’ FERMATO. Sembrava che la cosa si facesse concreta (in questi giorni il Parlamento doveva votare e approvare queste forme di autonomia, diverse per regione, -il Veneto ad esempio ne chiede 23 di deleghe -l’Emilia 15-, tra cui, appunto, la gestione del sistema scolastico, tra le più rilevanti e difficili da assegnare, per i programmi, per la scelta del personale…)…… Dicevamo che si doveva arrivare all’approvazione di questa storica differenziazione di poteri (e di autonomia fra regioni), ma la forte opposizione delle regioni del sud (che temono minori risorse provenienti dal Centro, visto che molte entrate rimarranno di più al nord), e in particolare discordanze di intenti delle due forze politiche ora al governo… ebbene tutto è stato rinviato, e temiamo che anche questa riforma di notevole portata (l’attuazione di un regionalismo differenziato) non avverrà più almeno nei prossimi anni.

Si sente dire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vogliono l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio di Gianfranco Viesti (“VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”) racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. GIANFRANCO VIESTI (professore di “Economia applicata” all’Università di Bari) mette in guardia dalla possibile “secessione dei ricchi”. Il saggio gratuito in questo link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp

   Noi qui pensiamo comunque che la proposta di maggiore autonomia regionale nei servizi al cittadino, possa portare un maggior controllo della spesa pubblica ed efficienza, a una maggiore responsabilità se estesa a tutte le regioni (non solo alle attuali tre). Ma non è detto (l’istituzione delle regioni, già dal 1970, ha moltiplicato la spesa pubblica creando grandi apparati parassitari).

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da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrativenuovi-comuni-2019

   E QUI VENIAMO AL PUNTO CHE CI INTERESSA (in questo blog geografico che vorrebbe definirsi propositivo). Perché l’autonomia avvenga essa, a nostro avviso, deve essere contornata da regole FEDERALISTE: un federalismo che dà poteri (e risorse) alle regioni nell’ambito anche di una presenza autorevole dello stato centrale; e di una visione europea comune che supporti questa nuova ripartizione dei poteri e funzioni verso un’entità sovranazionale (che dovrebbe essere, auspichiamo, gli Stati Uniti d’Europa).
MA PER FARE QUESTO NOI PENSIAMO CHE, contemporaneamente alla maggiore AUTONOMIA REGIONALE, CI DEBBA ESSERE una NUOVA RIPARTIZIONE TERRITORIALE DEGLI ORGANI DI GOVERNO: è necessario (e urgente) la riduzione consistente degli attuali comuni (quasi 8mila), a non più di mille, CREANDO NUOVE CITTÀ; e, appunto, l’ISTITUZIONE DI MACROREGIONI al posto delle attuali 20 Regioni (Macroregioni più confacenti ai maggiori poteri da attribuire loro, e meno dispendiose e più efficienti rispetto ai poco produttivi apparati burocratici che ciascuna delle venti regioni ha adesso).
PERTANTO, AUTONOMIA REGIONALE PIU’ ESTESA SI’, MA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI TERRITORIALI.

L’autonomia regionale e la trasformazione istituzionale dei comuni con le FUSIONI tra di essi, l’istituzione di MACROREGIONI, la creazione di AREE METROPOLITANE in tutti i territori (oltre le sole grandi città com’è ), sono elementi che dovrebbero procedere insieme. Cioè “avrai maggiore autonomia dallo Stato centrale, se anche decidi di cambiare”, accorparti con altri, per essere più efficiente, più autorevole e più adatto ai tempi contemporanei a una nuova geografia delle istituzioni, delle entità urbane che stanno velocemente cambiando in questo nostro presente.
ANDIAMO CON ORDINE
In merito alle FUSIONI tra comuni partiamo dal dato che in Italia ci sono attualmente 7.915 comuni (si è meritoriamente e lentamente scesi dalla quota 8mila, ma di poco). La popolazione complessiva è (più o meno variabilmente) di 60 milioni di abitanti. In una superficie di circa 300mila chilometri quadrati, una media di 200 persone a Km quadrato. La MEDIA di POPOLAZIONE dei COMUNI è pertanto di 7.580 abitanti: nella media coesistono metropoli come Roma (quasi 3milioni di abitanti), le cento (per la precisione 105), medie e medio grandi città italiane con popolazione superiore ai 60mila abitanti; oltreché paesini di poche centinaia o migliaia di abitanti. Tutti hanno le stesse regole burocratiche, demografiche, urbanistiche, dei servizi sociali. etc.

Fasi della Fusione (da http://www.comunitrentini.it/ )

   E pur nelle differenziazioni geomorfologiche del territorio (paesi di montagna, di collina o di pianura hanno caratteristiche di vita e servizi al cittadino assai diverse…) potrebbe poi essere un parametro compatibile pensare a “NUOVE CITTÀ” (al posto dei quasi 8.000 comuni attuali) sul parametro proprio dei 60.000 abitanti ciascuna (per una gestione compatibile ed efficiente dei servizi, per una visibilità e autorevolezza politica all’esterno, per le OPPORTUNITÀ offerte ai propri cittadini).
Questo “sciogliersi” dei comuni in NUOVE CITTÀ è più che adatto (e necessario) per quei comuni con popolazione al di sotto di questa soglia dei 60mila abitanti, e che molto spesso sono realtà urbane date da più comuni vicini (in un’urbanizzazione diffusa), che si intersecano nei loro confini (confini del tutto aleatori rispetto agli spostamenti della popolazione nella quotidianità).

FUSIONI DI COMUNI DAL 2009 (da http://www.talentilucani.it/ )

   60 milioni di abitanti in “nuove città” da 60mila abitanti significa mille comuni: cioè accorpare, ridurre, sciogliere i quasi 8mila comuni di adesso in più confacenti NUOVE CITTA’ di 60.000 abitanti. Parliamo naturalmente degli attuali medi, medio-piccoli e piccoli comuni di adesso…. (anche se si pone però il problema della eccessiva dimensionalità di certi comuni: ROMA con i suoi quasi 3milioni di abitanti, con la presenza di un turismo di massa per le sue bellezze artistiche, storiche, archeologiche… e per essere anche capitale cristiana del cattolicesimo; per la presenza delle istituzioni nazionali politiche come capitale d’Italia….. Roma o assume una veste diversa dal “Comune” tradizionale, divenendo organizzativamente CITTA’ STATO, oppure certe sue competenze e compresenze andrebbero ripartite, “diluite”, in altri luoghi (città) dell’Italia centrale (collocando ad esempio alcuni ministeri all’Aquila, a Perugia, etc…).

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MACROREGIONI

MACROREGIONI – DODICI MACROREGIONI INVECE DELLE ATTUALI 20 REGIONI. L’iniziativa parlamentare che due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, avevano lanciato nell’ottobre 2015 non ha avuto alcun seguito. Però la proposta era concreta ed interessante, e da riprendere. Questo accorpamento di regioni PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA e (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Ha ancora senso mettere sullo stesso piano la Regione Lombardia con la Regione Basilicata? …Attualmente poi una interessante proposta di accorpamento è in auge tra le Regioni Marche, Umbria e Toscana…. (ma vedrete che non se ne farà nulla) ….E le regioni del Sud, così come ripartite non potrebbero essere riviste, come volano di sviluppo economico, cambiamento morale, eliminazioni di sprechi e clientele, se individuassimo una sola MACROREGIONE DEL SUD…. E poi il Nordest, dove la presenze di Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, territorialmente e geograficamente già pur nel loro diversità si dovrebbero identificare in un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST. L’autonomia al Veneto potrebbe in questo senso parificare il contesto, che ha visto finora il Veneto diverso dalle altre due entità (Friuli e Trentino Alto Adige) in fatto di autonomia, e così arrivare ad un’unica Macroregione in Italia e in Europa (sull’esempio di molte altre, pensiamo alla vicina Baviera…).
Pertanto, lo ripetiamo, AUTONOMIA e RIDEFINIZIONE TERRITORIALE degli enti locali di governo SONO TEMI CHE SI INTRECCIANO… (s.m.)

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IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione (a cura del Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura)
Con legge ordinaria il Parlamento può attribuire alle regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
Tale facoltà è prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, ma fino ad oggi mai attuato.
Nella parte conclusiva della XVII legislatura si è registrato l’avvio dei negoziati con il Governo su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza su principi generali, metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa per l’attribuzione dell’autonomia differenziata.
Inoltre nelle altre regioni ordinarie si era registrata ampia attenzione sul tema: sette consigli regionali avevano conferito al Presidente l’incarico di attivare il negoziato con il Governo per l’attuazione del regionalismo differenziato e altre tre regioni avevano assunto iniziative preliminari, senza tuttavia giungere al formale conferimento di un mandato in tal senso.
Con l’avvio della XVIII legislatura il processo in atto rimane di attualità politico-istituzionale, tanto che nel programma di Governo è espressamente prevista l’attuazione del regionalismo differenziato (da Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione, febbraio 2019 n. 104)
vedi qui sotto il link di tutto il dossier “il processo di attuazione del regionalismo differenziato”:

dossier febbraio 2019 Servizio Studi Senato (3)

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PERCHÉ I TERRITORI CONTANO

di Federico Pizzarotti, sindaco di PARMA
da FORMICHE 144 — Il Settentrione fa questione – febbraio 2019
La spinta autonomistica che nasce dalla Lombardia e dal Veneto, e successivamente dall’Emilia Romagna, la reputo un’iniziativa di cui è corretto parlare condividendone il metodo: il DIALOGO CON LO STATO CENTRALE. Continua a leggere

La TAV Torino-Lione dopo l’analisi “COSTI-BENEFICI” che la boccia – All’impasse sono da proporre alternative: 1-la seconda Galleria stradale del Frejus commutata da galleria di sicurezza a transito; 2-Il rinnovo della Ferrovia Torino-Lione esistente; 3-la trazione elettrica non inquinante dei nuovi TIR nella A32, sono soluzioni possibili?

VAL DI SUSA – Nell’immagine la SACRA DI SAN MICHELE (ad Avigliana, in Val di Susa), abbazia (costruita tra il 983 e il 987 d.C.) che domina la cima del MONTE PIRCHIRIANO – La Val di Susa, in Piemonte, ben collegata alle principali città del territorio e ricchissima di valichi alpini, è da sempre punto di passaggio fra Italia e Francia, un territorio di mezzo che è stato per secoli frequentato da pellegrini, artisti, mercanti, soldati

   Uno dei temi fondamentali che appaiono dalla lettura e dalle conclusioni della Acb (analisi “costi-benefici”) sul progetto di Tav (treno ad alta velocità) Torino-Lione, è che i parametri ambientalisti tradizionali cui noi siamo abituati a ragionare da sempre, sono opinabili. Cioè che è meglio la strada, il trasporto su gomma, piuttosto che la ferrovia, specie se questa “impone” costi altissimi nella costruzione.

La VALLE DI SUSA è posta nelle ALPI COZIE e GRAIE in Piemonte, tra Torino e il confine francese. Si articola amministrativamente in 37 comuni. Le vette della Valle superano la quota di 3000 metri: la più alta è il MONTE ROCCIAMELONE, con i suoi 3538 metri, seguita dai MONTI GIUSALET (3313 m.), TABOR (3178 m.) e CHABERTON (3136 m.). Sul territorio sono presenti anche tre parchi naturali regionali: il PARCO NATURALE DEI LAGHI DI AVIGLIANA, il PARCO NATURALE ORSIERA-ROCCIAVRÈ e il PARCO NATURALE DEL GRAN BOSCO DI SALBERTRAND. La Valle di Susa è collegata con la Savoia attraverso il VALICO DEL MONCENISIO e altri passi minori e tramite il TRAFORO DEL FREJUS, mentre i collegamenti con l’antico Delfinato sono garantiti dai VALICHI DEL MONGINEVRO e DELLA SCALA. Da sempre territorio di passaggio, quest’area è attraversata ogni anno da circa quattro milioni di veicoli, in gran parte diretti verso la Francia e verso le zone di accoglienza turistica site in alta Valle.

   Le critiche all’Analisi sulla Tav, redatta dal gruppo di lavoro coordinato dal professor Marco Ponti e dagli altri quattro esperti, queste critiche possono essere legittime (come l’aver inserito tra i costi il mancato guadagno delle accise da carburante del trasporto su gomma), però sono oneste e “rivoluzionarie” nel voler riconoscere che il sistema ferroviario non può essere la soluzione predominante alla mobilità di persone e merci (per carità, bene che ci sia, e tutti noi siamo contenti ad utilizzarlo): perché costosissimo nella costruzione e gestione, e poco pratico (è più “veloce” per una ditta caricare i propri prodotti in un Tir e che vada a destinazione, che portare le merci allo scalo merci ferroviario, scaricare il camion, eccetera…).

FREJUS DALL’ALTO – L’area del Frejus tra Italia e Francia (da https://www.net-italia.com/selezione-progetti/seconda-galleria-frejus/ )

   Pertanto tutte le critiche si possono rivolgere a questa “analisi costi-benefici”, ma non che non dica la difficoltà e i limiti di una “grande opera” vissuta dalla collettività e dal mondo politico quasi unanimemente come la costruzione della “piramide”, del trionfo tecnologico, ma nei fatti assai poco funzionale a quel che dovrebbe servire (cioè rendere scorrevole il traffico delle merci e delle persone, quando questo traffico realmente c’è). Nasce qui però la necessità di “essere propositivi” e di prospettare nuove soluzioni possibili e migliori (anche in quella fascia geografica alpina stupenda che è la Val di Susa).

IL PERCORSO DELLA TAV (da http://www.agi.it/ ) – In totale, le tre parti del progetto TAV, della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Il TUNNEL DI BASE di 57,5 CHILOMETRI NON È ANCORA STATO COSTRUITO (è in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE -funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», che, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi). Tutta la TAV comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, questi ultimi fatti appunto per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata

   Se una nuova linea-rotaia elettrificata è difficile (e arduo) costruirla (e bucare la montagna con un tunnel di 57 chilometri e mezzo), e costa troppo (finanziariamente e ambientalmente, lì, in Val di Susa); se forse non ne vale la pena (visto che quel che c’è adesso, su strada e su rotaia, può ampiamente bastare)…. è anche necessario intravedere altre opportunità ora che quell’opera rischia di non farsi mai, e, se anche presto o tardi nuovi governi si succederanno e ci sarà un contesto politico-sociale-economico favorevole alla Tav, accadrà in ogni caso che ci vorranno decenni per realizzarla (la Tav), che il costo aumenterà chissà quanto, per alla fine rischiare di trovarsi (non noi, ma le future generazioni) con una cattedrale nel deserto (cioè poco o niente utilizzata) e con tanti debiti pregressi ancora (loro, i giovani, le future generazioni) da pagare.

TUNNEL GEOGNOSTICO di Saint-Martin-La-Porte — Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta ancora in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE. Qui, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi. Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale NON È IL TUNNEL VERO E PROPRIO, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno), in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti)

   Per questo modestamente proponiamo, oltre e a soluzione dell’attuale accantonamento della Tav in Val di Susa questi tre principi-idee guida.
1- Che si incentivi subito l’ELETTRIFICAZIONE dei camion sulle autostrade (nel “nostro” caso la A32 che porta da Torino a Bardonecchia, al traforo del Frejus). Nel nord Europa e in altre parti del pianeta si stanno sperimentando e costruendo TIR a “combustibile elettrico”, che non inquinano e non usano combustibili fossili (ovvio che l’energia elettrica che utilizzano deve venire da fonti rinnovabili, ma questo fa parte del processo virtuoso…). Pertanto: sviluppare sull’autostrada A32 (che è la cosiddetta autostrada del Frejus o Torino-Bardonecchia ed è lunga 72,4 km) un sistema di elettrificazione del trasporto pesante sull’esempio delle E-HIGHWAY svedesi, tedesche, californiane…

IN CALIFORNIA. GERMANIA E SVEZIA LE PRIME E-HIGHWAY

2- La linea ferroviaria “storica” Torino-Lione (e ora operante, con l’attuale traforo ferroviario del “Frejus”) non è obsoleta: funziona bene, è stata ammodernata (sul traforo ferroviario ci sono stati interventi recenti, nel 2003 e 2011: le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi fino a 3,75 metri). Pertanto la linea ferroviaria attuale può essere (migliorata) ancora di più; i flussi di traffico merci e passeggeri (non in crescita) possono far adeguare con intervenuti mirati e virtuosamente il “sistema strada-ferrovia” senza altre grandi opere.

nella foto: TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS – La FERROVIA DEL FREJUS (Torino-Bardonecchia/Susa o anche Torino-Modane-Chambéry-Culoz) è la strada ferrata internazionale che partendo dal capoluogo piemontese e attraversa la cintura suburbana ovest, per transitare poi attraverso la valle di Susa ed il TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS, e terminare infine presso la località stazione di Modane. Da qui inizia la FERROVIA CULOZ-MODANE, che permette ai treni di proseguire verso le altre città d’oltralpe e svizzere. Il tratto in territorio italiano, da Torino fino al traforo, è gestito da Rete Ferroviaria Italiana (RFI), mentre quello in territorio francese, fino a Modane, è di competenza dei francesi (SNCF). Quest’ultimo tratto, sulla base di accordi fra i due stati, è dotato di un sistema di segnalamento ferroviario rispettoso degli standard di segnalamento ferroviario in Italia).
A volte è definita “FERROVIA DEL FRÉJUS” l’intera tratta Torino-Modane-Chambéry-Culoz, compresa quindi la tratta della ferrovia Culoz-Modane, la quale in altri testi è indicata come FERROVIA DELLA SAVOIA o FERROVIA DELLA MORIANA

3- La seconda Galleria stradale, di Sicurezza, del Frejus iniziata a costruire nel 2014 e praticamente finita, che corre parallela alla prima operante storica galleria (Il traforo stradale del Frejus collega Bardonecchia a Modane in Savoia), questa seconda Galleria stradale del Frejus può benissimo essere commutata da galleria di sicurezza a galleria di transito: permettendo una separazione materiale, totale, del traffico (pur adesso per niente eccessivo) nelle due direzioni, in andata o in arrivo dalla Francia (con minore pericolo di possibili incidenti); rendendo anche più fruibile, automatizzato e scorrevole il transito (e automatizzando il pagamento del passaggio meglio di quanto lo sia ora).

L’AUTOSTRADA A32 è nota anche come AUTOSTRADA DEL FREJUS o TORINO-BARDONECCHIA ed è lunga 72,4 km con percorso che si sviluppa interamente nella città metropolitana di Torino: partendo dal capoluogo piemontese, collega l’Italia alla Francia tramite il traforo stradale del Frejus per poi proseguire fino a Lione come AUTOROUTE A43

   Se adesso l’analisi “costi-benefici” negativa sul progetto Tav sarà perlomeno elemento che prorogherà i lavori al futuro, ad altri governi favorevoli (e abbiamo già da ora la sensazione che questi lavori saranno sospesi per lungo tempo…), se si potesse individuare un’alternativa concreta e condivisa alla Tav, non sarebbe cosa da poco. (s.m.)

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APPUNTI SULLO “STATO DELLE COSE”
– Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

LE INFRASTRUTTURE ESISTENTI (da http://www.agi.it/ )

– Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Fréjus, o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi. Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di  24 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.
– Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

VAL DI SUSA, i lavori per la TAV

– Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.
– Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento (uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri) dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

LE PROTESTE IN VAL DI SUSA CONTRO LA TAV

– Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

LA VAL DI SUSA E LE TENSIONI PER LA TAV

– Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

TRAFORO STRADALE DEL FREJUS


– NEL DIBATTITO PLURIENNALE TRA PROMOTORI E CONTRARI ALLA TAV, pertanto i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.
– A FEBBRAIO 2019 TELT (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno) NON HA ANCORA AVVIATO LE PROCEDURE per il lancio della gara da circa 2,5 miliardi di euro complessivi per la COSTRUZIONE DEL TUNNEL DI BASE (i 57,5 chilometri più difficile e importanti).

CANTIERE TAV

– I PRINCIPALI OBIETTIVI DEI PROMOTORI DELLA TAV sono ECONOMICI, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; AMBIENTALI, per ridurre il numero di Tir dalle strade; SOCIALI, per connettere meglio e valorizzare aree diverse.
– L’ANALISI COSTI-BENEFICI NON È UN’ANALISI FINANZIARIA, il cui obiettivo è calcolare se uno o più attori impegnati nel progetto ne otterranno un guadagno monetario, ha spiegato il professor Marco Ponti durante l’audizione alla Commissione Trasporti della Camera il 13/2/2019: «Misura invece gli effetti sul benessere collettivo di tutti gli stakeholder, cioè gli enti e le persone coinvolte nel progetto».
– IN CIASCUNO DI QUESTI SCENARI, IL COSTO DELL’OPERA È DIVERSO, MA SEMPRE NEGATIVO: il costo più alto è di circa 8 miliardi di euro, mentre il più basso scende fino a 5 miliardi (si tratterebbe quindi di meno di 300 milioni di euro l’anno per 30 anni, una cifra relativamente ridotta). Questi “costi” di cui parla l’analisi sono stimati per il primo trentennio di attività della linea, cioè il periodo che va dal 2030, quando l’opera dovrebbe essere completata, fino alla fine del 2059.
– LA CRITICA PIÙ DIFFUSA ALL’ANALISI COSTI-BENEFICI, è che una delle principali voci tra i “costi” dell’opera è rappresentata dal CALO DELLE ACCISE E DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, che causerà una perdita allo stato e ai concessionari delle autostrade. L’analisi, in ogni caso, rimarrebbe negativa anche senza considerare il costo delle accise e dei pedaggi.

L’audizione del 13 febbraio scorso alla Commissione Trasporti della Camera del prof. MARCO PONTI sull’analisi costi benefici del progetto Tav (foto LaPresse, ripresa dal quotidiano IL FOGLIO)

– ALCUNI HANNO MESSO IN DUBBIO CHE QUALSIASI OPERA PUBBLICA POSSA RISULTARE “PROFITTEVOLE” se ad essere applicato fosse il metodo di Ponti: il costo di costruzione di un sistema ferroviario è così elevato che mai in ogni caso riesce ad essere ammortizzato dai ticket di chi lo utilizza o da qualsivoglia beneficio (anche ambientale). In economia è un COSTO POLITICO che la Comunità si accolla perché ritiene l’opera in ogni caso necessaria e “strategica”.
– CRITICI ALLA TAV, COME MARCO PONTI – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea;
– E’ COSÌ CHE L’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV PUBBLICATA IL 12 FEBBRAIO 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti arriva alla conclusione che, a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia – in questo caso la Torino-Lione – non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.
– PONTI E I SUOI COLLEGHI HANNO RISPOSTO ALLE CRITICHE PROVENTI DA PIÙ PARTI, ribadendo la loro indipendenza e affermando che il lavoro non ha l’ambizione di essere «perfetto», come non può essere perfetta alcuna analisi che tenti di fare stime per un futuro che è ancora lontano decenni, ma che è comunque uno strumento utile per il decisore, cioè la politica.
Se vuoi leggere l’analisi “costi-benefici” questo è il link:

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/torinolione-ferrovie-alta-velocita-tav/torino-lione-ultimate-lanalisi-costi

un’immagine della VAL DI SUSA

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COSA SI DICE DELL’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV

da IL POST.IT del 13/2/2019 (www.ilpost.it )
– Lo studio voluto dal ministro Toninelli è stato molto commentato e criticato, la commissione che se ne è occupata lo ha difeso alla Camera –
In questi giorni si discute molto dell’analisi “costi­benefici” sulla TAV Torino-Lione, secondo cui l’opera sarebbe un investimento poco conveniente, che potrebbe arrivare a costare una decina di miliardi nel corso di un trentennio.
L’analisi, voluta dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e realizzata da una commissione di esperti, è stata accusata dai sostenitori della TAV di essere parziale e incompleta. Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’audizione alla Camera, gli autori dell’analisi hanno avuto occasione di rispondere a numerose delle critiche ricevute.
DI COSA STIAMO PARLANDO? Continua a leggere

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

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5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

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ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

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   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

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PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

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QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

I MURETTI A SECCO per l’UNESCO sono Patrimonio dell’Umanità: l’artificio umano sulla natura (contro il dissesto idrogeologico, e per l’agricoltura) crea mirabili paesaggi – E per l’area “candidata” del Prosecco nel Trevigiano? l’Unesco convincerà a produrre senza inquinare? in limiti spaziali? con diversificazione agricola?

A seguito delle atrocità commesse nella seconda Guerra Mondiale le Nazioni Unite hanno voluto istituire (nel novembre 1946) L’UNESCO (UNITED NATIONS EDUCATIONAL, SCIENTIFIC AND CULTURAL ORGANIZATION) come segno di pace tra le nazioni, basandosi sul voler garantire la protezione e la salvaguardia dei siti di grande valore. Pertanto l’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione. – Il riconoscimento specifico dei PATRIMONI ORALI E IMMATERIALI DELL’UMANITÀ (“IMMATERIALI”: così sono stati designati i MURETTI A SECCO, sottolineandone la diffusione che essi hanno in tante visioni di paesaggi in così tante parti del pianeta), sono espressioni della cultura immateriale del mondo che l’UNESCO ha inserito in un apposito elenco, per sottolineare l’importanza che essi hanno secondo tale organizzazione. I CAPOLAVORI IMMATERIALI SI AFFIANCANO AI SITI PATRIMONIO DELL’UMANITÀ: mentre questi ultimi rappresentano cose tangibili (come un parco naturale, una città o un complesso archeologico), i primi rappresentano antiche tradizioni a volte diffuse in luoghi diversi (come appunto i muretti a secco) L’UNESCO si è posta il problema di salvaguardare questi capolavori per evitarne la scomparsa. (NELLA FOTO QUI SOPRA: I MURI A SECCO DI CHERSO, Isola di Cres, in CROAZIA – situata nel golfo del Quarnaro)

   La scelta dell’Unesco di iscrivere tra i “patrimoni immateriali dell’umanità” l’ARTE DEL MURO A SECCO (cioè costruito con pietre che, sapientemente nel lavoro umano, si intersecano e sorreggono saldamente tra di loro, senza usare alcun tipo di malta o legante), questa scelta rende vanto agli otto paesi europei (Grecia, Spagna, Cipro, Croazia, Slovenia, Italia, Francia, Svizzera) che hanno presentato questa candidatura per il riconoscimento del valore nei loro paesaggi di queste mirabili opere umane.

(…) Fu una fatica enorme tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri. Sudore e dolore, dolore e sudore. Quelli che spinsero il grande Carlo Cattaneo a parlare con ammirazione delle terre lavorate dall’uomo, le quali «SI DISTINGUONO DALLE SELVAGGE PERCHÉ SONO UN IMMENSO DEPOSITO DI FATICHE». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018) (NELLA FOTO: La (ri)costruzione di un muretto a secco in Trentino (da la Repubblica)

   Perché poi i muretti a secco si trovano anche nei paesaggi di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei (in Africa, Asia, America Latina –pensiamo al Perù-…). Perché si tratta di uno degli esempi di virtuosa manifattura umana presente in tutte le culture del pianeta. Che, dai tempi più remoti a quelli più recenti, è stata adottata (questa tecnica di costruzione) per fini abitativi e/o agricoli, o per tracciare dei confini, o a difesa, e IN PARTICOLARE COME TERRAZZAMENTI NEI PENDII SCOSCESI (per utilizzarli in agricoltura e abitazione, e che salvano i pendii montuosi o collinari dall’erosione).

PAESAGGI TERRAZZATI D’ITALIA. Eredità storiche e nuove prospettive, di LUCA BONARDI, MAURO VAROTTO, 2013, Franco Angeli Ed., euro 25,00 – Il libro sui paesaggi terrazzati è stato voluto dal CLUB ALPINO ITALIANO per il III Incontro Mondiale sui TERRACED LANDSCAPES. La prima parte del volume, scritta da Luca Bonardi, si propone come lavoro di sintesi sulla geografia e storia dei terrazzamenti agrari in Italia, sulla scorta di 20 anni di indagini e studi locali sulla materia. La seconda parte, redatta da Mauro Varotto, racconta le esperienze di recupero e valorizzazione di terrazzamenti in varie Regioni italiane da parte di un gruppo di Operatori Naturalistici e Culturali del CAI che si sono mossi all’interno di un progetto di ricerca del GRUPPO TERRE ALTE.

   Il sì italiano alla richiesta di candidatura è stato dato in particolare per salvare dalla possibile progressiva sparizione i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull’Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l’arco alpino e nel cuore dell’Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo.

La particolare tessitura delle marogne della Valpolicella. (Foto: Alleanza italiana per i paesaggi terrazzati, “muretto Marogne”, da http://www.ilbolive.unipd.it/)

   Pertanto, al di là di un riconoscimento da parte di un’Istituzione un po’ discussa (discutibile) nei decenni nell’aver riconosciuto “tutto” (o quasi tutto) “patrimonio dell’umanità” (su questo vi invitiamo a leggere l’interessante articolo di Mattia Feltri che abbiamo ripreso dal quotidiano “La Stampa” – lo trovate come secondo articolo nella rassegna che dedichiamo all’argomento qui di seguito in questo post); al di là del fatto che interessi economici enormi muovono sia l’Unesco (900 milioni di dollari il budget annuale dell’Unesco, circa 795 milioni di euro) che tutte le richieste che vengono ad esso sottoposte (motivo fondamentale di avere il riconoscimento: i soldi!); al di là di tutto questo, possiamo però riconoscere un valore particolare e genuino al riconoscimento dei MURETTI A SECCO.

DA http://www.adottaunterrazzamento.org/ – Dal 18 marzo all’8 aprile 2017 si è tenuto il primo “CORSO PER LA REALIZZAZIONE E IL RECUPERO DEI MURI IN PIETRA A SECCO” in VAL BRENTA (nell’estremo nord-est della provincia di Vicenza, ndr), organizzato dal COMITATO “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO” e dell’ISTITUTO AGRARIO “A.PAROLINI” di BASSANO DEL GRAPPA. Questa attività ha avuto una buona eco sui media, anche grazie al fatto che si inserisce in una tendenza che si sta diffondendo in altri luoghi d’Italia, quali la Provincia di Trento, grazie all’Accademia della Montagna del Trentino, e la Liguria, con la Cooperativa Olivicola di Arnasco. Così il quotidiano nazionale “la Repubblica” ha pubblicato un articolo l’ 8 maggio scorso, scritto da Giampaolo Visetti, e La 7 ha mandato in onda un servizio girato sui terreni di “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO”, nella trasmissione Tagadà il 10 maggio. (Articolo su Repubblica dell’8 maggio: I ragazzi del muretto a secco: “Quei sassi sono opere d’arte”; Servizio su La 7 del 10 maggio (min. 140): Tagadà, puntata 10/05/2017 ) (NELLA FOTO: VALBRENTA, corso per costruire muretti a secco)

   Perché sono una caratteristica connaturata di così tanti paesaggi in posti diversissimi del mondo… e che fanno parte un po’ del nostro DNA nel pensare a meraviglie paesaggistiche umane… a bei ricordi e a luoghi che andiamo (andremo volentieri) a vedere.

Negli anni passati ci sono stati vari CONVEGNI MONDIALI SUI PAESAGGI TERRAZZATI: esperti e appassionati di tutti i continenti ne hanno discusso in CINA, in PERÙ, e nel 2017 in ITALIA, tra Padova e Venezia: il prossimo convegno internazionale dei paesaggi terrazzati si terrà nelle ISOLE CANARIE. Il problema è comune: evitare che una sapienza antica, trasmessa oralmente, muoia assieme ai suoi ultimi custodi (NELLA FOTO: CINQUE TERRE, IN LIGURIA: PAESAGGIO DI MURETTI A SECCO E TERRAZZAMENTI)

   Così che se UN LUOGO è dato da TRE ELEMENTI: il primo è la NATURA come lo ha creato, il luogo, come la ha voluto; il secondo elemento è l’ARTIFICIO UMANO, quel che si intravede dell’intervento dell’uomo; e il terzo sono gli ACCADIMENTI storici che quel luogo ha avuto…ebbene i muretti a secco rappresentano al meglio il secondo elemento: l’ARTIFICIO UMANO GENIALE, la capacità di costruire con le pietre, e con grande impegno e fatica, un elemento architettonico stabile e sicuro nel tempo, che sa durare senza che queste pietre abbiano malte e altri collanti….

Guida pratica, divulgativa e illustrata alla costruzione alla manutenzione e al recupero dei muretti in pietra a secco

   E’ così che i numeri e la quantità di questi muretti a secco sono difficili da stabilire, e a volte da individuare: secondo MAURO VAROTTO (docente all’Università di Padova e tra i fautori dell’ALLEANZA INTERNAZIONALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI), in Italia risultano censiti 170mila chilometri di muri a secco, quelli stimati sono oltre 300mila. Gli ettari di campi terrazzati sono altrettanti.

UOMINI E PIETRE – documentario di MICHELE TRENTINI – DVD (con libriccino di presentazione di ANTONIO SARZO) euro 16,00 – 2017, Cierre Editore – Attraverso l’osservazione del lavoro svolto da un contadino della VALLE DI CEMBRA e da allievi e docenti dei corsi per la COSTRUZIONE DI MURI A SECCO organizzati dalla SCUOLA TRENTINA DELLA PIETRA A SECCO, il documentario mostra le diverse fasi della costruzione di tali manufatti. La diretta testimonianza di uno dei docenti, esperto naturalista, propone uno sguardo d’insieme sulle specificità e sulla rilevanza dei muri in pietra a secco anche da un punto di vista ecologico, paesaggistico e socio-economico.

   Nel confronto che Varotto fa, i 170mila chilometri “italiani” di muretti a secco, tanto per darne una dimensione di diffusione di quanti sono, se confrontati con la Grande Muraglia cinese, quasi totalmente ricostruita, questa è lunga “solo” 8mila chilometri. E Varotto ne sottolinea “il valore delle pietre accumulate e incastrate nei secoli per permettere agli uomini di coltivare la terra e di allevare gli animali, ossia di vivere,” (dice: “È un passaggio decisivo, che può garantire le risorse pubbliche per conservare l’eroica spina dorsale che unisce i popoli con una storia di miseria e di fatica”). E così è, come la immaginiamo (miseria e fatica di generazioni di persone) che lasciano un bene di inestimabile valore alla nostra visione, ai paesaggi umani (vengono in mente le cattedrali, costruite in particolare con la fatica umana di poveri sottopagati, ma ora, cattedrali, così importanti al nostro vivere).
Necessitano azioni e modi per preservare i muretti a secco, ripristinarli quando serve; capire come far rivivere ora luoghi abbandonati che conservano questo artificio umano di valore; ma che rischiano, con gli eventi metereologici, il dissesto del tempo, l’abbandono e l’incuria totale a ogni manutenzione conservativa, rischiano poco a poco di scomparire…questo fa sì che meritano riconoscimenti e partecipazione chi si impegna alla conservazione e ripristino di questi manufatti: pensiamo in particolare alle associazioni che si dedicano alla conservazione e ripristino dei TERRAZZAMENTI; e a tutti quelli che nei loro luoghi di appartenenza e raggio di azione della propria vita, cercano di salvarli e/o ripristinarli. (s.m.)

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ACQUAVIVA DELLE FONTI (in Puglia)

(…)«Il totale delle aree censite dal PROGETTO MAPTER» (“MAppatura Paesaggi Terrazzati italiani, ndr), scrive MAURO VAROTTO (docente di geografia all’Università di Padova e autore di vari libri sull’ambiente e la montagna), «ammonta a circa 170 MILA ETTARI (grosso modo una regione come il Veneto), ma alcune aree non sono ancora state coperte da rilievi a tappeto, dunque tale prima quantificazione è ancora parziale». Secondo una ipotesi di LUCA BONARDI (docente di geografia all’Università di Milano) «si può stimare l’esistenza di almeno 300 MILA ETTARI DI AREE TERRAZZATE, esito di una colonizzazione dei versanti a fini agricoli che risale indietro nei secoli, ma in massima parte eroica conquista di terreni portati all’uso agricolo, in parallelo con le fasi di incremento demografico tra metà ’700 e fine ’800». Peccato che «OLTRE IL 30% DEL PATRIMONIO DOCUMENTATO È OGGI ABBANDONATO E RICONQUISTATO DA BOSCO E VEGETAZIONE ARBUSTIVA». Un delitto.(…) … prosegue il dossier, che ABBIAMO ANCORA «170.000 CHILOMETRI DI MURI A SECCO, VENTI VOLTE LA LUNGHEZZA DELLA MURAGLIA CINESE. La Liguria vanta di poter fare il giro della terra con i suoi 40 mila chilometri di muri, la Costiera amalfitana di possederne l’equivalente della Grande Muraglia: 8 mila chilometri». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018)

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(alcuni siti sull’argomento: http://www.paesaggiterrazzati.it/ e
http://www.formazione.cirgeo.unipd.it/documenti/16-17/GISDay/Ferrarese_ProgettoMapterEstrazioneMappaturaTerrazzamentiAgricoli.pdf ,
e http://www.adottaunterrazzamento.org/ )

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SACRARI DI SASSI

MURETTI A SECCO, IL SUDORE SI FA ARTE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018
– Stupore della natura artificiale – L’Unesco iscrive la tecnica tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Chilometri di paesaggio costruito pietra su pietra dalla fatica di generazioni –
«Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Continua a leggere