IL LITIO e la geografia della transizione ecologica delle materie prime – il LITIO per le batterie delle AUTO ELETTRICHE (e gli altri prodotti elettrificati) non può portare a un NEOCOLONIALISMO ESTRATTIVO – A Cile, Bolivia, Argentina si aggiunge il progetto in SERBIA – Come non ripetere gli errori del passato

“(…) La BOLIVIA possiede la più grande riserva di LITIO al mondo: il SALAR DE UNUY, una gigantesca distesa di sale di 10 mila km. Posto sulle ANDE a un’altitudine di 3.600 metri, è un luogo impressionante dove lo scintillio del sale confonde cielo e terra creando un unico manto lattiginoso visibile anche dallo spazio; nel tempo è diventato una visitatissima ZONA TURISTICA, con tutti i pro e contro che questo significa, ed ora a interferire con i DELICATISSIMI EQUILIBRI SOCIO-ECOLOGICI di una riserva naturale abitata da COMUNITÀ INDIGENE è arrivata anche l’ESTRAZIONE del LITIO. (…)” (Serena Tarabini, da “IL MANIFESTO” del 24/3/2021) (nella FOTO: Salar de Unuy, BOLIVIA – da Wikipedia)

   Da mesi ci sono dure proteste ambientaliste in Serbia (le più recenti nei primi giorni di gennaio, ma iniziate negli ultimi mesi del 2021) per chiedere al governo di respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale. Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, ha annunciato di voler dar vita a una grande miniera di LITIO in Serbia, nella Valle del fiume Jadar, a ovest di Belgrado e ai confini con la Bosnia.

   La multinazionale anglo-australiana stima che nei previsti 40 anni di vita, la miniera produrrà 2,3 milioni di tonnellate di carbonato di litio per batterie (un minerale fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici, e per lo stoccaggio di energia rinnovabile); e pure 160.000 tonnellate di acido borico necessario per le apparecchiature per le energie rinnovabili come i pannelli solari e le turbine eoliche.

SERBIA: LE PROTESTE CONTRO IL PROGETTO DI ESTRAZIONE DEL LITIO – “(…) EPICENTRO DELLE PROTESTE è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE DEL FIUME JADAR, sono custodite le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo, elemento essenziale nella produzione di batterie per le auto elettriche. La spinta alla decarbonizzazione ha accelerato i piani della multinazionale anglo-australiana che già da tempo aveva puntato gli occhi sulla valle del Jadar. E così dopo un’esplorazione lo scorso anno dei territori intorno a Loznica del valore di 200 milioni di dollari, Rio Tinto è passata all’azione, annunciando un investimento da 2,4 miliardi di dollari per la costruzione di quella che si ritiene sarà la più grande miniera di litio nel continente europeo. (…)” (Alessandra Briganti, da IL MANIFESTO) (nella FOTO: Autostrada bloccata in Serbia per la manifestazione contro la miniera di litio, foto da https://www.repubblica.it/)

   L’epicentro delle proteste è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE del FIUME JADAR, sono state scoperte le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo. Poi la protesta (anche a Belgrado) ha messo insieme l’annoso ed irrisolto problema dell’inquinamento atmosferico (soprattutto nella capitale), con appunto i controversi investimenti in campo minerario che, secondo attivisti e organizzazioni ambientaliste, rischiano di compromettere in modo irreparabile il territorio serbo: e proprio tra questi, in particolare c’è la miniera da due miliardi e mezzo di dollari di investimento progettata dalla Rio Tinto; ma anche lo sfruttamento dei giacimenti di rame a BOR, non lontano dal confine bulgaro, da parte della compagnia cinese Zijin.

“(…) La VALLE del JADAR è un’area rurale importante per la SERBIA. Inoltre, spiega al Guardian Dragana Dordevic, professoressa dell’Università di Belgrado, qui si trovano i BACINI dei FIUMI DRINA e SAVA, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. Bacini che, spiega la docente, sono in pericolo: ‘Tali miniere sono per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità’. (…)” (Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021) (la MAPPA della VALLE del JADAR è tratta da www.rainews.it/)

   Ora pare che il progetto del gigante anglo-australiano si sia (temporaneamente) fermato dopo così tante e tenaci proteste dei cittadini della Valle di Jadar e degli ambientalisti. Tutto bloccato, sembra, per ora, dinanzi ai timori di inquinamento (delle acque, del suolo) paventate dagli oppositori e dimostrate in altre parti del pianeta (specie nel Sud del mondo) nell’estrazione di questo materiale prezioso per l’elettrificazione, com’è il litio. Ma è più che sicuro che il progetto si riproporrà al più presto.

   Perché l’UE attualmente importa il litio per le batterie da fuori Europa. E la Serbia è un membro candidato a entrare nella UE, e la Commissione europea è chiaramente favorevole al progetto (la disponibilità di avere “in casa” il prezioso minerale, appena la Serbia sarà accolta); dall’altra ovviamente il presidente serbo Aleksandar Vucic e il suo governo non possono che essere favorevoli: una buonissima entrata finanziaria e un modo anche per accreditarsi con l’Europa nella velocizzazione della procedura di adesione. A spingere poi sembra ci siano le case automobilistiche tedesche, costrette ora a importare con difficoltà il minerale. Pertanto la battuta di arresto ambientalista e di preoccupazione e rifiuto della popolazione locale che dovrà convivere con la miniera, sono un ostacolo che da più parti si cercherà di rimuovere celermente.

– Il 65% del litio viene utilizzato nelle batterie (di vario tipo); il 18% nella produzione di materiali ceramici e vetro; il 5% nella produzione di grassi lubrificanti; il restante 12% ha altre destinazioni finali.
– Con 8 milioni di tonnellate, il Cile ha le maggiori riserve di litio a oggi conosciute, poi vengono l’Australia con 2,7 milioni di tonnellate, l’Argentina con 2 milioni e la Cina con 1 milione.
– Appartiene al primo gruppo (metalli alcalini). Il litio, nella sua forma pura, è un metallo tenero color argento, che si ossida rapidamente a contatto con l’aria o l’acqua.
(nell’immagine qui sopra: TABELLA ESTRAZIONE DEL LITIO e riserve disponibili tra Paesi, da https://www.flottefinanzaweb.it/)

   Ma è veramente pericolosa (e come) l’estrazione del litio in quel luogo della Serbia? Nella Valle di Jadar si trovano i bacini dei fiumi Drina e Sava, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. L’attività mineraria, secondo molti, è difficile che possa convivere con il sistemi naturali idrici dei luoghi in cui avviene. Quella poca informazione esistente sui danni all’ambiente causati dall’estrazione del litio spesso è stata commissionata (l’indagine) dalle compagnie estrattive stesse, informazioni che (c’è da pensare) siano molto interessate a far apparire queste forme estrattive più che compatibili. Significativo però che adesso alcune case automobilistiche vogliano “mettere le mani avanti” e pure loro studiare la sostenibilità di questa produzione mineraria.

“(…) Dal 2035 (fra soli 13 anni) in Europa non potranno più essere vendute automobili a motori termici a benzina o diesel. È ormai da tempo in corso una ristrutturazione industriale senza pari nel mondo dell’automobile e tutti i maggiori marchi automobilistici stanno andando verso l’ELETTRIFICAZIONE dei veicoli, da ibridi a plug-in a 100% elettrici. La vettura 100% elettrica promette (e mantiene) zero emissioni di CO2 durante l’utilizzo, tuttavia per affrontare correttamente il problema occorre valutare l’intero ciclo vitale, dalla produzione all’utilizzo, fino allo smaltimento. (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nell’immagine qui sopra: MAPPA LITIO nel mondo, da https://www.nogeoingegneria.com/)

   Il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema; e attualmente esistono ben poche garanzie per regole e risarcimenti.

   E’ così probabile che il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del modo di procurarsi, da parte degli Stati e delle aziende automobilistiche, del litio (ma anche di altri preziosi materiali, come il cobalto) per la realizzazione delle batterie per le auto elettriche. Il metallo, specie in Europa ma in tutti i Paesi ricchi, fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche.

“(…) L’ESTRAZIONE del LITIO dal terreno può avvenire in DUE MODI: CON L’ATTIVITÀ MINERARIA e CON LA SALAMOIA DELLE SALINE, CIOÈ PER AFFIORAMENTO. In entrambi i casi, si tratta di ATTIVITÀ DAL FORTE IMPATTO AMBIENTALE, come testimonia una inchiesta del Guardian, ripresa da Internazionale, su quanto sta avvenendo in CILE, il Paese con le più grandi riserve mondiali del materiale indispensabile per costruire le batterie ricaricabili e al secondo posto, dietro l’Australia, per produzione annua (…)” (da https://www.flottefinanzaweb.it/) (nella FOTO qui sopra: Cantiere di estrazione e prima lavorazione del litio nel deserto di Uyuni in Bolivia, foto da www.corriere.it/)

   In questo momento alcune grandi aziende automobilistiche impegnate nello sviluppo dell’auto elettrica (specie tedesche, come Volkswagen e Mercedes) riconoscono la necessità di un controllo diretto dell’attività mineraria per renderla sostenibile con l’ambiente che vanno ad intaccare. Forse per questo (concentrandoci sui minerali più strategici per l’elettrificazione, il litio e in parte il cobalto) non a caso le miniere sono finora per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità (il triangolo geografico mondiale del litio è tra Bolivia, Cile e Argentina); oppure in aree africane poverissime (come il cobalto nel sud del Congo) dove egemonie locali e paesi esteri predatori fanno quello che vogliono ai danni dell’ambiente e delle popolazioni locali (in Congo i bambini lavorano in queste miniere).

“(…) L’elemento centrale di un’autovettura elettrica è rappresentato dalle batterie per l’immagazzinamento dell’energia. Queste hanno bisogno di numerose materie prime, ma fra queste le più importanti sono il LITIO e il COBALTO. Nel mondo, attualmente, quasi tutto il COBALTO viene estratto dalle miniere del sud del CONGO, in condizioni disumane per i minatori. AMNESTY INTERNATIONAL e UNICEF hanno recentemente pubblicato un documento in cui denunciano l’impiego di oltre 40mila BAMBINI all’estrazione del cobalto (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nella FOTO: Baby-minatore in Congo per l’estrazione del cobalto, foto da https://www.acronico.iy/)

   Pertanto, si capisce che dove si può esprimere la propria contrarietà, più o meno democraticamente, difficile è superare l’opposizione alle nuove miniere. Serve per questo un nuovo approccio nella necessità di trovare questi minerali: garantire estrazioni di queste nuove materie prime senza impatti ambientali e sociali; che le popolazioni autoctone non ne abbiano un danno ma eventualmente dei vantaggi di benessere e affrancamento (nel Sud e nel Nord del pianeta).

“(…) IL 62% DELLE RISERVE MONDIALI DI LITIO sono rappresentate dalle SALINE e l’80% di queste riserve si trova nel triangolo tra ARGENTINA, CILE e BOLIVIA. (…) DEPOSITI DI LITIO IN NATURA SI TROVANO anche nelle rocce e ricavarlo, come avviene per esempio in Australia o in Cina, ha un certo costo, sia economico che ambientale. Nelle saline invece il litio viene ricavato semplicemente facendo evaporare l’acqua per mezzo della radiazione solare: niente esplosivi, niente pile di rocce sterili, niente residui tossici. Ma questo non significa che non ci possano essere delle conseguenze. (…)” (Serena Tarabini, da “Il Manifesto” del 24/3/2021) (FOTO: SALINE con grumi per ricavare il litio, foto da  www.repubblica.it/)

   La transizione ecologica vorrebbe (vuole) un approccio nuovo al mondo (umano, animale e vegetale); ma per realizzarla, come nel caso dell’elettrificazione dei veicoli, rischia di andare contro i suoi stessi principi, quando cerca di accaparrarsi negli stessi modi di prima le nuove materie prime (come è il caso del litio). E’ necessario evitare, non replicare, gli errori del passato. Vanno trovate le soluzioni perché ciò non accada.

   L’opportunità data pur dalla negativa situazione del riscaldamento climatico è quella di cambiare i rapporti di sfruttamento sull’ambiente e sui paesi cosiddetti poveri del mondo. Per riuscire nella riconversione ecologica non si può che unire le forze tra i popoli: una svolta sociale. Per le auto elettriche il litio (il nuovo petrolio) va pagato al prezzo giusto e può (deve) diventare occasione di affrancamento culturale ed economico di parte del Sud del pianeta (cioè realizzare il volto migliore della globalizzazione). (s.m.)

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LOZNICA, nella Valle dello Jadar, luogo delle proteste contro la proposta di miniera di LITIO (vedi nella MAPPA: si trova a ovest di Belgrado ai confini con la Bosnia Erzegovina (MAPPA da https://www.treccani.it/)

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IL LITIO IN EUROPA (SERBIA) APRE LA SFIDA DEI METALLI PER IL 2022

di Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/

– In Europa la miniera di litio serba già sta facendo scalpore: il gigante Rio Tinto ha interrotto i lavori. Perché? Il 2022 segnerà la sfida su uno dei metalli più ricercati per la transizione green –

   L’estrazione del metallo è vitale per la rivoluzione dei veicoli elettrici e sarebbe un potenziale vantaggio economico per la Serbia (dove è stato scoperto un giacimento), aiutando l’accesso in Europa a una risorsa strategica.

   Ma il progetto del gigante australiano Rio Tinto si è fermato dopo tante e tenaci proteste dei cittadini della valle serba di Jadar, dove era nato il progetto di uno dei più grandi giacimenti di litio d’Europa.

   Tutto bloccato, dinanzi a timori ambientalisti – il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema – e poche garanzie per regole e risarcimenti.

   Il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del litio in Serbia? Il metallo in Europa fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche

La miniera di litio in Serbia non si farà (per ora)

Le ultime novità sull’ambizioso progetto di Rio Tinto per estrarre litio in Serbia raccontano del colosso che ha deciso di fermarsi.

   Troppe le proteste ambientaliste, evidente la titubanza del presidente serbo che si prepara alle elezioni dell’anno prossimo e palese la volontà della città di Loznica (in Serbia) che ha ritirato una decisione di zonizzazione per consentire lo sviluppo industriale nella valle.

   Il presidente serbo Aleksandar Vucic, che sostiene la miniera, ha affermato che non procederà a meno che il Paese non sostenga il progetto e non vengano applicati gli standard ambientali. La controversa legge sull’espropriazione dei terreni, necessaria per gli scavi di Rio Tinto, tornerà in Parlamento.

   La multinazionale mineraria, che si è impegnata a investire 2,4 miliardi di dollari per costruire il giacimento di litio, ha insistito sul fatto che non abbandonerà lo sviluppo del territorio e ha promesso un maggiore dialogo con la gente del posto. Per conquistare i locali ha ristrutturato scuole e impianti sportivi.

   Rio Tinto ha affermato che l’effetto ambientale dei pozzi profondi 500 metri, di un impianto di lavorazione e di un impianto di stoccaggio dei rifiuti sarebbe minimo.

   Ma i manifestanti e gli ambientalisti credono che il progetto distruggerebbe terreni agricoli preziosi.

“Non c’è alcuna possibilità che questa miniera possa estrarre il litio in modo ecologicamente sostenibile”, ha affermato Savo Manojlovic, leader di Kreni Promeni (Go, Change), il principale gruppo dietro le proteste. “Questa non è come la passione verde dell’occidente. Per noi è una questione di sopravvivenza.”

   Il caso racconta molto delle prossime sfide del mondo più verde. Le proteste in Serbia riflettono una battaglia più ampia che l’industria mineraria e i responsabili politici devono affrontare nel passaggio a un’energia pulita.

   Elettrificare l’economia globale richiede più minerali come rame, litio e cobalto, ma sta diventando sempre più difficile superare l’opposizione alle nuove miniere. E, soprattutto, garantire sfruttamenti responsabili e con impatti ambientali e sociali limitati.

Cosa significa (anche per l’UE) sfruttare il litio serbo?

Pur con tanti dubbi, la Serbia stava facendo affidamento a questa preziosa scoperta.

   La produzione economica pro capite del Paese balcanico è circa un terzo dell’Europa occidentale e Belgrado sperava che il litio diventasse un pilastro economico. Rio afferma che la miniera contribuirebbe direttamente all’1% e indirettamente al 4% del PIL del Paese.

   Il Governo vedeva ulteriori vantaggi nel rendere Jadar parte di una catena di fornitura di metalli per batterie, dall’estrazione mineraria alla produzione di veicoli elettrici.

   L’impatto economico totale, compresi altri investimenti, potenzialmente promette di essere superiore a 10 miliardi di euro all’anno, fino al 22% del PIL.

   Secondo i documenti visionati dal FT, Belgrado aveva messo in conto che la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo per quota di mercato, investisse fino a 2,5 miliardi di euro. Altri produttori di batterie come la tedesca Varta o la slovacca InoBat, una società sostenuta da Rio, poteva aggiungere altri 1,5 miliardi di euro. Una casa automobilistica come Volkswagen poteva investire 3 miliardi di euro nella produzione di veicoli elettrici.

   Oltre alle sue conseguenze economiche, la miniera poteva innescare un importante impatto geopolitico. La Serbia lotta per avere influenza nei Balcani tra UE, Russia e Cina.

   Il litio dava a Belgrado la possibilità di esercitare un’influenza maggiore sull’UE, che è rimasta indietro rispetto alla Cina nella corsa ai materiali per le batterie, e in particolare alla Germania, le cui case automobilistiche vogliono procurarsi le batterie localmente piuttosto che dipendere da Pechino.

   Tutto fermo, per ora. C’è da scommettere che si tornerà a parlare del litio serbo. Anche perché il presidente Vucic ha promesso di coinvolgere l’Unione Europea per garantire un’estrazione sicura. (Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/)

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SERBIA: CONTINUANO LE PROTESTE CONTRO L’ESTRAZIONE DI LITIO

di Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022

– Centinaia di manifestanti in Serbia hanno bloccato il traffico in diverse località del Paese, il 3 gennaio, per protestare contro la possibile creazione di miniere per l’estrazione di litio –

   A riportare la notizia, il 3 gennaio, è stata l’emittente indipendente RFE/RL. È da settimane che continuano le proteste ambientaliste, organizzate da manifestanti per esortare il governo a respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale.

   Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, con sede a Londra, ha annunciato di studiare il possibile sviluppo di una miniera di litio in Serbia. Gli esperti ritengono che il Paese potrebbe ospitare una delle più grandi strutture estrattive d’Europa. La miniera avrebbe il potenziale di generare entrate significative dall’esportazione, nonché creare numerosi posti di lavoro per la Serbia, soprattutto se il Paese decidesse di raffinare localmente il litio e di sviluppare impianti di batterie a base del materiale.  

   Da parte sua, Rio Tinto ha ribadito che rispetterà le leggi e gli standard ambientali, ma i gruppi ecologisti temono che le miniere di litio possano arrecare gravi danni all’ambiente. Ad oggi, la società ha effettuato solo esplorazioni. “Rio Tinto deve lasciare la Serbia”, ha dichiarato Aleksandar Jovanovic, uno dei leader della protesta. Tali progetti sono sostenuti dal presidente serbo, Alaksandar Vucic, che ha più volte condannato le manifestazioni, definendole “politiche”. Tuttavia, il leader di Belgrado ha assicurato che non verranno implementati i piani per la costruzione delle miniere finché non saranno completate le dovute valutazioni ambientali.

Il litio rappresenta una materia prima fondamentale per la produzione di gran parte delle moderne apparecchiature tecnologiche, anche in campo militare. Inoltre, si prevede che, nei prossimi anni, la domanda di auto elettriche alimentate a batteria al litio possa subire un brusco aumento, soprattutto perché Stati Uniti, Europa e Cina stanno tentando di ridurre le emissioni di carbonio.

   A livello globale, la disponibilità del litio resta limitata e, al momento, il suo mercato starebbe assistendo ad una fase di cambiamento. Dopo un periodo di disponibilità in eccesso rispetto alla domanda che si è protratto fino al 2018, la situazione è cambiata con la crescita del settore delle auto elettriche, soprattutto a partire dalla scorsa estate.

   Nel mese di gennaio 2021, le vendite di automobili elettriche in Asia sarebbero triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al contempo, anche in Europa il mercato delle automobili alimentate con fonti alternative ha superato quello di veicoli alimentati a diesel per la prima volta, nel terzo trimestre del 2020. In tale contesto, è iniziata a verificarsi una carenza nelle forniture di litio. Secondo alcuni esperti citati da Global Times, nel 2020, per la prima volta, l’equilibrio tra offerta e domanda di litio è stata in deficit.

   In tale quadro, è importante sottolineare che la Serbia è chiamata a far fronte i suoi problemi ambientali per avanzare verso l’adesione all’Unione Europea. Vucic ha più volte espresso l’intenzione di favorire l’ingresso di Belgrado nell’UE, ma, al contempo, ha anche promosso stretti legami con Russia e Cina.

   Quanto a quest’ultima, sono stati attivati numerosi investimenti cinesi nel settore minerario e infrastrutturale serbo. Mosca, invece, ha approfittato delle recenti controversie tra Serbia e Kosovo per riavvicinarsi allo storico alleato. Nei mesi di settembre e ottobre, le tensioni tra Serbia e Kosovo si sono riacuite a causa di una controversa disputa sulle targhe, culminata con il dispiegamento di veicoli blindati e truppe lungo i confini che i due Paesi condividono.

   Sebbene la crisi sia poi stata risolta, il 30 settembre, grazie ad un accordo mediato dall’Unione Europea, la Russia ha colto l’occasione per riemergere negli affari serbi. Nell’ultimo periodo, il focus è stato posto sulle questioni ambientali, sia in Serbia sia in altre nazioni balcaniche, a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. I manifestanti hanno organizzato le varie proteste durante i fine settimana per condannare le autorità serbe, che sembrerebbero favorire gli interessi degli investitori stranieri. (Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022) 

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LA PIÙ GRANDE MINIERA DI LITIO IN EUROPA MOSTRA IL LATO OSCURO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021 Continua a leggere

IL NUCLEARE È ENERGIA VERDE IN EUROPA?? – La ripresa del progetto nucleare (per aiutare la FRANCIA a risistemare le sue obsolete centrali) con l’inserimento dei reattori atomici tra le energie pulite sembra (è) cosa fuori del tempo (e la GERMANIA si astiene, pur chiudendo le sue centrali) – E l’ITALIA?

“(…) IL DADO È (QUASI) TRATTO – IL VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS È SCRITTO nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della FRANCIA per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la GERMANIA avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. IL NUCLEARE SARÀ INCLUSO TRA LE FONTI ENERGETICHE INDICATE DALLA COMMISSIONE UE COME MERITEVOLI DI RICEVERE UN SOSTEGNO ECONOMICO nell’ottica di riduzioni delle emissioni. La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però L’OK È SCRITTO NERO SU BIANCO. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la FRANCIA, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021) – (l’immagine qui sopra è ripresa da https://www.qualenergia.it/ )

   La Commissione Europea ha preso una decisione, in tema di impianti energetici, che sconfessa la sua volontà, finora espressa, di perseguire un Green Deal. Infatti il nucleare viene incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione come meritevoli di ricevere un sostegno economico: questo nell’ottica delle riduzioni delle emissioni, cioè che le centrali nucleari non producono Co2, e allora vanno bene. La bozza del piano elaborato dalla Commissione Ue, prevede infatti l’inclusione proprio del nucleare (a del gas naturale) nella tassonomia Ue (cioè nella lista delle attività definite sostenibili da Bruxelles).

“(…) A metà 2021 si contavano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019. Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima. (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) (nell’immagine: la situazione degli impianti nucleari nel mondo – sempre da https://www.reteclima.it/)

   E’ evidente che questa decisione è pesantemente condizionata dalla Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma; ma che anche deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti (la maggior parte molto vecchi). Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro (e c’è bisogno dell’aiuto Ue).

   Interessante il fatto che se “solo” Germania, Austria, Spagna e Lussemburgo si sono all’inizio opposte a questa decisione, nel giro di 24 ore la Germania ha fatto sapere, attraverso il nuovo cancelliere Scholz, che non si opporrà più, che si asterrà su questa decisione. Una decisione necessitata dal mantenere stretti rapporti di amicizia con la Francia, oltreché forse dal fatto che la Germania (che sta spegnendo tre delle sue ultime sei centrali nucleari) si è accorta di avere molto pochi alleati per un’eventuale opposizione. E anche della necessità di aiutare l’alleato Macron che in aprile di quest’anno dovrà affrontare non facili elezioni presidenziali per una sua possibile riconferma.

“(…) Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020. Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1). In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più…(…) La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (L’IMMAGINE: Costruzione centrali nucleari negli anni, sempre da https://www.reteclima.it/)

   E così l’Unione Europea apre la possibilità concreta di rilanciare l’energia nucleare come fonte green; produzione di energia nucleare in questo periodo storico per tanti motivi in crisi (vi invitiamo a leggere quanto scrive “ReteClima” sul tema riportato in questo post qui di seguito). Nucleare green assieme anche al gas naturale: con la condizione per quest’ultimo che la sua emissione di Co2 non superi i 270 grammi per kilowatt; e che il via libera a nuovi investimenti nel gas avvenga solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Sul gas (di cui l’Italia usufruisce per la maggiore) ci troviamo d’accordo nel considerarlo combustibile fossile “di transizione” nel passaggio completo alle fonti rinnovabili, il male minore; che invece il nucleare passi come una energia rinnovabile ed ecologica, ci sembra cosa incredibile.

NUCLEARE, LA GERMANIA fa retromarcia: SI ASTERRÀ sulla decisione Ue di inserirlo tra le energie pulite
Nonostante le parole di fuoco del ministro dell’Economia e leader dei Verdi contro la proposta della Commissione, il governo SCHOLZ (nella foto il nuovo cancelliere Olaf Scholz) ha deciso di non chiedere modifiche al testo: Berlino sa di non avere molti alleati

   Incidenti catastrofici che hanno segnato il dolore e la vita di milioni di persone (Cernobyl, Fukushima, il pericolo scampato a Three Mile Island….), il fatto che l’atomo sia pericolosissimo (e costosissimo è fare centrali…), che le scorie radioattive abbiamo effetti letali per decine di migliaia di anni (eredità nostra al mondo futuro, umano, ma anche animale e vegetale….), tutto questo non conta, in prospettiva poi di ribadire l’avvento di un Green Deal, una nuova era verde…..

Evoluzione tra il 2009 e il 2020 del prezzo della generazione elettrica con diverse tecnologie (immagine da https://www.dw.com/)

   Il 2022 parte dunque, sul versante energetico per l’Europa, con una delusione rispetto alle aspettative finora espresse, di una svolta energetica: ci troviamo invece tra la necessità di andare decisamente verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, e dall’altra al contrario di ribadire un percorso nuclearista che ritenevamo oramai superato (almeno nell’Unione Europea, pur riconoscendo l’anomalia dei cugini francesi…).

L’ETÀ MEDIA della flotta di reattori nucleari in operazione è in crescita, ATTESTANDOSI OGGI A 30,7 ANNI: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni. (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021)

   E anche l’Italia tacerà, si adeguerà; divisa sui contenuti energetici al suo interno; e pur ricordandosi il referendum (del 1987) di bocciatura del nucleare; e della improbabilità nel nostro Paese che si voglia riprendere un progetto nuclearista (in Italia non si riesce ancora a “collocare definitivamente” -triste dicitura…- il lascito delle scorie radioattive prodotte quarant’anni fa).

   La strada che sembrava prospettarsi positivamente fino a qualche mese fa, appariva assai condivisibile: un modello energetico fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione (noi avremmo solo aggiunto qualcosa sul risparmio energetico). Ora la situazione è diversa.

Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa (immagine da https://www.reteclima.it/)

   L’iter per questa decisione europea, che porterà a consistenti finanziamenti per i Paesi che hanno centrali nucleari, in primis la Francia, ma anche per chi vorrà (o chiederà) di perseguire il progetto di reattori atomici, questo iter di approvazione della bozza di Bruxelles ha un percorso non breve: il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e dei governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo; e poi la decisione entrerà in vigore nel 2023…e anche se adesso pertanto nulla è ancora definitivo, è presumibile che il tutto possa passare. Una decisione a nostro avviso scellerata. Un passo indietro per una vera “nuova Europa”. (s.m.)

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ALLO STUDIO IMPIANTI NUCLEARI DI IV GENERAZIONE (in possibile costruzione tra non meno di 10 anni) “(…) I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive (ridotta la loro vita a soli 300 anni!!!).   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR). Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo “i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo(da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (Immagine: STOP NUCLEARE, da https://www.dw.com/)

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RETECLIMA

ANACRONISTICO NUCLEARE: IL MERCATO HA SCELTO LE FONTI RINNOVABILI, PIÙ ECONOMICHE E SICURE

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

   Le fonti energetiche rinnovabili costano circa quattro volte in meno rispetto al nucleare.

Nel 2020 produrre 1 kWh di elettricità con il fotovoltaico è costato in media 3,7 $/kWh, con l’eolico 4 $/kWh, con il gas è costato 5,9 $/kWh, con il carbone 11,2 $/kWh e con il nucleare ben 16,3 $/kWh .

   A riportare questi dati è il “World Nuclear Industry Status Report 2021” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

   Il rapporto è stato curato da Mycle Schneider, consulente energetico indipendente con sede a Parigi, che nella stesura ha coinvolto numerosi altri esperti internazionali e prestigiose università (Harvard, British Columbia, Tokyo, Berlino).

LA SITUAZIONE DEGLI IMPIANTI NUCLEARI NEL MONDO

A metà 2021 si contano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019.

   Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima.

   Tutto questo non vale però per la Cina, dove si concentrano le nuove installazioni, senza la quale la diminuzione della produzione sarebbe ancora maggiore: nel 2020, la Cina ha infatti prodotto per la prima volta più elettricità nucleare della Francia, paese che ricava dal nucleare il 71% della propria energia, risultando seconda solo agli Stati Uniti.

   Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020.

   Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1).

   In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più, comprese due unità la cui costruzione ha avuto inizio rispettivamente 36 e 45 anni fa.

   La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti. Si tratta di un classico cane che si morde la coda: le aziende costruttrici sono costrette ad aumentare in itinere la potenza dei generatori, nello sforzo di utilizzare l’economia di scala per rimediare a costi ormai insostenibili, e così questi costi crescono ancora.

   Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa.

   L’età media della flotta di reattori in operazione è in crescita, attestandosi oggi a 30,7 anni: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni.

   A metà 2021 il WNISR 2021 conta un totale di ben 196 reattori chiusi, di cui solo 20 sono stati completamente smantellati, mentre i rimanenti sono o in attesa di decommissioning o in fasi diverse del processo di chiusura.

   Ricordiamo che, come capita anche per le centrali a carbone o a gas, ovviamente anche i reattori nucleari hanno una “data di scadenza”, cioè un periodo di tempo predeterminato di operatività oltre il quale non è più possibile – o economicamente sostenibile – mantenerli attivi.

   I primi impianti (di I e II generazione) erano stati progettati per funzionare per un periodo di circa 30 anni, mentre per le centrali più moderne la durata operativa potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

   Alla fine di questo periodo è necessario iniziare il cosiddetto processo di decommissioning, che consiste in una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento completo dell’impianto: la durata media di questo processo è di circa 20 anni.

   I fondi stanziati dai governi per queste operazioni vanno dai 23-38 miliardi di euro di Francia e Germania, fino ai 109-250 miliardi di euro stimati nel Regno Unito. Gli autori del report sottolineano, però, che né Francia né U.K. hanno mai smantellato completamente alcun reattore; quindi, al momento, abbiamo a disposizione solo delle stime e nessun dato economico reale a consuntivo.

LA NUOVA GENERAZIONE DI REATTORI

Ma allora perché si continua, anche in Italia, a parlare di nucleare come di un’opzione fattibile?

   I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive.

   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).

   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR).

   Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. I componenti di questi reattori possono essere assemblati in fabbrica prima di essere inviati al sito di costruzione, inoltre, è possibile installare più unità (moduli) nello stesso impianto, in modo da poter regolare la potenza erogata in base alle necessità

   Molti di questi reattori, infine, adottano la cosiddetta “sicurezza passiva”, cioè non richiedono l’intervento umano per l’attivazione delle misure emergenza.

   Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo. “I cosiddetti reattori avanzati di vario tipo, compresi i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), fanno molto rumore nei media, hanno ottenuto diversi finanziamenti pubblici, ma i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo.

   I pochi esemplari in costruzione (Argentina, Cina, India) hanno subito numerosi ritardi e ci vorranno ancora anni per il loro completamento.

   In Russia i due mini-reattori montati su una chiatta galleggiante nell’Artico, connessi alla rete nel 2019, hanno avuto un costo per unità di generazione pari al doppio di quello delle più costose centrali di III generazione: in Corea del Sud il reattore SMART non risulta appetibile ai privati in quanto economicamente non competitivo.

   In conclusione; pur essendo potenzialmente interessanti a livello teorico, purtroppo si tratta di tecnologie ancora allo stadio embrionale che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040.

   La transizione energetica non può però aspettare questi tempi, deve essere attuata immediatamente: aspettare altri dieci anni (o più) implicherebbe quasi sicuramente superare i +2°C di aumento della temperatura media globale, la soglia limite concordata negli accordi climatici internazionali.

LE RINNOVABILI HANNO GIÀ VINTO SUL MERCATO

Il capitolo finale della pubblicazione offre un paragone impietoso tra nucleare e rinnovabili da un punto di vista economico.

   Nel 2020 la capacità nucleare netta è aumentata di 0,4 GW, mentre sono stati installati ben 256 GW di rinnovabili non idroelettriche (soprattutto eolico e fotovoltaico).

   L’investimento totale in nuova elettricità ottenuta da solare ed eolico ha superato i 300 miliardi di dollari, ben 17 volte il valore degli investimenti globali effettuati per l’energia nucleare: serve però sottolineare anche il fatto che i finanziamenti al nucleare sono essenzialmente pubblici (non solo in Cina e Russia, ma anche in Francia), mentre le rinnovabili hanno da tempo attirato l’interesse e gli investimenti dei privati.

   Per quanto riguarda i costi, l’analisi dell’LCOE* (basata sulle autorevoli stime di Lazard), mostra che, tra il 2009 e il 2020, i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi del 90%, quelli dell’eolico del 70%, mentre per il nucleare questi costi sono aumentati del 33%.

   Nel 2020 le rinnovabili nell’UE (compreso l’idroelettrico) hanno superato per la prima volta i combustibili fossili diventando la fonte primaria di elettricità; inoltre, anche senza l’idroelettrico, hanno per la prima volta generato più energia dei reattori nucleari.

   “Le rinnovabili oggi sono diventate così economiche che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi di base delle centrali nucleari”

   “Oggi dobbiamo mettere al primo posto la questione dell’urgenza […] ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica perché questo denaro non può essere usato per investire in opzioni più efficienti di protezione del clima.” (MYCLE SCHNEIDER, intervista rilasciata a DW)

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

*L’LCOE (Levelized Cost of Energy) è una misura sintetica della competitività economica complessiva delle diverse tecnologie di generazione di energia. Rappresenta il costo di produzione di 1 MWh di energia elettrica generata, comprensivo dei costi di costruzione e di gestione dell’impianto di generazione (tratto dal sito ENEA).

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COMMISSIONE UE, VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS COME FONTI UTILI PER LA TRANSIZIONE VERDE. ALL’ATOMO AIUTI FINO AL 2045

da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021

– Il via libera a nucleare e gas è scritto nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della Francia per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la Germania avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. Salvini: “Pronti a raccogliere firme per referendum” –

   Il dado è (quasi) tratto. Il nucleare sarà Continua a leggere

IL CLIMA CHE CAMBIA, le proposte di LEGAMBIENTE: per l’eliminazione della CO2, e per provvedimenti globali (vedi la Cop 26); e poi per scelte di ciascuno più ecologiche. Si deve, per i territori più in crisi, approvare un “Piano Nazionale di Adattamento al Clima” – Una nostra riflessione sul RAPPORTO UOMO-NATURA

Dal nuovo rapporto annualeil clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.  Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.(…)» (23 Novembre 2021 – da https://greenreport.it/)(nell’immagine la copertina di presentazione del rapporto)

ITALIA NELLA MORSA DEGLI EVENTI ESTREMI: 133 SOLO NEL 2021

di Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021 https://ilmanifesto.it/

– Clima. Nel rapporto dell’Osservatorio «Città clima» le aree più a rischio: Roma, Bari e le coste –

   Il 27 settembre 2021 una grandinata ha causato 8 feriti a Bivigliano, una frazione di Vaglia, nel fiorentino. Nel paese anche 100 veicoli danneggiati e tetti scoperchiati. È solo uno dei 133 eventi estremi registrati in Italia nell’ultimo anno, censiti da Legambiente che lunedì 22 novembre (2021) ha presentato l’edizione aggiornata del rapporto «Il clima è già cambiato». Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico dell’Osservatorio Città Clima (cittaclima.it), segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(CITTÀCLIMA: MAPPA DEL RISCHIO DAL 2010 AL NOVEMBRE 2021) – Il clima è già cambiato: il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente. In Italia aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti: dal 2010 al 1° novembre 2021 registrati 1.118 eventi meteorologici estremi (+17,2% rispetto alla scorsa edizione del rapporto) verificatisi in 602 comuni (95 in più rispetto allo scorso anno) con 261 vittime. Presentato il 23 novembre scorso (2021) da Legambiente, il RAPPORTO “CITTÀ CLIMA 2021”

Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 Comuni italiani. Nello specifico, negli ultimi dodici mesi si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LA TEMPESTA VAIA DEL 29 OTTOBRE 2018 – foto da https://www.ilfriuli.it/

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane, 9 solo nei primi dieci mesi del 2021 (e 261 dal 2010). Tra le città più colpite dagli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici c’è Roma, dove negli ultimi undici anni si sono verificati 56 eventi (9 nell’ultimo anno), 32 dei quali hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è Bari, con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano segue con 30 eventi totali: almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LE ALLUVIONI SEMPRE PIÙ FREQUENTI (foto da https://asvis.it./ Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile)

   Le grandinate estreme, come quella di Bivigliano, rappresentano un nuovo fenomeno censito, perché – spiega Legambiente – «colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani». Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di questo tipo. Un altro approfondimento del rapporto riguarda la resilienza delle reti elettriche e ferroviarie, ed è stato realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione e Fs italiane. Dal 2010 ad oggi si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche per il maltempo. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(Il libro di JASON HICKEL “SIAMO ANCORA IN TEMPO, Come una nuova economia può salvare il pianeta”, Ed. IL SAGGIATORE) – “(…) Il titolo originale del libro è netto: Less Is More: How Degrowth Will Save The World. Non si sa perché l’editore italiano abbia deciso di distorcerlo ed edulcorarlo, censurando la parolina urticante “decrescita” e riducendo la questione della salvezza del pianeta ad una faccenda economica. La tesi dell’autore, invece, è tanto complessa quanto radicale. La decrescita è un’idea di cui non si può fare a meno – scrive – perché ci fa uscire dal “culto della crescita” e “ci scuote dallo stordimento” (p.261) di una ideologia totalizzante, di una “metafora potente”, per di più, apparentemente democratica, poiché allude alla possibilità di un miglioramento infinito, per imitazione e “gocciolamento”, del tenore di vita di ciascun individuo. (…)” (Paolo Cacciari)

   Di fronte a questo quadro, Legambiente è tornata a ribadire l’urgenza di approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Sono 23 i Paesi UE, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia. Il Rapporto 2021 individua le 14 aree del Paese dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

“(…) Non è l’economia lo scoglio più difficile da superare, ma sradicare dalle menti l’idea che per esaudire i nostri bisogni e i nostri desideri sia necessario produrre merci in quantità sempre maggiore e più in fretta. La transizione ecologica riguarda prima di tutto l’atteggiamento mentale. Se riusciremo a superare l’idea di una natura avara e scarsa e a vederci invece come sua parte, allora, forse, la considereremo non solo sufficiente e bastevole, ma abbondante.” (PAOLO CACCIARI, a commento del libro di JASON HICKEL: Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta) (la foto qui sopra è da https://www.nuoverigenerazioni.eu/)

   Ad intere città – quelle già viste più Genova e Palermo – vanno aggiunte aree come la costa romagnola e il Nord delle Marche, con 42 casi, o la Sicilia Orientale e la costa agrigentina, con 38 e 37 eventi estremi. In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8 °C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari a un terzo di quella annuale. Senza dimenticare la devastazione del medicane Apollo, tra il 24 e il 29 ottobre scorsi. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(SIAMO L’ARIA CHE RESPIRIAMO, Piano B edizioni) – Arne Naess filosofo e alpinista norvegese, pioniere della ricerca interculturale e delle visioni socio politiche non violente, è stato il fondatore agli inizi degli anni Settanta del movimento della deep ecology o ecologia profonda. L’ecologia profonda è una filosofia contemporanea basata sul superamento dell’antropocentrismo e su una nuova etica ambientale che abbraccia le piante e gli animali oltre che gli uomini. L’ecologia profonda pone domande profonde, sulle cause profonde e nasce da una relazione profonda con l’ambiente a cui sentiamo di appartenere: è un invito alla gioia, all’identificazione con la natura e all’espansione del sé verso gli altri esseri. Dal Sito https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/recensioni/siamo-laria-che-respiriamo/

  

   Quattro per Legambiente le priorità per ridurre la vulnerabilità. (1) Oltre all’approvazione del Piano di adattamento va previsto (2) un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Inoltre, (3) occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. Infine, bisogna (4) rivedere le norme urbanistiche: si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, a intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972. Donella Meadows, Dennis Meadows e altri ne furono gli autori. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3, predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana, riprendendo alcune delle preoccupazioni e delle predizioni del Rev. Thomas Malthus.  Nel modello originale furono prese in considerazione 5 variabili, sotto l’ipotesi che queste stiano seguendo una crescita esponenziale. Le variabili erano: popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse. (…) Nel 1992 è stata pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della “capacità di carico” del pianeta. Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato nel Giugno 2004 dalla Chelsea Green Publishing Company. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l’accento dall’esaurimento delle risorse alla degradazione dell’ambiente. (di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/)

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RAPPORTO DELL’OSSERVATORIO CITTÀCLIMA 2021: DAL 2010 AL 1° NOVEMBRE, 1.118 EVENTI METEOROLOGICI ESTREMI (+17,2%) verificatisi in 602 comuni (95 in più ) con 261 vittime

[23 Novembre 2021] – da https://greenreport.it/

   In Italia è già emergenza clima: aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti

Le 14 aree più colpite dagli impatti climatici. Legambiente: «Siamo l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima»

   Dal nuovo rapporto annuale “il clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente – realizzato con il contributo del Gruppo Unipol e con la collaborazione scientifica di Enel Foundation – emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.

   Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.  Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico, 133 nell’ultimo anno, segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 comuni italiani, 95 in più rispetto allo scorso anno (quasi +18%). Nello specifico si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense con 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico».

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane: 261 vittime, 9 solo nei primi 10 mesi del 2021. Tra le città più colpite: Roma dove, dal 2010 al 1° novembre 2021, si sono verificati 56 eventi, 9 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 32, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni.

   Un elemento di novità nel Report 2021 di Legambiente è l’arricchimento del quadro degli impatti degli eventi climatici mappati e analizzati che include anche le grandinate estreme, fenomeni che colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani, e un approfondimento sulla resilienza delle reti elettriche e ferroviarie realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione, Fs italiane. Il rapporto sottolinea che «Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di danni causati dalla grandine. Dal 2010 ad oggi, a causa del maltempo, si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche dovuti al maltempo».

   Di fronte a questo quadro, Legambiente torna a ribadire l’urgenza di «Approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento al Clima. Sono 23 i Paesi Ue, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia».

   Presentando il rapporto, il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha detto che «Lo scenario di intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi descritto dal nuovo Rapporto dell’Osservatorio CittàClima impone al nostro Paese di prendere decisioni non più rimandabili, in grado di evitare che gli impatti siano ancora più rilevanti.

   Quello che la mappa e i dati del rapporto CittàClima mettono in evidenza è che i territori non sono tutti uguali di fronte a questi fenomeni, in alcune aree del Paese si ripetono con più intensità e creano maggiori danni e, dunque, occorre che siano le priorità delle politiche di adattamento. Oggi non è così, perché il nostro Paese non ha un piano che individui strategie e interventi più urgenti, per cui il rischio è che anche le risorse del PNRR siano sprecate. Siamo rimasti gli unici in Europa in questa situazione, pur essendo uno dei Paesi che conta i danni maggiori. Per questo dobbiamo valorizzare i sistemi di analisi, le competenze e le tecnologie di cui disponiamo per monitorare gli impatti e per comprendere come ripensare gli spazi delle città, in modo da mettere in sicurezza le persone e cogliere questa opportunità per renderli anche più vivibili».

   Nel Rapporto 2021 Legambiente ha individuato 14 aree dell’Italia dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e in alcuni casi negli stessi territori ondate di calore, e spiega che «Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità e per questo dovrebbe portare a un’attenzione prioritaria da parte delle politiche. Ad intere città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti territori colpiti da eventi estremi ripetutamente e negli stessi luoghi. Si tratta di aree come la costa romagnola e nord delle Marche, con 42 casi, della Sicilia orientale e della costa agrigentina con 38 e 37 eventi estremi.

   In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8° C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari ad un terzo di quella annuale. Inoltre, proprio questa parte dell’isola è stata teatro di devastazione a seguito del medicane Apollo.

   Colpita anche l’area metropolitana di Napoli dove si sono verificati 31 eventi estremi, mentre, tra gli altri territori, ci sono il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi di cui 12 casi di danni da trombe d’aria, la costa nord Toscana (17 eventi), il nord della Sardegna (12) ed il sud dell’isola con 9 casi».

   Quello italiano è un quadro complesso, fatto di rischi ed impatti in corso, in un Paese che da decenni continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, mentre sono poche le risorse spese per la prevenzione.  

   Legambiente fa notare che «Progetti e interventi sono poi dispersi tra gli oltre diecimila individuati dalle Regioni, di cui non sono chiare utilità ed urgenza. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni».

   Il Rapporto passa in rassegna anche una serie di buone pratiche, adottate all’estero e in diverse città italiane, con risultati positivi nella prevenzione del rischio e nell’adattamento al cambio climatico: regolamenti edilizi sostenibili con la realizzazione di infrastrutture verdi, smart mapping, promozione delle fonti rinnovabili, piani di riduzione dei consumi negli edifici pubblici e industriali, gestione sostenibile di reti e infrastrutture, promozione dell’agricoltura urbana sostenibile, progetti di forestazione urbana, interventi mirati come realizzazione di aree di drenaggio.

   Il Cigno Verde segnala l’esempio di Glasgow, che poche settimane fa ha ospitato la COP26 Unfccc, che si è data obiettivi ambiziosi per la gestione sostenibile dell’acqua, puntando all’ammodernamento del ciclo dell’acqua con misure per il contenimento degli eventi meteorologici, attraverso la realizzazione di un piano di drenaggio delle acque superficiali che usi le aree verdi.

   Tra gli esempi italiani più virtuosi co sono Torino, che dopo Bologna e Ancona, il 9 novembre 2020 ha approvato il “Piano di Resilienza Climatica; Padova che il 14 giugno ha approvato il “Nuovo Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima” (Paesc), diventando la quarta realtà italiana a dotarsi di uno strumento specifico per il clima. Milano che sta mettendo in atto una serie di progetti innovativi nei campi dell’housing sociale, della rigenerazione urbana, della smart city e della prevenzione dai rischi idrogeologici e in prima linea negli investimenti per i tetti verdi.

   Per Legambiente sono 4 le priorità per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici: «Prima tra queste l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, la cui mancanza ha impattato anche nella programmazione delle risorse di Next Generation Ue. Si tratta infatti di un documento necessario per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio».

   Segue la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Per l’associazione ambientalista «Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Mite – che finanzia interventi nei Comuni con più di 60mila abitanti – è un primo passo in questa direzione ma occorre fare un passo avanti, individuando le aree urbane prioritarie e introducendo un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione di intervent»i

   Inoltre, «Occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico.

   Infine, bisogna rivedere le norme urbanistiche per salvare le persone dagli impatti del clima, perché si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore». (da https://greenreport.it/)

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UNA RIFLESSIONE PIÙ APPROFONDITA SUL

RAPPORTO UOMO-NATURA

(Alcune riflessioni da mettere in atto)

di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/  

   Intendo offrire un mio semplice contributo all’interessante dibattito che sta avvenendo anche sulla spinta di Convegni (G2O e COP26), di numerose e partecipate Manifestazioni di Giovani e Adulti in tutto il mondo, relativamente alle problematiche del clima e del rapporto Uomo-Natura.

   Sono temi strettamente legati al percorso che da due anni stiamo facendo sul “LAVORO” e sulle interdipendenze tra azione umana e trasformazioni ambientali. 

Punto primo

Ritengo che ancor oggi sia fondamentale riandare a rileggere attentamente il rapporto del 1972 del Continua a leggere

La COP26 di GLASGOW riuscirà a salvare il pianeta, creando regole vincolanti per gli Stati? (e non solo promesse)… e “compensare” i Paesi in via di sviluppo?… e far decidere gli scienziati (come chiedono i “Fridays for future”)? E noi non inquineremo più, e sosterremo la spesa della riconversione ecologica?

MANIFESTANTI PER GLASGOW, che chiedono risultati concreti contro il cambiamento climatico (foto da https://www.notiziegeniali.it/)

   Nella Conferenza internazionale sul clima Cop26, che si svolge tra il 31 ottobre e il 12 novembre a Glasgow, in Scozia, un certo pessimismo aleggia sul fatto che, al di là di quella che sarà la dichiarazione finale dei grandi progressi e impegni degli Stati per il contenimento del surriscaldamento globale, sicuramente una dichiarazione di ottimismo, in effetti le promesse e gli impegni degli Stati produrranno concretamente poco o niente.

COP26-Glasgow locandina manifesto

   Perché, dopo Glasgow, tutto sarà come prima (qualche lieve miglioramento forse: verrà sponsorizzata la Polonia perché usi meno carbone, ma India, Cina, Usa continueranno imperterrite a usare il carbone per le loro economie). E’ così purtroppo probabile che non ci sarà alcuna riconversione ecologica globale capace di fermare il disastro del clima che cambia (speriamo di sbagliare questa previsione).

Manifestazione di giovani a Glasgow (foto da https://www.open.online/)

    Perché poi noi, paesi ricchi, non possiamo avere la stessa ottica del problema (dell’inquinamento, del clima) dei paesi poveri e in via di sviluppo. E’ una questione che già ponevano gli ambientalisti una quarantina di anni fa (negli anni ’80 del secolo scorso) quando l’emergenza climatica era problema ancora poco sentito, ritenuto secondario. Cioè veniva fatta notare la contrapposizione tra i Paesi ricchi che non volevano la deforestazione, l’inquinamento industriale, lo spreco di risorse; e dall’altro i paesi poveri in via di sviluppo che contestavano i ricchi dicendo “Voi avete deforestato 200 e più anni fa, inquinato con le vostre industrie, consumato risorse; e adesso volete impedire a noi di uscire dalla povertà adottando i metodi ‘vostri’ del passato”. Come se ne esce?

“(…) Il colpo di scena di NARENDRA MODI (nella foto) a Cop26 è un grido di libertà per i Paesi emergenti e uno schiaffo all’Occidente. L’annuncio a sorpresa del primo ministro indiano che il suo Paese, il terzo peggiore inquinatore al mondo, andrà A ZERO CARBONIO MA SOLO DAL 2070 ha dominato il primo giorno di lavori del difficilissimo summit di Glasgow. (…)” (Francesco Guerrera, da “la Repubblica” del 2/11/2021)

   “Loro”, i poveri e in fase di uscita dalla povertà (ci mettiamo un po’ anche la Cina), sono in una fase diversa dalla nostra nel loro sviluppo: e spesso anche l’Occidente ha responsabilità enormi, passate (il colonialismo) e presenti (merci e lavoro usati a basso prezzo) per il loro sottosviluppo.

   E a Glasgow l’annuncio a sorpresa del primo ministro indiano che il suo Paese, il terzo peggiore inquinatore al mondo, andrà a zero carbonio ma solo dal 2070, pare essere una rivalsa contro chi vorrebbe impedire lo sviluppo con metodi anche inquinanti (l’uso massiccio della risorsa abbondante del carbone) per lo sviluppo di quei paesi poveri cui può essere annoverata anche l’India del premier Modi. Una battaglia, quella sul clima, in cui i Paesi in via di sviluppo considerano l’Occidente ipocrita.

LE EMISSIONI PRO CAPITE RIBALTANO LA GRADUATORIA NEGATIVA DI QUELLE COMPLESSIVE DI CINA E INDIA (schema ripreso da www.idealista.it/) – A occupare i primi posti in questa classifica sono i paesi arabi, con gli Stati Uniti a “bussare” alla porta della top ten e i nuovi grandi inquinatori come Cina e India più dietro.

   Pertanto è solamente un punto di vista diverso. Loro dicono: “noi ‘poveri’, che tentiamo di avere una qualità della vita un po’ simili ai paesi ricchi (salute, alimentazione, welfare: scuola, sanità, mobilità…), e che spesso produciamo beni a poco prezzo per i consumatori ricchi del Nord del mondo, ci viene chiesto di rivedere il nostro modello di sviluppo per non inquinare; uniformandoci a delle regole che le nazioni ricche propongono per l’allarme climatico”.

Glasgow Cop26. Accordo di 40 Paesi per ridurre l’uso del carbone ma senza Cina, India, Usa e Australia (foto da http://www.rainews.it/)

   In effetti la cosa non è così semplice; ad esempio, nel caso del surriscaldamento climatico, i paesi poveri del Sud del mondo ne sono spesso più vittime di quelli ricchi del nord (subiscono  danni: la desertificazione che cresce, la mancanza d’acqua, l’inquinamento dell’aria….).

   La richiesta del leader dell’India Modi che i paesi ricchi paghino lo sviluppo attraverso una riconversione ecologica ai poveri di un trilione di dollari (cifra apodittica: l’Occidente non ha nemmeno tirato fuori i 100 miliardi di dollari all’anno promessi alle nazioni in via di sviluppo nella Cop15 di Copenaghen, poi impegno ribadito a Parigi nel 2015 – e che ancora non sono arrivati), la richiesta di Modi pare essere un proposta realistica, concreta. Pagate tutto, e ci adeguiamo.

GRETA TUNBERG A GLASGOW – La giovane ambientalista contro i grandi del pianeta (foto da RaiNews)

   E se questo accadesse, gli Stati poi sarebbero disponibili a firmare, sottoscrivere, obiettivi internazionali giuridicamente vincolanti, e dare spazio, nelle scelte da farsi ai migliori scienziati del mondo, seguendo le loro linee di “cura del pianeta”? 

   E poi, questa conversione ecologica coinvolge tutti, anche noi consumatori; cioè siamo disposti a un aumento delle tasse per finanziare i paesi poveri che sono “indietro” nello sviluppo affinché non usino il carbone, non utilizzino fonti energetiche inquinanti? (quei 100 o più miliardi all’anno dovranno essere raccolti in qualche modo…)

“(…) Al 2021 almeno 34 dei Paesi meno sviluppati del pianeta stanno spendendo complessivamente in media 29,4 miliardi di dollari all’anno per pagare i servizi sul debito estero, mentre stanno destinando solo 5,4 miliardi di dollari a misure che mirano a ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Quest’ultima voce è però una previsione, che i governi fanno tenendo anche in conto la possibilità di ricevere finanziamenti climatici. I valori reali di spesa potrebbero essere quindi anche più bassi di quelli dichiarati. (…)” (da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ del 28/10/2021) (foto da https://www.ragionierieprevidenza.it/)

  E inoltre: siamo disposti a pagare le materie prime, i prodotti finiti…. provenienti in buona parte da paesi poveri ad un prezzo più equo rispetto a quello “di sfruttamento” che quasi sempre ora paghiamo (e facciamo finta di “non sapere”)?

   Per dire, che la riconversione ecologica del pianeta non è un fatto solamente o tecnologico o di puro convincimento di tutti gli Stati che bisogna fare un’economia pulita: è qualcosa che ci coinvolge tutti, che ci chiede impegno e partecipazione. (s.m.)

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(“Glasgow Breakthroughs” alla COP26 – Nella foto il premier inglese BORIS JOHNSON) – GLASGOW BREAKTHROUGHS è l’iniziativa che mira a incoraggiare gli investimenti privati ​​globali nelle tecnologie low-carbon, inizialmente in 5 settori industriali ad alta intensità di carbonio: agricoltura, elettricità, trasporti, acciaio e idrogeno

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PERCHÉ LA COP26 FALLIRÀ

di MARC LEONARD, 2 novembre 2021, da Project Syndicate PS – https://www.project-syndicate.org/

– Le conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici non sono riuscite a produrre un modello di governance globale in grado di domare le politiche di potere, per non parlare di forgiare un senso di destino condiviso tra i paesi. E ci sono poche ragioni per credere che questa volta sarà diverso. –

BERLINO – La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) in corso a Glasgow potrebbe concludersi con un grande accordo internazionale. Ma qualunque siano i successi tattici ottenuti alla COP26, è probabile che i risultati segneranno una battuta d’arresto strategica per l’umanità, almeno se confrontati con le speranze degli attivisti per il clima.

   Il mondo manca bersaglio dopo bersaglio. Ciò non dovrebbe sorprendere: mentre un numero crescente di paesi ha fissato obiettivi net-zero, ad esempio, pochissimi hanno piani credibili per raggiungerli. E anche se raggiungessimo gli obiettivi esistenti, ciò non sarebbe sufficiente per raggiungere l’obiettivo principale dell’accordo sul clima di Parigi del 2015: limitare il riscaldamento globale a 1,5℃ sopra i livelli preindustriali.

   In effetti, l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici avverte che è probabile che il pianeta raggiunga il limite di 1,5 all’inizio degli anni ’30. Finché l’impegno multilaterale sarà definito da nazionalismo, politica di potere ed emozione, piuttosto che da solidarietà, legge e scienza, il nostro futuro continuerà a diventare più cupo.

   Al culmine della Guerra Fredda, la serie televisiva americana The Outer Limits raccontava la storia di un gruppo idealista di scienziati che metteva in scena una falsa invasione aliena della Terra, nella speranza sbagliata di poter evitare l’Armageddon nucleare dando al mondo un nemico comune contro quale unire. Di fronte alla prospettiva dell’estinzione, la logica andava, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti avrebbero spostato la loro attenzione dalla competizione alla sopravvivenza condivisa.

   Oggi nessuno ha bisogno di escogitare una causa comune. Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia tanto grande quanto qualsiasi invasione aliena. Ma, lungi dallo scioccare i leader nazionali fuori dalla loro meschina competizione, viene brandita come un’arma in una guerra di propaganda multiforme. Dal Brasile e dall’Australia alla Cina e agli Stati Uniti, i paesi stanno cercando di ingannare i negoziati sul clima per trasferire i costi dell’adattamento su altri.

   Ad esempio, il governo brasiliano sta cercando di convincere il mondo a pagare per fermare la distruzione della foresta pluviale amazzonica. Il presidente cinese Xi Jinping parteciperà alla COP26 solo tramite collegamento video e il presidente russo Vladimir Putin potrebbe non partecipare affatto.

   Nel frattempo, le economie avanzate, comprese quelle che affermano con orgoglio di essere impegnate nell’azione per il clima, hanno infranto la promessa di fornire 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere la transizione climatica nel Sud del mondo. E anche se consegnassero, non sarebbe abbastanza.

   Le economie sviluppate stanno trovando modi sempre più coercitivi per modellare il comportamento di altri paesi. Gli impegni della maggior parte delle banche di sviluppo occidentali e multilaterali per fermare il finanziamento del carbone (ora affiancata dalla Cina) limitano le opzioni per l’espansione della rete nei paesi in via di sviluppo dove la domanda di energia sta crescendo rapidamente.

   I paesi influenti hanno anche esortato il Fondo monetario internazionale ad allegare condizioni ecologiche alla riduzione del debito per i paesi poveri, nonché alla sua nuova assegnazione di diritti speciali di prelievo (la riserva del FMI). E il meccanismo di adeguamento delle frontiere al carbonio dell’Unione europea – una barriera non commerciale intesa a costringere gli esportatori in Europa a passare alla produzione verde – danneggia in modo sproporzionato i piccoli emettitori in Africa e nell’Europa orientale con molto da perdere.

   Questo non per screditare i divieti del carbone, i finanziamenti verdi e i prezzi del carbonio. Al contrario, questi strumenti hanno un ruolo cruciale da svolgere nel cambiare il modo in cui funziona l’economia globale. Ma questo non significa che possiamo ignorare le (molto gravi) conseguenze per le economie in via di sviluppo. Invece, dobbiamo creare un nuovo grande patto incentrato sul sostegno all’adattamento nei paesi in via di sviluppo.

   Più in generale, dobbiamo garantire che qualsiasi accordo multilaterale per affrontare il cambiamento climatico sia disciplinato dal diritto internazionale, anziché dipendere dalla volontà dei singoli paesi. E il processo decisionale dovrebbe essere guidato da verità scientifiche, non da slogan politici.

   Il predecessore dell’accordo di Parigi sul clima, il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997, era sostanzialmente in linea con questo approccio: si trattava di un trattato multilaterale, con obiettivi internazionali giuridicamente vincolanti determinati dai migliori scienziati del mondo. Ma il Protocollo aveva anche molti difetti, e alla fine non andò lontano.

   L’accordo di Parigi ha preso una strada molto diversa. Fu salutato come un trionfo, perché le speranze di un accordo erano così basse. Ma comportava un grande compromesso: si basava su impegni non vincolanti noti come contributi determinati a livello nazionale. I paesi potrebbero semplicemente perseguire le politiche energetiche su cui avevano già deciso, mentre fingevano di lavorare insieme per affrontare il cambiamento climatico. Non sorprende che gli attuali NDC siano del tutto inadeguati a raggiungere gli obiettivi dichiarati dall’accordo. (la sigla NDC sta per Nationally Determined Contributions: si tratta delle promesse che sono state avanzate dai governi di tutto il mondo in termini di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra – ndr)

   A dire il vero, le COP sul cambiamento climatico hanno spesso dato importanti, anche se spesso procedurali, noiosi e tecnici, contributi alla lotta per il clima. Ma lo spettacolo e la politica del potere hanno ostacolato il vero progresso. E il circo mediatico e della società civile che circonda le conferenze – inteso a imporre responsabilità e trasparenza – ha spesso ostacolato la capacità dei negoziatori di portare a termine le cose.

   Più fondamentalmente, le COP non sono riuscite a produrre un modello di governance globale in grado di domare le politiche di potere, per non parlare di forgiare un senso di destino condiviso tra i paesi. E ci sono poche ragioni per credere che questa volta sarà diverso.

   Naturalmente, il problema si estende al di là delle Conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Mentre la globalizzazione economica ha sollevato milioni di persone dalla povertà, ha alimentato una crescente concentrazione della ricchezza. In questo contesto, gli sforzi per promuovere interessi condivisi possono diventare meno attraenti, perché producono ricompense asimmetriche.

   Aggiungete a ciò la psicologia dell’invidia scatenata dai social media, e diventa ancora più difficile spostare l’attenzione delle persone dalla loro posizione relativa nell’ordine gerarchico globale al bene comune. Queste tendenze hanno minato la fiducia nel potere del governo e alimentato il pessimismo sulla possibilità che emerga una soluzione.

   Il risultato è quello che gli scienziati sociali chiamano un problema di azione collettiva. Sia i leader che i cittadini concludono che la strategia a breve termine più razionale è quella di sostenere la causa a parole e sperare che altri risolvano la crisi. Nel frattempo, il pianeta brucia.

(Mark Leonard è cofondatore e direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere e autore di “The Age of Unpeace” -Bantam Press, 2021)

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UNO SCHIAFFO E UN GRIDO DI LIBERTÀ

di Francesco Guerrera, da “la Repubblica” del 2/11/2021

   Il colpo di scena di Narendra Modi a Cop26 è un grido di libertà per i Paesi emergenti e uno schiaffo all’Occidente.
   L’annuncio a sorpresa del primo ministro indiano che il suo Paese, il terzo peggiore inquinatore al mondo, andrà a zero carbonio ma solo dal 2070 ha dominato il primo giorno di lavori del difficilissimo summit di Glasgow.
   Sarebbe facile liquidarlo come l’esternazione di un leader nazionalista che vuole guadagnare voti con la sua base bistrattando l’Europa e l’America, e c’è sicuramente del vero in quell’interpretazione. Ma le parole di Modi sono anche il frutto di una strategia radicata in secoli di tensioni sanguinose, Continua a leggere

LA DIFFICILE RICONVERSIONE ENERGETICA, e le dichiarazioni del ministro, fanno ripartire le voci dei FILO-NUCLEARISTI – Come attuare progetti virtuosi per l’ENERGIA EOLICA OFFSHORE (sul mare) e il FOTOVOLTAICO (non su campi agricoli)? Il prossimo piano Energia e Clima e l’individuazione regionale dei siti

EUROPA: spunta il NUCLEARE? …tra le energie RINNOVABILI al posto di quelle FOSSILI? (immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Dopo le dichiarazioni favorevoli al “nuovo nucleare” del ministro alla transizione ecologica Cingolani (poi in parte smentite), si è subito riaperto il dibattito sul nucleare: cioè, in primis, se è un’energia “verde”? …da considerare valida nel programma europeo di riduzione fino all’eliminazione dell’uso dei combustibili fossili. Mettendo in allarme tutti quelli che (come noi) considerano l’energia nucleare assai pericolosa; e seppur senza emissioni di Co2 il nucleare “lascia” una quantità di scorie radioattive che restano in eredità alle future generazioni per migliaia di anni.

   Ma l’ipotesi di una riproposizione dell’energia nucleare in Europa va al di là delle parole di un ministro italiano, e sta mettendo a dura prova l’Unione Europea che vede al suo interno nazioni largamente nucleariste (come la Francia) e lobby potentissime che, superando il nucleare, dovrebbero rivedere i loro progetti (e guadagni) se passasse l’idea di puntare solo sulle energie rinnovabili (come pare fin qui si voglia da parte dell’UE): per i loro investimenti nella chimica, nel cemento, nell’industria automobilistica tradizionale.

Nei punti blu l’EOLICO attuale in Italia, e le potenzialità energetiche oltre le coste marine in IMPIANTI EOLICI OFFSHORE (Mappa-Eolico ripresa da https://www.enermedenergia.it/)

   Di tutto questo, ne vediamo alcuni aspetti negli articoli che riportiamo in questo post; cercando già in questa presentazione di provare a comprendere la necessità di sviluppare già da subito, e nei prossimi mesi, una politica atta alla creazione di impianti che producano energia rinnovabile (dal sole, dal vento) e che abbiano però una sostenibilità ambientale sicura (sennò che senso avrebbe questa trasformazione ecologica europea?).

   Proviamo noi a impostare la cosa, a cercare di chiarire qual è il problema. Partiamo con il “Green Deal”: la proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso (2021) e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035. Ebbene, parlando di energie non inquinanti, il Green Deal non ha avuto il coraggio di dire se il nucleare sia “chiuso al futuro”, non rientri tra le energie applicabili: lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell’energia sia “verde” oppure no.

Centrali nucleari in Europa (sono 186) (mappa da http://www.mollotutto.info/)

   E’ così, in questo dilemma “nucleare sì, nucleare no”, che la cosa dovrà al più presto essere chiarita: si discute della cosiddetta “tassonomia green”, una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi “verdi” e dunque finanziabili dalla Ue. Che possa rientrare il nucleare su un piano di transizione ecologica europeo appare impossibile a nostro avviso. Ma la lobby nuclearista è molto forte, e può contare su nazioni importanti. In particolare la Francia, che sarebbe molto vicina ad ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell’Unione. La Francia, che già ci vende l’elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese (e poi pensiamo alla Cina, che in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari, e la maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi: un affare colossale di molti miliardi di euro).

    Ebbene, c’è questo nodo da superare, e non sarà facile (cioè che l’energia nucleare non può essere un’energia “verde”).

Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (da L’ESPRESSO del 30/9/2021)

    Ma tornando al 14 luglio 2021 dobbiamo capire l’importanza del “Fit for 55”. Infatti è stato presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il pacchetto di proposte “Fit for 55”: contiene 13 proposte legislative sull’energia e sul clima, che hanno lo scopo comune di mettere l’Unione Europea in condizione di centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

   Alcuni dei provvedimenti sono un aggiornamento della legislazione già esistente, per allinearla con il Green Deal e i nuovi target. È il caso della revisione dell’ETS, il mercato del carbonio europeo (se un’industria inquina di più può comprare quote da quelle che inquinano di meno, sempre all’interno del limite totale prestabilito, che si riduce di anno in anno).

   In altri casi, invece, il pacchetto “Fit for 55” introduce una nuova legislazione: ad esempio la proposta di tassa sul carbonio alla frontiera (CBAM) (cioè è prevista l’introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, appunto la sigla sta per “Carbon Border Adjustment Mechanism), che fisserà un prezzo del carbonio per le importazioni di determinati prodotti per garantire che l’azione ambiziosa per il clima in Europa non porti alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio in alcuni Paesi più permissivi.

PANNELLI FOTOVOLTAICI NEI CAMPI (da L’ESPRESSO del 30/8/2021)

   Poi tra le 13 proposte della UE c’è quella che ogni anno il 3% degli edifici pubblici devono essere riqualificati, con l’obiettivo di rinnovare energeticamente il patrimonio pubblico e pure renderlo non inquinante nelle emissioni (con un aumento della quota di rinnovabili nel mix energetico al 40% al 2030, dal 32% attuale).

   Poi tutte le nuove auto immatricolate a partire dal 2035 dovranno essere a emissione zero, cioè di fatto ci sarà lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.

   C’è poi, sempre tra le 13 proposte del “Fit for 55”, la riduzione delle emissioni del trasporto su strada, del riscaldamento degli edifici, dell’agricoltura, dei piccoli impianti industriali e della gestione dei rifiuti: riduzione delle emissioni che dovrà salire dall’attuale 29% ad almeno il 40%, rispetto ai livelli del 2005.

“AGRO FOTOVOLTAICO” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni) (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per quanto riguarda invece le energie rinnovabili, la nuova direttiva fisserà l’obiettivo di «produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030», a fronte del 19,7% registrato nel 2019 (in Italia al 18% circa nello stesso anno).

   È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l’Europa dovrà affrontare con il cosiddetto “Fit for 55” rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità. Per questo, se il nucleare è “verde”, la Francia godrà allora di un vantaggio competitivo non da poco. Preoccupa lo spirito sulla futura decisione della Commissaria UE per l’energia, la estone Kadri Simson (che riportiamo in ultimo articolo di questo post in un’intervista recente) nella quale la Commissaria propone che “nucleare come energia verde?” sia un decisione che prenderà ogni singolo stato, individualmente nel conteggio della propria riduzione della CO2; che cioè ognuno decide per sé (se accadesse questo sarebbe una frantumazione della linea energetica comune europea).

Il SOLARE e l’EOLICO

   Dicevamo qui sopra che l’obiettivo è di produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030, mentre adesso è al 18% in Italia. Il 2030 non è molto lontano, e bisogna “correre”. Il fatto è che finora le (ridotte) esperienze pratiche di fotovoltaico ed eolico non hanno dato buona prova di sé.

   Partendo dal FOTOVOLTAICO si nota quel che è accaduto, e sta accadendo adesso, cioè della grande speculazione sui terreni agricoli. Le Regioni non hanno individuato le aree idonee e le aziende offrono cifre da capogiro agli agricoltori, impossessandosi di campi coltivati o coltivabili. Stravolgendo spesso il paesaggio e la perdita della produzione agricola. Dal Veneto all’entroterra siciliano gli imprenditori vendono così la loro terra ai grandi intermediari delle aziende che vogliono realizzare mega impianti di fotovoltaico.

   E’ invece auspicabile che gli impianti nascano nelle aree dismesse, specie ex-industriali, o ex cave e discariche, o strutture urbane abbandonate. Se è vero che l’Europa fissa dei target ambiziosi, è anche vero che esplicitamente Bruxelles ha chiesto di fare prima una «localizzazione delle aree idonee» a ospitare questi impianti. In Italia invece, complice il caos delle competenze in materia tra enti locali e Stato, come si diceva le principali regioni interessate al fotovoltaico (Veneto, Lazio, Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) non hanno fatto alcuna mappatura delle aree idonee. Così non ci sono paletti e le aziende decidono in totale autonomia dove fare gli impianti, affittando o acquistando terreni da agricoltori (demotivati a proseguire coltivazioni spesso malpagate, e disponibili a incassi redditizi).

   A parte l’unico caso di possibile utilizzo virtuoso di pannelli solari in agricoltura con progetti di agrifotovoltaico” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni), la vera scommessa è poter utilizzare le aree dismesse: in Italia ci sono 9 mila chilometri quadrati di aree industriali dismesse (non comprese le ex discariche e cave che si potrebbero anch’esse utilizzare, e quasi sempre ripristinare al degrado ambientale). Se, come si prevede, nel nostro Paese entro il 2030 l’energia prodotta dal sole deve passare dall’attuale 21 gigawatt a quasi 50 gigawatt, tutto questo, in termini di aree da occupare è quantificabile in 82 mila ettari: significa che basterebbero una quota non rilevante di aree industriali dismesse, 820 chilometri quadrati (sui 9mila totali odierni) (questi dati li abbiamo ricavati e sviluppati noi dall’articolo sul fotovoltaico de “l’Espresso” che qui di seguito in questo post vi proponiamo).

Campagna ANEV PER L’UTILIZZO ENERGETICO DEL VENTO (immagine da https://www.anev.org/)

   In merito all’EOLICO, finora presente solo nel sud Italia (adatto molto più del centro-nord a tale produzione energetica), i modi e gli esempi di installazione di impianti hanno creato molti problemi alla popolazione (specie per la rumorosità); sono stati fatti con speculazioni e impatto sociale e ambientale che adesso questa fonte rinnovabile e il suo possibile (e necessario) sviluppo viene (giustamente) avversato dagli enti locali e dalla popolazione.

   Preso atto del grande potenziale dell’energia del vento nei mari italiani LEGAMBIENTE, GREENPEACE e KYOTO CLUB hanno firmato insieme con ANEV (Associazione nazionale energia del vento) il Manifesto per lo sviluppo dell’EOLICO OFFSHORE in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”. Il manifesto è stato presentato il 5 novembre (2020) e l’obiettivo è conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio. L’eolico off-shore (cioè in mare, lontano dalle coste, dove è possibile sfruttare i forti venti) risolve i problemi di compatibilità ambientale nei rapporti con la popolazione. Possono esserci anche qui (in ambiente marino) delle difficoltà date da coni visuali paesaggistici; oppure da rotte marine… ma siamo più che sicuri che negli oltre 8mila chilometri di coste italiane, numerosi sono i luoghi marini adatti (anche per intensità del vento) a far sì che da ora si punti con grande priorità allo sviluppo dell’eolico offshore (se non ora quando?). (s.m.)

Per “energia rinnovabile” si intende l’energia che viene prodotta utilizzando le risorse naturali della Terra, come la luce solare, il vento, le risorse idriche (fiumi, maree e moto ondoso), l’energia termica della superficie terrestre o la biomassa. Il processo mediante il quale queste risorse rinnovabili sono convertite in energia non produce emissioni nette di gas a effetto serra, motivo per cui l’energia rinnovabile è definita anche “energia pulita”. (testo e immagine da https://ec.europa.eu/info/)

LA RISCOSSA DELL’ATOMO

LA LOBBY NUCLEARE È TORNATA IN CERCA DI NUOVI SUSSIDI

di Edoardo Zanchini vicepresidente Legambiente, dal quotidiano DOMANI del 6/9/2021

– Dietro alle polemiche di questi giorni ci sono le manovre di chi cerca di intercettare le risorse destinate alla transizione ecologica. Il ministro Cingolani deve decidere da che parte stare –

   Non è stata una bolla estiva l’improvviso ritorno di attenzione verso l’energia nucleare. La rapida marcia indietro del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani non ha infatti cancellato le tracce degli interessi che si sono messi in moto intorno alle scelte sul clima nell’establishment economico e politico, non solo italiano.

   È un quadro in movimento che ha descritto bene l’economista premio Nobel Paul Krugman sul New York Times, con la potente e ricca lobby di imprese che vuole fermare in parlamento l’approvazione del piano del presidente americano Joe Biden contro la crisi climatica, perché non accetta l’idea che nei prossimi anni si dovrà arrivare a una rapida e radicale trasformazione del sistema energetico ed economico. E quindi si organizza per combatterla con ogni mezzo economico, politico e mediatico.

Il fronte italiano

L’ex presidente di Eni Paolo Scaroni, con l’intervista rilasciata a Repubblica, si è fatto portavoce in Italia di questi interessi attraverso due tesi che sentiremo ripetere a lungo e che non possono essere sottovalutate.

   La prima è a supporto del “nuovo” nucleare, indispensabile perché non possiamo puntare sulle sole rinnovabili su cui lui, da coerente petroliere, è sempre stato scettico. Tanto vale investire anche qui, almeno per provarci e pazienza se le soluzioni arriveranno nel 2050 o 2100, quando secondo gli scienziati dell’IPCC il mondo sarebbe devastato da una temperatura cresciuta oltre i tre gradi. «Non si può escludere a priori una tecnologia che annulla le emissioni di anidride carbonica», dice Scaroni.

   La seconda argomentazione, direttamente collegata ma più pericolosa e forte dentro Confindustria, è che la transizione ecologica del sistema industriale italiano sarà un bagno di sangue, con conseguenze devastanti in particolare per chimica, energia, automotive. Altro che accelerare rispetto ai target europei, piuttosto il governo si impegni a difendere l’interesse nazionale in questi settori con scelte meno «irrazionali», spinte da «ambientalisti radical chic che sono peggio della crisi climatica», per usare le parole del ministro Cingolani.

Conflitto tra interessi

La ragione per cui questa discussione di inizio settembre continuerà a lungo sta nel fatto che si tratta di un vero e proprio conflitto tra interessi. Tra chi pensa che i cambiamenti climatici impongano una svolta politica e industriale – e tra questi l’Europa e la nuova amministrazione americana – e chi prova a smontare obiettivi su rinnovabili e gas serra, credibilità delle tecnologie e fattibilità reale di questo scenario.

   La vera posta in gioco non sta nel ribaltare l’architettura di decisioni messa in piedi con l’accordo di Parigi sul clima, ma nel rallentarla e ricavare uno spazio per ottenere fondi per la ricerca europea e nazionale sul nucleare, per la cattura e stoccaggio di carbonio collegata a impianti a gas, per l’idrogeno da fonti fossili.

   Le regole fissate da Next Generation Eu hanno impedito che questi progetti fossero finanziati con il Recovery plan italiano e ora a Eni, Snam, Leonardo provano a cercare altre strade per ottenere finanziamenti.

   Sono tutte vicende note e già viste, il problema è che rischiano di rallentare processi di riconversione industriale che potrebbero generare benefici enormi in un paese che importa milioni di tonnellate di carbone, petrolio, gas, materie prime e che potrebbe diventare un campione internazionale in settori con colossali margini di crescita come rinnovabili, efficienza energetica, economia circolare.

   Potrebbe, e il condizionale è d’obbligo, perché oggi siamo praticamente fermi e con poche idee e confuse al governo su come accelerare investimenti di cui potrebbero beneficiare famiglie e imprese. Un risultato positivo di questo dibattito estivo sta nel fatto che si è chiuso il periodo di prova del ministro Cingolani.

   Ora dovrà decidere da che parte stare, perché uno scienziato ha la libertà di girare per convegni e fiere a commentare idee e tecnologie, ma un ministro parla con gli atti che è capace di far approvare.

Il momento della verità

Per lui il banco di prova arriverà presto, visto che nei prossimi mesi il governo dovrà approvare un nuovo Piano energia e clima con le scelte per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2030, e poi la semplificazione delle autorizzazioni per i progetti degli impianti da rinnovabili, le nuove politiche per aiutare i sindaci a rendere città e territori resilienti nei confronti di impatti climatici sempre più drammatici e realizzare una drastica accelerazione negli interventi indispensabili alla transizione ecologica previsti dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

   Di sicuro non potrà trincerarsi dietro le accuse agli ambientalisti o alle regioni, visto che ha la responsabilità e il privilegio di poter definire in un momento delicatissimo scelte fondamentali per il futuro del paese. (Edoardo Zanchini)

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PERCHÉ TORNA IL NUCLEARE

di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 3/9/2021

I 5S contro Cingolani

   Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell’Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l’apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli «ambientalisti radical chic».
   Ma al di là delle polemiche, e Continua a leggere

La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere