LE MOBILITAZIONI DEI GIOVANI per la riconversione ecologica del pianeta: quali risposte concrete si possono dare? Dal cambiamento del proprio STILE DI VITA, fino agli OBIETTIVI dell’ONU con “L’AGENDA 2030” – La nostra situazione nel RAPPORTO 2019 dell’ALLEANZA ITALIANA per lo SVILUPPO SOSTENIBILE

Sciopero per fermare il cambiamento climatico: migliaia di studenti hanno riempito le piazze di tutto il mondo il 27 settembre 2019

   Tutti (o quasi tutti) abbiamo guardato con favore la mobilitazione mondiale dei giovani nei mesi scorsi per chiedere una riconversione ecologica del nostro pianeta; dare una possibilità e un futuro alla nostra Terra e a tutti gli esseri viventi; per evitare e frenare l’ulteriore surriscaldamento climatico, lo spreco delle risorse non riproducibili, l’inquinamento atmosferico…

…In particolare da tutta questa inaspettata mobilitazione giovanile ne è sorto un impegno da parte di istituzioni sovranazionali (l’Onu, l’Unione Europea…) e di alcuni Paesi (Germania, Francia, Italia…), un impegno a dare priorità alla questione ambientale, impiegando molte più risorse finanziarie per un “Green New Deal”, una nuova economia, una nuova società compatibile per uno sviluppo appunto sostenibile.

   Probabilmente sono molti i settori e i modi per andare verso una “riconversione ecologica”: dalla legislazione, all’economia, a nuovi sistemi tecnologici non inquinanti, all’educazione ambientale e alla cultura e alle sue possibili proposte, all’agricoltura biologica, ai comportamenti personali e collettivi compatibili con un nuovo corso, una nuova epopea. E tutto questo non è semplice e facile.

   Partiamo allora qui da questo ambito sovranazionale e nazionale (per parlare poi, in altro contesto, dell’impegno personale di ciascuno).

   E trattiamo qui:

1- dei punti (obiettivi) dell’Agenda Onu 2030: 17 obiettivi da raggiungere entro appunto il 2030 (non manca molto…); suddivisi in 169 target (fatti/progetti concreti);

(nella foto: ANTÓNIO GUTERRES, segretario generale delle Nazioni Unite) – L’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. COS’È – Il 25 settembre 2015, le NAZIONI UNITE hanno approvato l’AGENDA GLOBALE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE e i relativi 17 OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 TARGET da raggiungere ENTRO IL 2030

2- e di come sono visti (questi 17 obiettivi) nel contesto italiano (su quali andiamo bene, dove male…), attraverso il (quarto) rapporto annuale (del 2019) dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), organizzazione nata nel 2016 e che riunisce oltre 160 istituzioni e reti della società civile (economiche, della solidarietà e volontariato…);  ASviS che appunto si concentra in particolare sulla realizzazione nel nostro Paese dell’Agenda Globale ONU 2030.

Il RAPPORTO 2019 DELL’ALLEANZA ITALIANA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, alla sua quarta edizione, rappresenta uno strumento per analizzare l’avanzamento del nostro Paese verso il raggiungimento dei 17 OBIETTIVI DELL’AGENDA 2030 e identificare gli ambiti in cui bisogna intervenire per assicurare la sostenibilità economica, sociale e ambientale del modello di sviluppo

Rapporto completo ASviS 2019

https://asvis.it/public/asvis2/files/REPORT_ASviS_2019.pdf

Executive Summary

https://asvis.it/public/asvis2/files/Executive_Summary.pdf

I principali messaggi del Rapporto in pillole

https://asvis.it/public/asvis2/files/Pillole_Sintesi_Report_ASviS_2019.pdf

   Allora, per parlare di noi, dell’Italia, di quale è la situazione attuale illustrata nel RAPPORTO ASviS 2019, partiamo qui adesso con l’individuare i 17 punti dell’Agenda ONU 2030, obiettivi necessari per tornare a “riveder le stelle” (come auspicabile apologo dantesco).

L’AGENDA ONU 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE – A soli 11 anni dalla scadenza (2030) fissata dal piano d’azione delle NAZIONI UNITE, firmato da 193 Paesi, Italia compresa, è necessario MODIFICARE SIGNIFICATIVAMENTE LE POLITICHE PUBBLICHE, NAZIONALI ED EUROPEE, le STRATEGIE AZIENDALI e i COMPORTAMENTI INDIVIDUALI. L’urgenza è anche dettata dal fatto che 21 dei 169 Target in cui si articolano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile prevedono obblighi riferiti al 2020 e che su buona parte di essi l’Italia è in grave ritardo

AGENDA ONU 2030: I 17 OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE

   I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite si riferiscono a diversi ambiti dello sviluppo sociale, economico e ambientale che devono essere considerati in maniera integrata, nonché ai processi che li possono accompagnare e favorire in maniera sostenibile, inclusa la cooperazione internazionale e il contesto politico e istituzionale. Sono presenti, come componenti irrinunciabili, numerosi riferimenti al benessere delle persone e ad un’equa distribuzione dei benefici dello sviluppo.

   Per ogni obiettivo, l’Agenda 2030 prevede dei target (in totale 169) da perseguire. Inoltre, allo scopo di identificare un quadro di informazione statistica condiviso quale strumento di monitoraggio e valutazione dei progressi verso gli obiettivi dell’Agenda, è stato costituito l’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs), che a marzo del 2016 ha proposto una prima lista di 241 indicatori.

L’Istat è stato chiamato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite a svolgere un ruolo attivo di coordinamento nazionale nella produzione degli indicatori per la misurazione dello sviluppo sostenibile e il monitoraggio dei suoi obiettivi.

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Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo (target e indicatori Istat)

Ci sono 800 milioni di poveri nel mondo. In Italia 4,6 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Di questi più di un milione sono minori.

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Obiettivo 2: Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile (target e indicatori Istat)

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Obiettivo 3: Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età (target e indicatori Istat)

La salute è segnata da profonde differenze territoriali: in Africa la speranza di vita alla nascita è di 60 anni contro i 76.8 anni dell’Europa (WHO, 2015). In Italia, a fronte di un valore nazionale di 82.3 anni (Istat, 2015), nella Provincia Autonoma di Trento si vive quasi tre anni in più che in Campania.

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Obiettivo 4: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti (target e indicatori Istat)

Nel mondo 57 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione primaria. In Italia il 15% dei giovani abbandona precocemente gli studi.

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Obiettivo 5: Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze (target e indicatori Istat)

Nel mondo una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza. In Italia, nei primi 11 mesi del 2016, 116 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

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Obiettivo 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie (target e indicatori Istat)

Il 40% della popolazione mondiale soffre di scarsità d’acqua. L’Italia è il terzo importatore netto, dopo Giappone e Messico, di acqua virtuale (“incorporata” nei beni) da noi.

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Obiettivo 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni (target e indicatori Istat)

Nel mondo ci sono oltre un miliardo di persone senza energia elettrica e quasi tre miliardi senza energia pulita per cucinare. L’Italia è avviata a non raggiungere gli obiettivi 2030 per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.

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Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti (target e indicatori Istat)

Ci sono 200 milioni di disoccupati nel mondo, di cui 75 milioni sono giovani. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è di poco inferiore al 40% e oltre due milioni di giovani (uno su cinque) non studiano e non lavorano.

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Obiettivo 9: Costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile (target e indicatori Istat)

Le infrastrutture digitali e l’Industria 4.0 sono pilastri attraverso i quali accelerare la transizione a modelli produttivi più avanzati e sostenibili. L’Italia è 45esima nelle classifiche internazionali e, nonostante il 70% delle scuole sia connessa in rete, la qualità della connessione è inadatta alla didattica digitale.

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Obiettivo 10: Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni (target e indicatori Istat)

Il 10% più ricco della popolazione nell’area OCSE ha un reddito medio disponibile 9½ volte quello del 10% più povero, mentre in Italia il divario – in forte crescita con la crisi – è pari a 11 volte. A livello mondiale le disparità di reddito e di ricchezza sono più ampie e si associano a forti disuguaglianze nell’accesso a servizi fondamentali di qualità e alla guida e indirizzo delle imprese.

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Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili (target e indicatori Istat)

Il 30% della popolazione urbana mondiale vive negli slum. Nelle città italiane il 10,4% della popolazione è in condizioni di disagio abitativo.

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Obiettivo 12: Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo (target e indicatori Istat)

Almeno il 50% dei consumatori su scala mondiale è disposto a pagare di più per prodotti e servizi di aziende responsabili. In Italia la produzione di rifiuti urbani ammonta a 30 milioni di tonnellate all’anno, con un riciclo del 45% a fronte di un obiettivo di legge del 65%.

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Obiettivo 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (target e indicatori Istat)

Dal 1990 le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 50% circa: con l’attuale andamento si prevede che, entro la fine del secolo, la temperatura globale aumenterà di 3°C, con effetti disastrosi sugli equilibri ambientali e sociali. In Italia, dal 2014 al 2015 si è riscontrato un aumento del 3% delle emissioni.

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Obiettivo 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat)

Tutte le grandi aree di pesca mondiali soffrono di overfishing, la produzione mondiale del pescato nel 2014 è stata di 93.4 milioni di tonnellate, in Italia il pescato è passato da 611.512 tonnellate del 1005 a 313.818 tonnellate del 2013.

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Obiettivo 15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre (target e indicatori Istat)

Nel mondo ci sono 23.928 specie minacciate di estinzione su 82.954. In italia, sulle 672 specie di vertebrati valutate, 161 sono a rischio di estinzione.

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Obiettivo 16: Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat)

Nell’area OCSE un procedimento nei tre gradi di giudizio si chiude in 788 giorni, in Italia in quasi 8 anni. In Italia, grazie alla legge sulla parità di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate, si abbassa l’età media dei partecipanti ai board e aumenta il livello medio di istruzione.

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Obiettivo 17: Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat).

Nel 2015 l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo di tutti i paesi donatori è stato di USD 132 miliardi, pari allo 0,30 del PIL. L’Italia ha destinato all’APS USD 3,8 miliardi, lo 0,21% del PIL.

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“(…) L’Italia, com’è emerso dal rapporto presentato dal portavoce di ASviS, Enrico GIOVANNINI ha ottenuto tra il 2016 e il 2017, qualche BUON PROGRESSO IN 9 DELLE 17 AREE DI INTERVENTO previste dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ovvero: salute, parità di genere, condizioni economiche e occupazionali, innovazione, modelli sostenibili di produzione e consumo, sviluppo delle città, disuguaglianze, qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide e, infine, cooperazione internazionale. IN DUE CAMPI, EDUCAZIONE E LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, SIAMO RIMASTI FERMI. PEGGIORATI nei capitoli riguardanti POVERTÀ, ALIMENTAZIONE e AGRICOLTURA SOSTENIBILI, ACQUA E STRUTTURE IGIENICO-SANITARIE, SISTEMA ENERGETICO, CONDIZIONE DEI MARI ED ECOSISTEMI TERRESTRI. (…)”(Ferruccio De Bortoli, il Corriere della Sera, 6/10/2019)

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COME SALVARE IL PIANETA

di António Guterres, da “la Repubblica” del 6/10/2019 Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

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   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

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PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

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QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

Il NUOVO PONTE DI GENOVA: abbatterlo e ricostruirlo? O conservare le parti integre? O immaginare un’IDEA NUOVA di ponte: LUOGO DI MOBILITÀ autostradale e locale, ma anche ciclo-pedonale, ferroviario, del metro; dei servizi (cavi, acquedotto..). E DI INCONTRO: per UNA RIGENERAZIONE URBANA della città

IL PROGETTO DI PONTE DELL’ARCHITETTO STEFANO GIAVAZZI – Il nuovo ponte che rimpiazzerà il Morandi di Genova potrebbe essere una grande struttura contemporanea, una “MACCHINA DELL’ABITARE”, CHE PRODUCE ENERGIA E OFFRE SERVIZI PUBBLICI. Con AREE VERDI, SERVIZI, NEGOZI. UNA STRUTTURA DA VIVERE, ma che serva anche ad abbracciare e CONSERVARE QUEL CHE RESTA DEL MORANDI, a MEMORIA DELLA TRAGEDIA. E’ questo il PROGETTO per il nuovo ponte Morandi di Genova elaborato e presentato nei giorni scorsi da un architetto di Bergamo, STEFANO GIAVAZZI. Un’idea di struttura decisamente diversa da un classico viadotto. L’intento prevede un MODULO RETICOLARE PREFABBRICATO IN ACCIAIO, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione (vedi la presentazione su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

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Ponte Morandi – 9/10/2018 – Relazione della Commissione Ispettiva del Ministero dei Trasporti in pdf:

https://drive.google.com/open?id=1PrRQL9t2jS1GtNlvC8qITNb-5SpbmD5l

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   L’emozione di quanto accaduto il 14 agosto scorso del crollo del ponte-viadotto Morandi a Genova (con 43 vittime), non è ancora cessata: un episodio che ha segnato tutti nel suo essere così tragico e che poteva colpire chiunque (tutti noi potevamo esserci, passare, in quell’infrastruttura al momento del crollo). E dopo aver seppellito le povere vittime, subito (o contemporaneamente), è sorta la necessità di RICOSTRUIRE IL PONTE, segno di ritorno alla vita, alla quotidianità che spesso disprezziamo ingiustamente.

L IDEA DI PONTE DI RENZO PIANO (da “il Corriere della Sera”)

   E il dibattito sulla RICOSTRUZIONE del ponte non è cosa facile (come poteva apparire all’inizio, nei primi giorni). L’area dove si trova(va) il ponte è una parte complessa di una città complicata come è Genova. In questo post condividiamo il parere di chi dice che non è solo il problema di ricostruire il ponte, in modo nuovo magari; ma è anche la possibilità di rigenerare quella parte della città, e la città intera, dove questa grande struttura non sia più solo “subìta” da Genova, ma venga anche a rimodellare, modernizzare (nel senso buono di quest’ultima parola) questa grande città, partendo appunto dall’area del ponte crollato, nella Val Polcevera.

IL VIADOTTO PONTE MORANDI COM’ERA

   E’ questa un’area (quella del ponte-viadotto) che abbiamo imparato a conoscere dal 14 agosto scorso dalle immagini televisive: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici sotto il ponte; un tessuto urbano di fondovalle diffuso e sparso, sia con case, condomini, ma anche capannoni industriali, e poi anche attività di piccolo commercio (negozi), e luoghi commerciali della grande distribuzione…. Il tutto cresciuto tra il fiume-torrente e la ferrovia.

PONTE MORANDI, IL PROGETTO DEL PADOVANO ING. SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO» – “sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.”

   Un po’ di tutto… un caos urbano evidente…. E allora pensare che tutto, “sotto” il nuovo ponte che sarà ricostruito, resti uguale; e che il ponte deve solo tecnicamente “superare in altezza” tutto questo (come prima), sembra un po’ poco, un’idea mediocre e fragile, un’occasione perduta.

SALVIAMO CIO’ CHE RESTA – L’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, con tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/)

   E allora molti dicono che servirebbe un ponte che non si limita a collegare le due parti della città, est e ovest, e che faccia passare il traffico pesante a lunga percorrenza. Servirebbe invece un ponte multimodale, che porti in primis a ottimizzare meglio questa mobilità est-ovest della città. Pertanto sì un’infrastruttura che risolva lo scorrere dei diversi livelli di traffico (un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, cioè di carattere internazionale; poi il traffico regionale; e, assai importante, il traffico cittadino locale a breve percorrenza); ma anche un ponte che faccia passare la ferrovia, e poi una pista ciclabile e pedonale; una possibile nuova funivia-funicolare…. Un ponte può anche servire a far passare altre infrastrutture, come l’acquedotto, i cavi elettrici e la banda larga….un ponte che possa diventare anche elemento di incontro e attrazione di tutta la città.

Il ponte sopra i condomini

   Troppe cose? E se sì in che modo? Presentiamo ad esempio qui un’ipotesi progettuale di ponte di un architetto bergamasco (ipotesi trovata su youtube), STEFANO GIAVAZZI, dove appunto il ponte (che non sarebbe demolito ma “riqualificato”- un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”…questo il pensiero di Giavazzi), e oltre a quanto fin qui detto, potrebbe diventare un luogo di ritrovo della città; e non esiste futura pericolosità (almeno)… un’idea diversa di pensare i ponti (vedi http://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc).

Ponte Morandi crollato

   Oppure. Se questo è impossibile, e non si vuole nemmeno immaginare un ponte multifunzionale, allora tanto vale pensare a non buttare giù quelle parti che non sono crollate e sono in buono stato, e collegare e ristrutturare in modo efficiente il tutto, senza pericoli futuri: come nell’idea dell’ingegnere padovano ENZO SIVIERO; o dell’Ingegner EDOARDO COSENZA; oppure dell’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, che (con quest’ultimo) tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno pure PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/), dimostrando ragionevolezza dall’alto delle loro esperienza e competenza sul tema di queste delicate e importanti infrastrutture.

l’idea lineare del ponte proposto da Renzo Piano

   Ma finora tanto si è parlato, specie di voler fare le cose con celerità, ma tutto sembra inesorabilmente fermo: non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. E forse di queste cose non se ne sentirà parlare mai, nel senso che ci si limiterà a iniziare a costruire un ponte, con tempi sicuramente molto ma molto più lunghi dell’anno che si vuole far credere di poter rispettare come tempo per avere la nuova infrastruttura. Ci si muove sulla linea del disegno progettuale di RENZO PIANO, bello, rispettabile, “pulito”, geniale come sempre; ma forse si poteva chiedere e pensare a un ponte diverso nelle funzionalità, come ne parlavamo all’inizio di queste righe.
Su tutto regna comunque (nonostante quella che sembra la buona volontà politica, e delle varie amministrazioni coinvolte: Governo, Regione, Comune), molto caos (chi farà il ponte? con gara senza gara? come pagherà la concessionaria “Autostrade per l’Italia” lasciata fuori?….) e improvvisazione; poche idee ma anche confuse. (s.m.)

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IL DECRETO LEGGE SU GENOVA N. 109, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/9/2018 (n. 226):

DL_109_2018_dlGenova (GU n. 226) (1)

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L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

L’accadimento tragico del crollo del ponte spiegato molto bene, in questo link:

https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/08/world/europe/genoa-italy-bridge-italian.html

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A GENOVA COSTRUIRE IL PONTE SIGNIFICA RICOSTRUIRE UNA PARTE DI CITTÀ
di Flavio Piva – Direttivo CENSU (Centro Nazionale Studi Urbanistici), 7/9/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/
Il dramma di Genova ha scatenato emozioni di ogni tipo; l’elaborazione collettiva del grave lutto dopo il momento dei perché, della ricerca dei colpevoli e delle cause, giunge ora alla fase più rigenerante: COME RICOSTRUIRE IL PONTE DI GENOVA, oggi che questa costruzione è diventata un simbolo internazionale.

Ponte di Tiberio a Rimini (da INGENIO http://www.ingenio-web.it/ – Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”. (Flavio Piva – Direttivo CENSU 07/09/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/)

   Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”, interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto.
Se si accetta questo approccio, non è chi non veda che il problema è traslato di livello, dal ragionare su un’opera a rigenerare un’area urbana, spostato quindi sul piano dell’urbanistica, quella più sfidante per una città.
I PONTI DELLE CITTÀ
I ponti interni alle città NON SONO MAI SOLO UN’OPERA PER SUPERARE FIUMI O VALLI ma hanno sempre assunto significati iconici o rappresentativi.
Il ponte Morandi nel 1963 era il simbolo della genialità ingegneristica italiana, del miracolo economico e di una città in espansione turbinosa. La sua caduta avviene oggi in un momento storicamente molto diverso ma, come negli anni ’60, la sua ricostruzione oggi può essere occasione di rappresentare diversamente il futuro.

PONTE VECCHIO, FIRENZE, da INGENIO…… “Solo i migliori hanno rispettato la città interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto”.

“DOV’ERA, COM’ERA” È LO SLOGAN DELLA RICOSTRUZIONE FRIULANA, ADATTO PER UN TERRITORIO CHE RIVOLEVA LA SUA IDENTITÀ; a Genova lo si invoca solo perché potrebbe accelerare i tempi.
NON SOLO UN PROBLEMA STRUTTURALE O ARCHITETTONICO
Ma ripristinare la struttura crollata senza ripensarne il ruolo nel contesto urbano è veramente saggio?

Ponte Morandi negli anni ’60 appena costruito

Sul piano strutturale, siamo tutti ansiosi di capire le cause e la dinamica del crollo; come tecnici vogliamo capire i limiti del progetto, quelli dei materiali e le criticità dei modi delle manutenzioni. Ma sulla ricostruzione dobbiamo essere bravi: dobbiamo inserire il massimo dell’intelligenza progettuale sulle opere da realizzare e sui modi cui arrivarci. Velocità ed efficacia vanno coniugate; l’area è una parte complessa di una città complicata, l’approccio deve essere globale.
Cito due considerazioni, buone sintesi della sfida da affrontare.
Dice Bertolaso: “In otto mesi si fa un ponte “baby”, una bretella in acciaio. Un’altra cosa è fare il ponte più importante di questo Paese. Un’opera strategica che va fatta, non dico andando piano, ma mettendo sul tavolo un progetto serio, elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale”.
Anche Renzo Piano considera elemento imprescindibile della sua “idea di ponte” – da lui donata alla città di Genova – la “rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale”.
RIGENERARE, PIÙ CHE RICOSTRUIRE
L’occasione è lampante: oggi i molti Sindaci che tentano di rigenerare aree dismesse o parti delle loro città con piani di ambito urbano, devono far fronte al vero problema di trovare il “driver” dello sviluppo dell’area. Sperano in nuovi nuclei di servizi pubblici, localizzazioni di funzioni attrattive o di centri commerciali o direzionali ma spesso l’attuazione di un buon progetto di rigenerazione urbana si arena subito di fronte alle insufficienti risorse pubbliche necessarie per rinnovare a fondo le infrastrutture e i tutti i sottoservizi dell’area.
A Genova, le risorse che verranno attivate dalla ricostruzione del ponte Morandi possono essere il primo grande motore dello sviluppo e del rinnovo di questa parte di città. Qui, anche il piano urbanistico deve cambiare e può farlo anche profondamente.
Un approccio sperimentale fuori dalle regole aiuterebbe a far capire alla burocrazia e alla politica come si possono progettare le città oggi. Anche il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ndr) auspica che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera,
Quindi è pregiudiziale avere: (i) un commissario unico sia per la ricostruzione del ponte sia per la rigenerazione urbana; (ii) leggi speciali e procedure d’urgenza (ii) deleghe totali, anche di gestione dei flussi finanziari, ai livelli comunali e regionali; (iii) un grande team di professionisti per l’attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana.
L’ESPERIENZA DEL FRIULI DOPO IL 1976
Un approccio simile lo si può ritrovare forse solo nelle scelte legislative e amministrative fatte nel post sisma del Friuli; negli anni ’76-79 il combinato disposto delle leggi regionali, statali e l’autonomia degli uffici diventò un modello virtuoso a cui ora ci si potrebbe riferire.
Una sperimentazione di autonomia locale, in fondo già presente nelle corde dei liguri. A meno che non si voglia andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.
LE CARATTERISTICHE DELL’AREA DEL POLCEVERA
Le caratteristiche dell’area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia.
Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null’altro riuscirà a dare alla città.
SUL PIANO DELLA MOBILITÀ, se ci riferiamo al solo nuovo Ponte questo potrebbe essere UN COLLEGAMENTO NECESSARIAMENTE MULTIMODALE E MULTILIVELLO; che risponda cioè a tutti i modi della mobilità est-ovest già oggi presenti e ai diversi livelli di traffico che qui si concentrano: un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, di livello internazionale che da solo rende probabilmente necessaria la terza corsia autostradale, un traffico di livello regionale e quello cittadino che hanno l’occasione di essere ottimizzati e forse separati dal primo.
Se pensiamo anche al QUADRO URBANISTICO DI ZONA si aprono altre dimensioni di progetto.
Si sono sognati nuovi collegamenti est/ovest in quota o in tunnel siano essi di tipo tradizionale, automobilistici, ciclabili o pedonali o una nuova cremagliera / funivia? Ci sono progetti di portare la metro oltre la Val Polcevera per nuovi poli della città? Qualcuno ha pensato di rilocalizzare le attività produttive e liberare spazi al fiume? Anche l’eventuale ridisegno idraulico e paesaggistico del Polcevera va messo in conto nell’ottica dell’adattamento climatico.
QUESTO È IL MOMENTO DI METTERE TUTTO IN GIOCO. Riordino della Val Polcevera, minimi criteri di aumento della sicurezza idraulica, separazioni dei flussi di traffico, trasferimento fra le due sponde di flussi ciclopedonali e se possibile della metro farebbero allora propendere per una struttura con molti canali di flusso e forse più livelli e fanno ritenere che un ponte a grandi luci meglio si presti al futuro riordino di una parte estesa di città. Non è facile ipotizzare nel prossimo futuro altre costruzioni di ponti a Genova e questa occasione va sfruttata con uno sguardo lungo al futuro.
MANCA UN DIBATTITO SULLA CITTÀ
In questa ottica, quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è COME PROGETTARE ENTRO UN APPROCCIO DI RIGENERAZIONE URBANA.
Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all’esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all’opera molte professionalità esterne indipendenti.
Invece, pare che si stia pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l’operazione: Vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.
Il tempo è una variabile importante, ma non la sola. Modi nuovi e moderni di operare potrebbero essere attivati in breve solo in modo autocratico se si delega un commissario unico per la ricostruzione e per la rigenerazione urbana, si approvano leggi speciali e procedure d’urgenza e si attiva un grande team di professionisti e tutto ciò esalterebbe anche il genio di Renzo Piano. (Flavio Piva)

il ponte crollato

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CROLLO PONTE GENOVA, NON SOLO RENZO PIANO: GLI ALTRI PROGETTI PER IL NUOVO PONTE
da FANPAGE.IT DESIGN, 29/8/2018, https://design.fanpage.it/
– Abbattere e ricostruire o conservare? Nel dibattito su come dovrebbe essere il nuovo ponte di Genova si impongono diverse idee, da quella di RENZO PIANO a quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI contattato da Autostrade per l’Italia, fino a chi propone di recuperare e preservare il ricordo del vecchio Ponte Morandi – 

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LA GRANDE SETE possibile in aumento nel Pianeta – Uso e consumo d’acqua da rivedere; e per le AREE DI CRISI (l’AFRICA in primis) è possibile investire sui DISSALATORI? – L’AFRICA, tra crescita demografica, migrazioni, ma anche possibilità di sviluppo: un diffuso progetto di DISSALAZIONE DELL’ACQUA MARINA

SUDAFRICA GIORNO ZERO – CITTÀ DEL CAPO sta per restare a secco: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, AI PRIMI DI MAGGIO DOVRÀ FERMARE L’EROGAZIONE IDRICA, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 MILIONI DI ABITANTI (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018) – nella foto: Activation of Disaster Operations Centre: http://bit.ly/2DUnoLq #ThinkWater #DayZero #CTNews, Un tecnico collauda uno dei punti di distribuzione dell’acqua a cui dovranno rivolgersi i residenti dopo il GIORNO ZERO

   Nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. Poi ci sono aree del nostro Pianeta già ora in grave difficoltà, e con un contesto di sete, di siccità, che rischia di diventare inarrestabile; e queste aree saranno inabitabili.
Un esempio è la siccità eccezionale che affligge l’Africa orientale e meridionale da diversi anni; sembra un anticipo di quanto accadrà, per via del cambiamento climatico, in quella parte di mondo, che comprende, più su, anche l’area del Mediterraneo, che vedrà ridursi in futuro le precipitazioni.

DISSALATORI nell’Area del Mediterraneo (da http://www.greenreport.it )“(…) Sono solo DUE I TIPI principali DI TRASFORMAZIONE DELL’ACQUA SALATA IN ACQUA FRESCA E BEVIBILE: la DESALINIZZAZIONE TERMICA e la DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO). ENTRAMBI sono AD ALTA INTENSITÀ ENERGETICA. 1) La DESALINIZZAZIONE TERMICA funziona causando l’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA, lasciando dietro il sale e altre impurità. 2) DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO) lavora usando un PROCESSO DI FILTRAZIONE A PIÙ FASI che culmina nell’uso di pompe ad alta pressione per forzare l’acqua salata attraverso una membrana la cui maglia è così stretta che solo le molecole d’acqua possano passare, ma sale e altre impurità non possono.(…)” (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Ci sono poi, in questa situazione africana, casi eclatanti, non riferibili a povere comunità sub-sahariane (che sopravvivono con grande difficoltà alla mancanza d’acqua); casi di realtà urbane, metropolitane, dell’Africa meridionale, in pericolo di grave carestia d’acqua. Ci riferiamo a CITTÀ DEL CAPO, che sta per restare senz’acqua: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, in queste settimane, già ai primi di maggio dovrà fermare l’erogazione idrica, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 milioni di abitanti. Secondo i tecnici e le autorità sudafricane l’11 maggio è il “day zero”, cioè il giorno dei rubinetti chiusi a causa della siccità. Ma è un’ipotesi che, crediamo, i sudafricani sapranno scongiurare, ma l’emergenza c’è, resta. Un pericolo che ci si augura, questa metropoli supererà… Però è emblematica la situazione di fragilità che si verifica, e che lascia appese le speranze alla possibilità che “piova presto e tanto”, perché le riserve non ci sono più.

L’impianto di energia solare Noor Ouarzazate alimenterà l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare ad Agadir (Marocco) – Nel 2030 il 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, secondo lo Stockholm International Water Institute, potrebbe avere PROBLEMI DI SCARSITÀ DI ACQUA. I GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018)

Del resto questa contesto non è solo africano: questa sensazione di “pericolo”, dei rubinetti senz’acqua, Roma lo ha vissuto nell’estate scorsa. E anche in molte (meno note e non al centro dell’attenzione mediatica) altri parti d’Italia: è accaduto, l’estate scorsa, nel momento in cui le riserve d’acqua nei bacini della penisola si sono dimezzate.

L’IMPIANTO DI DISSALAZIONE “SOREK” IN ISRALE: costruito dall’ISRAEL DESALINATION ENTERPRISES per il Governo Israeliano, terminato alla fine del 2013: trasforma, dall’acqua del mare, 627.000 metri cubi di acqua potabile al giorno – La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa, come dimostra proprio IL CASO DI ISRAELE, che già produce dal mare il 20% della sua acqua potabile, ma bisogna assicurarsi che gli impianti e i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali

Ma tornando là dove l’acqua è veramente scarsa, nelle zone aride della Terra, viene da pensare, e chiedere, che qualcosa bisogna fare per garantire questo primario bene per la vita di tutti. E così da più parti si prospetta la possibilità di estendere la creazione di GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE, che permettano di “riconvertire” ad uso potabile l’acqua salata del mare.

AFRICA SENZ’ACQUA – MENO DELL’1 PER CENTO della popolazione mondiale dipende dall’acqua marina desalinizzata. Ci sono circa 21.000 grandi impianti di dissalazione in esercizio; La maggior parte sono in Medio Oriente. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Impianti che hanno però allo stato attuale un considerevole impatto ambientale, e notevoli consumi energetici. Ci riferiamo (per l’impatto marino) sullo scarico nel mare che viene fatto dei sali accumulati, “tolti” all’acqua; cioè lo SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa all’ambiente marino. E poi appunto l’altro aspetto ambientale legato alla desalinizzazione è quello dei suoi attuali alti consumi energetici: anche se, per questo, si sta pensando a nuove tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

DISPONIBILITA’ IDRICA NEL MONDO (mappa ripresa da http://www.greenreport.it) – Circa il 97,5 PER CENTO dei 1.385 MILIONI DI CHILOMETRI CUBICI DI ACQUA su terra è acqua marina salata. Il restante 2,5 PER CENTO È L’ACQUA DOLCE, Ma circa il 90 PER CENTO DI QUELL’ACQUA DOLCE È BLOCCATO NEI GHIACCIAI DELL’ANTARTIDE, Groenlandia o altri ghiacciai (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Se di necessità di minor energia (e rinnovabile) si può arrivare a fare, anche l’impatto dello scarico in mare del sale accumulato (semplificando qui il concetto…), per i tecnici questo può essere risolto con uno scarico meno concentrato e più diffuso, “largo”. Pertanto, oltre alle nuove tecnologie, capaci di ridurre il costo energetico utilizzando fonti di produzione energetica rinnovabili, ci sono realistiche ipotesi in grado di risolvere il “ritorno in mare” di forti quantità di sale “estratto” in modo da non rovinare l’equilibrio marino…
Questo per dire che un grande sviluppo per le terre aride della tecnologia dei DISSALATORI che rendono “buona “ l’acqua del mare, potrebbe essere un PROGETTO GLOBALE dove tutti (istituzioni e volontari) avrebbero posto.

LIPARI: IL RINNOVATO (NEL 2015) DISSALATORE – DISSALATORE DELL’ISOLA DI LIPARI, il più grande d’Italia: QUALCHE PROBLEMA AMBIENTALE. CI SI RIFERISCE ALLO SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa

E, nel recupero di acqua potabile, tutto questo appare evidente che, geograficamente, le strade sono due: per chi (come noi) vive in ambienti ricchi di piovosità ma spreca troppo (con un eccessivo inutile consumo, con reti idriche che perdono spesso la metà dell’acqua…), più che di dissalatori, bisogna pensare a essere più parsimoniosi nell’uso dell’acqua: ad essere di fatto più virtuosi nell’utilizzo di questa prezioso bene comune. E prevedere modi di trattenimento dell’acqua piovana; pensare di separare nella costruzione o ristrutturazione delle abitazioni, l’acqua potabile per l’alimentazione, dall’acqua per altri usi (per dire: lo sciacquone del bagno impegna 6 litri d’acqua potabile a ogni utilizzo).

IMPIANTO DI DESALINIZZAZIONE BECKTON (Inghilterra) -Filtri di pressione che comprendono parte di un impianto di desalinizzazione a Beckton, in Inghilterra. Questo impianto di osmosi inversa trasforma acqua mista del fiume e delle maree dal TAMIGI in acqua potabile, ad un tasso di 150.000 m3 al giorno

E che invece LA DISSALAZIONE IMPEGNI PROGETTI RIVOLTI A PAESI CLIMATICAMENTE E GEOMORFOLOGICAMENTE IN DIFFICOLTÀ, zone aride o semi-aride, PAESI che vogliamo che escano da questa condizione di “non diritto” di ciascuna persona ad avere un bene primario di vita. Avviare così un grande progetto (mondiale) per creare tecnologie di desalinizzazione in ogni luogo dove l’acqua (e la sua mancanza) è un vero problema.

Nella foto la città di AGADIR (in Marocco) – “(…) Mentre l’impianto di AGADIR (MAROCCO) capterà l’acqua di mare dall’oceano e la trasformerà in acqua dolce, “solo la metà degli impianti di dissalazione al mondo lo fa”. Il resto prende l’acqua da altre fonti impure, come l’acqua salmastra o l’acqua di fiume inquinata (…)”. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Non è quello che quotidianamente prospettiamo: cioè lo sviluppo e la fine della precarietà per paesi e comunità che vivono in zone aride, che hanno bisogno di una vita dignitosa e autosufficiente con le risorse necessarie al loro mantenimento?
La prospettiva di un grande piano (svolto da tutti, micro e macro organismi di volontariato o istituzionale), concentrato SULL’ACQUA e l’utilizzo delle ACQUE MARINE per la loro trasformazione in ACQUA DA BERE, attraverso micro e macro IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE… Non potrebbe essere un progetto da iniziare, da crederci concretamente? (s.m.)

ANCORA SULLA CRITICA SITUAZIONE DI SICCITA’ IN SUDAFRICA… – In media, OGNI ESSERE UMANO UTILIZZA DIRETTAMENTE o INDIRETTAMENTE 3,8 METRI CUBI D’ACQUA OGNI GIORNO, quando viene tenuto conto di tutto, dal LAVARSI e SERVIZI IGIENICI, al BERE e ALIMENTAZIONE in genere, e indirettamente attraverso l’AGRICOLTURA, e l’USO dell’ACQUA INDUSTRIALE

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DISSALARE L’ACQUA MARINA IN MODO SOSTENIBILE: TECNOLOGIE E FONTI ENERGETICHE
di Alessandro Codegoni, da QUALENERGIA.IT del 26/2/2018 (http://www.qualenergia.it/)
– Già nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. I grandi impianti di dissalazione hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili-

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QUESTIONE CLIMA: la MANCATA RATIFICA degli USA dell’ACCORDO DI PARIGI (i paesi sviluppati contengono l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi dai livelli pre-industriali, e aiutano i paesi poveri per uno sviluppo compatibile), è un disimpegno mondiale a salvare il pianeta? (oppure un monito a fare di più?)

Dal 10 al 12 giugno la città di BOLOGNA ha ospitato il G7 AMBIENTE, il vertice dei MINISTRI DELL’AMBIENTE dei 7 Paesi più ricchi appartenenti all’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 35 paesi aderenti, ha sede a Parigi ed è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato ). DI FRONTE ALLA CRISI AMBIENTALE E CLIMATICA, LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI, in contemporanea, HANNO ORGANIZZATO TRE GIORNATE DI DISCUSSIONE E MOBILITAZIONE PER CHIEDERE UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI E CLIMATICHE. Tre giornate in cui presentare, confrontare e approfondire proposte che puntino ad una reale trasformazione ambientale, sociale ed economica necessaria a tutelare le risorse ambientali e ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi: Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno… le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l’Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017
(AP Photo/Susan Walsh)

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, a BOLOGNA tra il 10 e il 12 giugno scorsi (in occasione e in parallelo al G7 Ambiente, che vedeva la presenza dei ministri dell’Ambiente dei 7 Paesi più sviluppati), un manifesto radicalmente ambientalista, il “Decalogo per una società ecologica” (poi parafrasato, nella presentazione, cambiando la seconda vocale da “a” in “o” per denotare l’importanza, ancora oggi più attuale, della parola “eco”, ecologia: pertanto qui (cliccando) potete trovare le proposte del “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” : 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

1) MODELLO ENERGETICO, 2)PRODUTTIVO e 3)AGRICOLO, 4)MOBILITÀ, 5)GESTIONE DEI RIFIUTI, 6)INFRASTRUTTURE e 7)CEMENTIFICAZIONE, 8)ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, 9)SALUTE PUBBLICA e 10)MODELLO PARTECIPATIVO: sono gli ambiti in cui RE.S.eT. (la Rete Scienza e Territori per una società ecologica) declina 10 PUNTI E 78 PROPOSTE per fare dell’Italia un Paese a zero emissioni e zero veleni. Proposte contenute nel “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” , presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente. IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA E ACCADEMICA e da circa 200 ASSOCIAZIONI attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale

   L’ACCORDO di Parigi del dicembre 2015, ora abiurato dagli Stati Uniti (da Trump…non solo la green economy americana e le maggiori realtà innovative economiche negli Usa volevano che gli Usa restassero, ma pure la maggior parte delle multinazionali petrolifere, che stanno facendo grandi investimenti sull’energia del domani, non sarebbero uscite da quest’accordo internazionale…), l’Accordo di Parigi, dicevamo, prevede come base portante quello di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. E’ stato poi firmato ufficialmente il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi.

   Allora va ripreso il discorso di Donald Trump, che ha deciso di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo: lo ribadiamo questo, per dire, nelle righe che seguono, che la cosa è complessa, e che non tutto è perduto in merito alla importante presenza americana. Infatti l’accordo sul clima di Parigi del 2015, firmato poi, come detto, all’Onu, da 175 paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, rappresenta uno degli strumenti all’interno di una “CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI” firmata a RIO DE JANEIRO nel 1992.

“(…) Nell’aria l’ANIDRIDE CARBONICA è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma CRESCE RAPIDAMENTE: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma L’ANIDRIDE CARBONICA, CIOÈ BIOSSIDO DI CARBONIO, CIOÈ IN FORMULA BRUTA LA CO2, ha la proprietà di TRATTENERE IL CALORE IRRAGGIATO DAL SOLE, e quindi di SCALDARE L’ATMOSFERA spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda. La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di COMBUSTIONE NATURALE (eruzioni, incendi di foreste), BIOLOGICA (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e COMBUSTIONE ARTIFICIALE (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via). UN MONDO PIÙ CALDO non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma SIGNIFICA comunque UN MONDO DIVERSO da come lo conosciamo: i MARI PIÙ ALTI, la SIBERIA E il CANADA VERDEGGIANTI, DESERTI SENZA FINE NELLE ZONE TROPICALI, la SCOMPARSA DI ALCUNE SPECIE VIVENTI e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nell’ITALIA delle frane un clima diverso fa presagire PIOGGE PIÙ RARE MA CON TEMPESTE PIÙ FURIOSE, uno SPOSTAMENTO DELLE COLTURE MERIDIONALI VERSO L’ALTA ITALIA e comparsa di AREE ARIDE NEL MEZZOGIORNO. E i BASSOPIANI PADANI del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero SOTTO IL MARE, VENEZIA COMPRESA.(…)” (Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017)

   Allora è bene specificare: GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla DECARBONIZZAZIONE. Forse solo si è trattato di un debito elettorale da pagare “a qualcuno” per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua ancora negli Usa.

   Quel che invece può preoccupare è che, a livello mondiale, non ci possa essere la spinta vera a un cambiamento radicale nello sviluppo, a volere una società ecologica. A “non interferire” anche (e questo forse è il vero tema) sui nostri consumi e modi di vita quotidiani. Ok: d’accordo, viaggeremo forse fra qualche anno, o decennio, su auto elettriche, ma la produzione elettrica per far funzionare queste nostre auto elettriche da cosa sarà data? …da risorse naturali rinnovabili e “infinite” (come il sole) oppure da fonti fossili che tenderanno prima o poi a esaurirsi (il petrolio, il carbone, anche il gas…e anche metodi altamente inquinanti come il gas ricavato in profondità dalle rocce, lo shale gas?). Vien da pensare che una nuova fase di “grande decarbonizzazione” del pianeta ci sarà solo se prioritariamente l’economia si orienterà stabilmente così, se si potranno fare molti affari e molti soldi…

Co2 pro-capite (da focus)

   E’ da capire allora quali saranno LE MISURE CONCRETE per dar corso all’accordo di Parigi sul clima: cioè come ci si muoverà. Per questo interessante, tra le tante cose, iniziative e proposte, il decalogo per una società ecologica di qui parlavamo qui sopra, presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente.

foto manifestazione per il clima (da il fatto quotidiano del 14/6/2017)

   IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale. I temi sono quelli del MODELLO ENERGETICO, PRODUTTIVO e AGRICOLO, della MOBILITÀ, della GESTIONE DEI RIFIUTI, delle INFRASTRUTTURE e CEMENTIFICAZIONE, dell’ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, della SALUTE PUBBLICA e che MODELLO PARTECIPATIVO (per quest’ultimo tema noi propendiamo da sempre in questo blog per un sistema fortemente federalista).

   E c’è da ribadire, da sottolineare ancora, che non basta la DECARBONIZZAZIONE…ad esempio: la produzione energetica si baserà ancora sul nucleare? …o dobbiamo pensare di puntare su energie rinnovabili non pericolose, magari in una rete diffusa locale? (s.m.)

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L’ACCORDO DI PARIGI è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Rappresenta uno degli strumenti all’interno, appunto, di una “Convenzione quadro sui cambiamenti climatici” firmata ancora a Rio de Janeiro nel 1992. Questa CONVENZIONE DI RIO del 1992 prevede, all’art. 2, di STABILIZZARE, in conformità con le disposizioni della Convenzione, LE CONCENTRAZIONI DI GAS A EFFETTO SERRA NELL’ATMOSFERA a un livello tale CHE SIA ESCLUSA QUALSIASI PERICOLOSA INTERFERENZA DELLE ATTIVITÀ UMANE SUL SISTEMA CLIMATICO. Ma NON SI DICONO I TEMPI PER FARE QUESTO. E’ così che allora sono state create le COP (CONFERENCE OF PARTIES), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a KYOTO nel 1997 e Cop21 a PARIGI nel 2015. GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. Un debito elettorale da pagare per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua anche negli Usa. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” – http://www.lavoce.info/)

COS’E’ L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

L’intesa raggiunta a dicembre del 2015 e ratificata dai vari Paesi durante l’anno successivo punta a limitare le emissioni di gas serra e a contenere il riscaldamento globale. Continua a leggere

AUTOSTRADE ELETTRIFICATE PER IL TRASPORTO MERCI DEI CAMION: Il futuro è iniziato in SVEZIA – L’ANAS ORA E’ DELLE FERROVIE: si farà in Italia una prima arteria stradale elettrificata? – E se l’ ”ANAS-FFSS” FINANZIASSE LA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA per un progetto diverso e innovativo?

UN PROGETTO che si sta concretizzando è quello di CORSIE ELETTRIFICATE per camion ibridi SULLE AUTOSTRADE SVEDESI. Sono previsti i primi test sul campo di questa particolare implementazione, che è stata costruita lungo 2km su una strada pubblica vicino alla città di Gävle. Il concetto è semplice e unisce l’installazione di LINEE AEREE ELETTRIFICATE, del tutto simili a quelle dei treni, e di PANTOGRAFI SUI CAMION, anche in questo caso in modo del tutto SIMILE A QUANTO ACCADE PER IL TRASPORTO SU ROTAIA. CAMION DOTATI DI TRAZIONE IBRIDA: quando si trovano nella corsia giusta alzano automaticamente il pantografo, utilizzando la corrente per far avanzare il mezzo tramite motore elettrico. In caso di sorpassi o deviazioni il mezzo può uscire liberamente dalla corsia elettrificata, passando al motore termico, alla trazione ibrida o a quella elettrica a batteria, a seconda dei casi. Tornando poi in corsia il mezzo riprende a viaggiare in modalità puramente elettrica, alimentato dall’energia della rete elettrica. Il sistema vede protagonista per i trial il marchio di mezzi pesanti del gruppo Volkswagen, Scania, assieme a Siemens. (…) (da http://auto.hwupgrade.it/ )

   Il 13 aprile scorso c’è stato il primo via libera del Consiglio dei ministri alla fusione tra Ferrovie dello Stato e Anas, l’Ente nazionale per le strade: di fatto si tratta di un’incorporazione dell’Anas nella società Ferrovie dello Stato. Della cosa se ne parlava da più di un anno…. A questo punto, la fusione tra i due enti sarà definitivamente formalizzata nel decreto legge sulla manovra correttiva dopo l’ok della Ragioneria generale.

PROMESSI SPOSI:: da LETTERA 43 (www.lettera43.it/) – IL 21 APRILE SCORSO È STATO FATTO IL PRIMO PASSO, SUL PIANO SOCIETARIO, PER ARRIVARE A UNA QUASI-FUSIONE DELLE DUE MODALITÀ DI TRASPORTO “GOMMA E ROTAIA”: IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA DATO VIA LIBERA ALL’INCORPORAZIONE DELL’ANAS NEL GRUPPO FERROVIE DELLO STATO

   Pareri discordanti si sono avuti a questa fusione-incorporazione che si sta concretizzando. Perplessità che un ente già mastodontico come le Ferrovie dello Stato (e da sempre iper-finanziato a fondo perduto dalle casse pubbliche) venga ad allargarsi ancor di più: un ente dotato di un eccesso di potere come lobby pubblica.

   Dall’altra chi sta credendo in questa fusione (i due enti, il governo…) pensa che si creerà in Italia un ente trasportistico (su strada e su ferrovia) con vera capacità di competizione internazionale, in grado di proporre le proprie tecnologie e modi di trasporto oltreconfine. Tutto questo viene detto “campione dell’engineering”, cioè, come prima detto, capacità di competere sui mercati di tutto il mondo anche per la costruzione e per la progettazione di opere strategiche su ferro e su gomma.

   Giuridicamente poi questo mega-ente del trasporto (su strada e su ferrovia) porterà Anas a uscire dal perimetro degli enti di diritto pubblico, e di fatto a finanziarsi autonomamente e più liberamente (anche acquisendo direttamente le consistenti accise sui carburanti, che ora vanno allo Stato), garantendo così di avere la disponibilità di fondi per la costruzione e la manutenzione delle strade (che oggi manca all’Anas).

IN CALIFORNIA E SVEZIA LE PRIME E-HIGHWAY – “LA FUSIONE DELLE FERROVIE CON LE STRADE DI ASFALTO È GIÀ COMINCIATA IN SVEZIA: lì è operativa un’autostrada elettrificata, lungo la quale i camion si attaccano per mezzo di un pantografo ai cavi elettrici e poi viaggiano usando la corrente anziché il carburante. Si fanno progetti analoghi anche nel resto del mondo, e gli esperti del settore trasporti assicurano che questo è il futuro. In Italia ancora non ci siamo, sul piano tecnico, ma il 21 aprile scorso è stato fatto il primo passo, sul piano societario, per arrivare a una quasi-fusione delle due modalità di trasporto: il consiglio dei ministri ha dato via libera all’incorporazione dell’Anas nel gruppo Ferrovie dello Stato (….)” (Luigi Grassia, da “La Stampa” del 22/4/2017)

   Ma, quel che a noi pare più interessante (al di là dei rischi effettivi di questa operazione) è che si parla deliberatamente e chiaramente che questa operazione di fusione porterà a UN’INTEGRAZIONE TRA GOMMA E ROTAIA, dove, nell’interesse della mobilità generale (di persone e di merci), ma anche per ridurre drasticamente l’inquinamento da carburanti fossili, i camion e la auto potranno sì essere sostituite dove si può dalla ferrovia, ma se, com’è nella predominante maggioranza del traffico odierno (e realisticamente quello futuro) utilizzeranno le strade, queste ultime saranno dotate di sistemi elettrificati come sono le rotaie (che appunto si muovono con sistemi di alimentazione elettrica).

i camion elettrici (da http://www.overmobility.com/)

   La fusione delle Ferrovie con le strade di asfalto è già cominciata in SVEZIA: lì è operativa un’autostrada elettrificata, lungo la quale i camion si attaccano per mezzo di un pantografo ai cavi elettrici e poi viaggiano usando la corrente anziché il carburante. Pertanto le Highway svedesi, grazie a sistemi di segnalamento, comunicazione e sicurezza, possono ospitare mezzi elettrificati, con bassi costi ambientali ed economici.

UN PROGETTO ANCORA PIU’ FUTURISTICO: un sistema di RICARICA WIRELESS PER I VEICOLI ELETTRICI (NON SOLO CAMION MA ANCHE AUTO) – “(…) Avevamo parlato del PROPOSTA INGLESE di avviare un progetto pilota per la realizzazione di un sistema di ricarica wireless per i veicoli elettrici che non imponga la sosta del mezzo, tramite l’ACCOPPIAMENTO MAGNETICO PER RISONANZA TRA BOBINE ANNEGATE NELL’ASFALTO E QUELLE POSIZIONATE SUL FONDO DELL’AUTOMOBILE, creando così delle vere e proprie corsie stradali in cui i veicoli elettrici possono ricaricare le batterie mentre stanno viaggiando.” (da http://auto.hwupgrade.it/ )

   E si fanno progetti analoghi anche nel resto del mondo, e gli esperti del settore trasporti assicurano che questo è il futuro.

   L’idea della eHighway, delle strade a utilizzo di energia elettrica (elettrificate) in sé non è nuova: in molte città italiane infatti sin dagli inizi del ‘900 si potevano vedere tram e filobus percorrere le strade alimentate da cavi elettrici aerei a cui connettersi tramite pantografo. Poi nel corso del ‘900 (non si è capito perché…), l’elettrificazione del trasporto in città con i tram e filobus è stata completamente tolta (o forse il motivo si capisce fin troppo: è stato l’inizio della carbonizzazione, della civiltà del petrolio…). Adesso esempi di strade urbane elettrificate esistono, forse, solo a Milano.

BUS elettrici (da http://www.overmobility.com/ – “L’idea della eHighway in sé non è nuova: in molte città italiane infatti sin dagli inizi del ‘900 si potevano vedere tram e filobus percorrere le strade alimentati da cavi elettrici aerei a cui connettersi tramite pantografo. Purtroppo però, mentre in Europa e in particolar modo in Italia queste soluzioni sono state abbandonate nel tempo, in CALIFORNIA e in SVEZIA stanno per tornare in auge.(…)” (Alessandro Crea, “la Repubblica” del 30/1/2017)

   Su queste nuove possibilità che, pare, sono nelle intenzioni del nuovo grande Ente che unisce le Ferrovie con l’Anas, vien da fare una proposta per quello che è attualmente il progetto bloccato più rilevante in Italia per quel che riguarda le strade: cioè i 95 chilometri per la realizzazione della Superstrada Pedemontana Veneta (SPV), che sono solo stati realizzati (i lavori) in misura minima (vedi il nostro precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2017/04/19/caos-superstrada-pedemontana-veneta-spv-come-uscirne-e-bene-allimpasse-nella-realizzazione-tra-piano-finanziario-economico-insostenibile-con-costi-pubblici-sempre/ )

   La nostra proposta, che avevamo formulato in quel post, sposava l’idea di chi chiede un ridimensionamento dell’opera e una maggiore funzionalità al traffico: esempi di autostrade, realizzate in questi ultimi anni sul modello attuale che si vuole fare per la SPV (su tutte: le lombarde BREBEMI e la tangenziale-Pedemontana di Como), sono desolatamente vuote di auto e camion.

SUPESTRADA PEDEMONTANA VENETA COME PROPOSTA DAL CO.VE.P.A. (COMITATI VENETI PEDEMONTANA ALTERNATIVA) e LEGAMBIENTE REGIONALE VENETO

      Cioè si proponeva in particolare che per la realizzazione della SPV si rinunci a costruire l’inutile tratto ovest di 30 chilometri, e che al posto del caselli autostradali ci siano molte più uscite-entrate di collegamento con la viabilità locale, più adatte a far confluire traffico nella nuova arteria, oltreché essa divenendo circonvallazione dei comuni che attraversa.

   Nella disperata ricerca di finanziamenti per trovare il circa miliardo e mezzo di euro che ancora manca, tra gli innumerevoli soggetti consultati dalla regione Veneto e dal concessionario Sis (enti come la Cassa Depositi e Prestiti, Banche straniere, altre concessionarie autostradali…), pare che ci si è rivolti pure ad Anas; ma che Anas non accettava di “entrare” nel finanziamento, costruzione e gestione di un’opera di cui non aveva il controllo di maggioranza.

   Ecco. Perché la SPV non può divenire il primo esempio-modello di superstrada che accoglie le proposte che qui sopra abbiamo formulato? E che si integrerebbe in questa nuova volontà di “elettrificazione delle strade”, di mobilità futura perfettamente omogenea tra strade e ferrovie (e con un concreto sviluppo della decarbonizzazione del trasporto). Per FFSS-Anas potrebbe essere l’opera, la SPV (che ora è in un impasse finanziario difficilmente risolvibile), che può mettere subito in atto una trasportistica nuova, innovativa, rivolta al futuro (sarà possibile questo?) (s.m.)

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VIA ALLE NOZZE TRA ANAS E FERROVIE. UN POLO CON 10 MILIARDI DI RICAVI

di Luigi Grassia, da “La Stampa” del 22/4/2017

– Sì del governo, il gruppo risparmierà 400 milioni e raddoppierà il giro d’affari entro il 2026. In progetto autostrade in cui i veicoli viaggeranno allacciandosi alle linee dell’elettricità –

   LA FUSIONE DELLE FERROVIE CON LE STRADE DI ASFALTO È GIÀ COMINCIATA IN SVEZIA: lì è operativa un’autostrada elettrificata, lungo la quale i camion si attaccano per mezzo di un pantografo ai cavi elettrici e poi viaggiano usando la corrente anziché il carburante. Continua a leggere