LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE POVERTÀ che esce dai dati ISTAT: meno TERRITORIALE e più sociale – I poveri ci sono tra i “non garantiti” da un reddito sicuro, i meno istruiti, i giovani, gli stranieri – Nella Grande Trasformazione della società la proposta di un REDDITO DI BASE (o UNIVERSALE) si fa significativa

“Oggi serve una RETE DI PROTEZIONE in grado di rispondere ai NUOVI RISCHI SOCIALI e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare” (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021) (foto ripresa da http://www.euroroma.net/ )

IN ITALIA SONO AUMENTATE LE FAMIGLIE IN POVERTÀ

da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/

– Sono due milioni, il 7,7 per cento del totale, con un’alta incidenza nelle regioni del Sud, tra i giovani e gli stranieri –

   Due milioni di famiglie italiane, il 7,7 per cento del totale, sono in povertà assoluta: i dati Istat relativi al 2020 dicono che è il livello più alto mai raggiunto da quando l’istituto statistico ha iniziato a valutare questo indicatore, nel 2005. In totale sono 5,6 MILIONI LE PERSONE IN POVERTÀ ASSOLUTA, il 9,4% di tutta la popolazione, in aumento rispetto al 7,7% del 2019. L’incidenza è PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, ma rispetto all’anno precedente è CRESCIUTA IN MODO SIGNIFICATIVO AL NORD, è PEGGIORATA NELLE FASCE GIOVANI della popolazione ed è rimasta MOLTO ELEVATA TRA GLI STRANIERI. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

ISTAT: “In Italia nel 2020 un milione di persone in più in povertà assoluta. L’aumento maggiore al Nord”. Si tratta di circa 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione. Al Sud il fenomeno è più diffuso, ma è nelle regioni settentrionali che è cresciuto di più. Colpiti soprattutto i lavoratori tra i 35 e i 44 anni e le famiglie numerose (TABELLA ISTAT POVERTA tratta da https://www.tgcom24.mediaset.it/ )

   Nella soglia di povertà assoluta rientrano le persone che non possono permettersi spese minime per beni e servizi considerati essenziali per le famiglie: la soglia di povertà assoluta è definita in base al numero e all’età dei componenti delle famiglie e varia da area geografica – Nord, Centro e Sud – e da dove si vive, se nel centro di una grande città, in periferia o in un piccolo comune. È possibile CALCOLARE LA SOGLIA DI POVERTÀ assoluta con questo strumento messo a disposizione dall’Istat. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

Mense Caritas (foto ripresa da https://www.radiopiu.eu/caritas )

   Secondo l’Istat, l’incidenza delle famiglie in POVERTÀ ASSOLUTA si è confermata PIÙ ALTA NELLE REGIONI DEL SUD, dove è passata dall’8,6 al 9,6%, ma la CRESCITA PIÙ AMPIA È STATA NEL NORD dove è salita al 7,6% rispetto al 5,8% del 2019. I dati che mostrano la distribuzione per fasce d’età dicono che l’incidenza di povertà assoluta ha raggiunto l’11,3% tra i 18 e i 34 anni ed è rimasta su un livello piuttosto elevato anche tra i 35 e i 64 anni, al 9,2%. L’incidenza tra le persone con più di 65 anni, il 5,4%, è rimasta sotto la media nazionale. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

SPESA FAMIGLIA, DATI ISTAT 2021 (tratto da la Repubblica)

   Dal 2005 questa distribuzione è cambiata soprattutto a causa della crisi economica: 16 anni fa l’incidenza era più alta tra le persone anziane. Questa condizione è dimostrata analizzando anche la composizione delle famiglie: la povertà assoluta riguarda il 10,3% delle famiglie con una persona di riferimento tra i 18 e i 34 anni e il 5,3% di quelle con una persona di riferimento con più di 65 anni. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

TABELLA POVERTA ASSOLUTA FAMIGLIARE E INDIVIDUALE
Cos’è la POVERTA’ ASSOLUTA? – (da https://www.openpolis.it/ sett. 209) “Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita da Istat attraverso il paniere di povertà assoluta. Questo comprende l’insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali. Ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il vestiario. Ovviamente l’entità di queste spese varia in base a dove abita la famiglia, alla sua numerosità e ad altri fattori come l’età dei componenti. Per conoscere la soglia di povertà assoluta nei diversi contesti si può utilizzare l’apposito calcolatore Istat.”( Calcolo della soglia di povertà assoluta (istat.it))

   Per il 2020 l’Istat rileva invece un miglioramento dell’intensità della povertà assoluta, cioè quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la soglia di povertà: questo indicatore registra una diminuzione, dal 20,3 al 18,3 per cento. L’istituto di statistica spiega che il calo è dovuto alle «MISURE MESSE IN CAMPO A SOSTEGNO DEI CITTADINI come il reddito di cittadinanza, il reddito di emergenza, l’estensione della cassa integrazione, che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà». (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

REDDITO DI CITTADINANZA – Su circa 9 milioni di persone in povertà relativa, solo il 14% lo riceve. E i poveri assoluti (chi non può comprare nemmeno i beni essenziali) lo scorso anno sono diminuiti solo di 447mila, nonostante circa 2,3 milioni di persone avessero il sussidio. “I tre problemi principali sono la sostanziale esclusione degli stranieri, la penalizzazione delle famiglie numerose e lo svantaggio per il Nord”, spiega Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento. “Questi tre gruppi fruiscono del beneficio meno degli altri e quando lo ricevono prendono cifre più basse” (da “IL FATTO QUOTIDIANO”)( Reddito di cittadinanza, immagine sempre da Il Fatto Quotidiano)

   Ci sono anche altri dati a cui fare attenzione e sono relativi all’incidenza misurata a seconda del titolo di studio e tra gli stranieri. I primi dati confermano che LA DIFFUSIONE DELLA POVERTÀ DIMINUISCE AL CRESCERE DEL TITOLO DI STUDIO: se la persona di riferimento ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza di povertà assoluta è al 4,4% mentre è più alta, al 10,9%, se ha al massimo la licenza media. (da IL POST.IT del 17/6/2021 https://www.ilpost.it/)

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Consideri giusto che ogni essere umano, per il solo esistere, abbia diritto a vivere in maniera dignitosa? In tal caso, devi valutare che, indipendentemente dal fatto che possegga un impiego o meno, occorre garantirgli i bisogni elementari. Un tetto sotto cui vivere e considerarsi al sicuro, un’alimentazione sufficiente, degli abiti con cui coprirsi. Nell’era contemporanea, non è possibile escludere dalle necessità elementari anche l’accesso a una formazione e alle cure sanitarie, ai servizi idrici ed energetici, alla comunicazione, ai trasporti locali. Il REDDITO DI BASE, UNIVERSALE e INDIVIDUALE, rappresenta la risposta alla necessità di garantire questo diritto fondamentale, perché può assicurare questi bisogni materiali e permettere di fuggire dalla trappola della povertà. Può, inoltre, con la redistribuzione della ricchezza, diminuire le diseguaglianze sociali. (da https://www.redditodibase.org/) (reddito di base universale, immagine da https://www.bin-italia.org/ )

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NUOVE RETI SOCIALI PER NUOVE POVERTÀ

di Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021

– Oggi serve una rete di protezione in grado di rispondere ai nuovi rischi sociali e di intervenire in modo rapido e universale all’emergere di crisi. C’è però un pericolo: dividere in due la società tra chi riceve i trasferimenti e chi finanzia il welfare –

Il welfare fa i conti con la pandemia

Quando si pensa al welfare state, è strano parlare di “ritorno dello stato”, perché dal welfare state lo stato non se ne è mai andato, almeno in Italia. Dal 1995 a oggi la spesa per prestazioni sociali è più che raddoppiata e nel 2019 è pari a 2,3 volte quella del 1995 – anche se ha subito un rallentamento tra il 2009 e il 2019.

   Dopo lo scoppio della pandemia si è poi verificata, ovunque, una vera e propria esplosione della spesa sociale per cercare di limitare i danni della crisi sui bilanci di famiglie e imprese. Sembra che nel mondo siano stati lanciati circa 1.600 nuovi programmi di spesa sociale nel corso del 2020. Una reazione completamente diversa da quella adottata per la crisi del 2008. L’aumento della domanda di welfare ha riguardato sia la quantità di risorse, in beni e servizi, sia la loro destinazione. 

   Nel forum del Festival dell’Economia (di Trento, tenutosi dal 3 al 6 giugno 2021, NDR) dedicato a “NUOVE POVERTÀ E NUOVE RETI SOCIALI” prendiamo spunto da alcune domande:

1) Come sono cambiate le condizioni delle famiglie a causa del Covid? E come ha risposto il sistema di welfare?

2) Il welfare state attuale è adeguato al mondo post-pandemia o deve cambiare? E in quale direzione?

3) Di fronte ai cambiamenti in corso, come si modifica il rapporto tra welfare pubblico e welfare privato?

Covid, povertà e reazioni di policy

Negli ultimi 15 anni due gravi crisi economiche (2008-2013 e 2020) hanno indebolito la classe media e determinato un forte aumento della diffusione della povertà. Alcuni gruppi sociali hanno sofferto più di altri: i giovani, gli immigrati, i dipendenti del settore privato in genere. Si sono difesi meglio i dipendenti pubblici e i pensionati. Emerge una nuova realtà, dove la povertà non è più collegata a caratteristiche tradizionalmente associate a condizioni di marginalità (vivere in determinate aree, bassa istruzione, problemi di salute, molti figli), ma si estende a gruppi sociali molto più ampi, toccati anche da fenomeni come la globalizzazione o il cambiamento tecnologico.

   Le difficoltà economiche indotte dal Covid e dai lockdown sembrano aver danneggiato gli stessi gruppi sociali già colpiti in modo particolare dalla crisi iniziata nel 2008. La spesa sociale aveva già cominciato a reagire a questa crisi di lungo periodo, introducendo nuovi strumenti come il REDDITO DI CITTADINANZA o progettando riforme di schemi esistenti (come il prossimo ASSEGNO UNICO AI FIGLI, che sostituirà assegno al nucleo familiare, detrazioni per figli e altri sussidi minori).

   Nell’ultimo anno i cambiamenti sono accelerati, con trasferimenti diretti una tantum di denaro per sostenere i redditi dei lavoratori e delle imprese, comuni a tutti i paesi, o con misure di emergenza come il congedo straordinario per genitori o il bonus per il baby-sitting, uno tra i TANTI NUOVI BONUS (sono tantissimi: vacanze, affitto, casa, bebè, nido, nascita, genitori separati, bici, tv, occhiali e così via, alcuni nuovi, altri rinnovati). La spesa per la CASSA INTEGRAZIONE è esplosa, con gravi ritardi burocratici e difficoltà a raggiungere tutti i nuovi aventi diritto. 

   Si sarebbe potuto fare meglio? Cosa ci insegna l’ultimo anno e mezzo sui difetti della rete di welfare? L’introduzione del Rem (REDDITO DI EMERGENZA), ad esempio, ci dice che il reddito di cittadinanza ha problemi anche nella parte relativa al trasferimento monetario, non solo in quella di attivazione. La crisi da pandemia ha anche stimolato reazioni da parte di enti del terzo settore e di istituzioni religiose per aiutare le famiglie in difficoltà. È importante fare un bilancio delle risposte che ha dato il welfare “privato”. 

Come deve cambiare il welfare state?

Le misure di spesa sociale del 2020-2021 sono in gran parte straordinarie, ma qualcosa abbiamo imparato e qualche innovazione è destinata a rimanere. È diventato chiaro che abbiamo bisogno di UNA RETE DI PROTEZIONE IN GRADO DI INTERVENIRE IN MODO RAPIDO E UNIVERSALE al verificarsi di crisi che possono cambiare il destino personale dalla sera alla mattina: non solo EPIDEMIE, ma anche DISASTRI NATURALI (in Italia abbiamo avuto diversi terremoti negli ultimi anni), CRISI POLITICHE INTERNAZIONALI, chiusure o spostamenti di grandi aziende. Gli ammortizzatori sociali, già interessati da almeno due riforme negli ultimi dieci anni, devono avere una maggiore copertura. Sicuramente la tecnologia avrà un ruolo crescente per accelerare le risposte e per organizzare l’offerta.

   Ci sono poi NUOVI RISCHI SOCIALI, che diventa sempre più urgente affrontare: NON AUTOSUFFICIENZA, PRECARIETÀ LAVORATIVA e BASSI SALARI, disagio dovuto alla SOLITUDINE, problemi di SALUTE MENTALE, effetti dell’INQUINAMENTO, problemi degli IMMIGRATI. Alcuni sostengono che per far fronte alla nuova realtà sia necessario un basic income universale e incondizionato, ma i vincoli di bilancio sono più stringenti di due anni fa.

   C’è bisogno di investire di più nella capacità delle persone di resistere alle crisi improvvise, quindi nel capitale umano, soprattutto attraverso servizi, ma anche trasferimenti alle famiglie con minori.

   L’aumento della povertà ha accentuato una delle caratteristiche storiche del nostro sistema di welfare, cioè la prevalenza della spesa in denaro su quella in servizi. E ha anche spinto a una maggiore selettività della spesa, per concentrarla su chi ha più bisogno. Più universalismo, ma sempre più selettivo.

   La tendenza sembra proseguire. Anche la recente proposta di Enrico Letta di dare una dote ai diciottenni si rivolge alla metà con Isee più basso. E pure il nuovo assegno unico ai figli non sarà uguale per tutti. C’È IL RISCHIO DI DIVIDERE LA SOCIETÀ IN DUE: chi riceve i trasferimenti e chi con le imposte finanzia il welfare, ma ne è escluso oppure può accedere ad alcuni servizi solo pagando una seconda volta. Può reggere un welfare state che non è più universale nelle sue prestazioni, oppure i benestanti si ribelleranno e chiederanno meno imposte? Si rischia il circolo vizioso: più aumenta l’area del disagio, più il sistema diventa selettivo ed esclude i redditi medio-alti, che possono rivolgersi altrove per la loro domanda di welfare.

Quale relazione tra welfare pubblico e welfare privato?

La salute e le prospettive del welfare state pubblico sono molto diverse nei vari paesi. Negli Usa la nuova amministrazione amplia in modo impressionante la spesa pubblica destinata al sociale, con il chiaro intento di avvicinare il welfare state americano a schemi tipici della tradizione europea. Negli altri paesi europei in genere la spesa sociale è esplosa, per lo più seguendo strade comuni (sussidi straordinari, cassa integrazione), ma anche le tradizioni nazionali.

   In Italia il welfare state pubblico affronta grandi difficoltà. L’invecchiamento della popolazione produrrà nuove tensioni sulla spesa per pensioni e sanità e l’elettorato sempre più anziano spingerà in questa direzione. Il periodo di sostanziale assenza di vincoli di bilancio finirà (le regole del patto di stabilità dovrebbero tornare nel 2023) e diventerà difficile finanziare schemi contro i nuovi rischi sociali. Anche il debito pubblico molto elevato è un ostacolo importante.

   Ma non c’è solo un problema di bilancio. Non è detto che il settore pubblico debba occuparsi di tutti i rischi sociali, o che debba essere centrale sia nel finanziamento che nella produzione diretta dei servizi. Già oggi, in diversi settori, le principali funzioni del pubblico sono la regolazione e il finanziamento. 

   In questo contesto, quali sono gli spazi per il welfare privato, cioè per tutte quelle istituzioni non pubbliche che affrontano rischi sociali o dal lato della produzione di servizi o anche da quello del finanziamento? E quale deve essere la relazione tra welfare privato e welfare pubblico? Competizione, sussidiarietà, collaborazione, divisione dei ruoli? C’è il rischio che l’espansione del welfare privato riduca la disponibilità dei beneficiari a finanziare quello pubblico, e che quindi quest’ultimo, se solo per i poveri, finisca per avere una qualità sempre più bassa? Oppure è possibile una collaborazione che aumenti la copertura dei rischi e ampli la gamma e la qualità delle prestazioni del sistema di welfare pubblico-privato? Si sta andando verso un nuovo rapporto tra le due dimensioni? In quali settori in particolare? E come ampliare l’accesso al welfare privato dalle aziende e città medio-grandi a tutti i lavoratori e alle realtà più periferiche? (Massimo Baldini, da “LA VOCE.INFO” del 4/6/2021)

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COS’È IL REDDITO UNIVERSALE

Rider (e non solo), DE MASI: “Basta parlare di contratti, l’unica strada per i diritti oggi è il REDDITO UNIVERSALE” – da MICROMEGA, 30/10/2020

– Da Engels a Keynes, passando per Arendt fino ad arrivare a Buffet e Bezos, intervista al professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma DOMENICO DE MASI, a partire dalla vertenza dei rider. Al centro, la distruzione del mondo del lavoro causata dall’avvento delle nuove tecnologie. In questo scenario emergono le responsabilità dei sindacati e della scuola e un unico futuro possibile: quello del reddito universale e dell’ozio creativo. –

intervista a Domenico De Masi di Daniele Nalbone

   Doveva essere un’intervista sui rider, è diventata un’intervista sul reddito universale, e non è colpa della pandemia in corso. L’emergenza sanitaria che ha innescato quella sociale, o meglio “l’ha fatta detonare”, per usare le parole di Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ne è la prova. Era il 2006 quando WARREN BUFFET, che solo due anni dopo avrebbe raggiunto il gradino più alto della classifica degli uomini più ricchi del mondo, dichiarò: “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. DOMENICO DE MASI parte da qui per inquadrare la questione dei rider. Per tutta la nostra chiacchierata il contratto dei fattorini del cibo a domicilio resta sullo sfondo.
Non si fa problemi a dirmi che, a suo avviso, ho sbagliato punto di vista quando gli ho chiesto di rilasciare un’intervista che analizzasse la pericolosità del contratto firmato tra le app di Assodelivery e l’Ugl. Pericolosità che ha spiegato bene wired in un articolo dal titolo “Scatta l’accordo tra le app di Assodelivery e l’Ugl. I fattorini che non accettano le condizioni saranno esclusi. Gli altri sindacati protestano, mentre il ministero tace”.

Professore, perché a suo avviso ho sbagliato angolazione per osservare la questione?

Perché la questione non è “oggi”. Non è questo contratto o un qualche contratto. Dal 2007, dall’avvento degli smartphone, e ancor prima dall’arrivo sul mercato dei pc, è in corso un accerchiamento concentrico dei lavoratori. Di tutti i lavoratori. Degli operai e dei fattorini, dei manager e degli impiegati. Tutti i lavoratori sono diventati, dal punto di vista del potere, proletari. E sono stati sconfitti. Buffet, quattordici anni fa, aveva visto bene: i ricchi hanno vinto la lotta di classe perché hanno avuto la capacità di cavalcare l’arrivo delle nuove tecnologie.

È tutto qui, quindi? Hanno vinto i ricchi, hanno perso i lavoratori?

Il finale non è scritto, ma dobbiamo voltare pagina. È finita l’epoca del lavoro. È iniziata quella del reddito. Ma ci arriveremo. Prima dobbiamo analizzare il ruolo della tecnologia, altrimenti saltiamo subito alle conclusioni.

Va bene, iniziamo dalla tecnologia e in particolare dal ruolo delle piattaforme. In fondo tutto parte da lì, parlando dei rider.
Crede sia un caso che le piattaforme siano usate dalle destre e non dalla sinistra? O crede sia un caso che i 5 stelle abbiano “Rosseau” e i sindacati no? I BEZOS si sono fatti le loro piattaforme e una piattaforma manovra i rider, la Cgil non ha una piattaforma per farli incontrare tra loro e con il sindacato. Se il sindacato si fosse dotato di tecnologie all’altezza della sfida, la storia sarebbe stata diversa.

Questione di ritardi, quindi?

Si. Siamo in un ritardo terribile. Faccio un esempio: guarda quanto sta accadendo con lo smartworking. Io nel 1993 ho organizzato il primo libro sul tema e ho creato la Società italiana telelavoro. Ebbene dal 1993 al marzo 2020 in Italia siamo arrivati a quota mezzo milione di telelavoratori. Dieci giorni dopo, le persone in smartworking erano otto milioni. Posso dire di aver avuto la fortuna di assistere al più grande esperimento industriale di tutti i tempi. Per anni i “capi” hanno sostenuto l’impossibilità di portare il lavoro dall’ufficio a casa, si faceva continuo richiamo a grandi e costose tecnologie, a corsi di formazione. Tutte queste resistenze sono saltate in poco più di una settimana. Il problema è che siamo arrivati allo smartworking non grazie a delle lotte, a vertenze, a rivendicazioni ma “grazie” a un pipistrello in Cina. Il risultato: stiamo subendo il cambiamento, non lo abbiamo progettato e non lo stiamo governando. Ma il cambiamento, che lo vogliamo o no, arriva. Anche la questione dei rider si inquadra in questo scenario: è una modalità di lavoro dovuta alle nuove tecnologie, a un sistema in cui il datore di lavoro ha capito di poter scaricare tutto su una piattaforma. Mi riferisco all’organizzazione stessa del potere. Il tutto senza che la controparte si accorgesse della cosa.

Le chiedo, allora, come si possono ridare diritti a questi lavoratori?

Oggi non c’è forma di lavoro, organizzazione o contratto che tenga. L’unico diritto si chiama reddito. Reddito universale. E non mi preoccuperei nemmeno del ritardo di cui tanto si parla sul normare e contrattualizzare queste forme di lavoro. L’avvento di questa “società” è recente. Per imparare a costruire il contropotere nella fabbrica ci sono voluti più di cento anni. Ora ne sono passati molti meno: se i sindacati prendessero in mano la situazione potremmo fare anche prima. Il problema è lì, nelle organizzazioni del lavoro e nella scissione dei partiti dai sindacati. In Italia tutto è crollato nel momento in cui il sindacato non si è più “agganciato” al partito. Tutto è finito quando il Pd è diventato neoliberista.

Allora le chiedo: non potevamo capire prima della necessità di un reddito universale?

Sa quando ci si è resi conto che sarebbe stato necessario un reddito universale negli “anni duemila”? Nel 1930, quando a Madrid JOHN MAYNARD KEYNES tenne una conferenza intitolata Prospettive economiche per i nostri nipoti – e poi, nel 1958, quando HANNAH ARENDT pubblicò Vita activa. Loro analizzarono cosa avviene quando, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare. Possiamo dire che oggi non abbiamo niente da scoprire. Guardando avanti ci sarà sempre meno lavoro, è un dato di fatto. Il vero problema, quindi, sarà come ripartire il lavoro residuo e come gestire il tempo libero. Avremo in futuro così tanto tempo libero che dobbiamo capire subito cosa farne. Per evitare che si vada verso una società di isterici, di depressi dall’assenza di un impiego, c’è solo una strada percorribile: quella dell’ozio creativo. Solo la cultura potrà salvarci. Sotto questo aspetto il reddito di cittadinanza, per come lo conosciamo in Italia, è solo un barlume di ciò che sarà in futuro.

Non abbiamo fatto però i conti ancora con la tecnologia. O meglio, con le piattaforme e i loro effetti sui lavoratori.

Facciamo un gioco. Immaginiamo di essere nella Londra del 1845. Lo vede ENGELS intento a scrivere il suo capolavoro, La situazione della classe operaia in Inghilterra? La domanda che dobbiamo porci, prima di iniziare a giocare, è: come si può arrivare alla possibilità che milioni di persone – gli operai – tollerino situazioni di subordinazioni tanto crudeli? Uno: perché sono analfabeti. Due: perché non avevano nessun tipo di organizzazione. Terzo: erano alla fame. Quarto: non avevano un esercito dalla loro parte ma, anzi, in caso di ribellione, l’esercito avrebbe sparato su di loro. Risultato: dovendo scegliere tra il peggio – la morte – e il meno peggio – una morte più lenta – si sceglie sempre la seconda strada. Facciamo ora un salto di quasi duecento anni: io imprenditore come posso tenere nelle stesse condizioni di subordinazione giovani dipendenti che stavolta non sono analfabeti ma invece diplomati e addirittura laureati? Come posso renderli altrettanto gregari? Un datore di lavoro del 1845, guardando quasi duecento anni avanti, avrebbe risposto: se devo costringere dei lavoratori a correre per le città da un ricco che produce le pizze verso un ricco che le mangia senza, che loro lavoratori sputino su quella pizza, la prima cosa di cui avrò bisogno è non apparire. Non esistere. Devo delegare a qualcosa di astratto, che in altre epoche avremmo chiamato religione, questo ruolo. Ed ecco la piattaforma. Questo l’ha spiegato perfettamente KEN LOACH nel suo ultimo film (Sorry We Missed You, ndr), un vero “trattato” di sociologia, che andrebbe fatto vedere nelle scuole: nessun sociologo potrà mai descrivere così a fondo la condizione delle nuove gregarietà. Poi avrei bisogno che questo lavoratore sia scolarizzato, perché la scuola è alleata del capitale: ragazzi che passano dieci, dodici, quindici anni a essere indottrinati verso il lavoro, l’obbedienza, è la base per costruire una società come quella attuale. Come si possono chiudere duecento persone in un open space a lavorare a testa bassa se non con un forte indottrinamento all’obbedienza? Terzo elemento necessario: che non si aggreghino. Questa in teoria è la cosa più difficile perché non dipende dall’imprenditore: l’unica speranza era che i sindacati non si accorgessero dell’importanza delle piattaforme, che non si dotassero degli stessi strumenti per organizzare i lavoratori. È andata così, e oggi una piattaforma fa correre dei ragazzi in sella alle bici per consegnarci il cibo ma non c’è un’altra piattaforma che li fa incontrare per organizzarsi e agire in modo antagonistico.

Quindi non nutre speranze in un eventuale contratto della categoria? È finita l’era dei diritti?

Oggi c’è un solo strumento utile, più grande di ogni contratto collettivo che si possa anche solo immaginare: il REDDITO UNIVERSALE, che come primo effetto Continua a leggere

Le NAVI DEI VELENI del commercio globale che si incendiano o naufragano, e distruggono mari e coste incontaminate, ed economie di sussistenza (la pesca, il turismo) – Il CASO dello SRI LANKA avvelenato da plastica e acidi – Come impedire il trasporto nei mari di carburanti, prodotti chimici e ogni merce pericolosa?

IL DISASTRO DELLA NAVE “MV X-PRESS PEARL”: il paradiso dello SRI LANKA AVVELENATO DA PLASTICA E ACIDI. Le squadre di pulizia raccolgono tonnellate di plastica bruciata, pesci e tartarughe marine avvelenati dall’acido nitrico lungo le spiagge del paese, colpito dalle più grave catastrofe ecologica della sua storia. Il danno potrebbe essere accresciuto dalla fuoriuscita del carburante – (la costa devastata, foto da https://www.corriere.it/pianeta2020/)

   Una nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della portacontainer MV X-Press Pearl, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello Sri Lanka, è affondata con la prua in un mare di venti metri di profondità, e ci sono pesantissime ripercussioni a livello ambientale.

   Perché è una portacontainer carica di prodotti chimici, e sta compromettendo (ha già compromesso?) l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati con queste grandi navi che nei decenni scorsi hanno inquinato (nell’incendiarsi, nell’affondare, nella perdita di carburanti e sostanze chimiche…) i mari di mezzo mondo.

A distanza di alcune settimane dall’incidente che nel Canale di Suez ha coinvolto la portacontainer Ever Given – fortunatamente senza vittime né danni ambientali di rilievo – e a meno di un anno dal disastro petrolifero causato alle Mauritius dal naufragio della Wakashio, una nuova nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della PORTACONTAINER MV X-PRESS PEARL, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello SRI LANKA, con pesantissime ripercussioni a livello ambientale.  La nave era ferma a quasi dieci miglia nautiche a nord-ovest di COLOMBO, la città più grande e popolosa dello Stato asiatico, in attesa di entrare nel porto, quando a bordo è scoppiato un incendio andato avanti per giorni. L’INCENDIO sarebbe stato CAUSATO DA SOSTANZE CHIMICHE trasportate sulla nave battente bandiera di Singapore. La nave trasportava 1.486 container, comprese 25 tonnellate di ACIDO NITRICO e altri prodotti chimici. (foto: la nave che affonda, da www.corriere.it/pianeta2020/)

   Ora, che pare che ancor di più la sostenibilità ambientale sia diventata un’urgenza, ci si chiede se non bisogna fare qualcosa perché incidenti come questi, distruggano mari bellissimi, coste incontaminate, e le diffuse piccole attività (di pesca o di turismo) che paesi poveri (com’è lo Sri Lanka) possano dare da vivere a una buona parte della popolazione.

   Così che il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. E poi la maggior parte di prodotti che queste navi portano, li usiamo tutti noi, e più o meno consapevolmente, ne siamo edotti (siamo corresponsabili).

Mappa dello SRI LANKA (una volta si chiamava CEYLON). La nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da KEPUNGODA, città situata tra la capitale COLOMBO e NEGOMBO (mappa di SRI LANKA CEYLON da https://3bonline.wordpress.com/)

   Da giorni le squadre di soccorso stanno tentando di ripulire le spiagge finora incontaminate, ora piene di miliardi di micro-palline di plastica, polietilene, con la chimica dell’acido nitrico che si è in parte già riversata in mare, e con il pericolo che dalla nave fuoriesca tutto il carburante che non è ancora bruciato (evidentemente inquinando l’aria di quei luoghi, per giorni e giorni).

Disastro Sri Lanka (foto da https://www.vaticannews.va/it/mondo/)

   Sarà, almeno per lungo tempo, la fine del turismo (post covid) in quelle coste dello Sri Lanka (la nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da Kepungoda, città situata tra la capitale Colombo e Negombo). Già ora, secondo i maggiori esperti, i danni all’ecosistema marino sono incalcolabili. La pesca è sospesa in un raggio di 80 chilometri attorno alla nave e, come dicevamo. è a rischio la fragile economia della zona.

   Al momento dell’incendio la nave trasportava 1.486 container (per dire la grandezza di queste navi!), di cui la maggior parte è stata incenerita. Ottantuno container contenevano merci pericolose, incluse 25 tonnellate di acido nitrico, cosmetici e altre sostanze chimiche. Almeno il contenuto di uno dei container con l’acido nitrico si è già riversato in mare. Il restante carico era costituito da prodotti alimentari, veicoli, parti di veicoli e prodotti automobilistici, forniture di costruzione e di produzione e materie prime, granuli di polietilene e altre merci.

(La nave che affonda, foto da https://tg24.sky.it/) – AL SUO INTERNO 278 TONNELLATE DI OLIO COMBUSTIBILE, 50 TONNELLATE DI GASOLIO e 20 CONTENITORI PIENI DI OLIO LUBRIFICANTE. Nei 1.486 container a bordo, 81 dei quali classificati come “carico tossico”, ci sono anche: – lingotti di piombo, – 25 tonnellate di acido nitrico, – altri prodotti chimici e cosmetici.  Secondo l’ANSA una parte del carico è finito in mare, preoccupano LE TONNELLATE DI MICROGRANULI DI PLASTICA DA IMBALLAGGIO contenute in altri 28 container che hanno sommerso le coste dell’area oltre a disperdersi in acqua.   A rischio di sversamento in mare anche gli OLTRE 350 TONNELLATE DI CARBURANTE contenuti nei serbatoi dell’imbarcazione, aggiunge WWF che parla del “più grave disastro ambientale nella storia dello Sri Lanka”, e di “una catastrofe per la vita marina dell’Oceano Indiano”. (Antonio Mazzucca, da https://www.insic.it/)

La prima perdita di acido nitrico era avvenuta molto tempo prima, già l’11 maggio scorso, e la nave era nelle coste del Qatar, ma le è stato negato l’approdo perché le autorità portuali si ritenevano incompetenti a risolvere il problema. Pertanto questo aggrava il fatto: ci vorrebbero autorità internazionali e mezzi adatti a soccorrere navi con questi tipi di difficoltà, anziché aspettare che la cosa diventi così grave. Infatti l’acido nitrico perduto in mare sembra essere anche la causa dell’incendio che ha devastato la porta container e tutto quello che c’era (e c’è ancora) a bordo.

Il luogo dell’incendio-naufragio (Sri-Lanka-mappa da https://www.remocontro.it/)

   Esiste qualche regola internazionale per il trasporto delle merci pericolose. Ma casi come questi accaduti fanno pensare che ci si può fidare poco di queste regole, ed esistono condizioni per dire che merci pericolose non possono, non devono, viaggiare per i mari. Il fatto poi è anche che quando parliamo di merci pericolose non intendiamo solo sostanze chimiche: ma ci sono prodotti di nostro uso quotidiano che sono a tutti gli effetti “pericolosi”: come quelli contenenti batterie al litio, tra cui cellulari e i computer portatili.

Un granchio nelle palline di poliuretano fuoriuscite dalla porta-containers

   Noi speriamo che l’inquinamento delle coste dello Sri Lanka non sia irreversibile, che si possa migliorare e ripristinare: fatto è che migliaia di pesci, tartarughe, animali incolpevoli sono morti e inquinati da questa distruzione (granchi tartarughe soffocati da miliardi di micro-palline di plastica); che la flora di quei mari e quelle coste difficilmente tornerà come prima. Per dire che ancora una volta appare evidente che il nostro sistema di sviluppo globale non va bene; e che dovremmo rivedere anche tutto il commercio globale e il trasporto delle merci, anche se ci costerà nella nostra vita quotidiana. (s.m.)

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DISASTRO SRI LANKA, PER QUANTO LE LEGGI DELL’ECONOMIA PREVARRANNO SULL’AMBIENTE?

di Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo (associazione ambientalista), 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

   Il naufragio della MV X-Press Pearl, una portacontainer carica di prodotti chimici, sta compromettendo l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati ai nomi delle navi, dalla Amoco-Cadiz in Bretagna, all’Exxon-Valdez in Alaska, per non parlare della Haven, a Genova.

   La lista è lunghissima. Poi ci sono gli incidenti alle piattaforme, Come la Deepwater Horizon, in Florida. Le navi che solcano gli oceani di tutto il mondo sono alla base del commercio globalizzato e sono migliaia, come anche le piattaforme estrattive. Le misure di sicurezza nella costruzione delle navi e delle piattaforme sono sempre più rigide ma, nonostante questo, gli incidenti non accennano a diminuire.

   Ogni volta l’attenzione del mondo si rivolge all’evento, ci mostra lo scempio delle coste, la vita marina aggredita dai rifiuti del progresso.

   Il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. Le assicurazioni pagano i danni, pare che le aziende “si possano permettere” di causare i disastri ambientali causati alle loro attività.

   L’uso di materiali altamente inquinanti, dal petrolio a prodotti chimici usati per le produzioni, a prodotti di scarto da smaltire, ci mostra quanto sia pericoloso il nostro stile di vita. Ma presto dimentichiamo. Chi ricorda la Cavtat, la nave dei veleni affondata al largo di Otranto? Ogni incidente cancella la memoria dei precedenti, e ogni volta ci indigniamo, come se fosse il primo. Fotocopiando i commenti agli eventi precedenti.

   Noi di Marevivo da sempre denunciamo questi “effetti collaterali” del cosiddetto sviluppo. Se il prezzo da pagare per l’attuale stile di vita compromette la vita stessa, forse è il caso di ripensare a come abbiamo progettato i nostri sistemi di produzione e consumo.

   L’innovazione tecnologica sarà cruciale nel disegnare la sostenibilità ambientale del futuro. Abbiamo tollerato per troppo tempo le conseguenze del progresso, come è avvenuto per decenni a Taranto. Non si tratta di casi isolati, ma di un modo di produrre che compromette l’ambiente e la salute.

   Non auspichiamo il ritorno alle navi di legno, che trasportavano anfore e statue, come quelle che, dai loro naufragi, ci restituiscono le tracce di navigazioni del passato. Come fecero i galeoni spagnoli che tornavano in patria con i loro tesori, dopo aver depredato le civiltà precolombiane.

   Gli archeologi del futuro troveranno veleni nelle navi affondate in questo momento storico. Magari anche scorie nucleari.

   Pare si voglia risolvere la crisi del Covid con un Nuovo Patto Verde, con la Transizione Ecologica. Dalle crisi nasce innovazione, si cambiano i paradigmi.

   Ci commuoviamo per le immagini di devastazione in Sri Lanka, ma le emozioni del momento devono innescare richieste di cambio di rotta. Abbiamo davvero bisogno di tutti questi veleni? Forse ora non ci sono alternative al loro uso, ma è plausibile auspicare lo sviluppo di nuovi modi di produrre, di consumare, di trasportare. La scienza dei materiali ci deve spingere in nuovi territori, dove le soluzioni non possono creare problemi più grandi dei problemi che dovrebbero risolvere.

   La scienza e la tecnologia devono essere indirizzate in questa direzione, e non possono ignorare l’ecologia ma devono, invece, essere concepite su basi ecologiche.

   Non è chiedere troppo, se si auspica un progresso che ci liberi dai veleni.

(Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo, 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

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SRI LANKA, INCUBO MAREA NERA: ‘DISASTRO AMBIENTALE’

Semiaffondato il cargo dopo 13 giorni alla deriva tra le fiamme Continua a leggere

La SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, in funzione ora da Malo a Montebelluna, servirà alla conurbazione pedemontana vicentina-trevigiana per il predominante traffico locale? Come in origine voluto? Pare proprio di no – Un monito di “come non fare”, per le prossime opere del Recovery Fund europeo

Il tracciato della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA una volta conclusa (ora aperta da Malo a Montebelluna)

   L’apertura di uno dei tratti forse più importanti della superstrada pedemontana veneta, i 30 chilometri tra Bassano del Grappa e Montebelluna, al di là dei toni assai enfatici e tutti positivi che ci sono ad ogni inaugurazione di grande opera, buona o cattiva che sia…, questa apertura, inaugurazione, lascia perlomeno molte perplessità sulla funzionalità, l’efficacia, e il futuro utilizzo di quest’opera che è costata così tanti soldi e sacrificio territoriale.

   Viene da pensare che si poteva fare di meglio. E che adesso ci dobbiamo rassegnare ad avere un’opera non adatta a quello che era lo scopo iniziale, prioritario: cioè far circolare meglio gli abitanti della pedemontana trevigiana e vicentina, togliendo traffico alla direttrice Schiavonesca-Marosticana. Ma più avanti, nelle prossime righe, cercheremo di spiegare questa iniziale affermazione.

    Perché, prima di tutto, va detto che il momento storico attuale è importante nel nostro Paese: tra poco partiranno molti cantieri (grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e ai finanziamenti europei connessi). E si vorrebbe che la trasformazione della mobilità in Italia, infrastrutturale, logistica, geografica, avvenga con opere effettivamente utili, necessarie e, in ogni caso, che risolvano veramente le carenze per le quali sono state pensate. E cioè: 1-superare la difficoltà a muoversi da un luogo all’altro; 2-aiutare zone marginali a collegarsi economicamente ai centri; 3-non impattare sul territorio e sull’ambiente e perlomeno trovare la migliori forme di mitigazione per non danneggiare popolazioni e ambienti di pregio; 4-inquinare di meno o per niente…..

    E così la superstrada pedemontana veneta a nostro avviso può essere un esempio di come non dev’essere fatta una strada per rispettare e assolvere ai compiti che ci si aspetta da opere di così grande rilevanza. Innanzitutto va rilevato che è “superstrada” solo di nome: a detta di tutti (anche di chi la ha così voluta e costruita), nella conformazione, nella segnaletica, specie poi nei caselli… è un’autostrada; e costruita con un metodo tradizionalissimo ormai superato dai tempi, in tutto il mondo. Ci riferiamo alla sua “rigidità”, ai caselli autostradali anziché a forme automatizzate di esazione del pedaggio (bastavano dei portali e con pagamenti anche addebitabili nei telefonini degli automobilisti, o con lettura automatica della targa….) (lo spreco territoriale di costruire i caselli è enorme: far convogliare le corsie di traffico in un unico luogo richiede una grande quantità di terreni, di ettari utilizzati).

   Inoltre i caselli autostradali che ci saranno nella SPV, nei 95 chilometri quando sarà completata coi rimanenti 35 chilometri (in tutto i caselli saranno 14) mostrano che non può collegarsi con la maggior parte delle strade nord-sud di una certa importanza che la SPV incontra nel suo percorso est-ovest.

   I progetto politico originario era di fare una strada che fosse nient’altro che la “variante” all’attuale strada Schiavonesca-Marosticana: cioè in pratica si chiedeva di costruire un continuum di circonvallazioni per tutti i centri della pedemontana veneta; una “grande circonvallazione” connessa con tutte le strade provinciali e comunali di un certo interesse che la intersecavano. Ne è invece uscita un’autostrada con, come dicevamo, caselli tradizionali che niente hanno a che vedere con la viabilità locale, intercomunale; viabilità locale che risulta essere l’80% del traffico attuale. Pertanto la SPV a niente servirà al traffico da un comune all’altro.

   L’assoluta rigidità di quest’opera, ripetiamo, con i suoi caselli autostradali, è peraltro dimostrata dalla necessità di essere contornata in futuro di una sessantina di chilometri di nuove opere di adduzione (altre strade di collegamento, rotatorie, cavalcavia, sottopassi, etc…..da fare) per risolvere i problemi di viabilità che ci saranno nei comuni interessati dai caselli (e già i sindaci dei comuni temono un aumento di traffico di passaggio nei propri centri, si stanno preoccupando…). Un’opera che da opportunità per dei territori diviene una servitù di passaggio.

   Il collegamento facilitato da un comune all’altro significa che, geograficamente, la conurbazione data dall’area pedemontana trevigiana e vicentina rappresenta oramai da molto tempo di fatto un’unica area metropolitana: data da un’urbanizzazione diffusa (e molto confusa…), e con relazioni continue ed affollate tra frazioni, paesi, zone rurali, cittadine, tragitti casa-lavoro, zone industriali e produttive, uffici pubblici, terziario, servizi scolastici, strutture sanitarie…. che si intrecciano tra loro in un dialogo costante, quotidiano, e che avrebbero bisogno di una viabilità connessa da luogo a luogo, a pettine con l’esistente; e che il progetto di una “circonvallazione” variante alla strada regionale 248 aveva ben previsto nel piano di traffico regionale del 1990 (e che invece adesso, dopo più di trent’anni, ci ritroviamo con la SPV, che nulla ha a che vedere con questa necessità).

   Fallito così il progetto originario, resta un’opera che però il Veneto, i veneti, si dovranno accollare pure finanziariamente (e non solo per i pedaggi quasi il doppio delle odierne autostrade) per i prossimi 39 anni di concessione alla società che la ha realizzata e la gestirà (visti i livelli mediocri di traffico prevedibili rispetto all’impegno finanziario). Così che noi e le future generazioni ci sobbarcheremo un costo che da quello odierno di costruzione di quasi 3 miliardi, nei 39 anni di gestione privata arriverà a 12 miliardi di euro.

  Convinti poi, come siamo, che, come accade sempre con le grandi opere, brutte e/o inutili, che “ci faremo l’occhio”, ci si rassegnerà all’esistenza di questa cosa; magari ci servirà ogni tanto per andare lontano (o al nuovo centro commerciale fuori da casello!), mantenendo inalterati i disagi del traffico locale da comune a comune nella nostra quotidianità.

   Questo per dire che se grandi opere nasceranno nei prossimi mesi e anni (fino al 2026) con il Recovery Fund europeo, è auspicabile di non commettere gli errori che stanno portando alla realizzazione finale, così com’è, della superstrada pedemontana veneta. (s.m.)

Superstrada pedemontana veneta

Il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) di 191,5 miliardi di euro di fondi europei, è un piano di vera transizione ecologica? Oppure è solo un ammodernamento di uno sviluppo che resta insostenibile? – Quel che appare è che è un grande piano, ma dovrà essere ben migliorato negli interventi che ci saranno

«WHATEVER IT TAKES» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa frase in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea MARIO DRAGHI pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione. (da Wikipedia) – PNRR, 26 aprile 2021, per GREENPEACE il Piano di Draghi è «UNA MEZZA SVOLTA VERDE» – «Con uno spazio davvero troppo esiguo per un serio dibattito pubblico e senza le schede progettuali da cui si potrebbe capire di più, il Pnrr presenta qualche novità di rilievo ma ancora diversi limiti» (nella foto: presidio di Greenpeace a Montecitorio)

   Il PNRR (piano di ripresa e resilienza), o Recovery Plan più semplicemente chiamato, che il nostro governo ha presentato il 30 aprile scorso alla Commissione europea, è cosa assai complessa: prevede la messa in moto dello sviluppo di tutto il Paese, ma è rivolto un po’ a tutti i paesi europei; cioè riguarda l’Europa del post pandemia (almeno, se presto finirà il covid…).

PNRR, DRAGHI presenta il Piano alla Camera dei deputati (26/4/202): “NON SOLO PROGETTI: C’È IL DESTINO DEL PAESE”

   Per l’Italia ci sono complessivamente a disposizione 222 miliardi tra i fondi europei del Recovery Plan (191,5 miliardi), ma anche delle risorse nazionali (circa 30 miliardi). Sono sei le aree di intervento individuate: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica (cui va il 30% del totale); infrastrutture e mobilità; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

   Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità di sviluppo e porta certamente con sè aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, alla rivoluzione digitale; e in particolare “ufficializza” che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, e c’è la urgente necessità di una concreta riconversione ecologica del pianeta (e pertanto anche dell’Europa).

PNRR, CINGOLANI: RINNOVABILI e IDROGENO ma anche GAS nel futuro (v. l’intervista a “la Repubblica” qui riportata) (nella foto: Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica)

   Nel suo complesso, però, questo piano manca di una visione veramente ecologica. Questa è il giudizio delle associazioni ambientaliste; ma anche di chi sperava veramente in un cambio di rotta nello sviluppo attuale; e che in fondo, pur mettendo in moto le maggiori forze possibili, non ci saranno i cambiamenti verso una riconversione ambientale che si sperava (un “transizione ecologica” come ora si dice, dal nome del nuovo ministero, in sigla MITE, appunto MInistero per la Transizione Ecologica).

SLOW FOOD: «Questo PNRR è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo»: durissima la presa di posizione di Slow Food sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo e votato dal Parlamento. «Non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale». (foto-manifesto da www.slowfood.it)

   Ad esempio è scettica Slow Food, meritoria associazione sul cibo, l’agricoltura pulita, l’alimentazione, l’equità nord-sud del pianeta…. secondo cui questo Pnrr sarebbe “un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, che non promuove la transizione ecologica che dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare”. Il riferimento è, ad esempio, al rinnovo del parco macchine in agricoltura. Una misura che secondo il Comitato esecutivo di Slow Food Italia “può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli” (vi proponiamo in questo post l’articolo di Slow Food che parla di questo).

PNRR, ANCHE PER LEGAMBIENTE È INADEGUATO – “Sono diversi i miglioramenti apportati al Piano nazionale di ripresa e resilienza del nostro Paese elaborato dal governo Draghi. Un lavoro che però consideriamo solo all’inizio, perché il Pnrr non è pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone”, sono queste le prime parole di commento di STEFANO CIAFANI (NELLA FOTO), presidente nazionale di Legambiente al nuovo Pnrr (da https://www.qualenergia.it/, 28/4/2021)

   Forse giudizi un po’ ingrati e da verificare, quelli di chi esprime dapprincipio il fallimento di un cambiamento epocale nel senso di avviare nei tanti interventi previsti una nuova “epoca” ecologica. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile hanno forse fatto fare in fretta di “scrivere” le proposte, non offrendo margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano (come sempre, vien da dire, ci si prende all’ultimo momento, e questo non fa ben sperare nella realizzazione concreta del piano, prevista entro il 2026).

MAPPA DELLA RIPARTIZIONE DEI FONDI DEL RECOVERY PLAN IN EUROPA (da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Insomma tante sono le perplessità, sia nella realizzazione del piano, e che si tratti poi anche di vera “transizione ecologica”. E per non parlare delle riforme che devono accompagnare il tutto (della Pubblica Amministrazione, della burocrazia, della giustizia…. con forme di semplificazione nelle procedure degli appalti che, sì, richiedono tempi certi e brevi, ma fanno temere a molti la possibilità di abusi e intromissioni mafiose).

   Tuttavia, pur avendo dubbi sul tutto (e poi, ce la farà il nostro Paese, la nostra pubblica amministrazione, gli enti comunali e statali a gestire questo grande piano??), è lo stesso da sperare che un ciclo virtuoso si realizzi. E anche sui progetti più opinabili (che in questo post vengono descritti nei vari interventi riportati), la partita non sia chiusa: ad ogni progetto, e specie ai più strategici, bisognerà controllare il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi, e vedere di incidere rendendolo (il progetto) conforme a una visione veramente nuova del nostro modello di sviluppo. (s.m.)

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da SLOW FOOD:

QUESTO PNRR È UN PIANO DI AMMODERNAMENTO DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

27/04/2021, da https://www.slowfood.it/

– Questo Pnrr è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo – Secondo Slow Food il Pnrr presentato non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale –

   Si addensano molte nubi nel cielo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. C’era da aspettarselo, tale è la posta in palio (complessivamente il Presidente Draghi parla di 248 miliardi di euro investimenti) e tali sono gli interessi solleticati da questa enorme quantità di denaro.

Pnrr, Slow Food: «Non è una strategia per la transizione ecologica»

«Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli», afferma Francesco Sottile, a nome del Comitato esecutivo di Slow Food Italia.

Riqualificazione in salsa verde

«L’approccio del piano sembra fondarsi su una “riqualificazione dei consumi in salsa verde”. Il Pnrr, insomma, sembra essere stato partorito non avendo piena coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo Dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come “digitalizzazione” (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’Italia), “ecodesign”, “green”: non è possibile, per esempio, che sui rifiuti si parli solo di riciclo e mai di riduzione, come pure non si capisce come in tutto il documento non compaia mai la parola agroecologia, l’unica pratica agricola che può rigenerare la terra e l’ambiente circostante», prosegue Sottile.

Manca una visione ecologica

Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità e porta certamente con sé aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, la novità delle Green communities o la riforma della pubblica amministrazione. Purtroppo, però, nel suo complesso, manca di una visione veramente ecologica, forse a causa dalla fretta con cui si è elaborato il documento, in assenza di un adeguato dibattito: «La partita si è giocata principalmente in seno al Governo e alle forze politiche, con un coinvolgimento delle parti sociali che è parso più di facciata che di sostanza, per non parlare del bassissimo livello di interlocuzione con il resto del mondo, a partire dalle organizzazioni della società civile che pure avrebbero avuto molto da dare», continua Sottile.

«Il Pnnr italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica.

Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello di sviluppo in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni. Questa è la nostra idea di transizione ecologica».

Affrontare la crisi a livello sovranazionale

C’è poi un altro aspetto fondamentale da evidenziare. Con il Next Generation Eu, proprio per pensare alle future generazioni a partire dai nostri giovani, forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva. Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante.

«Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno. Il Next Gen Eu non dovrebbe essere la sommatoria di 26 piani nazionali e c’è una domanda che tutti dovremmo porci: è possibile affrontare le crisi che stiamo vivendo dentro lo spazio di ciascun Paese?».

Pnrr, Slow Food: chiediamo una visione sovranazionale

Non è chiaro quanto la Commissione europea vorrà e potrà fare per far acquisire ai singoli piani nazionali una visione sovranazionale ma Slow Food crede che «le dimensioni europea ed euromediterranea rappresentino l’ampiezza di sguardo necessaria se vogliamo che le straordinarie risorse messe in campo dall’Unione europea possano risultare efficaci».

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano.

«Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?», sottolinea ancora Sottile.

«Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia.

Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti. Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo.

Un piano a stretta vocazione industriale

Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel Pnrr non ci sembra invece adeguatamente considerato».

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione… Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Aree interne dimenticate

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali.

I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr:

– l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo;

– la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio;

– l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole;

– una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali;

– il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole). (27/04/2021, da https://www.slowfood.it/)

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CINGOLANI “VIA LA BUROCRAZIA RIPARTIAMO DA SOLE E VENTO”

Intervista al ministro della Transizione ecologica, di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021

– Per il governo il Pnrr non sarà solo un piano post pandemia, ma vuole gettare le basi per il futuro del Paese e delle prossime generazioni. Il gas verrà usato solo per stabilizzare la rete elettrica. Rinnovabili al 70% entro il 2030, ma per l’idrogeno è ancora presto –

   «Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto.
Preferisco Next Generation EU e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire
».
   Dopo settimane in cui ha evitato di scendere nei dettagli («Mi sembrava corretto attendere che il presidente Draghi illustrasse il Piano al Parlamento»), il ministro ROBERTO CINGOLANI accetta di raccontare in cosa consisterà la sua transizione ecologica: Continua a leggere

IL SUMMIT del presidente Usa Biden del 22/4/2021 scorso con i grandi della Terra, per impegnarli (e impegnarsi) a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale – Come convincere il mondo a scelte coraggiose? E per ciascuno di noi a cambiare stile di vita? Basteranno nuove sensibilità ecologiche a mutare rotta?

«OBIETTIVI INSUFFICIENTI»: lo scetticismo di GRETA THUNBERG (nella foto) sul VERTICE PER IL CLIMA organizzato dal presidente Usa JOE BIDEN (cui hanno partecipato in streaming 40 capi di Stato) il 22/4/2021, giornata annuale della Terra – «I leader riuniti al summit parlano di obiettivi ambiziosi, di emissioni-zero entro il 2050, ma la realtà è che con il contrasto al cambiamento climatico siamo indietro di 10 anni». Greta Thunberg si pronuncia così sulle soluzioni per risolvere la questione ambientale, tema principale del LEADER SUMMIT ON CLIMATE organizzato in streaming dal presidente americano JOE BIDEN e al quale ha partecipato anche il presidente del Consiglio MARIO DRAGHI. Al summit, che si è svolto in parallelo alla GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, lo stesso Biden ha aperto i lavori sostenendo che gli Usa si impegneranno «alla RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI COMBUSTIBILI FOSSILI fino al 50-52 per cento entro il 2030», cifre doppie rispetto agli obiettivi prefissati da BARACK OBAMA a ridosso della Cop21 di Parigi. I contenuti del vertice, che ha visto aderire 40 capi di Stato e di governo, da XI JINPING a VLADIMIR PUTIN fino a BORIS JOHNSON ed EMMANUEL MACRON, sono «insufficienti», secondo l’attivista svedese. «Il mondo è complesso», ha proseguito Greta nel video, «ma non possiamo accontentarci perché è in gioco il nostro futuro. Possiamo fare di più per colmare il gap tra l’emergenza che stiamo vivendo e le attuali condizioni del nostro pianeta». (22/4/2021, da https://www.open.online/)

   Il 22 aprile scorso (2021) il presidente degli USA, Joe Biden, ha indetto un summit sul clima, in videoconferenza, in occasione della giornata della Terra, per avviare la cooperazione sulla riduzione dei gas serra e raggiungere poi l’obiettivo “emissioni zero”; in modo da affrontare la problematica del surriscaldamento globale. Il risultato più positivo è che all’evento hanno partecipato quaranta leader dei sei continenti, i cui Paesi insieme rappresentano l’80% dell’economia mondiale. E questo non è risultato da poco: un “parlarsi” mondiale, globale; un accettare l’invito, per un tema come la “salvezza ambientale”, che richiede impegni concreti, è cosa positiva che sia accaduta.

   I risultati concreti lo sono molto meno: ad esempio Cina, Russia, India, Brasile… si son guardati bene dal prendere impegni concreti…oppure (il caso della Cina) hanno sottolineato che si impegneranno di più concretamente giunti al picco del processo interno di sviluppo industriale (previsto dal leader cinese Xi Jin Ping nel 2030)…

 

VERTICE DI 40 CAPI DI STATO SUL CLIMA (in streaming): all’evento convocato da JOE BIDEN (nella foto) giovedì 22 aprile 2021, GIORNATA DELLA TERRA, hanno partecipato i ‘grandi’ dei sei continenti. TANTE LE PROMESSE e gli impegni, POCA L’AMBIZIONE, e gli impegni concreti, per dire stop alle emissioni

   E’ anche sicuro che l’accadimento della pandemia, che stiamo vivendo, in cui il mondo è immerso dall’inizio del 2020, ha fatto capire a tutti che non è il caso di sottovalutare gli effetti della crisi climatica: del rischio cui si va incontro (che se ne vivono già le conseguenze, dell’inquinamento e del clima cambiato); e della necessità di cambiare rotta. Ne parliamo negli articoli che vi proponiamo in questo post cercando di fare il “punto geopolitico” della “SITUAZIONE DEL CLIMA”, cioè di quel che può accadere e quel che può avvenire nei mesi prossimi nei rapporti tra le aree geopolitiche mondiali sulla lotta al cambiamento climatico.

 

IL PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) reso noto dal governo il 23 aprile scorso (suscettibile di qualche altra modifica prima dell’approvazione definitiva del governo e del parlamento e la consegna entro il 30 aprile all’UE) (clicca nel link qui sotto)

   Una occasione politica del 2021 per il nostro Paese può essere offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà dall’1 al 12 novembre 2021 a GLASGOW in Scozia, più specificatamente detta “Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite”. Oltre alla Cop26 di Glasgow, c’è l’occasione per britannici e italiani di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, summit dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione (che entrambi i paesi condividono), riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax… come chiede più di tutti la Francia di Macron), e abolire i sussidi ai combustibili fossili (è paradossale che l’Europa dia ancora sussidi a combustibili che vorrebbe man mano abolire!). Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

il “LEADERS SUMMIT ON CLIMATE” organizzato in modalità virtuale dal Presidente americano JOE BIDEN, e apertosi giovedì 22 aprile 2021

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti (scienziati delle più varie discipline), sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi… tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

GRAFICO da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) 23/4/2021 (https://www.ispionline.it/ )

   Inverni troppo miti, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia…), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo. Però quando si tratta di fare scelte concrete, coraggiose, allora ognuno “mette dei paletti”: necessità di Stati in via di sviluppo che non vogliono rivedere i loro trend di crescita (pensiamo appunto alla Cina); e comunque situazioni di ricchezza (o povertà) diversa, che fanno sì che la sensibilità ambientale possa essere maggiore in aree geografiche dove la qualità della vita è migliore (come l’Europa) (e non si vorrebbe perderne i benefici con la crisi ambientale); mentre risulta più difficile convincere i Paesi in via di sviluppo di non commettere gli stessi errori di distruzione ambientale commessi dai paesi ricchi di più antica tradizione (come l’Europa), ma di trovare “vie nuove” a un progresso non inquinante, che valorizzi la salute della propria popolazione e conservi l’ambiente (pensiamo al Brasile e la foresta amazzonica)(…ma se i paesi ricchi necessitano di tanta carne come cibo, gli allevamenti e le coltivazioni di soia in Amazzonia soddisfano a questo, e allora tutti siamo coinvolti nel dover cambiare…).

(foto da https://distribuzionemoderna.info/) – “(…) Negli ultimi anni sono aumentati i MERCATI CONTADINI, i GRUPPI DI ACQUISTO e altre forme di DISTRIBUZIONE ALTERNATIVE a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di DIALOGO TRA PRODUTTORI E CONSUMATORI, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. COOPERAZIONE, TRASPARENZA e SOLIDARIETÀ sono BISOGNI CHE CITTADINI via via più responsabili e informati, CHIEDERANNO a gran voce, anche ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE E AL COMPARTO ONLINE, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. (…)” (IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE, di CARLO PETRINI, da “La Stampa” del 22/4/2021)

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nelle intenzioni teoriche) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle (fonti energetiche) finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.   

A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad “accontentare tutti”, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”. Ora è in fase di approvazione ed inizio il PNRR, Piano di Recupero e Resilienza italiano (all’interno del grande progetto di rilancio economico dalla pandemia dell’Unione Europea denominato “Next Generation Eu”) che stanzierà enormi risorse in progetti di conversione ambientale (cercheremo di vederli nei prossimi post, di valutarne la portata, speriamo positiva). Comunque un’occasione da non sprecare, attuando interventi “veramente” ecologici.

JONATHAN SAFRAN FOER, “POSSIAMO SALVARE IL MONDO, PRIMA DI CENA. PERCHÉ IL CLIMA SIAMO NOI”, Guanda Ed., 2019, 12 euro – Il tema dell’emergenza climatica affrontato in un libro unico, che ha l’urgenza di un pamphlet e il fascino di un romanzo. – “Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà…Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca.”

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta ancora per uscire dall’emergenza ambientale.

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è forse la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali di ciascuno di noi, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

…………………………

IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE

di Carlo Petrini, da “La Stampa” del 22/4/2021

   Ogni anno il 22 aprile, giorno di primavera, si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, (…) e mi trovo d’accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi.

   Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l’appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono.

   Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l’attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un’agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi?  Adotteremo stili alimentari consapevoli, che Continua a leggere

I COMUNI ITALIANI alla prova del NEXT GENERATION EU, il programma UE per il rilancio di un’economia travolta dalla crisi pandemica – L’Italia avrà 209 miliardi, e secondo l’ANCI 43 miliardi di euro saranno dati ai Comuni – Può essere l’occasione di FUSIONE dei comuni in NUOVE CITTÀ, e far nascere vere Smart City?

Il PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR) è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del NEXT GENERATION EU (che è il programma da 750 miliardi di euro per il rilancio di un’economia Ue travolta dalla crisi pandemica; e l’Italia avrà accesso alla quota maggiore, cioè 209 miliardi di euro)

   Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU (che è il programma da 750 miliardi di euro per il rilancio di un’economia Ue travolta dalla crisi pandemica; e l’Italia avrà accesso alla quota maggiore, cioè 209 miliardi di euro).

NEXT GENERATION EU è il programma da 750 miliardi di euro per il rilancio di un’economia Ue travolta dalla crisi pandemica. L’Italia avrà accesso a una quota di 209 miliardi, fetta che equivale al 27,8% dell’intero importo (e secondo l’ANCI circa 43 MILIARDI DI EURO, sul totale dei 209, saranno stanziati su materie di diretta competenza degli enti locali

   Pertanto il PNRR diventa lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19. E, secondo l’Associazione nazione dei comuni d’Italia (l’ANCI) circa 43 miliardi di euro (sul totale dei 209) saranno stanziati su materie di diretta competenza degli enti locali.

   In particolare, l’ultima bozza disponibile del Pnrr prevede che i comuni siano protagonisti dell’attuazione di diverse linee di intervento, tra le quali: i servizi socio-assistenziali, disabilità e marginalità; l’efficientamento degli edifici pubblici; i trasporti locali sostenibili e la digitalizzazione e modernizzazione della pubblica amministrazione.

   Insomma protagonisti, insieme agli altri apparati amministrativi dello Stato, saranno i comuni; che dovranno progettare, gestire, condurre a termine azioni di conservazione e miglioramento ambientale, di estensione e maggior fruizione della rete digitale, di mettere a norma antisismica le scuole, di creare asili nido etc.

   Un’occasione (si spera) necessaria sì per uscire dalla crisi economica pandemica (sperando che, con vaccini e altre misure, il virus si riduca e permetta di uscire dall’emergenza); ma lo stanziamento finanziario dell’Europa può diventare occasione per fare cose che anche prima del Covid mancavano ed erano necessarie (appunto il miglioramento ambientale, le scuole a norma, gli asili nido…..).

Secondo l’Associazione nazionale dei comuni d’Italia (ANCI) circa 43 MILIARDI DI EURO (sul totale dei 209) SARANNO STANZIATI SU MATERIE DI DIRETTA COMPETENZA DEGLI ENTI LOCALI. In particolare, l’ultima bozza disponibile del Pnrr prevede che i comuni siano protagonisti dell’attuazione di diverse linee di intervento, tra le quali: i SERVIZI SOCIO-ASSISTENZIALI, DISABILITÀ e MARGINALITÀ; l’EFFICIENTAMENTO degli EDIFICI PUBBLICI; i TRASPORTI LOCALI SOSTENIBILI e la DIGITALIZZAZIONE e MODERNIZZAZIONE della PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

   Il fatto che si riconosca che una quota rilevante dei fondi che saranno stanziati dovranno essere gestiti dai Comuni, è cosa di per sé positiva, ma che può anche suscitare qualche dubbio di capacità che possono avere quasi 8mila comuni (per la precisione 7.903 amministrazioni comunali) di “fare rete”, organizzare e dimostrare capacità di “fare le cose”.

   Ancora una volta, e adesso più che mai, sorge la necessità politica, amministrativa, geografica di arrivare a UNA RIDEFINIZIONE DEGLI ENTI COMUNALI, trovando una nuova misura confacente delle amministrazioni comunali, più adatta ai tempi moderni, dei loro confini spesso confusi, dei dimensionamenti diversissimi, della popolazione a volte troppo esigua per gestire in efficienza certi servizi (ma al contrario ci sono anche casi di palese inefficienza nei grandi comuni per troppo dimensionamento, pensiamo a Roma…); per trovare il modo giusto, moderno, consapevole dei tempi che viviamo, per considerarci abitanti di realtà comunali in grado di dare e offrire servizi migliori ed adeguati; al minor costo possibile. E poi prospettare opportunità ai giovani tanto quanto possono averle in qualsiasi luogo; e far sì che tutti possano godere di un DIRITTO DI CITTADINANZA che si esprima concretamente.

   Per questo, ora ancor di più che si prospetta la necessità (opportunità) di gestione da parte dei comuni di 43 miliardi dei fondi europei per il rilancio, se ne conviene che una galassia di 8mila amministrazioni comunali, per lo più poi di dimensioni assai ridotte (e quasi 7.400 comuni sono con meno di 20mila abitanti, ben 5.500 sotto i 5mila…), non potranno che creare disparità, disuguaglianze, confusione, inefficienze.

   L’Anci, nel documento che proponiamo in questo post, prevede temi assai importanti che i comuni dovranno/potranno gestire con i finanziamenti; però nulla può dire sulle difficoltà che specie medio-piccoli comuni possano divenire protagonisti dello sviluppo che la gestione dei fondi richiede.

(Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Europea) – Il PIANO NAZIONALE RIPRESA E RESILIENZA (PNRR) deve essere inviato all’Europa entro il mese di aprile 2021, per una valutazione delle misure e delle azioni intraprese per superare ed affrontare le conseguenze economiche e sociali causate dal Covid-19

   Del resto lo stessa tema di creazione di SMART CITY, città nuove intelligenti, ecologiche, produttrici di servizi senza sprechi e con opportunità per tutti…, fa pensare che dovremmo prima trasformare i nostri comuni in realtà in grado di diventare Smart City, alle quali possiamo dare il connotato di NUOVE CITTA’.

   Ora la FUSIONE DEI COMUNI si rende ancora più necessaria, è un RIFORMA prioritaria quella della RIDEFINIZIONE dei CONFINI COMUNALI e della riaggregazione per aree più confacenti, magari geomorfologicamente più omogenee: una vallata pedemontana, un’area costiera, una regione montana storicamente riconosciuta tale da sempre……città in divenire in luoghi che da sempre si riconoscono per economie simili o per un percorrerle quotidianamente da parte di abitanti che ora vanno ogni giorno da un comune all’altra separati da inutili confini…

   Attualmente i comuni italiani sono 7903, (da fonti ISTAT riportate da Comuni per fasce demografiche (tuttitalia.it): 103 sono sopra i 60mila abitanti, ma la maggioranza, ben 5.509 hanno meno di 5.000 abitanti e rappresentano il 69,71% del numero totale dei comuni italiani. Poi ci sono quelli da 5mila a 10mila, che sono 1.184; e quelli da 10mila a 20mila sono 701. A nostro avviso la quota più interessante, sulla quale si può “ragionare”, vedere come funzionano e come geograficamente sono collocati, è quella dei comuni da 20mila a 60mila abitanti, che sono 406, sono solo il 5,14% di tutti i comuni, ma c’è la parte più elevata di popolazione, il 22,33% su quella totale italiana.

   E’ un’ipotesi che potrebbe andar bene (per la popolazione, da 20mila a 60mila), sia per il funzionamento dei servizi (per l’equilibrio economico, con strutture di servizi comunali né troppo piccole né troppo grandi). La fusione di comuni contermini per aree geografiche omogenee che indichi un valore demografico da 20 a 60mila può essere l’ipotesi più interessante per arrivare a creare medio-piccole (nuove)città che riducono la galassia dei troppi comuni in aree geografiche più utili (senza nulla togliere alla specificità dei borghi, rioni, quartieri, paesi originari…).

(PICCOLI COMUNI IN ITALIA, MAPPA, elaborazione IFEL-Dipartimento Studi Economia Territoriale su dati Istat, 2019 – mappa ripresa da http://www.opencalabria.com/) – TROPPI 8.000 COMUNI PER GESTIRE I 43 MILIARDI LORO ASSEGNATI? (8mila amministrazioni comunali, per lo più poi di dimensioni assai ridotte; e quasi 7.400 comuni sono con meno di 20mila abitanti, ben 5.500 sotto i 5mila)

   Individuando la gestione del PNRR (che, ricordiamo ancora, significa “piano nazionale di ripresa e resilienza”) che il nostro Paese entro il 30 aprile 2021 dovrà presentare all’UE come adesione al progetto europeo NEX GENERATION EU (che darà la possibilità di avere fondi per 209 miliardi di euro), e considerando la effettiva possibilità che ben 43 miliardi vadano a servizi e opere volute dai comuni, ancor di più (rispetto alle aspettative degli anni precedenti) NASCE LA NECESSITÀ DI AVERE IN ITALIA MOLTO MENO DI 8MILA COMUNI (l’idea risorgimentale mazziniana di mille comuni ritorna adesso valida…).

   Altre volte abbiamo sottolineato i vantaggi e anche qualche problema da risolvere nell’arrivare a una fusione tra comuni in tutto il territorio nazionale. Ci sono alcuni “pro” e “contro” sull’accorparsi, sullo sciogliersi di comuni in altri contesti più grandi, più confacenti. Ben ribadendo, ancora una volta, in quest’epoca di necessario cambiamento, che noi siamo favorevoli e vorremmo “spingere” affinché tutti i comuni (e non solo alcuni, pochi, come sta accadendo) possano ripensare le loro dimensioni, i loro attuali confini, nei processi di mobilità quotidiana che ogni cittadino ha in quest’epoca.

   Allora noi qui indichiamo come OPPORTUNITÀ POSITIVE le FUSIONI, che servono per:

1- evitare il RISCHIO DI DIVENTARE (o essere già da sempre) PERIFERIA;

2- superare la SCARSA AUTOREVOLEZZA nei rapporti con altri Enti istituzionali (Regione, Stato….);

3- evitare di PAGARE DI PIÙ I SERVIZI, con più aggravi, tasse, con costi (dei servizi) maggiori e magari poco efficienti;

4- superare l’INCAPACITÀ DI GESTIRE SERVIZI COMPLESSI tipico di piccole realtà comunali (come le NUOVE OPPORTUNITÀ DEI SERVIZI DIGITALI, l’anagrafe, l’urbanistica, gli sportelli di altre amministrazioni come Enel, Consorzio rifiuti, etc….);

5- superare le (quasi tutte) mediocri esperienze di UNIONE DEI COMUNI (con consorzi bilaterali in alcuni servizi), dove quasi sempre permangono autorità istituzionali distinte e autonome (due, tre, quattro sindaci che a volte si scontrano tra loro, hanno idee contrapposte, sono incompatibili);

6- necessità di SUPERARE i spesso esosi (e a volte crescenti) “COSTI DELLA POLITICA” (troppi sindaci, assessori, consiglieri…);

7- capacità di garantire lo stesso le MUNICIPALITA’ ORGINARIE (con figure istituzionali anche elette ma che svolgono il loro servizio pubblico gratuitamente), e in particolare la presenza di servizi (sportelli comunali) in loco, cioè decentrati (i cosiddetti “front office” vanno decentrati nel nuovo territorio comunale, il “back office”, cioè gli uffici che non si rapportano al pubblico, vanno accentrati riducendone i costi e ottimizzando l’impiego del personale per più utenti);

8- il comune “più grande”, la “CITTÀ” misurata nei parametri (di popolazione e di territorio) al massimo più efficienti nel dare servizi (nel rapporto “costi-efficienza”), questa “NUOVA CITTÀ” nata dallo scioglimento di due, tre, quattro e più comuni…. deve DARSI UN PROGETTO, degli OBIETTIVI…. E’ necessario porsi il compito di RIDURRE LA TASSAZIONE, e MIGLIORARE I SERVIZI, ma si deve capire come CONTARE DI PIU’ all’esterno; ponendosi come “priorità prima” quella di riuscire a dare SERVIZI EFFICIENTI A TUTTI (in primis ai più deboli, anziani, chi è in difficoltà…), MAGGIORI OPPORTUNITA’ (in particolare ai GIOVANI) (scolastiche, sanitarie, lavorative, culturali, delle reti informatiche, della sicurezza ambientale, del tempo libero, di incontro e scambio con diversità…).

(fasi della fusione tra comuni, da http://www.comunitrentini.it/) – LE FASI DI FUSIONE – Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe CREARE UN PROGETTO DI RIFORMA GENERALE di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con UN DISEGNO GENERALE COERENTE?

LE NECESSITA’ e le domande che ci si pone:

1) Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe creare un progetto di riforma generale di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con un disegno generale coerente?……

L’ipotesi adesso di procedere a vere riforme come deve stabilire entro il 30 aprile 2021 il PNRR per l’Unione Europea, si potrebbe ipotizzare che la fusione tra comuni RIENTRI NEL PIANO DI INVESTIMENTI per attuare questi accorpamenti generalizzati, in vista di nuove città in aree geograficamente omogenee superando gli anacronistici vecchi confini comunali.

Noi su questo riconosciamo l’elemento positivo della “richiesta” che viene dal basso (dagli amministratori locali, dai comuni stessi…); però è necessario che il progetto sia coerente e generale: una RIFORMA DEI CONFINI DELLE ISTITUZIONI LOCALI, il RIDISEGNO DEL TERRITORIO è più che mai un progetto che va sì discusso in sede locale, però è bene che avvenga contemporaneamente in tutti gli attuali comuni.

2) Non sarebbe necessario pensare a una revisione di tutti i servizi pubblici ora parcellizzati e distinti nei vari enti (comuni, uffici postali, consorzi rifiuti, ufficio igiene e salute, acquedotto, erogazione energetica, agenzia entrate, inps, agenzia del lavoro….)? ….Prevedendo luoghi e uffici con funzioni polivalenti, polifunzionali aggregati? E’ anche questo un motivo per creare AMMINISTRAZIONI COMUNALI EFFICIENTI in grado di interloquire col cittadino su tutti questi servizi che, poco a poco, molti di essi saranno accorpati in uniche entità.

RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA nel NEXT GENERATIO EU vede coinvolti in primis I COMUNI (foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

I PROBLEMI DA RISOLVERE nell’accorpamento dei comuni, nella loro fusione, nello sciogliere amministrazioni locali e creare NUOVE CITTA’ possono essere, a nostro avviso, di TRE TIPI:

1- la difficoltà a superare la PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ, il senso di appartenenza (questione del tutto priva di fondamento: servizi al cittadino erogate dai Municipi che restano, ricorrenze, tradizioni, feste, eventuali modi di vita quotidiani particolari di incontrarsi… non cessano, anzi spesso in realtà istituzionali più grandi il senso di appartenenza al borgo, al quartiere, al colmello, alla contrada….aumenta).

2- Le RENDITE DI POSIZIONE, DI POTERE (amministratori locali che si sono creati un “loro” potere, un interesse a permanere in situazione immutata: questo può essere un serio problema, e a volte il crearsi di associazioni e COMITATI CONTRO LA FUSIONE nasce da questo desiderio di non voler cambiare nulla…. È evidente che questi meccanismi conservativi vanno combattuti e superati).

3- I “GIOIELLI DI FAMIGLIA” che qualcuno di questi paesi, delle comunità che stanno sviluppando un processo di aggregazione/fusione, vengono ad avere e mal sopportano venga condiviso con altri (qualche manufatto –villa, palazzo…- di pregio che un piccolo comune ha; una situazione finanziaria prospera rispetto ad altri; migliori servizi ai cittadini che gli altri non hanno…) Questo a volte è un serio problema. Ma la fusione dev’essere sì, inevitabilmente, un “matrimonio di interesse” (minori costi dei servizi e più efficienti, più finanziamenti dall’esterno, maggiore forza di contrattazione…), ma pur sempre è matrimonio e, pertanto, lo è anche “d’amore”. E in ogni caso è bene capire CIÒ CHE CIASCUNO peculiarmente PORTA IN DOTE, e inevitabilmente si potrà scoprire che ciascun luogo, realtà locale, ha delle particolarità rilevanti sue, da condividere, e da farne un PROGETTO UNICO per il futuro in una REALTA’ URBANA che porti maggiori OPPORTUNITA’ per tutti, e possa CONTARE DI PIÙ nel mondo che verrà. (s.m.)

PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza): progetti in essere e nuovi progetti (schema da http://www.01net.it/)

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ANCI

AUDIZIONE INFORMALE, NELL’AMBITO DELL’ESAME DELLA PROPOSTA DI PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA

Commissione Bilancio Camera dei Deputati Roma, 29 gennaio 2021.

  1. PREMESSA

   L’ANCI ha formulato e avanzato un pacchetto di proposte per una ripresa sicura e duratura, nonché capace di risolvere alcuni nodi strutturali che affliggono l’Italia. Abbiamo sottolineato la necessità, per far ripartire il Paese, di affidarsi ai circa ottomila Comuni, dando loro gli strumenti per veicolare l’iniezione di liquidità di cui le famiglie e le imprese hanno urgentemente bisogno. Due obiettivi elementi fondamentali di riflessione spingono i Sindaci a proporsi con grande senso di responsabilità e rifuggendo ogni protagonismo come attori del rilancio:

  1. I Comuni sono i principali investitori pubblici, con una capacità di gran lunga superiore agli altri livelli di governo.
  2. I settori di riforma e di sviluppo individuati dalla Commissione europea (investimenti per la sostenibilità e transizione energetica, trasformazione digitale e contrasto alla povertà) riguardano strettamente gli ambiti di azione propri dei Comuni e delle Città e i processi di governo e trasformazione urbana.

   Nel 2019, un quarto delle opere pubbliche viene realizzato dai Comuni, ben oltre il 19% raggiunto dagli investitori privati, superati soltanto dal settore ferroviario (38%). I Comuni sono i principali e più efficienti investitori pubblici con indici di spesa e risultato di gran lunga superiori agli altri livelli di governo.

   Gli investimenti comunali sono inoltre garanzia di ampia diffusione delle opere nelle diverse economie territoriali e concorrono alla soluzione di problematiche di immediato rilievo nazionale, connesse alle infrastrutture delle grandi aree urbane, sedi attrattive di innovazione, competenze e ricerca e – al tempo stesso – luoghi di emersione di nuova disuguaglianza e marginalità sociale.

   Ed è per questo – e non solo – che bisogna puntare subito, da qui, con decisioni coraggiose e puntuali ad una strategia di:

  1. finanziamenti diretti e non intermediati a sostegno di interventi relativi ai tre settori individuati dalla Commissione europea e finanziati con il Recovery Fund.
  2. riduzione al minimo dei passaggi formali e burocratici per l’individuazione ed erogazione dei finanziamenti (troppi anni in attesa del perfezionamento dei vari passaggi burocratici prima dell’erogazione del finanziamento ai beneficiari). Su questo serve una assunzione maggiore di responsabilità da parte di tutti, istituzioni, organi politici, amministrativi e di controllo affinché l’obiettivo della efficienza della capacità di spesa per lo sviluppo diventi elemento comune di azione.

   A tal fine abbiamo proposto 10 AZIONI DI SISTEMA

  1. EDILIZIA VERDE, ENERGIA PULITA: un nuovo green deal per il contrasto al cambiamento climatico che riconosca le infrastrutture verdi come essenziali per un futuro più resiliente delle città e permetta di raggiungere l’obiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto al 1990, attraverso un piano di efficientamento energetico del patrimonio edilizio esistente e la transizione energetica.
  2. MOBILITÀ SOSTENIBILE PUBBLICA Realizzare un Piano per la mobilità sostenibile nelle aree urbane che garantisca l’accesso ad un servizio pubblico efficiente integrato con un sistema articolato di servizi a domanda di micro-mobilità (bici e altri mezzi non inquinanti) secondo il principio del “Mobility as a Service” allo scopo di portare lo shift modale tra mezzo proprio e altre forme di trasporto a oltre il 50% entro il 2030.
  3. ECONOMIA CIRCOLARE E RIUSO DELLE ACQUE Intraprendere la lotta agli sprechi secondo un approccio sistemico che integri nelle funzioni urbane i principi dell’economia circolare del recupero e del riuso. Bisogna dare priorità alla risorsa idrica, quale bene comune accessibile a tutti i cittadini, incrementando gli investimenti per la diminuzione delle perdite idriche nonché per la sistemazione della rete fognaria garantendo la depurazione di tutti i reflui e favorendo il riuso delle acque depurate a tutela dell’ambiente e dell’ecosistema marino.
  4. CITTÀ DIGITALI E INTELLIGENTI Potenziare le reti digitali per fare uscire dall’isolamento, del tutto ingiustificabile, interi paesi e comunità. Gli enti locali sono un collettore importante di “big data” che devono imparare a gestire per rendere “intelligenti” le città attuando un piano per la diffusione e l’utilizzo dei big data pubblici come fattore determinante per la crescita economica e culturale dell’Italia.
  5. LA SCUOLA AL CENTRO DELLA CITTÀ. Un “piano scuola” che preveda interventi per l’edilizia scolastica e un incremento della spesa nei servizi scolastici ed extrascolastici, servizi per l’infanzia allo scopo di sostenere la conciliazione vita-lavoro delle famiglie e rafforzare il ruolo della scuola come punto di riferimento per le comunità.
  6. UNA CASA PER TUTTI Un piano straordinario per l’edilizia abitativa in attuazione di una politica di contrasto alle povertà e sostegno alle famiglie che metta al primo posto il diritto alla casa.
  7. PERIFERIE CREATIVE: RIGENERAZIONE URBANA E COMUNITÀ Un programma per la rigenerazione urbana che, avendo come principio guida l’irriproducibilità della risorsa suolo, punti sul recupero delle periferie, con l’obiettivo di rafforzarne il senso di comunità e di far emergere il potenziale di creatività e innovazione in esso presente, integrando il recupero degli spazi pubblici e delle aree dismesse con l’attivazione di servizi di prossimità e opportunità di lavoro.
  8. CULTURA “È” TURISMO Un piano per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali investendo su servizi e modelli di gestione credibili che permettano il loro mantenimento nel tempo e che siano occasione di crescita turistica nelle città dove sono presenti. Al contempo dare impulso alla strategia nazionale per le aree interne promuovendo progetti pilota per la tutela del paesaggio e della cultura, specie nelle zone dove il patrimonio naturale e artistico è maggiormente a rischio.
  9. PATTO PER LO SVILUPPO Un patto per lo sviluppo delle città metropolitane quale strumento essenziale per l’attuazione di una strategia di crescita economica, sociale e culturale su tematiche di rango sovra-comunale quali mobilità e logistica di merci e persone, tutela del territorio e dei sistemi ambientali e culturali, attrazione di investimenti per incrementare l’occupazione, specie quella giovanile, attraverso la valorizzazione del sistema delle competenze e del capitale umano in sinergia con le università e con il partenariato economico e sociale.
  10. SCUOLA NAZIONALE DI PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Attuare un piano per il rafforzamento e il rinnovamento delle competenze nella PA con la previsione della istituzione di una City School nazionale per la formazione di una classe dirigente della PA sempre allineata alle nuove e mutevoli esigenze organizzative e gestionali degli enti locali

I CONTENUTI DEL PNRR PER I COMUNI E LE CITTA’  Continua a leggere